N ulla può essere considerato più intimo e anomalo ‒ quale testo letterario ‒ di
un diario. Nato per ordinare pensieri privati in forma privata, scevro
solitamente di riferimenti che possano includere altri lettori all’infuori di
chi lo scrive il diario è da sempre una materia ambigua, difficile da decifrare
e interpretare. Oggetto dunque estremo concepito da un autore che ne è allo
stesso tempo l’unico possibile lettore.
Sheila Heti ha deciso di far saltare questo schema facendo letteralmente
brillare il suo diario, trasformandolo così in un testo inedito ‒ anche per lei
‒ con una finalità ora principalmente letteraria. Ispirandosi ai grandi
giocolieri novecenteschi dell’Oulipo, Georges Perec e Raymond Queneau, Heti ha
smontato il suo diario, composto quotidianamente per dieci anni, e lo ha messo
in ordine alfabetico, dalla A alla Z assemblando e accostando una a fianco
all’altra tutte le frasi che iniziano con A, B, C ecc. Un gesto assurdo che
tuttavia restituisce un testo nuovo, diversamente indagabile dal lettore e
capace di rivelare sfumature inedite al punto che la prima curiosità che apre
questo bizzarro e raffinato libro, Diari alfabetici (2026, nella puntuale e
accurata traduzione di Federica Aceto) sarebbe proprio sapere che effetto ha
fatto alla sua stessa autrice, quale sentimento ha provocato in lei rileggersi
in una versione ricomposta secondo la cronologia dell’alfabeto.
Quello che colpisce è prima di ogni altra cosa l’assertività delle frasi, quasi
delle sentenze lapidarie. Ovviamente tutto parte dall’io, dal tentativo di
scavare dentro al proprio sé, gesto che Sheila Heti ha già perseguito
efficacemente, almeno letterariamente con Colore puro (2024) e con La persona
ideale, come dovrebbe essere? (2013). Diari alfabetici appare così come la prima
connessione possibile tra l’io e il mondo, ma al tempo stesso anche come
l’esaurimento del contatto con l’altro: tutto appare possibile fino al punto in
cui si conferma sempre come parte separata dal sé, dalla possibilità di esistere
diversamente se non imponendo sé stessi, le proprie convinzioni nelle amicizie
come in amore: “Come si fa indovinare cosa c’è nella testa di un’altra persona?
Come si fa a non detestare se stessi? Come si fa a spostare il proprio asse?
Come si fa a vivere se non si considera, in certo senso, la vita come un gioco,
con l’idea che si vince e si perde, e che ci sono strategie per vincere, e
regole che valgono anche per gli altri giocatori?”.
> Heti ha smontato il suo diario e lo ha messo in ordine alfabetico, dalla A
> alla Z assemblando e accostando una a fianco all’altra tutte le frasi che
> iniziano con A, B, C ecc. Un gesto assurdo che tuttavia restituisce un testo
> nuovo, diversamente indagabile dal lettore e capace di rivelare sfumature
> inedite.
La lotta è data fin dalle prime pagine, in particolare verso il maschile a cui
l’autrice tende fortissimamente tra passione e rabbia, ma anche tra delusione e
paura. I sentimenti espressi in queste frasi ‒ per quanto volutamente
estrapolate ‒ testimoniano sempre un’energia in presa diretta, un alto voltaggio
dentro al quale le ascese e le ricadute appaiono all’ordine del giorno. Non sono
considerate e del resto non possono essere possibili vie di mezzo, la materia è
subito esposta e la temperatura è quella di lava incandescente. Il movimento è
obbligatoriamente centripeto, tutto quello che è esterno diventa interno e
all’interno di un’agitazione emotiva che prova a scardinare e a trovare nuovi
appigli, nuove forme di comprensione, ma finisce spesso per ricadere nei
medesimi errori.
Diari alfabetici contiene in pari numero fallimenti e successi fino a
un’equivalenza che cancella in sostanza il valore degli uni e degli altri. Non
c’è differenza all’interno dello scorrimento veloce e spesso frenetico degli
eventi perché nulla conta per davvero se non il rimanere, l’ostinazione a
restare che spesso è però facilmente ascrivibile più a una resistenza
controvoglia che a un’opposizione reale. Non esistono motivi precedenti, ma solo
fatti e le relative reazioni che si mischiano le une con le altre all’interno di
un impasto psicologico che, seppur con lievi variazioni, riporta sempre alle
medesime cadute. E anche le scoperte appaiono come luci tanto improvvise e
accecanti quanto fatue, oltre che rapidissime all’esaurirsi: “Per la maggior
parte, non posso negare certi sentimenti, e non posso fingere di provarne
altri”.
Diari alfabetici è così attraversato da una pulsazione di vita frenetica, da
un’esigenza di felicità spesso elisa e inevitabilmente ridotta a margine
occasionale, a fatto così imprevisto da essere ritenuto sostanzialmente
irrilevante: “Ovviamente in ogni felicità c’è una cecità tremenda. Ovviamente
non sono riuscita a scrivere molto. Ovviamente sto ignorando un sacco di cose
negative, ma quando ci siamo abbracciati e salutati c’era tanta alchimia tra di
noi, calore e una sensazione molto bella».
Il libro di Sheila Heti appare non solo come una naturale evoluzione del
discorso letterario dell’autrice canadese, ma va anche oltre la banale
definizione di autobiografia, cosa che in parte si rivela per ovvi motivi
d’essere nella sua sostanza. Diari alfabetici propone infatti un doppio sguardo
su di sé così radicalmente privato da divenire uno specchio potenziale dentro
cui qualunque lettore può ritrovarsi; l’apparente eccentricità dei temi risulta
infatti solo in superficie, la lettura pagina dopo pagina porta a una continua
levigatura, un aggiramento estremamente meditato e continuo che di volta in
volta aggiunge, toglie e muta, come nel caso di una macchina fotografica alla
continua ricerca del fuoco che si palesa solo per un istante e poi va subito
ritrovato.
Un’indagine sul passato delle cose e di sé stessi, su chi si era, o meglio su
chi si credeva di essere e chi invece si è, ora in quel preciso istante, prima
che il tempo passi e con lui si muti fino a diventare nuovamente esseri estranei
da osservare con stupore, tristezza e malinconia davanti allo specchio: “Le
persone che prima mi sembrano a posto ora hanno qualcosa di minaccioso; non ho
cuscinetti di protezione, non ho un uomo, non ho nessuno che mi difenda. Le
persone generano altre persone. Le persone hanno bisogno di una personalità da
abbinare a un dato libro, ma siccome a me nessuno mi conosce non esiste nessuna
personalità da abbinare ai libri”.
> L’apparente eccentricità dei temi risulta solo in superficie, la lettura
> pagina dopo pagina porta a una continua levigatura, un aggiramento
> estremamente meditato e continuo che di volta in volta aggiunge, toglie e
> muta, come nel caso di una macchina fotografica alla continua ricerca del
> fuoco.
Lo scandalo non sta nel movimento, ma nella sua osservazione, nel tentativo di
leggerlo frenandolo e poi interpretandolo. Lo scandalo è così totalmente
letterario ed è questa la strada che persegue Sheila Heti esponendosi
totalmente, ma al tempo stesso recuperando quel velo così necessario alla forma
letteraria. Diari alfabetici ha la medesima forza delle opere di Sophie Calle,
in particolare nell’elaborazione della struttura, ma con la differenza di una
forza liberatoria che sta tutta nella pagina scritta.
Una piccola opera estremamente densa e capace di mostrare l’energia della
letteratura, spesso costretta dentro forme considerate più consone ‒ dal romanzo
al racconto ‒ e che probabilmente in questo secolo sono più che altro utili a
conformare e a limitare la forza letteraria dentro scatole ormai desuete:
“Sviluppare una filosofia dell’esistenza. Svuota i cassetti, gli armadi, il vano
laterale delle scale, butta i vestiti che non ti piacciono, che non ti metti
più”. Una forma di abbandono dalle cose e dall’immagine di sé che non
corrisponde più al vero, al necessario e anche all’utile, un modo per
abbracciare tutto quello che ancora non è noto e offre una nuova possibilità di
vita da assaporare fino in fondo. Un diario che sono più diari, che rimontati
ora in maniera cronologica si presentano come un romanzo totalmente nuovo.
L’unico vero romanzo morale possibile dei nostri tempi.
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