D al 1° gennaio 2026, i feed di X e Tik Tok hanno assunto le sembianze della
macchina da scrivere di Jack Torrance. In Shining, il romanzo in cui Stephen
King racconta la lenta discesa nella follia di uno scrittore isolato insieme
alla moglie e al figlio all’Overlook Hotel, Torrance batte la stessa frase fino
a trasformarla in un segnale di collasso mentale. Ad una veloce sbirciata sugli
schermi, invece dell’ossessivo “Il mattino ha l’oro in bocca” campeggia la
scritta “Conformity gate”. I finali di stagione rendono lo spettatore nervoso,
lo agitano, lo stile di attaccamento morboso alle storie gli fa percepire le
battute conclusive come il tentativo di un abbandono. Dieci anni di
frequentazione non possono essere liquidati con un “finale”.
Siamo seri, suvvia! La Storia con la “S” maiuscola è finita ‒ e va bene così! ‒
ma le storie no, quelle non possono terminare, era questo il tacito accordo
stipulato nei Novanta: d’ora in avanti solo finali aperti, bisogna lasciare la
porta aperta a sequel e se proprio la storia non può proseguire in avanti allora
che si torni indietro. Dunque: spin off, special di Natale, focus su personaggi
secondari, tutto può contribuire al mantra: la fine non è la fine.
I fratelli Duffer devono aver provato qualcosa di molto simile alla sensazione
di Paul Sheldon in Misery, altro romanzo di Stephen King: lo scrittore
sopravvive a un incidente solo per risvegliarsi prigioniero dell’infermiera
Annie Wilkes, lettrice fanatica e carceriera affettiva, incapace di accettare
che la sua saga preferita possa davvero concludersi. Dopo la corsa spericolata
per sorprendere i fan della serie cult di Netflix, un esercizio di equilibrismo
tra il non tradire l’emotività degli spettatori ‒ vengono sacrificati i
personaggi che non avevano fatto innamorare il pubblico ‒ e il tentativo eretico
di offrire un finale che fosse davvero tale, il panorama mediatico
dell’intrattenimento è andato in sovraccarico, fino a sfociare direttamente
nella teoria del complotto.
Ecco, appunto, il Conformity gate. “Guardate qui: lo vedete? Tutti i personaggi
hanno le braccia incrociate sul ventre! Proprio come Vecna! Questo significa che
ciò che abbiamo visto nel finale non è accaduto nella realtà ma nella mente di
Vecna! I fratelli Duffer sono dei geni! L’episodio 8 non è il vero finale: si
tratta di un’illusione di Vecna, che non è morto! Undi non è morta! È riuscita a
scappare grazie ai poteri mentali di Kali. Dio mio! Sono tutto bagnato!”. Questa
è più o meno la sintesi della teoria secondo cui il 7 gennaio sarebbe dovuto
arrivare su Netflix un chiacchieratissimo episodio conclusivo, con il “vero”
finale della storia.
> Dopo la corsa spericolata per sorprendere i fan della serie cult di Netflix e
> il tentativo eretico di offrire un finale che fosse davvero tale, il panorama
> mediatico dell’intrattenimento è andato in sovraccarico, fino a sfociare
> direttamente nella teoria del complotto.
Il numero sette è in effetti ricorrente nelle cinque stagioni di Stranger
Things, grande encomio di Dungeon&Dragons, fin dal primo episodio, in cui Will
Buyers, il “chierico” del gruppo di nerd, durante una partita del gioco di ruolo
profetizza il proprio rapimento da parte del Demogorgone con un tiro da 7. Già
cinque anni fa, nei sotterranei di Reddit le analogie si sprecavano: Will
trascorse una settimana prigioniero nel Sottosopra, nel capitolo sette la
protagonista viene ferita dal Mind Flayer, uno degli episodi si intitola From
Russia… with Love, un film della saga dell’agente 007 James Bond. Quindi le
prove ci sono! Stranger Things deve ancora sparare il suo ultimo bengala, solo
così tutti potranno tirare un sospiro di sollievo. Poi il 7 gennaio è arrivato,
a causa delle numerose visite, Netflix è quasi “crashato”, ma nulla: nulla! A
nulla è valso l’annuncio di un documentario – eccolo lì, Netflix ovviamente sa
che è il caso di battere il ferro finché è ancora tiepido – lo sconforto è
diventato disperazione.
Stranger Things è davvero finito, non ci sarà alcuna toppa da poter apporre
sulla strampalata e ormai esausta storia raccontata nella quinta stagione. Al
fondo di questo stile paranoico, che ha trasformato alcuni fan in detective
schizzati della domenica, batte probabilmente la consapevolezza inespressa che
gli otto episodi conclusivi, al netto della qualità tecnica, siano in effetti
brutti, pervasi da un effetto generale d’impotenza della storia, che per
sopravvivere ripete sé stessa cercando di fare leva sul fattore nostalgia. La
citazione è esplicita nella struttura ricorsiva della quinta stagione, che
ricapitola con l’ontogenesi dei suoi episodi la filogenesi dell’intero show.
Holly Wheeler prende il posto di Will Buyer, l’horror sci-fi anni Ottanta si
mescola alle allegorie allucinate di Alice nel paese delle meraviglie, ma al
netto di scene di azione visionarie la trama non riesce a innovare nulla e
neanche a terminare le storie che la serie aveva accennato in precedenza. E
questo al netto di una scelta deleteria, quella cioè di adattare l’universo di
Stranger Things per il teatro, con uno spin-off a tutti gli effetti
importantissimo ai fini della trama e che molti spettatori probabilmente non
vedranno mai. Nonostante lo sconfinamento, la trama della serie risulta debole
perché si mostra per quello che è: un collage sapiente che però è incapace di
produrre novità, limitandosi a rappresentare sé stesso.
I Duffer hanno lasciato parecchia roba per strada, scadendo in una narrazione
infantilizzata che ha fatto rinuncia del coraggio di privare della protezione
narrativa i protagonisti. Il Conformity gate lo hanno voluto loro dopotutto, in
ossequio alla legge della narrazione infinita, lasciando i loro spettatori con
l’ennesimo finale aperto. Mike, il migliore amico di Will, fidanzato della
potente ragazzina con i poteri psichici, Eleven/Undici, in qualità di Dungeon
Master chiude l’episodio otto della quinta stagione con una metanarrazione che
conclude tanto l’ultima partita a D&D del gruppo di amici, quanto la storia
della serie, che proprio con una partita a D&D era iniziata.
> Al fondo dello stile paranoico, che ha trasformato alcuni fan in detective
> schizzati della domenica, batte probabilmente la consapevolezza inespressa che
> gli otto episodi conclusivi siano in effetti brutti. Pervasi da un effetto
> generale d’impotenza della storia, che per sopravvivere ripete sé stessa.
“Un silenzio ovattato avvolge la città. La popolazione impaurita osserva dai
tetti chiedendosi come finirà. Il suono degli stivali echeggia nella piazza,
Strahd Von Zarovich va verso Dustin Il Bardo. Il signore dei vampiri scatta e
affonda i canini nella sua gola, mentre cade tutti hanno il fiato sospeso. Il
liuto rimbalza sul selciato emettendo un’ultima, mesta nota. Resta soltanto un
eroe, Will il Saggio, l’ultima speranza del regno di Barovia”. Quando la voce
del DM si interrompe, i giocatori capiscono che a causa di vari fattori, nemmeno
il personaggio di Will potrà impedire l’infausto destino della compagnia. Max
sbraita: “Quindi dopo tutto questo, Strahd Von Stronzo prende e vince?! Questo
gioco è una merda!”, che è un po’ quello che gli spettatori più critici stavano
pensando dell’intera stagione.
Ma fermi tutti! “La maga dell’abbazia di Santa Markovia, ha detto che possiamo
evocarla!”, ricorda Dustin a tutto il gruppo, prima che Will lanci i dadi del
fallimento: “Se siamo al punto più basso…”, completa la frase Lucas. Il gruppo
lancia l’incantesimo che era stato archiviato nelle precedenti sessioni di
gioco: prima sembra non accadere nulla ma poi Mike descrive l’apparire di un
portale dimensionale da cui fuoriesce proprio lei: la maga di Santa Markovia.
Giubilo, il vampiro va in cenere, la nebbia si ritira da Baronia e i personaggi
vengono celebrati dai suoi abitanti. Lieto fine, punto. La campagna è finita.
In piena schizofrenia i fratelli Duffer hanno anticipato la critica più scontata
che si aspettavano alla loro idea di finale e l’hanno messa in bocca a Max,
delusa dalle abilità di Dungeon Master di Mike: “Tutto qui? Agio, felicità e
basta? È banale”. I celebratissimi geni della piattaforma, come il loro Mike
Dungeon Master, hanno sparato a salve. Ma Mike, maschera dei Duffer Brothers,
ribatte che la felicità si trova in tanti posti e seguita poi a dare una
collocazione finale ai personaggi della serie chiudendo le trame dei giocatori
della sessione di D&D: il cavaliere e la zoomer, nella realtà della serie Lucas
e Max, vivranno in tranquillità in un villaggio pacifico, prefigurazione della
relazione sentimentale delle loro controparti reali; il Bardo/Dustin viene
accolto in una gilda di cervelloni, doppio fantasy di un College prestigioso e
infine, Will il Saggio migra nella vivace città di Vallaki, dove il suo omonimo
interprete, Will Buyers potrà vivere serenamente la propria omosessualità, in
una metropoli, lontano da Hawkins e dai suoi pregiudizi omofobi.
E del Narratore? Qual è la fine di Mike? Quella di continuare a raccontare
storie, il destino dello scrittore, e forse ancor più dello sceneggiatore,
costretto a non fermarsi, utero che non può esaurire la sua fertilità narrativa,
pressato da ogni direzione, dall’alto, come dal basso, nessuno vuole che egli
smetta. E così i due creatori della serie, attraverso la fantasia di Mike hanno
spalancato il portale della speranza. “La maga che avete visto morire non era la
vera maga!”, il riferimento implicito è al destino di Eleven, che dopo la
battaglia avrebbe attuato il suo piano suicidario per evitare che l’esercito
statunitense usasse i suoi poteri per scopi bellici. La fine di Undi non è la
fine. Grazie alla sua altrettanto potente sorella, la Kali della serie, unica a
morire nel finale di stagione, la maga di Santa Markovia/Eleven è riuscita a
fuggire nell’invisibilità e si trova ora in quella terra promessa impreziosita
da tre cascate, in cui Mike aveva più volte promesso ad Eleven di volerla
condurre per sfuggire ai suoi persecutori.
Siamo in pieno delirio docetista, la dottrina cristologica partorita nell’alveo
dello gnosticismo di Basilide e considerata eretica dal dogma ufficiale, poiché
riteneva che l’uomo morto sulla croce non fosse il vero Gesù, Cristo, ma
soltanto una illusione (dokein) lontano dalla quale il vero profeta divino era
nuovamente asceso al Padre. Basilide, come altri fedeli cristiani, non era
disposto ad accettare che la fine del salvatore contemplasse lo “scandalo della
croce” e pertanto, anche loro tentati in ultimo dal “complotto” che fa da deus
ex machina del tempo diegetico, l’intera passione sul Calvario altro non fu che
un’allucinazione collettiva e i presenti non si resero conto che il cencio umano
appeso in croce fosse in realtà Simone di Cirene.
> Siamo in pieno delirio docetista, la dottrina cristologica partorita
> nell’alveo dello gnosticismo di Basilide e considerata eretica dal dogma
> ufficiale, poiché riteneva che l’uomo morto sulla croce non fosse il vero
> Gesù, Cristo, ma soltanto una illusione (dokein).
È lo stesso meccanismo che riemerge nel Conformity gate. L’impossibilità di
accettare la morte del personaggio salvifico produce una torsione del racconto,
una scappatoia metafisica. Se Undi muore, allora non è davvero Undi. Se muore,
allora non è morta nel modo giusto. Se muore, allora deve esserci stato uno
scambio, un trucco, un livello ulteriore della narrazione non ancora rivelato.
Il complotto diventa così una forma di pietà narrativa, l’ultima risorsa di uno
spettatore che non accetta la fine perché la fine, per definizione, non redime.
In questo senso Stranger Things non racconta soltanto una storia di mostri,
poteri e adolescenze ferite. Racconta l’incapacità contemporanea di sostenere la
perdita, di tollerare una chiusura, di accettare che il corpo cada davvero. Il
docetismo non è più una dottrina teologica, ma una postura dello spettatore.
Undi non può morire. Cristo non può morire. Il racconto deve continuare, anche
al prezzo di trasformarsi in un’illusione condivisa, sospesa in un tempo
catecontico, il tempo del katéchon, “colui che trattiene”, da katekhō,
trattenere, frenare. È il tempo di mezzo tra la rivelazione e la fine, quello
che rallenta l’arrivo dello eschaton, l’età delle ultime cose, il momento in cui
la storia si chiude e, almeno nella promessa teologica, si apre il regno di Dio.
Dal cristianesimo medievale abbiamo ereditato la tendenza a concepire le nostre
celebrità e le nostre storie morte come villeggianti in isole deserte,
tramandando le leggende sul sonno eterno a scadenza di Re Artù e altri sovrani
considerati alla stregua del messia, come sul punto di ritornare per proseguire
la loro storia salvifica. Qui da noi, a quelle altezze temporali che appaiono
piuttosto come depressioni, la serialità continua a non servire più a
raccontare, ma a rimandare. Ogni stagione, ogni spin-off, ogni finale aperto
agisce come una forza di contenimento, una resistenza alla conclusione. Il
pubblico resta così inchiodato a un presente che non sa morire, esattamente come
i suoi personaggi.
È questa la matrice culturale del prodotto dei Duffer, e come si vede ha le sue
radici sia dentro che fuori dal testo della serie, ed è da qui che è si è
diramata la possibilità del Conformity gate, cioè dai contorni labili della
struttura narrativa mediatica. I Duffer sotto le sembianze di Mike hanno
preconizzato il complottismo dei loro seguaci, il Conformity Gate è stato per
certi versi un’estensione della trama della serie nella realtà. Per dieci anni
Stranger Things e gli anni Ottanta rigurgitati da Netflix hanno funzionato come
un sottosopra culturale, uno spazio sospeso in cui la piattaforma ha rinchiuso
il pubblico globale, impedendogli di uscire davvero dal racconto.
> Stranger Things non racconta soltanto una storia di mostri, poteri e
> adolescenze ferite. Racconta l’incapacità contemporanea di sostenere la
> perdita, di tollerare una chiusura, di accettare che il corpo cada davvero. Il
> docetismo non è più una dottrina teologica, ma una postura dello spettatore.
Che qualcosa iniziava a scricchiolare nella rivalsa del piccolo schermo sul
grande schermo, lo si era intuito dal modo in cui Vince Gilligan fu costretto a
concludere Breaking Bad, il serial che più di ogni altro aveva contribuito dal
2008 a mettere in discussione l’egemonia cinematografica dell’autorialità come
sinonimo di qualità artistica. Nel 2012 la serie si concluse con una quarta
stagione che lasciava presagire la vittoria dell’antieroe, l’uomo comune Walter
White, professore geniale di chimica che per pagarsi le cure chemioterapiche
diventa un boss del narcotraffico. Il pubblico non reagì bene, come è accaduto
per Stranger Things: dopo quattro anni nessuno voleva accettare un finale così
“risolutivo”, ma a differenza di quanto accaduto lo scorso 7 gennaio, in quegli
anni il fandom della serie riuscì a cambiare la storia così come era stato
stabilita dal suo creatore. Ed ecco che l’anno dopo viene pubblicata una lunga
quinta stagione, stavolta davvero conclusiva ma soprattutto carica di un
terribile e drammatico intreccio che pervade il corpo dello spettatore
soddisfatto e disperato allo stesso tempo.
Poi è stato il turno dei fratelli Duffer e dell’era Netflix, la lezione era
stata ormai interiorizzata. Lo streaming è nato proprio dallo studio profilato
dell’utente, banalità senza dubbio, ma banalità decisive. Lo streaming e i suoi
algoritmi hanno realizzato la Babele spettacolare, ennesimo fronte di estrazione
dati da dare in pasto all’intelligenza artificiale, tutti guardiamo e leggiamo
le stesse cose, senza più confini tra alto e basso, occidentale e orientale,
l’immaginario neoliberista è cosmopolita, accoglie tutti e di tutto.
Dal 2016, anno in cui Netflix rilasciò gli episodi della prima stagione di
Stranger Things, il tempo ha preso non tanto a scorrere ma a ricorrere. Un
continuo naufragio ossessivo tra il 1979 e il 1989, avvolgendosi in spire,
reboot, remake, ritorni innecessari, che hanno portato a curiosi cortocircuiti.
Il successo della serie dei fratelli Duffer ha infatti innescato un nuovo
adattamento di IT, in cui Finn Wolfhard, l’interprete di Mike Wheeler, è tra i
giovanissimi protagonisti del primo capitolo del dittico cinematografico, che
con la maestria mimetica di Bill Skarsgård e la regia di Andy Muschietti ha
riportato in vita l’entità lovecraftiana dietro le sembianze del pagliaccio
Pennywise creato da Stephen King. È surreale pensare ad IT come ad un derivato
di Stranger Things, dal momento che è proprio il contrario.
Stranger Things nasce da IT e più in generale dall’horror e dall’immaginario
degli anni Ottanta. Questo circolo vizioso ha raggiunto il culmine nel 2025
quando alla fine di Stranger Things è corrisposto l’inizio di uno spin-off della
storia di King, la prima stagione di Welcome to Derry, ambientata nel 1962,
ventisette anni prima della trama del primo film, e già confermata per altre due
stagioni, che andranno ancora più a ritroso, con la stessa logica temporale, nel
1935 e infine nel 1908. È il passato narratologico a proseguire, mentre i suoi
epigoni sono destinati a essere divorati, masticati e poi digeriti come nuova
linfa energetica per quel corpo decrepito che è l’immaginario archivistico del
nostro tempo, anche se “nostro” appare un aggettivo alquanto problematico.
Nel finale di stagione di Welcome to Derry, Pennywise rivela il gioco del
regista Andy Muschietti, intenzionato a collegare le sue opere in un unico
spazio senza tempo. Rivolgendosi a Marge Truman, Pennywise in pieno e rabbioso
delirio le rivela di essere la futura madre di Richie Tozier, il personaggio
interpretato da Wolfhard nel film del 2017, dimostrandosi pertanto consapevole
del proprio futuro narrativo e rivelando lo scopo del suo risveglio negli anni
Sessanta: uccidere i genitori dei ragazzini che lo uccideranno nel futuro.
> Preferiamo l’illusione condivisa, il tempo trattenuto, il katéchon che frena
> l’eschaton. Anche se questo significa trasformare il racconto in un eterno
> presente anestetizzato, dove nessuno cresce, nessuno muore e nessuno,
> soprattutto, deve dire addio.
IT, che altro non è che un’entità cosmica divoratrice di mondi convinta di
essere una divinità, è una potenza quadridimensionale che vive il tempo in modo
spaziale. È stato creato da King durante la sua tossicodipendenza funzionale
proprio nella metà degli anni Ottanta, mescolando filastrocche sui Troll che
sbarrano la via e leggende metropolitane su quel luogo altro, capovolto e
“sottosopra”, rappresentato dal sistema fognario e le sue facili analogie con
l’inconscio della comunità.
Quando Pennywise cerca di attirare i bambini per divorarli, fa sempre
riferimento a un luogo in cui tutti volano, galleggiano, come i palloncini che
stringe in mano come esca. “Ti piacerà qui, te lo prometto, a tutti i ragazzi e
le ragazze che incontro piace molto”: la terra promessa di IT ricorda il paese
dei Balocchi di Pinocchio o il Mai-Mai di Peter Pan, luoghi che noi pubblico
conosciamo bene seppur senza esserne consapevoli, sono infatti la terra in cui i
bambini e gli adolescenti “non devono mai diventare grandi”. Non è questo,
dopotutto, ciò che “tutti i bambini desiderano”? “Perciò vieni!”, ci esorta
Pennywise, “Vieni a vedere tutte le meraviglie, prendi un palloncino, dai da
mangiare agli elefanti, gioca sullo scivolo! Oh ti piacerà e oh, Ben, vedrai
come volerai…”.
La morale consegnata dal libro di King era che il male risiede nelle famiglie
disfunzionali dell’America yuppie, violenta, patriarcale e stupratrice dei suoi
pargoli; in tal senso, il mostro nelle fogne non è la causa della malvagità e
della paura, esso se ne serve per il suo nutrimento, il Male gli preesiste, IT,
la cosa senza nome, si limita a riprodurlo per la propria sopravvivenza. Siamo
davanti a una simbolizzazione della letteratura e più nello specifico della
dipendenza mitica dell’umanità senza Dio, una rappresentazione che suona come un
tentativo dei ragni mitografi, gli scrittori, di discolparsi: “Non siamo noi a
causare il male, ci limitiamo a rifletterlo, perché il racconto del male paga
sempre, il male vende più dei buoni sentimenti”.
E forse è proprio qui che il cerchio si chiude: il Conformity gate, il rifiuto
della fine di Undi, la rincorsa infinita del passato narrativo in Welcome to
Derry, il loop tra Stranger Things e IT non sono altro che sintomi dello stesso
sintomo. Non sopportiamo più che una storia muoia, che un personaggio cada
davvero, che il tempo proceda lineare verso la fine. Preferiamo l’illusione
condivisa, il tempo trattenuto, il katéchon che frena l’eschaton. Anche se
questo significa trasformare il racconto in un eterno presente anestetizzato,
dove nessuno cresce, nessuno muore e nessuno, soprattutto, deve dire addio.
Il 7 gennaio 2026 è arrivato e passato. Netflix ha aggiornato le bio ufficiali:
“All episodes of Stranger Things are now playing”. I Duffer hanno confermato: è
finita davvero. Eppure il feed continua a ticchettare come la macchina da
scrivere di Torrance. Perché la fine, per noi, non è mai davvero la fine. È solo
un altro portale da cui speriamo esca qualcosa, qualsiasi cosa, che ci impedisca
di tornare nel mondo reale.
L'articolo Niente è davvero finito (anche se Netflix dice il contrario) proviene
da Il Tascabile.
Tag - serie televisive
I l terzo numero di Lucky Peach, la rivoluzionaria rivista sulle cose del cibo
nata dalla collaborazione tra lo chef David Chang e i food writer Chris Ying e
Peter Meehan, pubblicata da McSweeney’s, si propone di indagare, nel solito modo
irriverente e vagamente allucinato, la figura dei cuochi e degli chef nella
mediasfera contemporanea. È il 2012, la televisione americana è satura di talent
show culinari – il canale Food Network inaugura nel 1993 – gli chef sono sulle
copertine delle riviste, vengono riconosciuti anche fuori dagli spazi della
cucina, possiedono un loro specifico fandom: i clienti che frequentano i
ristoranti come fossero mete di pellegrinaggio si aspettano di incontrarvi lo
Chef-Famoso, di vederlo chino e concentrato sul piatto che verrà loro servito,
ma anche di parlarci, per complimentarsi, ovviamente, e allo stesso tempo dare
sfoggio di cultura culinaria e persino, con tono scherzoso, si intende,
suggerirgli qualche piccola modifica sulle portate. I cuochi sono stati
catapultati nel firmamento luccicante e patinato dell’idolatria della cultura
pop.
Il culto della personalità dello chef, adorato e temuto allo stesso tempo, è
stato reso possibile da una ridefinizione, complici i media e una nuova cultura
del mangiare fuori, del paradigma del cuoco: figura non più legata (solo) alla
dimensione del fare ma a quella ‒ e soprattutto a quella ‒ del pensare. Si è
verificato nel fine dining un passaggio analogo a quello che ha coinvolto la
figura dell’artista durante il Rinascimento, che passa dall’essere artigiano a
intellettuale. Gli chef sono diventati artisti e venerati come tali, vicini
all’archetipo del genio tormentato, di cui si tollerano, e quasi si ricercano,
le intemperanze, gli umori e le bizzarrie, come novelli Caravaggio che si
torturano per esprimere con i menù la loro visione. Gli chef sono nuove rockstar
dal temperamento instabile e i ristoranti hanno assunto una inedita centralità,
finendo per porsi come barometri della vitalità culturale di un’epoca, strumenti
e spazi di rilevamento dello spirito del tempo. Lucky Peach immagina che questa
tendenza sia arrivata al termine e si interroga su quali declinazioni potrebbe
assumere la professione del cuoco una volta detronizzato il celebrity chef.
Oggi sappiamo che non c’è niente di più lontano dal vero di questa previsione.
Che l’aura sacrale di cui è circonfusa la figura dello chef brilli sempre più
luminosa lo rivela la terza stagione della serie The Bear: pur ponendosi in
stretta continuità temporale con la seconda, mostra già dal primo episodio una
rottura in termini di tono e di stile rispetto alle precedenti. Più che un
prodotto audiovisivo di finzione, sembra spesso di guardare un documentario o
una docuserie simile per certi aspetti a Chef’s table di Netflix, in cui ogni
episodio è dedicato a uno chef che, con accenti emotivamente connotati riflette
sulla sua visione di cucina e, soprattutto, si propone di raccontare la sua
storia personale attraverso i suoi piatti. Se questa aderenza al reale, questa
tendenza al disvelamento del behind the kitchen doors ha caratterizzato la serie
sin dagli esordi, contribuendo a farne un prodotto così di successo – tutti
nutriamo una sottile e un po’ pruriginosa curiosità su chi ci sta preparando la
cena; tutti siamo ancora un po’ attratti dalle scenate in cucina che tanta
televisione ci ha abituati a riconoscere come la norma – la terza stagione
esaspera ancora di più il tono rapsodico della serie, frantuma e sfilaccia i già
frammentati lacerti di narrazione che muta di segno per trasformarsi in
metanarrazione.
> The Bear, soprattutto la terza stagione, si inscrive pienamente nel narrative
> turn che ha coinvolto il racconto delle dinamiche della ristorazione e della
> figura dello chef.
Il carattere metanarrativo si esprime, tra le tante cose, anche grazie alla
presenza dei veri chef che compaiono in tutta la stagione. Compaiono nei ricordi
di Carmy, come figure di mentori – Thomas Keller che al suo primo giorno gli
insegna a preparare il pollo per il family meal; Daniel Boulud che lo accompagna
durante la preparazione delle paupiette di branzino – ma anche nei cookbook che
lo stesso Carmy e altri membri della brigata sfogliano alla ricerca di spunti
per l’ideazione e l’esecuzione dei piatti, fino all’episodio conclusivo in cui,
in occasione del funeral dinner del ristorante Ever (ristorante fittizio che
riprende il nome e le atmosfere di un vero Ever a Chicago) alcuni tra i più noti
nomi del fine dining americano non si limitano a interpretare sé stessi ma si
riuniscono in una conversazione piuttosto verosimile sul concetto di ristorante,
sulla loro concezione di cucina di ricerca, sugli stessi temi su cui si
interrogano anche i personaggi della serie in una sovrapposizione vertiginosa
tra realtà e finzione.
The Bear, soprattutto la terza stagione, si inscrive pienamente nel narrative
turn che ha coinvolto il racconto delle dinamiche della ristorazione e della
figura dello chef. In questo nuovo ordine narrativo, non solo innumerevoli sono
i racconti del mondo ma, come sostiene Peter Brooks, la narrazione stessa è
diventata l’unica forma accettata di conoscenza e di discorso. Le
micronarrazioni sono ovunque, i pezzi del New Yorker iniziano sempre con
aneddoti personali di chi scrive, le aziende, le università, i partiti politici,
finanche le panetterie – potremmo aggiungere al campione individuato da Brooks
anche i ristoranti – costruiscono e comunicano la loro identità attraverso il
ricorso a una buona storia. Credo che l’intromissione del reale – attraverso la
presenza dei veri chef; le discussioni così minuziose intorno ai costi di
gestione di un ristorante; cosa sia sacrificabile, il piatto extra, e cosa no,
il pastry chef; la lista stilata da Carmy, subito imitato da diversi chef, dei
non-negotiables, – abbia conferito alla terza stagione di The Bear un livello
più complesso e stratificato di narratività rispetto alle precedenti.
Se all’inizio una delle premesse della serie è stata quella di mostrare con
audace schiettezza il dietro le quinte delle cucine e, soprattutto, di chi
cucina, in una sorta di Kitchen Confidential al sapore di Italian Beef,
l’apertura nella seconda stagione del ristorante fine dining The Bear ha
stravolto le modalità di narrazione. Non solo a livello tematico: sono cambiate
le relazioni tra i personaggi, il loro rapporto nei confronti del lavoro, è
ovviamente cambiata la proposta gastronomica, sono cambiate le parole stesse –
ora ci sono hamachi e mirepoix al posto di giardiniera e salsa piccante ‒, ma
anche a livello linguistico. Al posto delle sequenze sincopate e dei dialoghi
dal ritmo incessante della prima stagione, ci sono ora lunghi flashback e molto
silenzio.
Per restituire l’atmosfera e i toni di un ristorante fine dining si rende
necessario attingere alle strategie di messa in immagine di quelle atmosfere.
Ecco allora che già nel primo episodio, che si svolge il giorno successivo al
soft opening del ristorante, le scene in cui Carmy assemblea un nuovo menù,
tutto preso dalla fase di Research & Development, sembrano provenire da Chef’s
Table. Come nella serie, i piatti sono presentati in successione rallentata,
inquadrati frontalmente, con chiarezza cristallina. Attingendo ai ricordi di
Carmy, il montaggio mette insieme e compone una tassonomia dei gesti della
cucina: mani che affettano, sbollentano, incidono, rosolano, essiccano,
impastano, impiattano, assaggiano. Mani che scrivono, cancellano, appuntano e
che sfogliano libri.
Nel primo episodio il racconto dell’educazione sentimentale e della formazione
da chef di Carmy diventa esemplare per tracciare la traiettoria dell’evoluzione
del panorama del fine dining negli Stati Uniti, in uno sconfinamento continuo
tra forme diaristiche e documentaristiche. Vediamo Carmy muoversi tra diverse
cucine di veri ristoranti: quella del Daniel di New York, quella del French
Laundry in California e quella del Noma a Copenaghen. La successione non è
casuale. A New York apprende da Daniel Boulud – chef lionese, formatosi nella
temperie culturale della Nouvelle cuisine e, dopo il trasferimento negli Stati
Uniti, figura di mediazione tra civiltà culinaria francese e americana ‒ le
tecniche classiche della cucina francese. Un analogo processo di mediazione è
quello portato avanti da Thomas Keller che nei suoi ristoranti French Laundry e
Per Se, entrambi premiati, caso unico per uno chef americano, con tre stelle
sulla guida Michelin, ha inventato una forma di modernismo gastronomico che
combina la sperimentazione tecnica all’approccio farm-to-table, nato proprio in
California intorno al ristorante Chez Panisse di Alice Waters. Keller è figura
imprescindibile per qualsiasi discorso che riguardi i cambiamenti nel modo di
intendere la ristorazione di fascia alta. Ha inoltre assolto un ruolo essenziale
di mentore, formando alcuni degli chef più talentuosi della generazione
successiva, come Grant Achatz, Corey Lee e René Redzepi.
> Nel primo episodio il racconto dell’educazione sentimentale e della formazione
> da chef di Carmy diventa esemplare per tracciare la traiettoria
> dell’evoluzione del panorama del fine dining negli Stati Uniti, in uno
> sconfinamento continuo tra forme diaristiche e documentaristiche.
Nel ristorante di Redzepi, infine, Carmy si avvicina agli orientamenti della New
nordic cuisine, tra foraging, fermentazione ed essiccazione. Queste tre
esperienze rappresentano gli snodi di un ipotetico percorso ideale da chef. Le
scene girate nei ristoranti, inoltre, si offrono allo sguardo come testi
riccamente indiziari, disseminati di spie da inseguire, cogliere e decodificare
per comprendere meglio il profilo umano e professionale di Carmy. Anche i segni
esteriori come le divise che indossano le diverse brigate finiscono per
caricarsi di senso: da Boulud si indossa la toque, da Keller l’iconico grembiule
blu, al Noma l’altrettanto celebre e minimalista accoppiata t-shirt nera e
grembiule grigio scuro. Tutti gli chef sono mentori per Carmy, ma ognuno è
mentore a modo suo. Tutti si esprimono per citazioni, per massime, che enucleano
brevemente la loro visione e la costruzione del loro personaggio divistico. Per
Boulud in cottura si deve sentire la musica; la lezione di Keller è quella di
fare ogni giorno un piccolo sforzo in più rispetto al precedente; Redzepi,
avvolto in una mandorla messianica di luce, si limita a un cenno del capo.
Tra tutti gli chef che compaiono nella serie quello che sembra assumere una
particolare centralità nel percorso di Carmy è Thomas Keller. Keller agisce come
un padre, si rivolge a lui, al suo primo giorno con parole ferme ma affettuose,
lo incoraggia, lo guida nella mansione più “domestica” tra quelle che si
svolgono in una cucina professionale: la preparazione del family meal, il pasto
per lo staff del ristorante. Keller è figura paterna per tutta la scena del fine
dining statunitense, e non solo. Non casualmente prima ancora di apparire nella
sua fisicità, compare in forma di traccia, nell’impronta della sua mano,
impressa negli spazi del Noma e affiancata dalle sue iniziali, T.K., le stesse
che usano i personaggi per riferirsi a lui. Oltre a essere uno dei numerosissimi
easter egg disseminati nella serie, l’impronta di Keller introduce la questione
sottesa a tutta la terza stagione e di cui i camei degli chef e la presenza dei
loro cookbook diventano figure: quella dell’eredità e dell’influenza di uno
chef, della sua legacy.
Allo stesso tempo il profilo da chef di Carmy sembra costruirsi attingendo a
prelievi della vita e della figura di Keller, in particolare della sua immagine
divistica, così come viene restituita dai suoi libri e dai prodotti audovisivi
di cui è protagonista. In un dialogo piuttosto teso tra Carmy e Cicero –
investitore del ristorante – si fa riferimento a una spesa di 11.000 dollari per
il burro Orwell. Quello che Cicero interpreta come un burro distopico è in
realtà uno dei tantissimi omaggi a Keller: il burro non ha niente a che fare con
lo scrittore George Orwell, è, invece, il preferito di Keller, quello di cui si
rifornisce per i suoi ristoranti.
> Oltre a essere uno dei numerosissimi easter egg disseminati nella serie,
> l’impronta di Thomas Keller introduce la questione sottesa a tutta la terza
> stagione e di cui i camei degli chef e la presenza dei loro cookbook diventano
> figure: quella dell’eredità e dell’influenza di uno chef, della sua legacy.
Il mantra che scandisce tutta la serie, che riconduce, inchioda, tutti i
personaggi alla cucina, l’icastico “Every second counts” scritto su una targa
affissa in cucina ha un’indubbia vicinanza, ai limiti del mimetico, con il
“Sense of urgency” che campeggia, sotto a un orologio, in tutti i ristoranti di
Keller. Sense of urgency è anche il titolo di un documentario sulla figura di
Keller diretto da Christopher Stoker, il regista di The Bear. I taccuini di
Carmy, messi a disposizione della brigata nella libreria del ristorante, sono
pieni di disegni che funzionano come storyboard dei piatti a cui sta lavorando,
molto simili a quelli che Keller era solito abbozzare durante il suo soggiorno
parigino. Anche per le sorti del French Laundry, come per quelle di The Bear, è
stata dirimente la recensione apparsa su un giornale, in questo caso quella a
firma di Ruth Reichl sul New York Times.
I punti di contatto non si limitano a riproposizioni biografiche e aneddotiche.
Si misurano piuttosto sul piano della trasmissione di un ethos e di una visione
del lavoro in cucina che informano la concezione che del ristorante emerge in
The Bear. Il rapporto tra Carmy e Keller ricorda la dialettica padre-figlio
declinata nella forma specifica che questa relazione può assumere solo nelle
cucine. Lo si percepisce nel loro colloquio. Alla domanda di Keller sul perché i
cuochi cucinino, Carmy rimane silenzioso, spingendo così lo chef a fornirgli la
sua risposta che proviene in realtà dal suo mentore, lo chef Roland Henin: i
cuochi cucinano per nutrire le persone. Quella che sembrerebbe un’affermazione
scontata, banale ai limiti dello stucchevole, in realtà sintetizza alcuni dei
temi su cui si regge tutta la serie. Persino le nuove disposizioni che regolano
il funzionamento del ristorante vengono da Keller: mai ripetere un ingrediente
sul menù, pensare al servizio in termini di un cliente alla volta.
La terza stagione è stata accusata di fare propaganda al fine dining, di aver
disatteso le aspettative delle precedenti stagioni, di aver riservato troppo
tempo alle elucubrazioni sul ristorante, sottraendolo così alle turbolente
vicende della famiglia Berzatto. Credo che questi commenti tendano a dimentica
che, beh, The Bear è una serie sulla ristorazione. Che Carmy è uno chef, che la
sua formazione fine dining è stata resa evidente già dalla prima puntata e che,
credo, neanche nelle aspettative dello spettatore più romantico sarebbe stato
plausibile immaginarlo servire panini all’infinito. Gli chef sono lì non per
puro citazionismo ma per ricordare che le cucine sono spazi che generano
filiazioni e che i ristoranti sono luoghi di relazioni.
La loro presenza serve a raccontare in modo efficace il passato di Carmy e le
sue prospettive future. Anche se il solipsismo nevrotico e autodistruttivo in
cui si chiude lascerebbe supporre il contrario, sottesa a tutta la stagione
corre l’idea che in cucina non si è mai soli, non solo per la presenza dei
componenti della brigata ma anche perché si è depositari e portatori di un
lascito che viene continuamente riformulato, non si è soli perché si è sempre
affiancati – nel bene come nel male – da chi è venuto prima e da chi verrà dopo.
Credo non sia casuale che le due puntate che più riflettono su questi temi siano
la prima e l’ultima, tutta incentrata sul funeral dinner, la cena di commiato
del ristorante Ever. La scena della cena vera e proprio è introdotta, come sulla
soglia di ingresso al testo, da una serie di articoli, recensioni, profili
biografici relativi alle figure degli chef che vi prenderanno parte. Pur
riferendosi a personaggi reali non sono articoli realmente esistenti anche se
perfettamente verosimili nei toni, ricalcati anzi, nello stile e nel font, su
quelli di testate come New Yorker, New York Times e Bon Appétit.
> La terza stagione è stata accusata di fare propaganda al fine dining, di aver
> disatteso le aspettative delle precedenti stagioni, di aver riservato troppo
> tempo alle elucubrazioni sul ristorante, sottraendolo così alle turbolente
> vicende della famiglia Berzatto.
Si tratta anche in questo caso della trasposizione in chiave fiction di una
strategia narrativa largamente impiegata nelle docuserie sulla cucina. In questo
tipo di prodotto audiovisivo quando un ristorante o uno chef cominciano ad
affermarsi inizia a scorrere una carrellata di recensioni positive, firmate da
critici autorevoli, con close up su alcune parole specifiche, quasi tutte tese a
sottolineare la genialità della visione dello chef. La differenza sta, appunto,
nella contaminazione tra finzione e documentazione che si registra in The Bear.
Mi sono interrogata a lungo su come intendere queste intromissioni. Piuttosto
che easter egg sono propensa a considerare i momenti di irruzione del reale
mondo del fine dining nella dimensione finzionale della serie come paratesti,
allargando un po’ la definizione di Genette e considerandoli come tutti quegli
elementi che anticipano, affiancano e prolungano la produzione e il consumo di
un oggetto culturale, che in qualche modo ne aiutano la decifrazione e ne
moltiplicano le possibilità di lettura e gli orizzonti di senso. A me, come a
Genette, non interessa troppo il testo – quello che accade dentro la finzione di
The Bear – ma tutto ciò che lo mette in relazione, manifesta o segreta, con
altri testi.
Queste relazioni si fanno scoperte proprio nell’episodio del funeral dinner.
Christina Tosi, chef e fondatrice della catena di bakery Milk Bar, di cui ha
pubblicato diversi cookbook, ha raccontato di essersi sentita onorata dalla
proposta di prendere parte all’episodio, elettrizzata dalla prospettiva di
condividere uno spazio di riflessione con i suoi colleghi e con il cast della
serie. La scena è stata girata quasi del tutto senza sceneggiatura, suggerendo
soltanto agli chef di parlare, beh, di cose da chef. Il rischio che queste
conversazioni finissero per sembrare troppo “confidenziali”, opache per chi non
possiede i codici di lettura ‒ per chi non aspetta con attesa ogni anno
l’assegnazione dei James Beard Book Awards o del Food and Wine Best New Chef,
per chi non è mai stato sfiorato dal pensiero di spendere 500 euro per il
catalogo generale di ElBulli 2005-2011 ‒, viene evitato grazie all’uso dei
racconti personali degli chef come dispositivi narrativi. Tutti gli argomenti di
cui i veri chef discutono sono funzionali a spiegare le motivazioni dell’agire
dei personaggi di finzione.
Quando Tosi dice che la peggior esperienza per chi lavora in cucina è quella di
capitare sotto un capo tirannico, Carmy visualizza le vessazioni subite in
passato dallo chef David Fields, personaggio di finzione che esibisce ed
esaspera tutti i comportamenti tossici che si registrano nelle cucine; al
ricordo commosso di Mark Livingston II – ex pastry chef del Noma e modello
dichiarato per il personaggio di Marcus – del suo primo piatto, una ganache al
cioccolato, accolto con entusiasmo dallo chef de cuisine e inserito in menù,
corrisponde quello desolato di Sydney che si è vista più volte rifiutare le
proposte da Carmy.
Ogni testimonianza – il progressivo perfezionamento del primo dessert di Anna
Posey, pastry chef e proprietaria del ristorante Elske di Chicago; la sindrome
dell’impostore lamentata da Genie Kwon, chef e proprietaria di Kasama, il primo
ristorante di cucina filippina a essere premiato con una stella Michelin ‒, non
si esaurisce nei limiti dell’autobiografismo ma, agisce come un attraversamento
che, da una parte stabilisce una continuità e un dialogo con le vicende dei
personaggi di finzione, dall’altra procedendo per frammenti e illuminando gli
spazi interstiziali di un discorso che siamo abituati a sentire sempre nelle
stesse forme, contribuisce a moltiplicare l’orizzonte del dicibile e del
raccontabile intorno alle storie di chi abita gli spazi dei ristoranti. Non
posso comunque evitare di chiedermi quale sarebbe stata la mia esperienza di
visione se fossi stata sprovvista delle coordinate necessarie a leggere e
interpretare gli indizi. Immagino che se non avessi conosciuto la ricerca di
Grant Achatz, sarei rimasta piuttosto disorientata di fronte a due persone
adulte che parlano di palloncini nel contesto di un ristorante.
> Ogni testimonianza degli chef reali agisce come un attraversamento che, da una
> parte stabilisce una continuità e un dialogo con le vicende dei personaggi di
> finzione, dall’altra contribuisce a moltiplicare l’orizzonte del dicibile e
> del raccontabile intorno alle storie di chi abita gli spazi dei ristoranti.
Nell’episodio Legacy per spiegare l’eredità che i ristoranti costruiscono e
trasmettono, partendo da una foto in cui compaiono Daniel Boulud, Nobu Matsuhisa
e Thomas Keller, Carmy e Marcus parlano di albero genealogico. Quello che
secondo me dimostra la puntata del funeral dinner è che sarebbe più opportuno
sostituire a questa figura gerarchizzata e fortemente lineare, evolutiva, quella
di rizoma. Mi chiedo anche quanto utilizzare questo tipo di immagine e di
sistema potrebbe essere fecondo per gli chef stessi, per ribaltare quella
narrazione che li vuole così legati a un passato che si sentono in dovere di
custodire e di replicare. Seduti allo stesso tavolo Carmy e Wylie Dufresne – tra
i primi negli Stati Uniti ad applicare un approccio scientifico alla cucina con
il suo ristorante wd~50 che ha fatto da incubatore ad alcuni dei più singolari
talenti della ristorazione contemporanea, –Sydney e Rosio Sanchez – ex pastry
chef del Noma e ora chef e proprietaria dei ristoranti Sanchez e Hija de Sanchez
a Copenaghen – sono tutti parte di uno stesso tessuto, le cui connessioni non
rispondono a principi di subordinazione ma piuttosto di molteplicità e fluidità,
da cui sono estranei mitologie e culti divistici.
In definitiva tutta la terza stagione sembra riflettere su una domanda: lo chef
ideale, come dovrebbe essere? Questo interrogativo sollecita i ragionamenti
delle persone attive nel mondo della ristorazione ormai da tempo. L’archetipo
dello chef geniale ma dispotico è stato ormai demitizzato, gli chef si scusano
per i loro comportamenti violenti e umilianti, mettono in discussione le regole
che hanno governato per decenni le cucine, aspirano a rendere il lavoro più
umano, più improntato a un bilanciamento sano con la vita privata che a una
martirizzante etica del sacrificio. Già nel numero Fantasy di Lucky Peach del
2015 tra cene medievali, piatti surrealisti ispirati ai dipinti di Dalì e
lisergiche degustazioni nei ristoranti di Disneyland, emerge la fantasia dello
chef del Noma René Redzepi, quella, cioè, di una cucina più felice, di uno
spazio di lavoro più comunicativo e meno ostile, in cui i cuochi possano
finalmente interrompere la coazione a ripetere gli atteggiamenti mortificanti a
cui sono stati loro stessi sottoposti per anni. “Chi vuole andare a lavorare
ogni giorno arrabbiato?” si chiede Redzepi che, nello spirito di collaborazione
più volte auspicato sulla rivista, conclude il suo pezzo invitando i lettori a
rispondere con proposte e suggerimenti per cambiare la cultura della
ristorazione.
In tempi più recenti, la pressione e la visibilità mediatica che hanno investito
gli chef sembrano aver legittimato la categoria a interrogarsi per la prima
volta in modo così scoperto e capillare su sé stessa. Gli chef non parlano più
solo di piatti: parlano soprattutto di come essere chef. Molti di loro
appartengono ormai più alla dimensione del fuori che non del dentro; a quella
del davanti – cucinano spesso davanti ai clienti, i loro volti e i loro corpi
sono spesso davanti a videocamere e sugli schermi – più che a quella del dietro.
Credo che in questo nuovo regime di ipervisibilità oltre a essere più esposti,
gli chef siano diventati più vulnerabili. Il cambio di sensibilità ha portato a
rifiutare i vecchi paradigmi e a tentare faticosamente di trovarne dei nuovi, in
una estenuante e continua negoziazione tra la tendenza a replicare comportamenti
malsani e il desiderio di superarli, la stessa in cui è impegnato Carmy nella
terza stagione, in un corpo a corpo massacrante con i suoi fantasmi. Credo sia
riconducile a questa temperie culturale la pubblicazione di Chef Wise. Life
lessons from leading chefs around the world, un curioso volume in cui Shari
Bayer, conduttrice e produttrice del podcast All in the Industry, sul
disvelamento del dietro le quinte del fine dining, convoca alcuni tra gli chef
più celebri nel panorama della ristorazione contemporanea – da Ana Roš a
Virgilio Martínez – interrogandoli intorno ad alcune questioni che hanno a che
fare con il loro modo di percepirsi come chef.
Il risultato è un libro strutturato per nodi tematici – comunicazione,
filosofia, leadership, identità, equilibrio vita-lavoro – affascinante non solo
per la pluralità delle voci coinvolte ma anche per la forma stessa in cui si
articola. Le diverse testimonianze degli chef, presentate come lacerti di
interviste, compongono i frammenti di un’autobiografia collettiva della
categoria, in cui si registrano più ricorrenze che eccentricità. Al tempo stesso
un libro come questo trascende la funzione documentaristica, non è solo un
collage di esperienze e di memorie intorno alla cucina. Sembra piuttosto porsi a
metà tra un testo divinatorio da consultare all’occorrenza in cerca di risposte,
e un prontuario, un manuale che, disegnando il profilo dello chef ideale,
proponga delle coordinate per orientarsi tanto nella scelta dei coltelli quanto
nella messa in discussione della vecchia cultura delle cucine.
> L’archetipo dello chef geniale ma dispotico è stato ormai demitizzato, gli
> chef si scusano per i loro comportamenti violenti e umilianti, mettono in
> discussione le regole che hanno governato per decenni le cucine, aspirano a
> rendere il lavoro più umano.
In The Bear gli chef compaiono anche in una versione mediata, cioè attraverso i
loro cookbook. Se già nelle precedenti stagioni si sono intravisti titoli e
copertine e, anzi, ai cookbook è stata riconosciuta la funzione di espediente
narrativo – basti pensare all’importanza di Noma. La guida alla fermentazione,
sfogliato e citato ossessivamente da Marcus, nella sua maturazione come pastry
chef ‒ nella terza stagione la loro presenza, meno episodica e più costante,
sembra inserirsi nel generale cambio di registro in senso metanarrativo. La
collezione di Carmy è tutt’altro che accessoria o decorativa: attraverso i suoi
libri è possibile decifrare il suo personaggio, rintracciare i passaggi della
sua formazione come chef, le fonti di ispirazione per i suoi piatti, ma anche i
cambiamenti nell’orizzonte della ristorazione e dell’editoria.
I cookbook, infatti, si offrono a una pluralità di letture: funzionano come
documentazione di un periodo storico, come manuali di istruzioni, come testi di
antropologia e storia culturale. Sono dispositivi che operano secondo una
duplice direttrice: da una parte intercettano, cristallizzano e raffigurano i
mutamenti del gusto, delle tendenze e delle sensibilità, dall’altra dirigono la
curiosità, influenzano quello che cuciniamo, il modo in cui pensiamo al cibo ma
anche come ne parliamo e come lo fotografiamo. Sono luoghi di migrazioni
transmediali, su cui si stratificano materiali di natura diversa: disegni, foto,
sia dei piatti che degli ambienti del ristorante e delle persone che ci
lavorano, ma anche mappe, pagine di diario, stralci di appunti. Hanno
un’iconografia che li rende immediatamente riconoscibili e riconducibili a uno
spirito del tempo specifico: nel 2010 le foto dei piatti erano molto staged,
simili ai modelli delle nature morte, nei cookbook di oggi assomigliano più a
tranche de vie: non di rado nell’inquadratura compaiono porzioni del corpo di
chi li ha preparati.
Nel dopoguerra hanno assolto a un fondamentale compito pedagogico: sono stati
strumenti di alfabetizzazione culinaria, di accesso e mediazione verso altre
civiltà gastronomiche – basti pensare al lavoro di Elizabeth David (A book of
Mediterranean Food, 1950; Italian Food, 1954; French Provincial Cooking, 1960),
Claudia Roden (A Book of Middle Eastern Food, 1968; Mediterranean Cookery, 1987;
Arabesque. Sumptuous Food from Morocco, Turkey and Lebanon, 2005) e, in tempi
più recenti, Fuchsia Dunlop, di cui è da poco arrivato in italiano Invito a un
banchetto. Sapori e storie della cucina cinese (2025). Oggi si pongono in
dialogo con i recenti orientamenti dell’editoria: hanno spesso un tono
memorialistico, sono sempre più apprezzati per la voce degli autori, per quello
che emerge della loro vita, spesso sono più personal essay che raccolta di
ricette.
In “The Quest” apparso sul New Yorker nel 2005 Jane Kramer muove dalla sua
ossessione per i cookbook – pile sparse nel suo appartamento su cui favoleggia
pasti che non avrà tempo di preparare: il purè di patate di Joël Robuchon, i
ravioli di zucca di Claudia Roden, la polenta rossa e verde di Marcella Hazan –
per tracciare una storia della loro fruizione. Basandosi sulla sua esperienza e
sulle testimonianze di chef, editori e storici della cucina, Kramer divide i
cookbook in due categorie: quelli che non si ha timore di sporcare con schizzi
di sugo e macchie di grasso e quelli che considera più simili a coffee table
book, non solo per il loro formato, per il loro aspetto patinato, la cura
dell’impaginazione e la ricchezza delle stampe fotografiche, ma, soprattutto,
perché sembrano aver rimpiazzato i cataloghi d’arte come oggetti identificativi
di uno status sociale e culturale che li rende una presenza decorativa
irrinunciabile negli appartamenti newyorkesi.
> I cookbook funzionano come documentazione di un periodo storico, come manuali
> di istruzioni, come testi di antropologia e storia culturale e la loro
> presenza, meno episodica e più costante, nella terza stagione sembra inserirsi
> nel generale cambio di registro in senso metanarrativo.
Uno dei libri più rappresentativi di questa tipologia è sicuramente The French
Laundry Cookbook (1999) che ha segnato uno standard per i celebrity cookbook con
il suo amalgama di elementi autobiografici, fotografie sontuose, stralci della
vita e del ritmo del ristorante, consigli pratici – c’è una pagina tutta
dedicata alle tecniche di taglio delle verdure – e riflessioni filosofiche
sull’importanza della dimensione comunitaria in cucina (Keller è stato tra i
primi a indicare in menù il nome dei produttori degli ingredienti usati nei
piatti). Ovviamente il French Laundry Cookbook è spesso inquadrato nella terza
stagione di The Bear, dove una parte dei libri è nel backoffice del ristorante –
su tutti, come presenza totemica i monumentali cinque volumi di Modernist Bread
‒ un’altra nell’appartamento di Carmy.
Nell’episodio 9 un’inquadratura riprende diverse pile di cookbook affastellati
sul pavimento. Sono i libri che Carmy tiene a casa, verosimilmente quelli che
sente più vicini, meno legati al ristorante. A corroborare questa tesi sono i
titoli stessi. In mezzo ai cookbook dei ristoranti ci sono, infatti, alcune voci
dissonanti. Ci sono alcuni libri inquadrabili nel genere del food writing: c’è
Medium Raw (2010), ideale seguito del bestseller Kitchen Confidential (2000), in
cui Anthony Bourdain traccia una panoramica dell’orizzonte della ristorazione
statunitense degli anni Dieci. C’è The Year of Eating Dangerously: A Global
Adventure in Search of Culinary Extremes del food journalist Tom Parker Bowles –
tra le altre cose figlio della regina Camilla e di Andrew Parker Bowles – che,
incuriosito dalle fobie alimentari dei suoi amici, si imbarca in un’esplorazione
bourdaniana di tutti quei cibi che, considerati pericolosi dalla sua cultura di
appartenenza, fanno parte del canone delle prelibatezze di altre civiltà
gastronomiche. Ancora riconducibile al sottogenere della quête culinaria è
Serious Eater: A Food Lover’s Perilous Quest for Pizza and Redemption (2019),
che racconta la storia di Serious Eats, un blog creato dal giornalista Ed Levine
con l’obiettivo di scoprire e recensire il meglio delle più diverse categorie
del commestibile: dal menù degustazione di Per Se al ramen istantaneo, dagli hot
dog all’omakase di Nobu.
C’è anche un libro piuttosto singolare: Cooking at Home: Or, How I Learned to
Stop Worrying about Recipes (And Love My Microwave) (2021), dello chef David
Chang e dell’attuale critica gastronomica del New York Times Priya Krishna.
Dello stesso Chang mancano i due titoli più noti, il cookbook Momofuku (2009),
comprensivo di ricette e storie provenienti dai ristoranti Noodle Bar, Ssam Bar
e Momofuku Ko, e il memoir Eat a Peach (2022) in cui lo chef americano affronta
la questione della sua salute mentale, soprattutto rispetto al burnout scaturito
dal lavoro in cucina e che Carmy dovrebbe decisamente leggere. La scelta non è
così bizzarra come sembrerebbe: Cooking At Home, infatti, partendo dall’assunto
che raramente gli chef professionisti sono anche bravi cuochi domestici, sia
perché affetti da manie di perfezionismo, sia perché non sono quasi mai a casa
negli orari di preparazione dei pasti, indica scorciatoie e suggerimenti per
ridurre i tempi e mantenere comunque il titolo e la dignità da chef. Una specie
di Elena Spagnol versione due stelle Michelin.
La maggior parte della collezione di Carmy è composta da cookbook che rivelano
le sue origini – Essentials of Classic Italian Cooking (1992) di Marcella Hazan,
che ha introdotto il pubblico americano alla cucina regionale italiana, rendendo
popolari piatti come l’ossobuco e ingredienti pressoché sconosciuti tra cui il
radicchio – e la sua formazione francese-californiana – The Art of Simple Food:
Notes, Lessons, and Recipes from a Delicious Revolution: A Cookbook (2007) di
Alice Waters, la prima chef a strutturare la sua proposta sull’uso delle verdure
di stagione, teorica della filosofia from farm to table. Una buona parte delle
pile è occupata da una categoria specifica di cookbook, quelli legati ai singoli
ristoranti e alle singole personalità degli chef. Come rivela Corey Lee, allievo
di Thomas Keller, nel cookbook del suo ristorante Benu (2015) – che nella stessa
puntata Carmy sfoglia in cerca di suggerimenti – i cookbook dei ristoranti
nascono dall’obiettivo di archiviare, documentare e tramandare una materia di
per sé necessariamente effimera. In relazione a questi aspetti Lee parla di
archiviazione del gusto.
Quelli che compaiono in The Bear appartengono tutti a un ipotetico canone dei
libri che ogni chef, indipendentemente dalla direzione della sua ricerca,
dovrebbe possedere. Spesso sono libri indicati dagli chef stessi come
costitutivi del loro percorso. Alcuni, come Polpo: a Venetian Cookbook (of
sorts) di Norman, Russell (2012) sono diventati oggetti di culto anche per la
ricchezza dell’apparato iconografico, in questo caso evocative fotografie del
paesaggio lagunare e scorci di Venezia. Altri si sono imposti come manifesti di
nuovi approcci alla cucina: si pensi, ad esempio, a Nose to Tail Eating. A Kind
of British Cooking (1999) in cui Fergus Henderson esprime la filosofia che guida
il suo ristorante, St. John a Londra, ovvero l’utilizzo dell’animale in tutte le
sue parti.
Accanto a testi così noti, riconoscibili anche da un pubblico di amatori,
figurano altri libri, non meno apprezzati, la cui influenza si misura però su un
piano più sotterraneo: quei libri che diventano oggetto di collezionismo e di
idolatria soprattutto tra gli chef. Mi riferisco a Organum: Nature Texture
Intensity Purity (2014) – ad oggi introvabile in formato cartaceo, ma presente
nella biblioteca di Carmy – dello chef australiano Peter Gilmore, di cui in The
Bear appare anche un altro cookbook, Quay: Food Inspired by Nature (2010).
Persino Ken Concepcion, chef e proprietario della libreria specializzata in
cookbook Now Serving a Los Angeles, chiamato su Eater a ragionare sulla
collezione di Carmy e sullo stato dell’editoria culinaria, definisce la presenza
di Organum nella serie un grande flex, proprio a causa della sua irreperibilità.
Nello spirito di superamento dei confini tra realtà e finzione che, si è visto
essere la cifra stilistica di questa stagione, Concepcion spiega che Carmy
potrebbe averlo acquistato solo da Kitchen Arts and Letters a New York o da
Omnivore Books a San Francisco. Si vocifera che almeno uno chef newyorkese abbia
tatuato sul braccio il calamaro disegnato che compare nelle illustrazioni
interne del libro.
> Accanto a testi molto noti, riconoscibili anche da un pubblico di amatori,
> figurano altri libri, non meno apprezzati, la cui influenza si misura però su
> un piano più sotterraneo: quei libri che diventano oggetto di collezionismo e
> di idolatria soprattutto tra gli chef.
Nonostante non manchi certo di apprezzamenti da parte dei suoi colleghi – Quay è
più volte entrato nella lista dei World’s 50 Best Restaurants e il cookbook
omonimo è considerato un must-have per gli chef – Gilmore ha vissuto
l’inserimento dei suoi libri in The Bear come un traguardo, un riconoscimento
dell’impatto della sua ricerca sull’universo culturale del food. È questa
un’altra dimostrazione dell’influenza che The Bear ha esercitato sui
professionisti della ristorazione: la prima recensione di Ligaya Mishan come
critica del New York Times, uscita pochi giorni fa e relativa al ristorante
Kabawa, fa esplicito riferimento a The Bear già nelle prime righe; David Chang
ha dedicato le ultime puntate del suo podcast al commento degli episodi; a
livelli meno paludati basta scrollare un po’ su Instagram per imbattersi in reel
di cuochi che replicano le ricette di The Bear – aggiustandole anche di acidità
– o che ne rimettono in scena alcuni momenti, compiacendosi di usare i termini
del kitchen lingo della serie.
Io stessa ho una cartella con gli screenshot delle scene in cui compaiono i
cookbook, a cui torno quando immagino la mia biblioteca culinaria dei sogni. Su
riviste come Eater e Food&Wine tutti gli aspetti di The Bear sono indagati,
esaminati, sezionati: dalla famosa t-shirt bianca di Carmy, al tape verde –
scuola French Laundry – usato per registrare le preparazioni, dalla collezione
di foulard di Sydney ai servizi di ciotole e piatti. Due sono le principali
tipologie discorsive emerse nel racconto mediatico della terza stagione: gli
articoli che puntano a riconoscere e identificare, che si risolvono spesso in
una successione di liste – i ristoranti che appaiono nella serie, i dettagli
sulle pentole e gli utensili usati in cucina – e quelli che interrogano
professionisti della ristorazione sulla attendibilità della serie: quanto è
realistica la lista dei non-negotiables di Carmy? Quanto è verosimile la
gestione delle spese del ristorante? Che peso ha, realmente, una recensione?
Perché non ci sono gli influencer?
È plausibile che un ristorante fine dining accetti di intrattenere i clienti con
soprese personalizzate e piñate? (A quanto pare sì. Sembra che nello staff
dell’Eleven Madison Park, tre stelle Michelin, ci siano alcune figure chiamate
dreamweaver che si occupano della componente magica della cena. Le probabilità
che dietro al modo di intendere il servizio di Richie, tutto improntato
sull’importanza di costruire un ambiente che incoraggi a festeggiare e a
sognare, ci sia l’influenza del ristorante newyorkese sono molto alte e si
spiegano, come al solito, guardando agli easter egg. A dirigere per tanti anni
Eleven Madison Park è stato Will Guidara, autore di Un servizio pazzesco. Il
potere incredibile di offrire una hospitality al di sopra delle aspettative (che
Richie legge con attenzione nella seconda stagione), oltre che marito della
pastry chef Christina Tosi, coproduttore della terza stagione e ospite del
funeral dinner di Ever.
Dopo l’uscita di The Bear ho letto diversi articoli scritti da professionisti
della ristorazione che rivendicavano la loro fruizione della serie come
separata, più autentica e intimamente dolorosa rispetto a quella di tutti noi
che delle cucine conosciamo solo le dinamiche esterne. Noi che riconosciamo lo
chef, sappiamo dove si è formato, qual è il suo piatto signature che non toglie
mai dal menù, ma che ignoriamo le frustrazioni, la pressione, il sovvertimento
dei ritmi di vita, in definitiva la sofferenza di chi è dietro il piatto. Noi
che approdiamo al ristorante per festeggiare, consolarci, sentirci meno soli,
entrare nello sguardo dell’altro e che dal ristorante ci allontaniamo quasi
sempre solo con ricordi piacevoli. Noi che possiamo assistere con divertita
curiosità, senza essere immediatamente assaliti dal panico, alle scene concitate
di The Bear in cui le comande si accumulano, i piatti tornano indietro, le
ordinazioni si sovrappongono, si modificano, le salse bruciano, i toni si
alzano, esplode la rabbia.
Trovo questo punto di osservazione condivisibile. Allo stesso modo penso di
poter affermare con sicurezza che la terza stagione si rivolge finalmente a un
“noi” in cui mi sento del tutto inclusa. È per noi che ci siamo convinti di non
poter vivere senza la prima edizione di White Heat autografata da Marco Pierre
White (è sullo scaffale più alto della mia libreria), per noi che leggiamo con
devozione tutti gli articoli di Eaten, che facciamo i cruciverba a tema
culinario su Vittles, che aspettiamo con ansia i nuovi menù dei ristoranti, che,
facendo nostra la massima “Steal the menu” del critico gastronomico Raymond
Sokolov, li rubiamo con disinvoltura, li collezioniamo e ora siamo pieni di menu
gelosamente custoditi, noi che già a una prima occhiata siamo in grado di dire
se quel piatto è troppo 2015, che compulsiamo per ore i subreddit Ask food
historian. La nostra scalcagnata, piratesca e ipercitazionista comunità di
kitchen geek è finalmente diventata cool.
L'articolo Lo chef come artista proviene da Il Tascabile.