Guerra in Iran: chi è Ghalibaf, l’interlocutore intransigente che tratterà con Usa e Israele. “Trump vuole la fine del conflitto entro il 9 aprile”

Il Fatto Quotidiano - Tuesday, March 24, 2026

Oltre tre settimane di attacchi senza che Stati Uniti o Israele abbiano ancora prevalso contro il regime degli ayatollah. Che è certamente indebolito, ma ancora piedi. E che ha bloccato lo Stretto di Hormuz, innescando una crisi energetica mondiale. Sul fronte diplomatico, però, pare che tra Washington e Teheran siano state avviate prove di negoziati e che addirittura in settimana si terrà a Islamabad, in Pakistan, l’incontro tra il vicepresidente Usa JD Vance, la figura più alta dell’amministrazione Usa contraria al conflitto, e Mohammad Bagher Ghalibaf, capo del Parlamento di Teheran, figura chiave sempre più di spicco in un sistema di potere frammentato e sotto pressione estrema. I Paesi che hanno mediato per l’incontro sono Egitto, Turchia e Pakistan, e nella delegazione Usa ci saranno anche gli inviati della Casa Bianca, Steve Witkoff e Jared Kushner. A ipotizzare i tempi brevi delle trattative è il quotidiano israeliano Ynet: Washington, scrive riportando quanto riferito da un funzionario israeliano, ha fissato il 9 aprile come data obiettivo per la fine della guerra, lasciando circa 21 giorni per la prosecuzione dei combattimenti e dei negoziati. La fine della guerra entro questa data potrebbe consentire a Trump di visitare Israele nel giorno dell’Indipendenza (che quest’anno si celebra il 22 aprile) per ricevere il Premio Israele, ha concluso il funzionario. Secondo fonti americane, l’Iran si è dichiarato disponibile a trattare, ma pone condizioni rigorose: un cessate il fuoco immediato, garanzie contro futuri attacchi e compensazioni, tutte al momento respinte da Washington. Gli Stati Uniti sperano che l’Iran accetti limitazioni importanti, tra cui l’azzeramento dell’arricchimento dell’uranio, la riduzione della capacità missilistica e la smilitarizzazione di centrali nucleari chiave. Fonti della Casa Bianca sottolineano però che Teheran ha già rifiutato in passato condizioni simili, rendendo le trattative ancora delicate e incerte. E mentre altri Marines vengono spostati in Medio Oriente di fatto nulla si sa delle condizioni della nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei.

Chi è Mohammad-Bagher Ghalibaf

Fino al 23 marzo, il presidente del parlamento iraniano Mohammad-Bagher Ghalibaf, aveva smentito che fossero in corso negoziati con gli Stati Uniti e che lui stesso fosse coinvolto, parlando di “notizie false per manipolare i mercati“. E ha aggiunto: “Il mondo o sta dalla parte di Gaza e contro questo regime di terrore coloniale, oppure si schiera con la classe di Epstein e i torturatori di bambini. Non ci sono vie di mezzo”. Nonostante l’intransigenza e la vicinanza politica e idologica ad Ali Khamenei, è stato individuato da Washington come possibile interlocutore. Già prima dell’inizio del conflitto, il New York Times scriveva di una leadership iraniana che si preparava alla mobilitazione di forza e anche alla sua sopravvivenza politica e di come – in caso di morte di Ali Khamenei, poi ucciso nel primo giorno di raid – Ali Larijani (il cui decesso è stato confermato la scorsa settimana) fosse in cima nell’elenco di candidati per la gestione della Repubblica islamica. Dopo di lui, Ghalibaf.

L’interesse dei media dei paesi arabi del Golfo per la vera governance dell’Iran in questo momento di incertezze emerge con chiarezza dalle analisi pubblicate dal quotidiano saudita Al Sharq Al Awsat e dall’emittente qatarina Al Jazeera. L’articolo di Al Sharq Al Awsat descrive Ghalibaf come una personalità di importanza cruciale in questa fase decisiva. Dopo gli attacchi di americani e israeliani che hanno eliminato figure di primo piano – a partire dall’uccisione del Guida Suprema alla fine di febbraio 2026 – Ghalibaf emerge come il principale “ponte” tra le élite politiche, di sicurezza e religiose. Con un background che spazia dal comando nelle Guardie rivoluzionarie durante la guerra Iran-Iraq, al ruolo di capo dell’aviazione del Corpo, capo della polizia nazionale (2000-2005), sindaco di Teheran per oltre un decennio (2005-2017) e presidente del Parlamento dal 2020, Ghalibaf combina esperienza militare, amministrativa e politica. Considerato da sempre vicino al defunto Khamenei e ora al figlio Mojtaba, ha adottato un linguaggio di sfida intransigente: in discorsi televisivi e su X ha minacciato il presidente americano Donald Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu di “colpi devastanti” tali da farli “implorare”, accusandoli di aver oltrepassato la “linea rossa” e promettendo vendetta per l’attacco che ha decapitato la leadership iraniana.

Al Jazeera, in articolo intitolato ‘Chi governa davvero l’Iran?‘ delinea un quadro più ampio e complesso: il potere non è più concentrato in un’unica figura carismatica o centralizzata, ma si è trasformato in un’alleanza funzionale nata sotto il fuoco della guerra. Mojtaba Khamenei garantisce continuità simbolica e legittimità religiosa attraverso messaggi scritti che insistono sulla stabilità, sulla conferma degli incaricati del padre “fino a nuovo ordine”, sull”’economia della resistenza” e sull’unità nazionale. Teoricamente, il giovane Khamenei come Guida Suprema detiene l’ultima parola su forze armate, politica estera, guerra e pace. Tuttavia, nel pieno del conflitto, il centro decisionale operativo è dominato dai Guardiani della Rivoluzione, che mantengono resilienza e adattamento decentralizzato nonostante gravi perdite tra i comandanti. Il governo gestisce l’amministrazione quotidiana per evitare il collasso istituzionale, mentre Ghalibaf emerge come la figura civile più visibile e influente.

L’eliminazione di mediatori tradizionali come Ali Larijani (ex segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, ucciso in un attacco israeliano) ha ristretto lo spazio per figure equilibrate e trasversali, favorendo invece chi parla la lingua della rappresaglia e della mobilitazione, sottolinea l’emittente. Ghalibaf ha riempito questo vuoto con comunicati che vanno oltre il ruolo da capo di un parlamento: su X ha evocato un cambiamento irreversibile nello status quo dello Stretto di Hormuz, dichiarato operativa l’”equazione occhio per occhio”, deriso le affermazioni americane sul presunto smantellamento delle capacità missilistiche iraniane e promesso che il popolo genererà “migliaia” di figure come Larijani. Questa retorica di deterrenza e mobilitazione, unita al suo percorso unico (dalle strutture di potere alle istituzioni civili), lo rende particolarmente adatto al ruolo attuale. In sintesi, a circa quattro settimane dall’inizio dell’offensiva Usa-Israele, leadership non è più un vertice unico, ma un’alleanza funzionale tra legittimità religiosa (Mojtaba Khamenei), potenza militare e di sicurezza (Guardie Rivoluzionarie) e voce politica di primo piano (Ghalibaf), con il governo a tenere in piedi l’amministrazione ordinaria. È un equilibrio nato sotto il fuoco della guerra, che determinerà il destino del paese in una delle sue fasi più critiche della sua storia, con Ghalibaf che si afferma come il principale attore civile in grado di navigare tra repressione interna, resistenza esterna e sopravvivenza del regime.

I mediatori

Quello di Islamabad è un “delicato gioco di equilibrismo diplomatico”, ha scritto nei giorni scorsi il giornale pakistano The Express Tribune, parlando del “coinvolgimento dell’Iran ai più alti livelli” e “al contempo dell’impegno strategico di vecchia data con l’Arabia Saudita“. Di recente sono stati nella monarchia del Golfo sia il capo dell’Esercito pakistano, Asim Munir, sia il premier Shehbaz Sharif, che a Gedda il 12 marzo ha incontrato il principe ereditario Mohammed bin Salman. E Asim Munir, secondo due fonti del Financial Times, ha parlato con Donald Trump. Ci sono poi la Turchia e l’Egitto. Il vicepremier e capo della diplomazia pakistana, Ishaq Dar, ha sentito oggi il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, dopo aver parlato ieri con il collega egiziano, Badr Abdelatty. E secondo le fonti del Ft, funzionari pakistani di alto grado stanno facilitando i contatti tra Teheran e l’inviato di Trump, Steve Witkoff, e il genero del presidente Usa, Jared Kushner. Stando a un diplomatico citato dal giornale, Ishaq Dar ha confermato agli omologhi arabi riuniti la scorsa settimana a Riad che Islamabad è impegnata nella mediazione tra Usa e Iran. Per ora continuano a mancare certezze sulla fine del conflitto.

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