I colloqui tra Stati Uniti e Iran rischiano di fallire prima ancora di
cominciare. Washington, secondo fonti statunitensi ad Axios, avrebbe infatti
respinto le ultime richieste di Teheran, facendo saltare l’incontro previsto per
venerdì tra l’inviato Usa, Steve Witkoff, e il ministro degli Esteri iraniano,
Abbas Araghchi. E a rendere ancora più teso il clima sono le parole di Donald
Trump che avverte la guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei: “Direi
che dovrebbe essere molto preoccupato“, ha detto il presidente Usa in
un’intervista a Nbc News.
I negoziati, nati per scongiurare un nuovo attacco americano contro il regime,
sono pertanto in bilico. “Il divario tra le parti è troppo ampio e non può
essere colmato”, ha spiegato un funzionario israeliano a Ynet, al termine di una
giornata di incertezze sul formato dei colloqui, sui temi da affrontare, perfino
sulla sede dell’incontro. I colloqui però non sarebbero ancora definitivamente
saltati. Stando a fonti americane di Axios e Channel 12, Witkoff e il genero di
Trump, Jared Kushner, dovrebbero recarsi giovedì in Qatar, al termine della
tappa di Abu Dhabi per la crisi ucraina, proprio per discutere della situazione
con l’Iran. E poi rientrare a Miami senza proseguire per l’Oman dove avrebbero
dovuto incontrare gli emissari di Teheran. Tuttavia, hanno sottolineato i
funzionari statunitensi, “se gli iraniani sono disposti a tornare al formato
originale, gli Stati Uniti sono pronti a incontrarsi già questa settimana o la
prossima”.
Dopo un mese di minacce da parte di Trump, che prima ha intimato agli ayatollah
di cessare la repressione violenta delle proteste e poi ha spostato il focus sul
dossier nucleare iraniano, sembrava che i colloqui dovessero tenersi
inizialmente venerdì a Istanbul con la partecipazione di altri Paesi arabi e
musulmani. Teheran aveva poi chiesto di spostarli in Oman e le agenzie iraniane
avevano dato per certo il trasferimento dell’incontro a Muscat, mentre dagli
Stati Uniti non era giunta alcuna conferma. “Pensavamo di aver stabilito un
formato che era stato approvato in Turchia. Era creato da diversi partner che
intendevano prendervi parte. Poi ho visto che gli iraniani non erano d’accordo”,
ha spiegato il segretario di Stato Marco Rubio in conferenza stampa a
Washington, aggiungendo che la questione della sede era “ancora in via di
discussione”. “Se gli iraniani vogliono incontrarci, siamo pronti”, aveva quindi
ribadito.
Ma, al di là della sede dei colloqui, ad accrescere le distanze tra le
rispettive posizioni sarebbe stata soprattutto l’agenda sul tavolo. L’Iran aveva
chiesto che i negoziati fossero esclusivamente bilaterali – senza la presenza di
Paesi terzi – e si limitassero al solo dossier nucleare e delle scorte di uranio
arricchito di cui dispone, mentre gli Stati Uniti hanno insistito per mettere
sul tavolo anche il programma dei missili balistici e il finanziamento delle
milizie filo-iraniane nella regione, da Hezbollah alla Jihad islamica
palestinese fino agli Houthi yemeniti. “Affinché i colloqui con l’Iran portino a
qualcosa di significativo, dovrebbero includere certi elementi, a cominciare
dalla discussione sui suoi missili balistici, il suo sostegno alle
organizzazioni terroristiche nella regione, il programma nucleare e il
trattamento riservato alla sua popolazione”, ha ribadito Rubio ricevendo il no
della Repubblica islamica: “La questione principale è la questione nucleare
iraniana – ha fatto sapere il regime – e una delle richieste più importanti
dell’Iran è la revoca delle sanzioni statunitensi”.
L'articolo In bilico i negoziati Usa-Iran, saltano i colloqui di venerdì. Trump:
“Khamenei dovrebbe essere molto preoccupato” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’esercito statunitense ha abbattuto un drone iraniano che si stava avvicinando
alla portaerei Abraham Lincoln nel Mar Arabico. Lo scrive il Times of Israel
citando un funzionario statunitense che lo ha riferito alla Reuters, secondo cui
il drone iraniano Shahed-139 stava volando verso la portaerei ed è stato
abbattuto da un caccia statunitense F-35.
La notizia è stata confermata dal Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom)
che ha dichiarato che un caccia della Marina statunitense ha abbattuto il drone.
Secondo il Centcom, il drone si è avvicinato “in modo aggressivo” alla portaerei
con “intenzioni poco chiare” e ha continuato a dirigersi verso la nave
nonostante le misure di de-escalation adottate dalle forze statunitensi operanti
in acque internazionali.
L’esercito americano ha riferito che l’abbattimento è avvenuto poche ore dopo un
altro episodio in cui forze iraniane hanno tentato di fermare una nave
mercantile battente bandiera statunitense e con equipaggio americano nello
Stretto di Hormuz. Il drone, identificato come uno Shahed-139, è stato distrutto
da un caccia F-35C imbarcato sulla Lincoln, che al momento dell’incidente si
trovava a circa 800 chilometri dalla costa meridionale dell’Iran. Non si
registrano feriti tra il personale statunitense, né danni alle attrezzature.
L’episodio avviene a pochi giorni dall’annunciata ripresa dei colloqui tra i due
Paesi a Istanbul.
L'articolo Usa abbattono drone iraniano che si stava avvicinando alla portaerei
Abraham Lincoln nel Mar Arabico proviene da Il Fatto Quotidiano.
È sotto controllo l’incendio che stamani ha distrutto un bazar, un mercato
coperto con circa 200 attività, nella zona occidentale della capitale iraniana
Teheran. Lo ha confermato in dichiarazioni alla tv di Stato il portavoce dei
Vigili del Fuoco. Secondo l’agenzia iraniana il responsabile dei servizi
d’emergenza nella capitaleIsna, che cita Non vengono segnalate vittime, riporta
l’agenzia iraniana Isna, citando il responsabile dei servizi d’emergenza nella
capitale. L’incendio, secondo i media locali, è scoppiato in una struttura di
2mila metri quadrati che ospitava diverse attività commerciali.
L'articolo Iran, maxi incendio in un bazar nella zona occidentale di Teheran:
distrutte 200 attività proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mehdi Mahmoudian, co-sceneggiatore di Un semplice incidente di Jafar Panahi
(nella foto), vincitore della Palma d’oro a Cannes e candidato a due premi
Oscar, tra cui Miglior sceneggiatura originale e Miglior film internazionale, è
stato arrestato a Teheran dopo aver firmato una dichiarazione che condanna le
azioni di Ali Khamenei, leader della Repubblica islamica dell’Iran. Sono stati
arrestati anche altri due firmatari della dichiarazione, Vida Rabbani e Abdullah
Momeni.
Tra i 17 firmatari figurano anche Panahi (recentemente condannato per
“propaganda contro lo Stato”), Mohammad Rasoulof, regista del film candidato
all’Oscar Il seme del fico sacro (che ha scelto l’esilio dopo arresti e
carcere), il premio Nobel per la pace Narges Mohammadi e Nasrin Sotoudeh,
vincitrice del Premio Sacharov per la libertà di pensiero. Al momento, non ci
sono informazioni confermate sull’autorità che ha effettuato l’arresto o sulle
accuse a carico degli arrestati.
“Quarantotto ore prima del suo arresto, abbiamo parlato al telefono e poi ci
siamo scambiati alcuni messaggi – ha commentato Panahi, che ha trascorso sette
mesi in carcere con Mahmoudian -. Gli ho inviato il mio ultimo messaggio alle
quattro del mattino. A mezzogiorno del giorno dopo, non ho ricevuto risposta. Mi
sono preoccupato e ho contattato amici comuni; nessuno di loro aveva sue
notizie. Poche ore dopo, la BBC Persiana ha annunciato ufficialmente che Mehdi
Mahmoudian, insieme ad Abdollah Momeni e Vida Rabbani, erano stati arrestati.
Mehdi Mahmoudian non è solo un attivista per i diritti umani e un prigioniero di
coscienza; è un testimone, un ascoltatore e un raro esempio di moralità”. Panahi
conosce bene la durezza delle carceri iraniane e la parzialità delle sentenze
per cui per anni dal regime iraniano gli è stato imposto di “viaggiare, dare
interviste, fare film”.
L'articolo Arrestato in Iran lo sceneggiatore Mehdi Mahmoudian, ha scritto con
Jafar Panahi Un semplice incidente proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è un odore che percepisco, che non riesco a scrollarmi di dosso, un odore che
non dovrebbe appartenere a nessuna cronaca, a nessun racconto di vita. È l’odore
del sangue fresco che si mescola alla polvere delle strade di Teheran, un
profumo ferroso, amaro, che buca lo schermo del cellulare ogni volta che apro un
video arrivato clandestinamente. Ricevere questi messaggi dagli iraniani rimasti
là, o dai dissidenti che gridano aiuto dall’estero, è diventato un rito
quotidiano di dolore. “Parla di noi”, mi scrivono. “Non lasciate che il nostro
sangue scorra nel silenzio”. E io resto qui, con il cuore che batte al ritmo dei
colpi di fucile che sento in sottofondo, consapevole che ogni notifica potrebbe
essere l’ultimo respiro di una vita spezzata.
Siamo davanti a un massacro senza precedenti. Non ci sono più parole per
descrivere la crudeltà degli ayatollah, se non quella di un regime che ha deciso
di dichiarare guerra alla sua stessa gente.
Non è più il tempo del timore, perché la morte ideologica imposta dal regime è
diventata più insopportabile della morte fisica stessa. Questa è la fine del
potere degli ayatollah, quando un popolo smette di temere il martirio è perché
ha già vissuto l’inferno della sottomissione. Cadere in piazza oggi significa
nascere davvero, fuggendo a quel silenzio tombale che per 47 anni è stato
l’unica legge. Oggi si è superato il limite dell’umana comprensione. Nelle città
iraniane, i cadaveri vengono ammucchiati dentro sacchi neri di plastica. File
interminabili di polietilene scuro che nascondono sogni, studi, amori, speranze.
E sopra quei sacchi, un numero. Un maledetto numero scritto col gesso o con un
pennarello.
Pensavamo che il tempo in cui un essere umano venisse identificato con un numero
fosse finito con gli orrori dei campi di sterminio che hanno segnato il secolo
scorso. Invece, nel 2026, la Repubblica Islamica ci riporta esattamente lì, in
quell’abisso di disumanizzazione che fa inorridire l’anima. I familiari vagano
tra questi sacchi, cercando un volto, una mano, un segno di riconoscimento. È
un’immagine che strappa la carne: una madre o un padre che aprono un sacco nero
per scoprire se il numero 42 o il numero 108 appartenga a quel figlio che non è
tornato a cena.
Mi chiedo e non da oggi, come ci si senta a governare un Paese che non ti
riconosce, che ti odia con ogni fibra del suo essere, che ti vede solo come il
proprio carceriere? Per favore non chiamiamola più ‘guida suprema’. Perché una
guida ispira, una guida protegge. Lui è solo un macellaio, un uomo che ha
trasformato un’intera nazione in un mattatoio a cielo aperto.
Ha fatto arrivare militari da ogni dove, mercenari addestrati a sparare a vista
a chiunque si trovi sulla strada, che sia una donna che sventola un velo, che
accende la sigaretta con un foglio con la sua immagine o un anziano che cerca il
pane. Ma si può uccidere un’intera generazione? Siamo tornati al punto di non
ritorno e da oggi, non si può più continuare a comandare col terrore quando la
stragrande maggioranza della popolazione non si rispecchia più in quei vestiti
neri e in quelle leggi medievali.
In questo scenario apocalittico, dove la morte sembra l’unica certezza, è nata
però una speranza che non si può spegnere. È una speranza che ha un nome e un
volto: quello di Reza Pahlavi. Ovunque in Iran, dalle periferie più povere ai
centri universitari, stanno invocando il suo ritorno. I video che filtrano
attraverso la censura sono un coro unanime di “Javid Shah”, viva lo Shah. È una
presa di coscienza collettiva che ha superato le vecchie divisioni. Anche chi
era confuso, anche chi temeva che Reza figlio avrebbe ricalcato le ombre del
padre, oggi ha capito. Oggi sanno che lui è l’unico futuro possibile, l’unica
figura capace di garantire una transizione civile verso la democrazia, l’unico
simbolo di un’unità nazionale che il regime ha cercato di distruggere per
decenni.
Ma c’è un’altra rabbia che mi ferma il respiro: la complicità di chi sceglie il
silenzio. È una rabbia gelida che nasce nel vedere come l’indifferenza del mondo
diventi il miglior alleato dei carnefici. È quel silenzio assordante di chi, in
Occidente, cerca ancora di negoziare con questo regime criminale. Ogni accordo
economico, ogni trattativa diplomatica con questi assassini è un insulto al
sangue versato nelle strade di Teheran, Mashad, o Isfahan. Chi tace è complice.
Chi negozia è complice. Non si può negoziare con chi prende la mira sul futuro.
Dalle strade di Roma alle metropoli di tutto il pianeta, l’urlo del popolo
iraniano è diventato un incendio che nessuno può più spegnere. Il mondo ha
smesso di essere spettatore. Ogni piazza, ogni grido, ogni bandiera che sventola
è un territorio sottratto al silenzio complice e restituito alla libertà.
Manifestazioni di protesta fioriscono ovunque, portando in piazza i colori della
bandiera con il Leone e il Sole, simbolo di un Iran che non si arrende. Sabato
31 gennaio sarà il giorno della verità. Ci saranno manifestazioni in molte
città, ma la più grande sarà a Roma con un corteo che partirà da Piazzale Ugo La
Malfa alle ore 14.00. Io sarò lì. Parteciperò con tutto il mio dolore e tutta la
mia speranza. Sarò lì per gridare “No alla Repubblica Islamica”, per dire che
non abbiamo paura, per onorare quei numeri scritti sui sacchi neri e
trasformarli di nuovo in nomi, in storie, in persone. L’Iran merita di
respirare. Sabato saremo la voce di chi non può più urlare.
L'articolo Dall’Iran mi scrivono: quei sacchi neri coi cadaveri ‘parlano di
noi’. La nazione ridotta a mattatoio proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’armada di Donald Trump sembra pronta ad attaccare l’Iran, ma il tycoon ne
farebbe a meno, se solo arrivasse qualche segnale di “buona volontà” da Teheran,
specialmente sul nucleare. Un segnale che potrebbe arrivare oggi dalla Turchia.
Il presidente americano ha infatti incaricato Ankara – che ha il secondo
esercito per numero di soldati e droni della Nato – di tentare una mediazione.
La Turchia, Paese musulmano non arabo confinante con l’Iran e con più di 80
milioni di abitanti, non si è fatta pregare e ha subito accettato l’incarico. Lo
ha fatto da una parte per contraccambiare il favore di Trump, che sta sostenendo
l’ex tagliagole jihadista al Jolani oggi presidente ad interim della Siria con
il nome originale di Ahmed al Shaara, in realtà un burattino nelle mani
dell’autocrate turco Recep Tayyip Erdogan, dall’altra per sfoggiare il proprio
ruolo di potenza regionale, e, ultimo ma non ultimo, per vantare un credito con
Teheran sulla questione curda.
Ieri il ministro degli Esteri Hakan Fidan ha incontrato Tom Barrack,
l’ambasciatore degli Stati Uniti in Turchia nonché l’inviato del presidente
degli Stati Uniti per la Siria. Colui che ha reso pubblica la volontà di Trump
di tradire i curdi del Rojava, l’amministrazione autonoma democratica,
comunitaria e confederalista del nord-est Siria, alleata degli Usa contro l’Isis
fino all’offensiva dell’esercito nazionale di al-Sharaa partita a metà gennaio.
Trump non ha avuto alcuna remora nel lasciare Kobane e il resto del Rojava
assediato dalle milizie jihadiste siriane e turche che stanno osservando in modo
molto blando, per usare un eufemismo, il cessate il fuoco e hanno ridotto il
Rojava a un’area ormai molto limitata e costretto i suoi difensori, le Syrian
Democratic Forces, a ripiegare.
Secondo fonti diplomatiche citate dall’agenzia statale Anadolu (AA), l’incontro
si è concentrato, per l’appunto, sui recenti sviluppi in Siria e sugli sforzi
per ridurre le tensioni tra Stati Uniti e Iran.
Oggi Fidan ospiterà il suo omologo iraniano Abbas Araqchi. Fonti ministeriali
citate da AA hanno indicato che Fidan dovrebbe sottolineare che le relazioni
Turchia-Iran sono fondamentali per la sicurezza, la stabilità e la prosperità.
,Ma durante il colloquio, Fidan sottolineerà il presunto ruolo del Partito della
“Vita Libera del Kurdistan” (PJAK) nelle recenti proteste avvenute in Iran che
hanno scatenato la più sanguinosa reazione del regime teocratico con circa
trentamila morti, molti proprio nel Kurdistan iraniano.
Dopo aver di fatto annichilito l’inedito esperimento sociale autonomo
democratico, socialista e confederalista del Rojava, basato sulla visione di
Abdullah Ocalan, ora la Turchia vuole “neutralizzare completamente”, come ha
sottolineato Fidan, il PJAK, anch’esso un affiliato del Partito dei Lavoratori
del Kurdistan (PKK) fondato da Ocalan. Secondo Fidan è una necessità urgente per
la sicurezza dell’Iran. Il sultano Erdogan, con il suo proverbiale cinismo,
questa volta sfrutta la carta negoziale per annichilire anche i curdi iraniani
ispirati dal Pkk. E meno male che in Turchia il sultano sta facendo finta di
trattare una sorta di pace con Ocalan, all’ergastolo da più di vent’anni. Anche
se il PKK rimane nella lista delle organizzazioni terroristiche.
L'articolo Iran, proseguono i colloqui con i mediatori turchi (su mandato Usa):
Erdogan vuole un credito per la questione curda proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Abbiamo molte navi molto grandi e molto potenti che salpano per l’Iran in
questo momento, e sarebbe fantastico se non dovessimo usarle”. Lo ha detto il
presidente degli Stati Uniti Donald Trump, parlando con i cronisti. “All’Iran –
ha aggiunto il presidente Usa – ho detto due cose: stop al nucleare e basta
uccidere manifestanti”
L'articolo Trump: “Navi Usa verso l’Iran, sarebbe fantastico se non dovessimo
usarle” proviene da Il Fatto Quotidiano.
La pistola è puntata contro l’Iran e potrebbe presto diventare fumante: il
fattore Trump resta imprevedibile. L’escalation ha raggiunto livelli di massima
gravità mentre Mosca tenta di impedire che si chiuda definitivamente l’ultima
finestra negoziale. La macchina diplomatica del Cremlino è operativa per
scongiurare una nuova esplosione nella polveriera mediorientale mentre portaerei
e gruppi d’attacco statunitensi si avvicinano all’Iran, con l’obiettivo
dichiarato di provocare la caduta del regime degli ayatollah. Putin ha fatto
sapere di seguire con attenzione l’evolversi della situazione a Teheran –
l’alleato con cui ha stretto l’ultimo trattato di partenariato strategico
ventennale un anno fa, nel gennaio 2025 – riferendolo all’omologo emiratino
Mohammed bin Zayed Al Nahyan, con il quale intende discuterne durante colloqui.
“Dobbiamo concentrarci principalmente sui meccanismi negoziali”. Il portavoce
del Cremlino Dmitry Peskov ha affermato ieri che il potenziale per i colloqui
tra Stati Uniti e Iran non si era ancora esaurito: poiché ogni intervento può
creare “caos” in tutto il Medio Oriente, conseguenze catastrofiche “in termini
di destabilizzazione del sistema di sicurezza in tutta la regione”, “Continuiamo
a chiedere a tutte le parti di dar prova di moderazione e di rinunciare a
qualsiasi uso della forza per risolvere i problemi”.
Ma il Cremlino lavora su un doppio binario, preparandosi ad ogni evenienza.
Alexei Likhachev, a capo del gigante nucleare statale russo, ha reso noto che la
Russia è pronta a evacuare il proprio personale dalla centrale nucleare iraniana
di Bushehr se necessario: centinaia di cittadini russi lavorano nella struttura
– l’unica centrale atomica operativa, costruita da Mosca, nel territorio degli
ayatollah. “Ci auguriamo sinceramente che le parti in conflitto rispettino i
loro impegni riguardo all’inviolabilità di questo territorio”. Likhachev già lo
scorso giugno aveva riferito che un attacco statunitense al sito avrebbe
innescato una catastrofe paragonabile a quella di Chernobyl del 1986 – un monito
che tutti ricordano ora, dopo che Trump ha avvertito le autorità iraniane che,
in assenza di colloqui e accordi, questo attacco sarà “molto peggiore” del
precedente. “Stiamo tenendo il polso della situazione e, in collaborazione con
il ministero degli Affari Esteri e il ministero della Difesa, saremo pronti a
mettere in atto misure di evacuazione se necessario” ha dichiarato Likhachev
all’agenzia statale Tass.
L'articolo Iran, il Cremlino pronto a evacuare il proprio personale dalla
centrale nucleare di Bushehr proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il Pentagono ha presentato a Donald Trump una lista ampliata delle possibili
opzioni militari contro l’Iran, per colpire i siti dei programmi nucleari e
missilistici ma anche per indebolire il leader supremo Ali Khamenei. Ma per il
presidente Usa “si spera” non sarà necessario il ricorso alle forze armate.
“Abbiamo molte navi molto grandi e molto potenti che stanno navigando verso
l’Iran proprio ora, e sarebbe fantastico se non dovessimo usarle”, ha dichiarato
il Tycoon. E’ il New York Times a rivelare l’aumento del numero di opzioni sul
tavolo della Casa Bianca. Fino a due settimane l’obiettivo si sarebbe limitato
allo solo allo stop della violenta repressione delle proteste contro il regime.
Ora invece si valutano raid delle forze americane contro siti iraniani dei
programmi nucleari e missilistici, o per indebolire il leader supremo Ali
Khamenei fomentando le proteste. In questo momento, insieme ai suoi consiglieri,
Trump non esclude neppure un blitz per realizzare un cambio di governo. La
soluzione diplomatica resta praticabile, ma Trump ora adotta un approccio simile
a quello che ha usato per il Venezuela, scrive il quotidiano americano.
L'articolo Iran, NYT: “Trump valuta il cambio di regime stile Venezuela”. Il
tycoon: “Navi Usa verso Teheran, spero di non doverle usare” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
L’annuncio è arrivato da Kaja Kallas. “La repressione non può restare senza
risposta – ha scritto sui social l’Alto rappresentante per la politica estera
dell’Ue -. I ministri degli Esteri dell’Ue hanno appena compiuto il passo
decisivo di designare la Guardia rivoluzionaria iraniana come organizzazione
terroristica. Ogni regime che uccide migliaia di suoi concittadini sta lavorando
per la propria rovina”. E’ emerso “il consenso” sulla definizione dei pasdaran
come organizzazione terroristica ma “questo non significa che non si debba
dialogare” con Teheran, ha detto il ministro degli Esteri Antonio Tajani a
margine del Consiglio esteri riunito a Bruxelles. A far cambiare linea
all’Italia, ha spiegato il capo della Farnesina, sono state “le migliaia e
migliaia di morti che ci sono stati, trenta mila forse non sappiamo. Si parla di
una carneficina, se a Gaza sono ci sono stati sessanta mila morti e in Iran
trenta mila allora è una situazione paragonabile a Gaza, e davanti a tutto
questo per forza dovevamo avere un atteggiamento di condanna”.
Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha definito la decisione “un
grave errore strategico“. “Diversi Paesi stanno attualmente tentando di evitare
lo scoppio di una guerra totale nella nostra regione. Nessuno di loro è europeo.
L’Europa è invece impegnata ad alimentare il fuoco”, ha affermato il capo della
diplomazia di Teheran in un messaggio su X. “Dopo aver perseguito la strategia
dello ‘snapback’ (ovvero il ripristino delle sanzioni nucleari, ndr) su
richiesta degli Stati Uniti, sta ora commettendo un altro grave errore
strategico, definendo le nostre forze armate nazionali come una presunta
‘organizzazione terroristicà”, ha dichiarato ancora Araghchi. “Inoltre, poiché
il continente subirà sicuramente un massiccio impatto da una guerra totale nella
nostra regione, tra cui le conseguenze a catena dell’aumento dei prezzi
dell’energia, l’attuale posizione dell’Ue è profondamente dannosa per i suoi
stessi interessi”, ha aggiunto il ministro iraniano.
Una prima risposta è già arrivata. Press Tv ha reso noto che le forze navali dei
Pasdaran terranno esercitazioni militari con navi di guerra nello Stretto di
Hormuz i prossimi 1 e 2 febbraio. L’esercitazione potrebbe potenzialmente
interrompere il traffico in una rotta attraverso la quale passa il 20% di tutto
il petrolio mondiale. Lo stretto di Hormuz è infatti la rotta di esportazione
petrolifera più importante al mondo e collega i maggiori produttori di petrolio
del Golfo, come Arabia Saudita, Iran, Iraq ed Emirati Arabi Uniti, con il Golfo
di Oman e il Mar Arabico.
L'articolo Iran, Kallas: “Pasdaran inseriti nelle lista delle organizzazione
terroristiche dell’Ue”. Teheran: “Grave errore strategico” proviene da Il Fatto
Quotidiano.