Tag - Iran

Enzo Bianchi: “Il movimento pacifista si è indebolito. Da Papa Leone XIV avrei voluto una parola più chiara sui conflitti in corso”
“Per la pace è tempo di creare nuove forme di protesta, più efficaci dei cortei. In Palestina si continua a morire ma più nessuno protesta. È vergognoso!”. Nell’ultimo mese ha rischiato la vita a causa dei gravi problemi di salute che lo accompagnano ma all’indomani di una giornata dedicata a padre David Maria Turoldo, organizzata a Casa della Madia, è di nuovo ai fornelli. Enzo Bianchi, il fondatore della Comunità di Bose e della nuova fraternità ad Albiano d’Ivrea, 83 anni compiuti lo scorsi tre marzo, passa la giornata tra la cucina (la sua grande passione) e la sua cella dove studia, prega, legge attentamente i quotidiani e ha contatti con amici credenti e non, di ogni parte del mondo. Maglione rosso, giacca con la penna rigorosamente nel taschino, scarpe comode, barba bianchissima stile stubble ben curata, lo si riconosce dall’inconfondibile voce: “Oggi sto preparando del gulasch che ho imparato a fare in Ungheria sul lago Balaton. Senta, senta che profumo…”. Sul tavolo la paprika, cumino, aglio, pomodoro e i quotidiani. “Sabato scorso ho cucinato turco, spesso preparo piatti indiani, cinesi: mangiare diversificato secondo gli incontri che ho fatto con le genti arricchisce, offre la possibilità di dialogo”. Fratel Enzo, assistiamo da giorni a nuovi conflitti, ma non si vedono reazioni. Che fine ha fatto il pacifismo? Si è molto indebolito. Purtroppo il movimento pacifista segue sempre delle ondate di entusiasmo che si accendono di fronte ai fatti di cronaca ma poi cade nell’oblio. Pensi alla Palestina: di fronte al genocidio di Gaza c’è stato un coro di proteste ma ora più nulla. La mia generazione e quella degli anni Settanta erano abituate ai cortei ma forse ci si è stancati di queste forme. Chiediamoci: queste manifestazioni generano educazione alla pace, alla non violenza? Non mi sembra. C’è anche molta ignoranza. Quanto si sa delle guerre in Congo, tra Pakistan e Afghanistan, in Sudan? Non se ne parla. I grandi giornali italiani soffrono di glaucoma perché vedono con un campo visivo sempre più ristretto, non riescono a mettere gli occhi sulle periferie del mondo. Ci sono conflitti che – nonostante le barbarie siano le stesse di quelle tra Russia e Ucraina o Israele, Usa e Iran – non interessano a molti media. Papa Francesco spesso mi diceva: “Fratel Enzo, perché nessuno parla delle periferie? Ha citato Bergoglio. In questo momento storico si sarebbe aspettato una diversa presa di posizione di Papa Leone XIV? Sì, avrei voluto una parola più chiara, sia sul conflitto palestinese sia ora sull’Iran. Siamo davanti ad un’aggressione da parte degli Stati Uniti. Prevost si è espresso più volte per la pace e la fine della guerra tra i contendenti ma noi abbiamo a che fare solo con un assalitore: Donald Trump. Gli ultimi conflitti stanno alimentando una retorica religiosa. Stiamo assistendo ad una lotta tra gli estremismi cristiani, ebrei e islamici? Sì, sarà una guerra religiosa con dosi di cristianesimo americano non di cattolicesimo e di ebraismo religioso. Papa Giovanni Paolo II, già ai tempi della guerra del Golfo, fece di tutto, perché non fosse il cristianesimo uno dei contendenti verso l’Islam. Non dimentichiamo che Ronald Reagan parlava di crociata cristiana mentre altri di crociata anticristiana. Giovanni Paolo II ha impedito questo scontro e da allora la Santa Sede non può tornare indietro. Domenica 15 marzo, in Italia, è arrivato Peter Thiel a tenere una lezione sull’Anticristo. È preoccupato per queste iniziative? Sì, ma sono sicuro che non lasceranno traccia e non avranno possibilità di allargarsi. È una specie di grido folle, forsennato che vorrebbe in qualche misura che il cristianesimo fosse altro, che ci fosse un altro Vangelo. Lei, fratel Enzo, va spesso a fare la spesa al supermercato. Il caro petrolio rischia di contagiare il carrello della spesa. Lo vede con i suoi occhi. Guardo ciò che compra la gente non per curiosità ma per comprendere cosa mangiano. Osservo che acquistano prodotti sempre più scadenti, di scarsa qualità perché sono costretti a causa della mancanza di denaro. Ad avere problemi sono il ceto basso e medio. Per i ricchi non è cambiato nulla. Sono stato appositamente a Milano e a Torino in due negozi dove vendevano cinque acciughe a venticinque euro: c’è chi le compra e le serve come antipasto! A chi passa alla Madia, ai nostri lettori cosa suggerisce di fare? Bisogna vivere la pace nel quotidiano, in famiglia imparando a non usare violenza nel nostro parlare, nei pensieri. La letteratura sulla pace in Italia non manca, penso ad Aldo Capitini, a Ernesto Balducci. Servirebbe che nelle nostre biblioteche si organizzassero letture sul tema, seminari. So che il gulasch la richiama, ma mi conceda un’ultima domanda. Prego. Lei stesso l’ha confidato: nelle ultime settimane è stato ricoverato d’urgenza ed è stato ad un passo dalla morte. Cosa ha pensato in quelle ore? Ho avuto paura della sofferenza. Ho terrore del dolore. Il medico è stato chiaro specificando che per la mia età e la mia condizione fisica avrei potuto non farcela. Con franchezza mi ha detto: “Se ha qualcosa da dire ai suo cari lo faccia”. Da quel momento sono entrato in uno stato di pace. Ho guardato alla mia esistenza: sono contento di aver vissuto così, son felice di ciò che ho fatto. Non mi importava più di morire. Mi son detto: “È arrivato il tempo del riposo”. È stato un viaggio in cui non mi sono sentito solo ma accompagnato dalla fede, dal Signore che ho sentito accanto. Mi è solo spiaciuto pensare che stavo per lasciare un mondo peggiore rispetto a quando sono nato. Il profumo delle cipolle, della paprika (“dolce e piccante”, precisa fratel Bianchi), del cumino, della carne prende il posto delle parole. Fratel Maurizio, sfuma il tutto con un mestolo ma a dire l’ultima parola è Enzo, come lo chiamano i suoi compagni di viaggio: “Mi raccomando, aggiungiamo brodo man mano che si asciuga. Dovete imparare a farlo…”. L'articolo Enzo Bianchi: “Il movimento pacifista si è indebolito. Da Papa Leone XIV avrei voluto una parola più chiara sui conflitti in corso” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Iran
Donald Trump
Cronaca
Papa
Guerra in Iran: chi è Ghalibaf, l’interlocutore intransigente che tratterà con Usa e Israele. “Trump vuole la fine del conflitto entro il 9 aprile”
Oltre tre settimane di attacchi senza che Stati Uniti o Israele abbiano ancora prevalso contro il regime degli ayatollah. Che è certamente indebolito, ma ancora piedi. E che ha bloccato lo Stretto di Hormuz, innescando una crisi energetica mondiale. Sul fronte diplomatico, però, pare che tra Washington e Teheran siano state avviate prove di negoziati e che addirittura in settimana si terrà a Islamabad, in Pakistan, l’incontro tra il vicepresidente Usa JD Vance, la figura più alta dell’amministrazione Usa contraria al conflitto, e Mohammad Bagher Ghalibaf, capo del Parlamento di Teheran, figura chiave sempre più di spicco in un sistema di potere frammentato e sotto pressione estrema. I Paesi che hanno mediato per l’incontro sono Egitto, Turchia e Pakistan, e nella delegazione Usa ci saranno anche gli inviati della Casa Bianca, Steve Witkoff e Jared Kushner. A ipotizzare i tempi brevi delle trattative è il quotidiano israeliano Ynet: Washington, scrive riportando quanto riferito da un funzionario israeliano, ha fissato il 9 aprile come data obiettivo per la fine della guerra, lasciando circa 21 giorni per la prosecuzione dei combattimenti e dei negoziati. La fine della guerra entro questa data potrebbe consentire a Trump di visitare Israele nel giorno dell’Indipendenza (che quest’anno si celebra il 22 aprile) per ricevere il Premio Israele, ha concluso il funzionario. Secondo fonti americane, l’Iran si è dichiarato disponibile a trattare, ma pone condizioni rigorose: un cessate il fuoco immediato, garanzie contro futuri attacchi e compensazioni, tutte al momento respinte da Washington. Gli Stati Uniti sperano che l’Iran accetti limitazioni importanti, tra cui l’azzeramento dell’arricchimento dell’uranio, la riduzione della capacità missilistica e la smilitarizzazione di centrali nucleari chiave. Fonti della Casa Bianca sottolineano però che Teheran ha già rifiutato in passato condizioni simili, rendendo le trattative ancora delicate e incerte. E mentre altri Marines vengono spostati in Medio Oriente di fatto nulla si sa delle condizioni della nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei. CHI È MOHAMMAD-BAGHER GHALIBAF Fino al 23 marzo, il presidente del parlamento iraniano Mohammad-Bagher Ghalibaf, aveva smentito che fossero in corso negoziati con gli Stati Uniti e che lui stesso fosse coinvolto, parlando di “notizie false per manipolare i mercati“. E ha aggiunto: “Il mondo o sta dalla parte di Gaza e contro questo regime di terrore coloniale, oppure si schiera con la classe di Epstein e i torturatori di bambini. Non ci sono vie di mezzo”. Nonostante l’intransigenza e la vicinanza politica e idologica ad Ali Khamenei, è stato individuato da Washington come possibile interlocutore. Già prima dell’inizio del conflitto, il New York Times scriveva di una leadership iraniana che si preparava alla mobilitazione di forza e anche alla sua sopravvivenza politica e di come – in caso di morte di Ali Khamenei, poi ucciso nel primo giorno di raid – Ali Larijani (il cui decesso è stato confermato la scorsa settimana) fosse in cima nell’elenco di candidati per la gestione della Repubblica islamica. Dopo di lui, Ghalibaf. L’interesse dei media dei paesi arabi del Golfo per la vera governance dell’Iran in questo momento di incertezze emerge con chiarezza dalle analisi pubblicate dal quotidiano saudita Al Sharq Al Awsat e dall’emittente qatarina Al Jazeera. L’articolo di Al Sharq Al Awsat descrive Ghalibaf come una personalità di importanza cruciale in questa fase decisiva. Dopo gli attacchi di americani e israeliani che hanno eliminato figure di primo piano – a partire dall’uccisione del Guida Suprema alla fine di febbraio 2026 – Ghalibaf emerge come il principale “ponte” tra le élite politiche, di sicurezza e religiose. Con un background che spazia dal comando nelle Guardie rivoluzionarie durante la guerra Iran-Iraq, al ruolo di capo dell’aviazione del Corpo, capo della polizia nazionale (2000-2005), sindaco di Teheran per oltre un decennio (2005-2017) e presidente del Parlamento dal 2020, Ghalibaf combina esperienza militare, amministrativa e politica. Considerato da sempre vicino al defunto Khamenei e ora al figlio Mojtaba, ha adottato un linguaggio di sfida intransigente: in discorsi televisivi e su X ha minacciato il presidente americano Donald Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu di “colpi devastanti” tali da farli “implorare”, accusandoli di aver oltrepassato la “linea rossa” e promettendo vendetta per l’attacco che ha decapitato la leadership iraniana. Al Jazeera, in articolo intitolato ‘Chi governa davvero l’Iran?‘ delinea un quadro più ampio e complesso: il potere non è più concentrato in un’unica figura carismatica o centralizzata, ma si è trasformato in un’alleanza funzionale nata sotto il fuoco della guerra. Mojtaba Khamenei garantisce continuità simbolica e legittimità religiosa attraverso messaggi scritti che insistono sulla stabilità, sulla conferma degli incaricati del padre “fino a nuovo ordine”, sull”’economia della resistenza” e sull’unità nazionale. Teoricamente, il giovane Khamenei come Guida Suprema detiene l’ultima parola su forze armate, politica estera, guerra e pace. Tuttavia, nel pieno del conflitto, il centro decisionale operativo è dominato dai Guardiani della Rivoluzione, che mantengono resilienza e adattamento decentralizzato nonostante gravi perdite tra i comandanti. Il governo gestisce l’amministrazione quotidiana per evitare il collasso istituzionale, mentre Ghalibaf emerge come la figura civile più visibile e influente. L’eliminazione di mediatori tradizionali come Ali Larijani (ex segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, ucciso in un attacco israeliano) ha ristretto lo spazio per figure equilibrate e trasversali, favorendo invece chi parla la lingua della rappresaglia e della mobilitazione, sottolinea l’emittente. Ghalibaf ha riempito questo vuoto con comunicati che vanno oltre il ruolo da capo di un parlamento: su X ha evocato un cambiamento irreversibile nello status quo dello Stretto di Hormuz, dichiarato operativa l’”equazione occhio per occhio”, deriso le affermazioni americane sul presunto smantellamento delle capacità missilistiche iraniane e promesso che il popolo genererà “migliaia” di figure come Larijani. Questa retorica di deterrenza e mobilitazione, unita al suo percorso unico (dalle strutture di potere alle istituzioni civili), lo rende particolarmente adatto al ruolo attuale. In sintesi, a circa quattro settimane dall’inizio dell’offensiva Usa-Israele, leadership non è più un vertice unico, ma un’alleanza funzionale tra legittimità religiosa (Mojtaba Khamenei), potenza militare e di sicurezza (Guardie Rivoluzionarie) e voce politica di primo piano (Ghalibaf), con il governo a tenere in piedi l’amministrazione ordinaria. È un equilibrio nato sotto il fuoco della guerra, che determinerà il destino del paese in una delle sue fasi più critiche della sua storia, con Ghalibaf che si afferma come il principale attore civile in grado di navigare tra repressione interna, resistenza esterna e sopravvivenza del regime. I MEDIATORI Quello di Islamabad è un “delicato gioco di equilibrismo diplomatico”, ha scritto nei giorni scorsi il giornale pakistano The Express Tribune, parlando del “coinvolgimento dell’Iran ai più alti livelli” e “al contempo dell’impegno strategico di vecchia data con l’Arabia Saudita“. Di recente sono stati nella monarchia del Golfo sia il capo dell’Esercito pakistano, Asim Munir, sia il premier Shehbaz Sharif, che a Gedda il 12 marzo ha incontrato il principe ereditario Mohammed bin Salman. E Asim Munir, secondo due fonti del Financial Times, ha parlato con Donald Trump. Ci sono poi la Turchia e l’Egitto. Il vicepremier e capo della diplomazia pakistana, Ishaq Dar, ha sentito oggi il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, dopo aver parlato ieri con il collega egiziano, Badr Abdelatty. E secondo le fonti del Ft, funzionari pakistani di alto grado stanno facilitando i contatti tra Teheran e l’inviato di Trump, Steve Witkoff, e il genero del presidente Usa, Jared Kushner. Stando a un diplomatico citato dal giornale, Ishaq Dar ha confermato agli omologhi arabi riuniti la scorsa settimana a Riad che Islamabad è impegnata nella mediazione tra Usa e Iran. Per ora continuano a mancare certezze sulla fine del conflitto. L'articolo Guerra in Iran: chi è Ghalibaf, l’interlocutore intransigente che tratterà con Usa e Israele. “Trump vuole la fine del conflitto entro il 9 aprile” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Iran
Mondo
Teheran
Missile iraniano con 100 chili di esplosivo colpisce diversi edifici a Tel Aviv: l’esplosione squarcia le facciate
Un missile iraniano che, secondo la polizia, trasportava una testata con circa 100 chili di esplosivo è caduto tra due edifici a Tel Aviv, distruggendo la facciata di un palazzo. Sono quattro le persone rimaste ferite. Il comandante del Fronte Interno di Tel Aviv ha dichiarato che l’attacco ha causato gravi danni a tre edifici, ora in fase di valutazione per un possibile crollo. “I rifugi sono rimasti intatti”, ha affermato, aggiungendo che le persone all’interno sono rimaste illese. Il comandante della polizia di Tel Aviv Nord ha dichiarato che le ricerche sono in corso e che finora nessuno ha avuto bisogno di essere evacuato in ospedale. I detriti hanno mandato in frantumi il finestrino di un’auto parcheggiata nelle vicinanze L'articolo Missile iraniano con 100 chili di esplosivo colpisce diversi edifici a Tel Aviv: l’esplosione squarcia le facciate proviene da Il Fatto Quotidiano.
Iran
Mondo
Tel Aviv
Il petrolio risale sopra 100 dollari al barile. Teheran: “Attacchi di Usa e Israele a infrastrutture del gas dopo che Trump ha annunciato la tregua”
Il prezzo del petrolio Brent è risalito oltre i 100 dollari al barile, dopo il crollo superiore al 10% registrato lunedì in seguito all’annuncio di Donald Trump sulla tregua di cinque giorni con conseguente rinvio di nuovi attacchi contro l’Iran. Teheran il giorno dopo ha fatto sapere che ieri sera, in contrasto con le dichiarazioni del presidente Usa, sono state colpite da “attacchi statunitensi-israeliani” infrastrutture legate al settore energetico nella provincia di Isfahan e nella città sud-occidentale di Khorramshahr. Secondo l’agenzia Fars, a Isfahan sono stati colpiti un edificio dell’amministrazione del gas naturale e una stazione di riduzione della pressione del gas, con danni anche ad alcune abitazioni vicine. A Khorramshahr, invece, è stato preso di mira un gasdotto collegato a una centrale elettrica. Il Brent ha guadagnato il 2,9%, a 102,84 dollari, mentre il West Texas Intermediate ha registrato un balzo del 3,5% a 91,20 dollari. Sul fronte del gas, i future europei sul naturale sono scesi martedì a circa 55,7 euro per MWh, estendendo il calo dai massimi di oltre tre anni. I mercati energetici restano altamente volatili, con la sostanziale chiusura dello Stretto di Hormuz che limita i flussi di greggio e GNL. Recenti attacchi iraniani hanno inoltre ridotto di circa il 17% la capacità di esportazione di GNL del Qatar, e le riparazioni delle strutture danneggiate potrebbero richiedere fino a cinque anni, secondo QatarEnergy. Con le scorte europee di gas significativamente esaurite durante l’inverno, la regione potrebbe avere difficoltà a rifornire i depositi quest’estate se le interruzioni persistono e la concorrenza asiatica per le forniture di GNL si intensifica. L'articolo Il petrolio risale sopra 100 dollari al barile. Teheran: “Attacchi di Usa e Israele a infrastrutture del gas dopo che Trump ha annunciato la tregua” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Iran
Economia
Petrolio
La strategia in Iran? È interessante vedere come la pensano al Cremlino
La Strategic Culture Foundation è una rivista online diretta dal Servizio di Intelligence Estero russo (SVR) e affiliata al Ministero degli Affari Esteri russo. Dopo l’attacco criminale e illegale contro l’Iran da parte di Usa e Israele; dopo le solite, roboanti, contraddittorie affermazioni di Trump sull’esito rapido del blitz (“due o tre giorni”, “quattro o cinque settimane”, “non ho limiti di tempo”: un documento interno del Pentagono, riportato da Politico, rivela: “fino a settembre”); dopo la solita filastrocca di pretesti (prima le capacità nucleari, poi i missili balistici, poi il cambio di regime, poi l’affondamento della flotta iraniana: “Non c’è un obiettivo, non c’è un piano strategico, non c’è una tempistica”, sintetizza Mark Kelly, senatore Dem); diventa interessante vedere come la pensano al Cremlino. L’Iran si sta difendendo con una strategia a lungo termine, spiega la rivista, illustrandone le tattiche. 1) Dopo Khamenei, in Iran adesso c’è un comando decentralizzato (cellule operative, piano di successione a quattro livelli). 2) L’Iran sta lanciando ondate di economici droni sacrificali per esaurire su scala industriale le batterie Patriot e i sistemi missilistici Thaad. Usare tre Patriot (9,6 milioni di dollari) per abbattere un singolo drone iraniano è insostenibile nel lungo periodo. 3) Caos economico-energetico. Solo nei primi 4 quattro giorni di guerra sono evaporati dai mercati globali 3.200 miliardi di dollari (a oggi il totale s’aggira sui 5 trilioni di dollari, e la stima è prudente). Lo Stretto di Hormuz è chiuso “ai nemici dell’Iran” (quindi non alle navi russe e cinesi), bloccando almeno il 20% del fabbisogno petrolifero mondiale. L’intera produzione di gas naturale liquefatto del Qatar è ferma, e il secondo giacimento petrolifero dell’Iraq è stato chiuso. Colpendo non solo le basi militari statunitensi, ma anche gli interessi economici nel GCC (Consiglio di Cooperazione del Golfo, organizzazione che riunisce Arabia Saudita, Emirati, Qatar, Kuwait, Bahrain e Oman), l’Iran ha innescato una bomba a orologeria contro il petrodollaro, facendo contenta la Cina. La fragilità strutturale del GCC, il cui modello di business si regge interamente sul petrodollaro in cambio della protezione militare americana, è emersa in tutta la sua evidenza già nei primissimi giorni del conflitto. Fra le prove più tangibili le bombe su Dubai e la distruzione del radar AN/FPS-132 (valore: 1,1 miliardi di dollari) nella base aerea di Al Udeid in Qatar. 4) Il ruolo della Russia. Il corridoio aereo Astrakhan-Teheran rifornisce l’Iran di componenti per sistemi di difesa aerea, moduli radar, sistemi idraulici per lanciatori di missili e sistemi di guerra elettronica avanzata (il Krasukha-4IR) in grado di disturbare i radar dei droni statunitensi. Parte del carico arriva anche tramite il Caspio. A breve l’Iran dispiegherà batterie di missili terra-aria S-400 a lungo raggio con cui controllerà fino al 70% del proprio spazio aereo. 5) Il ruolo ambiguo della Turchia. La Turchia è un paese Nato, ma due mesi fa il Mit (l’intelligence turca) ha avvertito i Pasdaran di movimenti di milizie curde al confine iracheno-iraniano. 6) Il gasdotto BTC (Baku-Tbilisi-Ceyhan, che trasporta greggio azero dal Caspio al Mediterraneo) è un potenziale obiettivo iraniano, insieme al gasdotto saudita Est-Ovest e alle piattaforme offshore irachene da 3,5 milioni di barili al giorno. L’obiettivo finale dell’Iran, conclude la rivista, è espandere il conflitto e prolungarlo in modo da rendere lo stress economico-politico insostenibile per gli Usa e i suoi alleati, puntando alla fine del petrodollaro per aprire al petroyuan o a un paniere di valute BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica e paesi associati). “Scaccomatto”, ricorda la rivista, viene dal persiano Shah Mat: il re è impotente. In effetti, Trump sta già rinculando. Ve l’avevo detto che la propaganda russa è interessante. L'articolo La strategia in Iran? È interessante vedere come la pensano al Cremlino proviene da Il Fatto Quotidiano.
Iran
Blog
Mondo
Russia
Fomentare gli oppositori in Iran e fare crollare il regime: il piano fallito di Trump e Netanyahu
Stati Uniti e Israele volevano, speravano, che la guerra scatenata contro l’Iran avrebbe dato la spinta necessaria agli oppositori degli Ayatollah per rovesciare il regime e determinarne la fine. Oppositori che, peraltro, sono stati massacrati a gennaio, durante le proteste antigovernative represse con la più grande violenza nella storia della Repubblica islamica. Ma giunti al 24esimo giorno di conflitto, il piano sembra non essere riuscito. Lo scrive il New York Times, che ha parlato a condizione di anonimato con oltre una decina di funzionari americani, israeliani e di altre nazionalità. Intanto, sul fronte interno, il regime continua a mostrare il pugno duro nei confronti di chi auspicava un cambio e sta procedendo con le prime esecuzioni: la scorsa settimana sono stati impiccati tre uomini condannati per l’omicidio di due agenti di polizia durante i disordini, suscitando preoccupazione tra le organizzazioni per i diritti umani come Hengaw, che temono che Teheran stia intensificando le esecuzioni contro detenuti politici e manifestanti a fronte delle crescenti pressioni militari e internazionali. “I casi relativi agli elementi terroristici e ai rivoltosi di gennaio sono stati trattati. Alcuni hanno portato all’emissione di sentenze definitive, che ora vengono eseguite. In alcuni casi l’esecuzione è già avvenuta nei giorni scorsi e i risultati saranno comunicati. Non verrà concessa alcuna clemenza ai condannati in questi casi”, ha dichiarato il primo vice capo della magistratura Hamzeh Khalili, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa giudiziaria Mizan. Il capo del Mossad, David Barnea, voleva fomentare l’opposizione iraniana nei primi giorni della guerra, scatenare una rivolta e arrivare al rovesciamento del regime di Teheran. Piano che Barnea ha illustrato al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu prima del 28 febbraio e ad alti funzionari dell’Amministrazione Trump durante la sua visita a Washington a metà gennaio. Alti funzionari americani e alcuni funzionari di altre agenzie di intelligence israeliane erano scettici sulla riuscita, ma Netanyahu lo ha adottato e anche il presidente americano Trump era ottimista. A loro avviso l’uccisione dei leader iraniani all’inizio del conflitto poteva portare a una rivolta di massa in grado di porre fine rapidamente alla guerra e a regime. Ma a tre settimane dall’inizio della guerra non c’è una rivolta iraniana. Secondo le intelligence americana e israeliana che il governo teocratico di Teheran è indebolito, ma intatto, mentre la paura delle forze militari e di polizia iraniane ha smorzato le prospettive di una ribellione e di incursioni transfrontaliere da parte di milizie etniche al di fuori dell’Iran. Il New York Times parla di “falla fondamentale” nella preparazione della guerra. Invece di implodere, il governo iraniano si è trincerato e ha intensificato il conflitto. Privatamente Netanyahu si è detto deluso dal fallimento del piano del Mossad di fomentare una rivolta in Iran, anche perché aveva fatto leva su questo per convincere Trump ad attaccare, hanno affermato funzionari americani ed israeliani, sia in servizio che in pensione. Eppure i vertici militari statunitensi avevano detto a Trump che gli iraniani non sarebbero scesi in piazza a protestare mentre Stati Uniti e Israele bombardavano, ritenendo anche bassa l’ipotesi di una guerra civile. Nate Swanson, ex funzionario del Dipartimento di Stato e della Casa Bianca, ha detto di non aver mai visto un “piano serio” per promuovere una rivolta in Iran all’interno del governo statunitense. “Molti manifestanti non scendono in piazza perché temono di essere uccisi”, ha affermato Swanson, ora all’Atlantic Council. “Verranno massacrati. Questo è un dato. Ma il secondo dato è che c’è una buona parte di persone che desidera semplicemente una vita migliore, e al momento si sente messa da parte. Non apprezzano il regime, ma non vogliono morire opponendosi ad esso. Quel 60% resterà a casa”, ha aggiunto spiegando che “ci sono ancora ferventi oppositori del regime, ma non sono armati e non stanno portando la maggior parte della popolazione in piazza”. Il predecessore di Barnea alla guida del Mossad, Yossi Cohen, decise era una perdita di tempo tentare di fomentare una ribellione all’interno dell’Iran. La strategia del Mossad allora era indebolire il governo per costringerlo ad arrendersi alle richieste israeliane e americane, con sanzioni economiche, uccisioni di scienziati nucleari e leader militari iraniani, e sabotaggio di impianti nucleari. L'articolo Fomentare gli oppositori in Iran e fare crollare il regime: il piano fallito di Trump e Netanyahu proviene da Il Fatto Quotidiano.
Iran
Donald Trump
Mondo
Benjamin Netanyahu
Se il massacro Usa nella scuola in Iran dipende da dati vecchi, si tratta di un vergognoso crimine
Amnesty International ha condotto un’indagine sull’attacco illegale statunitense del 28 febbraio contro la scuola elementare Shajarah Tayyebeh, nella città iraniana di Minab, che ha ucciso 168 persone, tra le quali oltre 100 bambine e bambini che stavano frequentando lezioni su piani separati. La scuola, che avrebbe dovuto essere un luogo protetto e di apprendimento, è stata colpita insieme a 12 strutture di un’adiacente base dei Corpi dei guardiani della rivoluzione islamica. Sulla base delle proprie verifiche e dell’analisi dei resti di un missile pubblicati dagli organi d’informazione iraniani, Amnesty International ha concluso che la scuola è stata colpita da un missile Tomahawk di fabbricazione statunitense, un’arma di precisione dotata di un sistema di guida. Nel conflitto in corso, i missili Tomahawk sono usati esclusivamente dalle forze Usa. Le autorità statunitensi avrebbero potuto e dovuto sapere che si trattava di un edificio scolastico. Il fatto che fino a dieci anni prima facesse parte della base dei guardiani della rivoluzione e sia stato colpito direttamente fa ritenere che le forze Usa abbiano fatto riferimento a vecchi dati forniti dall’intelligence e non abbiano rispettato l’obbligo di fare tutto il possibile per verificare che l’obiettivo che intendevano colpire fosse davvero di natura militare. Delle due l’una, dunque. Se chi ha attaccato non è stato in grado di identificare il bersaglio come una scuola ed è ugualmente andato avanti, si è trattato di un vergognoso fallimento dell’intelligence oltre che di una grave violazione del diritto internazionale umanitario. Se gli Usa sapevano che la scuola era adiacente a una base dei guardiani della rivoluzione e hanno lanciato l’attacco senza prendere tutte le precauzioni possibili – ad esempio, farlo di notte quando la scuola sarebbe stata vuota o dare un preavviso effettivo ai civili che avrebbero potuto essere coinvolti nell’attacco – si è trattato di un attacco indiscriminato che dev’essere indagato come crimine di guerra. Il fatto che, l’11 marzo, il comandante Brad Cooper del Comando centrale Usa abbia confermato che per processare grandi quantità di dati relativi alle operazioni militari in Iran viene usata l’intelligenza artificiale non fa che aumentare i rischi di fallimenti del genere. Le autorità statunitensi hanno annunciato un’indagine. Dovranno assicurare che sarà imparziale, indipendente e trasparente e dovrà approfondire le informazioni e le valutazioni fornite dall’intelligence, le decisioni sull’obiettivo da colpire e le precauzioni adottate così come stabilire se in questi passaggi sia stata usata l’intelligenza artificiale. Gli esiti dell’indagine dovranno essere resi pubblici e, qualora vi siano prove sufficienti, i responsabili dovranno essere sottoposti a processo per dare alle vittime e alle loro famiglie verità, giustizia e riparazione. Dobbiamo aggiungere, purtroppo, che all’indomani dell’attacco, le autorità iraniane hanno sfruttato la sofferenza delle famiglie delle vittime e dei sopravvissuti a scopo di propaganda. Alcune famiglie, come quelle di etnia baluci, sono state costrette a partecipare a un unico funerale di stato celebrato secondo modalità contrarie alle loro tradizioni. Alcune bambine sopravvissute, nonostante le ferite e i traumi subiti, sono state portate tra le macerie della scuola per essere intervistate. Questi atti di coercizione, intimidazione e strumentalizzazione delle famiglie in lutto e delle bambine sopravvissute hanno causato grave sofferenza mentale e possono costituire una violazione del divieto assoluto di tortura e di altri trattamenti crudeli, inumani e degradanti. L'articolo Se il massacro Usa nella scuola in Iran dipende da dati vecchi, si tratta di un vergognoso crimine proviene da Il Fatto Quotidiano.
Iran
Blog
Mondo
Amnesty International
Diritto Internazionale
Stretto di Hormuz, “le navi pagano 2 milioni di dollari per passare”: la rivelazione di un deputato iraniano
Lo stretto di Hormuz, sin dalle prime ore dell’attacco congiunto Usa-Israele contro l’Iran, è diventato la leva del conflitto, che ha peraltro determinato anche la crisi energetica globale, con l’impennata dei prezzi del carburante. Molte navi restano bloccate. Teheran ha dichiarato che il passaggio è chiuso solo a quelle legate ai Paesi “nemici dell’Iran” e si è detta pronta a collaborare con le Nazioni Unite per gestire il transito. A riferirlo, il rappresentante dell’Iran presso l’Organizzazione Marittima Internazionale (Imo), Ali Mousavi, affermando che le navi straniere possono ancora attraversare lo Stretto di Hormuz, previo coordinamento con il governo iraniano per le misure di sicurezza. La situazione che si è creata, ha poi aggiunto, è stata provocata dagli attacchi israeliani e statunitensi perpetrati contro il Paese degli Ayatollah. Ma c’è chi ha rivelato anche quanto costi transitare da lì: parlando con la tv di Stato di Teheran, riferisce la Bbc, il deputato iraniano Alaeddin Boroujrdi ha dichiarato che alcune navi sono soggette al pagamento di una “tassa di 2 milioni di dollari”. Nello Stretto si sta imponendo un “nuovo regime di governo” e “la guerra ha dei costi”, ha detto il politico, aggiungendo che ciò dimostra “l’autorità e il diritto di cui gode la Repubblica Islamica dell’Iran”. Un’informazione che però la Bbc precisa di non essere in grado di verificare in modo indipendente. Intanto anche per Trump la situazione nello Stretto è sempre più critica. Tanto che il presidente Usa ha minacciato di colpire e “annientare” gli impianti energetici iraniani entro 48 ore se Teheran non lo riaprirà completamente. Ma l’ultimatum della Casa Bianca pare non spaventare l’Iran che contrattacca minacciando di colpire e “distruggere” le infrastrutture energetiche in Medio Oriente in caso di attacchi ai propri impianti. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha dichiarato su X che “subito dopo che le centrali elettriche e le infrastrutture del nostro Paese saranno prese di mira, le infrastrutture critiche, energetiche e petrolifere dell’intera regione saranno considerate obiettivi legittimi e verranno distrutte in modo irreversibile, e il prezzo del petrolio rimarrà elevato a lungo”. L'articolo Stretto di Hormuz, “le navi pagano 2 milioni di dollari per passare”: la rivelazione di un deputato iraniano proviene da Il Fatto Quotidiano.
Iran
Donald Trump
Mondo
Stati Uniti