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Per Trump il regime in Iran ha fermato le uccisioni: se non interverrà sarà un massacro
Ma davvero qualcuno ha pensato seriamente che Donald Trump potesse invadere la Repubblica Islamica per sostenere il popolo iraniano? Conosciamo fin troppo bene le regole del gioco: se non ci sono interessi economici in ballo, difficilmente si scende in campo. Tra la vita di migliaia di giovani manifestanti e una prospettiva economica favorevole, cosa mai potrebbe scegliere? Eppure, in questo preciso istante, ci sono quasi 90 milioni di abitanti che aspettano un segnale, un attacco militare che vedono come l’unica via di salvezza. Lo attendono come fosse un liberatore, ma salvatore non sarà. Mentre scrivo, avverto un’angoscia profonda che non concede tregua, un tormento invisibile che si alimenta di ogni immagine capace di infrangere il muro del blackout digitale. Sono rari e preziosi frammenti di verità che mostrano ragazzi poco più che adolescenti sfidare la morte sotto il fuoco dei cecchini a Teheran, Isfahan e Mashhad. Ho cercato un contatto con gli amici a Teheran, un ponte verso chi sta vivendo l’inferno, ma in quei pochi istanti di connessione il suono della voce è stato sopraffatto dal rumore secco e brutale degli spari sotto le loro case. È un’esperienza che segna l’anima: la consapevolezza che una vita possa essersi spenta in diretta, un istante prima che la linea cadesse nel vuoto, lascia un vuoto incolmabile. Resta solo il silenzio di un segnale interrotto e la consapevolezza di essere stati testimoni impotenti di un addio che non ha avuto il tempo di essere pronunciato. Ma a colpire con una violenza ancora maggiore è il cinismo che rimbalza dai corridoi gelidi dello Studio Ovale e dai dispacci di Al Jazeera: la notizia che Donald Trump ha rassicurato il regime iraniano, comunicando che non vi è alcuna intenzione di intervenire. Un annuncio che suona come un abbandono definitivo, una resa del mondo libero davanti al sacrificio di chi sta offrendo la propria vita per la libertà. “Mi dicono che le uccisioni si sono fermate, non ci sono esecuzioni in programma”, ha dichiarato ieri il Presidente statunitense. Ma chi glielo ha detto? Quali “fonti di alto livello” possono ignorare l’odore del sangue che ancora impregna l’asfalto delle piazze? È un’affermazione che gela il sangue. Dire che tutto va bene mentre il regime prepara le forche è più che un errore politico: è una sentenza di morte firmata con il marchio dell’indifferenza. Qualcuno dice che sia una strategia, un modo per distogliere l’attenzione prima di colpire. A mio avviso, Trump non salverà il popolo iraniano. Non ora, non adesso. Tanto sangue è destinato a scorrere nelle prossime settimane se il mondo volterà le spalle proprio adesso. E noi? Noi resteremo qui, a guardare da lontano, testimoni di un massacro annunciato. Saremo quelli che diranno ai posteri: “Sì, abbiamo visto morire una generazione di giovani iraniani per la libertà e non abbiamo potuto muovere un dito”. Il mio cuore oggi, e per ogni giorno che verrà, batte all’unisono con quello del popolo iraniano. Non possiamo restare in silenzio davanti alla prospettiva di questo sterminio. Non possiamo accettare che la realpolitik o gli interessi economici pesino più della vita di un ragazzo di vent’anni. Trump ha una responsabilità storica. Se sceglierà la via del ‘tradimento’ dopo aver alimentato le speranze di una nazione, non sarà ricordato come un leader, ma come colui che ha consegnato le chiavi di un mattatoio ai carnefici. Senza lo scudo di una minaccia internazionale reale, i pasdaran si sentiranno autorizzati a “pulire” le strade nel modo più atroce possibile. Siamo testimoni. E il peso di questa testimonianza ci tornerà a cercare ogni volta che guarderemo l’ennesima esecuzione in televisione. Spero con tutta me stessa di sbagliarmi; me lo auguro con la forza di chi vorrebbe essere smentita dai fatti, perché nulla mi renderebbe più felice di scoprire che i miei timori erano solo polvere e che la vita, alla fine, ha vinto sul cinismo. L'articolo Per Trump il regime in Iran ha fermato le uccisioni: se non interverrà sarà un massacro proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Le proteste a Teheran appartengono agli iraniani, ma nessuna potenza internazionale parla davvero di libertà
di Luca Grandicelli L’ondata di proteste che sta attraversando l’Iran nasce da profonde ferite interne alla società iraniana, maturate nell’ambito di una crescente insoddisfazione generale ma soprattutto di instabilità economica, dovuta alle pesanti sanzioni imposte dagli Stati Uniti, dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu e dall’Unione Europea a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso. Le rivolte iniziate a fine dicembre scorso esplodono infatti in un contesto di inflazione galoppante, disoccupazione giovanile e salari erosi, con una percezione diffusa che l’élite religiosa viva ormai in un’altra galassia rispetto alla vita quotidiana. In questi giorni, uomini e donne iraniani scendono in strada rischiando la propria vita sotto i colpi del regime di Khamenei non certo perché “telecomandati” dall’estero, ma perché effettivamente stretti tra povertà crescente e un sistema politico chiuso, incapace ormai di offrire canali di riforma reale. Tuttavia, è fondamentale sottolineare come gli eventi si muovano all’interno di un campo di battaglia geopolitico complesso, affollato di servizi segreti, sanzioni e guerre per procura, e dove la rabbia genuina dei corpi in piazza rischia di essere divorata da potenze esterne che vedono nell’indebolimento di Teheran non tanto la liberazione degli iraniani, né la loro conquista della libertà, quanto l’abbattimento definitivo di un avversario strategico. L’ipotesi di infiltrazioni di intelligence straniere, infatti – in particolare israeliane e statunitensi – non è del tutto priva di fondamento. La storia iraniana è costellata da operazioni clandestine, sabotaggi e assassinii mirati. Tuttavia, pur volendo ridurre tutto a una “rivolta pilotata”, si farebbe un torto alle vere motivazioni delle proteste, ignorando le cause strutturali della crisi e offrendo al regime l’alibi perfetto per la repressione. Su questo punto è inoltre bene ricordare come la violenza di Teheran non sia affatto episodica, ma sistemica ed esercitata senza pietà: forze di sicurezza che sparano al volto dei manifestanti, incursioni negli ospedali, arresti arbitrari e torture di massa. L’Iran degli Ayatollah ha inoltre posto la sopravvivenza del proprio potere al di sopra dei valori islamici che afferma di incarnare, producendo così un tradimento politico e morale di quegli stessi principi, favorendo invece la repressione come tecnica volta ad alzare il costo della protesta fino a renderla insostenibile, e lasciando dunque dietro di sé una società politicamente mutilata. Il paradosso è che la Repubblica islamica nasce nel 1979 anche come rifiuto dell’imperialismo occidentale, dove proprio il successivo embargo permanente ha contribuito a consolidare il potere interno. Il regime si presenta dunque come unica diga contro l’assedio esterno, mentre le élite prosperano e la popolazione paga il prezzo più caro. Certo che il “nemico” esiste davvero, ma la sua esistenza, il suo ritratto esasperato, sta giustificando una repressione brutale, definita da più parti “senza precedenti nella storia iraniana contemporanea”. In questo cortocircuito, nessuna grande potenza internazionale parla davvero di libertà. Il regime teme la perdita del potere, mentre Stati Uniti, Israele e parte dell’Europa vedono l’Iran come un problema di sicurezza. Ormai anche molte opposizioni in esilio parlano più il linguaggio delle lobby che quello della giustizia sociale. Da una parte abbiamo allora i corpi reali in piazza; dall’altra, potenze che calcolano il “day after”. Dire che queste proteste non appartengano agli iraniani è falso. Ma credere che qualcuno voglia davvero proteggerle è un’illusione altrettanto pericolosa. In Iran, oggi, la parola “libertà” è pronunciata con serietà solo da chi rischia la vita per dirla. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. SCOPRI TUTTI I VANTAGGI! L'articolo Le proteste a Teheran appartengono agli iraniani, ma nessuna potenza internazionale parla davvero di libertà proviene da Il Fatto Quotidiano.
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In Iran la disperazione ha divorato la paura. E ora il sistema è sul punto di crollare
“La vera rivoluzione inizierà quando il popolo sarà affamato e i bazaari tireranno giù le saracinesche”. Questa frase non era un semplice modo di dire. Era il monito che respiravo quotidianamente durante i miei anni di vita in Iran, camminando tra la gente nel 2009, vedendo il sangue scorrere nel 2019. Oggi, quella profezia si è fatta carne, metallo e grido. Le serrande che sbattono a terra a Teheran, Isfahan, Shiraz e Tabriz non sono solo un segnale economico: sono il fragore di un sistema che sta crollando. Scrivo queste righe con il cuore pesante e le mani che tremano. Siamo oltre il settimo giorno di proteste e, mentre l’Iran brucia, il mondo sembra guardare altrove. C’è un’indignazione feroce in me nel constatare il silenzio dei media e l’ambiguità del contesto internazionale. Donald Trump minaccia interventi se il regime sparerà sui dimostranti, ma le sue parole appaiono oggi svuotate di peso, forse più distratto dalla crisi in Venezuela che dal destino di Teheran. Questo vuoto di leadership globale offre agli ayatollah un frame terribile: la libertà di un iraniano pare valere meno di un calcolo geopolitico. Ma stavolta, sento nel profondo che è diverso. La disperazione ha finalmente divorato la paura. Quando l’inflazione tocca il 43% e il prezzo del pane raddoppia, come scriveva Seneca, il popolo non ascolta ragioni e non teme la morte. È il paradosso tragico di un gigante petrolifero che deve importare benzina per 10 miliardi di dollari perché le raffinerie cadono a pezzi, mentre il regime brucia il 25% del bilancio statale in spese militari folli per perseguire il delirio di distruggere Israele. Pensavamo che il movimento “Donna, Vita, Libertà” fosse svanito sotto i colpi della repressione? Ci sbagliavamo. Quel fuoco non si è mai spento; covava sotto la cenere del 2022, alimentato dal sacrificio di migliaia di giovani. Oggi quel grido è tornato, unendo le donne che sfidano il velo alla classe dei bazaari, il nervo storico e conservatore della società, senza il quale nessun potere in Iran può sopravvivere. È un’eruzione simultanea che accende la mappa del Paese più velocemente di quanto i pasdaran riescano a spegnerla. La risposta del regime è, come sempre, di una barbarie inaudita. Il 2025 si è chiuso con il record di 1.922 impiccagioni: un massacro sistematico per intimidire un popolo che non vuole più abbassare la testa. Le forze di sicurezza usano le ambulanze come scudi e strappano i feriti dai letti d’ospedale. Eppure, per la prima volta, la rabbia non è acefala. Il nome di Reza Pahlavi risuona nelle strade di tutto il paese; il suo “piano dei 100 giorni” per un Iran laico e democratico offre un approdo politico concreto a una rivolta che cerca un futuro. Persino il Presidente Pezeshkian, stretto tra la piazza e il regime, è costretto a definire “legittime” le istanze dei manifestanti, segnale di una crepa che si sta allargando nel cuore del potere. Mentre si rincorrono voci di una possibile fuga di Khamenei verso Mosca, noi che abbiamo amato l’Iran come una madre non possiamo tacere. Il silenzio è il secondo cappio al collo dei martiri, è la mano del boia che affila la lama. Ho passato vent’anni a seguire le ferite di questo Paese, vivendo tra la sua gente, respirando la sua cultura immensa e il suo dolore infinito. Il mio unico desiderio — l’unico che darebbe pace a questi anni di attesa — è vedere un Iran finalmente libero prima di lasciare questa terra. Non restate in silenzio. Condividete il loro grido. Perché nelle strade di Teheran non si combatte solo per il pane, ma per il diritto universale di respirare senza chiedere il permesso a un tiranno. L'articolo In Iran la disperazione ha divorato la paura. E ora il sistema è sul punto di crollare proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il ragazzo seduto davanti ai poliziotti in moto diventa il simbolo della rivolta in Iran e il video diventa virale
Un ragazzo si accuccia sull’asfalto e aspetta un’orda di agenti in moto. Ha fatto il giro del mondo diventando simbolo della protesta un video girato in viale Joumhouri, nel centro di Teheran, mostra una persona – identificata da molti come un giovane – seduta a gambe incrociate sull’asfalto, immobile, mentre di fronte avanzano decine di poliziotti in moto, vestiti di nero e con il casco. Alle sue spalle la folla fugge tra i lacrimogeni. Il filmato, ampiamente condiviso sui social e rilanciato dai media internazionali, è stato paragonato al celebre “uomo del carro armato” di Piazza Tienanmen, diventando il simbolo visivo di una rabbia silenziosa contro l’iperinflazione e il deterioramento delle condizioni di vita. Le proteste tornano a infiammare l’Iran e assumono dimensioni che non si vedevano dal 2022. Dalle università di Teheran a quelle di Isfahan, studenti e commercianti sono scesi in piazza contro una crisi economica sempre più soffocante, segnata da inflazione fuori controllo, carovita e dal crollo del rial ai minimi storici sul dollaro. Una mobilitazione ampia, confermata anche dall’agenzia Ilna, vicina al movimento operaio, che ha coinvolto alcuni degli atenei più prestigiosi del Paese e il cuore del commercio tradizionale, il Gran Bazar della capitale. Al centro della rabbia c’è una situazione economica giudicata insostenibile. L’effetto è un aumento vertiginoso dei prezzi dei beni alimentari e di prima necessità, che mette in ginocchio le famiglie. A peggiorare il quadro, anche la recente revisione del prezzo della benzina. Le cause della crisi sono molteplici: dalle sanzioni internazionali alla cattiva gestione interna, fino al trasferimento delle entrate verso alleati e intermediari regionali. Pesano inoltre il fallimento dei negoziati sul nucleare con gli Stati Uniti e il timore di un nuovo conflitto con Israele, che ha avuto un forte impatto psicologico sui mercati. In questo contesto, mentre i commercianti protestavano al Bazar, il capo della banca centrale Mohammad Reza Farzin ha rassegnato le dimissioni, segnale della tensione ai vertici del sistema. Il presidente Massoud Pezeshkian ha cercato di abbassare i toni, chiedendo al ministro dell’Interno di ascoltare le “richieste legittime” dei manifestanti e di avviare un dialogo. Un messaggio rivolto in particolare ai negozianti, storicamente decisivi anche durante la rivoluzione islamica del 1979. Ma sullo sfondo resta una situazione diplomatica complessa: gli alleati regionali di Teheran appaiono indeboliti, mentre dagli Stati Uniti arrivano parole dure. Donald Trump ha avvertito che un eventuale riarmo o la ripresa del programma nucleare porterebbero a una reazione drastica di Washington. A queste dichiarazioni hanno fatto da contraltare aperture prudenti del ministro degli Esteri Seyed Araghchi, che ha invitato a riprendere i negoziati, e i contatti con Mosca, con il Cremlino che si dice pronto a favorire un allentamento delle tensioni regionali. L'articolo Il ragazzo seduto davanti ai poliziotti in moto diventa il simbolo della rivolta in Iran e il video diventa virale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Iran, proteste contro crisi economica e crollo della moneta locale: i commercianti chiudono i negozi – Video
Proteste a Teheran dei commercianti contro il peggioramento della situazione economica in Iran. Per il secondo giorno consecutivo, infatti, alcuni commercianti nella capitale hanno abbassato le serrande e si sono riuniti per protestare contro il deterioramento della situazione economica e la rapida svalutazione della valuta nazionale. L’agenzia iraniana Ilna, citando uno dei suoi giornalisti, segnala la presenza di “manifestazioni” nei pressi di diversi bazar situati nel centro della capitale iraniana. I manifestanti “chiedono un intervento immediato del governo per fermare le fluttuazioni del tasso di cambio e definire una strategia economica chiara”. La valuta nazionale, il rial, ha toccato domenica un nuovo minimo storico rispetto al dollaro: secondo il tasso informale del mercato nero a oltre 1,4 milioni di rial per un dollaro (contro 820.000 un anno fa) e 1,7 milioni per un euro (contro 855.000). La svalutazione della moneta provoca iperinflazione e forte volatilità in Iran, dove alcuni prezzi aumentano fortemente da un giorno all’altro. “È diventato impossibile portare avanti qualsiasi attività professionale in queste condizioni”, sottolinea l’agenzia Ilna citando i manifestanti. La variazione dei prezzi paralizza le vendite di alcuni beni importati: sia i venditori sia gli acquirenti preferiscono rinviare le transazioni in attesa di maggiore chiarezza. Ieri, secondo un’altra agenzia di stampa iraniana – Isna – i venditori di uno dei più importanti mercati di telefoni cellulari di Teheran avevano chiuso le attività e protestato contro la situazione. L’economia iraniana, già indebolita da decenni di sanzioni occidentali, è stata ulteriormente colpita dal ripristino, a fine settembre da parte dell’Onu, delle sanzioni internazionali revocate dieci anni fa e legate al programma nucleare iraniano. I negoziati su questo tema con gli Stati Uniti sono in stallo e anche l’incertezza derivante da dodici giorni di guerra in giugno contro Israele pesa sulla congiuntura. Il presidente iraniano Massoud Pezeshkian ha affermato che Stati Uniti, Israele ed europei conducono una “guerra totale” contro il suo Paese, in un’intervista pubblicata sabato. Domenica Pezeshkian ha ribadito la sua determinazione a combattere l’inflazione e il caro vita durante la presentazione al Parlamento del bilancio per il prossimo anno. Il capo del potere giudiziario, Gholamhossein Mohseni Ejeï, ha da parte sua affermato che “chiunque accumuli (valute estere) è un criminale e deve essere trattato con fermezza”. Intanto il capo della Banca Centrale dell’Iran Mohammad Reza Farzin si è dimesso, come riferito dalla televisione di stato. Le manifestazioni di oggi sono state le più grandi dal 2022, quando la morte di Mahsa Jina Amini, una ventiduenne in custodia della polizia, aveva innescato proteste a livello nazionale. L'articolo Iran, proteste contro crisi economica e crollo della moneta locale: i commercianti chiudono i negozi – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Studenti iraniani, visti ancora bloccati nonostante la sentenza del Tribunale. Il video della protesta a Teheran
Il tempo stringe e dopo essere stati discriminati rischiano di perdere l’anno accademico. Il 13 novembre un gruppo di studenti iraniani è tornato a riunirsi davanti all’ambasciata italiana a Teheran per protestare contro “la mancanza di trasparenza nel sistema di appuntamenti per il visto e la continua chiusura di slot per visti studenteschi” da parte dell’Italia. Accogliendo il ricorso di uno studente iraniano insieme all’Associazione degli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI), il Tribunale di Torino ha stabilito che i limiti strettissimi per le procedure online configurino una vera e propria discriminazione ai danni degli universitari iraniani, i più numerosi tra gli studenti stranieri in Italia. E ha ordinato al ministero degli Affari Esteri e di conseguenza all’ambasciata italiana in Iran, di sbloccare immediatamente la procedura per i visti di ingresso. “Abbiamo sollecitato la Farnesina e ci è stato risposto che faranno il possibile per accelerare”, riferisce il deputato di Alleanza Verdi e Sinistra, Marco Grimaldi. “Abbiamo anche sollecitato l’immediata riapertura della procedura online, ma al momento non c’è ancora riscontro, come confermano gli studenti che dovranno essere informati per primi visti che il tempo stringe”. Chi protesta ricorda che l’ordine del Tribunale riguarda “tutti gli studenti universitari iraniani che lo hanno richiesto via email o con qualsiasi altra forma esprimendo chiaramente l’intenzione di richiederlo entro il 30 novembre 2025 e comunque in tempo per consentire l’ingresso in Italia per l’inizio dell’anno accademico 2025-2026”. Oltre la scadenza del 30 novembre, infatti, l’iscrizione universitaria verrà messa a repentaglio. “Tanti hanno già perso la possibilità di fare domanda per la borsa di studio, che per noi studenti iraniani è spesso l’unica possibilità di accedere ai corsi di studi”, spiega al Fatto la sorella di uno degli studenti che non hanno ancora avuto accesso alle procedure per il visto. Non solo. “Gli atenei pretendono che lo studente che deve rinnovare l’iscrizione arrivi in Italia entro dicembre. Al momento è ancora tutto bloccato, ma anche se le procedure aprissero domani il personale dell’ambasciata italiana non riuscirà a lavorare in pochi giorni tutte le 1399 richieste ancora in attesa”. Insomma, il rischio di perdere l’anno accademico è alto. “Se perdi l’anno non hai la certezza che l’ateneo accetterà l’iscrizione l’anno successivo, e soprattutto chi ha avuto problemi col rilascio del visto non ha questa garanzia perché le università ne tengono conto. Si rischia di dover ripartire da zero, di perdere tutti i sacrifici e gli studi fatti”. L'articolo Studenti iraniani, visti ancora bloccati nonostante la sentenza del Tribunale. Il video della protesta a Teheran proviene da Il Fatto Quotidiano.
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