Tag - Teheran

Guerra in Iran: chi è Ghalibaf, l’interlocutore intransigente che tratterà con Usa e Israele. “Trump vuole la fine del conflitto entro il 9 aprile”
Oltre tre settimane di attacchi senza che Stati Uniti o Israele abbiano ancora prevalso contro il regime degli ayatollah. Che è certamente indebolito, ma ancora piedi. E che ha bloccato lo Stretto di Hormuz, innescando una crisi energetica mondiale. Sul fronte diplomatico, però, pare che tra Washington e Teheran siano state avviate prove di negoziati e che addirittura in settimana si terrà a Islamabad, in Pakistan, l’incontro tra il vicepresidente Usa JD Vance, la figura più alta dell’amministrazione Usa contraria al conflitto, e Mohammad Bagher Ghalibaf, capo del Parlamento di Teheran, figura chiave sempre più di spicco in un sistema di potere frammentato e sotto pressione estrema. I Paesi che hanno mediato per l’incontro sono Egitto, Turchia e Pakistan, e nella delegazione Usa ci saranno anche gli inviati della Casa Bianca, Steve Witkoff e Jared Kushner. A ipotizzare i tempi brevi delle trattative è il quotidiano israeliano Ynet: Washington, scrive riportando quanto riferito da un funzionario israeliano, ha fissato il 9 aprile come data obiettivo per la fine della guerra, lasciando circa 21 giorni per la prosecuzione dei combattimenti e dei negoziati. La fine della guerra entro questa data potrebbe consentire a Trump di visitare Israele nel giorno dell’Indipendenza (che quest’anno si celebra il 22 aprile) per ricevere il Premio Israele, ha concluso il funzionario. Secondo fonti americane, l’Iran si è dichiarato disponibile a trattare, ma pone condizioni rigorose: un cessate il fuoco immediato, garanzie contro futuri attacchi e compensazioni, tutte al momento respinte da Washington. Gli Stati Uniti sperano che l’Iran accetti limitazioni importanti, tra cui l’azzeramento dell’arricchimento dell’uranio, la riduzione della capacità missilistica e la smilitarizzazione di centrali nucleari chiave. Fonti della Casa Bianca sottolineano però che Teheran ha già rifiutato in passato condizioni simili, rendendo le trattative ancora delicate e incerte. E mentre altri Marines vengono spostati in Medio Oriente di fatto nulla si sa delle condizioni della nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei. CHI È MOHAMMAD-BAGHER GHALIBAF Fino al 23 marzo, il presidente del parlamento iraniano Mohammad-Bagher Ghalibaf, aveva smentito che fossero in corso negoziati con gli Stati Uniti e che lui stesso fosse coinvolto, parlando di “notizie false per manipolare i mercati“. E ha aggiunto: “Il mondo o sta dalla parte di Gaza e contro questo regime di terrore coloniale, oppure si schiera con la classe di Epstein e i torturatori di bambini. Non ci sono vie di mezzo”. Nonostante l’intransigenza e la vicinanza politica e idologica ad Ali Khamenei, è stato individuato da Washington come possibile interlocutore. Già prima dell’inizio del conflitto, il New York Times scriveva di una leadership iraniana che si preparava alla mobilitazione di forza e anche alla sua sopravvivenza politica e di come – in caso di morte di Ali Khamenei, poi ucciso nel primo giorno di raid – Ali Larijani (il cui decesso è stato confermato la scorsa settimana) fosse in cima nell’elenco di candidati per la gestione della Repubblica islamica. Dopo di lui, Ghalibaf. L’interesse dei media dei paesi arabi del Golfo per la vera governance dell’Iran in questo momento di incertezze emerge con chiarezza dalle analisi pubblicate dal quotidiano saudita Al Sharq Al Awsat e dall’emittente qatarina Al Jazeera. L’articolo di Al Sharq Al Awsat descrive Ghalibaf come una personalità di importanza cruciale in questa fase decisiva. Dopo gli attacchi di americani e israeliani che hanno eliminato figure di primo piano – a partire dall’uccisione del Guida Suprema alla fine di febbraio 2026 – Ghalibaf emerge come il principale “ponte” tra le élite politiche, di sicurezza e religiose. Con un background che spazia dal comando nelle Guardie rivoluzionarie durante la guerra Iran-Iraq, al ruolo di capo dell’aviazione del Corpo, capo della polizia nazionale (2000-2005), sindaco di Teheran per oltre un decennio (2005-2017) e presidente del Parlamento dal 2020, Ghalibaf combina esperienza militare, amministrativa e politica. Considerato da sempre vicino al defunto Khamenei e ora al figlio Mojtaba, ha adottato un linguaggio di sfida intransigente: in discorsi televisivi e su X ha minacciato il presidente americano Donald Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu di “colpi devastanti” tali da farli “implorare”, accusandoli di aver oltrepassato la “linea rossa” e promettendo vendetta per l’attacco che ha decapitato la leadership iraniana. Al Jazeera, in articolo intitolato ‘Chi governa davvero l’Iran?‘ delinea un quadro più ampio e complesso: il potere non è più concentrato in un’unica figura carismatica o centralizzata, ma si è trasformato in un’alleanza funzionale nata sotto il fuoco della guerra. Mojtaba Khamenei garantisce continuità simbolica e legittimità religiosa attraverso messaggi scritti che insistono sulla stabilità, sulla conferma degli incaricati del padre “fino a nuovo ordine”, sull”’economia della resistenza” e sull’unità nazionale. Teoricamente, il giovane Khamenei come Guida Suprema detiene l’ultima parola su forze armate, politica estera, guerra e pace. Tuttavia, nel pieno del conflitto, il centro decisionale operativo è dominato dai Guardiani della Rivoluzione, che mantengono resilienza e adattamento decentralizzato nonostante gravi perdite tra i comandanti. Il governo gestisce l’amministrazione quotidiana per evitare il collasso istituzionale, mentre Ghalibaf emerge come la figura civile più visibile e influente. L’eliminazione di mediatori tradizionali come Ali Larijani (ex segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, ucciso in un attacco israeliano) ha ristretto lo spazio per figure equilibrate e trasversali, favorendo invece chi parla la lingua della rappresaglia e della mobilitazione, sottolinea l’emittente. Ghalibaf ha riempito questo vuoto con comunicati che vanno oltre il ruolo da capo di un parlamento: su X ha evocato un cambiamento irreversibile nello status quo dello Stretto di Hormuz, dichiarato operativa l’”equazione occhio per occhio”, deriso le affermazioni americane sul presunto smantellamento delle capacità missilistiche iraniane e promesso che il popolo genererà “migliaia” di figure come Larijani. Questa retorica di deterrenza e mobilitazione, unita al suo percorso unico (dalle strutture di potere alle istituzioni civili), lo rende particolarmente adatto al ruolo attuale. In sintesi, a circa quattro settimane dall’inizio dell’offensiva Usa-Israele, leadership non è più un vertice unico, ma un’alleanza funzionale tra legittimità religiosa (Mojtaba Khamenei), potenza militare e di sicurezza (Guardie Rivoluzionarie) e voce politica di primo piano (Ghalibaf), con il governo a tenere in piedi l’amministrazione ordinaria. È un equilibrio nato sotto il fuoco della guerra, che determinerà il destino del paese in una delle sue fasi più critiche della sua storia, con Ghalibaf che si afferma come il principale attore civile in grado di navigare tra repressione interna, resistenza esterna e sopravvivenza del regime. I MEDIATORI Quello di Islamabad è un “delicato gioco di equilibrismo diplomatico”, ha scritto nei giorni scorsi il giornale pakistano The Express Tribune, parlando del “coinvolgimento dell’Iran ai più alti livelli” e “al contempo dell’impegno strategico di vecchia data con l’Arabia Saudita“. Di recente sono stati nella monarchia del Golfo sia il capo dell’Esercito pakistano, Asim Munir, sia il premier Shehbaz Sharif, che a Gedda il 12 marzo ha incontrato il principe ereditario Mohammed bin Salman. E Asim Munir, secondo due fonti del Financial Times, ha parlato con Donald Trump. Ci sono poi la Turchia e l’Egitto. Il vicepremier e capo della diplomazia pakistana, Ishaq Dar, ha sentito oggi il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, dopo aver parlato ieri con il collega egiziano, Badr Abdelatty. E secondo le fonti del Ft, funzionari pakistani di alto grado stanno facilitando i contatti tra Teheran e l’inviato di Trump, Steve Witkoff, e il genero del presidente Usa, Jared Kushner. Stando a un diplomatico citato dal giornale, Ishaq Dar ha confermato agli omologhi arabi riuniti la scorsa settimana a Riad che Islamabad è impegnata nella mediazione tra Usa e Iran. Per ora continuano a mancare certezze sulla fine del conflitto. L'articolo Guerra in Iran: chi è Ghalibaf, l’interlocutore intransigente che tratterà con Usa e Israele. “Trump vuole la fine del conflitto entro il 9 aprile” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Iran
Mondo
Teheran
Teheran, esplosione e fumo durante la manifestazione pro-Palestina: le immagini
Immagini pubblicate e sui social media mostrano un’esplosione vicino a una manifestazione per la Giornata di Quds a sostegno della Palestina a Teheran, in Iran. Almeno una persona è rimasta uccisa nell’esplosione avvenuta vicino alla manifestazione altre ferite, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa ufficiale iraniana Irna. L'articolo Teheran, esplosione e fumo durante la manifestazione pro-Palestina: le immagini proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mondo
Teheran
Il cielo su Teheran è nero dopo gli attacchi Usa-Israele agli impianti petroliferi: il video
La Mezzaluna Rossa iraniana ha avvertito i cittadini di Teheran del rischio di immissione di composti tossici nell’atmosfera, dopo l’esplosione dei depositi di petrolio durante gli attacchi Usa-Israele a Teheran, “si potrebbero verificare pericolose piogge acide”, che in parte hanno già iniziato a bagnare la capitale. La Protezione civile ha invitato la popolazione a rimanere in casa. Un’enorme nube di fumo si è diffusa nel cielo di Teheran questa mattina, oscurando il cielo, seguita da un pò di pioggia, di colore scuro, sulla capitale. L'articolo Il cielo su Teheran è nero dopo gli attacchi Usa-Israele agli impianti petroliferi: il video proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mondo
Teheran
Il video degli impianti petroliferi di Teheran a fuoco dopo gli attacchi Usa-Israele: i vasti incendi e le colonne di fumo
Stati Uniti e Israele hanno colpito cinque impianti petroliferi durante attacchi notturni a Teheran e nei dintorni. A riferirlo, in un primo momento, il ceo della National Iranian Oil Products Distribution Company, Keramat Veyskarami, alla televisione di Stato. “Quattro depositi petroliferi e un centro di trasporto di prodotti petroliferi a Teheran e nell’Alborz sono stati attaccati da aerei nemici”, ha detto, i cinque impianti “sono stati danneggiati” ma “l’incendio è stato domato”. La capitale iraniana dall’alba è avvolta dal fumo. Secondo quanto riportato, quattro autisti di autocisterne sono rimasti uccisi. Gli attacchi hanno provocato colonne di fuoco, che appaiono nel video di AP come un bagliore nel cielo notturno. È la prima volta che un impianto industriale civile è stato preso di mira nella guerra. L'articolo Il video degli impianti petroliferi di Teheran a fuoco dopo gli attacchi Usa-Israele: i vasti incendi e le colonne di fumo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mondo
Teheran
Financial Times: “Mossad ha hackerato le telecamere di Teheran e i ripetitori di telefonia prima di uccidere Khamenei”
Prima dei raid e dell’uccisione della guida suprema iraniana Ali Khamenei, il Mossad è riuscito a hackerare le telecamere del traffico della capitale Teheran, facilitando così la localizzazione precisa dell’ayatollah. Lo riporta il Financial Times in un dettagliato racconto dell’operazione portata avanti da tempo dall’intelligence israeliana in preparazione dell’attacco che, oltre al leader, ha decimato i vertici della Repubblica islamica. Le telecamere erano una delle molteplici fonti di intelligence che hanno contribuito a confermare la posizione di Khamenei sabato mattina, secondo due fonti a conoscenza della vicenda per le quali c’era anche una fonte umana che riferiva agli americani. Secondo le fonti ascoltate dal giornale, le spie ci lavoravano da molto tempo: “Quasi tutte le camere del traffico sono state hackerate per anni, le loro immagini sono state criptate e trasmesse a server a Tel Aviv e nel sud di Israele”. Secondo quanto riferito, Israele è riuscita anche a bloccare “una dozzina” di ripetitori di telefonia mobile vicino a Pasteur Street, facendo apparire le linee occupate. In questo modo Israele ha impedito alle guardie del corpo di Khamenei di ricevere possibili avvertimenti. La decisione di colpire il leader è stata presa all’inizio delle ostilità, hanno riferito le fonti, prima che potesse trovare rifugio in un bunker a prova di bomba. L’operazione era stata pianificata per mesi, ha riportato il Financial Times, ma è stata modificata quando l’intelligence statunitense e israeliana hanno appreso che Khamenei e alti funzionari si sarebbero incontrati nel suo complesso sabato. Nei giorni scorsi inoltre il segnale satellitare dell’emittente statale iraniana Irib sarebbe stato intercettato per alcuni minuti, secondo segnalazioni diffuse da Iran International, causando un’interruzione temporanea della normale programmazione. Durante l’interferenza sono stati trasmessi discorsi del presidente statunitense Donald Trump e del premier israeliano Benjamin Netanyahu rivolti al popolo iraniano, accompagnati da immagini di attacchi contro diversi obiettivi, tra cui l’ufficio della Guida suprema Ali Khamenei. L'articolo Financial Times: “Mossad ha hackerato le telecamere di Teheran e i ripetitori di telefonia prima di uccidere Khamenei” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mondo
Archivio
Teheran
Khamenei
È morta Dana Eden, produttrice e ideatrice israeliana della serie tv “Tehran”. La polizia: “Tutto sembra indicare che si tratti di un suicidio”
Mondo della tv in lutto. Dana Eden, produttrice e ideatrice israeliana della serie tv ‘Tehran”, è morta a 52 anni durante le riprese della quarta stagione in Grecia. Lo hanno confermato i media israeliani, aggiungendo che la polizia di Atene sta indagando a tutto campo. In prima istanza si era parlato anche della possibilità che la donna sia stata assassinata da agenti del governo iraniano, che aveva attaccato la serie televisiva Teheran sui media statali fin dalla sua prima messa in onda. Tuttavia, l’israeliano Canale 12 ha dichiarato stamattina che questa notizia era una “fake news” e che non era stata fatta alcuna menzione di un’indagine per omicidio o del coinvolgimento iraniano. I notiziari greci, come Ta Nea, Documento e Proto Tema, hanno riferito che è stata trovata morta in una stanza d’albergo di Atene, dove alloggiava dal 4 febbraio, che il corpo è stato scoperto dal fratello, che sono stati trovati lividi sul collo e sugli arti e che nella stanza sono state trovate delle pillole. Tutte queste fonti hanno affermato che le autorità stanno indagando sulla possibilità del suicidio. La polizia privilegia l’ipotesi del suicidio per la morte. “Tutto sembra indicare che si tratti di un suicidio”, ha assicurato un portavoce della polizia, mentre i segni sul collo sembrano essere il risultato di “un tentativo di suicidio con il cavo del telefono”. Il corpo della produttrice 52enne è stato trovato nella sua camera d’albergo vicino a piazza Syntagma, nel centro della capitale greca. “Siamo andati al suo hotel domenica sera verso le 20:15 ora locale e abbiamo trovato sul suo comodino una quantità molto consistente di pillole”, riferisce la stessa fonte. “È stata disposta un’autopsia, sono state esaminate le telecamere di sorveglianza e tutto sembra indicare che si tratti di un suicidio”, ha aggiunto il portavoce della polizia. L'articolo È morta Dana Eden, produttrice e ideatrice israeliana della serie tv “Tehran”. La polizia: “Tutto sembra indicare che si tratti di un suicidio” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Trending News
Teheran
Serie TV
Iran, repressione e diplomazia: condannati a morte 14 manifestanti anti-regime. A Ginevra i colloqui con gli Usa sul nucleare in un clima di diffidenza
All’estero si cerca la mediazione, ma in casa prevale la repressione. Sono questi i due volti dell’Iran: a Ginevra, domani, la delegazione incontrerà gli inviati americani per discutere il programma nucleare. Nel contempo a Teheran, in seguito alle proteste contro il regime degli ayatollah, sono state condannate a morte 14 persone che avevano preso parte ai cortei nei giorni scorsi. Per mandare a morte i dissidenti, secondo le notizie fornite da Iran International, è bastato un procedimento giudiziario sul web, convocato dal giudice Abolghasem Salavati, capo della Sezione 15 della Corte rivoluzionaria iraniana. Del resto, il capo della magistratura iraniana, Gholamhossein Mohseni-Ejei, ha invitato l’autorità giudiziaria ad agire “con la massima risolutezza e senza alcuna clemenza e indulgenza nei processi e nella punizione dei principali elementi delle rivolte e degli atti terroristici”. Secondo i dati forniti da Human Rights Activist New Agency (Hrana), in 50 giorni di proteste il numero delle vittime è salito a 7.015: di queste, 6.508 sono state registrate come “manifestanti”; 226 di loro avevano meno di 18 anni. Tra coloro che hanno perso la vita, anche 214 militari ed esponenti delle forze dell’ordine; 25.845 i feriti tra i civili, gli arresti sono 53.552, inclusi 144 studenti. Mentre il regime conferma la natura sanguinaria della cancellazione del dissenso, a Ginevra domani, con la delegazione guidata dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi cercherà di evitare l’annunciato attacco americano da parte del presidente Trump; il tycoon a capo della Casa Bianca in Svizzera ha inviato Steve Witkoff e il genero Jared Kushner, la stessa coppia a cui è assegnato il dossier Ucraina. I negoziati tra Washington e Teheran saranno mediati dall’Oman. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei all’agenzia Irna dice: “Negoziamo in condizioni di massimo sospetto e sfiducia. Abbiamo esperienze passate e non possiamo dimenticarle neanche per un attimo”. Baqaei ha ribadito la volontà di Teheran di chiudere i negoziati nel più breve tempo possibile: “Per noi il tempo è importante. La nostra gente è sotto pressione a causa delle sanzioni ingiuste e ragione e logica dicono dovremmo poter riuscire al più presto ad arrivare alla revoca di queste sanzioni. Il problema che abbiamo è nel cambiamento delle opinioni e nelle posizioni contraddittorie, non solo da parte dei negoziatori, ma anche da parte di altri funzionari statunitensi”. In ogni caso, la delegazione iraniana sostiene che l’approccio americano si sia spostato nelle ultime ore su aspetti più “realistici” Il segretario di Stato americano, Marco Rubio, conferma la difficoltà dell’incontro: “Abbiamo la speranza che si raggiunga un accordo, il presidente sempre preferisce risultati pacifici e negoziati e ha dimostrato la sua disponibilità a parlare e incontrare chiunque”. Non è chiaro se gli Stati Uniti al tavolo del negoziato, oltre la questione del nucleare, porteranno anche il programma missilistico iraniano, un aspetto che preoccupa forse più, in questa fase storica, non solo gli Usa, ma anche Israele. Come contorno del confronto a Ginevra c’è la fase muscolare: se Trump ha inviato in Medio Oriente due portaerei, il regime sciita risponde con una esercitazione denominata “Controllo intelligente dello Stretto di Hormuz”, guidata dalle forze navali del Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche. Insomma, a Ginevra domani si discuterà, ma nel frattempo si preparano i cannoni. L'articolo Iran, repressione e diplomazia: condannati a morte 14 manifestanti anti-regime. A Ginevra i colloqui con gli Usa sul nucleare in un clima di diffidenza proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mondo
Stati Uniti
Teheran
Nucleare Iran
Per Trump il regime in Iran ha fermato le uccisioni: se non interverrà sarà un massacro
Ma davvero qualcuno ha pensato seriamente che Donald Trump potesse invadere la Repubblica Islamica per sostenere il popolo iraniano? Conosciamo fin troppo bene le regole del gioco: se non ci sono interessi economici in ballo, difficilmente si scende in campo. Tra la vita di migliaia di giovani manifestanti e una prospettiva economica favorevole, cosa mai potrebbe scegliere? Eppure, in questo preciso istante, ci sono quasi 90 milioni di abitanti che aspettano un segnale, un attacco militare che vedono come l’unica via di salvezza. Lo attendono come fosse un liberatore, ma salvatore non sarà. Mentre scrivo, avverto un’angoscia profonda che non concede tregua, un tormento invisibile che si alimenta di ogni immagine capace di infrangere il muro del blackout digitale. Sono rari e preziosi frammenti di verità che mostrano ragazzi poco più che adolescenti sfidare la morte sotto il fuoco dei cecchini a Teheran, Isfahan e Mashhad. Ho cercato un contatto con gli amici a Teheran, un ponte verso chi sta vivendo l’inferno, ma in quei pochi istanti di connessione il suono della voce è stato sopraffatto dal rumore secco e brutale degli spari sotto le loro case. È un’esperienza che segna l’anima: la consapevolezza che una vita possa essersi spenta in diretta, un istante prima che la linea cadesse nel vuoto, lascia un vuoto incolmabile. Resta solo il silenzio di un segnale interrotto e la consapevolezza di essere stati testimoni impotenti di un addio che non ha avuto il tempo di essere pronunciato. Ma a colpire con una violenza ancora maggiore è il cinismo che rimbalza dai corridoi gelidi dello Studio Ovale e dai dispacci di Al Jazeera: la notizia che Donald Trump ha rassicurato il regime iraniano, comunicando che non vi è alcuna intenzione di intervenire. Un annuncio che suona come un abbandono definitivo, una resa del mondo libero davanti al sacrificio di chi sta offrendo la propria vita per la libertà. “Mi dicono che le uccisioni si sono fermate, non ci sono esecuzioni in programma”, ha dichiarato ieri il Presidente statunitense. Ma chi glielo ha detto? Quali “fonti di alto livello” possono ignorare l’odore del sangue che ancora impregna l’asfalto delle piazze? È un’affermazione che gela il sangue. Dire che tutto va bene mentre il regime prepara le forche è più che un errore politico: è una sentenza di morte firmata con il marchio dell’indifferenza. Qualcuno dice che sia una strategia, un modo per distogliere l’attenzione prima di colpire. A mio avviso, Trump non salverà il popolo iraniano. Non ora, non adesso. Tanto sangue è destinato a scorrere nelle prossime settimane se il mondo volterà le spalle proprio adesso. E noi? Noi resteremo qui, a guardare da lontano, testimoni di un massacro annunciato. Saremo quelli che diranno ai posteri: “Sì, abbiamo visto morire una generazione di giovani iraniani per la libertà e non abbiamo potuto muovere un dito”. Il mio cuore oggi, e per ogni giorno che verrà, batte all’unisono con quello del popolo iraniano. Non possiamo restare in silenzio davanti alla prospettiva di questo sterminio. Non possiamo accettare che la realpolitik o gli interessi economici pesino più della vita di un ragazzo di vent’anni. Trump ha una responsabilità storica. Se sceglierà la via del ‘tradimento’ dopo aver alimentato le speranze di una nazione, non sarà ricordato come un leader, ma come colui che ha consegnato le chiavi di un mattatoio ai carnefici. Senza lo scudo di una minaccia internazionale reale, i pasdaran si sentiranno autorizzati a “pulire” le strade nel modo più atroce possibile. Siamo testimoni. E il peso di questa testimonianza ci tornerà a cercare ogni volta che guarderemo l’ennesima esecuzione in televisione. Spero con tutta me stessa di sbagliarmi; me lo auguro con la forza di chi vorrebbe essere smentita dai fatti, perché nulla mi renderebbe più felice di scoprire che i miei timori erano solo polvere e che la vita, alla fine, ha vinto sul cinismo. L'articolo Per Trump il regime in Iran ha fermato le uccisioni: se non interverrà sarà un massacro proviene da Il Fatto Quotidiano.
Iran
Donald Trump
Blog
Mondo
Teheran
Le proteste a Teheran appartengono agli iraniani, ma nessuna potenza internazionale parla davvero di libertà
di Luca Grandicelli L’ondata di proteste che sta attraversando l’Iran nasce da profonde ferite interne alla società iraniana, maturate nell’ambito di una crescente insoddisfazione generale ma soprattutto di instabilità economica, dovuta alle pesanti sanzioni imposte dagli Stati Uniti, dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu e dall’Unione Europea a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso. Le rivolte iniziate a fine dicembre scorso esplodono infatti in un contesto di inflazione galoppante, disoccupazione giovanile e salari erosi, con una percezione diffusa che l’élite religiosa viva ormai in un’altra galassia rispetto alla vita quotidiana. In questi giorni, uomini e donne iraniani scendono in strada rischiando la propria vita sotto i colpi del regime di Khamenei non certo perché “telecomandati” dall’estero, ma perché effettivamente stretti tra povertà crescente e un sistema politico chiuso, incapace ormai di offrire canali di riforma reale. Tuttavia, è fondamentale sottolineare come gli eventi si muovano all’interno di un campo di battaglia geopolitico complesso, affollato di servizi segreti, sanzioni e guerre per procura, e dove la rabbia genuina dei corpi in piazza rischia di essere divorata da potenze esterne che vedono nell’indebolimento di Teheran non tanto la liberazione degli iraniani, né la loro conquista della libertà, quanto l’abbattimento definitivo di un avversario strategico. L’ipotesi di infiltrazioni di intelligence straniere, infatti – in particolare israeliane e statunitensi – non è del tutto priva di fondamento. La storia iraniana è costellata da operazioni clandestine, sabotaggi e assassinii mirati. Tuttavia, pur volendo ridurre tutto a una “rivolta pilotata”, si farebbe un torto alle vere motivazioni delle proteste, ignorando le cause strutturali della crisi e offrendo al regime l’alibi perfetto per la repressione. Su questo punto è inoltre bene ricordare come la violenza di Teheran non sia affatto episodica, ma sistemica ed esercitata senza pietà: forze di sicurezza che sparano al volto dei manifestanti, incursioni negli ospedali, arresti arbitrari e torture di massa. L’Iran degli Ayatollah ha inoltre posto la sopravvivenza del proprio potere al di sopra dei valori islamici che afferma di incarnare, producendo così un tradimento politico e morale di quegli stessi principi, favorendo invece la repressione come tecnica volta ad alzare il costo della protesta fino a renderla insostenibile, e lasciando dunque dietro di sé una società politicamente mutilata. Il paradosso è che la Repubblica islamica nasce nel 1979 anche come rifiuto dell’imperialismo occidentale, dove proprio il successivo embargo permanente ha contribuito a consolidare il potere interno. Il regime si presenta dunque come unica diga contro l’assedio esterno, mentre le élite prosperano e la popolazione paga il prezzo più caro. Certo che il “nemico” esiste davvero, ma la sua esistenza, il suo ritratto esasperato, sta giustificando una repressione brutale, definita da più parti “senza precedenti nella storia iraniana contemporanea”. In questo cortocircuito, nessuna grande potenza internazionale parla davvero di libertà. Il regime teme la perdita del potere, mentre Stati Uniti, Israele e parte dell’Europa vedono l’Iran come un problema di sicurezza. Ormai anche molte opposizioni in esilio parlano più il linguaggio delle lobby che quello della giustizia sociale. Da una parte abbiamo allora i corpi reali in piazza; dall’altra, potenze che calcolano il “day after”. Dire che queste proteste non appartengano agli iraniani è falso. Ma credere che qualcuno voglia davvero proteggerle è un’illusione altrettanto pericolosa. In Iran, oggi, la parola “libertà” è pronunciata con serietà solo da chi rischia la vita per dirla. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. SCOPRI TUTTI I VANTAGGI! L'articolo Le proteste a Teheran appartengono agli iraniani, ma nessuna potenza internazionale parla davvero di libertà proviene da Il Fatto Quotidiano.
Iran
Blog
Mondo
Teheran
Khamenei
In Iran la disperazione ha divorato la paura. E ora il sistema è sul punto di crollare
“La vera rivoluzione inizierà quando il popolo sarà affamato e i bazaari tireranno giù le saracinesche”. Questa frase non era un semplice modo di dire. Era il monito che respiravo quotidianamente durante i miei anni di vita in Iran, camminando tra la gente nel 2009, vedendo il sangue scorrere nel 2019. Oggi, quella profezia si è fatta carne, metallo e grido. Le serrande che sbattono a terra a Teheran, Isfahan, Shiraz e Tabriz non sono solo un segnale economico: sono il fragore di un sistema che sta crollando. Scrivo queste righe con il cuore pesante e le mani che tremano. Siamo oltre il settimo giorno di proteste e, mentre l’Iran brucia, il mondo sembra guardare altrove. C’è un’indignazione feroce in me nel constatare il silenzio dei media e l’ambiguità del contesto internazionale. Donald Trump minaccia interventi se il regime sparerà sui dimostranti, ma le sue parole appaiono oggi svuotate di peso, forse più distratto dalla crisi in Venezuela che dal destino di Teheran. Questo vuoto di leadership globale offre agli ayatollah un frame terribile: la libertà di un iraniano pare valere meno di un calcolo geopolitico. Ma stavolta, sento nel profondo che è diverso. La disperazione ha finalmente divorato la paura. Quando l’inflazione tocca il 43% e il prezzo del pane raddoppia, come scriveva Seneca, il popolo non ascolta ragioni e non teme la morte. È il paradosso tragico di un gigante petrolifero che deve importare benzina per 10 miliardi di dollari perché le raffinerie cadono a pezzi, mentre il regime brucia il 25% del bilancio statale in spese militari folli per perseguire il delirio di distruggere Israele. Pensavamo che il movimento “Donna, Vita, Libertà” fosse svanito sotto i colpi della repressione? Ci sbagliavamo. Quel fuoco non si è mai spento; covava sotto la cenere del 2022, alimentato dal sacrificio di migliaia di giovani. Oggi quel grido è tornato, unendo le donne che sfidano il velo alla classe dei bazaari, il nervo storico e conservatore della società, senza il quale nessun potere in Iran può sopravvivere. È un’eruzione simultanea che accende la mappa del Paese più velocemente di quanto i pasdaran riescano a spegnerla. La risposta del regime è, come sempre, di una barbarie inaudita. Il 2025 si è chiuso con il record di 1.922 impiccagioni: un massacro sistematico per intimidire un popolo che non vuole più abbassare la testa. Le forze di sicurezza usano le ambulanze come scudi e strappano i feriti dai letti d’ospedale. Eppure, per la prima volta, la rabbia non è acefala. Il nome di Reza Pahlavi risuona nelle strade di tutto il paese; il suo “piano dei 100 giorni” per un Iran laico e democratico offre un approdo politico concreto a una rivolta che cerca un futuro. Persino il Presidente Pezeshkian, stretto tra la piazza e il regime, è costretto a definire “legittime” le istanze dei manifestanti, segnale di una crepa che si sta allargando nel cuore del potere. Mentre si rincorrono voci di una possibile fuga di Khamenei verso Mosca, noi che abbiamo amato l’Iran come una madre non possiamo tacere. Il silenzio è il secondo cappio al collo dei martiri, è la mano del boia che affila la lama. Ho passato vent’anni a seguire le ferite di questo Paese, vivendo tra la sua gente, respirando la sua cultura immensa e il suo dolore infinito. Il mio unico desiderio — l’unico che darebbe pace a questi anni di attesa — è vedere un Iran finalmente libero prima di lasciare questa terra. Non restate in silenzio. Condividete il loro grido. Perché nelle strade di Teheran non si combatte solo per il pane, ma per il diritto universale di respirare senza chiedere il permesso a un tiranno. L'articolo In Iran la disperazione ha divorato la paura. E ora il sistema è sul punto di crollare proviene da Il Fatto Quotidiano.
Iran
Blog
Mondo
Teheran
Khamenei