Oltre tre settimane di attacchi senza che Stati Uniti o Israele abbiano ancora
prevalso contro il regime degli ayatollah. Che è certamente indebolito, ma
ancora piedi. E che ha bloccato lo Stretto di Hormuz, innescando una crisi
energetica mondiale. Sul fronte diplomatico, però, pare che tra Washington e
Teheran siano state avviate prove di negoziati e che addirittura in settimana si
terrà a Islamabad, in Pakistan, l’incontro tra il vicepresidente Usa JD Vance,
la figura più alta dell’amministrazione Usa contraria al conflitto, e Mohammad
Bagher Ghalibaf, capo del Parlamento di Teheran, figura chiave sempre più di
spicco in un sistema di potere frammentato e sotto pressione estrema. I Paesi
che hanno mediato per l’incontro sono Egitto, Turchia e Pakistan, e nella
delegazione Usa ci saranno anche gli inviati della Casa Bianca, Steve Witkoff e
Jared Kushner. A ipotizzare i tempi brevi delle trattative è il quotidiano
israeliano Ynet: Washington, scrive riportando quanto riferito da un funzionario
israeliano, ha fissato il 9 aprile come data obiettivo per la fine della guerra,
lasciando circa 21 giorni per la prosecuzione dei combattimenti e dei negoziati.
La fine della guerra entro questa data potrebbe consentire a Trump di visitare
Israele nel giorno dell’Indipendenza (che quest’anno si celebra il 22 aprile)
per ricevere il Premio Israele, ha concluso il funzionario. Secondo fonti
americane, l’Iran si è dichiarato disponibile a trattare, ma pone condizioni
rigorose: un cessate il fuoco immediato, garanzie contro futuri attacchi e
compensazioni, tutte al momento respinte da Washington. Gli Stati Uniti sperano
che l’Iran accetti limitazioni importanti, tra cui l’azzeramento
dell’arricchimento dell’uranio, la riduzione della capacità missilistica e la
smilitarizzazione di centrali nucleari chiave. Fonti della Casa Bianca
sottolineano però che Teheran ha già rifiutato in passato condizioni simili,
rendendo le trattative ancora delicate e incerte. E mentre altri Marines vengono
spostati in Medio Oriente di fatto nulla si sa delle condizioni della nuova
Guida Suprema, Mojtaba Khamenei.
CHI È MOHAMMAD-BAGHER GHALIBAF
Fino al 23 marzo, il presidente del parlamento iraniano Mohammad-Bagher
Ghalibaf, aveva smentito che fossero in corso negoziati con gli Stati Uniti e
che lui stesso fosse coinvolto, parlando di “notizie false per manipolare i
mercati“. E ha aggiunto: “Il mondo o sta dalla parte di Gaza e contro questo
regime di terrore coloniale, oppure si schiera con la classe di Epstein e i
torturatori di bambini. Non ci sono vie di mezzo”. Nonostante l’intransigenza e
la vicinanza politica e idologica ad Ali Khamenei, è stato individuato da
Washington come possibile interlocutore. Già prima dell’inizio del conflitto, il
New York Times scriveva di una leadership iraniana che si preparava alla
mobilitazione di forza e anche alla sua sopravvivenza politica e di come – in
caso di morte di Ali Khamenei, poi ucciso nel primo giorno di raid – Ali
Larijani (il cui decesso è stato confermato la scorsa settimana) fosse in cima
nell’elenco di candidati per la gestione della Repubblica islamica. Dopo di lui,
Ghalibaf.
L’interesse dei media dei paesi arabi del Golfo per la vera governance dell’Iran
in questo momento di incertezze emerge con chiarezza dalle analisi pubblicate
dal quotidiano saudita Al Sharq Al Awsat e dall’emittente qatarina Al Jazeera.
L’articolo di Al Sharq Al Awsat descrive Ghalibaf come una personalità di
importanza cruciale in questa fase decisiva. Dopo gli attacchi di americani e
israeliani che hanno eliminato figure di primo piano – a partire dall’uccisione
del Guida Suprema alla fine di febbraio 2026 – Ghalibaf emerge come il
principale “ponte” tra le élite politiche, di sicurezza e religiose. Con un
background che spazia dal comando nelle Guardie rivoluzionarie durante la guerra
Iran-Iraq, al ruolo di capo dell’aviazione del Corpo, capo della polizia
nazionale (2000-2005), sindaco di Teheran per oltre un decennio (2005-2017) e
presidente del Parlamento dal 2020, Ghalibaf combina esperienza militare,
amministrativa e politica. Considerato da sempre vicino al defunto Khamenei e
ora al figlio Mojtaba, ha adottato un linguaggio di sfida intransigente: in
discorsi televisivi e su X ha minacciato il presidente americano Donald Trump e
il premier israeliano Benjamin Netanyahu di “colpi devastanti” tali da farli
“implorare”, accusandoli di aver oltrepassato la “linea rossa” e promettendo
vendetta per l’attacco che ha decapitato la leadership iraniana.
Al Jazeera, in articolo intitolato ‘Chi governa davvero l’Iran?‘ delinea un
quadro più ampio e complesso: il potere non è più concentrato in un’unica figura
carismatica o centralizzata, ma si è trasformato in un’alleanza funzionale nata
sotto il fuoco della guerra. Mojtaba Khamenei garantisce continuità simbolica e
legittimità religiosa attraverso messaggi scritti che insistono sulla stabilità,
sulla conferma degli incaricati del padre “fino a nuovo ordine”, sull”’economia
della resistenza” e sull’unità nazionale. Teoricamente, il giovane Khamenei come
Guida Suprema detiene l’ultima parola su forze armate, politica estera, guerra e
pace. Tuttavia, nel pieno del conflitto, il centro decisionale operativo è
dominato dai Guardiani della Rivoluzione, che mantengono resilienza e
adattamento decentralizzato nonostante gravi perdite tra i comandanti. Il
governo gestisce l’amministrazione quotidiana per evitare il collasso
istituzionale, mentre Ghalibaf emerge come la figura civile più visibile e
influente.
L’eliminazione di mediatori tradizionali come Ali Larijani (ex segretario del
Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, ucciso in un attacco israeliano)
ha ristretto lo spazio per figure equilibrate e trasversali, favorendo invece
chi parla la lingua della rappresaglia e della mobilitazione, sottolinea
l’emittente. Ghalibaf ha riempito questo vuoto con comunicati che vanno oltre il
ruolo da capo di un parlamento: su X ha evocato un cambiamento irreversibile
nello status quo dello Stretto di Hormuz, dichiarato operativa l’”equazione
occhio per occhio”, deriso le affermazioni americane sul presunto smantellamento
delle capacità missilistiche iraniane e promesso che il popolo genererà
“migliaia” di figure come Larijani. Questa retorica di deterrenza e
mobilitazione, unita al suo percorso unico (dalle strutture di potere alle
istituzioni civili), lo rende particolarmente adatto al ruolo attuale. In
sintesi, a circa quattro settimane dall’inizio dell’offensiva Usa-Israele,
leadership non è più un vertice unico, ma un’alleanza funzionale tra legittimità
religiosa (Mojtaba Khamenei), potenza militare e di sicurezza (Guardie
Rivoluzionarie) e voce politica di primo piano (Ghalibaf), con il governo a
tenere in piedi l’amministrazione ordinaria. È un equilibrio nato sotto il fuoco
della guerra, che determinerà il destino del paese in una delle sue fasi più
critiche della sua storia, con Ghalibaf che si afferma come il principale attore
civile in grado di navigare tra repressione interna, resistenza esterna e
sopravvivenza del regime.
I MEDIATORI
Quello di Islamabad è un “delicato gioco di equilibrismo diplomatico”, ha
scritto nei giorni scorsi il giornale pakistano The Express Tribune, parlando
del “coinvolgimento dell’Iran ai più alti livelli” e “al contempo dell’impegno
strategico di vecchia data con l’Arabia Saudita“. Di recente sono stati nella
monarchia del Golfo sia il capo dell’Esercito pakistano, Asim Munir, sia il
premier Shehbaz Sharif, che a Gedda il 12 marzo ha incontrato il principe
ereditario Mohammed bin Salman. E Asim Munir, secondo due fonti del Financial
Times, ha parlato con Donald Trump. Ci sono poi la Turchia e l’Egitto. Il
vicepremier e capo della diplomazia pakistana, Ishaq Dar, ha sentito oggi il
ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, dopo aver parlato ieri con il collega
egiziano, Badr Abdelatty. E secondo le fonti del Ft, funzionari pakistani di
alto grado stanno facilitando i contatti tra Teheran e l’inviato di Trump, Steve
Witkoff, e il genero del presidente Usa, Jared Kushner. Stando a un diplomatico
citato dal giornale, Ishaq Dar ha confermato agli omologhi arabi riuniti la
scorsa settimana a Riad che Islamabad è impegnata nella mediazione tra Usa e
Iran. Per ora continuano a mancare certezze sulla fine del conflitto.
L'articolo Guerra in Iran: chi è Ghalibaf, l’interlocutore intransigente che
tratterà con Usa e Israele. “Trump vuole la fine del conflitto entro il 9
aprile” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Teheran
Immagini pubblicate e sui social media mostrano un’esplosione vicino a una
manifestazione per la Giornata di Quds a sostegno della Palestina a Teheran, in
Iran. Almeno una persona è rimasta uccisa nell’esplosione avvenuta vicino alla
manifestazione altre ferite, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa
ufficiale iraniana Irna.
L'articolo Teheran, esplosione e fumo durante la manifestazione pro-Palestina:
le immagini proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Mezzaluna Rossa iraniana ha avvertito i cittadini di Teheran del rischio di
immissione di composti tossici nell’atmosfera, dopo l’esplosione dei depositi di
petrolio durante gli attacchi Usa-Israele a Teheran, “si potrebbero verificare
pericolose piogge acide”, che in parte hanno già iniziato a bagnare la capitale.
La Protezione civile ha invitato la popolazione a rimanere in casa. Un’enorme
nube di fumo si è diffusa nel cielo di Teheran questa mattina, oscurando il
cielo, seguita da un pò di pioggia, di colore scuro, sulla capitale.
L'articolo Il cielo su Teheran è nero dopo gli attacchi Usa-Israele agli
impianti petroliferi: il video proviene da Il Fatto Quotidiano.
Stati Uniti e Israele hanno colpito cinque impianti petroliferi durante attacchi
notturni a Teheran e nei dintorni. A riferirlo, in un primo momento, il ceo
della National Iranian Oil Products Distribution Company, Keramat Veyskarami,
alla televisione di Stato. “Quattro depositi petroliferi e un centro di
trasporto di prodotti petroliferi a Teheran e nell’Alborz sono stati attaccati
da aerei nemici”, ha detto, i cinque impianti “sono stati danneggiati” ma
“l’incendio è stato domato”.
La capitale iraniana dall’alba è avvolta dal fumo. Secondo quanto riportato,
quattro autisti di autocisterne sono rimasti uccisi. Gli attacchi hanno
provocato colonne di fuoco, che appaiono nel video di AP come un bagliore nel
cielo notturno. È la prima volta che un impianto industriale civile è stato
preso di mira nella guerra.
L'articolo Il video degli impianti petroliferi di Teheran a fuoco dopo gli
attacchi Usa-Israele: i vasti incendi e le colonne di fumo proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Prima dei raid e dell’uccisione della guida suprema iraniana Ali Khamenei, il
Mossad è riuscito a hackerare le telecamere del traffico della capitale Teheran,
facilitando così la localizzazione precisa dell’ayatollah. Lo riporta il
Financial Times in un dettagliato racconto dell’operazione portata avanti da
tempo dall’intelligence israeliana in preparazione dell’attacco che, oltre al
leader, ha decimato i vertici della Repubblica islamica. Le telecamere erano una
delle molteplici fonti di intelligence che hanno contribuito a confermare la
posizione di Khamenei sabato mattina, secondo due fonti a conoscenza della
vicenda per le quali c’era anche una fonte umana che riferiva agli americani.
Secondo le fonti ascoltate dal giornale, le spie ci lavoravano da molto tempo:
“Quasi tutte le camere del traffico sono state hackerate per anni, le loro
immagini sono state criptate e trasmesse a server a Tel Aviv e nel sud di
Israele”.
Secondo quanto riferito, Israele è riuscita anche a bloccare “una dozzina” di
ripetitori di telefonia mobile vicino a Pasteur Street, facendo apparire le
linee occupate. In questo modo Israele ha impedito alle guardie del corpo di
Khamenei di ricevere possibili avvertimenti. La decisione di colpire il leader è
stata presa all’inizio delle ostilità, hanno riferito le fonti, prima che
potesse trovare rifugio in un bunker a prova di bomba. L’operazione era stata
pianificata per mesi, ha riportato il Financial Times, ma è stata modificata
quando l’intelligence statunitense e israeliana hanno appreso che Khamenei e
alti funzionari si sarebbero incontrati nel suo complesso sabato.
Nei giorni scorsi inoltre il segnale satellitare dell’emittente statale iraniana
Irib sarebbe stato intercettato per alcuni minuti, secondo segnalazioni diffuse
da Iran International, causando un’interruzione temporanea della normale
programmazione.
Durante l’interferenza sono stati trasmessi discorsi del presidente statunitense
Donald Trump e del premier israeliano Benjamin Netanyahu rivolti al popolo
iraniano, accompagnati da immagini di attacchi contro diversi obiettivi, tra cui
l’ufficio della Guida suprema Ali Khamenei.
L'articolo Financial Times: “Mossad ha hackerato le telecamere di Teheran e i
ripetitori di telefonia prima di uccidere Khamenei” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Mondo della tv in lutto. Dana Eden, produttrice e ideatrice israeliana della
serie tv ‘Tehran”, è morta a 52 anni durante le riprese della quarta stagione in
Grecia. Lo hanno confermato i media israeliani, aggiungendo che la polizia di
Atene sta indagando a tutto campo. In prima istanza si era parlato anche della
possibilità che la donna sia stata assassinata da agenti del governo iraniano,
che aveva attaccato la serie televisiva Teheran sui media statali fin dalla sua
prima messa in onda. Tuttavia, l’israeliano Canale 12 ha dichiarato stamattina
che questa notizia era una “fake news” e che non era stata fatta alcuna menzione
di un’indagine per omicidio o del coinvolgimento iraniano.
I notiziari greci, come Ta Nea, Documento e Proto Tema, hanno riferito che è
stata trovata morta in una stanza d’albergo di Atene, dove alloggiava dal 4
febbraio, che il corpo è stato scoperto dal fratello, che sono stati trovati
lividi sul collo e sugli arti e che nella stanza sono state trovate delle
pillole. Tutte queste fonti hanno affermato che le autorità stanno indagando
sulla possibilità del suicidio.
La polizia privilegia l’ipotesi del suicidio per la morte. “Tutto sembra
indicare che si tratti di un suicidio”, ha assicurato un portavoce della
polizia, mentre i segni sul collo sembrano essere il risultato di “un tentativo
di suicidio con il cavo del telefono”.
Il corpo della produttrice 52enne è stato trovato nella sua camera d’albergo
vicino a piazza Syntagma, nel centro della capitale greca.
“Siamo andati al suo hotel domenica sera verso le 20:15 ora locale e abbiamo
trovato sul suo comodino una quantità molto consistente di pillole”, riferisce
la stessa fonte. “È stata disposta un’autopsia, sono state esaminate le
telecamere di sorveglianza e tutto sembra indicare che si tratti di un
suicidio”, ha aggiunto il portavoce della polizia.
L'articolo È morta Dana Eden, produttrice e ideatrice israeliana della serie tv
“Tehran”. La polizia: “Tutto sembra indicare che si tratti di un suicidio”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
All’estero si cerca la mediazione, ma in casa prevale la repressione. Sono
questi i due volti dell’Iran: a Ginevra, domani, la delegazione incontrerà gli
inviati americani per discutere il programma nucleare. Nel contempo a Teheran,
in seguito alle proteste contro il regime degli ayatollah, sono state condannate
a morte 14 persone che avevano preso parte ai cortei nei giorni scorsi.
Per mandare a morte i dissidenti, secondo le notizie fornite da Iran
International, è bastato un procedimento giudiziario sul web, convocato dal
giudice Abolghasem Salavati, capo della Sezione 15 della Corte rivoluzionaria
iraniana. Del resto, il capo della magistratura iraniana, Gholamhossein
Mohseni-Ejei, ha invitato l’autorità giudiziaria ad agire “con la massima
risolutezza e senza alcuna clemenza e indulgenza nei processi e nella punizione
dei principali elementi delle rivolte e degli atti terroristici”.
Secondo i dati forniti da Human Rights Activist New Agency (Hrana), in 50 giorni
di proteste il numero delle vittime è salito a 7.015: di queste, 6.508 sono
state registrate come “manifestanti”; 226 di loro avevano meno di 18 anni. Tra
coloro che hanno perso la vita, anche 214 militari ed esponenti delle forze
dell’ordine; 25.845 i feriti tra i civili, gli arresti sono 53.552, inclusi 144
studenti.
Mentre il regime conferma la natura sanguinaria della cancellazione del
dissenso, a Ginevra domani, con la delegazione guidata dal ministro degli Esteri
Abbas Araghchi cercherà di evitare l’annunciato attacco americano da parte del
presidente Trump; il tycoon a capo della Casa Bianca in Svizzera ha inviato
Steve Witkoff e il genero Jared Kushner, la stessa coppia a cui è assegnato il
dossier Ucraina. I negoziati tra Washington e Teheran saranno mediati dall’Oman.
Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei all’agenzia
Irna dice: “Negoziamo in condizioni di massimo sospetto e sfiducia. Abbiamo
esperienze passate e non possiamo dimenticarle neanche per un attimo”. Baqaei ha
ribadito la volontà di Teheran di chiudere i negoziati nel più breve tempo
possibile: “Per noi il tempo è importante. La nostra gente è sotto pressione a
causa delle sanzioni ingiuste e ragione e logica dicono dovremmo poter riuscire
al più presto ad arrivare alla revoca di queste sanzioni. Il problema che
abbiamo è nel cambiamento delle opinioni e nelle posizioni contraddittorie, non
solo da parte dei negoziatori, ma anche da parte di altri funzionari
statunitensi”. In ogni caso, la delegazione iraniana sostiene che l’approccio
americano si sia spostato nelle ultime ore su aspetti più “realistici”
Il segretario di Stato americano, Marco Rubio, conferma la difficoltà
dell’incontro: “Abbiamo la speranza che si raggiunga un accordo, il presidente
sempre preferisce risultati pacifici e negoziati e ha dimostrato la sua
disponibilità a parlare e incontrare chiunque”. Non è chiaro se gli Stati Uniti
al tavolo del negoziato, oltre la questione del nucleare, porteranno anche il
programma missilistico iraniano, un aspetto che preoccupa forse più, in questa
fase storica, non solo gli Usa, ma anche Israele.
Come contorno del confronto a Ginevra c’è la fase muscolare: se Trump ha inviato
in Medio Oriente due portaerei, il regime sciita risponde con una esercitazione
denominata “Controllo intelligente dello Stretto di Hormuz”, guidata dalle forze
navali del Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche. Insomma, a Ginevra
domani si discuterà, ma nel frattempo si preparano i cannoni.
L'articolo Iran, repressione e diplomazia: condannati a morte 14 manifestanti
anti-regime. A Ginevra i colloqui con gli Usa sul nucleare in un clima di
diffidenza proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ma davvero qualcuno ha pensato seriamente che Donald Trump potesse invadere la
Repubblica Islamica per sostenere il popolo iraniano? Conosciamo fin troppo bene
le regole del gioco: se non ci sono interessi economici in ballo, difficilmente
si scende in campo. Tra la vita di migliaia di giovani manifestanti e una
prospettiva economica favorevole, cosa mai potrebbe scegliere?
Eppure, in questo preciso istante, ci sono quasi 90 milioni di abitanti che
aspettano un segnale, un attacco militare che vedono come l’unica via di
salvezza. Lo attendono come fosse un liberatore, ma salvatore non sarà.
Mentre scrivo, avverto un’angoscia profonda che non concede tregua, un tormento
invisibile che si alimenta di ogni immagine capace di infrangere il muro del
blackout digitale. Sono rari e preziosi frammenti di verità che mostrano ragazzi
poco più che adolescenti sfidare la morte sotto il fuoco dei cecchini a Teheran,
Isfahan e Mashhad.
Ho cercato un contatto con gli amici a Teheran, un ponte verso chi sta vivendo
l’inferno, ma in quei pochi istanti di connessione il suono della voce è stato
sopraffatto dal rumore secco e brutale degli spari sotto le loro case. È
un’esperienza che segna l’anima: la consapevolezza che una vita possa essersi
spenta in diretta, un istante prima che la linea cadesse nel vuoto, lascia un
vuoto incolmabile. Resta solo il silenzio di un segnale interrotto e la
consapevolezza di essere stati testimoni impotenti di un addio che non ha avuto
il tempo di essere pronunciato.
Ma a colpire con una violenza ancora maggiore è il cinismo che rimbalza dai
corridoi gelidi dello Studio Ovale e dai dispacci di Al Jazeera: la notizia che
Donald Trump ha rassicurato il regime iraniano, comunicando che non vi è alcuna
intenzione di intervenire. Un annuncio che suona come un abbandono definitivo,
una resa del mondo libero davanti al sacrificio di chi sta offrendo la propria
vita per la libertà.
“Mi dicono che le uccisioni si sono fermate, non ci sono esecuzioni in
programma”, ha dichiarato ieri il Presidente statunitense. Ma chi glielo ha
detto? Quali “fonti di alto livello” possono ignorare l’odore del sangue che
ancora impregna l’asfalto delle piazze? È un’affermazione che gela il sangue.
Dire che tutto va bene mentre il regime prepara le forche è più che un errore
politico: è una sentenza di morte firmata con il marchio dell’indifferenza.
Qualcuno dice che sia una strategia, un modo per distogliere l’attenzione prima
di colpire. A mio avviso, Trump non salverà il popolo iraniano. Non ora, non
adesso.
Tanto sangue è destinato a scorrere nelle prossime settimane se il mondo volterà
le spalle proprio adesso. E noi? Noi resteremo qui, a guardare da lontano,
testimoni di un massacro annunciato. Saremo quelli che diranno ai posteri: “Sì,
abbiamo visto morire una generazione di giovani iraniani per la libertà e non
abbiamo potuto muovere un dito”.
Il mio cuore oggi, e per ogni giorno che verrà, batte all’unisono con quello del
popolo iraniano. Non possiamo restare in silenzio davanti alla prospettiva di
questo sterminio. Non possiamo accettare che la realpolitik o gli interessi
economici pesino più della vita di un ragazzo di vent’anni.
Trump ha una responsabilità storica. Se sceglierà la via del ‘tradimento’ dopo
aver alimentato le speranze di una nazione, non sarà ricordato come un leader,
ma come colui che ha consegnato le chiavi di un mattatoio ai carnefici. Senza lo
scudo di una minaccia internazionale reale, i pasdaran si sentiranno autorizzati
a “pulire” le strade nel modo più atroce possibile.
Siamo testimoni. E il peso di questa testimonianza ci tornerà a cercare ogni
volta che guarderemo l’ennesima esecuzione in televisione. Spero con tutta me
stessa di sbagliarmi; me lo auguro con la forza di chi vorrebbe essere smentita
dai fatti, perché nulla mi renderebbe più felice di scoprire che i miei timori
erano solo polvere e che la vita, alla fine, ha vinto sul cinismo.
L'articolo Per Trump il regime in Iran ha fermato le uccisioni: se non
interverrà sarà un massacro proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Luca Grandicelli
L’ondata di proteste che sta attraversando l’Iran nasce da profonde ferite
interne alla società iraniana, maturate nell’ambito di una crescente
insoddisfazione generale ma soprattutto di instabilità economica, dovuta alle
pesanti sanzioni imposte dagli Stati Uniti, dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu
e dall’Unione Europea a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso.
Le rivolte iniziate a fine dicembre scorso esplodono infatti in un contesto di
inflazione galoppante, disoccupazione giovanile e salari erosi, con una
percezione diffusa che l’élite religiosa viva ormai in un’altra galassia
rispetto alla vita quotidiana. In questi giorni, uomini e donne iraniani
scendono in strada rischiando la propria vita sotto i colpi del regime di
Khamenei non certo perché “telecomandati” dall’estero, ma perché effettivamente
stretti tra povertà crescente e un sistema politico chiuso, incapace ormai di
offrire canali di riforma reale.
Tuttavia, è fondamentale sottolineare come gli eventi si muovano all’interno di
un campo di battaglia geopolitico complesso, affollato di servizi segreti,
sanzioni e guerre per procura, e dove la rabbia genuina dei corpi in piazza
rischia di essere divorata da potenze esterne che vedono nell’indebolimento di
Teheran non tanto la liberazione degli iraniani, né la loro conquista della
libertà, quanto l’abbattimento definitivo di un avversario strategico.
L’ipotesi di infiltrazioni di intelligence straniere, infatti – in particolare
israeliane e statunitensi – non è del tutto priva di fondamento. La storia
iraniana è costellata da operazioni clandestine, sabotaggi e assassinii mirati.
Tuttavia, pur volendo ridurre tutto a una “rivolta pilotata”, si farebbe un
torto alle vere motivazioni delle proteste, ignorando le cause strutturali della
crisi e offrendo al regime l’alibi perfetto per la repressione.
Su questo punto è inoltre bene ricordare come la violenza di Teheran non sia
affatto episodica, ma sistemica ed esercitata senza pietà: forze di sicurezza
che sparano al volto dei manifestanti, incursioni negli ospedali, arresti
arbitrari e torture di massa. L’Iran degli Ayatollah ha inoltre posto la
sopravvivenza del proprio potere al di sopra dei valori islamici che afferma di
incarnare, producendo così un tradimento politico e morale di quegli stessi
principi, favorendo invece la repressione come tecnica volta ad alzare il costo
della protesta fino a renderla insostenibile, e lasciando dunque dietro di sé
una società politicamente mutilata.
Il paradosso è che la Repubblica islamica nasce nel 1979 anche come rifiuto
dell’imperialismo occidentale, dove proprio il successivo embargo permanente ha
contribuito a consolidare il potere interno. Il regime si presenta dunque come
unica diga contro l’assedio esterno, mentre le élite prosperano e la popolazione
paga il prezzo più caro. Certo che il “nemico” esiste davvero, ma la sua
esistenza, il suo ritratto esasperato, sta giustificando una repressione
brutale, definita da più parti “senza precedenti nella storia iraniana
contemporanea”.
In questo cortocircuito, nessuna grande potenza internazionale parla davvero di
libertà. Il regime teme la perdita del potere, mentre Stati Uniti, Israele e
parte dell’Europa vedono l’Iran come un problema di sicurezza. Ormai anche molte
opposizioni in esilio parlano più il linguaggio delle lobby che quello della
giustizia sociale.
Da una parte abbiamo allora i corpi reali in piazza; dall’altra, potenze che
calcolano il “day after”. Dire che queste proteste non appartengano agli
iraniani è falso. Ma credere che qualcuno voglia davvero proteggerle è
un’illusione altrettanto pericolosa. In Iran, oggi, la parola “libertà” è
pronunciata con serietà solo da chi rischia la vita per dirla.
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L'articolo Le proteste a Teheran appartengono agli iraniani, ma nessuna potenza
internazionale parla davvero di libertà proviene da Il Fatto Quotidiano.
“La vera rivoluzione inizierà quando il popolo sarà affamato e i bazaari
tireranno giù le saracinesche”. Questa frase non era un semplice modo di dire.
Era il monito che respiravo quotidianamente durante i miei anni di vita in Iran,
camminando tra la gente nel 2009, vedendo il sangue scorrere nel 2019.
Oggi, quella profezia si è fatta carne, metallo e grido. Le serrande che
sbattono a terra a Teheran, Isfahan, Shiraz e Tabriz non sono solo un segnale
economico: sono il fragore di un sistema che sta crollando.
Scrivo queste righe con il cuore pesante e le mani che tremano. Siamo oltre il
settimo giorno di proteste e, mentre l’Iran brucia, il mondo sembra guardare
altrove. C’è un’indignazione feroce in me nel constatare il silenzio dei media e
l’ambiguità del contesto internazionale. Donald Trump minaccia interventi se il
regime sparerà sui dimostranti, ma le sue parole appaiono oggi svuotate di peso,
forse più distratto dalla crisi in Venezuela che dal destino di Teheran.
Questo vuoto di leadership globale offre agli ayatollah un frame terribile: la
libertà di un iraniano pare valere meno di un calcolo geopolitico.
Ma stavolta, sento nel profondo che è diverso. La disperazione ha finalmente
divorato la paura. Quando l’inflazione tocca il 43% e il prezzo del pane
raddoppia, come scriveva Seneca, il popolo non ascolta ragioni e non teme la
morte. È il paradosso tragico di un gigante petrolifero che deve importare
benzina per 10 miliardi di dollari perché le raffinerie cadono a pezzi, mentre
il regime brucia il 25% del bilancio statale in spese militari folli per
perseguire il delirio di distruggere Israele.
Pensavamo che il movimento “Donna, Vita, Libertà” fosse svanito sotto i colpi
della repressione? Ci sbagliavamo. Quel fuoco non si è mai spento; covava sotto
la cenere del 2022, alimentato dal sacrificio di migliaia di giovani. Oggi quel
grido è tornato, unendo le donne che sfidano il velo alla classe dei bazaari, il
nervo storico e conservatore della società, senza il quale nessun potere in Iran
può sopravvivere. È un’eruzione simultanea che accende la mappa del Paese più
velocemente di quanto i pasdaran riescano a spegnerla.
La risposta del regime è, come sempre, di una barbarie inaudita. Il 2025 si è
chiuso con il record di 1.922 impiccagioni: un massacro sistematico per
intimidire un popolo che non vuole più abbassare la testa. Le forze di sicurezza
usano le ambulanze come scudi e strappano i feriti dai letti d’ospedale.
Eppure, per la prima volta, la rabbia non è acefala. Il nome di Reza Pahlavi
risuona nelle strade di tutto il paese; il suo “piano dei 100 giorni” per un
Iran laico e democratico offre un approdo politico concreto a una rivolta che
cerca un futuro. Persino il Presidente Pezeshkian, stretto tra la piazza e il
regime, è costretto a definire “legittime” le istanze dei manifestanti, segnale
di una crepa che si sta allargando nel cuore del potere.
Mentre si rincorrono voci di una possibile fuga di Khamenei verso Mosca, noi che
abbiamo amato l’Iran come una madre non possiamo tacere. Il silenzio è il
secondo cappio al collo dei martiri, è la mano del boia che affila la lama. Ho
passato vent’anni a seguire le ferite di questo Paese, vivendo tra la sua gente,
respirando la sua cultura immensa e il suo dolore infinito. Il mio unico
desiderio — l’unico che darebbe pace a questi anni di attesa — è vedere un Iran
finalmente libero prima di lasciare questa terra.
Non restate in silenzio. Condividete il loro grido. Perché nelle strade di
Teheran non si combatte solo per il pane, ma per il diritto universale di
respirare senza chiedere il permesso a un tiranno.
L'articolo In Iran la disperazione ha divorato la paura. E ora il sistema è sul
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