P er chi non ha vissuto gli anni Novanta, leggere nell’introduzione di un libro
dedicato a questo decennio di raccordo tra due secoli che “non erano tempi per
chi aspirava a troppo” pare preludere al racconto di un periodo storico dominato
dalla modestia e, magari, anche dalla mediocrità. In realtà, parlarne implica
(anche) affrontare il tema di una singolare concezione di realizzazione e
successo, allora piuttosto diffusa, soprattutto nella prima metà del decennio.
L’autore di questo saggio, Chuck Klosterman (1972), appartiene alla Generazione
X e, come buona parte di essa, ha vissuto quel conflitto per cui “ogni desiderio
esplicito di approvazione era sufficiente a dimostrare che eri una persona
terribile” perché significava compromettere “dei valori un tempo abbracciati in
cambio di qualcosa di superficiale (tendenzialmente soldi, ma non sempre)”. Come
si può intuire da queste considerazioni, la persona più nota ad aver incarnato
questo conflitto, fino a pagarlo nella maniera più tragica possibile, è stata
Kurt Cobain. Klosterman ricorda che il frontman dei Nirvana si era detto
comprensivo verso chi gli dava del venduto, proprio perché era cresciuto con
questa stessa concezione della fama. Una mentalità assurta a paradosso nel 1993,
quando Beck, grazie al singolo Loser, un pezzo in cui “rimarcava il fatto che
fosse un ‘perdente’”, ha ottenuto un grande successo. Che poi Beck avesse
un’attitudine molto diversa da Cobain è un altro discorso: resta il fatto che,
volente o nolente, la sua canzone, proprio grazie al ritornello in cui si
definiva un perdente, ai tempi aveva animato non solo i dancefloor “indie”.
> L’autore appartiene alla Generazione X e ha vissuto quel conflitto per cui
> “ogni desiderio esplicito di approvazione era sufficiente a dimostrare che eri
> una persona terribile” perché significava compromettere “dei valori un tempo
> abbracciati in cambio di qualcosa di superficiale (tendenzialmente soldi, ma
> non sempre)”.
I Novanta è uscito negli Stati Uniti nel 2022, recentemente in italiano, e non è
un caso che proprio nell’epoca che stiamo vivendo sia nata l’esigenza di
analizzare in maniera articolata questo decennio di passaggio. Oggi, infatti, la
smania per l’affermazione di sé ha conquistato un po’ tutti, compresa una parte
della Generazione X che, però, soffre di una certa goffaggine
nell’autocelebrarsi sui social media, soprattutto perché sembra alla ricerca di
una gloria fuori tempo massimo, che in gioventù, più o meno consapevolmente, ha
allontanato. Da circa vent’anni, d’altronde, si sta realizzando appieno quanto
predisposto negli implacabili anni Ottanta, decennio ben sintetizzato nelle
parole di due militanti di Democrazia Proletaria riportate da Valerio Mattioli
nel suo saggio Novanta – Una controstoria culturale (2025), in cui si rimarca
quanto l’epoca di Reagan, Thatcher e, qui, del Pentapartito avesse generato,
successivamente, “‘una forza nata dall’insofferenza’ per quello che quel
decennio aveva significato ‘in termini di pensiero unico, di esaltazione del
mercato, dell’individualismo, gli anni degli yuppie e dei paninari’”. Perché,
senza dubbio, vivere l’infanzia o l’adolescenza circondati da ideali simili ha
traumatizzato buona parte di una generazione che, con la prima maturità, ha
reagito, ne ha preso le distanze.
Quando Klosterman ‒ che si concentra esclusivamente sugli Stati Uniti ‒ parla
dello spot televisivo della Subaru del 1993 in cui l’attore Jeremy Davies
esclama “questa macchina è come il punk-rock”, viene in mente la “nostra” Uno
Rap, prodotta dalla Fiat durante la prima esposizione vagamente popolare del rap
in Italia, tra il 1991 e il 1993, quando qui il genere musicale nato nel Bronx,
per quanto residente nei centri sociali occupati, era approdato sui mass media.
Ecco, entrambi questi tentativi commerciali testimoniano l’incapacità del
mercato di allora di rivolgersi alla parte idealista della Generazione X, quella
che stava tentando di non accettare il modello imposto nel decennio precedente e
che era impossibile conquistare con queste grottesche strizzatine d’occhio.
Anche nelle parti in cui l’autore e giornalista, originario del Minnesota, non
parla di questa opposizione giovanile ai valori ingiunti dai piani alti,
emergono comunque dei paradossi. Nel capitolo in cui tratta della vera madre di
tutte le “rivoluzioni” della nostra epoca, avvenuta nella seconda metà dei
Novanta, ossia la prima diffusione di massa di Internet, mette in luce un
cortocircuito che, anni dopo, i social media hanno accentuato. Parlando di
Unabomber, infatti, rimarca come “la tecnologia” a cui il terrorista aveva
dichiarato guerra fosse “una componente essenziale dell’organizzazione
antitecnologica” perché “senza il supporto di internet questi gruppi e i singoli
individui non sarebbero mai stati capaci di trovarsi”. La discussione dei nostri
tempi sulle contraddizioni che si porta dietro fare attivismo antisistema su
Facebook, Twitter/X o Instagram, di fatto arricchendo la Silicon Valley, sembra
suggerire che già allora i valori degli anni Ottanta avessero stravinto, e
Klosterman lo dimostra anche sottolineando un’altra contraddizione per cui,
tornando alla musica, “Kurt Cobain era una rock star il cui scopo era
essenzialmente criticare il concetto di rock star”.
> Nel capitolo in cui tratta della vera madre di tutte le “rivoluzioni” della
> nostra epoca, avvenuta nella seconda metà dei Novanta, ossia la prima
> diffusione di massa di Internet, Klosterman mette in luce un cortocircuito e
> dei paradossi che, anni dopo, i social media hanno accentuato.
Non è solo la musica che aiuta a spiegare alcuni tratti fondanti di quegli anni
perché quando Klosterman passa al cinema, parla dell’“esplosione di produzioni
indipendenti”, di “pellicole non convenzionali” e “sature di anti-cliché” che,
alla fine, però, sono rimaste intrappolate in quel decennio. Fondamentalmente
questi film non sono riusciti a oltrepassare la loro epoca perché definiti
“dall’interiorità dei loro creatori” e scissi “dalla morale della vita vera e
dalle politiche attuali”, come successivamente è avvenuto sempre di meno, a
conferma del fatto che si sta parlando di un decennio di passaggio o, ancora
meglio, di assestamento postideologico. Non a caso nel racconto, ovviamente, c’è
spazio anche per il pop, perché non è che le produzioni mainstream fossero
sparite o soffrissero realmente la concorrenza di questa spinta alternativa:
restando nel cinema, basti citare Jurassic Park (1993) e soprattutto Titanic
(1997), per ricordarsi certi clamorosi exploit commerciali dell’epoca. Quella
parte di Generazione X ben rappresentata da Cobain e che, non solo grazie a lui,
è rimasta nella memoria, sembrava proteggersi dall’ansia connessa a questi
successi svalutandoli, snobbandoli, classificandoli come imbarazzanti, dato che
aveva sviluppato questo forte sentimento di “opposizione allo spirito
commerciale” per autodifendersi dall’oppressione della performance.
Ma un decennio non “appartiene” solo alla gioventù oppositrice, non a caso in un
periodo in cui la televisione era ancora onnipotente, “più popolare di qualsiasi
altra cosa”, i giovani personaggi di uno dei programmi più visti dell’epoca,
Friends, apparivano piuttosto allineati perché se come molti loro coetanei
rifiutavano “in prima battuta le responsabilità tradizionalmente associate
all’età adulta”, avevano comunque molte caratteristiche del cittadino medio. Con
ogni probabilità tra il pubblico fedele della sitcom inaugurata nel 1994 c’era
anche una parte della fanbase dei Nirvana, sia perché l’idealismo di allora non
era rigido come negli anni Settanta (mitizzati da molti in quegli anni) sia
perché ascoltare Cobain e soci non significava per forza aderire al rifiuto di
una vita ordinaria. Ma più in generale, nella seconda metà dei Novanta (e
Friends tra il 1995 e il 1996 ha avuto la media di spettatori più alta), certe
idee stavano iniziando a rientrare, e lo certifica il culto di Leonardo
DiCaprio, diventato, grazie a Titanic, una vera superstar. In questo caso il
pubblico che lo ha reso tale aveva qualche anno in meno di quello dei Nirvana, e
il sogno di affiancare o emulare il proprio idolo era esplicito, quindi le
aspirazioni stavano tornando a farsi largo in maniera consistente.
E che la popolarità stesse tornando a essere ambita lo dimostrano anche le
vicende giudiziarie e di cronaca raccontate in diretta con uno stile che aveva
la pretesa di essere reale. Perché oltre al fatto che il pubblico, come scrive
Klosterman, esprimeva il desiderio “di essere parte delle notizie”, il trasporto
con cui le seguiva era tale da apparire bramoso di quell’esposizione mediatica
anche a fronte di crimini. Casi come quello del giudice Clarence Thomas,
riconfermato nonostante le accuse (molto credibili) di molestie sessuali, e
soprattutto quello di O.J. Simpson, al centro di un controverso processo per
omicidio da cui esce assolto nonostante le prove sembrassero schiaccianti, erano
diventati seguitissimi show televisivi.
> Due sono in particolare le qualità principali del saggio: le valide
> connessioni prodotte nel racconto, con il punto di vista culturale sull’epoca
> sempre ben articolato, e la presenza della cultura alternativa, soprattutto
> della musica che all’epoca era decisamente rilevante.
Come si può intuire, nel libro c’è un’attenta selezione autoriale di eventi e
personaggi citati, ma questa è un’implicazione connaturata a tutti gli scritti
che abbracciano un lungo periodo di tempo. Klosterman la fa con personalità,
però, in fin dei conti, nel suo saggio emergono soprattutto altre due qualità.
La prima riguarda le valide connessioni prodotte nel racconto, come quando si
lega l’ascesa di Clinton ai successi della squadra di football americano Dallas
Cowboys o ancora quando si parte da Matrix per arrivare alla strage alla
Columbine High School. Il punto di vista culturale sull’epoca è sempre ben
articolato, insomma. La seconda è la presenza della cultura alternativa,
soprattutto della musica ‒ sì, di nuovo, perché all’epoca era decisamente
rilevante ‒, grazie a citazioni non proprio scontate, come quella di un verso di
Youth Against Fascism in cui i Sonic Youth si schierano con Anita Hill ‒ la
vittima delle molestie sessuali del giudice Thomas ‒ o quella di un articolo del
Washington Post in cui si rimarca la solida etica underground dei Fugazi. Chi ha
vissuto quel periodo, d’altronde, difficilmente si stupirà a trovare citati
nello stesso libro Friends e i Fugazi, perché il conflitto tra mainstream e
underground era talmente percepibile e sentito che da entrambe le parti c’era
fermento e, per quanto fosse diffuso il disprezzo reciproco, ignorarsi era
impossibile.
Tra i “reduci” della Generazione X, oggi, la predisposizione a non aspirare a
troppo è stata anestetizzata o viene ricordata per la tipica nostalgia dell’età
adulta, ma in parte è anche rivendicata per dare un alibi al proprio percorso o
per una ferrea convinzione che oltrepassa le fasi della vita. Questo libro è un
contributo a ricordare questo e altri tratti, e oltre a spiegare un’epoca,
contribuisce a valorizzarla agli occhi di chi ne ha vaghi ricordi di infanzia o
non l’ha vissuta. Perché, considerata l’importanza che individualismo,
competizione e arrivismo hanno nella modernità, con ogni probabilità proprio
quel diffuso rifiuto al successo – espresso in modestia, basso profilo o
riservatezza ‒ ha generato un’incomprensione naturale, un’incomunicabilità tra
generazioni.
L'articolo I Novanta di Chuck Klosterman proviene da Il Tascabile.
Tag - generazione x
C lockwatchers, esordio alla regia della statunitense Jill Sprecher, è una
commedia drammatica indipendente del 1997 focalizzata sulle ripercussioni
psicologiche del lavoro temporaneo sulle nuove generazioni. Uscito prima di
tutto in Australia, patria di una delle attrici principali del cast, Toni
Collette, il film, a novembre del 1997, vince il Festival internazionale cinema
giovani di Torino, allora diretto da Alberto Barbera. Tra le protagoniste c’è
anche Parker Posey (n. 1968), a febbraio dello stesso anno eletta “Queen of the
indies” in un articolo di Time in cui si specificava che l’attrice preferiva
definirsi, meno romanticamente, “that indie tramp”. Nel 1997 erano passati
appena quattro anni dai primi ruoli degni di nota di Posey e il critico
cinematografico del Time Richard Corliss sottolineava come questa ragazza nata a
Baltimora, cresciuta tra la Louisiana e il Mississippi per poi stabilirsi a New
York, rievocasse le dive dell’età d’oro di Hollywood per la sua naturalezza ma,
nello stesso tempo, accettasse dei compensi ridotti per avere ruoli in film
indipendenti perché affascinata dalla centralità dei personaggi in queste
produzioni low-budget.
Il fatto è che dietro certe sue scelte c’era anche l’identificazione in
un’attitudine generazionale.
Per fare una piccola parte in Doom Generation (1995) di Gregg Araki, ad esempio,
Posey ha raggiunto il set pagandosi metà del biglietto aereo, non perché avesse
capito che sarebbe diventato uno dei film di culto per eccellenza degli anni
Novanta, ma perché in questo road movie che il comunicato stampa definiva “un
mix esplosivo di commedia nera e sessualità sovversiva”, era attratta dai
protagonisti, tre “adolescenti fannulloni alienati” in fuga da tutto e tutti
senza alcuna speranza di farcela anche perché “non fatti per questo mondo”, come
(pre)dicono all’inizio del film. Così uno di loro, soprannominato “X”, a un
certo punto sentenzia: “siamo sulla stessa barca” e “siamo tutti fottuti”. Un
film con un punto di vista apocalittico su un’intera generazione che, non senza
ironia, dipinge un mondo iperviolento in cui il personaggio tanto effimero
quanto pazzoide di Posey sguazza.
Poi c’è stato SubUrbia (1996), il primo film che Richard Linklater ha solo
diretto e non scritto basandosi su una pièce tagliente di Eric Bogosian da cui
la provincia statunitense esce a pezzi. Qui Posey è una professionista della
discografia che arriva dalla metropoli, di passaggio in provincia per
accompagnare e assistere un artista locale che ce l’ha fatta e torna da star nei
luoghi dove è cresciuto. La sua Erica appare in poche scene, sufficienti per
esibire la consapevolezza di esercitare un certo fascino sul gruppo di ventenni
protagonista che ammazza il tempo per strada, all’angolo di un minimarket aperto
di fronte a una pompa di benzina, confrontandosi e scontrandosi ‒ a parole ‒ su
sogni, frustrazioni e tormenti che, ovunque si guardi, prospettano un futuro
oscuro. Sulla carta Erica sembra una vincente, ha un sorriso scaltro, ma è anche
oltremodo condiscendente con l’artista che segue, e il tentativo ostinato di
sfruttare la sua autorità di fronte a dei coetanei angosciati e avviliti, fa
intuire allo spettatore che si tratta di un’altra giovane frustrata dalla
marginalità, in questo caso all’interno di un ambiente di lavoro che crea
illusioni tanto grandi quanto inafferrabili: il suo desiderio di inserirsi al
volo nella disperazione altrui la rende un’altra giovane vittima di quel periodo
storico.
> Doom Generation è un film con un punto di vista apocalittico su un’intera
> generazione che, non senza ironia, dipinge un mondo iperviolento in cui il
> personaggio tanto effimero quanto pazzoide di Posey sguazza.
Insomma, queste e altre produzioni low-budget statunitensi a cui partecipava
Posey, spesso ritraevano la Generazione X nella fase turbolenta e timorosa di
avvicinamento alla vita adulta. Nello stesso Clockwatchers si parla di quattro
giovani impiegate con contratti temporanei che non vedono l’ora di staccare da
lavoro, di uscire da un ufficio dove l’ambiente è spietato, e andare a
immaginare un futuro migliore solidarizzando tra di loro. Erano anni in cui si
iniziava a parlare concretamente di precariato, e in questo caso il personaggio
di Posey affronta la possibilità del licenziamento con la praticità di chi è
consapevole che qualcosa non va ma non riesce a razionalizzarlo: “L’unica vera
sfida di questo lavoro è cercare di sembrare impegnati quando non c’è niente da
fare” e “Non puoi licenziarmi, non sai nemmeno il mio nome”, sono due battute
memorabili della sua Margaret.
Con un’altra piccola parte, in Drunks (1995) di Peter Cohn, inoltre Posey ha
portato alla ribalta un altro tema: non ancora trentenne, durante un incontro
degli Alcolisti anonimi, il suo personaggio racconta il disagio adolescenziale
vissuto nel decennio precedente, quando era esploso il culto assoluto della
ricchezza, e lo fa nominando spesso Janis Joplin, svelando il suo tentativo
utopico e miseramente fallito “di rivivere gli anni Sessanta negli anni
Ottanta”. Questi e altri film, in buona sostanza, delineavano il quadro di una
generazione intrappolata tra l’idealizzazione di un passato sentito raccontare o
appena vissuto con gli occhi dell’infanzia e la paura di un presente fino a poco
prima inimmaginabile, in cui soprattutto le nuove dinamiche del mondo del lavoro
apparivano disumane e insostenibili.
La predilezione di Posey per queste piccole produzioni indie era perfettamente
in linea con la visione negativa del successo tipica della Generazione X, che
ripudiava il consenso di massa (vedi Kurt Cobain), lo considerava un’ambizione
distintiva di alcune figure tipiche degli opprimenti anni Ottanta (vedi gli
yuppie), oltre che un’adesione a una vanità individualista sempre più diffusa.
Poi, a dispetto di questa inclinazione, Posey veniva intervistata da media come
il Time e andava ospite nel talk show di Conan O’Brien, ma fuori dagli Stati
Uniti restava un volto noto a un piccolo gruppo di appassionati e, in generale,
il grande pubblico ha sempre faticato a riconoscerla perché, anche quando ha
partecipato a qualche grande produzione ‒ come C’è posta per te (1998), Scream 3
(2000), Superman Returns (2006) o, più recentemente, Irrational Man (2015) e
Café Society (2016) di Woody Allen ‒ ha sempre avuto ruoli minori.
> Questi film delineavano il quadro di una generazione intrappolata tra
> l’idealizzazione di un passato sentito raccontare e la paura di un presente
> fino a poco prima inimmaginabile, in cui soprattutto le nuove dinamiche del
> mondo del lavoro apparivano disumane e insostenibili.
Oggi, però, smussata o archiviata la disposizione d’animo generazionale, le sue
scelte professionali in qualche modo imprudenti, che non l’hanno resa una diva
ma il volto simbolo delle produzioni indipendenti degli anni Novanta, le hanno
dato una ritardataria e forse promettente ricompensa.
Il suo quasi coetaneo Mike White, classe 1970, infatti l’ha scelta per un ruolo
chiave nella terza, ultima, e più vista stagione della serie TV che scrive e
dirige dal 2021, The White Lotus, probabilmente proprio ripensando a questo
cinema indie generazionale. Quei film, infatti, erano molto verbosi perché
spesso i protagonisti erano perdigiorno, disoccupati, o con un impiego McJob,
che fantasticavano sul futuro, dunque i dialoghi, molto colloquiali, a volte
paradossali, nella rappresentazione dei personaggi facevano la differenza ‒ un
esempio eclatante, quasi una parodia in questo senso, è Clerks (1994) di Kevin
Smith.
Posey nelle otto puntate della serie corale di White interpreta Victoria, una
signora di mezza età statunitense, altezzosa, che ostenta costantemente la sua
appartenenza all’alta borghesia, una madre psicotica in “una famiglia di
narcisisti”, come dice il figlio più piccolo, ma che lei, con orgoglio,
definisce “normale”. Il punto è che gli stessi protagonisti di questa serie, in
vacanza in un villaggio turistico isolato e autosufficiente, hanno poco o niente
da fare, dunque vengono definiti più dalle loro battute che dalle loro azioni. E
sul web nei molti articoli o video che raccolgono le migliori citazioni di
questa terza stagione, la linguacciuta Victoria è onnipresente, ad esempio con
una battuta che lancia al termine di una discussione animata con la figlia,
quando si alza con un bicchiere di vino in mano dicendo con tono scocciato “Non
ho nemmeno il mio Lorazepam. Adesso per riuscire a dormire mi toccherà bere”.
Ancora una volta l’eroina del cinema indie interpreta un personaggio ben
costruito che, per giunta, sembra rappresentare il declino dello spirito della
Generazione X. Anche se in questo caso la sua inclinazione a non fare niente e
straparlare deriva banalmente dalla grande ricchezza, non più dalla volontà di
ritardare l’ingresso nella vita adulta, si può supporre, vista la sua età, che
si sia costruita una realtà mentale capace di giustificare tutto quello che da
giovane non avrebbe voluto vivere. È un fuori campo supposto ma plausibile.
Negli anni Novanta la Generazione X ha vissuto la grande illusione di poter
sposare dei modelli di vita molto meno frenetici e meno individualisti di quanto
lo fossero già all’epoca, in parte ispirati ai due decenni che hanno preceduto i
narcisisti anni Ottanta. Senza dubbio una parte di questi giovani si concedeva
questa visione del mondo con la consapevolezza che, a un certo punto, avrebbe
potuto aderire senza intoppi al modello lavoro-casa-famiglia-pensione. Poi,
però, oltre al precariato, è arrivata anche la crisi finanziaria del 2008 che, a
differenza di tutte le altre, ha colpito la Generazione X tra i 30 e i 40 anni,
in un momento fondativo della vita adulta ‒ come recentemente ha ben spiegato
Callum Williams di The Economist. Lo scorso marzo, su The New York Times, invece
Steven Kurutz ha scritto che la Generazione X ha raggiunto la mezza età
dovendosi rapportare a un mondo nuovo, sconosciuto, completamente diverso da
quello in cui è cresciuta, aggiungendo che le persone più in difficoltà sono i
lavoratori di “editoria, giornalismo, fotografia, graphic design, pubblicità,
musica, cinema e televisione”. Insomma, tra batoste e spaesamenti, molte persone
nate tra il 1965 e il 1980, non solo nella finzione, hanno dovuto trovare dei
modi più o meno pratici per cavarsela, anche allineandosi alle tendenze
dominanti della società.
In due differenti interviste, una del 2018 uscita su The New York Times e una
del 2023 su Spin, Posey ha dichiarato di amare la sua generazione per la sua
apertura mentale e per come, negli anni Novanta, ha sfruttato la libertà di fare
quello che desiderava ‒ nel suo caso film low-budget che le fruttavano lo
stretto necessario per vivere come voleva a New York ‒ per poi aggiungere che
guardandosi indietro, in quegli stessi anni non pensava davvero che le cose
sarebbero progredite, diventate “più aperte, più libere, più colorate”, e che
infatti “non è andata così”.
> Tra batoste e spaesamenti, molte persone nate tra il 1965 e il 1980, non solo
> nella finzione, hanno dovuto trovare dei modi più o meno pratici per
> cavarsela, anche allineandosi alle tendenze dominanti della società.
Ancora una volta su The New York Times, a inizio marzo, si diceva che Posey, da
quando è una donna matura, raramente ha ricevuto offerte per ruoli dignitosi con
una retribuzione adeguata, ma poi, finalmente, è arrivato The White Lotus. Una
considerazione simile su una quasi sessantenne con una lunga carriera alle
spalle potrebbe far sorridere tante persone di altre età, ma chi fa parte della
generazione dell’attrice può identificarsi appieno in questa perenne speranza di
una svolta che, anche se palesemente fuori tempo massimo, a intervalli regolari
è sembrata, e in molti casi sembra ancora, tanto possibile quanto un miraggio.
Tra l’altro se la sua Victoria, dipendente dalla ricchezza del marito, trova
rifugio dalle sue inquietudini nel Lorazepam o nell’alcol, nella stessa stagione
della serie c’è un altro personaggio fuggito dagli Stati Uniti e stabilitosi in
Thailandia con caratteristiche a lei “familiari”, seppure con sfumature
differenti. Si tratta di un uomo di mezza età che prende in considerazione ogni
espediente per vivere, sproloquia, racconta che ha vissuto un periodo di
dipendenza da sesso a pagamento e alcol per poi trovare conforto nel buddhismo:
insomma, giustifica goffamente i suoi vizi raccontando tutta la sua parabola da
scapestrato in un esilarante monologo. A interpretarlo è Sam Rockwell, attore
nato nel novembre del 1968 ad appena tre giorni di distanza da Posey: un altro
esponente della Generazione X.
Douglas Coupland nel suo epocale romanzo d’esordio del 1991, Generazione X.
Storie per una cultura accelerata, descrive una generazione che, facendo
riferimento ai modelli precedenti, si è illusa di avere un futuro garantito:
“qualcuno ci ha promesso il paradiso in terra, per cui quello che abbiamo non
può che soffrire del confronto”. E ancora racconta una generazione che, anche
grazie a una coscienza più sviluppata, non ha mai accettato il presente, che si
nasconde, scappa dalle responsabilità, fantastica, parla molto e spesso a vuoto,
ha perso ogni ambizione ed è incapace di innamorarsi. Ecco, un’altra
caratteristica evidente di Victoria, riscontrabile anche nel personaggio di
Rockwell, è l’anaffettività. Certo, nella messinscena di White questi tratti
sono esasperati, appaiono seriamente patologici, ma viene naturale immaginare
che dietro questi due personaggi ci siano quei ventenni che, totalmente
spaesati, si parlavano addosso nelle commedie indie degli anni Novanta. Perché a
sentirsi più volte traditi da grandi promesse e speranze, a sentirsi
protagonisti del disfacimento di un modello sociale, ad assistere da giovani
alla “caduta delle ideologie”, nel corso del tempo, oltre a disilludersi, ci si
inasprisce.
> Douglas Coupland in, Generazione X (1991) descrive una generazione che,
> facendo riferimento ai modelli precedenti, si è illusa di avere un futuro
> garantito: “qualcuno ci ha promesso il paradiso in terra, per cui quello che
> abbiamo non può che soffrire del confronto”.
Ultimamente le attenzioni su questa generazione sono risalite proprio per le
frustrazioni che continua a vivere e, paradossalmente, il racconto di questo
disagio per alcuni, come Posey, potrebbe essere l’occasione di avere un piccolo
risarcimento. Con ogni probabilità questo trend non stravolgerà le sorti
generazionali, ma se l’attrice eroina dei film indipendenti diventasse un punto
di riferimento nel racconto della vita adulta della Generazione X, sarebbe un
piccolo, incoraggiante, segnale.
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