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Risalire la piattaforma
I l rider, icona ambivalente del capitalismo contemporaneo, è senza dubbio la figura del lavoro che ha fatto da parafulmine per le riflessioni sullo sfruttamento del lavoro negli ultimi quindici anni. Se nel primo decennio degli anni Duemila il lavoro nei call center era diventato il simbolo della terziarizzazione nei Paesi occidentali, negli anni Dieci i social network sembravano aver incanalato l’apparente sparizione del lavoro dietro la cortina di piattaforme opache che si libravano nell’etere di un Internet ormai completamente opaco rispetto alle filiere produttive che lo reggevano. L’emersione della figura del rider ha mandato in cortocircuito questa opacizzazione, diventando il punto di giuntura tra le forme sommamente astratte in cui si presentavano i settori di punta del capitalismo contemporaneo, e il ritorno prepotente di una materialità del lavoro che nei Paesi europei e nordamericani in particolare sembrava evaporata. Da un lato, l’immaginario della città “smart”: consegne lampo, app che promettono libertà e “lavoretti” flessibili, il mondo della logistica in tempo reale. Dall’altro, i racconti di turni infiniti, incidenti, assenza di tutele, salari al ribasso. In Europa abbiamo imparato a riconoscere questa figura sui viali delle metropoli italiane, nelle campagne tedesche, nei sobborghi francesi; nel dibattito pubblico il rider è spesso diventato la metafora del lavoro precario postfordista, il segno che qualcosa si è rotto nel patto sociale della seconda metà del Novecento. Talmente vivida è la contraddizione che queste narrazioni percorrono i viali anche della potenza cinese (vale la pena segnalare il romanzo di Hu Anyan, Consegno pacchi a Pechino, appena tradotto da Federico Picerni per Laterza). A Sud della piattaforma  di Federico De Stavola (Mimesis 2025, prefazione di Sandro Mezzadra) attraversa questa figura del lavoro contemporaneo con un’ulteriore traiettoria obliqua. Conduce un’immagine sociologica sul campo immergendosi nello spazio socioeconomico dei lavoratori di piattaforma di Città del Messico, e restituisce da sud la cartina di tornasole che si tratti di una storia di per sé, e già a monte, globale. Lo è proprio per la dialettica di cattura su cui si fonda: la concentrazione monopolistica del capitalismo di piattaforma mira, declinandosi contesto per contesto, di territorio in territorio e a condizioni mutevoli, all’assorbimento di quella parte di lavoro informale o che opera nel basso cabotaggio del capitalismo – sul livello della piccola e media impresa – riorganizzandola formalmente e mantenendo i caratteri di “arrangiamento imperfetto” che restano funzionali alla sua riorganizzazione. Videmus nunc per speculum in aenigmate. Vale la pena riepilogare per brevi cenni questa storia nel campo eurostatunitense. Già negli anni Novanta e nel primo decennio degli anni Duemila nascevano le prime piattaforme di ordine online (Just Eat, Grubhub, ecc.), che però si limitano a raccogliere ordini per conto dei ristoranti: le consegne restano in mano ai locali. La svolta arriva dopo il 2007, con smartphone e app: tra 2011 e 2015 compaiono Postmates, DoorDash, Uber Eats, Deliveroo, Glovo, Rappi, che trasformano il delivery in un servizio autonomo, sostenuto da capitale di rischio e basato su lavoro “indipendente” pagato a cottimo. > La figura del rider è diventata il punto di giuntura tra le forme astratte in > cui si presenta il capitalismo contemporaneo, e il ritorno prepotente di una > materialità del lavoro che sembrava evaporata. La crisi del 2008 spinge capitali verso investimenti ad alto rischio e masse di lavoratori verso i “lavoretti” della gig economy. Le piattaforme di delivery diventano il volto visibile di questo processo: ritornano il cottimo e lo scarico del rischio sui lavoratori, ora gestiti via algoritmo. Dal 2016 esplode un ciclo di conflitti: scioperi a Londra contro il passaggio al solo cottimo, poi a Torino contro Foodora, e a seguire collettivi di rider in tutta Europa. I rider si organizzano quasi sempre fuori dalle strutture sindacali tradizionali, usando social e chat, rivendicando prima di tutto il riconoscimento come lavoratori. In Italia, l’esperienza di Riders Union Bologna porta alla Carta dei diritti del lavoro digitale (2018), primo tentativo municipale di fissare tutele minime. Intanto la giurisprudenza si muove: con la sentenza Foodora (Cass. 1663/2020) i rider vengono inquadrati come collaboratori etero-organizzati cui si applicano le tutele del lavoro subordinato, mentre la legge 128/2019 vieta il puro cottimo, impone trasparenza contrattuale e alcune protezioni infortuni, aprendo alla presunzione di subordinazione. In parallelo, si moltiplicano i conflitti e le cause in altri Paesi: paros transnazionali in America Latina, sentenze su Uber nel Regno Unito e in Francia, la Ley rider spagnola che presume dipendenza per i fattorini. L’UE approva nel 2024 una direttiva sul lavoro in piattaforma che introduce presunzione di rapporto di lavoro e primi limiti al management algoritmico, mentre la California alterna la riclassificazione restrittiva di AB5 alla controffensiva di Proposition 22, producendo un quadro instabile in cui la forma-impresa “piattaforma” è ormai pienamente centro della questione sociale. E puntualmente, nel volume di De Stavola, i rider della piattaforma Rappi non compaiono come un’eccezione “esotica” rispetto agli sviluppi che abbiamo appena richiamato del modello eurostatunitense. Figurano invece come uno snodo in cui si intrecciano economie di strada, cottimo, sottosviluppo strutturale e dispositivi digitali di comando. Il libro rivendica fin dall’introduzione un punto di vista dichiaratamente situato: usare la teoria critica latinoamericana – dalla teoria della dipendenza all’eterogeneità storico-strutturale, dal barocco di Echeverría alle economie popolari – per leggere un fenomeno che, di solito, viene concettualizzato con categorie nate nel Nord. La periferia non si presenta qui come un ritardo da colmare, ma luogo in cui il futuro del lavoro vivo si mostra in modo più crudo e più chiaro che altrove. > La periferia non si presenta qui come un ritardo da colmare, ma luogo in cui > il futuro del lavoro vivo si mostra in modo più crudo e più chiaro che > altrove. Nei primi due capitoli, più teorici, De Stavola ricostruisce il lessico con cui leggere il capitalismo di piattaforma in America Latina ricostruendo la tradizione del pensiero critico latinoamericano, da Mariátegui e dai dibattiti su modi di produzione, dipendenza, marginalità, eterogeneità storico-strutturale. A partire da Quijano, formula l’idea che esista un “pensiero metonimico” che prende il lavoro salariato occidentale come parte che rappresenta il tutto, oscurando lavoro domestico, informale, autonomo, agricolo, comunitario. Viene proposta invece una nozione di eterogeneità storico-strutturale: coesistenza di schemi strutturali diversi, temporalità differenti ma simultanee, sussunzioni parziali e combinazioni di modi di produzione. In quest’ottica, il capitalismo latinoamericano è fin dall’inizio un intreccio di forme: enclave industriali, economie di sussistenza, servitù, lavoro salariato e informale. Attraversando poi le teorie della dipendenza (Prebisch, Furtado, Gunder Frank, Wallerstein, Marini), i dualismi sviluppo/sottosviluppo e moderno/arcaico vengono posti a critica e sostituiti dalla polarità centro/periferia e dall’idea di “sviluppo del sottosviluppo”. Il sottosviluppo periferico, in quest’ottica, emerge come prodotto strutturale del capitalismo mondiale, e non come una sua fase preliminare. Le piattaforme sono allora lette come “operazioni del capitale” che innestano algoritmi, investimenti finanziari e infrastrutture logistiche su un tessuto in cui dominano l’arrangiarsi, il cottimo, il multi-impiego. Anche la genealogia del capitalismo di piattaforma viene ricostruita attraverso lo sviluppo della logistica e del toyotismo: dal just-in-time e dal kanban alla piattaforma come infrastruttura digitale che coordina flussi, governa tempi, cattura dati. È in questo quadro che compaiono le definizioni più note, da Srnicek a Mezzadra e Neilson, sulle piattaforme come dispositivi di estrazione di rendite e di dati, come nodi che collegano utenti, imprese, lavoratori. Il terzo e il quarto capitolo sono quelli in cui De Stavola rende conto della profonda, immersiva e meticolosa ricerca etnografica, senza dubbio la parte più interessante del libro. L’autore segue i riders di Rappi nelle strade della capitale messicana, li accompagna nelle basi d’attesa, nelle chat di WhatsApp, nelle soglie dei ristoranti, nei momenti di precarietà estrema. Ricostruisce le loro biografie come “biografie arrangiate”: percorsi fatti di lavori informali, impieghi in nero, vendite ambulanti, call center, taxi pirata, emigrazioni e ritorni. Il lavoro di piattaforma appare come una tappa in questa sequenza, scelta spesso per disperazione più che per convinzione, abbandonata e ripresa in base alle congiunture familiari e agli shock economici. Il cuore empirico del libro sta nella descrizione del processo lavorativo: le app come strumenti di lavoro, il tempo di connessione che si allunga ben oltre la giornata legale, le tariffe per consegna, i bonus e i meccanismi di gamification, i rischi a carico dei lavoratori (mezzi, manutenzione, benzina, sicurezza sul percorso). Il concetto che De Stavola usa per sintetizzare questa esperienza è quello di “lavoro di sincronizzazione”: il rider non si limita a portare un pacco da un punto all’altro, ma tiene insieme tempi diversi – del ristorante, del cliente, dell’algoritmo, della città – assorbendo nel proprio corpo tutte le disfunzioni del sistema. Molto efficace, ad esempio, è la descrizione di come gli imprevisti (pioggia, incidenti, clienti che non rispondono, locali saturi) si trasformino in lavoro non pagato, in frustrazione, in autosfruttamento. > Il rider non si limita a portare un pacco da un punto all’altro, ma tiene > insieme tempi diversi – del ristorante, del cliente, dell’algoritmo, della > città – assorbendo nel proprio corpo tutte le disfunzioni del sistema. Nel quinto e ultimo capitolo, De Stavola legge lo smartphone e le app come una sorta di panopticon portatile: un dispositivo che non solo traccia e registra, ma organizza la condotta, struttura l’orizzonte di possibilità, distribuisce ricompense e punizioni. Lungi dall’essere semplici interfacce neutrali, le app diventano architetture di governo: definiscono metriche, soglie di prestazione, punteggi, livelli, missioni. L’idea del “siamo il capo di noi stessi” viene messa costantemente in tensione con la realtà di un controllo strettamente algoritmico, che decide chi lavora, quanto lavora, con quali tempi e quali margini. In un panorama in cui l’uso di Foucault rischia troppo spesso di ridursi a omaggio obbligato, a metafora svuotata, a riferimento teorico astratto, qui l’applicazione è invece meticolosa e utile alla lettura della “disciplina di fabbrica” applicata allo spazio espanso della piattaforma: lo smartphone come dispositivo disciplinare spiega effettivamente più di qualcosa del rapporto tra autonomia apparente e subordinazione materiale, senza cancellare il ruolo di salario, tempo di lavoro, estrazione di plusvalore. Non viene del tutto evitato, credo, il limite di buona parte degli utilizzi di Foucault: la tentazione del passare dall’uso della raffinata lente dell’analitica del potere alla distillazione di un nuovo paradigma organizzativo del capitale (storicamente successivo o spazialmente ridislocato). Ed è questo in effetti il punto verso cui il libro ambisce a spostare l’asse teorico. Muovendosi sul terreno teorico consolidato dell’operaismo e del postmarxismo, De Stavola non si limita a mostrare che il capitalismo delle piattaforme incorpora e riorganizza il lavoro informale; suggerisce che questa eterogeneità e questa cattura dell’informalità mettono in crisi un certo modo di pensare il capitalismo a partire dal lavoro salariato “standard”, e per implicazione la stessa legge del valore. Attraverso Ruy Mauro Marini introduce per esempio la nozione di supersfruttamento del lavoro, caratterizzato da estensione e intensificazione della giornata. Con uno scambio ineguale che avvantaggia costantemente il centro, il supersfruttamento metterebbe in campo una violazione sistematica della legge del valore. Che è però un aspetto strutturale proprio dell’estorsione di plusvalore già nella definizione marxiana: non si dà plusvalore se non, precisamente, tramite quello che Marini chiama supersfruttamento. La “truffa” del capitale è precisamente il gioco delle tre carte salario, prezzo, profitto: il capitale non garantisce la riproduzione di sussistenza di forza-lavoro; piuttosto la approssima puntando sulla capacità adattativa del proletariato. Si intravede l’idea che il paradigma fordista – operaio massa, fabbrica, contratto collettivo, giornata di otto ore – sia stato preso non solo dalla tradizione marxista, ma da Marx stesso, se non addirittura come rappresentazione integrale del sistema capitalistico nella sua totalità. Naturalmente, è vero che il capitale non sfrutta soltanto i lavoratori a contratto, ma anche – e spesso in forma più brutale – chi vive di lavoro domestico, informale, autonomo dipendente, agricolo, migrante. Ed è vero che questo è stato spesso trascurato da una certa sociologia del lavoro. E senza dubbio è un ottimo antidoto l’uso del postmarxismo latinoamericano (Quijano, Oliveira, Gago) per mostrare come la marginalità sia interna al capitalismo, e non “fuori”. > È vero che il capitale non sfrutta soltanto i lavoratori a contratto, ma anche > – e spesso in forma più brutale – chi vive di lavoro domestico, informale, > autonomo dipendente, agricolo, migrante. Ma non si può imputare a Marx questa operazione metonimica. C’è un brano del capitolo terzo dell’Introduzione a Per la critica dell’economia politica del 1857, in cui Marx chiarisce perché ritiene che le categorie dell’economia politica vadano costruite prendendo come riferimento la società borghese “più sviluppata”, dove il rapporto di capitale si presenta nella sua forma più pura. Il lavoro salariato è centrale non perché Marx scambi il salario per “il lavoro in generale”, ma perché è la forma specificamente capitalistica del lavoro, quella in cui il plusvalore si produce come capitale, e che riorganizza intorno a sé l’interezza dei rapporti economici circostanti in quanto modo di produzione dominante. Si fa, insomma, centro di un’articolazione sociale complessiva (che aspira a essere globale) che rende periferica. E se Marx parla di sopravvivenze, ne parla in termini di coesistenza di rapporti di produzione che pure erano presenti nelle epoche precedenti. Scrive nell’Introduzione del 1857: > Il lavoro si presenta come una categoria del tutto semplice. Anche la > rappresentazione di esso in questa universalità ‒ come lavoro in generale ‒ è > assai antica. Tuttavia, concepito dal punto di vista economico in questa > semplicità, “lavoro” è, appunto, una categoria moderna, così come lo sono i > rapporti, che generano questa semplice astrazione. Il sistema monetario, ad > es., pone la ricchezza ancora del tutto obiettivamente, come cosa (Sache) al > di fuori di sé, nel denaro. […] L’indifferenza verso il lavoro determinato > corrisponde ad una forma sociale, in cui gli individui facilmente passano da > un lavoro ad un altro e per i quali il tipo determinato di lavoro è qualcosa > di casuale, di indifferente. Qui, il lavoro non è divenuto solo come categoria > della mente, ma proprio nella realtà il medio per la creazione della ricchezza > in generale […]. La più semplice astrazione, dunque, che l’economia moderna > porta all’apice – ma che, contemporaneamente, esprime un rapporto assai antico > e valido per tutte le forme sociali – si presenta, solo in questa astrazione, > come praticamente vero in quanto categoria della più moderna società. Nel Capitolo sesto inedito Marx usa la coppia sussunzione formale/reale esattamente per pensare come e quanto lavoro artigiano, contadino, domestico venga inglobato dal capitale: non tanto e non solo due “epoche storiche” astratte che si susseguono, ma delle fasi reali che in tempi diversi della storia sono attraversate diversamente da punti differenti del capitalismo come sistema-mondo. E anche in rapporto alla questione del lavoro riproduttivo, la posizione di Marx ed Engels è chiara nel Capitolo secondo di L’ideologia tedesca e in L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato. Le critiche femministe, in particolare i lavori di Silvia Federici e Maria Rosa Dalla Costa, hanno mostrato quanto poco la tradizione marxista abbia fatto, storicamente, di questi spunti. Ma come si vede anche nell’Introduzione del 1857, per Marx il lavoro salariato è centrale non per capriccio patriarcale, ma perché è la forma specificamente capitalistica del lavoro, quella in cui il plusvalore si produce come capitale, e che riorganizza intorno a sé l’interezza dei rapporti economici circostanti: > In tutte le forme di società vi è una determinata produzione ed i suoi > rapporti, che assegnano rango ed influenza a tutte le altre [produzioni] ed a > tutti gli altri rapporti. Si tratta di una generale lucentezza, che investe > tutti gli altri colori e da cui essi vengono modificati nella loro > particolarità. Si tratta di un etere particolare, che determina il peso > specifico di ogni esistenza, che in esso assume rilievo. Nell’apparente lacunosità dei testi marxiani ed engelsiani non si tratta di svalutare moralmente o eticamente delle forme lavorative non salariali o i soggetti a cui storicamente vengono assegnate, e vale lo stesso per la categoria spesso strumentalizzata (specialmente da quei soggetti politici che propongono improbabili ponti tra marxismo e nazionalismo) di “esercito industriale di riserva”. Si tratta di collocarli in un sistema nel quale i rapporti sociali si rarefanno man mano che ci si allontana dal centro, e in cui la periferia restituisce al centro la cruda realtà della sua ineguaglianza strutturale: non etica, ma economica e materiale. Più proficuo, da questo punto di vista, è confrontarsi invece con i teorici che De Stavola prende a riferimento “da sud” e in particolare proprio sul ruolo assunto dal cosiddetto esercito industriale di riserva. > Aníbal Quijano e José Nun sono i principali teorici di questa corrente della > marginalità. Mentre per Nun, nelle economie dipendenti dell’America Latina la > problematica era rappresentata dall’assorbimento inefficiente della forza > lavoro, che risultava in una massa marginale di popolazione, anziché > nell’esercito industriale di riserva presente nelle economie centrali, per > Quijano lo schema centro-periferia si applica anche internamente: il “polo > marginale” e il “nucleo centrale” sono due sistemi interdipendenti. In altre > parole, egli afferma che “il sistema nel suo complesso non può essere definito > solo da uno di essi, ma come una relazione di dominio tra due livelli di > attività e relazioni economiche”. Quijano riconduce i meccanismi di > marginalizzazione a due condizioni sistemiche di sviluppo periferico: > l’industrializzazione dipendente, che riduce la quantità di manodopera > necessaria e marginalizza i settori economici preesistenti che non hanno le > risorse per accedere alla competizione tecnologica; l’impossibilità per > alcuni/e lavoratori e lavoratrici di trovare impiego nelle relazioni > egemoniche a causa della crescita demografica. C’è l’occasione, su passi come questo, di rileggere le categorie marxiane nella loro complessità originaria, e sul piano della materialità storica, e non attraverso le formule astratte che sono state tramandate da letture di partito (o di Stato) distorte. È in gioco qui l’immagine monolitica del capitalismo tramandata dal boom economico e dalla guerra fredda, e dai teorici che hanno provato a leggere il capitalismo come totalità e come univocità (fra le altre cose usando diadi come “sussunzione formale/reale” in quanto semplici fasi storiche distinte e non come articolazioni di un processo che si dà per temporalità multiple), e che non appartiene a Marx. > Per Marx il lavoro salariato è centrale non per capriccio patriarcale, ma > perché è la forma specificamente capitalistica del lavoro, che riorganizza > intorno a sé l’interezza dei rapporti economici circostanti. È proprio l’eccedenza di forza-lavoro a generare un “esercito industriale di riserva”, o una “massa marginale”, che viene certamente riassorbita in modo più efficiente dal centro del sistema e meno dalla sua periferia, proprio per la coesistenza di gradi differenti di sviluppo, e che peraltro è alla base della maggior parte dei fenomeni migratori. Ma quello che emerge, risalendo questo sguardo da sud a nord, non è la cristallina operatività rettilinea del capitalismo nord-occidentale, semmai il suo scacco e il suo fallimento strutturale – a nord come a sud – e l’inefficienza necessaria alla sua base che ne comporta l’instabilità e la crisi ciclica. I Quaderni antropologici di Marx, certamente noti ad alcuni degli autori presi a riferimento da De Stavola (Echeverría, Garcia Linera, Dussel), a partire dalla loro pubblicazione molto tarda (e ostracizzata dallo stalinismo) restituivano a Marx una pluridimensionalità della storia globale, riconfigurando completamente il dibattito rispetto a un’idea di Marx coloniale ed eurocentrica. Ma anche senza affidarsi a testi marxiani meno noti, da più di un secolo ormai è pacifico per qualunque frangia delle riflessioni teoriche che si sono sviluppate dentro, a fianco o tra il marxismo e l’anarchismo, che la stessa Rivoluzione d’Ottobre avviene nel contesto di un capitalismo periferico, senza dubbio con capitali, mezzi, proporzioni minori e con una struttura evidentemente diversa rispetto alle punte più avanzate del capitalismo dell’Occidente europeo. Più tardi, Trockij metterà a punto il concetto di “sviluppo combinato e diseguale” per descrivere la compresenza, nello stesso spazio sociale, di elementi “arretrati” e “avanzati”: fabbriche moderne accanto a villaggi semifeudali, telefoni e treni insieme a rapporti di lavoro precapitalistici. È la categoria che Trockij usa proprio per descrivere le temporalità multiple che abitano lo spazio globale del capitalismo e la necessità strutturale di questi differenziali. È una categoria intrinsecamente politica: indica il modo in cui capitale e Stati organizzano intenzionalmente la coesistenza di livelli diversi di sviluppo per alimentare la propria accumulazione. Il capitalismo di piattaforma che si appoggia sull’eterogeneità storico-strutturale descritta da De Stavola – Rappi che usa l’“habitus dell’arrangiarsi”, il polo marginale come serbatoio just-in-time – è un esempio quasi scolastico di questa gestione politicamente comandata della diseguaglianza. La dialettica, insomma, che anima il centro e la periferia, e anche il ventaglio di possibilità politica che si apre in territori a differenti condizioni di sviluppo capitalistico. E d’altronde, se di congiunture rivoluzionarie se ne presentano più spesso, e sempre più frequentemente, più ancora nel sud globale che nel nord, è forse proprio perché ciò che si presenta in purezza al centro, si presenta in durezza in periferia. > Quello che emerge, risalendo questo sguardo da sud a nord, non è la > cristallina operatività del capitalismo nord-occidentale, semmai il suo > fallimento strutturale, che ne comporta l’instabilità e la crisi ciclica. È il punto su cui teorie della dipendenza, teorie del sistema-mondo e marxismo classico convergono, e sul quale mi pare interessante collocarsi. La periferia, in questa lettura anche dei testi più classici, non è una fase da superare ma un luogo in cui il capitalismo mondiale combina tempi e condizioni diverse; un ritardo se considerato nei termini delle condizioni di sviluppo capitalistico – necessarie dal punto di vista storico solo nella misura della logica di causa ed effetto, e non in rapporto alla necessità di manifestarsi a un certo punto della storia – ma nei fatti un laboratorio in cui la norma è proprio la coesistenza di un “centro del sistema” (il rapporto salariale) con elementi che vengono riorganizzati intorno a esso e che sono fondanti per la sua stessa esistenza. A questo tentativo di decentramento del lavoro salariato si lega un altro tema classico del dibattito postmarxista, ovvero la messa in discussione della legge marxiana del valore in base al quadro che emerge dall’osservazione sociologica. Nel solco di una letteratura teorica consolidata, De Stavola insiste non solo sul fatto che forme come il cottimo, il lavoro informale, le economie popolari sfuggirebbero al modello centrato sul salario, ma che la loro crescente centralità metterebbe in discussione l’idea stessa che il tempo di lavoro socialmente necessario misuri il valore. È il tema, ormai storico, della “crisi della legge del valore” di fronte all’emersione della dimensione del general intellect e della cooperazione sociale diffusa, delle forme contemporanee del lavoro cognitivo, del lavoro domestico e di cura, nelle loro varianti retribuite e non, salariali e a cottimo. Già nel Capitale, il cottimo – se appare in una certa misura come un residuo precapitalistico – non appare di sicuro come un’anomalia, ma come una forma del salario a tempo, particolarmente adatta a intensificare il lavoro e ad allungare la giornata lavorativa. La figura dell’operaio pagato “a pezzo”, o “a corsa”, è esattamente quella in cui il capitale ha il massimo interesse a presentare come libera impresa individuale un rapporto di subordinazione stretto. Non c’è niente di più ottocentesco del rider che usa il proprio mezzo e viene pagato a consegna. E abbiamo già visto come nell’Introduzione del 1857 Marx argomenti la centralità del lavoro salariato nella mescolanza di forme diverse di rapporti di produzione. E quando affronta la questione del salario, sarà chiarissimo nel dire che ciò che viene comprato non è “il lavoro” ma la forza-lavoro, e che il modo di pagarlo (tempo, pezzo, provvigione) non cambia la natura del rapporto sociale, e quale sia la forma del rapporto sociale che permette effettivamente accumulazione di capitale “ordinando” le altre. Non si tratta di sostenere che Marx abbia già detto tutto del capitalismo delle piattaforme, bensì quale posizione la categoria di “lavoro” inteso come lavoro salariato occupa nel processo complessivo di valorizzazione. Sarebbe piuttosto da sottolineare un aspetto che è parzialmente presente sia nella letteratura postoperaista, sia in quella riguardante il capitalismo di piattaforma, sia nella letteratura latinoamericana sui conflitti sociali e sindacali, e che nel volume di De Stavola assume un solido rilievo: il carattere di tendenza alla concentrazione monopolistica che è strutturale e fondante del capitalismo di piattaforma. > Non c’è niente di più ottocentesco del rider che usa il proprio mezzo e viene > pagato a consegna. La svolta neoliberista si può leggere come una > “riottocentizzazione” dei rapporti di classe. In dialettica con il volume di De Stavola e con il dibattito attuale, sarebbe utile inoltre leggere la svolta neoliberista, con David Harvey e molta storiografia critica, come una “riottocentizzazione” dei rapporti di classe: smantellamento di welfare e tutele contrattuali, ritorno del cottimo, esternalizzazione dei rischi, precarietà strutturale, ora gestiti con tecnologie contemporanee, e che fatta eccezione per la parentesi del “boom economico” (per dirla con Giovanni Arrighi, il momento di passaggio all’egemonia statunitense) hanno costituito la normalità dei rapporti di lavoro sotto il capitalismo. Il lavoro di piattaforma, come mostra De Stavola, è una delle forme più chiare di questo ritorno. La crisi del 2008, la pandemia e la nuova fase di conflitti interimperialistici (Ucraina, Medio Oriente, operazioni aggressive in America Latina e altrove) segnalano una crisi di egemonia del neoliberismo: molte sue politiche restano, ma si combinano sempre più con strumenti apertamente statali e logiche “classiche” di dominio imperialista. Una fase di transizione in cui la gestione capitalistica torna senza veli ai suoi meccanismi storici di base: sovrasfruttamento. Contestare certi presupposti dell’approccio operaista postmarxista che sottostà al lavoro di De Stavola non è esercizio puramente filologico. Le conseguenze sono sul terreno dell’organizzazione di classe. De Stavola registra l’emergere di nuove forme di conflitto: collettivi informali, reti di rider, gruppi WhatsApp, sindacati di settore come l’Unión nacional de trabajadores por aplicación (UNTA) in Messico. Cita la letteratura sui paros internazionali dei rider, le reti transnazionali che hanno coordinato scioperi in vari Paesi dell’America Latina, i report che mostrano come la conflittualità nelle piattaforme di delivery sia alta nonostante le condizioni sfavorevoli. Il quadro che ne esce, soprattutto se si incrocia con i lavori di Joel Ortega Erreguerena e di Vera Trappmann (et al.), è la conferma della crisi del sindacalismo di massa del secondo Novecento, nel cui spazio si sviluppa una costellazione ibrida di attori. Ci sono collettivi radicali che agiscono nelle piazze e sui social, sindacati nuovi che sperimentano forme di democrazia interna, vecchie confederazioni che in alcuni casi provano a rappresentare il settore, reti transnazionali che usano Telegram e Twitter per coordinare scioperi globali. De Stavola descrive bene questa barocca pluralità, e non indulge nel culto romantico della “rete informale” come forma superiore di organizzazione. Va fino in fondo nel leggere l’ambivalenza di queste forme, tra lo sviluppo di forme di solidarietà e politicizzazione di massa che talvolta possono anche rimanere a livello di mutuo aiuto e rassegnazione, senza risparmiare di far emergere le voci che nominano esplicitamente la corruzione delle dirigenze sindacali. La crisi del sindacato di massa viene però assunta, come spesso accade, non solo come dato di fatto e punto di partenza, ma come irreversibile. Da questa posizione viene indicata la necessità di “nuove forme di organizzazione politica”, di rappresentanza che sappia parlare a un proletariato frammentato, di istituzioni che vadano oltre il sindacato fordista – pur non opponendosi all’intervento e all’azione rappresentativa dei sindacati di massa (anzi: diagnosticando favorevolmente la loro presenza in queste “reti”). È un tema, anche questo, evidentemente ricorrente nel dibattito politico internazionale degli ultimi anni, e di fatto una diagnostica simile emerge in Né orizzontale né verticale (2025), nel quale l’autore, Rodrigo Nunes, si colloca cautelativamente più nel campo di un’analitica generale delle forme di organizzazione politica, che non nell’ambito di una proposta strutturata e operativa del loro sviluppo effettivo. > Non si può che cogliere l’invito all’immergersi nel vivo delle lotte > transnazionali a partire dal dato di fatto che un’articolazione plurale tra > sindacati di massa e soluzioni organizzative informali esiste nel concreto. Il punto non è rimpiangere un passato che non torna, ma registrare un’asimmetria. L’analisi è molto fine nel mappare le forme di conflitto che effettivamente esistono. Resta sul piatto una questione che in Nunes, per esempio, è nominata esplicitamente anche se non risolta, ovvero la scalabilità quantitativa delle forme organizzative e dei risultati che conseguono, cioè il livello di generalità delle forme di organizzazione politica di cui la classe ha ancora bisogno: organizzazione di massa, unità transnazionale, capacità di negoziare e imporre norme, rapporto con lo Stato. Naturalmente, A Sud della piattaforma è un testo di sociologia militante e non una proposta organizzativa. E da questo punto di vista la risposta può essere soltanto cogliere l’invito all’immergersi nel vivo delle lotte transnazionali a partire dal dato di fatto che un’articolazione plurale tra sindacati di massa e soluzioni organizzative informali o di base esiste nel concreto. E in questo senso è estremamente istruttivo leggere o ascoltare direttamente le dichiarazioni del segretario generale di UNTA, Sergio Guerrero che rivendicano apertamente la via sindacale, legale e conflittuale per imporre il riconoscimento pieno dei diritti dei rider. E che implicitamente rimettono in campo – sollevando la questione di chi paga chi, quanto e per quante ore e in che modo – precisamente la nozione che proprio la legge d’acciaio del valore-lavoro è ancora in piedi. E tutto sommato, il punto di caduta delle lotte messicane – la riforma del 2024 della Ley federal del trabajo (LFT) – non è troppo diverso dagli esiti delle lotte in Italia o in Spagna. Tunc autem, facie ad faciem. Non è poco, direttamente o indirettamente, rimettere sul tavolo questi nodi teorici e pratici. Tra i vari, che cosa è stato distorto del marxismo in letture congiunturali o in mala fede avvenute sul suolo europeo o statunitense, e che cosa rischia di essere buttato via per questo motivo. A Sud della piattaforma è uno strumento prezioso per capire come il capitale opera oggi sulle periferie urbane del sud globale, specialmente quando resta vicino al terreno – le biografie dei rider, la materialità del lavoro, le forme di controllo tramite app, l’intreccio delle economie popolari con la logistica globale. Con uno sguardo obliquo e decentrato dal centro del sistema e dal nord del mondo, ci restituisce da sud – come in uno specchio – la stessa matrice della condizione dei lavoratori del settore. De te fabula narratur. E proprio in questo senso mostra che il capitalismo di piattaforma non è un nuovo orizzonte del capitalismo, ma un modo sofisticato di continuare a compiere le proprie operazioni: catturare lavoro vivo, formalizzare informalità, trasformare l’arrangiarsi in ingranaggio della valorizzazione. L'articolo Risalire la piattaforma proviene da Il Tascabile.
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Consumati dal lavoro
Q uattro anni fa usciva in Italia la prima stagione di Severance, serie televisiva creata da Dan Erickson e diretta da Ben Stiller, diventata rapidamente un fenomeno culturale globale. Al centro, un gruppo di dipendenti della Lumon, azienda biotecnologica che sottopone i propri lavoratori a un intervento neurochirurgico capace di separare la memoria in due compartimenti completamente distinti: quando una persona è in ufficio non ricorda nulla di ciò che accade fuori, e quando è fuori non sa nulla di ciò che è avvenuto alla scrivania. Al di là dei meriti puramente cinematografici, una delle ragioni del suo successo risiede forse nell’aver intercettato un desiderio diffuso: quello di riuscire davvero a separarsi dal lavoro, di uscire dall’ufficio e tornare a casa come qualcuno la cui vita personale non dipende dalle otto ore precedenti. Negli ultimi decenni la nostra identità si è progressivamente definita intorno al lavoro. Le strutture che un tempo organizzavano la quotidianità, come le comunità, le appartenenze collettive, i legami di vicinato e di classe, si sono assottigliate, e il lavoro ha riempito quegli spazi. Oggi ci si realizza professionalmente, si investe su di sé, si parla di vocazione per attività che un tempo erano semplici occupazioni. Il nostro ruolo lavorativo ha smesso di descrivere cosa facciamo e ha cominciato a definire chi siamo. Nel 2019 il giornalista Derek Thompson coniava sull’Atlantic il termine workism, per descrivere l’idea che il lavoro non sia solo una necessità economica ma il centro della vita e il suo scopo ultimo. I lavoratori più istruiti, osservava Thompson, avevano iniziato a frequentare l’ufficio per le stesse ragioni per cui i credenti frequentano la chiesa, in cerca di significato, comunità e senso. Una cultura che convoglia i propri ideali di autorealizzazione in un impiego retribuito, concludeva, si espone a un’ansia collettiva difficile da contenere, a una delusione diffusa e a forme pervasive di esaurimento. > Il nostro ruolo lavorativo ha smesso di descrivere cosa facciamo e ha > cominciato a definire chi siamo. Prima di lui, il filosofo coreano-tedesco Byung-Chul Han aveva già anticipato questa diagnosi nel saggio La società della stanchezza, pubblicato nel 2010 e destinato a circolare ben oltre gli ambienti accademici. Per Han, nelle società contemporanee l’imperativo della prestazione si è progressivamente spostato dall’esterno all’interno, fino a radicarsi nel soggetto. Regole, gerarchie e divieti visibili imposti dall’alto lasciano il posto a una spinta a produrre, migliorarsi e superarsi che il soggetto interiorizza fino a farla propria. Il lavoratore contemporaneo si automotiva, si autogestisce, si autosfrutta, in una pressione continua che non conosce interruzioni e dalla quale è quasi impossibile sottrarsi, perché coincide con l’idea stessa di libertà e realizzazione. Quando si crolla, si finisce così per percepirsi come individui che non ce l’hanno fatta, e la vergogna del fallimento sostituisce la rabbia. Il lavoro stesso è cambiato fino a rendere questo assetto strutturale. La diffusione di contratti flessibili e carriere discontinue ha reso razionale, per il singolo, investire su di sé come se fosse un’impresa. Le organizzazioni hanno costruito ambienti centrati sulla mission aziendale, sui valori condivisi, sull’idea del team come comunità, in un lessico che favorisce l’identificazione e trasferisce sull’individuo la responsabilità della motivazione. La tecnologia ha fatto il resto: l’uso dello smartphone per lavoro fuori orario è associato sistematicamente a conflitto lavoro-vita, disturbi del sonno ed esaurimento, comportamenti che non sono scelte individuali ma norme sociali che si riproducono in molti ambienti professionali. Queste forme di relazione con il lavoro hanno conseguenze psicologiche molto alte. Lo stress occupazionale è oggi tra le prime cause di assenteismo e di inabilità lavorativa in Europa. L’indagine EU-OSHA OSH Pulse 2025 rileva che il 29% degli oltre 25.000 lavoratori intervistati soffre di stress, depressione o ansia, mentre il 44% vive forti pressioni temporali come componente ordinaria della vita professionale. Complessivamente, il 65% dei lavoratori intervistati ha riscontrato problemi di salute causati o aggravati dal lavoro nell’ultimo anno. Tra queste condizioni, una nasce direttamente dal lavoro, prende forma all’interno del contesto occupazionale ed è strettamente legata al rapporto emotivo che oggi intratteniamo con la sfera professionale. È il burn-out, ed è la forma più severa e invalidante di stress lavorativo cronico. Che cosa chiamiamo burn-out Nato come osservazione clinica nelle professioni di cura ‒ medici, infermieri, operatori sociali ‒ il burn-out ha progressivamente coinvolto molte altre categorie, dal settore tecnologico all’istruzione fino alla ricerca accademica. > Il lavoratore contemporaneo si automotiva, si autogestisce, si autosfrutta, in > una pressione continua che non conosce interruzioni e dalla quale è quasi > impossibile sottrarsi, perché coincide con l’idea stessa di libertà e > realizzazione. La prima descrizione risale al 1974. In una clinica per tossicodipendenti del Lower East Side di New York, lo psicologo Herbert Freudenberger lavorava con un personale composto in gran parte da volontari, persone che avevano scelto di essere lì, investendo tempo ed energie che nessun contratto richiedeva. A poco a poco notò che qualcosa, in alcuni di loro, si incrinava. Diventavano cinici, svuotati, rigidi, distanti, in un modo che non coincideva con la stanchezza ordinaria. Cercò una parola per definire quello stato e la trovò in un’espressione americana dell’epoca, burn out, bruciare fino in fondo. La pubblicò sul Journal of Social Issues e aprì, senza saperlo, uno dei filoni di ricerca più prolifici e controversi della psicologia del Novecento. I soggetti più esposti, scriveva Freudenberger, erano quelli che credevano di più in ciò che facevano. Nella sua formulazione iniziale, il burn-out appare come una patologia dell’investimento emotivo. Oggi, nella letteratura scientifica viene descritto attraverso tre componenti che tendono a intrecciarsi: l’esaurimento emotivo, cioè l’esperienza di sentirsi svuotati e di non avere più nulla da dare; la depersonalizzazione, un distacco progressivo dalle persone con cui si lavora che può trasformarsi in cinismo quasi senza che ci si accorga del passaggio; la ridotta percezione di efficacia, la sensazione di non riuscire più a fare bene ciò che si sa fare o di non riconoscerlo quando accade. Il cinismo, in particolare, è stato interpretato come una forma di autodifesa psicologica che con il tempo tende a irrigidirsi. È così che il medico finisce per parlare dei pazienti come numeri e l’insegnante smette di ricordare i nomi dei propri studenti. Questo modello viene formalizzato alla fine degli anni Settanta da Christina Maslach, psicologa sociale della University of California, Berkeley, a partire da una serie di interviste con professionisti dei servizi alla persona, tra cui infermieri, assistenti sociali e insegnanti, che descrivevano una forma di esaurimento legata al contatto continuo con gli altri. Da quel lavoro nasce il Maslach Burnout Inventory, pubblicato all’inizio degli anni Ottanta e tuttora uno tra gli strumenti più utilizzati per misurare il burn-out. Nel tempo il questionario di Maslach è stato rivisto e adattato a diversi contesti professionali, e alla sua diffusione si sono affiancati altri strumenti di misurazione. Alcune questioni metodologiche restano però aperte. Le soglie che distinguono livelli alti, moderati o bassi di burn-out derivano da campioni professionali specifici, valori costruiti in contesti storici e lavorativi circoscritti e poi utilizzati come standard anche in ambienti molto diversi. La terza dimensione della triade, la ridotta realizzazione personale, ha nel tempo mostrato un profilo psicometrico meno robusto delle altre due, e non è sempre chiaro se intercetti gli effetti del lavoro o aspetti più generali dell’autovalutazione individuale. Il problema più evidente resta però la variabilità tra gli studi. Una revisione pubblicata su JAMA ha analizzato 182 ricerche sul burn-out tra i medici trovando stime di prevalenza tra lo zero e l’80%. Una forbice di questa ampiezza segnala che il burn-out viene misurato con definizioni, soglie e strumenti tra loro non comparabili. > Nel burn-out possiamo individuare tre componenti che tendono a intrecciarsi: > l’esperienza di sentirsi svuotati e di non avere più nulla da dare, un > distacco progressivo dalle persone con cui si lavora, e la sensazione di non > riuscire più a fare bene ciò che si sa fare. Resta poi una questione aperta che riguarda il confine con la depressione. I sintomi si sovrappongono in misura significativa e distinguerli nella pratica clinica è spesso difficile. Sulla base di un ampio corpus di studi, gli psicologi del lavoro Renzo Bianchi e Irvin Schonfeld sostengono questa distinzione sia concettualmente fragile, che le evidenze empiriche per la loro separazione risultino inconsistenti e che ancora manchi una definizione diagnostica condivisa del burn-out. Fisiologia dell’esaurimento Chi ha vissuto un burn-out descrive spesso un insieme di sintomi come difficoltà a concentrarsi, memoria che cede, una minore capacità di adattarsi a situazioni nuove e un senso di allerta che persiste anche lontano dal lavoro. Queste esperienze hanno una base fisiologica precisa. Il sistema più coinvolto è l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, che regola la risposta allo stress. È un circuito pensato per funzionare a intermittenza: quando percepiamo una minaccia rilascia cortisolo, l’ormone che prepara il corpo a reagire con immediatezza ‒ allerta i sensi, accelera il battito, mobilita riserve energetiche ‒ per poi tornare gradualmente a uno stato di equilibrio. Nel burn-out questa alternanza si altera. In alcune fasi l’attivazione si prolunga oltre il necessario, in altre la risposta si attenua, come un sistema che dopo essere rimasto acceso troppo a lungo, perde capacità di regolazione. Le conseguenze del fenomeno emergono anche a livello cerebrale: studi di neuroimaging mostrano un’iperreattività dell’amigdala, la struttura coinvolta nel riconoscimento dei pericoli, e una minore efficienza della corteccia prefrontale, che dovrebbe modularne le risposte. Ne deriva uno squilibrio per cui il segnale di allerta continua a circolare anche in assenza di una minaccia immediata. Anche l’ippocampo, centrale per la memoria e per la capacità di adattarsi a contesti nuovi, è particolarmente sensibile allo stress prolungato. L’esposizione cronica interferisce con i processi di rinnovamento cellulare e con l’organizzazione delle connessioni sinaptiche, contribuendo ai deficit cognitivi che molte persone riportano. Un modello proposto su Frontiers in Neuroscience suggerisce inoltre che il distacco e il cinismo osservati nelle fasi più avanzate riflettano anche modificazioni nei sistemi dopaminergici e serotoninergici, non solo adattamenti psicologici. > Chi ha vissuto un burn-out descrive spesso un insieme di sintomi come > difficoltà a concentrarsi, memoria che cede, una minore capacità di adattarsi > a situazioni nuove e un senso di allerta che persiste anche lontano dal > lavoro. Nel tempo, queste alterazioni si estendono oltre il sistema nervoso. La disregolazione della risposta allo stress interferisce con i ritmi circadiani e con il sonno, che diventa più fragile e meno ristoratore. Il burn-out cronico è stato associato a un aumento del rischio di disturbi metabolici, cardiovascolari e gastrointestinali, oltre che a una maggiore mortalità precoce. L’asimmetria della responsabilità La diffusione del burn-out ha raggiunto una dimensione che rende difficile continuare a trattarlo come una questione individuale. Secondo il rapporto State of the Global Workplace 2026 di Gallup, la quota globale di lavoratori che si sente motivata, riconosciuta e realmente presente nel proprio lavoro è del 21%. In Europa la situazione è ancora più marcata: solo il 13% dei lavoratori rientra in questa categoria, il dato più basso tra tutte le regioni monitorate. Il 40% della forza lavoro mondiale riferisce di aver vissuto livelli elevati di stress nella giornata precedente all’intervista, una quota che negli Stati Uniti e in Canada sale al 50%. Le donne risultano più colpite degli uomini, così come i lavoratori sotto i 35 anni. Sono numeri che attraversano settori, generazioni e geografie, e che descrivono qualcosa di sistemico. Eppure, le aziende rispondono con programmi di employee wellness, sessioni di mindfulness, corsi sulla resilienza, app per la meditazione, abbonamenti in palestra, la cui premessa implicita è che il problema risieda nella capacità del singolo di reggere la pressione. Una revisione sistematica pubblicata su BMJ Open ha esaminato 33 studi controllati sugli interventi antiburn-out nei luoghi di lavoro. Trenta erano focalizzati sull’individuo, solo tre sull’organizzazione. Le evidenze disponibili indicano però che gli interventi più efficaci sono quelli combinati, capaci di agire sia sulla persona sia sulle condizioni di lavoro, mentre quelli puramente individuali producono miglioramenti modesti e temporanei. Una combinazione a cui la ricerca arriva con una certa coerenza e che continua però a trovare poco spazio nelle pratiche organizzative. > Il burn-out è un problema sistemico, che attraversa settori, generazioni e > geografie. Eppure le aziende rispondono con sessioni di mindfulness, > abbonamenti in palestra e altre iniziative, come se il problema risiedesse > solo nella capacità del singolo di reggere la pressione. La stessa Christina Maslach ha sviluppato nel tempo strumenti capaci di rilevare le disfunzioni organizzative che contribuiscono a generare il burn-out, dai carichi eccessivi alla mancanza di autonomia, fino all’assenza di riconoscimento. Il suo questionario, però, viene ancora usato prevalentemente per misurare quanto un lavoratore sia esaurito, più che per individuare dove un sistema di lavoro non funziona. Ma soprattutto, ancora oggi il burn-out è inserito nell’ICD-11 (International Classification of Diseases, 11th Revision) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità come fenomeno occupazionale legato a stress cronico non gestito sul lavoro, senza riconoscimento come diagnosi clinica autonoma o malattia. Questa classificazione mantiene la responsabilità prevalentemente sul singolo lavoratore, che deve provare il nesso con il lavoro per accedere alle tutele. Se fosse tabellato come malattia professionale, scatterebbe la presunzione automatica di origine lavorativa, spostando la responsabilità sul datore e garantendo strumenti legali più rapidi e certi. Cinquant’anni dopo A cinquant’anni dalle osservazioni di Freudenberger, il burn-out resta una condizione difficile da circoscrivere, sospesa tra definizioni che non coincidono del tutto, assenze diagnostiche e una collocazione ancora incerta tra esperienza individuale e problema del lavoro. E il peso della ricaduta sulle persone che ne soffrono è considerevole. Il recupero dal burn-out richiede tempi lunghi e spesso discontinui. Una revisione sistematica pubblicata su BMC Public Health descrive il rientro al lavoro come un processo graduale e non lineare, che può protrarsi per mesi. Le evidenze su come sostenerlo restano però fragili, segnate da studi eterogenei e risultati poco conclusivi. Uno studio longitudinale, che ha seguito pazienti per dieci anni dalla fine della riabilitazione, rileva la persistenza di sintomi come ansia, disturbi del sonno e affaticamento anche tra chi è formalmente rientrato al lavoro. Nella seconda stagione di Severance, i dipendenti della Lumon iniziano a interrogarsi su ciò che accade al di fuori dell’ufficio, su chi siano al di là della divisione che li attraversa. La separazione si rivela meno netta di quanto sembrasse e i due sé trovano modi imprevisti per comunicare, per cercarsi. È una metafora non troppo velata. Il lavoro e la vita non si separano mai davvero, qualunque dispositivo si immagini per tenerli distinti. La domanda è quanto costi all’individuo tenerli insieme. L'articolo Consumati dal lavoro proviene da Il Tascabile.
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Fragole e sangh
“C ara Compagna, avuto riguardo al rapporto di lavoro con te intercorrente, siamo spiacenti di comunicarti con la presente che abbiamo deciso di procedere al tuo licenziamento”. La lettera reca il timbro rosso di un sindacato di categoria e sul finale porge “fraterni saluti”. Cosima Pietrina Urso, detta Piera, la destinataria della comunicazione, la conserva senza ripiegarla su sé stessa ‒ come ha fatto lei nella vita, nessun ripiegamento. La lettera mantiene la postura di chi la riceve. Piera la tiene aperta, ne soppesa la grammatura di buona qualità, la superfice liscia. La lettera ha un perimetro rettangolare come una cassetta di frutta, di fragole ad esempio. I caratteri contenuti nella lettera sono 1.547 più o meno quante erano le fragole che lei e le altre raccoglievano in una giornata di lavoro sotto caporale. Piera aveva 11 anni. “Ho iniziato a fare la bracciante a 11 anni. La prima volta, sono andata alle fragole durante le vacanze di Pasqua. Il bisogno c’era ma nel mio caso non si andava a lavorare perché morivamo di fame. Mia madre è stata un generale. Non esisteva riposo. Non si andava al mare perché ‘cosa produce andare al mare’? Niente. Devi essere utile a te e agli altri”. La piccola Piera vive con la sua famiglia a San Michele Salentino in provincia di Brindisi. I suoi genitori sono braccianti iscritti alla CGIL (Confederazione Generale Italiana del Lavoro), il nonno, disertore partigiano con l’Unità sempre in tasca. “Ho la terza media. Sarei voluta andare a scuola, ma mi hanno mandata a lavorare. Eravamo tre sorelle e due fratelli. Però da una parte questo mi ha portata ad avere una rabbia e una voglia di riscatto”. Nel maggio del 1980 Piera ha 15 anni. Nella vicina Ceglie Messapica muoiono per incidente stradale tre donne braccianti mentre tornano dal lavoro. “Non sono mai incidenti stradali ma omicidi perché su un mezzo che porta nove persone, ne mettevano trenta”. Vengono tolti i sedili ai furgoni e messe le panche di legno per guadagnare posti. “Erano ex migranti che, tornati dalla Germania, si erano messi a fare i caporali”. Dopo la riforma agraria la zona del Metapontino è una distesa di terre molto fertili dove si piantano fragole e colture non usuali. “C’era bisogno di manodopera femminile”. Le donne avevano le mani piccole per le colture delicate, venivano pagate di meno ed erano facilmente manipolabili. “Un caporale per le donne non era vissuto come un padrone ma come un salvatore perché ti trovava e ti portava al lavoro, quindi il sostentamento per una famiglia. Veniva spesso visto anche bello e affascinante per via della riconoscenza. A volte potevano esserci anche rapporti sessuali tra il caporale e le donne”. Piera si alza alle 2 e 30 per andare al lavoro. Di notte la piazza del suo paesino si riempie di centinaia di persone che aspettano il mezzo per andare in campagna. “Al lavoro arrivavi già stanca, spesso bisognava arrivare fino in Calabria. Le donne ti dormivano addosso, faceva caldo. Quella maledetta strada che da Taranto porta a Reggio era stretta e pericolosa”. > “Ho la terza media. Sarei voluta andare a scuola, ma mi hanno mandata a > lavorare. Però da una parte questo mi ha portata ad avere una rabbia e una > voglia di riscatto”. Nel 1980 muoiono le tre donne e in provincia inizia un sentimento di rivolta. “Mia madre non mi faceva uscire ma se c’era una riunione della CGIL, anche a Roma, lei mi mandava”. A 15 anni Piera diventa delegata sindacale della Federbraccianti. “Andavo alla scuola di formazione della CGIL ad Ariccia, vicino Roma. Non era come essere delegata della fabbrica del nord. Non era facile fare la delegata sindacale e poi andare a lavorare col caporale”. Le altre donne la vedono come una rompiscatole, come una che può far perdere il lavoro. Dopo la morte di quelle donne cominciano i blocchi stradali della polizia per fermare e controllare i pullman ma senza grandi esiti. “Una notte mi stendo in piazza e non faccio passare i pullman. Chiamo i carabinieri e la questura. Non volevo far partire i pullman. Questo voleva dire far perdere il raccolto delle fragole. Bloccando la produzione i proprietari terrieri erano obbligati a trattare con chi rappresentava le lavoratrici”. Piera a 15 anni vuole un trasporto garantito, sicuro e pubblico: “La mia paga deve essere contrattuale, non taglieggiata, non ci deve essere gente che si arricchisce sulla mia pelle. Voglio i diritti come tutti gli altri lavoratori. Da qui nasce l’autogestione, un movimento che si è attivato in più paesi della provincia brindisina”. Nella Federbraccianti di Brindisi di quegli anni c’è Rosa Stanisci che poi diventerà sindaca antiracket di San Vito dei Normanni. “Con la sua segreteria ha supportato molto l’autogestione. A seguito delle lotte avviate, viene istituito il coordinamento Puglia Basilicata, composto dal sindacato e dalle associazioni datoriali”. Piera, Rosa e altre due donne di San Michele Salentino, Maria C. e Maria V., partono per un incontro in Basilicata: “Nella sala comunale di Scanzano Ionico erano tutti uomini. Cinque-seimila uomini datori di lavoro con le fragole che gli marcivano nelle campagne e noi quattro uniche donne che entravamo nell’aula con gli sguardi sopra”. Dopo questo incontro, Piera e le altre ottengono il primo pullman pubblico per portare le braccianti al lavoro. “San Michele Salentino ha avuto il primo trasporto pubblico della provincia di Brindisi. All’inizio salivamo solo noi tre su questo pullman. Io, Maria e Maria. Le altre donne non si fidavano di noi. All’inizio si perdevano molte giornate di lavoro. E non tutte erano disposte. Le donne avevano paura di quello che poteva accadere con i caporali. Secondo loro, era una cosa che poteva durare solo pochi giorni. Invece, è durata sette anni”. I primi tempi Piera, Maria e Maria vengono scortate durante il viaggio in pullman. “Prima eravamo tre, poi siamo diventate quattro, poi cinque. Per riempire un pullman ci abbiamo messo quasi due anni”. Nel lavoro si autogestiscono. “Andavamo direttamente dalle aziende a contrattare. Nel frattempo in provincia i pullman diventano tanti. Questa esperienza si consolida”. Poi la storia comincia un po’ a scemare per volontà politiche e sindacali. “Le aziende non volevano più avere il rapporto diretto con le lavoratrici perché le pressioni erano tante. Ogni giorno ricevevamo attacchi sulla stampa. Io avevo un’esposizione mediatica molto alta, mi costava fatica fisica e mentale”. > Le donne avevano le mani piccole per le colture delicate, venivano pagate di > meno ed erano facilmente manipolabili. Ad avere un peso in questa storia è il raggiungimento minimo delle giornate lavorate per accedere alla disoccupazione agricola. “Non sempre noi riuscivamo a garantire questa continuità. Allora le donne preferivano il caporale. Io intanto inizio a far parte del gruppo dirigente provinciale del sindacato, sempre da bracciante. Ma quando finisce l’esperienza di lotta, io rimango sola”. Nel frattempo in provincia cambiano sia la segreteria del sindacato di categoria sia gli approcci. “Un cambiamento che portava di fatto a cancellare tutto quello che era stato conquistato. Litigai pesantemente. Io non sarei mai ritornata a lavorare col caporale. Avevo molte pressioni. Ma la mia vita in quegli anni ero solo questa battaglia. La sera, dopo una giornata di lavoro, aprivo la sede della CGIL in piazza a San Michele, di giorno come sarei potuta andare a lavorare sotto caporale?”. Piera, però, ha bisogno di lavorare. A Mesagne, sempre in provincia di Brindisi, sono gli anni della Sacra corona unita. “In città c’era un prete, Don Angelo, che toglieva tanti ragazzi dalla strada e dalla mafia e aveva contatti con un direttore d’alberghi in Trentino. Il prete diceva: ‘Quanti ragazzi vuoi? Dobbiamo levarli dalla strada’. Così comincio a lavorare in Trentino come cameriera stagionale ai piani. Il mio dramma era che abbandonavo le donne, sentivo che le stavo tradendo”. Intanto nel brindisino scoppiano le bombe, Rosa Stanisci viene messa sotto scorta. “Non potevo continuare a fare le stagioni al nord e non potevo tornare in campagna con i caporali”. In Puglia in quegli anni si butta lu sangh. Nella lingua madre di Piera le parole, come sangue ad esempio, hanno la “e” evanescente. Sanghə, la “e” c’è ma non si pronuncia, come una dolce amputazione. Piera diventa quella “e”: da congiunzione delle lotte, sparisce da un territorio, non la si pronuncia più. Decide di andare a Milano. “Inizio come babysitter, poi come cassiera. Di notte andavo a cercare lavoro negli alberghi”. A Milano Piera conosce Claudio Superchi, segretario dei Giovani comunisti nel quartiere Comasina, operaio e delegato FILCEA CGIL di fabbrica. “Andiamo a vivere insieme a Rho”. Quando Piera arriva nella CGIL di Milano, conoscono già la sua storia. “Io vado a lavorare in fabbrica. Dopo un mese divento rappresentate sindacale ed entro a far parte del direttivo della categoria. Se facevo il turno di notte in fabbrica, di giorno aprivo la sede della CGIL di Rho”. Nel 2004 il sindacato le propone un distacco come funzionaria nell’ufficio badanti. “Mi tirano fuori dalla fabbrica. Vado a lavorare alla FILCAMS CGIL in centro a Milano. Non sapevo usare il PC”. Ogni giorno Piera si trova un centinaio di persone davanti al suo ufficio, per lo più donne: “Inizio a seguire il lavoro domestico anche a livello nazionale. In questo modo recupero il rapporto con le donne. Andavano tutelate. Bisognava riconoscere il loro status di lavoratrici, lavoratrici più deboli di chi lavora in fabbrica, donne senza forza contrattuale”. Piera cambia mansioni all’interno del sindacato restando sempre nei gruppi dirigenti. > “La sera, dopo una giornata di lavoro, aprivo la sede della CGIL in piazza a > San Michele, di giorno come sarei potuta andare a lavorare sotto caporale?”. Nel frattempo si ammala di tumore e con Claudio iniziano a pensare al progetto di tornare in Puglia per la pensione. Claudio in quel momento ricopre il ruolo di segretario generale della FLAI CGIL Lombardia. “Nel 2019 la FLAI CGIL nazionale in accordo con le strutture della Lombardia, della Puglia e di Brindisi concordano il nostro trasferimento in Puglia. Io sarei ritornata a lavorare con e per le braccianti”. Prendono servizio in Puglia nel gennaio del 2020. “L’accordo prevedeva che Claudio sarebbe entrato in segreteria della FLAI CGIL di Brindisi. Io sono stata assunta dalla FLAI CGIL Puglia”. Piera torna in Puglia e viene destinata come funzionaria nella sede di Francavilla Fontana in provincia di Brindisi. “Io dovevo stare in ufficio a fare le pratiche. Nessuno ha mai invitato me e Claudio a una riunione, non ci hanno fatto mai partecipare alla vita attiva del sindacato, non ci hanno mai fatto svolgere il lavoro del vero funzionario sindacale: uscire dall’ufficio, incontrare i lavoratori, andare sui luoghi di lavoro. Siamo stati isolati. Abbiamo sempre detto, sfruttate la nostra esperienza. Non ci interessano le sedie. Vogliamo essere utili per il sindacato e per il territorio”. Gli stipendi di Piera e di Claudio, come previsto dagli accordi, vengono pagati dalla FLAI CGIL nazionale. “Per loro eravamo a costo zero. Claudio non è mai subentrato nella segreteria della FLAI CGIL di Brindisi come era scritto nell’accordo. E non l’hanno fatto intervenire al congresso della FLAI CGIL di Brindisi, quando aveva chiesto la parola. Hanno avuto paura della nostra conoscenza e del nostro vissuto o è perché al congresso della CGIL nazionale nel 2019, quando diventò segretario generale Maurizio Landini, noi eravamo sulla mozione di Colla?”. Il 16 giugno del 2023 Piera e Claudio vengono convocati: “La FLAI CGIL Puglia e la FLAI CGIL Brindisi ci dicono che dal primo luglio parte il nostro licenziamento perché non hanno risorse. Io ero a circa due anni dalla pensione. Però nel frattempo nel ruolo di segreteria che doveva essere di Claudio eleggono comunque un altro componente. Hanno licenziato una famiglia senza un minimo di empatia. Questi non vengono dal padrone sulla schiena. Come possono capire i lavoratori?”. Piera e Claudio vengono convocati a Roma: “Il sindacato ci dice che loro del nazionale non possono dare più soldi, il nostro stipendio passava in carico al territorio. Io e Claudio eravamo assunti a tempo indeterminato. E nella CGIL vige il codice etico. Io sono una ex paziente oncologica, non hanno tenuto conto neanche di questo”. A giugno del 2023 il tempo delle fragole è finito da poco. Piera tende tra le mani la sua lettera di licenziamento, la gira a testa in giù come la “e” che si ribalta alla fine delle parole ma l’amputazione stavolta non è dolce. Per un paio di mesi Piera va al centro di igiene mentale per ricevere supporto psicologico. “Stavo male, come si fa a concepire un trattamento del genere. Ho dedicato la vita al sindacato. Noi non abbiamo mai avuto una vita privata. La causa dei lavoratori è stata la nostra vita. C’erano notti che mio marito faceva le assemblee, arrivava a casa alle quattro del mattino e alle sei tornava a lavorare”. > “Abbiamo sempre detto, sfruttate la nostra esperienza. Non ci interessano le > sedie. Vogliamo essere utili per il sindacato e per il territorio”. Piera adesso è in pensione. La casetta dove vive con Claudio è nel centro storico di San Michele Salentino, a due passi dalla piazza. Alle pareti sono appese tutte le tessere della CGIL che erano di suo padre. Di notte alle 2 e 30 il corpo di Piera si sveglia come per andare a lavorare. Piera apre gli occhi, sente ancora il rumore del pullman in arrivo, le voci delle donne, il fiato pesante dei caporali. Sente il corpo delle altre addosso, la strada nello stomaco. Tra le mani sente le fragole che lasciano quel rosso sangue sulle dita quando vengono fatte marcire per i propri diritti. Di notte alle 2 e 30 Piera apre gli occhi, sente la “e” evanescente sulla punta della sua lingua madre, della sua lingua terra. Evanescente come la sua storia. Scomparsa, dimenticata. Nessuna traccia in rete se si scrive Cosima Pietrina Urso, detta Piera, bracciante agricola. Eppure, nella storia quella pietrina è saltata fuori dal muro a secco dello sfruttamento, più in là si è fatta inciampo, si è infilata nella scarpa. Fa ancora tanto male. L'articolo Fragole e sangh proviene da Il Tascabile.
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La marcia dei quarantamila
I l 14 ottobre 1980 una fiumana silenziosa di persone attraversa il centro di Torino. Sono in gran parte impiegati, tecnici e quadri della Fiat, affiancati da qualche operaio e da cittadini comuni – artigiani, piccoli imprenditori, commercianti – tutti decisi a manifestare a sostegno della più grande azienda italiana e contro coloro che, a loro avviso, ne stavano frenando l’attività. Dietro di loro c’è la fabbrica simbolo della città, Mirafiori, da 35 giorni paralizzata da picchetti sindacali e scioperi a oltranza. Davanti a loro c’è un obiettivo chiaro: rivendicare il diritto al lavoro e chiedere la riapertura dei cancelli, sfidando apertamente lo sciopero indetto dai sindacati. In poche ore quel corteo atipico – passato alla storia come la “marcia dei quarantamila” – segna una svolta drammatica. Il giorno seguente, di fronte all’impatto di quella manifestazione, i vertici sindacali firmano un accordo che pone fine alla vertenza alle condizioni dettate dall’azienda. Si conclude così, bruscamente, uno dei più lunghi conflitti operai del dopoguerra, con una cocente sconfitta del movimento sindacale e l’inizio di una nuova fase nei rapporti tra capitale e lavoro. Storici e osservatori parleranno poi di “fine di un’epoca”: nell’arco di una sola giornata si chiude simbolicamente la stagione delle grandi lotte operaie fordiste e se ne apre un’altra, dominata dalla ristrutturazione industriale, dalla flessibilità del lavoro e da un diverso clima sociale. Per comprendere il significato di quella marcia occorre inserirla nel contesto delle lotte sindacali degli anni Settanta. Il decennio precedente era stato segnato da un’ondata di mobilitazioni operaie senza precedenti: l’“autunno caldo” del 1969 aveva visto gli operai italiani – e torinesi in particolare – conquistare aumenti salariali e nuovi diritti, spingendo il parlamento ad approvare lo Statuto dei lavoratori (1970) che introduceva tutele avanzate in fabbrica. Negli anni successivi le grandi fabbriche come la Fiat diventarono teatro di conflitti accesi e continui, con scioperi, picchetti e assemblee che misero in discussione l’organizzazione del lavoro fordista e i rapporti gerarchici tradizionali. Il movimento operaio esercitava una forza contrattuale notevole: la contrapposizione tra “tute blu” e vertici aziendali fu il motore di un conflitto sociale che per oltre un decennio condizionò profondamente la vita politica ed economica italiana. Tuttavia, sul finire degli anni Settanta, quella stagione di mobilitazione mostrava segni di logoramento: la crisi economica seguita allo shock petrolifero del 1973 aveva fatto esplodere inflazione e disoccupazione, erodendo il potere negoziale dei lavoratori. Allo stesso tempo, le tensioni sociali avevano imboccato la via tragica del terrorismo: le frange estremiste, come le Brigate rosse, ingaggiarono una lotta armata che culminò nel sequestro Moro (1978) e contribuì a isolare le componenti più radicali del movimento. Sul piano politico, l’Italia di fine anni Settanta era attraversata da instabilità di governo e dal compromesso storico tra Democrazia cristiana (DC) e Partito comunista italiano (PCI), mentre il clima internazionale virava verso una fase di offensiva neoliberista (con l’ascesa di Thatcher e Reagan) e di ristrutturazioni industriali su scala globale. > Nell’arco di una sola giornata si chiude simbolicamente la stagione delle > grandi lotte operaie fordiste e se ne apre un’altra, dominata dalla > ristrutturazione industriale, dalla flessibilità del lavoro e da un diverso > clima sociale. In questo contesto crepuscolare, la figura dell’operaio-massa – l’operaio di linea, non specializzato ma centrale nella produzione di massa fordista – era ancora formalmente protagonista, ma la sua centralità cominciava a vacillare. È Mario Tronti, teorico dell’operaismo italiano, a definire negli anni Sessanta l’operaio-massa come il nuovo soggetto collettivo emerso con la catena di montaggio e destinato a guidare lo scontro di classe nell’era del fordismo. Ed effettivamente per tutti gli anni Settanta l’operaio-massa è il “protagonista indiscusso delle lotte e delle conquiste”, la figura attorno a cui ruotano sia l’organizzazione della produzione sia l’immaginario della sinistra. Ma all’alba degli anni Ottanta questo ciclo storico volge al termine, ed è proprio in quel 14 ottobre 1980 che l’operaio-massa esce di scena, per lasciare spazio a nuove identità sociali basate sulla ricerca del benessere individuale e sul primato del mercato e della produttività. La marcia dei quarantamila sarà l’inequivocabile evento-simbolo di questo tramonto. Ma cosa accadde precisamente? All’inizio del 1980 la Fiat entra in una fase di crisi che non è solo congiunturale. Le vendite crollano, i piazzali di Mirafiori sono colmi di auto invendute, la produttività appare troppo bassa in un mercato ormai globalizzato. La famiglia Agnelli decide di cambiare passo: a fine luglio l’amministratore delegato Umberto Agnelli si dimette, sostituito da Cesare Romiti. Con lui la direzione aziendale abbandona ogni atteggiamento attendista e sceglie la linea della fermezza. Romiti intende ristrutturare in profondità, ridurre drasticamente gli organici, riportare disciplina in fabbrica dopo un decennio di protagonismo operaio. Il 5 settembre la nuova dirigenza annuncia diciotto mesi di cassa integrazione per ventiquattromila dipendenti, quasi tutti operai. Pochi giorni dopo comunica ufficialmente quattordicimila licenziamenti: un taglio occupazionale di proporzioni senza precedenti. I sindacati metalmeccanici reagiscono proclamando lo sciopero e organizzando picchetti permanenti che paralizzano gli stabilimenti. Mirafiori diventa l’epicentro di una vertenza che assume subito un carattere politico nazionale: il ministro del Lavoro Franco Foschi tenta una mediazione, mentre lo stesso Enrico Berlinguer si reca ai cancelli della fabbrica per manifestare solidarietà agli operai. > È Mario Tronti a definire negli anni Sessanta l’operaio-massa come il nuovo > soggetto collettivo emerso con la catena di montaggio e destinato a guidare lo > scontro di classe nell’era del fordismo. Ma all’alba degli anni Ottanta questo > ciclo storico volge al termine. La caduta del governo Cossiga, il 27 settembre, rende vano ogni tentativo di compromesso. La Fiat alza allora ulteriormente la posta: sospende formalmente la procedura di licenziamento, ma invia a ventitremila lavoratori la comunicazione di cassa integrazione a zero ore. Nelle liste compaiono soprattutto i delegati più combattivi, segnale chiaro della volontà di epurare la fabbrica dalla rappresentanza sindacale più radicale. Il sindacato denuncia trattarsi di una vera e propria “lista di proscrizione”, ma continua a mantenere i presidi. È in queste settimane che la compattezza operaia comincia a incrinarsi. Impiegati, tecnici e capi intermedi, inizialmente rimasti in disparte, avvertono sempre più il conflitto come estraneo e persino dannoso. Temono per la tenuta dell’azienda e guardano con ostilità crescente all’egemonia dei delegati di fabbrica. Nasce così un coordinamento dei quadri, che diffonde comunicati contro i sindacati e arriva persino a scontrarsi fisicamente con i picchetti. Parallelamente, la Fiat affianca alla pressione economica e organizzativa una strategia legale: gli esposti contro i blocchi portano a centinaia di convocazioni per gli operai attivi nei presidi. Alla vigilia del 14 ottobre il conflitto non è più soltanto tra azienda e lavoratori, ma attraversa lo stesso fronte del lavoro: da un lato gli operai di linea, dall’altro il ceto impiegatizio che si prepara a uscire allo scoperto. La marcia dei quarantamila sarà la conseguenza diretta di questa frattura già consumata. Se è vero che in Italia è venuta affermandosi una teorizzazione nuova dell’operaio – quella dell’operaio-massa, elaborata da Mario Tronti –, è vero anche che con la marcia dei quarantamila ci si è ritrovati di fronte a una forma inedita di crumiraggio: per la prima volta, a memoria di operaio, un nutrito schieramento di colletti bianchi scese in piazza contro uno sciopero operaio, mettendosi – di fatto – dalla parte del “padrone”. Questo evento ebbe un enorme impatto simbolico. Durante le lotte degli anni Sessanta-Settanta, pur nelle diversità di ruoli, impiegati e operai avevano spesso mantenuto una forma di solidarietà: i primi raramente scioperavano, ma neppure si sarebbero sognati di sfilare contro i secondi. La “marcia dei capi” (così venne anche chiamata) ruppe questo tabù. Cosa significò? In primo luogo, segnalò l’emergere di interessi divergenti all’interno del mondo del lavoro Fiat: molti impiegati e tecnici – probabilmente timorosi di perdere il posto se la crisi fosse degenerata – sposarono la causa aziendale della ripresa produttiva a ogni costo, mentre gli operai rivendicavano la tutela del posto di lavoro collettivamente e senza concessioni. Era anche uno scontro tra culture del lavoro: da un lato la cultura operaia della solidarietà di classe, dall’altro quella, tipica del ceto medio impiegatizio, dell’individualismo meritocratico e del professionalismo. La marcia rese visibile questa faglia. Di fronte a loro, l’unità di classe proclamata dalle confederazioni si rivelò, in quel frangente, un’illusione impotente. > Alla vigilia del 14 ottobre il conflitto non è più soltanto tra azienda e > lavoratori, ma attraversa lo stesso fronte del lavoro: da un lato gli operai > di linea, dall’altro il ceto impiegatizio che si prepara a uscire allo > scoperto. Molti commentatori sottolinearono come il sindacato avesse sottovalutato quella spaccatura interna. Anni di retorica sull’unità dei lavoratori forse avevano indotto i leader sindacali a credere che impiegati e operai condividessero gli stessi obiettivi. In realtà, nell’autunno 1980, una parte consistente del personale Fiat non si riconosceva più nella linea oltranzista dei delegati di fabbrica. Secondo alcuni osservatori, i sindacalisti avrebbero dovuto intuire per tempo questo malessere e cambiare strategia, evitando di arroccarsi su posizioni estreme “per una falsa unità di classe”. Lo stesso segretario della FIOM (Federazione Impiegati Operai Metallurgici) torinese, Claudio Sabattini, pochi anni dopo ammise che l’errore fu impedire agli operai di rientrare al lavoro per adottare forme di protesta più sostenibili nel lungo periodo. D’altronde non va dimenticato il trauma sociale che la sconfitta causò tra gli stessi operai: oltre alla perdita del posto per migliaia di essi, uno studio ha contato ben 149 suicidi di lavoratori Fiat tra il 1980 e il 1984, un dato agghiacciante che testimonia la disperazione seguita a quella débâcle. La rottura della solidarietà si pagò con ferite profonde nel tessuto operaio torinese. I manifestanti dipinsero sé stessi come cittadini moderati e ragionevoli, stanchi di subire le prepotenze di una minoranza rumorosa (i delegati sindacali, i cassintegrati in perenne sciopero). Si chiedeva il ripristino dei diritti civili, con l’implicita accusa al sindacato di avere instaurato un regime di fatto attorno a Mirafiori, violando i diritti di chi voleva lavorare. Si trattò in parte di una sapiente costruzione retorica – alimentata anche dalla stampa moderata – ma che fece presa su larghi strati dell’opinione pubblica. Per la sinistra fu un duro colpo: significava che il consenso sociale attorno alle lotte operaie si era eroso, non solo tra gli impiegati Fiat ma anche tra i cittadini comuni. La classe operaia apparve isolata, quasi “colpevole” di aver frenato lo sviluppo. In tal modo la marcia sancì la fine di un’alleanza sociale che per decenni aveva visto movimenti studenteschi, intellettuali, ceti medi progressisti e operai combattere fianco a fianco per l’emancipazione collettiva. Nell’Italia del 1980 quell’alleanza era svanita: al suo posto emergeva una ricomposizione degli schieramenti sociali, con il ceto medio produttivo e parte del mondo del lavoro schierati con il capitale in nome della “ripresa” economica. > La marcia sancì la fine di un’alleanza sociale che per decenni aveva visto > movimenti studenteschi, intellettuali, ceti medi progressisti e operai > combattere fianco a fianco per l’emancipazione collettiva. “Con la marcia del 1980 non finì soltanto una dura disputa sindacale, ma – in un’ottica di medio periodo – terminarono anche gli ‘anni ’68’, cioè quel lungo ciclo di conflitti iniziato con le lotte studentesche oltre dieci anni prima”, ha scritto lo storico Fabrizio Loreto. E in un’ottica di lungo periodo, quell’evento segnò davvero la conclusione dell’età del fordismo. Il modello produttivo fordista – basato su grandi fabbriche, produzione di massa standardizzata e una forza-lavoro operaia concentrata e omogenea – entrò in crisi definitiva. Gli anni Ottanta furono infatti gli anni della ristrutturazione. In Italia, come altrove, le imprese colsero la sconfitta operaia come un via libera per innovare profondamente processi e prodotti. Nuove tecnologie fecero il loro ingresso: robotica, automazione, elettronica. La stessa Fiat, dopo il trauma del 1980, avviò un vasto programma di ammodernamento in tutti gli stabilimenti, introducendo sistemi produttivi più flessibili. Nel 1983 lanciò la Uno, la prima utilitaria progettata interamente nell’era post-sciopero, prodotta con linee automatizzate avanzate (il “robogate”). Nel 1986 Gianni Agnelli poté dichiarare concluso il risanamento. La Fiat aveva recuperato una posizione di piena centralità, contendendosi la leadership del mercato europeo con la Volkswagen. La restaurazione manageriale sembrava aver dato i suoi frutti: la produttività era risalita, i bilanci tornati in attivo. La parabola dell’operaio-massa appariva chiusa, sostituita da una nuova centralità del “fattore impresa”. In effetti, la figura dell’operaio di linea quale soggetto collettivo si eclissa dopo il 1980. Nel lessico sociologico fa capolino un nuovo termine: “flessibilità”. Le imprese, per competere in mercati sempre più globali e instabili, adottano modelli organizzativi snelli, sul modello giapponese (toyotismo). La produzione si frammenta in distretti industriali territoriali e filiere di subfornitura (un processo di decentramento produttivo che in Italia era già avanzato in regioni come Veneto ed Emilia). L’occupazione industriale si riduce nelle grandi fabbriche e cresce in piccole e medie imprese. Si affermano nuove categorie di lavoratori: tecnici specializzati, operai interinali, impiegati del terziario avanzato, mentre il tradizionale operaio di catena diventa sempre più raro. Teorici post-operai come Antonio Negri parleranno di operaio sociale per indicare un lavoratore diffuso nella società, non più concentrato solo in fabbrica. Ma soprattutto, dagli anni Ottanta in poi il mito della flessibilità viene esaltato nel discorso pubblico – salvo tradursi, per molti lavoratori, in una condizione cronica di precarietà. Gli anni Ottanta divennero un periodo di espansione economica: dopo la recessione del 1981-82, l’Italia conobbe un deciso rilancio con tassi di crescita annui intorno al 3% a metà decennio. Furono anche gli anni del cosiddetto made in Italy: accanto ai successi dell’auto si affermarono a livello globale prodotti come i computer Olivetti (M24) e l’alta moda italiana – segno di un Paese in trasformazione. Il sociologo Francesco Alberoni parlò addirittura di “nuovo Rinascimento” italiano. > La parabola dell’operaio-massa appariva chiusa, sostituita da una nuova > centralità del “fattore impresa”. Eppure, nonostante la grave perdita di quella figura operaia, quella fu anche dal punto di vista dello sviluppo capitalistico un’occasione perduta: l’euforia degli anni Ottanta non sfociò in riforme strutturali durature. Mancò la “virtù” di investire sul lungo periodo, e il sistema-Italia dissipò in parte quei vantaggi, ritrovandosi fragile alle soglie degli anni Novanta. Resta il fatto che, dal punto di vista sociale, il protagonismo operaio arretrò bruscamente. Il sindacato, scottato dalla sconfitta Fiat, nei decenni successivi assunse quasi sempre posizioni più caute e negoziali, inaugurando la stagione della concertazione tra parti sociali negli anni Novanta. Certamente, nessuna mobilitazione operaia, nei 40-50 anni seguenti, ha più raggiunto la forza d’urto di quelle degli anni Sessanta e Settanta. A più di quarant’anni di distanza, la marcia dei quarantamila resta un evento-simbolo ricco di significati per il presente. Da un lato, essa segnò il tramonto di un modello di conflitto sociale basato sul potere contrattuale concentrato della grande fabbrica. Quel modello – l’operaio-massa fordista, organizzato nel sindacato di fabbrica – aveva ottenuto conquiste importanti, ma mostrava già la corda di fronte ai mutamenti dell’economia. La sconfitta del 1980 certificò che non era più possibile tornare indietro: il capitalismo italiano aveva voltato pagina, aprendosi all’era della flessibilità e della globalizzazione nascente. Dall’altro lato, molti dei nodi irrisolti di allora si ripresentano oggi sotto altre forme. La frattura tra impiegati e operai può ricordare, per certi versi, le nuove divisioni nel mondo del lavoro contemporaneo: da una parte lavoratori garantiti (spesso più qualificati e integrati nei processi globali), dall’altra lavoratori precari o marginali, con minore tutela e potere contrattuale. Il declino della solidarietà di classe che emerse in nuce nel 1980 è oggi amplificato da una frammentazione estrema del lavoro: la fabbrica diffusa e l’outsourcing hanno disperso la forza lavoro in miriadi di piccole unità, rendendo più difficile l’organizzazione collettiva. Allo stesso tempo, l’offensiva neoliberista che negli anni Ottanta muoveva i primi passi è giunta a piena maturazione: deregolamentazione, competitività sfrenata e precarietà sono realtà quotidiane per milioni di persone. In questo senso, la marcia dei quarantamila può essere vista come l’atto iniziale di un lungo processo di ristrutturazione che prosegue ancora oggi. La Waterloo del sindacato è stata vista dall’imprenditoria a trazione liberale come una sconfitta cocente ma forse necessaria per spingere le organizzazioni dei lavoratori a rinnovarsi. Dal punto di vista della storia del lavoro, la marcia dei quarantamila segna un punto di non ritorno. Dopo quell’episodio, la figura dell’operaio-massa – attorno a cui si erano costruite teorie (Tronti, Negri) e strategie politiche – perde centralità, mentre emergono nuovi soggetti e nuove forme di conflitto (si pensi, ad esempio, ai movimenti dei lavoratori precari degli ultimi anni, ben diversi per composizione e rivendicazioni). In definitiva, l’eredità di quell’autunno torinese è duplice: da un lato, il mondo delle fabbriche non fu più lo stesso, dall’altro le questioni del potere e dei diritti nel lavoro assunsero forme più complesse, meno visibili. > La frattura tra impiegati e operai può ricordare, per certi versi, le nuove > divisioni nel mondo del lavoro contemporaneo: da una parte lavoratori > garantiti (spesso più qualificati e integrati nei processi globali), > dall’altra lavoratori precari o marginali, con minore tutela e potere > contrattuale. Beninteso, per Mario Tronti l’operaio-massa non entra in crisi con la marcia dei quarantamila, ma molto prima. Già alla vigilia del Sessantotto, con l’affacciarsi di nuove soggettività politiche e sociali, Tronti aveva colto i segnali di esaurimento di quella figura: un soggetto che era stato centrale nell’organizzazione fordista e nel ciclo di lotte operaie, ma che mostrava crepe evidenti nel momento stesso in cui diventava protagonista. La sua parabola, insomma, era inscritta fin dall’inizio nella trasformazione più ampia dei rapporti di produzione e nelle mutazioni della società industriale. In questo senso la marcia dei quarantamila ebbe un valore simbolico non dissimile, per il mondo operaio occidentale, da quello che la caduta del Muro di Berlino ebbe per l’Unione Sovietica: il gesto che non inaugura la crisi, ma la rende irreversibile e visibile a tutti. Nel bilancio storico-sociologico di quell’evento, dunque, possiamo leggere sia la fine di un’epoca sia l’inizio di contraddizioni nuove. Fu la fine dell’epoca in cui il conflitto capitale-lavoro aveva il volto coriaceo e oleoso dell’operaio di Mirafiori; l’inizio di un’era in cui quel conflitto si sarebbe espresso in maniera più frammentata e diffusa, spesso silenziosa. La marcia dei quarantamila resta lì a ricordarci che anche il “noi” dei lavoratori può andare in frantumi se cambiano le condizioni – e che ogni stagione di lotta, per quanto gloriosa, può conoscere il suo autunno. Un autunno, quello del 1980, che vide cadere le foglie di un’intera cultura operaia, preparando un inverno di cambiamenti da cui sarebbe germogliato il mondo del lavoro contemporaneo. L'articolo La marcia dei quarantamila proviene da Il Tascabile.
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Il concorso di Sara Mesa
S everance è una serie prodotta da Ben Stiller che indaga, nelle sue due stagioni, il rapporto tra lavoro e identità, tra memoria e oblio. La serie si svolge principalmente negli uffici della Lumon Industries, una multinazionale che opera nel campo delle biotecnologie e che utilizza una procedura medica di “scissione” per separare i ricordi personali di alcuni dei suoi dipendenti dai ricordi lavorativi. Durante le ore passate in ufficio, i dipendenti sottoposti a scissione non hanno alcun ricordo della loro vita nel mondo esterno; viceversa, durante le ore trascorse all’esterno, non hanno memoria della loro vita alla Lumon. La scissione è una pratica che rende i lavoratori più efficienti proprio in quanto non turbati da fattori esterni. Anche l’architettura della multinazionale sembra essere piegata a questo scopo: i suoi reparti sono privi di finestre e isolati tra loro, l’impianto è labirintico, claustrofobico. Il concorso – l’ultimo libro di Sara Mesa uscito per La Nuova Frontiera nella traduzione di Elisa Tramontin –, mi ha inevitabilmente fatto pensare a Severance e alla domanda “Chi sei?” rivolta all’attrice Britt Lower nel ruolo di Helly R., che apre il primo episodio. La protagonista del nuovo romanzo di Sara Mesa, si muove quasi interamente negli spazi di un edificio a pianta circolare che richiama per certi aspetti la multinazionale di Severance. È un castello kafkiano senza finestre e privo di vita, come denuncia la presenza dei fiori nella sala conferenze: “crisantemi avvizziti e gigli ai quali nessuno doveva cambiare l’acqua da giorni”. Sara Villalba, così si chiama la protagonista del libro, ha un impiego temporaneo in un ufficio pubblico – il sopranominato castello kafkiano – e studia per un concorso che dovrebbe stabilizzare la sua posizione. Dal suo esordio, l’autrice spagnola ha esplorato diversi generi letterari, passando dalla poesia alla prosa; Il concorso è il suo quarto romanzo pubblicato in Italia dopo Cicatrice (2017), Un amore (2021) – finalista al Premio Strega Europeo –, e La famiglia (2024). È un’opera intima e politica, come quasi tutte le opere dell’autrice, che si interroga sull’identità, sull’obbedienza, sul vuoto di senso che investe sempre più settori lavorativi e sulle possibilità che abbiamo di rompere questo vuoto. Mesa ha dato al personaggio principale del suo ultimo romanzo il proprio nome. E come lei, ha lavorato nella pubblica amministrazione. Non è la prima volta che la scrittrice riflette sul settore pubblico, sulla burocrazia, sulla ricerca di senso. Precede infatti Il concorso un breve ma tagliente saggio intitolato Silencio administrativo (2019) che racconta l’iter di Carmen, una donna invalida e senza fissa dimora che prova a chiedere aiuto agli enti pubblici scontrandosi però con procedure obsolete e macchinose, silenzi, inadempienze. > Come quasi tutte le opere dell’autrice, si interroga sull’identità, > sull’obbedienza, sul vuoto di senso che investe sempre più settori lavorativi > e sulle possibilità che abbiamo di rompere questo vuoto. Sara Mesa traghetta alcuni temi di Silencio administrativo sul terreno della finzione e costruisce Il concorso, una storia che mette a nudo tabù attraverso domande implicite: cosa accade quando un posto di lavoro si trasforma in una trappola silenziosa e la quotidianità in un processo usurante? Come può esserci comunicazione quando la lingua del lavoro è diversa dalla propria? “L’argomento del lavoro è circondato da tabù”, scrive David Graeber nel libro Bullshit Jobs (2018),  pubblicato da Garzanti e tradotto da Albertine Cerutti. Antropologo e teorico di spicco del movimento Occupy Wall Street, Graeber compie un’analisi lucida sulle conseguenze di una società impegnata su larga scala in attività prive di significato. Una società così costituita, sostiene l’autore, sarà tenuta insieme dal sospetto, dall’odio e dal rancore di chi è finito in gabbia. Sarà talmente assuefatta alla mortificazione e al mortifero – i crisantemi avvizziti e i gigli a cui nessuno ha cambiato l’acqua – da non accorgersi neppure quando a mancare sono persone in carne ed ossa. È così che funziona, gli ambienti privi di vita cessano di riconoscere la morte perché quest’ultima li governa, come nel caso riportato da Graeber dell’ispettore fiscale finlandese che nel 2022 morì, seduto alla scrivania del suo ufficio – dell’ufficio tutto suo –, e che rimase così per oltre quarantotto ore perché i trenta colleghi che gli lavoravano attorno non si erano resi conto prima dell’accaduto. Bullshit Jobs esce nel 2018, un anno prima di Silencio administrativo – testo in cui si annidano, in forma embrionale, le pagine de Il concorso. Sara Villalba, personaggio principale de Il concorso, lavora in un’ala vuota dell’ufficio, è sola nella sua postazione. Sola, come l’ispettore fiscale finlandese. La sua scrivania è stata piazzata in mezzo al nulla – vero protagonista del romanzo. Il nulla può essere sinonimo di assenza che, nell’opera di Sara Mesa, si traduce in assenza di relazioni – l’ala vuota dell’ufficio –, assenza di un dialogo col mondo – la mancanza di finestre –, assenza di istruzioni – nessuno spiega a Sara Villalba cosa deve fare. La somma di queste assenze rende la sua condizione esistenziale e professionale disumana. Oltre a raccogliere l’eredità di Graeber e di autori classici come Musil, Kafka, Moravia e Svevo, Mesa si inserisce nella riflessione proposta negli ultimi anni anche dal filosofo Byung-Chul Han, soprattutto attraverso La società della stanchezza (2020), uno dei suoi titoli più noti. > Cosa accade quando un posto di lavoro si trasforma in una trappola silenziosa > e la quotidianità in un processo usurante? Come può esserci comunicazione > quando la lingua del lavoro è diversa dalla propria? La nuova protagonista di Mesa fa parte della galleria di personaggi misteriosi e umbratili che popolano i romanzi precedenti dell’autrice. Nat, protagonista di Un amore, tiene a lungo nascosto il vero motivo per cui si trova nella località rurale di La Escapa. Tutti i personaggi di La famiglia celano gli uni agli altri aspetti della loro personalità, sentimenti, pensieri. Sara Villalba occulta a sua madre come le vanno le cose in ufficio. Ma se c’è qualcosa che non può essere occultato è il malessere, perché prima o poi salta fuori, magari sotto forma di infiltrazioni sul soffitto come quelle che affliggono Nat ogni volta che piove. L’oscenità del dolore consiste proprio in questo, nel suo non poter essere sottratto alla vista degli altri. Restano le infiltrazioni sul soffitto a testimoniare che qualcosa non va nella struttura, che c’è dell’umido, del marcio. E cosa ne fa Sara Villalba del suo malessere? Cerca di non ignorarlo restando in agguato, espressione che compare più volte nel romanzo e cha ha un triplice significato: Sara sta in agguato perché potrebbe ricevere da un momento all’altro istruzioni, compiti, incarichi – lei li aspetta, com’è normale che sia, dal primo giorno che è entrata a lavorare. Sta in agguato per non venire risucchiata dall’ufficio, dalle sue dinamiche, dal suo linguaggio rigido, eufemistico, fatto di parole altisonanti pensate per dare lustro e importanza a ciò che, a ben guardare, non ne ha. Ma sta in agguato soprattutto per riuscire a vedere una gatta con i suoi cuccioli che si nasconde tra gli oleandri, nel giardino dell’ufficio. Quando la scorge, sa di essere viva. Gli animali, nei romanzi di Sara Mesa, incarnano la vita, l’istinto. Vederli, desiderarli, accoglierli, ha un significato tutto simbolico. Significa dare fiducia al corpo, riconoscere la sua intelligenza, capace di anticipare le intenzioni della mente. Nelle pagine finali di Il concorso, le mani di Sara Villalba sanno tutto, sanno prima, e agiscono in autonomia per il bene della protagonista. Sara Villalba è un’eroina involontaria che si ribella alle logiche soffocanti del suo ambiente di lavoro. In fondo, non cerca altro che una risposta alla domanda “Chi sei?” – la stessa domanda di carattere identitario con cui deve fare i conti Helly R. in Severance. La ribellione di Sara Villalba non è ideologica né strutturata. È fatta di gesti minimi, propri di una persona che non vuole sparire. L'articolo Il concorso di Sara Mesa proviene da Il Tascabile.
Recensioni
lavoro
narrativa spagnola
Rappresentare la Generazione X
C lockwatchers, esordio alla regia della statunitense Jill Sprecher, è una commedia drammatica indipendente del 1997 focalizzata sulle ripercussioni psicologiche del lavoro temporaneo sulle nuove generazioni. Uscito prima di tutto in Australia, patria di una delle attrici principali del cast, Toni Collette, il film, a novembre del 1997, vince il Festival internazionale cinema giovani di Torino, allora diretto da Alberto Barbera. Tra le protagoniste c’è anche Parker Posey (n. 1968), a febbraio dello stesso anno eletta “Queen of the indies” in un articolo di Time in cui si specificava che l’attrice preferiva definirsi, meno romanticamente, “that indie tramp”. Nel 1997 erano passati appena quattro anni dai primi ruoli degni di nota di Posey e il critico cinematografico del Time Richard Corliss sottolineava come questa ragazza nata a Baltimora, cresciuta tra la Louisiana e il Mississippi per poi stabilirsi a New York, rievocasse le dive dell’età d’oro di Hollywood per la sua naturalezza ma, nello stesso tempo, accettasse dei compensi ridotti per avere ruoli in film indipendenti perché affascinata dalla centralità dei personaggi in queste produzioni low-budget. Il fatto è che dietro certe sue scelte c’era anche l’identificazione in un’attitudine generazionale. Per fare una piccola parte in Doom Generation (1995) di Gregg Araki, ad esempio, Posey ha raggiunto il set pagandosi metà del biglietto aereo, non perché avesse capito che sarebbe diventato uno dei film di culto per eccellenza degli anni Novanta, ma perché in questo road movie che il comunicato stampa definiva “un mix esplosivo di commedia nera e sessualità sovversiva”, era attratta dai protagonisti, tre “adolescenti fannulloni alienati” in fuga da tutto e tutti senza alcuna speranza di farcela anche perché “non fatti per questo mondo”, come (pre)dicono all’inizio del film. Così uno di loro, soprannominato “X”, a un certo punto sentenzia: “siamo sulla stessa barca” e “siamo tutti fottuti”. Un film con un punto di vista apocalittico su un’intera generazione che, non senza ironia, dipinge un mondo iperviolento in cui il personaggio tanto effimero quanto pazzoide di Posey sguazza. Poi c’è stato SubUrbia (1996), il primo film che Richard Linklater ha solo diretto e non scritto basandosi su una pièce tagliente di Eric Bogosian da cui la provincia statunitense esce a pezzi. Qui Posey è una professionista della discografia che arriva dalla metropoli, di passaggio in provincia per accompagnare e assistere un artista locale che ce l’ha fatta e torna da star nei luoghi dove è cresciuto. La sua Erica appare in poche scene, sufficienti per esibire la consapevolezza di esercitare un certo fascino sul gruppo di ventenni protagonista che ammazza il tempo per strada, all’angolo di un minimarket aperto di fronte a una pompa di benzina, confrontandosi e scontrandosi ‒ a parole ‒ su sogni, frustrazioni e tormenti che, ovunque si guardi, prospettano un futuro oscuro. Sulla carta Erica sembra una vincente, ha un sorriso scaltro, ma è anche oltremodo condiscendente con l’artista che segue, e il tentativo ostinato di sfruttare la sua autorità di fronte a dei coetanei angosciati e avviliti, fa intuire allo spettatore che si tratta di un’altra giovane frustrata dalla marginalità, in questo caso all’interno di un ambiente di lavoro che crea illusioni tanto grandi quanto inafferrabili: il suo desiderio di inserirsi al volo nella disperazione altrui la rende un’altra giovane vittima di quel periodo storico. > Doom Generation è un film con un punto di vista apocalittico su un’intera > generazione che, non senza ironia, dipinge un mondo iperviolento in cui il > personaggio tanto effimero quanto pazzoide di Posey sguazza. Insomma, queste e altre produzioni low-budget statunitensi a cui partecipava Posey, spesso ritraevano la Generazione X nella fase turbolenta e timorosa di avvicinamento alla vita adulta. Nello stesso Clockwatchers si parla di quattro giovani impiegate con contratti temporanei che non vedono l’ora di staccare da lavoro, di uscire da un ufficio dove l’ambiente è spietato, e andare a immaginare un futuro migliore solidarizzando tra di loro. Erano anni in cui si iniziava a parlare concretamente di precariato, e in questo caso il personaggio di Posey affronta la possibilità del licenziamento con la praticità di chi è consapevole che qualcosa non va ma non riesce a razionalizzarlo: “L’unica vera sfida di questo lavoro è cercare di sembrare impegnati quando non c’è niente da fare” e “Non puoi licenziarmi, non sai nemmeno il mio nome”, sono due battute memorabili della sua Margaret. Con un’altra piccola parte, in Drunks (1995) di Peter Cohn, inoltre Posey ha portato alla ribalta un altro tema: non ancora trentenne, durante un incontro degli Alcolisti anonimi, il suo personaggio racconta il disagio adolescenziale vissuto nel decennio precedente, quando era esploso il culto assoluto della ricchezza, e lo fa nominando spesso Janis Joplin, svelando il suo tentativo utopico e miseramente fallito “di rivivere gli anni Sessanta negli anni Ottanta”. Questi e altri film, in buona sostanza, delineavano il quadro di una generazione intrappolata tra l’idealizzazione di un passato sentito raccontare o appena vissuto con gli occhi dell’infanzia e la paura di un presente fino a poco prima inimmaginabile, in cui soprattutto le nuove dinamiche del mondo del lavoro apparivano disumane e insostenibili. La predilezione di Posey per queste piccole produzioni indie era perfettamente in linea con la visione negativa del successo tipica della Generazione X, che ripudiava il consenso di massa (vedi Kurt Cobain), lo considerava un’ambizione distintiva di alcune figure tipiche degli opprimenti anni Ottanta (vedi gli yuppie), oltre che un’adesione a una vanità individualista sempre più diffusa. Poi, a dispetto di questa inclinazione, Posey veniva intervistata da media come il Time e andava ospite nel talk show di Conan O’Brien, ma fuori dagli Stati Uniti restava un volto noto a un piccolo gruppo di appassionati e, in generale, il grande pubblico ha sempre faticato a riconoscerla perché, anche quando ha partecipato a qualche grande produzione ‒ come C’è posta per te (1998), Scream 3 (2000), Superman Returns (2006) o, più recentemente, Irrational Man (2015) e Café Society (2016) di Woody Allen ‒ ha sempre avuto ruoli minori. > Questi film delineavano il quadro di una generazione intrappolata tra > l’idealizzazione di un passato sentito raccontare e la paura di un presente > fino a poco prima inimmaginabile, in cui soprattutto le nuove dinamiche del > mondo del lavoro apparivano disumane e insostenibili. Oggi, però, smussata o archiviata la disposizione d’animo generazionale, le sue scelte professionali in qualche modo imprudenti, che non l’hanno resa una diva ma il volto simbolo delle produzioni indipendenti degli anni Novanta, le hanno dato una ritardataria e forse promettente ricompensa. Il suo quasi coetaneo Mike White, classe 1970, infatti l’ha scelta per un ruolo chiave nella terza, ultima, e più vista stagione della serie TV che scrive e dirige dal 2021, The White Lotus, probabilmente proprio ripensando a questo cinema indie generazionale. Quei film, infatti, erano molto verbosi perché spesso i protagonisti erano perdigiorno, disoccupati, o con un impiego McJob, che fantasticavano sul futuro, dunque i dialoghi, molto colloquiali, a volte paradossali, nella rappresentazione dei personaggi facevano la differenza ‒ un esempio eclatante, quasi una parodia in questo senso, è Clerks (1994) di Kevin Smith. Posey nelle otto puntate della serie corale di White interpreta Victoria, una signora di mezza età statunitense, altezzosa, che ostenta costantemente la sua appartenenza all’alta borghesia, una madre psicotica in “una famiglia di narcisisti”, come dice il figlio più piccolo, ma che lei, con orgoglio, definisce “normale”. Il punto è che gli stessi protagonisti di questa serie, in vacanza in un villaggio turistico isolato e autosufficiente, hanno poco o niente da fare, dunque vengono definiti più dalle loro battute che dalle loro azioni. E sul web nei molti articoli o video che raccolgono le migliori citazioni di questa terza stagione, la linguacciuta Victoria è onnipresente, ad esempio con una battuta che lancia al termine di una discussione animata con la figlia, quando si alza con un bicchiere di vino in mano dicendo con tono scocciato “Non ho nemmeno il mio Lorazepam. Adesso per riuscire a dormire mi toccherà bere”. Ancora una volta l’eroina del cinema indie interpreta un personaggio ben costruito che, per giunta, sembra rappresentare il declino dello spirito della Generazione X. Anche se in questo caso la sua inclinazione a non fare niente e straparlare deriva banalmente dalla grande ricchezza, non più dalla volontà di ritardare l’ingresso nella vita adulta, si può supporre, vista la sua età, che si sia costruita una realtà mentale capace di giustificare tutto quello che da giovane non avrebbe voluto vivere. È un fuori campo supposto ma plausibile. Negli anni Novanta la Generazione X ha vissuto la grande illusione di poter sposare dei modelli di vita molto meno frenetici e meno individualisti di quanto lo fossero già all’epoca, in parte ispirati ai due decenni che hanno preceduto i narcisisti anni Ottanta. Senza dubbio una parte di questi giovani si concedeva questa visione del mondo con la consapevolezza che, a un certo punto, avrebbe potuto aderire senza intoppi al modello lavoro-casa-famiglia-pensione. Poi, però, oltre al precariato, è arrivata anche la crisi finanziaria del 2008 che, a differenza di tutte le altre, ha colpito la Generazione X tra i 30 e i 40 anni, in un momento fondativo della vita adulta ‒ come recentemente ha ben spiegato Callum Williams di The Economist. Lo scorso marzo, su The New York Times, invece Steven Kurutz ha scritto che la Generazione X ha raggiunto la mezza età dovendosi rapportare a un mondo nuovo, sconosciuto, completamente diverso da quello in cui è cresciuta, aggiungendo che le persone più in difficoltà sono i lavoratori di “editoria, giornalismo, fotografia, graphic design, pubblicità, musica, cinema e televisione”. Insomma, tra batoste e spaesamenti, molte persone nate tra il 1965 e il 1980, non solo nella finzione, hanno dovuto trovare dei modi più o meno pratici per cavarsela, anche allineandosi alle tendenze dominanti della società. In due differenti interviste, una del 2018 uscita su The New York Times e una del 2023 su Spin, Posey ha dichiarato di amare la sua generazione per la sua apertura mentale e per come, negli anni Novanta, ha sfruttato la libertà di fare quello che desiderava ‒ nel suo caso film low-budget che le fruttavano lo stretto necessario per vivere come voleva a New York ‒ per poi aggiungere che guardandosi indietro, in quegli stessi anni non pensava davvero che le cose sarebbero progredite, diventate “più aperte, più libere, più colorate”, e che infatti “non è andata così”. > Tra batoste e spaesamenti, molte persone nate tra il 1965 e il 1980, non solo > nella finzione, hanno dovuto trovare dei modi più o meno pratici per > cavarsela, anche allineandosi alle tendenze dominanti della società. Ancora una volta su The New York Times, a inizio marzo, si diceva che Posey, da quando è una donna matura, raramente ha ricevuto offerte per ruoli dignitosi con una retribuzione adeguata, ma poi, finalmente, è arrivato The White Lotus. Una considerazione simile su una quasi sessantenne con una lunga carriera alle spalle potrebbe far sorridere tante persone di altre età, ma chi fa parte della generazione dell’attrice può identificarsi appieno in questa perenne speranza di una svolta che, anche se palesemente fuori tempo massimo, a intervalli regolari è sembrata, e in molti casi sembra ancora, tanto possibile quanto un miraggio. Tra l’altro se la sua Victoria, dipendente dalla ricchezza del marito, trova rifugio dalle sue inquietudini nel Lorazepam o nell’alcol, nella stessa stagione della serie c’è un altro personaggio fuggito dagli Stati Uniti e stabilitosi in Thailandia con caratteristiche a lei “familiari”, seppure con sfumature differenti. Si tratta di un uomo di mezza età che prende in considerazione ogni espediente per vivere, sproloquia, racconta che ha vissuto un periodo di dipendenza da sesso a pagamento e alcol per poi trovare conforto nel buddhismo: insomma, giustifica goffamente i suoi vizi raccontando tutta la sua parabola da scapestrato in un esilarante monologo. A interpretarlo è Sam Rockwell, attore nato nel novembre del 1968 ad appena tre giorni di distanza da Posey: un altro esponente della Generazione X. Douglas Coupland nel suo epocale romanzo d’esordio del 1991, Generazione X. Storie per una cultura accelerata, descrive una generazione che, facendo riferimento ai modelli precedenti, si è illusa di avere un futuro garantito: “qualcuno ci ha promesso il paradiso in terra, per cui quello che abbiamo non può che soffrire del confronto”. E ancora racconta una generazione che, anche grazie a una coscienza più sviluppata, non ha mai accettato il presente, che si nasconde, scappa dalle responsabilità, fantastica, parla molto e spesso a vuoto, ha perso ogni ambizione ed è incapace di innamorarsi. Ecco, un’altra caratteristica evidente di Victoria, riscontrabile anche nel personaggio di Rockwell, è l’anaffettività. Certo, nella messinscena di White questi tratti sono esasperati, appaiono seriamente patologici, ma viene naturale immaginare che dietro questi due personaggi ci siano quei ventenni che, totalmente spaesati, si parlavano addosso nelle commedie indie degli anni Novanta. Perché a sentirsi più volte traditi da grandi promesse e speranze, a sentirsi protagonisti del disfacimento di un modello sociale, ad assistere da giovani alla “caduta delle ideologie”, nel corso del tempo, oltre a disilludersi, ci si inasprisce. > Douglas Coupland in, Generazione X (1991) descrive una generazione che, > facendo riferimento ai modelli precedenti, si è illusa di avere un futuro > garantito: “qualcuno ci ha promesso il paradiso in terra, per cui quello che > abbiamo non può che soffrire del confronto”. Ultimamente le attenzioni su questa generazione sono risalite proprio per le frustrazioni che continua a vivere e, paradossalmente, il racconto di questo disagio per alcuni, come Posey, potrebbe essere l’occasione di avere un piccolo risarcimento. Con ogni probabilità questo trend non stravolgerà le sorti generazionali, ma se l’attrice eroina dei film indipendenti diventasse un punto di riferimento nel racconto della vita adulta della Generazione X, sarebbe un piccolo, incoraggiante, segnale. L'articolo Rappresentare la Generazione X proviene da Il Tascabile.
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S aleem si avvicina al portone e fa un cenno con la mano. Le labbra si increspano in un impercettibile “Ciao”. È vestito di tutto punto, come non lo si vede spesso. Possiamo immaginare che fino a due anni fa non avesse mai indossato una camicia all’occidentale. In Pakistan, durante le celebrazioni importanti, indossava la kurta, il lungo camice tradizionale che arriva alle ginocchia, quello che si abbina a pantaloni larghi dello stesso tessuto e a ciabatte di pelle. Oggi però l’appuntamento lo richiede: una camicia di cotone, pantaloni color crema, un paio di scarpe chiuse. Non è la prima volta che Saleem percorre la lunga via di casa verso il centro per un appuntamento con il suo avvocato. Negli ultimi mesi lo ha incontrato spesso, prima per la raccolta degli elementi in sua difesa, poi per la stesura delle memorie e infine per l’udienza preliminare. Per un periodo Saleem ha lavorato per Rajid Muhammad, un signore pakistano in partita IVA che fa affari nella provincia di Udine. Rajid Muhammad, “il capo” come Saleem lo chiama, non gli ha corrisposto lo stipendio di due mesi di lavoro, per un totale di 1.300 euro. Saleem lo ha sollecitato più volte, ma Rajid gli ha risposto sempre allo stesso modo: per lui, quelle ore non sono mai state lavorate. Non risultano da nessuna parte. Ma Saleem è sicuro di averle lavorate, eccome. Le ha segnate su un pezzo di carta giorno per giorno, con la meticolosità di chi si aspettava una mossa del genere. Anche quel foglio è finito nello studio del suo avvocato, insieme a tutto il resto. Quando Saleem ha capito che i soldi non sarebbero arrivati con l’insistenza, ha segnalato questo fatto al sindacato. Un mese dopo lo hanno perquisito. I carabinieri sono piombati in casa sua alle 7 del mattino e il commissario gli ha fatto firmare un decreto che lo autorizzava a controllare nei cassetti, nelle valigie, nell’armadio, sotto il letto, dappertutto. Poi ha caricato Saleem sull’auto di servizio e lo ha portato in questura. Lì Saleem ha scoperto di essere indagato per furto e aggressione ai danni di una persona. Ed è cominciata questa storia. A somma non zero L’economia informale o semi formale, come un liquido, prende la forma dei contenitori che trova; i sistemi e le gerarchie che ne nascono si adattano alle faglie, sempre diverse e sempre le stesse, del mercato formale. Nel Sud Italia lo sfruttamento del lavoro prospera nelle grandi estensioni di colture di pomodori, negli oliveti e negli aranceti. I braccianti, in gran parte romeni e nordafricani, raccolgono frutti per più di dieci ore sotto il sole torrido dell’estate o si dedicano alla brucatura degli oliveti in autunno. A fine giornata dormono in insediamenti informali che di anno in anno, di stagione in stagione, assumono la forma di vere e proprie baraccopoli o ghetti, come alcuni li chiamano. > L’economia informale, come un liquido, prende la forma dei contenitori che > trova; i sistemi e le gerarchie che ne nascono si adattano alle faglie del > mercato formale. Nella piana di Catania e di Gioia Tauro, nel foggiano e nel trapanese, i braccianti non se ne vanno alla fine della stagione. Trovano altri piccoli impieghi sul territorio, e così le baracche non vengono dismesse mai. Anzi, diventano un piccolo paese fatto di appartamenti a piano terra in plastica e lamiera, in cui si utilizzano bombole a gas e generatori a benzina per cucinare, illuminare, riscaldare acqua, ricaricare i cellulari. Questi servizi vengono forniti e goduti da chi vive all’interno delle baracche: braccianti, barbieri, lavoratrici del sesso. Ciascuno a proprio modo. Nasce una comunità di persone che lavorano per mandare avanti la vita quotidiana in un ecosistema chiuso. A volte accade che, nella povertà di questa vita di sussistenza, il ghetto si trasformi in luogo di relazioni e che un po’ diventi casa. Chi ci è entrato spesso fatica a uscirne per un posto nel sistema di accoglienza. In Friuli-Venezia Giulia lo sfruttamento ha altre codificazioni. La gran parte dei caporali sono pakistani e si inseriscono nel mercato regolare aprendo una partita IVA agricola. Stando ai dati, il numero di partite IVA agricole in questa regione è aumentato a dismisura negli ultimi anni. Si passa dalle 5 partite IVA del 2018 alle 95 del 2023. Questo numero continua a crescere. “Da fuori farsi imprenditori agricoli può sembrare complicato”, spiega Stefano Gobbo, segretario generale della FAI CISL del Friuli-Venezia Giulia, “in realtà bastano 500 euro per aprire una partita IVA”. Il costo dell’apertura di una partita IVA individuale va dai 400 ai 600 euro e non sono necessari dei particolari requisiti formativi. “Chi è in Italia da non molto… sei, sette, otto anni ha capito dove infilarsi per fare profitti”, prosegue Gobbo. Dopo aver aperto una partita IVA, l’imprenditore pakistano va in supporto di aziende locali per la conduzione di specifiche fasi della produzione agricola. Si reca dall’azienda italiana e offre la propria disponibilità per la potatura o la vendemmia proponendo un prezzo. Naturalmente l’azienda italiana trova questo prezzo conveniente e tramite contratto gli cede in appalto un segmento della produzione. Del resto, oltre a buoni risultati a un prezzo economico, il pakistano garantisce al produttore italiano il reclutamento della manodopera: vincono entrambi. Ma gli effetti di questo gioco del miglior prezzo si propagano verso il basso, rovesciandosi a cascata sull’ultimo anello della catena. Colpirne uno Saleem si è presentato nello studio dell’avvocato con tutte le carte che possono essere utili alla difesa: il contratto di lavoro con Rajid Muhammad, il famoso foglio con la traccia di tutte le ore lavorate e non pagate, le buste paga, la segnalazione in CISL. L’avvocato legge le condizioni del contratto di lavoro. Le mansioni di Saleem rientravano in “attività di supporto alla produzione vegetale”. È il codice Ateco classico con cui i datori di lavoro assumono i braccianti. La busta paga di agosto è per 42 ore di lavoro, 250 euro netti. Ma quel mese Saleem ha lavorato tutti i giorni di bel tempo: ben più di 42 ore. Ogni giornata è durata dalle 8 alle 10 ore. L’avvocato scorre quelle carte e poi le ripone in un angolo della scrivania. Non è compito suo venire a capo di quella particolare faccenda: il sindacato ha preso in carico la segnalazione per sfruttamento, e chi vivrà ne vedrà gli esiti. Lui deve difendere Saleem dall’accusa di furto e aggressione. Ma in questa storia tutto si tiene insieme. Dopo la perquisizione in casa, il commissario aveva notificato a Saleem la denuncia in maniera sbrigativa e senza un mediatore linguistico. A parole semplici, l’avvocato gli spiega di nuovo il senso di quel documento. La denuncia era stata sporta dal signor Zahid Shah, cittadino pakistano nato il 6 marzo 1989. Quasi un anno fa, il 24 luglio 2024, intorno alle 19, camminando in via Monterosso nei pressi della stazione ferroviaria di Udine, il signor Zahid Shah sarebbe stato aggredito con un pugno alla schiena. L’aggressore lo avrebbe poi derubato di 600 euro e di un orologio da polso. Nel documento, Zahid Shah accusa Saleem di averlo colpito e derubato. > Gli effetti di questo gioco del miglior prezzo si propagano verso il basso, > rovesciandosi a cascata sull’ultimo anello della catena. L’avvocato scorre i documenti sotto gli occhi di Saleem. In coda alla denuncia c’è un referto medico. Stando al referto, il giorno dopo l’aggressione il denunciante si è presentato al pronto soccorso per un livido alla schiena che gli causava una “lieve dolorabilità alla palpazione”. Sempre secondo il referto, la visita in ospedale era durata circa quindici minuti. Il signor Zahid Shah era stato dimesso quasi subito e senza particolari prescrizioni. L’avvocato si mette al lavoro per costruire la difesa. Spiega a Saleem gli scenari. Nel caso peggiore, se Saleem venisse condannato rischierebbe fino a quattro anni di detenzione. Ci sono delle possibilità per richiedere un’attenuazione della pena. Saleem si massaggia le tempie. Ha l’espressione assente di chi ha intuito che il processo sarà doloroso. Dopo qualche secondo sembra riprendersi. Dice all’avvocato di non essere mai stato in via Monterosso, ma non ricorda cosa abbia fatto il 24 luglio 2024, e non sa se ci siano delle persone in grado di testimoniare che quel giorno a quell’ora si trovava altrove. È passato tanto tempo. L’avvocato gli mostra la foto del denunciante e Saleem lo riconosce immediatamente. “Sì, lo conosco. È Master.” Braccia affamate di lavoro L’avvocato rilegge il verbale scritto in casa di Saleem quel mattino dopo la perquisizione. L’operazione era risultata negativa: nessuna traccia dei soldi e dell’orologio. “Chi è questo signore?”, chiede l’avvocato. Con voce pacata e ferma, Saleem spiega chi è Zahid Shah, la persona che lo accusa di averlo aggredito e derubato. Il primo giorno di lavoro presso la ditta di Rajid Muhammad, questo Zahid gli si era presentato come il fratello di Rajid. Saleem spiega all’avvocato che in Pakistan un fratello non è necessariamente un fratello di sangue. Spesso si chiama “fratello” un amico, un compagno, un socio in affari, una persona particolarmente fidata. “Io non conoscevo il suo vero nome”, spiega Saleem, “noi lo chiamavamo Master”. Noi braccianti, si intende. Zahid, soprannominato Master, deve essere una sorta di braccio destro del caporale. L’avvocato scrive degli appunti sull’agenda e congeda Saleem. Secondo i dati ISTAT forniti nell’ultimo Censimento generale dell’agricoltura, oltre il 70% della superficie agricola utilizzabile del Friuli-Venezia Giulia si trova nelle province di Udine e Pordenone. A eccezione della zona montana nel Nord della regione in cui prevalgono prati e pascoli, l’area collinare e pianeggiante circondata dal Tagliamento, dal Torre e dall’Isonzo viene coltivata a vite, cereali e piante industriali. Nella provincia di Udine poco meno della metà degli operai agricoli sono stranieri, e nella vicina Pordenone lo è quasi i due terzi del totale. Sempre nella provincia di Udine nel 2024 sono stati registrati 6.524 operai agricoli a tempo determinato. Di questi, 399 sono pakistani e 421 sono bengalesi. Come abbiamo già visto, si tratta in prevalenza di persone in accoglienza, richiedenti asilo arrivati in Italia attraverso la rotta balcanica non più di quattro anni fa. La facilità nell’agganciare e reclutare questa particolare categoria dipende dalla loro precarietà. Sono titolari di un permesso di soggiorno di breve durata che li esclude da assunzioni di lungo periodo. Hanno un estremo bisogno di trovare un impiego e non conoscono i canali e le norme che potrebbero tutelarli come lavoratori: per un signore straniero che vive da anni in Italia e conosce le regole abbastanza da riuscire a evaderle, queste persone sono braccia preziose per la sua attività. Il gancio è la provenienza: arrivando dagli stessi Paesi, dagli stessi distretti, a volte dagli stessi villaggi dei richiedenti asilo più giovani, questi signori diventano caporali di un bracciantato cucito su di loro, sfruttabile perché bisognoso, manipolabile perché ignorante, ricattabile perché fidato. > Arrivando dagli stessi Paesi, a volte dagli stessi villaggi dei richiedenti > asilo più giovani, questi signori diventano caporali di un bracciantato cucito > su di loro, sfruttabile perché bisognoso, manipolabile perché ignorante, > ricattabile perché fidato. Secondo i dati della Camera di commercio di Pordenone-Udine, il primo Paese di provenienza dei titolari di ditte individuali è il Pakistan. Negli ultimi due anni, in Friuli-Venezia Giulia sono state aperte quasi 200 partite IVA individuali, per la maggior parte da cittadini pakistani. È un trend nuovo, che si impone su quello che fino a quattro anni fa vedeva impiegati nell’agricoltura prevalentemente lavoratori dell’Europa dell’Est, romeni e albanesi ai primi posti. Dati di fatto “Con l’aumento dei prezzi del prodotto finito, anche il valore di tutti gli anelli della filiera alimentare dovrebbe aumentare. È un dato di fatto.” A., agricoltore friulano, gestisce un’azienda vitivinicola a conduzione familiare. Ha assunto più volte degli operai agricoli, ma lo ha sempre fatto in maniera diretta, senza intermediari. Gli è capitato più volte di dire no a qualche straniero presentatosi per l’appalto della vendemmia. “Non mi fido di loro”, racconta. “Non mi serve chiedere quanto pagherebbero la manodopera, lo immagino dall’offerta che mi fanno. E chi lavora in questo settore lo sa: se con 15 euro all’ora i soldi arrivano anche ai braccianti, quando questi iniziano a costare 10 euro qualche domanda te la fai”. Le aziende cedono segmenti di produzione ai pakistani in partita IVA agricola tramite dei contratti di appalto. Solitamente queste cooperative “senza terra” propongono un prezzo alle aziende italiane, come è successo ad A. Ma a differenza di A., molte altre aziende accettano il gioco del caporale. “Fanno un’offerta conveniente”, prosegue Gobbo. “Facciamo un esempio: prima di iniziare la vendemmia, un produttore agricolo stima quanto spenderebbe senza intermediari per portare a termine il lavoro in due mesi. Supponiamo che tra le spese dei macchinari e lo stipendio agli operai gli costerebbe cento. Il signore pakistano gli garantisce di fare lo stesso lavoro al costo di settanta. È chiaro che la maggior parte dei produttori scelgono di appoggiarsi a lui”. I signori pakistani non sono tenuti a giustificare al produttore in che modo intendono allocare i soldi dell’appalto. L’azienda si limita a verificare che i documenti del suo intermediario siano in regola, dal suo permesso di soggiorno all’iscrizione alla Camera di commercio e al Registro delle imprese. Il primo nodo di questa storia è questo: l’intermediario presenta all’azienda dei documenti puliti. “Come riuscirà a fare il lavoro a quel costo, però, non ci vuole una laurea per capirlo”, prosegue Gobbo. Il produttore, quando appalta l’attività a un intermediario, sa che il segreto della sua convenienza viene direttamente dallo sfruttamento della manodopera. I contratti di lavoro dei braccianti immigrati sono apparentemente in regola: contratti a tempo determinato, spesso a chiamata. Ma il numero di giornate dichiarate dal caporale risulta nettamente inferiore al numero di giornate effettivamente lavorate. I braccianti ricevono una parte dello stipendio in busta paga e il resto in contanti. Un colpo al cerchio, un colpo alla botte: dichiarando in busta paga una minima parte delle ore lavorate, il caporale è in grado di assicurarsi dei contratti di assunzione apparentemente in regola; allo stesso tempo, se gran parte del costo dei braccianti viene pagato in contanti, il caporale non paga le imposte sulla gran parte della forza lavoro. > Il produttore, quando appalta l’attività a un intermediario, sa che il segreto > della sua convenienza viene direttamente dallo sfruttamento della manodopera. Il secondo nodo di questa storia è che l’azienda appaltante non è tenuta a verificare le condizioni di lavoro dei braccianti: se e quante giornate di lavoro vengono dichiarate dal datore, le modalità di pagamento della manodopera e quello che succede in campagna. Nell’ottica di un produttore italiano, appaltare il lavoro agricolo a intermediari significa avere manodopera efficiente e conveniente e il contratto di appalto è una perfetta copertura: il lavoro sporco viene delegato a stranieri furbi e disposti ad assumersi un rischio. Il terzo nodo è la vulnerabilità umana, giuridica e contrattuale dei braccianti. I caporali stranieri attingono a un bacino di persone che farebbero tutto pur di mettere insieme 600 euro al mese. È il fortunato e atroce incontro tra la domanda di imprenditori senza scrupoli e l’offerta di una categoria di immigrati povera e facilmente ricattabile. I signori pakistani vanno a cercare braccia nei centri di accoglienza per richiedenti asilo. La maggior parte di questi luoghi garantisce i servizi minimi, ma non fa un’informativa su come si legge una busta paga o sugli indicatori dello sfruttamento lavorativo. Gli ospiti di questi posti sono arrivati in Italia da poco. Non parlano l’italiano, non conoscono la normativa che regola il lavoro in Italia, non vedono l’ora di mandare soldi alle famiglie nel Paese di origine. I caporali sanno di poter sempre contare sul loro lavoro a basso costo, e quando si mettono sul mercato sfruttano a proprio vantaggio i gap culturali e i bisogni dei connazionali più giovani. Promettendo un’assunzione immediata e senza particolari requisiti attraggono immigrati affamati di lavoro. Integrando nelle condizioni contrattuali la fornitura di ulteriori servizi come il trasporto nei campi fidelizzano le proprie vittime. I codici Ateco utilizzati il più delle volte nei contratti di lavoro firmati dai braccianti sono due: “attività di supporto alla produzione vegetale” e “servizi di supporto per la silvicoltura”. Con questi codici-copertura che camuffano le reali attività, questi signori pakistani si presentano sul mercato legale con bilanci apparentemente in regola, nascondendo pratiche di intermediazione illecita e di sfruttamento sistemico. Per passare inosservati, poi, si spostano da una regione all’altra facendo sparire i propri movimenti. Le aziende “senza terra” nate da questi signori pakistani in partita IVA hanno una vita media di 18 mesi, dopo i quali si dissolvono per sfuggire al fisco. Gli elenchi annuali pubblicati dall’INPS a inizio 2025 sui lavoratori agricoli a tempo determinato dichiarano che nel 2024 nella provincia di Udine i pakistani e i bengalesi hanno lavorato in media tra le 50 e le 90 giornate. Considerato che per sopravvivere un operaio agricolo dovrebbe lavorare almeno 150 giornate all’anno, vivere con 80 giornate è impensabile. Questi numeri da soli non indicano necessariamente dei fenomeni di sfruttamento: data la natura stagionale delle attività agricole, è plausibile che uno straniero rimbalzi da un impiego come bracciante a un impiego come lavapiatti o come operaio in fabbrica, per poi tornare bracciante con la vendemmia, e che a fine anno le giornate lavorate nei campi siano davvero poche, concentrate in brevi periodi di lavoro stagionale. Ma a confermare quanto suggeriscono i dati sono le storie delle persone. Abdullah, Jaherul, Fazal Abdullah è un ragazzetto pakistano poco più che ventenne. È arrivato in Europa nel 2022, è entrato in Italia dalla frontiera di Tarvisio e ha fatto richiesta di asilo a Udine. Ha imparato l’italiano come ha potuto ‒ le videolezioni su YouTube, le ore di lavoro fianco a fianco con i compagni italiani, i colloqui con gli operatori del centro di accoglienza ‒ e si è inserito nel mercato del lavoro dove ha trovato delle opportunità. È giovane e intelligente. Più volte, nei periodi in cui un rapporto di lavoro si era concluso e un nuovo impiego non era ancora arrivato, ha provato a frequentare dei corsi di formazione, specializzarsi, imparare un mestiere, ma le pressioni della famiglia lo hanno costretto ogni volta a trovare in fretta un nuovo lavoro. Mostra i contratti che ha firmato da quando è in Italia. Tutti quelli come bracciante sono alle dipendenze di datori pakistani, titolari di imprese agricole della tipologia che abbiamo appena descritto. > È il fortunato e atroce incontro tra la domanda di imprenditori senza scrupoli > e l’offerta di una categoria di immigrati povera e facilmente ricattabile. “Ho trovato questo lavoro tramite un amico che in passato ha lavorato con lo stesso capo”, mi spiega Jaherul. Parla del suo capo come di un pezzo grosso nella cerchia dei suoi connazionali. Dice che questo signore ha tante attività per le mani, sparse per il Friuli e oltre. “Nel campo dove lavoro siamo trentacinque [dipendenti]”, spiega. Sfila il telefono dalla tasca e mi mostra il posto su Maps. È stagione di potatura e i campi cominciano di nuovo a riempirsi di lavoratori. A quanto pare il signore pakistano ha accordi con varie aziende italiane per la produzione vitivinicola. Dal baretto in cui ci troviamo, Jaherul indica in direzione di Venezia. Il signore pakistano ha dei terreni anche di là. In questi anni ha lavorato per tre diversi datori pakistani, e a molti altri si è presentato chiedendo le condizioni di lavoro. Mi ha spiegato che funziona così. Tutti questi signori pagano la manodopera con l’obiettivo di risparmiare sui contributi: al netto delle imposte che gravano sullo stipendio di un operaio agricolo comune, un bracciante riceve in busta paga 300/350 euro a prescindere da quante giornate ha effettivamente lavorato. Il datore dichiara quindi che il suo operaio ha lavorato circa quaranta ore, corrispondenti a sei giornate. Le restanti venti giornate del mese vengono pagate “fuori busta”, in contanti perché non restino tracce. “Alle sei il furgone raccoglie i braccianti in giro per Udine”, racconta in urdu Fazal, un quarantenne pakistano arrivato in Italia soltanto un anno fa. Ci sono degli hub, punti di ritrovo specifici noti all’intera rete pakistana che vive in zona. Tra via Roma, viale 23 Marzo 1948 e via Cividale, i braccianti si fanno trovare pronti per una nuova giornata di lavoro. I “drivers”, come li chiama Fazal, hanno di solito un rapporto molto stretto con il signore pakistano che organizza i turni e smista i braccianti nei campi. Fazal racconta che i drivers fanno parte del gruppo di lavoro, che spesso si fermano nei campi e “li aiutano” nella potatura. Incrociando le storie delle persone con i report scritti negli ultimi anni da ricercatori e giornalisti, sembra chiaro che in alcuni casi ci sono catene di intermediari: il signore pakistano che tiene i rapporti con l’azienda italiana non recluta direttamente i braccianti, ma appalta questo lavoro a un suo diretto sottoposto, un intermediario di serie B che si occupa di mansioni più operative rimanendo però a stretto contatto con il caporale ‒ un modo per filtrare le pratiche illegali e renderne più difficile la ricostruzione, ma anche per gerarchizzare delle organizzazioni che, quando le attività diventano molte, possono essere complesse da coordinare da un solo uomo. “A volte non facciamo nemmeno una pausa, a volte facciamo una pausa di mezz’ora”, continua Fazal. Anche lui ha lavorato con più di un signore, anche lui ha preso contatti con i caporali tramite conoscenti pakistani. Quando i braccianti lasciano l’alloggio in accoglienza e vanno a vivere in autonomia, spesso stanno in dieci in un piccolo appartamento a Borgo Stazione, il quartiere di Udine dove risiedono le comunità asiatiche. Le case costano molto, e tra compagni ci si aiuta a pagare le spese di affitto. Abdullah, Jaherul e Fazal hanno la fortuna di vivere ancora in accoglienza: se decidessero di lasciare il lavoro, non dovrebbero fare i conti a fine mese per bollette e affitto, e alla sera avrebbero comunque una casa dove tornare. In altri casi, il caporale offre ai braccianti una sistemazione di fortuna e li lega a doppio nodo alle proprie attività: se perdono il lavoro, perdono tutto. Il primo anello Le operatrici che hanno raccolto la segnalazione di Saleem appartengono a una rete nata appositamente per rilevare forme di sfruttamento lavorativo. Insieme ai sindacati fanno un lavoro di monitoraggio sul territorio regionale, raccolgono le storie e poi incrociano i racconti delle persone con i dati prodotti dall’INPS sulle giornate di lavoro dichiarate dai datori. Prima di Saleem, Rajid è stato citato nelle segnalazioni di altre persone, braccianti che avevano avuto il coraggio di denunciare delle forme di lavoro irregolare. Alcuni hanno denunciato di aver lavorato per mesi senza percepire lo stipendio, altri di aver chiesto giustizia al caporale ed essere stati minacciati. “Avevamo già delle informazioni interessanti su di lui”, raccontano. Le operatrici delineano un ritratto delle vittime di queste intermediazioni. Sanno chi sono le principali vittime, sanno che il settore più colpito è quello vitivinicolo e sanno come agiscono i caporali. A pochi giorni dall’udienza preliminare, Saleem era stato raggiunto da una brutta chiamata del suo aguzzino. Una proposta di patteggiamento. Gli aveva proposto di ritirare la denuncia se lui avesse ritirato la segnalazione in CISL. > Non bastano le segnalazioni dei braccianti, non basta il lavoro delle > operatrici che le raccolgono, non basta il lavoro della guardia di finanza che > manda una volante ogni tanto per un sopralluogo. Non ci sono abbastanza > risorse. “C’è un motivo se le segnalazioni aperte da questi braccianti arrivano prima o poi a un punto morto”, spiegano le operatrici. “I caporali minacciano le proprie vittime, le legano a sé. I braccianti non hanno le forze per sottrarsi a questo trattamento o semplicemente hanno paura”. “Manca un lavoro a più teste”, spiega Stefano Gobbo. Non bastano le segnalazioni dei braccianti, non basta il lavoro delle operatrici che le raccolgono, non basta il lavoro della guardia di finanza che manda una volante ogni tanto per un sopralluogo. “Dovremmo lavorare in maniera integrata, ognuno su un pezzetto. Dovremmo fare appostamenti quotidiani. Un appostamento al giorno, per due mesi. E poi dovremmo confrontare le dichiarazioni che i caporali fanno all’INPS con le osservazioni sul campo. Solo così troveremmo le falle del sistema”. Ma non ci sono abbastanza risorse, e l’INPS pubblica i dati a distanza di mesi dai periodi di lavoro, lasciandoli disponibili in rete per pochi giorni. Le partite IVA individuali nell’ambito delle attività agricole nate in supporto alla produzione si sono diffuse e moltiplicate negli ultimi cinque anni.  Ma le realtà locali, che da generazioni sono sul territorio e sostengono la filiera, facendo il gioco di questi imprenditori hanno riscritto le regole della produzione e i prezzi della manodopera. A risalire la filiera, avere braccia economiche significa vendere prodotti a prezzi inferiori ed essere più competitivi sul mercato. Se la rete di sfruttamento dei caporali pakistani prospera è perché molti altri, dagli agricoltori ai commercialisti ai consulenti del lavoro, li hanno appoggiati. Nel primo e più silente anello di questa catena ci sono loro. Il privilegio di avere dei diritti All’ultimo incontro prima dell’udienza preliminare l’avvocato riceve Saleem con un’ora di ritardo. Saleem entra nel polveroso studio che ha imparato a conoscere nei mesi. L’avvocato lo saluta e gli tende la mano, ma non nasconde uno sguardo più pensieroso del solito. C’è un fatto che non torna. Continua a ripetersi nella mente quella storia: il 24 luglio Saleem viene denunciato da Master di averlo aggredito e derubato. Il 12 agosto Saleem apre una formale segnalazione al sindacato per le ore di lavoro non pagate da Rajid, il capo della ditta, persona vicinissima a Master. Il 23 agosto c’è la perquisizione nell’appartamento di Saleem. I carabinieri sperano di trovare soldi e orologio, ma non trovano nulla. Sulla chat di Whatsapp tra Master e Saleem ci sono svariati messaggi vocali che l’avvocato ha fatto tradurre da una persona fidata. Dalla fine di quel maggio i messaggi non riguardano più i turni di lavoro, i giorni di riposo e i punti di ritrovo per andare nei campi. In quel periodo Saleem ha lasciato il lavoro con Rajid e ha iniziato a chiedere a Master di essere pagato per le ore lavorate. “Chiedevamo a Master per questo genere di cose”, spiega Saleem all’avvocato, “il capo non ci ha mai dato il suo numero di telefono. Noi parlavamo con Master e Master parlava con il capo.” > Le realtà locali, che da generazioni sono sul territorio e sostengono la > filiera, facendo il gioco di questi imprenditori hanno riscritto le regole > della produzione e i prezzi della manodopera. L’avvocato scorre di nuovo la traduzione dei vocali. Un messaggio richiama la sua attenzione. Saleem lo aveva inviato a Master la mattina del 24 luglio intorno alle 9, poche ore prima della presunta aggressione. Nel messaggio, Saleem diceva letteralmente “Master, non ho altro da dire. Se non mi paghi entro questa mattina, vado a segnalarvi in sindacato. Lo faccio davvero.” Risalendo alla data e all’orario di invio, l’avvocato chiede a Saleem di riprodurre l’originale in lingua urdu: è la solita voce di Saleem, pacata ma ferma. L’avvocato non ha dubbi che il mandante della denuncia è Rajid, spalleggiato e coperto da Master. Quando Saleem aveva minacciato di intraprendere un’azione legale per lo stipendio non pagato, Master non aveva esitato a presentare una finta denuncia, con tanto di referto di pronto soccorso, per costringere Saleem a tacere non soltanto davanti alla legge, ma anche con i compagni, e quel vocale ne era la prova. Soltanto una punizione veramente esemplare come un processo penale poteva riportare le cose allo status quo e mettere a tacere una voce scomoda. Ci sono braccianti a cui basterebbe un solo esempio di disobbedienza per disertare il lugubre gioco del caporalato, pertanto occorre punire quello che ha alzato la testa per primo. È la strategia del “colpirne uno per educarne cento”. Con il rischio di quattro anni di carcere, chi denuncerebbe il proprio sfruttatore? L’ultimo tassello di questa storia riguarda la relazione che intercorre tra braccianti e caporali. “Si tratta di etnie chiuse”, racconta Stefano Gobbo. “Le vittime di questi raggiri sono braccianti pakistani che se la prendono con il capo pakistano, braccianti afghani che se la prendono con il capo dell’Afghanistan. Sono bolle che non parlano neanche fra loro”. Come abbiamo visto, le conversazioni su WhatsApp tra Saleem e Zahid sono in urdu. Sono in urdu i vocali che si sono scambiati. Aldilà di un contratto a chiamata, tutte le persone di questa storia hanno detto e fatto in una lingua diversa dalla nostra. Potrebbe sembrare una cosa di poco conto ‒ in fondo basterebbe tradurre quei messaggi. Ma quando le condizioni di un accordo sono state discusse in codici diversi dai nostri, la traduzione non basta. Perché Saleem ha accettato questo impiego sapendo dal principio che parte dello stipendio sarebbe stato pagato fuori busta? Cosa si sono detti Saleem e Rajid al momento della firma? E soprattutto: cosa non si sono detti? Cosa è rimasto implicito? La ricattabilità di questi immigrati non è solo economica, è anche culturale: molti di loro accettano questi contratti perché 700 euro al mese sono meglio di niente, ma anche perché non sono messi nelle condizioni di distinguere tra un impiego regolare e un impiego non contrattualizzato e di tutelarsi quando accettano un impiego. Interiorizzare il sentimento di avere dei diritti non è un gesto muscolare, mnemonico come imparare la grammatica italiana, è uno sforzo di testa e cuore, richiede una posa di anni prima di diventare parte di un’etica e di un paradigma di vita, e si riempie tanto più di senso quanto più è collettivo. Il processo di emersione da una condizione di precarietà lavorativa ha più forza se un gruppo di lavoratori, riconoscendosi nelle stesse sofferenze, decide di lottare per rivendicare i propri diritti, e se quelli più anziani coinvolgono nella lotta i compagni meno esperti. Al contrario, il sistema delle etnie chiuse, predominante nelle campagne del Friuli, volontariamente o meno riproduce gli stessi confini culturali che discriminano tra bianchi e stranieri alle frontiere dell’Europa. Marginalizzati da questo sistema, i nuovi operai agricoli arrivati da poco in Italia si condannano a una battaglia individuale e solitaria nelle trincee del lavoro, su una zattera precaria che alla fine resta inghiottita dagli interessi di chi ha maggior potere contrattuale. Non è casuale se i lavoratori stranieri sfruttati permangono più spesso nella condizione di sfruttamento. E anche quando uno di loro decide di fare un passo in direzione contraria, come nella storia di Saleem, spesso manca la solidarietà di amici e compagni, italiani e stranieri. L’avvocato arriva un po’ trafelato con un pacco di carte sotto il braccio. Saleem è già lì, vestito di tutto punto. Vedendolo arrivare gli fa un cenno con la mano. Le labbra si increspano in un impercettibile “Ciao”. L’avvocato gli chiede come si sente e lui annuisce senza dire nulla. Ha l’espressione di uno che sta soffrendo il mal di mare. “Hai fatto una cosa importante”, gli dice l’avvocato. Gli dà una pacca sulla spalla e gli fa cenno di entrare. Saleem non sembra confortato. Scompaiono dietro il portone del tribunale. L'articolo Braccia invisibili proviene da Il Tascabile.
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