L’ umore del pubblico di un evento a volte riesce a riflettere quello di chi lo
ha organizzato o creato. Quando a monte ci sono passione, cura, ricerca e
affiatamento ‒ al netto di qualche divergenza ‒, chi gode del frutto prodotto
dal mix di questi elementi, a sua volta può generare un’atmosfera per lo più
positiva. Non è una combinazione scontata, ma può avvenire.
Leggendo Un pubblico meraviglioso. Dj, centri sociali e club culture (1996 –
2006) (2026) saggio-memoir incentrato sul racconto di una serata di musica
elettronica entrata nella storia di Roma (e non solo), la sensazione è che
spesso ci sia stata questa consonanza. Perché a emergere, prima di tutto, è il
legame tra le due persone che hanno dato vita alla serata: Andrea Lai (1969) e
Riccardo Petitti (1963-2014). Il primo è l’autore del libro, nel 2004 eletto da
BBC Radio 1 tra i dj più influenti della scena breakbeat internazionale. Il
secondo, dal racconto, appare per un breve periodo come suo mentore (del resto
per un under 30 sei anni di più pesano), ma poi, per molto più tempo, diventa
senza dubbio il suo socio-amico, prima dell’improvvisa scomparsa. Lai e Petitti
hanno animato i venerdì sera di Roma a cavallo tra gli anni Novanta e i Duemila
e il loro rapporto, prima di tutto vissuto su uno scambio di vedute, pensieri e
bagagli culturali (non solo musicali), si è presto trasformato in
complementarità, forgiando Agatha ‒ questo il nome della serata.
Lai racconta bene il contesto sociale, utile a decifrare il successo di questa
esperienza. Perché Agatha ha preso piede mentre imperversava il filone mediatico
delle “stragi del sabato sera”, quelle in cui gli incidenti in macchina che
causavano le morti di alcuni giovani erano automaticamente associati al legame
tra le “nuove” droghe sintetiche, l’alcool e la musica elettronica (ai tempi
specialmente la techno). Oggi gli incidenti stradali costituiscono la prima
causa di mortalità giovanile, ma da molti anni non si sente più fare questo
collegamento, o quanto meno è sporadico, probabilmente perché si è sviluppata
una maggiore confidenza con la musica elettronica da dancefloor, all’epoca
svilita da molti.
Ciò detto, Agatha non ha trovato residenza in un club il cui unico scopo era il
profitto, ma al Brancaleone, uno dei tanti centri sociali attivi all’epoca, i
posti “più cool delle notti italiane”, i “più ambiti dove passare le notti del
weekend”, scriveva Maria Rosaria Spadaccino su L’espresso a novembre del 1999.
Ecco, la natura del luogo è fondamentale, perché prima di tutto ha permesso al
prezzo di ingresso alla serata di restare basso, poi alla selezione musicale di
andare ben oltre hit e ritmi immediati (martellanti o a cassa dritta, che dir si
voglia), anzi di scavare nelle scatole nascoste sotto i banconi dei negozi di
dischi londinesi, piene di rarità in edizione limitata di cui il duo andava a
caccia. Insomma, anche impegnandosi, era difficile includere nel filone
mediatico delle “stragi del sabato sera” una realtà simile, in più sensi una
concreta alternativa alle discoteche commerciali e di cui si sentiva il bisogno,
a giudicare dalla risposta del pubblico.
> Anche impegnandosi, era difficile includere nel filone mediatico delle “stragi
> del sabato sera” una realtà simile, in più sensi una concreta alternativa alle
> discoteche commerciali e di cui si sentiva il bisogno, a giudicare dalla
> risposta del pubblico.
Tra i generi musicali proposti da questi due dj (nati usando il vinile in
un’epoca in cui stare dietro a una consolle non faceva ancora diventare star)
c’erano soprattutto drum and bass, jungle, trip-hop e big beat, tutti ritmi
urbani vivi ma ‒ a parte l’ultimo citato ‒ anche spigolosi o con quel DNA
plumbeo-inglese, tratti che non li rendevano sempre e comunque degli eccitanti
istantanei: per lo più si trattava di sonorità con cui bisognava fare lo sforzo
di entrare in sintonia. Petitti e Lai facevano una continua ricerca (fisica) di
musica nuova, propedeutica alla loro selezione di qualità al passo con i tempi,
e il pubblico aveva imparato in fretta a goderne, andando oltre gli umori che
trasmetteva, perché, appunto, si era creato un feeling diffuso tra le parti in
causa, tanto che ogni settimana i partecipanti alla serata erano tra i mille e i
millecinquecento, a volte anche duemila. Leggendo il libro di Lai, le stesse
persone che non hanno mai assistito a una serata di Agatha possono immaginare
l’aria che si respirava, capire quanto fosse genuina e più pacifica rispetto
all’esterno, non solo alle discoteche classiche.
Il racconto, in ogni caso, non vuole presentare questo appuntamento fisso per
gli appassionati di musica come un’oasi di quiete e amore. Anzi, il titolo del
libro nasce da un episodio spiacevole avvenuto durante una trasferta a Firenze,
quando sul palco è piombata una bottiglia di vetro lanciata dal pubblico per
protestare contro l’accensione delle luci e, dunque, l’imminente fine della
musica. La location era la stazione Leopolda, non un centro sociale, quindi non
poteva esserci lo stesso senso di “familiarità” e protezione che c’era al
Brancaleone o nei posti “fratelli”. Ma Petitti sembrava aver introiettato il
feeling generato da Agatha perché di fronte a questo pericoloso gesto di
protesta non si è spaventato, anzi ha sentenziato ‒ senza dubbio anche con
ironia ‒ che si trattava di “un pubblico meraviglioso”.
D’altronde il pubblico di Agatha, come specifica Lai scrivendo al presente, “è
parte fondamentale di quello che facciamo. Può essere generoso e crudele,
curioso e pigro, aggressivo e amorevole. Quel pubblico è la società, ma
accelerata. È meraviglioso perché stupisce ma è anche prevedibile”. Da quella
serata fiorentina in avanti, lo stesso Petitti ha deciso di chiudere ogni dj set
ripetendo al microfono questa frase che dà il titolo al libro. Nelle sue parole
c’era la consapevolezza che la violenza e la frustrazione potevano far parte del
pacchetto ma, in lui, restava sempre una certa ammirazione verso chi andava ad
ascoltare e ballare quella musica, e magari si lasciava andare a gesti
istintivi, liberatori.
Alle spalle di questa serata che ha spinto in avanti la club culture italiana,
ci sono state anche delle operazioni di marketing che hanno portato i “circoli
più puristi” ‒ come scriveva il giornalista Luca Villoresi a ottobre del 2000 ‒
a definire il Brancaleone un “locale alla moda, con tanto di sponsor
multinazionali”. D’altra parte, passati pochi mesi dalla pubblicazione di queste
parole in un articolo della Repubblica, a Genova ci sarebbe stato il G8 e il
movimento “no-global” aveva iniziato da tempo la sua guerra contro l’amoralità
distruttiva e il violento cinismo delle multinazionali devote al capitalismo.
Lai, all’epoca fresco reduce da un periodo di lavoro come marketing & promotion
manager per due major discografiche, EMI e Sony, aveva una visione politica
vicina ai centri sociali ma meno dogmatica, più pratica, e, senza vendere la
loro creatura al miglior offerente, cercava di farla sostenere ‒ sempre in
accordo con Petitti ‒ da realtà il più possibile consapevoli e vicini allo
spirito di Agatha (dai marchi streetwear agli energy drink).
> Leggendo il libro di Lai, le stesse persone che non hanno mai assistito a una
> serata di Agatha possono immaginare l’aria che si respirava, capire quanto
> fosse genuina e più pacifica rispetto all’esterno, non solo alle discoteche
> classiche.
Non a caso la serata aveva una comunicazione curata e creativa, a partire dal
logo (presente anche sulla copertina del libro), che ha contribuito al suo
successo. Ai tempi era un approccio più vicino a quello di realtà dell’Europa
del nord, dove mettere a frutto la propria passione non era giudicato sempre e
comunque un peccato. Aggiungere che Lai parla di Agatha come parte attiva del
“contro-clubbing” e rivendichi l’adesione ‒ in quell’anno tanto sciagurato
quanto cruciale che è stato il 2001 ‒ all’iniziativa Giradischi contro la
guerra, dà la misura di come le sfumature abbiano avuto un peso in questa
esperienza.
Un’esperienza di cui, naturalmente, viene raccontata anche la parabola
discendente: per descriverla Lai tira in ballo La società dello spettacolo
(1967) di Guy Debord. Perché “ogni gesto di rottura viene convertito in merce,
ogni differenza in intrattenimento. Il denaro banalizza le idee e banalizza le
persone. È la tensione dialettica della cultura sotto il capitale: prima viene
catturata, poi sterilizzata, infine rivenduta in forma di intrattenimento da
supermercato”. Agatha è finita nel 2006, poco dopo essere stata al centro di
attenzioni che avrebbero voluto convertirla in merce.
Passati i tragici fatti del G8 di Genova, i centri sociali, rispetto agli anni
Novanta, avevano perso un po’ di potere attrattivo, di capacità di coinvolgere
con lo stesso entusiasmo di prima (per forza di cose affievolito dagli eventi).
Forse anche per questo i responsabili del Brancaleone hanno voltato le spalle a
Lai e Petitti: i ritmi urbani underground erano ancora piuttosto vivi ma le
persone sempre più demoralizzate da un lungo e complesso conflitto
internazionale. A conferma di entrambi i lati di questa medaglia, si assistette
in quel periodo all’ascesa della dubstep, uno dei generi elettronici più oscuri
e ruvidi mai prodotti.
Il libro di Lai è sia un sentito omaggio al suo socio-amico sia una fiera
rivendicazione dell’importanza che ha avuto Agatha (ben ponderata, essendo
passati venti anni dal suo epilogo). Inoltre, contiene un crepitio di
riflessioni ‒ anche nate da confronti accesi tra i due ‒ che un po’ vanno ben
oltre la musica e un po’ dicono che la stessa musica può allontanarsi
radicalmente dal concetto di intrattenimento. Considerando che all’epoca
raccontata nel libro è seguita quella delle “dj star” e, successivamente, quella
delle/gli influencer basata tutta sui numeri che documentano le performance e,
di conseguenza, attivano chi investe, si capisce ancora meglio l’utilità di un
simile racconto.
> La violenza e la frustrazione potevano far parte del pacchetto ma restava
> sempre una certa ammirazione verso chi andava ad ascoltare e ballare quella
> musica, e magari si lasciava andare a gesti istintivi, liberatori.
Questo non vuol dire che dopo Agatha e la stagione d’oro dell’oscura dubstep sia
tutto finito, ma semplicemente che il sistema innescato dall’avvento dei social
media e delle piattaforme di streaming ha, magari indirettamente, ostacolato
molte realtà musicali stimolanti. Ciò che non performa viene ignorato, dunque
viene da chiedersi: oggi i fratelli e le sorelle di Agatha sono messe nelle
condizioni di avere gli stessi riscontri dell’epoca? Sicuramente le dinamiche
per avere delle opportunità sono cambiate e le nuove generazioni sanno bene come
affrontarle e sfruttarle.
Nell’ambito del clubbing bisognerebbe capire, però, se riescono a farlo come Lai
e Petitti, senza adeguare la musica ai diktat delle tendenze, oggi decretate non
più dai grandi network radiofonici ma dalle playlist editoriali. Di certo c’è
chi continua a non allinearsi, ma i cambiamenti radicali di questi ultimi venti
anni (soprattutto l’avvento dei social media e delle piattaforme streaming) non
possono che avere un peso enorme su chi discende dall’albero genealogico in cui
Agatha ha lasciato un segno.
L'articolo Un pubblico meraviglioso di Andrea Lai proviene da Il Tascabile.
Tag - controcultura
“N on siate imbarazzate e non abbiate paura” dice Frankie “comparso
minacciosamente davanti” a Diane e Susan, diciassettenni appena scappate dal
college per inseguire il sogno scapestrato dei “pirati del Village” a New York.
“Faccia da furetto, capelli lisci neri e pantaloni a sigaretta, studiandoci con
occhi astuti, lucidi per l’eroina. ‘Non siate imbarazzate e non abbiate paura’,
aveva detto lentamente, come se quelle parole avessero qualche profondo
significato cosmico, come se fossero una specie di oracolo”. E loro dunque
seguono Frankie il pappone senza discutere, entrando allo Swing Rendezvous “un
bar per gay gestito dalla mafia in MacDougal Street”. E proprio in quel locale
che diventa il loro rifugio, Diane incontra Ivan con cui in una notte di
febbraio del 1951 perde la verginità; avvenimento che, raccontato nelle prime
pagine del libro, con ovvia valenza simbolica inaugura l’inizio della sua vita
da beatnik (anche perché, essendosi data da fare fin dalla giovane età con
ragazzi e ragazze, sperimentando tutto tranne la penetrazione completa, la
frattura dell’imene diventa il rito che rappresenta il passaggio fenicio a un
nuovo stato di esistenza: una deflorazione poetica più che sessuale). “Dopo
c’era del sangue sul suo cazzo, e quando riuscii di nuovo a muovermi lo leccai
via, ingoiando la mia infanzia, entrando nel mondo dei vivi”.
Diane di Prima (1934-2020) è stata una fra le più importanti scrittrici e
poetesse beat; il suo memoir – non troppo fedele – di gioventù Memorie di una
beatnik, uscito negli States nel 1969, e già pubblicato in Italia da Guanda nel
1994, poi riedito da TEA nel 1996 con il sottotitolo Un diario erotico
spregiudicato e gioioso (che pare quasi un trigger warning per contenuti
sessualmente espliciti), rimane poi fuori edizione fino al maggio di quest’anno,
quando Quodlibet decide di portarlo nuovamente in libreria con la traduzione
originale di Ilide Carmignani e la postfazione Scrivere memorie, postillata
dall’autrice stessa tra il 1987 e il 1988, in occasione della riedizione
americana.
È un libro che pur nel suo erotismo e nella sua scabrezza rimane sempre
leggiadro, come lo è lo sguardo di chi aspira “una boccata di sigaretta con la
consumata durezza di una diciassettenne”, e si fa trapassare da ogni evento come
un velo attraverso cui gli altri fanno l’odio e l’amore, perché “bisognava
essere cool. Non dimentichiamo”. Ci sono gli incesti nella famiglia dell’amica
Tomi, che “credono di essere Fitzgerald, ma in realtà sono un mediocre Henry
James”; c’è la carriera di Diane come modella di foto erotiche; quella come
segretaria del losco pr Ray Clarke, invischiato con la malavita (“Imparai a
supporre che ci fosse sempre un microfono nascosto dovunque”) da cui, assieme
alla fedele amica Susan, si allontanano perché, saggiando l’inizio di una guerra
fra gang, “decidemmo che l’atmosfera non era più cool”; le settimane in cui
squattrinata dormiva tranquillamente al parco, le topaie con i buchi nei
pavimenti, il cesso esterno sempre lercio perché usato spesso dai senza tetto,
il gelo e le orge per scaldarsi, chi bussa alla porta con i polsi squarciati
(“Per essere il mio primo suicidio credo di averla presa molto bene”) e chi con
la febbre a quaranta e un principio di morte addosso (“Ho letto Baudelaire e ho
vomitato”); la gaia promiscuità con prima un padre e poi un figlio, con
giovinetti efebici e jazzisti catramosi, ballerini e criminali (“Da allora ho
scoperto che è di solito un bene essere la donna di molti uomini, o essere una
delle molte donne sulla scena di un uomo, o essere una delle molte donne in una
casa con molti uomini, con una situazione complessiva mutevole e ambigua. […]
Vivi con cinque, e hai le stesse pretese, ma sono allargate, ambigue,
indefinite. Ciò che non è soddisfatto da uno, verrà facilmente soddisfatto
dall’altro, nessuno si sentirà frustrato dai sensi di colpa e di inadeguatezza,
e nessuno verrà messo con le spalle al muro da richieste che non può
esaudire.”); e ancora Vaffanculo la pillola: una digressione (sui metodi
anticoncezionali); e quando lesse per la prima volta Howl di Ginsberg
abbandonando lo stufato in cottura e poi, nel 1958, pubblicò il suo primo libro
di poesie This kind of bird flies backward con l’introduzione di Ferlinghetti, e
finalmente l’incontro di persona con quei beat, folli come lei, in visita a New
York, con i comizi impastati di hashish sulla vita high e le gioie di una
scopata durante le mestruazioni (“Alla fine, tra le ovazioni generali, estrassi
il talismano insanguinato e lo gettai dall’altro capo della stanza”).
> Diane di Prima è soprattutto una poeta; ha sempre preferito il termine neutro
> rispetto alla declinazione femminile poetessa, sebbene con il senno d’oggi
> alcune tra noi vorrebbero forse invece enfatizzare “-essa”, poiché la sua
> scrittura è carica di energia femminile.
Ma Diane di Prima è soprattutto una poeta; ha sempre preferito il termine neutro
rispetto alla declinazione femminile poetessa, sebbene con il senno d’oggi
alcune tra noi vorrebbero forse invece enfatizzare “-essa”, poiché la sua
scrittura è carica di energia femminile, non solo per quanto riguarda
l’erotismo, ma in particolar modo per la sua propensione alla cura – matriarcale
più che materna. Infatti, l’unico altro suo libro tradotto in italiano (per
quanto abbia pubblicato oltre quaranta libri!) è la raccolta del 1968 Lettere
rivoluzionarie (2021, traduzione di Veruska Cantelli). Prendiamo, per esempio,
il finale della #9:
> & nessuno ‘ possiede ‘ la terra
> si può averla
> in uso, nessuno deve averne di più
> di quella che può lavorare, lavorarla lui stesso e la famiglia
> non lasciamo che nessuno lavori per qualcuno
> eccetto per amore, e quello che fai in più del
> necessario darlo alla tribù
> un Common-Wealth, un bene comune
> Nessuno di noi ha risposte, pensa
> a queste cose.
> Verrà il giorno che dovremo avere
> risposte.
“Non lasciamo che nessuno lavori per qualcuno eccetto per amore”, scrive nello
stesso anno in cui, come racconta nella postfazione del memoir, da New York si
sposta a San Francisco con un gruppo di quattordici beatnik e un bebè urlante in
una casona adattata a comune, nessuno di loro lavorava: alcuni cercavano di
disintossicarsi dalla scimmia, altri a sognare oppiosamente sui tappetini di
pecora, altri ancora andavano in giro per la città a improvvisare rapine, o si
intrattenevano dando fuoco agli altari di legno buddisti in giardino, tra i
polpacci bimbetti scorrazzanti nudi dalla cintola all’ingiù masticavano hot dog.
E Diane, “be’, a scrivere per pagare l’affitto e le vettovaglie”.
Poco prima che lasciasse New York, infatti, Maurice Girodias, (“un editore
visionario e spregiudicato, […] che si distinse per aver mandato in stampa
Lolita di Vladimir Nabokov, Naked Lunch di William S. Burroughs, e persino
diverse opere di Guido Crepax, come la celebre Histoire d’O, adattamento grafico
di un classico della letteratura erotica. Non erano romanzi per tutti: erano
opere che sfidavano la morale, la sintassi, la narrazione lineare. Pornografia?
Forse. Dipende da chi guarda. Ma anche alta letteratura mascherata da editoria
da contrabbando” racconta Claudio Castellacci su Doppiozero) per il quale di
Prima aveva già scritto “delle scene di sesso per un paio di romanzi insipidi e
innocui che aveva acquistato come canovacci, e a cui bisognava aggiungere un
interesse lascivo come si fa con l’origano nel pomodoro”, le aveva commissionato
un suo memoir erotico di gioventù; insomma, un potboiler, un libro scritto
unicamente per sbarcare il lunario. Per sostentare gli smandrappati in botta che
le irrompono ciclicamente nello studio insieme a Black Panther, spacciatori,
musicisti rock mentre lei, imperturbabile dea madre, Tara Verde tibetana si
incarna nell’atto compassionevole di aggiungere “PIÙ SESSO” a quei primi
scalzonati anni beatnik della sua vita, e sia fatta dell’editore la santissima
volontà. Una delle svariate prove che anche un libro su commissione può
diventare letteratura, se la penna è di per sé consacrata alla letteratura –
pensiamo a Dostoevskij che dettava furiosamente alla sua segretaria-amante Il
giocatore per pagarsi (ironia della sorte?) i debiti di gioco, tentando di
ritagliarsi quanto più tempo possibile per quello che considerava uno dei suoi
futuri capolavori Delitto e castigo.
E da quelle Lettere rivoluzionarie dedicate a Bob Dylan e a suo nonno anarchico
Domenico Mallozzi (una poeta di origine italiana, tra l’altro, non ci si
aspetterebbe che venga tradotta in Italia con più fulgore?), dicevamo, prodotte
proprio durante la rivoluzione sessantottina, si traccia una delle linee del
pensiero antiestablishment che ci portiamo avanti ancora ora. Frammento della
Lettera #43:
> il primo obiettivo è la salute
> corpi forti creano spiriti forti, la brigata Venceremos
> al ritorno da Cuba scopre di sapere respirare
> si alza con il sole; prima di tutto:
> far fuori il vizio dello zucchero, eliminare la carne
> & le droghe pesanti, non mangiare chimici, niente cibo confezionato
> primo passo:
> riconoscere cosa significa la salute: chiglia uniforme
> energia instancabile che sgorga stabile fino in fondo
oppure, l’inizio della Lettera #13:
> adesso lasciatemi dire
> che cosa è un Brahmastra
> Brahmastra, un’arma da guerra induista
> da quello che ho capito
> un cuneo volante fatto di energia mentale
> scagliato contro il nemico da dio o eroe
> o da tanti eroi
> scagliato a un problema o un nemico
> spezzandolo
> Brahmastra può essere fatto
> da uno o da tutti
> può essere fatto da tutti noi
> sobrio e sotto un trip, pensando insieme
> cioè: fermiamo la guerra
> alle nove di domani, ognuna prende un soldato
> lo guarda con chiarezza, lo ama, prende la pistola
> dalle sue mani, lo porta in un posto tranquillo
> lo fa sedere, si siede con lui mentre prende una canna
> di erba dei viet cong dalla sua tasca…
Soffermiamoci in particolare su questo Brahmastra (arma letale del dio Brahma
invocata attraverso una lunga meditazione): un altro scrittore yippie, Paul
Krassner, dalla fine degli anni Cinquanta è editore del giornale di critica e
satira sociopolitico-religiosa The Realist; in un numero del 1999 ricorda la
recente eutanasia dell’amica e scrittrice Anita Hoffman che il giorno dopo
Natale sceglie di ingerire centocinquanta compresse di barbiturici prima che il
cancro al seno le sottragga la libertà di autodeterminarsi (articolo in cui
viene citata, tra l’altro, anche Diane di Prima, in quanto fu chiamata tra lo
“steady stream of visitors” al capezzale di Hoffamn a leggere preghiere di morte
tibetane per celebrare il suo ultimo mese di vita). Ma, in relazione al
Brahmastra, ciò che ci interessa davvero del pezzo Anita and the Blow-Up Doll
sono due degli atti rivoluzionari di incuneamento dell’energia cosmica che
vengono performati alla fine degli anni Sessanta da – appunto – Anita e suo
marito Abbie, declinati in quella forma satirica “prankster” che ispirerà, tra
l’altro, anche un certo movimento italiano dell’ultimo quinquennio degli anni
Novanta su cui torneremo più tardi.
Il primo, nel 1967. Krassner racconta:
> Ci fu, ad esempio, la finta orgia che ebbe luogo nel loro appartamento. Per
> attirare l’attenzione sull’esorcismo del Pentagono, Abbie aveva inventato una
> droga immaginaria, LACE ‒ presumibilmente una combinazione di LSD e DMSO ‒
> che, applicata sulla pelle, sarebbe stata assorbita nel flusso sanguigno
> agendo come un afrodisiaco istantaneo. L’intenzione era spruzzarla sulla
> polizia militare e sulla Guardia Nazionale a Washington. In realtà, LACE era
> lo “Shapiro’s Disappearo”, un gadget taiwanese che lascia una macchia viola e
> poi scompare. Fu indetta una conferenza stampa per dimostrare l’effetto di
> LACE su tre coppie hippy. Furono stesi dei materassi sul pavimento del
> soggiorno affinché potessero fare sesso dopo essere stati spruzzati con LACE
> da pistole ad acqua, mentre i giornalisti prendevano appunti. Per qualche
> ragione, Abbie non era nemmeno presente, lasciando la timida Anita ad
> accogliere gli ospiti di questo bizzarro scherzo.
>
>
>
> In origine, io dovevo essere lì come giornalista che veniva spruzzato
> accidentalmente con LACE. Con mia sorpresa, avrei posato il taccuino, mi sarei
> spogliato e avrei iniziato a baciarmi con una bellissima rossa che era stata
> anch’essa spruzzata per sbaglio. Attendevo con impazienza questa combinazione
> tra evento mediatico e appuntamento al buio. Anche se la rivoluzione sessuale
> era al suo apice, c’era qualcosa di eccitante nel sapere in anticipo che avrei
> sicuramente fatto sesso, anche se mi sentivo in colpa per cercare di ingannare
> i colleghi giornalisti. Ma c’era un conflitto di agenda. Ero già impegnato a
> tenere un intervento a una conferenza letteraria all’Università dell’Iowa
> proprio quel giorno. Così Abbie mi incaricò di comprare della farina di mais
> in Iowa, che sarebbe stata usata per circondare il Pentagono come rito
> preparatorio alla levitazione.
(Il riferimento alla levitazione del Pentagono riguarda la marcia che Abbie
Hoffman organizzò insieme ad altre figure cardine della controcultura come
Timothy Leary e Allen Ginsberg quando, per manifestare contro la guerra in
Vietnam, il 21 ottobre 1967 oltre 50.000 yippies si diressero, appunto, verso il
Pentagono con l’obiettivo di farlo levitare con l’energia psichica di Hoffman
mentre Ginsberg intonava canti tibetani).
E il secondo, durante il San Valentino del 1969:
> Loro, insieme a molti altri Yippie, avevano passato il giorno precedente a
> rollare circa 30.000 spinelli, avvolgendo ciascuno in un volantino che
> augurava al destinatario un felice San Valentino e conteneva informazioni
> sulla marijuana. Nell’anno precedente erano stati effettuati oltre 200.000
> arresti per consumo di cannabis, e il sindaco John Lindsay aveva appena
> chiesto al governatore Nelson Rockefeller di aumentare la pena per possesso da
> uno a quattro anni. Gli spinelli di San Valentino furono inviati anonimamente
> a varie mailing list ‒ insegnanti, giornalisti ‒ e a un tizio elencato
> sull’elenco telefonico come Peter Pot. Il progetto fu finanziato da Jimi
> Hendrix. Un conduttore televisivo che mostrò uno di quegli spinelli fu
> raggiunto in diretta da due agenti della narcotici mentre stava ancora
> leggendo il telegiornale: un primato nella storia della TV.
Mentre di un altro Brahmastra racconta la sex worker e porno-performer Annie
Sprinkle che nella raccolta di interviste ad artiste e attiviste della
controcultura del 1991 Cattive ragazze, storie di artiste guerriere (Shake
edizioni), curata da Andrea Juno e V. Vale, all’affermazione “hai una filosofia
del piacere” risponde:
> Per il fatto di darne agli altri? Un monaco buddista una volta ha detto: “Non
> c’è farfalla che batta le ali a Kyoto senza che lo percepisca l’intero mondo”.
> In altre parole, siamo tutti collegati. Quando è scoppiata la guerra del
> Golfo, mi sentivo stimolata ad avere più piacere… era così che potevo aiutare
> di più, non andando a Washington, dato che è un lungo viaggio e non sapevo
> esattamente cosa fare una volta arrivata lì. Così sono stata a casa, ho fatto
> del sesso e ho goduto il più possibile: questa è stata la mia dichiarazione di
> intenti politica.
A cui le intervistatrici commentano: “Se avessero fatto tutti così, non avremmo
partecipato a quella guerra”, e Annie Sprinkle conclude: “Sì! Anche se, forse,
quella che alcune persone considerano una buona esperienza sessuale è proprio la
guerra”. E, in effetti, parlando di Thanatos, l’atto sessuale come rilascio di
energia psichica ha una tradizione millenaria: già, per esempio, come racconta
la fanzine Sexwork e colonialismo di Linda Porn e Frida Trejo (2025), nella
struttura piramidale della società azteca, era cardinale la figura delle
ahuianime (le rallegratrici) che “svolgevano la loro professione al fine di
accrescere l’energia attraverso il sesso. I guerrieri in battaglia venivano
stimolati sessualmente non per raggiungere il culmine del piacere ed eiaculare,
ma come una forma di trasmutazione dell’energia”. Come un Tantra-Brahmastra.
> Nelle Lettere rivoluzionarie di Diane di Prima dedicate a Bob Dylan e a suo
> nonno anarchico Domenico Mallozzi prodotte proprio durante la rivoluzione
> sessantottina, si traccia una delle linee del pensiero antiestablishment che
> ci portiamo avanti ancora ora.
Precedentemente si menzionava quel movimento italiano della fine degli anni
Novanta che agiva in qualche modo ispirato dai prank psichici degli yippies
degli anni Sessanta. Si tratta ovviamente di Luther Blisset, movimento nato a
Bologna e poi espansosi in tutta Italia valicando anche i confini europei, che
teorizzò la morte dell’identità individuale e del diritto d’autore, agglomerando
ogni atto artistico e militante sotto il nome, appunto, di Luther Blisset,
spronando chiunque a prendere parte al movimento senza alcun tipo di
approvazione esterna, semplicemente diffondendo i suoi atti e inscrivendoli
sotto il nome di Blisset. E programmato per autodistruggersi dopo cinque anni
dalla sua creazione, attraverso un seppuku collettivo, perché, come scritto
nell’archivio The Luther Blisset Project:
> Pensiamo alla dottrina buddista della reincarnazione. I seguaci dello
> Svegliato non credono nell’esistenza dell’anima, tuttavia pensano che una
> persona possa raggiungere il nirvana dopo aver attraversato diverse vite. Ciò
> che appare a prima vista contraddittorio, la reincarnazione senza anima, senza
> identità, è possibile perché le azioni degli esseri viventi lasciano una
> traccia, una sorta di potenzialità che alla morte del corpo terreno
> dell’individuo produce la nascita di un nuovo essere.
>
>
>
> Allo stesso modo, affinché la tensione che Blisset ha sprigionato in questi
> anni possa animare nuove (e vecchie) realtà e nuove esperienze, occorre che il
> suo cadavere rilasci spore più che mai infette e taumaturgiche. Tuttavia il
> Multiplo ha un’infinità di corpi, molti dei quali resteranno in vita
> nonostante la morte di alcuni altri.
>
> Grazie al seppuku L.B. darà vita a molteplici rinascite, svincolate dall’uso
> di un nome. Perché per quanto si faccia, alla lunga un nome conduce a
> un’identità. Singola o multipla, reale o virtuale, storica o mitica, fa
> senz’altro differenza ma, dopo un po’, si tratta di qualcosa a cui rinunciare.
Alcune tra le spore esalate dal cadavere di L.B. sono il celeberrimo collettivo
Wu Ming (che ha pubblicato in copyleft per Einaudi libri come Q, Manituana,
Proletkult eccetera) e Daniele Vazquez con lo pseudonimo Associazione
psicogeografica romana, che ha fatto anche parte della redazione della rivista
di ufologia radicale MIR (Men In Red) e ha pubblicato, tra gli altri, Feste
fuori controllo, Corpi ostili e tecniche di repressione psicopolitica (2018), su
cui torneremo brevemente più avanti.
Tra le gesta più famose di Luther Blisset, tra i suoi Brahmastra, (tutto
raccontato nel libro Luther Blisset – Totò, Peppino e la guerra psichica (1996),
scaricabile gratuitamente da Internet Archives) grandi troll mediatici come la
messa in giro della sparizione del fittizio Henry Kipper, un illusionista
smarrito durante un viaggio in bicicletta per l’Europa, durante il quale stava
tentando di tracciare con la traiettoria del suo percorso la scritta ART, caso
che finì su Chi l’ha visto; e l’annuncio durante la Biennale d’arte di Venezia
del 1996 della mostra di quadri della scimmia Loota, in cui poi invece si
trovarono esposti solo dei volantini con su scritto “la scimmia sei tu”. Per non
parlare della “Guerra psichica nella metropoli traiettoriale”, come quando
organizzarono
> Una Festa Nomade a Roma su un autobus notturno, alla quale hanno partecipato
> un centinaio di persone collegate radiofonicamente a Radio Blissett, finita in
> tafferugli con le forze dell’ordine, che avevano bloccato l’autobus. La festa
> (sul 30 notturno) è stata organizzata per “la ricodificazione ludica dello
> spazio urbano”, “contro il caro biglietti” e per “il teletrasporto pubblico e
> gratuito”; dalle 3.00 circa, quando l’autobus è partito, Luther Blissett “ha
> dichiarato che avrebbe pagato un solo biglietto. Ha chiesto in radio di
> pompare la musica e ha ballato, bevuto, fumato, pomiciato, tirato coriandoli,
> giocato a pallone per circa venti minuti, mentre l’autobus seguiva il suo
> percorso abituale raccogliendo gente alle fermate”.
E, similmente alla performance di Abbie Hoffman del 1967, un attacco psichico al
Teatro comunale di Bologna, per l’Associazione psicogeografica locale un
importante omphalos (ombelico energetico) nella mappa della città. Perché
> Lo Stato, secondo la nota formula di Harry Kipper, programmatore di panico
> mediatico e artista punk, “suddivide non il popolo, bensì il territorio”.
> L’esercizio del comando è prima di tutto costruzione totalitaria di una
> rappresentazione geografica che possa essere valida per tutti, unificante, in
> modo da creare popoli e nazioni, ovvero la legittimità stessa del comando.
Già Diane di Prima, del resto, in Memorie di una beatnik racconta di quando nel
1956 “a New York nascevano i primi progetti per una metropoli neofascista, e fu
decisa la distruzione di tutta la zona a nord del nostro appartamento, per far
posto a quello che doveva diventare il Lincon Center” con la demolizione della
casa usata come rifugio dai senzatetto e discarica beat, e la chiusura della
“maggior parte dei gay bar più scandalosi”. Infatti, nell’introduzione al libro,
di Prima riporta una conversazione del 1969 con sua figlia undicenne che,
ricordando la sua prima infanzia, dice alla madre: “Mi mancano terribilmente i
vecchi tempi. Erano duri, ma erano così belli”. E subito dopo Diane riflette:
“Adesso le cose sono più… carine. Una Nuova Epoca, con ancora qualcosa
dell’infanzia”. Un imbellettamento razionalista che dall’urbanismo sviscera
nelle pratiche sociali, questione ben analizzata nel saggio del 2018,
precedentemente menzionato, Feste fuori controllo di quel Daniele Vazquez
psicogeografista ed ex Luther Blisset, che scrive: “Gli storici delle religioni
e gli antropologi confondono la festa con il rituale. Inoltre in quanto
moralisti non riescono proprio ad accettare che la crudeltà e la ferocia erano
costitutive anche delle feste dove vi era il libero gioco degli dèi”; e
continua, più avanti, specchiando limpidamente la nostra contemporaneità:
> La tecnicizzazione psicopolitica della festa fuori controllo è arrivata al
> punto che ormai vi sono staff che ne hanno fatto un business diffuso,
> promettendo di organizzarne apposta per voi e i vostri amici. Pagate e avrete
> una festa fuori controllo, “fino a perdere la voce”. A rassicurare sulla
> natura fittizia di questa perdita di controllo c’è sempre ovviamente la mamma:
> “mamma non preoccuParty”. L’edipizzazione della festa fuori controllo
> ritaglia lo spazio della festa fuori controllo soltanto sotto un certo limite
> di età e per i figli della ricca borghesia, dopo di che occorre mettere la
> testa a posto e far felice la mamma sul proprio percorso di vita. Finché i
> figli della ricca borghesia faranno festa, una festa triste e logora, sulle
> spalle dei giovani proletari che si fanno il mazzo per permetterglielo, solo
> i più audaci che sfideranno il senso di civiltà potranno concedersi feste
> fuori controllo.
La festa, quindi, nel tentativo di regolamentare Thanatos, diventa una specie di
spurgo che, al posto di trasportare lo stato di irrealtà, di caos anarchico,
nella vita quotidiana, ne propone solo la temporanea espiazione, con lo scopo di
tutelare le tradizioni e le gerarchie a cui si farà presto ritorno. E sarebbe
dunque anche interessante riflettere allora su quale sia davvero l’effetto delle
pratiche di cura collettiva dal basso che oggi accompagnano giustamente (?) la
maggior parte delle feste, per lo meno in spazi politicamente schierati
(riduzione del danno, spazi safer, bandane rosa antimolestie…); quella stessa
cura a cui già spronava Diane di Prima nella Lettera rivoluzionaria #9 (“non
lasciamo che nessuno lavori per qualcuno / eccetto per amore, e quello che fai
in più del / necessario darlo alla tribù / un Common-Wealth, un bene comune”)
mentre scriveva il suo potboiler per sostentare la comune di San Francisco, nel
momento in cui Vazquez sottolinea che la crudeltà e la ferocia sono parti
costitutive delle feste e che, i rituali, li dobbiamo abiurare poiché “Il
rituale è una formalizzazione di corpi insorti prima di esso ed è in questa
insurrezione che possiamo trovare la festa fuori controllo, non nel momento
della sua reiterazione, simulazione e conservazione”.
> La festa, quindi, nel tentativo di regolamentare Thanatos, diventa una specie
> di spurgo che, al posto di trasportare lo stato di irrealtà, di caos
> anarchico, nella vita quotidiana, ne propone solo la temporanea espiazione,
> con lo scopo di tutelare le tradizioni e le gerarchie a cui si farà presto
> ritorno.
Ma la cura collettiva operata da di Prima, del resto, non diventa mai rituale
poiché non si fa mai controllare dalla morale, per quanto non ne neghi
l’esistenza (“E io scrivevo, ma fui contenta quando la polizia di San Francisco
venne finalmente a prenderlo, anche se mi battei come al solito: ‘Avete un
mandato di cattura?’ eccetera eccetera”, racconta a proposito di quel tizio che
dava fuoco agli altari buddisti e rapinava i passanti per le strade), e perché
non si ripete infinitamente uguale a sé stessa (come sarebbe assurdo affermare
che chi scrive – letteratura, si intende – esegua durante ogni stesura di un
libro gli stessi identici gesti, pensi gli stessi identici pensieri, e conservi
le stesse identiche gerarchie narrative e stilistiche). Diane di Prima, con i
suoi cinque figli, i suoi tre mariti, i suoi innumerevoli amanti, la sua cucina
macrobiotica, le sue meditazioni buddiste, la sua vita, come la definiva TEA
“spregiudicata e gioiosa”, non è mai fuggita dalla crudeltà costitutiva
dell’esistenza. È stata un corpo insorto, praticando un’anarchia che nella
ferocia si è mossa come una rabdomante in cerca dell’amore. La sua vita, la sua
poetica, una festa fuori controllo.
Il Novecento occidentale, l’ultimo ruggito selvaggio di una fiera colpita sul
fianco da un dardo anestetico; le palpebre sbattono come il tonfo serrato di un
cancello a ghigliottina. Dopo, il buio: un bioparco, la brezza, mani che
accarezzano, e lo sfumato ricordo della sconfinatezza e del dolore.
Come scrive Paul Auster nel 1994 in Mr Vertigo – ode a quell’America di cowboy
urbani nei Roaring Twenties:
> Era tutto diverso, e quello che [..] facevamo allora, oggi non sarebbe più
> possibile. La gente non ci starebbe più. Chiamerebbero la polizia,
> scriverebbero alle autorità, consulterebbero il medico di famiglia. Non
> abbiamo più la scorza dura di un tempo, e forse il mondo di adesso è migliore
> proprio per questo, chi lo sa. […] Forse la sola cosa che veramente contò fu
> proprio la disperazione.
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