Q uando il 15 ottobre del 2007 Édouard Levé si toglie la vita, ha da poco
consegnato all’editore Paul Otchakovsky-Laurens (P.O.L.) il manoscritto di un
libro intitolato Suicide. Non è la prima volta che uno scrittore si suicida dopo
avere consegnato l’ultima opera. Uno su tutti: Stefan Zweig, insieme alla moglie
Lotte Altmann, il 22 febbraio 1942, esattamente il giorno dopo avere inviato
all’editore il manoscritto di Il mondo di ieri. Non è stato neppure, quello di
Levé, il primo caso di scrittore che si uccidesse dopo avere consegnato o
pubblicato, o semplicemente scritto, un testo in cui veniva prefigurato il
suicidio: Yukio Mishima (La decomposizione dell’angelo), Silvia Plath (Ariel),
René Crevel (La morte difficile), Jean Amery (Levar la mano su di sé. Discorso
sulla morte volontaria), Jean-Pierre Duprey (La fin et la manière) si sono tolti
la vita dopo avere licenziato libri incentrati sul tema della morte e
dell’impossibilità di vivere, anche se la concomitanza cronologica tra consegna
e suicidio non è stata ugualmente immediata.
Quello che rende piuttosto unico il caso di Levé è la presenza di entrambi gli
aspetti: da una parte la quasi perfetta concomitanza (come Zweig, Mishima,
Duprey), dall’altra la centralità, fin dal titolo, del tema suicidiario (come
Amery, Plath, Duprey). Sarebbe bastato questa eclatante coerenza
poetico-biografica a contribuire alla gloria postuma di uno scrittore che, in
vita, solo pochi avevano letto. Ma alla configurazione altamente performativa
della propria morte (meditata e tematizzata per decenni) ha contribuito anche, e
direi soprattutto, il carattere del testo di Levé, dell’ultimo suo romanzo. Per
spiegare in che senso, conviene fare qualche passo indietro.
> Levé è uno di quegli autori eclettici in cui tutto si tiene e dove il lettore
> gode nella labirintica esplorazione dei cunicoli che mettono in comunicazione
> le varie opere, nella costruzione del puzzle, o dei puzzle, che esse
> compongono.
In poco più di una decina di anni, tra la metà dei Novanta e il momento della
sua morte a quarantadue anni, Levé ha prodotto opere artistico-fotografiche di
una certa risonanza, oltre a quattro testi lunghi di difficile definizione, tra
autobiografismo sperimentale e letteratura “concettuale”. Come artista visivo
Levé è stato spesso accostato a fotografi concettuali come Jeff Wall, Hiroshi
Sugimoto, Sophie Calle, e le sue immagini hanno una stretta parentela con i suoi
scritti, sia da un punto di vista tematico che formale. La meteorica carriera di
questo artista ha lasciato un corpus quantitativamente limitato ma
sorprendentemente compatto e coerente, pur nella estrema varietà che lo
contraddistingue. Levé è uno di quegli autori eclettici (viene in mente Georges
Perec, che non a caso è uno dei più evidenti ed espliciti riferimenti dello
stesso Levé, nonché compagno di catalogo chez P.O.L.) in cui tutto si tiene e
dove il lettore gode nella labirintica esplorazione dei cunicoli che mettono in
comunicazione le varie opere, nella costruzione del puzzle, o dei puzzle, che
esse compongono.
Levé ha dunque lasciato quattro raccolte di lavori fotografici (Angoisse, 2002,
Reconstitutions, 2003, Fictions e Amérique, 2006) e quattro testi letterari
(Oeuvres, Journal, Autoportrait, Suicide) gli ultimi due recentemente pubblicati
in Italia da Quodlibet (Autoritratto nella bella traduzione di Martina Cardelli,
Suicidio nella precedente versione di Sergio Claudio Perroni per Bompiani, del
2008). Un’intensa attività, nonostante il poco tempo e i lunghi momenti di
depressione. La sua morte, organizzata quasi come ultima opera autobiografica
transmediale (d’altronde molti dei suoi lavori hanno a che fare con una
costruzione performativa del sé) conferisce un carattere particolarmente marcato
a questo senso di compattezza, di compiutezza. Una delle terzine poetiche che
chiudono Suicidio recita:
> Nascere mi succede
> Vivere mi occupa
> Morire mi completa
Alla luce della sua morte, non è difficile interpretare il percorso di Levé come
un continuo tentativo di espungere l’io, di liberarsi di quell’ingombro
doloroso: creare una distanza anestetica da sé stesso, fingere un soggetto senza
identità. Le prime opere letterarie sono archivi memoriali in cui sembra di
vedere realizzata la famosa “morte dell’autore” in chiave autobiografica: gelidi
referti, cataloghi, elenchi anonimi purificati da qualsiasi dimensione
affettiva, vetrificati, entomologizzati, museificati. Oeuvres (2002, di prossima
traduzione da Quodlibet) è un elenco di più di cinquecento opere d’arte non
realizzate (per lo più), che ci restituiscono un’immagine tra l’ironico e il
disturbante della mente di chi le ha concepite. Le opere descritte, oltre a
rappresentare una riflessione semiparodica sullo stato dell’arte contemporanea,
incarnano elementi tipici della poetica di Levé e manifestano le idiosincrasie
dell’artista: giochi combinatori e restrizioni simil-oulipiane, pastiche e
manipolazioni di altre opere, intersezioni e traduzioni tra diversi sistemi
segnici, fantasiosi principi d’ordine o modelli espositivi bizzarri, inventari
stranianti sulla falsa riga dei vari “tentativi” di Perec (come il Tentativo di
esaurimento di un luogo parigino, 1975), giochi sulla porosità dei confini tra
falso e vero o sull’autorialità e l’identità dell’artista.
> La sua morte, organizzata quasi come ultima opera autobiografica transmediale
> (d’altronde molti dei suoi lavori hanno a che fare con una costruzione
> performativa del sé) conferisce un carattere particolarmente marcato al senso
> di compattezza, di compiutezza della sua produzione.
Journal (2004) è apparentemente più anonimo: una collezione di notizie, per lo
più di cronaca nera, di guerre e altre calamità umane e naturali da cui Levé ha
cancellato ogni riferimento sia geografico che onomastico: il risultato è una
sequela di eventi indeterminati che sembrano riprodurre il sinistro rumore di
fondo dell’attualità, una radiografia della comunicazione mediatica e del modo
in cui questa intercetta la nostra attenzione. ln controluce (e in alcuni
dettagli), riconosciamo anche qua l’immagine dell’autore secondo quella tecnica
di autobiografia de-centrata, obliqua o indiretta, che molto successo ha avuto
nella letteratura francese del secondo Novecento (la stessa che, non a caso, ha
generato il termine autofinzione).
Con Autoritatto (2005), presentato da Emmanuel Carrère a Libri Come di
quest’anno, l’io autobiografico diventa molto più chiaramente visibile, sebbene
ci appaia esploso in una miriade di brevi frasi paratattiche senza nessi
apparenti, senza alcuna linearità cronologica o coerenza spaziale. Gusti
personali, aneddoti autobiografici, tratti fisici, morali, caratteriali, manie,
ossessioni, abitudini ed elementi contestuali del tutto secondari o trascurabili
della vita dell’autore, formano un ritratto pulviscolare e disseminato, un
autobiografismo senza unità, dissociato, esternalizzato, simile a quello di
libri come il Diario aperto (2002) di Michel Tournier, Tropismi (1939) di
Nathalie Sarraute, il Diario dalla periferia (1994) di Annie Ernaux e le
incursioni del solito Perec in quello che chiamava “infraordinario” ‒ termine
contrapposto allo “straordinario”, ossia agli eventi salienti che siamo abituati
a mettere al centro delle nostre narrazioni identitarie come capitoli che
scandiscono la vita, che compongono la nostra storia. Potrebbe essere al
contrario, come suggeriscono questi testi, che a contare davvero non siano gli
eventi memorabili, ma la materia fina e diffusa di cui si compone la nostra
quotidianità: particelle volatili e impalpabili, microavvenimenti, elementi
troppo infinitesimali per rappresentare un segno, un tragitto, una narrazione,
ma che costituiscono nondimeno la nostra “sensazione della concretezza del
mondo” (come ha scritto ancora Perec) e quindi, di riflesso, della nostra
esistenza.
> Suicidio è sicuramente il libro più caldo di Levé, il più emotivo, o se
> vogliamo l’unico in cui calore ed emotività trovano un qualche spazio. Alcuni
> critici lo considerano la sua opera migliore, di certo si colloca a
> conclusione di una parabola.
Con Suicidio (2008), infine, l’io dell’autore ci appare in maniera molto più
limpida, non più completamente esteriorizzato o frammentato sebbene non ancora
unificato: riconosciamo Levé (e Levé si riconosce) nell’immagine allo specchio
di un giovane suicida, amico di gioventù dello scrittore, che si tolse la vita a
soli venticinque anni e la cui breve esistenza è narrata nel romanzo. Il testo è
scritto in seconda persona, come una lettera rivolta allo scomparso, e
nell’atteggiamento solidale ed empatico del narratore verso il suo protagonista
è facile scorgere il senso di un destino comune. Una lettura parallela di
Suicidio e Autoritratto, ci mostrerebbe chiaramente i punti di sutura, la
maniera in cui Levé ha proiettato sé stesso nella vita del giovane suicida
badando meno alla verità fattuale che alla possibilità di reinventarsi, o di
riconoscersi, nell’altro. Mi vengono in mente in questo senso certi testi di
Patrick Modiano, maestro nell’arte sottile dell’autobiografismo per interposta
persona, o Winfried Georg Sebald che inscatolava alter ego tra testi e
fotografie falsamente indiziarie.
Suicidio è sicuramente il libro più caldo di Levé, il più emotivo, o se vogliamo
l’unico in cui calore ed emotività trovano un qualche spazio. Alcuni critici lo
considerano la sua opera migliore, di certo si colloca a conclusione di una
parabola: dai primi testi algidamente concettuali, in cui il soggetto è presente
soltanto tra le righe o, per così dire, nella pressione del rimosso,
all’Autoritratto in cui l’io torna in scena ma come sbriciolato e svuotato di
qualsiasi unità psicologica, fino a Suicidio dove il volto di Levé ci appare
infine in un ultimo tragico e precario riflesso. Un percorso a ritroso dal mondo
esterno (l’“extime” di Tournier) all’intimità più scottante: uno sprofondamento
nel proprio io negato, o forse una lotta sempre più ravvicinata con la propria
identità nella presunzione dandy della completa sovrapposizione di vita e arte:
sovrapposizione che nel suicidio trova l’esito più fanaticamente coerente, la
più efficace “creazione” della vita come opera d’arte.
È perciò, perché capace di esibire una qualche forma di padronanza, che quello
del protagonista di Suicidio viene presentato come un gesto di affermazione, non
di negazione, come qualcosa che produce più, e non meno, senso.
> Il tuo silenzio è diventato un’eloquenza.
> tu, che un tempo eri distante e tenebroso, oggi risplendi accanto a me.
> Gli scomparsi sono loro. Tu sei più che mai presente.
> Se fossi ancora vivo, forse saresti diventato un estraneo. Morto, sei
> altrettanto vivo che da vivo.
Non è soltanto la figura del suicida a fissarsi per sempre, e quindi a diventare
“qualcuno” più definitivamente e compiutamente di chiunque sia ancora vivo
(“Soltanto i vivi sembrano incoerenti”), ma è anche la vita di chi resta, o
comunque del narratore, che in qualche modo beneficia di quell’atto:
> Morto, mi rendi più vivo.
> Il tuo aver deciso di cancellare il mondo evita di farlo a chi ti sopravvive.
È evidente, tuttavia, che siamo noi, insieme a Levé, a considerare ex post il
suicidio del ragazzo come un punto d’arrivo, l’esito conclusivo di una storia
che non poteva andare altrimenti. E siamo ancora noi a interpretare alla luce di
questo libro il suicidio effettivo di Levé come un programma inscritto nella sua
vita/opera, come un finale a lungo covato, cullato, desiderato: e quindi
necessario. Tutta la produzione artistica di questo autore, alla luce della sua
conclusione, ci appare come a una forma molto sofisticata e rigorosa di
necrologia artistica. Ma se indubbiamente esiste una predeterminazione, è anche
vero che la fine ha retrodeterminato tutto il resto, mettendo in luce soltanto
quello, tra i molti esiti possibili, tra le tante direzioni potenziali che
avrebbe potuto prendere la sua biografia, che si presenta adesso come
inevitabile.
Giochiamo volentieri il gioco della finzione, dell’opera che impacchetta la
vita, ma sappiamo che questa è solo una piccola parte della verità. E lo sapeva
Levé, se nell’anticipazione letteraria del proprio suicidio non ha potuto fare a
meno di inserire la disfunzione, il dettaglio rivelatore attraverso cui il reale
sfugge alla pianificazione artistica, riafferma la sua incertezza, e l’ambizione
di controllo conosce il fallimento. Il dettaglio è il seguente: nelle prime
pagine di Suicidio, quando la moglie trova il giovane marito appena suicidato,
nell’agitazione fa cadere un libro che questi aveva lasciato aperto sul tavolo a
una pagina precisa con l’idea di comunicare l’ultimo messaggio, di fornire
l’ultimo pezzo del puzzle. Cadendo il libro, perdendo il segno, l’immagine
resterà per sempre incompleta. L’imprevedibilità della vita ha rivendicato in
extremis, non senza ironia, le sue prerogative di fronte al gesto più radicale
di autopoiesi. Ed è forse la stessa ironia, lo stesso umorismo tirato che ci fa
sorridere in molte pagine di Autoritratto: la linfa pantagruelica che irrora il
livore parnassiano, l’imprevisto che confonde le carte.
> Nell’opera di Levé non c’è traccia di rivolta, il suo suicidio pianificato
> somiglia al suicidio stoico, prodotto della rinuncia. E quel suicidio, come
> forse ogni suicidio, è la più grave, più grande e chiassosa denuncia della
> propria solitudine.
Quando si parla di suicidio è difficile non pensare ad Albert Camus: “il solo
problema filosofico veramente serio”, come lo ha definito in Il mito di Sisifo
(1942). L’assurdità, il non senso della vita, l’impossibilità di chiuderla in
una forma (artistica o di altra natura), è la radice della scelta etica che,
ancora secondo Camus (questa volta in L’uomo in rivolta, 1951), ci permette di
passare dalla meditazione del suicidio alla rivolta. Comprendere la finitudine
umana è rinunciare alla presunzione estetica di essere padroni del proprio
destino, è l’abbandono della posizione solipsista in cambio del riconoscimento
degli altri come ultima e unica giustificazione dell’esistere: “mi rivolto
dunque siamo”, al plurale, è la massima finale di Camus. Nessuno è padrone,
l’assurdo domina, dunque possiamo, anzi dobbiamo ‒ noi plurali ‒ rivoltarci. Se
questo è vero, nell’opera di Levé non c’è traccia di rivolta, il suo suicidio
pianificato somiglia al suicidio stoico, prodotto della rinuncia. E quel
suicidio, come forse ogni suicidio, è la più grave, più grande e chiassosa
denuncia della propria solitudine.
Allo stesso tempo in Levé stride fortissimo la contraddizione, la frizione tra
io e altri, anche nella morte volontaria. Il giovane venticinquenne di Suicidio
vive infatti nella memoria di chi l’ha conosciuto: ogni aspetto della sua morte
sottolineato dal narratore riguarda la capacità di quel gesto definitivo di
creare un legame indissolubile con chi sopravvive, a partire dal narratore
stesso. Il giovane prigioniero di sé stesso spera di uscirne suicidandosi, di
“sciogliersi negli altri”, come l’autobiografo che si scioglie e si riconosce
nel “fuori”, nell’infraordinario perechiano, nell’“extime” di Tournier, nei
frammenti disseminati del proprio io. Chi si toglie la vita, sosteneva Arthur
Schopenhauer, vorrebbe vivere più di chiunque altro, ma non ci riesce. Così noi
lettori, oggi, siamo forse la sola comunità postuma e impossibile a cui lo
scrittore Levé ha saputo credere davvero, in vita e in morte: ed è questo
appello, questo bisogno degli altri iscritto nell’atto stesso con cui si
estromette da qualsiasi rapporto umano, credo, a rendere il libro (e
retrospettivamente tutta l’opera) di Levé così struggente.
> Ho a lungo cercato chi fossi, e devo dire che dopo trentadue anni di vita non
> mi sono incontrato. Esisto tuttavia nel cuore, nello spirito e nel corpo di
> coloro che mi hanno amato. Ma l’assurdità della vita è tale che non esisto per
> me stesso. Troppo vicino a me, senza dubbio, non riesco più a vedermi. Non
> sono un vuoto, perché il vuoto è senza emozione. Sono uno spazio colmo di
> dolore, che le mie lotte non sono riuscite a contenere nel suo flusso
> crescente. In questa esistenza in cui ogni istante fa male, non c’è più spazio
> né per il desiderio né per il piacere. Che fare di una vita il cui senso mi è
> sfuggito? Che fare di una vita in cui felicità, entusiasmo e calma sono
> assenti […]? La mia morte volontaria mi appariva come l’inizio della vera
> vita. Oggi il dubbio si è impadronito di me: non sono più certo di ciò che
> troverò dall’altra parte, ma mi resta, curiosamente, abbastanza fiducia e
> speranza per credere che sarà meglio, o che semplicemente non ci sarà più
> nulla. Scommetto su una vita che nessun aggettivo saprebbe qualificare, ma
> dalla quale il dolore sarà assente, oppure sull’assenza di vita dopo la morte,
> cioè anche sull’assenza di dolore. (Lettera di Levé custodita negli archivi
> dell’IMEC, Institut Mémoires de l’Édition Contemporaine, Abbaye d’Ardenne,
> Francia).
L'articolo Sul solo problema filosofico veramente serio proviene da Il
Tascabile.
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Q uando si guarda Internet negli occhi, la si ammira, si cerca di trovare un
modo di renderla comprensibile, è inevitabile desiderare l’apocalisse. Questo
sentimento nasce dalla consapevolezza della crudeltà e della miseria umana messa
elegantemente in quadrati o rettangoli digitali o dall’apertura forzata a una
serie interminabile di notizie circa il diradarsi di un mondo che abbia qualcosa
di simile a quello in cui era possibile il conforto.
Tony Tulathimutte ha provato a mettersi sulla baleniera in cerca della Balena
bianca, che in questo caso è più simile a un plancton radioattivo che rende
l’acqua fosforescente, nel suo nuovo libro, Rifiuto (2025). L’autore,
considerato una stella nascente della letteratura americana, cerca di delineare
in questa raccolta di racconti come sono le scogliere del nostro mondo dopo aver
subito la marea della tecnocrazia digitale degli ultimi vent’anni, mostrandoci
un mondo denso, pervertito e depresso e mandando indietro delle analisi che non
possono che dire che siamo malati, finiti, incapaci anche dell’essenza basilare
dell’esperienza umana: stare uno con l’altro. Tulathimutte vuole creare uno
specchio del nostro tempo, lanciando il sasso e non nascondendo la mano;
un’epoca che l’autore rappresenta come governata da due comandamenti: Joker
quando dice “Basta una brutta giornata per ridurre alla follia l’uomo più
assennato del pianeta” e la profezia di Gramsci, “Il vecchio mondo sta morendo.
Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”.
Perché i personaggi di Tulathimutte sono proprio dei mostri, “che non sanno
uscire di casa” come nota Jia Tolentino nella sua recensione sul New Yorker, che
navigano in un mondo che non capiscono e che subiscono. Orchi, ma invece di
essere creati da Morgoth, sono plasmati da una serie di 1 e 0 digitati per il
“bene di tutta l’umanità” da un manipolo di nerd, che fanno microdosing della
Silicon Valley.
Il primo della lista è “Il femminista”, e qui l’autore arriva prima dei tempi
perché il racconto è dell’autunno del 2019 pubblicato sulla rivista n+1; mentre
ancora oggi, com’è giusto dopo una delle rivoluzioni sociali più importanti di
sempre, discutiamo di maschi performativi, l’assunto del racconto è un trick
assurdista classico, ossia come sarebbe se qualche uomo prendesse il femminismo
non come forza liberatrice ma come dogma religioso penitente. Il risultato è un
disastro, questa la bio in un’app di incontri del protagonista:
> He/him (ma vanno bene i pronomi che ti mettono più a tuo agio). Il consenso
> prima di tutto. Fan #1 dell’aborto. Amo i libri, il cibo thai, un bicchiere di
> vinho verde in balcone, chiacchierare per ore… i libri li ho già detti? (Emoji
> della lingua di fuori) Il mio habitat naturale sono le librerie indipendenti e
> le botteghe artigianali di quartiere, quando non sono impegnato a smantellare
> l’imperialismo eteropatriarcale. Ma non chiedo di meglio che chillare
> accoccolati sul divano per una maratona di Agnès Varda con seguito di
> discussione e… timida slinguazzata? (Faccina occhiolino) Cucino *sempre*
> (grazie Mamma!) quindi preparati ai miei brunch! Le donne trans, ovviamente,
> sono donne. Ogni razza etnia e tipo di corpo + il benvenuto ‒ ma NON ogni età.
> Il piacere è reciproco o non è piacere.
La ricerca di una donna con cui fare sesso di quest’uomo diventa sempre più
disperata e barocca, seguiamo la sua giovinezza come un incidente mortale in
autostrada, mentre Tulathimutte fa passare a questa caricatura d’uomo le
peggiori pene dell’inferno, finché non si arriva al momento “Travis Bickle”:
“Sulla scia di questo episodio [la prima scopata] cominciano le ideazioni
suicidarie, acuite dalla consapevolezza che i rifiuti, la solitudine e la
frustrazione sessuale non sono niente rispetto a secoli di oppressione
sistemica. La tristezza, ne è ben conscio, è sintomo di arroganza e privilegio;
non si merita neanche di soffrire”.
> L’autore, considerato una stella nascente della letteratura americana, cerca
> di delineare in questa raccolta di racconti come sono le scogliere del nostro
> mondo dopo aver subito la marea della tecnocrazia digitale degli ultimi
> vent’anni.
Da qui in poi, la strada per l’inferno non è solo lastricata di buone
intenzioni, ma anche di forum, post e shitstorm, passa dal trenbolone e dalla
palestra per tentare di non far vedere che ha le spalle strette, a staccarsi le
unghie fino a, errore peggiore di tutti, entrare nei subreddit e forum incel
(involuntary celibate). E qui l’autore decide di chiudere il racconto con quello
che è a tutti gli effetti “le memorie dal sottosuolo” di un maschio che si sta
convertendo all’inceldom; in questo caso è la risposta a un malcapitato capitato
in uno di questi luoghi refrattari. La critica di Tulathimutte al marxismo
culturale americano dalla prospettiva del suo nemico numero uno, ossia il
maschio in preda al suo “nucleo reazionario […] eccitato, sopraffatto,
indignato” per usare le parole dell’ultimo libro di Francesco Pacifico, La voce
del padrone (2025), è ficcante e precisa:
> Lungi da me aspettarmi che il mio femminismo profondo e privo di secondi fini
> mi valga un qualche trattamento speciale, e certo, nessuna donna in
> particolare ha il dovere di essere attratta da noi… ma il fatto che non lo sia
> neanche una, su miliardi, è sintomatico di un fallimento categorico, di una
> violazione di massa del contratto sociale perpetrata da schiere di perfide
> fighe di legno, coi loro tradimenti, coi loro silenzi, con le loro risatine,
> posta.
Il mondo in cui si muovono tutti i personaggi è lo stesso; infatti il secondo
racconto è dalla prospettiva di una donna che appare anche nel primo, Alison,
che è alle prese con una situazione, se è possibile, ancora più lancinante e
simile a una festa della crudeltà nietzschiana. Qui il palco è un gruppo
whatsapp di donne sui trent’anni estremamente woke, dove Alison vive a pezzi le
sue paturnie sentimentali. Da quelli che sembrano a tratti screen da quelle
pagine che andavano di moda nel 2015 tipo “Ed è subito ex”, Tulathimutte è bravo
a creare, come Kristoffer Borgli in Sick of Myself (2022), un quadretto innocuo
che si trasformerà in un incubo dalle tinte gotiche con un corvo che assalta un
bambino.
> I personaggi di Tulathimutte sono proprio dei mostri, “che non sanno uscire di
> casa” come nota Jia Tolentino nella sua recensione sul New Yorker, che
> navigano in un mondo che non capiscono e che subiscono.
L’autore raggiunge i suoi picchi quando decide di descrivere i birignao
depressivi della sua protagonista in preda alla sua sorte sciagurata:
> Una noiosa, piatta angoscia senza amore e senza fine: neanche paura della
> morte, solo di invecchiare e ridurre le sue già esigue speranze. Anche se ha
> la vaga intenzione di rimettersi in salute prima o poi, come quando era stata
> pescetariana qualche anno fa, a pranzo mangia sempre lo stesso panino floscio
> dal kebabbaro sotto l’ufficio invece di andare all’insalateria due isolati più
> in là, e a cena riempie una piadina ancora fredda di fesa di tacchino e
> mozzarella e uno spruzzo di maionese, la arrotola in un mesto dildo che
> peraltro è esattamente del colore della sua pelle, e se lo caccia in bocca
> quasi senza masticare. […] Quindi molla anche i podcast, e non le resta altro
> da fare che riguardarsi in streaming tutte le nove stagioni della versione
> americana di The Office, e di nuovo tutte e nove, e di nuovo, e di nuovo, ogni
> volta con quella cazzo di canzoncina che le fa crepitare gli speaker del
> laptop sino a quando sente che la retroilluminazione dello schermo le ha
> candeggiato il cervello.
Finalmente qualcuno si è reso conto che The Office era un dispositivo di
controllo di massa.
Con ogni racconto, Tulathimutte vuole alzare la posta, così dopo aver parlato
più che di due persone fallimentari di due fallimenti antropomorfi, si passa al
racconto “Ahegao” che parla di Kant, un ragazzo terminally online americano di
origine thailandese, e dell’ingloriosa vicenda associata al cercare di esplorare
la propria sessualità in un mondo che assomiglia sempre di più a un panopticon
psicosessuale. Andando avanti nel libro, l’autore sembra, cercare la storia più
metaforica, la parabola più completa della distruzione che Internet ha portato
alle relazioni sociali, o, per essere meno apocalittici, la mutazione
antropologica. La vicenda è deprimente dall’inizio e lo rimane per tutta la
durata, dal coming out via email fino alla ricerca di un partner che possa
capirlo nelle sue più recondite fantasie, fino a arrivare a quello che è uno dei
passaggi più assurdi, incredibili e convinti dell’opera: Kant, ormai disilluso,
decide di ordinare un video porno “su misura” da un creator digitale e così gli
scrive quello che a tutti gli effetti è una sceneggiatura che ha passaggi tipo
questo, un po’ Monty Python un po’ Marquis De Sade:
> Lo spettacolo del mio cazzo fa brillare una mina antiuomo dentro di te. Non è
> che ti piaccia essere umiliato in pubblico, e neanche la prospettiva di farti
> squartare il culo, sei solo così pateticamente soggiogato, smarrito in un
> nadir di degradazione e desiderio, che di colpo sei disposto a sacrificare
> ogni cosa: l’unica speranza rimasta nella tua vita è prendermi il cazzo in
> gola e ingoiare litri e litri del mio sperma immondo. La tua espressione
> dovrebbe trasmettere questo.
Dopo questa montagna russa, ci si para davanti l’unico personaggio che nasce
come vero e proprio comic relief, ossia un fuffa guru anarco-capitalista che
cerca di avere una relazione con la nostra Alison di prima, testimoniando tutto
sui social. Il risultato è il racconto più divertente della raccolta, e anche il
più breve, in cui veniamo anche ricompensati per aver subito la compagnia di
questo personaggio terribile con le ultime pagine, in cui il protagonista deve
fare i conti con i membri del subreddit dove ha pubblicato la sua storia che gli
si rivoltano contro:
> Ah ah ah ah ah, congratulazioni a tutti i fulmini di guerra che hanno postato
> il mio LinkedIn ‒ sì, mi chiamo Maximus Aurelius Horney, che mi sembra uno
> splendido omaggio a uno dei pensatori più da sballo dell’intera storia
> dell’umanità. […] Solo perché non mi vergogno di essere un ragazzo bianco NON
> VUOL DIRE che vedo le donne come “vacche da allevamento” né credo
> nell’“espulsione semitica” o nel “millenario impero anglo-scandinavo”. […]
> Tutto questo patatrac mi ha aiutato a mettere a fuoco che in questo Paese non
> c’è posto per una visione avveniristica come la mia. Quindi sparisco, come
> Tron, ditelo alla mamma, ditelo all’avvocato. [qui easter egg di Latronico in
> traduzione, ce ne sono degli altri] […] E quindi al momento i miei investibro
> stanno facendo rotta verso di me a bordo dei loro pod che si collegheranno
> formando una “Freedom Fleet” che fungerà da base operativa; mi sto accordando
> con dei contatti in un Paese in via di sviluppo perché ci fornisca pupe
> ambiziose e fighe che siano incentivate a mettere in atto il mio piano
> familiare con massima priorità […]. Scrivo da una torrida e minuscola sala
> d’attesa nell’ambasciata statunitense a Bangkok. Grazie alle competenze di
> geolocalizzazione di un intero pianeta di hater, gufi, sfigati e musoni la
> Reale marina militare statunitense ha scoperto e confiscato i nostri natanti,
> e siamo stati sequestrati contro la nostra volontà.
L’ultimo racconto vero, “Main Character”, è il più lungo e il più ambizioso per
l’utilizzo delle cornici che internet “naturalmente” dà; tutto avviene sulla
pagina di un forum in cui viene spiegato un “botgate”.
La protagonista di questa avventura, che ha i suoi colpi di scena principali
proprio nell’etere, è, sempre per mantenere la continuità dei personaggi nella
raccolta, la sorella di Kant, Bee. Il Post, che è la parte più corposa del
racconto, scritto proprio da Bee, delinea tutta la sua vita e le motivazioni che
l’hanno portata a dirottare il discorso pubblico americano su Twitter attraverso
dei bot, bot che sono già apparsi nel libro interagendo coi personaggi.
> Andando avanti nel libro, l’autore sembra, cercare la storia più metaforica,
> la parabola più completa della distruzione che Internet ha portato alle
> relazioni sociali, o, per essere meno apocalittici, la mutazione
> antropologica.
È il primo vero tentativo di Tulathimutte di creare un personaggio che possa
durare un romanzo, infatti le pagine migliori della raccolta sono quelle che
raccontano l’esperienza di essere di origine asiatica negli Stati Uniti:
> A volte penso che i ragazzi asiatici abbiano a disposizione tre strategie di
> sopravvivenza fra cui scegliere, come gli starter dei Pokemon: la prima, la
> più semplice, è assimilarsi e basta, accettando una cittadinanza di seconda
> classe in cambio dello scarno mantello di una bianchezza condizionata,
> vincolandosi a vivere come suore al cubo; questa è l’impostazione di default
> per i piccoloborghesi in ascesa che parlano come i bianchi e i cui genitori
> potevano essere immigrati già ricchi o arrivati a stare bene dopo decenni di
> duro lavoro, destinati ad andare avanti leccando il culo ai bianchi e
> riducendosi l’anima a un mozzicone a forza di lavori di merda, 20-40 anni a 12
> ore al giorno prima di rendersi conto che Cazzo che schifo, mai protagonisti,
> sempre comprimari, sempre a mangiar merda. In alternativa all’assimilazione
> c’era l’appropriazione: rintanarsi come un paguro in una cultura minoritaria
> ma popolare, a volte black, oppure gay o conservatrice, con esiti più o meno
> analoghi all’assimilazione ma se non altro col bonus di solidarietà senza
> alcuna base reale. E l’opzione tre è fare il cosplay del proprio background,
> consumandone ogni prodotto d’esportazione ‒ ramen e roti, boba e bhangra,
> mochi e manga ‒ un auto-orientalismo che nonostante la sincerità, non fa che
> affermare l’idea che esistano tratti razzialmente determinati, e che ogni
> tanto marcisce in una nostalgia falsa e reazionaria.
L’agilità con cui si muove l’autore all’interno delle nevrosi della cosiddetta
sinistra americana è impressionante; riesce a trovare tutti i tessuti molli dove
l’ideologia che ha pervaso le università americane (una parte degli studenti
progressisti, sicuramente i più rumorosi) e poi noi mostra i suoi limiti, che
Tulathimutte decide di far esplodere creando un personaggio contrarian
anarchico, disinteressato alle etichette e all’ubriacatura linguistica che ha
pervaso gli anni Dieci:
> «Io ho detto che non mi stavano ascoltando, tutte le categorie erano
> ipersemplificanti, anche “no-label” è un label, era quello che stavo cercando
> di dire, e sì lo so che le categorie sono importanti, lo so che le etichette e
> le bandiere e gli slogan sono utili come strumenti pedagogici e come
> catalizzatori motivazionali, che fa sentire meno solx conoscere altre persone
> che hanno subito più o meno quello che hai subito tu, e che senza la volontà
> politica collettiva di una classe definita da una lotta comune non avremmo
> diritti né forza negoziale eccetera, e che come se non bastasse
> l’individualismo è un mito che spaccia per libertà una fantasia di autonomia
> fatta di atomizzazione sociale e perdita di diritti – anche se minchia ci sta
> aiutando alla grande, tutta la solidarietà che stiamo sviluppando, quando poi
> alla fine ci si trova sempre paralizzati dalle lotte intestine, ottima mossa
> lottare contro il patriarcato bianco quando in ogni interazione delle culture
> wars il panico morale contro il politicamente corretto si è dimostrato lo
> strumento propagandistico più efficace contro la sinistra, l’eterno
> babauantijazz-hippie-figlideifiori-rucola-Prius-lattedisoia, efficace proprio
> perché va ad allargare tutte le crepe che è stato proprio l’identitarismo a
> creare.
La vicenda dal reale poi passa al virtuale e lì il mondo collassa, ci si
destreggia tra le piattaforme, per poi arrivare a un finale à la Borges o
Pendolo di Foucault; la fine del racconto è un’indagine in cui lo stesso autore
viene coinvolto e questo tono da metaletteratura/rottura della quarta parete
rimane per tutta la fine, anche con un capitolo che si chiama ‒ ed è
letteralmente ‒ “Sedici metafore”, una prova non eccezionale di letteratura
computazionale, e poi il racconto più deludente ossia “Re: rifiuto” in cui una
finta casa editrice rifiuta il libro che si tiene per le mani e l’autore mette
le proverbiali mani avanti rispetto a ogni critica che si potesse fare sia al
libro ma anche allo stesso racconto, per formare quello che è il rifiuto di un
rifiuto in “Rifiuto”, un finale un po’ cervellotico e non necessario per un
libro che fino a quel momento aveva mostrato, sopra tutto, un grande coraggio.
Un coraggio che è stato proprio quello di infilarsi nella cultura di Internet e
nei suoi protagonisti più atroci e umiliati per creare una raccolta che
assomiglia molto a un racconto morale; il risultato è caotico e apocalittico
come la materia che cerca di tradurre e ci vuole una forza d’animo importante
per reggere il trauma di guardare negli occhi il dio dei nostri tempi, o se
volete una distorta mente alveare. Ci sono tantissime intuizioni geniali,
principalmente quelle che nel testo si trovano sotto forma di un trattato di
sociologia, che rivelano una comprensione approfondita e lontana da stereotipi
per la materia umana, come la capacità di mostrare lo split cognitivo degli
uomini causato dalla rivoluzione femminista, l’oscurità e il Newspeak dei gruppi
whatsapp, l’impatto sulla psiche della massima di Andy Warhol rovesciata, per
usare i termini che usa Alessandro Lolli nel suo ultimo saggio, “Non più famoso
per 15 minuti globalmente, ma famoso per 15 persone per sempre” e come usare la
propria voce su Internet sia un gioco fallace, di specchi, di riconoscimenti e
di problemi inflazionati che inquinano e divertono.
> L’agilità con cui si muove l’autore all’interno delle nevrosi della cosiddetta
> sinistra americana è impressionante; riesce a trovare tutti i tessuti molli
> dove l’ideologia che ha pervaso le università americane (una parte degli
> studenti progressisti, sicuramente i più rumorosi) e poi noi mostra i suoi
> limiti.
Questo libro funziona benissimo come sintesi dell’esperienza della sua
generazione con Internet, di come questa rivoluzione tecnologica abbia impattato
un gruppo di persone già esausto, in cui non c’è speranza per niente e ‒ per
comparare un altro libro salutato come bibbia millennial ‒, mentre Vincenzo
Latronico, che qui oltre che traduttore è anche autore della postfazione, in Le
perfezioni (2022), ovvero il romanzo più venduto da Fitzcarraldo, cerca di fare
una satira dei millennials, che poi però diventa celebrazione rovesciata,
Tulathimutte cerca di raccontare l’esperienza della sua generazione trasformando
la realtà in un vicolo cieco, facendo esplodere le caricature, ma appiattendo le
complessità. Nel mondo dei millennials occidentali convivono l’ossessione per
l’acquisto di oggetti di pregio, secondo alcuni per la morte di desideri più
ambiziosi, come le padelle Le Creuset e un profondo, latente e pervertito
“nichilismo fine a sé stesso”, per usare le parole di un altro profeta nato
negli anni Ottanta, ossia Cosmo.
Per questo, quando Latronico cita nella sua postfazione Jonathan Franzen e David
Foster Wallace per parlare di realismo, quasi a suggerire che lui e Tulathimutte
siano gli eredi dell’uno e dell’altro, giustapponendo ha evidenziato, secondo
me, una differenza profonda tra il “realismo per assurdo” wallaciano e quello
tulathimuttiano: Wallace crea dei personaggi folli, pervertiti, assurdi, atroci
(ci ha scritto un intero libro), ma eleganti nella loro assurdità e quando ne
scriveva sembrava ci tenesse, anche se schifosi gli voleva bene; per
Tulathimutte i suoi personaggi sono carne da cannone, poi sono anche contento
che non ci sia quel sottotesto “volemose bene” all’americana su cui Wallace
indugia, ma a volte mi sembrava di leggere delle maledizioni contro delle
bambole voodoo.
> Nel mondo dei millennials occidentali convivono l’ossessione per l’acquisto di
> oggetti di pregio, secondo alcuni per la morte di desideri più ambiziosi, e un
> profondo, latente e pervertito “nichilismo fine a sé stesso”.
Perché l’essere naïf sul finale di Wallace lo salvava proprio da questo aspetto
nichilista di morte e disperazione che, immagino, seduca tutti gli scrittori. In
questo caso l’autore si è fatto conquistare: nel primo racconto questo è il
finale: “Nonostante la sua determinazione ricambia il sorriso e accoglie con un
cenno del capo questa vendicazione finale; poi si calca in testa il
passamontagna, sfila lo zaino dalle spalle strette, la segue all’interno”;
questo quello del secondo, quasi Cioran: “Dopo molti anni vedrà in tutta questa
saga non una tragedia ma l’inizio di un raccapricciante percorso di scoperta di
sé, al termine del quale accetterà che, volontariamente o meno, solo la scelta
di essere niente e di non provare niente le avrà permesso di vivere”; e infine
un passaggio dall’ultimo, qui invece ancora “Travis Bickle”:
> Dopo la morte di mia madre mi sono trasferitx a NYC, e non mi viene in mente
> neanche una ragione per cui dovrei uscire di casa in quest’isoletta fetida e
> afosa, coi tornelli unti di sudore genitale e sborra di topo; piena di
> tagliagole, di voragini che si spalancano all’improvviso per le strade, di
> metallo urlante, di insulti chimici, di notizie locali, di meteo, di sport. Mi
> sembrerebbe così statico, una specie di atavismo, costringere il mio involucro
> protoplasmatico ad aspettare in coda per un bagel, o a bere ghiaccio sciolto
> da un bicchiere sbeccato al bar. La rete è chiaramente meglio, senza
> lungaggini, retta dalla democrazia dell’umiliazione, tutti acquattati a
> sbirciare da una serratura o gloryhole che sia.
Il già citato regista Kristoffer Borgli, classe anche lui 1985, arriva alle
stesse conclusioni, i suoi film, in particolare proprio Sick of Myself, vogliono
la distruzione dei loro protagonisti, ci può essere salvezza dell’esperienza
umana di vivere alla fine dei tempi (come li conosciamo) solo attraverso il
fuoco purificatore.
Il millenarismo è divertente, ci fa godere (Zizek direbbe sessualmente), crea
personaggi incredibili come Kant e Bee di questo libro, ma credo che per una
generazione, anche la mia, sia la risposta a una sindrome del sopravvissuto, a
un silenzio traumatico che segue le domande “Per quanto ancora dobbiamo vivere
così?”, “Perché sopravviviamo sempre noi?” e “Qual è la prossima catastrofe?”.
Però rende le narrazioni pesanti e soprattutto in un contesto come Internet si è
sopraffatti sempre, anche se mediati dalla letteratura. Per questo, quando
leggevo dei college americani, di Twitter e di faide assurde tornavo sempre con
la mente a questo pezzo uscito su Gawker, “I Should Be Able to Mute America” in
cui l’autore, Patrick Marlborough scrive questo: “we need a way to mute America.
Why? Because America has no chill. America is exhausting. America is incapable
of letting something be simply funny instead of a dread portent of their
apocalyptic present. America is ruining the internet. America is the internet.
[…] The greatest trick America’s ever pulled on the subjects of its various
vassal states is making us feel like a participant in its grand experiment”.
L'articolo Millenarismo Millennial proviene da Il Tascabile.
L’ ultimo libro di Enrico Terrinoni, Leggere libri non serve (2025) potrebbe
essere definito un libro etico, che intesse fra loro dei racconti “eretici”,
parlando di letteratura come forma di resistenza. Qualche giorno fa, al Firenze
Rivista, festival delle riviste e della piccola editoria indipendente, Vera
Gheno, linguista, saggista e, come Terrinoni, impegnata nella cosiddetta terza
missione (che molti accademici rifuggono, per usare un termine eufemistico), ha
utilizzato il termine “pruriginoso” in un talk a proposito del linguaggio
applicato al corpo delle donne (“Il corpo della donna come terreno di
battaglia”). Gheno ha riflettuto con le altre due interlocutrici sulla necessità
di uscire da schemi di pensiero binomiali, lasciare la logica strutturante alle
necessità espressive per abbracciare la complessità del mondo.
Potenzialmente pruriginosa è anche la parola etica. Stuzzica e prude la nostra
coscienza, sollecitando dei quesiti e delle associazioni lessicali importanti:
etica del lavoro, deontologica, etica di ascendenza aristotelica poi passata
sulla penna latina come morale, mos, moris. Sul sito dell’Accademia della Crusca
si può trovare una pagina dedicata a “disambiguare” i termini “etica” e
“morale”, che sono stretti fra loro da un cappio storico e filosofico, ma la cui
distinzione desta dubbi nei parlanti, chi maneggia e dà voce alla lingua
parlata. Senza scendere nei dettagli sfumati di questa distinzione, si potrebbe
dire, magari dando voce in realtà a una fenomenologia dei concetti pregiudicata
dall’uso, per cui non a priori, che etica suona meglio di morale nella
percezione del nostro orecchio linguistico-concettuale moderno, perché sulla
morale grava la pesante oscillazione del “giudizio di valore”.
Il saggio di Terrinoni parla di letteratura e libertà, di un’etica della
resistenza espressa adottando un metodo interpretativo e critico “quantistico”
(ne ha parlato di recente Alessandro Beretta su La Lettura), che è al centro
della sua precedente opera La letteratura come materia oscura (2024). Leggere
libri non serve è un saggio di questa nuova, provocatoria, specialmente sul
fronte accademico, proposta di lettura del testo letterario, e non a caso al
rapporto fra letteratura e scienza viene dedicato un post scriptum, versione
“amichevole” del classico epilogo. Il sottotitolo del libro, Sette brevi lezioni
di letteratura, stabilisce un dichiarato legame con il testo di Carlo Rovelli,
Sette brevi lezioni di fisica (2014).
> Il saggio di Terrinoni parla di letteratura e libertà, di un’etica della
> resistenza espressa adottando un metodo interpretativo e critico
> “quantistico”, che è al centro della sua precedente opera La letteratura come
> materia oscura.
Al polo cartografico opposto della postilla, nell’introduzione, Terrinoni
scrive: “mi sia consentito di dire che a volte, nella vita, dello sconforto
bisogna accettare l’inesorabilità […] sapersi confortati è spesso un’illusione
bella, ma inutile e disutile allo stesso tempo. Questo perché l’esistenza, nella
sua complessità, non è riducibile a formulette; e soprattutto, ci insegna
persino che ogni tanto agire o non agire può portare alle stesse conseguenze.
Fare e non fare, non è detto che producano risultati alternativi”. Questa
affermazione può sembrare paradossale, ma chiama in realtà in causa un’impasse
propria di questo momento storico, che ci invita urgentemente all’azione, ma
allo stesso tempo ci interroga sull’astensione dalla stessa. L’impasse non è
solo della coscienza individuale ma ha a che vedere piuttosto con una coscienza
collettiva.
Non è un caso se Terrinoni ci esorta più volte ad attendere, ad attraversare con
fiducia le parole che ha disposto sul testo, comunicandoci già, silenziosamente,
due dei puntelli che il suo lavoro intellettuale ci sta offrendo: da una parte,
l’abbandono temporaneo del raziocinio, di cui si parlerà più avanti, perché
“l’indagine, lo scavo, il tentativo di tuffarsi in questo ignoto, se viene fatto
a parole, e soprattutto attraverso strutture linguistiche che fanno tornare i
conti, diviene una menzogna costruita sulla originaria menzogna di volerci
davvero capire”; dall’altra un senso di collettività che è insieme un progetto,
civico, letterario e anche, per l’appunto, etico. Quest’ultima frase è
esattamente una struttura linguistica binomiale che non esaurisce la complessità
del testo di Terrinoni. Ecco quello che questo articolo proverà a fare:
“tuffarsi nell’ignoto” adoperando per necessità “strutture linguistiche che
fanno tornare i conti”.
Tornando brevemente sui passi del progetto collettivo, ci si potrebbe chiedere
perché sia anche etico, da ethos, che riguarda il costume, le abitudini in cui
viviamo. Terrinoni comunica senza spiegare pedissequamente, lasciando dei
silenzi parlanti che mettono in connessione i capitoli sparsi e apparentemente
irrelati ‒ quantici ‒ prendendoci per mano nell’introduzione, di cui si parlava
poco fa. “Non abbiate paura. Seguitemi. Fidiamoci gli uni degli altri” e “Va
bene: urge che mi spieghi” non sono esortativi vuoti, automatismi pluralizzanti
didascalici, ma sono la struttura profonda di un progetto intellettuale che
vuole ridare voce a una collettività corrosa come dalla bava di un Alien che noi
stessi abbiamo creato; potrebbero essere definiti dei “vocativi solidali”.
> Terrinoni comunica senza spiegare pedissequamente, lasciando dei silenzi
> parlanti che mettono in connessione i capitoli sparsi e apparentemente
> irrelati ‒ quantici ‒ prendendoci per mano nell’introduzione.
Sempre durante lo stesso talk in cui ha fatto ricorso al termine “pruriginoso”,
Gheno ha anche parlato della tendenza classificatoria del cervello umano,
facendo l’esempio degli schemi ad albero di Linneo, per dare voce a una
riflessione che è molto vicina a quella cui Terrinoni, a sua volta, dà voce: la
sistematizzazione e la tassonomia ci consentono di dare una forma ai pensieri,
ai concetti (così come la narrazione narra), ma se tale tendenza classificatoria
si inserisce nei concetti irregimentandoli, se li corrode della sua acida
sterilità e diventa forma mentis, tutto è perduto. L’inerzia delle strutture
linguistiche applicate alle possibilità del nostro essere nel mondo ci rende
rigidi (parla di un dilemma simile anche Giovanni Bottiroli nel testo La ragione
flessibile, 2013).
L’incontro fra le parole di Gheno e di Terrinoni è accaduto “quantisticamente”
nella mente di chi scrive questo articolo, che vorrebbe proseguire all’insegna
dello stesso “spirito” quantico-associativo per riflettere, a partire da Leggere
libri non serve, su cosa si intenda con incontro fra particelle che rimarranno
collegate fra loro per sempre, nella speranza di “profondere nei sentimenti”
della letteratura, secondo l’insegnamento di Bruno tanto caro a Terrinoni.
Tutto parte, forse, dall’assunto che una parola può stabilire una connessione
con un’altra detta in un luogo e in un contesto differente, lasciando una
“traccia”, accade così nella fisica e pure in letteratura, pur con le dovute
differenze: “Scienza e arte […] nascono da una istanza simile […]. Ma poi, da
una parte, nella scienza, interviene la logica, dall’altra nell’arte, interviene
un tipo di speculazione ancorata nell’inconscio […] una discordia concors”.
Proprio su questo tipo di scambio si basa il testo di Terrinoni, che nel post
scriptum dedicato al rapporto fra scienza e letteratura lancia un invito alla
collettività, in questo caso specialmente quella accademica, a non chiudersi in
specialismi stantii: “nessuno dovrebbe essere acclamato perché sa ben
rinchiudersi in degli steccati, ossia nei giardinetti della propria disciplina”.
> Nel post scriptum dedicato al rapporto fra scienza e letteratura Terrinoni
> lancia un invito alla collettività, in questo caso specialmente quella
> accademica, a non chiudersi in specialismi stantii.
Tornando un’ultima volta sui rami di Linneo e al dilemma fra “fare e non fare”
con cui si apre il saggio, ecco che Terrinoni, passando per il dilemma amletico,
affrontato in modo divagante-quantico attraverso una storia di epoca più o meno
confuciana, trae la seguente “morale della favola” sul dubbio operativo e di
senso fra “servire o non servire”, dilemma alla base del suo libro: “oscure […]
sono le dinamiche in grado di dirci se il nostro comportamento serva o meno. Chi
mai può asserire se tutti noi, nel modo in cui agiamo, in quello che facciamo,
serviamo davvero”. Continua poi scrivendo: “Se decliniamo il dilemma enucleato
(servire o non servire) non più nella sfera dell’azione […] ma in quella
dell’inazione come nel campo della scrittura – che è certo più pensiero che
azione – l’intrico si infittisce alquanto” e si chiede se sia “possibile
ipotizzare una preminenza nelle nostre vite di ciò che è invisibile, immaterico,
intangibile”? A cosa serve scrivere e leggere insomma, se il reale ci chiama ad
agire.
Quattro versi di T.S. Eliot, dalla poesia The Hollow Men (“Gli uomini vuoti”,
1925), potrebbero esprimere questo quesito in modo differenziale: “Between the
idea / and the reality / between the motion / and the act / falls the Shadow”,
dove l’ombra che cala fra idea e realtà, ma soprattutto fra “motion” e “act”, è
il nocciolo residuale alla base dello scarto fra “servire e non servire” di
“Leggere libri non serve” e del corrosivo corsivo con cui “non” è
provocatoriamente e silenziosamente riportato. “Se leggere libri non serve a
diventare potenti […] a cosa serve davvero?”, prosegue Terrinoni. A non essere
asserviti al diktat dell’azione, che è il termine con cui cominciano molti
partiti oscuri e fascisti, a pronunciare quel non serviam – “non servirò” – su
cui Beretta si sofferma nella sua recensione. È lo stesso diktat che dice “agli
studenti […] che devono perseguire un tipo di istruzione sempre più mirato a
trovare un impiego lavorativo, e anche il prima possibile”, sporcando di sangue
la coscienza etica della collettività dietro diciture edificanti come
“alternanza scuola-lavoro”.
A questo punto, ci si vuole porre una domanda quantisticamente, divagatoriamente
ispirata alla lezione interpretativa terrinoniana: cos’hanno a che vedere il
libro di Terrinoni e The Man in the High Castle di Philip Dick? Il romanzo di
Philip Dick The Man in the High Castle (1962) è tradotto in Italia con due
titoli diversi: La svastica sul sole (Fanucci) e L’uomo nell’alto castello
(Mondadori). In quest’ultima edizione l’introduzione è a cura di Emmanuel
Carrère, autore della biografia di Dick Io sono vivo, voi siete morti (1993).
Carrère parla dei principali riferimenti presenti nella mente di Dick prima
della stesura di The Man in the High Castle: l’I Ching. Il libro dei mutamenti
(edito in Italia da Adelphi) e il nazismo, destinati a incontrarsi lasciando una
“traccia” indelebile. Facendo un salto mortale nelle “connessioni inattese” e
nei “nessi radicali, eretici […] tra autori e autori, tra libri e libri, tra
libri e autori” con cui, scrive Terrinoni, “possiamo scoprire […] nuove forme di
resistenza”, si potrebbe paragonare il rapporto fra i testi di Dick e di
Terrinoni a quello apparentemente inesistente fra l’I Ching e il nazismo nella
mente di Dick.
L’uomo nell’alto castello è un’ucronia, ovvero un racconto ambientato in un
tempo mai esistito (da qui la differenza con Utopia, “in nessun luogo”, come
quella di Thomas More). Quasi tutti i personaggi di questa ucronia sono mossi e
smossi, in “motion” e “act”, in “servire e non servire”, da un libro dal titolo
biblico che circola illegalmente nei domini del Reich e nel territorio in mano
ai giapponesi, La cavalletta si trascinerà a stento, a sua volta un’ucronia che
descrive un mondo alternativo, una fantastoria dove la Seconda guerra mondiale è
stata vinta dalle potenze alleate e non da quelle dell’Asse, come è accaduto
invece nel romanzo di Dick. Uno dei protagonisti del romanzo di Dick, l’alto
funzionario giapponese Nobusuke Tagomi, parla del “dilemma dell’uomo
civilizzato: corpo mobilitato, ma pericolo oscuro”, che sembra richiamare, in un
gioco di echi differenziali, la shadow che cade fra “motion” e “act” e il
terrinoniano “immateriale inservibile” che sta fra “servire e non servire”,
“inutile/disutile” e “utile”. L’uomo cieco d’azione distrugge e devasta, con la
sua “scienza esatta persuasa allo sterminio”, cui fa riferimento Terrinoni con
delle piccole ed eloquenti note ‘pruriginose’ per la nostra coscienza collettiva
riguardanti l’attualità politica. I personaggi di Dick errano “nei luoghi per
trovare e intuire qualcosa”, quell’errare che Terrinoni trova alla radice
dell’atto del tradurre e che ha che vedere con lo “sprigionare l’impossibile”.
Nell’introduzione all’edizione Mondadori del romanzo di Dick, Carrère scrive che
nel 1982, anno della morte di Dick (coincidenza numerica che non passerebbe
inosservata a Terrinoni), sta lavorando su un saggio il cui titolo italiano è,
per l’appunto, Ucronia. Bisogna a questo punto premettere che Dick, come ci
riferisce Carrère, si è servito dell’I Ching per scrivere il suo romanzo, mentre
Carrère stesso se n’è servito per scrivere la biografia di Dick e consiglia a
chi legge The Man in the High Castle di cominciare a usarlo prima di iniziare la
lettura. Nel capitolo dedicato a Svevo, Terrinoni ci racconta che il fratello
minore di sua moglie aveva tradotto l’I Ching e la traduzione Adelphi è proprio
quella di Bruno Veneziani (e di A.G. Ferrara). Poco più avanti, ci parla di cosa
significhi per Svevo il termine coscienza: “un magma sconosciuto e forse
inconoscibile” il cui “scavo […] se viene fatto a parole, e soprattutto
attraverso strutture linguistiche che fanno tornare i conti, diviene una
menzogna costruita sulla originaria menzogna di volerci davvero capire”. Forse
il voler far “tornare i conti” di cui parla Terrinoni ha a che vedere con la
scollatura fra razionalismo e percettivismo, che ha proprio a che vedere con lo
spirito dell’I Ching. Da qui forse anche il parziale fallimento di alcune
terapie cognitive di parola, che falsano e coprono “il magma sconosciuto”.
Carrère, parallelamente, parla dell’ombra d’attesa che precede la scrittura di
Dick: “intuisce che alcune di quelle immagini [dell’I Ching], alcuni di quei
pensieri troveranno il loro posto nel libro, però occorre pazienza. Bisogna
lasciare che vadano alla deriva, dice il Tao, in balia della corrente”.
> I personaggi di Dick errano “nei luoghi per trovare e intuire qualcosa”,
> quell’errare che Terrinoni trova alla radice dell’atto del tradurre e che ha
> che vedere con lo “sprigionare l’impossibile”.
Anche il signor Tagomi ricorre all’I Ching, e così pure Juliana Frink,
protagonista femminile del romanzo, che intuisce che Hawthorne Abendsen se n’è
servito per scrivere La cavalletta si trascinerà a stento. “Bisogna lasciare che
vadano alla deriva, dice il Tao, in balia della corrente”. L’entanglement
richiede una spiegazione collettiva delle particelle, dice Terrinoni, e così
pure la letteratura che può essere decontestualizzata e ricontestualizzata a
fini liberatori, conoscitivi e quasi mistici per divenire esercizio di libertà
collettiva. Procediamo quindi con “l’errare”, “errando” fra i testi e i
contesti.
Sempre nella sua introduzione, Terrinoni scrive che “è nei libri che risiede
davvero la vita, non al di fuori”, passando in rassegna sette “vite
letteraturizzate”, per ricordare che la letteratura è vitalizzata dalla vita e
che la vita può essere rivitalizzata dalla letteratura, in un entanglement
infinito. Seguendo questa “onda” interpretativa, si può affermare che la lezione
terrinoniana consista nel ricordarci che la letteratura è una forma di
resistenza politica che si apre proprio nel margine buio da cui, come dal Tao,
esce la luce, al limitare fra servire e non servire.
Nel romanzo di Dick ci sono personaggi che non cambiano rotta grazie alla
lettura, come quegli stessi potenti di cui parla l’introduzione di Leggere libri
non serve, come l’ambasciatore americano del Reich, Hugo Reiss, che riflette sul
sorprendente “potere evocativo della finzione narrativa, perfino di quella
popolare e a buon mercato”, non stupendosi del fatto che “questo romanzo sia
proibito in tutto il Reich”. Ma la rigidità di pensiero, la sua inflessibilità,
è ormai talmente radicata nelle sue strutture mentali e linguistiche che la
tendenza classificatoria con cui questo articolo è cominciato non è un mezzo ma
una forma mentis del tutto impenetrabile al dubbio: “Reiss chiuse il libro e
restò seduto per un po’. Suo malgrado era sconvolto. Si sarebbe dovuta
esercitare più pressione sui giap, si disse, affinché quel maledetto libro fosse
eliminato”. Reiss esclude una “letteraturizzazione” della sua vita e delle sue
strutture di pensiero-parola e bandisce il libro dalla sua mente, dalla sua
coscienza: per questo i libri fanno paura, per questo “gli assassini temono i
poeti” come scrive Terrinoni, riportando le parole dello scrittore Chris Hedges
in memoria del poeta palestinese Refaat Alareer.
> La lezione terrinoniana consiste nel ricordarci che la letteratura è una forma
> di resistenza politica che si apre proprio nel margine buio da cui, come dal
> Tao, esce la luce, al limitare fra servire e non servire.
Per questo stesso motivo “la vita è nei libri e non fuori”, perché è un’ucronia
fuori dal reale possibile, il ruolo residuale della coscienza, e permette di
“surclassare il potere con l’uso dell’immaginazione” (che evoca il titolo di un
libro di Azar Nafisi, non casualmente intitolato La Repubblica
dell’immaginazione, 2014). La filosofia letteraria quantistica che Terrinoni ci
invita ad abbracciare è una forma di comparatistica mentale e letteraria che
sfida gli steccati imposti dagli specialismi accademici a fini liberatori, di
resistenza, facendosi una forma di attivismo e sciogliendo l’equivoco, molto
attuale, per cui scrivere e ragionare, riflettere, farsi colpire nei “sentimenti
e non nell’intelletto”, per usare le parole del cattivo Reiss la cui “scienza
esatta è persuasa allo sterminio”, è inteso come un togliere tempo all’azione.
Per ricordarsi sempre che fra l’azione e il movimento “falls a Shadow”; quella
stessa pausa che precede l’azione nel motto gramsciano “istruitevi, agitatevi,
organizzatevi”.
Il romanzo di Dick si interroga su un’alternativa virtuale errando sulle strade
della Storia, come fanno anche l’I Ching e in generale l’abbandono del
raziocinio di cui parla Terrinoni. Ci si potrebbe chiedere come mai Terrinoni
abbia scelto proprio i nove autori di cui ha parlato, al di là delle sottili,
quantiche e più o meno misteriose vie che li legano. La risposta si potrebbe
cercare nell’introduzione all’edizione Fanucci del romanzo di Dick, stavolta a
cura di Carlo Pagetti quando scrive:
> Dick ormai convinto di dover trasferire nella fantascienza la sua carica di
> scrittore sovversivo […] negli anni della conquista della luna non dà grande
> peso all’epopea del viaggio interplanetario, ma questo costituisce la prova
> lampante che il discorso narrativo segue intuizioni e invenzioni autonome
> rispetto alla linearità della cronaca e dei suoi resoconti più puntuali […].
> Solo i libri offrono la possibilità di guardare alla realtà con occhi nuovi
> per lacerare il velo dell’inganno che la propaganda politica e l’incapacità di
> ogni individuo di cercare dentro di sé risposte convincenti ai dilemmi
> dell’esistenza generano come un vapore esistenziale.
Questo è quello che mette in pratica la (non-)teoria critica di Terrinoni:
leggere con la lente dell’errare, spaziando fra autori che apparentemente non
hanno niente a che vedere fra di loro ma che sono quantisticamente (“gli
entanglement letterari proposti”), correlati non soltanto, certamente, nella
mente dello scrittore, ma anche più sottilmente dagli eventi, “dal leggere con
la lente dell’errare”, dalla storia variante, dal Tao, “dalla luce che esce
dall’oscurità”, dal loro essere eretici, dissenters verso qualcosa o qualcuno,
rimanendo a loro modo e in modi diversi ‘resistenti’. Il sottotitolo “Sette
brevi lezioni di letteratura” che sono anche sette vite “letteraturizzate” unite
da legami detti e non detti e dalla loro resistenza a non “far tornare i conti”,
è un invito a riconoscersi nell’ucronica coordinata letteraria coniata da
Terrinoni: “noi leggiamo libri per non servire, e non servire significa capire
altro per capire gli altri. Certo, anche per capire noi stessi, ma pure per non
capirci, se questo vuol dire cogliere quello che di noi non sappiamo ancora,
perché forse è situato al di fuori. La coordinata geografica della lettura
dovrebbe essere chiamata ‘altritudine’”.
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P rigione e vie di fuga
La critica letteraria si domanda in che misura e in che modo, dopo Troppi
paradisi (2006), Siti abbia continuato a raccontare sé stesso nella forma
dell’autofiction. Il cognome non appare più, riappare però un Walter nel quale
riconosciamo l’autore: a volte in prima persona, a volte in terza nei panni del
“professore” o di un personaggio secondario. Realtà e finzione continuano a
confondersi in quella che è stata chiamata “un’altra forma di scrittura
dell’io”. Più importanti delle varianti, delle classificazioni e delle
nomenclature sono però il persistere della forma e l’abbandono del proposito di
non raccontare più nulla di sé. In questo senso i finali di Scuola di nudo
(1994) e Troppi paradisi, così simili, sembrano indicare in Siti la percezione
di una mancanza e un conseguente bisogno di rettificare. Come se in Scuola di
nudo avesse cantato vittoria troppo presto (“ho cantato come la gallina che ha
fatto l’uovo”, appunto).
Il finale di Troppi paradisi appare certo più autentico e completo: Walter
accetta il capitalismo trionfante e il proprio ruolo da piccolo-borghese
all’interno della società tecno-mediatica. Si è liberato, è diventato anche
soggetto modernamente sovrano. È un accademico in carriera, disinibito
consumatore di sesso mercificato; del Principe non è più succube ma antagonista,
letterario nel caso di Pasolini ed erotico nel caso del milionario amante di
Marcello. Il bisogno di salvezza e di autofiction resta però anche dopo questo
finale, ed è di nuovo per disertare da un’esistenza socialmente approvata e
priva di sussulti che Siti si mette in scena nelle borgate di Roma. Se dopo
Scuola di nudo era stato l’Angelo caduto a salvarlo da un’ipocrisia di coppia
piccolo-borghese e dall’abbraccio disumanizzante del capitale, stavolta – à la
Pasolini – lo salvano la microcriminalità dei reietti, l’abuso di cocaina, la
vitalità violenta e scomposta dei sottoproletari che sognano carriere in
televisione. La letteratura di Siti appare in questo senso come il prodotto di
una personalità bipolare: da un lato il suo protagonista si sente socialmente
inferiore e aspira a una normale vita borghese, dall’altro disprezza la
borghesia e ama gli inferiori, suoi compagni di pena.
> La letteratura di Siti appare come il prodotto di una personalità bipolare: da
> un lato il suo protagonista si sente socialmente inferiore e aspira a una
> normale vita borghese, dall’altro disprezza la borghesia e ama gli inferiori,
> suoi compagni di pena.
Il contagio (2008) è formalmente dramma satiresco: segue e completa Troppi
paradisi con una commistione di comico e tragico. L’io narrrante segue nelle
borgate l’amato Marcello, attempato body-builder che si lascia umiliare
sessualmente dai ricchi clienti, è mentalmente devastato dalla cocaina e
attraversa le giornate senza poter dare una direzione alla propria vita (“si
isola coi telefonini spenti e le finestre sbarrate fino alle tre o alle quattro
del pomeriggio, poi si trascina in cucina […] si rimbecillisce davanti ai film
di Sky Primafila per un paio d’ore ed esce soltanto per procurarsi la dose della
sera”). Accanto al suo dramma si svolge quello della borgata, inscenata come
coro di satiri grazie a digressioni che accompagnano il tema principale
approfondendo le storie individuali: è in un’atmosfera da τραγωδία παίζούσα (la
“tragedia giocosa” degli antichi) che vediamo la rovina morale e sentimentale
dei vicini di Marcello. Gli spacciatori, magnaccia, usurai, rapinatori,
hooligans fascisti e prostitute della borgata si muovono in un orizzonte di
cinismo, violenza sadica, tradimento delle persone amate; l’assenza di
prospettive, prima ancora che violenza strutturale da parte del sistema, è qui
incapacità progettuale, atavica mancanza di fiducia, coazione a godere tutto
oggi perché domani non si sa. I progressi “devono accadere così, per miracolo,
non vogliono sapere la strada per arrivarci”.
> c’è un poliziotto, tenuto in una certa considerazione perché ogni tanto
> ricicla la cocaina dei sequestri; a lui più che agli altri si rivolge
> Gianfranco, prima discutono di un Porsche sottocosto poi ridono sulle puttane
> che ti vogliono fare per forza una pompa se non le schedi, è troppo facile, “a
> ’sto punto ciavrei ’o sfizio de ’na vergine”; “seh, a trovalle… ormai c’è solo
> via dell’Acqua Vergine ma è peggio che andà de notte, perché lì ce stazionano
> ’e nigeriane… co’ quelle te becchi l’aids in un nanosecondo”.
>
>
>
> Prende una sigaretta, la umidifica con le labbra, la impana nella cocaina e
> intanto ordina a Marcello di spogliarsi nudo e di assumere pose ridicole. Gli
> introduce due, tre dita, Marcello stringe i denti. Poi cominciano le botte
> pesanti, gli schiaffi, i pugni; la miscela ha fatto effetto e Gianfranco si
> scatena come una bestia. Le vecchie posizioni, che permettevano a Marcello di
> riceverlo senza dolore, sembrano non attirarlo più: lo incastra con la testa
> sotto il divano, lo calcia sulle costole
Tutto questo però non evolve mai in tragedia. Alle scene di sadismo e
autodistruzione si alternano le battute divertenti della disincantata saggezza
sottoproletaria, la borgata sembra a tratti redenta da atti di generosità
disinteressata; Eugenio “er Trottola”, che nelle statistiche della polizia è un
mezzano e uno sfruttatore, diventa nello sguardo di Siti un uomo generoso e di
buon cuore. Ma soprattutto, sulla borgata aleggia la forza invisibile e
invincibile di Dioniso che avvince le singole e anonime vite in un potente
organismo collettivo. È la comunità a parlare per bocca dell’individuo durante
le cene fastose e caotiche cui viene invitata tutta la strada; un vibratore di
gomma passa di appartamento in appartamento e finisce per girare tutta la
palazzina, le esistenze promiscue della borgata formano “un unico, gigantesco
oggetto sessuale” cui i sottoproletari si abbarbicano come “i coralli nei banchi
sottomarini; a capire il perché ci pensa la colonia, non l’individuo”.
> Il contagio (2008) è formalmente dramma satiresco: segue e completa Troppi
> paradisi con una commistione di comico e tragico.
Per questi borgatari violenti e vitali, sadici e puerili, ebbri e lascivi come i
sileni dionisiaci del teatro greco, Walter non ha mai parole di condanna: sta
con loro nel doppio senso del verbo. La cocaina, la sopraffazione sessuale e il
crimine di strada sono per lui vie di fuga dal paradiso totalitario dei consumi:
l’illecito diventa l’ultima libertà residua, l’ultima zona possibile di
manifestazione del divino nell’epoca dell’iperrealtà mediatica. Si percepisce
quel che in Troppi paradisi era stato chiamato “il bisogno di sfidare le zone
inviolate, il deserto”, alla ricerca di quelle che già secondo Ernst Jünger
erano le residue oasi di libertà nella crescente rovina nichilista: l’eros,
l’amicizia, l’arte, la morte.
Si precisa intanto e si articola, di pari passo con la frequentazione dei
sottoproletari, il polo della ripugnanza per la classe media. Se Scuola di nudo
aveva raccontato l’intelligenza inutile e malevola degli accademici di Pisa, se
Troppi paradisi aveva mostrato gli autori televisivi come una spensierata e
spregevole manovalanza intellettuale al servizio del capitale mediatico, Il
contagio oppone alla progressista e benpensante Lucia, al suo giro radical-chic
di giornalisti colti e figlie di alti dirigenti statali, la brutale sincerità di
Mauro che cerca di uscire dalla borgata facendo il palazzinaro per conto della
camorra. Alla ginnastica intellettuale di Lucia, alle sue sterili introspezioni,
Mauro risponde con la disperazione di un ragazzo di strada che con crescente
malessere si trova a lavorare per degli assassini (“Sai c-come diceva mi’ nonna?
Chi la croce n-nun ce l’ha, pija du’ zeppi e s-se la fa…”, le dice balbettando
per la cocaina).
Siti non ha mai nascosto il proprio disprezzo per la piccola borghesia
benestante che – pur prosperando come lui nella radiazione del Capitale
mediatico – si rifiuta di comporre in una visione sistemica i singoli frammenti
di conoscenza offerti dal regime iperreale: voler sapere troppo metterebbe a
rischio una posizione acquisita, farebbe aprire gli occhi sui padroni e sui
servi del “paradiso concentrazionario”. È proprio in questo senso di candida
malafede che in Troppi paradisi gli addetti televisivi erano stati paragonati ai
quadri medi del nazionalsocialismo:
> Tutti in fila, a passarsi forchette di plastica e bustine di dolcificante, in
> quello che chiamano “il nostro garden” perché è una zona del refettorio
> separata con una stuoia verde; vi si consumano sorde guerriglie […]; il
> confronto irresistibile è con le mense naziste, Stamattina m’hanno detto di
> cercare un gas che costi poco, ho trovato una ditta che per grandi
> quantitativi ci fa uno sconto del trenta per cento; che gas? boh, si chiama
> Zyklon B; e a che serve? non lo so e non è mia mansione saperlo. Poi via col
> vassoio ad accaparrarsi la porzione di patate con la più invitante crosticina
> sopra.
A questa piccola borghesia corrotta, servile e interessata si aggiunge nel
Contagio quella dei politici e degli intellettuali progressisti, che fanno di
solito la figura degli stupidi perché promuovono ideali di vita e progetti di
riforma sociale senza conoscere intimamente la borgata e le sue regole (istigata
da una femminista, Giusy si mostra in giro con il suo amante e viene ammazzata
dal marito che avrebbe continuato a far finta di niente se l’adulterio fosse
rimasto nell’ombra). Tutti – accademici e televisionari, giornalisti e figli
eccellenti, politici e attivisti – sono travolti e involgariti dal “contagio”
sociale, simbolizzato nella breve relazione tra Lucia e Mauro: assumono
inconsapevolmente e irresistibilmente l’orizzonte mentale dei sottoproletari,
fanno propri il sotterfugio, il cinismo, la doppia morale, l’incapacità
progettuale. Alla luce delle borgate “annegate nella promiscuità sociologica e
nell’onirismo” Siti rappresenta qui la rovina di un intero sistema sociale.
> Siti non ha mai nascosto il proprio disprezzo per la piccola borghesia
> benestante che – pur prosperando come lui nella radiazione del Capitale
> mediatico – si rifiuta di comporre in una visione sistemica i singoli
> frammenti di conoscenza offerti dal regime iperreale.
Se Pasolini aveva chiamato “genocidio” la scomparsa del popolo lavoratore e
ingenuo nell’epoca del capitalismo industriale, se in Salò aveva inscenato il
capitalismo in abito nazifascista, Siti ha intuito che nell’epoca del regime
mediatico iperreale le classi sociali diventano indistinte e scompaiono come
accadde nei sistemi totalitari del passato, nei quali il singolo – lo vide per
prima Hannah Arendt – restò isolato davanti a un Potere delirante, che aveva
smesso di rapportarsi alla realtà. In questo stesso senso il “contagio” era già
stato raccontato da Goffredo Parise: anche L’odore del sangue (scritto nel 1979)
mette in scena una relazione erotica socialmente asimmetrica. In Parise però è
tutto tragico, fosco, novecentesco. Il sadomasochismo non trova riscatto, il
gioco pornografico sacrificale si risolve in brutalità omicida. Niente dramma
satiresco, appunto, niente depotenziamento delle emozioni.
Il fatto è che Siti non è capace di sdegno morale, e anche in ciò sta la forza
narrativa del Contagio. Contagiato piccolo-borghese è lui stesso,
consapevolmente, e in questo senso il libro è un episodio della lotta di Walter
contro il sé stesso-Occidente. Da un lato paga e possiede, cerca nel sesso
mercenario un “surrogato d’onnipotenza” e ricorre alla lingua aziendale finanche
nelle introspezioni (“cercando di alleviare la sofferenza, svaluto il mio
capitale”); dall’altro – come in Troppi paradisi – ama l’anti-Occidente in
Marcello che è privo di ego, è troppo puro per calcolare e da un mondo che lo
spaventa si allontana tramite la cocaina, essa stessa figura della scissione
sitiana. Da un lato demistificata come Merce perfetta, droga d’Occidente,
simbolo dei media e “interprete della visione occidentale del mondo”:
> se i cartelli internazionali della droga potessero quotarsi in Borsa,
> sarebbero tra i leader della finanza mondiale, nessun manufatto e nessuna
> materia assicurano così alti margini di profitto. Un prodotto di cui il
> cliente non può fare a meno è il sogno di qualunque pubblicitario. Come un
> circuito così coerente possa chiamarsi semplicemente un vizio, solo il dio dei
> conformisti lo sa.
>
>
>
> La coca agisce sui recettori della dopamina, quel neurotrasmettitore che
> comunica al cervello le sensazioni di benessere; normalmente, i suoi recettori
> rimangono “aperti” per qualche frazione di secondo, mentre la cocaina li
> costringe a ritardare l’orario di chiusura, dunque ad amplificare e prolungare
> la beatitudine. Ma, costretti a questo superlavoro, molti recettori finiscono
> per atrofizzarsi e cadere, sicché i pochi che restano non riescono più a
> captare i piacere di minore intensità […]. Ogni piacere, da quel momento in
> poi, dev’essere speziato, sensazionale, clamoroso (come diceva ogni cinque
> minuti Mentana nel suo telegiornale). Escalation, insomma. […] il muscoloso
> sta diventando enorme, il magro anoressico; qualunque piazza da paese si
> trucca da Times Square. Tutti stiamo aspettando che un reality abbia
> finalmente il coraggio di offrirci una morte in diretta: la società dello
> spettacolo è una cocaina a lento rilascio.
Dall’altro consumata da Walter stesso ed elogiata come possibile alternativa al
potere capillare e profondo del Capitale:
> dobbiamo dire grazie alla cocaina se molti nostri giovani non diventano degli
> insulsi e consenzienti esecutori di un potere decerebrante, e se dimissionano
> dal gregge per strade più tormentose. Mi chiedo se la cocaina non debba essere
> concepita come una forma disperata di resistenza.
Occidentale, in Siti, è del resto lo stesso uso della droga: eccitazione, sesso,
possesso, accrescimento della prestazione. Nei suoi libri, nonostante l’anelito
alla patria metafisica “dove non c’è né prima né poi, né tempo né spazio, né
effetto né causa, né io né non-io”, la droga non è mai finalizzata – come nei
riti misterici di ogni tempo – al superamento dell’ego e all’esplorazione del
divino. Nel suo orizzonte costitutivamente scisso (moderno e antimoderno,
occidentale e antioccidentale) Walter non spera di arrivare alla patria
metafisica nemmeno negli stati alterati di coscienza; la insegue in questo mondo
nelle forme di un uomo del quale elogia la purezza e al tempo stesso asseconda
la rovina. Gonasi, Rivotril, Xanax; Cialis, Luan, Lexotan: tra le pagine del
Contagio, come in una litania, vengono elencati i diversi nomi commerciali del
pharmakon che è da un lato ottimizzazione del corpo scultoreo di Marcello,
dall’altro agente della soppressione – presto compianta – del divino:
> pur amandolo, ho voluto il suo male invece che il suo bene. L’ho spinto a
> esagerare con gli anabolizzanti, i testosteronici e l’ormone della crescita,
> perché solo ipermuscoloso colmava le mie fregole […]. Gli facevo trovare io
> stesso la droga a casa mia (“c’è l’allegato in omaggio”) perché così il suo
> desiderio di raggiungermi era più spontaneo
>
>
>
> Tu mi hai insegnato a guardare oltre le cose, perché era là che vivevi
> davvero. Ho perso (e tu sai come!) il contatto con la natura, coi suoi
> opposti: orizzontale e verticale, caldo e freddo, vivo e morto; ma non ho
> perso il respiro che sta dietro la natura, la bolla che rinasce dopo ogni
> distruzione, anche quella che pare più definitiva. Non saranno le alchimie
> sociali, le tecniche sopraffine, a salvare questo pianeta condannato; anche se
> queste parole ti sembrano da matto (“ma che stai a dì?”), fidati, e non
> credere a nessuno se ti urla che non vali niente; oltre i pianeti che crollano
> qualcosa si rinnoverà sempre, ed è la tua allegria. […] non è da tutti,
> credimi, testimoniare la bellezza e la grazia
Walter, l’uomo che ha perso la metafisica patria dei Nudi perché ha voluto
comprarla e possederla, impersona la nostra modernità che rimpiange di avere
abolito il divino e vorrebbe recuperarlo, ma non può più perché esso è diventato
irraggiungibile. Suo dio sostitutivo è il denaro. Lo spirito sempre angosciante
che abita gli scritti di Siti – anche quando esalta i corpi angelici, anche
quando ci fa ridere alle battute dei borgatari o ci fa partecipare commossi
all’infantile e smarrita leggerezza delle loro vite – è lo spirito del
nichilismo. Già in Scuola di nudo, nonostante si sforzasse di attuare il
programma erotico-conoscitivo platonico (di amante in amante verso la Bellezza
eterna), l’io narrante aveva dichiarato la propria vicinanza alla teologia
nichilista della Gnosi: il Dio biblico è un dio falso e cattivo che tiene
rinchiusi gli uomini nella prigione dell’universo.
> Siti non è capace di sdegno morale, e anche in ciò sta la forza narrativa del
> Contagio. Contagiato piccolo-borghese è lui stesso, consapevolmente, e in
> questo senso il libro è un episodio della lotta di Walter contro il sé
> stesso-Occidente.
Il vero essere è altrove e a differenza di quello platonico è inconoscibile,
inaccessibile: la “vera patria” si è radicalmente separata dal cosmo ed è dunque
negata in principio (è il “respiro che sta dietro la natura”, nel passo sopra
citato). Il mondo non è niente, non è vero essere. Solo per intervento attivo
del vero irraggiungibile dio – come nel caso della grazia cristiana – l’uomo può
lasciare il cosmo straniero del dolore e dell’inganno per raggiungere il vero
essere, da cui proviene. Walter, gnostico e nichilista, dispera di poter
raggiungere la trascendenza eterna ma non può smettere di desiderarla e di
perseguirla contraddittoriamente con riti di possesso che rafforzano il suo io
anziché farlo recedere. Lo stesso libertinismo di Walter, la sua empietà di
figlio che lascia seppellire la madre a spese del comune perché con i propri
soldi vuole fare regali a Marcello, sembrano seguire l’invito alla sfrenatezza e
all’empietà di certe dottrine gnostiche secondo le quali nella prigione orrida
di questo falso mondo naturale nessuna azione può corrompere la scintilla
oltremondana annidata nell’uomo. Dal Contagio:
> tutto è lecito perché ci si sente creditori di un’ingiustizia infinita, perché
> il detentore della legge è lontano e merita di essere ingannato, perché in
> questo labirinto siamo talmente peccatori che non ci rimane che peccare di più
>
>
>
> Questo era, è, il mio amore: rancore e inimicizia verso la natura,
> l’innaturale e quasi il mostruoso assunto come segno d’elezione e di
> privilegio
Non fosse che Siti, da moderno, non spera più nell’intervento della divinità.
Aspira a vuoto perché vede nella religione il consolatorio e mistificatorio
“altro mondo”. È questo nichilismo, perdita irrevocabile della trascendenza e
desiderio negato, la ragione della scissione e dell’angoscia in tutti gli
scritti di Siti. Ed è vivendo il nichilismo anzitutto in sé che Siti racconta
l’Occidente della beatitudine artificiale e del possesso, la distruzione del
mondo da parte del capitalismo mediatico iperreale, la rovina morale e
sentimentale di una società che crede la salvezza (l’essere eterno) preclusa.
“Benvenuta devastazione”. Mauro finisce in prigione, Walter perde l’amato,
Marcello continua la sua vita di stratagemmi e umiliazioni.
> A contare sul serio non sono l’incendio o la rissa, ma quel che tutti noi
> stiamo diventando. Non le esercitazioni paramilitari, ma il vuoto nell’anima
>
>
>
> Ho creduto che il possesso fosse la sola misura dell’amore e che dunque, se il
> possesso era garantito, l’amore diventasse un otpional. Se l’amore è
> possedere, tutto diventa comprabile. Il capitale si afferma come unico
> vincitore, non ha più niente che gli si opponga – trasformare l’amore in
> ossessione è stato il suo colpo di genio strategico, per ricondurre anche i
> sentimenti all’economia. Ormai davvero, nelle nostre strutture profonde e non
> per modo di dire, conta solo il denaro
Il finale della storia è di sconfitta, ma il dramma resta satiresco: il libro si
chiude con un nuovo coro comico, con altri destini di sottoproletari italiani e
stranieri. Il rumeno Anghel simpatizza per Alleanza nazionale, il bidello
Sandrino millanta passate gesta sessuali con una nota pornostar; Marcello
incontra per caso il vicino violento che l’aveva minacciato, si spaventa ma
Obelix è cambiato, si è innamorato (“qua me so’ realizzato ner mondo dello
spettacolo, devo recita’ la parte di un incubo”). Il tragico si depotenzia per
commistione di elementi quotidiani, il contagio non riguarda solo le classi
sociali: è anche indistinzione dei generi, indistinzione tra realtà e finzione,
pendant letterario dell’iperrealtà mediatica. Il contagio è ontologico, un mondo
vero non esiste più.
Bisogna dire la verità
Nel 1999, nello scritto “Il romanzo come autobiografia di fatti non accaduti”,
Siti ha dichiarato che la tradizione del romanzo realista moderno, iniziata con
Defoe e Richardson, è stata molto importante per la sua formazione di scrittore.
Il tipo di realismo perseguito da tale tradizione è stato chiamato “realismo
formale” a partire da uno studio di Ian Watt, Le origini del romanzo borghese
(1957). Watt notò che nell’epoca in cui la borghesia, assumendo il potere,
creava il soggetto giuridico e l’homo oeconomicus, nell’epoca in cui la
metafisica spostava il centro sull’ego cogito e il sapere abbandonava l’Essere
per indagare sperimentalmente il mondo del divenire, emerse una forma letteraria
che abbandonava le regole del dramma classico, intese alla rappresentazione
dell’Uomo, e creava una tecnica finalizzata a catturare il nuovo “mondo reale”.
Il Medioevo, per cui a contare era la Verità eterna dietro il corso mutevole del
mondo, aveva prodotto storie di magie, cavalieri erranti e viaggi oltremondani
senza troppo curarsi dell’effettiva esperienza; con la modernità invece la
verità diventò corrispondenza della lingua agli stati del mondo che essa
descrive.
> Con la modernità irruppe nella letteratura “il mondo”: gli oggetti e i
> mestieri quotidiani, gli interni spesso anonimi, gli antagonismi di classe, le
> determinazioni socioeconomiche. Il romanzo narrava la vita di persone comuni,
> senza privilegi di denaro o di classe.
A questo fine era necessaria una lingua che a differenza di quella tragica non
si curava del decoro stilistico: chi raccontava mirava anzitutto alle cose, come
se il lettore fosse un giurato cui il testimone doveva esporre tutto e con
chiarezza, riferendo per questo anche quegli aspetti che la tradizione classica
considerava inaccettabili perché agli occhi di ogni classicismo la curiosità
verso il quotidiano ci impedisce di accedere al vero essere delle cose. Con la
modernità irruppe nella letteratura “il mondo”: gli oggetti e i mestieri
quotidiani, gli interni spesso anonimi, gli antagonismi di classe, le
determinazioni socioeconomiche. Il romanzo narrava la vita di persone comuni,
senza privilegi di denaro o di classe, in un racconto che le inseriva nel
movimento storico del loro tempo e otteneva un superiore effetto di realtà
grazie alla scelta dei nomi, alle descrizioni dettagliate, alla specificazione
dei diversi momenti della giornata. I protagonisti erano mossi da desideri nuovi
e già diffusi nella nascente civiltà capitalista: fare strada grazie alla
propria intraprendenza, diventare possidenti, ascendere socialmente, sposare il
ricco datore di lavoro.
Se però il soggetto giuridico era garantito dalla giurisprudenza, se l’io penso
era garantito dalla metafisica, nel corso dei secoli l’“io narrante” della
letteratura si trovò sempre di nuovo nella necessità di dare da sé al pubblico
la garanzia della veridicità delle storie raccontate. Cosa che comportava a sua
volta una garanzia della propria effettiva esistenza mondana: per produrre un
resoconto autentico il testimone doveva essere vero in senso moderno, doveva
esistere nel mondo dell’esperienza. Il nome della persona narrante doveva essere
comune, ordinario, l’autore doveva spiegare in quali circostanze e da chi aveva
sentito il racconto. Di secolo in secolo, per dare autenticità alla voce
narrante, vennero ideati stratagemmi che innovavano la tecnica letteraria ma
diventavano a loro volta stereotipici, perdevano efficacia e dovevano essere
innovati.
A Defoe bastò scrivere una premessa in cui sosteneva di avere pubblicato i
racconti autentici di Robinson Crusoe e Moll Flanders (“il più grande bugiardo
di tutti i tempi”, lo definì un critico per questo escamotage narrativo che oggi
sembra un’ingenuità); il narratore di Papà Goriot dichiarerà “all ist true”,
Proust suggerirà, en passant e tra le righe, che l’io narrante della Récherche
si chiama proprio Marcel. È come se il movimento storico del romanzo moderno, al
pari del movimento del sapere e dell’economia, andasse sempre più verso l’io:
verso l’autofiction. Quando il romanzo autobiografico diventò “un genere”
pubblicato in versione standard dall’editoria, emerse in Francia una nuova
garanzia di autenticità (Fils di Doubrovsky, Lejeune, il dibattito teorico,
ecc.) che presto venne adottata in tutto l’Occidente.
> La critica ha individuato da tempo le caratteristiche della scrittura di Sti
> intese a dare densità di persona all’io narrante e ai protagonisti:
> frammentazione narrativa, tempo psicologico anziché cronologico, accumulo di
> scene, discorso diretto nei suoi diversi registri e dialetti, flashback e
> anticipazioni.
Siti ha adottato in parte le convenzioni letterarie messe in luce dal dibattito
di critici e narratologi, i “meccanismi dell’autobiografia […], i suoi trucchi
anche formali (l’esitazione a fare i nomi, il modificarsi della scrittura a
causa di eventi che sopravvengono…)”‒ così in “Il romanzo come autobiografia di
fatti non accaduti” ‒, in parte il repertorio della neoavanguardia italiana di
cui fu da giovane uno specialista. La critica ha individuato da tempo le
caratteristiche della sua scrittura, intese a dare densità di persona all’io
narrante e ai protagonisti mostrando l’apertura del loro “essere-gettati”
nell’esistenza e nella storia: frammentazione narrativa, tempo psicologico
anziché cronologico, accumulo di scene, discorso diretto nei suoi diversi
registri e dialetti, flashback e anticipazioni. I finali sono ambivalenti o
privi di vero scioglimento, gli stati psichici sono nevrotici, nei momenti di
solitudine la mente dell’io è attraversata da pensieri incongrui. A volte si
tratta di elementi che nei testi di Siti hanno assunto rilievo testuale
sistemico, altre volte di innovazioni sue: la parentesi che interrompe la
narrazione o la completa rapidamente con l’a parte di una reazione emotiva, la
singola battuta diretta usata descrittivamente come “battuta assoluta” per
caratterizzare un personaggio; lo scrivere male (in modo spesso esibito) perché
più importante del “fare letteratura” è essere sinceri e restare aderenti alla
realtà:
> un abbraccio, ma non per me. Non a me. Insomma non era me che abbracciava. La
> mia sintassi incespica, scusate.
>
>
>
> Questo non sarà un libro ben scritto […] sarà un diario banale, pane al pane e
> vino al vino.
Anche la neoavanguardia perseguì questi e altri effetti di realtà al fine di
rappresentare fedelmente nell’“opera aperta” i mutamenti sociali, esistenziali e
percettivi dell’Italia del dopoguerra e del boom economico (consumismo,
alienazione, fabbrica, mass media), spiegando che le eleganze “letterarie” della
lingua e la linearità della drammaturgia tradizionale non erano in grado di
rendere quel “mondo reale”, rapido, confuso, complesso: la tradizione era
oscurantista in senso sia estetico sia politico. Era la consapevole messa in
scena di un soggetto schizoide – quasi una profezia della società mediatica del
Ventunesimo secolo – e con piena ragione Sanguineti poté rispondere “bisogna
sapere bene come scrivere male” a chi criticava la lingua solo apparentemente
rozza dei suoi romanzi.
La neoavanguardia però si concentrò sugli aspetti tecnico-formali e rifiutò quel
tipo di verosimiglianza che attiva il meccanismo dell’identificazione:
bisognava, alla Brecht, accendere le luci in sala per impedire che gli
spettatori, immedesimandosi, dimenticassero il teatro e la letteratura come
macchine sociali rappresentanti. Sanguineti, Giuliani, Manganelli, Arbasino
evitarono sempre di coinvolgere chi legge in un mondo sentimentale di esperienza
e di sfide, di speranze e sconfitte. Siti invece ha aggiunto alle severe
strategie estetico-formali una voce sentimentale che si rivolge a chi legge in
toni spesso complici e sornioni (“che ve lo dico a fa’”) e che per rappresentare
veridicamente le sofferenze amorose non sdegna il ricorso al melodramma e allo
stereotipo:
> Quanto mi manca, quanto mi manca, quanto mi manca. […] Voi non potete
> immaginare, miei sconosciuti lettori, quanto mi manca – scusatemi, ma ora non
> riesco a dirvi nient’altro che questo.
Il suo capolavoro illusionistico però, preso e adattato dal dibattito francese,
è stato l’adozione della propria faccia come maschera. “Mi chiamo Walter Siti”
non è verità ultima ma menzogna perfetta: non è l’autore che sta dicendo tutta
la verità, è l’io narrante (congegno narrativo e creazione spirituale) che sta
dicendo una menzogna efficace. In essa la finzione ci persuade perché invade la
realtà, si amplia fino a diventare coestensiva e a coincidere con essa.
L’illusione è così forte da indurci a credere di sentire la voce di una persona
anagrafica che racconta di sé. Il panno è il quadro:
> Il mito che rivela la potenza dell’arte, per me, è quello della gara tra Zeusi
> e Parrasio, raccontata da Plinio: Zeusi si crede vincitore, perché gli uccelli
> sono scesi a beccare l’uva che lui ha dipinto, e invita ridendo Parrasio a
> sollevare il panno che ricopre il suo quadro, ma è costretto a confessarsi
> sconfitto, perché il panno era il quadro. («Il romanzo come autobiografia di
> fatti non accaduti», 1999)
In questo senso, al pari di Defoe, Siti è “the greatest liar”. Ma come le
innovazioni di Defoe e Richardson emersero nell’epoca in cui una nuova
metafisica si rivolgeva alle cose del mondo, nasceva la figura dell’imprenditore
e un nuovo pubblico piccolo-borghese leggeva trame amorose per soddisfare
vicariamente le proprie aspirazioni di ascesa sociale, così la potente tecnica
illusionistica dell’autofiction è emersa nell’epoca dell’iperrealtà mediatica e
della confusione ontologica tra il reale e la sua copia. Nel regime mediatico
come nella letteratura il meccanismo è lo stesso: costruita con immagini “vere”,
la menzogna è indimostrabile. Vero e falso hanno smesso di distinguersi, il
falso non esiste più.
> Come le innovazioni di Defoe e Richardson emersero nell’epoca in cui una nuova
> metafisica si rivolgeva alle cose del mondo, così la potente tecnica
> illusionistica dell’autofiction è emersa nell’epoca dell’iperrealtà mediatica
> e della confusione ontologica tra il reale e la sua copia.
Per questo motivo, e con grande lucidità, a partire da un certo momento Siti ha
espresso remore e incertezze rispetto all’effettiva valenza politica della sua
autofiction e dei suoi stratagemmi dell’immedesimazione. Nello scritto del 1999
cercò di vedere in quella tecnica narrativa un intervento demistificatorio sul
reale, nello spirito della neoavanguardia:
> Anche nei miei romanzi è impossibile, come nella ‘estetica del flusso’
> dell’infotainment, distinguere tra realtà e fiction. Insomma, sono coinvolti
> nell’errore ma per costringere l’attenzione a fissarsi sull’origine
> dell’errore: che tipo di conoscenza è la nostra quando annulliamo la
> distinzione tra vero e finto?
Presto però riconobbe la capziosità di questa ricostruzione (“ci tenevo ancora a
fare bella figura e non ero disposto ad ammettere che il mio autobiografismo
fosse indifeso e letterale, ci costruivo sopra un po’ troppe teorie”) e in più
occasioni si è domandato se l’autofiction non potrebbe essere il versante
letterario dell’iperrealtà digitale (“Non sto facendo esattamente quello che
rimpovero ai media di fare?”). Al pari di Robinson Crusoe e Moll Flanders, al
pari dei protagonisti di un reality show, Walter e Marcello sono rappresentati
in modo da confondere “le differenze tra realtà e sogno più insidiosamente di
ogni precedente finzione” (Watt). L’insidia adombrata da Watt è che la
letteratura possa paradossalmente perdere la propria capacità di dire cose
importanti e vere sul mondo perché una distinzione tra il vero e il falso non
c’è più: il mondo intero diventa narrazione mediatica (reality show), la
letteratura diventa tutta vera.
È quanto succede nel finale del Contagio quando apprendiamo che Marcello è morto
di infarto durante una partita di calcio con gli amici, poi invece il narratore
ci rivela che in realtà non è morto: restiamo incerti su entrambe le versioni e
alla fine non ci importa nemmeno più sapere se Marcello è morto oppure no, alla
fine è uguale. Il romanzo ha suscitato in noi una partecipazione emotiva a bassa
tensione, diffusa come quella suscitata dal Grande fratello. Siti è l’Occidente
anche in questo senso: il vero mondo diventa immagine, l’immagine diventa vera,
la distinzione qualificante viene meno. Il reale coincide con la
rappresentazione iperreale, il mondo e la stessa politica assumono la
consistenza dei fantasmi mediatici.
Voodoo e ritiro delle truppe d’occupazione
Danilo è un antiquario di antica nobiltà modenese. Ha avuto una madre
possessiva, manipolatrice, castrante; un padre debole la cui morte prematura lo
ha lasciato indifferente: “scompare come una guaina che si secca e cade,
esaurito il proprio compito, senza lasciare rimpianti né rancori” (“senza
rancore”, aveva detto al padre morto l’io narrante di Troppi paradisi). Da
giovane Danilo ha provato a fare lo scrittore, ma non era bravo; ha studiato
storia dell’arte, ha fatto qualche viaggio, ha imparato le lingue e per
sottrarsi a sua madre che ancora oggi lo domina è andato via da Modena e ha
aperto (con i soldi di lei) una galleria a Roma. Danilo Pulvirenti in Autopsia
dell’ossessione (2010) non è “come tutti”, né vuole esserlo; non manca mai di
segnare le distanze sociali e culturali. Soffre di un’ulcera psicosomatica, ha
difficoltà di relazione e la parola amore lo mette a disagio perché non sa bene
cosa significhi. Anche lui è l’Occidente, può solo comprare. È il consapevole
sacerdote di un culto che adora e degrada i Corpi Divini torturando costosi e
consenzienti prostituti in un ricorrente bisogno di crudeltà (“umiliare Dio nei
suoi messaggeri”).
> Anche il Danilo di Autopsia dell’ossessione è l’Occidente, può solo comprare.
> È il consapevole sacerdote di un culto che adora e degrada i Corpi Divini
> torturando costosi e consenzienti prostituti in un ricorrente bisogno di
> crudeltà.
Lo eccitano il sangue che scorre, i glutei arrossati dalle percosse; per lui,
come in certi riti estatici, “il martirio è la soglia di interferenza tra
aldiquà e aldilà”. Nel privato è arrogante e altezzoso, compiaciuto del proprio
privilegio (è un “diritto di proprietà” quello che esercita sui corpi
torturati); nella vita pubblica è democratico, illuminista, vota per il PD
perché “il laicismo radicale è il presupposto minimo di una corretta
amministrazione, o economia”. Danilo è un uomo scisso: la ragione è a Est, dalle
parti del socialismo, il piacere è tutto a Ovest. Dalla parte del possesso. È
“un uomo né… né…”. Da un lato è “sempre più convinto che esista un’ultrarealtà
dove regnano l’esattezza e l’armonia” e persegue l’Assoluto in “una ricerca
privata e fuori dal tempo”, dall’altro ama la gerarchia sociale e il possesso.
Sempre e comunque, il suo orizzonte resta la madre: Danilo è per lei, si vede
come lo vede lei, è figlio eternamente perché castrato. La rabbia, i dispetti,
il sottrarsi, lo stesso disprezzo verso Candida sono la peripezia di un amore
che non riesce a lasciare la presa.
Di nuovo, come in Troppi paradisi, appare a metà libro l’Angelo incarnato,
body-builder sottoproletario che porta a Danilo – recalcitrante – non solo
l’amore tanto temuto e deriso, ma anche una possibilità di fuga dalla madre e
dal proprio ambiente di intellettuali cinici e benestanti, delusi e annoiati:
> Angelo è la testimonianza vivente che l’opera di castrazione è fallita, o che
> almeno non è riuscita fino in fondo
>
>
>
> Il trofeo Vigor, la crema Ursus, le sostanze proibite da iniettare in vena; in
> queste lande sarà il mio pellegrinaggio – la pergamena difesa dal drago, il
> guizzo nel pneuma oltremondano non si rivelano che all’insegna vergognosa
> della sottocultura
Danilo cerca di sfuggire tramite Angelo al sé-Occidente: menziona di sfuggita la
rinuncia al possesso, sogna che il loro sia “un vincolo travestito da scambio
mercenario”, il tentativo “di afferrare ciò che per eccellenza è inafferrabile”.
Ma non ci riesce, non sa rinunciare al possesso schiavizzante per fare spazio
all’altro in un confronto tra uomini liberi. I suoi pochi soldi se ne vanno per
Angelo, il patrimonio in dissesto e la galleria in perdita non lo inducono a
moderare le spese. Si limita a chiedere soldi alla madre, che glieli nega.
Vertigine del possesso, droga, Occidente capitalista, la storia di Danilo ripete
apparentemente i precedenti romanzi ma c’è una svolta importante. Incapace di
amare senza possesso, Danilo perde Angelo e decide che “l’incarnazione è
scaduta”, che “senza metafisica l’ossessione diventa stupido collezionismo”; è
invece il suo Rivale, dietro il quale vediamo sporgersi Walter/Siti, ad amare e
conquistare un Angelo ormai solo umano per volgersi con lui all’amore coniugale
(“sulla terra non c’è che la terra. In cielo, una porta misteriosa si chiude”).
Fine della metafisica dei Corpi Celesti. Chiosa a proposito di Danilo e Angelo
una delle ventiquattro “preposizioni” anonime che intervallano la narrazione:
> L’ossessione vive all’ombra dei vincitori: un cedimento originario l’ha
> causata e perciò l’ossessionante perfetto è quello incapace anche solo di
> concepire un rapporto tra uomini liberi. Per l’ossessionato la bellezza è
> questione di possesso e non di relazione. È il sogno di sovranità dello
> schiavo: il suo movimento segue la via più facile, domina per dimenticare
> d’esser dominato. Chi non vi si uniforma non capirà fino a che punto sia
> ossessivo il modello economico del consumo
Walter/Siti ha capito che avere “potere di acquisto” significa essere liberi di
fare ciò che incatena. Nella sua ossessione, per decenni, ogni nuovo atto di
possesso e consumo garantiva il suo stato di schiavo. La presa di coscienza
dell’affinità tra il figlio castrato e il suddito del capitale mediatico,
entrambi ossessionati da un possesso che è riproduzione della propria
schiavizzazione originaria, si accompagna alla tematizzazione esplicita del
conflitto con la madre possessiva e castrante, in precedenza soltanto accennato.
“Non ce l’ha fatta a castrarmi”, aveva detto fuggevolmente Walter in Troppi
paradisi, ma abbiamo visto che la guarigione era vera solo a metà; nel Contagio
la madre veniva sepolta a spese del comune perché i soldi di Walter se ne
andavano in regali a Marcello. In Autopsia invece l’evento della liberazione
viene inscenato senza simboli: è un matricidio.
> Walter/Siti ha capito che avere “potere di acquisto” significa essere liberi
> di fare ciò che incatena. Nella sua ossessione, per decenni, ogni nuovo atto
> di possesso e consumo garantiva il suo stato di schiavo.
Dopo avere cercato di ingannarla e derubarla, Danilo – unico erede del
patrimonio – soffoca con un cuscino Candida resa demente dall’Alzheimer. Certo,
il matricidio è liberazione di ripiego, provvisoria: se fosse davvero
emancipato, Danilo percepirebbe sua madre come un’anziana innocua signora e non
avrebbe bisogno di ucciderla (la vecchia regola “hop, cambiare il gioco”
stavolta non soccorre il protagonista): ma a partire da Autopsia dell’ossessione
l’opera di Siti conoscerà alcuni cambiamenti essenziali. Per il momento una
faticosa, forzosa liberazione dalla madre si accompagna al superamento della
metafisica dell’“altro mondo” e al tema della rinuncia al sé per amare l’altro;
il nesso tra castrazione e possesso, che accomuna il figlio libertino e il
suddito edonista del capitalismo, emerge come sogno di sovranità dello schiavo.
Quanto invece all’operazione terapeutica, in Autopsia Walter/Siti si è sdoppiato
come con la creazione di una bambola voodoo. È al tempo stesso il possessore
pagante e il rivale squattrinato ma capace di amare. L’Occidente del possesso
viene trasferito in Danilo e perde, il Rivale e picaresco piccolo-borghese vince
perché ama senza voler possedere. Il Rivale è la prima occorrenza – ancora in
sordina – di quanto diventerà nel secondo Siti un tratto essenziale: l’umiliarsi
per evitare l’ipertrofia dell’ego, il mettersi in margine alla scena. È come se
in Autopsia Siti stesse facendo le prove generali di un possibile sviluppo della
personalità del suo protagonista. Sono prove ancora insoddisfacenti, tanto che
il capitolo del lieto fine coniugale si chiama “Uscita troppo facile”. Come in
Scuola di nudo, come in Troppi paradisi, il tentato lieto fine avrà bisogno di
correzione.
La difficile uscita dall’ossessione e dall’operazione letteraria (fine del
possesso e della sottomissione alla madre, fine dell’autofiction, ritiro dell’io
narrante da quella realtà che aveva invaso) verranno completate solo in Exit
strategy (2014), il diario in cui gli eventi pubblici – la grottesca caduta di
Berlusconi e del suo governo nell’autunno del 2011, la fine dell’epoca del
Denaro-Sogno e del voyeurismo collettivo – si rispecchiano in quelli privati e
Walter/Siti, al termine della propria ricerca libertina, è “definitivamente
invecchiato; arricchito ma anche stremato da esperienze fatte in altri libri”.
In Exit strategy è agli occhi dello stesso Walter che il culturista un tempo
divino appare come “incarnazione sempre più irrancidita”, “non più all’altezza
del proprio mandato metafisico”. Gli incontri sessuali con i body-builder
diventano “esercizi”, stanchi “turni di paradiso”. Se Autopsia è l’annuncio,
Exit strategy è la messa in scena della fine della metafisica. Walter riconosce
da un lato di avere tentato per venti anni una “fuga nell’insussistente”,
dall’altro di non avere più nemmeno le risorse spirituali per tale fuga (“la mia
capacità di trasfigurazione è andata in tilt”). Ma a perfezionarsi è anche la
fine della detestata madre castratrice. Il tema del matricidio viene messo in
scena stavolta come tentazione non attuata ma vissuta in prima persona, non più
attraverso il congegno vodoo: Walter medita di uccidere con un’overdose di
sonniferi la madre demente, “immondo coleottero rosa”; rinuncia per timore
dell’autopsia e aspetta con impazienza che la malattia faccia il suo corso.
> La difficile uscita dall’ossessione e dall’operazione letteraria verranno
> completate solo in Exit strategy (2014), il diario in cui gli eventi pubblici
> si rispecchiano in quelli privati e Walter/Siti è giunto al termine della
> propria ricerca libertina.
La morte della madre è liberatoria per Walter in Exit strategy come lo era stata
per Danilo in Autopsia: stavolta però si accompagna a una vittoria. Rientrato a
Modena perché sua madre è in agonia, Walter conosce un disegnatore industriale,
un uomo strabico, intelligente, sincero, gerontofilo. Non promette estasi divine
ma è determinato, libero, affettuoso e – per la prima volta nella vita di Walter
– attratto dal suo corpo che è peraltro avviato al declino della vecchiaia.
Gerardo si presenta a Modena al funerale della madre, segue Walter quando da
Roma – per riuscire a separarsi da Marcello – si trasferisce a Milano; la loro
relazione matrimoniale, contrariamente a quanto era accaduto in Scuola di nudo e
Troppi paradisi, è autentica, la liberazione dall’ego è riuscita. Walter
riconosce che “il possesso è l’amore dei vili” e interrompe a
quattrocentonovantasei il conteggio in progress degli incontri sessuali con
Marcello.
Per la prima volta nella vita si fa possedere (da Gerardo) e sceglie un amore
terreno senza metafisica, non più fuga dal mondo ma permanenza (“Il Tempo che
taglia le ali di Eros non significa, come credevo, che il tempo uccide l’amore;
significa che quando non si può più volare bisogna amare diversamente”).
L’operazione terapeutica ha funzionato, quella letteraria potrà essere dismessa:
qui scrive “non voglio più parlare di me”, in Resistere non serve a niente
(2012) parlerà di “ritiro” delle truppe d’occupazione. Tanto che nel finale del
libro può apparire il solo ricordo bello della madre (“vai, che se gridano
coglione non dovrai essere tu a girarti”). Walter non è più l’Occidente
nichilista, si volge all’altro e scopre un nuovo tipo di svalutazione del sé:
non più la sprezzante riscossa dell’ego che si gloriava della propria deformità
ma il depotenziamento dell’ego stesso.
> faccio come quegli asini restii che capiscono solo il bastone
>
>
>
> Nel letto ci provo a spremere qualche singhiozzo […] ma mi escono solo sbuffi
> di tosse, striscie di bava
>
> Nato proletario e con un metabolismo geneticamente pigro, eredo-familiare di
> contadini obesi trangugiatori di patate e polenta; ossessionato dalla quantità
> più che dalla qualità in ogni settore dell’esperienza. Nessuna tradizione di
> sobrietà o di stile a cui fare riferimento, anzi l’atavica fame di
> carboidrati, zuccheri e approvazione; servo nel cuore (ma avendo perso dei
> servi ogni solidarietà collettivistica), grasso scudiero che mai ha trovato il
> proprio comandante – anche perché i comandanti sono sempre andato a pescarli
> tra i peggiori, così da poterli ben presto liquidare con disprezzo
Walter ha portato a termine il programma: “voglio inocularmi il presente, capire
in me la malattia del mondo”, aveva dichiarato all’inizio del suo percorso.
Capita la malattia occidentale, arrivato a scoprire l’arcano del regime
mediatico nichilista, non vuole più entrare in possesso di un essere separato e
lontano: il possesso è il surrogato vorace della trascendenza perduta. Walter
sembra qui intuire che l’essere capace di redimerci è – evangelicamente – già
qui, nel cosmo e non fuori. Non è necessario appropriarcene perché è sempre
presente, per ritrovarlo però è necessario depotenziare l’ego ed esplorare
quanto in Exit strategy chiama il “senso perturbante della carità”. Il lieto
fine è comunque negato, l’esito del percorso resta aperto: dal momento che
l’idea dei Nudi Divini è una “costruzione estetizzante e vigliacca per sfuggire
all’impegno di un infinito più prossimo”, Walter non può fare a meno di
domandarsi “dove trovarlo un infinito meno illusorio, un infinito umano?”. A
questo divino forse meno illusorio ma ancora sconosciuto è rivolto il finale del
libro, quando al Cimitero monumentale di Milano Walter si imbatte in una tomba
anonima, la numero quattrocentonovantasei.
> Cado in ginocchio e prego senza sapere Chi.
Leggi qui la Prima parte
L'articolo Da Platone al Vangelo proviene da Il Tascabile.
Il mio destino non era di contemplare
la perfezione ma di possederla carnalmente
Autopsia dell’ossessione (2014)
E rcole contro i samurai
Prima della sua discesa nella digitalizzazione nichilista del mondo, quando non
sapeva ancora di apprestarsi a tale discesa, Walter Siti percorse le strade
della metafisica e della mistica. Nel suo primo romanzo Scuola di nudo (1994) si
mise in scena come io narrante che cerca nel desiderio erotico l’accesso alla
trascendenza, e racconta la sacralità del nudo maschile con una lingua che
ricorda quella dei profeti: “Nel mondo tutto si ammala e muore ma io sono venuto
a testimoniarti che c’è un luogo in cui la materia genera ciò che la supera”. Il
protagonista Walter venera i nudi dei culturisti come incarnazioni dell’Essere
sottratto alla corruzione e alla morte, li ammira con un’attenzione rapita che è
una forma di preghiera. I rapporti geometrici tra le masse muscolari, i giochi
di luce e ombra, le curve sovrumane, l’equilibrio di energia e materia sono per
lui i messaggeri di una perfezione “irreale”, che “appartiene a un altro
ordine”. Il culturista è un angelo, la zona più profonda del desiderio aspira a
un’esperienza mistica di abolizione dell’io.
> Il desiderio nel suo livello più profondo ha sempre ha che fare con grandezze
> infinite; la struttura dell’essere si divide e si complica progressivamente,
> ma c’è una zona del nostro cervello che reagisce a questa complicazione
> immaginando un mondo dove non c’è né prima né poi, né tempo né spazio, né
> effetto né causa, né io né non-io.
>
>
>
> I nudi non bisognerebbe nemmeno sapere chi sono né dove abitano, solo così ci
> si avvicina al massimo dell’intimità. Solo ciò che è sconosciuto può diventare
> (per un istante) ciò che è noto da sempre. Impensabile è avere con loro “una
> storia”.
“Ciò che è noto da sempre”: il primo orizzonte di senso del romanzo, ciò che
spinge il protagonista alla ricerca e alla contemplazione – prima che al
godimento sessuale – degli anonimi “nudi”, è la dottrina platonica della
reminiscenza. Se non sapessimo già cosa siano il vero essere delle singole cose
e lo stesso Essere, se non li avessimo conosciuti puri e immortali e poi
dimenticati cadendo nel corpo, non saremmo in grado di conoscere gli enti del
mondo in quanto enti: essenti. Non li riconosceremmo né nomineremmo, non saremmo
l’animale parlante. In Scuola di nudo l’io narrante arriva alla parola, scrive
un romanzo, diventa poeta perché rintraccia l’eco dell’armonia divina nel nudo
di volta in volta ammirato. “Tra ventre e pettorali c’è una vaschetta dove le
antilopi vanno a bere. Il corpo, lucido sotto il getto dell’acqua, è
prevalentemente composto di masse sferiche tra cui sole e ombra passano come
nubi. Quando si gira, il tracciato dei glutei è astratto, assoluto, appena
impastato di armoniche lievi”.
> In Scuola di nudo l’io narrante arriva alla parola, scrive un romanzo, diventa
> poeta perché rintraccia l’eco dell’armonia divina nel nudo di volta in volta
> ammirato.
Il nesso ontologico tra bellezza mortale, bellezza divina ed Essere viene
illustrato da Platone nel Simposio. Ai suoi commensali Socrate dice che Amore –
demone incaricato di mediare tra il dio e il mortale – ci spinge a cercare
quella bellezza che è “una e la stessa” anche se nei corpi si manifesta
variabilmente; passando di corpo in corpo, di amato in amato, l’amante giunge a
capire che è la Bellezza ciò a cui mira. Al grado supremo dell’iniziazione
amorosa essa gli si rivelerà all’improvviso: “bellezza eterna, che non nasce e
non muore, non s’accresce né diminuisce, che non è bella per un verso e brutta
per l’altro, né ora sì e ora no”. Non è un caso – e ci torneremo più avanti –
che nell’esporre la religione del suo desiderio il protagonista si richiami allo
gnosticismo, alla discesa della luce nella materia e alla divinità che
introdusse nell’uomo una scintilla: “i nudi maschili sono simili a quella luce”;
ciò che Walter cerca nei culturisti è “questo squarcio, questo irrompere
improvviso di un’altra dimensione”. È la speranza dello squarcio, è il desiderio
di colmare la distanza a guidarlo nei luoghi dell’agonismo culturista, le gare
in cui bellezza e gloria entrano in risonanza con il divino.
Come scrisse Jean-Pierre Vernant nel suo Mito e pensiero presso i Greci (1965,
trad. it. 1978), “in quella forma di scenario rituale che è il concorso, il
trionfo dell’atleta […] evoca e prolunga l’exploit compiuto dagli eroi e dagli
dèi: eleva l’uomo al piano del divino. E le qualità fisiche – giovinezza, forza,
rapidità, destrezza, agilità, bellezza – di cui l’atleta fa prova nel corso
dell’agone, e che agli occhi del pubblico si incarnano nel suo corpo nudo, sono
valori eminentemente religiosi”. A patto, sembra dire Walter, di non confondere
modernamente la trascendenza greca ed ellenistica con l’aldilà cristiano. Come a
evitare che il suo esigente orizzonte metafisico possa essere frainteso quale
aprioristico, ipocrita e banalizzato amore parrocchiale, Walter elabora fantasie
sadiche e si abbandona a rabbiosi, bestemmianti turpiloqui contro la divinità
cristiana:
> Cani abbaiano sadici, pùm, vedergli schizzare il cervello e che stramazzano al
> suolo finalmente silenziosi […] potrei preparare delle polpette con dentro
> aghi ma agonizzando farebbero ancora più rumore; se li attirassi in macchina,
> ma sono troppi e poi i cani ritornano. Vedi Lassie. […] Guidando incazzato
> verso la stazione bercio a una bionda “schifosa puttana, non vedi che c’è
> verde, maledetta cretina ti vuoi muovere?” […] Dio maiale, Madonna buca
> inculata da Gesù Cristo in croce.»
>
>
>
> mentecatta cretina, che ti si schiantino le ovaie, crepassi te e la tua
> stupidità, porca maiala sudicia analfabeta miserabile
Walter è un asceta dalle tendenze misogine che nell’esaltazione del sesso trova
la via d’uscita dal mondo; se l’omosessualità è per lui garanzia di distacco (“I
nudi mi proteggono contro le donne, perché le donne ‘tirano dentro’”), le sue
ermetiche descrizioni di paesaggio – seconda guida verso la trascendenza –
cercano di tenere aperta la porta dicendo l’indicibile, stanando il vero Essere
dal suo nascondimento: “Fruscii latenti nella tensione intramolecolare alla
periferia dell’azzurro, un impercettibile scampanellìo sottopelle piove dal
profondo zenit, pecore siderali vaporizzate dal calore; ogni amore terrestre
risulta meschino al confronto e allora tanto vale accettare un’offerta che
deludente lo sia fin dal principio”. Mettendo la terra (nel caso appena citato
un corpo ordinario e non cultuale in un’ordinaria dark room) al confronto di
quanto terrestre e deludente non è, il linguaggio figurato diventa risorsa della
fuga, aria, sopravvivenza dalla volgarità di “due sceme” casualmente incontrate:
> Spalanco la finestra: i fulmini di calore oltre le colline sembrano le zampe
> staccate dal corpo di un ragno cosmico; nel buio rosso friabile le spighe
> tengono i chicchi come le madri portano al seno i figli per allattarli
Perché Walter non è soltanto il chierico della religione dei Nudi: è un uomo
frustrato e deluso, fuggiasco da un mondo che in pari misura teme e disprezza. È
stato lasciato nove mesi prima dall’amato Bruno Portinai, cui pensa tuttora con
pesante dispendio di psicologia amorosa; è un promettente ricercatore
dell’Università di Pisa ed è legato ai colleghi e al preside da un sentimento
ambiguo. Da un lato li ammira, hanno tutto ciò che a lui manca: sono maschi
eterosessuali privi di complessi, amati, intraprendenti, intelligenti e a
proprio agio nel mondo (“un maschio non chiede permesso”). Dall’altro li odia
sordamente perché – castrato dalla madre e incerto della propria virilità – non
è capace di scontro aperto.
> Passando di corpo in corpo, di amato in amato, l’amante giunge a capire che è
> la Bellezza ciò a cui mira. Al grado supremo dell’iniziazione amorosa essa gli
> si rivelerà all’improvviso.
Talentuoso figlio di contadini, Walter è afflitto da un paralizzante senso di
inferiorità in seno all’élite accademica; aspira come gli altri alla cattedra ma
mostra di disprezzarla, è amico della segretaria anziché degli altri
ricercatori, rivolge l’odio contro sé stesso e si infligge punizioni corporee.
Dei colleghi riporta la chiacchiera brillante e ipocrita, cinica e appagata; si
indigna alla bassezza dei loro intrighi e li presenta come animali: “le
scimmie”, “il Cane” (ma al tempo stesso “qualunque indipendenza lontano da loro
non è che esilio”). Lui è autentico, loro ipocriti, lui è generoso e poetico,
loro indifferenti e calcolatori:
> la loro digestione non è mai rovinata dalla frase di uno scrittore, solo
> semmai dall’accusa di non aver interpretato bene quella frase: se vuoi un
> argomento che non ti ferisca, diventane un esperto.
Walter però è troppo intelligente per inscenarsi come eroe senza macchia. Pagina
dopo pagina si racconta soprattutto come nevrotico, il nevrotico si confessa
mostro: in una progressione di autodenigrazioni grottesche e caricaturali
leggiamo che ruba in dipartimento, spia i colleghi nell’intimità, gioisce dei
loro lutti, uccide i gatti, cucina i topi, accosta il proprio sesso al viso dei
neonati e in passato ha indirettamente, malignamente ucciso una donna. Walter è
ignobile. Si paragona a un servo, a un insetto, a un maggiordomo, a un verme. Da
un lato piange la propria indegnità, dall’altro la rivendica perché in un mondo
a sua volta indegno essa diventa paradossale segno di elezione come quella di
Leopardi, interpretato da Walter quale controfigura della propria tormentosa
esistenza: infecondo perché castrato dalla madre ma orgoglioso della propria
impotenza, subalterno a un padre possidente ma spiritualmente superiore alla
meschinità dei padroni, alieno poetante che “si aggrappa alla propria
inferiorità come a un bene”. È la strategia di Walter: esibire la propria
inferiorità e su quella dichiararsi superiore. Da un lato si disprezza per
essere rimasto bambino in una società di adulti; dall’altro, arrivato al fondo
dell’autodisprezzo, può analizzare con lucidità (e come nessun altro in
dipartimento) la realtà politica del proprio tempo, il dominio globale
dell’Occidente capitalista:
> stabilire un potere così schiacciante che qualunque oppositore appaia uno
> squilibrato, poi travestire l’uso della forza da legittima difesa e
> giustificare l’escalation repressiva con le superiori esigenze della
> sicurezza. Le vittime diventano il vero pericolo per la pace […]. Chiunque
> voglia ridiscutere i postulati iniziali dimostra di essere insopportabilmente
> immaturo e nessun dialogo è possibile con lui fin che non ha imparato a
> comportarsi da adulto
A mettere in moto l’azione del romanzo, a promuovere in Walter la volontà di
riscatto è la caduta della patria metafisica dei Nudi: mutuando da Nietzsche la
prospettiva critica che riduce la metafisica platonica ad annuncio della
dottrina cristiana, Walter riconosce presto che la sua religione è strategia
consolatoria, dettata dalla propria rancorosa inferiorità nella lotta per il
potere: “Non posso più nascondermelo: i miei nudi, così monumentali e
indeformabili, sono composti interamente di odio e di paura. Io non desidero i
nudi maschili per ciò che sono in se stessi ma per ciò da cui mi distraggono
[…]. Il rischio mortale al quale mi sono sottratto è il grugno a grugno coi miei
nemici; non ho mai messo in discussione la loro palese superiorità”.
Interpretando ora la propria debolezza come sintomo di un ego fallito, incapace
di porsi quale soggetto modernamente sovrano (borghese) che a proprio vantaggio
mette a frutto il mondo in competizione con altri soggetti, Walter lancia ai
colleghi una sfida intesa come percorso al tempo stesso artistico e terapeutico:
“Sputtanarli. Voglio vederli annichiliti domandare pietà”, “e non è di
perversione che parlo […], ma proprio di opere e di gloria. Capacità di lasciare
dopo di sé una traccia che duri”. Alla luce di questa nuova consapevolezza, gli
stessi culturisti appaiono ora a Walter – appagato consumatore di riviste e film
pornografici – come fantasmi del capitalismo iperreale:
> Se l’oggetto stesso della mia devozione è il sottoprodotto di una catena
> controllata dai miei nemici, che senso ha combattere? In vista di quale
> premio? Come sileni all’incontrario i culturisti nei loro scomparti nascondono
> i miei peggiori sì. Che fare? Una freccia si pianta sibilando nel legno della
> diligenza, il girotondo degli indiani è interrotto dai tanks dell’esercito
> federale, si sgranano raffiche di mitra, cadono le bombe dai Mig 62, cavalieri
> medievali caricano armati di stocco i pigmei con la cerbottana appollaiati tra
> le sbarre fluorescenti dell’astronave aliena, un raggio laser colpisce i
> samurai…
È a quest’altezza, quando la trascendenza dischiusa dai Nudi viene percepita da
Walter non solo come consolatoria e strategica, ma addirittura come
tecnologicamente prodotta, che la merce capitalista in forma di immagine
comincia a frequentare le pagine del romanzo. In sordina, perché l’invasione
dell’iperrealtà mediatica – questione per Siti così essenziale che solo con essa
diventerà al tempo stesso adulto e scrittore – si farà sguardo esplicito e
mirato soltanto in seguito, a partire da La magnifica merce (2004) e Troppi
paradisi (2006). In Scuola di nudo essa si annuncia come propensione formale
alla frammentazione, elaborazione stilistica che eredita le tecniche delle
avanguardie novecentesche e le converte a finalità nuove. Contaminazione di
registri alti e bassi, invasione del parlato, accumulo incongruo di pezzi di
realtà che rifiutando la linearità narrativa (ingannevole e ideologica) ricrea
la densità di eventi e “l’apertura” dell’esistenza; flusso di coscienza, elenchi
di battute estratte a caso dai discorsi della giornata, mescolanza dei generi
(prosimetro, cronaca in presa diretta come “encefalogramma” dell’io narrante,
psicologia amorosa, detective story con appalti, tangenti e lettere misteriose).
> L’invasione dell’iperrealtà mediatica – questione per Siti così essenziale che
> solo con essa diventerà al tempo stesso adulto e scrittore – si farà sguardo
> esplicito e mirato a partire da La magnifica merce (2004) e Troppi paradisi
> (2006).
È vero, la storia continua a svolgersi in parte come una trama classica:
nonostante i propositi Walter non si ribella, ha troppa paura dello scontro
diretto; cerca allora di incastrare i colleghi per una vicenda di corruzione
amministrativa e comincia a fare indagini (innesto di una detective-story su un
tessuto narrativo ad essa estraneo), si lascia tentare dal sogno di una vita
normale e va a vivere in campagna con un contadino che lo ama. Ma nonostante
questa sua lotta ancora novecentesca e pasoliniana, da intellettuale eroico
nella propria diversità e nell’opposizione frontale al sistema corrotto, l’io
narrante sta già diventando quel Walter Siti “come tutti” che anni dopo si
presenterà ai lettori nell’incipit di Troppi paradisi: “la tivù è la mia sola
famiglia, i Jefferson, i Brady, Casa Keaton: i miei problemi sono i loro, le mie
tensioni si sciolgono in baruffe di protettiva comicità”. L’avvento sommesso
dell’iperrealtà mediatica comincia a sommuovere la scrittura, infiltra ex
abrupto la cronaca dell’atletica leggera come un corpo estraneo tra le battute
di un dialogo tra accademici, alterna il reale e la copia televisiva senza più
gerarchie né segnalazioni di eterogeneità. Accosta documentari scientifici e
descrizioni di paesaggio, pornografia e introspezione, guerra e mondiali di sci:
> Faccio un gioco: alterno le cassette Colt ai programmi normali azionando il
> telecomando ogni minuto o due… preferibili i documentari sulla natura, ma
> vanno bene anche i reportages dal Brasile, un film turco sulle carceri e le
> situation-comedies americane. Meglio di tutti il telegiornale: una piscina a
> Beirut o un corteo contro Mitterand – la base dove vengono costruiti i veicoli
> spaziali, in Florida, confina con una laguna del Wwf: lamantini, fenicotteri
> dal ciuffo, “ecco come un falco pescatore vedrebbe lo Shuttle in posizione di
> lancio”.
La stessa vicenda di corruzione amministrativa, la trama apparentemente portante
del racconto, si sgretola per infiltrazione di elementi estranei, l’incertezza
della sintassi rivela accessorio e dispensabile quanto sembrava essenziale:
> Ora il caso si è riaperto perché la società concessionaria che ha condotto in
> modo tanto dubbio la gara d’appalto (la finale del lungo è arrivata all’ultimo
> turno di salti: il culo di Larry Myricks) tanto dubbio la gara è una società
> del gruppo Iri-Italstat legata, pare, alla Benefir.
Non è un caso che le indagini sui colleghi corrotti si perdano per strada e non
portino a nulla, né che il romanzo finisca in modo apparentemente ambiguo (dopo
qualche teatrale baruffa con i suoi nemici Walter mostra di riconciliarsi e
torna alla doppiezza di sempre): la vera conclusione è altrove. È quando Walter,
a tre quarti del romanzo, lascia il contadino Ruggero e la terra, sceglie
l’illusione iperreale e “invidiato da tutti” va in vacanza con Steve, prostituto
e aspirante manager della propria immagine. Ruggero tenta il suicidio, poi si
ammala e muore; deposte le ambizioni da intellettuale ribelle, finalmente
sincero con se stesso, Walter può abbandonare le inconcludenti psicologie
amorose e le sfide al sistema, dimentica lo stesso Steve e si concede con il
frivolo Hochy una passeggera, banale e ingannevole felicità.
> Scuola di nudo è un viaggio iniziatico capovolto, paradossale: dalla sacralità
> dei nudi astrali alla blasfemia tecnologica che profana il mistero del mondo,
> dalla difficile libertà dell’eroe solitario al compromesso conformista, dallo
> scontro frontale con il sistema all’accettazione del denaro e dell’eros
> mercificato.
A vincere non è il mostro disadattato e implacabile, ma il piccolo-borghese che
sceglie di non cambiare, di accettarsi. In questo senso Scuola di nudo è un
viaggio iniziatico capovolto, paradossale: dalla sacralità dei nudi astrali alla
blasfemia tecnologica che profana il mistero del mondo, dalla difficile libertà
dell’eroe solitario al compromesso conformista, dallo scontro frontale con il
sistema all’accettazione del denaro e dell’eros mercificato come gratificazione
consumista e sostitutiva trascendenza profana ma anche potenziamento di uno
sguardo finalmente sincero perché insieme lucido e paziente, capace di
raccontare un viaggio in Guatemala in pagine che sono tra le più belle del
romanzo:
> Che cosa meglio del denaro può soddisfare il desiderio d’assoluto? […] Se il
> corpo muscoloso è merce, il denaro è ciò in cui tutte le merci si dissolvono
> […] il denaro è la forma universale in cui tutte le passioni possono essere
> scambiate […] È finita la stagione in cui mi vergognavo di guardare il denaro
> dritto negli occhi
Assoluto non è più l’Essere ma il denaro. L’incarnazione non sfugge al suo
destino di merce. Walter fa ammenda, il mostro si adatta. Ha vinto perdendo la
patria metafisica: è diventato un soggetto occidentale moderno, un homo
oeconomicus. Sceglie il consumismo e il possesso per farsene travolgere e
raccontarli da dentro. Ma ci vorrà ancora tempo, l’incubazione durerà dieci
anni. Il secondo romanzo di Siti, Un dolore normale (1999), si tiene ancora sul
sentiero che verrà abbandonato: tanta psicologia amorosa, rancorosa meschinità
del narratore, senso di inferiorità; un intreccio tradizionale ci rivela pagina
dopo pagina che l’io narrante autobiografico fa traffici di organi umani per
conto della camorra. “Ho cantato come la gallina che ha fatto l’uovo”, riconosce
nelle pagine iniziali lo stesso io narrante: produco romanzi in serie e ne sono
stupidamente contento.
Solo a partire da Troppi paradisi (2006), con un parziale anticipo nei racconti
della Magnifica merce (2004), Siti racconterà miratamente quanto in Scuola di
nudo, non più che presentito, dà al romanzo un carattere allucinatorio, come
vedere la realtà a un passo dal dissolversi. In un mondo senza internet e
smart-phone, di cui Walter racconta le beghe degli amministratori socialisti, le
morti da HIV, le tecniche di agricoltura nella campagna toscana e i compagni
d’infanzia diventati brigatisti, vediamo apparire fuggevolmente e
insistentemente, in modo vago ma già corrosivo, l’incipiente epoca
dell’iperrealtà digitale, la guerra permanente della democrazia totalitaria, il
regime postdemocratico delle registrazioni e del controllo.
> Immagini notturne dal Kuwait: un neon semiesaurito lampeggia sulla saracinesca
> di un negozio, un soldato offre una sigaretta a un civile e la brace brucia in
> diretta, un’auto che ha un faro spento solleva un pezzo di lamiera con la
> ruota anteriore sinistra. Là, adesso. La tecnologia mi consente di partecipare
> a qualcosa di emozionante mentre sta accadendo, meglio che un peep-show
> attenzione, vi avvertiamo che la presente comunicazione verrà registrata
> Ho paura che fra poco dovremo combattere per le libertà più elementari
Il paradiso e il suo doppio
Walter Siti è un grande scrittore dell’epoca dell’iperrealtà digitale
nichilista, della confusione tra la realtà e la copia, perché il suo tratto più
impressionante è l’ambiguità. È doppio in tutto: il suo protagonista scherza
volentieri con i colleghi e sordamente li odia, disprezza e degrada gli uomini
che cerca di amare (“puzzo di loffe sotto il lenzuolo, odor di carogna”); fugge
il mondo indegno, cerca il vero Essere e si lascia sedurre dal capitale
tecnologico. Dalla teologia dell’angelo incarnato scende sulle sue storie una
luce di redenzione, quasi la consapevolezza di un’originaria, reciproca inerenza
tra il divino e l’umano. Dal disprezzo degli uomini amati e dall’amore-odio
verso il capitalismo della guerra globale si leva un’aria di morte, una
disperazione che è però capace di pazienza perché si fa consolare dalle lusinghe
iperreali della pornografia, della pubblicità e delle sit-com. È questo senso di
schizofrenia consapevole a rendere i suoi libri al tempo stesso liberatori e
opprimenti. Se già nel 1994, a ridosso di Scuola di nudo, Siti parlò del proprio
lavoro come di un’ipotesi sperimentale – “confessione impudica e incontrollabile
(memorie di un malato di nervi)” –, l’esperimento fu anzitutto sentimentale:
l’esigenza di una personalità scissa e paradossale, la necessità di evadere da
sé per essere non un altro ma gli altri, la massa: “Mi chiamo Walter Siti, come
tutti. Campione di mediocrità. Le mie reazioni sono standard, la mia diversità è
di massa. Più intelligente della media ma di un’intelligenza che serve per
evadere” (Troppi paradisi).
> Walter Siti è un grande scrittore dell’epoca dell’iperrealtà digitale
> nichilista, della confusione tra la realtà e la copia, perché il suo tratto
> più impressionante è l’ambiguità. È doppio in tutto.
Il protagonista ci racconta ora la sua gioia davanti ai programmi televisivi che
lo intrattengono, consolano e rallegrano, la sua eccitazione davanti ai film
pornografici. È diventato titolare di una cattedra di letteratura all’università
dell’Aquila e ha una relazione di coppia con un giovane e ambizioso autore
televisivo della Rai che cerca di farsi strada; per i genitori poveri, che
vivono a Modena, prova solo compassione e disprezzo. La sua è una vita normale,
priva di sussulti; come se al sorgere dell’interesse esplicito per l’iperrealtà
mediatica, per il sogno della merce e del denaro, fosse venuta meno l’esigenza
di emulare l’eroismo mostruoso e ingombrante di Pasolini, apparso brevemente – e
menzionato con fastidio come “il Poeta” – fin da Scuola di nudo.
Veniamo ora a sapere che in passato Walter conobbe personalmente Pasolini in un
rapporto tanto umiliante da suscitare in lui complessi di inferiorità letteraria
e sessuale; che l’attrice Laura Betti, amica del Poeta e custode della sua
memoria, nominata nel romanzo come “la Catastrofe”, non perde occasione di
ribadire a Walter la sua inferiorità (“Tu lo odii, Pier Paolo, perché era un
frocio che ha goduto molto, e se permetti ha avuto un successo che durerà eterno
[…] da vero uomo, anzi da vero maschio…”). Verso questo Pasolini insieme amato e
detestato l’io narrante compie ora la stessa mossa attribuita al Poeta nel
racconto “Il colpo di pollice” (La magnifica merce): “S’era ricordato in tempo
di una vecchia regola: quando si rischia di perdere, hop, cambiare il gioco”.
> Ogni giorno sul filo della spada; donne in casa che lo trattavano come un
> principe. E io a servirlo per anni, donna anch’io, anzi invidioso maggiordomo.
> Se tesso l’elogio del tirare la carretta è per oppormi a lui. È lui il mio
> Antagonista: per una confusa intuizione che potrei essere migliore di lui, se
> riuscissi ad afferrare i connotati tutt’altro che ignobili della decadenza
> occidentale (forse anche italiana in particolare) raccontandola da dentro, da
> microbo tra i microbi (Troppi paradisi)
Basta con le lunghe e dolenti introspezioni amorose, con la confessione delle
proprie mostruose indegnità, con le indagini sugli accademici corrotti;
l’intreccio viene dichiarato “modesto” e presentato esplicitamente come
artificio narrativo, al modo di Brecht che lasciava accese le luci per evitare
che il pubblico, rapito dalla rappresentazione, dimenticasse il teatro come
macchina sociale rappresentante. Dalle trasmissioni televisive, dalle
conversazioni degli addetti Rai, dalla loro vicinanza vera o millantata alla
classe politica, dal responso del pubblico arruolato nelle trasmissioni sorge
l’ubiquo e bisbigliante noi della società di massa nell’epoca del capitalismo
mediatico globale, il brusìo dei microbi esposti alla radiazione dell’immagine
come merce sessualizzata e disponibile desiderio sostitutivo. Il capitalismo
come religione atea e promessa del paradiso in terra, la pulsione di morte
annidata sotto l’edonismo consumista occidentale, il totalitarismo della
democrazia globale vengono da un lato inscenati nel mondo delle produzioni
televisive, dall’altro teorizzati in digressioni saggistiche che riprendono le
tesi di Baudrillard sul nichilismo dell’iperrealtà mediatica:
> questa abnorme opera d’arte planetaria, mimetica come nessuna ha potuto essere
> prima, restituisce ai suoi consumatori il sapore di una realtà più vera del
> vero, da cui mani esperte hanno abolito le sorprese incoerenti, stonate. Così
> succede nei mondi romanzeschi. Solo che qui il demiurgo non è il singolo
> romanziere, ma è l’anonimo meccanismo produttivo
> un unico mondo, che non è più né questo né quell’altro. Quel che il consumismo
> sta ottenendo è una realtà sempre più finta e una finzione sempre più reale,
> in un trionfo del trompe-l’oeil; la nostra vita è una “mezza cosa” di cui non
> siamo più padroni, perché è comandata dai padroni dell’immagine. Ed è quello
> che in fondo vogliamo, perché inconsciamente ci è chiaro che questa nostra
> realtà (qui, nel castello assediato d’Occidente) è una disperata finzione
> niente è veramente reale perché niente è veramente fittizio
Walter non si ribella più, ha ucciso il padre Pasolini. La percezione della
macchina del dominio capitalista mondiale non esclude in lui il piacere di
vivere tra i dominatori, o quanto meno come loro domestico piccolo-borghese
(meglio maggiordomo loro che di Pasolini, sembra dire Walter): ha un discreto e
garantito stipendio, un piccolo riconoscimento sociale; segue appagato i
programmi televisivi e frequenta le feste degli addetti Rai come uno “spettatore
da casa” arrivato fortuitamente tra loro. Li descrive come persone narcisiste,
avide e ciniche, patologicamente scisse tra il sé e l’immagine mediatica del sé.
Gli autori dei programmi, intellettuali che vengono dall’università, si
disprezzano inconsciamente per ciò che fanno (“rassegnati a trasformare la
frustrazione in superiorità”): sono i creatori della reality-TV come menzogna
sistemica e impero mediatico del denaro, gli stipendiati del “paradiso
concentrazionario” come carezza edonista, afasia collettiva, propaganda politica
e pubblicitaria (“la pubblicità è una droga, non per metafora, e gli spacciatori
sono i media”, scriverà Siti anni dopo).
> Dalle trasmissioni televisive, dalle conversazioni degli addetti Rai, dalla
> loro vicinanza vera o millantata alla classe politica, dal responso del
> pubblico arruolato nelle trasmissioni sorge l’ubiquo e bisbigliante noi della
> società di massa nell’epoca del capitalismo mediatico globale.
Però la “disperata finzione” occidentale viene raccontata da Walter anche con
amore, perché ha smesso di disprezzare sé stesso e si è accettato come microbo
tra i microbi. Vede la menzogna, il nichilismo, lo sfacelo, ma “un polline di
felicità mi avvolge invece alla presenza ubiqua dei vip”. È questa pacificata
contemplazione della rovina, sempre oscillante tra la seduzione e l’orrore, a
rendere Troppi paradisi un romanzo straordinario. “Io sono l’Occidente”,
dichiara Walter: rallegrandosi delle serie televisive e del proprio potere
d’acquisto, del benessere e delle vacanze all’estero, non sa condannare i
responsabili della catastrofe alla quale assiste. Vuole bene al suo ambizioso
compagno e lo aiuta a fare carriera.
Presto però la felicità del microbo si rivela insufficiente: l’amore con Sergio
diventa banale e ipocrita vita di coppia, la frequentazione dei gretti e feroci
televisionari umiliante dovere sociale; i colleghi universitari sono
meschinamente chini su mansioni e lotte intestine da intellettuali stipendiati.
La redenzione, di nuovo, arriva dall’Angelo. Ora che la mediocrità è la sua
forza, ora che la critica alla metafisica come consolazione dei vinti non ha più
senso (Walter non ha più bisogno di consolazione), può tornare il messaggero
dell’Assoluto. Dalla normalità della coppia benestante e bene introdotta il
protagonista ritorna al desiderio socialmente proibito per i Corpi celesti e
mercenari dei culturisti; dall’ambiente accademico di cui è rispettato membro si
mescola al “sottoproletariato delle palestre”, alla plebe ipnotizzata dal sogno
televisivo, agli escort di lusso che creano e gestiscono la propria immagine
come una merce lucrativa, sperano di entrare nel mondo dello spettacolo e vivono
nel frattempo di imbrogli e piccoli furti. Walter paga le prestazioni, gode dei
corpi e cerca le anime; forzando i limiti del suo stipendio da universitario
vive capitalisticamente il denaro come emozione e vertigine:
> Un’anima ce l’hanno tutti, anche le persone più spregevoli, perfino Mario
> Lucchi o gli interni Rai; negli escort è più difficile snidarla, tanto sono
> abituati a separare gli orgasmi dai sentimenti. I più maturi e manageriali
> semplicemente l’hanno depositata altrove, non la vogliono mischiare col
> mestiere. Nei più infantili e nevrotici s’è rattrappita in fondo al guscio,
> bisogna estrarla con uno stecchino come si fa con le lumache. Il segno che ci
> sei riuscito è quando arrivano con un leggero anticipo e ti baciano sulla
> bocca
> Questi ragazzi sono alienati dal proprio corpo, che spesso vedono come un
> involucro estraneo (dicono “lui” quando ne parlano): esigente, che può
> mandarti in rovina se si ammala, o può portarti al successo se gira bene
> La sola vera emozione… no, sono ingiusto, le emozioni sono state due: la sua
> resa incondizionata (testimoniata dalla posa allo specchio) e la cifra assurda
> mentre la scrivevo sull’assegno
Gli amici di Walter sono imbarazzati, gli omosessuali dell’élite televisiva si
sentono socialmente offesi dalla sua perversa frequentazione dei culturisti a
noleggio. Restano tutti interdetti quando Walter si innamora di Marcello, un
tempo premiato body-builder ma ormai soltanto prostituto e cocainomane, vicino
ai quaranta, sull’orlo della dissociazione mentale. Lo descrive come un uomo
dolce e spaesato, amorevole e puro, ignaro di tutto; fermatosi – o regredito a
causa dell’abuso di droga – allo stadio emotivo e cognitivo di un dodicenne
(“una grazia, da qualunque parte provenga; qualcosa di raro e prezioso di cui
certo non è consapevole”).
Le borgate e il sesso a pagamento, il dialetto e l’ossessione fallica (“il
cazzo”): Walter torna sulle tracce di Pasolini, senza complessi di inferiorità
stavolta perché il suo sguardo si è liberato. Marcello è un angelo caduto;
esposto alla radiazione dell’iperreale, sogna anche lui provini e carriere
attoriali ma è incapace di farsi manager di sé stesso. Gli mancano
determinazione e cinismo. Perde tempo, è inguaribilmente passivo, cerca la
droga, ride per mascherare l’imbarazzo quando racconta le umiliazioni cui lo
sottopongono i clienti. Un masochismo prepotente e inconsapevole lo porta a dire
sempre di sì. “Da ogni rapporto, per quanto turpe e umiliante, cerca di trarre
solidarietà, amicizia, compassione (‘ognuno è fatto com’è fatto’)”. Marcello non
vuole, non progetta, non oppone resistenza; si abbandona alla corrente e alla
fortuna. Quasi non ha ego: è l’anti-Occidente angelico:
> ma davvero credete di essere meglio di lui, che campa dando via il culo e si
> fa pagare per questo? credete di essere meglio perché i vostri soldi derivano
> dai pensieri, e la sera andate a cena con Ezio Mauro? o perché siete di
> sinistra? lui ha una purezza che voi non potete neanche immaginare di
> immaginare…
Marcello è nella sua purezza ciò che Walter – nonostante la chiamata del divino,
nonostante le dichiarazioni di uguaglianza (“siamo uguali come due gocce
d’acqua”) – non sa essere fino in fondo: il suo ego occidentale, virale,
infestante e infantile come quello della massa (“Datemeli insieme, tutti
innamorati di me, e vi firmo qualunque massacro anche su milioni di inermi”) non
può smettere di volere e progettare, comprare e godere. Sacrificando a Marcello
il proprio denaro come a una divinità – inizialmente per le prestazioni
sessuali, poi per soddisfarne i bisogni da escort di lusso e cocainomane –
Walter cerca di redimersi dalla colpa di essere l’Occidente, ma la redenzione è
ambigua: il rito ribadisce la colpa, è possesso di un corpo mercificato in
oggetto di lusso, plasmato e tecnologizzato dagli anabolizzanti industriali. La
religione capitalista, scrisse Benjamin, è la prima religione della storia che
anziché redimere colpevolizza: i debiti che essa chiede ai suoi adepti di
contrarre e rinnovare senza posa nel ciclo del consumo creano una condizione di
costante manchevolezza, l’essere-in-debito con un Ente imperscrutabile,
onnipotente ed esigente quanto il Dio cristiano.
> Sacrificando a Marcello il proprio denaro come a una divinità, Walter cerca di
> redimersi dalla colpa di essere l’Occidente, ma la redenzione è ambigua: il
> rito ribadisce la colpa, è possesso di un corpo mercificato in oggetto di
> lusso, plasmato e tecnologizzato dagli anabolizzanti industriali.
È vero, per la prima volta Walter si è innamorato di un culturista rinunciando
all’anonimità così importante in Scuola di nudo, quando preferiva ignorare nome
e indirizzo dei Corpi celesti: “ho ricucito due lembi lontani, due modalità che
un tempo mi parevano avversarie: eros e agape, compassione ed estasi”. Il
neoplatonismo stilnovista che Scuola di nudo aveva tematizzato clandestinamente
e di sfuggita – la persona amata come epifania e guida, Bruno Portinai (B. P.)
di Firenze – diventa ora esplicito: “la mia è una forma distorta di amor cortese
[…] è vero che l’aria trema intorno a lui”. Amore ed epifania sono però
profanati in partenza dal desiderio di emulazione e ascesa sociale del
piccolo-borghese Walter che decide di dissipare in prostituti di lusso il
proprio stipendio da accademico per “provare come vive un ricco”, sentirsi
“proprio un padrone”. L’antico complesso di inferiorità non è davvero scomparso,
ha solo cambiato direzione. Walter è diventato homo felicemente oeconomicus per
scoprire che soltanto nella subalternità ai veri dominatori è consentito
esserlo: tanto che l’amore per Marcello diventa competizione di potenza sessuale
con un milionario chiamato “il Principe” (“donne in casa che lo trattavano come
un principe”, aveva già detto nella sfida artistico-sessuale lanciata al Poeta e
Antagonista).
La punizione di Walter per avere profanato il divino è infatti l’impotenza. A
differenza del Principe non riesce a penetrare Marcello che invece lo
desidererebbe: “sono colui che non riesce a possedere ciò che ama”. Se Walter
non fosse l’Occidente potrebbe mirare alla causa anziché al sintomo, all’essere
anziché alla tecnica; sceglie invece la soluzione oggettiva, tecnologica,
invasiva. Emulando esplicitamente Silvio Berlusconi (archetipo della menzogna
mediatica e del potere d’acquisto), si sottopone a un intervento chirurgico che
gli impianta un sistema idraulico nei corpi cavernosi del pene. Ora può avere
erezioni a comando: la prestazione è ristabilita senza intervento in profondità,
il corpo-protesi recupera l’efficienza operativa senza che l’anima – come faceva
al tempo di Scuola di nudo – debba affrontare i propri grumi. Walter è troppo
lucido per ignorare i fantasmi: li lascia però volentieri nelle retrovie.
> In contraddizione con tutto quello che ho detto prima, sulla criminalità del
> possesso eccetera: ma che pretendete da me, al tempo delle idee e dei
> sentimenti dimezzati?
> Lo so, il vero happy end non sarebbe il possesso ma la liberazione
Esattamente come accade con lo statuto ontologico delle immagini mediatiche
iperreali, che non sono vere senza per questo essere false, quello di Troppi
paradisi è un lieto fine ambiguo e indecidibile. Grazie alla scorciatoia
tecnologica Walter si riscatta (“sono nato”), è diventato adulto, possiede tra i
possidenti in senso sia economico che sessuale. Di nuovo, come nel finale di
Scuola di nudo, è stato iniziato con successo al capitalismo. Può dire della
vecchia madre “non ce l’ha fatta a castrarmi”, al padre morto “non sono meno
maschio di te” (ma sappiamo che sta parlando anche a Pasolini, “vero maschio” a
detta della Catastrofe). Di nuovo, come in Scuola di nudo, il complesso di
inferiorità è finito, anche rispetto a Pasolini stavolta; con una nuova
“operazione” insieme letteraria e chirurgica (l’autofiction del microbo tra i
microbi e l’erezione a comando che gli permette di godere quanto – a detta di
Laura Betti – godette Pasolini) l’io narrante ha messo fine alla subalternità e
progetta di dismettere l’omonimia tra autore e protagonista: “se avrò qualcosa
da raccontare, non sarà su di me”.
> Esattamente come accade con lo statuto ontologico delle immagini mediatiche
> iperreali, che non sono vere senza per questo essere false, quello di Troppi
> paradisi è un lieto fine ambiguo e indecidibile.
Il lieto fine però non è autentico: Walter vuole possedere, non ha ottenuto
quella liberazione dall’ego che ogni metafisica d’Occidente e d’Oriente ha
indicato quale la strada verso la trascendenza, verso l’Angelo. Sottoposto al
trattamento dell’autofiction, l’amore di Walter per Marcello diventa iperreale:
non è falso e non è vero. È una vera finzione. Walter spia il suo amato, annota
le sue battute, descrive la sua devastazione mentale; rende pubbliche le
umiliazioni sessuali dell’Angelo caduto. Lo compra e lo ama per sé ma anche per
il pubblico, lo ostenta per suscitare invidia, approfondisce in Marcello la
perdita dell’intimità anziché medicarla. La vittoria è così ambigua che nei
romanzi successivi, nonostante la dichiarazione di intenti, Walter/Siti non
riuscirà a dismettere l’autofiction e dovrà tentare di nuovo la strada
dell’“operazione”.
La seconda parte sarà pubblicata martedì 23 dicembre 2025
L'articolo Da Platone al Vangelo proviene da Il Tascabile.
“L a mia lingua era sbagliata”, scrive Maggie Nelson in Pathemata. O, la storia
della mia bocca (2025), edito da Nottetempo e tradotto da Alessandra
Castellazzi, un libro in cui l’autrice californiana racconta un decennio di
dolore alla mascella. La lingua ‒ come organo ‒ sbagliata attiva una riflessione
sull’inadeguatezza dell’altra lingua, quella letteraria, nel raccontare il
dolore fisico. Nelson fa parlare il corpo malato per indagare attraverso esso la
relazione con gli altri e la postura di una scrittrice nel contesto linguistico
e sociale in cui il suo gesto grafico si esprime. “I miei denti continuano a
spostarsi”, scrive Nelson, e così avviene con il dolore che in Pathemata vive lo
smottamento del lutto per la morte dell’amica C, il travaglio del parto, la
gestione solitaria della malattia imposta dalla pandemia. Più che spostarsi nel
corpo, il dolore sposta il corpo, lo muove da dentro, lo fa esistere. E fa
esistere l’opera di Nelson, la fonda, la genera. L’autrice fa sua la visione del
filosofo Byung-Chul Han secondo cui “Il dolore regge l’esistenza umana. È un
organo percettivo che oggi abbiamo smarrito”.
I sintomi della lingua “fatta di sangue” interrogano la lingua con cui Nelson
scrive. Il libro diventa così un’anatomia del linguaggio che non ha un intento
terapeutico della scrittura come cura, ma al contrario proietta l’io narrante
verso fuori per far sentire al lettore l’esperienza del dolore. La malattia di
Nelson non ha diagnosi. La cronicità allora diventa ossessione che viene
tradotta in una forma letteraria. È stato più volte detto che è la
frammentazione a caratterizzare la forma di Pathemata. Ma più che pezzi e
schegge di un racconto, la scrittura di Nelson produce cerchi d’acqua: il dolore
fisico è un sasso appuntito gettato in uno stagno; il cerchio prodotto da questo
sasso si allarga sulla superficie intersecandosi con i cerchi degli altri
sintomi. La superficie del testo è cosparsa di passaggi letterari ‒ più che di
paragrafi ‒ collegati tra loro da una ricerca di senso e dalla produzione di
immagini: come cerchi d’acqua, si intersecano e si dilatano nella mente del
lettore. La profondità della riflessione letteraria di Nelson viene trovata nei
sassi precipitati sul fondo che, durante la caduta verso la zona non controllata
dalla mente, da dolori fisici diventano esistenziali. Come scrive Chul Han, il
dolore è “la forza di gravità dell’esistenza” e dell’opera di Nelson.
> Nelson fa parlare il corpo malato per indagare attraverso esso la relazione
> con gli altri e la postura di una scrittrice nel contesto linguistico e
> sociale in cui il suo gesto grafico si esprime.
Superficie e profondità rimandano a sogno e realtà tra cui si compie la tensione
comunicativa dell’autrice: “Proprio come nella storia dei sogni di Freud ‒ non è
il sogno che conta, ma il racconto del sogno ‒ le parole che scegli, i rischi
che corri nell’esternare la tua mente”, scrive Nelson. “Questa è la ‘cura della
parola’ di Freud ‒ Freud, che morì di cancro alla mandibola, per cui si
sottopose a più di trenta interventi chirurgici orali debilitanti e sfiguranti”.
La dimensione onirica, però, non si esprime in una scrittura rarefatta. Le acque
in cui Nelson immerge il lettore sono scure e immobili. E l’immobilità è
l’aspetto più terrificante del dolore: “L’unica cosa che mi spaventa più del
dolore e della sua ferocia è il torpore, la paralisi”.
“Al mattino è come se la mia bocca fosse sopravvissuta a una guerra”, scrive
nell’incipit. Un cerchio d’acqua si allarga: il rapporto tra dolore e metafora
su cui Susan Sontag in Malattia come metafora (1978) si è espressa nei termini
di liberare il racconto della malattia dai pensieri metaforici. Sul terreno
delle immagini si addentra invece Virginia Woolf che nel 1926 pubblica il saggio
Sulla malattia. Per Woolf la malattia mette in crisi il linguaggio: “Basta che
il malato tenti di spiegare a un medico la sofferenza che ha nella testa perché
il linguaggio si prosciughi di colpo”. Esiste una lingua letteraria del dolore
diversa dal linguaggio scientifico della malattia? Secondo Woolf, abbiamo
bisogno di “una lingua nuova, più primitiva, più sensuale, più oscena”.
In Nelson il dolore aggredisce la lingua fisica e deforma la lingua letteraria:
la creazione artistica avviene a partire dalla sensazione del corpo trovando nel
linguaggio un esito non convenzionale. L’uso dei trattini riproduce il movimento
di un dolore cronico che non si spezza, non frammenta, ma ritorna: c’è sempre
anche quando non si sente. Il sintomo in Nelson è l’intenzione letteraria,
l’istinto a narrare. La circolarità della costruzione narrativa ‒ i passaggi che
costruiscono il flusso della storia ‒ parte da dentro. Il dolore anche quando è
silente si sta raccontando. Negli intervalli tra un sintomo e l’altro il dolore
continua a esserci. Diventa verticale, profondo, abissale. Questo movimento di
caduta circolare in cui il dolore ritorna e si avvita su sé stesso si compie
anche nell’estetica scelta dall’autrice: “Dico che C mi ha stretto la mano, ma
in realtà l’incidente le ha tolto la presa delle dita; perciò, è più come se
formasse una culla in cui la mia mano può riposare ‒ una Pietà in miniatura ‒
evocando il suo apprendistato giovanile nella lavanda dei piedi”.
> La dimensione onirica non si esprime in una scrittura rarefatta. Le acque in
> cui Nelson immerge il lettore sono scure e immobili. E l’immobilità è
> l’aspetto più terrificante del dolore.
Il linguaggio metaforico riproduce anche un suono grazie all’attento lavoro di
traduzione di Alessandra Castellazzi che già in Bluets (2023), il precedente
libro di Nelson, si era posta la questione di restituire al lettore l’esperienza
musicale della lingua della scrittrice di San Francisco. A questo proposito
Woolf scrive: “Quando si è malati le parole sembrano possedere una qualità
mistica. Afferriamo ciò che va oltre il loro significato superficiale,
comprendiamo istintivamente questo, quello e quell’altro ‒ un suono, un colore,
qua un accento, là una pausa”. Per Woolf la poesia esprime meglio della prosa
l’urgenza comunicativa della malattia. In questo senso i passaggi letterari di
Pathemata risuonano come versi di una lunga poesia, un cerchio d’acqua vibrante,
sensuale, enigmatico, carico di attrazione verso l’esperienza del dolore:
“Rinunciare all’enigma del dolore non è facile”, scrive Nelson.
Secondo il filosofo Hans Georg Gadamer, la salute è silenziosa, è la malattia a
determinarla “come ciò che si oggettiva da sé e che ‘ci viene incontro’, in
breve ‘ciò che ci invade’”. La scrittura di Nelson come il dolore ci viene
incontro, ci invade, avvolge, disturba: “dieci anni fa un’equipe medica
rimuoveva una ciste del mio ovaio sinistro, contenente ‒ come speravamo ‒
soltanto capelli, denti e globuli di grasso, la creazione aggrovigliata di un
figlio delle fate. È più difficile operare sulla parte del corpo responsabile
della masticazione e della produzione del linguaggio. Specialmente se nessun
esame ha rivelato una putrefazione”.
> In Nelson il dolore aggredisce la lingua fisica e deforma la lingua
> letteraria: la creazione artistica avviene a partire dalla sensazione del
> corpo trovando nel linguaggio un esito non convenzionale.
L’anamnesi della doppia lingua tracciata da Nelson si fa idioma corporeo
confondendo il genere del testo, che non può definirsi un diario, né un saggio,
né un memoriale. Nelson restituisce il “corpo come memoriale”, concetto
elaborato dall’antropologa Mariella Pandolfi: “Nel corpo un reticolo di tracce
inscrivono una sorta di memoriale che sembra rispondere ad altre logiche
simboliche”, scrive la studiosa, “un corpo che diventa ‘memoriale’ e in cui la
storia esterna e il vissuto interno di essa si iscrivono”. Qui sta la
sperimentazione della scrittrice californiana: non scrivere un memoriale ma
scrivere con il corpo come memoriale:
> consento all’arazzo di allargarsi, intrecciandovi i miei primissimi trascorsi
> con la logopedia, i miei eterni problemi di tonsillite, le mie avventure
> adolescenziali con l’ortodonzia, le precedenti radiografie all’apparato
> digerente superiore e le infiammazioni all’articolazione temporomandibolare,
> lo svezzamento di mio figlio, la perimenopausa, i fattori di stress domestici,
> il ruolo letterario e simbolico della bocca nella vita di una scrittrice.
Secondo Chul Han, nella nostra epoca caratterizzata da “una algofobia, una paura
generalizzata del dolore, […] un’anestesia permanente, nulla deve più far male”.
Anche nell’arte. “I prodotti culturali”, scrive il filosofo, “devono assumere
una forma che li renda consumabili, cioè compiacenti”. Accade anche in
letteratura, ma Pathemata va in altra direzione: è un libro che fa male perché
non offre alcun rimedio al dolore. Il dolore cronico non insegna nulla. Nelson
ha agito nella scrittura quanto diceva Adorno: far diventare eloquente il dolore
come condizione di verità. Il dolore di Nelson è il modo di stare al mondo di
questa scrittrice, di indagare significati che sarebbero stati inaccessibili se
non avesse fatto esperienza della malattia.
La verità letteraria toccata da Nelson è forse questa: il dolore è una forma
allucinata e allucinante di conoscenza preclusa a chi non sente l’immobilità
fisica lancinante, a chi non vive la crisi della presenza demartiniana connessa
al corpo malato, a chi non si sente in quanto malato estraneo a sé stesso (“una
situazione fisica straniante”, scrive Nelson), a chi non ha smarrito la propria
capacità di agire perché infermo, a chi non esperisce quella rottura drammatica
dei sensi e delle percezioni da cui parte la narrazione. “È il dolore a mettere
in moto il racconto”, secondo Chul Han. E nel caso di Pathemata a farsi
“fantasia estetica”.
Scrive Nelson: “Tra me e me penso: Non mi sento mai bene, non sto mai bene. C’è
qualcosa di sistemicamente sbagliato in me, forse sono sistemicamente malata”. E
qui l’autrice trasforma l’io narrante in personaggio letterario iscrivendosi
nella tradizione del rapporto tra letteratura e malattia, da Dostoevskij che
inizia Memorie del sottosuolo con: “Sono un uomo malato” a Kafka che nei suoi
diari scrive: “Io volevo rimanere indipendente, non distratto dalla gioia di
vivere che può trovare un uomo utile e sano”. Per Nelson come per questi
scrittori forse la malattia attraverso la creazione di un linguaggio non
convenzionale diventa un modo di vivere fuori dalle regole.
> Il dolore è una forma allucinata e allucinante di conoscenza preclusa a chi
> non sente l’immobilità fisica lancinante, a chi non vive la crisi della
> presenza demartiniana connessa al corpo malato, a chi non si sente in quanto
> malato estraneo a sé stesso.
“C’è una foresta vergine in ognuno. […] Qui procediamo da soli, e ci piace di
più così. […] nel mondo dei sani, la cortese finzione va mantenuta, e lo sforzo
rinnovato ‒ per comunicare, per civilizzare, per condividere, per coltivare il
deserto ed educare il selvaggio, per lavorare insieme il giorno e per
spassarsela la sera. Nel mondo dei malati questa messa in scena si interrompe.
[…] Non più soldati nell’esercito degli eretti, diventiamo disertori”, scrive, a
proposito dell’antagonismo del dolore, Virginia Woolf che si riempì le tasche di
sassi per lasciarsi andare a fondo in un unico grande cerchio d’acqua,
tracciando il destino simbolico delle scrittrici che ieri e oggi fondano
nell’indagine letteraria sul dolore e sulla malattia, la loro ribellione.
L'articolo Indagine sul dolore proviene da Il Tascabile.
T utto ciò che so dei Novanta non l’ho vissuto, mi ha impregnato come un residuo
ectoplasmatico, attraverso i palinsesti televisivi e i VHS graffiati dal
Telefunken di mio padre. Ciò che possiedo non è memoria, si tratta piuttosto di
possessione, di un corpo estraneo che mi abita. Per questa ragione Novanta
(2025) di Valerio Mattioli ha agito sul mio immaginario come un esorcismo,
perché è stato capace di sottrarre quegli anni all’iconografia stantia a cui li
ha relegati la retorica ufficiale.
Novanta non accetta la liturgia storico-mediatica che comprime il decennio tra
il 9 novembre 1989 e l’11 settembre 2001; segue infatti un’altra logica, senza
filtrare gli anni Novanta italiani con i grandi eventi globali, ma con il lavoro
di una generazione che ha reinventato il conflitto e ne ha spettacolarizzato la
forma. Se da una parte la storia ufficiale sembrava essersi interrotta con la
fine della guerra fredda, dall’altra parte, come in una dimensione parallela,
riemergeva dalle nebbie del passato una controstoria che con pratiche, gesti,
linguaggi, era pronta a edificare un altro mondo sulle ceneri di un’altra epoca.
Quelle pratiche e quei linguaggi attraversano ancora oggi il nostro presente,
continuano a pulsare, vivi, come un’eredità che reclama attenzione e
riconoscimento. Il risultato del libro è un’archeologia del recente passato che
rimette in moto correnti sotterranee date per disperse.
> Seguendo lo sprofondamento psicoanalitico di Novanta si è costretti a fare i
> conti con un decennio fondativo, solare; il lungo Sessantotto è stato una
> realtà brulicante di sperimentazioni che faranno da terreno di coltura ai
> movimenti successivi.
Ma il decennio dimenticato non è possibile da decifrare se non si fanno i conti
con la sua preistoria, il lungo Sessantotto, il decennio bandito, i Settanta.
Mattioli li descrive come la preistoria del Movimento. Il biennio 1977-78
rappresentava un nodo irrisolto della storia e della controstoria italiana.
Un’epoca di gioia feroce e di rigetto dell’autoritarismo, che vide la
convergenza tra studenti e operai, veniva ridotta in superficie ai toni grigi
scuri di La notte della Repubblica di Sergio Zavoli. Seguendo lo sprofondamento
psicoanalitico di Novanta si è costretti a fare i conti con un decennio
fondativo, solare; il lungo Sessantotto è stato una realtà brulicante di
sperimentazioni che faranno da terreno di coltura ai movimenti successivi. Gli
anni Novanta furono un esorcismo collettivo della memoria ingombrante degli
“anni di piombo”, così come il libro di Mattioli è “l’ennesimo esorcismo
rituale” dei Novanta stessi.
È nella preistoria dei Novanta che nacquero i centri sociali autogestiti (CSA)
come il Leoncavallo a Milano e furono proprio i CSA, pur con le loro profonde
divergenze di vedute, a tenere insieme le due età. Funzionarono come dispositivi
politici e culturali, come comuni eterodosse dentro fabbriche dismesse, furono
laboratori di musica e militanza, zone di sperimentazione a partire dalle quali
si è tentato di assaltare il cielo della cultura mainstream.
Le due anime che caratterizzano la geografia dei centri sociali furono la
militanza e la controcultura, due direttrici che si sono incontrate e scontrate.
La militanza di chi è cresciuto nei Novanta risaliva all’eredità dell’Autonomia
del 1977: la Pantera ad esempio, il movimento studentesco che da Palermo unirà
l’Italia in una intensa opposizione alla riforma Ruberti dell’università. Le
università occupate faranno infiammare la ferita mai sanata del potere
costituito, obbligato dal trauma a vivere quella eco come un ritorno del
rimosso, con le sirene spiegate della paranoia, dell’allarme e della
repressione. Ma sebbene negli anni Novanta i CSA attingessero abbondantemente al
lessico e alle pratiche dell’Autonomia, da cui derivavano specificamente il
rifiuto del lavoro, l’ironia, l’azione diretta e l’uso creativo dei media, anche
e soprattutto attraverso la provocazione, il decennio dimenticato, ironia del
destino, era “profondamente estraneo” a sentimenti quali la “nostalgia”, per cui
il legame con il passato diventava più una riserva di carburante “necessaria a
proiettarsi a velocità supersonica verso il futuro”.
> Gli anni Novanta furono un esorcismo collettivo della memoria ingombrante
> degli “anni di piombo”, così come il libro di Mattioli è “l’ennesimo esorcismo
> rituale” dei Novanta stessi.
La controcultura d’altra parte non sbucò dal nulla e risaliva anch’essa alle
esperienze di estrema sperimentazione degli anni Settanta, centrali per
l’intersezione tra psichedelia e rivoluzione La politica rivoluzionaria e
l’underground artistico finirono per toccarsi, generando una iridescenza
difficile da classificare. Riviste come Re Nudo organizzarono festival
all’aperto che somigliavano a grandi comuni temporanee: “La Festa del
proletariato giovanile” era un happening hippie rivestito di parole d’ordine
marxiste, un luogo dove l’etica operaia si sgretolava davanti al richiamo del
piacere immediato. L’idea del “tutto subito”, nel suo mix di edonismo e
militanza, lasciò una scia che avrebbe continuato a brillare sotterranea per
decenni.
Per certi versi la controcultura tenne in vita la fiamma della militanza, in
particolare negli anni Ottanta: mentre il riflusso dell’eroina e la repressione
svuotavano le piazze, alcune sottoculture riuscirono a tenere accesa quella
brace. L’anarcopunk, con spazi come il Virus di Milano, recuperò principi della
controcultura hippie, dall’ecologismo al pacifismo, traducendoli però in un
ethos separatista, rigido, antisistema fino al midollo. Poco dopo, il circuito
post-punk e industrial legato all’Helter Skelter nel Leoncavallo avviò
un’operazione quasi archeologica: riportare in vita l’eredità psichedelica degli
anni Settanta e farne materia di nuove comunità, nuove estetiche, nuove liturgie
del “vivere insieme”. La memoria hippie veniva riscritta attraverso suoni più
cupi, macchine rumorose e visioni distopiche, ma il nucleo rimaneva quello,
l’idea che un’altra forma di società fosse possibile.
> Per certi versi la controcultura tenne in vita la fiamma della militanza, in
> particolare negli anni Ottanta: mentre il riflusso dell’eroina e la
> repressione svuotavano le piazze, alcune sottoculture riuscirono a tenere
> accesa quella brace.
Questa danza tra arte e politica si slanciò nello scontro diretto contro
l’ordine globale attraverso il rituale dello scontro di piazza brevettato dalle
Tute bianche, emerse a metà degli anni Novanta, nella Padova di Toni Negri e del
postoperaismo, che si proposero come diretti eredi della militanza. Vestiti come
“fantasmi”, le Tute bianche avevano come obiettivo il superamento della
dimensione intermittente dell’agire politico e affermare il principio di
“conflitto e consenso”, preparando la strada per le contestazioni globali di
fine decennio. Nella continua dialettica tra militanza e controculture
artistiche riprese corpo il Movimento, con la sua denuncia-profezia del
capitalismo della sorveglianza, le lotte per il reddito di base universale, il
rifiuto del lavoro, i pericoli dell’abbraccio morale tra nuove tecnologie e
ideologie ultraliberiste.
La militanza politica venne tradotta in nuove forme di contestazione culturale.
Sotto la spinta all’azione diretta nacque l’hip hop militante e l’Onda Rossa
Posse tra 1989 e il 1990 incarnò la voce dell’intero movimento. Militant A, una
delle anime del gruppo, cercava una moralità superiore e l’euforia collettiva
che aveva animato il movimento degli anni Settanta. Il libro è inevitabilmente
anche una storia del panorama underground legato ai CSA e delle sue incursioni
nel mondo commerciale. Dal rap in italiano al tarantamuffin, dalla techno del
“suono di Roma” alla teoria della pompa suprema di Lori D., i capitoli del libro
sembrano i quadri di Hieronymus Bosch, carichissimi di personaggi e situazioni,
di cui rimangono impresse le pennellate con cui vengono dipinte la rabbia
militante e di provincia dell’abruzzese Lou X, lo stile bolognese di Dee Mò e
dell’Isola Posse All Star, fino a SxM, l’album di culto dei Sangue Misto. Si
trattò di strumenti di lotta ed egemonia, parti di una guerra asimmetrica
diffusa e capillare, condotta da “coindividui” come Luther Blissett, ed
esperienze radicali come la rivista Torazine e lo sfondo queer e transfemminista
che le aveva rese possibili.
> La militanza politica venne tradotta in nuove forme di contestazione
> culturale. Sotto la spinta all’azione diretta nacque l’hip hop militante e
> l’Onda Rossa Posse tra 1989 e il 1990 incarnò la voce dell’intero movimento.
Dopo l’ennesimo tentativo di sgombero del Leoncavallo nel 1994, i movimenti
sembravano sempre più un unico Movimento, riuscendo a trarre una lezione
importante dai femminismi degli anni Settanta e dalla loro avversione al
maschiocentrismo della sinistra rivoluzionaria. Dopo che certi steccati furono
scavalcati, la lotta sembrava unire personaggi diversissimi tra loro,
darkettoni, militanti nerd, profeti con il microfono in mano, attivisti
transgender e teorici della lotta omossessuale marxista.
Novanta potrebbe valere come appendice dell’Escatologia occidentale, scritta dal
rabbino Jacob Taubes. Eredi di una tradizione che, come nota Taubes, si muove
sul crinale dove apocalittica e gnosi si incontrano, sotto la superficie delle
occupazioni, dei cortei, delle comuni fricchettone, pulsa la stessa corrente
che, nei secoli, ha animato profeti, settari, comunità perseguitate. I festival
di Re Nudo, le comuni, la psichedelia, e poi la Pantera, con il suo improvviso
accendersi e il suo immediato propagarsi, ha qualcosa delle ondate messianiche
luriane: un’energia collettiva che prende fuoco perché riconosce nel presente la
stanchezza di un eone in dissoluzione. Il cyberpunk di Decoder, con il suo “i
piedi sulla strada, la testa nei computer”, aggiorna l’antico dualismo gnostico:
materia e spirito, corpo e rete, qui e altrove. I rave illegali, contaminati
dalle tribù tekno-travellers, recuperano la matrice nomade e comunitaria degli
antichi movimenti ereticali, dal manicheismo fino ai Mandei. La militanza degli
anni Novanta, dal rap militante dell’Onda Rossa Posse alle Tute bianche,
riprende un’eredità che ricorda da vicino la dialettica di Münzer o degli
spirituali francescani: la convinzione che un altro ordine sia possibile non per
evoluzione graduale, ma per rottura.
Ogni movimento descritto, dal 1977 agli anni Novanta, dalle occupazioni ai rave,
dalle autoproduzioni alla controinformazione digitale, funziona come un episodio
della stessa storia lunga, la storia delle minoranze che rifiutano l’eone
presente e tentano di costruire un regno a venire. In questa luce, i centri
sociali assumono un profilo quasi conventuale: piccoli laboratori di apocalissi
quotidiane, dove la vita comune è un gesto di opposizione e insieme di attesa.
Come nelle comunità gnostiche, la salvezza non è rimandata al futuro: si pratica
nel qui e ora, nella condivisione dei mezzi, dei linguaggi, dei corpi. È questa
la ragione profonda per cui vengono percepiti come minaccia: come gli eretici
medievali, i movimenti degli anni Novanta non contestano solo il potere, ma la
forma stessa del mondo.
L’epica tragica di Novanta mi ha riportato in mente un cult videoludico della
seconda metà degli anni Novanta, la saga per Playstation Legacy of Kain. Nel
1999 il secondo capitolo della storia ci introduce a Raziel, il
vampiro-lieutenant di Kain, il “padre” tirannico che lo punisce per la sua
superbia, gettandolo nel lago dei morti. Contro ogni aspettativa, Raziel
riemerge come wraith: un essere spettrale, nutrito e manipolato dal Dio anziano,
una divinità lovecraftiana degli abissi, che rende il protagonista capace di
oscillare tra il piano materiale, corrotto e decadente, e quello spettrale, un
piano dimensionale capovolto, dove l’acqua perde consistenza e il tempo scorre
più lentamente. Quando il protagonista ritorna nel piano materiale, Nosgoth, un
tempo impero vampirico, è ora una landa desolata, in rovina, i clan e i fratelli
di Raziel che la reggevano si erano dissolti in orrende mutazioni, le sue terre
desolate erano state ferite dall’equilibrio spezzato dalla hybris di Kain.
> Ogni movimento descritto, dal 1977 agli anni Novanta, dalle occupazioni ai
> rave, dalle autoproduzioni alla controinformazione digitale, funziona come un
> episodio della stessa storia lunga, la storia delle minoranze che rifiutano
> l’eone presente e tentano di costruire un regno a venire.
Più ci penso e più i centri sociali mi appaiono come “regni vampirici” dove si
praticavano riti di resistenza collettiva contro il capitalismo neoliberale.
Erano luoghi di iniziazione politica, con musica underground, rave, assemblee e
azioni dirette che incarnavano una controcultura viva. Ma come Raziel questo
movimento si spinse troppo vicino al sole: la proclamazione di guerra consegnata
alla stampa dalle Tute bianche al Genoa Social Forum all’alba di un appuntamento
con la storia che avrebbe dovuto certificare la forza del movimento fu l’apice
della hybris della militanza degli anni Novanta.
Furio Jesi nel suo saggio sulla metamorfosi del vampiro nella cultura tedesca
contenuto in L’accusa del sangue, vede nel vampiro un aspetto che va oltre il
mostro folkloristico puro, interpretandolo come un’immagine mitologica distorta
imposta come marchio su quei movimenti ereticali combattuti dall’ortodossia
cristiana. Sconfitti e repressi, gli eretici sono diventati “mostri” notturni,
residuati di pratiche rese incomprensibili dopo che il potere costituito ha
pronunciato la sua damnatio memoriae. Il vampiro jesiano diventa il volto
sfregiato dell’Iniziato, colui che, in società arcaiche, attraversava prove di
morte e rinascita per accedere a un piano superiore di conoscenza o potere. La
volontà di sfondare la mitologica “zona rossa”, cuore dell’ordine mondiale,
portarono rapidamente al crollo di quella fase della storia del panorama
antagonista. Il movimento si frantumò e l’equilibrio precario tra autonomia e
integrazione si corruppe in un paesaggio di rovine, monumenti di una crisi
identitaria, simboli di cooptazione da parte del mainstream, o semplice oblio
degli anni Duemila. Come Nosgoth dopo la corruzione di Kain, l’Italia post-G8
vide i suoi “pilastri” crollare in un’era di sorveglianza e securitarismo,
oramai non più allucinazioni dei collettivi eretici degli anni Novanta ma realtà
effettive.
Come già in Remoria (2019), in cui la città di Remo ha la sua occasione di
emergere a discapito della città di Romolo, Valerio Mattioli riusa questo schema
di ribaltamento negromantico della damnatio memoriae e assume le sembianze del
Dio anziano di Legacy of Kain, diventando un narratore sotterraneo, manipolatore
di memorie, che risveglia il lettore dal torpore delle litanie della retorica
ufficiale. Lo trasforma così in un’arma vendicativa atta a mondare il
doppelganger edonista e berlusconiano del decennio perduto. Mattioli è capace di
liberare il lettore dal piano spettrale, l’immagine ufficiale degli anni
Novanta, fatta di MTV, consumismo e pacificazione, per farlo riemergere sul
piano materiale, ossia la memoria militante dei riti sotterranei di resistenza,
le lotte dimenticate.
> Come già in Remoria Valerio Mattioli riusa lo schema del ribaltamento
> negromantico della damnatio memoriae, diventando un narratore sotterraneo,
> manipolatore di memorie, che risveglia il lettore dal torpore delle litanie
> della retorica ufficiale.
Mentre il tempo culturale sta iniziando a rigettare il decennio perduto per
produrre cultura rediviva, il lettore di Novanta dovrebbe oggi porsi un
interrogativo dirimente: questa rinascita culturale è vera redenzione o solo un
altro ciclo di predazione mitica? Di sicuro libri come quelli di Mattioli devono
essere visitati non come mausolei della storia antiquaria, perché si tratta
piuttosto di modi per comprendere come ciò che è accaduto nel tempo sociale può
sempre accadere di nuovo. Novanta è un atto di vendetta che rimette in piedi uno
Sheol, la cui geometria costituisce un itinerario di attimi messianici che
rendono il passato ancora rivedibile e a disposizione del presente. Il libro
riattiva presenze sepolte, restituisce corpo alle possibilità negate, riaccende
lampi di un’epoca che non ha mai davvero smesso di bussare. Nei raver che
assaltano lo Spaziokamino, nella techno come tamburo di guerra, nelle T.A.Z. di
Bey, si intravede un’idea impossibile che ritorna, stavolta non come fantasma,
ma come promessa.
L'articolo Ciao proviene da Il Tascabile.
L a prima volta in cui con coscienza dell’illegalità della faccenda ho scattato
una foto all’interno di un museo è stato al MoMa, una quindicina di anni fa, per
immortalare La jungla di Wifredo Lam: con tenacia, fregandomene
dell’obsolescenza che mi spingeva a cambiare smartphone, sarebbe rimasta
l’immagine di sfondo per lustri. Poi, molto tempo dopo, al Museo nacional de
Bellas artes di L’Avana, ho visto La silla: stavolta ho acquistato una
riproduzione, che se ne sta appesa nello studio. I quadri di Wifredo Lam sono
quelli che più mi restituiscono, in immagini, il diorama che mi si scatena in
testa quando leggo certi libri di certi autori sudamericani. Non è un caso che
parli di Lam anche Alejo Carpentier nell’introduzione a Il regno di questo mondo
(1949; trad. it. 1959), in cui lo definisce “il migliore insegnante della magia
della vegetazione tropicale, della sfrenata Creazione di Forme della nostra
natura, con tutte le sue metamorfosi e simbiosi”.
Si tratta di una vertigine che non si spalanca facilmente, ma che si appalesa
fortemente, viva e verdeggiante, ogni volta che mi capita di leggere un romanzo
di Miguel Bonnefoy, per ultimo Il sogno del giaguaro, recentemente pubblicato da
66thand2nd. Anche se Bonnefoy sudamericano strictu sensu non è, ma ci arriviamo.
La “rigogliosità” di Bonnefoy è tanto più vistosa quando si realizza, per
giunta, che i rameggi, le radici, affondano l’una nell’altra: quando ci si rende
conto, cioè, che ogni sua opera è intrecciata, impegnata nel disegno di un
Grande Mosaico Latino. Quando ne ho parlato con Francesca Bononi, che di
Bonnefoy è la traduttrice in Italia, mi ha detto:
> la prima immagine che mi viene in mente è senza dubbio una foresta tropicale,
> non tanto per l’esotismo quanto per la densità e la continua proliferazione di
> forme, dettagli, linee narrative che si attorcigliano e aggrovigliano. In ogni
> romanzo c’è una struttura solida, ben intrecciata: ma lo spazio di espansione
> è potenzialmente infinito. Una rigogliosità data sia dalle parole, scelte per
> la loro forza evocativa, per il colore e la musicalità che portano con sé, sia
> dalla densità sintattica.
In Italia di Bonnefoy sono stati tradotti cinque romanzi, tutti editi da
66thand2nd: Zucchero nero (2018), Eredità (2021), L’inventore (2023), Il
meraviglioso viaggio di Octavio (2023) e appunto Il sogno del giaguaro. Ci
mancano i suoi racconti, e un memoir di viaggio, Jungle. Ognuno dei romanzi è un
tuffo vorticoso in epopee popolate da miriadi di personaggi, memorie invisibili,
incroci, morti che parlano con i vivi e viceversa, edifici dalle architetture
ardite e primordiali al contempo, innalzati con una lingua universale,
mitopoietica, immarcescibile, che rifugge – ma allo stesso tempo si serve – di
sensazionalismi esotici e sentimentalismi assurti a meravigliosi pretesti di
narrazione. Quando Ana María, in Il sogno del giaguaro, dice ad Antonio “sposerò
soltanto l’uomo che mi racconterà la storia d’amore più bella” e Antonio va alla
stazione delle corriere, estrae un cartello con su scritto “Ascolto storie
d’amore”, le raccoglie e si presenta da Ana María dicendo “Non so quale sia la
più bella, ma eccotene mille. Ti va di scrivere la nostra?”, ecco: Bonnefoy crea
un multiverso di pretesti per raccontare storie. Mille, ognuna delle quali è
l’incipit alla loro. Casomai la più bella.
> La “rigogliosità” di Bonnefoy è tanto più vistosa quando si realizza, per
> giunta, che i rameggi, le radici, affondano l’una nell’altra: quando ci si
> rende conto, cioè, che ogni sua opera è intrecciata, impegnata nel disegno di
> un Grande Mosaico Latino.
La strizzata d’occhio di Bonnefoy, rea confessa anche in ogni bandella delle
edizioni italiane, sembrerebbe essere quella al realismo magico di Gabriel
García Márquez. Dopotutto, in Il meraviglioso viaggio di Octavio, scrive: “le
cose erano talmente nuove che non avevano nome e bisognava indicarle con un
dito”, un’istantanea che ricorda davvero la fondazione di Macondo. A me, però,
la questione sembra un po’ più complessa.
Se c’è una fallacia classica dirimente, nell’interpretazione della letteratura
latinoamericana dal boom in poi, è questa riconducibilità al canone del realismo
magico. Mondi straordinari, personaggi venuti da chissà dove pronti a spiccare
il volo, sono in realtà stati declinati in maniere molto diverse. Samanta
Schweblin, per esempio, ne ha esacerbato il lato contemporaneo con sfumature
weird. Salomé Esper, Mariana Enriquez, Monica Ojeda, Gabriela Cabezón Camara –
interessante il fatto che molte “eredi” di questo che continuiamo a chiamare
realismo magico siano donne – hanno proiettato i meccanismi narrativi che
affondano nel sostrato surreale e intrinsecamente magico del Sudamerica per
trasportarne gli effetti nel presente, anche quando il materiale narrativo
appartiene al passato: Gabriela Cabezón Camara, per esempio, nel suo Le
avventure della China Iron (2023) prende il Martin Fierro, quindi una storia di
un altro secolo, ma fonde i Remington per forgiarci armi cyberpunk. Quel che fa
Miguel Bonnefoy, invece, è lasciare le storie a galleggiare nel loro tempo:
anzi, meglio, le allaccia a un tempo mitico, irrorato di una luce che suona
primordiale, anche se magari è quasi contemporanea.
Alejo Carpentier, ancora nell’introduzione a Il regno di questo mondo, è
abbastanza critico nei confronti di quel “meraviglioso ottenuto con trucchi di
prestidigitazione, riunendo oggetti che non sogliono mai incontrarsi”, perché “a
forza di voler suscitare senza tregua il meraviglioso, i taumaturghi diventano
burocrati”. E qua traccia una linea di distinzione molto netta: spiega come nel
realismo magico si inseriscono elementi fantastici per rendere più chiara la
differenza tra realtà e magia, con l’intento di mostrare non come la magia sia
reale, ma come la realtà sia magica. Una condizione che però è preesistente
nell’America Latina, che non ha bisogno di forzature, ma solo di uno show, don’t
tell: questo perché a quelle latitudini “il reale-meraviglioso si trova di
continuo, per la verginità del paesaggio, per la formazione, per l’ontologia,
per la compresenza dell’indiano e del negro, per la Rivelazione che costituì la
sua scoperta, per i fecondi meticciati che favorì”; “Che cosa è, la storia
dell’America tutta, se non una cronaca del reale meraviglioso?”.
Ecco: Miguel Bonnefoy non è uno scrittore che si serve del realismo magico.
Bonnefoy è un cantore del reale meraviglioso.
Per meravigliarsi bisogna innanzitutto credere. Chi non crede nei santi non può
guarire grazie ai miracoli dei santi. In ogni libro di Bonnefoy la fede svolge
un ruolo importante: Il meraviglioso viaggio di Octavio, dopotutto, si apre con
una processione, una statua del Nazareno che si incastra in un albero di limone,
e qualcuno che spara dei colpi di fucile facendo cadere tutti i limoni
dall’albero: “la polpa giallognola venne usata per le infezioni, le scorze
furono fatte essiccare e poi cosparse sul pesce […]. In dieci mesi furono
respinti dieci anni di peste”. Il rapporto tra fede e realtà (meravigliosa) è
ovviamente figlio delle acredini tra cattolicesimo e laicismo rivoluzionario da
una parte, animismo indigeno dall’altra. Nei libri di Bonnefoy ci sono tanto
Vergini Dorate quanto figure sciamaniche che levitano e aspirano il fumo dei
semi parlanti divinatori degli zapotechi, entrambi portatori di un messaggio di
salvazione diretto essenzialmente a uomini solitari, umili, che Eduardo Galeano
avrebbe definito “nadie, sin nada”: i nessuno, i senza niente.
> “Che cosa è, la storia dell’America tutta, se non una cronaca del reale
> meraviglioso?”. Ecco: Miguel Bonnefoy non è uno scrittore che si serve del
> realismo magico. Bonnefoy è un cantore del reale meraviglioso.
A partire da Octavio, uno che “evitava i litigi e la violenza perché non
conosceva i suoi diritti e non poteva difenderli”, c’è tutto uno stuolo di
fantastici (e felici) ignari: “non erano più una tribù, ma non erano ancora un
popolo. E così nascevano e morivano vivendo una sorta di esistenza immobile”
(Zucchero nero). Il sottoproletariato che è il brodo cosmico da cui sorgono
molti dei personaggi di Bonnefoy non basta di per sé per identificare chi siano
i buoni e chi i cattivi – a dirla tutta, neppure appartenere alla borghesia: ad
assegnare il posto nella storia ci pensano la storia, e la Storia, stesse. Che
siano banditi, poveracci, ladri, ubriaconi o possidenti terrieri, inventori,
parvenues, ognuno è però abitato dai suoi demoni, dannato (o baciato) dai
ricordi e dal destino, e tutti covano il sogno di fare qualcosa di strepitoso,
che è poi il movente – e il carburante propellente – di tutti i personaggi
bonnefoyani, moderni Icaro che si avventurano in progetti altisonanti coscienti
del fatto che il destino li metterà di fronte a un potenziale fallimento.
In L’inventore, unico romanzo non ambientato in America Latina ma in Francia,
basato sulla storia dell’inventore Augustin Mouchot, autore delle prime macchine
a energia solare, scrive: “Mouchot sapeva, come Icaro, sin dal primo momento,
che prima o poi la sua scoperta lo avrebbe sollevato a un’altezza troppo
pericolosa, che si stava avventurando in un terreno minato dal quale non avrebbe
fatto ritorno”. Quello di perseguire i propri intenti per restituire al mondo
qualcosa che la meravigliosità del mondo ha donato loro è una costante: in fondo
anche Antonio Borjas Romero, in Il sogno del giaguaro, è un romantico sognatore,
caparbio e testardo, che di fronte al disastro aereo che distrugge l’aeroporto
di Maracaibo si dice, come fosse la cosa più normale del mondo: “è qui che
bisogna seminare la luce”, e fonda la prima università di Maracaibo.
Chissà che non sia stata la luce, il racconto di quella luce che ha solo il
Sudamerica, a spingere Bonnefoy a parlare di un inventore ossessionato dai raggi
solari, dalla loro capacità di cambiare i destini dell’umanità: in effetti
Mouchot stupirà tutti con la sua invenzione, conquisterà Napoleone III e troverà
spazio all’Esposizione universale di Parigi del 1878 producendo, a partire dalla
luce, un blocco di ghiaccio – “quando crea il ghiaccio Mouchot sente l’emozione
proibita di un deicidio”, lo stesso friccico che sovviene al colonnello
Aureliano Buendía il giorno in cui prima di essere fucilato si ricorda di quando
il padre lo aveva portato a scoprire, esatto, proprio il ghiaccio. Più che
essere epigono di Marquez, però, Bonnefoy (qua e altrove) ha in Gabo una sorta
di pater familias ai feralia: “trent’anni dopo, nella sua camera polverosa di
rue de Dantzig, si sarebbe ricordato di quel pomeriggio misterioso e onirico”,
scrive, ma non è l’unica immagine che paga tributo all’immaginario di Cent’anni
di solitudine. In Il sogno del giaguaro, per esempio, Lazare riceverà visita dal
fantasma di Helmut Drichmann proprio come quello di Fulgenzio si presenta a José
Arcadio: “non uno di quei fantasmi che vagano, si nascondono in mezzo alle
camelie o si intrufolano come gnomi fuggitivi e subdoli sotto le lenzuola, no:
era un essere seducente e pacifico, che chiedeva sempre il permesso prima di
ritirarsi”.
> Il sogno di fare qualcosa di strepitoso è il movente – e il carburante
> propellente – di tutti i personaggi bonnefoyani, moderni Icaro che si
> avventurano in progetti altisonanti coscienti del fatto che il destino li
> metterà di fronte a un potenziale fallimento.
Pur estraneo al Sudamerica, in L’inventore personaggi e traiettorie seguono lo
stesso tragitto dei ceppi di vite francesi diretti in America Latina per
scappare dalla filossera: impiantati là trovano nuova vita. Benoit Bramont,
l’aiutante di Mouchot, per esempio, giunto in Sudamerica con una carambolesca
traiettoria, “mise incinta una giovinetta della bidonville di San Paolo del
Limone, la quale diede alla luce un gigante, anche lui predestinato a un
meraviglioso viaggio. […] ‘Lo chiamaremo Ottaviano’. ‘Troppo esotico’, disse la
ragazza tenendo in braccio il bambino. ‘Lo chiameremo Octavio’”. Ed è ancora in
L’inventore che scopriamo qualcosa di più di Michel René, figura centrale in
Eredità, personaggio fondamentale per il suo essere punto di raccordo tra i due
continenti, tra le due sponde, tra le radici delle mangrovie attecchite nei
Caraibi e quelle solide in Francia.
L’inventore è l’esplicitazione del lato oscuro della luna, quello europeo, di
tutta la storia narrata in Eredità, il romanzo di Bonnefoy che più salda i
legami tra i due continenti – prerogativa anche della sua biografia, alla fine –
raccontando appunto la storia di una famiglia, i Lonsonier, che si dipana tra
Cile e Francia a cavallo di quasi due secoli, tra parti surreali all’interno di
voliere in giardino, donne che coltivano il sogno di diventare aviatore, dilemmi
e avventure che affondano anche nel sostrato doloroso della dittatura di
Pinochet.
In Eredità c’è una frase che spiega bene il ribaltamento percettivo: Lazare, in
procinto di partire dal Cile per arruolarsi volontario per la Prima guerra
mondiale in Francia, scrive Bonnefoy, “immagina il paese d’origine della sua
famiglia con la stessa inventiva con cui i cronisti delle Indie dovevano aver
immaginato il Nuovo Mondo”. Il ribaltamento è anche del canone estetico:
un’immagine come “Si diceva che al fronte piovessero cadaveri di uccelli, che la
febbre nera facesse germinare lumache nella pancia, che i tedeschi incidessero
le proprie iniziali sulla pelle dei prigionieri” trasporta il real maravilloso
dall’altra parte dell’Oceano, in quel Vecchio continente che, per chi non lo
conosce, è sempre Nuovo. E il fatto che, di fronte all’opportunità di poter
incontrare questo zio Michel René, alla domanda “e dove vive?” si senta
rispondere “‘Qui’, disse il padre, posandogli un dito sul cuore” spiega bene la
sinusoide della geografia sentimentale dei suoi personaggi, oltre che quella
stessa di Bonnefoy.
Credo sia profondamente significativo che nel mondo tessuto da Bonnefoy, un
mondo in cui la parola ha un potere pantocratico, molti dei personaggi abbiano a
che fare con il mutismo, o con suoni che appartengono a un mondo diverso,
misterioso, incomunicabile. Margot, in Eredità, viene al mondo “in mezzo a un
concerto di pigolii, gridi e garriti”. Antonio Borja Romero, in Il sogno del
giaguaro, abbandonato sulle scalinate di una chiesa, viene allevato da una donna
muta. Octavio, in Il meraviglioso viaggio, attraversa l’umanità “indovinando
certe parole dalla somma delle lettere, leggendo la mimica, ripetendo quello che
sentiva per imitazione, pronunciando a orecchio”.
La loro emancipazione, la loro elevazione, la ricerca del loro posto al mondo
passa allora anche attraverso l’educazione alla parola, che non consiste in un
rifiuto del mondo primigenio ma avviene solo grazie a una sua conoscenza
profonda. Antonio, con la parola, da “una grande palude oppressa dalla calura”
dove nessuno più “immaginava una nazione prima delle nazioni, uomini travestiti
da aquile, bambini che parlavano con i morti e donne che si trasformavano in
salamandre” passerà a fondare un’università a Maracaibo. Octavio, grazie
all’incontro con Doña Venezuela, emancipata, acculturata, imparerà a leggere e
scrivere. Ma l’educazione sentimentale di tutti i personaggi passa comunque
attraverso la scoperta esperienziale (vedere più che leggere) di quel sostrato
onirico, avventuroso, indomabile, ancestrale della propria terra, dove storia,
mito, ragione e irrazionalità si fondono.
> Credo sia profondamente significativo che nel mondo tessuto da Bonnefoy, un
> mondo in cui la parola ha un potere pantocratico, molti dei personaggi abbiano
> a che fare con il mutismo, o con suoni che appartengono a un mondo diverso,
> misterioso, incomunicabile.
Tra le righe dei romanzi di Bonnefoy serpeggia sempre assai vivace la caducità
dell’universo latinoamericano. In Il meraviglioso viaggio fa dire a un
personaggio “questo è un paese del por ahora, un paese di passaggio per gli
imperi. […] Non c’è niente che abbia in sé l’avvenire, la memoria. È stato tutto
costruito por ahora… por ahora prima di scendere a Potosì e trovarci le miniere
più ricche… por ahora prima di fondare i grandi vicereami di Colombia”. “È un
paese di bivacchi”.
In questa caducità morale, in questa continua delocalizzazione anche emozionale,
le lettere, i libri, costituiscono un punto fermo. Quando Cristóbal, uno dei
personaggi di Il sogno del giaguaro, si sente dire dalla madre che “leggere
significa viaggiare” constata invece come per lui “la cui infanzia era stata un
viaggio continuo, leggere significava restare. Le città cambiavano, le lingue si
moltiplicavano, le culture sfilavano davanti ai suoi occhi mentre i libri
restavano sempre uguali a se stessi”. Per lui “le pagine hanno l’immobilità del
metallo e dell’agata”, o chissà la consistenza rocciosa della stele sulla quale
Doña Venezuela insegna a Octavio a scorgere i pochi tratti che bastano per
disegnare le cose, e in quel disordine Octavio “vedeva il tessuto umano della
sua bidonville, come un mondo appena nato, preceduto dal nulla. Il sapore di
quella lingua aveva inizio lì, con la guiava, il mais, l’araguaney”. Una
scrittura non nata dall’uomo, ma “da una natura senza logica, dove niente
impedisce alla sete tropicale di crescere, espandersi e ampliarsi nell’ebbrezza
più smisurata”, che è anche un invito alla vita: “Non è vivere nella miseria che
rende miserabili, ma il non saperla descrivere”, capisce Octavio.
E descrivere il proprio mondo straordinario, per i personaggi, per Bonnefoy
stesso, è affondare nelle storie “di un universo abitato da comunità di donne
guerriere dove i giganti si trasformavano in statue di legno e le bambine
nascevano dal fuoco delle canne da zucchero”, come scrive in Eredità. Storie che
sono cosmogonie disperate, fatte di elefanti arrivati dal Nepal, sapore di
cannella, gusci di diamante delle tartarughe, ritrovamenti di pinguini a mille
chilometri da dove è normale che siano: pretesti fantastici che, come dice uno
stregone cacicco in Eredità, normalmente si trovano solo nei libri.
La lingua, il prisma della cultura, è un aspetto interessante in Bonnefoy nella
misura in cui il racconto di questo retroterra mitico è comunque, e non va
dimenticato, affidato al francese, la lingua natale dello scrittore (e quella
adottiva di Octavio Paz, Romulo Gallegos, Arturo Uslar Pietri, Gustavo Pereira,
autori che spesso cita come punti di riferimento): la traduttrice Francesca
Bononi, giustamente, lo sottolinea. “La cifra più interessante del suo stile è
il francese atipico, nel quale in filigrana si avverte il respiro ampio della
lingua spagnola e delle narrazioni latinoamericane, con la loro capacità di
moltiplicare immagini”. “Tradurre Bonneofy”, mi ha detto, “significa misurarsi
con un testo al confine tra due mondi, che non si limita a un registro francese
classico e che continuamente apre varchi verso un immaginario e una musicalità
altri, una sorta di sinfonia in cui la norma francese convive con l’eco del
realismo magico dando vita a una prosa densissima, vegetale, che cresce e si
ramifica”. In un’intervista Bonnefoy ha detto: “Il francese è la lingua del mio
cervello, mentre lo spagnolo è la lingua del mio cuore, della pancia”. Il peso
specifico della lingua, per lui, assume anche connotati politici: “Il mondo si
divide in dominati e dominanti. Il francese mi permette di essere letto nel
primo mondo, il mondo dominante”. Ma anche, mi sento di aggiungere, di
raccontare – anche in maniera cruda – quello dei dominati.
> La traduttrice Francesca Bononi sottolinea: “La cifra più interessante del suo
> stile è il francese atipico, nel quale in filigrana si avverte il respiro
> ampio della lingua spagnola e delle narrazioni latinoamericane, con la loro
> capacità di moltiplicare immagini”.
Nei romanzi di Bonnefoy la politica essuda, più che prorompere. Ma è sempre
presente, non foss’altro perché la storia del continente che racconta, da cui
provengono i suoi genitori, ne è intrisa in maniera indissolubile. Ilario Da,
uno dei personaggi di Eredità, quando impara a scrivere la prima parola che
riesce a riprodurre è Revolución. Entrerà nei MIR (Movimiento de Izquierda
Revolucionaria), assisterà al bombardamento de La Moneda e alla destituzione di
Allende, al golpe di Pinochet, alla repressione. Subirà la tortura brutale che
lo spingerà a lasciare il suo Paese per trasferirsi in Francia dove “in una
minuscola mansarda, senza condor e senza auracarie, avrebbe scritto il racconto
delle torture subite”. La storia delle Americhe, che è anche una “sinfonia
dell’insurrezione”, irrompe nelle sue pagine con un potere evocativo detonante.
In Il sogno del giaguaro c’è un passo bellissimo che racconta la venuta al mondo
della figlia di Antonio e Ana María:
> A un tratto sentì la testa squarciarle le pareti interne. Viva il Venezuela,
> quella testa che entrava nelle ore fertili della storia di un continente, che
> affiorava dal tumulto della strada, che le fece ripercorrere i secoli
> latinoamericani, fino alla conquista spagnola e all’eredità colonialista dei
> padroni delle valli, fino agli imperi dei sacerdoti indigeni e alle dinastie
> arcaiche. Viva il Venezuela!, quella testa che attraversava le battaglie
> navali del golfo […] sino allo splendore primitivo della lucertola spuntata
> con il suo musetto da un guscio preistorico, Viva il Venezuela!, e Ana María
> […] provò un dolore così intenso da essere trascinata in un tempo in cui non
> esistevano rocce né sabbia, né oppressori né oppressi, ma soltanto, sospeso
> nel nulla, il vuoto magnifico di una prima stella. “Che nome vuole dare a sua
> figlia?”. “Si chiamerà Venezuela”.
La scena è ambientata durante uno dei colpi di Stato rivoluzionari venezuelani:
ne compariranno altri, perché tutta la storia del Sudamerica è un fare e
disfare: “la canna da zucchero è come la speranza, se vogliamo che cresca più
forte bisogna bruciarla”, dirà un personaggio di Zucchero nero. Il fil rouge
della condanna politica di Bonnefoy è nel racconto di come la ricchezza
trasformi le persone, che è poi lo stesso pattern di quel che succede agli
Stati: i soldi comprano tutto, anche l’anima. Nonostante ciò, l’afflato politico
di Bonnefoy, che non è mai vistoso: è però nondimeno presente nelle minuzie, in
quel coacervo di particolari che concorre ai grandi moti rivoluzionari, in
fondo.
In un’intervista, schermendosi, Bonnefoy ha risposto a una domanda su quale
musica lo ispirasse citando quella del sistema di orchestre Simon Bolívar. Anche
Francesca Bononi ha detto “accosterei la sua scrittura a una sinfonia, con i
suoi movimenti, le sue variazioni, i suoi crescendo”. In effetti Bonnefoy
ricorre spesso, oltre che alla musicalità intrinseca della sua lingua, a
immagini collegate con la mise en scene di opere, in cui la musica, il teatro,
“la teatralità” hanno il loro peso. In Il meraviglioso viaggio di Octavio si
cita un Requiem di Berlioz con “centinaia di strumenti a corde, quattro
orchestre spazializzate con quasi trecento cantanti e un tenore russo”. Thèrese,
una delle protagoniste di Eredità, è figlia di un maestro di musica e direttore
di banda: studia da cantante fin quando non incontra, sulle Ande, un condor,
leggendo in quell’incontro un avvertimento, “la consapevolezza splendida e turpe
che quell’animale racchiudeva, nella profondità della sua gola, tutto ciò che
l’opera tentava di imprimere nella sua”.
> Il fil rouge della condanna politica di Bonnefoy è nel racconto di come la
> ricchezza trasformi le persone, che è poi lo stesso pattern di quel che
> succede agli Stati: i soldi comprano tutto, anche l’anima.
In questa delirante ricerca dell’orchestralità è affascinante scorgere la stessa
magniloquente volontà di costruire un teatro nel cuore dell’Amazzonia del
Fitzcarraldo di Werner Herzog, animato dalla stessa tigna dei protagonisti di
Bonneofy di perseguire i propri obiettivi dimenticandosi, a tratti o
perennemente, della maestosa impossibilità del successo. Il sogno febbrile di
Antonio di costruire l’università a Maracaibo in Il sogno del giaguaro è lo
stesso che ha Lazare in Eredità quando parte per la guerra, che ha L’inventore
Mouchot tutto preso dalla costruzione del suo meraviglioso marchingegno per
catturare i raggi solari, che ha Octavio al termine di Il meraviglioso viaggio
quando scolpisce la statua del Nazareno o i personaggi di Zucchero nero nella
ricerca, e nella custodia, del tesoro segreto di Henry Morgan. Tutte persone
animate, come Fitzcarraldo, dalla consapevolezza che un atto, o un atto mancato,
possono determinare la storia di un continente intero.
Nel corpus dei romanzi di Bonnefoy ci sono molteplici giochi di specchi, tanto
centrifughi quanto centripeti: un costante “contrappunto” tra personaggi,
storie, apparizioni fugaci che si incastrano l’una nell’altra, arpeggi in un
libro che diventano lunghe sonate in un altro. Frammenti, riferimenti interni
che sono un continuo occhieggiare – o chissà “ingannare” – il lettore, con
l’obiettivo finale di intessere un dialogo intimo, a due, quasi segreto.
Bonnefoy, da pescatore esperto, tesse lenze lunghe chilometri che dipana tra i
suoi libri, consapevole che il lettore, prima o poi, finirà per essere infilzato
da uno degli ami. In Il sogno del giaguaro non dico tutte, ma buona parte delle
parentesi aperte da Bonnefoy lungo il corso della sua produzione si chiudono,
trovano compiutezza, assumono contorni precisi, fissano coordinate. Non sarò io
qua a svelarle, dopotutto la lettura dell’opera omnia di Bonnefoy vale tutta la
fatica di scoprirle da voi, a partire da cosa sia, poi, questo sogno del
giaguaro.
In un’intervista lo scrittore ha detto di essere attratto dalla letteratura di
Borges, dal perdersi, dal trucco della scrittura segreta, dai labirinti
narrativi, dalle lunghe traversate, dal lungo errare in cui i motivi si ripetono
incessantemente, ma sono sempre diversi. In Zucchero nero Eva Fuego, la
protagonista principale, sul finire del romanzo indice un grande banchetto. A un
certo punto, però, deflagra un incendio. “Era già cominciato l’incendio delle
sue fattorie, delle sue masserie e dei suoi campi di canne […]. Una fiammata si
era aperta nel magazzino delle granaglie, scagliando travi rossonere sul
fienile. […] Si incendiarono gli specchi del palazzo, i miragli, le cornici di
cristallo, il cristallo nelle coppe, il cristallo delle lampade, i bicchieri, i
vetri, la madreperla dei tavolini”. Quando parlavo di giochi di specchi
centrifughi intendevo proprio questo: se non siete riusciti a pensare per un
attimo che queste righe non fossero di Bonnefoy, ma di Alejo Carpentier quando
descrive l’incendio della residenza del re haitiano Henri Christophe in Il regno
di questo mondo, ecco, questa è la dimostrazione che Bonnefoy non solo è l’erede
più fulgido del real maravilloso, ma anche – ancora una volta – vi ha fregati.
> Nel corpus dei romanzi di Bonnefoy ci sono molteplici giochi di specchi, tanto
> centrifughi quanto centripeti: un costante “contrappunto” tra personaggi,
> storie, apparizioni fugaci che si incastrano l’una nell’altra, arpeggi in un
> libro che diventano lunghe sonate in un altro.
C’è una frase, in Il sogno del giaguaro, che recita: “potrei provare a
raccontarti il mio viaggio, ma sarebbe come descrivere l’oceano dicendo che è
semplicemente acqua salata”. Ecco il punto: come potremmo rendere giustizia alla
scrittura di Bonnefoy se dicessimo soltanto che è una declinazione del realismo
magico? Il suo carattere strabordante, e forse incomprensibile, forse allora è
davvero tutto nell’epigrafe di William Ospina che ha scelto di mettere in limine
al suo ultimo libro: “A nord c’è la ragione che studia la pioggia, che
interpreta i lampi. A sud c’è la danza che genera la pioggia, che inventa i
lampi”.
È da queste coordinate, che in Bonnefoy sono soprattutto emozionali, che
dovremmo partire.
E poi fare come fa il vaso di fiori ne La silla di Wilfrido Lam: sederci su una
sedia, circondati dalla foresta, e lasciare che la rigogliosità finisca per
ingoiarci, insieme a tutto il resto del mondo.
L'articolo Il reale meraviglioso proviene da Il Tascabile.
N on passa praticamente settimana senza che qualche inchiesta, ricerca o
statistica, non certifichi lo stato di crisi, in alcuni casi comatoso, che
colpisce la lettura e l’editoria in generale. Dopo i consueti desolanti dati
sulla vendita dei libri che da anni indicano un calo continuo, la cui rotta
appare impossibile da essere invertita, ora secondo una ricerca guidata
dall’Università della Florida e dall’University College di Londra, la lettura
quotidiana per piacere negli Stati Uniti, risulta essere diminuita del 40% negli
ultimi due decenni. I risultati pubblicati da iScience indicano un vero e
proprio disamoramento alla lettura: non solo si legge meno, ma soprattutto se ne
ha meno piacere. Abbiamo così interpellato Chiara Faggiolani, docente di
biblioteconomia presso l’Università la Sapienza di Roma, dove dirige il
Laboratorio di biblioteconomia BIBLAB e il master in editoria. Presidente del
Forum del libro, Chiara Faggiolani ha recentemente pubblicato, Libri insieme
(2025). Il suo ultimo libro è un interessantissimo e colto saggio/reportage
sulle comunità della conoscenza. Un viaggio e un’indagine nei luoghi dove non
solo si sta resistendo, reinventando e immaginando nuovi spazi per la lettura,
mentali e reali, architettonici e sociali insieme, ma dove si sta anche
promuovendo in maniera capillare e dal basso un piacere essenziale e una pratica
necessaria per il nostro benessere e per la nostra vita in generale.
COME È CAMBIATO IL CONCETTO DI PIACERE RISPETTO ALL’APPROFONDIMENTO CULTURALE
SECONDO LEI?
La lettura è un vizio e non una virtù, aspetto che tende a essere dimenticato.
Il piacere della lettura non è scomparso ma compete con forme di intrattenimento
più immediate: negli anni Sessanta ad esempio la lettura era legata a una
dimensione di piacere, scoperta e persino emancipazione che oggi sembra non
avere. I libri rappresentavano un varco verso mondi lontani, una forma di
accesso al sapere in un’epoca in cui però le alternative di intrattenimento e di
informazione erano decisamente più limitate. Il libro era un oggetto più “raro”,
per questo forse più desiderato, simbolo di crescita culturale e di libertà
individuale. Quello della lettura è un piacere che ha bisogno di lentezza e di
immersione esattamente come allora, ma sentiamo di vivere in un’epoca che
celebra la velocità e l’accumulo. Per questa ragione sembra una pratica
controcorrente… la mia personale idea è che proprio per questo la lettura sia
esattamente ciò di cui abbiamo bisogno.
SECONDO I DATI PROPOSTI DA UNO STUDIO CONDOTTO DA RICERCATORI DELLO UNIVERSITY
COLLEGE DI LONDRA E DELL’UNIVERSITÀ DELLA FLORIDA, SI EVIDENZIA ‒ OLTRE CHE UN
GENERALE E ANCHE SOSTANZIALE CALO DELLA LETTURA ‒ UN VERO E PROPRIO CROLLO DELLA
LETTURA COME FORMA DI PIACERE. IL LIBRO NON È DUNQUE PIÙ UN’OCCASIONE DI SVAGO E
APPROFONDIMENTO INSIEME?
I dati sulla lettura, anche in Italia, non sono incoraggianti. Ma con le
statistiche bisogna essere prudenti: la prima domanda da porsi è sempre che cosa
stiamo misurando e come. I numeri non sempre restituiscono la portata della
trasformazione che stiamo vivendo. Dal mio punto di vista, il libro resta ancora
un luogo di piacere e di approfondimento, ma non più in maniera lineare. Oggi il
libro è diventato una soglia: leggerezza e profondità non si escludono, anzi
coesistono e si contaminano. Il nodo non è il libro, ma il tempo che siamo
disposti a concedergli. Si è già affermata una nuova forma di lettura
“aumentata”, che alterna al libro l’uso di secondi schermi e linguaggi diversi,
intrecciando tempi lenti e tempi veloci. A questa si affianca la lettura
“socializzata”, che trova nei gruppi di lettura, ad esempio, la possibilità di
moltiplicare e trasformare l’esperienza individuale. Forse la sfida, oggi, non è
difendere un modello unico di lettura, ma imparare a coglierne la metamorfosi.
Proprio su queste trasformazioni si concentrano due ricerche che sto conducendo:
la prima, nell’ambito del progetto PRIN NEREIDE (NEw Reading Experiences in the
Digital Ecosystem), insieme a Gino Roncaglia, dedicata alle forme della lettura
aumentata; la seconda, S.T.O.R.I.E. (Storie Trasformative, Opportunità,
Relazioni, Inclusione ed Emozioni), che indaga la lettura come esperienza
condivisa e generativa di comunità. Una ricerca promossa dall’Associazione degli
editori indipendenti (ADEI) e dal Centro per il libro e la lettura (Cepell), e
realizzata dal Laboratorio di biblioteconomia sociale e ricerca applicata alle
biblioteche (BIBLAB) della Sapienza, che dirigo.
APPARE INVECE ANCORA SOLIDO IL MONDO DELLA LETTURA PER L’INFANZIA. QUALI
DINAMICHE SI POSSONO ATTIVARE PER EVITARE DI PERDERE LETTORI NELL’ADOLESCENZA E
SUCCESSIVAMENTE NELL’ETÀ ADULTA?
La mia sensazione è che negli ultimi venticinque anni sia stata dedicata
un’attenzione straordinaria alla promozione della lettura e, più in generale,
alla salute culturale della prima infanzia. Penso al lavoro prezioso di Nati per
leggere e a esperienze come Cultura per crescere della Fondazione Compagnia di
San Paolo in Piemonte: oggi le giovani famiglie e i nuovi genitori hanno piena
consapevolezza di quanto sia fondamentale inserire la lettura nella quotidianità
dei bambini nei primi mille giorni di vita. In questa fase, la lettura è
accompagnata: diventa un rituale intimo e familiare, un’esperienza condivisa che
segna i ritmi della crescita e che si colloca pienamente in quella che potremmo
definire una “zona prossimale di sviluppo”, per richiamare Vygotskij.
Quando però si entra nell’adolescenza, il quadro cambia radicalmente. La lettura
smette di essere un gesto accompagnato e si trasforma in un atto solitario. Se
non ci sono modelli adulti di riferimento, se mancano comunità e spazi dedicati,
il libro rischia di perdersi, lasciando un vuoto difficilmente colmabile. È in
questa frattura che si gioca la grande sfida del nostro tempo. Per questo, con
il Forum del libro, da molti anni portiamo avanti una vera e propria battaglia a
favore delle biblioteche scolastiche: è lì che nascono e crescono i lettori. La
mia sensazione è che manchi una continuità sociale della lettura: luoghi,
gruppi, comunità capaci di trasformare un gesto individuale in un’esperienza
collettiva, che dia senso, sostegno e riconoscimento al lettore. Senza questa
continuità, la lettura rischia di restare confinata a un tempo fragile, esposto
alla dispersione.
NEL SUO ULTIMO SAGGIO LIBRI INSIEME, LEI INDICA NELLA VISIONE CONTEMPORANEA DEL
TEMPO FINANZIARIZZATO COME LOGICA E MERO STRUMENTO, UNO DEGLI ELEMENTI DI CRISI
ANCHE DELLA LETTURA. COME LIBERARE DUNQUE IL TEMPO? È POSSIBILE RITORNARE AL
PIACERE DEL TEMPO PERSO?
Sì, come ho già anticipato, sono fermamente convinta che il vero problema della
lettura oggi sia la mancata valorizzazione di un tempo umano. È sotto gli occhi
di tutti: il tempo libero è lasciato al caso, disperso, consumato senza
direzione. Negli anni Sessanta non era così, e da quel periodo abbiamo ancora
molto da imparare. Liberare il tempo significa restituirgli un valore autentico.
La lettura, infatti, viene spesso percepita come un’attività improduttiva,
perché non “serve” a nulla nell’immediato. Ma è proprio lì che risiede il suo
potere: nel suo sottrarsi alla logica della performance. Parlare di tempo perso
è, in realtà, un paradosso, perché ciò che appare improduttivo ci restituisce
pienezza, densità e respiro. È esattamente ciò che accade con quelle che nel mio
libro chiamo “comunità della conoscenza”: gruppi, spazi, rituali che non
producono utilità immediata, ma che hanno la forza di “prendere tempo al tempo”,
di piegarlo, trasformarlo e renderlo abilitante.
L’ASSENZA DI CONCENTRAZIONE CHE SEMBRA ESSERE DENOTATA COME UN ECCESSO DI
DISTRAZIONE, NON È INVECE FRUTTO DI UNA REALE IMPOSSIBILITÀ ALLA DISTRAZIONE?
ESISTE FORSE UNA DISTRAZIONE BUONA E UNA CATTIVA? PENSO ANCHE ALL’INFINITO
SCROLL SUI SOCIAL CHE SEGNA LE GIORNATE DI MOLTI: UNA DISTRAZIONE CATTIVA, SE
VOGLIAMO, CHE DIVIENE IN REALTÀ UN’IMPOSSIBILITÀ ALLA DISTRAZIONE.
Ricordiamoci sempre che, quando abbiamo a che fare con gli strumenti, è da noi
che dipende l’uso che ne facciamo. Io credo che sia esattamente come stava
dicendo: esiste una “distrazione buona”, quella che permette alla mente di
divagare, di aprire connessioni inaspettate, di generare visioni nuove. Non a
caso parlavo prima di lettura aumentata: leggere significa anche lasciarsi
attraversare da pensieri laterali, da deviazioni che non interrompono il senso,
ma lo arricchiscono. Per questo trovo sbagliatissimo il divieto assoluto degli
smartphone a scuola. Non entro qui nel merito – sarebbe un discorso lungo – ma
credo che quella proibizione rappresenti un enorme fallimento educativo.
Certo, esiste anche una “distrazione cattiva”: quella del rumore incessante,
dello scrolling infinito che ci tiene agganciati senza darci alcun nutrimento.
Ma attenzione: non è corretto pensare che questa forma di distrazione sia legata
solo al digitale. Non è così. Ci si può disperdere anche in altre attività
apparentemente “innocue” se mancano attenzione, coinvolgimento e presenza
mentale. La vera differenza non sta nello strumento, ma nel livello di
attivazione e di protagonismo che riusciamo a mettere in ciò che facciamo. Una
distrazione è sterile quando ci rende del tutto passivi, fertile quando ci apre
possibilità, connessioni e immaginazione. Ed è proprio qui che entrano in gioco
gli educatori, i mediatori, la scuola: non per proibire, ma per guidare, per
aiutare a trasformare gli strumenti in occasioni, per insegnare a distinguere
tra dispersione e divagazione creativa. Ma se non lo fa la scuola chi lo deve
fare?
LA CRISI DELLA LETTURA E DEL LIBRO COME PIACERE FORSE INDICA ANCHE UN DISAGIO
CULTURALE PIÙ TRASVERSALE, CHE VA OLTRE LE DINAMICHE TECNOLOGICHE ODIERNE?
Sì, la crisi della lettura rivela una difficoltà più profonda: abbiamo confuso
il piacere con il consumo. Leggere, invece, non intrattiene soltanto, moltiplica
il pensiero. È un gesto esigente – il nostro cervello non è nato per leggere, lo
ha imparato con fatica, va ricordato – ma proprio per questo è anche un piacere
che apre, sorprende, talvolta inquieta e che ci restituisce complessità. La
lettura di libri ci educa a sostare nella complessità delle storie. Questo
aspetto è fondamentale rispetto alla nostra essenza di esseri narrativi.
IN LIBRI INSIEME LEI CITA IL CASO DEI SILENT BOOK CLUB. COME FUNZIONANO E COME
AGISCONO SULLA VITA DELLE PERSONE E SULLA QUALITÀ DI LETTURA QUESTE NUOVE
COMUNITÀ DELLA CONOSCENZA?
È uno degli esempi più interessanti di comunità della conoscenza. Spesso
descritti come una moda – Silent reading party o Silent book club che dir si
voglia – sono invece una pratica molto seria. Si tratta di persone che si
ritrovano per leggere in silenzio, insieme. Ognuno con il proprio libro, ma
immersi nello stesso spazio-tempo: quello della lettura profonda. Non si discute
del libro letto come avviene con i gruppi di lettura: l’esperienza principale è
proprio la condivisone del silenzio della lettura profonda. Si tratta quindi di
un rituale semplice che restituisce alle persone la possibilità di entrare nello
stato di flusso di cui parla Mihály Csíkszentmihályi, quel momento in cui la
mente si concentra, il tempo si contrae e si espande allo stesso tempo e ci si
sente pienamente presenti. Alla fine, magari, si condividono piccoli pezzi di
brani letti, si scambiano riflessioni e impressioni. È un piccolo miracolo: se
fatto bene è una forma contemporanea di resistenza al rumore del mondo.
GLI EDITORI E GLI STESSI QUOTIDIANI COSÌ COME LE RIVISTE SEMBRANO NON RIUSCIRE ‒
NONOSTANTE QUALCHE SFORZO ‒ A COGLIERE LA SPECIFICITÀ DEI GRUPPI DI LETTURA E IN
SENSO PIÙ AMPIO LE COMUNITÀ DELLA CONOSCENZA INTEGRANDOLE IN DISCORSI PIÙ AMPI.
COME PUÒ IL LIBRO ESISTERE ALL’INFUORI DI UN MERCATO? QUALI PROSPETTIVE SI
POSSONO IMMAGINARE CONSIDERATO CHE PARLIAMO DI UN MOVIMENTO MOLTO DIFFUSO E NATO
DAL BASSO?
Il libro è certamente un prodotto, l’editoria un’impresa e un mercato. Non
dobbiamo dimenticarlo. Ma il libro non è solo un bene da vendere: è un bene
relazionale. Ogni libro porta con sé idee che circolano, immaginari che si
condividono, legami che si creano. I gruppi di lettura e le comunità della
conoscenza lo dimostrano chiaramente. Con la ricerca S.T.O.R.I.E. che ho citato
prima, abbiamo mappato in un mese e mezzo 1.253 gruppi di lettura in Italia, che
a mio avviso rappresentano circa il 10% di quelli esistenti. Per il 95% di
questi, la partecipazione al gruppo genera benefici che vanno oltre la lettura
stessa, con ricadute positive sulla salute mentale, sul benessere individuale e
collettivo. Credo che sia questa la prospettiva nuova da abbracciare: guardare
non solo al libro come oggetto, ma alle relazioni e agli effetti che la lettura
è in grado di generare. Il suo potere trasformativo.
MOLTI ESEMPI CHE LEI PORTA IN AMBITO DI CULTURA DELLA LETTURA RAPPRESENTANO
NICCHIE DI UN SISTEMA ESTREMAMENTE DIFFUSO LA CUI COMPLESSITÀ È DIFFICILE PERÒ
DA SINTETIZZARE E QUINDI DA MODELLARE. ECONOMICAMENTE ABBIAMO A CHE FARE CON
ELEMENTI FRAGILISSIMI EPPURE CAPACI DI MUOVERE LETTORI E DARE CORPO A PERCORSI
DI ELABORAZIONE MAI BANALI. UN PENSARE I LIBRI CHE PRECEDE IL FARLI, COME
AVREBBE DETTO ROBERTO CERATI. MA ORA COME FARLI PER DAVVERO?
Ripartire dal pensiero, dal progetto culturale, e non dalla produzione “in
serie”. Roberto Cerati, straordinario e storico direttore commerciale di
Einaudi, sosteneva che una casa editrice dovesse essere pronta a perdere
economicamente su alcuni libri, perché erano necessari per la cultura e per il
sistema del libro stesso. In Einaudi, il tavolo del mercoledì, dove si discuteva
dei libri, si dice fosse separato da quello del giovedì, dove si parlava di
conti: un gesto che mostrava chiaramente come il profitto non potesse essere
l’unico criterio. Chi legge potrà obiettare che, da questo punto di vista, la
storia della Einaudi non è stata certo brillante. Ma è un rischio da considerare
a partire dalla convinzione che la qualità paga sempre.
Nel libro che uscirà a breve, esito della ricerca S.T.O.R.I.E., scrivo che i
gruppi di lettura vanno considerati attori autonomi del sistema del libro, non
appendici di biblioteche o librerie. Proprio per questa ragione: possono
diventare laboratori di pensiero collettivo, spazi in cui il libro diventa
esperienza condivisa, generativa di relazioni, idee e innovazione culturale,
dimostrando che il valore di un libro non si misura solo in copie vendute, ma
nella capacità di connettere e trasformare.
L’INEVITABILE CRISI DELLE LIBRERIE UNITA ALLA CAPILLARITÀ DEI CANALI ON-LINE E
ALLA VELOCITÀ DI STAMPA ‒ ANCHE DI POCHE COPIE ‒ IMPONGONO FORSE UNA NEGAZIONE
DI QUELLO CHE È STATO IL MANTRA NEL NOVECENTO, OVVERO LA NECESSITÀ DI DIFFONDERE
IL LIBRO? IN FONDO OGGI POCHE COPIE POSSONO GIÀ DETERMINARE UN MOVIMENTO
CULTURALE IMPORTANTE E AGIRE SOTTERRANEAMENTE. I GRUPPI DI LETTURA SONO COME GLI
UOMINI LIBRO IMMAGINATI DA RAY BRADBURY IN FAHRENHEIT 451? CONNETTERE I LETTORI
FORSE OGGI È PIÙ URGENTE IN SOSTANZA CHE DIFFONDERE I LIBRI?
Non credo che la crisi delle librerie ‒ anche legata al caro affitti e alla
trasformazione delle città, credo vada ricordato ‒, la capillarità dei canali
on-line e la velocità di stampa impongano una negazione della necessità di
diffondere il libro. Al contrario, credo che ci obblighino a ripensare cosa
significa “diffusione”. Il libro non è solo un oggetto da vendere, come dicevo
prima, è un veicolo di idee, visioni e relazioni. I gruppi di lettura svolgono
oggi un ruolo cruciale in questo ecosistema rendendo viva la circolazione
culturale. Connettere i lettori, creare comunità in cui il libro diventa
esperienza condivisa, è oggi più urgente che mai. Nel mio libro ho cercato di
mostrare il potenziale trasformativo della lettura in questo senso: il ruolo che
può avere nel contrasto alla solitudine, nella rigenerazione urbana e nel
ripensare la costruzione della salute.
COME DEVE ESSERE OGGI UN LUOGO PER LA LETTURA?
Tutti i luoghi possono diventare luoghi di lettura. Questa è una delle lezioni
principali che ho imparato nel mio viaggio tra le nuove comunità della
conoscenza: parchi pubblici, portinerie dei condomini, e così via. I veri luoghi
della lettura sono quelli in cui il tempo della lettura viene rispettato, dove
leggere significa poterlo fare senza fretta e senza distrazioni, trasformando
l’atto in un’esperienza piena e condivisa.
Questa consapevolezza sembra quasi ovvia, eppure apre una prospettiva nuova: la
lettura, quando diventa protagonista di un luogo, può riabilitarlo e
restituirgli un significato completamente nuovo. Nel libro parlo, per esempio,
della lettura nei luoghi di cura: cosa accade quando, in un reparto ospedaliero,
la domenica pomeriggio che non passa mai per i pazienti ricoverati si riempie di
storie e di incontri attorno ai libri?
Ci sono però spazi che più di altri dovrebbero porsi l’obiettivo di rendere
evidente il potenziale trasformativo della lettura, e di volerla dinamizzare:
penso alle librerie, alle biblioteche, e in particolare alle biblioteche
scolastiche. Per quanto riguarda le biblioteche, inutile dirlo, una riflessione
sugli orari di apertura diventa persino più urgente della progettazione dello
spazio, su cui invece, mi pare, siamo più attrezzati.
E INFINE COSA È PER LEI IL PIACERE DI LEGGERE UN LIBRO? E IL PRIMO LIBRO CHE
RICORDA E L’ULTIMO CHE LE HA DATO PIÙ PIACERE E PERCHÉ?
Leggere per me significa riconnettermi autenticamente con me stessa, riscoprire
parti di me che la vita quotidiana a volte non mi permette di frequentare. Avere
una profonda consapevolezza del potere della lettura e di ciò che attiva dentro
di noi mi ha permesso di rendermene conto pienamente… ed è esattamente ciò che
vedo accadere spesso con i miei studenti e le mie studentesse.
Leggere mi aiuta ad allenare la mia capacità di comprendere il mondo, le
persone, le emozioni. Mi permette di sperimentare sensazioni e stati d’animo,
anche quelli sgradevoli o inquietanti, che pur non volendo sentire mi
arricchiscono profondamente. Mi piace la sensazione di essere messa in
difficoltà da una lettura: a volte è come una caduta libera, ma sapendo di avere
un paracadute.
Il primo libro che ricordo nitidamente da bambina è Il giro del mondo in 80
giorni di Jules Verne: un’avventura piena di descrizioni e meraviglia, che mi
lasciò con una sensazione di stupore e di entusiasmo difficile da dimenticare.
Pur essendo un amante della saggistica, tra gli ultimi libri letti, voglio
citare due romanzi molto diversi che mi hanno nutrita di emozioni completamente
contrastanti: Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia, romanzo
d’esordio di Michele Ruol pubblicato da TerraRossa, è un libro che mi ha
profondamente emozionato, provocando quell’effetto scomodo al quale facevo
riferimento che a volte la lettura riesce a dare. L’anno in cui parlammo con il
mare di Andrés Montero, pubblicato da Edicola Ediciones, è stato come una
medicina: celebra il valore delle storie, esattamente quello che hanno per me.
L'articolo La lettura e la crisi del piacere proviene da Il Tascabile.
P artiamo da qui: “Vivono, indifesi sotto la notte”, in cui si intrecciano i
titoli di due realtà diverse che, per uno di quei rari casi della vita, si sono
incontrate in una coincidenza di tempi e spazi. Io e Michele Bertolino, dopo
esserci sfiorati grazie a Marea, la residenza artistica curata da Imma Tralli e
Roberto Pontecorvo a Praiano, in Costiera amalfitana, ci siamo ritrovati di
nuovo, molto tempo dopo e del tutto per caso, alla Fondazione Marisa, che
custodisce l’immenso patrimonio letterario e non solo dello scrittore Luca
Scarlini.
“Senza dire niente, io metto insieme le persone che hanno qualcosa da dirsi”,
disse Luca quel giorno. Né io né Michele avremmo mai potuto immaginare quanto
quelle parole fossero vere. Entrambi, infatti, stavamo lavorando, ciascuno per
conto proprio e con linguaggi diversi, a un tema rimosso della nostra società,
che ancora oggi brucia e resta irrisolto: l’AIDS, l’epidemia che tra gli anni
Ottanta e Novanta ha portato via, nella solitudine, migliaia e migliaia di vite.
Vivono. Arte e affetti, HIV-AIDS in Italia. 1982-1996 è il titolo della mostra,
a cura di Michele Bertolino, che è stata inaugurata al Centro per l’arte
contemporanea Luigi Pecci di Prato sabato 4 ottobre 2025, la prima mostra
istituzionale che ricompone la storia dimenticata delle artiste e degli artisti
italiani colpiti dalla crisi dell’HIV-AIDS. Indifesi sotto la notte è invece il
titolo del mio nuovo saggio (in uscita per minimum fax nel 2026) che prova a
tracciare la narrazione dell’AIDS nelle opere letterarie pubblicate nello stesso
periodo.
> Fin dall’inizio della crisi dell’AIDS il teatro, la danza e il cinema furono
> additati dalla stampa come luoghi sospetti, quasi focolai di colpa e di
> contagio, e questa stigmatizzazione incise profondamente sulle produzioni
> artistiche di quel tempo.
Ma partiamo da Luca Scarlini, che in questa storia ha il ruolo di testimonianza
ed eredità, di voce narrante e deus ex machina. Come lui racconta, l’AIDS in
Italia è rimasto soprattutto una presenza fantasmica, un’ombra costante ma
raramente nominata: tutti lo vedevano, ma pochi osavano davvero affrontarlo.
Questa rimozione non riguarda solo la letteratura o le arti visive, ma assume un
peso specifico enorme nel mondo dello spettacolo, che negli anni Ottanta e
Novanta subì perdite irreparabili e insieme un’accusa pubblica costante. Fin
dall’inizio della crisi, infatti, il teatro, la danza e il cinema furono
additati dalla stampa come luoghi sospetti, quasi focolai di colpa e di
contagio, e questa stigmatizzazione incise profondamente sulle produzioni
artistiche di quel tempo.
I tentativi di portare in scena il tema dell’AIDS furono pochissimi e si
scontrarono con ostacoli enormi; non era una censura esplicita, fatta di divieti
chiari e immediati, era piuttosto un sistema più sottile e insidioso, costruito
attraverso tagli ai finanziamenti, rifiuti amministrativi, ostacoli burocratici
che, col passare degli anni, divennero via via più rigidi e soffocanti. A questo
si aggiungeva un clima diffuso di autocensura: molti artisti, percependo il tabù
sociale, scelsero di non affrontare il tema per paura di isolamento o
ritorsioni. La società, in fondo, non voleva specchiarsi in una realtà tanto
dolorosa e disturbante e la memoria di quella stagione culturale resta oggi
frammentaria, poco indagata.
Eppure, se si recuperano le tracce di quegli spettacoli dimenticati, emerge
chiaramente un quadro eloquente: i momenti più significativi non nacquero nei
grandi teatri istituzionali, che preferirono voltarsi dall’altra parte, ma nelle
periferie artistiche, nei luoghi minori, negli spazi indipendenti. Lì, il teatro
seppe assumere forme di agit-prop, teatro di intervento politico e sociale, come
avvenne per esempio a Firenze durante la VII Conferenza internazionale sull’AIDS
del giugno 1991, quando il palcoscenico divenne strumento di denuncia
collettiva.
> I tentativi di portare in scena il tema dell’AIDS furono pochissimi e si
> scontrarono con ostacoli enormi; non era una censura esplicita, fatta di
> divieti chiari e immediati, era piuttosto un sistema più sottile e insidioso a
> cui si aggiungeva un clima diffuso di autocensura.
I frammenti che ci restano da quella stagione ci consentono di leggere oggi, a
distanza, un’epoca segnata dal buio e dalla paura, ma anche dalla forza di chi
seppe trasformare la scena in testimonianza. Il teatro registrò, con
un’intensità che i media non riuscirono o non vollero restituire, le
contraddizioni e i dolori di quegli anni. In quel passaggio cambiò radicalmente
lo spirito di un’intera generazione: il teatro, che nel decennio precedente era
stato specchio della realtà, venne costretto a ridefinire il proprio ruolo,
aprendosi a un compito nuovo, più urgente e più scomodo.
Vivono. Arte e affetti, HIV-AIDS in Italia, 1982-1996 è una mostra che mette
insieme archivi, opere d’arte, testi, immagini in movimento e tante voci
diverse, creando un percorso capace di riportare alla luce esperienze che
sembravano sepolte. È un progetto che invita non solo a riflettere sul ruolo
dell’arte e della cultura tra anni Ottanta e Novanta, ma anche a confrontarsi
con i nodi ancora vivi: l’educazione sentimentale e sessuale, lo stigma che
colpisce chi è percepito come “altro”, chi vive corpi o desideri fuori dalle
norme.
Il direttore del Centro Pecci di Prato Stefano Collicelli Cagol sostiene che la
domanda da cui nasce l’esposizione è duplice: quale urgenza c’è oggi, nel 2025,
di raccontare la risposta delle artiste e degli artisti italiani alla crisi
dell’HIV-AIDS tra il 1982 e il 1996? E, parallelamente, che cosa sappiamo
davvero di quegli anni, anni in cui mancavano ancora terapie efficaci e la
diagnosi equivaleva spesso a una condanna? L’essenza della mostra, curata da
Michele Bertolino, sta proprio in questo scarto: da una parte l’urgenza è
enorme, dall’altra la consapevolezza collettiva resta sorprendentemente fragile.
In Italia, negli ultimi tre decenni, il tema dell’HIV e dell’AIDS è quasi
scomparso dal discorso pubblico. Se ne parla poco, pochissimo, nonostante chi
vive con il virus continui a sperimentare forme di discriminazione sotterranee e
quotidiane. La maggioranza ignora che i contagi, dopo anni di calo, sono tornati
a crescere anche nei Paesi del Nord globale, mentre nel Sud del mondo non si
sono mai fermati, aggravati dalla scarsità di cure accessibili. È vero: oggi il
livello di consapevolezza è maggiore rispetto agli anni Ottanta e la mortalità
non è più paragonabile, eppure l’AIDS non è scomparso e ancora si muore,
soprattutto quando la diagnosi arriva troppo tardi o le cure non sono garantite.
Affrontare questo tema significa assumersi una responsabilità duplice: non solo
narrativa, ma anche istituzionale. Serve un contesto che sappia accogliere e
restituire storie altrimenti dimenticate: con Vivono una comunità che per troppo
tempo era stata cancellata riemerge e trova un posto, attraversando classi
sociali, luoghi, memorie personali e collettive.
> In Italia, negli ultimi tre decenni, il tema dell’HIV e dell’AIDS è quasi
> scomparso dal discorso pubblico. Se ne parla poco, pochissimo, nonostante chi
> vive con il virus continui a sperimentare forme di discriminazione sotterranee
> e quotidiane.
La memoria, sostiene Bertolino, è sempre un atto di resistenza, non segue mai
linee rette, non è trasparente né definitiva: assume forme diverse, modellate
dalle urgenze del presente, individuali e collettive. È un processo creativo,
capace di immaginare futuri possibili, un’utopia concreta: sogno condiviso,
responsabilità comune, possibilità di dare sostanza a ciò che un tempo sembrava
impensabile. La memoria non rispetta il tempo cronologico ma lo comprime, lo
piega, lo fa vibrare di affetti e di passioni. Custodisce le esperienze di chi
non c’è più, trasformandole in eredità viva.
Tra il 1982 e il 1996 l’Italia attraversa trasformazioni profonde: il corpo, che
negli anni Settanta era stato terreno di conflitto politico e sociale, diventa
ora il segno di un apparente disimpegno, nel tramonto delle ideologie e nella
crisi di una politica svuotata e corrotta. In questo scenario irrompe la crisi
dell’HIV-AIDS, che ridisegna i rapporti: è una politica scritta nei corpi, negli
sguardi che si incontrano, nei legami amorosi vissuti come pratiche di
riconoscimento reciproco, come appoggio necessario per riuscire a guardare oltre
l’orizzonte immediato. In quegli stessi anni, alcuni poeti e scrittori vivono
direttamente l’esperienza del virus; non sempre lo dichiarano apertamente, ma la
loro scrittura porta il segno di quella condizione: una lingua lucida,
implacabile, che scava nei silenzi della società e li infrange.
In questa prospettiva, il corpo del poeta diventa strumento e bandiera: la
poesia stessa si fa carne, denuncia, resistenza. È una lingua che devia e rompe,
che si fa queer, storta, deviata, nelle sue fratture, nelle sue irregolarità
sintattiche, nelle sue associazioni impreviste, un linguaggio che usa l’ironia
come arma per affrontare il dolore, che rifiuta la normalizzazione.
Quando Leonardo Sciascia, nel suo Fine del carabiniere a cavallo, si domandava
“Quale rappresentazione daranno dell’Aids gli scrittori e gli artisti del nostro
tempo?”, poneva una questione più che attuale. Io però ho scelto di partire da
un’altra prospettiva: quale immagine dell’AIDS emerge dalle parole di chi l’ha
vissuto in prima persona? A questa domanda cerca di rispondere il mio lavoro
Indifesi sotto la notte, attraverso le opere di Giovanni Forti e Brett Shapiro,
Dario Bellezza, Pier Vittorio Tondelli, Nino Gennaro, Patrizia Vicinelli e
Simona Ferraresi.
> In quegli stessi anni, alcuni poeti e scrittori vivono direttamente
> l’esperienza del virus; non sempre lo dichiarano apertamente, ma la loro
> scrittura porta il segno di quella condizione: una lingua lucida, implacabile,
> che scava nei silenzi della società e li infrange.
L’AIDS era una malattia sconosciuta, che si è imposta subito non solo come
realtà clinica ma come costruzione simbolica, caricata di paure e pregiudizi.
L’AIDS è stato identificato come un’entità riconoscibile, con un volto preciso,
perché legato a cause individuabili: rapporti sessuali, pratiche di consumo di
droghe, trasfusioni. Proprio questa origine “chiara” ha reso possibile
associarlo a narrazioni morali, costruendo attorno al virus un discorso di
colpa. Susan Sontag ha spiegato bene come la narrazione mediatica, sociale e
politica dell’AIDS erediti due grandi linee di significato: da un lato la
vicinanza al cancro, vissuto come invasione interna e progressiva distruzione
del corpo, dall’altro l’eco della sifilide, per il suo legame con il contagio e
con la sessualità. In entrambi i casi, il malato viene posto al centro di
immagini di impurità e peccato, diventando bersaglio di una società che non
cerca tanto di comprendere, quanto di identificare un responsabile.
Diversamente dal cancro, l’AIDS non era percepito come una disgrazia che può
colpire chiunque ma come la conseguenza di scelte o identità facilmente
riconoscibili: l’omosessualità, la tossicodipendenza, la marginalità sociale. Il
suo esito era inevitabilmente l’emarginazione e, ancor più devastante, una
solitudine profonda e invalidante. Per questo la diagnosi era vissuta come una
doppia condanna: alla malattia si aggiungeva lo stigma, la vergogna, l’accusa di
essersela cercata. In Italia come negli Stati Uniti, l’AIDS ha reso visibile ciò
che spesso era nascosto: l’orientamento sessuale, l’uso di droghe e la povertà.
Eppure, dentro quella tragedia, molte comunità hanno trovato nuove forme di
resistenza e solidarietà. L’emergenza, pur segnando i corpi con la morte e la
paura, ha anche generato la forza di unirsi, di opporsi all’esclusione e di
creare appartenenze nuove.
> Il malato di AIDS non era soltanto un paziente: diventava un segnale di
> allarme sociale, la prova di una corruzione morale e biologica.
L’AIDS si è accanito su bersagli già fragili, riattivando paure arcaiche legate
alla contaminazione, alla divisione tra un “noi” sano e un “loro” malato. Il
malato di AIDS non era soltanto un paziente: diventava un segnale di allarme
sociale, la prova di una corruzione morale e biologica. Questa percezione ha
alimentato l’idea dell’AIDS come condanna inevitabile perché, a differenza di
alcuni tumori che ammettono possibilità di remissione, l’infezione da HIV è
stata a lungo una sentenza definitiva. Nel 1988 su Avvenire, Carlo Striano
scrive quella che reputo forse l’osservazione più precisa e ancora valida alla
base della discriminazione nei confronti delle persone con AIDS:
> C’è una frase pronunciata […] che mi ha colpito: gli ammalati di Aids non sono
> pazzi che si possono recuperare, questi sono morti. Nel senso che il loro
> posto è al cimitero, non tra i vivi […]. Nell’ammalato di Aids forse avete
> visto lo specchio della morte e non lo sopportate, perché lo temete. […] voi
> non avete paura dell’Aids, avete paura della morte, e la morte non si vince
> con una cura medica, si vince […] immergendosi nella morte.
Per una società improntata sul bello e sull’apparenza, una società che, allora
come adesso, non vuole sentire nominare la morte, che fa di tutto per negarla,
affrontare l’AIDS significa non solo misurarsi con una malattia, ma con ciò che
la nostra società più rimuove: la consapevolezza della fine, la fragilità che ci
accomuna, la necessità di guardare in faccia la mortalità senza ridurla a stigma
o punizione. L’ombra dell’AIDS ci ricorda che non esistono corpi “puri” e corpi
“impuri”, che la distinzione tra “noi” e “loro” è una costruzione fragile e
crudele. Solo accettando la morte come parte della vita diventa possibile
costruire un orizzonte diverso, in cui la diagnosi non è più un marchio ma
un’occasione per ridefinire comunità, affetti e possibilità di cura.
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