P roponiamo i primi capitoli dalla monografia dedicata a Michele Mari,
pubblicata da Cadmo nel lontano 2011: al netto di alcuni anacronismi presenti
nel testo e delle opere licenziate dallo scrittore nel frattempo, l’analisi che
segue ‒ ci sembra ‒ continua a offrire chiavi di lettura utili a orientarsi
nella sua poetica, che si è mantenuta orgogliosamente coerente da allora.
Carlo Mazza Galanti
[…] a noi serissimi chiusi, noi fierissimi soli, salvatici antichi diversi…
Rondini sul filo
Premessa
Come tutti gli scrittori ostinatamente e risolutamente idiosincratici, Michele
Mari è anche uno scrittore di rare ma potenti epifanie. A chi sia già iniziato
allo stesso culto, a chi già abbia sentore del suo mondo, del suo ordine mentale
e del suo universo emotivo, le immagini, i valori, le risorse poetiche dello
scrittore milanese si manifestano d’un colpo. Torbidi o luminosi, gaudenti o
dolorosi, i connotati della sua scrittura si riconoscono subito, al primo libro,
alla prima pagina, come un volto oscuramente noto: una densa aria di famiglia
percorre e salda fra di loro le sue pagine e le pagine al lettore suo
“semblable”. L’affermazione stentorea, ripetuta e appassionata della sua
idiosincratica visione del mondo e della letteratura si eleva sulle fondamenta
di un altrettanto stentoreo ma più segreto rifiuto. Da questo rifiuto, da questa
solida opposizione, deriva il carattere aristocratico forse, sicuramente
inattuale, dei suoi libri. Il negativo alimenta il positivo, l’esclusione nutre
l’amore, lo sradicamento circonda un’isola gelosamente protetta di appartenenza.
La scrittura di Mari, la sua intelaiatura filosofica, politica ed etica è
interamente costruita intorno ad una simile scena dialettica, la quale è anche,
soprattutto, una scena storica. Presente e passato si fronteggiano ad ogni
occasione, percorrendo internamente la lunga parabola che dalla biografia
personale conduce alla Storia. Lo stile, l’immaginario ed i temi più
significativi della narrativa di Mari attingono al pozzo fondo e buio
dell’anacronismo: “Ho sempre sostenuto ‒ ha dichiarato ‒ che ci sono momenti in
cui per essere all’avanguardia bisogna essere di retroguardia […]. Tra la lingua
dei morti e quella degli sms o degli sceneggiati televisivi scelgo la lingua dei
morti” (Gazzetta del Sud, 8/8/2008). La pulsione letteraria diventa allora, più
genericamente e nella sua essenzialità, una pulsione retrospettiva: l’antichità,
il collezionismo, l’infanzia, le rovine, la decadenza, l’obsolescenza, la
putrefazione, il rimosso, il residuale, il bestiale.
> Presente e passato si fronteggiano ad ogni occasione. Lo stile, l’immaginario
> ed i temi più significativi della narrativa di Mari attingono al pozzo fondo e
> buio dell’anacronismo.
Dai fasti della cultura ai meccanismi della biologia è la stessa spinta
regressiva, la stessa fascinazione feticistica verso le tracce di un mondo
pregresso e perduto. “Ci sono persone per le quali il passato è la sola
dimensione reale” recita l’incipit lapidario, ma perfettamente autobiografico,
di Filologia dell’anfibio. La nostalgia è in Mari maledizione e maledettismo:
nella tensione all’inattuale si concentra l’urgenza di un ordine, di un regime
alto di senso, e la sensazione d’inettitudine e impotenza, d’inagibilità del
mondo e di fallimento della letteratura di fronte alla Storia. Fallimento
glorioso e necessario, se la letteratura “dea intollerante, e gelosa della vita
esige […] il sacrificio di ciò che più le ricorda la rivale” (ancora
dall’incipit di Filologia). Da questo luogo di rovine, da questo conflitto
marginale, dalle utopie di un cultore del passato e di un maniaco della forma,
nascono le chimere che affascinano nei suoi libri: brandelli di carne ancora
palpitante serviti sul piatto raffinato di una scrittura completamente
impregnata di letterarietà.
Mari si distingue chiaramente dalla gran parte degli autori contemporanei,
volontariamente sospesi ad un’interpretazione fenomenologica del reale (rilievi,
mappature, collages, epoché, behaviourismi, descrizioni di descrizioni, derive)
o al contrario legati ad una impostazione civile, fedeli ai dogmi di una
rinnovata militanza e della denuncia attiva ma sempre meno preoccupati dello
“specifico” letterario. Come ha spiegato in un’intervista: “Se in una pubblicità
o in una recensione incontro frasi allettanti del tipo ‘è uno spaccato della
vita contemporanea’ è sicuro che non comprerò quel libro. Lo spaccato della vita
contemporanea ce l’ho continuamente sotto gli occhi” (Corriere del Mezzogiorno,
5/9/2000). L’autore di romanzi come Di bestia in bestia, Io venìa pien
d’angoscia a rimirarti o Verderame continua al contrario, e tenacemente, a
scommettere il mondo sul tavolo della letteratura, anche se a questo tavolo sono
rimasti a giocare in pochi, forse pochissimi.
Trasgrediamo uno dei dogmi fondanti della poetica di Mari (o forse soltanto una
precauzione contro il conformismo sempre in agguato dietro i buoni propositi)
vale a dire quello di non sottomettere la letteratura alle esigenze della
morale, di non ricondurla a qualsivoglia “intento salvifico”, ma la convinzione
di chi leggendo Mari sente comunque, e nonostante la sua accanita negatività,
tutto il peso della “realtà”, è che la sua strana impresa, il suo ascetismo
letterario, la fedeltà intransigente a un ideale libresco e ad un sentire
elevato ma vagamente mostruoso, siano prodotti della Storia allo stesso tempo
che strumenti utili a far fronte criticamente alla violenza del presente. Del
presente inteso come categoria assoluta, volto inerte, indifferente, spesso
crudele, della Storia (“perché per quanto si viva nel passato c’è sempre
qualcosa di ineludibile, nel presente, che ci plagia e ci umilia” dice il padre
nel racconto intitolato L’uomo che uccise Liberty Valance ‒ in Tu, sanguinosa
infanzia, p. 19), ma anche e soprattutto di questo presente, del nostro
specifico, attuale presente. Non si tratta di produrre “argomentazioni che
correlino i piaceri della lettura solitaria [o della scrittura] al bene
pubblico”, quelle che Harold Bloom, qui citato1, considera con la dovuta
diffidenza, ma di collocare lo scrittore all’interno del suo mondo e nel
rapporto che questo mondo particolare intrattiene con altre, più correnti,
immagini della realtà. Per capire come tale rapporto possa eventualmente
figurare, nell’hortus clausus dell’immaginazione, il profilo di una precisa
opzione etica.
> La nostalgia è in Mari maledizione e maledettismo: nella tensione
> all’inattuale si concentra l’urgenza di un ordine, di un regime alto di senso,
> e la sensazione d’inettitudine e impotenza, d’inagibilità del mondo e di
> fallimento della letteratura di fronte alla Storia.
Perciò, mossi dalla convinzione che l’universo letterario di questo scrittore ‒
come quello di tutti gli scrittori degni di questo nome ‒ debba la sua unicità
ad una esemplarità di più alto grado, alla sua posizione in un campo di forze
storiche e antropologiche che lo sorpassano e lo sostanziano, senza rinunciare a
intraprendere una traversata dei territori della narrativa di Mari, è nostra
intenzione mostrare (al di là, si spera, di ogni tentazione riduzionistica) la
qualità di queste forze, la loro pressione e la loro azione non soltanto
ambientale, ma davvero intima e costitutiva del mondo immaginario e stilistico
dello scrittore. La costante autobiografica, la sua insistenza sull’unicità
quasi solipsistica di ogni autentica vocazione poetica varranno, in questa
prospettiva, come prova ultima di tale intimità. La deformazione letteraria e
stilistica della realtà è la misura di una visione penetrata a tal punto
nell’identità dello scrittore da sovrapporsi completamente alla sua esistenza
caratteriale e contingente, da diventare destino.
The end of bookishness: uno scrittore al confine tra due mondi.
> Perché se è vero che il mezzo è il messaggio e che l’avvento della
> multimedialità interattiva cambierà tutto (ma voglio prendermi il lusso di
> sperare il contrario fino all’ultimo, come un soldato giapponese in un
> atollo), è anche vero che una delle cose più vere e commoventi di ogni
> creazione artistica è sempre stata il conflitto con il proprio mezzo. Quindi
> prepariamoci alla lotta, con questi non-libri che ci aspettano, senza
> affrettarci a salutarli come trionfatori.
È questa la breve ma significativa reazione di Michele Mari (pubblicata sul
Corriere della sera del 9/8/2000) al lungo e interessante saggio di Gabriele
Frasca che chiude la Storia generale della letteratura diretta da Nino
Borsellino e Walter Pedullà2. Una riflessione, quella di Frasca (poi sviluppata
nel volume intitolato La lettera che muore. La “letteratura” nel reticolo
mediale3), che guarda con una certa fiducia al mondo post-tipografico e alle
possibilità della creazione letteraria (ma giustamente Frasca preferisce parlare
di arti basate sul linguaggio) offerte dalle nuove e dalle nuovissime tecnologie
(ad esempio le finzioni ipertestuali su cd-rom di Michael Joyce o di Shelley
Jackson). Tutt’altro che indulgente nei confronti dello sviluppo tecnologico e
della progressiva determinazione tecnica dell’esistente, Mari preferisce pensare
il proprio rapporto con il nuovo scenario mediatico-culturale e la sua vocazione
di scrittore in termini di lotta, di conflitto, di opposizione. L’immagine
amaramente ironica del soldato giapponese che nel ristretto spazio di un atollo
continua a combattere una guerra ormai persa (utilizzata a più riprese dallo
scrittore4) potrebbe far coppia con questa, appena meno drammatica, evocazione
dei monaci medievali (tratta dall’intervista che chiude questo libro): “… ci
sono stati anche degli eroici monaci che nel medioevo hanno difeso la
letteratura dai barbari”, dove Mari si riferisce di nuovo, evidentemente, alla
condizione del letterato contemporaneo.
> Tutt’altro che indulgente nei confronti dello sviluppo tecnologico e della
> progressiva determinazione tecnica dell’esistente, Mari preferisce pensare il
> proprio rapporto con il nuovo scenario mediatico-culturale e la sua vocazione
> di scrittore in termini di lotta, di conflitto, di opposizione.
Molti suoi personaggi ripetono, ognuno a suo modo, il destino di questi
metaforici, anacronistici ribelli e reclusi. Esseri malinconici, marginali e
solitari, abitano luoghi remoti, abbandonati o decadenti, a volte circondati da
libri. Testimoni di una consunzione irreversibile, di una perdita di aderenza
alla realtà, questi uomini sono spesso folli, vaneggianti, immersi nei propri
deliri, smarriti dietro oscure fantasie: Osmoc, lo studioso-eremita di Di bestia
in bestia, il capitano di La stiva e l’abisso, il custode amnesico della vecchia
casa di famiglia in Verderame, il condottiero rimasto l’unico sopravvissuto
della sua legione (L’Artigliopàpine), il filologo divenuto serial killer (La
serietà della serie), il ricercatore di Temperatura esterna (sia questo racconto
che i due precedenti fanno parte di Euridice aveva un cane5), diventato folle
nella solitudine di una base polare. Infine Syd Barrett, il fondatore dei Pink
Floyd (protagonista in absentia di Rosso Floyd), destinato a un esistenza
fantasmatica, al limite della follia, lontano dai riflettori nel buio
seminterrato della casa materna; o il terzo dei fratelli Grimm, immaginato in un
racconto di Fantasmagonia (Il patrimonio del popolo tedesco) come lo schiavo
tenuto nascosto dagli altri due e costretto a produrre quotidianamente le storie
che li renderanno famosi, a sua volta sfruttatore di un quarto “autore”
rinchiuso nei sotterranei della villa di famiglia, come in un progressivo
slittamento della segregazione nel segno di un isolamento sempre più rigido,
profondo e disumano.
La scrittura, per Mari, è un gesto di radicale (per quanto raffinata, e anzi
proprio in quanto raffinata) negazione e reazione. Il compromesso o la
complicità con i nuovi sistemi di comunicazione è quanto di più lontano si possa
immaginare dalla sensibilità iperletteraria di questo scrittore che pure,
immaginiamo, rilutterebbe a riconoscere in se stesso una qualche “involontaria
connivenza con gli squassati traumi del tempo” (lo scriveva Contini a proposito
di Gadda, è ancora Frasca a ricordarcelo, p. 749). Per quanto bachtinianamente
aperto e polimorfo, il romanzo di Mari nega recisamente la sua disponibilità a
tutto ciò che esclude costituzionalmente (perché troppo radicalmente “altro”) il
confronto col passato e con la tradizione letteraria (“la televisione ‒ dice ad
esempio in un’intervista (Gazzetta di Parma, 4 febbraio 1997) ‒ mi sembra la
morte di ogni letterarietà”). L’ha visto chiaramente Giorgio Bàrberi Squarotti
in una delle prime riflessioni critiche a lui dedicate:
> Scrivendo nel modo più nobile ed elevato, accettando i modi di una
> letterarietà antica, rimettendo in auge anche i vezzi lessicali, grammaticali
> e sintattici della tradizione più aulica, Mari segnala decisamente il distacco
> radicale dalle consuetudini formali e strutturali del romanzo contemporaneo,
> gli ridà sublimità, ma, al tempo stesso, rende conto della propria
> consapevolezza che soltanto giocando tutte le carte sulla coscienza colta
> della letteratura, non riducibile al quotidiano e alla comunicazione di massa,
> ha ancora un senso il genere narrativo 6.
In un articolo del 1988, pubblicato sulle pagine del Times Literary Supplement,
George Steiner ha sintetizzato la sua visione della storia della cultura
occidentale con un’espressione particolarmente pregnante e ricca di risonanze:
The end of bookishness7. Ciò che l’uomo contemporaneo ha vissuto e sta vivendo
sulla sua pelle, ciò che più in profondità definisce la nostra epoca, la nostra
cultura, il nostro ethos è quello che lo studioso franco-americano ha chiamato
(senza nessuna allusione ai significati negativi e dispregiativi attualmente
assegnati, almeno in italiano, alla parola) “la fine del libresco”, o meglio “la
fine del mondo libresco”, traduzione che risponde forse più precisamente al
bisogno di Steiner di definire, attraverso quella particolare declinazione della
tecnologia alfabetica costituita dal libro, il cuore, il fondamento e il
principale titolo di legittimazione culturale di un’intera civiltà: quella che
fu la nostra per almeno otto secoli.
> Ciò che l’uomo contemporaneo ha vissuto e sta vivendo sulla sua pelle, ciò che
> più in profondità definisce la nostra epoca, la nostra cultura, il nostro
> ethos è quello che George Steiner ha chiamato “la fine del libresco”, o meglio
> “la fine del mondo libresco”.
La periodizzazione è suggerita da Ivan Illich, che si è interessato a lungo alla
questione della bookishness, e che ha preso in prestito, riproposto e divulgato
l’espressione di George Steiner. Come quest’ultimo o come, ad un livello più
tecnico e specialistico, storici della cultura e della tecnologia come Walter J.
Ong e Marshall McLuhan, cosi Ivan Illich considera “l’accesso universale al
libro [come] il nocciolo della religione laica d’Occidente”8. Oggi, sempre
secondo Illich, “in Occidente, la realtà sociale ha ormai messo da parte quella
fede nel libro come ha messo da parte il cristianesimo […] lo schermo, i media e
la ‘comunicazione’ hanno surrettiziamente preso il posto della pagina, della
letteratura e della lettura” (Nella vigna del testo, p. 1). L’era del libro si
sta concludendo: è l’opinione condivisa da Illich, Steiner e anche da Gabriele
Frasca. Per quanto si sforzi di limitare il più possibile la sua analisi ad un
piano puramente descrittivo, è tuttavia evidente, nel caso di Illich, una
predilezione ed un profondo vincolo affettivo nei confronti di quell’universo in
contrazione rappresentato dalla bookishness. Sia lui che Steiner si voltano
verso questo mondo in via di estinzione con la vaga e sottintesa speranza di
trattenerne gli ultimi brandelli.
A differenza di McLuhan, le cui brillanti intuizioni si accompagnano ad uno
slancio progressista che spesso appare incauto, eccessivamente zelante e
indiscriminato, Ivan Illich si impegna a studiare la formazione storica del
“libro” come metafora fondamentale della nostra civiltà consapevole di quanto,
nel passaggio dal libro allo schermo, sia andato e stia andando inevitabilmente
perduto. Il passaggio da una metafora all’altra, da una “fede” all’altra, non si
consuma senza traumi, resistenze e complicati meccanismi compensativi. Illich è
altresì consapevole di come “quell’oggetto foggiato dalle lettere” e con esso le
“abitudini e le fantasie connesse al suo uso”, ovvero la specifica e complessa
“conformazione mentale” delle società occidentali, sebbene in crisi, continuino
ad agire nei nostri modi di apprensione della realtà e nelle nostre costruzioni
immaginarie. Nonostante la sempre più potente ed invasiva egemonia dell’“oralità
secondaria” (Ong) e delle tecnologie dell’immagine, l’auctoritas della parola
scritta continua a sopravvivere negli strati profondi della nostra coscienza
culturale.
Quando l’ethos libresco si rifiuta all’assimilazione elettrica ed elettronica,
quando l’universo morale e mentale relativi alla cultura del libro rilanciano le
loro prerogative in un moto di estrema ribellione, il complesso riflusso
culturale che ne deriva assume facilmente l’aspetto di un’alfabetizzazione
ipertrofica, di un’espansione “innaturale” dei tratti caratteristici della
bookishness. Se il manierismo fiorisce nelle epoche di decadenza, alla decadenza
del libro risponde un’impennata della maniera libresca. Scrittori come Gadda,
Landolfi, Manganelli, potrebbero benissimo essere considerati in questa
prospettiva: un sontuoso colpo di coda della creatura cartacea, prima di cedere
alla forza schiacciante dei nuovi padroni. Michele Mari, che dei tre scrittori
nominati è ammiratore ed erede (e che difficilmente potrebbe condividere
l’interpretazione del plurilinguismo gaddiano in chiave audiotattile e
multimediale sviluppata da Frasca nel saggio sopra menzionato) è colui che, di
questa novecentesca tradizione italiana di manierismo iperletterario rappresenta
forse la punta estrema: l’ultima incarnazione, in ordine di tempo, di una
risposta ostinatamente letteraria alla fine della letterarietà.
> Mari è colui che, di questa novecentesca tradizione italiana di manierismo
> iperletterario rappresenta forse la punta estrema: l’ultima incarnazione, in
> ordine di tempo, di una risposta ostinatamente letteraria alla fine della
> letterarietà.
Se quella di Mari è, come crediamo, una reazione in qualche modo tragica e
consapevole dei limiti delle proprie risorse (delle risorse del letterato) di
fronte all’inarrestabile trionfo del “villaggio globale” e delle sue
determinazioni tecnico-consumistiche, la sua esemplarità si radica nondimeno
nello stesso senso di solitudine e di unicità che ha connotato, nel corso della
storia, le imprese artistiche di tutti i grandi “irregolari”. Nel suo fermo
antagonismo e nella sua idiosincratica caratterialità Mari accompagna al
disprezzo dell’attualità una tendenza ad “uscire dalla storia” e a idealizzare
il valore artistico di quegli scrittori inclassificabili, mostruosi e
irriducibili, quasi volesse universalizzare la sua diffidenza per il senso delle
“magnifiche sorti e progressive” in una residuale e anarchica specificità della
letteratura, o almeno di quella che lui più apprezza. Nell’introduzione al libro
Manieristi e irregolari del cinquecento Mari propone una definizione estensiva e
trans-storica (e quindi, eventualmente, anche autoriferita) del manierismo in
questi termini:
> […] se (con Biswanger, ad esempio) riconosciamo come manieristica ogni
> enfatizzazione formale direttamente proporzionale al “senso di esistenza
> mancata” da parte dell’artista; se in ogni esagerazione, in ogni
> stravolgimento, in ogni complicazione, in ogni delirio organizzato sospettiamo
> un appetito di risarcimento; se, in altre parole, riconduciamo questa presunta
> “corrente” ai suoi fondamenti psichici, allora, contro i manuali (e lontano da
> chi, come Battisti, vede nel manierismo qualcosa di peculiarmente
> cinquecentesco, sia da chi, come Curtius, lo interpreta in chiave barocca),
> tutto sarà trasversale e transitivo, e nel vento della nevrosi sarà
> impossibile distinguere il soffio dell’irregolarità dal soffio del manierismo.
> (p. XVI)
La nevrosi e il “senso di esistenza mancata” all’origine del manierismo di Mari
andranno insomma collocati all’incrocio di una dimensione specificamente
congiunturale (quella che abbiamo chiamato, con Steiner, la fine del mondo
libresco) e di una più ambigua, sfumata e reticente dimensione psichica, in nome
della quale la solitudine degli irregolari, come scrive poco oltre, “non è
condizione esterna e materiale, ma diventa la qualità della loro ispirazione”.
1. H. Bloom, Come si legge un libro e perché, Milano, Bur, 2001, p. 15.
2. G. Frasca, Dopo la tipografia: la letteratura nell’età multimediale, in W.
Pedullà, N. Borsellino, Storia generale della letteratura, Milano, Motta,
2000, pp. 729 – 765.
3. G. Frasca, La lettera che muore. La “letteratura” nel reticolo mediale,
Roma, Meltemi, 2005.
4. In diverse interviste ma anche in Cento poesie d’amore a Ladyhawke, p. 27.
5. Temperatura esterna è stato anche oggetto di un trattamento radiofonico, con
musica di Mario Cardi, andato in onda su RadioTre nel 1994.
6. G. Bàrberi Squarotti, La narrativa, in AA.VV., Storia della civiltà
letteraria italiana diretta da G. Barberi Squarotti, Torino, UTET, V, Il
secondo Ottocento e il Novecento, 2 voll., 1996, II, pp. 1734-35.
7. G. Steiner, The end of bookishness?, «Times Literary Supplement» (8-14 July
1988).
8. L. Illich, Nella vigna del testo, Milano, Raffacllo Cortina Editore, 1994,
p. 6.
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C onsiderato ciò che sta succedendo nel mondo, forse mai come oggi, negli ultimi
decenni, è opportuno che la letteratura ragioni sul proprio rapporto con la
politica. Non solo in relazione alle responsabilità politiche di chi fa
letteratura, ma anche alle modalità inedite con cui la letteratura e la politica
ora interagiscono, visti i profondi cambiamenti, rispetto al Novecento, dei
contesti sociali e comunicativi (penso ai social network in primis). Come si
agisce di fronte a questa mutazione è ancora tutto da capire, ma un gesto
possibile è sicuramente quello di provare a confrontarsi con scritture che
proprio nel Novecento hanno cercato di esplorare questa interazione, partendo
magari da una crisi reale, vissuta in prima persona.
La ripubblicazione dopo cinquant’anni di Strana categoria di Carlo Bordini
(nella collana Arianna – I libri ritrovati di Diacritica, curata da Giuseppe
Garrera, Sebastiano Triulzi e, prima della sua scomparsa nel 2020, dallo stesso
Bordini) ha, oltre a un sicuro valore poetico e filologico, anche la
tempestività di riportare l’opera a circolare in un momento in cui forse i
rapporti tra poesia e politica sono tutti da riscrivere. Il libro, esordio del
1975, fu in seguito accantonato dall’autore: nell’antologia I costruttori di
vulcani (2010), Bordini ha infatti rifunzionalizzato tutte le sue poesie già
edite, a eccezione proprio di Strana categoria, di cui salvò un solo testo.
Eppure, già nella mise con cui venne originariamente pubblicato, il volume
veicola un’articolata serie di significati. Nella prefazione della riedizione,
Garrera infatti sottolinea:
> risulta evidente come queste apparizioni poetiche all’interno del movimento
> politico, questo concretizzarsi di bisogni dell’io, non solo adottino il
> ciclostilato, e cioè, come abbiamo detto, strumenti di guerriglia e armeria
> già consolidati e appena riconvertiti in versi e fiorame, ma anche le stesse
> modalità di diffusione e propaganda della produzione politica e
> insurrezionale: anche la poesia diventerà e assumerà i caratteri di militanza,
> le tecniche della milizia e delle sedi della lotta […] La storia esterna della
> raccolta di Bordini è la storia esemplare della storia materiale della poesia
> nella metà degli anni Settanta in ogni sua fase: per come è stata prodotta,
> per come è stata pubblicizzata e per come è stata distribuita.
Strana categoria, insomma, è innanzitutto il libro di uno che si affaccia alla
poesia dopo aver lasciato la militanza e dopo averne ereditato, però, le cifre
espressive, la cultura di riferimento e i materiali di scrittura.
Una prima ambiguità da evidenziare riguarda dunque come il rapporto tra poesia e
politica, in Bordini, possa essere letto da una parte al pari di una netta
scissione (il militante che dopo anni di servizio indefesso scopre nella poesia
una dimensione schiettamente personale e quei paradossi del linguaggio che la
comunicazione dritta della politica non favoriva), dall’altra come un’osmosi.
Del resto, lo stesso autore racconta nel suo romanzo più noto, Memorie di un
rivoluzionario timido (Sossella 2016), come la politica (precisamente la
militanza come trotzkista ed entrista della Quarta Internazionale) si sia
trasformata per lui in un complicato congegno superegoico. “La stanza dei
giochi” cui è dedicata la parte centrale di quel libro (per la quale rimando a
questo articolo di Francesca Santucci) si configura anche come un’incubatrice in
cui interagiscono l’approccio monomaniaco alla militanza, una certa tendenza
alla regressione psicologica e la crisi esistenziale, il lento lavorio interno
che ha poi portato Bordini a riscoprire di colpo, certo anche sulla spinta del
Sessantotto, il piacere, il corpo, la vita irresponsabile.
> Una prima ambiguità da evidenziare riguarda come il rapporto tra poesia e
> politica, in Bordini, possa essere letto da una parte al pari di una netta
> scissione, dall’altra come un’osmosi.
Dalle Memorie: “Io scelsi la militanza dura e sotterranea, l’impegno esclusivo e
totalizzante. Rimasi. La stanza dei giochi mi attirava. Il partito mi incaricò
di occuparmi della formazione della corrente rivoluzionaria nel PCI”. E ancora:
“E io capii in quel momento che tutto quello a cui io avevo rinunciato era la
Gioia di Vivere, e che mi ero rinchiuso in una vita mortificata e attraverso la
mortificazione della carne, che era soprattutto la mortificazione dello Spirito,
e cose del genere”.
Ma appunto, se Bordini comincia a mettere mano alle Memorie nel 1976, vuol dire
che il congegno non si è mai dissolto. Parimenti, Strana categoria convoglia
allo stesso tempo l’apertura alla “vita” e il Super Io dell’impegno politico,
che non si riduce però a solo meccanismo nevrotico, bensì anche, è chiaro, a una
sincera adesione alla causa e a una forte coscienza delle contraddizioni della
storia (e qui ricordiamo, perciò, che dopo la militanza Bordini ha lavorato come
ricercatore di storia all’Università La Sapienza di Roma). Vediamo alcuni testi
in cui si intersecano queste dimensioni.
Essere umani Giuseppe
ci parve un tradimento
non so per quale frustrazione o per
malintesa dottrina
ma la malintesa dottrina doveva essere
un modo per curare la frustrazione
su di essa
si costruì un castello
che riuniva frustrazioni e legittime speranze
e le imprigionò tutte
ma quale cavaliere verrà ad aprire
le finestre e le porte
se non le apriremo da soli
finestre e porte custodite
da un mostro alato con la faccia di noi stessi
ci votammo ad un’autorità alternativa che ci salvasse
dall’autorità
ignorando volendo ignorare tutto per paura che il
castello fatato svanisse
ci chiudemmo a chiave da soli
per paura di affrontare il mostro
Con questa Lettera a G. si apre il libro mettendo subito in mostra, quindi,
alcuni stilemi tipici della scrittura di Bordini: la sistematica oscillazione
tra verso lungo e verso breve, l’interruzione a volte violenta del verso (“non
so per quale frustrazione o per”), l’uso irregolare della punteggiatura e
dell’ortografia (se qui la punteggiatura è del tutto assente, in altri testi
troviamo forme del tipo “un pò” o quattro puntini di sospensione invece di tre),
l’assolutizzazione – a metà tra caricatura e spavento – di alcuni concetti o
figure (come qui “la malintesa dottrina” o “il mostro”), la tendenza ad
alleggerire i legami logici tra le parti del discorso senza per questo minare la
coesione generale. Ma soprattutto il libro si apre mettendo subito sul piatto la
paradossale e reciproca implicazione tra desiderio e “frustrazione”: la
condizione di partenza, “il tradimento”, pare strutturarsi come uno spaesamento
e fraintendimento originario a cui risponde un reciproco determinarsi del
desiderio di liberazione (l’apertura delle “porte”) e dell’autosegregazione (“un
mostro alato con la faccia di noi stessi”, “ci chiudemmo a chiave da soli”).
> Strana categoria convoglia allo stesso tempo l’apertura alla “vita” e il Super
> Io dell’impegno politico, che non si riduce però a solo meccanismo nevrotico,
> bensì anche, è chiaro, a una sincera adesione alla causa e a una forte
> coscienza delle contraddizioni della storia.
Benché la crisi esistenziale mantenga sempre un ruolo importante nella scrittura
di Bordini, e benché questo testo la indirizzi fino al grado generalissimo
dell’“Essere umani”, proseguendo il libro si capisce come la condizione
esistenziale e la condizione politica (ovvero la condizione storica, di persone
agenti – o che vorrebbero agire – nella storia) siano un tutt’uno. Di questo
tutt’uno è segnale proprio la Strana categoria del titolo, commentata così
nell’attacco di E noi:
Sì voi che siete rimasti
nelle tradizionali trincee
voi che non avete smesso di lottare
nelle barricate di fabbrica
sì
noi vi dobbiamo sembrare una strana categoria
un pò folle e nebulosa
ed infida
anche
Se c’è uno spaesamento, insomma, è anche quello dei transfughi della militanza:
Bordini li fa uscire dalla storia, li agita con ironia dissacrante (altra
freccia immancabile nella sua faretra), mentre si muovono per “andare a comprare
una camicetta indiana” o per “andare a pranzo al ristorante macrobiotico”, e
dichiara espressamente come questa frattura personale ed esistenziale (“e ci
ritrovammo a fine estate / quasi tutti in crisi”) abbia fatto arrivare “alla
conclusione che il marxismo può anche / essere // una / trappola” e “che i pochi
rimasti sono quelli / che hanno rinunciato a pensare”. In mezzo a questa uscita
dalla militanza (o dai modi quadrati della militanza che Bordini aveva vissuto)
c’è di certo anche il Sessantotto, che – se vogliamo usare ancora un po’
schematicamente la metafora freudiana – ha rappresentato l’esplosione dell’Es,
del desiderio (una sezione è intitolata in amore), in opposizione all’ortodossia
superegoica della militanza, che aveva portato Bordini, per esempio, a passare
dieci anni della sua vita “come nella caverna di Platone in cui ci fosse
proiettata sulle scabre pareti una continua teoria di immagini” (Memorie). In un
altro testo, questa frattura Bordini la chiama “ubriacatura
ideologica-sessual-esistenziale-vitale”, e la contrappone alla
incomprensibilità, alla malattia, dei fascisti che continuano a essere tali
“quando il 68 è stato così divertente”.
> Per quanto sia connessa con la liberazione del desiderio individuale, la
> “strana categoria” di Bordini coincide con una collettività, benché amorfa,
> legata da una duplice insofferenza: da un lato verso lo status quo e la sua
> appendice fascista, dall’altro verso un’idea ricattatoria della pratica
> militante.
Sarebbe un errore, tuttavia, leggere questa opposizione nei termini di una mera
prospettiva dimissionaria. A un primo livello, intanto, cioè ancora al livello
dei “temi”, per quanto sia connessa con la liberazione del desiderio
individuale, la “strana categoria” di Bordini coincide con una collettività,
benché amorfa. Una collettività legata da una duplice insofferenza: da un lato
verso lo status quo e la sua appendice fascista, dall’altro verso un’idea
ricattatoria della pratica militante (l’autorità al posto dell’autorità di cui
si parla in Lettera a G.). Se la “stranezza” di questa categoria la rende in
qualche modo incollocabile, quindi fragile e respinta, allo stesso tempo
riguarda una soggettività che non coincide con l’individuo, e che si propone
quindi, almeno in potenza, come (altro) soggetto politico. Ancora, poi:
l’avvento dell’“ubriacatura” non è certo salutato da Bordini senza riserve e
senza accorgersi di ulteriori contraddizioni. Non può essere altrimenti, del
resto, se esperienza politica, vitalismo e “trauma” (penultima parola di E noi)
si intrecciano e trapassano. Così, in primis, il cambio di prospettiva senza
scosse è direttamente parodiato, in Traccia per una poesia:
c’è un mio amico
che è passato attraverso tutte le esperienze
bolscevico esistenzial ubriacatura ideologica
senza neanche accorgersene
portando il suo armadio
come se nulla fosse
bello o tetragono senza nessuna frattura
apparente
è un reperto archeologico
dovrebbero metterlo al museo
insieme ai dinosauri
Ma soprattutto all’ingresso della (apparente) dimissione risponde l’apparizione
simultanea di una nuova crisi: nello stesso testo, qualche verso prima, Bordini
passa senza soluzione di continuità da “Vassilij Ivan […] a caccia di
trotzskisti” a “scherzi a parte / mi annoio / un pò // in bene o in / male /
tutto sembra / già stato fatto”. È al significato politico di questo nuovo
immobilismo, il paradossale immobilismo incistato dentro la stessa festa del
Sessantotto, dentro l’accelerazione dei consumi, che bisogna guardare quando si
guarda, con le lenti della crisi storica, al passaggio di cui parla Bordini. Un
passaggio che se introduce la liberazione del corpo introduce anche la
percezione di un esaurimento dell’azione, un dirottamento che spostando l’azione
dalla lotta al desiderio sembra moltiplicarla al punto da depauperarla
completamente. Di questa impasse la lunga poesia Sono un intellettuale è
l’incarnazione più evidente. Nella sua articolata descrizione dell’intellettuale
(che è anche un’autodescrizione), alla fine, leggiamo:
sono un mostro
tutto testa e niente mani
un cervello programmato per elaborare in una stanza vuota
credendo che quello sia il mondo
come il mio professore di latino
e di greco
il tempo cambia e questo mostro
fattosi farfalla
uscito dalla stanza snervato nevrotico
comincia a elaborare a classificare
a teorizzare
portandosi dietro tutti i vizi d’origine
ed allora ecco nasce questa strana categoria
gli intellettuali di sinistra
patetici e volenterosi
interessati e puri
e ce ne sono di tutte le razze
danno il loro nome alle cose senza conoscerle
come uno che scopre la luna e dà il nome ai crateri e ai golfi
si interessa di tutto e fa funzionare questo suo cervello
grosso e spugnoso che si contrae e si gonfia
arrivando ai più esilaranti equivoci
a invenzioni multicolori
so tutto non sapendo niente
ma arranca volendo imparare
crede di imparare e intanto vuole subito insegnarlo
agli altri
s’intrufola nella vita come un clandestino
o come un turista importuno
e dice “scrivo” oppure discute
per interminabili ore
e cerchiamo qua e là di dare una
mano
senza scoraggiarsi
cercando la metamorfosi
cavalieri di ventura dell’intelletto
cercando la
causa
principessa trovata e non posseduta
a questa nostra generazione di storpi
che ci offriamo come volontari
per un fantastico strano reale
mondo migliore
aiutateci a imparare a camminare
L’immobilismo, dunque, è un tutt’uno con la coscienza intellettuale, con il
fraintendimento con cui l’intellettuale scambia uno spazio ristretto per il
mondo. Questo spazio ristretto è, anche qui, la “stanza”: Bordini osserva la
crisi della militanza come si osserva una crisi nevrotica, e usa l’immagine
della stanza per fondere la percezione di immobilismo politico con
l’autointerdizione della psiche, la sua incapacità di rimanere e insieme uscire
davvero dalla “stanza”. In questo, allora, coincidono “strana categoria” e
“intellettuali di sinistra”: nella fuga incompleta dalla stanza (“uscito dalla
stanza snervato nevrotico”), laddove la stanza è sia l’ortodossia della
militanza sia l’interiorizzazione di un’autorità, e in una forma di
metacognizione ossessiva che separa l’individuo dalla realtà materiale (“tutto
testa e niente mani”, “s’intrufola nella vita come un clandestino”).
Nell’introduzione a Un vuoto d’aria (2021), questa paradossale convergenza di
iper- e ipocoscienza è descritta così da Guido Mazzoni: “al centro c’è
l’autobiografia; sopra l’autobiografia c’è la riflessione sul vissuto, cioè il
lavoro concettuale che è tipico della psicoanalisi […]; sotto la biografia c’è
una rete di contenuti latenti inconsci, preconsci, onirici, impensati o
puramente casuali che emergono all’improvviso attraverso associazioni, salti,
rimuginii, onirismi, coazioni a ripetere”.
> Bordini saccheggia dall’esperienza militante non solo materiali e contesti,
> bensì anche “i testi”, cioè il serbatoio linguistico e concettuale proprio di
> quell’esperienza e lo immette in un dispositivo che agisce in maniera
> contraria rispetto alla linearità comunicativa, al ricercato impatto, del
> vocabolario militante.
È necessario tuttavia aggiungere ancora un tassello. Un tassello sicuramente non
premiato dallo spezzettamento testuale che in uno spazio come questo è
inevitabile fare, ma che – anche così – ci dà l’idea dello specifico congegno
linguistico costruito da Bordini, che si estende oltre il piano
tematico-concettuale e lo complica. Anticipavo in apertura il cortocircuito di
pubblicare poesia nelle fattezze di un bollettino propagandistico. Ecco, questo
cortocircuito si compie non solo sul piano del materiale librario ma soprattutto
dentro la scrittura: Bordini saccheggia dall’esperienza militante non solo
materiali e contesti, bensì anche “i testi”, cioè il serbatoio linguistico e
concettuale proprio di quell’esperienza (abbiamo già visto i riferimenti a
fascisti e trotzkisti; possiamo aggiungerci il Vietnam, Franco, la Russia e
molti altri) e lo immette in un dispositivo che agisce in maniera contraria
rispetto alla linearità comunicativa, al ricercato impatto, del vocabolario
militante.
In La cornice e il testo (2021), Gianluca Picconi dice che Bordini “assume
svariate convenzioni del testo lirico (scansione versale e prima persona su
tutte) per autorappresentarsi come un idiota”, ovvero per “dissimulare la
dimensione riflessiva del suo testo”. E in Strana categoria ci sono alcuni
passaggi in cui questa dimensione diventa a tutti gli effetti comica. Per
esempio, la crisi storica di cui si parlava assume tratti esplicitamente
caricaturali quando, in una poesia della sezione appunti sulla guerra, il tono
solenne del ricevimento “in questa nostra città” di “Le LL. AA. Imp. il Vice-re
e / la sua Augusta sposa” è parodiato dall’uso insistito delle cariche puntate e
dal far precipitare l’incontro in un posticcio “hanno desinato testa a testa”.
Oppure, ancora di più, lo scherzo prende spazio nella sezione acrostici, in cui
i grandi partiti degli anni Settanta vengono bersagliati così:
Potremo
Combattere
Infinitamente meglio
*
Dimmi allora
Cosa ci guadagni
Ma al di là di questi brani più esplicitamente parodici, il punto sta nel fatto
che l’intera scrittura di Bordini è attraversata da un velo ironico, inteso in
primis nel senso etimologico della dissimulazione e dell’antifrasi. E a
garantire quest’effetto è proprio la disinvoltura con cui i testi di Bordini
accolgono le osmosi tra discorsi diversi e contraddittori, le alterazioni
sintattico-ortografiche e, più generalmente, una profonda ambiguità emotiva e
ideologica. I passaggi che riportavo prima, in cui si passava dal discorso
politico al dato contingente e all’irrilevante personale (“mi annoio / un pò”),
a cui ne potremmo aggiungere altri (“andare all’università / dove infiamma la
discussione tra astensionisti / e boicottatori / e accorgersi che non me ne
fregava / niente”), non sono solo segnali di una crisi di coscienza, ma anche –
e inestricabilmente da quella – di linguaggio.
Potremmo riassumerla così: se il Sessantotto ha coinciso con una trasformazione
dell’impegno politico, spostandolo maggiormente sull’asse della liberazione del
desiderio, e se questo passaggio si è riflesso in Bordini nei modi di una
scoperta tutta carnale e dinamica della “vita” (teste la trafila di viaggi ed
esperienze rocambolesche successiva alla militanza che Bordini racconta nelle
Memorie), parallelamente questa trasformazione ha richiesto un ripensamento del
linguaggio. Una trasformazione che per molti doveva passare attraverso una
riabilitazione di quell’io che la stagione della Neoavanguardia, al contrario,
si era impegnata a “ridurre”, come da celebre espressione di Alfredo Giuliani (e
per il rapporto tra Neoavanguardia e Bordini rimando a questo articolo di
Riccardo Innocenti e Federico Masci).
> È sempre difficile rintracciare in Bordini posizione ideologica e temperamento
> emotivo: sulla scorta di un’ironia diffusa e impalpabile compresente a una
> dose di reale coinvolgimento biografico, in Bordini non sta parlando mai
> (solo) un individuo – sta parlando una crisi storico-letteraria che colonizza
> in qualche modo l’individuo.
La cifra più interessante della scrittura di Bordini, tuttavia, che anche
l’acerbità di un esordio come Strana categoria riesce a trasmettere, si trova a
mio parere nella peculiarissima capacità del poeta di collocarsi all’interno di
questo ripensamento. Se è incontrovertibile che l’io, grammaticalmente, rientra
in maniera decisiva nella scrittura di Bordini (che nell’Autoritratto in prosa,
ora in Difesa berlinese, espressamente dichiarava come la “riduzione dell’io”
dei Novissimi avrebbe dovuto significare, per lui, “smettere di scrivere”), è
altrettanto riscontrabile come non solo alcuni aspetti tipici della
Neoavanguardia – quali la rottura delle forme codificate, la tendenza prosaica,
l’ironia, nonché d’altronde la stessa coscienza politica – risuonino ancora in
Bordini, ma anche come l’uso dell’io da parte sua non acquisti mai il carattere
della confessione pacificata, del ripiegamento intimista.
Il punto – che è insieme poetico e politico – sta proprio nell’intessere
all’interno di una stessa macchina testuale i multipli e conflittuali sensi di
inappartenenza alla militanza come Super Io, alla poesia come espressivismo e
alla propria coscienza come territorio pienamente controllato. Per questo è
sempre difficile rintracciare definitivamente, in Bordini, posizione ideologica
e temperamento emotivo: sulla scorta di un’ironia diffusa e impalpabile
compresente a una dose di reale coinvolgimento biografico, in Bordini non sta
parlando mai (solo) un individuo – sta parlando una crisi storico-letteraria che
colonizza in qualche modo l’individuo e lo indirizza a veicolare questa crisi in
un testo che non si soddisfa più, però, né del linguaggio-denuncia, del
linguaggio compiaciuto della propria eversione, né della mera estrinsecazione
biografica.
La ripubblicazione di Strana categoria, insomma, arriva di certo come occasione
di ricordo di un poeta che troppo a lungo è rimasto appartato ma che, nonostante
questo, ha prodotto costantemente echi sotterranei e influenze decisive sulle
scritture venute dopo la sua. La folta partecipazione alla lettura collettiva
che si è fatta del libro, la scorsa primavera, al Teatro Basilica di Roma, ha
del resto testimoniato una volta per tutte questa rilevanza. Ma al di là della
doverosa celebrazione, e anche al di là dell’altrettanto primario valore di
questa poesia, Strana categoria offre il destro per ragionare sulle reciproche
implicazioni della politica e del linguaggio, registrando questa interferenza in
presa diretta durante una stagione politicamente densa come gli anni Settanta.
Gli anni Settanta sono per molti aspetti lontanissimi dal nostro tempo, ma la
situazione attuale costringe – e ben venga – a ridare forza alla propria
coscienza politica. In una condizione, però, in cui l’ipertrofia mediale e il
capitalismo simbolico hanno prodotto un’impasse che è a sua volta un problema
politico. La poesia, si sa, non sposta nulla sul piano della militanza – ma
forse ancora sì sul piano della relazione con il linguaggio. Che non è mai stata
così complicata.
L'articolo Tutto testa e niente mani proviene da Il Tascabile.
L a poesia sta forse tornando in auge? In un certo senso i segnali potrebbero
essere questi: la ribalta delle piccole case editrici e delle produzioni
indipendenti nell’ambito dei grandi premi (vedi Strega, Bologna in lettere e
affini), e il ritorno di un pubblico che sembra essere di buon auspicio. In
questo senso, la poesia vive oggi anche e soprattutto in un crossover con altre
pratiche, con le quali si interseca, si rinnova e si potenzia: un esempio di ciò
è il volume Poeta a vent’anni (2025), una graphic novel forgiata dalle sapienti
mani di Andromalis sui testi di Simone Lucciola: entrambi fumettisti di gran
pregio, in questa loro liaison si concentrano sulla storia e la figura del poeta
crepuscolare Sergio Corazzini (e del suo cenacolo tutto), attualizzando in un
segno “psycopunk” questa figura deceduta prematuramente (nel 1907 a soli ventuno
anni) che ancora oggi porta in seno il fuoco dell’eterno spirito giovanile che
vuole “tutto e subito”. Di questo, dell’eternità e dell’importanza delle
“contaminazioni” poetiche abbiamo voluto parlare con gli autori in una informale
chiacchierata domestica.
PARLIAMO DEL VOSTRO VOLUME: MI SEMBRA MOLTO COMPLETO PERCHÉ RIESCE IN QUALCHE
MODO A COGLIERE SIA IL DISCORSO TESTUALE CHE IL DISCORSO VISUALE, FUMETTISTICO,
COME VOGLIAMO CHIAMARLO, CHE È UN TUTT’UNO, NON SGRAVA NÉ DA UNA PARTE NÉ
DALL’ALTRA. E POI OVVIAMENTE IL CUORE DI TUTTA QUESTA STORIA È
L’AUTOBIOGRAFIA, E DICO AUTOBIOGRAFIA PERCHÉ OVVIAMENTE VE L’AVRÀ DETTATA IN
QUALCHE MODO, PROBABILMENTE, PROPRIO SERGIO CORAZZINI.
Simone Lucciola: Mi è apparso di notte in sogno [ride].
MI SONO CHIESTO: MA COME È USCITA QUESTA IDEA? PERCHÉ VOGLIO DIRE SI TRATTA DI
UN POETA CREPUSCOLARE, CHIARAMENTE DI CULTO, MA NON È APPUNTO “MAINSTREAM”,
SOPRATTUTTO IN UN PERIODO COME QUESTO. COME È ARRIVATO SERGIO CORAZZINI SULLE
VOSTRE TAVOLE?
SL: Allora, guarda, è una coincidenza di allineamenti astrali, cioè sai quando
succedono delle cose per una ragione e per un’altra e poi a un certo punto negli
anni si uniscono tutte insieme in una convergenza? Io conoscevo la poesia di
Corazzini perché da ragazzino mia madre aveva un’antologia della letteratura
italiana fatta da Giorgio Barberi Squarotti, poeta e critico letterario:
un’antologia degli anni Sessanta, dove riportava le schede di tutti i poeti
italiani del Novecento.
MA SCUSA, MA TUA MADRE ERA FAN DI CORAZZINI?
SL: No, mia madre non era fan di Corazzini, mia madre era studentessa negli anni
Sessanta/Settanta; era alfabetizzata, quindi possedeva dei libri [ride]. Aveva
questa antologia. Peraltro non so se questa antologia fosse di mia madre o del
padre di mia madre, però insomma comunque era in casa e io che ero ragazzino,
adolescente, sfogliai queste pagine e trovai che questi poeti avevano avuto
delle vite curiose, particolari: e quindi ho letto quella di Corazzini, ho letto
quella di Dino Campana sul quale ho fatto un libro dopo, quando poi recuperai
una copia dei Canti orfici.
PERÒ L’INTERESSANTE È CHE DINO CAMPANA È MOLTO PIÙ IN VISTA, CORAZZINI DI MENO…
SL: Allora, Corazzini lo conoscevo, poi l’ho studiato alle scuole superiori,
Campana per esempio non si studiava alle superiori, sono io che sono andato
verso di lui.
A DIRE IL VERO NON MI RICORDO DI AVER MAI STUDIATO CORAZZINI A SCUOLA, O
QUANTOMENO NON IN MODO APPROFONDITO.
SL: No? Almeno una poesia come esempio di crepuscolarismo?
BOH NO, FORSE MI RICORDO MALE? I CREPUSCOLARI LI FACEMMO, CERTO.. MA FORSE DI
SFUGGITA…MI SA CHE IL NOSTRO PROFESSORE DI ITALIANO NON NE ERA COSÌ FANATICO.
SL: A me capitò invece: mi ricordo pure che ne parlai all’esame di maturità
addirittura, sono stupito di constatare che la memoria ancora mi assiste
[ride]. Allora, succede questo, faccio una storia a fumetti su Campana che poi
con Rocco Lombardi sviluppiamo, comincia a diventare un libro, o meglio faccio
due pagine di una storia a fumetti su Campana, le faccio vedere a Rocco,
decidiamo di farci un libro di venti pagine, poi viene ristampato e ampliato.
Mentre facciamo questo primo libro, lavoravo a una rivista di letteratura, per
conto di DeComporre, che poi è diventato un piccolo editore locale: era un
progetto nostro a Formia, e tra gli indirizzi dei corrispondenti mi trovo quello
di Giorgio Barberi Squarotti che a un certo punto della mia vita è diventato un
mio penfriend, ci scambiavamo lettere, ma non gli ho mai detto che mi ero
appassionato alla poesia leggendo questo libro. Non gliel’ho detto perché non lo
sapevo, solo dopo che abbiamo fatto questo libro mi sono accorto che era lui
l’artefice dell’antologia! Però avevo in qualche modo scambiato delle
chiacchiere e delle opinioni con il suo compilatore senza saperlo.
Ancora un poco poco indietro, è successo questo: a un certo punto, navigando per
la rete di notte, cazzeggiando, io spesso, non lo so, cerco libri in pdf, roba
vecchia che non si trova, vado a sbattere sulla tesi di una ragazza che aveva
fatto una tesi all’università di Venezia sul Cenacolo corazziniano. E dico: che
cazzo è il Cenacolo corazziniano? Sì, Sergio Corazzini: sapevo quello che stava
sommariamente sui libri del liceo, cioè che era un autore crepuscolare, pensavo
che avesse fatto un unico libretto in vita sua. Invece praticamente vado a
leggiucchiare questa tesi di Anna Galetti e mi rendo conto che Corazzini era
praticamente una sorta di piccolo leader di un gruppo di aspiranti poeti che
giravano intorno a lui. E c’erano delle parti dell’epistolario. Io le lettere di
Corazzini non le avevo mai lette. E quindi mi ritrovo con questi stralci
dell’epistolario corazziniano, le lettere che lui scriveva agli amici, che erano
divertentissime, o meglio: mescolano vari registri, diventano drammatiche,
diventano comiche, e poi vanno sul grottesco.
SONO PRESENTI ALL’INTERNO DELL’ALBO, SÌ.
SL: Quella tesi è l’unico posto dove le ho trovate, oltre ai vecchi libri degli
anni Quaranta che le riportano. Insomma, ora non esiste in libreria qualcosa con
queste lettere corazziniane. Esiste l’opera omnia di Idolina Landolfi, la figlia
di Tommaso Landolfi, che la curò. Quindi tutte le ristampe delle poesie di
Corazzini che trovi in giro sono quella versione lì. Comunque, per fartela
breve, leggo queste cose e dico cazzo, questo sarebbe materiale per una graphic
novel come quella che abbiamo fatto su Campana, perché c’è una storia
intrigante, c’è la città di Roma, ci sono questi personaggi minuti e
completamente dimenticati che sono interessanti. Mi sono detto: sarebbe figo
farci un fumetto ora che vivo a Roma, proprio in omaggio al fatto che mi trovo a
Roma e mi metto nuovamente in gioco nella città di Roma.
QUINDI, INSOMMA, COSÌ È ANDATA.
SL: Quindi è andata così. E mentre io rimuginavo queste cose…
EH, CHE È SUCCESSO?
SL: Succede che mi chiama Andromalis e mi fa: oh, ma quando cazzo facciamo una
cosa insieme che io la disegno e tu la scrivi? Io sono anni che cerco di fare
una cosa che io scrivo e qualcuno disegna.
ECCO, ALLORA, DICIAMO UNA COSA. VOI SIETE IN QUALCHE MODO COME IN SIMBIOSI,
NO? PERÒ SIETE ANCHE COMPLEMENTARI, NEL SENSO CHE ANCHE LUI DISEGNA. QUINDI È
STATO ANCHE INTERESSANTE PER TE INTERPRETARE COME DIRE, DEGLI INPUT DI SIMONE?
Andromalis: Guarda, io dico la verità: lavorare a questo fumetto è stata la cosa
più facile della mia vita. Perché Simone in realtà, nonostante le sue
camicie, nonostante il vino [ride] ha costruito un soggetto perfetto. Perché lui
scompare. Nel senso che riesce a cucire, a fare architettura, dà delle
indicazioni. Costruisce un percorso temporale. E poi costruisce una
sceneggiatura tutta sulle fonti, che non puoi toccare. Per cui ti crea questa
architettura di scalette dove puoi andare e non andare, eccetera. E poi
costruisce una gabbia che è quella immobile, fatta dalle parole, fatta dalla
poesia, fatta di lettere, che non puoi modificare. Ma la poesia in sé è
mobile. Perché puoi interpretarla, perché la leggi una volta, ha un
significato, la leggi un’altra volta, ha un altro significato. E là dentro, se
non c’hai proprio sette anni, se ti sei letto due cose in vita tua, se ti sei
ascoltato due cose in vita tua, se ti sei fatto due pasticche in vita tua, se
hai una cultura di disegno, soprattutto psichedelica, diventa facile. Diventa
facilissimo. Tra l’altro, quando tu dici autobiografia, hai centrato il
punto, ma non è l’autobiografia del poeta, è l’autobiografia del verso di
Corazzini. Corazzini parte da un verso piuttosto fermo, piuttosto punk, a
marcetta, e poi, piano piano, crea questi versi fantasma, questi versi-silenzio.
Per cui è l’autobiografia di un verso che inizia, si apre, fiorisce e diventa
qualcosa di diverso. Qualcosa di abbastanza sfuggente.
SL: Cioè, c’è una veloce evoluzione della poesia corazziniana.
A: Questa imbeccata ce l’ha data Idolina Landolfi che scrive questa
introduzione molto facile da capire, che ci ha dato questa imbeccata. Questo
ragazzino che corre: corre perché la morte gli morde il culo, corre perché deve
trovare in fretta il giusto ritmo, il giusto sound del racconto della sua
morte. E quindi trova questo verso in termini molto veloci. L’autobiografia
promuove il verso, il verso che fiorisce.
ECCO, TU DICEVI DELLA PSICHEDELIA, PERCHÉ IN EFFETTI SI VEDE IL TRATTO
PSICHEDELICO, RIPRENDE ANCHE LA STORIA, DICIAMO, DELLA PSICHEDELIA FUMETTISTICA
MONDIALE; È UN PO’ UNA SINTESI PERSONALE, OVVIAMENTE, PERCHÉ INSOMMA SI VEDE CHE
HA TANTA AUTORIALITÀ, QUINDI È IL TUO TRATTO, LA TUA VISIONE DELLA COSA: MA
CORAZZINI, PIAZZATO IN QUESTA EPOCA DI ADESSO, COSA SUSCITA? PERCHÉ IN
EFFETTI DA UNA PARTE C’È LA PSICHEDELIA, DA UN’ALTRA PARTE COME DICI TU CI SONO
DEGLI ASPETTI PER I QUALI CHIARAMENTE I CREPUSCOLARI, PER CHI NON LI CONOSCESSE,
ERANO UNA SPECIE DI “DARKETTONI” ANTE LITTERAM…
SL: Bravo, vestivano di nero, bevevano l’assenzio, portavano i cappelloni, cosa
vuoi di più, Dave Vanian dei Damned praticamente [ride].
A: Morivano giovani, tra l’altro.
MORIVANO GIOVANI, STAVANO IN FISSA CO’ STA MORTE, ANCHE QUANDO STAVANO BENE, SE
LA TIRAVANO: UN ASPETTO MOLTO INTERESSANTE QUESTO.
SL: Ma una cosa fondamentale, è che si autoproducevano le cose che facevano, le
pubblicazioni erano DIY, Do It Yourself. Tutto quello che Corazzini pubblica in
vita, praticamente è autoprodotto come Tipografia Operaia Romana, e questi
volumetti non si trovano più; non solo non si trovano più in commercio, ma
neanche nelle biblioteche, negli archivi, e neanche tra i collezionisti di libri
antichi e rari. Per trovare le copertine di questi libri, le scansioni, le
fotografie di queste copertine, ho dovuto farmi aiutare via Whatsapp. Per
fortuna c’è Whatsapp: pescando dagli archivi di Toti Scialoja, di
Sinisgalli, cioè dei poeti, di quelli che avevano avuto di prima mano questi
libri o di seconda mano praticamente, magari da un poeta amico del poeta.
Insomma venivano quasi direttamente da lui, perché sennò non si trovavano. La
cosa assurda è che praticamente questo primo libro di Corazzini, che lo rende
famoso a livello nazionale, e viene pubblicato da Ricciardi, editore di
Napoli, lo fanno gli amici in via postuma: te lo faccio vedere perché ce l’ho.
BEH, DAVVERO SORPRENDENTE!
SL: Sì, per fortuna la poesia italiana del Novecento non è ancora stata
sdoganata a livello che tu non puoi più procurarti niente di niente sennò ti
costa tutta una tombola. Oggi sarebbe l’ultimo momento buono per comprare gli
originali di questi libri, perché poi dopo cominceranno a costare migliaia e
migliaia e migliaia di euro.
A: Ti raccontiamo questa cosa, che è bella. Quando noi siamo andati, trascinati
dal collezionista, alla tomba di Corazzini, abbiamo trovato un bigliettino, un
foglietto, piegato in quattro. Non facendoci i cazzi nostri mai e poi mai, lo
abbiamo aperto. E là dentro, con scrittura femminile, giovanile, c’era la
canzone dei Cure, Charlotte sometimes.
AH, VEDI? UN FILO DIRETTO.
A: Questa connessione tra noi e i crepuscolari, generazione invece dell’inizio
del Novecento, può essere un culto, ma in realtà è un sentir comune del non
riuscire a stare al mondo. È una cosa così banale, ma anche così bella,
no? Guarda come siete vestiti voi due, guarda che razza di roba continuiamo ad
ascoltare, guarda che roba disegniamo.
SL: Guarda, quello è il libro che fecero gli amici per ricordarlo qualche anno
dopo la sua morte. Vedi? È datata l’edizione. C’è la data là sotto. Lo
fecero nel 1918-19, praticamente subito dopo la guerra. E questo invece, il
Donini, è un libro degli anni Quaranta che contiene tutto il materiale da cui è
stata tratta la tesi di Anna. Quindi praticamente ci sono le piccole
cose riportate, ma soprattutto c’è una sezione fotografica molto
interessante. Dove ci sono le foto dei vari amici di Corazzini e le foto sue. È
tutto materiale che abbiamo usato, nel senso che poi Andro li ha
“andromalisizzati”, però sono le vere facce, le vere sembianze.
INFATTI, PARLANDO DI QUESTO CENACOLO: CORAZZINI È SÌ AUTORE A SÉ, PERÒ INTORNO A
LUI C’ERA PROPRIO QUESTO CODAZZO, QUINDI LA COSA INTERESSANTE È QUESTO
COLLEGAMENTO CON GLI ARTISTI, CON GLI ALTRI POETI, E QUESTA VOGLIA, DICIAMO, DI
LASCIARE UN SEGNO IN UN MONDO CHE NON TI DÀ TREGUA: VOLENDO QUESTO È POI IL
COLLEGAMENTO CON L’ATTUALE, NO? UN MONDO CHE NON TI DÀ TREGUA E TU CERCHI, IN
QUALCHE MODO, DI FAR ARRIVARE LA POESIA. È VERO CHE ERANO ANCHE
AMBIZIOSI, OVVIAMENTE, ERA UNA POESIA AMBIZIOSA, PERCHÉ VOLEVANO CAMBIARE IL
MONDO.
SL: Secondo me è stato D’Annunzio. D’Annunzio gli ha dato una grande spinta a
questi poeti, a tutti quanti. Cioè, tutti partono dall’essere grandi lettori
appassionati dei romanzi e delle poesie di D’Annunzio, poi a un certo
punto cercano di sovvertire quel canone perché aveva rotto il cazzo. Però,
secondo me, D’annunzio gli aveva anche comunicato questa possibilità di potersi
spingere in avanti, di essere i protagonisti del futuro, della loro età.
E SONO RIUSCITI A DIVENTARLO?
SL: Corazzini è diventato un eroe di culto, cosa che era già nel momento in cui
morì, già praticamente era un poeta cult della Roma di quei tempi, perché era
stato considerato un fenomeno, anche dalla critica. Certo che però essendo morto
giovane…
PARLIAMO DEL FATTO CHE ERA UN FENOMENO. QUAL ERA LA COSA PECULIARE SECONDO TE, A
PARTE DICIAMO QUELLO CHE DICONO I CRITICI, DELLA SUA POESIA?
SL: Beh, era… era moderna. Ah, meglio ancora, per quei tempi era
contemporanea. Era la sovversione di un canone, che era quello dannunziano e
magnifico, fatta da un ragazzino che a malapena era maggiorenne. Poi aveva
creato comunque una poesia discorsiva contro il verso. In una parola era
avanguardista, aveva come inaugurato una scuola di poesia che avrebbe condotto
poi alla poesia italiana del Novecento, dei vociani, di questi poeti qui. Se
fosse vissuto, sicuramente sarebbe finito nella Voce o su Lacerba.
A: A questo proposito pensa che danni che ha fatto il futurismo, invece, sotto
questo punto di vista. Perché con i suoi zing e zang e trick e track ha reso
impossibile l’esistenza di un verso che parlasse di qualcosa. Forse è un verso
misterioso, forse è ambiguo, molto selvaggio, molto lugubre anche, però molto
ironico. Invece con questi zing e zang e trick e track poi si è innestato anche
il fascismo, quindi la posa voluminosa, mandibolare, guerrafondaia ha prevalso
ed è diventata la modernità di questo Paese. Mentre questo Paese poteva
avere, non dico questo proprio grazie a Corazzini, ma poteva avere una
possibilità di modernizzazione diversa dalla posa mascellare, no? Guerrafondaia,
ferrosa…
IO CREDO CHE IL PROBLEMA DEL FUTURISMO SIA STATO PIUTTOSTO LA MODA DEL
FUTURISMO, MA SÌ, CAPISCO COSA INTENDI, È UN PUNTO DI VISTA INTERESSANTE.
A: Lui era una possibilità, ma morto nel 1907 ce lo siamo bruciato. Nel
1909 arriva subito il manifesto dei futuristi e non c’è più possibilità di altra
via alla poesia o al rock’n’roll moderno. Siamo rimasti a zing e zang.
QUESTA COSA LA DICE ANCHE ADORNO SUL ROCK’N’ROLL, COMUNQUE.
A: Ma certo, ma, d’altra parte, la poesia è semplicemente il canale in cui noi,
all’inizio del Novecento, esprimevamo noi stessi. Dopo gli anni Cinquanta
diventa rock’n’roll, ma è la stessa poesia.
SL: In effetti la poesia era concepita come un’attività artistica, di
sogni, dark, trasgressivi per certi versi.
A PROPOSITO, PARLANDO DI SOGNI, LA PARTE DEL LIBRO CHE SI ROVESCIA È QUI LA
PARTE ONIRICA. TUTTA TUA.
A: In realtà non era mia. Il grande colpo del genio viene da Sanguineti, il
quale, leggendo il verso di Corazzini, dice: “il fanciullino è
rovesciato”. Quindi il linguaggio nuovo che arriva dall’intelligenza poetica
di Pascoli, che non è più il nuovo verso che tutto spiega, è il verso misterioso
che non dice praticamente un cazzo. Quindi è Pascoli allo specchio.
Pascoli offuscato. Lo stesso Corazzini dice: io non sono che uno specchio
appannato. Io, come disegnatore formidabile quale sono, come voi mi
riconoscete, non avrei dovuto rovesciarlo, ma avrei dovuto appannare il disegno
[ride]. Capisci che facevo una gran fatica io e sarebbe stato un casino per voi
leggerlo. Per cui ho giocato sul rovesciamento. Però l’idea è proprio di
Sanguineti. Ed è riportato sempre da Idolina Landolfi. Se non c’erano queste due
ragazze… io e Simone non sapevamo che dire. Invece per fortuna c’era Idolina e
c’era anche la ragazza veneziana che ha fatto la tesi.
SL: E c’è Fausto Maria Martini che ha scritto il titolone di tutta la storia
corazziniana.
A: Che è il miglior amico dei Corazzini, ma anche il miglior amico tuo. Sì è
vero, ci ha dato una grossa mano.
A PROPOSITO DELLA POSA CHE RISCONTRAVI NEI FUTURISTI POSSIAMO DIRE CHE ANCHE I
CREPUSCOLARI A VOLTE SEMBRANO DEI POSER.
A: La posa tragica peraltro. Io mi atteggio moribondo e poi muoio sul serio.
SL: In teoria anche Corazzini quando scriveva queste
lettere apocalittiche predicendo la sua morte agli amici, le scriveva ancor
prima di ammalarsi. C’è una citazione di Palazzeschi che ricorda questa
cosa dicendo: io non avevo mai creduto che lui fosse moribondo, perché c’era un
atteggiamento letterario di noi poeti che ci voleva tutti portati a fingerci
tisici e moribondi. Se avessi capito sul serio che lui stava davvero
morendo sarei andato a trovarlo. Cosa che, al contrario, fece Marino Moretti.
PIÙ CHE POSA ERA COME UNA PROFEZIA AUTOAVVERANTE…
SL: Un po’, anche, però comunque morire era una cosa diffusa a quei tempi, al
punto che quando siamo andati a vedere il colombario con la tomba di
Corazzini, lì dentro era pieno di altri ragazzi che sono morti negli stessi
anni e quindi sostanzialmente suoi coetanei. Saranno morti tutti di tisi o di
qualche altra malattia che girava all’epoca, tipo la difterite.
A: Oppure durante la Prima guerra mondiale: se ti salvavi dalla Prima guerra
mondiale, tornavi a casa e c’era la spagnola, se ti salvavi dalla spagnola,
c’erano vent’anni di fascismo. Magari eri pure ebreo e finiva malissimo, ma se
non eri ebreo andavi comunque a fare la Seconda guerra mondiale e così via…
SL: Noi abbiamo avuto l’AIDS e ora c’è il cancro che sta decimando la gran parte
delle persone. C’è un parallelismo.
IN EFFETTI POTREBBE APPUNTO ESSERE LA STESSA IDENTICA COSA DI OGGI. PER ESEMPIO
LA MUSICA POP ALLA TAYLOR SWIFT, ANCHE SE IN MANIERA SICURAMENTE MOLTO PIÙ
PLASTICOSA, È COME SE FACESSE UN OMOGENEIZZATO DI UN SENTIMENTO CHE PUÒ ESSERE
QUELLO DEI JOY DIVISION: C’È UNA SPECIE DI PRESA A MALE, LA PRESA A MALE DEL
GIOVANE, NO? È SEMPLICEMENTE COSÌ ANCHE L’ESTREMO ROMANTICISMO DELLA TRAP,
PERCHÉ SOTTO SOTTO SONO ANCHE ROMANTICI E NON SOLO NICHILISTI PERCHÉ COMUNQUE
ANCHE LÌ C’È UNA POSA. FANNO FINTA DI SCOPPIARE PERÒ IN REALTÀ SENTONO CHE LA
LORO FINE È VICINA: PER NON PARLARE DEI VARI SUICIDI CAUSATI DAL DARK WEB ECC.;
CIOÈ QUESTA COSA QUA È UN PO’ UN LEITMOTIV DELLA GIOVENTÙ.
SL: È una cosa dei giovani, i giovani si sentono sempre di morire: pure io a
venti anni, penso pure te e tutti quanti pensavamo sempre che non saremmo
arrivati ai trenta.
A: Ma perché voi siete degli anarchici nichilisti del cazzo! Io a vent’anni ero
uno spermatozoo lanciato verso il cosmo alla conquista dell’universo [ride].
SL: il problema è che le mie profezie si sono autoavverate sulla pelle di altri,
purtroppo: sì, ho visto morire loro e io invece sono ancora qua.
A PROPOSITO DI FUTURO, C’È POI LA QUESTIONE METAMORFICA DEI DISEGNI, MI SPIEGHI
UN PO’ QUESTA RESTITUZIONE DELLO SPAZIO/TEMPO?
A: Allora se vogliamo rimanere dentro il libro, rimaniamo al discorso del verso:
io ho notato questa cosa, che è molto divertente, della grande poesia ma anche
della grande musica. Se tu ascolti tante volte una canzone o leggi e ascolti la
tua voce tante volte leggendo una poesia, essa cambia. Vedi L’infinito di
Leopardi, no? Assume sempre forme diverse continuamente, per cui tutto questo
fiorire, rigenerarsi, trasformarsi mi sembrava perfetto per quel che ricordava
la poesia di Corazzini, che è sempre la ricerca di un’informità, di un non avere
forma, di essere sempre così misteriosa, così scivolante, così allusiva senza
però alludere mai a niente di concreto. Ad esempio l’ultima poesia di Corazzini,
La morte di Tantalo, meravigliosa: che cazzo vorrà dire? Io mi sto rompendo la
testa sul significato, ma Tantalo come cazzo fa a morire? Tantalo che è
condannato a vessazioni eterne? Io mi sono dato questa spiegazione nel senso
che Corazzini quando dice “io non sono un poeta perché per essere un poeta avrei
dovuto vivere altra vita”, dice “io sono un non vivo”. E un non vivo non può
manco morire, quindi è anche un non morto: ecco, questo non essere nulla da
essere tutto, per un disegno psichedelico, è proprio la morte sua.
SL: Questa poesia della morte di Tantalo, lui la scrive quando sta sul letto di
morte; precisamente ne scrisse due, una è rimasta frammentaria e l’altra, che è
questa, è stata completata. Quindi è stata praticamente scritta nella
consapevolezza di essere uno che sta morendo.
A: Ma è anche molto consolatoria. Io che non sono riuscito a vivere,
probabilmente non riuscirò neanche a morire. E questo male non è. E come vivrò,
anzi, come vivrò o come non morirò? Attraverso il verso.
ESATTO, QUELLO È L’UNICA COSA CHE IN QUALCHE MODO, RIMANE, SERVE. PERÒ, ECCO,
APPUNTO, SEMPRE PARLANDO DEI SUOI AMICI, IN EFFETTI POI C’È L’APPENDICE, CHE POI
IN REALTÀ NON È L’APPENDICE, FORSE È PIÙ CHE L’APPENDICE, È UN PO’ LA CHIUSURA
DI UN CERCHIO, UNA COSA CHE È MOLTO BELLA E CHE È LA PARTE CHE NARRA DI TUTTI
GLI AFFILIATI. TUTTO QUELLO CHE GLI SUCCEDE E GLI SUCCEDE DI TUTTO.
SL: Ti dicevo, se non fosse per il libro Si sbarca a New York di Fausto Maria
Martini, noi non avremmo avuto abbastanza materiale per compilare tutto il
“pistolone” che sta nel libro, perché è lui che racconta, però per metà del suo
libro racconta della loro esperienza ravvicinata, come se fossero i testimoni di
Pietro che hanno conosciuto Gesù Cristo: loro hanno conosciuto Corazzini. Poi a
un certo punto Corazzini muore e loro vanno in America a cercare fortuna, parlo
dei romani, insomma, di Fausto Maria Martini e degli altri due, Tarchiani e Gino
Calza-Bini; Tarchiani divenne proprio ambasciatore italiano in America, quindi
questa cosa cambiò la sua vita. Nel caso di Martini se ne tornò con le pive nel
sacco per poi finire a fronte durante la Grande guerra dove venne ferito così
gravemente per poi morire nel 1931. Però prima di morire scrisse questo libro di
memorie per quel che riusciva a ricostruire; lui aveva preso una bombarda in
testa quindi non è che riusciva a ricostruire le cose con estrema
precisione, però comunque racconta tutta questa storia di Corazzini e poi la
loro parabola della fuga a New York. Questo libro uscì per Mondadori nel 1930,
poi lui lo stesso anno, o un anno dopo, non mi ricordo, insomma comunque
morì. Però diciamo che dopo Corazzini, quello di Martini è l’unico altro nome
che viene citato qualche volta parlando di poesia, parlando di letteratura,
perché è l’unico altro che ebbe una carriera…
NOI INVECE ABBIAMO UNA STORIA PARTICOLARE PARLANDO DI DONATELLO, CHE È MOLTO
INTERESSANTE PERCHÉ È UNO DI QUELLI CHE SONO SPARITI E QUESTO FA PARTE ANCHE DI
QUEL PERIODO STORICO PATRIGNO…
SL: Completamente: se non fosse per Fausto Maria Martini, se non fosse per
questo libro di Filippo Donini, di Sergio Corazzini e qualche altro che lo
ricorda, noi non avremmo nessuna traccia di questo personaggio, che finì al
manicomio di Roma. Quindi io sono andato a cercarlo, siamo andati a guardare
fino all’archivio del Santa Maria della Pietà, perché c’è un’amica, Gianna, che
fa parte del giro dei punk di Roma, che ha lavorato un sacco di tempo a Santa
Maria della Pietà, quindi ho detto, fammi autorizzare dal direttore a scavare
nell’archivio. E loro mi hanno effettivamente autorizzato. Solo che l’archivio
cartaceo e l’archivio online che hanno, al quale puoi accedere con una password
o con un’altra cosa registrandoti, coincidono. Cioè quello che gli è rimasto è
quello che hanno digitalizzato e non ce n’è altra traccia. Ci si trovano storie
di persone disgraziate, sifilitiche, malate di mente, forse depresse
croniche, persone che oggi sarebbero, non dico curabili e guaribili, ma almeno
trattabili e non finirebbero rinchiuse in un manicomio. Ci sono le schede
complete con tutti i loro dati anagrafici e la storia della loro malattia e
dell’eventuale progressione. Non c’è niente che riguardi un certo Giuseppe
Zarlatti alias Donatello.
EH, PER DIRE, CHE PERÒ STA NEL LIBRO. VOI CITATE I SUOI VERSI, NO? QUELLI DI LE
VALCHIRIE.
SL: Sì, sì. Ma è brutta la poesia di Le Valchirie.
A: Sì, è brutta. Infatti lo rende magnifico anche per quello. Tim Burton
l’avrebbe amato moltissimo.
A QUESTO PUNTO, SECONDO VOI, LA SIMBIOSI TRA POESIA E FUMETTO OGGI, COME LA
VEDETE? LA VEDETE COME UNA COSA CHE PUÒ, IN QUALCHE MODO, COME DIRE,
TRASFORMARSI? VISTO CHE LA GRAPHIC NOVEL È GIÀ A VOLTE CONSIDERATA POETICA, VEDI
ALAN MOORE PER CITARE I GRANDI CLASSICI.
A: Guarda, io ho una teoria sulla poesia. Ed è per quello che sono stato
contento di aver fatto questo libro. Perché mi interessa molto vedere che il
fumetto e la poesia hanno tante cose in comune, piuttosto che la poesia e la
prosa, piuttosto che la poesia e il cinema. La poesia e il fumetto hanno
ambiguità. Il fumetto ce l’ha per sua natura, perché il disegno e le parole sono
già due cose, per cui ha una possibilità di ambiguità. Quando parlo di ambiguità
parlo di allusione e parlo anche di possibilità ulteriore, nel senso che quello
che ti dicono non è detto che sia quel che tu capisci e quel che sta ivi
veramente scritto. Ci sono delle possibilità. A me piace definirle proprio un
pescaggio abissale, sentimentale. Cioè, come le barche che hanno un loro
pescaggio, la poesia e il fumetto ce l’hanno proprio abissale, per il loro modo
di essere.
In ogni caso, a me piace sempre fare lo stesso esempio, L’infinito di Leopardi.
Ogni volta che tu Leopardi, leopardi in maniera diversa. Questa è la
possibilità, è l’ambiguità, è la ricchezza della poesia. Ma anche da un punto di
vista immaginifico. Pensa a Omero che ti racconta lo scudo di Achille, che ci
sta una cosa, in coppa c’è un’altra cosa, apri e ce n’è un’altra ancora. Se lo
fai in prosa, uccidi chiunque lo abbia letto. Invece ci sono generazioni di
generazioni di generazioni che lo ripetono a memoria, con gioia e
felicità. Anche questa cosa, la possibilità immaginifica della poesia,
l’ambiguità della poesia, sono due cose che il fumetto riesce ad applicare
meglio, secondo me, di qualsiasi altra disciplina narrativa, tecnica narrativa o
esercizio narrativo. Per cui, secondo me, la poesia da una parte, il fumetto
dall’altra, si incontrano molto bene e hanno possibilità maggiori rispetto ad
altre discipline narrative per il futuro, anche perché sono veloci. Nel senso
che per scrivere la poesia, che ti serve?
BEH, ALLA FINE NULLA.
A: Esatto, niente: ti serve te stesso e un minimo di profondità sentimentale. E
un po’ di relazione col mondo, poca, purché sia malata [ride]. Ti serve questo,
basta, non ti servono neanche la carta e la penna. Per il fumetto ti servono la
carta e la matita, finché basta, non ti serve neanche la connessione. Per cui
hanno questa rapidità di esecuzione nella relazione tra l’individuo, il
sentimento, l’emozione e la realtà, cose che altre tecniche narrative non hanno
assolutamente. A meno che non parli del fischio, la tecnica del fischio anche
potrebbe… Anche la musica può assomigliargli, perché è ambigua e ha possibilità
narrative.
ALLORA, A QUESTO PUNTO MI DEVI SPIEGARE IL RETRO COPERTINA, PROPRIO PER
CHIUDERE. E TUTTO IL FRONTE E RETRO, FORMAZIONE PER FORMAZIONE. SEMBRA SERGENT
PEPPER’S.
A: Io sto libro l’ho fatto soltanto per questa copertina, del resto non me ne
frega un cazzo [ride]; io volevo solo disegnare il mio Sergent Pepper’s. E ho
detto, Simo, dammi una scusa per fare questo.
VEDO NUTRITI PERSONAGGI… CI SONO SCRITTE…
A: I personaggi iniziano e finiscono con due carabinieri, che però è anche lo
stesso carabiniere, in questa sorta di arresto collettivo di tutti noi, almeno
io ancora ci spero.
FORSE SONO I CARABINIERI DI BENNATO IN I BUONI E I CATTIVI?
A: Sicuramente qualcosa di quel disco è rimasto in questo. Infatti qui pensavo
ai gendarmi di Pinocchio, quindi stiamo là. Ma in realtà a me quello che
interessa è proprio questo arresto generale, la speranza di rimanere sovversivi
sempre, perché è nel momento in cui il carabiniere passa e non ti guarda con
sospetto, che te devi preoccupare. Devi dire, cazzo, sono uno come te,
quindi, quando il carabiniere baffone ti dirà “Tu sei una merda, lo sai?”, eh,
certo, certo che lo so. E quindi questo arresto generale mi piaceva. Quindi
dentro questo arresto che ci mettiamo? Pinocchio è il primo, è ovvio, da una
parte, e ci abbiamo messo anche D’Annunzio dall’altra, però… Con D’Annunzio ci
abbiamo messo anche il dito nell’occhio di D’Annunzio. D’Annunzio non posso
proprio amarlo, è geneticamente lontano da me.
SL: D’Annunzio, l’ho detto, ha il merito proprio di aver sdoganato la voglia di
fare poesia. È sopravvalutato nel senso che lui si difendeva molto bene e quindi
le poesie che ha fatto sembravano chissà che, ma non erano magari niente di
che. Però l’idea che: “Vi va? possiamo farlo, capito?”. È come se gli avesse
dato il la.
A: Ma guarda, D’Annunzio possiamo sintetizzarlo così: Gabriele, sai suonare?
No. Sai giocare a pallone? No. Che cazzo ti faccio fare? Tiè, tiè, prendi sta
matita e scrivi qualcosa. Scrivi una cosa sulla pineta [ride].
AL CENTRO CI METTIAMO… CI METTIAMO IAN CURTIS.
A: Esatto. E poi ci metto Siouxie, infatti. Perché? Perché è il sentimento
crepuscolare più vicino a noi.
MA C’È PURE MARX QUA?
A: No. In realtà c’è Carducci. C’è Pascoli. Vedi? C’è Gaetano Bresci.
AH, È VERO. SÌ. E MARX NON L’HAI MESSO?
A: No, Marx secondo me è completamente assente dal patrimonio sentimentale di
Corazzini perché in realtà è molto individualista. Sarebbe interessante, nel
mentre, anche riuscire a partorire un fumetto su quella cultura
sentimentale, collettivista che questo Paese ha partorito in maniera
massiccia. Pensa a quel garofano meraviglioso di Gramsci. Certo. Andrò a fare un
fumetto su Gramsci. La cosa fica di utilizzare la poesia come elemento
narrativo dello stare al mondo è questo. Che si apre una porta, si apre una
finestrella, si apre una scatoletta, se ne apre un’altra, non porta magari a un
cazzo, ma poi invece vai da un’altra parte. Ecco, allora, perché non aprire
un’altra scatoletta?
CI STATE DANDO UNO SCOOP DI UN VOSTRO NUOVO FUMETTO A BREVE?
A: Penso di sì, perché come fa il mondo sennò a stare senza di noi? Poi a Simone
non gli va di fare un cazzo. Per cui basta che scrive ed è felice.
SL: A me piace molto farlo.
A: Però deve essere una cosa molto diversa da questa. Dobbiamo abbandonare la
poesia per andare a fare una cosa sugli X-Men [ride].
L'articolo Il pescaggio abissale della poesia proviene da Il Tascabile.
A ll’inizio degli anni Trenta Walter Benjamin maturò un presagio che si sarebbe
rivelato fondato. O perlomeno così racconta nell’incipit di Infanzia berlinese:
“Nel 1932, mentre ero all’estero, iniziai a rendermi conto che presto avrei
dovuto dire addio per molto tempo, forse per sempre, alla città in cui ero
nato”. Nel 1932 Benjamin non aveva ancora lasciato definitivamente la Germania,
anche se passò parecchi mesi in giro per l’Europa, osservando a distanza la
situazione politica del suo Paese sull’orlo del nazismo e intuendo che per un
ebreo marxista come lui la vita in patria si sarebbe fatta presto impraticabile.
E infatti, proprio l’anno successivo – nel frattempo Hitler era diventato
cancelliere – abbandonò Berlino per trasferirsi a Parigi ed effettivamente non
rimise mai più piede nella sua città natale.
Infanzia berlinese fu una risposta a questo allontanamento forzato. Ma le brevi
prose autobiografiche, scritte tra il 1932 e il 1938, che illuminano momenti dei
suoi primi anni (e i primi del secolo) nella capitale tedesca, non sono
abbandoni alla nostalgia dell’esule, bensì una misura preventiva contro di essa,
come Benjamin spiega nella premessa:
> Nella mia vita interiore avevo più volte sperimentato come fosse salutare il
> metodo della vaccinazione; lo seguii anche in questa occasione e
> intenzionalmente feci emergere in me le immagini – quelle dell’infanzia – che
> in esilio sono solite risvegliare più intensamente la nostalgia di casa. La
> sensazione della nostalgia non doveva però imporsi sullo spirito come il
> vaccino non deve imporsi su un corpo sano. Cercai di contenerla restando
> fedele non al criterio della casuale irrecuperabilità biografica del passato
> bensì a quella, necessaria, di ordine sociale.
Per quanto Proust fosse un riferimento letterario importantissimo per Benjamin e
nonostante nei racconti di Infanzia berlinese non manchino certo suggestioni
proustiane, è chiaro fin da queste righe come il tentativo di recupero del
“tempo perduto” portato avanti dalla raccolta sia molto diverso da quello della
Recherche. Piuttosto che le epifanie della “memoria involontaria”, innescate da
fattori casuali – come l’assaggio di una madeleine o un piede posato su un pavé
sconnesso – e capaci di annullare il tempo, raccontate da Proust, Benjamin opta
per un lavoro di memoria assolutamente volontaria (“intenzionalmente” è la
parola chiave), finalizzato non alla cancellazione della distanza con il
passato, ma alla neutralizzazione del suo potere. L’obiettivo dichiarato è
quello di lasciar riemergere il passato non per rivitalizzarlo, ma per farne un
inventario, renderlo qualcosa di maneggiabile e dominabile dalla ragione, che
sarà così in grado di schivarne le trappole come, appunto, la nostalgia.
Per questo l’ambito del rievocabile deve essere attentamente circoscritto a
priori: i fatti più strettamente e personalmente biografici sono materia troppo
incandescente per rientrare in questa opera di schedatura e pertanto vanno
tenuti ai margini. Piuttosto, prosegue Benjamin, “Mi sono invece sforzato di
impadronirmi di quelle immagini in cui l’esperienza della grande città si
sedimenta in un bambino della borghesia”. Insomma, l’attenzione viene spostata
dalle vicende individuali, che normalmente sono al centro di qualunque
autobiografia, allo sfondo di quelle vicende; uno sfondo presumibilmente comune
a molti individui e alle loro memorie.
> L’obiettivo dichiarato di Benjamin in Infanzia berlinese è quello di lasciar
> riemergere il passato non per rivitalizzarlo, ma per farne un inventario,
> renderlo qualcosa di maneggiabile e dominabile dalla ragione, che sarà così in
> grado di schivarne le trappole come, appunto, la nostalgia.
Si rivela così lo scopo reale – al di là di quello meramente personale del
“vaccino contro la nostalgia” – dell’operazione letteraria: dare forma alle
immagini tipiche (come quelle che “da secoli dispongono i ricordi di un’infanzia
trascorsa in campagna”) di una esperienza allora relativamente nuova: l’infanzia
in una metropoli moderna. Si trattava, dunque, di costruire un nuovo repertorio
di ricordi d’infanzia per una nuova epoca. In questo senso Infanzia berlinese –
come ebbe modo di notare Theodor Adorno, a cui si deve la pubblicazione postuma
della prima edizione del libro nel 1950 – rientra pienamente nel grande lavoro
di indagine intorno alla “storia originaria del moderno” a cui Benjamin si
dedicò nei suoi ultimi anni di vita e che sarebbe per lo più confluita negli
appunti dell’incompleto I “passages” di Parigi.
Stacco a oggi: questo impulso volto a ricostruire lo sfondo condiviso della
propria infanzia e giovinezza è dilagato. Una scrollata su qualunque social
basterà per imbattersi in masse di contenuti e pagine per ogni generazione in
cui si rievocano i programmi televisivi che si guardavano o le merendine che si
mangiavano da bambini (nei casi più cringe accompagnati da formulette come “noi
che…” o “ti sblocco un ricordo”), probabilmente anche perché nostalgia e
relatability sono due elementi particolarmente efficaci per gli algoritmi delle
piattaforme nella loro missione di tenerci perennemente agganciati a sé.
Tentativi di questo tipo di recupero del passato in letteratura, invece, mi
sembrano più rari. Laddove le varie forme di autobiografismo e di scrittura del
sé sono una tendenza pervasiva nella produzione libraria contemporanea, a essere
prevalente è l’analisi del proprio trascorso individuale o al massimo della
propria storia familiare. Ovviamente, per raccontare il passato personale è
inevitabile che si tiri dentro anche qualcosa del contesto storico e sociale che
lo circonda, ma è meno comune che le vicende particolari di chi scrive vengano
lasciate programmaticamente ai margini o siano ridotte a poco più di un pretesto
per raccontare quello sfondo.
È quello che in parte fa Geoff Dyer nel suo ultimo libro, Compiti a casa,
pubblicato da poco in Italia da Il Saggiatore nella traduzione di Katia Bagnoli.
Se il sottotitolo dell’edizione originale lo definisce “a memoir”, una
descrizione più precisa arriva nelle sue pagine, verso il finale, quando ormai
l’autore è in procinto di abbandonare la sua città natale per andare a studiare
ad Oxford e indica quel trasferimento come il momento che segna “i confini di
questo libro mappa e inventario”. Siamo, dunque, ancora dalle parti di Benjamin:
un lavoro lucido e consapevole per inventariare il proprio passato, mappare i
territori nei quali ci si è mossi in una fase ormai conclusa della propria
esistenza. Ma c’è una differenza sostanziale: Infanzia berlinese sceglie il
racconto per frammenti, la narrazione di Dyer invece è un flusso quasi
ininterrotto, che trova la sua unica discontinuità nella separazione tra le due
lunghe parti del libro, che trattano rispettivamente l’infanzia e l’adolescenza
(c’è anche una terza parte, molto più breve, che però funge più che altro da
appendice o postilla).
> Anche in Compiti a casa di Dyer, come in Benjamin, si può cogliere la volontà
> di catturare la temperie storica di una fase che è l’inizio di qualcosa (non
> solo della sua vita): il dopoguerra e il crescente affermarsi nel mondo
> occidentale di un modello di vita improntato al benessere diffuso e al
> consumismo.
Dyer è nato nel 1958 a Cheltenham, una città di medie dimensioni nella campagna
inglese del Gloucestershire. Il libro sostanzialmente racconta, dunque, la vita
di un bambino e poi adolescente nella provincia inglese negli anni Sessanta e
Settanta. Ma proprio come Benjamin raccogliendo le immagini che gli aveva
lasciato la sua infanzia stava portando avanti un’indagine sulle origini della
modernità, anche in Dyer si può cogliere la volontà di catturare la temperie
storica di una fase che è l’inizio di qualcosa (non solo della sua vita): il
dopoguerra e il crescente affermarsi nel mondo occidentale di un modello di vita
improntato al benessere diffuso e al consumismo. In questo è esemplare la
parabola dei genitori di Dyer: proletari appena approdati a una condizione di
piccoli borghesi mai realmente persuasi di essere tali, quasi giudicassero con
diffidenza l’agiatezza raggiunta. La vita familiare, pertanto, non è gravata da
nessuna reale mancanza, ma è comunque scandita dall’ossessione paterna per il
risparmio, che assomiglia quasi a una forma di resistenza istintiva ai tempi
nuovi:
> Bisogna sottolinearlo: non sono cresciuto in povertà. Avevamo tutto il
> necessario, anche se il necessario era delineato e definito in un modo che è
> compatibile con la povertà, e forse ne è addirittura un sintomo. Quando
> chiedevo a mio padre se potevo avere qualcosa che vedevo in un negozio, spesso
> lui mi rispondeva: “non ne hai bisogno”. E io avrei voluto rispondere: “Ma lo
> voglio”. Poi, dopo un po’, ho smesso di volere le cose. (Ora mi chiedo se mio
> padre stesse inconsciamente usando “bisogno” nel senso arcaico di “mancanza”,
> una distinzione che il capitalismo consumistico ha impegnato tutte le sue
> energie per rendere obsoleta).
E ancora:
> Un giorno, anni dopo, nel corso di una discussione sulle abitudini alcoliche
> della città e, per estensione, della nazione, mi disse che c’erano già “fin
> troppi pub”. Troppi, troppo, tanto, tanti: era sempre in lotta con qualsiasi
> manifestazione di quell’abbondanza che si stava sempre più affermando come uno
> degli obiettivi non solo dell’economia o persino della democrazia liberale, ma
> della vita stessa.
Il diverso rapporto, tra genitori e figlio, con i concetti di abbondanza,
scarsità e desideri materiali è proprio ciò che rivela, nella frattura
generazionale, i segni di una società in trasformazione.
> La differenza rispetto alla generazione dei miei genitori è che sebbene da
> ragazzi loro potessero permettersi ancora meno di noi, non c’era quasi niente
> da comprare. La mia invece era una generazione di transizione che si trovava
> collocata comodamente tra l’abbondanza sempre più esibita – il desiderio di
> “averlo” – e la scarsità storicamente accettata: “fare senza”. Se dovessi
> ridurre la religione dei miei genitori, assolutamente laica per quanto
> riguarda mio padre, a un solo comandamento di due parole, sarebbe questo.
Una frattura che non riguarda solo i Dyer: la lotta tra il nascente spirito
consumista del tempo e la resistenza delle vecchie abitudini si manifestava
anche fuori dal contesto familiare, rivelando che la transizione in corso non
era solo un fatto privato (“C’era molto di ammirevole nel rapporto dei miei
genitori con il denaro e, anche se per certi aspetti loro due non erano al passo
con una società dove si diffondeva il benessere, nel mondo al di fuori di casa
nostra c’erano ancora molti segni di un approccio più sobrio e meno sprecone nei
confronti della vita”).
Nella narrazione di Dyer questo dissidio epocale si incarna in aneddoti e
dettagli privati spesso divertenti: come il destino del bel salotto di casa Dyer
(simbolo di uno status borghese raggiunto), mai utilizzato per non sciuparlo
(eredità della prudenza contadina), costringendo scomodamente tutta la vita
casalinga negli spazi angusti della cucina e del tinello. Oppure l’occasionale
cedimento al “boom consumistico della fine degli anni sessanta”, rappresentato
dall’acquisto di un giradischi, che una volta introdotto in casa, però, viene
guardato con sospetto e timore come il diabolico tentatore che potrebbe indurre
spese senza fine per i dischi (“Il giradischi era, per definizione, l’oggetto su
cui si ascoltavano i dischi, ma era anche l’insidioso portale di un mondo di
spese sfrenate”); risultato: “E così, dopo che avevamo immerso i piedi nelle
turbolente acque del consumo di pop, il giradischi tacque”.
Questa attenzione ai consumi – culturali e materiali – caratterizza
fondamentalmente tutto il memoir di Dyer. È anzi interessante che, se buona
parte della produzione letteraria dello scrittore inglese è caratterizzata da
saggi che adottano spesso una prospettiva autobiografica, qui i termini si
invertono con un’autobiografia che tratta il proprio passato con un approccio
saggistico. Tra le parti più riuscite del libro ci sono pagine e pagine di
minuziose digressioni su giocattoli, modellini, figurine portate avanti con un
taglio da studio antropologico, sebbene vagamente ironico. Qui, ad esempio,
subito dopo essersi dilungato sul funzionamento del gioco delle “castagne matte”
che per una stagione aveva spopolato tra i bambini del quartiere, passa a
parlare del rito dello scambio di figurine:
> Dopo una breve stagione le castagne matte sparivano. L’interesse per il gioco
> evaporava nello stesso momento in cui si esauriva la fornitura di nuove
> munizioni, senza attriti o rimpianti, e un’altra passione si diffondeva nel
> cortile della scuola nell’intervallo tra le lezioni.
> Era la continuità a contare, il modo in cui le fasi rimanevano essenzialmente
> le stesse, a prescindere dalle variazioni stagionali o dalle nuove iterazioni
> di una determinata attività. Così mentre continuavano a spuntare nuove serie
> di figurine delle gomme da masticare, l’attività di raccolta e scambio
> rimaneva invariata. Ci si riuniva in piccoli gruppi di negoziazione, facendo a
> turno per sfogliare sapientemente le nostre raccolte mentre un potenziale
> scambiatore emetteva il rapido commento di accompagnamento – “celo, celo” –
> interrotto da un occasionale ed eccitato “MANCA!” Una volta messe da parte le
> mancanti, il processo si invertiva e il bambino che aveva espresso il suo
> interesse per ciò che gli mancava passava in rassegna ciò che aveva da offrire
> in cambio. A volte il risultato era un semplice scambio uno-a-uno, ma mediante
> le molteplici transazioni e negoziazioni che avvenivano nel corso della
> giornata si precisava un tasso di cambio complessivo in base al quale una data
> figurina acquistava un valore più o meno standardizzato. Un certo grado di
> variazione dipendeva da quanto qualcuno avesse bisogno di una determinata
> figurina, ma transazioni eccezionali come questa avevano un effetto a catena e
> venivano quindi incorporate nell’andamento volatile del mercato nel suo
> complesso.
Segue un’ampia e dettagliata panoramica sulle varie serie di figurine
susseguitesi negli anni, con particolare attenzione al diverso carattere tra
quelle che si trovavano con le gomme da masticare – “emanazione commerciale di
serie televisive (Organizzazione U.N.C.L.E., in bianco e nero), film (Agente 007
– Thunderball, sempre in bianco e nero) e di gruppi pop o, più precisamente, di
serie televisive o film costruiti intorno ai Monkees (a colori) o ai Beatles (in
bianco e nero)” – e quelle in omaggio con le confezioni di tè – che “provenivano
invece da una sfera di intenzioni più elevate”, cioè da scopi educativi con
serie dai titoli come Uccelli tropicali o Storia dell’aviazione che ricordavano
“quanto fosse didascalica la vita britannica in quei decenni”.
Ma trattare il proprio passato come materia saggistica significa anche includere
il punto di vista dal quale la si sta guardando e quindi esplicitare il lavoro
della memoria che si sta compiendo. La rievocazione dei tanti dati materiali
(come le figurine, appunto) passa attraverso un lavoro di ricerca o dal recupero
effettivo degli oggetti, con conseguente frustrazione nella inevitabile
constatazione di quanto è andato perduto: “Le figurine sono sparite da tempo.
Dove? Che fine hanno fatto? Dove vanno a finire le cose? Mi risulta difficile
credere di essermi potuto sbarazzare delle figurine di Thunderball o degli album
della Brooke Bond. Siamo rassegnati a perdere le cose”. E ancora, molte pagine
più avanti, parlando di poster: “Come vorrei aver conservato tutto; se solo
avessi avuto la lungimiranza, a undici anni, di investire in un deposito a
temperatura controllata di qualità archivistica”.
> È interessante che, se buona parte della produzione letteraria dello scrittore
> inglese è caratterizzata da saggi che adottano spesso una prospettiva
> autobiografica, qui i termini si invertono con un’autobiografia che tratta il
> proprio passato con un approccio saggistico.
Per ciò che invece può essere attinto solo attraverso la memoria, non resta che
riconoscere anche le lacune, le mancanze, le probabili distorsioni che ricordare
comporta. “Molto di quello che c’è qui è scritto intorno a quello che manca”,
ammette Dyer a un certo punto, accorgendosi di non essere più in grado di
ricostruire le dinamiche dei microdrammi che segnavano le relazioni tra i suoi
parenti. E neppure l’oggettiva memorabilità di un fatto garantisce la sua fedele
conservazione: è il caso di un episodio-topos di qualunque rievocazione
dell’adolescenza: il primo bacio, descritto appunto come “uno di quei momenti
indimenticabili che tuttavia è difficile ricordare con precisione”. Dyer
riconosce come quasi tutto quello che gli resta sia soprattutto frutto di una
ricostruzione (e mitologizzazione) fatta a posteriori: “i dettagli rimasti
impressi nella mia mente – il cielo azzurro, il verde abbagliante dell’erba
sotto il sole – sono stati aggiunti dopo per rendere più vivido un ricordo che
esiste come fatto di cronaca”.
L’oggettività recuperabile dei documenti materiali e la constatazione
dell’inadeguatezza della memoria soggettiva si incontrano quando l’autore si
confronta con vecchie fotografie. La descrizione di foto è un espediente che
torna due volte nel libro (la prima volta è l’immagine di una gita in famiglia,
la seconda un paio di scatti della sua cameretta di adolescente) e in entrambi i
casi si risolve in un esercizio di decifrazione del passato che comunque non
riesce a sciogliere numerosi punti oscuri. Analizzando le foto della cameretta
(in entrambe le occasioni zeppa di poster, gagliardetti, album musicali, fumetti
che testimoniano le passioni passeggere del ragazzino in quei precisi momenti
della sua vita) Dyer dice esplicitamente che a riguardarle da quella distanza
assumono “lo status di una stele di Rosetta”.
Nel momento in cui la memoria si rivela labile, diventa instabile e oscuro anche
il rapporto che possiamo credere di individuare tra passato e presente. È forse
questo l’aspetto in cui Compiti a casa mette più in discussione il modello
classico di autobiografia. In quanto tentativo di ricondurre la propria vita a
un ordine narrativo, l’autobiografia implica sempre la volontà di ricreare sé
stessi come un personaggio coerente. “Scrivere la propria storia è provare a
costruirsi”, ha scritto Philippe Lejeune, tra i più importanti studiosi della
retorica del genere autobiografico. Più recentemente Sergio Zatti in Il
narratore postumo (2024), ampio studio sulle forme di scritture autobiografiche
nella letteratura occidentale, si sofferma molto sulla costruzione narrativa
dell’identità che le autobiografie solitamente mettono in atto. Il recupero
retrospettivo tende spesso a dare un “senso teleologico” al passato, cioè a
interpretare i fatti del passato in funzione di quello che verrà. Da questo
punto di vista, scrive Zatti, il racconto dell’infanzia e della prima giovinezza
“è particolarmente sospetto proprio per la sua attitudine a creare nessi
significativi tra il ‘prima’ e il ‘dopo’: ovvero a leggere quel passato lontano
come gravido di futuro, cioè funzionale ai suoi esiti adulti”. Insomma, il
racconto dell’infanzia diventa una sorta di “mito delle origini” del
personaggio-autore al centro dell’autobiografia.
Dyer tradisce questo topos del genere. Anche perché nel momento in cui si
riconosce il passato come un territorio solo parzialmente esplorabile, la
possibilità di una costruzione narrativamente coerente di un legame tra il sé di
una volta e quello attuale smette di essere credibile. L’infanzia più che un
mito delle origini diventa una preistoria della quale si possono solo studiare e
interpretare i reperti che si è riusciti a recuperare. Dyer rinuncia, dunque, a
voler leggere gli aspetti dell’infanzia come segni di ciò che sarebbe diventato
da adulto. Anzi, più spesso fa emergere le contraddizioni: al ricordo della
passione del bambino per il mondo subacqueo, tanto da sognare di diventare
sommozzatore, segue – in uno dei rari squarci che il libro apre sulla vita
adulta – il racconto delle uniche due esperienze di immersioni, avute in età
matura, che si rivelano per lui abbastanza sgradevoli da decidere di non
ripeterle mai più.
> In quanto tentativo di ricondurre la propria vita a un ordine narrativo,
> l’autobiografia implica sempre la volontà di ricreare sé stessi come un
> personaggio coerente. È forse questo l’aspetto in cui Compiti a casa mette più
> in discussione il modello classico di autobiografia.
Gli effettivi elementi di continuità tra passato e presente, semmai, si possono
ritrovare in dettagli casuali e, ancora una volta, materiali. Come la cicatrice
lasciata da una futile scazzottata con un amico che con un pugno gli procura un
taglio in bocca. Un episodio insignificante, ma che ha lasciato una traccia
oggettiva che di fatto tiene vivo, cioè costantemente verificabile, un legame
tra passato e presente: “Con la lingua sento ancora un lieve rigonfiamento della
bocca, dopo più di cinquant’anni”. E poi a rimanere ci sono i luoghi. In due
momenti del libro Dyer confronta, tra com’erano un tempo e come appaiono oggi,
dei luoghi nei pressi rispettivamente delle due case in cui ha vissuto con la
famiglia. Nella seconda occasione a emergere è l’assoluta discontinuità tra
l’allora e il presente. Si parla dell’area intorno alla casa abitata durante gli
anni dell’adolescenza:
> Oggi la strada è circondata da ulteriori edifici residenziali suburbani. E
> quella terra di nessuno tra la nostra casa e la circolare chiamata The Park,
> dove erano successe tante cose – il primo bacio con Shane, risse, tante
> partite a tennis, e poi il sesso in macchina – è stata riempita da un
> complesso residenziale di lusso, la cui costruzione era cominciata durante la
> mia adolescenza. Il sentiero che partiva da St Michael Road è stato asfaltato
> e sbocca nella strada privata a fondo cieco del complesso residenziale. Sembra
> che tutto sia sempre stato lì; è quasi impossibile risovrapporre le coordinate
> di ciò che c’era prima – intendo, in realtà, di ciò che non c’era – su quel
> che è stato costruito.
Qui la frattura tra passato e presente è totale: non si può neppure più
ricostruire mentalmente come era il luogo una volta perché tutte le coordinate
sono state spazzate via. Tutti gli avvenimenti di cui quell’area un tempo
inedificata era stata teatro possono ormai vivere soltanto nell’instabilità
della memoria individuale: possono essere solo mitologia, non storia.
Ma non sempre è così: si può anche scoprire una miracolosa sovrapposizione tra
ieri e oggi. Accade parecchie pagine prima, raccontando di una visita in età
adulta all’orticello di famiglia, in un appezzamento di terreno poco distante
dalla casa della prima infanzia:
> Non ricordavo esattamente quale fosse il nostro orto. È possibile che gli
> appezzamenti di terreno fossero stati leggermente ridisegnati, ma non
> importava. Gli alberi, suppongo, erano gli stessi della mia infanzia. Il cielo
> era quello di sempre e c’era un forte senso di… non di inalterabilità – che è
> una qualità associata ai monumenti – ma di continuità protetta e immutabile.
> Gli orti non erano stati invasi: erano su terreni di proprietà della chiesa,
> protetti dalle pressioni della speculazione edilizia e fuori dal circuito
> commerciale.
La tentazione sarebbe quella di credere nella possibilità di una coincidenza
(anche a livello di identità personale) tra presente e passato. Ma l’illusione
viene quasi subito riconosciuta come tale: “Quello che vorrei dire, affermare e
credere, è che mi sentivo il ragazzino che ero stato, ma non sarebbe vero: mi
sentivo come quello che sono adesso, consapevole dello sforzo di dissolvere il
passaggio degli anni”. Anche in momenti in cui il passato sembra venire
incontro, la coincidenza totale non avviene mai (in altri termini potremmo dire
che in questo libro non si verifica mai il miracolo della memoria involontaria
proustiana: sta in una dimensione metafisica che è fuori dall’orizzonte di Dyer,
così come era fuori – programmaticamente – da quello di Benjamin), si mantiene
sempre quello “sforzo”, quel lavorio di recupero del passato, che media e
contemporaneamente si frappone al passato stesso.
L'articolo Inventario dell’infanzia proviene da Il Tascabile.
L’ altra notte di ritorno a casa dall’ennesimo raduno al bar, la guancia
sdrucita sul cuscino, una gamba a frescheggiare fuori dalle lenzuola, ho messo
sul Pc The Human Centipede ma, dopo solo un paio di minuti, sono piombata nel
sonno abissale etilizzato del venerdì sera. Il computer, però, ha continuato a
proiettare per un’ora sul mio volto infiorescenze di scat e agonia, o almeno
suppongo. Non saprò mai cosa accade nel dettaglio in The Human Centipede, al di
là della logline piuttosto celebre “un folle medico vuole unire chirurgicamente
tre persone, bocca e ano, allo scopo di creare un centopiedi umano”. Eppure, il
mio inconscio ha assorbito ogni lamento, ogni rigurgito, ogni rimestamento e
sciacquettio delle viscere; come le sonnambule, verso le due, forse, ho persino
spalancato gli occhi, e le mie pupille dis-cineticamente vibranti nella fase
rem, l’hanno carpito, per un attimo, il centopiedi umano. Una mutazione
irreversibile nella profondità della mia mente di cui non sarò mai pienamente a
conoscenza. Su questo trauma io non ho potere. The Human Centipede lo volevo
guardare perché rileggendo Inaugura stanotte il secolo del bene di Vincenzo
Montisano (uscito il 22 ottobre scorso per Wojtek) mi ero imbattuta nella
descrizione dei disperati del porto della città di ***:
> Nel cuore pulsante della macchina infernale che forgia uomini brulicanti,
> beventi, sudanti e questuanti ricette mediche d’antidolorifici e purghe per
> rilassare, appena svegli, gli sfinteri. E tutti insieme facevano uno sforzo
> mica male e senza sosta, impiegati a tamburo battente nelle loro magre
> esistenze, neanche Ford in persona li avesse assunti nell’altro secolo per
> lavorare alle sue catene.
Frase che mi aveva appunto fatto pensare a quel film horror che non avevo mai
visto; a come probabilmente potesse essere una delle grandi metafore del
capitalismo, no? Quel produci (merce di scarto) // consuma (merce di scarto) //
crepa (come merce di scarto) tra il concentrico e il subalterno. Subalterno come
le caste sociali, la testa del centopiedi umano produce merda che può
permettersi di non riconsumare (èlite); il corpo contemporaneamente produttore e
consumatore di merda (prosumer); e la coda che consuma la merda rifagocitata e
rielaborata, e dei prodotti dei suoi scarti non se ne fa nulla nessunə (lumpen).
Il romanzo di Montisano è a sua volta un’ambiziosa critica al late-stage
capitalism, punk nel senso più atavico del termine, quando i primi submovimenti
degli anni Settanta urlavano “no future!” e si accoltellavano ai concerti e
crepavano con gli avambracci forati di gialla agli angoli delle strade. Tanto
che in esergo al libro ci dà il benvenuto all’ingresso una classica citazione
tratta da Realismo capitalista di Mark Fisher sulla depressione come risposta
esistenziale a un problema sociale.
> E se la storia del libro si dipana per sottrazione (di carne, di arti, di
> soldi, di empatia, di amore, di passione), la prosa invece è carica di
> roboanti giri di frase alla novecentesca europea, come se ci fosse la
> necessità di appigliarsi alla complessità della lingua per mettere una
> distanza da tutta questa violenza.
La trama di Inaugura stanotte il secolo del bene, in breve: il ricchissimo
rampollo Hugo Boll, dopo la morte di suo padre, neurochirurgo di larga fama e
cornificatore seriale, decide di dissiparne l’immenso patrimonio per vendetta,
non attraverso un epicureismo libidinoso, bensì attraverso una carità
accidentale di chi si fa benefattore solo per percepirsi ancora come
soggettualità agente e dominante. Intanto nella città di *** si endemizza la
febbre delle mutilazioni, impulsi violenti all’autolesionismo più estremo che da
pochi pazienti zero culminano in strade gremite di montagne di corpi mozzati.
E se la storia del libro si dipana per sottrazione (di carne, di arti, di soldi,
di empatia, di amore, di passione), la prosa invece è carica di roboanti giri di
frase alla novecentesca europea, céliniana o morselliana, come una sorta di
dissociazione (nel senso più psichiatrico del termine) letteraria: come se ci
fosse la necessità di appigliarsi alla complessità della lingua per mettere una
distanza da tutta questa violenza, una prosa che diventa quasi l’equivalente di
uno schermo digitale attraverso cui, noi che leggiamo, ci ritroviamo ad
assistere a un ricco finanziere che d’improvviso si recide la narice con una
cesoia, un gruppo di adolescenti che durante un festino in un capanno si
infilano un cacciavite nella giugulare. È, infatti, chiaro il rimando quando il
nostro Hugo Boll (personaggio irrancidito a cui non vogliano nemmeno un po’ di
bene) in una trattoria si trova a guardare con le altre avventrici e avventori
una scena di decapitazione jihāista in televisione, seguita briosamente dalla
réclame di una crema corpo ad alto contenuto nutritivo: solo lui sembra essere
scosso dalla violenza appena occorsa sullo schermo e l’unica reazione sensata
che riesce ad avere è un’erezione.
E qua, tralasciando tutti i canonici rimandi ai Cannibali, ai Palahniuk, e ai
moreschiani Canti del caos e ai Junji Ito e ai Miguel Ángel Martín, mi sorprendo
a interlacciare casualmente la rilettura di Inaugura stanotte il secolo del bene
con la invece scoperta del libro di culto del 2004 di Dennis Cooper, Troie: in
qualche modo l’anello di congiunzione tra American Psycho e Amygdalatropolis, ma
frocio. Libro che mi aiuta anche a trovare una risposta, laddove il mio
addormentamento abissale si è posto da censore tra me e il capire perché diavolo
un uomo dovrebbe voler creare un centopiedi umano? O ancora, riemergendo dalla
finzione per scontrarci con ben più materiche notizie, perché diavolo una
persona che possiede tutto dovrebbe voler prendere parte al ciclo di abusanti
turpitudini sull’Epstein’s Island? “La mancanza di amore nella società
occidentale porta alla necrofilia”, scrive Sayak Valencia in Capitalismo gore,
citando a sua volta Erich Fromm; ed è piuttosto classica dunque la risoluzione a
questa domanda: la volontà di potenza.
Se il capitalismo ha spento in noi il desiderio, e se senza il desiderio non c’è
autoaffermazione, allora l’unico modo per ripercepirsi come oggetti con agency e
dunque desideranti è attraverso la sopraffazione della violenza carnale. Con una
risoluzione internalizzata o esternalizzata. In The Human Centipede – azzardo –
la violenza è principalmente un vettore, si spinge verso un oggetto esterno da
soggiogare. Mentre in Troie e Inaugura stanotte il secolo del bene c’è un doppio
movimento dal di dentro e dal di fuori (l’erotismo della reiterazione del
potere). Troie è un romanzo sul sadomasochismo estremo, dunque per arrivare al
culmine di dominazione brutale, è necessario anche un soggetto (la marchetta
Brad) che sceglie di sottomettersi, di dare adito al suo desiderio di essere
sodomizzato fino alla morte per percepire il suo valore in funzione del
godimento di un altro essere umano. (Ci vorrebbero forse più romanzi ambientati
nel mondo del kinky consensuale, comunque, per destigmatizzare l’idea che la
riappropriazione di una volontà di potenza attraverso il BDSM sia possibile solo
come atto tendente al male: nel kink etico ci si riappropria delle dinamiche di
violenza carnale sub/dom attraverso la cura e la reciproca presa in carico del
trauma, sanandolo non attraverso la rimozione o la briglia sciolta della
brutalità, ma attraverso una risignificazione di quell’amore di cui il
capitalismo gore ci ha depredato).
> Se il capitalismo ha spento in noi il desiderio, e se senza il desiderio non
> c’è autoaffermazione, allora l’unico modo per ripercepirsi come oggetti con
> agency e dunque desideranti è attraverso la sopraffazione della violenza
> carnale.
In ogni caso, nel libro di Montisano chi si ammala della febbre delle
mutilazioni a sua volta riesce a defilarsi dal destino di prosumer/consumed, a
riappropriarsi della propria volontà, mutando il suo corpo non in qualcosa di
mostruoso e straordinario, un nuovo tassello sul piano evoluzionistico, come in
un Crimes of the future di Cronenberg; o in una “mostruositrans” o
“bestialitrans” termini cognati rispettivamente da Filo Sottile e Elia Bonci
ispirandosi alla teoria di Preciado che scrive: “Non prendo il testosterone per
diventare uomo, nemmeno per transessualizzare il mio corpo, ma semplicemente per
tradire quello che la società ha voluto fare di me, per scrivere, per scopare,
per provare una forma post-pornografica di piacere, per aggiungere una protesi
molecolare alla mia identità transgenere low-tech fatta di dildo, testi e
immagini in movimento, per vendicare la tua morte”; ma mutilandosi a sangue,
appunto, rimuovendo parti del proprio corpo fino alla autarchica scelta della
morte (come Fisher o Foster Wallace – etero cis man, duh – del resto, che nel
loro suicidio abbracciano l’ultimo grande gesto anticapitalista? Cantava un
altro uomo suicida, Luca Abort della band puk hardcore Nerorgasmo: “Distruggerò
alla base la vostra moralità / Affronterò gli spettri cosciente della fine /
Esalterò me stesso con la morte più sublime”). Ma Hugo Boll, nonostante tutto,
non vuole cedere alla pulsione di morte. Per quanto la sua crisi inizi
chiaramente quando prende atto di essere anche lui, nonostante membro
dell’élite, privo di volontà di potenza:
> Davanti a me, oltre i vetri, la boscaglia inerte s’incurvava sul lago.
> Voltandomi notai un bicchiere d’acqua fuori posto sulla penisola della cucina.
> Riluceva, cristallizzato nella sua perfezione di utensile industriale. Né un
> atomo in più né uno in meno. E io con lui, bloccati in una corporalità finita.
> Fu in quel momento che davanti ai miei occhi si spalancò il panorama
> agghiacciante del mio stare al mondo. Intuì nettamente di cosa fossi fatto,
> Karl. Funzioni biologiche e ricordi, ecco tutto. Il mio termometro emotivo non
> saliva di un grado oltre questo limite. Andai verso il bicchiere con la
> volontà di spostarlo qualche centimetro più in là. Un semplice esercizio di
> controllo. E però cade ugualmente. Si polverizzò al suolo come se le mie dita
> non fossero riuscite a trattenerlo. I pezzi di vetro si arenarono nella pozza
> d’acqua. E quanto tempo spesi a fissarli, quanto ne sprecai a chiedermi se
> qualcuno al mondo avrebbe mai potuto garantire per la loro. Ero io a
> legittimarli, forse? O era vero il contrario? Confusa, dubbia, vaga e
> traditrice: non esiste parola più ambigua di realtà. Questo gas che
> m’attraversava narici e polmoni, che mi ipnotizzava la ragione convincendomi
> d’esserne fondamento, d’essere speciale… invece sentivo di non meritare più di
> quanto, come uomo, mi era stato dato in dotazione.
Hugo Boll, ora un nulla – tanto che è l’unico personaggio il cui discorso
diretto non è circoscritto dalle virgolette, ma sciolto nel testo – dunque,
affronta un percorso di risignificazione nichilista di sé stesso. Inizialmente,
si perde in una metonimia: sono tutti i soldi che possiedo a comporre la mia
consistenza, e infatti prova a virtualizzare i suoi atti attraverso i soldi che
diventano un’estensione del suo corpo. Al tanto odiato padre, quando lo vede
nella bara, riesce a dare una sorta di bacio di Giuda solo fratturandogli la
mandibola con uno schiocco che scuce i punti alle labbra, e infilandoci dentro
una banconota da 500 euro, che poi fa raccogliere dalla tanatoesteta di umili
origini costringendola in cambio a mostrare un seno al cadavere del padre. Poi
si reca nel quartiere a luci rosse di ***, si infila nella cabina numero sette e
penetrando con una moneta la fessura per attivare la performance di una sex
worker dietro il vetro, virtualmente la penetra provocandole un improvviso
sanguinamento vaginale.
Eppure il senso di inconsistenza permane, quindi anche lui cade vittima della
febbre delle mutilazioni, ma siccome il suo corpo è ancora avviluppato nella
metonimia di essere composto solo dai soldi che possiede (soldi di suo padre:
Hugo Boll non si potrà mai appartenere se la sua materia è composta dall’eredità
di chi l’ha generato, del resto), la sua mutilazione è proprio quella di
dissipare il patrimonio. Un gesto d’altronde anche in qualche modo
accelerazionista, poiché prelevando dalla banca l’interezza del patrimonio del
suo miliardario padre sta anche mettendo in crisi il sistema bancario che quei
soldi solo virtualmente li possiede.
Nel frammezzo abbiamo Il Luogo, uno spazio liminale in cui abitano dei
(Ünter?)mensch, che, perse le capacità linguistiche, si muovono come una mente
sciame (senza più alcun desiderio di ritrovare il desiderio; di ritrovare la
volontà di potenza smarrita), al cospetto di un padrone grasso, grosso e con le
gambe amputate, l’unico che sa ancora scrivere e parlare, che desidera muoversi
e non può muoversi, che desidera controllare i non-parlanti, ma non riesce a
controllarli; nonostante la stazza da Jabba the Hutt, è solo concetto senza
materia. E abbiamo una veggente prostituta che ardentemente desidera che Hugo
Boll le procuri un feto di lama da seppellire, il feticcio della superstizione a
cui si attacca biecamente nella ricerca della salvezza.
E abbiamo Karl in uno scantinato, un padre di famiglia disperato, verso cui Hugo
Boll rivolge tutto il suo monologo letterario: Karl, lo strumento attraverso cui
il protagonista, infine, sembra riappropriarsi della sua volontà di potenza
proprio come il folle medico di The Human Centipede, o i sadici di Troie:
riconoscendosi il suo stato di Übermensch e donandosi dunque da solo il diritto
di fare delle esistenze, e soprattutto dei corpi di chi lo circonda quello che
più desidera. Culmine che raggiunge anche in seguito alla rottura con la sua
amante Alice che si autodetermina seducendo il suo vecchio zio per poi
ricattarlo e farsi intestare l’eredità, gesto che racconta orgogliosamente a
Hugo Boll, il quale, conscio di aver perso la sua proprietà mononormativa sulla
donna, risponde tentando di stuprarla, solo per finire sodomizzato da lei.
Povero piccolo narcisistico uomo etero cis, “uno storpio morale” impegnato nella
costruzione di un falso sé grandioso, per svicolarsi dalla fattualità di essere
nulla.
> È quindi questo un romanzo molto maschile, ma allo stesso tempo una magnifica
> rappresentazione di un certo tipo di uomo etero cis doomer boy del Ventunesimo
> secolo che, già figlio dell’antipositivismo dostoevskijano, sente dissiparsi
> da sotto le suole sempre più, sempre più, la sua centralità nel mondo.
Ed è quindi questo un romanzo molto maschile, e in un certo senso poco
decostruito, per l’appunto tardo Ottocentesco, primo Novecentesco. Ma allo
stesso tempo una magnifica rappresentazione di un certo tipo di uomo etero cis
doomer boy del Ventunesimo secolo che, già figlio dell’antipositivismo
dostoevskijano, sente dissiparsi da sotto le suole sempre più, sempre più, la
sua centralità nel mondo (“Piuttosto, mi terrorizzava vivere da portavoce
dell’inutilità”): come individuo rispetto al disumanizzante late-stage
capitalism, ma anche rispetto a persone FLINTA che a quella disumanizzazione ci
erano da sempre state abituate e quindi ne approfittano per conquistarsi il loro
spazio e trovare altre strategie collettive di mutare. Infatti, scrivono Maya
Kronic e Amy Ireland nel manifesto del Cute Accelerationism (2024, per ora
inedito in Italia), appunto una risposta FLINTA e “post-queer” a Fisher:
“Dismantle identity and you dismantle guilt, fear and shame”. E ancora: “What’s
cuter, swallowing or being swalloed? Prey mode or monster munch? Being something
inside or having something inside you? Or both? […] post-hermaphroditic
hyperconvulsion […] slipping down the non-orientable surface of cute, before
long, the swallower turns out to be a swallowee. […] cute ultimately implies the
melting of any polarity or distinxtion between having or being, possessive
libido and self-objectification”.
La cutification è una riagglomerazione collettiva (e super cute!) verso il corpo
senza organi (CsO) Deleuziano, descritto metaforicamente come un uovo (“an
eggscape” – cute//acc): perdita di identità, di genere, di gerarchie di potere,
di direzione, cute and shallow but togheter forever: la polycule (affettività
non-monogama plurale e interconnessa) definitiva verso una sorta di svaporata
salvezza (l’ultimo grande gesto anticapitalista è un Aegyo?). La
positivizzazione della mente sciame che abita il Luogo di Montisano, forse, nel
momento in cui il grande grosso padrone con le gambe amputate striscia via
sconfitto per tornare nella città di ***. Mentre il doomer boy è incapace di
mutare, è incapace di rinunciare al suo ego che lo pietrifica ineluttabilmente
all’interno del suo labirinto di agonia solitario. Bloccato nella
mononormatività gerarchica. Per sempre al di fuori del CsO, non c’è alcuna
eggscape per lui. È incapace, quindi perisce o tenta un ultimo exploit di
potenza sodomizzando, brutalizzando, laddove il cute si riappropria della
volontà di potenza attraverso un’hypercuddle (hypercoccola). L’unico potere che
si può esercitare sul trauma è quello di cura, uno smisurato e informe
abbraccio.
Ma per Hugo Boll, dopo la sodomizzazione, giunge infine la stanchezza,
l’addormentamento abissale, poiché è involuto nel suo pessimismo. Come il doomer
boy, non riesce e non vuole davvero mutare, trovare una soluzione; ed è questo
il più grande trauma di fronte al quale per lui non resta che la dissociazione:
essere nulla e su nulla avere potere (se non forse su roboanti giri di frase
alla novecentesca europea). Vedere o non vedere, sapere o non sapere, sentire o
non sentire. Poco importa, perché: “Non ci sarà più tenerezza, senza abiezione.
L’immonda turpitudine dei loro corpi inaugura stanotte il secolo del bene”. Lui,
al contrario di me (26F cisgender, accettando l’ennesima dissipazione della mia
identità, l’inconoscibile; inviando su Instagram anatemi e vomit emoji a Theory
of the Young-Girl del collettivo Tiqqun), non si potrà svegliare dal labirinto
solitario dell’egomania binaria, mettere in pausa la crudezza di The Human
Centipede e riaddormentarsi la notte successiva con le infiorescenze di Orlando
di Paul B. Preciado, o un vecchio film di Almodóvar proiettate sul volto,
sovrascrivere il suo inconscio (blessatemi! oh, cutificatemi! – praying emoji –
amiamoci!). E il secolo del bene sarà forse anche quello in cui rifioriranno lə
mutilatə che non sono mortə dissanguate ma hanno reimparato, nonostante gli arti
mozzati, a muoversi nel mondo in un pulsare collettivo.
Scrive Elia Bonci sui corpi trans, che sono la massima emanazione della
cutification, in Anatomia di un mostro (2025):
> Disobbedire e rifiutare le loro leggi, le loro gerarchie, le loro narrazioni
> soffocanti e cisnormate. Il nostro essere mostruositrans e bestialitrans è la
> nostra potenza. La nostra esistenza è già insurrezioni e rivoluzione. Non
> saremo addomesticatx, non saremo contenutx e non saremo riscrittx. Possiamo
> essere con i nostri corpi difformi la resistenza planetaria contro un mondo
> che ci vorrebbe docili, normatx e silenziosx. Se i nostri corpi sono un
> problema, allora faremo in modo che sia il vostro più grande incubo.
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Noi abbiamo meno infamia sulle spalle di quanta non ne abbiate voi in cuore,
membra flaccide di una società bacata
(Honoré de Balzac, Papà Goriot, 1835)
I n una delle scene finali di Resistere non serve a niente (2012) di Walter
Siti, il protagonista Tommaso, un abile e milionario speculatore che investe
capitali mafiosi sui mercati mondiali, porta il narratore Walter/Siti a
incontrare Morgan, capo riconosciuto della mafia di nuova generazione. Morgan è
un uomo elegante, raffinato, poliglotta, che scherza volentieri sui vecchi
mafiosi appostati con la lupara tra i fichi d’India ed è consapevole di avere
realizzato il sogno dei padri ignoranti che finivano in galera per omicidio. È
ricco, colto, rispettato, al di sopra di ogni sospetto. È un dominatore tra i
dominatori, e anzi i dominatori del passato (la vecchia borghesia liberale e la
classe politica) sono spesso debitori o clienti della sua Miracle Field con sede
a Cuba. Nel corso di un lungo colloquio Morgan rivela a Walter/Siti che la nuova
Rete, salvo eccezioni dovute a cause di forza maggiore, ha preso le distanze
dall’uso della violenza e si dedica quasi esclusivamente alla finanza criminale:
“bisogna tradire i padri per realizzare i loro obiettivi”.
La stessa cosa, quanto ai padri e agli obiettivi, potrebbe essere detta per il
romanzo: Resistere non serve a niente è il Petrolio di Walter/Siti, che dichiara
in apertura di voler “investigare i segreti della società” e nel corso della
narrazione rivela l’intreccio criminale tra economia e politica, la speculazione
visibile e quella in ombra, il gioco di scatole con cui il potere occulta dietro
la facciata democratica un nuovo progetto di dominio sociale e “Si delinea un
potere a doppio fondo, in cui chi comanda davvero si occulta dietro le chiassate
dei media”. Pasolini indagò, o cercò di indagare, l’ENI di Eugenio Cefis e la
nuova élite borghese trasnazionale, l’omicidio Mattei, la P2 e l’architettura
fantasma di “soci internazionali, in altri luoghi […] come il Liechtenstein, il
Lussemburgo o il Principato di Monaco: si trattava di soci in funzione di
accomandanti, quali la ‘Pentavalor Trust Reg.’ di Eschen (?), la ‘Universoil
Investment Trust’ di Coira, la ‘Abat Finance Établissement’ di Triesen […]:
tutte società entrate appunto come accomandanti per le fideiussioni e le
obbligazioni a terzi” (Petrolio, “Lampi sull’ENI”, il capitolo che Pasolini
scrisse usando il pamphlet di Giorgio Steimetz). Walter/Siti si fa raccontare da
Tommaso il capitalismo finanziario d’assalto sui mercati globali, il nodo che
stringe legalità e criminalità, la ragnatela delle transazioni anonime e dei
camuffamenti.
> La risposta del nuovo secolo: non più corazzate e blocchi ma strutture agili,
> nodi collegati da ragnatele. Il rimedio alla crisi erano i SIV, veicoli di
> investimento strutturato, e poi le dark pool, piattaforme da cui i soldi
> passano senza lasciare traccia del passaggio; lì la titolarità dei fondi sfuma
> in un polverio di sigle, di società inscatolate, di azzardi da far sparire e
> di denaro che si autogenera mediante successive operazioni in leva.
Ma nel realizzare e aggiornare gli obiettivi del padre, Siti lo tradisce per due
motivi. Intanto perché della borghesia Tommaso non è un esponente, ma un
antagonista: viene dalla borgata, ha un padre mafioso (un basso manovale del
crimine in prigione per omicidio) e ha dovuto lottare per emanciparsi dalle tare
sociali e personali (“il salto che mio padre avrebbe sempre sognato”). Si trova
a disagio nel mondo dei padroni, conduce con loro una sorda lotta di posizione e
il suo unico amico è il compagno d’infanzia Nando. Inoltre, nell’orizzonte
pasoliniano, la borghesia padrona profanava cinicamente la sacralità del mondo:
per Siti l’élite del passato ha un ruolo secondario nella nuova oligarchia
digitale, accetta la propria subalternità, e a muoversi dalle parti del sacro
sono proprio i nuovi dominatori del capitalismo digitale globale.
> Resistere non serve a niente è il Petrolio di Walter/Siti, che dichiara in
> apertura di voler “investigare i segreti della società” e nel corso della
> narrazione rivela l’intreccio tra economia e politica, la speculazione
> visibile e quella in ombra, il gioco di scatole con cui il potere occulta un
> nuovo progetto di dominio sociale.
Non che Siti ripeta con questo l’orizzonte dei libri precedenti, il possesso
come sogno di sovranità dello schiavo: la consapevolezza acquisita in Autopsia
dell’ossessione (2010) non viene meno perché Tommaso non è un piccolo-borghese
dotato di “potere d’acquisto” che gode delle merci alla portata della sua classe
sociale. È invece il burattinaio del potere d’acquisto, è uno di quelli che da
dietro le quinte fanno cadere i governi, provocano le rivolte dei cereali in
Mozambico e, a scapito degli schiavi sognanti, influenzano il costo della
forza-lavoro: “in realtà il bello dei soldi è non usarli… o considerarli come
quelli del monopoli”. Per questo, in Resistere, il denaro-onnipotenza della
finanza digitale, “denaro senza padrone, pura nominalità senza origine”, ha
qualità divina: è astrazione, simultaneità, flusso, potenza che plasma la
materia.
> consultando grafici e cartine, calcolando percentuali, è come se percorressero
> un sentiero da catecumeni, il loro cammino delle stelle – lungo l’ascetica via
> lattea del dominio disincarnato […]
> Ventimila marchi elargiti in un giorno di pioggia a un portiere d’albergo per
> non essere registrato; un poema la faccia di quello, la bocca aperta come i
> pastorelli di Fatima: più una predella devozionale che una scena di corruzione
> […]
> in millesimi di secondo, nell’etere, si spostano capitali e si invertono
> fortune; un clic del mouse e sorgono palazzi di vetro in periferie desolate –
> palazzi che resteranno vuoti perché la loro unica funzione è riciclare
> l’immaginario. Neonate metropoli cinesi condizionano lo squallore di antichi
> centri siderurgici; non più centro né periferia, segni urbani disarticolati si
> fanno beffe di patria e territorio.
Il narratore è insieme intimidito e affascinato dalla figura che, pagina dopo
pagina, vede emergere dai racconti di Tommaso e ammira la grandiosità metafisica
della finanza digitale corsara: al punto che se Pasolini aveva attaccato il
“fascismo in guanti bianchi” della Democrazia cristiana nei suoi gangli anche
criminali, Walter/Siti riconosce alla mafia una qualità mistica e sembra
schierarsi con chi, in guanti altrettanto bianchi, persegue un ideale di
gerarchia sociale definito dallo stesso narratore “piuttosto fascista”. Mano a
mano che apprende la verità dai racconti di Tommaso, Walter contempla quasi
devotamente la potenza dei nuovi superuomini che si fanno demiurghi dei destini
globali e piegano le democrazie al proprio volere, in ogni senso, privo di
confini. Gioisce vicariamente, lui piccolo-borghese e stipendiato, della loro
risolutezza guerriera (il vecchio “un maschio non chiede permesso”), inscena
compiaciuto un mondo in cui le donne sono naturalmente inferiori (“gli occhi
supplicosi che fanno le donne col cazzo in bocca”; “ci sono donne che sembrano
nate segretarie, glielo leggi dalla contentezza che provano a occuparsi di
stronzate”). Potere, maschio, possesso, misoginia è uno dei nodi profondi della
personalità del Siti/Occidente: le femministe hanno “la mania di proclamarsi
libere, come se qualcuno ci tenesse a occuparle”. La donna di potere viene
degradata per via sessuale: “Naomi sta in menopausa… vecchia per vecchia allora
mi faccio fare un bocchino dalla Merkel” (la stessa donna fu degradata in quegli
anni da Berlusconi, inscenato più di una volta nel romanzo come capo carismatico
e sessualmente instancabile).
> Per raccontare un mondo in cui tutto entra in relazione con tutto e i flussi
> di denaro digitale alitano incorporei dietro il divenire come una nuova
> trascendenza, la sintassi trascura le gerarchie ipotattiche, i salti
> spazio-temporali sostituiscono alla linearità diegetica una narrazione per
> quadri.
Il repertorio stilistico mira alla rappresentazione della finanza divina:
mobilità, rapidità, “non più centro né periferia”. Per raccontare un mondo in
cui tutto entra in relazione con tutto e i flussi di denaro digitale alitano
incorporei dietro il divenire come una nuova trascendenza, la sintassi trascura
le gerarchie ipotattiche, i salti spazio-temporali sostituiscono alla linearità
diegetica una narrazione per quadri. Tornano la “chiacchiera ambientale” resa
per accumulo di battute, il flusso di coscienza, la sintassi da parlato, la
battuta assoluta, il discorso indiretto libero. La narrazione in terza persona
sviluppa moduli già parzialmente sperimentati in Autopsia dell’ossessione: il
continuo e vertiginoso passaggio dall’io del flusso di coscienza del
protagonista al lui del narratore, la rapida alternanza tra presente narrativo,
passato e futuro, la sovrapposizione di considerazioni irrelate che non sappiamo
se attribuire al narratore o al personaggio.
> Solo Nando può parlargli così, qualunque cosa succeda Tommaso sa che non si
> separeranno mai.
> Invece la separazione era in agguato, sotto forma di un blocco degli sfratti
> rifiutato dal TAR; mamma Irene ha cercato di nasconderglielo finché poteva,
> aveva paura che la notizia lo destabilizzasse ancora di più – e non sarà
> facile trovare un tugurio qualsiasi dentro Roma, con gli affitti di adesso […]
> Per lui a dir la verità una casa valeva l’altra […]
> È tipico delle mantenute adeguare i propri orizzonti al profilo di chi le
> mantiene. Tutto sembra facile e impossibile allo stesso tempo, dovremmo essere
> la gioventù dorata ma chissà perché stiamo a boccheggiare in questo schifo.
> Beati i poveracci che gli basta uno scooter e il Lido di Ostia.
L’“effetto di realtà” è perseguito come nei libri precedenti da un racconto
pieno di cose, fatti, episodi: l’incipit delle frasi risponde a domande non
formulate (“La gavetta c’è stata eccome”, “Il primo anno benissimo”) oppure
abolisce articolo e copula (“Equazione terribile”, “Energia dei vent’anni”) per
evitare le inutili eleganze della “letteratura”. Negli ultimi capitoli, quelli
che rivelano la rete finanziaria globale, lo stile assume cadenze da inchiesta
(“Grazie all’intuizione di Giuseppe Portello, sostituto procuratore di Rho, fu
attenzionato nell’ottobre 1999 un summit di quella che veniva sbrigativamente
definita come ‘ndrangheta del Nord’ – a esso parteciparono esponenti del clan
Guttaduro”). Viene inoltre tentata un’autofiction che potremmo definire di
secondo grado: Walter/Siti, ormai accettato dal proprio pubblico come autore
anagraficamente esistente, annuncia in apertura il proprio ritiro dalla scena e
dichiara che indosserà nel seguito i panni di un onnisciente classico. Poi però,
con frequenti incursioni nel testo e note a fondo pagina, si fa garante della
veridicità della narrazione. Conosce Tommaso a una festa alla quale viene
portato da Sergio di Troppi paradisi (2006), va a parlare con Edith su richiesta
di Tommaso e nel finale (quello del lungo colloquio con Morgan) torna pienamente
personaggio e coprotagonista. Nell’autofiction di secondo grado Walter/Siti non
parla più esplicitamente di sé; all’altezza di Resistere (lo vedremo più avanti)
Siti ha cominciato a “morire alla vita” per dare la propria vita ai personaggi.
> Più importante dei temi ricorrenti e dello stile è però, nella prospettiva di
> questa indagine, la spina nel fianco. Siti non ha mai trovato una via d’uscita
> dalla convinzione gnostica secondo cui il vero Essere è perduto, altrove,
> irraggiungibile se non per mezzo di un Mediatore divino.
Tornano anche i temi dei libri precedenti: come già nel Contagio (2008), ma
alzando il tiro, il crimine si presenta come ultima possibilità di salvezza,
affermazione della libertà dell’individuo in un sistema crescentemente
totalitario e massificante; l’eroe proletario Tommaso che si fa strada
appoggiandosi alla mafia è erede narrativo di Mauro. Di nuovo l’intellettuale
progressista viene raccontata come una scema e ipocrita, che si nasconde dietro
le frasi fatte del suo ambiente di intellettuali di sinistra, di nuovo
l’amore-eros tra Tommaso e Gabriella (la escort che insegue il lusso e i provini
in televisione) viene contrapposto all’amore-agape, il “sesso a bassa intensità
e senza fantasmi” offerto dalla inutile e noiosa Edith. Il sesso mercenario è di
nuovo surrogato d’onnipotenza (“voglio trombarmi il cielo”) e la classe media
suscita in Tommaso come nel narratore solo ripugnanza (“non come i farlocchi
topi di fogna che saranno anche onesti ma ti fanno venire sonno solo a
guardarli, lo stipendiuccio la mogliettina il capufficio”).
Più importante dei temi ricorrenti e dello stile è però, nella prospettiva di
questa indagine, la spina nel fianco. Siti non ha mai trovato una via d’uscita
dalla convinzione gnostica secondo cui il vero Essere è perduto, altrove,
irraggiungibile se non per mezzo di un Mediatore divino; non a caso è un termine
tecnico delle dottrine gnostiche quello che usa quando scrive che per Tommaso il
calcolo probabilistico è un veicolo spaziale capace di trasportarlo in un’orbita
“pneumatica” (spirituale). Il percorso letterario e personale di Siti sembra
ripercorrere quello metafisico d’Occidente: perduta la comunione con l’essere
della metafisica platonica, rifiutata a partire dalla modernità la mediazione di
Cristo, si tenta la via tutta umana del Consumo e del paradiso in terra, poi
quella del Denaro divinizzato perché universale, anarchico e onnipotente.
Questa nuova metafisica, moderna e borghese, nega la realtà dello spirito ma
trova una porzione residua di essere nella cieca volontà di potenza che soggioga
il mondo incarnandosi in un nuovo tipo umano, dai tratti titanici. È un uomo che
disprezza la morale comune ed è destinato a spazzare via le vecchie e decadenti
istituzioni borghesi. Come già in Scuola di nudo (1994, dove Walter aveva
riconosciuto la propria religione dei Nudi come strategia consolatoria, dettata
da una rancorosa inferiorità nello scontro per il potere), anche in Resistere si
percepisce la presenza di Nietzsche che nella “trasvalutazione di tutti i
valori” cercò una via d’uscita dal nichilismo: “si sta arrampicando su vette
innevate dove arrivano a stento gli echi dei mortali”, “l’onnipotenza è lo
scherzo di un bambino”, “costruire su intercapedini di vuoto”.
> Il percorso letterario e personale di Siti sembra ripercorrere quello
> metafisico d’Occidente: perduta la comunione con l’essere della metafisica
> platonica, rifiutata a partire dalla modernità la mediazione di Cristo, si
> tenta la via tutta umana del Consumo e del paradiso in terra.
Tommaso è un superuomo che balla sul nulla e vola alto sopra il gregge
appoggiandosi a una morale da dominatore: “a Milano ho imparato che opprimere è
un piacere, essere primi un imperativo, e che il possesso è l’unica misura del
valore”; nell’ultimo capitolo, praticando l’infamia come sfida prometeica e
indifferenza alla morale comune, ottiene da un debitore la figlia dodicenne.
“Forse la grandiosità è possibile solo nell’infamia […],” gli fa sponda il
narratore, “sento fraterno chi si mette fuori dall’umano, come se fuori
dall’umano ci fosse qualcosa”. In Resistere, riconoscendo gnosticamente al Male
lo stesso rango ontologico del Bene, Siti percepisce il primo come una forma
d’essere in ogni caso più affidabile e meno elusiva: la sola trascendenza ancora
presente, percepibile, indagabile. È anche di sé che il narratore parla quando
commenta che “senza distinzione di ceto o di classe, la pura esistenza del male
e dell’inganno sembra ormai l’ultimo disperato tentativo del mondo per apparire
reale. […] Come se tutti peccando gridassero ‘ci siamo!’”.
Ma Siti conserva di Nietzsche anche l’ambiguità: nemico della borghesia che
calcola e investe, adepto della volontà di potenza che si magnifica nel
superuomo come prototipo di una nuova arcaizzante aristocrazia, il filosofo non
si avvide che la sua critica della modernità era alla radice profondamente
moderna. Fu Benjamin il primo ad accorgersene nel frammento Capitalismo come
religione (1921):
> La trascendenza di Dio è caduta. Ma Dio non è morto, è incluso nel destino
> degli uomini. Questo passaggio del pianeta uomo attraverso la casa della
> disperazione nella solitudine assoluta della sua traiettoria è l’ethos che
> definisce Nietzsche. Quest’uomo è il superuomo, il primo che riconoscendo la
> religione capitalista comincia ad adempirla.
Nietzsche abbozzò con il superuomo una metafisica dell’homo oeconomicus, la
figura che nasceva in quegli stessi anni a opera di John Stuart Mill; tanto che
nella Genealogia della morale (1887), rendendo universali e primordiali tratti
borghesi emersi nella modernità, poté scrivere: “stabilire prezzi, misurare
valori, escogitare equivalenti, scambiare – ciò ha preoccupato il primissimo
pensiero dell’uomo in una tale misura, che in un certo senso è il pensare […]
l’uomo si caratterizzava come l’essere che misura valori, stima e misura, come
l’animale valutante in sé”.
È vero, più di una volta, contro l’odiata borghesia, il narratore Walter/Siti
dichiara la propria solidarietà di classe all’eroe proletario (“sembra che siano
onesti e puliti solo loro, i vecchi borghesi liberali con le eredità
stratificate e il culo al caldo”): ma Tommaso è eroe di virtù borghesi come lo
erano i protagonisti del “realismo formale” settecentesco. “Al tempo
dell’high-frequency trade e della globalizzazione istantanea nessuna
aristocrazia di sangue è più possibile, ma solo quella dell’acume e
dell’audacia”. Calcolo, intraprendenza, compravendita, affermazione di sé,
desiderio di ascesa e di comando. Il possesso come “unica misura del valore”.
Nel 2017, nel corso di un colloquio con Christian Raimo (“Dal problema del male
alla questione della punteggiatura”), Siti ha dichiarato: “la cosa che ho
provato intensamente anche in modo passionale è stato l’odio per i ricchi. Nel
senso che li avrei proprio volentieri spazzati via dalla faccia della terra”: il
suo odio però è l’altra faccia dell’amore. Siti ammira da sempre le qualità
intellettuali e morali dei capitalisti, tanto da non poter nascondere il suo
rapito compiacimento nell’inscenare in Resistere la nuova oligarchia borghese
del capitalismo globale come una classe vincitrice, sfrenata e dai tratti sempre
più esplicitamente fascisti.
Icona mediatica di questa nuova oligarchia è oggi Elon Musk che, di fronte alla
folla giubilante, alza il braccio nel saluto nazista, e solo grazie alla sua
impressionante ambiguità Siti poté dichiarare in un intervento pubblico del 2012
(anno di pubblicazione di Resistere) “intere generazioni occidentali si sono
educate nel mito del piacere e del sesso obbligatorio […] ora dovrebbero
riconvertirsi al senso del limite, regredire dall’orgia del consumo ma senza
diventare fascisti”. Come intellettuale e critico di sé stesso Siti è
illuminista, come scrittore è un anarchico reazionario. Al punto che nel dare
rilievo metafisico al superhomo oeconomicus – come se gli speculatori finanziari
di oggi fossero tutti eroi proletari anziché figli dei capitalisti di ieri –
calca la mano e arriva a raccontare il capo mafioso Morgan come un
filosofo-mistico che “intuisce con Dio” un rapporto e si sente investito da una
missione: “la prosecuzione del destino di crescita e di conoscenza del genere
umano, di fronte alle minacce di recessione intellettuale”.
> Siti ammira da sempre le qualità intellettuali e morali dei capitalisti, tanto
> da non poter nascondere il suo rapito compiacimento nell’inscenare in
> Resistere la nuova oligarchia borghese del capitalismo globale come una classe
> vincitrice, sfrenata e dai tratti sempre più esplicitamente fascisti.
Ma a causa della medesima, feconda ambiguità, Resistere è anche un grande
romanzo che ci offre, come già Troppi paradisi, una pacata contemplazione della
rovina. È di nuovo la spina nel fianco, di nuovo la scissione. All’esaltazione
del denaro-onnipotenza e del superuomo si affianca la nostalgia del sacro, la
consapevolezza che il Denaro è un ben misero surrogato dell’Assoluto: il corpo
di Gabriella “si iscrive senza volere negli spazi dettati da una mente eterna”,
nella raffaellesca Liberazione di San Pietro dal carcere:
> le grandi ali e l’abito vaporoso sono imbevuti di rosa perché il rosa proviene
> da una sfera superiore che condanna al grigio sia i custodi che il
> prigioniero; i colori sono soltanto due perché l’opposizione è elementare,
> tutto è già stato detto. […] Senza angeli il mondo sarebbe un carcere oscuro;
> […] I carcerieri dormono non tanto perché è notte e sono stanchi quanto perché
> la vita di quaggiù, considerata dal punto di vista del rosa, non è che
> ignoranza e sonno.
Lo stesso Tommaso, del resto, è quanto Auerbach chiamò un “eroe di tanta
debolezza”. Il superuomo è al tempo stesso troppo umano. “Gli si allarga il
cuore” quando vede pieno di clienti il bar dei due ragazzi aiutati con un
prestito, è timido con le donne che gli piacciono, si imbarazza se sua madre
flirta con i vicini di casa. Ha crisi di panico, soffre di disturbi affettivi,
va in cura da uno psicoanalista. Innamorato non corrisposto che vuole nonostante
tutto la fiaba (“metà del mio regno a chi mi farà battere il cuore”), Tommaso è
il sogno impossibile di Siti: è borghese e antiborghese, è il nichilismo che
riduce l’essere a “quadro” matematico (“Amore e amicizia non contengono più
intimità di quanta ne contenga un diagramma di volatilità storicizzate”), ma
anche personaggio di inquietudine mistica. È un “feroce bankster” che sogna
l’Assoluto: è colui che distrugge ciò che ama, colui che anela a quanto nega.
Per questo motivo il romanzo accentua un tratto che si era già affacciato nei
libri precedenti e che ricorre peraltro con frequenza nella stessa speculazione
gnostica: un cupio dissolvi come desiderio di vedere annientato il mondo perché
ormai soggiogato e dissacrato senza residui da una volontà di potenza che pure
il narratore non può fare a meno di ammirare.
> Il romanzo accentua un tratto che si era già affacciato nei libri precedenti:
> un cupio dissolvi come desiderio di vedere annientato il mondo perché ormai
> soggiogato e dissacrato senza residui da una volontà di potenza che pure il
> narratore non può fare a meno di ammirare.
L’ex mistico che non è giunto alla contemplazione della Bellezza in sé diventa
una specie di teologo incanaglito, con rigurgiti di rancore. Walter/Siti spera
che la catastrofe arrivi presto, ne studia i sintomi con impazienza ed è
contento quando può appurare che la rovina è ubiqua e totale. Nel Contagio la
presunta brava ragazza del quartiere ha tracce di metadone nel sangue, la
cultura vive una “progressiva impotenza”, la letteratura mondiale “finisce in
sborra” (il professore vende i propri libri per pagare l’amante). In Autopsia
dell’ossessione il politico dell’Italia dei Valori frequenta i locali sadomaso
di Bruxelles, in Exit strategy (2014) “i comici sono i nuovi maîtres à penser
perché l’idea stessa del pensare è diventata comica”. Se in Scuola di nudo
poteva ancora immaginare di dover presto “combattere per le libertà più
elementari”, in Resistere – fin dallo stesso titolo – Walter/Siti dichiara che
tutto è perduto e che lui, in ogni caso, sta dalla parte della rovina. È come
una speranza di vendetta cosmica contro la società che ha sfolgorantemente
conquistato e distrutto il mondo. Una piccola antologia da Resistere:
> Molte ragazze scherzano autoironiche su come si vestono quando si recano negli
> hotel per un “cena e dopocena” – nella vita di tutti i giorni, quella che
> conta, stanno in jeans e maglietta. Sono madri affettuose, figlie che hanno un
> buon dialogo coi genitori […]
> prova un piacere che confina con la preghiera a verificare ogni volta che il
> crollo previsto è inevitabile […] si sente come un profeta […]
> non ho mai capito perché, ma quando posso constatare che un panorama è senza
> vie d’uscita ne provo un piacere quasi sessuale… come in occasione delle
> calamità naturali, terremoti e tsunami… le navi mercantili buttate a riva come
> fuscelli […]
> Se c’è qualcosa che ancora li accomuna è il divertimento per tutto ciò che
> esorbita e che incoraggia il mondo a finire […]
> forse sei il mio stunt-man, quello che esegue per me le scene pericolose… un
> prototipo della mutazione… o forse, più in profondità, sei il mio vendicatore
> […]
> il sogno di un governo popolare sfuma come una generosa illusione di
> irraggiungibile maturità; anzi come una digressione, un inciso.
Nel finale del romanzo il narratore annuncia la prossima fine della finanza
trascendentale come estremo titanico tentativo di paradiso artificiale: “prima
della modestia concentrazionaria e obbligatoria. Dio sta morendo anche nei suoi
surrogati”. Ed è proprio il fallimento del paradiso artificiale a far emergere –
in consonanza con il finale di Exit strategy – la possibilità di un riscatto
nella pietà e nella solidarietà tra compagni di pena. “Forse invece è proprio
nella palude mediana che Tommaso e Gabriella troverebbero un po’ di silenzio e
di pietà per se stessi; quel respiro di rassegnazione che serve a tendersi la
mano”, aveva anticipato il narratore nel corso del romanzo; nel finale i due si
rivedono dopo la trucida separazione e fanno progetti di una nuova vita in
comune (“l’inferno l’abbiamo escluso, mi pare… non ci resta che tentare l’altra
direzione”).
> La redazione di Resistere è apparentemente coeva a quella di Exit strategy:
> nel 2012-2014 l’opera di Siti sembra voler passare dal nichilismo senza scampo
> all’intravista possibilità di una salvezza accessibile, presente, evangelica.
> Senza bisogno di mediazioni.
La redazione di Resistere è apparentemente coeva a quella di Exit strategy: nel
2012-2014 l’opera di Siti sembra voler passare dal nichilismo senza scampo
all’intravista possibilità di una salvezza accessibile, presente, evangelica.
Senza bisogno di mediazioni. Siti lo ha dichiarato anche esplicitamente nella
menzionata conversazione con Christian Raimo: “la cosa che manca in tutto il
filone dello gnosticismo – e io lo seguo proprio alla ricerca di qualcosa di
assoluto, di perfetto, etc… – quello che manca completamente è la pietà. La
miseria, che è anche l’unica cosa che noi possediamo e che ci rende fratelli”.
Proprio questa fratellanza nella comune miseria verrà esplorata da Siti nei due
romanzi successivi, ed è nel senso della solidarietà tra reietti e compagni di
pena che va inteso “l’infinito umano” menzionato nel finale di Exit strategy. Il
dio ignoto (“senza sapere Chi”) ricorda invece quello di cui parlò Dietrich
Bonhoeffer, il teologo tedesco assassinato dai nazisti e citato da Siti in
epigrafe a Bruciare tutto (2017):
> Einen Gott, den es gibt, gibt es nicht. Un Dio che c’è non c’è.
La membrana
Il mostro eroico e disadattato diventa microbo tra i microbi. Il grande,
opprimente, umiliante Poeta diventa antagonista ad armi pari. Borgata, dialetto,
omologazione culturale, contagio delle classi sociali. Pasolini glissa sulla
questione del denaro e del sesso mercenario, in Scuola di nudo Walter proclama
“è finita la stagione in cui mi vergognavo di guardare il denaro dritto negli
occhi” (“non vergognarsi / di guardare il denaro” aveva scritto Pasolini nel
“Pianto della scavatrice”). Un romanzo-verità indaga i segreti della nuova
oligarchia, e va bene. Si può anche fare il conto delle citazioni implicite,
delle derivazioni stilistiche, delle posture esistenziali: il già visto
“maledetta cretina ti vuoi muovere?” (Scuola di nudo) echeggia il “maledetta
cretina” indirizzato da Pasolini a una giornalista (Poesia in forma di rosa,
1964, “Una disperata vitalità”); Walter/Siti si sente inferiore ai borghesi che
pure ammira e invidia, aspira a una normalità da classe media e al tempo stesso
la rifugge, si sforza di amare i sottoproletari ma presto se ne stanca: “lo
sforzo intero della sua vita (e del suo stile) è per tirarsi fuori da questo
infame stato intermedio, verso l’alto o verso il basso”, scrive Siti a proposito
di Pier Paolo Pasolini in un saggio del 1998 su cui torneremo tra poco.
> Walter/Siti si sente inferiore ai borghesi che pure ammira e invidia, aspira a
> una normalità da classe media e al tempo stesso la rifugge, si sforza di amare
> i sottoproletari ma presto se ne stanca.
Nell’opera di Pasolini c’è però un altro elemento, costante e tanto sotterraneo
da essere rimasto ignoto a Pasolini stesso, che ci permette di vedere le
strutture formali e psicologiche sitiane in modo più decisivo delle citazioni e
dei calchi. Questo elemento venne evidenziato da Siti, già nel 1972, nel saggio
“L’endecasillabo di Pasolini”: esaminando le Ceneri di Gramsci, il saggio mostra
come Pasolini guardi con amore alla metrica pascoliana, ma al tempo stesso provi
il bisogno di disturbarne la regolarità. Per esempio parte da un endecasillabo
classico e poi lo deforma foneticamente, in eccesso o in difetto, perché la
ricerca della quiete classica è preliminare a un’azione di disturbo. Il poeta ha
bisogno di conservare una presenza nella latenza: la regola sillabica è ancora
riconoscibile, il verso però segnala una manchevolezza. Era un endecasillabo.
> Atteggiamento che si può riassumere in breve come un desiderio di violazione,
> il che evidentemente non esclude un’attrazione costante e non eliminabile
> verso l’oggetto da violare; così come è necessaria una presenza continua della
> norma perché possa prendere forma un desiderio di trasgressione.
> L’endecasillabo puro, nelle Ceneri, è una misura accettata con convinzione e
> affetto, ma la più profonda ragione del suo essere consiste nell’essere
> turbata.
Alla fine dell’indagine, ricalcando l’impostazione di un saggio pasoliniano del
1955 sullo stesso Pascoli, Siti avanza l’ipotesi che il fenomeno stilistico
muova da un profondo elemento psichico di Pasolini, “un desiderio figlio-madre
non risolto e continuamente rinnovantesi in un circolo aggressivo”. Sul tema
dell’elemento psichico centrale Siti tornerà nel 1989 (“Sull’espressionismo di
Pasolini”) per scrivere che la poesia del Pasolini espressionista, in quanto
tentativo di afferrare il reale aggredendolo verbalmente (“ricerca di possesso
continuamente frustrata e quindi rinnovata continuamente: che è poi la modalità
del suo erotismo”), è sintomo stilistico di un doppio sentimento di esclusione:
una “membrana” separa Pasolini dal mondo (“reietto di un raduno / di altri:
tutti gli uomini, senza distinzione, / tutti i normali, di cui è questa vita”,
Poesia in forma di rosa, 1964) ma anche dai “Padri”, i borghesi che dominano la
società e sono con questo i padroni della lingua anche letteraria: “e quindi
l’io violando il codice si esilia da loro”.
> una doppia dicotomia. La prima è quella tra espressione e realtà: la realtà
> sta davanti al poeta che vuole esprimerla, il quale quindi non appartiene a
> quella realtà, ne è stato esiliato – e immagina di potervi rientrare forzando
> (al limite, annullando) l’espressione. […] La seconda dicotomia è quella tra
> “io” e “loro”; loro sono i padroni del codice linguistico […]
> Nella rete profonda che sottostà alla poesia di Pasolini c’è un punto in cui
> l’amore è semplicemente l’altro nome della paura. […] paura di che? Paura di
> non esistere, di essere quello che Penna ha pur accettato di essere, un mostro
> da niente. […] Il senso, il significato del mondo, è in loro potere.
Per dirla altrimenti, Pasolini restò preso per tutta la vita in quello che
Giorgio Agamben ha descritto in Homo sacer (1995) come un meccanismo di
esclusione includente. Era partecipe in quanto escluso e mandava da fuori
segnali di disturbo. L’esclusione includente si risolverebbe solo se l’escluso
si allontanasse dalle mura della città per non tornare mai più: questo però, per
Pasolini che voleva essere il poeta di quella città, sarebbe equivalso al
silenzio e alla morte spirituale. Dall’esterno delle mura Pasolini continuò
dunque a gridare a chi lo aveva escluso in quanto diverso; negli scritti come
negli scandali non smise mai di parlare, letteralmente provocandoli, ai
borghesi, ai Padri Farisei. Eterno figlio, perché mai osò odiare la madre che
l’aveva castrato né sfidare apertamente il padre violento (proprio la viltà nei
confronti dei produttori cinematografici ebbe a rimproverargli Elsa Morante),
poteva vedersi solo con gli occhi della società degli adulti che lo condannava:
“La modalità non è quella della rottura definitiva col padre, diventando per il
padre un Altro incomprensibile, ma piuttosto quella di far pagare al padre il
dolore di una rottura che continua a consumarsi” (“Sull’espressionismo di
Pasolini”, 1989).
> Pasolini restò preso per tutta la vita in quello che Giorgio Agamben ha
> descritto in Homo sacer (1995) come un meccanismo di esclusione includente.
> Era partecipe in quanto escluso e mandava da fuori segnali di disturbo.
Percependosi come diverso perché così lo volevano loro, Pasolini sottolineò per
tutta la vita l’anormalità della propria condizione (si vedano il suo
disinteresse per i movimenti gay, la dichiarata e paradossale percezione degli
omosessuali come uomini inferiori) e nel corso degli anni imparò a dare scandalo
con quell’amore fauve che era in realtà amore per chi lo aveva marchiato, e con
tale marchio continuava a decidere cosa dovesse essere. Per questo, con una
strategia di autoinganno che Siti chiama “fumo negli occhi”, Pasolini elaborò
una propria angosciosa mitologia omosessuale freudiana (grande amore per la
madre vista come fonte di vita e mai come agente della castrazione, odio le
parole del padre-rivale, situazione edipica) e rifiutò in ogni modo di pensarsi
normale proprio negli anni in cui Alberto Arbasino metteva in scena
un’omosessualità ironica, emancipata e senza complessi. La volontà di scandalo
si gioca all’interno di una medesima classe sociale: per mezzo dell’offesa lo
scandaloso escluso ribadisce la propria essenziale intimità a chi lo esclude,
che a sua volta, scandalizzandosi, la riconosce. I figli possono scandalizzare
solo i padri.
Nel corso degli anni, nel suo lungo confronto con l’opera di Pasolini, Siti ha
ampliato la prospettiva sopra esposta indicando il trauma originale che ha fatto
sorgere la “membrana” separativa: un desiderio (ma Siti usa anche il termine
“delirio”) di onnipotenza-possesso del reale che, sempre frustrato dal ritrarsi
della realtà renitente, alterna l’assalto euforico e la devastante sconfitta
(nichilismo e senso di vuoto). Pasolini si muove lungo un asse bipolare,
maniaco-depressivo: se per essere devo impossessarmi del reale, il mancato
possesso mette in dubbio la mia stessa esistenza.
> la spudoratezza infantile, l’arroganza adolescente, la sicurezza dell’amore
> materno non sono in realtà che pallidi eufemismi per alludere a una certezza
> ben più abbagliante e segreta – quella di essere onnipotente. Nell’intimo lago
> dell’anima, dove le contraddizioni non arrivano, Pasolini è convinto di poter
> fare tutto, di poter piegare tutti alla propria volontà, di poter essere il
> salvatore del mondo […]. Tutte le oscillazioni intorno alla parola “mistico”
> (che è la parola-amuleto dei suoi vent’anni) non fanno che giocherellare col
> concetto di onnipotenza e col suo immediato, inevitabile rovesciamento, lo
> spossessamento assoluto, il percepirsi come vuoto e puro nulla. […]
> La realtà, investita dalla furia d’onnipotenza d’un unico individuo, si ritrae
> per legittima difesa, per non rischiare d’essere inghiottita e fagocitata. Di
> fronte a chi pretende d’esaurirla completamente in sé, la realtà ribadisce la
> propria esistenza ed espelle l’individuo colpevole di quel sogno sconsiderato
> […]. Direi che nella dinamica psichica pasoliniana, contro la logica
> superficiale e contro ciò che lui stesso ha sempre creduto, l’esclusione
> precede la diversità: Pasolini non è escluso in quanto diverso, ma non può che
> sentirsi diverso perché si sente escluso – escluso dalla realtà che si sottrae
> a un’esagerata libido. Più e più volte, nei versi, Pasolini si confessa
> colpevole di troppo amore. La pulsione erotica originaria […] sta proprio in
> un’indistinzione mistica in cui il soggetto desiderante non si distingue
> dall’oggetto desiderato. […] Quando l’illusione d’onnipotenza crolla e il
> mondo si rivela inassimilabile, il sesso viene percepito come sproporzionato e
> grottesco annaspare, surrogato meccanico, movimento compulsivo che cerca di
> supplire all’avvenuto distacco.
> (W. Siti, “Tracce scritte di un’opera vivente”, 1998)
Siti è stato severamente criticato per la sua opera di curatore critico
dell’opera omnia di Pasolini: è stato accusato di parzialità, malignità, è stato
detto che il suo è uno sguardo da epigono-emulo-sfidante. Uno sguardo invidioso.
Discutano pure gli specialisti di Pasolini il valore delle sue ipotesi critiche:
qui esse sono importanti perché ci permettono di capire meglio Siti stesso. In
particolare l’ipotesi sul desiderio di onnipotenza che si getta famelico sul
reale, lo costringe a ritrarsi “per legittima difesa” e fa sorgere con ciò la
“membrana” che separa Pasolini dalla “vita” e dalla società borghese dei padri.
Lo stesso cinema, secondo Siti, viene compreso da Pasolini come un mezzo diretto
– più efficace dunque della poesia che può solo evocare tramite segni verbali –
per afferrare l’elusiva realtà del mondo (“il sacro”) stanandola dal suo
nascondimento. Il “sacro” è secondo Siti un nuovo depistaggio rispetto a quel
nodo originario (il delirio di possesso/onnipotenza) sul quale Pasolini non farà
mai chiarezza; la fissità e la lentezza delle inquadrature pasoliniane sono un
tentativo di immobilizzare il mondo, fermare il tempo (ignorare la Storia per
arrivare all’Essere), e raggiungere l’irraggiungibile: un tentativo di prendere
possesso della realtà forando la membrana. Con il cinema, come in precedenza con
la poesia espressionista, Pasolini cerca di ricostituire l’unità originaria
bramata dal suo desiderio d’onnipotenza, l’“indistinzione mistica in cui il
soggetto desiderante non si distingue dall’oggetto desiderato”.
> Lo stesso cinema, secondo Siti, viene compreso da Pasolini come un mezzo
> diretto – più efficace dunque della poesia che può solo evocare tramite segni
> verbali – per afferrare l’elusiva realtà del mondo (“il sacro”) stanandola dal
> suo nascondimento.
Tenendo d’occhio l’opera di Siti, un soggetto poetante-desiderante che vuole
fagocitare la realtà fino a non distinguersi più può significare solo una cosa.
La presenza massiccia dell’autore Pier Paolo Pasolini nello spazio mediatico
dell’epoca, l’intenzione di corredare Petrolio con foto personali scattate
apparentemente a sua insaputa e di inserire nel testo pezzi di realtà (appunti
di lavoro non svolti, testi in giapponese senza traduzione, articoli di
giornale, discorsi di politici, lettere private); il Pasolini-attore che si fa
proiettare sul corpo Il vangelo secondo Matteo, la costante autocritica abiura
in pubblico che lo rivelava protagonista implicito di ogni sua opera, l’uso
“contaminante” del paratesto (“la persona a cui mi rivolgo nei primi versi della
seconda parte è Giorgio Bassani”, dice una nota in coda alla Religione del mio
tempo, 1961) furono un caso ante litteram di letteratura che scavalca la soglia,
irrompe nella realtà “annullando l’espressione”: letteratura che abolisce sé
stessa contaminando vita e rappresentazione fino a renderle indistinguibili. Un
caso di autofiction. Lo stesso cinema di Pasolini contaminava di realtà la
copia: nell’Edipo re non è l’attore Franco Citti che viene reso somigliante al
personaggio, è Edipo che deve somigliare a un sottoproletario; nel Decamerone
Giotto ha la faccia di Pasolini e il pubblico sa che si tratta di Pasolini. Come
accadrà più tardi con la sofisticata autofiction di Siti, quella “artigianale” e
istintiva di Pasolini – estranea a quella tradizione del realismo formale che
abbiamo visto in precedenza – fu invasione e appropriazione del reale da parte
di chi, per un originario delirio di possesso/onnipotenza, se ne sentiva
escluso.
Pasolini offendeva i padri e volle fino alla fine offendere proprio loro, non
altri. Per mancanza di chiarezza con sé stesso continuò a rovesciare
l’onnipotenza euforizzante in impotenza angosciante. Quando però la salvifica
divisione del mondo in vittime e padroni non resse più, quando finì la
solidarietà tra il Poeta e gli umili (ormai corrotti e borghesi), il suo sistema
immaginario e cognitivo si disfece. Non poteva più oscillare, restava solo il
polo della perdita e del non essere niente. Ossessione e autofiction presero in
lui la via della “scissione schizofrenica”, dell’“esibizionismo distruttivo”,
della “perdita dell’io”: “il vuoto dentro di sé a cui si può rispondere soltanto
con la santità o l’autoderisione”. Un vicolo cieco nichilista. Per tutti questi
motivi quella di Pasolini è un’opera “con la bocca aperta, malata di ansia e di
insoddisfazione”; Petrolio è un magma irrisolto anche perché Pasolini stesso,
quando morì, non sapeva più come procedere nella letteratura e nella vita.
> o carnefice o vittima – o possedere (il mondo) o esserne posseduto, tertium
> non datur. […] O servo o superuomo; escludeva dal proprio sistema immaginario
> che si potesse essere padroni e perdenti, padroni limitati. L’odio dichiarato
> per la borghesia era in realtà una rimozione dell’uomo: dell’uomo che tira la
> carretta, possidente rassegnato, condomino compromissorio. […] ovvio che
> quell’insieme autocontraddittorio che è l’opera-vita pasoliniana oscilli
> continuamente tra l’onnipotenza e l’impotenza, tra la pienezza e il vuoto, tra
> l’euforia e la disperazione nichilista. (W. Siti, “L’opera rimasta sola”,
> 2003).
Siti invece, che cova nei primi libri il rancore dell’escluso, e in Troppi
paradisi aveva scritto al proprio pubblico “questo volevo che sapeste” a
proposito dell’amore con Marcello, arriva a vedere con quella “buona dose di
cinismo” che mancò a Pasolini “le coincidenze formali tra il proprio (intimo,
struggente) eros e l’odiata società dei consumi” (“La seconda vittoria di
Pasolini”, 1982). Tra Scuola di nudo e Troppi paradisi Walter/Siti riconosce
dietro al proprio odio un amore non corrisposto e decide di appartenere alla
borghesia che compra e possiede; tra Autopsia dell’ossessione e Exit strategy
smette di credere che essere sia avere e “si ritira” dal possesso, dal mercato,
dal consumo dei corpi. Inventa compromissoriamente il tertium che a Pasolini non
era dato ed evade dal meccanismo psicologico e letterario che portò Pasolini
alla rovina, perché demistificandolo gli mette fine. Basta orge con i
culturisti, basta con i corpi-merce prodotti dai padroni per via di
ottimizzazioni farmacologiche e come fantasmi mediatici iperreali. Basta con la
venerazione pasoliniana della madre castratrice, via libera all’odio e al sogno
del matricidio.
> Come accadrà più tardi con la sofisticata autofiction di Siti, quella
> “artigianale” e istintiva di Pasolini fu invasione e appropriazione del reale
> da parte di chi, per un originario delirio di possesso/onnipotenza, se ne
> sentiva escluso.
Ma soprattutto, basta con l’autofiction che in quanto tentativo di fagocitare il
reale occupandolo è sintomo di un desiderio di possesso/onnipotenza non
smascherato, meccanismo mimetico nel senso di René Girard (menzionato spesso da
Siti nei saggi su Pasolini ma anche in relazione alla propria opera): il
desiderio non è “autentico” come volevano i romantici, perché non ha nulla di
originario. Non nasce autonomamente nel soggetto. A partire dalla modernità, che
abolendo la volontà divina ha dato a ogni individuo la facoltà di scegliersi
autonomamente e di desiderare, lo sgomento di fronte alla nuova libertà è così
grande che ciascuno desidera quanto vede desiderare all’altro, al “mediatore”.
Caratteristiche principali del romanzo moderno sono secondo Girard proprio la
scoperta e la descrizione del “triangolo del desiderio” (soggetto, oggetto,
mediatore); caso riuscito di demistificazione, analizzato da Girard e più volte
menzionato da Siti, è per esempio Marcel Proust: “Pasolini non assimila da
Proust proprio la cosa fondamentale, ovvero l’analisi dell’inautenticità del
desiderio; mentre Proust la fa finita col desiderio e muore alla vita per dare
vita all’opera, Pasolini continua disperatamente a desiderare” (“Descrivere,
narrare, esporsi”, 1998).
In questo senso le opere da Scuola di nudo a Exit strategy sembrano lo
svolgimento quasi premeditato di un percorso “girardiano”: “la venerazione più
sottomessa e il rancore più intenso. È il sentimento che chiamiamo odio” (è
Walter in Scuola di nudo); “il romanziere supera solo lentamente, duramente il
romantico che è stato in precedenza e che si rifiuta di finirla col desiderio
per morire alla vita e dare vita all’opera. Questo superamento si compie
nell’opera romanzesca e solo in essa. È dunque sempre possibile che il
vocabolario astratto del romanziere, e perfino le sue ‘idee’, non lo rispecchino
esattamente” (citazione da Girard, Menzogna romantica e verità romanzesca,
1981). Abbiamo visto come il vocabolario e le idee di Siti pieghino inizialmente
verso una nozione neoavanguardistica di letteratura come impegno formale sulla
realtà (“Del modo di formare come impegno sulla realtà” si chiamava un saggio di
Umberto Eco che valse in qualche modo come manifesto del Gruppo 63); abbiamo
visto gli andirivieni di Walter/Siti che a fatica e solo in corso d’opera si
libera dall’illusione “romantica” di autonomia desiderante del soggetto.
L’io-Occidente è duro a morire: i finali replicati perché sempre
insoddisfacenti, le smentite al “se avrò qualcosa da raccontare, non sarà su di
me”, il fatto stesso che il primo tentativo di romanzo non autofittivo,
Resistere non serve a niente, riesce solo parzialmente perché pagina dopo pagina
Walter/Siti diventa personaggio tra gli altri e non riesce a tacere la propria
vertigine del denaro.
Due conclusioni. Per quanto riguarda la genealogia delle forme letterarie,
l’autofiction di Siti è solo in parte sofisticata operazione d’avanguardia (la
menzogna perfetta) ispirata dal dibattito teorico francese. Nella zona profonda
della mente, nel buio e rognoso “corpo a corpo” con Pasolini, essa è invece sul
serio verità ultima: autobiografia totale come irruzione oltre la membrana,
esigenza di invadere il separato Reale per afferrarlo, prenderne possesso,
desiderio di onnipotenza che prepotentemente (in questo caso sessualmente)
inscena l’ego in pubblico come fece Pasolini a suo tempo e come faceva
Berlusconi negli anni dell’autofiction sitiana. Siti – l’abbiamo visto – non ha
mai nascosto la propria ammirazione-desiderio di emulazione nei confronti di
Berlusconi che comprava tutto, aumentò la propria potenza sessuale con
un’operazione chirurgica e da capo politico dello Stato divenne anche maschio
alfa e icona mediatica del priapismo (il nome stesso di Silvio Berlusconi,
lascia cadere in una parentesi l’io narrante di Exit strategy, è “anagramma di
‘l’unico boss virile’”).
> Mai, nei propri saggi su Pasolini, Siti usa la parola “autofiction”: ma ne è
> in qualche modo consapevole, perché ad essa fa riferimento ovunque.
È questa convergenza di due autofiction, sofisticata e “barbara”, accademica e
profonda, a rendere così complessa quella di Siti, e certo anche a questa
convergenza si riferiva Siti quando scrisse nel 1994 “non ero disposto ad
ammettere che il mio autobiografismo fosse indifeso e letterale, ci costruivo
sopra un po’ troppe teorie”. Mai, nei propri saggi su Pasolini, Siti usa la
parola “autofiction”: ma ne è in qualche modo consapevole, perché ad essa fa
riferimento ovunque. “Credo davvero che il personaggio più potente che la
letteratura di Pasolini abbia mai creato sia Pasolini stesso”, “aveva
l’ambizione di far finire la letteratura”, “la vera opera di Pasolini è
l’insieme delle sue opere, dai cui interstizi figurali traspare il volto stesso
dell’autore”; “un nuovo tipo di espressione […] in cui la persona dell’autore
sia una componente del significante”, “la vita stessa dell’autore diventerebbe
allora […] parte integrante del segno”; “Pasolini è sempre sulla scena”, “il
‘personaggio Pier Paolo’ non riesce a essere un altro, staccato dalla vita del
signor Pasolini”.
Per quanto riguarda invece i percorsi letterari dei due autori, le loro basi
psichiche profonde e la valenza politica della forma, l’interpretazione sitiana
di Pasolini inserisce anche quest’ultimo in quel paradigma occidentale che fu
incipiente negli anni Sessanta, accelerò nei Novanta per poi dispiegarsi – tolti
i freni di sicurezza agli investimenti, aperti i mercati globali – all’inizio
del nuovo millennio: vertigine mistico-metafisica del possesso, immagine
mediatica iperreale, confusione tra il mondo e la copia. Una linea sottile, a
detta di Siti, unisce non solo Siti stesso a Berlusconi, ma Pasolini alle
multinazionali: sotto sotto – nel senso letterale dell’abisso più profondo,
sconosciuto allo stesso poeta – Pasolini era un nichilista omologo al regime.
Per lui essere si identificava con avere, doveva possedere per avere la certezza
di essere. Se il desiderio è girardianamente mimetico, nel possedere i corpi dei
ragazzi il poeta desiderante imitava ieri il padre borghese capitalista e imita
oggi “l’investitore”.
> Il nuovo potere consumistico basa il proprio appeal su una inestricabile
> commistione di messaggi finzionali e di empiria, di vita e di forma: il nuovo
> potere consumistico, dunque, “funziona come il Poeta”. […] come il Poeta ha
> per estremo obiettivo il vuoto, l’anestesia. L’immaginata onnipotenza
> dell’Occidente non è che il delirio poetico d’onnipotenza, proiettato e
> diventato nemico. Che deve dunque fare il Poeta, se si accorge di questa
> agghiacciante parentela? (W. Siti, “L’opera rimasta sola”, 2003)
> “Usava” la cultura, rubacchiava qua e là. A causa della propria ossessione
> erotica, non ha preso sul serio la cultura facendola diventare carne della sua
> carne, sangue del suo sangue. […] per lui la cultura era una pellicola che si
> poteva staccare dalla vita a piacimento. Esattamente come sta facendo il
> desiderio consumistico; in questo senso, Pasolini non era un avversario del
> consumismo, ne era un seguace omologo se non addirittura un modello (W. Siti,
> “Il mito Pasolini”, 2006)
Conviene ripeterlo: le tesi di Siti sono controverse, anche perché – a torto o a
ragione – disturbano l’immagine di Pasolini per come si è delineata nel mezzo
secolo successivo alla morte: Pasolini simbolo dell’autenticità e del coraggio,
poeta evangelico della lotta inesausta contro il sistema corrotto. È certamente
un bene che Pasolini venga sottratto alla dimensione mitica e riportato a quella
stilistico-psicologica con un gesto contestualizzante; le tesi sitiane però non
sono esenti da punti deboli e dal sospetto di forzature intese alla vittoria
sull’Antagonista. Per dirne una: quella sorta di “imperialismo girardiano” per
cui un romanzo non è riuscito se non inscena la demistificazione del desiderio.
Per dirne un’altra: Pasolini ama i ragazzi per desiderio mimetico e “invece di
identificare nei padri borghesi i ‘mediatori’ (direbbe Girard) del suo
desiderio, preferisce proiettarli davanti a sé come nemici” (“Pasolini e
Proust”, 1996). Ma i “padri borghesi”, in quanto tali, non desiderano
sessualmente i corpi dei ragazzi. È vero che il loro desiderio è volontà di
potenza come quello di Pasolini, ma il desiderio mimetico di Girard non è nulla
di così generico: Don Chisciotte persegue il desiderio cavalleresco di Amadigi,
Emma Bovary quello romanzesco delle eroine romantiche, Julien Sorel “apprende
dalle Confessioni di Rousseau il desiderio di mangiare alla tavola dei padroni”.
> Le tesi di Siti sono controverse, anche perché – a torto o a ragione –
> disturbano l’immagine di Pasolini per come si è delineata nel mezzo secolo
> successivo alla morte: Pasolini simbolo dell’autenticità e del coraggio, poeta
> evangelico della lotta inesausta contro il sistema corrotto.
Ciononostante il Pasolini letto da Siti, proprio perché nasce dal corpo a corpo
tra due autori e dal corpo a corpo di entrambi con la propria epoca (che è anche
la nostra, di ieri e di oggi), apre prospettive preziose. Il cupio dissolvi di
Pasolini l’escluso precedette di mezzo secolo quello dei “padri borghesi”: se la
sua autofiction finì allora – oltre che nel sangue – nell’affanno convulso dello
stile e in uno stato di crisi permanente, oggi la società occidentale diventata
reality-show affonda nell’afasia, nella violenza e nello stato di emergenza.
Siti invece, dopo avere percorso in proprio la parabola metafisica d’Occidente
dalla ricerca dell’Essere al nichilismo, si è fermato a un passo dal precipizio.
In Resistere e nei libri successivi Il cupio dissolvi non scavalca nel reale,
non brucia la carne. È, appunto, “divertimento per tutto ciò che esorbita e che
incoraggia il mondo a finire”. È come se Siti avesse capito che la letteratura
per essere vera non ha bisogno di essere vera. Il successo dell’operazione
terapeutica, la demistificazione del desiderio e l’accettazione della “membrana”
separante lo hanno salvato facendolo diventare romanziere che “muore alla vita”
per dare vita eventualmente anche ai propri fantasmi, attraverso i personaggi
però. I fantasmi peraltro sono cambiati. A un passo dal precipizio ci sono il
depotenziamento dell’ego e la ricerca di una solidarietà tra umani. Lo scrivere
torna a essere, come era stato in Scuola di nudo prima dell’avvento del
capitalismo iperreale, anche ricerca di quanto d’ora in poi Siti chiamerà il
Reale.
Leggi qui la Prima parte e la Seconda parte
L'articolo Da Platone al Vangelo proviene da Il Tascabile.
D esideriamo quello che vediamo desiderato; imitiamo, triangoliamo. A volte,
però, il vertice che siamo anche noi in queste goffe geometrie del desiderio
(sappiamo esserlo davvero fino in fondo?) tende a deformare l’eleganza della
figura piana: ad assottigliarsi fino a scomparire una volta per tutte ‒ forse.
Non perché manchi qualcosa, in noi o nella nostra vita, ma perché siamo già
troppo occupate a guardare altrove: l’altro, il suo sguardo, soprattutto la
forma che prendiamo dentro quello sguardo. Stiamo bene con questo paio di
scarpe, ci slanciano abbastanza? I capelli disordinati dicono le cose giuste su
di noi? E quella mano sulla spalla, quasi verso la nuca, perché abbiamo voluto
darle una sfumatura così intima e seducente?
Dry season di Melissa Febos (2026) comincia proprio da questa zona d’ombra,
anche se finge di cominciare altrove. Per esempio: dall’inventario degli amori
passati di una scrittrice che sa scrivere di sé come atto radicale (sottotitolo
di un altro suo libro, Questa mia carne, 2024, pubblicato sempre per
nottetempo). Sottotitolo di questo è Il mio anno di piacere senza sesso, ma in
effetti il libro non parte né dal sesso (cioè, forse sì), né dalla sua rinuncia
(anche qui: forse in realtà sì), quanto piuttosto da una sorta di slittamento,
dal sapore fin da subito metaletterario, che fa mettere in discussione a poco a
poco tutto ciò che la “scrittrice di sé” ha detto o pensa di poter dire
sinceramente di sé. Eccolo: è il momento in cui il desiderio ‒ e la scrittura ‒
smette di sembrare un punto di partenza e si rivela una relazione. Con chi?
Ovvio, con noi stessi.
“Ero brava in amore, brava a guadagnarmi l’affetto del mio oggetto d’amore”,
scrive Febos. “Scrivi sempre d’amore”, le fa notare più avanti un’amica. E
allora perché interrompere questo meccanismo di gratificazioni? La sua ricerca
di castità, attorno a cui si struttura tutto il libro, non ha niente di morale o
moralistico: nasce come un’improvvisa, sciocca decostruzione di un “linguaggio
segreto” e ben conosciuto ma, e lo si capisce a poco a poco, diventa il
tentativo di disattivare l’ansia di piacere tanto agli altri quanto a sé stessi;
una battaglia contro una certa narrazione di sé che, per qualche motivo, non
basta più, è dannosa. Anzi, è troppo comoda.
> La sua ricerca di castità non ha niente di morale o moralistico: nasce come
> un’improvvisa, sciocca decostruzione di un “linguaggio segreto” e ben
> conosciuto ma, e lo si capisce a poco a poco, diventa il tentativo di
> disattivare l’ansia di piacere tanto agli altri quanto a sé stessi.
Se desiderare è un’abitudine, “La mia”, scrive Febos, “è iniziata quando da
bambina mi sono ritrovata di colpo nel corpo di una donna” (o “Buona parte della
mia vita l’ho passata a sballarmi di seduzione”). Aderirvi, però, diventa presto
soffocante: “Se non sono desiderata, morirò. Se non sono desiderata, non merito
di vivere. Se non sono amata, non esisto”. Interrompere dunque la catena,
smettere di rispondere alle richieste degli altri, dell’Altro, per stare per
conto proprio: questo l’obiettivo. Ma è davvero possibile smettere di
accontentare e di rincorrere il piacere degli altri; rinunciare all’eros e,
ancora di più, alla seduzione? Il libro sembra suggerire che no, cosa
credevamo?!
Proprio mentre viene sospeso nella pratica, come incontro di corpi, il desiderio
in realtà continua a operare come struttura, come incontro di sguardi e di
parole: non possiamo farne a meno. Per esempio, nella ricerca dei racconti di
altre donne che hanno scelto la castità (le beghine belghe, le Amazzoni e le
mistiche), ma anche quelli di scrittrici e intellettuali care a Febos (da Woolf
a Firestone, da Colette a Saffo). Quella raccontata da Dry season è allora una
rinuncia che sembrava privata, anzi, privatissima, e che si rivela
ricostruzione: di una “mappa” politica e, in senso largo, di una nuova
genealogia femminista: “Il fatto è che storicamente le donne hanno sempre avuto
una miriade di buone ragioni per scegliere l’astinenza dal sesso […] Avevano
chiuso con una vita che avesse al centro l’uomo. […] A guardarla così la castità
era parte di una lunga tradizione di pratiche femministe”.
> Proprio mentre viene sospeso nella pratica, come incontro di corpi, il
> desiderio in realtà continua a operare come struttura, come incontro di
> sguardi e di parole: non possiamo farne a meno.
Senza gli altri e le altre, però, “C’è un sacco di spazio in più da abitare”, e
non è affatto detto che sia un bene: “Parlando con la mia analista, una volta mi
ero autodefinita un gremlin. ‘Presente? Quelle creaturine coccolose e vivaci
che, se inebriate del giusto elisir, si trasformano in mostri’”. Ma l’accusa che
viene rivolta a un certo punto alla protagonista fa parecchio peggio: non è la
compiacenza o l’eccessiva disponibilità, e nemmeno l’essere “un pozzo senza
fondo” alla ricerca di attenzioni, appunto un gremlin ossessionato dall’amore,
ma, in virtù di questo, usare le persone. “Amare in maniera egoista”. Non c’è
colpa peggiore per chi si credeva buona, fin troppo accondiscendente. Del resto,
anche nelle relazioni tra donne e anche quando lo sguardo è tecnica e per quella
tecnica siamo esperti oggetti e soggetti consapevoli, in realtà c’è sempre
qualcuno che è più oggetto dell’altro. Non si tratta di piacere, allora, ma di
anticipare il piacere dell’altro costruendolo (costruendosi) in maniera
ricattatoria come superficie leggibile. Già, ma per quale pubblico?
Proprio su questa domanda Dry season diventa più nervoso, più instabile, e la
domanda si sposta: siamo femministe abbastanza se desideriamo liberamente oppure
il desiderio, così come lo abbiamo interiorizzato, è già una forma di
adattamento e non è mai davvero libero; una grammatica appresa, che ci fa
credere di scegliere mentre ripetiamo soltanto? E, se esiste uno spazio al
sicuro dai suoi meccanismi così ben oliati e scivolosi, la scrittura non lo è
certo. Scrivere di sé poi, non ne parliamo: è paradossalmente ancora più comodo
perché “L’autore di un memoir è sia regista che personaggio del suo dramma, e
quindi gode di un rifugio al di fuori della narrazione”. Accontentarsi di una
falsa verità su sé stessi non è mai tanto facile come nella scrittura di un
memoir.
> Siamo femministe abbastanza se desideriamo liberamente oppure il desiderio,
> così come lo abbiamo interiorizzato, è già una forma di adattamento e non è
> mai davvero libero; una grammatica appresa, che ci fa credere di scegliere
> mentre ripetiamo soltanto?
Anche in questo libro, allora, e forse più che mai, Febos abita il suo spazio
con ambiguità: perché sa che ogni tentativo di sottrazione produce una nuova
forma di osservazione e perché, in fondo, sa un’altra cosa ancora, più feroce e
più triste. Che non c’è mai un momento in cui il vertice del triangolo si
stabilizza davvero, in cui noi siamo così ben definibili, come un punto su un
piano cartesiano. Forse allora non si tratta di ritrovarsi, ma di vedere quanto
a lungo siamo state altrove. Sicuramente, questo è ciò che fa la voce sincera e
frastagliata di Febos, nel suo farsi e disfarsi ‒ proprio come un’onda.
L'articolo Quello che chiamavo amore proviene da Il Tascabile.
“P er mesi il mio corpo è stato indagato e fotografato un gran numero di volte,
da ogni angolatura e con tutte le tecniche possibili”, scrive Annie Ernaux nelle
ultime pagine di L’uso della foto (2005, trad. it. 2025), un racconto a due voci
sul rituale intimo di un uomo e una donna che per un anno fotografano e
raccontano i resti lasciati dal sesso: dettagli di oggetti e di stanze ma non
dei corpi di cui quegli oggetti e quelle stanze compongono le tracce di un
passaggio. È il 2003, l’anno, per la scrittrice francese, dell’operazione e
della cura di un tumore al seno.
L’esperienza del corpo sembra aver suggerito a Ernaux un uso dello sguardo nella
narrazione: “È il mio immaginario a decifrare la foto, non la memoria. Ho
bisogno di non averla più sotto gli occhi, di metterla da parte; solo così, in
una sorta di rievocazione differita, possono riaffiorare in me immagini della
primavera del 2003”. Qui l’effetto allucinatorio che Ernaux ha espresso più
volte come criterio di scrittura richiama, in relazione alla fotografia, la
“nuova forma di allucinazione” di cui scrive Roland Barthes in La camera chiara
(1980): “Fotografia, nuova forma di allucinazione: falsa a livello della
percezione, vera a livello del tempo”. La fotografia in Ernaux viene indagata
non in sé, ma attraverso un certo numero di fotografie con le quali si
stabilisce quel rapporto di “attrazione” e “avventura” descritto da Barthes. Per
l’autrice francese scrutare una sequenza di foto attraverso il proprio
patrimonio di immagini, simboli e miti porta a un altro tipo di proiezione dal
personale al collettivo, uno scavo autobiografico che ritroviamo anche in
Barthes quando scrive: “Dovevo penetrare maggiormente dentro di me per trovare
l’evidenza della Fotografia”.
> Per Ernaux scrutare una sequenza di foto attraverso il proprio patrimonio di
> immagini, simboli e miti porta a un altro tipo di proiezione dal personale al
> collettivo, uno scavo autobiografico che ritroviamo anche in Barthes.
“Non mi aspetto dalla vita che mi porti dei soggetti, ma delle configurazioni
sconosciute di scrittura”, scrive Ernaux, che sembra trovare proprio nelle foto
un dispositivo attraverso cui indagare una interiorità non rivelata. Dal lato di
chi legge i testi e guarda le foto, su sollecitazione dello sguardo
dell’autrice, viene attivata una modalità di fruizione dell’immagine, quella del
punctum di cui parla lo strutturalista francese: l’aspetto emotivo che viene
stimolato da un dettaglio o un particolare della foto orienta la disposizione
delle note non razionali dell’immagine, secondo regole non propriamente consce.
Il punctum, ad esempio, mi ha portata a guardare quelle foto e a interpretare un
sottotesto nel racconto attraverso il mio personale immaginario diagnostico e
narrativo.
Ho trovato conforto più che conferma, non tanto nelle ultime pagine del testo
quando Ernaux scrive: “Per mesi il mio corpo è stato indagato e fotografato un
gran numero di volte, da ogni angolatura e con tutte le tecniche possibili”, ma
nella nota numero 4 riferita a questo passaggio: “Mammografia, agobiopsia al
seno, ecografia dei seni, del fegato, della cistifellea, della vescica,
dell’utero, del cuore, radiografia dei polmoni, scintigrafia ossea e cardiaca,
risonanza magnetica del seno, delle ossa, TAC del seno, dell’addome e dei
polmoni, tomografia a emissione di positroni o PET scan. Ne dimentico
sicuramente qualcuna”. Questa nota ha validato il mio immaginario, lo ha
rinfrescato, portandomi a pensare che L’uso della foto potrebbe non essere un
racconto sulla malattia o sul dualismo amore e morte – è proprio la liberazione
dai temi, l’emancipazione dall’uso del tema a essere forse la cifra impressa nei
libri di Ernaux. In questo testo l’autrice ha fatto esperienza della scrittura
come mezzo di contrasto. Non è la malattia a costituirsi come criterio di
scrittura, ma è il corpo che fa esperienza della malattia a stabilire un nuovo
codice del sentire e del guardare, e ad attivare una diversa regola del
contrasto: ciò che lo sguardo e la parola esaltano/ciò che lo sguardo e la
parola nascondono, rendendolo in realtà evidente nella sua latenza.
> In questo testo l’autrice ha fatto esperienza della scrittura come mezzo di
> contrasto. Non è la malattia a costituirsi come criterio di scrittura, ma è il
> corpo che fa esperienza della malattia a stabilire un nuovo codice del sentire
> e del guardare.
Prendiamo, ad esempio, le macchie. Nelle immagini diagnostiche le macchie sono
il segno della malattia. Il loro colore è il bianco. Nelle foto stampate che
scorrono sotto i nostri occhi quando leggiamo L’uso della foto, il colore che si
impone è il bianco. Capi intimi, lo squarcio di una tenda, un cavo che serpeggia
sulla scrivania. Sono macchie di bianco che catturano lo sguardo nel nero
dell’immagine mostrando un altro racconto tra i resti dei corpi dei due amanti.
La scrittura come mezzo di contrasto si attiva lungo queste tracce:
> Mi accorgo di essere affascinata dalle foto come lo sono fin dall’infanzia
> dalle macchie di sangue, di sperma, di urina lasciate sulle lenzuola o su
> vecchi materassi buttati per strada, dalle macchie di vino o cibo incrostate
> nel legno dei mobili delle cucine, da quelle di caffè o di dita unte sulle
> lettere di un tempo. Le macchie più materiali, organiche. Mi rendo conto che
> mi aspetto la stessa cosa dalla scrittura. Vorrei che le parole fossero come
> macchie che non ci si riesce a togliere di dosso.
L’esperienza del corpo sembra aver suggerito a Ernaux anche una struttura nella
forma del racconto. Si potrebbe forse parlare della necessità di uno
sdoppiamento. Il testo infatti alterna il punto di vista di lei a quello di lui
attorno agli scatti in un effetto pieno/vuoto, bianco/nero. Ernaux ha fatto
sentire la voce dell’altro, gli ha dato pagina, parole, macchia. In questa
scelta mi ha colpito non tanto la regola di un linguaggio tra amanti che
contempla il numero minimo di due, quanto un altro tipo di disunione. Il corpo
che fa esperienza della malattia cerca disperatamente unità in un costante
sdoppiamento tra il sé percepito come reale e il sé malato, tra persona e
paziente, tra l’autoracconto della propria condizione e il racconto subito da
uno sguardo altro, quello sociale sul corpo malato, ma soprattutto quello
clinico e medico, freddo. Il doppio punto di vista era la forma non (solo) del
discorso amoroso ma della scrittura come mezzo di contrasto: Ernaux trasforma un
liquido farmacologico che rende visibili le macchie della malattia in un liquido
narrativo che rende incancellabili le macchie delle parole, facendo diventare
più nitide le strutture anatomiche del suo narrare.
La scrittura di Ernaux stimolata dall’uso della foto produce, nell’immaginario
di chi legge, salti nello spazio piuttosto che viaggi temporali. Nelle foto i
resti per terra hanno evocato in me lo scenario spaventoso di vedere i propri
abiti e capi intimi cadere sul pavimento di un ospedale o di uno studio medico
con il timore di una contaminazione igienica. La pulsazione – il punctum – di
quegli scatti rende inquieto il contesto degli alberghi finendo per annullarlo.
Ernaux scrive: “Nella stanza di un hotel non si è nessuno”. Come non si è
nessuno in un ospedale. Gli oggetti nelle foto e le parole nel testo mandano una
sensazione marmorea come di parti inamovibili che accelerano e aumentano
sorpresa e spavento degli scenari evocati, e che producono un contrasto tra
fragilità e forza. Gli oggetti nelle foto e le parole nel testo si aggrappano a
un’idea di fissità in risposta/contrasto rispetto all’esperienza della perdita
che la malattia porta nel sé.
> Ernaux trasforma un liquido farmacologico che rende visibili le macchie della
> malattia in un liquido narrativo che rende incancellabili le macchie delle
> parole, facendo diventare più nitide le strutture anatomiche del suo narrare.
Ernaux lo fa capire in questo passaggio: “Rendere le parole e le frasi
inscalfibili, i paragrafi impossibili da spostare, come la pietra in cui si
trasformava il mio corpo quando ero bambina, e i muri della camera si
allontanavano senza fine – sintomi che in seguito, nell’ora di filosofia
all’ultimo anno delle superiori, ho appreso, con sorpresa ma senza spavento,
essere quelli della schizofrenia”. I paragrafi impossibili da spostare
restituiscono l’idea del testo come immagine ma premono anche verso un’altra
visione di cui scrive Barthes: “La società si adopera per far rinsavire la
Fotografia, per temperare la follia che minaccia di esplodere in faccia a chi la
guarda”. Muri che si allontanano senza fine diventano anche le foto degli amanti
senza amanti.
In L’uso della foto le immagini sono quattordici. In L’amante (1984) di
Marguerite Duras sono molte di più, ma non sono state stampate nel testo. Una,
la più importante, non è stata nemmeno scattata. Nell’incipit, al secondo
capoverso, Duras scrive: “Penso spesso a un’immagine che solo io vedo ancora e
di cui non ho mai parlato. È sempre lì, fasciata di silenzio, e mi meraviglia.
La prediligo fra tutte, in lei mi riconosco, m’incanto”. Nel romanzo il
paragrafo ha una spaziatura ampia tra il precedente e il successivo. L’autrice
lo ha incorniciato come una foto. Un paragrafo impossibile da spostare. Più
avanti la descrive:
> L’immagine è questa:
> Dunque, ho quindici anni e mezzo.
> Un traghetto attraversa il Mekong.
> L’immagine dura per tutto l’attraversamento del fiume.
“L’immagine dura per tutto l’attraversamento del fiume” potrebbe significare che
quel momento persiste con la sua fissità nella situazione in movimento, ma anche
che il suo valore perdura nel corso dell’attraversamento del fiume, ovvero,
nell’adolescenza della protagonista.
> Durante quel viaggio l’immagine avrebbe potuto staccarsi, isolarsi, mettersi
> in evidenza. Sarebbe esistita se fosse stata scattata una fotografia, come
> altre immagini sono esistite in altre circostanze. Ma la foto non è stata
> fatta, la situazione era troppo insignificante per provocarla. Chi avrebbe
> potuto pensarci? Per fare quella foto, bisognava prevedere l’importanza di
> quell’avvenimento, di quell’attraversamento del fiume, nella mia vita. […]
> Alla foto non fatta deve la sua virtù, quella di rappresentare un assoluto, di
> esserne l’artefice.
Come si stacca e si isola l’immagine per mezzo della foto così si staccano i
muri della stanza dal corpo di pietra di Ernaux. In L’amante, la scrittura come
mezzo di contrasto di Duras trasforma la foto inesistente in un’immagine in
movimento, un attraversamento che somiglia a una narrazione cinematica. Nel
corso della storia l’immagine con il suo attraversamento e l’attraversamento
senza la sua immagine ritornano continuamente nel testo. È la visione prodotta
dallo sguardo dell’autrice a imprimere la grana a quell’istante non catturato
dalla foto.
> In L’uso della foto le immagini sono quattordici. In L’amante di Marguerite
> Duras sono molte di più, ma non sono state stampate nel testo. Una, la più
> importante, non è stata nemmeno scattata.
Se in Ernaux un racconto sul corpo di un’amante con un cancro al seno ha reso
necessario l’uso di un altro punto di vista, in Duras un racconto sul corpo di
un’amante quindicenne in una relazione, socialmente non accettata, con un uomo
molto più grande di lei, sembra richiedere un passaggio di persona nell’io
narrante. Quando l’immagine dell’incipit ritorna nel testo, la narratrice in
Duras passa dalla prima alla terza persona. L’immagine, stampata nella mente
come nel caso di L’amante o stampata nella foto come in L’uso della foto, sembra
richiedere una distanza.
> Ma quel giorno non sono le scarpe la nota insolita, inaudita
> nell’abbigliamento della ragazza. Quel giorno porta in testa un cappello da
> uomo con la tesa piatta, un feltro morbido color rosa, con un largo nastro
> nero.
> A creare l’ambiguità dell’immagine è quel cappello.
Più avanti nel testo è ancora la terza persona a parlare:
> La pelle è sontuosamente morbida. Il corpo, un corpo magro, senza forza, senza
> muscoli, come dopo una malattia, convalescente, imberbe, senza virilità se non
> quella del sesso, è debole, disarmato, sofferente. Lei non lo guarda in viso.
> Non lo guarda affatto, lo tocca, tocca la pelle, liscia del sesso, il corpo
> dorato, la sconosciuta novità. Lui geme, piange. È innamorato in modo
> abominevole.
> Lei, piangendo, lo fa. Prima c’è il dolore. Poi quel dolore viene sopraffatto,
> trasformato, strappato via lentamente, portato verso il piacere, avviluppato
> ad esso.
> Il mare, sconfinato, semplicemente incomparabile.
> Era come se già sul traghetto, anzitempo, l’immagine avesse partecipato di
> quest’istante.
Duras dilata lo spazio e il tempo di quell’immagine, un rettangolo – come il
paragrafo in cui l’ha incastonata nell’incipit – da cui si può fare esperienza
dell’attraversamento del piacere, del dolore, dell’età. Mentre l’immagine non
fotografata si espande attraverso l’uso dello sguardo di Duras, le foto
tangibili diventano una punteggiatura su cui il suo racconto si poggia per
mandare avanti la consapevolezza della protagonista, componendo un album
sparpagliato che lei stessa vuole lasciare in disordine.
> Gli chiedo se è normale esser così tristi. Dice che è perché abbiamo fatto
> l’amore di giorno, quando il caldo era più forte. Dice che dopo è sempre
> terribile, sorride e dice: che due si amino o non si amino, è sempre
> terribile. Dice che passerà con la notte, appena verrà la notte. Gli dico che
> non è solo per questo, si sbaglia, aspettavo questa tristezza, era dentro di
> me, sono sempre stata triste. Lo vedo anche dalle foto di quando ero piccola.
Anche in Duras come in Ernaux non sono le foto in sé a rivelare informazioni ma
sono – potremmo dire ‒ le macchie che l’immaginario delle autrici rilevano sulla
superficie di uno scatto a sollecitare il punctum della loro scrittura. In
L’amante la narratrice fa uso della foto come medium per raccontare le relazioni
dolenti del suo attraversamento del fiume, come quella complessa con la madre:
> Ogni tanto mia madre decide: domani andiamo dal fotografo. Si lamenta del
> costo, ma fa fare comunque le foto di famiglia. Quelle le guardiamo, tra noi
> non ci guardiamo mai ma guardiamo le foto, ognuno per conto suo, senza una
> parola di commento, però le guardiamo e ci vediamo. […] Le foto, dopo esser
> state guardate, vengono risposte accanto alla biancheria, negli armadi. Mia
> madre ci fa fotografare per poterci vedere, per vedere se cresciamo
> normalmente. Ci guarda a lungo come altre madri guardano altri figli. Paragona
> le foto tra loro, parla della crescita di ognuno di noi. Nessuno le risponde.
Qui la scrittura come mezzo di contrasto rende materiale l’esistenza dei
personaggi nell’evidenza delle foto – “le guardiamo e ci vediamo” – ma a fianco
a questo bianco primeggia la trasparenza nera della relazione con la madre: “ci
fa fotografare per poterci vedere, per vedere se cresciamo normalmente”.
Attraverso lo sguardo di Duras le foto sono la certificazione fredda di una
disunione tra madre e figlia.
> Anche in Duras come in Ernaux non sono le foto in sé a rivelare informazioni
> ma sono – potremmo dire ‒ le macchie che l’immaginario delle autrici rilevano
> sulla superficie di uno scatto a sollecitare il punctum della loro scrittura.
In L’uso della foto e in L’amante le due scrittrici francesi prendono le foto
per sovrapporre immaginari che, alla fine di entrambe le storie, portano a una
separazione non solo dai loro amanti. Le pagine di questi due libri si
allontanano senza fine dalla stanza in cui li leggiamo, facendoci sperimentare
una distanza dal nostro corpo e un uso dello sguardo su di esso per cogliere le
tracce di un passaggio.
L'articolo L’uso dello sguardo proviene da Il Tascabile.
L eggere un romanzo sulla panchina di un parco urbano nel tardo pomeriggio,
quando le giornate si allungano e sai di avere ancora il tempo di goderti con
calma quella solitudine beata, di possedere in poco spazio e grande economia di
mezzi tutto ciò che serve al momento senza curarsi del mondo e dell’inquietudine
tascabile che infuria nel telefono.
Non posso fare a meno di elaborare pensieri squisitamente reazionari davanti a
Malinconia dei confini (2026), l’ultima fatica di Mathias Enard (nell’ormai
consueta ed elegante traduzione di Yasmina Melahoua), stimatissimo scrittore
francese e autore di alcuni dei romanzi più letterari e più letterariamente
europei degli ultimi due decenni. Opere come La perfezione del tiro (2003), Zona
(2008) e Bussola (2015) sono lavori complessi, raffinatamente eruditi,
improntati a quella bookishness che George Steiner, in un influente saggio (The
end of bookishness, 1988), già indicava al calar del secolo scorso come qualcosa
in procinto di finire. Finiva la bookishness negli anni Ottanta: tramontava la
dimensione libresca, l’erudizione più pura, il gusto fine, sofisticato,
dell’uomo di lettere. Finiva la gloriosa epoca del Libro che per secoli, forse
millenni, aveva formato il modo umano di vedere il mondo e che forse già un
secolo prima aveva iniziato a tramontare, con l’arrivo della simultaneità
elettrica, almeno secondo la versione di McLuhan e del suo La galassia Gutenberg
(1962).
Eppure, com’era vero che stavo leggendo con garbato piacere l’ultimo Enard sulla
panchina del parco, così la bookishness non doveva essere completamente
tramontata né alla fine del Novecento né nel 2026, con buona pace degli angeli &
demoni digitali. Forse, ho pensato, ci sarà sempre qualcuno capace di questo
piacere, di consumare con gusto testi lunghi e difficili. Senza troppo chiasso,
senza troppo impatto sulla polis, una piccola accolita d’intenditori continuerà
sommessamente a leggere i grandi autori del passato e del presente e magari a
cercare di parlarne, scriverne, a confrontarsi. Forse il libro non smetterà mai
di finire, continuerà a declinare in eterno, come questi infiniti crepuscoli di
primavera. Si perdoni il tono elegiaco ma è esattamente quello evocato dallo
stesso Enard, in maniera più sofisticata, quando parla di letteratura:
> Raccontare significa superare la distanza che separa dall’assente;
> attraversare il linguaggio, nascondere il reale nell’irreale, fare a pezzi il
> mondo per offrirlo, come il fumo dei cosciotti di capra dei sacrifici achei, a
> dèi silenziosi: la letteratura è quel fumo, residuo divino che esprime
> l’assenza, definitiva, di quel che l’ha suscitato. Tutto ciò che entra in
> letteratura varca i confini del mondo dei fantasmi e, penetrando nell’universo
> del linguaggio, abbandona la propria spoglia carnale. Il mondo del testo è uno
> spettro, proiettato da un apprendista illusionista sul pallore delle nostre
> coscienze.
È probabile che l’insistenza un po’ macabra sui fantasmi, sull’irrealtà e
l’assenza che attraversa con insistenza le pagine di questo libro sia l’effetto
di quanto ho scritto sopra: l’umore saturnino del letterato di fronte al nuovo
che avanza e depone l’antico sovrano. Così la dimensione metaletteraria ‒ quel
serrare i ranghi dei propri simili attraverso una moltitudine di riferimenti e
citazioni, l’esacerbazione barocca dei tratti retorici e stilistici che hanno
fatto la gloria e la storia della scrittura ‒ è forse un modo di sprofondare nel
proprio mondo per sentirlo reale, nonostante tutto. Perciò tutti i libri di
Enard sono libri su libri, libri che parlano di altri libri, che evocano altri
scrittori, poeti, pensatori, animatori di riviste, editori e più si procede
nell’opera del francese più la divagazione letteraria e metaletteraria diventa
ingombrante a discapito della trama o di altri scopi.
> Tutti i libri di Enard sono libri su libri, libri che parlano di altri libri,
> che evocano altri scrittori, poeti, pensatori, animatori di riviste, editori e
> più si procede nell’opera del francese più la divagazione letteraria e
> metaletteraria diventa ingombrante a discapito della trama o di altri scopi.
Se dovessi indicare il tema principale di Malinconia dei confini credo che lo
troverei proprio nella ricerca di una comunità libresca, di una rete di autori
del presente e del passato, di amici legati dal gusto comune delle belle lettere
e della vita da letterato (qualcosa a metà strada tra la sprezzatura del dandy e
il nerdismo del bibliofilo). Ben più della cornice geografica, che scandisce la
pubblicazione del volume come primo pannello di una tetralogia dedicata al tema
dei confini e ordinata per punti cardinali (Malinconia dei confini rappresenta
il Nord, la Germania, “il paese dei racconti crudeli e delle insidie della
notte”), è l’amicizia ad apparire come il vero centro dell’opera. Accanto alle
raffinate tessiture tematiche, che fanno somigliare questo libro a cesellati
aggregati d’immaginario letterario come Praga magica di Ripellino o Danubio di
Magris, oltre le stratificazioni del Brandeburgo e i viaggi nel tempo (“Ogni
viaggiatore viaggia nel tempo”), oltre a Lenz, Buchner, Goethe, Heidegger,
Schiller, Chamisso, Fontane, eccetera e ‒ come estrema sintesi di tutto ciò ‒
troneggia l’Amicizia: quasi che il bisogno ultimo e inconfessato di chi scrive e
di chi legge fosse quello di gettare un ponte tra sé e l’altro, di creare una
comunità di affetti.
D’altronde l’amicizia stessa non ha molto a che fare con i confini? Non è
l’amicizia il più essenziale superamento di una frontiera, quello da cui tutti
gli altri derivano? La geopolitica non è forse la cristallizzazione su ampia
scala di rapporti psicologici? Il primo limen non è forse quello che ci divide
dai nostri simili, che separa un corpo da un altro?
Ecco dunque, nel libro di Enard, le colte riflessioni di Cicerone o Montaigne
sul tema dell’amicizia, ecco i viaggi dell’autore in compagnia di qualche anima
gemella, ecco i luoghi della convivialità come locali, taverne, ristoranti,
alberghi, ecco ancora i rapporti pensosi o burrascosi che unirono scrittori e
personaggi storici, ed ecco infine la guerra, dove la massima espressione della
brutalità dei confini diventa occasione di “una delle forme più violente ed
esclusive dell’amicizia, un’amicizia per la vita e per la morte”, quella
condivisa dai soldati al fronte ‒ la solidarietà degli assediati a Stalingrado
nelle pagine di Grossman, o l’agonia dei tedeschi bloccati nella “sacca” in
quelle di Theodor Plievier, o ancora quella degli italiani nei libri di Rigoni
Stern o Bedeschi. “La morte è una seminatrice, più che una falciatrice” e la
letteratura “cresce nel solco mortale, spunta dal carnaio come un papavero […]
capace di dare quella forma meravigliosa di oblio, quella forma sublime di oblio
che è la memoria, che è un libro”.
> Ben più della cornice geografica, che scandisce la pubblicazione del volume
> come primo pannello di una tetralogia dedicata al tema dei confini e ordinata
> per punti cardinali, è l’amicizia ad apparire come il vero centro dell’opera.
La stessa letteratura che nasce negli interstizi, nei margini e nelle trincee è
capace, in Malinconia dei confini, di portare sulle spalle la memoria di chi i
confini li attraversa suo malgrado, clandestinamente, o di chi i margini li
subisce come Rami, siriano torturato nel suo Paese durante la guerra civile,
incarcerato, poi fuggito in Germania e finito in un ospedale psichiatrico
berlinese. Proprio da un ospedale d’altronde prende le mosse il libro di Enard,
in particolare dal reparto neurologico dov’è ricoverata E., amica di vecchia di
data e compagna di avventure letterarie dell’autore, lettrice e traduttrice
professionista: è la sua triste vicenda a intonare questo lungo, malinconico
inno all’amicizia.
Tra le varie declinazioni dei “confini” e del loro rapporto con la letteratura
spicca infine quello che riguarda l’esplorazione delle frontiere del sé, dei
confini interiori: mesmerismo, magnetismo, ipnosi e dissociazione, gli effetti
della morfina e lo spiritualismo dei fluidi. Sono tutti fenomeni a cui Enard
dedica un bel capitolo intitolato La crociata contro se stessi: il letterato
veste allora gli abiti del mago o del necromante, attraversa il limite tra la
veglia e il sonno, comunica coi defunti (“Überall liegen Tote: i morti sono
ovunque”), evoca spiriti attraverso cui “spillare l’inconscio”. Non stupirà
dunque di incontrare a più riprese, tra queste pagine, un maestro indiscusso
dell’arte necromantico-letteraria, un illustre, originalissimo, wanderer come
W.G. Sebald. Nella triangolazione sciamanica tra spettri, memoria e scrittura,
l’autore di Austerlitz e di Gli anelli di Saturno rappresenta una specie di
Virgilio dantesco, una guida nelle profondità mistiche della Kultur tedesca.
> Tra le varie declinazioni dei “confini” e del loro rapporto con la letteratura
> spicca infine quello che riguarda l’esplorazione delle frontiere del sé, dei
> confini interiori: mesmerismo, magnetismo, ipnosi e dissociazione, gli effetti
> della morfina e lo spiritualismo dei fluidi.
Credo che chiunque abbia una grande passione tenda a vedere il mondo all’ombra o
sotto la lente di tale passione. Chi ama il calcio tenderà a tradurre tutto in
metafore calcistiche. Il letterato, o l’iperletterato come Mathias Enard,
potrebbe rappresentare la massima manifestazione di questa tendenza a
universalizzare il proprio mondo per un’ottima ragione, essendo stato così a
lungo, il libro, il Principe della cultura occidentale. Enard che, come ci
racconta in Malinconia dei confini, da bambino invece dei Queen ascoltava i
lieder di Schubert e che descrive il Berghain, famoso club berlinese, come un
girone infernale citando la Dannazione di Faust di Berlioz, o che ripete “come
tutti sanno” a proposito d’informazioni specialistiche sulla biografia di
scrittori che la maggior parte della gente neppure conosce di nome.
Enard assomma dunque, a volte in maniera un po’ caricaturale, i tratti
dell’homme de lettres che nella fine dell’autorità umanistico-libresca da figura
egemone diventa carbonaro, iniziato, marginale, e che in ogni modo cerca di
magnificare il proprio idolo detronizzato. Consapevole di vivere in un universo
mentale che appunto tramonta, lo scrittore chiama a sé i propri amici vivi e
morti, costruisce delicati mosaici di citazioni e analogie facendo della
malinconia una forma di vita e di un certo snobismo un’arma contro la brutalità
del presente. Nell’anacronismo Enard trova non soltanto una giustificazione alla
propria scrittura ma anche, credo, una forma di resistenza al dominio
dell’effimero. Se il digitale impone l’equivalenza di tutto, l’eterno presente
del cloud e l’impalpabile astrazione dei simulacri, la “cosa scritta” permette
ancora, secondo lui, di “percorrere la distanza tra il tempo di oggi e il tempo
di ieri”, di comporre mitologie alternative e staccare l’immaginazione
dall’eccesso di realtà che la tecnologia della comunicazione ci impone in ogni
momento.
Le ultime pagine di Malinconia dei confini sono dedicate alle nuvole: nuvole che
“danno alla testa” osservate da un aerostato nel “cielo sopra Berlino”, forse
simili ‒ suggerisce Enard ‒ a quelle che Robert Walser descrisse nelle sue
Piccole prose all’inizio del Novecento: piccole ma capaci, in un solo giro di
frase, di raggiungere grandi altitudini.
L'articolo L’ultimo dei letterati proviene da Il Tascabile.
N el 1947, all’interno del più ampio clima di rinnovamento culturale che aveva
portato, nello stesso anno, alla nascita del premio Strega, Alberto Mondadori –
nominato condirettore generale della casa editrice – istituì il premio
Mondadori. L’obiettivo era “cercare tra i giovani e i giovanissimi non
l’improbabile opera già perfettamente raggiunta, ma tre scrittori di qualità
positive e ancora irrequiete, tre temperamenti, tre rappresentanti di una
cultura in divenire”.
Tra gli oltre quattrocento romanzi inviati alla casa editrice, una commissione
di specialisti – presieduta da Giansiro Ferrata e composta, tra gli altri, da
Guido Lopez, Giorgio Monicelli, Alberto Vigevani, Maria Rosa Vignolo – fu
incaricata di selezionare tredici opere, dalle quali sarebbero poi stati scelti
i tre finalisti. Dopo discussioni accese che portarono alle dimissioni del
giurato Virgilio Brocchi, la scelta cadde su La parte difficile di Oreste Del
Buono, In Australia con mio nonno di Luigi Santucci, e Storia di Anna Drei di
Milena Milani. Quest’ultima, sostenuta dal critico Emilio Cecchi e forte dei due
voti in più ottenuti dal pubblico, si aggiudicò infine il premio: centomila lire
di riconoscimento simbolico, e soprattutto l’ingresso in qualità di prima
scrittrice donna nella nuova collana Medusa degli italiani, ispirata all’ormai
nota Medusa, nata nel 1933 e dedicata alla letteratura straniera. Nella seconda
di copertina dell’edizione del romanzo, Milena Milani veniva presentata come una
“giovane scrittrice che ha già fatto parlare di sé con un volume di poesie e uno
di racconti e che dimostra a ogni passo di conquistare sempre più una sua decisa
personalità nella giovane letteratura”.
L’autrice stessa, nella prefazione alla quarta edizione del 1978 di Storia di
Anna Drei, pubblicata da Rusconi, ricordava come il romanzo fosse stato scritto
nell’estate del 1947, nelle stanze della sua caotica abitazione veneziana, con
“il preciso proposito di vincere un premio di cui avevo trovato il bando”.
“Attaccai quel foglietto stampato al muro accanto al mio tavolo, con una
puntina, e ogni tanto lo rileggevo, un po’ emozionata, perché il concorso era
importante, doveva rivelare dei nuovi scrittori, e io non sapevo bene come fare,
ma avevo dentro di me tante cose che urgevano, e sentivo che dovevo dirle così
come erano, semplici e profonde allo stesso tempo”, scrive Milani, rivelando la
determinazione di una giovane donna a trasferire sulla pagina la propria
complessa interiorità e ad affermarsi, in qualità di scrittrice, all’interno
della più importante casa editrice italiana dell’epoca.
> Nel 1947 Milena Milani si aggiudicò il premio Mondadori centomila lire di
> riconoscimento simbolico, e soprattutto l’ingresso in qualità di prima
> scrittrice donna nella nuova collana Medusa degli italiani.
Al momento dell’entrata in Mondadori, Milena Milani era una ragazza di
trent’anni, nata a Savona, il 24 dicembre 1917, in una famiglia di tradizione
anarchico-antifascista (più volte ha ricordato che, se fosse nata maschio, i
suoi genitori le avrebbero dato il nome di “Lenin”). Dopo aver conseguito il
diploma presso l’Istituto magistrale della sua città, la giovane si trasferì a
Roma per frequentare l’Università La Sapienza. Alloggiava in via Sistina,
all’angolo con Piazza Barberini e, come le protagoniste dei suoi futuri romanzi
e racconti, amava vagabondare per le strade della capitale, nel tentativo di
recuperare il tempo perduto durante gli anni trascorsi nel clima di ristrettezza
della borghesia savonese. Divenne una habitué del Caffè Strega su via Veneto e
della terza saletta del Caffè Aragno su via del Corso, dove conobbe il suo
maestro, Vincenzo Cardarelli. “Mi interessavo alla gente, alle cose da vedere, e
in un certo senso anche a me stessa: tutto mi appariva racconto e romanzo, a
ogni istante trovavo l’inizio per una storia che poteva essere breve o lunga,
non lo sapevo, ma certo mi entusiasmava”.
Costretta, dopo l’8 settembre 1943, ad abbandonare la capitale a causa del clima
di repressione nazifascista, si spostò a Venezia. Qui, già nel maggio dello
stesso anno, un suo piccolo dipinto era stato esposto e venduto nella mostra di
scrittori-pittori, intitolata Il gioco del paradiso, curata dal giornalista e
letterato Renato Giani presso la Galleria del Cavallino, spazio espositivo sulla
Riva degli Schiavoni aperto nel 1942 e allestito da Carlo Scarpa. Il
proprietario era Carlo Cardazzo, collezionista, mercante d’arte ed editore
veneziano, che si legò sentimentalmente alla scrittrice e la introdusse al
vivace ambiente artistico dell’epoca. In questo contesto, Milani entrò in
contatto, tra gli altri, con artisti come Joan Miró, Vasilij Kandinskij, Pablo
Picasso e Filippo de Pisis. Fu proprio quest’ultimo il primo lettore delle sue
poesie e l’autore di quel ritratto a mano di Milani che apparve sulla copertina
della sua prima raccolta poetica, stampata nell’ottobre 1944, per i tipi delle
Edizioni del Cavallino, con il titolo di Ignoti furono i cieli.
Il volume raccoglie un’ottantina di componimenti poetici scritti dalla fine
degli anni Trenta al 1944 che, come osserva Monica Giachino in “La ragazza di
fronte. Milena Milani e le Edizioni del Cavallino”, si costruiscono attorno a
“una serie di antinomie ricorrenti, morte/vita, corpo/anima, terra/cielo,
infanzia/età che non trovano e neanche prevedono conciliazione e che si
traducono in tentazioni autodistruttive o nel desiderio di fuga in un altrove,
nella ricerca, delusa in partenza, di un paese innocente”. Quando, nel 1960,
Elio Filippo Accrocca chiese a Milani un autoritratto da includere
nell’antologia Ritratti su misura (1960), l’autrice espresse un giudizio
piuttosto severo nei confronti della sua prima produzione poetica, affermando di
aver avuto “il coraggio di stampare certe poesie che ora ripudio”. Nonostante
questo disconoscimento tardivo, Milani tornò più volte a sottolineare quanto,
fin dall’infanzia, fosse veementemente investita da un’urgenza irrefrenabile di
scrivere versi: “Scrivo da sempre poesie. Non so perché lo faccio. Per me è un
istinto”.
> “Mi interessavo alla gente, alle cose da vedere, e in un certo senso anche a
> me stessa: tutto mi appariva racconto e romanzo, a ogni istante trovavo
> l’inizio per una storia che poteva essere breve o lunga, non lo sapevo, ma
> certo mi entusiasmava”.
Dopo aver vinto a Milano il premio Rosa di Brera con il libro di racconti
L’estate, la scrittrice si dedicò alla stesura del suo romanzo d’esordio,
scritto a Venezia ma ambientato a Roma. Dedicato al compagno affettuosamente
soprannominato “Tommaso”, Storia di Anna Drei si apre in un freddo pomeriggio
invernale davanti al cinema Barberini quando una giovane ragazza si avvicina
all’anonima voce narrante, proponendole di entrare a vedere un film che si
rivelerà poi brutto e mal doppiato. Deluse, le due uscirono dalla sala e si
rifugiarono nella rosticceria sulla piazza dove ordinarono carne e pastasciutta.
Fu lì che l’io narrante osservò per la prima volta con attenzione quella
ragazza: il suo “viso chiaro composto, i capelli lisci dentro il berretto, il
colletto del cappotto rialzato”, gli “occhi scuri”, e le “belle mani con le dita
sottili”.
Il giorno seguente, durante una passeggiata nelle strade deserte delle due di
pomeriggio, prendono forma i luoghi della città, a cui Milani si sentirà per
sempre legata come da un filo invisibile, insieme all’ombra di Anna Drei che,
camminando con le mani affondate nelle tasche del cappotto, confida alla nuova
amica di non essere più innamorata, o meglio di non poterlo essere più. La sua
decisione è chiara: mettere fine alla propria vita, affondare, carne e ossa, in
“luoghi solitari dove non ci sono stagioni, rotolìo di anni”.
Anna Drei, venticinquenne che avverte su di sé il peso di mezzo secolo, la
ragazza che si dipinge le labbra per allontanare il bacio di un uomo, si
definisce nel suo manoscritto come “una donna che scrive”, ben consapevole che,
per questa volontà di narrarsi da sé, verrà tacciata di pazzia o presunzione.
“Creatura misteriosa, nata, vivente ancora”, Anna Drei si racconta come una
bambina nata da povera gente e cresciuta in una casa di “una città qualunque di
questo mondo”. Ricorda la voce debole della madre che canta mentre cuce i suoi
abiti scuri, le bambole di pezza, i fratelli che giocano a pallone nel cortile,
e l’assenza del padre, scappato con un’altra donna felice. Ricorda gli scambi
notturni e sottovoce tra la Anna-bambina nel letto e la minuscola regina issata
sulle spalle di un elefante di panno che le narrava la sua lunga avventura nel
mondo alla ricerca del perché dell’esistenza. Ferita, ricorda lo smarrimento
provato tra le mura di una grande città “desolata”, con le maschere di carnevale
dietro cui si celavano volti umani, le arance gettate addosso, e
quell’inquietante e continuo terrore di “unghie d’uomo che cercano”.
La ragazza che legge la storia di Anna Drei è la stessa che si ritrova a
piangere, sotto le coperte, in una povera stanza a piazza di Pietra, per lo
schiaffo ricevuto dal compagno in collera. È la stessa che ripensa con nostalgia
alle giornate primaverili lungo il Tevere dove, sulla sua acqua “d’oro” e
“pigra”, galleggiavano le imbarcazioni della società di canottaggio, e agli
appuntamenti amorosi trascorsi in silenzio, ad ascoltare il canto degli uccelli
nel verde di Villa Celimontana. Per placare quella nostalgia, per rispondere a
una domanda senza risposta, la ragazza si rifugia all’ultimo piano della
pensione di piazza Mignanelli, nella gelida camera di Anna Drei, allontanandosi
da quell’uomo, Mario, con cui aveva “fatto tutte le cose delle donne con gli
uomini”. Lunghe erano state infatti le notti in cui si era aggrappata come una
naufraga al corpo vivo e caldo di Mario verso cui ora provava solo timore e
ripugnanza. Nato in una società patriarcale ed eteronormativa che soffoca
l’espressione emotiva degli uomini, Mario sembra non dire mai quello che pensa,
e quelle piccole graffiature sulla vernice biancastra della finestra appaiono
come l’annuncio di un’aggressività più feroce e letale.
> A differenza della protagonista del suo romanzo d’esordio, Milena Milani
> desiderava diventare una “scrittrice importante” e, per tutta la vita,
> rivendicò la sua autorialità, contestando quel silenzio o quelle poche righe
> con cui la critica italiana era solita liquidare le sue opere.
Quando l’amica le restituisce il manoscritto, Anna Drei l’avvisa che “non c’è
niente di vero”, che è tutto “una pura invenzione di questo cervello”, che non è
altro che “una mediocre scrittrice” che non sa che farsene delle cose che
scrive. A differenza della protagonista del suo romanzo d’esordio, Milena Milani
desiderava diventare una “scrittrice importante” – così scrive nella lettera al
suo editore Alberto Mondadori (27 luglio 1947) – e, per tutta la vita, rivendicò
la sua autorialità, contestando quel silenzio o quelle poche righe con cui la
critica italiana era solita liquidare le sue opere. “I critici non leggono”
affermerà nella prefazione del 1978, “e se leggono lo fanno quando l’autore è
perlomeno sindaco o parente di un grosso industriale, oppure convivente
dell’anziano e importante scrittore. […] Io non sono niente di niente. Ma sono
aggressiva, anche rude, dico quello che penso, amo la libertà e non sono affatto
diplomatica, inoltre non appartengo a nessun clan, a nessuna mafia letteraria,
non ho corte né seguito, se non i miei lettori”.
Come evidenzia Sabina Ciminari nel saggio “Vorrei diventare una scrittrice
importante. L’esordio romanzesco di Milena Milani”, l’autrice prese più volte
parola per rivendicare la propria vittoria sui due concorrenti uomini al premio
Mondadori. In particolar modo, nel 1953, inviò una rettifica all’editore
segnalando come, su un numero del settimanale Epoca, “il suo nome come
vincitrice è fatto accanto a quello di Santucci e Del Bono, quando la
vincitrice, sottolinea, era stata invece solo lei”. Nello stesso testo critico,
Ciminari ricorda inoltre come, già nel 1949, la scrittrice fosse intervenuta con
decisione quando, nella terza di copertina di La provincia addormentata di
Michele Prisco – ventunesimo titolo della Medusa – il suo nome compariva per
ultimo nell’elenco degli autori della collana. Il 2 giugno 1949 scrisse infatti
ad Alberto Mondadori: “non so con quale criterio sia stato fatto questo elenco,
in cui io figuro ultima, mentre è doverosa consuetudine che gli elenchi vengano
compilati in ordine alfabetico, e ciò per non creare un valore di classifica,
indicativo per il lettore”.
Più tardi, dalla fine degli anni Cinquanta, tornò a rivolgersi al suo editore
richiedendo una seconda ristampa di Storia di Anna Drei, ormai esaurito.
L’iniziativa fu tuttavia più volte ostacolata dai pareri negativi di consulenti
e letterati autorevoli, tra cui Giuseppe Cintioli che definì quel romanzo
d’esordio come “un’opera sperimentale, e sempre nei limiti della letteratura
femminile”. La ristampa sarebbe arrivata solo dieci anni più tardi, nel 1964, lo
stesso anno in cui uscì la sua opera più celebre e discussa, La ragazza di nome
Giulio.
Il nuovo romanzo di Milena Milani – come spiega Angela Fabris in “Seduzioni e
scenari veneziani. La percezione del corpo e le categorie del maschile e del
femminile in La ragazza di nome Giulio”, – anticipò in forma narrativa temi che
diventeranno centrali negli studi degli anni Settanta: la messa in discussione
delle costruzioni patriarcali, eteronormative e fallocentriche, la
rinegoziazione dell’atto sessuale a partire dalle esigenze femminili, e
indipendentemente da quelle maschili, nonché la rappresentazione frammentaria
del corpo umano. Emblematica, in questo senso, la figura della governante Lia
che, di nascosto dalla madre, introduce Jules al piacere sessuale e la mette in
guardia dal piegarsi davanti al desiderio predatorio dei maschi. “Gli uomini lo
fanno per far figli, da soli non sanno far niente, hanno bisogno di noi”
sussurra Lia, accarezzando i capelli dell’innocente bambina.
> La ragazza di nome Giulio anticipò temi che diventeranno centrali negli studi
> degli anni Settanta come la messa in discussione delle costruzioni
> patriarcali, eteronormative e fallocentriche, la rinegoziazione dell’atto
> sessuale a partire dalle esigenze femminili, e indipendentemente da quelle
> maschili.
Già nel 1947, mentre conduceva una vita disordinata tra Roma, Venezia e Milano –
dove aveva inaugurato con il marito la Galleria sul Naviglio – Milani pensava a
un romanzo che desse voce al percorso esistenziale di una ragazza dell’alta
borghesia italiana, tra gli anni Trenta e Cinquanta. Attraverso la storia di
Jules voleva raccontare i desideri, le colpe, la solitudine, l’insoddisfazione
costante, il senso di vuoto abissale che segue l’esperienza eterosessuale, e la
volontà femminile di raggiungere il piacere come individuo autonomo.
Consapevole che un romanzo di questo tipo, nell’immediato secondo dopoguerra,
sarebbe stato motivo di scandalo e vergogna – “quel personaggio incandescente
che era la ragazza di nome Giulio, mi faceva paura, perché mi ero accorta che
stavo precorrendo i tempi” ricorderà nella postfazione alla nuova edizione del
romanzo, ripubblicato da Rusconi nel 1978 – l’autrice dovette attendere l’inizio
degli anni Sessanta per cominciare a scriverlo e portarlo poi a termine nella
casa di montagna a Cortina nell’inverno tra il 1961 e il 1962.
Quando lo diede in lettura al suo editore, ricevette un netto rifiuto: nella
scheda di lettura, firmata da Niccolò Gallo e Alberto Mondadori, il testo veniva
definito come “orrendo, impubblicabile”. Seguirono altri rifiuti e altre
critiche: Domenico Porzio, allora a Rizzoli, commentò sprezzantemente: “ci manca
una marocchinata e poi c’è tutto”, Giorgio Bassani usò i fogli del manoscritto
per scrivere cose sue e Geno Pampaloni reagì con un silenzio imbarazzato.
Scoraggiata dai ripetuti dinieghi, e sconvolta dalla morte del compagno,
scomparso per leucemia alla fine del 1963, Milena Milani accantonò il
manoscritto in un cassetto. Qualche tempo dopo, a Cortina, l’amico Arturo
Tofanelli, allora direttore del Tempo, le chiese di leggerlo e, entusiasta, lo
presentò all’editore Longanesi. Per volontà di Mario Monti e Goffredo Parise, il
libro venne pubblicato nell’aprile 1964 ma, come osserva lo studioso Alessandro
De Laurentiis, non tanto perché contribuisse a rivoluzionare “l’immaginario
legato alla rappresentazione dei personaggi femminili” quanto piuttosto per
creare un caso letterario sfruttando opportunisticamente “il potenziale elemento
scandalistico dei libri scritti da donne che trattano il tema del sesso in modi
considerati allora sfrontati e trasgressivi”.
A qualche mese dalla sua uscita in libreria, il romanzo venne però sequestrato,
il piombo tipografico distrutto e l’autrice incriminata con l’accusa di
oltraggio al comune senso del pudore, ai sensi all’articolo 528 del Codice
penale. Le denunce giunsero soprattutto da associazioni cattoliche e maestre di
scuole e portarono all’interruzione delle sue collaborazioni con giornali e
riviste italiane. Dopo essere stati condannati in primo grado dal tribunale di
Milano alla pena di reclusione per sei mesi e a una multa di centomila lire,
Milani e Mario Monti ricorsero in appello e, grazie a una sentenza del pubblico
ministero, nel 1968 furono infine assolti con formula piena. A essere messa
sotto giudizio, in quel tribunale di Milano, non è tanto il romanzo quanto la
sua protagonista, incoerentemente identificata con la persona fisica di Milani:
una scrittrice più matura che, nel clima repressivo e ipercattolico degli anni
Sessanta, osava sfidare le convenzioni patriarcali e offendere istituzioni sacre
quali la famiglia e la maternità.
> A qualche mese dall’uscita in libreria, La ragazza di nome Giulio venne
> sequestrato, il piombo tipografico distrutto e l’autrice incriminata con
> l’accusa di oltraggio al comune senso del pudore, ai sensi all’articolo 528
> del Codice penale.
Dopo la vittoria al processo e la sofferta morte del marito, Milani dovette
rinunciare a ogni attività nelle due gallerie di Venezia e di Milano, ereditate
rispettivamente dal fratello di Codazzo e dai suoi figli. Tornò quindi nella
regione natale dove prese in affitto un appartamento nel Palazzo di Vetro ad
Albissola Marina. Amante da sempre dell’avventura, continuò a viaggiare per
tutto il mondo e a frequentare assiduamente Milano dove aveva sede Rusconi, il
nuovo editore che pubblicò tutte le sue opere più recenti, tra cui Oggetto
sessuale (1977) e La rossa di Via Tadino (1979).
Nello stesso tempo, proseguì la sua attività artistica, cominciata fin da
bambina, dipingendo piccoli quadri decorati da scritte e specializzandosi nella
fabbricazione di manufatti in ceramica dai colori vivaci e intensi. Nel 1953
vinse un premio alla VIII Mostra nazionale della ceramica di Venezia con un
servizio di frutta e, nel maggio del 1965, fu inaugurata la sua prima personale
a Trento, presso la Galleria L’Argentario di Ines Fedrizzi. Nel catalogo
dell’esposizione, curata dal critico Garibaldo Marussi, Milani scrive: “In certi
giorni, di sera specialmente, quando ho bisogno di stare maggiormente con me
stessa, incomincio a dipingere i miei quadri-scritti. […] Fare questi quadri o
queste ceramiche è la mia oasi segreta, una necessità e un hobby ai quali non
saprei rinunciare. Il tempo passa più in fretta e non mi annoio mai”.
Prima che tutto avesse inizio ‒ prima dei trasferimenti a Roma, poi a Venezia e
a Milano, prima che scoppiasse la guerra ‒ quando Milani era ancora una ragazza
di provincia, desiderosa di scoprire il mondo, ogni mattina montava in sella
alla sua bicicletta e, di nascosto dai genitori, pedalava verso Albisola.
Proclamata da Marinetti capitale della ceramica futurista, la cittadina ligure
riuniva allora una vivace comunità di artisti, tra cui Tullio d’Albisola e Lucio
Fontana, dai quali Milani imparò la passione per l’arte. Nonostante la distanza,
la scrittrice non dimenticò mai il legame profondo con la sua Liguria e, nei
primi anni Duemila, poco prima della morte avvenuta nel 2013, scelse di donare a
Savona la propria collezione privata di dipinti affinché la città natale potesse
avere un’istituzione culturale dove conoscere i più grandi artisti italiani e
internazionali della seconda metà del Novecento.
La Fondazione d’Arte Contemporanea Milena Milani in memoria di Carlo Cardazzo,
ospitata nelle sale di Palazzo Gavotti, conserva ed espone opere di Giuseppe
Capogrossi, Lucio Fontana, Asger Jorn e di maestri del Surrealismo quali Man
Ray, Joan Mirò, René Magritte. Un’intera sala è dedicata ai ritratti che grandi
artisti – Picasso, Crippa e lo stesso Fontana – fecero alla scrittrice, con la
sua folta chioma nera e i suoi grandi occhi scuri.
L'articolo Milena Milani, una donna che scrive proviene da Il Tascabile.