U na mano coperta con un guanto di lattice si infila in una gabbia dalle pareti
trasparenti. Ad aspettarla c’è un ratto: è in piedi sulle zampe posteriori e il
muso è rivolto verso l’alto. Non fa quasi in tempo a rendersene conto e si
ritrova pancia all’aria con delle dita umane che gliela sfiorano velocemente.
Quando lo stimolo cessa, il roditore non appare spaventato e cerca con i suoi
piccoli occhi quella strana appendice in movimento. Durante la stimolazione
tattile ha emesso dei suoni alla frequenza di 50 kHz, vocalizzazioni che il
nostro orecchio non è in grado di percepire.
Il neuroscienziato Jaak Panksepp e il suo gruppo di ricerca, però, sono riusciti
a catturare questa risposta e quella di altri conspecifici con un’apposita
strumentazione e puntano a dimostrare che quegli ultrasuoni prodotti per il
solletico, così come durante interazioni positive tra coppie di ratti, sono
indicatori di esperienze piacevoli. È il 2007 quando Panksepp conferma il legame
tra i suoni ad alta frequenza emessi dai roditori e il riso umano, offrendo così
nuove direzioni di sviluppo alla ricerca etologica e neuroscientifica negli
animali. La psicologia e la psichiatria si erano da sempre concentrate sulle
emozioni negative ed erano queste ultime che scienziate e scienziati studiavano
sugli animali da laboratorio, in particolar modo su topi e ratti. Quella risata
ad altissima frequenza è destinata a lasciare un segno: suscita nuove domande
sull’evoluzione delle emozioni, sugli effetti di esperienze positive e su come
esse influenzino la vita degli animali umani e non umani.
Ci sono roditori costretti a vivere in gabbie asettiche e senza stimoli nei
laboratori di ricerca, bovini condannati a esistenze confinate negli
allevamenti, monotone e senza alternative, specie selvatiche destinate a una
quotidianità di spazi e scelte limitate negli zoo, cani spesso rassegnati a un
“fine pena mai” nei canili o privati delle occasioni per esprimere le
motivazioni proprie della loro specie e razza, parcheggiati sui divani di
eleganti dimore cittadine. Cercare di evitare loro dolore e sofferenza è stato
il primo passo nello sviluppo di quel campo di ricerca chiamato benessere
animale. Dopo aver attraversato decenni di cambiamenti sociali, scelte
politiche, progresso scientifico e riflessioni etiche, oggi in questo settore si
lavora affinché gli animali che sono sotto il nostro controllo possano accedere
a esperienze positive e compiere, sia pure in un modo incompleto e vincolato, la
propria ricerca della felicità.
Animali macchina
“Cibo a buon mercato? Sì! Ma è cibo buono? Vitelli ‘broiler’ – in prigione a
vita!”.
La frase appariva a caratteri cubitali in un opuscolo del 1961. Un gruppo di
attivisti per i diritti degli animali lo lasciò scivolare sotto la porta di una
studentessa di arti drammatiche che, negli anni della guerra, aveva prestato
servizio come infermiera. Il suo nome era Ruth Harrison. Le immagini stampate
sui fogli in bianco e nero, foto di vitelli, galline ovaiole e broiler (i polli
da carne) in condizioni di degrado la turbarono: era già vegetariana, ma non
aveva mai riflettuto sulla possibilità di impegnarsi in prima persona per
garantire un’esistenza migliore a quegli animali che continuavano a rimanere
negli allevamenti intensivi del Regno Unito. Sentì di avere una responsabilità e
decise di capire se ciò che veniva mostrato dalla campagna di sensibilizzazione
della Crusade against all cruelty to animals fosse vero. Il risultato delle sue
indagini fu il celebre libro Animal Machines, pubblicato nel 1964 e accompagnato
dalla prefazione di Rachel Carson che, solo due anni prima, aveva dato alle
stampe Primavera silenziosa, un saggio di denuncia sui rischi dell’uso
indiscriminato di pesticidi in agricoltura.
> Proprio come Primavera silenziosa di Rachel Carson esercitò un impatto sulle
> politiche ambientali degli Stati Uniti, così Animal Machines di Ruth Harrison
> scosse l’opinione pubblica e il governo britannico, mostrando le sofferenze a
> cui venivano sottoposti gli animali per aumentare la produttività.
Harrison mostrò al grande pubblico le pratiche a cui venivano sottoposti gli
animali per aumentare la produttività: gli spazi ristretti in cui vivevano,
l’amputazione della coda dei piccoli suini per evitarne la morsicatura, o ancora
il taglio dell’estremità del becco praticato nei pulcini per prevenire ferimenti
ed episodi di cannibalismo in aree ad alta densità di esemplari. Proprio come
Primavera silenziosa esercitò un impatto sulle politiche ambientali degli Stati
Uniti, così Animal Machines scosse l’opinione pubblica e il governo britannico.
Davanti al lavoro investigativo dell’autrice e alla reazione di lettrici e
lettori, quest’ultimo ordinò un’indagine che venne affidata a un comitato di
esperti, in cui fu inclusa Harrison, presieduto dallo zoologo Francis William
Rogers Brambell. Le indagini del Comitato Brambell confermarono ciò che veniva
descritto nel libro e, nel 1965, confluirono nel Rapporto Brambell, un documento
che delineava quelli che avrebbero dovuto essere i principi biologici ed etici
dell’allevamento e che riconobbe l’importanza dello studio del comportamento
degli animali nella valutazione del loro benessere.
Il Comitato scrisse:
> Qualsiasi tentativo di valutare il benessere deve, pertanto, tenere conto
> delle prove scientifiche disponibili riguardanti le sensazioni degli animali
> che possono essere dedotte dalla loro struttura e dalle loro funzioni, nonché
> dal loro comportamento. […] Riconosciamo che le informazioni scientifiche
> disponibili riguardanti il comportamento degli animali domestici sono
> inadeguate sotto molti aspetti per i nostri scopi e che è necessario molto
> altro lavoro in questo campo prima di poter essere soddisfatti del loro
> benessere.
Lo svelamento delle condizioni in cui versavano gli animali nei primi
allevamenti intensivi aveva acceso la scintilla per lo sviluppo di una nuova
disciplina: l’Animal Welfare Science, la scienza del benessere animale.
Definire il benessere animale
Sebbene nel Rapporto Brambell non ci fosse una definizione specifica di
benessere animale, nel corso del tempo ci sono stati numerosi tentativi di
strutturare questa materia. L’obiettivo era duplice: costruire modelli di
comprensione, valutazione e intervento per i professionisti in campo e fornire
una descrizione che potesse essere facilmente colta da quel pubblico a cui
Animal Machines aveva aperto gli occhi.
Una delle prime definizioni di benessere animale è quella di Donald M. Broom,
professore emerito di Animal Welfare dell’Università di Cambridge, che tra gli
anni Ottanta e Novanta del Novecento lo descrive come la condizione di un
animale in relazione alla sua capacità di far fronte (coping) al proprio
ambiente. È una definizione che si basa soprattutto sulla salute fisica di un
animale: una gallina reagisce a un disturbo temporaneo, che può essere ad
esempio il freddo, attivando risposte che le permettono di tornare rapidamente
alla condizione iniziale, come trovare il modo di riscaldarsi.
> Solo recentemente alcune scienziate e scienziati hanno proposto di porre al
> centro del discorso sul benessere animale gli stati affettivi, spostando
> l’attenzione verso la promozione di esperienze emotive positive.
Quello della salute fisica è stato storicamente il filo conduttore principale
del benessere animale e, in un primo momento, la comunità scientifica si è
concentrata sulla modifica o eliminazione di condizioni lesive dello stato
fisico degli animali. Nel corso degli anni nel benessere animale è stato poi
integrato anche il concetto di comportamento naturale, ossia il comportamento
tipico delle specie, osservato negli animali quando vivono negli ambienti in cui
si sono evoluti i loro antenati oppure in spazi, realizzati dall’essere umano,
che offrono una libertà di movimento simile.
Come riporta la biologa ed etologa Marian Stamp Dawkins nel suo saggio The
Science of Animal Welfare. Understanding What Animals Want (2021), il
comportamento naturale è importante poiché suggerisce elementi che gli animali
potrebbero desiderare, non sempre facilmente intuibili attraverso la nostra
percezione del mondo, però non definisce di per sé cosa sia il benessere. Per
collegarlo solidamente a quest’ultimo, il comportamento naturale deve essere
affiancato ad altre informazioni. “Naturale” non è in automatico sinonimo di
“migliore”: essere inseguiti e catturati da un predatore è naturale per molti
animali selvatici, ma non contribuisce positivamente al loro benessere dal
momento che cercano attivamente di evitarlo. Solo recentemente alcune scienziate
e scienziati hanno proposto di porre al centro del discorso sul benessere
animale gli stati affettivi, spostando l’attenzione verso la promozione di
esperienze emotive positive.
Si tratta, dunque, di un panorama scientifico e culturale in trasformazione, in
cui le diverse visioni si avvicendano e producono nuovi modelli scientifici per
la valutazione del benessere animale. I quadri di riferimento, inizialmente
progettati per stabilire degli standard che riducessero in particolar modo la
sofferenza, sono stati gradualmente rivisti sino a raggiungere l’attuale
prospettiva di promozione di stati positivi. Tra i modelli più utilizzati e
citati ci sono quello delle Cinque libertà e quello dei Cinque domini.
Già nel suo rapporto, il Comitato Brambell aveva introdotto una prima
formulazione del modello delle Cinque libertà, poi ampliato nel 1979 dal Farm
Animal Welfare Council, secondo cui gli animali devono essere liberi dalla fame
e dalla sete, grazie all’accesso ad acqua fresca e a un’alimentazione adeguata;
liberi dal disagio, attraverso un ambiente idoneo che offra riparo e luoghi per
il riposo; liberi dal dolore, dalle ferite e dalle malattie, tramite
prevenzione, diagnosi tempestiva e cure appropriate; liberi di esprimere i
comportamenti naturali, disponendo di spazio sufficiente, strutture adeguate e
della compagnia dei propri simili, se gradita; liberi dalla paura e
dall’angoscia, evitando qualsiasi forma di sofferenza. Si parla, quindi, di
rifuggire condizioni negative, principalmente legate alla salute fisica.
> Il modello di Mellor valuta il benessere animale attraverso quattro domini
> funzionali: nutrizione, ambiente, salute fisica e comportamento. Questi
> contribuiscono a definire lo stato mentale dell’animale, ossia il quinto
> dominio, che include sensazioni quali dolore, paura, appagamento o piacere.
La salute psicologica e le emozioni positive sono state prese maggiormente in
considerazione dal fisiologo David Mellor che, nel 1994, ha formulato il modello
dei Cinque domini, aggiornato in numerose nuove versioni dal 2001 a oggi, per
integrare al suo interno le più recenti scoperte scientifiche. Il modello di
Mellor valuta il benessere animale attraverso quattro domini funzionali
(nutrizione, ambiente, salute fisica e comportamento), i quali contribuiscono a
definire lo stato mentale dell’animale, che rappresenta il quinto dominio e
include sensazioni quali dolore, paura, appagamento o piacere. Questo sistema di
valutazione riconosce negli animali la capacità di provare emozioni e vivere
stati psicologici che incidono sul loro benessere complessivo, attribuendo
quindi allo stato mentale un ruolo centrale. Il modello dei Cinque domini
aggiunge, inoltre, un ulteriore tassello: suggerisce la necessità di ridurre al
minimo le esperienze negative e, allo stesso tempo, di fornire agli animali
opportunità di accedere a esperienze positive. Diventa, perciò, essenziale
capire se e in quali situazioni ciò accade, conoscere i diversi repertori e i
comportamenti tipici di ciascuna specie e saperli osservare, misurare e
descrivere. È proprio questo l’ambito della disciplina del Positive animal
welfare (PAW), il benessere animale positivo.
Il PAW e lo studio delle emozioni animali
“Ritengo che vi siano due modi principali per definire il Positive animal
welfare (PAW): come stato di un animale o come campo di ricerca. La definizione
incentrata sullo stato seguirebbe quella fornita da Rault et al. nel 2025: un
prosperare attraverso l’esperienza di stati mentali prevalentemente positivi e
lo sviluppo di competenza e resilienza”, spiega a Il Tascabile Laura Webb,
etologa della Wageningen University e vicepresidente del progetto COST Action
Lifting farm animal lives: “Il PAW può anche essere visto come un sottocampo
della scienza del benessere animale che si focalizza sulla comprensione, la
valutazione e la promozione di stati affettivi positivi e di una vita buona (o
prospera) negli animali”. Webb e il suo gruppo di ricerca traggono ispirazione
dalla psicologia umana per identificare indicatori non verbali di emozioni
positive e felicità applicabili alle altre specie. Definire cosa siano le
emozioni e quando sia corretto attribuirle agli animali non umani non è
semplice, anche per un radicato timore di un eccessivo antropomorfismo da parte
della comunità scientifica. La ricerca, sebbene stia progredendo, è ancora in
una fase pioneristica.
> Al contrario di noi, gli animali non umani non possono esprimere ciò che
> sentono a parole, quindi il lavoro di scienziate e scienziati si sta
> concentrando sull’analisi di indicatori la cui misurazione possa confermare i
> loro stati affettivi.
Nel 1946 lo psicologo Donald Olding Hebb descrisse le emozioni come “determinati
stati neurofisiologici, inferiti dal comportamento, dei quali si sa poco se non
che, per definizione, essi predispongono a determinati tipi specifici di
azione”. L’etologo Marc Bekoff affermò nel 2000 che fossero fenomeni psicologici
che aiutano nella gestione e controllo del comportamento, mentre per il
primatologo Frans de Waal l’emozione è uno stato temporaneo indotto da stimoli
esterni biologicamente rilevanti, caratterizzato da specifici cambiamenti nel
corpo e nella mente dell’organismo. Gli studiosi di comportamento animale
Elizabeth Paul e Michael Mendl, in una pubblicazione del 2018, cercano di
raccogliere le caratteristiche comuni emerse storicamente e affermano che
un’emozione è una risposta costituita da più componenti a uno stimolo o a un
evento che è tipicamente di importanza per l’individuo, è sempre dotata di una
valenza, piacevole o spiacevole, e può variare in termini di
attivazione/eccitazione (arousal) e di durata/persistenza. Ad esempio, giocare
può stimolare gioia, un’emozione dalla valenza positiva, dall’attivazione
potenzialmente elevata e dalla durata breve. Al contrario di noi, gli animali
non umani non possono esprimere ciò che sentono a parole, quindi il lavoro di
scienziate e scienziati si sta concentrando sull’analisi di indicatori la cui
misurazione possa confermare i loro stati affettivi. Gli indicatori possono
essere diversi per specie e riguardano valori legati alla fisiologia,
osservazioni comportamentali e risposte cognitive.
Il ratto di Panksepp emetteva il caratteristico segnale acustico a 50 kHz quando
solleticato da una mano umana e durante interazioni positive tra coppie di
individui. Dunque la vocalizzazione sembrava un valido indizio, fino a quando
alcuni studi hanno mostrato che era presente pure nei roditori sottoposti a
eutanasia con anidride carbonica, una situazione che è stato dimostrato essi si
impegnano a evitare. L’esame di un unico indicatore non basta a etichettare una
condizione come positiva o negativa. “Esistono molti indicatori promettenti
nell’ambito del comportamento, tra cui le vocalizzazioni, le posture delle
orecchie e della coda e il comportamento di gioco”, chiarisce Webb: “Stiamo
inoltre indagando indicatori cognitivi e fisiologici dello stato affettivo
cumulativo”.
> Gli stati affettivi positivi negli animali nascono da esperienze gratificanti,
> come poter scegliere, perseguire degli obiettivi e ottenere i risultati
> voluti. Non basta evitare condizioni negative: gli animali devono poter
> desiderare qualcosa e trarne piacere.
Non è, infatti, il singolo evento a dare forma a quella “vita degna di essere
vissuta” citata in numerosi modelli di benessere animale: sperimentare
quotidianamente esperienze che facciano scaturire emozioni positive può
significare influenzare stati affettivi più duraturi come l’umore e disposizioni
più persistenti e prolungate. È quando il bilancio propende a favore degli stati
positivi in una finestra temporale sufficientemente ampia che, secondo alcune
teorie, si raggiunge quella che noi chiamiamo felicità.
Gli stati affettivi positivi negli animali nascono da esperienze gratificanti,
come poter scegliere, perseguire degli obiettivi e ottenere i risultati voluti.
Non è sufficiente evitare condizioni negative: è fondamentale che gli animali
abbiano la possibilità di desiderare qualcosa e di trarne piacere. Come
sottolinea Marian Stamp Dawkins, il benessere animale non dipende solo dalla
salute, ma anche dalla capacità di offrire agli animali ciò che vogliono. Le
preferenze variano da individuo a individuo e sono influenzate da diversi
fattori, tra cui la specie di appartenenza, la personalità, la genetica, lo
sviluppo e le esperienze vissute. Per questo, il benessere positivo si valuta
attraverso un’osservazione diretta e prolungata, che tenga conto dell’intero
arco della vita e delle caratteristiche specifiche di ciascun animale.
Osservare da vicino gli animali per capire cosa desiderano può portare a
risultati sorprendenti. Lo racconta Laura Webb, che durante il suo dottorato ha
studiato diversi regimi alimentari per migliorare il benessere dei vitelli. In
alcuni esperimenti, ai vitelli veniva offerta la possibilità di scegliere
liberamente tra vari alimenti, come fieno a fibra lunga o paglia, disposti in
rastrelliere. I bovini infilavano la testa nel fieno, lo annusavano e lo
lanciavano in aria, in un comportamento che ricordava il gioco. In un altro
studio, invece, i vitelli estraevano la paglia dalle rastrelliere e la usavano
per crearsi una lettiera sul pavimento fessurato.
> Il benessere animale non dipende solo dalla salute, ma anche dalla capacità di
> offrire agli animali ciò che vogliono.
“Credo sia necessario ricordare che un elemento specifico nella vita di un
animale può avere molteplici utilizzi e può rivelarsi, in definitiva, più
piacevole di quanto ci si potesse inizialmente aspettare”, sottolinea l’etologa:
“Lo stesso vale, ad esempio, quando si pensa all’inserimento di alberi: gli
alberi sono molto più di una semplice struttura che offre ombra per alleviare lo
stress da calore, poiché le vacche nei sistemi silvopastorali ne mangiano i
frutti, tirano i rami e si strofinano contro il tronco. Pertanto, gli alberi
promuovono la diversità comportamentale oltre a fornire ombra, aumentando
l’autonomia e la propensione a sperimentare stati emotivi più positivi”.
Positive animal welfare, una rivoluzione?
Il Positive animal welfare ha assunto una connotazione più precisa nel 2007 con
la pubblicazione della review “Assessment of positive emotions in animals to
improve their welfare” nella rivista scientifica Physiology & Behavior. Alcune
autrici e autori ne contestano in parte la portata innovativa rispetto ai
precedenti modelli di benessere animale: i Cinque domini avevano già assicurato
un ampio spazio alla salute psicologica degli animali e alle emozioni positive,
e anche altri modelli le avevano inserite nella propria struttura. “Credo che
molti altri quadri teorici sul benessere animale presentino componenti relative
al benessere animale positivo. Le Cinque libertà includono la promozione dei
comportamenti naturali, il che è probabilmente legato al fornire agli animali
maggiore scelta e controllo, e quindi agentività. Il modello dei Cinque domini
menziona specificamente, in aggiunta, gli stati affettivi come rilevanti”,
chiarisce Webb: “Questi quadri teorici possono talvolta fornire modi più pratici
per formalizzare e valutare il benessere animale. A livello teorico, penso che
molti scienziati concordino sul fatto che il benessere animale sia
concettualizzato come due componenti interconnesse, tra cui una componente
affettiva/edonica, ossia l’accumulo e l’equilibrio di stati affettivi positivi e
negativi nel tempo, e una componente cognitiva che coinvolge la costruzione di
abilità/competenze e resilienza”.
> Il Positive Animal Welfare può aiutare a migliorare la vita degli animali,
> evitando loro sofferenze e promuovendo esperienze positive. Eppure questa
> ricerca della felicità può risultare dissonante, considerando che stiamo
> comunque piegando le loro esistenze alle nostre necessità.
Un progetto come Lifting farm animal lives, quindi la realizzazione di un
network scientifico-tecnologico tra centri di ricerca europei in grado di
esercitare un impatto sui decisori politici e sugli organismi normativi,
rappresenta un progresso. È un nuovo capitolo per la scienza del benessere
animale, che coinvolgerà la zootecnia e tutti quei contesti in cui gli animali
sono costretti alla cattività, come zoo, allevamenti, canili, le nostre case ‒
tra cani, gatti, roditori, conigli, uccelli e altre specie esotiche ‒ e
laboratori di ricerca biomedica, proprio quegli stessi luoghi in cui vivevano i
ratti che hanno condotto Jaak Panksepp verso la scoperta del riso murino.
Il Positive animal welfare ci aiuta a capire come migliorare la vita degli
animali, non solo evitando loro sofferenze, ma promuovendo esperienze positive.
Eppure questa ricerca della felicità può essere percepita come dissonante quando
realizziamo che disponiamo comunque delle loro esistenze per piegarle alle
nostre necessità. Come scrive Marian Stamp Dawkins nelle ultime pagine di The
Science of Animal Welfare:
> può essere un contributo prezioso per i dibattiti sul benessere animale (così
> come per la nostra riflessione personale) tentare di separare i disaccordi sui
> fatti che apprendiamo dalla scienza del benessere animale dai disaccordi sui
> valori etici, e separare entrambi dai passi pratici che potrebbero essere
> intrapresi nel mondo reale per attuare il cambiamento.
L'articolo La ricerca della felicità animale proviene da Il Tascabile.
Tag - etologia
T oc. È il suono dello zoccolo di Hans: il cavallo capace di contare,
riconoscere le carte da gioco e persino leggere nel pensiero. Ha appena poggiato
la zampa su un cartellino con il numero “quattro” disegnato in superficie, il
risultato corretto di una sottrazione. Siamo nei primi anni del Novecento e una
commissione di scienziati è riunita a casa di Wilhelm von Osten, insegnante di
matematica in pensione di Berlino, per verificare che le prodigiose abilità di
Hans, il suo cavallo, non siano una frode. E tali non sembrano: sa risolvere
calcoli, riconoscere forme geometriche e indovinare a quale numero sta pensando
un umano di fronte a lui. Eppure il biologo e psicologo Oskar Pfungst non è
convinto e ripropone all’animale i test, questa volta con alcune modifiche: gli
sperimentatori non dovranno conoscere le risposte ai quesiti posti o non
dovranno essere visibili al cavallo. Hans non risponde più e Pfungst, in questo
modo, scopre che l’equino non sarà un bravo matematico, ma è un eccellente
osservatore: riesce a leggere i piccoli segnali del volto e del resto del corpo
di von Osten e dei membri della commissione che in qualche modo indicano che sta
toccando o sta per toccare il numero corretto. Nasce così l’effetto Clever Hans,
che indica il rischio da parte degli esseri umani di dare al soggetto testato un
suggerimento involontario sul comportamento desiderato.
> Nel corso della storia i cavalli sono stati cibo, mezzi di trasporto, forza
> agricola, armi da guerra, campioni sportivi, status symbol, compagni e
> mediatori terapeutici. Solo negli ultimi anni abbiamo iniziato a studiare i
> loro reali bisogni, il modo in cui percepiscono il mondo e perfino alcuni
> aspetti della loro vita interiore.
Nel teatro delle civiltà umane, i cavalli sono stati costretti a recitare
innumerevoli ruoli. Se per il vecchio maestro in pensione doveva essere lo
sbalorditivo esemplare a cui aveva insegnato a comportarsi come un umano, in
generale, nella storia delle nostre società, questi animali sono stati cibo,
mezzi di locomozione, strumenti agricoli, armi da guerra, campioni sportivi,
status symbol, compagni di vita e mediatori terapeutici. Uno di loro stava
persino per essere nominato console dall’imperatore Caligola, almeno così
scriveva Svetonio.
Solo negli ultimi anni la ricerca sul comportamento animale sta iniziando a
restituirci un’immagine più autentica dei cavalli, svelando i loro reali
bisogni, il modo in cui percepiscono il mondo e perfino alcuni aspetti della
loro vita interiore, al di là delle nostre proiezioni e stereotipi.
Umani e cavalli: due destini che si uniscono
La storia degli Equidae, la famiglia a cui appartengono i cavalli, inizia circa
55 milioni di anni fa, in America. Nell’Eocene apparve il primo antenato del
cavallo, l’Hyracotherium, i cui resti fossili ritrovati in America
Settentrionale ed Europa rivelavano le sembianze di un mammifero molto diverso
dal fiero destriero a cui noi tutti siamo abituati: aveva dimensioni simili a
quelle di un cane di taglia medio-piccola, cranio tozzo e zampe sottili. Persino
i paleontologi fecero fatica a ricollegarlo ai cavalli prima del ritrovamento
dei resti di altri antenati, ultimo il Pliohippus, da cui si è evoluto il genere
Equus circa 4-4,5 milioni di anni fa, durante il Pliocene. Nel corso di poche
decine di milioni di anni l’evoluzione apportò numerosi cambiamenti, tra cui
l’aumento di dimensioni, la riduzione del numero di dita, la modifica della
morfologia dei denti affinché fossero adatti al pascolo, l’allungamento del muso
e l’incremento del volume e della complessità del cervello.
> Il controllo della riproduzione dei cavalli moderni è emerso intorno al 2200
> a.C. nelle steppe pontico-caspiche, attraverso l’accoppiamento tra
> consanguinei stretti per selezionare le caratteristiche più utili.
Fu alla fine del Pleistocene che il destino dei cavalli cambiò drasticamente. Se
in America Settentrionale scomparvero intorno a 10.000 anni fa, nel Vecchio
mondo vissero abbastanza a lungo da incontrare l’essere umano ed essere
domesticati. Le pareti dipinte delle grotte di Lascaux, Altamira e Pech-Merle
testimoniano l’attrazione che il cavallo aveva iniziato a esercitare sui nostri
progenitori nel Paleolitico, con le loro rappresentazioni accurate, forse
propiziatorie o dettate dal senso di libertà che la loro corsa probabilmente
evocava. I primi tentativi di domesticazione, però, avvennero molto tempo dopo:
le prime tracce risalgono soltanto a circa 5.500 anni fa e appartengono ad
alcuni antichi insediamenti semisedentari localizzati nell’attuale Kazakistan
settentrionale. Nei pressi del sito archeologico di Botaï sono stati rinvenuti
resti ossei, appartenenti a centinaia di cavalli, che mostrano l’uso di briglie,
di recinzioni, e altri ritrovamenti che costituiscono indizi sulla loro
mungitura per ricavarne latte da bere, pratica diffusa ancora oggi in Mongolia.
Per molto tempo si è creduto che i nostri cavalli fossero i diretti discendenti
di quelli di Botaï, ma recenti analisi genetiche hanno smentito questa ipotesi.
Gli equidi del Kazakistan non vennero selezionati e utilizzati per il trasporto
su larga scala. Questo sarebbe accaduto solo verso la fine del terzo millennio
a.C. Uno studio pubblicato su Nature nel 2024 ha rivelato che il controllo della
riproduzione della linea dei cavalli moderni è emerso intorno al 2200 a.C. nelle
steppe pontico-caspiche, attraverso l’accoppiamento tra consanguinei stretti per
selezionare le caratteristiche più utili. Il controllo riproduttivo ha coinciso
con una rapida espansione dei nuovi cavalli in tutta l’Eurasia, che ha portato
alla sostituzione di quasi tutte le linee locali. Iniziava così la storia umana
della mobilità su vasta scala. Le date ottenute dalle analisi genetiche e
dall’esame dei reperti archeologici sono di particolare importanza anche perché
contraddicono una delle narrazioni più diffuse sullo sviluppo delle culture
umane, secondo cui grandi mandrie di cavalli avrebbero accompagnato la massiccia
migrazione dei popoli delle steppe che diffusero le lingue indoeuropee
attraverso l’Europa intorno al 3000 a.C. A quell’epoca non avevamo ancora domato
il DNA dei cavalli selvatici.
La domesticazione del cavallo rivoluzionò il modo di viaggiare e per migliaia di
anni fu questa specie a segnare i confini del trasporto via terra, finché il
treno, nel Diciannovesimo secolo, aprì una nuova era. Solo con l’avvento
dell’automobile, nel secolo successivo, i cavalli persero definitivamente il
loro ruolo centrale nei trasporti. Il retaggio di questo passato, però, è ancora
ben visibile: molte strade ricalcano antichi percorsi tracciati per i cavalli e
la potenza dei motori continua a misurarsi proprio in “cavalli”. Lasciarono
un’impronta profonda anche nelle guerre e vennero usati fino al primo conflitto
mondiale, in cui furono indispensabili poiché trainavano rifornimenti,
munizioni, artiglieria e feriti.
Un animale, tanti ruoli
Il poderoso e imponente percheron, originario del Nord della Francia, plasmato
per le battaglie, per i trasporti e i lavori agricoli; il pony delle Highlands,
nativo delle isole scozzesi, compatto e piccolo e allevato per l’equitazione di
campagna e di maneggio; l’elegante e selvaggio mustang, discendente dei cavalli
che gli spagnoli portarono nel Nuovo mondo, in seguito rinselvatichiti. Queste
sono solo alcune delle centinaia di razze che l’essere umano ha modellato con la
selezione artificiale per adattarle alle proprie necessità, inizialmente
incrociando individui con le caratteristiche desiderate, fino ad arrivare
all’utilizzo di tecniche di editing genetico come CRISPR (Clustered Regularly
Interspaced Short Palindromic Repeats).
I cavalli sono i nostri campioni in discipline sportive, tra cui il polo e
l’equitazione, continuano a svolgere i loro compiti tradizionali nei Paesi in
via di sviluppo, dove forniscono trasporto e forza lavoro per l’aratura, sono
protagonisti di celebrazioni folkloristiche e tradizionali in tutto il mondo,
con rituali che frequentemente sfidano la concezione di benessere animale e
persino il buonsenso. Ne sono un esempio la conduzione di mezzi a trazione in
piena estate a Roma (le cosiddette botticelle), e Las Luminarias, celebrazione
durante la quale si festeggia Sant’Antonio, protettore degli animali, facendo
attraversare agli equidi le fiamme dei falò accesi nei vicoli di San Bartolomé
de Pinares, in Spagna. I cavalli sono anche considerati cibo: secondo i dati
della FAO (Food and Agriculture Organization) sugli allevamenti mondiali, nel
2023 si contavano circa 57 milioni di cavalli e 4,71 milioni macellati.
> Sono centinaia le razze che l’essere umano ha modellato con la selezione
> artificiale per adattarle alle proprie necessità, inizialmente incrociando
> individui con le caratteristiche desiderate, fino ad arrivare all’utilizzo di
> tecniche di editing genetico.
Equus ferus caballus è sempre stato anche un compagno per noi umani. Già nel
mondo antico, e ancora di più nel Medioevo e nel mondo islamico, era considerato
dai cavalieri un amico, con un suo nome e una sua personalità. È indimenticabile
l’incontro tra Alessandro Magno e il cavallo Bucefalo, descritto da Plutarco
nella Vita di Alessandro: il figlio di Filippo II di Macedonia comprende le
paure dell’animale e riesce in questo modo a cavalcarlo. Il loro rapporto è
stretto e intenso, rafforzato da viaggi e battaglie e suggellato dalla morte
dell’animale sull’Idaspe, in India, dove il condottiero fonderà una città in
onore del destriero.
Secoli di vicinanza non trascorrono senza lasciare traccia e i cavalli hanno
imparato a starci accanto, a capirci così bene da poter addirittura essere un
supporto negli interventi assistiti con gli animali, progetti che si basano
sull’interazione con loro per mantenere o migliorare il nostro benessere fisico,
psicologico e sociale.
Essere cavalli
Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento incominciarono a essere
diffusi spettacoli in cui cavalli e nuotatori si tuffavano da strutture alte
circa venti metri: il cavallo saliva su rampe strette, solo il vuoto intorno a
lui; poi, in cima, un fantino gli saltava in groppa ed entrambi scivolavano su
una piattaforma inclinata, fino a cadere per diversi metri, a testa in giù, in
una piscina. Non sorprende che esperienze di questo tipo lasciassero spesso
segni profondi, sia fisici sia emotivi, tanto sugli esseri umani quanto sui
cavalli. L’esistenza di queste performance è proseguita fin quasi ai giorni
nostri ‒ negli anni Duemila un esemplare ha continuato a tuffarsi in un parco
divertimenti vicino a New York ‒ e in rete è ancora possibile guardare i video
di queste imprese. Tra i commenti c’è chi suggerisce che questi animali si
divertano nel tuffarsi: “Se lo fanno, è perché gli piace”. Un argomento sterile,
come afferma Léa Lansade in Nel mondo del cavallo – Pensieri, emozioni,
comportamenti di un meraviglioso animale (2025).
> Contrariamente a quanto generalmente si pensa, i cavalli sono animali sociali
> e vivono in gruppi familiari composti da 3-5 femmine, uno stallone e i puledri
> con esso generati. Famiglie che si spostano, mangiano, dormono, galoppano e
> giocano insieme.
Lansade, introdotta all’equitazione da giovanissima, è oggi un’etologa
specializzata nel campo delle emozioni e delle capacità cognitive degli animali.
Nel libro, la ricercatrice supera gli spazi angusti di credenze e folklore,
salta le staccionate delle conoscenze non dimostrate sui cavalli e presenta un
animale sconosciuto a una buona parte del pubblico, anche di quello esperto,
raccontando i risultati di anni di ricerche etologiche.
I cavalli sono animali sociali e vivono in gruppi familiari composti da 3-5
femmine (le giumente), uno stallone e i puledri con esso generati. Tra le
giumente si instaurano amicizie che durano a lungo, anche un’intera esistenza, e
quando formano una nuova famiglia, esse cercano di rimanere vicine a quella di
origine, isolandosi solo nella stagione riproduttiva. I puledri, molto uniti
alle madri fino alla maturità sessuale, che arriva intorno ai 2-3 anni, imparano
le regole del gruppo tramite il gioco, di cui si occupa soprattutto lo stallone.
Le famiglie si spostano, mangiano, dormono, galoppano e giocano insieme. Quando
un membro scompare, il resto del gruppo lo chiama e lo cerca: i cavalli sono in
grado di riconoscersi e sanno instaurare relazioni solide tra loro.
Non sono territoriali e diversi gruppi possono convivere in uno stesso spazio,
in cui trovano tutto ciò di cui necessitano, come acqua, cibo e un riparo
naturale, quando possibile. Il fatto che il cavallo sia un erbivoro influisce
profondamente sulla distribuzione delle attività a cui si dedica nelle 24 ore.
Poiché le piante forniscono poca energia rispetto al fabbisogno di un animale
che può pesare centinaia di chilogrammi, il cavallo occupa in media 15-16 ore al
giorno a nutrirsi. Durante il pascolo non rimane fermo, ma si muove lentamente
con la testa a terra, scegliendo le piante più adatte. Il benessere del cavallo
è anche questo: essere libero di trascorrere una giornata a camminare mentre
mangia.
I sensi dei cavalli nascondono regni a noi sconosciuti. Il loro campo visivo,
diversamente dal nostro, è panoramico: possono arrivare a vedere quasi dietro la
propria schiena, grazie alla posizione laterale degli occhi, uno per ogni parte
della testa. Si ritiene che l’evoluzione abbia favorito questa particolare
disposizione per avvistare i predatori da qualsiasi direzione, una
caratteristica che rappresenta un enorme vantaggio per un animale che vive in
branco. L’olfatto molto sviluppato permette loro di esplorare l’ambiente che li
circonda e svolge un ruolo importante nell’interazione sociale e nella gestione
di stati di allerta. Ad esempio, subito dopo la nascita, la madre riconosce il
proprio puledro grazie al suo odore; quando due cavalli si incontrano, si
annusano per identificarsi; gli stalloni, invece, usano l’olfatto anche per
marcare il territorio, esaminando gli escrementi di altri maschi per capire chi
è passato prima di loro, quale fosse il suo status, e depositandoci sopra i
propri.
> Mentre questi animali per necessità hanno imparato a leggere i nostri
> comportamenti, ad attribuirci una reputazione, a riconoscere i nostri volti e
> persino le nostre emozioni, noi non siamo altrettanto preparati sul loro mondo
> interiore e sulla loro intelligenza.
Il senso che forse più sorprende è il tatto: ci sono cavalli che riescono a
percepire in alcune zone del proprio corpo una pressione paragonabile a quella
dell’estremità di un capello umano, che noi non siamo in grado di sentire sulla
punta delle nostre dita. Con il loro udito sanno captare gli ultrasuoni e
riescono a cogliere l’intera gamma di frequenze che emettiamo quando parliamo,
mentre il loro gusto li porta a nutrirsi di un ampio assortimento di erbe,
piante, frutti, foglie e rami, quando vivono in natura.
Emozioni equine
La storia di Hans e i racconti sui cavalli tuffatori dimostrano che, mentre
questi animali per necessità hanno imparato a leggere i nostri comportamenti, ad
attribuirci una reputazione, a riconoscere i nostri volti e persino le nostre
emozioni, noi non siamo così preparati sul loro mondo interiore, sulla loro
intelligenza e sul loro stato psicologico.
Ce lo spiega ancora una volta Léa Lansade: riconosciamo bene i segnali di paura,
che può diventare patologica se trascurata, ma sappiamo poco su frustrazione,
rabbia e tristezza. Di certo i cavalli provano piacere, ad esempio quando
spazzolati nei punti giusti, e cercano di farcelo capire con le loro posture, il
comportamento e le espressioni facciali. Anche la gioia fa parte delle loro
emozioni, seppur difficile da delineare con certezza. E poi c’è il dolore,
fondamentale da riconoscere per garantire il benessere di questi animali: sono
stati sviluppati protocolli per la sua identificazione, in base alle espressioni
facciali, da due gruppi di ricerca, uno italiano e l’altro svedese.
I cavalli possono dare l’impressione di comprenderci e questo induce a chiedersi
se siano davvero in grado di cogliere gli stati mentali propri e altrui e, in
base a questi, capire e prevedere un comportamento, cioè se possiedano una forma
di teoria della mente. Alcuni studi rivelano indizi sulla capacità dei cavalli
di conoscere che cosa sappia e che cosa non sappia un umano. Nei test gli
sperimentatori che avrebbero dovuto dar loro il cibo, in alcune occasioni non lo
facevano. Questo avveniva manifestando la chiara intenzione di non fornire cibo
oppure mostrando di esserne impossibilitati a causa della presenza di una
barriera o di una certa goffaggine da parte dell’operatore. I cavalli
rinunciavano più facilmente quando c’era una evidente volontà di non offrire
loro cibo, mentre erano più propensi a insistere davanti alla goffaggine dello
sperimentatore. Ciò suggerirebbe che essi possano tener conto non solo delle
azioni, ma anche delle intenzioni umane, che in qualche modo sarebbero capaci di
leggere. Un risultato simile a quanto osservato nei primati.
> I cavalli possono dare l’impressione di comprenderci e questo induce a
> chiedersi se siano davvero in grado di cogliere gli stati mentali propri e
> altrui, cioè se possiedano una forma di teoria della mente.
Oltre a comprendere gli altri, i cavalli stupiscono anche per la loro memoria a
lungo termine: in molte storie e rappresentazioni, come quelle che appartengono
all’immaginario dei racconti western, l’animale ritrova da solo la strada di
casa, a conferma della capacità di memorizzare percorsi e luoghi. È un’abilità
che supporta questi animali nella loro vita, durante la quale, come afferma
Lansade, “Per trovare il cibo, vivere in gruppo, riprodursi o evitare il
pericolo, il cavallo ha bisogno di ricordare i suoi simili, i luoghi che ha
visitato e le situazioni che ha incontrato, ma anche di associare gli eventi e
reagire in modo adeguato”.
Ripensare la nostra relazione con il cavallo
Le scoperte scientifiche sull’etologia dei cavalli dovrebbero porci davanti a
interrogativi urgenti sul modo in cui ci rapportiamo con loro. Non possiamo più
continuare a credere che certi metodi di allenamento, alcune attività e persino
i luoghi in cui li lasciamo vivere siano ancora adatti. I cavalli hanno
trascorso le loro esistenze quasi esclusivamente in gruppo e all’aperto fino
alla fine del Medioevo, momento in cui si iniziò a detenerli in stalle chiuse,
con uno spazio minimo per ciascun esemplare. Era un sistema nato per proteggerli
dal freddo, ma che oggi, nonostante possiamo garantire loro riparo e cura in
modalità differenti, continuiamo ad adoperare. L’autrice di Nel mondo del
cavallo racconta come lei stessa sia stata vittima dell’abitudine e della
mancanza di conoscenza:
> Imitando le persone che mi circondavano, pensai che per il mio cavallo
> sportivo sarebbe stato meglio vivere in un box, possibilmente su un letto di
> trucioli, come avevo visto fare nelle grandi scuderie. Ero convinta che questa
> vita gli si addicesse e fosse perfetta per lui. Mi divertiva quando faceva
> risuonare continuamente i denti sul metallo della porta del box, come se
> stesse suonando un’armonica. In realtà, soffriva di stereotipia, ma all’epoca
> non me ne rendevo conto. Il mio cavallo visse così per alcuni anni, finché,
> con l’aiuto di alcuni studi, mi resi conto di quanto fosse deleteria per lui
> la vita da rinchiuso e di quanto potesse influire sulla sua salute fisica e
> psicologica.
Il cavallo tornò nella precedente sistemazione, un grande prato con ampi box
comunicanti, in cui poteva andare a piacimento.
Equus ferus caballus è stato al nostro fianco, nelle vittorie e nelle sconfitte.
È stato sfruttato per necessità, ludibrio, intrattenimento. Ne abbiamo fatto
un’icona, uno status symbol, il protagonista di tradizioni identitarie, ha
incarnato il riflesso della nostra grandezza e la sua sensibilità lo ha eretto a
supporto emotivo, sempre nel nostro interesse. Per lungo tempo non abbiamo
considerato la sua essenza, i suoi bisogni, le sue emozioni. Ora il lavoro di
ricercatrici e ricercatori ci sta suggerendo un futuro diverso, un nuovo
sentiero da percorrere sradicando l’ignoranza.
L'articolo La versione del cavallo proviene da Il Tascabile.