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La rivincita del piccione
O nnipresenti. I piccioni tappezzano le piazze e invadono tetti, statue, cordoli, marciapiedi, tra l’indifferenza, la repulsione e la curiosità degli abitanti delle città. Li osserviamo mentre si gonfiano, gironzolando, per impressionare una possibile partner, o becchettano le scaglie di zucchero e burro della sfoglia di un croissant, sfuggite al morso di un passante frettoloso. Si innalzano in un’onda di piume scure e rumorose per accaparrarsi le briciole di pane lanciate in aria da una bimba che sorride preoccupata e si accovacciano comodamente su monumenti e arredi urbani che imbrattano con colate di escrementi. Eppure le origini della variante domestica di Columba livia e la sua storia condivisa con noi esseri umani, un percorso di coesistenza, sfruttamento, selezione, studio e ammirazione, ci raccontano di un animale affascinante. Non sono solo “ratti con le ali” da debellare per preservare igiene e decoro: guardando al passato e affacciandoci verso il futuro, i piccioni si rivelano preziose risorse, piacevoli compagni, eroi, uccelli dall’inaspettata intelligenza, custodi dei misteri dell’evoluzione e insospettabili alleati nella conservazione della biodiversità. Ratti con le ali Sembra che i piccioni siano stati etichettati per la prima volta come “ratti con le ali” nel 1966 da Thomas Hoving, commissario di Bryant Park alle prese con una percezione sempre maggiore del degrado dell’area da parte dei cittadini di New York. L’espressione, riportata in un articolo del New York Times, è stata poi ripresa nel film del 1980 Stardust Memories di Woody Allen, per entrare così nel lessico popolare statunitense. È probabile, però, che una metafora così vivida e calzante sia apparsa in momenti storici diversi anche in altri Paesi: in molti avranno visto in questi uccelli la stessa minaccia alla salute e alla cura delle città prospettata dalla presenza dei roditori, senza aver letto mai le pagine della celebre testata né aver memorizzato i dialoghi delle pellicole di Allen. > Una volta che impariamo a osservarli al netto dei pregiudizi, i piccioni si > rivelano uccelli dall’inaspettata intelligenza, custodi dei misteri > dell’evoluzione e insospettabili alleati nella conservazione della > biodiversità. Gli elevati tassi di crescita annui delle popolazioni, stimati al 150%, una densità che può arrivare a migliaia di individui per chilometro quadrato nei centri europei e il rischio di zoonosi hanno incoraggiato la similitudine tra piccioni e ratti. Inoltre, proprio come i roditori, la variante domestica di Columba livia causa danni a edifici e beni culturali, che utilizza come alloggi sporcandoli e danneggiandoli con gli acidi urici delle deiezioni o con l’azione meccanica di zampe e becchi, ed è spesso vista come una minaccia per l’agricoltura, in quanto razziatrice di semi, legumi e germogli di coltivazioni e infestatrice di derrate alimentari. Al pari dei ratti, i piccioni appaiono quasi invincibili: i piani di controllo attuati nel corso dei decenni, con strategie sempre meno crudeli e più legate alle conoscenze ecologiche, non sono mai stati del tutto risolutivi. I piccioni torraioli costituiscono, infine, un problema per la biodiversità. Questo è un aspetto che permette di fare un passo indietro e dare uno sguardo alle loro origini, infatti la variante domestica può incrociarsi con gli esemplari di piccione selvatico e inquinarne il patrimonio genetico, cancellando così la forma ancestrale della specie da cui tutto ebbe inizio. Dalle grotte alle colombaie Il piccione selvatico è un uccello sedentario che si rifugia e nidifica in grotte e sporgenze di pareti rocciose, scogliere, per poi volare in cerca di cibo in territori aperti. È originario delle regioni costiere e montuose del Mediterraneo, dell’Europa nord-occidentale, del Medio Oriente, dell’Asia meridionale e dell’Africa settentrionale e oggi esistono popolazioni “pure”, non ancora o solo lievemente interessate dall’inquinamento genetico, in Irlanda occidentale, in Scozia nord-occidentale e in Italia, in Sardegna. Le motivazioni che hanno condotto ai primi contatti tra Homo sapiens e Columba livia non differiscono di molto rispetto a quelle della maggior parte degli animali domesticati: questi volatili potevano essere sfruttati come fonte di cibo. A Gibilterra, i Neanderthal cacciavano piccioni selvatici già 67.000 anni fa e fonti pittoriche e scritte testimoniano attività di allevamento nell’antica Mesopotamia, più di 5.000 anni fa. Alcuni ricercatori ipotizzano per questi animali un percorso commensale nel cammino verso la domesticazione: quando le popolazioni umane costruirono insediamenti permanenti, i piccioni furono attratti da cereali e altri alimenti, che potevano trovare in abbondanza, e dai rifugi, che li riparavano dall’attacco di falchi e altri possibili predatori. Probabilmente quegli edifici dovevano apparire loro molto simili a scogliere, per lo sviluppo in altezza e per la presenza di rientranze e mensole. Potrebbe essere capitato che, nelle prime civiltà, qualcuno abbia portato via i pulli di piccione dai loro nidi e li abbia cresciuti in gabbia, cercando di abituarli alla presenza umana, come ha supposto la giornalista e ricercatrice Courtney Humphries nel suo saggio Superdove: How the Pigeon Took Manhattan … And the World (2008), tuttavia la teoria del commensalismo è piuttosto solida. > Quando le popolazioni umane costruirono insediamenti permanenti, i piccioni > furono attratti da cereali e altri alimenti, che potevano trovare in > abbondanza, e dai rifugi, che li riparavano dall’attacco di falchi e altri > possibili predatori. Passare alle prime forme di allevamento non fu troppo complesso. Gli uccelli si adattavano facilmente alle strutture antropiche e così furono realizzati degli appositi edifici per accogliere centinaia di individui che, in questo modo, garantivano alle comunità umane proteine, contenute nella carne e nelle uova, e un ottimo concime, ricavato dagli escrementi. Nacquero così le colombaie, destinate a diffondersi in diverse aree geografiche e ad attraversare la storia: da costruzioni in fango coperte da tetti conici forati, divennero in seguito piccoli edifici separati dalle abitazioni o, magari, sistemazioni più modeste, come piccole soffitte o sparute rientranze, in cui mantenere un numero anche elevato di piccioni, liberi di volare via per cercare cibo di giorno e tornare a sera per riposare e prendersi cura dei piccoli. Non c’era bisogno di costringerli alla cattività, poiché in queste sistemazioni trovavano case confortevoli e quasi sempre vicine a consistenti scorte alimentari. E rincasavano facilmente, facendo affidamento sull’homing, la capacità di alcune specie animali di ritornare in un luogo centrale, come un nido o un territorio, dopo la ricerca di cibo o altri spostamenti. Un insieme di comportamenti che ha reso gli esemplari di Columba livia estremamente preziosi. Bellezze da esposizione e abili messaggeri Columba livia domestica, il piccione torraiolo che incrociamo nelle nostre città, è il prodotto di un lungo processo, cominciato in Europa, Asia e Africa e tutt’oggi in corso. Come raccontano i ricercatori Richard F. Johnston e Marian Janiga nella monografia Feral pigeons (1995), le popolazioni di piccioni inselvatichiti si sono costituite a partire da piccioni domestici abbandonati o sfuggiti dagli allevamenti e poi stabilitisi nell’habitat urbano. Tali episodi saranno stati numerosi nel corso dei secoli e alcuni di questi sono entrati addirittura nella storia, come la fuga avvenuta negli anni della Rivoluzione francese. La carne di piccione divenne storicamente un cibo di nicchia (lo è ancora, se si pensa alla sua presenza nei menu dei ristoranti stellati) e assunse presto un significato simbolico. Le colombaie emersero in Europa all’interno di un sistema agricolo feudale e, a quel tempo, erano i signori a possederle: in Francia la legge vietava ai fittavoli di detenere piccioni, mentre ai volatili delle classi superiori era permesso di nutrirsi liberamente del grano nei campi. Gli uccelli dei nobili ingrassavano rubando il sostentamento ai contadini che, per protesta, distrussero le colombaie e causarono la dispersione dei volatili. Ma, ricordano Johnston e Janiga, i piccioni domestici si erano sottratti alla cattività frequentemente già migliaia di anni prima del Diciottesimo secolo, quindi è molto probabile che i piccioni inselvatichiti abbiano una storia tanto lunga quanto quella dei domestici, antenati di commensali che traevano vantaggio dalla vicinanza con gli esseri umani e di fuggitivi in cerca di una nuova casa. > I tratti ottenuti dalla selezione artificiale e dai differenti incroci attuati > dall’epoca vittoriana ad oggi, sono sorprendentemente vari, almeno quanto > quelli osservabili tra le razze canine. Negli incroci che diedero vita alle popolazioni dei piccioni di città non finirono solo animali allevati per la loro carne. Gli antichi egizi iniziarono a impiegare i colombi per scopi cerimoniali e culinari almeno 4.000 anni fa e i romani erano già accompagnati dagli antenati di alcune razze moderne ornamentali. La selezione artificiale di piccioni domestici nell’antichità sembra sia avvenuta anche in Medio Oriente e nell’Asia meridionale, i cui scambi di uccelli risalirebbero almeno al Sedicesimo secolo, il che avrebbe contribuito a incrementarne la già coltivata diversità. Più tardi, fu nell’Inghilterra vittoriana che la selezione artificiale e la classificazione dei piccioni conobbero un momento prospero. I tratti ottenuti dai differenti incroci e giunti sino ai giorni nostri sono sorprendenti (e talvolta estremi) almeno quanto quelli osservabili tra le razze canine: ad esempio, il colombo Cappuccino ha lunghe piume che circondano il capo a formare una vistosa criniera, il colombo Pavoncello sfoggia una coda a ventaglio che ricorda per l’appunto la ruota di un pavone, il Capitombolante dell’Inghilterra dell’ovest esibisce un folto piumaggio sulle zampe, quasi a simulare delle ghette. Una tale ricchezza non poté non colpire la curiosità di Charles Darwin, in quegli anni alle prese con i suoi studi sulla selezione naturale, tanto da diventare materiale per la scrittura e successiva pubblicazione de L’origine delle specie (1859). Nel primo capitolo dell’opera, lo scienziato scrive: > Convinto che sia sempre preferibile studiare un gruppo particolare, ho deciso > di scegliere i colombi domestici. […] Sui colombi sono stati pubblicati molti > trattati, in diverse lingue, alcuni dei quali molto importanti perché antichi. > Mi sono associato con vari eminenti colombofili e sono stato ammesso a due dei > loro club di Londra. La diversità delle razze di questi animali è veramente > strabiliante. […] Per quanto grandi siano le differenze fra le razze di > colombi, io sono assolutamente convinto che sia giusta l’opinione comune dei > naturalisti, che cioè esse discendono tutte dal colombo torraiolo (Columba > livia), comprendendo in questo termine diverse razze geografiche, o > sottospecie, che differiscono fra loro per caratteri di pochissima importanza. Darwin riprese e ampliò questi concetti nel saggio La variazione degli animali e delle piante allo stato domestico (1868), in cui dedicò due capitoli ai piccioni. L’interesse scientifico pare fosse accompagnato da una forma di entusiasmo e affezione, tanto da promettere al geologo e amico Charles Lyell, in uno scambio epistolare del 1855: “Ti mostrerò i miei piccioni! È il più grande piacere, a mio parere, che possa essere offerto a un essere umano”. > Si narra che gli egizi usassero i piccioni per comunicare il progresso > dell’inondazione annuale del Nilo e che Giulio Cesare ne avesse inviato uno a > Roma per annunciare la sua vittoria in Gallia. Attualmente si possono contare centinaia di razze ornamentali e gli scheletri di alcuni dei piccioni che aiutarono Charles Darwin nelle sue ricerche sono conservati tra le collezioni del Natural History Museum di Londra. I piccioni erano selezionati per la loro bellezza, nonché scelti e addestrati come messaggeri, proprio grazie a quella capacità di tornare a casa che gli esseri umani seppero allenare e sfruttare per millenni. Si narra, infatti, che gli egizi usassero i piccioni per comunicare il progresso dell’inondazione annuale del Nilo e che Giulio Cesare ne avesse inviato uno a Roma per annunciare la sua vittoria in Gallia. In seguito, i piccioni viaggiatori furono impiegati in pericolose missioni di guerra e alcuni di loro riuscirono a passare alla storia per le loro imprese. È il caso di Cher Ami che salvò, con il messaggio legato alla sua zampa sinistra, quasi duecento americani di un battaglione bloccato in territorio nemico durante la Prima guerra mondiale; o di G.I. Joe, inviato dagli inglesi per annullare il previsto bombardamento di una città in mano ai tedeschi nella campagna d’Italia della Seconda guerra mondiale, poiché una brigata di soldati alleati l’aveva già occupata. C’è chi racconta che abbia volato per più di trenta chilometri in venti minuti e che meno di cinque minuti di ritardo avrebbero significato la morte per militari e civili. È a loro che plausibilmente si sono ispirati William Hanna e Joseph Barbera per realizzare, nel 1969, il cartone animato Dastardly e Muttley e le macchine volanti, che racconta i maldestri tentativi di una sgangherata banda di aviatori di fermare un piccione viaggiatore durante la Grande guerra. Jennifer Ackerman nel suo saggio Il genio degli uccelli (2016) racconta come questi esperti messaggeri abbiano svolto compiti strategici persino intorno agli anni Dieci del Duemila: a Cuba, nella trasmissione dei risultati elettorali in regioni montane remote e in Cina, per inviare messaggi di carattere militare in caso di emergenza. L’intelligenza del piccione Furono proprio le grandi capacità di navigazione e le imprese militari che portarono i piccioni a essere tra i soggetti prediletti di oltre cinquant’anni di studi di psicologia e comportamento animale. Lo scienziato che aprì loro le porte dei laboratori fu nientemeno che Burrhus F. Skinner, uno dei maggiori esponenti del comportamentismo. > Oggi sappiamo che i piccioni posseggono grandi capacità di apprendimento, > un’ottima memoria a lungo termine, sanno distinguere un dipinto di Monet da > uno di Picasso e riconoscere volti umani. Da un treno diretto a Chicago, nel 1940, osservò uno stormo di uccelli volare e, riflettendo sulle loro abilità, si chiese se potessero essere sfruttate per guidare con maggiore precisione dei missili verso i bersagli stabiliti. Questo fu il fulcro intorno al quale si sviluppò il suo Project Pigeon, un programma che alla fine fu rigettato definitivamente dagli ufficiali militari statunitensi e non ricevette ulteriori fondi, nonostante le risposte promettenti raccolte in un primo periodo di ricerca. Non tutto andò perduto: Skinner si convinse che i piccioni potevano essere una grande risorsa come soggetti sperimentali in psicologia, in quanto erano abituati a vivere in gabbia e alla vicinanza con gli umani, si ammalavano meno facilmente in condizioni di alta densità, avevano le giuste dimensioni, ce n’erano in abbondanza e il loro mantenimento non costava troppo. Lo scienziato riprogettò la sua celebre Skinner box per gli esperimenti di rinforzo, trasformando le leve da premere, concepite inizialmente per i ratti, in tasti da beccare. Nel 1948 fu fondato l’Harvard Pigeon Lab che, per 50 anni, contribuì allo sviluppo del comportamentismo fino all’arrivo della rivoluzione cognitiva, che inaugurò una nuova fase della ricerca psicologica ed etologica. Nel corso di decenni di studio abbiamo scoperto che quei piccioni dall’aria un po’ tonta, con quelle teste ondeggianti e lo sguardo fisso, tonti non lo sono affatto. Posseggono grandi capacità di apprendimento e possono essere più rapidi di un bimbo umano nell’imparare un compito semplice, hanno un’ottima memoria a lungo termine che permette loro di ricordare un elevato numero di stimoli visivi, sono in grado di stabilire se due immagini sono uguali anche se ruotate secondo angoli diversi e lo fanno più velocemente di noi, sanno distinguere un dipinto di Monet da uno di Picasso e riconoscono i volti umani. Più di recente, hanno dimostrato di riuscire a segnalare le scansioni di TAC in cui sono presenti noduli polmonari, enfisemi e alcune particolari opacità, dette noduli a vetro smerigliato: i risultati di questi studi potrebbero essere di supporto nello sviluppo di migliori strumenti di diagnostica per immagini e ottimizzare così il lavoro dei radiologi. I colombi non sono solo estremamente dotati dal punto di vista visuo-spaziale: sanno contare, possono discriminare i concetti di spazio e tempo, imparano regole numeriche astratte con prestazioni indistinguibili dai primati e sono migliori di noi nell’affrontare e risolvere alcuni problemi statistici. Esiste, però, una capacità di questi animali di cui scienziate e scienziati non riescono tuttora a svelare i meccanismi: si tratta proprio dell’homing, che ne ha facilitato la domesticazione e li ha trasformati in messaggeri insostituibili. Questo comportamento li rende ancora oggi protagonisti di competizioni sportive e di ricerche grazie alle quali conquistano le copertine di importanti riviste scientifiche. Un mistero irrisolto e un paradosso per la biodiversità I becchi dei due piccioni immortalati sulla copertina del numero 392 di Science puntano verso l’osservatore. Sembrano fieri nella loro posa fissa, stagliati su uno sfondo neutro che fa risaltare l’austerità del piumaggio, dai toni marrone-rosso e grigio-blu, che contrasta con le tipiche iridescenze verdi e viola. Un gruppo di ricerca, composto dagli immunologi dell’Università e dell’Ospedale universitario di Bonn, dai fisici dell’Università di Duisburg-Essen e dagli ornitologi del Max Planck Institute of animal behavior, ha pubblicato a maggio scorso uno studio che aiuta a comprendere meglio le eccezionali doti di navigazione di Columba livia e i meccanismi su cui si basa questa abilità che ritroviamo anche in altri animali. La navigazione animale può essere definita come la capacità di raggiungere una meta spazialmente definita e circoscritta, anche lontana. Ne sono maestri gli uccelli migratori e la padroneggiano i piccioni che riescono a tornare a casa persino se trasferiti in luoghi distanti, mantenendo loro nascosto il tragitto. Una delle strategie per spiegare la navigazione negli uccelli è quella che prevede l’utilizzo di una “mappa”, costituita da informazioni che servono a capire dove ci si trova, e di una “bussola”, che permetta di mantenere la direzione verso la destinazione finale. Anche noi umani, quando ci troviamo in un posto sconosciuto, cerchiamo di raccogliere informazioni per ricavare la nostra posizione, ossia le nostre coordinate spaziali, dopodiché abbiamo bisogno di punti di riferimento e altri tipi di indizi che servono per mantenere la rotta. Negli uccelli, la presenza del sole e la percezione del campo magnetico terrestre sono tra le fonti di informazioni impiegate per la navigazione e, da tempo, la comunità scientifica sta indagando sugli organi e sulle modalità con cui questi animali utilizzerebbero tali stimoli come bussole. > Le popolazioni umane tendono a spostarsi sempre più verso i centri urbani e il > modo più diretto per entrare in contatto con la fauna selvatica saranno le > specie che vivono in città. Il bistrattato piccione potrebbe diventare un > insospettabile alleato nella lotta per la tutela della biodiversità. Il lavoro pubblicato su Science si concentra sui macrofagi presenti nel fegato dei piccioni, cellule in grado di degradare i globuli rossi invecchiati e che, come parte di questo processo, accumulano ferro: quest’ultimo conferirebbe loro la proprietà di rispondere ai campi magnetici, fornendo agli uccelli una bussola interna. L’esperimento a cui sono stati sottoposti gli esemplari coinvolti è eloquente: i piccioni vennero addestrati a fare ritorno alla propria voliera da distanze superiori a venti chilometri e, in seguito, furono rilasciati lontano dalla propria casa; gli individui a cui erano state rimosse le cellule contenenti ferro perdevano la direzione e non riuscivano a fare ritorno in condizioni di cielo nuvoloso, mentre giungevano a destinazione quando il sole era visibile. Si ipotizza, dunque, che in mancanza della bussola magnetica costituita dai macrofagi, nelle giornate serene gli uccelli abbiano potuto fare affidamento sugli indizi solari. I risultati ottenuti confermerebbero l’impiego dell’orientamento solare in combinazione alla percezione magnetica per la navigazione, ma sono ancora lontani dall’essere decisivi nella comprensione del funzionamento della bussola magnetica in questi animali. Infatti, nello stesso numero della rivista, un altro studio ha proposto l’orecchio come sede di cellule potenzialmente adatte alla magnetorecezione. Nel 2006, il biologo Robert Dunn parlò di “paradosso del piccione”: in un periodo storico in cui stiamo affrontando gli effetti dei cambiamenti climatici e siamo testimoni e fautori della sesta estinzione di massa, la conservazione della biodiversità potrebbe dipendere sempre più dalla predisposizione delle persone nel mantenere una connessione con la natura. Le popolazioni umane si stanno spostando progressivamente verso i centri urbani e il modo più diretto per entrare in contatto e conoscere la fauna selvatica sono e saranno le specie che vivono in città. Ed ecco che la variante domestica di Columba livia potrebbe paradossalmente contribuire a supportare la tutela della biodiversità, ad esempio con programmi educativi e progetti di citizen science. In Feral Pigeon, Johnston e Janiga scrivono: > Le qualità speciali dei piccioni inselvatichiti sono raramente riconosciute come tali, il che è il risultato del modo in cui gli esseri umani percepiscono il mondo naturale. […] Le visioni del mondo occidentali dominanti hanno insegnato che la natura esiste per l’uso umano e che gli esseri umani ne sono i custodi o i curatori, fondamentalmente separati dal mondo naturale. Questa posizione filosofica si è rivelata svantaggiosa sotto molti aspetti, uno dei quali è rilevante in questo contesto: poiché gli esseri umani considerano le proprie attività come diverse dalla ‘natura’, esse vengono ritenute manufatti, derivanti da abilità umane e non naturali. > Se pensiamo a quanto della nostra storia abbiamo condiviso con i piccioni, al lungo percorso di domesticazione che abbiamo affrontato insieme, alle loro insospettate forme di intelligenza e al fatto che una stessa specie (spesso esclusa dai grandi racconti della coevoluzione) sia stata per noi cibo, compagnia, strumento di comunicazione, di guerra e di conoscenza, oltre a mostrarci quanto possa essere sfumato il confine tra selvatico e domestico, tra naturale e artificiale, allora non vedremo più davanti a noi degli uccelli sporchi e insulsi. Si trasformeranno ai nostri occhi in animali straordinari, che potrebbero aiutarci persino a salvaguardare la biodiversità e, con essa, il nostro futuro su questo pianeta. L'articolo La rivincita del piccione proviene da Il Tascabile.
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Nel regno del gioco di David Toomey
“S ta facendo rimbalzare la palla!” esclamò il biologo Roland Anderson, parlando al telefono con la collega psicologa Jennifer Mather. L’entusiasmo di quella frase nasceva dalla natura del soggetto osservato: una femmina di polpo gigante (Enteroctopus dofleini), in una vasca dell’acquario di Seattle, che si intratteneva in maniera alquanto particolare con un flacone di pillole. La cefalopode bloccava con le braccia l’oggetto e poi lo spostava con l’emissione di un getto d’acqua verso l’estremo della vasca, da dove sarebbe poi tornato a lei grazie alla corrente. Qualcosa di molto simile al far rimbalzare una palla. Un comportamento inaspettato in un animale che fino a quel momento (il 1997) era stato reputato intelligente e curioso, ma comunque lontano da mammiferi e uccelli, in cui scienziate e scienziati avevano iniziato a riconoscere forme di gioco. A partire da questo aneddoto e attraverso altre storie di animali e ricercatori, nel suo libro Nel regno del gioco. Quello che ci rivelano sulla vita i polpi che giocano a palla, le scimmie che si lanciano dagli alberi, gli elefanti che fanno lo scivolo nel fango (2026), David Toomey affronta il difficile compito di capire cosa sia il gioco e quali siano state le sue origini e le sue funzioni lungo il cammino dell’evoluzione. Toomey, docente di scrittura della University of Massachusetts Amherst, accetta una sfida non semplice. Sappiamo ancora poco del gioco tra gli animali, nonostante praticarlo e osservarlo nelle altre specie infonda in noi umani stupore, divertimento e piacere. Oggi il suo studio ha conosciuto un nuovo slancio, soprattutto negli ambiti della cultura animale e delle neuroscienze, ma è rimasto trascurato fino a non molto tempo fa. Nessuna rivista specializzata, nessun manuale, solo una manciata di volumi monografici sul tema. L’autore, però, si approccia con fiducia alla sua impresa e a quella della comunità scientifica: > Il gioco degli animali, allora, non è solo l’ennesimo mistero scientifico ‒ si > tratta piuttosto di una serie di misteri, per giunta diversi dalla maggior > parte degli altri. I fenomeni al centro di molti misteri scientifici – > l’entanglement quantistico e la materia oscura, solo per citarne due – sono > abbastanza distanti dalla nostra vita quotidiana. Il loro studio richiede > conoscenze specialistiche e magari una strumentazione importante e costosa. Il > gioco degli animali, invece, è tutt’attorno a noi, ogni giorno sotto i nostri > occhi. Per studiarlo non ci serve un dottorato, non abbiamo bisogno di un > acceleratore di particelle. Dobbiamo soltanto osservare un animale e > prestargli attenzione. Eppure, nello scorrere delle pagine, diviene sempre più evidente come questa materia sia tanto entusiasmante quanto complessa. Lo è dal primo passo: definire cosa sia il gioco. Nel corso dei decenni e degli studi, è stato descritto attraverso caratteristiche differenti, in alcuni casi sovrapponibili tra loro, altre volte tali da ampliare o restringere il numero di specie in grado di soddisfarle. Negli anni Ottanta del Novecento, secondo l’etologo Robert Fagen, il gioco comprendeva un insieme molto ampio di comportamenti che non hanno uno scopo immediato di sopravvivenza o competizione, come le lotte e gli inseguimenti amichevoli tra individui, i movimenti eseguiti da soli in condizioni di sicurezza, la ripetizione di azioni già apprese con piccole variazioni e sperimentazioni, e le interazioni con gli oggetti dopo una prima fase di esplorazione. > Si è ipotizzato che il gioco possa essere una preparazione per la vita adulta, > un addestramento all’imprevisto, un supporto sociale, un modo per esercitare > il corpo e sviluppare il cervello. Ad oggi, però, sembrano non esistere > risposte univoche. In quegli stessi anni, gli studiosi Marc Bekoff e John A. Byers classificarono il gioco come un’attività motoria che compare dopo la nascita, senza un apparente scopo immediato, durante la quale gli animali eseguono schemi motori che impiegano anche in altri contesti, ma in forme modificate e in sequenze diverse da quelle abituali. Nel 2005 lo psicologo Gordon Burghardt tentò di inquadrarlo attraverso cinque requisiti: il gioco deve essere non funzionale nel contesto in cui viene espresso, volontario, esagerato, caratterizzato da movimenti ripetuti non stereotipati ed eseguito da un individuo ben nutrito, al sicuro e in buona salute. Capire perché l’evoluzione abbia favorito il comportamento ludico è una questione ancora più sfuggente che stabilire che cosa sia. È stato ipotizzato che possa essere una preparazione per la vita adulta, un addestramento all’imprevisto, un supporto per il miglioramento dei legami e delle competenze sociali, un modo per esercitare il corpo e sviluppare il cervello. Ad oggi, però, sembrano non esistere risposte univoche, solo indizi a carico delle diverse teorie. > Il pregio maggiore del saggio sta nel mettere ancora una volta in discussione > i confini tra le specie. Il gioco (così come la cultura) non è un’esclusiva > umana. Nella sua indagine, Toomey si addentra nelle ricerche di scienziate e scienziati e gode delle storie di animali, anche molto diversi tra loro, sorpresi o analizzati mentre sono impegnati proprio in quello che sembrerebbe gioco. Suricati, piccoli mammiferi dell’Africa meridionale, che lottano tra loro; maialini che corrono e si lasciano cadere sul dorso; giovani eritrocebi, scimmie dell’Africa centrale dalla lunga coda, che si lanciano dai rami di un albero per atterrare di pancia su un’area erbosa. Ma anche bombi che si divertono con una sfera di legno, pesci che si rilassano con finti inseguimenti in acqua e varani di Komodo che mordono e scuotono scarpe, similmente ai nostri cani. Giocano i cuccioli e i loro genitori, i maschi e le femmine, anche se, magari, in proporzioni diverse: si inseguono e lottano i lupi adulti, le madri gorilla dondolano i propri piccoli, li coinvolgono in quello che noi chiamiamo “bubù-settete” e li sostengono con i piedi in aria, simulando il volo di un aeroplano, come accade tra noi Homo sapiens. La bussola dell’autore in questo turbinio di studiose e studiosi, animali, racconti, ipotesi ed esperimenti, è l’analogia tra gioco e selezione naturale: > Entrambi, l’uno e l’altra, sono privi di un fine, ininterrotti, aperti, e a > ogni loro singolo stadio provvisori. Nel breve periodo, entrambi sono > scialacquatori e ridondanti al punto da sconfinare nell’eccesso. Entrambi > sperimentano, producendo molti risultati inutili o nocivi, ma anche > generandone alcuni che con il tempo si dimostrano benefici e necessari. > Entrambi portano ordine dal disordine, stabilendo pattern fondamentali che > vengono poi riplasmati e riutilizzati, ma raramente scartati del tutto. > Entrambi creano bellezza, e mantengono in equilibrio dinamico le forze della > competizione e della cooperazione. Entrambi fanno leva sull’inganno. Ed > entrambi possono operare senza avere una forma materiale. Il legame tra gioco e selezione naturale è il filo rosso che percorre l’intera opera e che sembra ne preservi l’organicità. I capitoli dedicati alla cultura e al sogno risultano, invece, leggermente slegati e rallentano il ritmo della lettura per quanto possano essere accattivanti, soprattutto per chi è estraneo all’etologia. > Chi è coinvolto nell’attività ludica diviene consapevole delle capacità > dell’altro, ne conosce i punti deboli, ne previene le mosse, cerca di mettersi > nei suoi panni in maniera spontanea. Apprende qualcosa su come sia essere > l’altro. Nel regno del gioco conduce lettrici e lettori nei territori poco esplorati di un settore della ricerca sul comportamento animale che, in futuro, potrebbe riservare molte sorprese. Il pregio maggiore del saggio sta, però, nel mettere ancora una volta in discussione i confini tra le specie. Il gioco (così come la cultura) non è un’esclusiva umana. Un insetto, un mollusco e un cane possono provare piacere come noi nel manovrare una palla. Questa riflessione si spinge oltre: come suggeriscono gli studi dell’etologa Elisabetta Palagi sull’interazione interspecie tra cani e cavalli, il gioco diviene un mezzo per “colmare l’abisso” tra animali che, a un primo sguardo, sembrerebbero molto diversi. Chi è coinvolto nell’attività ludica diviene consapevole delle capacità dell’altro, ne conosce i punti deboli, ne previene le mosse, cerca di mettersi nei suoi panni in maniera spontanea. Apprende qualcosa su come sia essere l’altro. David Toomey scrive nelle ultime pagine: > Per esempio noi e un border collie, tirandoci una palla: perché fintanto che > durano lancio e recupero, noi mettiamo da parte tutte le preoccupazioni su > scadenze e responsabilità; e l’animale, allo stesso modo, ignora i suoi > consueti interessi canini, magari una sete incipiente o uno scoiattolo nelle > vicinanze. Lanciare e riprendere, riprendere e lanciare: le nostre identità di > cani ed esseri umani perdono significato e il diaframma linneano che ci > separa, quale che sia, si dissolve. Per un lungo istante, un istante che > sembra senza tempo ed eterno, noi non siamo più esseri umani o cani sul prato > di un parco cittadino; siamo solo due creature che stanno giocando. L'articolo Nel regno del gioco di David Toomey proviene da Il Tascabile.
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La ricerca della felicità animale
U na mano coperta con un guanto di lattice si infila in una gabbia dalle pareti trasparenti. Ad aspettarla c’è un ratto: è in piedi sulle zampe posteriori e il muso è rivolto verso l’alto. Non fa quasi in tempo a rendersene conto e si ritrova pancia all’aria con delle dita umane che gliela sfiorano velocemente. Quando lo stimolo cessa, il roditore non appare spaventato e cerca con i suoi piccoli occhi quella strana appendice in movimento. Durante la stimolazione tattile ha emesso dei suoni alla frequenza di 50 kHz, vocalizzazioni che il nostro orecchio non è in grado di percepire. Il neuroscienziato Jaak Panksepp e il suo gruppo di ricerca, però, sono riusciti a catturare questa risposta e quella di altri conspecifici con un’apposita strumentazione e puntano a dimostrare che quegli ultrasuoni prodotti per il solletico, così come durante interazioni positive tra coppie di ratti, sono indicatori di esperienze piacevoli. È il 2007 quando Panksepp conferma il legame tra i suoni ad alta frequenza emessi dai roditori e il riso umano, offrendo così nuove direzioni di sviluppo alla ricerca etologica e neuroscientifica negli animali. La psicologia e la psichiatria si erano da sempre concentrate sulle emozioni negative ed erano queste ultime che scienziate e scienziati studiavano sugli animali da laboratorio, in particolar modo su topi e ratti. Quella risata ad altissima frequenza è destinata a lasciare un segno: suscita nuove domande sull’evoluzione delle emozioni, sugli effetti di esperienze positive e su come esse influenzino la vita degli animali umani e non umani. Ci sono roditori costretti a vivere in gabbie asettiche e senza stimoli nei laboratori di ricerca, bovini condannati a esistenze confinate negli allevamenti, monotone e senza alternative, specie selvatiche destinate a una quotidianità di spazi e scelte limitate negli zoo, cani spesso rassegnati a un “fine pena mai” nei canili o privati delle occasioni per esprimere le motivazioni proprie della loro specie e razza, parcheggiati sui divani di eleganti dimore cittadine. Cercare di evitare loro dolore e sofferenza è stato il primo passo nello sviluppo di quel campo di ricerca chiamato benessere animale. Dopo aver attraversato decenni di cambiamenti sociali, scelte politiche, progresso scientifico e riflessioni etiche, oggi in questo settore si lavora affinché gli animali che sono sotto il nostro controllo possano accedere a esperienze positive e compiere, sia pure in un modo incompleto e vincolato, la propria ricerca della felicità. Animali macchina “Cibo a buon mercato? Sì! Ma è cibo buono? Vitelli ‘broiler’ – in prigione a vita!”. La frase appariva a caratteri cubitali in un opuscolo del 1961. Un gruppo di attivisti per i diritti degli animali lo lasciò scivolare sotto la porta di una studentessa di arti drammatiche che, negli anni della guerra, aveva prestato servizio come infermiera. Il suo nome era Ruth Harrison. Le immagini stampate sui fogli in bianco e nero, foto di vitelli, galline ovaiole e broiler (i polli da carne) in condizioni di degrado la turbarono: era già vegetariana, ma non aveva mai riflettuto sulla possibilità di impegnarsi in prima persona per garantire un’esistenza migliore a quegli animali che continuavano a rimanere negli allevamenti intensivi del Regno Unito. Sentì di avere una responsabilità e decise di capire se ciò che veniva mostrato dalla campagna di sensibilizzazione della Crusade against all cruelty to animals fosse vero. Il risultato delle sue indagini fu il celebre libro Animal Machines, pubblicato nel 1964 e accompagnato dalla prefazione di Rachel Carson che, solo due anni prima, aveva dato alle stampe Primavera silenziosa, un saggio di denuncia sui rischi dell’uso indiscriminato di pesticidi in agricoltura. > Proprio come Primavera silenziosa di Rachel Carson esercitò un impatto sulle > politiche ambientali degli Stati Uniti, così Animal Machines di Ruth Harrison > scosse l’opinione pubblica e il governo britannico, mostrando le sofferenze a > cui venivano sottoposti gli animali per aumentare la produttività. Harrison mostrò al grande pubblico le pratiche a cui venivano sottoposti gli animali per aumentare la produttività: gli spazi ristretti in cui vivevano, l’amputazione della coda dei piccoli suini per evitarne la morsicatura, o ancora il taglio dell’estremità del becco praticato nei pulcini per prevenire ferimenti ed episodi di cannibalismo in aree ad alta densità di esemplari. Proprio come Primavera silenziosa esercitò un impatto sulle politiche ambientali degli Stati Uniti, così Animal Machines scosse l’opinione pubblica e il governo britannico. Davanti al lavoro investigativo dell’autrice e alla reazione di lettrici e lettori, quest’ultimo ordinò un’indagine che venne affidata a un comitato di esperti, in cui fu inclusa Harrison, presieduto dallo zoologo Francis William Rogers Brambell. Le indagini del Comitato Brambell confermarono ciò che veniva descritto nel libro e, nel 1965, confluirono nel Rapporto Brambell, un documento che delineava quelli che avrebbero dovuto essere i principi biologici ed etici dell’allevamento e che riconobbe l’importanza dello studio del comportamento degli animali nella valutazione del loro benessere. Il Comitato scrisse: > Qualsiasi tentativo di valutare il benessere deve, pertanto, tenere conto > delle prove scientifiche disponibili riguardanti le sensazioni degli animali > che possono essere dedotte dalla loro struttura e dalle loro funzioni, nonché > dal loro comportamento. […] Riconosciamo che le informazioni scientifiche > disponibili riguardanti il comportamento degli animali domestici sono > inadeguate sotto molti aspetti per i nostri scopi e che è necessario molto > altro lavoro in questo campo prima di poter essere soddisfatti del loro > benessere. Lo svelamento delle condizioni in cui versavano gli animali nei primi allevamenti intensivi aveva acceso la scintilla per lo sviluppo di una nuova disciplina: l’Animal Welfare Science, la scienza del benessere animale. Definire il benessere animale Sebbene nel Rapporto Brambell non ci fosse una definizione specifica di benessere animale, nel corso del tempo ci sono stati numerosi tentativi di strutturare questa materia. L’obiettivo era duplice: costruire modelli di comprensione, valutazione e intervento per i professionisti in campo e fornire una descrizione che potesse essere facilmente colta da quel pubblico a cui Animal Machines aveva aperto gli occhi. Una delle prime definizioni di benessere animale è quella di Donald M. Broom, professore emerito di Animal Welfare dell’Università di Cambridge, che tra gli anni Ottanta e Novanta del Novecento lo descrive come la condizione di un animale in relazione alla sua capacità di far fronte (coping) al proprio ambiente. È una definizione che si basa soprattutto sulla salute fisica di un animale: una gallina reagisce a un disturbo temporaneo, che può essere ad esempio il freddo, attivando risposte che le permettono di tornare rapidamente alla condizione iniziale, come trovare il modo di riscaldarsi. > Solo recentemente alcune scienziate e scienziati hanno proposto di porre al > centro del discorso sul benessere animale gli stati affettivi, spostando > l’attenzione verso la promozione di esperienze emotive positive. Quello della salute fisica è stato storicamente il filo conduttore principale del benessere animale e, in un primo momento, la comunità scientifica si è concentrata sulla modifica o eliminazione di condizioni lesive dello stato fisico degli animali. Nel corso degli anni nel benessere animale è stato poi integrato anche il concetto di comportamento naturale, ossia il comportamento tipico delle specie, osservato negli animali quando vivono negli ambienti in cui si sono evoluti i loro antenati oppure in spazi, realizzati dall’essere umano, che offrono una libertà di movimento simile. Come riporta la biologa ed etologa Marian Stamp Dawkins nel suo saggio The Science of Animal Welfare. Understanding What Animals Want (2021), il comportamento naturale è importante poiché suggerisce elementi che gli animali potrebbero desiderare, non sempre facilmente intuibili attraverso la nostra percezione del mondo, però non definisce di per sé cosa sia il benessere. Per collegarlo solidamente a quest’ultimo, il comportamento naturale deve essere affiancato ad altre informazioni. “Naturale” non è in automatico sinonimo di “migliore”: essere inseguiti e catturati da un predatore è naturale per molti animali selvatici, ma non contribuisce positivamente al loro benessere dal momento che cercano attivamente di evitarlo. Solo recentemente alcune scienziate e scienziati hanno proposto di porre al centro del discorso sul benessere animale gli stati affettivi, spostando l’attenzione verso la promozione di esperienze emotive positive. Si tratta, dunque, di un panorama scientifico e culturale in trasformazione, in cui le diverse visioni si avvicendano e producono nuovi modelli scientifici per la valutazione del benessere animale. I quadri di riferimento, inizialmente progettati per stabilire degli standard che riducessero in particolar modo la sofferenza, sono stati gradualmente rivisti sino a raggiungere l’attuale prospettiva di promozione di stati positivi. Tra i modelli più utilizzati e citati ci sono quello delle Cinque libertà e quello dei Cinque domini. Già nel suo rapporto, il Comitato Brambell aveva introdotto una prima formulazione del modello delle Cinque libertà, poi ampliato nel 1979 dal Farm Animal Welfare Council, secondo cui gli animali devono essere liberi dalla fame e dalla sete, grazie all’accesso ad acqua fresca e a un’alimentazione adeguata; liberi dal disagio, attraverso un ambiente idoneo che offra riparo e luoghi per il riposo; liberi dal dolore, dalle ferite e dalle malattie, tramite prevenzione, diagnosi tempestiva e cure appropriate; liberi di esprimere i comportamenti naturali, disponendo di spazio sufficiente, strutture adeguate e della compagnia dei propri simili, se gradita; liberi dalla paura e dall’angoscia, evitando qualsiasi forma di sofferenza. Si parla, quindi, di rifuggire condizioni negative, principalmente legate alla salute fisica. > Il modello di Mellor valuta il benessere animale attraverso quattro domini > funzionali: nutrizione, ambiente, salute fisica e comportamento. Questi > contribuiscono a definire lo stato mentale dell’animale, ossia il quinto > dominio, che include sensazioni quali dolore, paura, appagamento o piacere. La salute psicologica e le emozioni positive sono state prese maggiormente in considerazione dal fisiologo David Mellor che, nel 1994, ha formulato il modello dei Cinque domini, aggiornato in numerose nuove versioni dal 2001 a oggi, per integrare al suo interno le più recenti scoperte scientifiche. Il modello di Mellor valuta il benessere animale attraverso quattro domini funzionali (nutrizione, ambiente, salute fisica e comportamento), i quali contribuiscono a definire lo stato mentale dell’animale, che rappresenta il quinto dominio e include sensazioni quali dolore, paura, appagamento o piacere. Questo sistema di valutazione riconosce negli animali la capacità di provare emozioni e vivere stati psicologici che incidono sul loro benessere complessivo, attribuendo quindi allo stato mentale un ruolo centrale. Il modello dei Cinque domini aggiunge, inoltre, un ulteriore tassello: suggerisce la necessità di ridurre al minimo le esperienze negative e, allo stesso tempo, di fornire agli animali opportunità di accedere a esperienze positive. Diventa, perciò, essenziale capire se e in quali situazioni ciò accade, conoscere i diversi repertori e i comportamenti tipici di ciascuna specie e saperli osservare, misurare e descrivere. È proprio questo l’ambito della disciplina del Positive animal welfare (PAW), il benessere animale positivo. Il PAW e lo studio delle emozioni animali “Ritengo che vi siano due modi principali per definire il Positive animal welfare (PAW): come stato di un animale o come campo di ricerca. La definizione incentrata sullo stato seguirebbe quella fornita da Rault et al. nel 2025: un prosperare attraverso l’esperienza di stati mentali prevalentemente positivi e lo sviluppo di competenza e resilienza”, spiega a Il Tascabile Laura Webb, etologa della Wageningen University e vicepresidente del progetto COST Action Lifting farm animal lives: “Il PAW può anche essere visto come un sottocampo della scienza del benessere animale che si focalizza sulla comprensione, la valutazione e la promozione di stati affettivi positivi e di una vita buona (o prospera) negli animali”. Webb e il suo gruppo di ricerca traggono ispirazione dalla psicologia umana per identificare indicatori non verbali di emozioni positive e felicità applicabili alle altre specie. Definire cosa siano le emozioni e quando sia corretto attribuirle agli animali non umani non è semplice, anche per un radicato timore di un eccessivo antropomorfismo da parte della comunità scientifica. La ricerca, sebbene stia progredendo, è ancora in una fase pioneristica. > Al contrario di noi, gli animali non umani non possono esprimere ciò che > sentono a parole, quindi il lavoro di scienziate e scienziati si sta > concentrando sull’analisi di indicatori la cui misurazione possa confermare i > loro stati affettivi. Nel 1946 lo psicologo Donald Olding Hebb descrisse le emozioni come “determinati stati neurofisiologici, inferiti dal comportamento, dei quali si sa poco se non che, per definizione, essi predispongono a determinati tipi specifici di azione”. L’etologo Marc Bekoff affermò nel 2000 che fossero fenomeni psicologici che aiutano nella gestione e controllo del comportamento, mentre per il primatologo Frans de Waal l’emozione è uno stato temporaneo indotto da stimoli esterni biologicamente rilevanti, caratterizzato da specifici cambiamenti nel corpo e nella mente dell’organismo. Gli studiosi di comportamento animale Elizabeth Paul e Michael Mendl, in una pubblicazione del 2018, cercano di raccogliere le caratteristiche comuni emerse storicamente e affermano che un’emozione è una risposta costituita da più componenti a uno stimolo o a un evento che è tipicamente di importanza per l’individuo, è sempre dotata di una valenza, piacevole o spiacevole, e può variare in termini di attivazione/eccitazione (arousal) e di durata/persistenza. Ad esempio, giocare può stimolare gioia, un’emozione dalla valenza positiva, dall’attivazione potenzialmente elevata e dalla durata breve. Al contrario di noi, gli animali non umani non possono esprimere ciò che sentono a parole, quindi il lavoro di scienziate e scienziati si sta concentrando sull’analisi di indicatori la cui misurazione possa confermare i loro stati affettivi. Gli indicatori possono essere diversi per specie e riguardano valori legati alla fisiologia, osservazioni comportamentali e risposte cognitive. Il ratto di Panksepp emetteva il caratteristico segnale acustico a 50 kHz quando solleticato da una mano umana e durante interazioni positive tra coppie di individui. Dunque la vocalizzazione sembrava un valido indizio, fino a quando alcuni studi hanno mostrato che era presente pure nei roditori sottoposti a eutanasia con anidride carbonica, una situazione che è stato dimostrato essi si impegnano a evitare. L’esame di un unico indicatore non basta a etichettare una condizione come positiva o negativa. “Esistono molti indicatori promettenti nell’ambito del comportamento, tra cui le vocalizzazioni, le posture delle orecchie e della coda e il comportamento di gioco”, chiarisce Webb: “Stiamo inoltre indagando indicatori cognitivi e fisiologici dello stato affettivo cumulativo”. > Gli stati affettivi positivi negli animali nascono da esperienze gratificanti, > come poter scegliere, perseguire degli obiettivi e ottenere i risultati > voluti. Non basta evitare condizioni negative: gli animali devono poter > desiderare qualcosa e trarne piacere. Non è, infatti, il singolo evento a dare forma a quella “vita degna di essere vissuta” citata in numerosi modelli di benessere animale: sperimentare quotidianamente esperienze che facciano scaturire emozioni positive può significare influenzare stati affettivi più duraturi come l’umore e disposizioni più persistenti e prolungate. È quando il bilancio propende a favore degli stati positivi in una finestra temporale sufficientemente ampia che, secondo alcune teorie, si raggiunge quella che noi chiamiamo felicità. Gli stati affettivi positivi negli animali nascono da esperienze gratificanti, come poter scegliere, perseguire degli obiettivi e ottenere i risultati voluti. Non è sufficiente evitare condizioni negative: è fondamentale che gli animali abbiano la possibilità di desiderare qualcosa e di trarne piacere. Come sottolinea Marian Stamp Dawkins, il benessere animale non dipende solo dalla salute, ma anche dalla capacità di offrire agli animali ciò che vogliono. Le preferenze variano da individuo a individuo e sono influenzate da diversi fattori, tra cui la specie di appartenenza, la personalità, la genetica, lo sviluppo e le esperienze vissute. Per questo, il benessere positivo si valuta attraverso un’osservazione diretta e prolungata, che tenga conto dell’intero arco della vita e delle caratteristiche specifiche di ciascun animale. Osservare da vicino gli animali per capire cosa desiderano può portare a risultati sorprendenti. Lo racconta Laura Webb, che durante il suo dottorato ha studiato diversi regimi alimentari per migliorare il benessere dei vitelli. In alcuni esperimenti, ai vitelli veniva offerta la possibilità di scegliere liberamente tra vari alimenti, come fieno a fibra lunga o paglia, disposti in rastrelliere. I bovini infilavano la testa nel fieno, lo annusavano e lo lanciavano in aria, in un comportamento che ricordava il gioco. In un altro studio, invece, i vitelli estraevano la paglia dalle rastrelliere e la usavano per crearsi una lettiera sul pavimento fessurato. > Il benessere animale non dipende solo dalla salute, ma anche dalla capacità di > offrire agli animali ciò che vogliono. “Credo sia necessario ricordare che un elemento specifico nella vita di un animale può avere molteplici utilizzi e può rivelarsi, in definitiva, più piacevole di quanto ci si potesse inizialmente aspettare”, sottolinea l’etologa: “Lo stesso vale, ad esempio, quando si pensa all’inserimento di alberi: gli alberi sono molto più di una semplice struttura che offre ombra per alleviare lo stress da calore, poiché le vacche nei sistemi silvopastorali ne mangiano i frutti, tirano i rami e si strofinano contro il tronco. Pertanto, gli alberi promuovono la diversità comportamentale oltre a fornire ombra, aumentando l’autonomia e la propensione a sperimentare stati emotivi più positivi”. Positive animal welfare, una rivoluzione? Il Positive animal welfare ha assunto una connotazione più precisa nel 2007 con la pubblicazione della review “Assessment of positive emotions in animals to improve their welfare” nella rivista scientifica Physiology & Behavior. Alcune autrici e autori ne contestano in parte la portata innovativa rispetto ai precedenti modelli di benessere animale: i Cinque domini avevano già assicurato un ampio spazio alla salute psicologica degli animali e alle emozioni positive, e anche altri modelli le avevano inserite nella propria struttura. “Credo che molti altri quadri teorici sul benessere animale presentino componenti relative al benessere animale positivo. Le Cinque libertà includono la promozione dei comportamenti naturali, il che è probabilmente legato al fornire agli animali maggiore scelta e controllo, e quindi agentività. Il modello dei Cinque domini menziona specificamente, in aggiunta, gli stati affettivi come rilevanti”, chiarisce Webb: “Questi quadri teorici possono talvolta fornire modi più pratici per formalizzare e valutare il benessere animale. A livello teorico, penso che molti scienziati concordino sul fatto che il benessere animale sia concettualizzato come due componenti interconnesse, tra cui una componente affettiva/edonica, ossia l’accumulo e l’equilibrio di stati affettivi positivi e negativi nel tempo, e una componente cognitiva che coinvolge la costruzione di abilità/competenze e resilienza”. > Il Positive Animal Welfare può aiutare a migliorare la vita degli animali, > evitando loro sofferenze e promuovendo esperienze positive. Eppure questa > ricerca della felicità può risultare dissonante, considerando che stiamo > comunque piegando le loro esistenze alle nostre necessità. Un progetto come Lifting farm animal lives, quindi la realizzazione di un network scientifico-tecnologico tra centri di ricerca europei in grado di esercitare un impatto sui decisori politici e sugli organismi normativi, rappresenta un progresso. È un nuovo capitolo per la scienza del benessere animale, che coinvolgerà la zootecnia e tutti quei contesti in cui gli animali sono costretti alla cattività, come zoo, allevamenti, canili, le nostre case ‒ tra cani, gatti, roditori, conigli, uccelli e altre specie esotiche ‒ e laboratori di ricerca biomedica, proprio quegli stessi luoghi in cui vivevano i ratti che hanno condotto Jaak Panksepp verso la scoperta del riso murino. Il Positive animal welfare ci aiuta a capire come migliorare la vita degli animali, non solo evitando loro sofferenze, ma promuovendo esperienze positive. Eppure questa ricerca della felicità può essere percepita come dissonante quando realizziamo che disponiamo comunque delle loro esistenze per piegarle alle nostre necessità. Come scrive Marian Stamp Dawkins nelle ultime pagine di The Science of Animal Welfare: > può essere un contributo prezioso per i dibattiti sul benessere animale (così > come per la nostra riflessione personale) tentare di separare i disaccordi sui > fatti che apprendiamo dalla scienza del benessere animale dai disaccordi sui > valori etici, e separare entrambi dai passi pratici che potrebbero essere > intrapresi nel mondo reale per attuare il cambiamento. L'articolo La ricerca della felicità animale proviene da Il Tascabile.
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Letargo precario
I mmaginate di avere una domenica libera, la prima da mesi. Niente impegni né urgenze: il vostro programma è andare a dormire il sabato sera e svegliarvi non prima del pomeriggio del giorno dopo. Avete spento il telefono, staccato il wi-fi e avvisato chiunque vi conosca delle vostre intenzioni. Siete nel pieno della dormita più ristoratrice di sempre quando suona il campanello: sono le 7:30. Lo ignorate. Alle 8:15 suona il citofono: ignorate anche quello. Alle 9:00, una macchina con un motore da revisionare si mette a sgommare sotto casa vostra. A quel punto ci rinunciate, vi alzate e affrontate il resto della giornata di pessimo umore e con un frustrante debito di energie. Vi è venuto il nervoso? Immaginate ora una dormita che non dura qualche ora ma mesi interi, e che non è solo un premio che vi concedete ma una necessità, irrinunciabile per la vostra sopravvivenza. In queste condizioni, venire svegliati contro la vostra volontà diventa più che un fastidio: un grosso problema, forse anche un pericolo. Ebbene, è come si sentono milioni di animali ogni anno, e la colpa è ovviamente nostra: il letargo è un adattamento evolutivo fondamentale per decine di migliaia di specie, la cui efficacia (e durata, in certi casi) sta però subendo un rapido degrado a causa delle attività umane, andando ad aggiungersi a una purtroppo già ricca lista di casi simili, conseguenza diretta del fatto che abbiamo sempre meno inverno. Un letargo, tanti letarghi La prima cosa da chiarire quando si parla di letargo è, perdonatemi l’anafora, chiarire che cosa s’intende parlando di “letargo”, un termine-ombrello che racchiude in sé diversi fenomeni (analoghi ma con differenze anche significative) e che è a sua volta un sottoinsieme di quella che in biologia si chiama quiescenza, ossia la sospensione temporanea, parziale o totale ma comunque reversibile, delle funzioni vitali di un essere vivente. Ibernazione, estivazione, brumazione, torpore sono tutte forme di quello che viene comunemente chiamato “letargo”. Con un’ulteriore complicazione: l’inglese è la lingua franca della scienza, e in inglese il letargo si chiama hibernation, che è il loro termine-ombrello, con ulteriori distinzioni tra ibernazione facoltativa e obbligatoria e, più di recente, l’idea che tutti questi fenomeni esistano in un continuum. Nel pezzo userò la parola “letargo” per comodità, con la precisazione che mi riferirò nello specifico all’ibernazione, cioè la sospensione delle funzioni vitali durante l’inverno. > Il letargo è un adattamento evolutivo fondamentale per decine di migliaia di > specie, la cui efficacia sta però subendo un rapido degrado a causa delle > attività umane, e nello specifico del fatto che gli inverni durano sempre di > meno. Non perché le altre forme di quiescenza stagionale non siano interessanti: l’estivazione, per esempio, che come suggerisce il nome è la forma estiva dell’ibernazione, richiede strategie fisiologiche molto diverse da quelle del letargo invernale, ed è meno nota solo perché fino a pochi anni fa pensavamo fosse un’esclusiva degli animali ectotermi; in realtà, anche qualche mammifero estiva, e l’impressione è che possano essercene molti altri che non abbiamo ancora scoperto. Più in generale, qualsiasi adattamento abbia a che fare con la sospensione delle funzioni vitali meriterebbe un approfondimento, non solo per amore della conoscenza ma anche perché si tratta di meccanismi che, se applicati agli esseri umani, potrebbero aiutarci in una pletora di campi diversi, dalla medicina ai viaggi nello spazio. L’ibernazione, però, il letargo invernale, insomma quello che succede nel corpo di certi animali quando le temperature crollano e con loro l’energia a disposizione, è la forma di quiescenza più colpita dai “soliti noti” – riscaldamento globale, perdita dell’habitat, interazioni sempre più frequenti con gli umani. E come tutte le attività minacciate dai bruschi cambiamenti nella stagionalità di gran parte del pianeta, non sappiamo quali possano essere le conseguenze del loro sconvolgimento, sulle specie coinvolte ma anche sugli ecosistemi. Dovendo fare un triage delle diverse forme di quiescenza, il letargo è forse la più urgente da tutelare, perché dipende da una stagione che sta sparendo. L’inverno sta arrivando Tutte le forme di quiescenza nascono, dal punto di vista evolutivo, come risposta a una necessità: sopravvivere per un periodo di tempo nel quale le condizioni ambientali rendono impossibile la normale attività. Può essere un giorno (come nel caso del torpore quotidiano di alcuni uccelli e piccoli mammiferi), una stagione o anche un secolo (capita ai semi di alcune piante, per esempio il tasso barbasso): si tratta comunque di uno spegnimento controllato dell’organismo, ed è facile il paragone con la modalità risparmio energetico di certi dispositivi elettronici. Nel caso del letargo, il periodo di tempo è l’inverno, con tutte le sue sfide: le temperature crollano (e quindi riscaldarsi costa più energia), il cibo scarseggia, neve e ghiaccio possono rendere complessi gli spostamenti. > Non si tratta quindi, come viene spesso descritto, di un semplice sonno > profondo, ma di un’operazione più estrema (e anche rischiosa), che in quanto > tale ha spesso bisogno di mesi di preparazione. Di fronte alla stagione fredda, ci sono tre possibili soluzioni per non morire congelati. La prima è farsi forza, restare attivi e sviluppare una serie di adattamenti che aiutino a sopravvivere all’inverno senza dover cambiare troppo le proprie abitudini. È quello che fanno per esempio le volpi artiche, che hanno un’intricata rete di capillari (soprattutto sul muso e sulle zampe) che contribuiscono a mantenere la loro temperatura corporea sopra gli 0 °C anche quando quella esterna scende sotto i ‒20 °C. La seconda è fare le valigie: molte specie, soprattutto tra gli uccelli, sfuggono al clima rigido dell’inverno migrando altrove. La terza soluzione è appunto l’ibernazione, cioè una brusca riduzione delle funzioni vitali dell’animale: la temperatura corporea si abbassa, la respirazione e il battito cardiaco rallentano, come anche il metabolismo. Non si tratta quindi, come viene spesso descritto, di un semplice sonno profondo, ma di un’operazione più estrema (e anche rischiosa), che in quanto tale ha spesso bisogno di mesi di preparazione. È il caso di tutti quei mammiferi che accumulano energia sotto forma di grasso, passando l’autunno in una fase cosiddetta di iperfagia: lo fanno per esempio ricci, ghiri e marmotte, il cui letargo è quasi sempre ininterrotto (possono fare eccezione i ricci, che una volta al mese circa si svegliano) e passato a consumare le risorse accumulate in precedenza. Altri preferiscono una quiescenza meno estrema, e i più famosi in questo senso sono i nostri scoiattoli: invece di ingerire enormi quantità di cibo e poi spegnersi, accumulano le risorse necessarie per sopravvivere all’inverno in diversi nascondigli, e alternano fasi di torpore leggero ad altre di attività, durante le quali consumano quanto hanno messo da parte. La loro non è quindi una vera e propria ibernazione, a differenza di quella dei loro parenti (sempre della famiglia Sciuridae) noti come squinny (Ictidomys tridecemlineatus), il cui letargo può durare fino a sei mesi, durante i quali non mangiano né bevono: per non disidratarsi hanno sviluppato alcuni ingegnosi adattamenti, tra cui la diluizione del siero (che in alta concentrazione è responsabile della sete) e l’eliminazione dal sangue di molecole come sodio e glucosio (curiosamente o forse no, quest’ultima è la stessa molecola che la rana Rana sylvatica immette invece in grandi quantità nel sangue durante l’inverno per evitare di congelare). Uno degli esempi di letargo più interessanti, nonché più dibattuti, è quello degli orsi, in particolare dell’orso bruno europeo, sul quale pende da tempo la domanda: possiamo considerare il suo come un vero letargo? Per capire le ragioni di questo dubbio è utile fare un confronto con una “vera ibernatrice” come la marmotta: durante i mesi di quiescenza invernale, la sua temperatura corporea si avvicina agli 0 °C, il suo tasso metabolico crolla del 95%, l’animale respira due volte al minuto e il suo cuore non supera i cinque battiti al minuto. Per converso, l’orso bruno riduce la sua temperatura di appena 6 °C, assestandosi intorno ai 30 °C, e il calo del tasso metabolico è del 25%. Il risultato è che, rispetto a una marmotta che dorme ininterrottamente per tutto il periodo del letargo, l’orso bruno rimane semivigile, e pronto a riattivarsi per difendere la tana o quando sente che le temperature esterne stanno salendo. Qui torna utile il discorso del continuum: le strategie fisiologiche adottate da orso e marmotta sono le stesse (abbattimento del tasso metabolico, riduzione di tutte le funzioni vitali…), ma portano a risultati quantitativamente molto diversi. A questo punto, la risposta alla domanda iniziale di questo paragrafo dovrebbe essere chiara: no, quello dell’orso non è un “vero letargo” come quello dei piccoli mammiferi, ma anche sì, è comunque una forma di ibernazione preceduta da una fase di iperfagia e durante la quale l’animale consuma le energie che ha accumulato durante l’autunno. > Gli orsi non vanno in letargo a causa del freddo. Il vero interruttore è la > carenza di cibo, tanto è vero che gli esemplari che hanno a disposizione fonti > di sostentamento sicure, come quelle di natura antropogenica, riducono di > molto il loro periodo di ibernazione. Vale la pena tra l’altro specificare che gli orsi non vanno in letargo a causa del freddo: le variazioni invernali di temperatura hanno un impatto relativo su un animale così grosso (e grasso). Il vero interruttore è la carenza di cibo, tanto che gli orsi che hanno a disposizione fonti di sostentamento sicure, come quelle di natura antropogenica, riducono di molto il loro periodo di ibernazione, e addirittura quelli tenuti in cattività lo saltano a zampe pari (con possibili conseguenze negative sulla loro salute). E così arriviamo al discorso con cui si apriva il pezzo: quanti danni stiamo facendo al letargo animale? Bruschi risvegli e altri disturbi antropogenici Il caso di studio più esemplare in questo senso è quello dei pipistrelli, un ordine nel quale le strategie di quiescenza invernale sono diffusissime e si sono evolute separatamente almeno quattro volte nel corso della loro storia evolutiva. Come per gli orsi, anche per i pipistrelli il problema dell’inverno è legato soprattutto alla mancanza di cibo: la maggior parte delle specie sono entomofaghe, e quando fa troppo freddo gli insetti volanti spariscono dalla circolazione. Durante l’inverno i pipistrelli si rifugiano quindi in caverne, grotte, anfratti e cavità di ogni genere, riducono il battito cardiaco da 400 a 20 battiti al minuto, abbattono la temperatura corporea avvicinandosi agli 0 °C, insomma, tutto quello che abbiamo già visto per altri mammiferi. Il problema è che il loro sonno è sempre più spesso disturbato da fattori esterni: turisti che invadono le loro grotte, scienziati che le visitano per raccogliere dati e campioni, fluttuazioni impreviste della temperatura esterna. E un brusco e imprevisto risveglio è costoso per i pipistrelli: per esempio quando il vespertilio bruno viene disturbato nel sonno consuma 108 mg di grasso corporeo, l’equivalente di quanto avrebbe consumato in 68 giorni di letargo. Ci sono poi i problemi di salute: durante il letargo, il sistema immunitario dei mammiferi va incontro allo stesso destino di ogni altra attività metabolica, cioè lo spegnimento quasi totale. Questo stato di vulnerabilità sta esponendo milioni di pipistrelli, soprattutto in Nord America ed Europa, al fungo Pseudogymnoascus destructans, responsabile della sindrome del naso bianco (o WNS, White Nose Syndrome), una patologia letale che dal 2018 a oggi ha causato un calo nelle popolazioni che per alcune specie (Myotis septentrionalis, Myotis lucifugus, Perimyotis subflavus) ha superato il 90%. Ovviamente, il fungo non è arrivato in Nord America per caso, ma trasportato da noi umani dall’Europa (in Italia è comparso per la prima volta nel 2019). Infine, c’è una questione che non riguarda solo i pipistrelli ma tutti gli animali ibernanti, e a dirla tutta non riguarda solo il letargo ma qualsiasi attività legata alla stagionalità. L’ho già accennata più volte nel corso del pezzo: l’aumento delle temperature medie globali (che è peraltro più grave alle alte latitudini, dove vivono i mammiferi che vanno in letargo) causa sempre più spesso risvegli anticipati, che oltre a essere energeticamente costosi per gli animali li catapultano in un mondo che, per così dire, non è ancora pronto. I pipistrelli non trovano abbastanza insetti per sostentarsi, le marmotte delle Montagne Rocciose emergono dal letargo 38 giorni prima rispetto a 28 anni fa e quando lo fanno trovano il paesaggio ancora coperto di neve, faticando quindi a recuperare cibo ed energie, addirittura nello scoiattolo Urocitellus parryii le femmine sono pronte all’accoppiamento prima dei maschi, e questo disallineamento potrebbe avere conseguenze devastanti sui loro tassi di riproduzione. > L’aumento delle temperature medie globali causa sempre più spesso risvegli > anticipati, che oltre a essere energeticamente costosi per gli animali li > catapultano in un mondo che, per così dire, non è ancora pronto. Certo, come sempre c’è anche il rovescio della medaglia: le succitate marmotte americane hanno tassi di sopravvivenza all’estate più alti di un tempo, e lo stesso vale per il vespertilio di Daubenton. Il fatto però che alcune specie stiano riuscendo ad adattarsi meglio ai cambiamenti climatici non deve farci dimenticare che si tratta appunto di un adattamento, una modifica anche rdicale dei propri comportamenti in risposta alle mutate condizioni ambientali: non tutti gli animali hanno l’abilità e la fortuna di poter volgere una crisi globale a loro vantaggio – al contrario, quelli che ci riescono sono un’eccezione. La regola è sempre la stessa: stiamo cambiando tutto troppo velocemente e in peggio, e la natura fatica a starci dietro. L'articolo Letargo precario proviene da Il Tascabile.
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L’invenzione degli animali domestici
U na folta coda a strisce spunta da un bidone della spazzatura semiaperto. Dopo un po’ di trambusto, al di sotto del coperchio, compaiono due occhietti circondati da una maschera di pelo nera e una coppia di zampe con piccolissime dita. I procioni (Procyon lotor) non temono gli umani, sono onnivori e sanno cogliere il meglio che un ambiente urbanizzato possa offrire loro, tra cui i nostri avanzi di cibo. Anzi, più un’area sarà abitata, maggiore sarà la possibilità di rovistare nei rifiuti e trovare una leccornia da gustare. Questa è una forma di commensalismo simile a quella dei lupi che, migliaia di anni fa, si avvicinarono agli insediamenti umani per frugare tra gli scarti di quelle comunità. Una vicinanza che è diventata cooperazione, selezione, relazione, fino a plasmare il cane. Secondo un gruppo di ricerca statunitense, i procioni potrebbero essere l’animale perfetto da osservare in tempo reale per capire come una specie possa andare incontro a modificazioni tali da renderla diversa dal proprio antenato selvatico. La domesticazione, spesso definita come il controllo delle condizioni di vita di una determinata specie al fine di ricavarne servizi e prodotti utili all’essere umano, è un fenomeno più complesso e sfumato di quello che per molti anni è stato descritto dalla comunità scientifica. A partire da circa 10.000 anni fa, quando ha iniziato a delinearsi il passaggio da un’esistenza nomadica a una sedentaria nella transizione neolitica, essa ha contribuito a mutare radicalmente la biosfera terrestre. La nostra conoscenza della sua storia e dei suoi meccanismi è ancora lacunosa e continuiamo a compulsarne le tracce per recuperare i tasselli mancanti che compongono il nostro passato e che potrebbero aiutarci a prevedere un possibile futuro. La domesticazione: percorsi e nicchie Dalla metà del Ventesimo secolo l’interesse verso la comprensione della domesticazione di piante e animali ha trovato risposte in narrazioni incentrate sul progresso tecnologico, sull’intenzionalità e sul dominio umano sul proprio ambiente, punti di vista saldamente ancorati a una visione antropocentrica caratterizzata da un forte dualismo tra natura e cultura. Sebbene questa visione sia in parte ancora radicata nella letteratura archeologica, negli ultimi quarant’anni il concetto di domesticazione si è sviluppato e ampliato, come mi ha raccontato Thomas Cucchi, direttore di ricerca del Laboratorio di bioarcheologia del Museo nazionale di Storia naturale di Parigi: “A partire dagli anni Ottanta, gli antropologi hanno posto in rilievo prospettive che vanno oltre le ontologie occidentali, fornendo esempi etnografici in cui le distinzioni tra selvatico e domestico, cultura e natura, sono minime o addirittura inesistenti. Il campo della zooarcheologia si è quindi allontanato dalle narrazioni precedenti che enfatizzavano la domesticazione animale come dominio umano sugli animali non umani, orientandosi verso un’attenzione alle relazioni ecologiche, culturali e coevolutive che sono sempre esistite tra esseri umani e animali non umani e alla loro intensificazione ed elaborazione nei contesti delle prime società agricole”. > Secondo l’archeologa Melinda Zeder ci sono tre percorsi attraverso cui le > diverse specie rispondono alla domesticazione per poi essere integrate nelle > società umane: il percorso commensale, quello della preda e la gestione > diretta. Le combinazioni tra fattori ecologici, culturali ed evolutivi all’interno dei rapporti tra gli umani e gli altri animali possono essere molteplici, seguire traiettorie non lineari, imboccare vicoli ciechi, e giungere a risultati differenti in aree geografiche e finestre temporali più o meno lontane. Un esempio è la domesticazione del cavallo, i cui primi tentativi risalirebbero a circa 5.500 anni fa e sono documentati nel sito di Botaï, nel Kazakistan settentrionale. Qui sono stati trovati resti che indicano l’uso di recinti, briglie e la mungitura dei cavalli per ricavarne latte. Per molto tempo si è pensato che i cavalli moderni discendessero da quelli di Botaï. In seguito, uno studio pubblicato su Nature nel 2024 ha suggerito che il controllo della riproduzione della linea dei cavalli moderni sarebbe emerso solo più tardi, intorno al 2.200 a.C. nelle steppe pontico-caspiche. La definizione di un quadro teorico del fenomeno è una sfida che è stata colta e che solo negli ultimi anni ha dato origine ad approcci di più ampio respiro. Tra le teorie che meglio combinano le componenti biologiche e sociali della domesticazione c’è quella dei tre percorsi, elaborata dall’archeologa Melinda Zeder nel 2012. Zeder sostiene che, al di là delle caratteristiche universali comuni a tutti gli animali domestici – prima su tutte la docilità verso l’essere umano ‒, vi siano molteplici modi in cui le diverse specie rispondono alla domesticazione per poi essere integrate nelle società umane. Portando questo ragionamento alle estreme conseguenze, si potrebbe addirittura affermare che ogni animale domestico sia un caso a sé stante, partecipe di una relazione unica, modellata da un elevato numero di variabili. La scienziata ritiene, però, che siano tre i percorsi principali seguiti: il percorso commensale, quello della preda e la gestione diretta. Il percorso commensale è la via più nota al grande pubblico, la più citata tra le possibili ricostruzioni della domesticazione del cane, ed è anche quella che forse sta imboccando il procione. È un processo coevolutivo, in cui un gruppo di individui di una determinata specie trae giovamento dalle risorse, come avanzi di cibo e riparo, di un’altra. Non è necessario che vi sia intenzionalità da parte dell’essere umano, poiché l’interazione potrebbe sorgere semplicemente dalla condivisione dello stesso ambiente, e a sua volta può sfociare in legami sociali o economici più stretti da cui gli umani potrebbero trarre beneficio. A questo punto, la selezione guidata sarebbe il passo successivo. Gli animali d’allevamento come pecore, capre e bovini, invece, sono stati per la maggior parte i protagonisti di un percorso della preda: erano inizialmente cacciati per la loro carne e il processo di domesticazione è cominciato quando le comunità umane, per necessità, hanno dapprima sperimentato strategie di caccia per aumentarne la disponibilità, per poi arrivare a una vera e propria gestione delle mandrie, con il controllo esteso alle generazioni successive, se gli animali mostravano di possedere le caratteristiche idonee. Infine, vi è il percorso diretto, orientato, un processo avviato dagli esseri umani con l’obiettivo di domesticare animali che vivono in libertà e per ottenere una specifica risorsa o un insieme di risorse d’interesse. È ciò che sarebbe accaduto, ad esempio, a conigli, visoni e struzzi. È una strada che richiede già una certa dimestichezza con la domesticazione di altri animali e per cui sono necessarie intenzionalità e forme di progresso tecnologico, in quanto le specie coinvolte potrebbero non possedere molte delle caratteristiche comportamentali ritenute prerequisiti essenziali. I percorsi non sono esclusivi e possono incrociarsi. È il caso del maiale, Sus scrofa domesticus, che deriverebbe dal percorso commensale e da quello della preda: sembra che alcuni suini venissero cacciati, mentre altri fossero tollerati intorno agli insediamenti, dove si nutrivano di scarti, adattandosi così ad ambienti antropici. Queste condizioni si sarebbero presentate indipendentemente sia in Mesopotamia sia in Cina. > Più che un atto di dominio, la domesticazione è un processo coevolutivo, > poiché l’essere umano ha plasmato l’evoluzione degli animali e delle piante > domestiche, che poi a loro volta hanno modellato il genoma umano e la sua > diversità culturale. Un altro modo per spiegare le implicazioni biologiche, ecologiche e sociali della domesticazione è la teoria della costruzione della nicchia. Anche in questo caso si parla di una lunga coevoluzione basata su rapporti di reciproco vantaggio che si concretizza nella costruzione, da parte di umani, piante e animali, di nuove nicchie ecologiche, in una modifica attiva degli ambienti in cui vivevano. Gli esseri umani, nel ruolo di ingegneri ecosistemici, avrebbero trasformato i paesaggi per rendere più produttive e prevedibili alcune specie di loro interesse e, allo stesso tempo, anche piante e animali coinvolti nella domesticazione avrebbero contribuito a rimodellare gli ecosistemi, adattandosi, influenzando le condizioni ambientali e innescando effetti che avrebbero interessato altri organismi, modificandone indirettamente le traiettorie evolutive. Diviene chiaro come la domesticazione non sia ‒ o per lo meno, non sia sempre stata ‒ un atto di dominio, ma che si possa inserire nel più grande racconto dell’evoluzione. “La domesticazione è un eccezionale modello di evoluzione in atto, in cui la forza motrice principale è la pressione selettiva dell’ambiente umano, sia artificiale che naturale”, sottolinea Cucchi: “La domesticazione è un sottoinsieme dell’evoluzione, che dimostra come l’intervento umano possa accelerare e dirigere il processo evolutivo, con impatti profondi sia sulle specie domesticate che sugli esseri umani. In effetti, consideriamo la domesticazione come un processo coevolutivo. Poiché l’essere umano ha plasmato l’evoluzione degli animali e delle piante domestiche, questi ultimi hanno successivamente modellato anche il genoma umano e la sua diversità culturale”. Da selvatico a domestico Sono circa 2 milioni le specie conosciute e di queste solo una frazione (tra mammiferi, uccelli ma anche insetti e pesci) è stata domesticata dagli esseri umani. Un caso spesso citato di insuccesso è la zebra, particolarmente aggressiva rispetto ai suoi parenti, il cavallo e l’asino. Nel suo saggio del 1997, Armi, acciaio e malattie, il fisiologo e ornitologo Jared Diamond provò a spiegare il motivo per cui solo pochissimi animali sono stati domesticati dall’essere umano, introducendo quello che lui chiama “principio di Anna Karenina”. Se Lev Tolstoj, nel celebre incipit, asseriva che “Tutti i matrimoni felici si somigliano; ogni matrimonio infelice è infelice a modo suo”, Diamond rielabora la citazione affermando che “Tutti gli animali domestici si assomigliano; ogni animale non domesticabile è selvatico a modo suo”. Questo è un modo per dire che tutte le specie domesticate hanno delle caratteristiche biologiche comuni, tutte necessarie affinché il processo funzioni: una dieta flessibile, un tasso di crescita elevato, la capacità di riprodursi in cattività, docilità verso gli esseri umani, una minore tendenza alla fuga e una struttura gerarchica organizzata. Come racconta l’archeozoologa Juliet Clutton-Brock nel suo libro Storia naturale della domesticazione dei mammiferi (2001), nel 1865 anche Francis Galton, cugino di Charles Darwin, stilò una lista di requisiti per la domesticazione, che includeva la robustezza, un’innata inclinazione per gli esseri umani, la facilità di accudimento, l’utilità e la capacità di riprodursi liberamente. > Molti mammiferi domestici condividono caratteristiche fisiche e > comportamentali non presenti negli antenati selvatici, tra cui variazioni > nelle dimensioni corporee e nel comportamento sociale, code più corte o > arrotolate e orecchie pendenti. Non bastano, però, solo le peculiarità biologiche degli animali. Lo spiega il paleobiologo Marcelo Sánchez-Villagra nel volume The Process of Animal Domestication (2022): il numero relativamente ridotto di specie domestiche autoctone nelle Americhe dipenderebbe non solo dalle caratteristiche degli animali, ma anche dagli aspetti culturali delle popolazioni umane che convivono con essi, a loro volta legati all’ecologia dei territori. In Amazzonia, per esempio, alcune popolazioni intrattengono rapporti di stretta vicinanza con determinati  animali, come insetti, pappagalli, pecari, e persino con i cuccioli di esemplari uccisi durante la caccia, senza avviarne la domesticazione: una scelta che riflette una diversa visione del mondo e del rapporto tra esseri umani e altre specie. Nonostante i diversi percorsi e tempi della domesticazione nelle varie aree del mondo, molti mammiferi domestici – anche se lontanamente imparentati tra loro – condividono un insieme ricorrente di caratteristiche fisiche e comportamentali, noto come “sindrome da domesticazione”, già individuato da Charles Darwin nella sua analisi della selezione artificiale sugli animali allevati. Si tratta di cambiamenti non presenti negli antenati selvatici e tra i più comuni si osservano variazioni nelle dimensioni e nelle proporzioni del corpo, nella pigmentazione del mantello, nella riproduzione e nel comportamento sociale. A questi si aggiungono altre modifiche tipiche della domesticazione, come una riduzione delle dimensioni del cervello, cambiamenti nella struttura del pelo, code più corte o arrotolate e orecchie pendenti. Una possibile spiegazione della sindrome da domesticazione è che gli esseri umani abbiano selezionato, più volte e in modo indipendente, le stesse caratteristiche in specie diverse. Questa ipotesi è stata testata dal genetista russo Dmitry Belyaev nel celebre esperimento sulle volpi argentate, iniziato negli anni Cinquanta del Ventesimo secolo. Gli esemplari scelti vennero selezionati per docilità e, generazione dopo generazione, mostrarono attenzione verso gli esseri umani, orecchie pendenti, code rivolte all’insù, mantelli pezzati, cicli riproduttivi più frequenti e non legati alle stagioni e, successivamente, musi più corti e larghi. Nonostante approfondimenti e studi successivi, i risultati ottenuti sono ancora discussi nella comunità scientifica per alcuni aspetti controversi. > I procioni potrebbero essere l’animale perfetto da osservare in tempo reale > per capire come una specie possa andare incontro a modificazioni tali da > renderla diversa dal proprio antenato selvatico. Oggi sono proprio i procioni, probabile modello di domesticazione in atto, a essere protagonisti di un ampio studio in qualche modo accostabile a quello delle volpi, pubblicato su Frontiers in Zoology. Analizzando il rapporto tra la lunghezza del muso e quella del cranio in oltre 19.000 fotografie di procioni scattate negli Stati Uniti e raccolte tramite applicazioni di citizen science, gli autori della ricerca hanno osservato una tendenza chiara: gli individui che vivono in aree densamente popolate mostrano, in media, un muso più corto. Se da una parte la domesticazione interagisce con molte altre pressioni ambientali, scienziate e scienziati stanno mettendo in correlazione questi risultati con la cosiddetta ipotesi delle cellule della cresta neurale. Secondo questa teoria, la maggiore docilità selezionata negli animali domesticati sarebbe legata a una riduzione dell’attività o del numero di un gruppo di cellule embrionali coinvolte nello sviluppo non solo dei caratteri comportamentali, ma anche di molti tratti fisici. L’esito non intenzionale di queste modificazioni sarebbe la comparsa dei tipici cambiamenti fisici osservati negli animali domestici. Questa spiegazione sosterrebbe anche la tesi dell’auto-domesticazione umana, dibattuta già ai tempi di Darwin. Infatti, esistono alcuni mutamenti assimilabili alla sindrome da domesticazione nella nostra evoluzione, come descrive Cucchi: > Proprio come osservato nell’esperimento delle volpi di Belyaev, si sostiene > che ci sia stata una selezione che avrebbe favorito comportamenti più sociali > e meno aggressivi tra i cacciatori-raccoglitori del Paleolitico negli ultimi > 300.000 anni e, secondo la teoria delle cellule della cresta neurale, questa > selezione comportamentale avrebbe influenzato indirettamente l’evoluzione > fenotipica della nostra specie verso un corpo più piccolo e snello. Alcuni > sostengono che la selezione possa essere stata esercitata sugli individui più > inclini alla violenza reattiva. Attualmente altre ipotesi mettono in discussione il coinvolgimento di un alterato funzionamento della cresta neurale e l’esistenza stessa della sindrome da domesticazione, che per ora, però, sono tra le cornici esplicative più esaminate. Avanti il prossimo! Il procione è solo uno degli animali che probabilmente stanno percorrendo le prime tappe della strada che potrebbe portarli alla domesticazione. È spontaneo domandarsi quali saranno in futuro le nuove specie in stretta relazione all’essere umano, o da esso sfruttate, che subiranno un destino simile. L’antropologo Marcus Baynes-Rock, nella sua opera La vita segreta delle iene (2024), racconta la coesistenza tra i cittadini di Harar, in Etiopia, e gli esemplari di due clan di iene che si aggirano nelle strade della metropoli e accettano cibo dagli abitanti. L’estrema vicinanza e la riduzione dell’aggressività nei nostri confronti potrebbero forse essere dei buoni presupposti per l’avvento di nuovi compagni a quattro zampe. > C’è anche chi sta cercando di domesticare il polpo, che però non sembra un > candidato ideale: non è un animale sociale, è un predatore solitario, e > relegato in vasche con altri conspecifici potrebbe aggredirli. O ancora, dal 2018 l’azienda spagnola Nueva Pescanova sta lavorando alla realizzazione di quello che potrebbe essere il primo allevamento intensivo di polpi. Nel 2023, Nueva Pescanova ha dichiarato di essere stata in grado di completare in cattività il ciclo riproduttivo del polpo comune e di stare allevando la quinta generazione nel proprio centro di ricerca in Galizia. Secondo quanto afferma l’azienda, il processo avrebbe reso questi molluschi più adatti alle condizioni di allevamento, riducendo le criticità emerse nei tentativi precedenti. Il polpo, infatti, non sembra un candidato ideale per la domesticazione: non è un animale sociale, è un predatore solitario, e relegato in vasche con altri conspecifici potrebbe aggredirli. Inoltre, è carnivoro e la sua alimentazione in allevamento solleverebbe interrogativi dal punto di vista della sostenibilità. Thomas Cucchi ci riporta al presente: “La domesticazione dei pesci è la più recente e di maggiore impatto”. È stata un’attività in aumento solo in tempi recenti e la ricerca sull’acquacoltura ha rivelato effetti rapidi e vari nelle specie ittiche. Come descritto anche da Sánchez-Villagra nel suo libro, fino alla metà del Ventesimo secolo, erano pochi i pesci domesticati: c’erano le carpe, i pesci rossi e, più recentemente, i salmonidi. Molte altre sono state effettivamente domesticate, nel senso che la loro biologia riproduttiva è stata modificata dagli esseri umani, solo negli ultimi decenni. L’acquacoltura ittica coinvolge attualmente oltre 160 specie, sotto il nostro controllo per diversi scopi, tra cui l’alimentazione, la conservazione e la ricerca. Come evidenzia una review pubblicata su Trends in Ecology & Evolution nel 2022, sono ancora molte le domande senza risposta che riguardano la nostra comprensione di questo processo. Non è sempre chiaro quali percorsi ecologici ed evolutivi portino alla domesticazione, quanto le specie coinvolte dipendano dai rapporti di mutualismo con l’essere umano e come stabilire se una specie possa dirsi davvero domesticata. Resta ancora da chiarire quale sia il peso della selezione intenzionale rispetto a quella inconsapevole e il significato evolutivo della selezione di tratti estetici, spesso legata a preferenze culturali più che a vantaggi funzionali. Gli occhi mascherati e le code a strisce che spuntano dai bidoni della spazzatura statunitensi non ci forniranno tutte le risposte, ma sicuramente ci avvicinano a quelle prime comunità umane che si ritrovarono a condividere gli spazi con un’altra specie e che, a un certo punto di quella convivenza, si impegnarono a legare la propria vita a quella di quegli animali per sempre. L'articolo L’invenzione degli animali domestici proviene da Il Tascabile.
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La scomparsa dei giganti
N el Godzilla originale, il capolavoro di Ishirō Honda datato 1954, il noto lucertolone era alto 50 metri e pesante 20.000 tonnellate. Le sue misure hanno continuato a crescere negli anni fino alle sue iterazioni più recenti, quando ha superato le 80.000 tonnellate (nelle versioni hollywoodiane) e i 300 metri d’altezza (nel giapponese Godzilla: Planet of the Monsters, 2017). Nel King Kong del 1933, l’arcinoto scimmione era alto 15 metri e pesava intorno alle 20 tonnellate; oggi, in Godzilla vs. Kong (2021) e Godzilla e Kong – Il nuovo impero (2024), arriva a superare i 100 metri di altezza e a toccare un peso di 90.000 tonnellate. Ancora: lo squalo dell’omonimo film di Spielberg del 1975 è lungo una volta e mezzo un vero squalo bianco; l’anaconda di Anaconda tocca i 15 metri, più del doppio di quanto sia davvero lungo questo serpente; le formiche di Assalto alla Terra (1954) sono grosse come cani. E per amor di sintesi mi sto limitando ai film: dovessi allargare il discorso a fumetti, videogiochi, romanzi, ma anche a miti, leggende, fiabe e favole, il pezzo raggiungerebbe proporzioni paragonabili a ciò di cui parla. Incrociando questi dati, comunque, si giunge a una conclusione difficilmente contestabile: ci piacciono le creature gigantesche (anche note nell’ambiente come mostri grossi), e più in generale tutto ciò che ha dimensioni ciclopiche. Ci piacciono in particolar modo tutte quelle creature che sono identiche nell’aspetto a specie animali esistenti, ma con proporzioni fuori scala: ragni, serpenti, scorpioni, zanzare hanno tutti subito prima o poi un’opera di ingigantimento che li ha trasformati in minacce adeguate per un film. E anche guardando al di fuori della cultura pop: non è un caso che i dinosauri abbiano avuto fin da subito un’enorme presa sull’immaginario collettivo, e con loro i mammiferi giganti (orsi, lupi, leoni, cavalli) che abbiamo scoperto essergli succeduti. C’è un’idea, che risale al Diciannovesimo secolo, secondo cui il passato remoto era popolato da giganti, e a noi esseri umani odierni rimarrebbero solo le briciole, versioni in formato minore dei mostri grossi che un tempo dominavano la Terra: la nostra passione per loro è anche una forma di nostalgia per epoche che non abbiamo mai vissuto. Da grande amante della materia “mostri”, che si trova al perfetto incrocio tra scienza e cinema, ritengo però sia giusto fare un po’ di chiarezza, sfatare alcuni miti, confermarne altri e anche omaggiare i pochi giganti che ancora abbiamo sul pianeta. > L’idea che un tempo gli animali fossero più grandi è tanto affascinante quanto > inesatta. Le specie di piccole dimensioni sono sempre esistite e non c’è > alcuna relazione lineare tra il passare del tempo e il generico rimpicciolirsi > delle forme di vita. Partiamo da un presupposto fondamentale per impostare l’intero discorso: l’idea che un tempo gli animali fossero più grandi è tanto affascinante quanto sbagliata, o per lo meno inesatta. Le specie di piccole o minuscole dimensioni sono sempre esistite e non esiste alcuna relazione lineare tra il passare del tempo e il generico rimpicciolirsi di ogni forma di vita. È vero invece che ci sono forme che in passato erano più grandi delle loro versioni attuali, e che ci sono stati periodi nei quali le dimensioni di certi gruppi erano superiori alla media delle altre epoche. Semplificando, se ne possono individuare quattro, e il più antico risale a circa 360 milioni di anni fa. Insetti mostruosi Durante il Carbonifero, i livelli di ossigeno – che era comparso sulla scena atmosferica circa 500 milioni di anni prima, contribuendo in maniera decisiva all’esplosione della vita multicellulare – salirono rapidamente, fino ad arrivare a una concentrazione del 35% (quindi molto superiore a quella attuale, che non supera il 21%). Oltre a causare più incendi, l’ossigeno ebbe anche un effetto tangibile su un gruppo che era comparso sulla scena alla fine del periodo precedente, il Devoniano: parlo degli insetti, che ne sfruttarono le alte concentrazioni per raggiungere dimensioni che non si sono più viste da allora. > La concentrazione di ossigeno in atmosfera ha un legame diretto con la taglia > degli artropodi. Nel carbonifero, i livelli salirono al punto da consentire > l’emergere di libellule, millepiedi e scorpioni fuori scala. Il segreto del loro gigantismo sta nella respirazione: essendo privi di polmoni, gli insetti respirano passivamente, diffondendo l’aria attraverso strutture chiamate trachee. Questo pone un limite alle dimensioni massime che può raggiungere un insetto: se è troppo grosso, rischia il soffocamento, perché l’aria non riesce a diffondersi in maniera efficace nel suo sistema respiratorio. La concentrazione di ossigeno in atmosfera ha quindi un legame diretto con la taglia degli insetti: più ce n’è, più la diffusione è efficace, più possono crescere. E così durante il Carbonifero solcava i cieli Meganeura monyi, una libellula con 70 centimetri di apertura alare, che verrà battuta solo nel Permiano dalla sua parente Meganeuropsis permiana. A farle concorrenza in termini di dimensioni c’era Mazothairos enormis, il cui nome è già un programma: assomigliava a una cavalletta ma apparteneva a un ordine estinto, Palaeodictyoptera, e raggiungeva i 55 centimetri di apertura alare. E anche sulla terraferma abbondavano i giganti: Arthropleura, per esempio, che in realtà non era un insetto ma un millepiedi, superava i 2 metri di lunghezza, una misura mai più raggiunta da nessun artropode terrestre. E per finire, un incubo per gli aracnofobi: Pulmonoscorpius era uno scorpione che viveva nelle paludi del Carbonifero, e poteva superare i 70 centimetri di lunghezza. Quando i giganti dominavano la Terra Gli insetti enormi sono affascinanti, ma concorderete con me che, se si parla di giganti, l’immaginazione corre subito a quelle famose bestie che dominavano la Terra fino a che non sono state spazzate via quasi tutte da un asteroide (e da altri fattori concomitanti che ignoreremo per amor di brevità). I dinosauri, e più in generale i rettili del Mesozoico, sono i mostri grossi più conosciuti e amati della storia della vita sul pianeta. Furono di fatto protagonisti sia della seconda sia della terza era dei giganti, le quali avvennero quasi in contemporanea, e videro i titani diffondersi sia sulla terraferma sia negli oceani. Per spiegare come abbiano fatto i dinosauri (e i plesiosauri, e i mosasauri, e gli pterosauri) a raggiungere dimensioni che i rettili attuali non sfiorano neanche, vale la pena fare un salto indietro nel tempo di un paio di secoli, quando Edward Drinker Cope, uno dei padri della paleontologia, propose quella che sarebbe stata poi battezzata “legge di Cope”, e che postula che tutti gli animali tendano a diventare più grossi con l’evoluzione e il passare del tempo. Discussa fin da quando venne formulata, smentibile con innumerevoli esempi contrari (per citare un animale caro a Cope, è vero che i primi cavalli erano grossi come cani, ma quelli attuali sono più piccoli dei loro antenati), la legge di Cope ha diviso per decenni i paleontologi, fino a quando è stata mirabilmente sintetizzata e riletta in questo studio, utile anche a rispondere alla domanda iniziale. > Quando acqua e cibo sono abbondanti, la competizione intraspecifica per le > risorse diminuisce: è quello che nel Giurassico ha portato alla comparsa dei > grandi sauropodi erbivori. Quando invece le risorse scarseggiano, la tendenza > è opposta. È vero, dice lo studio, che la dimensione degli animali cresce con il passare del tempo. O meglio: può crescere, se non entrano in gioco fattori limitanti. Quando e dove acqua e cibo sono abbondanti, la competizione intraspecifica per le risorse diminuisce: è quello che è successo nel Giurassico, e che ha portato alla comparsa dei grandi sauropodi erbivori, da Brachiosaurus (25 metri di lunghezza per 50 tonnellate di peso) a Diplodocus (27 metri, 20 tonnellate), passando per Supersaurus, che si pensa potesse raggiungere i 40 metri di lunghezza. La legge di Cope, dunque, funziona sì, ma solo in condizioni ideali: se le risorse cominciano a scarseggiare, la tendenza diventa quella di rimpicciolire. Incidentalmente, è anche per questo che si estinguono i giganti: gli animali troppo grandi che si ritrovano all’improvviso senza cibo a sufficienza non fanno in tempo a rimediare diventando più piccoli. Il fatto poi che le specie più grosse abbiano popolazioni meno numerose le rende ulteriormente vulnerabili a cambiamenti ambientali drastici: è il motivo per cui gli unici dinosauri sopravvissuti a Chicxulub sono gli uccelli, che per quanto grandi non hanno mai raggiunto le dimensioni dei loro antenati estinti. La stessa versione riveduta e corretta della legge di Cope si può applicare ai grandi rettili marini del Mesozoico (mosasauri, plesiosauri, ittiosauri, ecc.) tutti gruppi che comprendono specie che hanno raggiunto anche i 20 metri di lunghezza quando le risorse nei mari erano abbondanti, e che sono scomparsi nel giro di poche centinaia di migliaia di anni perché non sono riusciti ad adattarsi al nuovo mondo post-asteroide (e anche per colpa della concorrenza degli squali, pericolosissimi ultimi arrivati). Uno schema simile a quanto successo anche ai protagonisti della quarta era dei giganti, nella quale però entriamo in gioco anche noi, cambiando (forse per sempre) gli equilibri. Cacciatori di giganti Il Pleistocene, cominciato 2,6 milioni di anni fa e finito 11.700 anni fa, fu un’epoca caratterizzata da tre cose: i mammiferi giganti, il gran freddo e la comparsa di Homo sapiens. I primi due fattori sono intimamente collegati: formulata nel 1847 dall’eponimo biologo tedesco, la regola di Bergmann prevede che più fa freddo, più gli animali di uno stesso gruppo diventino più grossi dei loro parenti che vivono al caldo. Regola smentita e contestata più volte, ma è vero che, in un clima mediamente più freddo, le grandi dimensioni aiutano: diminuisce il rapporto superficie/volume, ed è più facile conservare il calore. Se a questo si aggiunge l’abbondanza di risorse e soprattutto di territorio (le glaciazioni fecero abbassare il livello dei mari e “liberarono” vaste aree di terraferma), si capirà perché, per esempio, il mammut lanoso arrivava a 3,5 metri di altezza al garrese; o il megaterio, un bradipo gigante, raggiungeva i 6 metri di lunghezza e le 4 tonnellate di peso. > La fine dell’era glaciale, e i cambiamenti climatici conseguenti, sono spesso > indicati come uno dei fattori decisivi dietro l’estinzione della megafauna, ma > c’è un’altra ipotesi altrettanto valida: è colpa nostra. Indicati con il nome collettivo di “megafauna”, i mammiferi del Pleistocene si estinsero in massa nel giro di 40.000 anni, con zone del mondo come il continente americano dove la strage si concentrò in meno di 3.000 anni. La fine dell’era glaciale, e i cambiamenti climatici conseguenti, sono spesso indicati come uno dei fattori decisivi dietro questa estinzione, ma c’è un’altra ipotesi altrettanto valida e altrettanto studiata: è colpa nostra. L’arrivo sulla scena del genere Homo, e della nostra specie in particolare, trasformò gli erbivori giganti in prede ideali, che vennero cacciate fino all’estinzione; ne subirono le conseguenze anche i predatori (per esempio Smilodon, la tigre dai denti a sciabola, che poteva superare i 400 chilogrammi di peso), non equipaggiati per resistere alla nostra concorrenza, sia in termini di sottrazione delle risorse sia di caccia attiva. È un’idea che ha raccolto sempre più attenzione negli ultimi anni, e anche i più scettici ammettono che sia possibile che dietro l’estinzione delle megafaune non ci siano stati solo i cambiamenti climatici, ma una combinazione di fattori, tra cui quello umano fu decisivo. Il futuro dei giganti Considerando quello che abbiamo fatto al mondo animale negli ultimi 10.000 anni, non è difficile crederci: che esista o meno, l’Antropocene si sta rivelando l’incubo di tutti gli amanti dei mostri grossi. Gli animali (e le piante) stanno diventando sempre più piccoli: i motivi sono sempre gli stessi (cambiamenti climatici, scarsità di risorse, distruzione dell’habitat), ma accelerati a ritmi insostenibili dalle nostre attività. Se è vero che i fattori limitanti per la crescita di un organismo sono la disponibilità di risorse e le condizioni climatiche (ed ecologiche) nelle quali vive, la nostra crescita incontrollata ha ridotto le prime e deteriorato le seconde, al punto che, al di fuori degli animali domestici, sono pochissime le specie che possono dire di avere più risorse a disposizione da quando esistiamo noi. In particolare, stanno beneficiando della nostra presenza le specie più adattabili e tetragone all’urbanizzazione: gli scoiattoli grigi, per esempio, stanno crescendo di dimensioni perché hanno a disposizione più risorse (le nostre). > Le condizioni attuali rendono sempre più difficile la sopravvivenza di animali > giganti, questo perché la nostra crescita incontrollata ha ridotto la > disponibilità di risorse e deteriorato le condizioni climatiche ed ecologiche. Ma si tratta di eccezioni a un trend molto evidente, che ci dice che anche i pochi giganti rimasti stanno rimpicciolendo: sta succedendo ad alcune balene, agli squali, e ai bisonti. Siamo dunque destinati a un futuro di animali sempre più piccoli, nel quale tutti gli ippopotami saranno Moo Deng? La risposta più semplice è “sì”, nel senso che se la traiettoria dovesse rimanere questa, gli animali continueranno a rimpicciolirsi per colpa nostra. C’è chi è convinto che la soluzione a questa perdita di biodiversità (gli animali grossi hanno un ruolo decisivo nel funzionamento degli ecosistemi) sia guardare al passato: è possibile che abbiate sentito parlare di Colossal Biosciences, startup statunitense che è solo l’ultima di una lista di imprese private che si sono messe in testa di tentare la de-estinzione di animali scomparsi: mammut e dodo sono di solito i candidati principali, ma Colossal sostiene di recente di avere de-estinto un enocione, il “lupo terribile” vissuto nel Pleistocene (nonostante il risultato dell’esperimento sia di fatto nient’altro che una modificazione genetica del lupo grigio), e ora punta al moa, uno degli uccelli più grossi di sempre. L’elenco dei problemi scientifici ed etici dietro la de-estinzione è però lungo quanto un elenco del telefono, e da approfondire eventualmente altrove. Preferisco proporvi una visione alternativa: non è del tutto vero che i mostri grossi siano scomparsi, ce li abbiamo anche noi e dobbiamo pensare a tutelare loro prima che a riportare in vita specie estinte. Prendete la balenottera azzurra: con i suoi 30 metri di lunghezza e 200 tonnellate di peso è l’animale più grande mai esistito, più “mostro grosso” anche del più grosso dei dinosauri. Un elefante africano non è tanto più piccolo di un mammut, il varano di Komodo può raggiungere i 3 metri di lunghezza e il coccodrillo marino arrivare a 7 e pesare una tonnellata. Sono tutte specie le cui dimensioni rappresentano per loro, nel contesto climatico ed ecologico attuale, un pericolo enorme: corriamo il rischio di portare all’estinzione i nostri ultimi giganti, con l’aggravante che questa volta sappiamo che sta succedendo. L'articolo La scomparsa dei giganti proviene da Il Tascabile.
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Il lupo solitario di Adam Weymouth
“T o be in someone’s shoes” è un’espressione idiomatica anglofona sovrapponibile al nostro “mettersi nei panni dell’altro”, qualcosa che ci viene consigliato di provare quando non riusciamo a comprendere comportamenti ed emozioni di chi è diverso da noi. Il compito si figura ancora più arduo quando l’altro è un animale non umano, da millenni il più temuto e odiato in Europa. Tentare di osservare il mondo con gli occhi di un lupo non è, però, un vacuo esercizio di stile per Adam Weymouth. Lo scrittore britannico ha seguito a piedi le orme di Slavc, l’eroe inconsapevole di una storia che parla di vita selvatica e rurale, scienza e leggende, sopravvivenza e strumentalizzazione, raccontata nel libro Il lupo solitario. Un cammino tra civiltà e natura selvaggia (2025), pubblicato da Iperborea nella traduzione di Luca Fusari. Slavc, Slavko, Slauz. Sono i tre nomi propri con cui le popolazioni di Slovenia, Austria e Italia hanno battezzato il lupo che ha attraversato i loro confini a partire dal 2011, quando ha lasciato la sua famiglia d’origine per giungere infine in Lessinia, un’area delle Prealpi venete compresa tra le province di Verona, Vicenza e Trento. Slavc era stato precedentemente dotato di un collare GPS e, alcuni anni dopo, le coordinate inviate dal dispositivo hanno guidato Weymouth lungo il percorso affrontato dal canide, tra sentieri selvatici, paesi quasi deserti e aree limitrofe a zone più intensamente antropizzate. L’autore ha tentato di immaginare gli ostacoli, lo stupore, il respiro della libertà e gli incontri che hanno portato a compimento il destino naturale dell’animale: il congiungimento con Giulietta, probabilmente la prima simile incrociata dopo chilometri di solitudine, e la generazione di nuove vite. > Adam Weymouth ha seguito a piedi le orme di Slavc, il lupo che tra il 2011 e > il 2012 ha attraversato i confini di Italia, Slovenia e Austria, oltre 1000 > chilometri di cammino prima di trovare una compagna in Lessinia. Dalla coppia di lupi è scaturita una numerosa discendenza che divide scienza, politica e opinione pubblica, in un conflitto che ha radici antiche. Favole, racconti orali, documenti storici e letteratura descrivono il rapporto ostile instauratosi tra le comunità umane, diventate sedentarie e dedite alla pastorizia, e i lupi. Cacciati per secoli e quasi scomparsi in Europa, hanno iniziato a ripopolare il continente a partire dagli anni Settanta. Questo ritorno è stato favorito da una combinazione di fattori storici, economici e sociali, come l’abbandono graduale delle aree rurali e la conseguente riforestazione, processi che hanno limitato la presenza umana e restituito areale ai grandi carnivori. Anche le istituzioni europee hanno rivestito un ruolo importante con il finanziamento di progetti di tutela e conservazione. Questo, però, ha contribuito a complicare la convivenza tra i lupi e quegli umani che, per generazioni, avevano costruito la propria vita e il proprio sostentamento senza immaginare che la fauna selvatica, un giorno, potesse tornare a reclamare i suoi spazi. Il nostro rapporto con gli altri animali è spesso il riflesso dei nostri desideri, delle debolezze, del modo in cui percepiamo il mondo e costruiamo la nostra esistenza. Scrive l’autore: > Gli animali vivono fianco a fianco con noi in mondi paralleli che è quasi > impossibile conoscere, ma anche quando cerchiamo di spiegare cosa succede > nella testa delle persone intorno a noi facciamo un errore simile > all’antropomorfizzazione. Forse è meglio un approccio obliquo. Quando parliamo > del lupo, come ho imparato in seguito, non parliamo mai soltanto di un lupo. E > così sono andato a vedere se seguire la strada dei lupi poteva dirci qualcosa > riguardo a questo snodo della storia europea, questo passaggio tra epoche. Per Weymouth, il ritorno del lupo permette di scorgere con maggiore chiarezza le fragilità del sogno europeo, minacciato da guerre e riscaldamento globale. È in questo clima che i populismi diffondono i loro veleni, è in queste condizioni che la ragione lascia il posto all’egoismo e alla rabbia. Superare a piedi i confini attraversati dal lupo solitario Slavc è per lo scrittore il modo migliore per mettersi in ascolto di una natura indomita e allo stesso tempo vulnerabile, di una comunità scientifica inebriata dal fascino della conoscenza e fiduciosa nel potere salvifico del sapere e di un mondo rurale che tenta con tutte le sue forze di sopravvivere all’ineluttabile sviluppo della nostra società e di difendere le sue radici e tradizioni. > A partire dagli anni Settanta in Europa si è registrato un ritorno del lupo, > favorito da una combinazione di fattori storici, economici e sociali, come > l’abbandono graduale delle aree rurali e la conseguente riforestazione. L’autore non è nuovo a queste esperienze, anzi è un camminatore esperto: nel 2010 è partito a piedi da Whiteparish, vicino a Salisbury, fino a raggiungere Istanbul, in Turchia, attraversando 5000 chilometri in 8 mesi. Per di più, non è la prima volta che esplora la relazione tra società umane e animali, infatti già nel 2018 ha raccolto storie di interconnessione tra il salmone reale e le comunità che da esso dipendono, per poi raccontarle in Kings of the Yukon (2019). Il suo retroterra si riflette nella scrittura di Il lupo solitario, tra le cui pagine si alternano istantanee suggestive di paesaggi naturali, a volte molto toccanti, e incontri con chi vive a stretto contatto con i lupi. Ci sono Hubert Potočnik, professore della facoltà di Biotecnica dell’Università di Lubiana, che ha seguito il viaggio di Slavc, e Kurt Kotrschal, biologo e fondatore del Wolf Science Center di Vienna, che dal 2008 studia cani e lupi, la loro etologia e cerca di svelare i segreti della domesticazione. Compaiono anche Stane, scalatore di montagne e sostenitore della campagna contro i grandi carnivori in Slovenia, e diversi allevatori veneti, stanchi e arrabbiati per le perdite causate dai branchi della loro regione. Accanto a loro troviamo giovani coppie come gli austriaci Lena e Werner o gli italiani Sofia e Mattia, che sembrano riuscire a conciliare il rispetto per la tradizione rurale con le esigenze della vita quotidiana e la consapevolezza che la coesistenza tra esseri umani e lupi, seppur complessa, è possibile. Le voci degli abitanti della montagna fanno da contrappunto a digressioni scientifiche, storiche e folcloristiche oltre che alle riflessioni personali di Adam Weymouth, da cui emerge quanto il terrore verso il lupo sia accompagnato dalla paura dell’altro, del diverso, dei confini che scompaiono, del cambiamento inarrestabile e, per alcuni, inaccettabile. Durante il cammino sulle tracce di Slavc, l’autore diventa sempre più consapevole di quanto il lupo incarni il simbolo del cambiamento in un’epoca le cui vicende alimentano un diffuso stato di angoscia. Migrazioni, guerra, spopolamento, scioglimento dei ghiacciai e foreste che muoiono. Comunità che temono per la propria vita e politici che polarizzano il dibattito e fanno promesse difficili da mantenere. Nessuno può dirsi realmente immune da un opprimente senso di incertezza, come confessa l’autore verso la fine del suo percorso, scosso dal crollo di una porzione del ghiacciaio della Marmolada avvenuto il 3 luglio 2022: > Vedere la cicatrice della Marmolada in questi giorni di caldo secco mi fa > capire che nemmeno io so che senso dare a un mondo che mi pare sempre più > fuori dal mio controllo. Niente smaschera la menzogna della nostra liberazione > dalla natura più dei momenti in cui la natura stessa si rivolta, e ci divora. > La ricomparsa del lupo non è un ritorno al nulla. Tutti quanti ci stiamo > tuffando in un mondo inesplorato, e l’unica vera fantasia è che possiamo > fermarlo. Scorrendo le pagine del libro si ha l’impressione che calpestare le tracce di Slavc, e tentare l’impresa impossibile di guardare il mondo con i suoi occhi, ci possa aiutare a distaccarci da pregiudizi e credenze. Attraverso le esperienze delle persone intervistate si scopre che il lupo può essere al contempo un legittimo attore degli ecosistemi a cui appartiene e un elemento di instabilità per i centri rurali, la specie da cui hanno avuto origine gli amati cani e un razziatore di animali allevati, un essere dall’aspetto magnetico e dal comportamento affascinante e, talvolta, un pericolo per la vita stessa degli umani. > Superare a piedi i confini attraversati dal lupo solitario Slavc è il modo > migliore per mettersi in ascolto di una natura indomita e allo stesso tempo > vulnerabile, ma anche di un mondo rurale che tenta con tutte le sue forze di > sopravvivere all’ineluttabile sviluppo della società e di difendere le sue > radici e tradizioni. Se è parzialmente vero che, come afferma con tono di speranza Weymouth, “Abbiamo aperto le nostre porte a quella che un tempo era la più denigrata delle creature e le abbiamo permesso di costruire nuove vite in terre antiche”, a distanza di pochi anni dal termine della sua avventura è difficile abbracciarne lo stesso ottimismo: a maggio scorso il Parlamento europeo ha appoggiato la proposta della Commissione di modificare la Direttiva habitat e declassare lo status del lupo da “strettamente protetto” a “protetto”. Inoltre, le cronache italiane accolgono numerosi casi di uccisioni illegali e crudeltà nei confronti di questi mammiferi. Non sarà l’attribuire a un animale un’accezione simbolica, ascoltare una singola storia avvincente o nutrire il mistero che avvolge questo essere vivente a darci la speranza e, soprattutto, gli strumenti per invertire le dinamiche di ignoranza e morte in atto. O per lo meno non possiamo contare solo su questo. Una via alternativa è tracciata proprio tra le righe di quest’opera: la ricerca, la conoscenza, il confronto aperto, la comprensione delle ragioni dell’altro ‒ animale umano o non umano ‒ possono essere basi solide per la coesistenza, per quel futuro in cui avremo il coraggio e la forza di guardare avanti e non voltarci più indietro, per quei giorni in cui il lupo non sarà né un romantico salvatore né un folle carnefice. Sarà solo un lupo. L'articolo Il lupo solitario di Adam Weymouth proviene da Il Tascabile.
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“G randezza e progresso morale di una nazione si possono giudicare dal modo in cui tratta gli animali”. Questo diceva Gandhi, ma è una lezione alla quale la modernità dell’umano fa ancora orecchie da mercante. Se neanche tra loro gli esseri umani riescono a evitare violenze e massacri, figuriamoci con gli animali: in tempi odierni questi ultimi sono sempre più vulnerabili, sfruttati e in costante pericolo di sparire dalla circolazione. Ci permettiamo a questo proposito di aggiungere una postilla al detto di Ghandi: che la grandezza di una nazione si può giudicare anche dal ruolo che ha la poesia nel sensibilizzare su questi temi. Teodora Mastrototaro, poetessa (premio speciale della giuria a Bologna in lettere con il suo scritto Legati i maiali del 2021), drammaturga e attivista animalista, è per l’ appunto una di quelle poche personalità che si prendono sulle spalle la responsabilità poetica di dare voce alle vittime di un sacrificio gratuito in nome del dio “progresso”, che questo Paese non sembra riconoscere a giudicare dal discorso legislativo (basti pensare alle leggi sulla caccia, che non hanno nessuna cura delle specie protette) e dal punto di vista empatico (si legge sempre di più di maltrattamenti aberranti su animali inermi), e potremmo continuare per ore. Preferiamo però parlarne direttamente con Teodora, facendo il punto della situazione attraverso l’analisi del suo nuovo libro, Le mucche se non le mungi esplodono (di gioia) (2025), edito da Marco Saya Edizioni. TEODORA, LA PRIMA DOMANDA È MOLTO DIRETTA: TU FAI POESIA ANTISPECISTA. VUOI SPIEGARLA A GRANDI LINEE PER I NON AVVEZZI AL TEMA? Certamente. Per sintesi definisco la mia “un’arte antispecista”, che si declini attraverso la poesia, monologhi o testi teatrali più ampi. Andando più nello specifico, direi che io faccio poesia e arte di denuncia dello specismo, che è un’ideologia oppressiva invisibile poiché normalizzata e naturalizzata. Molte persone non sanno cosa sia lo specismo e non sanno di essere speciste, che non è un insulto, ma soltanto il disvelamento del modo in cui ci relazioniamo agli altri animali, negandogli soggettività e considerandoli solo in funzione dei nostri interessi. Invece gli altri animali sono soggetti della loro stessa vita, vale a dire che hanno coscienza, esperienza del mondo, lo interrogano, lo attraversano, in quando individui pienamente senzienti e desideranti. RACCONTACI DI COSA PARLA IL LIBRO LE MUCCHE SE NON LE MUNGI ESPLODONO (DI GIOIA) E SOPRATTUTTO A CHI È INDIRIZZATO. Questo libro, come recita il sottotitolo, è un inventario della crudeltà sugli animali, frutto di una ricerca ampia durata anni. Una ricerca che mi ha messo emotivamente a dura prova perché mi sono imposta di ricordare fatti che sarebbe stato meglio dimenticare e pratiche che non avrei mai voluto conoscere. Quando si indaga nelle pratiche che coinvolgono gli animali e che chiamiamo “progresso” è come spalancare un luogo buio e terrificante e bisogna entrarci, camminarci, trovare il coraggio di capire cosa accade e spesso, troppo spesso, ci ritroviamo a chiederci “perché?”. Un “perché” che racchiude tutte le domande sul male del mondo, che non è un male metafisico, ma reale, che ci appartiene, che produciamo noi. Mi viene in mente lo sguardo attonito del piccolo Useppe, il protagonista del romanzo La storia di Elsa Morante, affetto da epilessia, che dopo l’ennesima visita in ospedale, con la sua innocenza alza il viso verso la madre e le chiede “A ma’, perché?”. La madre non sa rispondergli, ma capisce che è la stessa domanda che si è posta anche lei incrociando per caso un treno che stava deportando gli ebrei ai campi di concentramento. ESISTONO DELLE RISPOSTE A QUESTO “PERCHÉ”? Riguardo gli altri animali le risposte ci sono, e la fine di questa violenza agita dipende anche da noi, almeno di quella legalizzata. Andando a ritroso nel tempo e arrivando fino ai giorni nostri, ho messo insieme oltre un’ottantina di fatti in cui individui di specie diverse sono stati vittime di crudeltà: episodi protratti nel tempo in cui la morte, in alcuni casi, è arrivata, paradossalmente, come una liberazione, o episodi brutali che hanno colto gli animali nel pieno delle loro esistenze, spezzandole ferocemente. Ogni episodio è composto da un trafiletto breve in prosa che lo descrive brevemente e poi da una composizione in versi che ne rende possibili interpretazioni altre, facendone esplodere il senso, talvolta tramite l’uso del sarcasmo, altre ancora obbligando il lettore o soffermarsi con sguardo inedito. IL TESTO HA UN OBIETTIVO BEN PRECISO, GIUSTO? Si, è quello di sottrarre all’anonimato e alla dimenticanza questi individui che sono stati vittime di crudeltà; che si tratti di violenza sistemica (e sistematica), quindi legalizzata, o di violenza compiuta da singoli, a me interessava porre al centro lo squilibrio di potere tra le persone umane e “le piccole persone” (citando Anna Maria Ortese) che sono totalmente alla nostra mercé e per cui solo una minoranza reclama giustizia. Ogni giorno vengono uccisi miliardi di individui nell’invisibilità più totale, spesso dopo una vita di continue sofferenze e noi di loro non sappiamo, non abbiamo saputo, non sapremo mai nulla. Il singolo fatto che per qualche ragione esce dall’anonimato e diviene fatto di cronaca si configura come atto paradossale, poiché è solo nella morte che riusciamo a vederli per un attimo: stelle cadenti che hanno concluso il loro ciclo vitale e che per pochi secondi, forse, illuminano la nostra coscienza e ci mostrano chi siamo; ma anche l’opposto: chi possiamo rifiutare di essere accogliendo il principio del rispetto delle altre specie. LE MUCCHE SE NON LE MUNGI ESPLODONO (DI GIOIA) È UN LIBRO MOLTO DIFFICILE DA LEGGERE, POICHÉ È DIFFICILE SOSTENERE LA BRUTALITÀ DEI FATTI CHE DIVENTANO PAROLA E POESIA. I FATTI, COME GIÀ SOTTOLINEATO, SONO LA CRUDELTÀ GRATUITA SUGLI ANIMALI, CHE IN UN CERTO SENSO TU RESTITUISCI AL LETTORE CHE SI TRASFORMA NELLA VITTIMA ANIMALE NEL TESTO. PERCHÉ NOI SIAMO TUTTI ANIMALI, GIUSTO? Noi siamo animali e dirò di più: non siamo animali speciali, ma in continuità evolutiva con le altre specie. Il nostro DNA ha il 98% in comune con quello di uno scimpanzé, il 90% con quello di un gatto, il 60% con quello di un moscerino. Eppure tendiamo a prendere le distanze per quel minimo che ci differenzia anziché avvicinarci al tanto ciò che ci accomuna. Il semiologo Dario Martinelli definisce questo processo di allontanamento, rimozione e persino negazione della nostra animalità con il termine “antropoteosi”, vale a dire la valorizzazione delle nostre differenze e peculiarità, anche se minime, per autoproclamare la nostra superiorità, che invece, in termini evoluzionistici, non ha proprio senso, in quanto l’evoluzione non procede in linea retta e verticistica, ma semmai è come un insieme in cui specie diverse si intrecciano dando vita a speciazioni differenti. Noi siamo animali differenti dagli altri nella misura in cui tutti lo sono, ma differenza non significa superiorità. Lo diventa nel momento in cui usiamo le diversità come parametro assoluto per giudicare il resto degli attributi che posseggono pure le altre specie; un meccanismo questo che abbiamo già visto altre volte nella storia, ad esempio nei confronti delle altre culture, di abitudini e costumi di etnie altre rispetto a quella bianca occidentale, delle donne, ma anche dei bambini stessi, non considerati come “piccole persone”, ma estensione degli adulti che li hanno messi al mondo; credo che tutti conosciamo le teorie razziste e sessiste di Cesare Lombroso, per citarne uno, in cui le diversità biologiche del cranio delle donne, ad esempio, venivano usate per dimostrarne l’inferiorità; non ce ne accorgiamo, ma con gli altri animali facciamo la stessa cosa. Detto questo, più che far immedesimare il lettore nei vari individui ricordati nel libro, a me interessa che il lettore li veda sotto una luce diversa; non più risorse alimentari, non più materia organica da sfruttare, ma nella loro individualità e quindi unicità. L’ERMETISMO PERÒ BILANCIA LA QUESTIONE ARRIVANDO AL PUNTO COME UNA PALLOTTOLA NEL CRANIO: SI HA LA SENSAZIONE DI ESSERE GIUSTIZIATI IN MANIERA DOLCE. HO COLTO OPPURE STO DICENDO UNA ERESIA? AVEVI PENSATO A QUESTO ASPETTO SUBLIMINALMENTE “POP”? In quanto versi di denuncia, non è assente l’elemento di “giustizia”, ma non per “giustiziare”, bensì, appunto, per chiedere giustizia per queste vittime altrimenti dimenticate e per porre la questione animale al centro di un dibattito non più soltanto morale, ma pienamente politico. Se c’è un aspetto “pop” è di contenuto, ossia nell’urgenza di attualizzare un discorso che per troppo tempo è stato ridotto a sentimentalismo, restando sul piano della sensibilità personale e di un vago amore per gli animali in quanto preferenza soggettiva. Invece la portata della sofferenza animale è attorno a noi, ovunque e in ogni momento poiché tutta la nostra cultura – intesa in senso antropologico, come risultato di tutto ciò che la nostra specie produce, di materiale, artistico, intellettuale, politico ecc. ‒ è stata costruita sul falso binomio uomo-animale, autorizzando quindi qualsiasi uso delle altre specie, senza porsi limiti di alcun tipo e, al contempo, gli animali, trasformati in oggetti, prodotti, rimangono però referenti assenti sotto l’aspetto individuale. Se penso alla Pop art, mi viene in mente il processo con cui Andy Warhol ha elevato a oggetto artistico un prodotto di consumo banale e quotidiano e nel farlo ne ha anche denunciato il consumismo fine a sé stesso che diviene modo di vita, anche delle nostre stesse vite, emozioni, relazioni. La lattina di fagioli o di pomodoro diventa paradigma esistenziale di un modo di vivere e trasforma un elemento della natura in un processo industriale di cui perdiamo l’origine. È IL SUCCO DEL CAPITALISMO, FONDAMENTALMENTE. Mi colpì molto un’ articolo letto alcuni anni fa che parlava di come i bambini non conoscessero gli animali che mangiano e se gli si chiede cos’è un pollo, anziché raffigurarsi mentalmente l’animale pollo (peraltro frutto di una selezione genetica, in natura non esiste la specie “pollo broiler”, che è quella di consumo comune), ricorrono all’immagine del pollo confezionato nella vaschetta di polistirolo, privo di piume, talvolta della testa e delle zampe, cioè reso di fatto un prodotto industriale, come se non fosse mai esistito nel mondo in quanto essere vivente e senziente, ma fosse uscito direttamente da una fabbrica. E così per i fagioli in lattina, i pomodori, il tonno. Oggetti pop, appunto, non elementi del mondo naturale a cui apparteniamo anche noi. Gli animali vengono resi oggetti, acquisiscono lo status di risorse rinnovabili a causa del nostro dominio e sfruttamento. Processo che richiede violenza nell’atto stesso anche solo a livello progettuale. Ecco perché noi antispecisti diciamo che tutti gli allevamenti sono violenti, e non solo quelli intensivi. La violenza non è nel metodo, o nel numero di individui allevati, ma nell’idea stessa di usare qualcuno. Quando facciamo la spesa al supermercato non ci chiediamo la storia della fettina di carne nella vaschetta di polistirolo perché l’individuo animale è un referente assente, cioè magari è nominato sull’etichetta (fettina di vitello), ma quel vitello unico è fuori dalla nostra immaginazione. Lo è ontologicamente, fuori dalla portata della nostra cognizione e soprattutto coscienza. Quindi i miei versi fanno in un certo senso l’opposto, cioè mirano a restituirgli l’integrità sottratta, rendono i loro corpi nuovamente soggetti del discorso e non oggetti. E nemmeno oggetti d’arte, ma solo soggetti, protagonisti. La mia è una voce narrante, poetica, che si pone totalmente al servizio degli animali. UN’ALTRA COSA FONDAMENTALE È L’IRONIA NERA, CHE È UN ALTRO ELEMENTO CHE PER QUANTO DISTURBANTE, DERIDE E DEPOTENZIA I CARNEFICI FACENDO EMERGERE LA LORO IDIOZIA SENZA APPELLO. NON PENSI CHE OGGI CI SIA POCO SPAZIO PER L’IRONIA, CHE NON VIENE PIÙ CAPITA O ACCETTATA, E CHE FARNE USO SIA OLTREMODO CORAGGIOSO? Più che ironia nera, come già detto, utilizzo il sarcasmo. Ossia cerco di spostare la prospettiva affinché chi legge possa avere una visione diversa di un fatto, individuando la responsabilità del gesto, ma certamente non faccio sconti, non sono accondiscendente e non voglio essere indulgente o rassicurante. Mostro quello che la società rimuove, sposta, anche semanticamente, linguisticamente, o addirittura nega. Uso le parole come una clava per spaccare il muro che copre, che nasconde, che protegge e che ci separa cognitivamente ed empaticamente dagli altri animali. La cronaca racconta gli incidenti stradali in cui sono coinvolti i TIR che trasportano gli animali al mattatoio o anche gli incendi che spesso avvengono dentro gli allevamenti (a causa dell’eccessivo calore e malfunzionamento delle ventole di aerazione, ma anche per altri motivi) come dei fatti casuali, tragedie, disgrazie; ma non sono disgrazie dettate dal fato, bensì il risultato delle nostre pratiche e azioni. Io richiamo le persone a questa responsabilità. TU PENSI CHE ALLA GENTE PIACCIA SENTIRSI COMPLICE DELLA VIOLENZA SUGLI ANIMALI? No, perché ognuno di noi si riconosce in un preciso sistema di valori, dove, immagino, soprusi e oppressioni non abbiano posto; ma parlare di quello che accade agli animali invece ci chiama in causa, disturbando l’idea che abbiamo di noi, perché tutti siamo o siamo stati complici del loro sfruttamento e violenza. A questo punto la maggior parte si rifugia nella dissonanza cognitiva, ossia nega o si racconta una storiella diversa, ad esempio che gli animali non si rendano conto di ciò che gli accade, che non abbiano coscienza della loro condizione, che la loro esperienza del mondo sia limitata e non complessa quanto la nostra e che esista un modo “umano, gentile ed etico” per trasformarli in prodotti. Meccanismi individuali supportati dalla propaganda della “carne felice”. C’È UN ASPETTO RELIGIOSO IN QUESTO LIBRO SECONDO ME, CHE OVVIAMENTE HA A CHE VEDERE COL SACRIFICIO. QUELLO ANIMALE, A PRESCINDERE DALLA CRUDELTÀ DI FONDO, UNA VOLTA ERA ALMENO UN DONO A DIO, IL QUALE ADDIRITTURA SACRIFICA SUO FIGLIO, PER CUI C’ERA UNA COERENZA NELDISCORSO, UN CERTO TIPO DI “RISPETTO” PER LE VITTIME. ORA INVECE QUESTI SACRIFICI SONO COMPLETAMENTE PRIVI DI SENSO E DI CONTESTO, SONO FIGLI DEL PIENO – NEANCHE DELNULLA, CHE SPIRITUALMENTE HA UNA MOTIVAZIONE ALTA ‒, SONO FIGLI DELL’ABBONDANZA, DEL CONSUMO, INSOMMA DI ASSENZA DI UN QUALSIVOGLIA “MOTORE IMMOBILE”. SI PUÒ ANCORA FARE POESIA “SPIRITUALE” IN UNO SCENARIO SIMILE? Il sacrificio richiede un consenso del soggetto oppure il soggetto lo subisce perché qualcun altro ha deciso per lui e magari lo ha convinto che fosse un onore sacrificarsi, che ci fosse un fine (Gesù accetta il sacrificio perché si affida al Padre e crede nella resurrezione, nel regno dei cieli, nella redenzione dell’umanità, secondo i Vangeli), ma io citerei le parole di Ceronetti, che aveva capito tutto, proprio sul concetto di sacrificio: “Dicono di avere abolito i sacrifici animali! Soltanto il rito hanno abolito: li sterminano ininterrottamente, illimitatamente, senza bisogno: il sacerdote si è fatto industria”.  Vale a dire che i sacrifici, anche allora, per quanto ammantati di significati altri, erano comunque violenza, sopraffazione, cioè si sceglieva di sacrificare qualcuno per fare gli interessi di altri, che sia il popolo che chiede protezione a un Dio, o che sia per preservare i privilegi di caste sociali elevate ai danni di quelle meno avvantaggiate. Non so quanto, anche in riferimento ai sacrifici religiosi, si possa parlare di “rispetto”: secondo me, oggi come allora, è un termine molto abusato poiché usato indiscriminatamente anche per esprimere comportamenti del tutto contrari al suo significato profondo, un po’ come oggi “etico”. Rispettare qualcuno significa riconoscere innanzitutto il suo valore inerente, significa rifiutarsi di ledere i suoi diritti, quindi non nuocergli, non danneggiarlo, non calpestare i suoi interessi, tra cui, il precipuo, quello di vivere. Sacrificare qualcuno a un ente divino significa riconoscere un principio gerarchico nel creato che, onestamente, non solo oggi non ha più senso, ma che io rifiuto fermamente. Quindi, quando uso il termine “sacrificio”, lo uso in termini assolutamente sarcastici, ironici, a evidenziare la menzogna che la gente si racconta ammantando la violenza di significati spirituali e nobili, dandogli finalità e quindi senso. Ma la violenza non ha un senso ultimo, tanto meno nobile, essa trova la sua ragione in sé stessa in quanto mero esercizio di sopraffazione del più forte sul più debole. Può avere senso, semmai, come reazione, come risposta per sopravvivere, ma non è questo il caso perché gli animali non ci minacciano, non ci hanno mai minacciato, siamo noi che gli abbiamo mosso guerra solo per interessi economici. LE PAROLE DI QUESTO LIBRO HANNO UN SAPORE PITTORICO/MATERICO, IN UN CERTO SENSO SEMBRA DI RICEVERE LE IMMAGINI DI HERMANN NITSCH: FRA TE E LUI È UN PO’ COME PASOLINI CON CARAVAGGIO? Direi che tra me e Hermann Nitsch, se relazione deve esserci, non può che essere di contrasto. Ecco, il mio lavoro, la mia arte, è proprio l’opposto di quello che fanno artisti come Nitsch, ma anche Damien Hirst: loro usano i corpi degli animali per sublimarli a oggetti culturali densi di significati, mentre io rifiuto e denuncio questo processo antropocentrico proprio per affermare l’opposto. Gli altri animali sono individui con una loro storia, unica e irripetibile, con una loro mente, dei loro desideri, aspirazioni, bisogni e motivazioni. Non sono simboli o oggetti culturali da usare per i nostri discorsi sull’arte, la natura, il senso della vita, la morte, su cui proiettare desideri e aspirazioni o dolori dell’umano. Ogni individuo animale ha un proprio mondo interiore ed elevarne il corpo materico, ormai distrutto (e magari ucciso all’uopo) a simbolo di altro è proprio un’operazione che io non voglio fare e che contesto. Di recente un’artista ha usato il corpo tassidermizzato di un gatto per esporlo in un museo e lo ha posto su una macchina fotocopiatrice così che ognuno dei visitatori potesse portarsi via la propria fotocopia. Ecco, a prescindere dalle letture che si possono dare a questa installazione, per me è un grande “NO”. Quel gatto era un individuo, aveva una sua storia in relazione con il mondo. Pasolini e Caravaggio portano nell’arte la gente del popolo, le persone umili, che fino a quel momento, nei rispettivi campi, erano state trascurate o comunque mai rappresentate in quanto soggetti al centro di una narrazione. Caravaggio eleva gli umili e al tempo stesso li dipinge nella loro corporeità reale, pieni di lividi, di sofferenza, che è la sofferenza dell’essere corpi mortali, destinati a perire. Io metto al centro dei miei versi i corpi degli altri animali, talvolta descrivendoli anche negli aspetti più triviali, fisici (in Legati i maiali, pubblicato sempre da Marco Saya, li rappresento dando precise indicazioni sensoriali, il fetore degli escrementi in cui sono immersi, le carni dei maiali vivi congelate durante il trasporto che restano attaccate alle pareti dei TIR, le mammelle delle mucche putride di pus e così via). A ricordare che siamo tutti corpi, nient’altro che corpi che vogliono vivere e fuggire il dolore. Ed è questa consapevolezza basilare che dovrebbe accomunarci agli altri animali, che ci rende diversi eppure uguali nel dolore, nella sofferenza. QUINDI I TUOI VERSI METTONO I CORPI AL CENTRO? Sì, ma non per farne materia organica su cui proiettare significati altri, ma per sottrarli all’indefinitezza, all’indistinto, all’insieme multiforme e vago in cui li rinchiudiamo già solo nel nome animali (usando quindi un termine a racchiuderli tutti), quando sono milioni di specie, miliardi di individui, ognuno diverso perché ognuno ha la sua storia e un mondo interiore diverso da quello degli altri. Nei miei versi racconto un pezzetto della loro storia, l’ultimo pezzetto, quello che, per quanto tragico e orrendo, ci è dato conoscere. Racconto la loro morte, mostro i loro corpi nell’ultimo atto, negli spasmi finali, ma almeno sappiamo che c’è stato molto di più, anche perché, banalmente, non si può morire senza vivere, cioè, muore chi vive e gli animali, innanzitutto, esistono e vivono. Non nella mente dell’artista, ma nella realtà. I miei versi in questo libro sono di memoria, per ricordarli, non per proiettarci le mie elucubrazioni intellettuali. Una balena che viene arpionata e uccisa non è simbolo della lotta dell’uomo contro la natura (senza nulla togliere al capolavoro di Melville, ma erano altri tempi), bensì è un essere compiuto, un individuo, una creatura (in senso laico) che vuole vivere. A PROPOSITO DI ARTE, IL LIBRO È IMPREZIOSITO DALLE ILLUSTRAZIONI DI ALESSANDRA ANTONINI, CHE RENDONO IL TUO LIBRO UN PO’ COME UN LIBRO DI FIABE. ED È UN CONTRASTO INTERESSANTE VISTO IL CONTENUTO: È LO SGUARDO DELL’INNOCENZA ANIMALE CHE SI CONFRONTA COL BARATRO MALIZIOSO DELL’ESSERE UMANO? Alessandra Antonini, che ringrazio ancora, è una ritrattista meravigliosa perché coglie proprio il carattere, in senso ampio, del singolo individuo; gli animali che disegna non sono un archetipo, non sono un codice grafico in cui tutti riconosciamo, ad esempio, l’individuo appartenente alla specie cinghiale, elefante, o gatto, ma sono proprio “quel cinghiale lì”, “quell’elefante lì”, “quel gatto lì”; dietro c’è un grande studio e osservazione (almeno per quel che ci è dato conoscere dalla cronaca) dei singoli animali che vengono commemorati. Il suo tratto è nervoso, a scatti, quasi espressionista, proprio a cogliere l’individuo nella sua espressività vitale o vitalità espressiva, che si esprime. Di nuovo: non sono oggetti statici, ma soggetti che vivevano e che la brutalità umana ha spezzato, ucciso. QUANTO C’È DI ARTAUDIANO NELLA TUA SCRITTURA? PER LUI GLI ANIMALI ERANO ESSERI CON CUI L’UOMO DOVEVA ASSOLUTAMENTE CONFRONTARSI, LA BESTIALITÀ UN MODO PER RAGGIUNGERE L’ILLUMINAZIONE. LA PENSI ANCHE TU COSÌ? C’è intanto nel termine bestialità un significato di degradazione rispetto all’umano. Artaud riconosce e mette in discussione questo, ma il suo intento rimane ancora, a mio avviso, antropocentrico, cioè ad Artaud interessa ancora una volta l’umano. Non è una critica, ma solo un dato di fatto. Io non scrivo di bestie per capire meglio noi stessi, o meglio, non solo, ma per capire meglio le bestie stesse e dargli dignità. Gli animali non esistono per noi, ma indipendentemente da noi. QUALI SONO LE TUE POETESSE DI RIFERIMENTO? C’È QUALCUNO IN PARTICOLARE CHE TI HA ISPIRATA PER SCRIVERE IL LIBRO? Credo che un’artista prenda ispirazione da tutto quel che legge, ma soprattutto da tutto quello che vive e io non faccio eccezioni. Certamente c’è “qualcuno” che mi ha ispirata a scrivere il libro: l’elefantessa Mali, Caracas il gatto randagio legato ai binari, l’orsa Daniza, l’orso M49, i macachi torturati nel laboratorio di Parma, il gatto Green, il gorilla Riù, la lista è infinita, considerando poi tutti i senza nome negli allevamenti. Le mucche se non le mungi esplodono (di gioia) è un testo che nasce nella mia mente molto tempo fa, almeno a livello subliminale. Negli anni ho provato dolore e struggimento per tutti gli individui la cui morte è divenuta fatto di cronaca e ovviamente per tutti quelli che a milioni vengono fatti nascere per diventare prodotti, accessori (individui che non ho mai visto, identificati da una targhetta sull’orecchio o da un tatuaggio sulla pelle, ma che so aver vissuto e sofferto). Mi sono poi resa conto che anche nel nostro ambiente, quello dell’attivismo, si tende a dimenticare e semplicemente perché le morti violente e le ingiustizie che si susseguono una dietro l’altra non ci consentono di fermarci più di tanto a piangere un singolo individuo e a volte diventa anche necessità psicologica “dimenticare”, per non impazzire di dolore. Quindi io ho voluto invece ricordare, riaprire la ferita, sì, anche di noi attivisti. Perché quegli animali lo meritano. Meritano tutto quello che non siamo riusciti a dargli. IL TUO LIBRO ESCE PER MARCO SAYA EDIZIONI, CHE È PROBABILMENTE UN CASO: NONOSTANTE SIA UNA PICCOLA CASA EDITRICE RIESCE A TENERE TESTA AL MAINSTREAM. PENSI CHE IL SUO SIA UN ESEMPIO CHE POSSA PORTARE A UN’ESPLOSIONE DI UN CERTO TIPO DI POESIA “ALTRA” ANCHE IN ZONE NORMALMENTE BLINDATE, SOPRATTUTTO COMMERCIALMENTE? È VERO CHE SI STA CONSOLIDANDO UNA “NUOVA ONDA POETICA” IN ITALIA? Marco Saya è una piccola casa editrice, sì, ma concentrandosi prevalentemente sulla poesia, ha saputo ritagliarsi un suo spazio nel panorama editoriale italiano; soprattutto pubblicando opere di qualità, di livello alto, in cui lo studio e la cura del verso sono evidenti. La poesia è un genere particolare perché credo che tutti, sin da bambini, la acquisiamo come postura, cioè un certo modo di guardare al mondo e dentro noi stessi, ma poi la differenza tra la postura e lo scrivere veramente poesia, la fa lo studio, il lavoro, l’impegno, la cura; non basta avere uno sguardo poetico, bisogna saper tradurre quello sguardo in versi, con una loro metrica e autosufficienza narrativa. Ecco, Marco Saya questa differenza la conosce bene e quindi ciò che premia la sua casa editrice è proprio la selezione. Ovviamente, anche con la nascita del premio Strega Poesia, la poesia è diventata di nuovo un genere appetibile. Ma ecco, bisogna sempre guardare alla qualità, più che al numero. Non basta tornare a pubblicare molta poesia, bisogna che sia in grado di imprimere il proprio segno nella società attuale. RISPETTO ALLE PRECEDENTI PROVE COSA SENTI SIA CAMBIATO NELLA TUA SCRITTURA? DOVE TI STA PORTANDO? Penso che ogni opera abbia una sua forma che meglio esprime il contenuto; in questo senso la mia poesia cambia e cambierà di volta in volta perché ogni evento, fatto, sentimento, riflessione, esperienza, emozione che racconto si fa strada tra le varie possibilità e trova una sua forma. DA ATTIVISTA: COME VEDI LA SENSIBILIZZAZIONE SUI TEMI ANIMALISTI OGGI? Penso che siamo ancora fermi a un approccio morale e a forme di attivismo obsolete, quando invece la questione esige che diventi politica e che si configuri come forma di lotta contro un’ingiustizia; certamente il fatto che siamo noi animali umani a chiedere diritti per le altre specie è un fatto unico nella Storia, ma credo che se vogliamo avere successo dobbiamo necessariamente guardare ai movimenti di lotta in generale e trovare alleanze comuni. Parlare di alimentazione vegetale o protezionismo non basta perché il punto non è cosa mangiamo noi, ma CHI mangiamo e CHI vogliamo liberare dallo sterminio sistematico. Gli altri animali devono essere posti al centro del discorso in quanto soggetti oppressi. Credo poi che sia necessario un approccio multiculturale, cioè che spetti ai professionisti di ogni settore dare il loro contributo, nelle scuole, nelle università, in medicina, nella scienza. Io, in quanto artista, sto cercando di portare gli animali nel nostro ambiente. SU CHE PROGETTI STAI LAVORANDO? COSA C’È NEL FUTURO DI TEODORA? Quest’anno ho avuto un lutto importante, ho perso Bernie, il mio compagno di vita canino. Quando ho annunciato la sua morte sui social ho ricevuto tantissima vicinanza, non solo affettiva, ma anche di testimonianza, cioè molte persone, amici e conoscenti, mi hanno parlato dei loro lutti, del loro dolore; ho deciso così di scrivere dei versi per ognuno di loro, sempre accompagnati dai disegni di Alessandra Antonini. Un libro in memoria di Bernie, ma non solo, in memoria di tutti coloro che sono stati amati. Ovviamente questo è un libro di segno opposto a Le mucche se non le mungi esplodono (di gioia) perché qui la morte non spezza esistenze che mai hanno avuto possibilità di esprimersi, bensì esistenze riconosciute, rispettate, che sono state piene di amore. La morte è sempre uno strappo, un nonsense, è difficile trovargli significato e poi c’è il dolore dell’assenza, ma ricordare, l’esercizio della memoria, è un filo che ci tiene ancora legati a queste creature, che ci consente quindi di andare avanti, elaborare, mai dimenticare, ma trasformare in amore, empatia, sempre. Infatti, tra la vita e la morte c’è lo spazio dell’amore e la mia poesia, i miei versi dedicati a questi animali rendono questo spazio ancora più concreto, reale, un promemoria che si può aprire, sfogliare, in cui il lutto trova modo di essere accolto e compreso. Infatti, al dolore per la perdita di un animale amato spesso si accompagna l’incomprensione della società, il mancato riconoscimento sociale del lutto, che invece è uguale a quello che segue la perdita di una persona umana. Non è un lutto “minore”, ma anzi, poiché ogni relazione è unica e peculiare, è un lutto ben definito. Il ricavato di questo libricino sarà devoluto al Rifugio Speranza, canile di Francavilla Fontana. Poi uscirà anche Il piano finale che tratta dell’ennesima aberrazione per il profitto che la nostra specie è stata capace di congegnare, vale a dire un grattacielo di ventisei piani di maiali, ovverosia la costruzione di un mega-allevamento verticale (per risparmio di suolo, ma non di violenza) in Cina. Il testo sarà bilingue, italiano e inglese, tradotto da Helen Moor, scrittrice e poetessa scozzese che fa parte del movimento Ecopoesia. Questa volta sarà impreziosito dalle tavole della pittrice e scultrice Franca Finocchiaro, mia madre. Le poesie sono ventisei, quanti sono i piani di questa struttura mastodontica, più una di apertura e una in chiusura. Annuncio anche Lune spezzate, opera dedicata agli orsi cosiddetti della luna per via di una macchia sul petto a forma di mezzaluna, vittime di un’industria terrificante che ha luogo in Oriente, quella per l’estrazione della bile. Gli orsi trascorrono tutta la loro vita imprigionati in gabbie minuscole dove a malapena riescono a fare qualche movimento minimo con un ago conficcato nella cistifellea per estrarne la bile, che si crede avere proprietà benefiche (trattasi ovviamente di una credenza popolare, ma se anche fosse vero, sarebbe comunque un trattamento orrorifico ai danni di questi animali). L’opera si configura come monologo a più voci e i disegni sono dell’artista Valeria D’Addabbo. ULTIMA DOMANDA: SE TU POTESSI ESSERE UN “ANIMALE” CHI VORRESTI ESSERE? Io sono già animale, femmina adulta appartenente alla specie Homo Sapiens; vorrei solo esserne più fiera, ecco. Come ho detto all’inizio, i miei versi svelano l’orrore che siamo capaci di compiere e quindi rivelano chi siamo; ma anche, soprattutto, chi potremmo essere rifiutando dominio e sopraffazione sulle altre creature; gli animali migliori che potremmo diventare, parte di un tutto, e non al vertice di una piramide di devastazione e morte. 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U n rivolo di sangue sgorga dal muso di una capra. È distesa su un fianco, sul terreno umido a tratti tappezzato di muschio e ricoperto da una pioggia di frammenti di legno, metallo e vetro. Un occhio aperto, lo sguardo nel vuoto, la pelliccia sporca e la pelle squarciata. Poco più lontano è visibile un altro esemplare, perso tra i detriti, anche lui privo di vita. Intorno a loro c’è neve e distruzione: finestre rotte, tetti divelti da cui spuntano murature decorate e totem colorati. Il Feldman Ecopark, uno zoo alla periferia di Charkiv, in Ucraina, il 2 marzo 2025 è stato colpito durante l’attacco russo di droni Shahed, armi kamikaze a lungo raggio. I due ungulati uccisi, tra cui una femmina gravida, erano stati precedentemente salvati da una zona di combattimento e portati nel parco, con la speranza che potessero sopravvivere. Gli animali sono spesso considerati vittime di serie B della guerra, che la società ci insegna a far passare in secondo piano rispetto al dramma umano, sebbene sopportino una violenza dirompente, spaventosa e per loro incomprensibile. I conflitti armati possono esasperare l’ambiguità che caratterizza il nostro rapporto con gli altri animali. Sono una lente impietosa sugli abissi della nostra morale. Il massacro di Londra e i gatti di Gaza Dai primi mesi del conflitto russo-ucraino, i media hanno diffuso immagini di profughi costretti ad abbandonare casa e affetti. Alcuni sono accompagnati dagli animali con cui, fino a quel momento, avevano condiviso la propria vita, allo stesso tempo simbolo e incarnazione di una dimensione familiare. Quelle mostrate nei telegiornali e sulle piattaforme social sono rappresentazioni accoglienti, che suscitano empatia e fanno quasi dimenticare il prezzo da sempre pagato dagli animali da compagnia in zone di guerra, che invece, spesso, sono considerati oggetti da sacrificare o legami da rompere per disumanizzare il nemico. > Gli animali sono spesso considerati vittime di serie B della guerra, che la > società ci insegna a far passare in secondo piano rispetto al dramma umano, > sebbene sopportino una violenza dirompente, spaventosa e per loro > incomprensibile. Era il 3 settembre 1939 quando la BBC annunciò che la Gran Bretagna aveva dichiarato guerra alla Germania. Siamo agli albori della Seconda guerra mondiale. Alla cittadinanza venne chiesto di prepararsi ai raid aerei e una precauzione su tutte probabilmente raggelò il sangue degli inglesi: il governo li sollecitò a portare i propri animali domestici nelle campagne e, nel caso non ci fossero stati vicini disponibili a occuparsi di loro, a sopprimerli con l’aiuto di un veterinario. Senza curarsi dell’opposizione di alcuni gruppi di protezione animale, circa 400.000 tra gatti, cani, uccelli e conigli vennero eliminati, come racconta la storica Hilda Kean nel suo libro The Great Cat and Dog Massacre (2017). Ci fu chi obbedì forse con pochi scrupoli, chi soppresse i propri compagni non umani per risparmiare loro la sofferenza dei bombardamenti, chi li graziò e, in qualche modo, ne riconobbe l’individualità e una forma di agentività, condividendo con loro il cibo, gli spazi, la paura e il dolore. Quest’ultimo caso ci porta a Gaza, ai giorni nostri. Le immagini che ci sono giunte mostrano gatti feriti e traumatizzati dallo scoppio delle bombe, dalla perdita di un rifugio, dalla fame e dalla sete, ma anche salvati da medici e veterinari, aiutati e accolti dai palestinesi o, ancora, con le loro famiglie umane mentre vivono insieme piccoli momenti di spensieratezza. Neha Vora, docente di antropologia nel Dipartimento di Studi internazionali dell’American University of Sharjah negli Emirati Arabi Uniti ha commentato così queste storie: > Quello che i gatti di Gaza ci insegnano è che il trauma della Palestina è un > trauma multispecie. Non ci insegnano che anche i palestinesi sono umani, > poiché questa è un’affermazione che continua a definire l’umano contro > qualcosa che non è, qualcosa che sarà sempre escluso, abietto e quindi > eliminabile. Credo che i palestinesi e i loro gatti siano così coinvolgenti > per molti di noi perché sfidano le visioni liberali dell’umanità e le > smascherano come modi coloniali di definire il mondo, la soggettività e le > fantasie di libertà. L’“Umanità” non ci condurrà mai a una giustizia e pace > universali. Umanità. È una parola che apparentemente si collega allo stesso universo semantico della compassione e della pietà, ma che in realtà si nutre di una visione gerarchica del mondo naturale, in cui l’animale è inferiore, e animale diventa o deve diventare chiunque incarni il nemico da combattere. Una prospettiva che, in parte e non a caso, ritroviamo nella struttura e nella gestione degli zoo, in cui le sbarre o altre barriere separano gli esseri umani dalle altre specie esposte e nei quali siamo sempre noi a poter decidere delle loro esistenze secondo le nostre necessità Un’ingannevole arca di Noè Nel volume World War Zoos. Humans and Other Animals in the Deadliest Conflict of the Modern Age (2025), lo storico John M. Kinder ricostruisce la vita degli zoo dal periodo della Grande depressione alla Seconda guerra mondiale, fino ai primi anni della guerra fredda. Kinder illustra come la visione gerarchica degli esseri viventi, e in particolare la disumanizzazione di determinati gruppi, fosse un aspetto centrale dell’ideologia nazista, evidente nel modo in cui venivano trattati sia gli esseri umani sia gli animali. > Le metafore legate agli animali sono servite e servono ancora oggi a > giustificare i delitti commessi e a comprendere e articolare azioni aberranti. Un esempio emblematico è quello del campo di concentramento di Buchenwald e del suo giardino zoologico. Il progetto, sostenuto sin dall’inizio da Karl-Otto Koch, a capo del campo dal 1937 al 1941, era pensato come luogo ricreativo ed edificante per le SS e le loro famiglie e come una fonte di umiliazione e tormento per i prigionieri. Lo zoo serviva, infatti, a ricordare loro la presunta inferiorità rispetto agli animali in gabbia: gli umani reclusi erano spogliati della dignità, resi sacrificabili per qualsiasi contingenza e costretti persino a finanziare la struttura con “contributi volontari”. Gli animali di Buchenwald ricevevano un’alimentazione migliore dei prigionieri, tanto che molti di loro cercavano di lavorare nello zoo per ottenere una razione extra. Kinder spiega: > Il legame retorico tra animali ed Ebrei, l’obiettivo principale della > Soluzione finale di Hitler, giocò un ruolo importante nel legittimare > l’Olocausto agli occhi dei suoi esecutori. Esisteva una lunga storia di > equiparazione degli Ebrei ad animali (maiali, cani) e a malattie, amplificata > dai propagandisti nazisti. Le metafore legate agli animali sono servite e servono ancora oggi a giustificare i delitti commessi e a comprendere e articolare azioni aberranti. Per descrivere l’uccisione da parte di privati cittadini di civili indifesi nell’assedio di Sarajevo, durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina degli anni Novanta, si usano termini come “attività venatoria”, “cacciatori”, “prede” e “safari”. Le notizie parlano di gruppi di cecchini/cacciatori che spendevano cifre nell’ordine di grandezza di decine di migliaia di euro per sparare a persone indifese, trasformate in target classificati in base a un tariffario, esattamente come accade nei safari di caccia in Africa. Se nel vecchio continente gli obiettivi più costosi sono specie iconiche e minacciate dall’estinzione, come leoni, elefanti e rinoceronti, nei Balcani sembra che bambine e bambini fossero in cima al listino. Non più vite, solo trofei da collezionare. Allo stesso modo, come evidenziato da Kinder nel suo libro, durante il secondo conflitto mondiale e anche in seguito, gli zoo offrirono alle persone metafore per aiutarle a comprendere le esperienze di prigionia, impotenza e degradazione. In quegli anni le gabbie divennero teatro di orrore, dolore e ideologia. I destini di gran parte degli esemplari rinchiusi negli zoo furono impietosi. Alcuni riuscirono a esser trasferiti in luoghi più protetti, mentre molte delle specie più pericolose, quelle carnivore o velenose, furono uccise per evitare che costituissero un’ulteriore minaccia in caso di fuga dopo un bombardamento. La stessa sorte toccò agli animali più costosi da mantenere, tra cui quelli marini. Molti altri rimasero intrappolati, senza la possibilità di mettersi in salvo: morirono di fame e di sete tra atroci sofferenze, subirono le esplosioni riportando ferite, orribili mutilazioni e danni psicologici irreparabili o divennero oggetto di saccheggio e di improvvisate battute di caccia. Accadde proprio questo nel 1939, durante l’invasione della Polonia da parte dell’esercito nazista. Il direttore dello zoo di Berlino, Lutz Heck, dopo aver messo da parte gli esemplari più pregiati dello zoo di Varsavia, permise ad alcune SS di usare gli animali ancora in gabbia come bersagli per la notte di Capodanno. > Un tempo i giardini zoologici erano perlopiù luoghi di intrattenimento, e una > dimostrazione del potere degli Stati sulle proprie colonie, da cui alcuni > esemplari provenivano. Oggi gli obiettivi dichiarati sono l’educazione, la > ricerca e la conservazione. Ancora oggi gli animali degli zoo sono costretti a spostarsi sotto i bombardamenti, le loro vite vengono distrutte dalle esplosioni, dalla fame e dalla sete, o diventano cibo per soldati. Nella prima parte del Ventesimo secolo, i giardini zoologici erano per lo più luoghi di intrattenimento e una dimostrazione del potere degli Stati sulle proprie colonie, da cui alcuni esemplari provenivano. Attualmente i tre principali obiettivi di queste istituzioni sono l’educazione, la ricerca e la conservazione. Quest’ultimo scopo prevede la tutela di specie a rischio di estinzione attraverso progetti in situ, in cui gli esemplari sono protetti nei loro habitat, e attività ex situ, che prevedono la detenzione di individui in cattività per il mantenimento di popolazioni di animali che potrebbero scomparire in natura. Gli zoo sono, quindi, una sorta di arca di Noè la cui efficacia, secondo Kinder, è dubbia, soprattutto in tempi di guerra: > Se gli zoo vogliono sopravvivere ai conflitti di questo secolo, devono > abbandonare la metafora dell’arca. Di fronte alla minaccia di catastrofiche > perturbazioni climatiche, il mondo non ha bisogno di una flotta di scialuppe > di salvataggio progettate per aiutare specie selezionate ad attraversare > quaranta giorni e quaranta notti metaforiche di tumulto. Piuttosto, abbiamo > bisogno di una strategia per sopravvivere a un clima alterato a tempo > indefinito. Come minimo, dobbiamo porci domande difficili sul fatto che i > vantaggi degli zoo superino i loro evidenti svantaggi, incluso il disagio > fisico e mentale sopportato dalle specie in cattività. La promessa di salvezza degli zoo sembra ancora più debole nelle zone di conflitto, dove ai danni apportati a queste strutture e ai loro occupanti si sommano ingenti disastri ambientali. I pericoli per la fauna selvatica e il reato di ecocidio Le lotte armate hanno spesso luogo in ecosistemi fragili e hotspot di biodiversità, producendo conseguenze devastanti su molte specie di animali selvatici. Nella Repubblica Democratica del Congo, anni di guerra hanno ridotto significativamente la popolazione di ippopotami: dai circa 30.000 esemplari, presenti nel 1974, si è passati a meno di 1000 verso la fine della guerra civile congolese, nel 2005. Gli esemplari sono poi aumentati fino a 2500 nel 2018, per poi essere nuovamente minacciati dai gruppi di ribelli, che hanno iniziato a cacciarli di frodo per venderne la carne e finanziare le loro attività. A oggi la popolazione di questi mammiferi si attesta intorno ai 1200 esemplari, sui quali incombono nuovi pericoli, come l’avvelenamento da antrace. In Mozambico la guerra civile, combattuta tra il 1977 e il 1992, ha portato all’uccisione di circa il 90% degli elefanti, le cui zanne in avorio erano vendute per sovvenzionare i combattenti. La caccia intensa avrebbe addirittura favorito la mutazione genetica associata alla mancata formazione delle zanne nelle femmine. In Iraq, nel 2016, l’ISIL (Islamic State in Iraq and the Levant) ha attaccato una raffineria di petrolio. Poco meno di venti pozzi esplosi hanno causato l’innalzamento di una nube tossica e una massiccia fuoriuscita di petrolio. Il risultato è stato la contaminazione di suolo e acque, un ostacolo concreto alla sopravvivenza della vicina cittadina di Qayarrah e un gravissimo danno per la fauna della regione. Le invasioni militari possono persino portare all’introduzione volontaria o accidentale di specie aliene, in grado di esercitare impatti negativi sugli ecosistemi delle aree conquistate e sui loro abitanti. Oggi sappiamo bene quanto queste azioni possano produrre danni irreparabili all’ambiente, con un effetto domino che potrebbe estendersi globalmente, eppure non abbiamo a disposizione strumenti abbastanza efficaci per arginarli. Lo Statuto di Roma della Corte penale internazionale, nell’articolo 8 (2)(b)(iv) sui crimini di guerra, prevede che sia considerato reato lanciare attacchi deliberati nella consapevolezza di produrre “danni diffusi, duraturi e gravi all’ambiente naturale che siano manifestamente eccessivi rispetto all’insieme dei concreti e diretti vantaggi militari previsti”. Una norma eccessivamente generica, una lacuna giuridica che si sta cercando di colmare da decenni spingendo per il riconoscimento del reato di ecocidio. > Oggi sappiamo quanto le guerre possano produrre danni irreparabili > all’ambiente, con effetti di portata globale, eppure non abbiamo a > disposizione strumenti efficaci per arginarli. Il riconoscimento del reato di > ecocidio è un passo importante in questa direzione. Il termine è stato utilizzato per la prima volta dal biologo Arthur Galston, negli anni Settanta, per descrivere la deforestazione su larga scala causata dall’uso dell’Agent Orange da parte degli Stati Uniti d’America durante la guerra del Vietnam. Negli anni Duemila il concetto è stato riproposto dall’avvocata Polly Higgins e infine, nel 2021, è stata presentata una definizione legale alla Corte penale internazionale, per cui “‘ecocidio’ significa atti illegali o arbitrari commessi nella consapevolezza di una sostanziale probabilità di causare un danno grave e diffuso o duraturo all’ambiente con tali atti”. Sono crimini non riconosciuti che continuano a essere perpetrati senza la certezza di un processo e di un’eventuale condanna dei colpevoli: alcuni esempi recenti sono la distruzione della copertura arborea e dei terreni agricoli di Gaza, con fattorie e uliveti abbattuti, suolo, falde acquifere, mare e aria inquinati, e l’impatto sugli ecosistemi e la biodiversità del conflitto in Ucraina. Gli animali non umani sembrano quasi invisibili in questi scenari, sebbene la loro esistenza presente e futura venga cancellata attraverso le uccisioni e la distruzione degli habitat in cui prosperano. Violenze necessarie: al punto di dissoluzione del Diritto internazionale umanitario Non sono solo gli animali da compagnia, quelli degli zoo e la fauna selvatica a subire gli effetti degli scontri. Gli animali allevati vengono macellati, rubati, bombardati o lasciati morire di fame. Esistono specie utilizzate direttamente nei conflitti come mezzi di trasporto, tra i quali ci sono i cavalli, gli asini, i muli, gli elefanti e i cammelli, mammiferi addestrati a rilevare esplosivi, quali elefanti, cani e ratti, oppure cetacei preparati per cercare sottomarini e lasciati esplodere per distruggerli, tra cui i delfini. Come illustra l’articolo “Animals in War: At the Vanishing Point of International Humanitarian Law”, pubblicato nel 2022 nell’International Review of the Red Cross, malgrado la loro vulnerabilità nelle situazioni appena descritte, gli animali sono ancora ampiamente ignorati dal Diritto internazionale umanitario (DIU), che rimane prevalentemente antropocentrico. Essi non godono di uno status legale esplicito, non ne viene riconosciuta la senzienza, né sono concessi loro diritti, nonostante ci siano alcuni Paesi i cui ordinamenti giuridici hanno cominciato a considerare la soggettività e la capacità di provare dolore di questi esseri viventi. Anne Peters e Jérôme de Hemptinne, autori della pubblicazione, suggeriscono due strategie principali per affrontare la mancanza di una specifica protezione nel diritto internazionale umanitario. La prima consisterebbe nell’applicare in modo più efficace le norme già esistenti, ampliandone l’interpretazione per includere gli animali nelle categorie protette previste: potrebbero essere assimilati a combattenti o prigionieri di guerra, a civili, oppure a oggetti. Tale approccio prevederebbe la rilettura delle disposizioni relative alla difesa dell’ambiente, del patrimonio culturale e delle aree protette, riconoscendo che gli animali sono esseri viventi capaci di provare sofferenza e grave disagio (distress). La seconda strategia contempla l’adozione di un nuovo strumento internazionale volto a riconoscere specifici diritti agli animali, in particolare il divieto di utilizzarli come armi. Si tratta di una prospettiva di lungo periodo, ancora lontana, poiché richiederebbe a molti Stati di superare profonde barriere concettuali riguardanti la personalità giuridica degli animali non umani e di accettare eventuali limitazioni nella conduzione dei conflitti armati per proteggerli. Il tutto in un contesto in cui i precedenti tentativi di varare una convenzione internazionale sul benessere animale non hanno finora riscontrato grande successo. > Malgrado la loro estrema vulnerabilità nei teatri di guerra, gli animali sono > ancora ampiamente ignorati dal Diritto internazionale umanitario (DIU), che > rimane prevalentemente antropocentrico. Però, come il giurista inglese Hersch Lauterpacht ha scritto in passato, il DIU è “al punto di dissoluzione del diritto internazionale” e gli autori del paper sostengono che in questo sia simile al diritto animale, con i debiti cambiamenti, e che la loro intersezione, seppure foriera di estreme difficoltà, non dovrebbe fermarci dal voler perseguire un’“utopia realistica” per gli animali a livello mondiale. È possibile partire dall’attuale situazione internazionale per poi cercare di ampliare quelli che sono considerati i limiti della praticabilità politica. Il DIU e il diritto legato al benessere animale sono entrambi corpi normativi che non vietano la violenza, ma concedono lo spazio a una violenza ritenuta “necessaria”, di fatto legittimandola. Sebbene, come sottolinea l’articolo, questa somiglianza dovrebbe facilitare l’estensione del campo di applicazione del DIU agli animali non umani, certamente fa emergere quella ambiguità che, anche in condizioni di pace, esiste nei trattamenti che riserviamo loro. La percepiamo quando accettiamo le condizioni in cui versano negli allevamenti intensivi oppure  la cattività e la scelta di sopprimere alcuni esemplari negli zoo per calcolo economico, perché spazio e risorse delle strutture sono limitate, o per esigenze di conservazione, al fine di mantenere l’equilibrio tra maschi e femmine di una specie o prevenire il rischio di consanguineità. O ancora, quando acconsentiamo alla sperimentazione animale. > I conflitti armati rendono ancora più tangibile l’ambiguità che caratterizza > il nostro rapporto con gli altri animali, anche e soprattutto in tempo di > pace. Il confine tra amore, rispetto per la vita degli animali non umani, violenza e sopravvivenza può farsi eccezionalmente labile. Lo spiega Kinder, sempre attingendo dall’esperienza del campo di concentramento di Buchenwald, quando parla del poema satirico Eine Bären-Jagd im KZ Buchenwald (in italiano Una caccia all’orso nel campo di concentramento di Buchenwald), scritto e illustrato dal sopravvissuto al campo Kurt Dittmar nel 1946. L’opera ripercorre la breve vita di Betti, un’orsa allevata nello zoo del campo, dall’arrivo come cucciolo alla morte per mano di un comandante. L’orsa è inizialmente servita e riverita dai detenuti per ordine delle SS, si nutre di buon cibo, gode di spazio all’interno della sua gabbia ed è per questo oggetto di invidia da parte dei prigionieri. Con il trascorrere del tempo la milizia nazista aggiunge alla collezione dello zoo altri animali e Betti, stanca della nuova compagnia, abbatte il recinto elettrico e fugge nella foresta. I detenuti tentano invano di catturarla, finché il vicecomandante non la uccide e ne riporta indietro il corpo come un trofeo. L’illustrazione di Dittmar raffigura alcuni prigionieri sconvolti davanti alla carcassa dell’orsa, consapevoli di condividere il suo destino di preda braccata. Costretti ad arrostirne le carni per la festa delle guardie, non ne assaggiano neanche un boccone, ma continuano a sognare: la libertà, il cibo e la giustizia contro i loro aguzzini. Nonostante sia ispirato a eventi reali, il poema non è un resoconto storico, ma conserva in sé una realtà difficile da accettare. Scrive l’autore di World War Zoos: > Ciò che otteniamo invece è qualcosa di più interessante: una riflessione sul > potere e sui limiti dell’empatia. Nel racconto di Dittmar, i prigionieri umani > di Buchenwald riconoscono che la vita di Betti è sempre appesa a un filo, che > lei è preziosa fino al momento in cui le SS decidono diversamente. Pure lei è > una prigioniera, anche se ha pasti migliori e una gabbia più bella. Ma questo > non significa che non proveranno a rubarle il cibo o a rosicchiare le sue ossa > spolpate. Nella Buchenwald di Dittmar, i prigionieri possono sia piangere per > l’uccisione di Betti sia sbavare affamati sul suo cadavere sfrigolante. L'articolo Animali in guerra proviene da Il Tascabile.
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La versione del cavallo
T oc. È il suono dello zoccolo di Hans: il cavallo capace di contare, riconoscere le carte da gioco e persino leggere nel pensiero. Ha appena poggiato la zampa su un cartellino con il numero “quattro” disegnato in superficie, il risultato corretto di una sottrazione. Siamo nei primi anni del Novecento e una commissione di scienziati è riunita a casa di Wilhelm von Osten, insegnante di matematica in pensione di Berlino, per verificare che le prodigiose abilità di Hans, il suo cavallo, non siano una frode. E tali non sembrano: sa risolvere calcoli, riconoscere forme geometriche e indovinare a quale numero sta pensando un umano di fronte a lui. Eppure il biologo e psicologo Oskar Pfungst non è convinto e ripropone all’animale i test, questa volta con alcune modifiche: gli sperimentatori non dovranno conoscere le risposte ai quesiti posti o non dovranno essere visibili al cavallo. Hans non risponde più e Pfungst, in questo modo, scopre che l’equino non sarà un bravo matematico, ma è un eccellente osservatore: riesce a leggere i piccoli segnali del volto e del resto del corpo di von Osten e dei membri della commissione che in qualche modo indicano che sta toccando o sta per toccare il numero corretto. Nasce così l’effetto Clever Hans, che indica il rischio da parte degli esseri umani di dare al soggetto testato un suggerimento involontario sul comportamento desiderato. > Nel corso della storia i cavalli sono stati cibo, mezzi di trasporto, forza > agricola, armi da guerra, campioni sportivi, status symbol, compagni e > mediatori terapeutici. Solo negli ultimi anni abbiamo iniziato a studiare i > loro reali bisogni, il modo in cui percepiscono il mondo e perfino alcuni > aspetti della loro vita interiore. Nel teatro delle civiltà umane, i cavalli sono stati costretti a recitare innumerevoli ruoli. Se per il vecchio maestro in pensione doveva essere lo sbalorditivo esemplare a cui aveva insegnato a comportarsi come un umano, in generale, nella storia delle nostre società, questi animali sono stati cibo, mezzi di locomozione, strumenti agricoli, armi da guerra, campioni sportivi, status symbol, compagni di vita e mediatori terapeutici. Uno di loro stava persino per essere nominato console dall’imperatore Caligola, almeno così scriveva Svetonio. Solo negli ultimi anni la ricerca sul comportamento animale sta iniziando a restituirci un’immagine più autentica dei cavalli, svelando i loro reali bisogni, il modo in cui percepiscono il mondo e perfino alcuni aspetti della loro vita interiore, al di là delle nostre proiezioni e stereotipi. Umani e cavalli: due destini che si uniscono La storia degli Equidae, la famiglia a cui appartengono i cavalli, inizia circa 55 milioni di anni fa, in America. Nell’Eocene apparve il primo antenato del cavallo, l’Hyracotherium, i cui resti fossili ritrovati in America Settentrionale ed Europa rivelavano le sembianze di un mammifero molto diverso dal fiero destriero a cui noi tutti siamo abituati: aveva dimensioni simili a quelle di un cane di taglia medio-piccola, cranio tozzo e zampe sottili. Persino i paleontologi fecero fatica a ricollegarlo ai cavalli prima del ritrovamento dei resti di altri antenati, ultimo il Pliohippus, da cui si è evoluto il genere Equus circa 4-4,5 milioni di anni fa, durante il Pliocene. Nel corso di poche decine di milioni di anni l’evoluzione apportò numerosi cambiamenti, tra cui l’aumento di dimensioni, la riduzione del numero di dita, la modifica della morfologia dei denti affinché fossero adatti al pascolo, l’allungamento del muso e l’incremento del volume e della complessità del cervello. > Il controllo della riproduzione dei cavalli moderni è emerso intorno al 2200 > a.C. nelle steppe pontico-caspiche, attraverso l’accoppiamento tra > consanguinei stretti per selezionare le caratteristiche più utili. Fu alla fine del Pleistocene che il destino dei cavalli cambiò drasticamente. Se in America Settentrionale scomparvero intorno a 10.000 anni fa, nel Vecchio mondo vissero abbastanza a lungo da incontrare l’essere umano ed essere domesticati. Le pareti dipinte delle grotte di Lascaux, Altamira e Pech-Merle testimoniano l’attrazione che il cavallo aveva iniziato a esercitare sui nostri progenitori nel Paleolitico, con le loro rappresentazioni accurate, forse propiziatorie o dettate dal senso di libertà che la loro corsa probabilmente evocava. I primi tentativi di domesticazione, però, avvennero molto tempo dopo: le prime tracce risalgono soltanto a circa 5.500 anni fa e appartengono ad alcuni antichi insediamenti semisedentari localizzati nell’attuale Kazakistan settentrionale. Nei pressi del sito archeologico di Botaï sono stati rinvenuti resti ossei, appartenenti a centinaia di cavalli, che mostrano l’uso di briglie, di recinzioni, e altri ritrovamenti che costituiscono indizi sulla loro mungitura per ricavarne latte da bere, pratica diffusa ancora oggi in Mongolia. Per molto tempo si è creduto che i nostri cavalli fossero i diretti discendenti di quelli di Botaï, ma recenti analisi genetiche hanno smentito questa ipotesi. Gli equidi del Kazakistan non vennero selezionati e utilizzati per il trasporto su larga scala. Questo sarebbe accaduto solo verso la fine del terzo millennio a.C. Uno studio pubblicato su Nature nel 2024 ha rivelato che il controllo della riproduzione della linea dei cavalli moderni è emerso intorno al 2200 a.C. nelle steppe pontico-caspiche, attraverso l’accoppiamento tra consanguinei stretti per selezionare le caratteristiche più utili. Il controllo riproduttivo ha coinciso con una rapida espansione dei nuovi cavalli in tutta l’Eurasia, che ha portato alla sostituzione di quasi tutte le linee locali. Iniziava così la storia umana della mobilità su vasta scala. Le date ottenute dalle analisi genetiche e dall’esame dei reperti archeologici sono di particolare importanza anche perché contraddicono una delle narrazioni più diffuse sullo sviluppo delle culture umane, secondo cui grandi mandrie di cavalli avrebbero accompagnato la massiccia migrazione dei popoli delle steppe che diffusero le lingue indoeuropee attraverso l’Europa intorno al 3000 a.C. A quell’epoca non avevamo ancora domato il DNA dei cavalli selvatici. La domesticazione del cavallo rivoluzionò il modo di viaggiare e per migliaia di anni fu questa specie a segnare i confini del trasporto via terra, finché il treno, nel Diciannovesimo secolo, aprì una nuova era. Solo con l’avvento dell’automobile, nel secolo successivo, i cavalli persero definitivamente il loro ruolo centrale nei trasporti. Il retaggio di questo passato, però, è ancora ben visibile: molte strade ricalcano antichi percorsi tracciati per i cavalli e la potenza dei motori continua a misurarsi proprio in “cavalli”. Lasciarono un’impronta profonda anche nelle guerre e vennero usati fino al primo conflitto mondiale, in cui furono indispensabili poiché trainavano rifornimenti, munizioni, artiglieria e feriti. Un animale, tanti ruoli Il poderoso e imponente percheron, originario del Nord della Francia, plasmato per le battaglie, per i trasporti e i lavori agricoli; il pony delle Highlands, nativo delle isole scozzesi, compatto e piccolo e allevato per l’equitazione di campagna e di maneggio; l’elegante e selvaggio mustang, discendente dei cavalli che gli spagnoli portarono nel Nuovo mondo, in seguito rinselvatichiti. Queste sono solo alcune delle centinaia di razze che l’essere umano ha modellato con la selezione artificiale per adattarle alle proprie necessità, inizialmente incrociando individui con le caratteristiche desiderate, fino ad arrivare all’utilizzo di tecniche di editing genetico come CRISPR (Clustered Regularly Interspaced Short Palindromic Repeats). I cavalli sono i nostri campioni in discipline sportive, tra cui il polo e l’equitazione, continuano a svolgere i loro compiti tradizionali nei Paesi in via di sviluppo, dove forniscono trasporto e forza lavoro per l’aratura, sono protagonisti di celebrazioni folkloristiche e tradizionali in tutto il mondo, con rituali che frequentemente sfidano la concezione di benessere animale e persino il buonsenso. Ne sono un esempio la conduzione di mezzi a trazione in piena estate a Roma (le cosiddette botticelle), e Las Luminarias, celebrazione durante la quale si festeggia Sant’Antonio, protettore degli animali, facendo attraversare agli equidi le fiamme dei falò accesi nei vicoli di San Bartolomé de Pinares, in Spagna. I cavalli sono anche considerati cibo: secondo i dati della FAO (Food and Agriculture Organization) sugli allevamenti mondiali, nel 2023 si contavano circa 57 milioni di cavalli e 4,71 milioni macellati. > Sono centinaia le razze che l’essere umano ha modellato con la selezione > artificiale per adattarle alle proprie necessità, inizialmente incrociando > individui con le caratteristiche desiderate, fino ad arrivare all’utilizzo di > tecniche di editing genetico. Equus ferus caballus è sempre stato anche un compagno per noi umani. Già nel mondo antico, e ancora di più nel Medioevo e nel mondo islamico, era considerato dai cavalieri un amico, con un suo nome e una sua personalità. È indimenticabile l’incontro tra Alessandro Magno e il cavallo Bucefalo, descritto da Plutarco nella Vita di Alessandro: il figlio di Filippo II di Macedonia comprende le paure dell’animale e riesce in questo modo a cavalcarlo. Il loro rapporto è stretto e intenso, rafforzato da viaggi e battaglie e suggellato dalla morte dell’animale sull’Idaspe, in India, dove il condottiero fonderà una città in onore del destriero. Secoli di vicinanza non trascorrono senza lasciare traccia e i cavalli hanno imparato a starci accanto, a capirci così bene da poter addirittura essere un supporto negli interventi assistiti con gli animali, progetti che si basano sull’interazione con loro per mantenere o migliorare il nostro benessere fisico, psicologico e sociale. Essere cavalli Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento incominciarono a essere diffusi spettacoli in cui cavalli e nuotatori si tuffavano da strutture alte circa venti metri: il cavallo saliva su rampe strette, solo il vuoto intorno a lui; poi, in cima, un fantino gli saltava in groppa ed entrambi scivolavano su una piattaforma inclinata, fino a cadere per diversi metri, a testa in giù, in una piscina. Non sorprende che esperienze di questo tipo lasciassero spesso segni profondi, sia fisici sia emotivi, tanto sugli esseri umani quanto sui cavalli. L’esistenza di queste performance è proseguita fin quasi ai giorni nostri ‒ negli anni Duemila un esemplare ha continuato a tuffarsi in un parco divertimenti vicino a New York ‒ e in rete è ancora possibile guardare i video di queste imprese. Tra i commenti c’è chi suggerisce che questi animali si divertano nel tuffarsi: “Se lo fanno, è perché gli piace”. Un argomento sterile, come afferma Léa Lansade in Nel mondo del cavallo – Pensieri, emozioni, comportamenti di un meraviglioso animale (2025). > Contrariamente a quanto generalmente si pensa, i cavalli sono animali sociali > e vivono in gruppi familiari composti da 3-5 femmine, uno stallone e i puledri > con esso generati. Famiglie che si spostano, mangiano, dormono, galoppano e > giocano insieme. Lansade, introdotta all’equitazione da giovanissima, è oggi un’etologa specializzata nel campo delle emozioni e delle capacità cognitive degli animali. Nel libro, la ricercatrice supera gli spazi angusti di credenze e folklore, salta le staccionate delle conoscenze non dimostrate sui cavalli e presenta un animale sconosciuto a una buona parte del pubblico, anche di quello esperto, raccontando i risultati di anni di ricerche etologiche. I cavalli sono animali sociali e vivono in gruppi familiari composti da 3-5 femmine (le giumente), uno stallone e i puledri con esso generati. Tra le giumente si instaurano amicizie che durano a lungo, anche un’intera esistenza, e quando formano una nuova famiglia, esse cercano di rimanere vicine a quella di origine, isolandosi solo nella stagione riproduttiva. I puledri, molto uniti alle madri fino alla maturità sessuale, che arriva intorno ai 2-3 anni, imparano le regole del gruppo tramite il gioco, di cui si occupa soprattutto lo stallone. Le famiglie si spostano, mangiano, dormono, galoppano e giocano insieme. Quando un membro scompare, il resto del gruppo lo chiama e lo cerca: i cavalli sono in grado di riconoscersi e sanno instaurare relazioni solide tra loro. Non sono territoriali e diversi gruppi possono convivere in uno stesso spazio, in cui trovano tutto ciò di cui necessitano, come acqua, cibo e un riparo naturale, quando possibile. Il fatto che il cavallo sia un erbivoro influisce profondamente sulla distribuzione delle attività a cui si dedica nelle 24 ore. Poiché le piante forniscono poca energia rispetto al fabbisogno di un animale che può pesare centinaia di chilogrammi, il cavallo occupa in media 15-16 ore al giorno a nutrirsi. Durante il pascolo non rimane fermo, ma si muove lentamente con la testa a terra, scegliendo le piante più adatte. Il benessere del cavallo è anche questo: essere libero di trascorrere una giornata a camminare mentre mangia. I sensi dei cavalli nascondono regni a noi sconosciuti. Il loro campo visivo, diversamente dal nostro, è panoramico: possono arrivare a vedere quasi dietro la propria schiena, grazie alla posizione laterale degli occhi, uno per ogni parte della testa. Si ritiene che l’evoluzione abbia favorito questa particolare disposizione per avvistare i predatori da qualsiasi direzione, una caratteristica che rappresenta un enorme vantaggio per un animale che vive in branco. L’olfatto molto sviluppato permette loro di esplorare l’ambiente che li circonda e svolge un ruolo importante nell’interazione sociale e nella gestione di stati di allerta. Ad esempio, subito dopo la nascita, la madre riconosce il proprio puledro grazie al suo odore; quando due cavalli si incontrano, si annusano per identificarsi; gli stalloni, invece, usano l’olfatto anche per marcare il territorio, esaminando gli escrementi di altri maschi per capire chi è passato prima di loro, quale fosse il suo status, e depositandoci sopra i propri. > Mentre questi animali per necessità hanno imparato a leggere i nostri > comportamenti, ad attribuirci una reputazione, a riconoscere i nostri volti e > persino le nostre emozioni, noi non siamo altrettanto preparati sul loro mondo > interiore e sulla loro intelligenza. Il senso che forse più sorprende è il tatto: ci sono cavalli che riescono a percepire in alcune zone del proprio corpo una pressione paragonabile a quella dell’estremità di un capello umano, che noi non siamo in grado di sentire sulla punta delle nostre dita. Con il loro udito sanno captare gli ultrasuoni e riescono a cogliere l’intera gamma di frequenze che emettiamo quando parliamo, mentre il loro gusto li porta a nutrirsi di un ampio assortimento di erbe, piante, frutti, foglie e rami, quando vivono in natura. Emozioni equine La storia di Hans e i racconti sui cavalli tuffatori dimostrano che, mentre questi animali per necessità hanno imparato a leggere i nostri comportamenti, ad attribuirci una reputazione, a riconoscere i nostri volti e persino le nostre emozioni, noi non siamo così preparati sul loro mondo interiore, sulla loro intelligenza e sul loro stato psicologico. Ce lo spiega ancora una volta Léa Lansade: riconosciamo bene i segnali di paura, che può diventare patologica se trascurata, ma sappiamo poco su frustrazione, rabbia e tristezza. Di certo i cavalli provano piacere, ad esempio quando spazzolati nei punti giusti, e cercano di farcelo capire con le loro posture, il comportamento e le espressioni facciali. Anche la gioia fa parte delle loro emozioni, seppur difficile da delineare con certezza. E poi c’è il dolore, fondamentale da riconoscere per garantire il benessere di questi animali: sono stati sviluppati protocolli per la sua identificazione, in base alle espressioni facciali, da due gruppi di ricerca, uno italiano e l’altro svedese. I cavalli possono dare l’impressione di comprenderci e questo induce a chiedersi se siano davvero in grado di cogliere gli stati mentali propri e altrui e, in base a questi, capire e prevedere un comportamento, cioè se possiedano una forma di teoria della mente. Alcuni studi rivelano indizi sulla capacità dei cavalli di conoscere che cosa sappia e che cosa non sappia un umano. Nei test gli sperimentatori che avrebbero dovuto dar loro il cibo, in alcune occasioni non lo facevano. Questo avveniva manifestando la chiara intenzione di non fornire cibo oppure mostrando di esserne impossibilitati a causa della presenza di una barriera o di una certa goffaggine da parte dell’operatore. I cavalli rinunciavano più facilmente quando c’era una evidente volontà di non offrire loro cibo, mentre erano più propensi a insistere davanti alla goffaggine dello sperimentatore. Ciò suggerirebbe che essi possano tener conto non solo delle azioni, ma anche delle intenzioni umane, che in qualche modo sarebbero capaci di leggere. Un risultato simile a quanto osservato nei primati. > I cavalli possono dare l’impressione di comprenderci e questo induce a > chiedersi se siano davvero in grado di cogliere gli stati mentali propri e > altrui, cioè se possiedano una forma di teoria della mente. Oltre a comprendere gli altri, i cavalli stupiscono anche per la loro memoria a lungo termine: in molte storie e rappresentazioni, come quelle che appartengono all’immaginario dei racconti western, l’animale ritrova da solo la strada di casa, a conferma della capacità di memorizzare percorsi e luoghi. È un’abilità che supporta questi animali nella loro vita, durante la quale, come afferma Lansade, “Per trovare il cibo, vivere in gruppo, riprodursi o evitare il pericolo, il cavallo ha bisogno di ricordare i suoi simili, i luoghi che ha visitato e le situazioni che ha incontrato, ma anche di associare gli eventi e reagire in modo adeguato”. Ripensare la nostra relazione con il cavallo Le scoperte scientifiche sull’etologia dei cavalli dovrebbero porci davanti a interrogativi urgenti sul modo in cui ci rapportiamo con loro. Non possiamo più continuare a credere che certi metodi di allenamento, alcune attività e persino i luoghi in cui li lasciamo vivere siano ancora adatti. I cavalli hanno trascorso le loro esistenze quasi esclusivamente in gruppo e all’aperto fino alla fine del Medioevo, momento in cui si iniziò a detenerli in stalle chiuse, con uno spazio minimo per ciascun esemplare. Era un sistema nato per proteggerli dal freddo, ma che oggi, nonostante possiamo garantire loro riparo e cura in modalità differenti, continuiamo ad adoperare. L’autrice di Nel mondo del cavallo racconta come lei stessa sia stata vittima dell’abitudine e della mancanza di conoscenza: > Imitando le persone che mi circondavano, pensai che per il mio cavallo > sportivo sarebbe stato meglio vivere in un box, possibilmente su un letto di > trucioli, come avevo visto fare nelle grandi scuderie. Ero convinta che questa > vita gli si addicesse e fosse perfetta per lui. Mi divertiva quando faceva > risuonare continuamente i denti sul metallo della porta del box, come se > stesse suonando un’armonica. In realtà, soffriva di stereotipia, ma all’epoca > non me ne rendevo conto. Il mio cavallo visse così per alcuni anni, finché, > con l’aiuto di alcuni studi, mi resi conto di quanto fosse deleteria per lui > la vita da rinchiuso e di quanto potesse influire sulla sua salute fisica e > psicologica. Il cavallo tornò nella precedente sistemazione, un grande prato con ampi box comunicanti, in cui poteva andare a piacimento. Equus ferus caballus è stato al nostro fianco, nelle vittorie e nelle sconfitte. È stato sfruttato per necessità, ludibrio, intrattenimento. Ne abbiamo fatto un’icona, uno status symbol, il protagonista di tradizioni identitarie, ha incarnato il riflesso della nostra grandezza e la sua sensibilità lo ha eretto a supporto emotivo, sempre nel nostro interesse. Per lungo tempo non abbiamo considerato la sua essenza, i suoi bisogni, le sue emozioni. Ora il lavoro di ricercatrici e ricercatori ci sta suggerendo un futuro diverso, un nuovo sentiero da percorrere sradicando l’ignoranza. L'articolo La versione del cavallo proviene da Il Tascabile.
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