O nnipresenti. I piccioni tappezzano le piazze e invadono tetti, statue,
cordoli, marciapiedi, tra l’indifferenza, la repulsione e la curiosità degli
abitanti delle città. Li osserviamo mentre si gonfiano, gironzolando, per
impressionare una possibile partner, o becchettano le scaglie di zucchero e
burro della sfoglia di un croissant, sfuggite al morso di un passante
frettoloso. Si innalzano in un’onda di piume scure e rumorose per accaparrarsi
le briciole di pane lanciate in aria da una bimba che sorride preoccupata e si
accovacciano comodamente su monumenti e arredi urbani che imbrattano con colate
di escrementi.
Eppure le origini della variante domestica di Columba livia e la sua storia
condivisa con noi esseri umani, un percorso di coesistenza, sfruttamento,
selezione, studio e ammirazione, ci raccontano di un animale affascinante. Non
sono solo “ratti con le ali” da debellare per preservare igiene e decoro:
guardando al passato e affacciandoci verso il futuro, i piccioni si rivelano
preziose risorse, piacevoli compagni, eroi, uccelli dall’inaspettata
intelligenza, custodi dei misteri dell’evoluzione e insospettabili alleati nella
conservazione della biodiversità.
Ratti con le ali
Sembra che i piccioni siano stati etichettati per la prima volta come “ratti con
le ali” nel 1966 da Thomas Hoving, commissario di Bryant Park alle prese con una
percezione sempre maggiore del degrado dell’area da parte dei cittadini di New
York. L’espressione, riportata in un articolo del New York Times, è stata poi
ripresa nel film del 1980 Stardust Memories di Woody Allen, per entrare così nel
lessico popolare statunitense. È probabile, però, che una metafora così vivida e
calzante sia apparsa in momenti storici diversi anche in altri Paesi: in molti
avranno visto in questi uccelli la stessa minaccia alla salute e alla cura delle
città prospettata dalla presenza dei roditori, senza aver letto mai le pagine
della celebre testata né aver memorizzato i dialoghi delle pellicole di Allen.
> Una volta che impariamo a osservarli al netto dei pregiudizi, i piccioni si
> rivelano uccelli dall’inaspettata intelligenza, custodi dei misteri
> dell’evoluzione e insospettabili alleati nella conservazione della
> biodiversità.
Gli elevati tassi di crescita annui delle popolazioni, stimati al 150%, una
densità che può arrivare a migliaia di individui per chilometro quadrato nei
centri europei e il rischio di zoonosi hanno incoraggiato la similitudine tra
piccioni e ratti. Inoltre, proprio come i roditori, la variante domestica di
Columba livia causa danni a edifici e beni culturali, che utilizza come alloggi
sporcandoli e danneggiandoli con gli acidi urici delle deiezioni o con l’azione
meccanica di zampe e becchi, ed è spesso vista come una minaccia per
l’agricoltura, in quanto razziatrice di semi, legumi e germogli di coltivazioni
e infestatrice di derrate alimentari. Al pari dei ratti, i piccioni appaiono
quasi invincibili: i piani di controllo attuati nel corso dei decenni, con
strategie sempre meno crudeli e più legate alle conoscenze ecologiche, non sono
mai stati del tutto risolutivi.
I piccioni torraioli costituiscono, infine, un problema per la biodiversità.
Questo è un aspetto che permette di fare un passo indietro e dare uno sguardo
alle loro origini, infatti la variante domestica può incrociarsi con gli
esemplari di piccione selvatico e inquinarne il patrimonio genetico, cancellando
così la forma ancestrale della specie da cui tutto ebbe inizio.
Dalle grotte alle colombaie
Il piccione selvatico è un uccello sedentario che si rifugia e nidifica in
grotte e sporgenze di pareti rocciose, scogliere, per poi volare in cerca di
cibo in territori aperti. È originario delle regioni costiere e montuose del
Mediterraneo, dell’Europa nord-occidentale, del Medio Oriente, dell’Asia
meridionale e dell’Africa settentrionale e oggi esistono popolazioni “pure”, non
ancora o solo lievemente interessate dall’inquinamento genetico, in Irlanda
occidentale, in Scozia nord-occidentale e in Italia, in Sardegna.
Le motivazioni che hanno condotto ai primi contatti tra Homo sapiens e Columba
livia non differiscono di molto rispetto a quelle della maggior parte degli
animali domesticati: questi volatili potevano essere sfruttati come fonte di
cibo. A Gibilterra, i Neanderthal cacciavano piccioni selvatici già 67.000 anni
fa e fonti pittoriche e scritte testimoniano attività di allevamento nell’antica
Mesopotamia, più di 5.000 anni fa. Alcuni ricercatori ipotizzano per questi
animali un percorso commensale nel cammino verso la domesticazione: quando le
popolazioni umane costruirono insediamenti permanenti, i piccioni furono
attratti da cereali e altri alimenti, che potevano trovare in abbondanza, e dai
rifugi, che li riparavano dall’attacco di falchi e altri possibili predatori.
Probabilmente quegli edifici dovevano apparire loro molto simili a scogliere,
per lo sviluppo in altezza e per la presenza di rientranze e mensole. Potrebbe
essere capitato che, nelle prime civiltà, qualcuno abbia portato via i pulli di
piccione dai loro nidi e li abbia cresciuti in gabbia, cercando di abituarli
alla presenza umana, come ha supposto la giornalista e ricercatrice Courtney
Humphries nel suo saggio Superdove: How the Pigeon Took Manhattan … And the
World (2008), tuttavia la teoria del commensalismo è piuttosto solida.
> Quando le popolazioni umane costruirono insediamenti permanenti, i piccioni
> furono attratti da cereali e altri alimenti, che potevano trovare in
> abbondanza, e dai rifugi, che li riparavano dall’attacco di falchi e altri
> possibili predatori.
Passare alle prime forme di allevamento non fu troppo complesso. Gli uccelli si
adattavano facilmente alle strutture antropiche e così furono realizzati degli
appositi edifici per accogliere centinaia di individui che, in questo modo,
garantivano alle comunità umane proteine, contenute nella carne e nelle uova, e
un ottimo concime, ricavato dagli escrementi. Nacquero così le colombaie,
destinate a diffondersi in diverse aree geografiche e ad attraversare la storia:
da costruzioni in fango coperte da tetti conici forati, divennero in seguito
piccoli edifici separati dalle abitazioni o, magari, sistemazioni più modeste,
come piccole soffitte o sparute rientranze, in cui mantenere un numero anche
elevato di piccioni, liberi di volare via per cercare cibo di giorno e tornare a
sera per riposare e prendersi cura dei piccoli. Non c’era bisogno di
costringerli alla cattività, poiché in queste sistemazioni trovavano case
confortevoli e quasi sempre vicine a consistenti scorte alimentari. E
rincasavano facilmente, facendo affidamento sull’homing, la capacità di alcune
specie animali di ritornare in un luogo centrale, come un nido o un territorio,
dopo la ricerca di cibo o altri spostamenti. Un insieme di comportamenti che ha
reso gli esemplari di Columba livia estremamente preziosi.
Bellezze da esposizione e abili messaggeri
Columba livia domestica, il piccione torraiolo che incrociamo nelle nostre
città, è il prodotto di un lungo processo, cominciato in Europa, Asia e Africa e
tutt’oggi in corso. Come raccontano i ricercatori Richard F. Johnston e Marian
Janiga nella monografia Feral pigeons (1995), le popolazioni di piccioni
inselvatichiti si sono costituite a partire da piccioni domestici abbandonati o
sfuggiti dagli allevamenti e poi stabilitisi nell’habitat urbano. Tali episodi
saranno stati numerosi nel corso dei secoli e alcuni di questi sono entrati
addirittura nella storia, come la fuga avvenuta negli anni della Rivoluzione
francese.
La carne di piccione divenne storicamente un cibo di nicchia (lo è ancora, se si
pensa alla sua presenza nei menu dei ristoranti stellati) e assunse presto un
significato simbolico. Le colombaie emersero in Europa all’interno di un sistema
agricolo feudale e, a quel tempo, erano i signori a possederle: in Francia la
legge vietava ai fittavoli di detenere piccioni, mentre ai volatili delle classi
superiori era permesso di nutrirsi liberamente del grano nei campi. Gli uccelli
dei nobili ingrassavano rubando il sostentamento ai contadini che, per protesta,
distrussero le colombaie e causarono la dispersione dei volatili. Ma, ricordano
Johnston e Janiga, i piccioni domestici si erano sottratti alla cattività
frequentemente già migliaia di anni prima del Diciottesimo secolo, quindi è
molto probabile che i piccioni inselvatichiti abbiano una storia tanto lunga
quanto quella dei domestici, antenati di commensali che traevano vantaggio dalla
vicinanza con gli esseri umani e di fuggitivi in cerca di una nuova casa.
> I tratti ottenuti dalla selezione artificiale e dai differenti incroci attuati
> dall’epoca vittoriana ad oggi, sono sorprendentemente vari, almeno quanto
> quelli osservabili tra le razze canine.
Negli incroci che diedero vita alle popolazioni dei piccioni di città non
finirono solo animali allevati per la loro carne. Gli antichi egizi iniziarono a
impiegare i colombi per scopi cerimoniali e culinari almeno 4.000 anni fa e i
romani erano già accompagnati dagli antenati di alcune razze moderne
ornamentali. La selezione artificiale di piccioni domestici nell’antichità
sembra sia avvenuta anche in Medio Oriente e nell’Asia meridionale, i cui scambi
di uccelli risalirebbero almeno al Sedicesimo secolo, il che avrebbe contribuito
a incrementarne la già coltivata diversità. Più tardi, fu nell’Inghilterra
vittoriana che la selezione artificiale e la classificazione dei piccioni
conobbero un momento prospero.
I tratti ottenuti dai differenti incroci e giunti sino ai giorni nostri sono
sorprendenti (e talvolta estremi) almeno quanto quelli osservabili tra le razze
canine: ad esempio, il colombo Cappuccino ha lunghe piume che circondano il capo
a formare una vistosa criniera, il colombo Pavoncello sfoggia una coda a
ventaglio che ricorda per l’appunto la ruota di un pavone, il Capitombolante
dell’Inghilterra dell’ovest esibisce un folto piumaggio sulle zampe, quasi a
simulare delle ghette. Una tale ricchezza non poté non colpire la curiosità di
Charles Darwin, in quegli anni alle prese con i suoi studi sulla selezione
naturale, tanto da diventare materiale per la scrittura e successiva
pubblicazione de L’origine delle specie (1859). Nel primo capitolo dell’opera,
lo scienziato scrive:
> Convinto che sia sempre preferibile studiare un gruppo particolare, ho deciso
> di scegliere i colombi domestici. […] Sui colombi sono stati pubblicati molti
> trattati, in diverse lingue, alcuni dei quali molto importanti perché antichi.
> Mi sono associato con vari eminenti colombofili e sono stato ammesso a due dei
> loro club di Londra. La diversità delle razze di questi animali è veramente
> strabiliante. […] Per quanto grandi siano le differenze fra le razze di
> colombi, io sono assolutamente convinto che sia giusta l’opinione comune dei
> naturalisti, che cioè esse discendono tutte dal colombo torraiolo (Columba
> livia), comprendendo in questo termine diverse razze geografiche, o
> sottospecie, che differiscono fra loro per caratteri di pochissima importanza.
Darwin riprese e ampliò questi concetti nel saggio La variazione degli animali e
delle piante allo stato domestico (1868), in cui dedicò due capitoli ai
piccioni. L’interesse scientifico pare fosse accompagnato da una forma di
entusiasmo e affezione, tanto da promettere al geologo e amico Charles Lyell, in
uno scambio epistolare del 1855: “Ti mostrerò i miei piccioni! È il più grande
piacere, a mio parere, che possa essere offerto a un essere umano”.
> Si narra che gli egizi usassero i piccioni per comunicare il progresso
> dell’inondazione annuale del Nilo e che Giulio Cesare ne avesse inviato uno a
> Roma per annunciare la sua vittoria in Gallia.
Attualmente si possono contare centinaia di razze ornamentali e gli scheletri di
alcuni dei piccioni che aiutarono Charles Darwin nelle sue ricerche sono
conservati tra le collezioni del Natural History Museum di Londra.
I piccioni erano selezionati per la loro bellezza, nonché scelti e addestrati
come messaggeri, proprio grazie a quella capacità di tornare a casa che gli
esseri umani seppero allenare e sfruttare per millenni. Si narra, infatti, che
gli egizi usassero i piccioni per comunicare il progresso dell’inondazione
annuale del Nilo e che Giulio Cesare ne avesse inviato uno a Roma per annunciare
la sua vittoria in Gallia. In seguito, i piccioni viaggiatori furono impiegati
in pericolose missioni di guerra e alcuni di loro riuscirono a passare alla
storia per le loro imprese. È il caso di Cher Ami che salvò, con il messaggio
legato alla sua zampa sinistra, quasi duecento americani di un battaglione
bloccato in territorio nemico durante la Prima guerra mondiale; o di G.I. Joe,
inviato dagli inglesi per annullare il previsto bombardamento di una città in
mano ai tedeschi nella campagna d’Italia della Seconda guerra mondiale, poiché
una brigata di soldati alleati l’aveva già occupata. C’è chi racconta che abbia
volato per più di trenta chilometri in venti minuti e che meno di cinque minuti
di ritardo avrebbero significato la morte per militari e civili.
È a loro che plausibilmente si sono ispirati William Hanna e Joseph Barbera per
realizzare, nel 1969, il cartone animato Dastardly e Muttley e le macchine
volanti, che racconta i maldestri tentativi di una sgangherata banda di aviatori
di fermare un piccione viaggiatore durante la Grande guerra. Jennifer Ackerman
nel suo saggio Il genio degli uccelli (2016) racconta come questi esperti
messaggeri abbiano svolto compiti strategici persino intorno agli anni Dieci del
Duemila: a Cuba, nella trasmissione dei risultati elettorali in regioni montane
remote e in Cina, per inviare messaggi di carattere militare in caso di
emergenza.
L’intelligenza del piccione
Furono proprio le grandi capacità di navigazione e le imprese militari che
portarono i piccioni a essere tra i soggetti prediletti di oltre cinquant’anni
di studi di psicologia e comportamento animale. Lo scienziato che aprì loro le
porte dei laboratori fu nientemeno che Burrhus F. Skinner, uno dei maggiori
esponenti del comportamentismo.
> Oggi sappiamo che i piccioni posseggono grandi capacità di apprendimento,
> un’ottima memoria a lungo termine, sanno distinguere un dipinto di Monet da
> uno di Picasso e riconoscere volti umani.
Da un treno diretto a Chicago, nel 1940, osservò uno stormo di uccelli volare e,
riflettendo sulle loro abilità, si chiese se potessero essere sfruttate per
guidare con maggiore precisione dei missili verso i bersagli stabiliti. Questo
fu il fulcro intorno al quale si sviluppò il suo Project Pigeon, un programma
che alla fine fu rigettato definitivamente dagli ufficiali militari statunitensi
e non ricevette ulteriori fondi, nonostante le risposte promettenti raccolte in
un primo periodo di ricerca. Non tutto andò perduto: Skinner si convinse che i
piccioni potevano essere una grande risorsa come soggetti sperimentali in
psicologia, in quanto erano abituati a vivere in gabbia e alla vicinanza con gli
umani, si ammalavano meno facilmente in condizioni di alta densità, avevano le
giuste dimensioni, ce n’erano in abbondanza e il loro mantenimento non costava
troppo. Lo scienziato riprogettò la sua celebre Skinner box per gli esperimenti
di rinforzo, trasformando le leve da premere, concepite inizialmente per i
ratti, in tasti da beccare. Nel 1948 fu fondato l’Harvard Pigeon Lab che, per 50
anni, contribuì allo sviluppo del comportamentismo fino all’arrivo della
rivoluzione cognitiva, che inaugurò una nuova fase della ricerca psicologica ed
etologica.
Nel corso di decenni di studio abbiamo scoperto che quei piccioni dall’aria un
po’ tonta, con quelle teste ondeggianti e lo sguardo fisso, tonti non lo sono
affatto. Posseggono grandi capacità di apprendimento e possono essere più rapidi
di un bimbo umano nell’imparare un compito semplice, hanno un’ottima memoria a
lungo termine che permette loro di ricordare un elevato numero di stimoli
visivi, sono in grado di stabilire se due immagini sono uguali anche se ruotate
secondo angoli diversi e lo fanno più velocemente di noi, sanno distinguere un
dipinto di Monet da uno di Picasso e riconoscono i volti umani. Più di recente,
hanno dimostrato di riuscire a segnalare le scansioni di TAC in cui sono
presenti noduli polmonari, enfisemi e alcune particolari opacità, dette noduli a
vetro smerigliato: i risultati di questi studi potrebbero essere di supporto
nello sviluppo di migliori strumenti di diagnostica per immagini e ottimizzare
così il lavoro dei radiologi.
I colombi non sono solo estremamente dotati dal punto di vista visuo-spaziale:
sanno contare, possono discriminare i concetti di spazio e tempo, imparano
regole numeriche astratte con prestazioni indistinguibili dai primati e sono
migliori di noi nell’affrontare e risolvere alcuni problemi statistici.
Esiste, però, una capacità di questi animali di cui scienziate e scienziati non
riescono tuttora a svelare i meccanismi: si tratta proprio dell’homing, che ne
ha facilitato la domesticazione e li ha trasformati in messaggeri
insostituibili. Questo comportamento li rende ancora oggi protagonisti di
competizioni sportive e di ricerche grazie alle quali conquistano le copertine
di importanti riviste scientifiche.
Un mistero irrisolto e un paradosso per la biodiversità
I becchi dei due piccioni immortalati sulla copertina del numero 392 di Science
puntano verso l’osservatore. Sembrano fieri nella loro posa fissa, stagliati su
uno sfondo neutro che fa risaltare l’austerità del piumaggio, dai toni
marrone-rosso e grigio-blu, che contrasta con le tipiche iridescenze verdi e
viola. Un gruppo di ricerca, composto dagli immunologi dell’Università e
dell’Ospedale universitario di Bonn, dai fisici dell’Università di
Duisburg-Essen e dagli ornitologi del Max Planck Institute of animal behavior,
ha pubblicato a maggio scorso uno studio che aiuta a comprendere meglio le
eccezionali doti di navigazione di Columba livia e i meccanismi su cui si basa
questa abilità che ritroviamo anche in altri animali.
La navigazione animale può essere definita come la capacità di raggiungere una
meta spazialmente definita e circoscritta, anche lontana. Ne sono maestri gli
uccelli migratori e la padroneggiano i piccioni che riescono a tornare a casa
persino se trasferiti in luoghi distanti, mantenendo loro nascosto il tragitto.
Una delle strategie per spiegare la navigazione negli uccelli è quella che
prevede l’utilizzo di una “mappa”, costituita da informazioni che servono a
capire dove ci si trova, e di una “bussola”, che permetta di mantenere la
direzione verso la destinazione finale. Anche noi umani, quando ci troviamo in
un posto sconosciuto, cerchiamo di raccogliere informazioni per ricavare la
nostra posizione, ossia le nostre coordinate spaziali, dopodiché abbiamo bisogno
di punti di riferimento e altri tipi di indizi che servono per mantenere la
rotta. Negli uccelli, la presenza del sole e la percezione del campo magnetico
terrestre sono tra le fonti di informazioni impiegate per la navigazione e, da
tempo, la comunità scientifica sta indagando sugli organi e sulle modalità con
cui questi animali utilizzerebbero tali stimoli come bussole.
> Le popolazioni umane tendono a spostarsi sempre più verso i centri urbani e il
> modo più diretto per entrare in contatto con la fauna selvatica saranno le
> specie che vivono in città. Il bistrattato piccione potrebbe diventare un
> insospettabile alleato nella lotta per la tutela della biodiversità.
Il lavoro pubblicato su Science si concentra sui macrofagi presenti nel fegato
dei piccioni, cellule in grado di degradare i globuli rossi invecchiati e che,
come parte di questo processo, accumulano ferro: quest’ultimo conferirebbe loro
la proprietà di rispondere ai campi magnetici, fornendo agli uccelli una bussola
interna. L’esperimento a cui sono stati sottoposti gli esemplari coinvolti è
eloquente: i piccioni vennero addestrati a fare ritorno alla propria voliera da
distanze superiori a venti chilometri e, in seguito, furono rilasciati lontano
dalla propria casa; gli individui a cui erano state rimosse le cellule
contenenti ferro perdevano la direzione e non riuscivano a fare ritorno in
condizioni di cielo nuvoloso, mentre giungevano a destinazione quando il sole
era visibile. Si ipotizza, dunque, che in mancanza della bussola magnetica
costituita dai macrofagi, nelle giornate serene gli uccelli abbiano potuto fare
affidamento sugli indizi solari. I risultati ottenuti confermerebbero l’impiego
dell’orientamento solare in combinazione alla percezione magnetica per la
navigazione, ma sono ancora lontani dall’essere decisivi nella comprensione del
funzionamento della bussola magnetica in questi animali. Infatti, nello stesso
numero della rivista, un altro studio ha proposto l’orecchio come sede di
cellule potenzialmente adatte alla magnetorecezione.
Nel 2006, il biologo Robert Dunn parlò di “paradosso del piccione”: in un
periodo storico in cui stiamo affrontando gli effetti dei cambiamenti climatici
e siamo testimoni e fautori della sesta estinzione di massa, la conservazione
della biodiversità potrebbe dipendere sempre più dalla predisposizione delle
persone nel mantenere una connessione con la natura. Le popolazioni umane si
stanno spostando progressivamente verso i centri urbani e il modo più diretto
per entrare in contatto e conoscere la fauna selvatica sono e saranno le specie
che vivono in città. Ed ecco che la variante domestica di Columba livia potrebbe
paradossalmente contribuire a supportare la tutela della biodiversità, ad
esempio con programmi educativi e progetti di citizen science.
In Feral Pigeon, Johnston e Janiga scrivono:
>
Le qualità speciali dei piccioni inselvatichiti sono raramente riconosciute come
tali, il che è il risultato del modo in cui gli esseri umani percepiscono il
mondo naturale. […] Le visioni del mondo occidentali dominanti hanno insegnato
che la natura esiste per l’uso umano e che gli esseri umani ne sono i custodi o
i curatori, fondamentalmente separati dal mondo naturale. Questa posizione
filosofica si è rivelata svantaggiosa sotto molti aspetti, uno dei quali è
rilevante in questo contesto: poiché gli esseri umani considerano le proprie
attività come diverse dalla ‘natura’, esse vengono ritenute manufatti, derivanti
da abilità umane e non naturali.
>
Se pensiamo a quanto della nostra storia abbiamo condiviso con i piccioni, al
lungo percorso di domesticazione che abbiamo affrontato insieme, alle loro
insospettate forme di intelligenza e al fatto che una stessa specie (spesso
esclusa dai grandi racconti della coevoluzione) sia stata per noi cibo,
compagnia, strumento di comunicazione, di guerra e di conoscenza, oltre a
mostrarci quanto possa essere sfumato il confine tra selvatico e domestico, tra
naturale e artificiale, allora non vedremo più davanti a noi degli uccelli
sporchi e insulsi. Si trasformeranno ai nostri occhi in animali straordinari,
che potrebbero aiutarci persino a salvaguardare la biodiversità e, con essa, il
nostro futuro su questo pianeta.
L'articolo La rivincita del piccione proviene da Il Tascabile.
Tag - animali
“S ta facendo rimbalzare la palla!” esclamò il biologo Roland Anderson, parlando
al telefono con la collega psicologa Jennifer Mather. L’entusiasmo di quella
frase nasceva dalla natura del soggetto osservato: una femmina di polpo gigante
(Enteroctopus dofleini), in una vasca dell’acquario di Seattle, che si
intratteneva in maniera alquanto particolare con un flacone di pillole. La
cefalopode bloccava con le braccia l’oggetto e poi lo spostava con l’emissione
di un getto d’acqua verso l’estremo della vasca, da dove sarebbe poi tornato a
lei grazie alla corrente. Qualcosa di molto simile al far rimbalzare una palla.
Un comportamento inaspettato in un animale che fino a quel momento (il 1997) era
stato reputato intelligente e curioso, ma comunque lontano da mammiferi e
uccelli, in cui scienziate e scienziati avevano iniziato a riconoscere forme di
gioco. A partire da questo aneddoto e attraverso altre storie di animali e
ricercatori, nel suo libro Nel regno del gioco. Quello che ci rivelano sulla
vita i polpi che giocano a palla, le scimmie che si lanciano dagli alberi, gli
elefanti che fanno lo scivolo nel fango (2026), David Toomey affronta il
difficile compito di capire cosa sia il gioco e quali siano state le sue origini
e le sue funzioni lungo il cammino dell’evoluzione.
Toomey, docente di scrittura della University of Massachusetts Amherst, accetta
una sfida non semplice. Sappiamo ancora poco del gioco tra gli animali,
nonostante praticarlo e osservarlo nelle altre specie infonda in noi umani
stupore, divertimento e piacere. Oggi il suo studio ha conosciuto un nuovo
slancio, soprattutto negli ambiti della cultura animale e delle neuroscienze, ma
è rimasto trascurato fino a non molto tempo fa. Nessuna rivista specializzata,
nessun manuale, solo una manciata di volumi monografici sul tema. L’autore,
però, si approccia con fiducia alla sua impresa e a quella della comunità
scientifica:
> Il gioco degli animali, allora, non è solo l’ennesimo mistero scientifico ‒ si
> tratta piuttosto di una serie di misteri, per giunta diversi dalla maggior
> parte degli altri. I fenomeni al centro di molti misteri scientifici –
> l’entanglement quantistico e la materia oscura, solo per citarne due – sono
> abbastanza distanti dalla nostra vita quotidiana. Il loro studio richiede
> conoscenze specialistiche e magari una strumentazione importante e costosa. Il
> gioco degli animali, invece, è tutt’attorno a noi, ogni giorno sotto i nostri
> occhi. Per studiarlo non ci serve un dottorato, non abbiamo bisogno di un
> acceleratore di particelle. Dobbiamo soltanto osservare un animale e
> prestargli attenzione.
Eppure, nello scorrere delle pagine, diviene sempre più evidente come questa
materia sia tanto entusiasmante quanto complessa. Lo è dal primo passo: definire
cosa sia il gioco. Nel corso dei decenni e degli studi, è stato descritto
attraverso caratteristiche differenti, in alcuni casi sovrapponibili tra loro,
altre volte tali da ampliare o restringere il numero di specie in grado di
soddisfarle. Negli anni Ottanta del Novecento, secondo l’etologo Robert Fagen,
il gioco comprendeva un insieme molto ampio di comportamenti che non hanno uno
scopo immediato di sopravvivenza o competizione, come le lotte e gli
inseguimenti amichevoli tra individui, i movimenti eseguiti da soli in
condizioni di sicurezza, la ripetizione di azioni già apprese con piccole
variazioni e sperimentazioni, e le interazioni con gli oggetti dopo una prima
fase di esplorazione.
> Si è ipotizzato che il gioco possa essere una preparazione per la vita adulta,
> un addestramento all’imprevisto, un supporto sociale, un modo per esercitare
> il corpo e sviluppare il cervello. Ad oggi, però, sembrano non esistere
> risposte univoche.
In quegli stessi anni, gli studiosi Marc Bekoff e John A. Byers classificarono
il gioco come un’attività motoria che compare dopo la nascita, senza un
apparente scopo immediato, durante la quale gli animali eseguono schemi motori
che impiegano anche in altri contesti, ma in forme modificate e in sequenze
diverse da quelle abituali. Nel 2005 lo psicologo Gordon Burghardt tentò di
inquadrarlo attraverso cinque requisiti: il gioco deve essere non funzionale nel
contesto in cui viene espresso, volontario, esagerato, caratterizzato da
movimenti ripetuti non stereotipati ed eseguito da un individuo ben nutrito, al
sicuro e in buona salute. Capire perché l’evoluzione abbia favorito il
comportamento ludico è una questione ancora più sfuggente che stabilire che cosa
sia. È stato ipotizzato che possa essere una preparazione per la vita adulta, un
addestramento all’imprevisto, un supporto per il miglioramento dei legami e
delle competenze sociali, un modo per esercitare il corpo e sviluppare il
cervello. Ad oggi, però, sembrano non esistere risposte univoche, solo indizi a
carico delle diverse teorie.
> Il pregio maggiore del saggio sta nel mettere ancora una volta in discussione
> i confini tra le specie. Il gioco (così come la cultura) non è un’esclusiva
> umana.
Nella sua indagine, Toomey si addentra nelle ricerche di scienziate e scienziati
e gode delle storie di animali, anche molto diversi tra loro, sorpresi o
analizzati mentre sono impegnati proprio in quello che sembrerebbe gioco.
Suricati, piccoli mammiferi dell’Africa meridionale, che lottano tra loro;
maialini che corrono e si lasciano cadere sul dorso; giovani eritrocebi, scimmie
dell’Africa centrale dalla lunga coda, che si lanciano dai rami di un albero per
atterrare di pancia su un’area erbosa. Ma anche bombi che si divertono con una
sfera di legno, pesci che si rilassano con finti inseguimenti in acqua e varani
di Komodo che mordono e scuotono scarpe, similmente ai nostri cani. Giocano i
cuccioli e i loro genitori, i maschi e le femmine, anche se, magari, in
proporzioni diverse: si inseguono e lottano i lupi adulti, le madri gorilla
dondolano i propri piccoli, li coinvolgono in quello che noi chiamiamo
“bubù-settete” e li sostengono con i piedi in aria, simulando il volo di un
aeroplano, come accade tra noi Homo sapiens.
La bussola dell’autore in questo turbinio di studiose e studiosi, animali,
racconti, ipotesi ed esperimenti, è l’analogia tra gioco e selezione naturale:
> Entrambi, l’uno e l’altra, sono privi di un fine, ininterrotti, aperti, e a
> ogni loro singolo stadio provvisori. Nel breve periodo, entrambi sono
> scialacquatori e ridondanti al punto da sconfinare nell’eccesso. Entrambi
> sperimentano, producendo molti risultati inutili o nocivi, ma anche
> generandone alcuni che con il tempo si dimostrano benefici e necessari.
> Entrambi portano ordine dal disordine, stabilendo pattern fondamentali che
> vengono poi riplasmati e riutilizzati, ma raramente scartati del tutto.
> Entrambi creano bellezza, e mantengono in equilibrio dinamico le forze della
> competizione e della cooperazione. Entrambi fanno leva sull’inganno. Ed
> entrambi possono operare senza avere una forma materiale.
Il legame tra gioco e selezione naturale è il filo rosso che percorre l’intera
opera e che sembra ne preservi l’organicità. I capitoli dedicati alla cultura e
al sogno risultano, invece, leggermente slegati e rallentano il ritmo della
lettura per quanto possano essere accattivanti, soprattutto per chi è estraneo
all’etologia.
> Chi è coinvolto nell’attività ludica diviene consapevole delle capacità
> dell’altro, ne conosce i punti deboli, ne previene le mosse, cerca di mettersi
> nei suoi panni in maniera spontanea. Apprende qualcosa su come sia essere
> l’altro.
Nel regno del gioco conduce lettrici e lettori nei territori poco esplorati di
un settore della ricerca sul comportamento animale che, in futuro, potrebbe
riservare molte sorprese. Il pregio maggiore del saggio sta, però, nel mettere
ancora una volta in discussione i confini tra le specie. Il gioco (così come la
cultura) non è un’esclusiva umana. Un insetto, un mollusco e un cane possono
provare piacere come noi nel manovrare una palla. Questa riflessione si spinge
oltre: come suggeriscono gli studi dell’etologa Elisabetta Palagi
sull’interazione interspecie tra cani e cavalli, il gioco diviene un mezzo per
“colmare l’abisso” tra animali che, a un primo sguardo, sembrerebbero molto
diversi. Chi è coinvolto nell’attività ludica diviene consapevole delle capacità
dell’altro, ne conosce i punti deboli, ne previene le mosse, cerca di mettersi
nei suoi panni in maniera spontanea. Apprende qualcosa su come sia essere
l’altro.
David Toomey scrive nelle ultime pagine:
> Per esempio noi e un border collie, tirandoci una palla: perché fintanto che
> durano lancio e recupero, noi mettiamo da parte tutte le preoccupazioni su
> scadenze e responsabilità; e l’animale, allo stesso modo, ignora i suoi
> consueti interessi canini, magari una sete incipiente o uno scoiattolo nelle
> vicinanze. Lanciare e riprendere, riprendere e lanciare: le nostre identità di
> cani ed esseri umani perdono significato e il diaframma linneano che ci
> separa, quale che sia, si dissolve. Per un lungo istante, un istante che
> sembra senza tempo ed eterno, noi non siamo più esseri umani o cani sul prato
> di un parco cittadino; siamo solo due creature che stanno giocando.
L'articolo Nel regno del gioco di David Toomey proviene da Il Tascabile.
U na mano coperta con un guanto di lattice si infila in una gabbia dalle pareti
trasparenti. Ad aspettarla c’è un ratto: è in piedi sulle zampe posteriori e il
muso è rivolto verso l’alto. Non fa quasi in tempo a rendersene conto e si
ritrova pancia all’aria con delle dita umane che gliela sfiorano velocemente.
Quando lo stimolo cessa, il roditore non appare spaventato e cerca con i suoi
piccoli occhi quella strana appendice in movimento. Durante la stimolazione
tattile ha emesso dei suoni alla frequenza di 50 kHz, vocalizzazioni che il
nostro orecchio non è in grado di percepire.
Il neuroscienziato Jaak Panksepp e il suo gruppo di ricerca, però, sono riusciti
a catturare questa risposta e quella di altri conspecifici con un’apposita
strumentazione e puntano a dimostrare che quegli ultrasuoni prodotti per il
solletico, così come durante interazioni positive tra coppie di ratti, sono
indicatori di esperienze piacevoli. È il 2007 quando Panksepp conferma il legame
tra i suoni ad alta frequenza emessi dai roditori e il riso umano, offrendo così
nuove direzioni di sviluppo alla ricerca etologica e neuroscientifica negli
animali. La psicologia e la psichiatria si erano da sempre concentrate sulle
emozioni negative ed erano queste ultime che scienziate e scienziati studiavano
sugli animali da laboratorio, in particolar modo su topi e ratti. Quella risata
ad altissima frequenza è destinata a lasciare un segno: suscita nuove domande
sull’evoluzione delle emozioni, sugli effetti di esperienze positive e su come
esse influenzino la vita degli animali umani e non umani.
Ci sono roditori costretti a vivere in gabbie asettiche e senza stimoli nei
laboratori di ricerca, bovini condannati a esistenze confinate negli
allevamenti, monotone e senza alternative, specie selvatiche destinate a una
quotidianità di spazi e scelte limitate negli zoo, cani spesso rassegnati a un
“fine pena mai” nei canili o privati delle occasioni per esprimere le
motivazioni proprie della loro specie e razza, parcheggiati sui divani di
eleganti dimore cittadine. Cercare di evitare loro dolore e sofferenza è stato
il primo passo nello sviluppo di quel campo di ricerca chiamato benessere
animale. Dopo aver attraversato decenni di cambiamenti sociali, scelte
politiche, progresso scientifico e riflessioni etiche, oggi in questo settore si
lavora affinché gli animali che sono sotto il nostro controllo possano accedere
a esperienze positive e compiere, sia pure in un modo incompleto e vincolato, la
propria ricerca della felicità.
Animali macchina
“Cibo a buon mercato? Sì! Ma è cibo buono? Vitelli ‘broiler’ – in prigione a
vita!”.
La frase appariva a caratteri cubitali in un opuscolo del 1961. Un gruppo di
attivisti per i diritti degli animali lo lasciò scivolare sotto la porta di una
studentessa di arti drammatiche che, negli anni della guerra, aveva prestato
servizio come infermiera. Il suo nome era Ruth Harrison. Le immagini stampate
sui fogli in bianco e nero, foto di vitelli, galline ovaiole e broiler (i polli
da carne) in condizioni di degrado la turbarono: era già vegetariana, ma non
aveva mai riflettuto sulla possibilità di impegnarsi in prima persona per
garantire un’esistenza migliore a quegli animali che continuavano a rimanere
negli allevamenti intensivi del Regno Unito. Sentì di avere una responsabilità e
decise di capire se ciò che veniva mostrato dalla campagna di sensibilizzazione
della Crusade against all cruelty to animals fosse vero. Il risultato delle sue
indagini fu il celebre libro Animal Machines, pubblicato nel 1964 e accompagnato
dalla prefazione di Rachel Carson che, solo due anni prima, aveva dato alle
stampe Primavera silenziosa, un saggio di denuncia sui rischi dell’uso
indiscriminato di pesticidi in agricoltura.
> Proprio come Primavera silenziosa di Rachel Carson esercitò un impatto sulle
> politiche ambientali degli Stati Uniti, così Animal Machines di Ruth Harrison
> scosse l’opinione pubblica e il governo britannico, mostrando le sofferenze a
> cui venivano sottoposti gli animali per aumentare la produttività.
Harrison mostrò al grande pubblico le pratiche a cui venivano sottoposti gli
animali per aumentare la produttività: gli spazi ristretti in cui vivevano,
l’amputazione della coda dei piccoli suini per evitarne la morsicatura, o ancora
il taglio dell’estremità del becco praticato nei pulcini per prevenire ferimenti
ed episodi di cannibalismo in aree ad alta densità di esemplari. Proprio come
Primavera silenziosa esercitò un impatto sulle politiche ambientali degli Stati
Uniti, così Animal Machines scosse l’opinione pubblica e il governo britannico.
Davanti al lavoro investigativo dell’autrice e alla reazione di lettrici e
lettori, quest’ultimo ordinò un’indagine che venne affidata a un comitato di
esperti, in cui fu inclusa Harrison, presieduto dallo zoologo Francis William
Rogers Brambell. Le indagini del Comitato Brambell confermarono ciò che veniva
descritto nel libro e, nel 1965, confluirono nel Rapporto Brambell, un documento
che delineava quelli che avrebbero dovuto essere i principi biologici ed etici
dell’allevamento e che riconobbe l’importanza dello studio del comportamento
degli animali nella valutazione del loro benessere.
Il Comitato scrisse:
> Qualsiasi tentativo di valutare il benessere deve, pertanto, tenere conto
> delle prove scientifiche disponibili riguardanti le sensazioni degli animali
> che possono essere dedotte dalla loro struttura e dalle loro funzioni, nonché
> dal loro comportamento. […] Riconosciamo che le informazioni scientifiche
> disponibili riguardanti il comportamento degli animali domestici sono
> inadeguate sotto molti aspetti per i nostri scopi e che è necessario molto
> altro lavoro in questo campo prima di poter essere soddisfatti del loro
> benessere.
Lo svelamento delle condizioni in cui versavano gli animali nei primi
allevamenti intensivi aveva acceso la scintilla per lo sviluppo di una nuova
disciplina: l’Animal Welfare Science, la scienza del benessere animale.
Definire il benessere animale
Sebbene nel Rapporto Brambell non ci fosse una definizione specifica di
benessere animale, nel corso del tempo ci sono stati numerosi tentativi di
strutturare questa materia. L’obiettivo era duplice: costruire modelli di
comprensione, valutazione e intervento per i professionisti in campo e fornire
una descrizione che potesse essere facilmente colta da quel pubblico a cui
Animal Machines aveva aperto gli occhi.
Una delle prime definizioni di benessere animale è quella di Donald M. Broom,
professore emerito di Animal Welfare dell’Università di Cambridge, che tra gli
anni Ottanta e Novanta del Novecento lo descrive come la condizione di un
animale in relazione alla sua capacità di far fronte (coping) al proprio
ambiente. È una definizione che si basa soprattutto sulla salute fisica di un
animale: una gallina reagisce a un disturbo temporaneo, che può essere ad
esempio il freddo, attivando risposte che le permettono di tornare rapidamente
alla condizione iniziale, come trovare il modo di riscaldarsi.
> Solo recentemente alcune scienziate e scienziati hanno proposto di porre al
> centro del discorso sul benessere animale gli stati affettivi, spostando
> l’attenzione verso la promozione di esperienze emotive positive.
Quello della salute fisica è stato storicamente il filo conduttore principale
del benessere animale e, in un primo momento, la comunità scientifica si è
concentrata sulla modifica o eliminazione di condizioni lesive dello stato
fisico degli animali. Nel corso degli anni nel benessere animale è stato poi
integrato anche il concetto di comportamento naturale, ossia il comportamento
tipico delle specie, osservato negli animali quando vivono negli ambienti in cui
si sono evoluti i loro antenati oppure in spazi, realizzati dall’essere umano,
che offrono una libertà di movimento simile.
Come riporta la biologa ed etologa Marian Stamp Dawkins nel suo saggio The
Science of Animal Welfare. Understanding What Animals Want (2021), il
comportamento naturale è importante poiché suggerisce elementi che gli animali
potrebbero desiderare, non sempre facilmente intuibili attraverso la nostra
percezione del mondo, però non definisce di per sé cosa sia il benessere. Per
collegarlo solidamente a quest’ultimo, il comportamento naturale deve essere
affiancato ad altre informazioni. “Naturale” non è in automatico sinonimo di
“migliore”: essere inseguiti e catturati da un predatore è naturale per molti
animali selvatici, ma non contribuisce positivamente al loro benessere dal
momento che cercano attivamente di evitarlo. Solo recentemente alcune scienziate
e scienziati hanno proposto di porre al centro del discorso sul benessere
animale gli stati affettivi, spostando l’attenzione verso la promozione di
esperienze emotive positive.
Si tratta, dunque, di un panorama scientifico e culturale in trasformazione, in
cui le diverse visioni si avvicendano e producono nuovi modelli scientifici per
la valutazione del benessere animale. I quadri di riferimento, inizialmente
progettati per stabilire degli standard che riducessero in particolar modo la
sofferenza, sono stati gradualmente rivisti sino a raggiungere l’attuale
prospettiva di promozione di stati positivi. Tra i modelli più utilizzati e
citati ci sono quello delle Cinque libertà e quello dei Cinque domini.
Già nel suo rapporto, il Comitato Brambell aveva introdotto una prima
formulazione del modello delle Cinque libertà, poi ampliato nel 1979 dal Farm
Animal Welfare Council, secondo cui gli animali devono essere liberi dalla fame
e dalla sete, grazie all’accesso ad acqua fresca e a un’alimentazione adeguata;
liberi dal disagio, attraverso un ambiente idoneo che offra riparo e luoghi per
il riposo; liberi dal dolore, dalle ferite e dalle malattie, tramite
prevenzione, diagnosi tempestiva e cure appropriate; liberi di esprimere i
comportamenti naturali, disponendo di spazio sufficiente, strutture adeguate e
della compagnia dei propri simili, se gradita; liberi dalla paura e
dall’angoscia, evitando qualsiasi forma di sofferenza. Si parla, quindi, di
rifuggire condizioni negative, principalmente legate alla salute fisica.
> Il modello di Mellor valuta il benessere animale attraverso quattro domini
> funzionali: nutrizione, ambiente, salute fisica e comportamento. Questi
> contribuiscono a definire lo stato mentale dell’animale, ossia il quinto
> dominio, che include sensazioni quali dolore, paura, appagamento o piacere.
La salute psicologica e le emozioni positive sono state prese maggiormente in
considerazione dal fisiologo David Mellor che, nel 1994, ha formulato il modello
dei Cinque domini, aggiornato in numerose nuove versioni dal 2001 a oggi, per
integrare al suo interno le più recenti scoperte scientifiche. Il modello di
Mellor valuta il benessere animale attraverso quattro domini funzionali
(nutrizione, ambiente, salute fisica e comportamento), i quali contribuiscono a
definire lo stato mentale dell’animale, che rappresenta il quinto dominio e
include sensazioni quali dolore, paura, appagamento o piacere. Questo sistema di
valutazione riconosce negli animali la capacità di provare emozioni e vivere
stati psicologici che incidono sul loro benessere complessivo, attribuendo
quindi allo stato mentale un ruolo centrale. Il modello dei Cinque domini
aggiunge, inoltre, un ulteriore tassello: suggerisce la necessità di ridurre al
minimo le esperienze negative e, allo stesso tempo, di fornire agli animali
opportunità di accedere a esperienze positive. Diventa, perciò, essenziale
capire se e in quali situazioni ciò accade, conoscere i diversi repertori e i
comportamenti tipici di ciascuna specie e saperli osservare, misurare e
descrivere. È proprio questo l’ambito della disciplina del Positive animal
welfare (PAW), il benessere animale positivo.
Il PAW e lo studio delle emozioni animali
“Ritengo che vi siano due modi principali per definire il Positive animal
welfare (PAW): come stato di un animale o come campo di ricerca. La definizione
incentrata sullo stato seguirebbe quella fornita da Rault et al. nel 2025: un
prosperare attraverso l’esperienza di stati mentali prevalentemente positivi e
lo sviluppo di competenza e resilienza”, spiega a Il Tascabile Laura Webb,
etologa della Wageningen University e vicepresidente del progetto COST Action
Lifting farm animal lives: “Il PAW può anche essere visto come un sottocampo
della scienza del benessere animale che si focalizza sulla comprensione, la
valutazione e la promozione di stati affettivi positivi e di una vita buona (o
prospera) negli animali”. Webb e il suo gruppo di ricerca traggono ispirazione
dalla psicologia umana per identificare indicatori non verbali di emozioni
positive e felicità applicabili alle altre specie. Definire cosa siano le
emozioni e quando sia corretto attribuirle agli animali non umani non è
semplice, anche per un radicato timore di un eccessivo antropomorfismo da parte
della comunità scientifica. La ricerca, sebbene stia progredendo, è ancora in
una fase pioneristica.
> Al contrario di noi, gli animali non umani non possono esprimere ciò che
> sentono a parole, quindi il lavoro di scienziate e scienziati si sta
> concentrando sull’analisi di indicatori la cui misurazione possa confermare i
> loro stati affettivi.
Nel 1946 lo psicologo Donald Olding Hebb descrisse le emozioni come “determinati
stati neurofisiologici, inferiti dal comportamento, dei quali si sa poco se non
che, per definizione, essi predispongono a determinati tipi specifici di
azione”. L’etologo Marc Bekoff affermò nel 2000 che fossero fenomeni psicologici
che aiutano nella gestione e controllo del comportamento, mentre per il
primatologo Frans de Waal l’emozione è uno stato temporaneo indotto da stimoli
esterni biologicamente rilevanti, caratterizzato da specifici cambiamenti nel
corpo e nella mente dell’organismo. Gli studiosi di comportamento animale
Elizabeth Paul e Michael Mendl, in una pubblicazione del 2018, cercano di
raccogliere le caratteristiche comuni emerse storicamente e affermano che
un’emozione è una risposta costituita da più componenti a uno stimolo o a un
evento che è tipicamente di importanza per l’individuo, è sempre dotata di una
valenza, piacevole o spiacevole, e può variare in termini di
attivazione/eccitazione (arousal) e di durata/persistenza. Ad esempio, giocare
può stimolare gioia, un’emozione dalla valenza positiva, dall’attivazione
potenzialmente elevata e dalla durata breve. Al contrario di noi, gli animali
non umani non possono esprimere ciò che sentono a parole, quindi il lavoro di
scienziate e scienziati si sta concentrando sull’analisi di indicatori la cui
misurazione possa confermare i loro stati affettivi. Gli indicatori possono
essere diversi per specie e riguardano valori legati alla fisiologia,
osservazioni comportamentali e risposte cognitive.
Il ratto di Panksepp emetteva il caratteristico segnale acustico a 50 kHz quando
solleticato da una mano umana e durante interazioni positive tra coppie di
individui. Dunque la vocalizzazione sembrava un valido indizio, fino a quando
alcuni studi hanno mostrato che era presente pure nei roditori sottoposti a
eutanasia con anidride carbonica, una situazione che è stato dimostrato essi si
impegnano a evitare. L’esame di un unico indicatore non basta a etichettare una
condizione come positiva o negativa. “Esistono molti indicatori promettenti
nell’ambito del comportamento, tra cui le vocalizzazioni, le posture delle
orecchie e della coda e il comportamento di gioco”, chiarisce Webb: “Stiamo
inoltre indagando indicatori cognitivi e fisiologici dello stato affettivo
cumulativo”.
> Gli stati affettivi positivi negli animali nascono da esperienze gratificanti,
> come poter scegliere, perseguire degli obiettivi e ottenere i risultati
> voluti. Non basta evitare condizioni negative: gli animali devono poter
> desiderare qualcosa e trarne piacere.
Non è, infatti, il singolo evento a dare forma a quella “vita degna di essere
vissuta” citata in numerosi modelli di benessere animale: sperimentare
quotidianamente esperienze che facciano scaturire emozioni positive può
significare influenzare stati affettivi più duraturi come l’umore e disposizioni
più persistenti e prolungate. È quando il bilancio propende a favore degli stati
positivi in una finestra temporale sufficientemente ampia che, secondo alcune
teorie, si raggiunge quella che noi chiamiamo felicità.
Gli stati affettivi positivi negli animali nascono da esperienze gratificanti,
come poter scegliere, perseguire degli obiettivi e ottenere i risultati voluti.
Non è sufficiente evitare condizioni negative: è fondamentale che gli animali
abbiano la possibilità di desiderare qualcosa e di trarne piacere. Come
sottolinea Marian Stamp Dawkins, il benessere animale non dipende solo dalla
salute, ma anche dalla capacità di offrire agli animali ciò che vogliono. Le
preferenze variano da individuo a individuo e sono influenzate da diversi
fattori, tra cui la specie di appartenenza, la personalità, la genetica, lo
sviluppo e le esperienze vissute. Per questo, il benessere positivo si valuta
attraverso un’osservazione diretta e prolungata, che tenga conto dell’intero
arco della vita e delle caratteristiche specifiche di ciascun animale.
Osservare da vicino gli animali per capire cosa desiderano può portare a
risultati sorprendenti. Lo racconta Laura Webb, che durante il suo dottorato ha
studiato diversi regimi alimentari per migliorare il benessere dei vitelli. In
alcuni esperimenti, ai vitelli veniva offerta la possibilità di scegliere
liberamente tra vari alimenti, come fieno a fibra lunga o paglia, disposti in
rastrelliere. I bovini infilavano la testa nel fieno, lo annusavano e lo
lanciavano in aria, in un comportamento che ricordava il gioco. In un altro
studio, invece, i vitelli estraevano la paglia dalle rastrelliere e la usavano
per crearsi una lettiera sul pavimento fessurato.
> Il benessere animale non dipende solo dalla salute, ma anche dalla capacità di
> offrire agli animali ciò che vogliono.
“Credo sia necessario ricordare che un elemento specifico nella vita di un
animale può avere molteplici utilizzi e può rivelarsi, in definitiva, più
piacevole di quanto ci si potesse inizialmente aspettare”, sottolinea l’etologa:
“Lo stesso vale, ad esempio, quando si pensa all’inserimento di alberi: gli
alberi sono molto più di una semplice struttura che offre ombra per alleviare lo
stress da calore, poiché le vacche nei sistemi silvopastorali ne mangiano i
frutti, tirano i rami e si strofinano contro il tronco. Pertanto, gli alberi
promuovono la diversità comportamentale oltre a fornire ombra, aumentando
l’autonomia e la propensione a sperimentare stati emotivi più positivi”.
Positive animal welfare, una rivoluzione?
Il Positive animal welfare ha assunto una connotazione più precisa nel 2007 con
la pubblicazione della review “Assessment of positive emotions in animals to
improve their welfare” nella rivista scientifica Physiology & Behavior. Alcune
autrici e autori ne contestano in parte la portata innovativa rispetto ai
precedenti modelli di benessere animale: i Cinque domini avevano già assicurato
un ampio spazio alla salute psicologica degli animali e alle emozioni positive,
e anche altri modelli le avevano inserite nella propria struttura. “Credo che
molti altri quadri teorici sul benessere animale presentino componenti relative
al benessere animale positivo. Le Cinque libertà includono la promozione dei
comportamenti naturali, il che è probabilmente legato al fornire agli animali
maggiore scelta e controllo, e quindi agentività. Il modello dei Cinque domini
menziona specificamente, in aggiunta, gli stati affettivi come rilevanti”,
chiarisce Webb: “Questi quadri teorici possono talvolta fornire modi più pratici
per formalizzare e valutare il benessere animale. A livello teorico, penso che
molti scienziati concordino sul fatto che il benessere animale sia
concettualizzato come due componenti interconnesse, tra cui una componente
affettiva/edonica, ossia l’accumulo e l’equilibrio di stati affettivi positivi e
negativi nel tempo, e una componente cognitiva che coinvolge la costruzione di
abilità/competenze e resilienza”.
> Il Positive Animal Welfare può aiutare a migliorare la vita degli animali,
> evitando loro sofferenze e promuovendo esperienze positive. Eppure questa
> ricerca della felicità può risultare dissonante, considerando che stiamo
> comunque piegando le loro esistenze alle nostre necessità.
Un progetto come Lifting farm animal lives, quindi la realizzazione di un
network scientifico-tecnologico tra centri di ricerca europei in grado di
esercitare un impatto sui decisori politici e sugli organismi normativi,
rappresenta un progresso. È un nuovo capitolo per la scienza del benessere
animale, che coinvolgerà la zootecnia e tutti quei contesti in cui gli animali
sono costretti alla cattività, come zoo, allevamenti, canili, le nostre case ‒
tra cani, gatti, roditori, conigli, uccelli e altre specie esotiche ‒ e
laboratori di ricerca biomedica, proprio quegli stessi luoghi in cui vivevano i
ratti che hanno condotto Jaak Panksepp verso la scoperta del riso murino.
Il Positive animal welfare ci aiuta a capire come migliorare la vita degli
animali, non solo evitando loro sofferenze, ma promuovendo esperienze positive.
Eppure questa ricerca della felicità può essere percepita come dissonante quando
realizziamo che disponiamo comunque delle loro esistenze per piegarle alle
nostre necessità. Come scrive Marian Stamp Dawkins nelle ultime pagine di The
Science of Animal Welfare:
> può essere un contributo prezioso per i dibattiti sul benessere animale (così
> come per la nostra riflessione personale) tentare di separare i disaccordi sui
> fatti che apprendiamo dalla scienza del benessere animale dai disaccordi sui
> valori etici, e separare entrambi dai passi pratici che potrebbero essere
> intrapresi nel mondo reale per attuare il cambiamento.
L'articolo La ricerca della felicità animale proviene da Il Tascabile.
I mmaginate di avere una domenica libera, la prima da mesi. Niente impegni né
urgenze: il vostro programma è andare a dormire il sabato sera e svegliarvi non
prima del pomeriggio del giorno dopo. Avete spento il telefono, staccato il
wi-fi e avvisato chiunque vi conosca delle vostre intenzioni. Siete nel pieno
della dormita più ristoratrice di sempre quando suona il campanello: sono le
7:30. Lo ignorate. Alle 8:15 suona il citofono: ignorate anche quello. Alle
9:00, una macchina con un motore da revisionare si mette a sgommare sotto casa
vostra. A quel punto ci rinunciate, vi alzate e affrontate il resto della
giornata di pessimo umore e con un frustrante debito di energie.
Vi è venuto il nervoso? Immaginate ora una dormita che non dura qualche ora ma
mesi interi, e che non è solo un premio che vi concedete ma una necessità,
irrinunciabile per la vostra sopravvivenza. In queste condizioni, venire
svegliati contro la vostra volontà diventa più che un fastidio: un grosso
problema, forse anche un pericolo. Ebbene, è come si sentono milioni di animali
ogni anno, e la colpa è ovviamente nostra: il letargo è un adattamento evolutivo
fondamentale per decine di migliaia di specie, la cui efficacia (e durata, in
certi casi) sta però subendo un rapido degrado a causa delle attività umane,
andando ad aggiungersi a una purtroppo già ricca lista di casi simili,
conseguenza diretta del fatto che abbiamo sempre meno inverno.
Un letargo, tanti letarghi
La prima cosa da chiarire quando si parla di letargo è, perdonatemi l’anafora,
chiarire che cosa s’intende parlando di “letargo”, un termine-ombrello che
racchiude in sé diversi fenomeni (analoghi ma con differenze anche
significative) e che è a sua volta un sottoinsieme di quella che in biologia si
chiama quiescenza, ossia la sospensione temporanea, parziale o totale ma
comunque reversibile, delle funzioni vitali di un essere vivente. Ibernazione,
estivazione, brumazione, torpore sono tutte forme di quello che viene
comunemente chiamato “letargo”. Con un’ulteriore complicazione: l’inglese è la
lingua franca della scienza, e in inglese il letargo si chiama hibernation, che
è il loro termine-ombrello, con ulteriori distinzioni tra ibernazione
facoltativa e obbligatoria e, più di recente, l’idea che tutti questi fenomeni
esistano in un continuum. Nel pezzo userò la parola “letargo” per comodità, con
la precisazione che mi riferirò nello specifico all’ibernazione, cioè la
sospensione delle funzioni vitali durante l’inverno.
> Il letargo è un adattamento evolutivo fondamentale per decine di migliaia di
> specie, la cui efficacia sta però subendo un rapido degrado a causa delle
> attività umane, e nello specifico del fatto che gli inverni durano sempre di
> meno.
Non perché le altre forme di quiescenza stagionale non siano interessanti:
l’estivazione, per esempio, che come suggerisce il nome è la forma estiva
dell’ibernazione, richiede strategie fisiologiche molto diverse da quelle del
letargo invernale, ed è meno nota solo perché fino a pochi anni fa pensavamo
fosse un’esclusiva degli animali ectotermi; in realtà, anche qualche mammifero
estiva, e l’impressione è che possano essercene molti altri che non abbiamo
ancora scoperto. Più in generale, qualsiasi adattamento abbia a che fare con la
sospensione delle funzioni vitali meriterebbe un approfondimento, non solo per
amore della conoscenza ma anche perché si tratta di meccanismi che, se applicati
agli esseri umani, potrebbero aiutarci in una pletora di campi diversi, dalla
medicina ai viaggi nello spazio.
L’ibernazione, però, il letargo invernale, insomma quello che succede nel corpo
di certi animali quando le temperature crollano e con loro l’energia a
disposizione, è la forma di quiescenza più colpita dai “soliti noti” –
riscaldamento globale, perdita dell’habitat, interazioni sempre più frequenti
con gli umani. E come tutte le attività minacciate dai bruschi cambiamenti nella
stagionalità di gran parte del pianeta, non sappiamo quali possano essere le
conseguenze del loro sconvolgimento, sulle specie coinvolte ma anche sugli
ecosistemi. Dovendo fare un triage delle diverse forme di quiescenza, il letargo
è forse la più urgente da tutelare, perché dipende da una stagione che sta
sparendo.
L’inverno sta arrivando
Tutte le forme di quiescenza nascono, dal punto di vista evolutivo, come
risposta a una necessità: sopravvivere per un periodo di tempo nel quale le
condizioni ambientali rendono impossibile la normale attività. Può essere un
giorno (come nel caso del torpore quotidiano di alcuni uccelli e piccoli
mammiferi), una stagione o anche un secolo (capita ai semi di alcune piante, per
esempio il tasso barbasso): si tratta comunque di uno spegnimento controllato
dell’organismo, ed è facile il paragone con la modalità risparmio energetico di
certi dispositivi elettronici. Nel caso del letargo, il periodo di tempo è
l’inverno, con tutte le sue sfide: le temperature crollano (e quindi riscaldarsi
costa più energia), il cibo scarseggia, neve e ghiaccio possono rendere
complessi gli spostamenti.
> Non si tratta quindi, come viene spesso descritto, di un semplice sonno
> profondo, ma di un’operazione più estrema (e anche rischiosa), che in quanto
> tale ha spesso bisogno di mesi di preparazione.
Di fronte alla stagione fredda, ci sono tre possibili soluzioni per non morire
congelati. La prima è farsi forza, restare attivi e sviluppare una serie di
adattamenti che aiutino a sopravvivere all’inverno senza dover cambiare troppo
le proprie abitudini. È quello che fanno per esempio le volpi artiche, che hanno
un’intricata rete di capillari (soprattutto sul muso e sulle zampe) che
contribuiscono a mantenere la loro temperatura corporea sopra gli 0 °C anche
quando quella esterna scende sotto i ‒20 °C. La seconda è fare le valigie: molte
specie, soprattutto tra gli uccelli, sfuggono al clima rigido dell’inverno
migrando altrove.
La terza soluzione è appunto l’ibernazione, cioè una brusca riduzione delle
funzioni vitali dell’animale: la temperatura corporea si abbassa, la
respirazione e il battito cardiaco rallentano, come anche il metabolismo. Non si
tratta quindi, come viene spesso descritto, di un semplice sonno profondo, ma di
un’operazione più estrema (e anche rischiosa), che in quanto tale ha spesso
bisogno di mesi di preparazione. È il caso di tutti quei mammiferi che
accumulano energia sotto forma di grasso, passando l’autunno in una fase
cosiddetta di iperfagia: lo fanno per esempio ricci, ghiri e marmotte, il cui
letargo è quasi sempre ininterrotto (possono fare eccezione i ricci, che una
volta al mese circa si svegliano) e passato a consumare le risorse accumulate in
precedenza.
Altri preferiscono una quiescenza meno estrema, e i più famosi in questo senso
sono i nostri scoiattoli: invece di ingerire enormi quantità di cibo e poi
spegnersi, accumulano le risorse necessarie per sopravvivere all’inverno in
diversi nascondigli, e alternano fasi di torpore leggero ad altre di attività,
durante le quali consumano quanto hanno messo da parte. La loro non è quindi una
vera e propria ibernazione, a differenza di quella dei loro parenti (sempre
della famiglia Sciuridae) noti come squinny (Ictidomys tridecemlineatus), il cui
letargo può durare fino a sei mesi, durante i quali non mangiano né bevono: per
non disidratarsi hanno sviluppato alcuni ingegnosi adattamenti, tra cui la
diluizione del siero (che in alta concentrazione è responsabile della sete) e
l’eliminazione dal sangue di molecole come sodio e glucosio (curiosamente o
forse no, quest’ultima è la stessa molecola che la rana Rana sylvatica immette
invece in grandi quantità nel sangue durante l’inverno per evitare di
congelare).
Uno degli esempi di letargo più interessanti, nonché più dibattuti, è quello
degli orsi, in particolare dell’orso bruno europeo, sul quale pende da tempo la
domanda: possiamo considerare il suo come un vero letargo? Per capire le ragioni
di questo dubbio è utile fare un confronto con una “vera ibernatrice” come la
marmotta: durante i mesi di quiescenza invernale, la sua temperatura corporea si
avvicina agli 0 °C, il suo tasso metabolico crolla del 95%, l’animale respira
due volte al minuto e il suo cuore non supera i cinque battiti al minuto. Per
converso, l’orso bruno riduce la sua temperatura di appena 6 °C, assestandosi
intorno ai 30 °C, e il calo del tasso metabolico è del 25%. Il risultato è che,
rispetto a una marmotta che dorme ininterrottamente per tutto il periodo del
letargo, l’orso bruno rimane semivigile, e pronto a riattivarsi per difendere la
tana o quando sente che le temperature esterne stanno salendo.
Qui torna utile il discorso del continuum: le strategie fisiologiche adottate da
orso e marmotta sono le stesse (abbattimento del tasso metabolico, riduzione di
tutte le funzioni vitali…), ma portano a risultati quantitativamente molto
diversi. A questo punto, la risposta alla domanda iniziale di questo paragrafo
dovrebbe essere chiara: no, quello dell’orso non è un “vero letargo” come quello
dei piccoli mammiferi, ma anche sì, è comunque una forma di ibernazione
preceduta da una fase di iperfagia e durante la quale l’animale consuma le
energie che ha accumulato durante l’autunno.
> Gli orsi non vanno in letargo a causa del freddo. Il vero interruttore è la
> carenza di cibo, tanto è vero che gli esemplari che hanno a disposizione fonti
> di sostentamento sicure, come quelle di natura antropogenica, riducono di
> molto il loro periodo di ibernazione.
Vale la pena tra l’altro specificare che gli orsi non vanno in letargo a causa
del freddo: le variazioni invernali di temperatura hanno un impatto relativo su
un animale così grosso (e grasso). Il vero interruttore è la carenza di cibo,
tanto che gli orsi che hanno a disposizione fonti di sostentamento sicure, come
quelle di natura antropogenica, riducono di molto il loro periodo di
ibernazione, e addirittura quelli tenuti in cattività lo saltano a zampe pari
(con possibili conseguenze negative sulla loro salute). E così arriviamo al
discorso con cui si apriva il pezzo: quanti danni stiamo facendo al letargo
animale?
Bruschi risvegli e altri disturbi antropogenici
Il caso di studio più esemplare in questo senso è quello dei pipistrelli, un
ordine nel quale le strategie di quiescenza invernale sono diffusissime e si
sono evolute separatamente almeno quattro volte nel corso della loro storia
evolutiva. Come per gli orsi, anche per i pipistrelli il problema dell’inverno è
legato soprattutto alla mancanza di cibo: la maggior parte delle specie sono
entomofaghe, e quando fa troppo freddo gli insetti volanti spariscono dalla
circolazione. Durante l’inverno i pipistrelli si rifugiano quindi in caverne,
grotte, anfratti e cavità di ogni genere, riducono il battito cardiaco da 400 a
20 battiti al minuto, abbattono la temperatura corporea avvicinandosi agli 0 °C,
insomma, tutto quello che abbiamo già visto per altri mammiferi. Il problema è
che il loro sonno è sempre più spesso disturbato da fattori esterni: turisti che
invadono le loro grotte, scienziati che le visitano per raccogliere dati e
campioni, fluttuazioni impreviste della temperatura esterna. E un brusco e
imprevisto risveglio è costoso per i pipistrelli: per esempio quando il
vespertilio bruno viene disturbato nel sonno consuma 108 mg di grasso corporeo,
l’equivalente di quanto avrebbe consumato in 68 giorni di letargo.
Ci sono poi i problemi di salute: durante il letargo, il sistema immunitario dei
mammiferi va incontro allo stesso destino di ogni altra attività metabolica,
cioè lo spegnimento quasi totale. Questo stato di vulnerabilità sta esponendo
milioni di pipistrelli, soprattutto in Nord America ed Europa, al fungo
Pseudogymnoascus destructans, responsabile della sindrome del naso bianco (o
WNS, White Nose Syndrome), una patologia letale che dal 2018 a oggi ha causato
un calo nelle popolazioni che per alcune specie (Myotis septentrionalis, Myotis
lucifugus, Perimyotis subflavus) ha superato il 90%. Ovviamente, il fungo non è
arrivato in Nord America per caso, ma trasportato da noi umani dall’Europa (in
Italia è comparso per la prima volta nel 2019).
Infine, c’è una questione che non riguarda solo i pipistrelli ma tutti gli
animali ibernanti, e a dirla tutta non riguarda solo il letargo ma qualsiasi
attività legata alla stagionalità. L’ho già accennata più volte nel corso del
pezzo: l’aumento delle temperature medie globali (che è peraltro più grave alle
alte latitudini, dove vivono i mammiferi che vanno in letargo) causa sempre più
spesso risvegli anticipati, che oltre a essere energeticamente costosi per gli
animali li catapultano in un mondo che, per così dire, non è ancora pronto. I
pipistrelli non trovano abbastanza insetti per sostentarsi, le marmotte delle
Montagne Rocciose emergono dal letargo 38 giorni prima rispetto a 28 anni fa e
quando lo fanno trovano il paesaggio ancora coperto di neve, faticando quindi a
recuperare cibo ed energie, addirittura nello scoiattolo Urocitellus parryii le
femmine sono pronte all’accoppiamento prima dei maschi, e questo disallineamento
potrebbe avere conseguenze devastanti sui loro tassi di riproduzione.
> L’aumento delle temperature medie globali causa sempre più spesso risvegli
> anticipati, che oltre a essere energeticamente costosi per gli animali li
> catapultano in un mondo che, per così dire, non è ancora pronto.
Certo, come sempre c’è anche il rovescio della medaglia: le succitate marmotte
americane hanno tassi di sopravvivenza all’estate più alti di un tempo, e lo
stesso vale per il vespertilio di Daubenton. Il fatto però che alcune specie
stiano riuscendo ad adattarsi meglio ai cambiamenti climatici non deve farci
dimenticare che si tratta appunto di un adattamento, una modifica anche rdicale
dei propri comportamenti in risposta alle mutate condizioni ambientali: non
tutti gli animali hanno l’abilità e la fortuna di poter volgere una crisi
globale a loro vantaggio – al contrario, quelli che ci riescono sono
un’eccezione. La regola è sempre la stessa: stiamo cambiando tutto troppo
velocemente e in peggio, e la natura fatica a starci dietro.
L'articolo Letargo precario proviene da Il Tascabile.
U na folta coda a strisce spunta da un bidone della spazzatura semiaperto. Dopo
un po’ di trambusto, al di sotto del coperchio, compaiono due occhietti
circondati da una maschera di pelo nera e una coppia di zampe con piccolissime
dita. I procioni (Procyon lotor) non temono gli umani, sono onnivori e sanno
cogliere il meglio che un ambiente urbanizzato possa offrire loro, tra cui i
nostri avanzi di cibo. Anzi, più un’area sarà abitata, maggiore sarà la
possibilità di rovistare nei rifiuti e trovare una leccornia da gustare. Questa
è una forma di commensalismo simile a quella dei lupi che, migliaia di anni fa,
si avvicinarono agli insediamenti umani per frugare tra gli scarti di quelle
comunità. Una vicinanza che è diventata cooperazione, selezione, relazione, fino
a plasmare il cane. Secondo un gruppo di ricerca statunitense, i procioni
potrebbero essere l’animale perfetto da osservare in tempo reale per capire come
una specie possa andare incontro a modificazioni tali da renderla diversa dal
proprio antenato selvatico.
La domesticazione, spesso definita come il controllo delle condizioni di vita di
una determinata specie al fine di ricavarne servizi e prodotti utili all’essere
umano, è un fenomeno più complesso e sfumato di quello che per molti anni è
stato descritto dalla comunità scientifica. A partire da circa 10.000 anni fa,
quando ha iniziato a delinearsi il passaggio da un’esistenza nomadica a una
sedentaria nella transizione neolitica, essa ha contribuito a mutare
radicalmente la biosfera terrestre. La nostra conoscenza della sua storia e dei
suoi meccanismi è ancora lacunosa e continuiamo a compulsarne le tracce per
recuperare i tasselli mancanti che compongono il nostro passato e che potrebbero
aiutarci a prevedere un possibile futuro.
La domesticazione: percorsi e nicchie
Dalla metà del Ventesimo secolo l’interesse verso la comprensione della
domesticazione di piante e animali ha trovato risposte in narrazioni incentrate
sul progresso tecnologico, sull’intenzionalità e sul dominio umano sul proprio
ambiente, punti di vista saldamente ancorati a una visione antropocentrica
caratterizzata da un forte dualismo tra natura e cultura. Sebbene questa visione
sia in parte ancora radicata nella letteratura archeologica, negli ultimi
quarant’anni il concetto di domesticazione si è sviluppato e ampliato, come mi
ha raccontato Thomas Cucchi, direttore di ricerca del Laboratorio di
bioarcheologia del Museo nazionale di Storia naturale di Parigi: “A partire
dagli anni Ottanta, gli antropologi hanno posto in rilievo prospettive che vanno
oltre le ontologie occidentali, fornendo esempi etnografici in cui le
distinzioni tra selvatico e domestico, cultura e natura, sono minime o
addirittura inesistenti. Il campo della zooarcheologia si è quindi allontanato
dalle narrazioni precedenti che enfatizzavano la domesticazione animale come
dominio umano sugli animali non umani, orientandosi verso un’attenzione alle
relazioni ecologiche, culturali e coevolutive che sono sempre esistite tra
esseri umani e animali non umani e alla loro intensificazione ed elaborazione
nei contesti delle prime società agricole”.
> Secondo l’archeologa Melinda Zeder ci sono tre percorsi attraverso cui le
> diverse specie rispondono alla domesticazione per poi essere integrate nelle
> società umane: il percorso commensale, quello della preda e la gestione
> diretta.
Le combinazioni tra fattori ecologici, culturali ed evolutivi all’interno dei
rapporti tra gli umani e gli altri animali possono essere molteplici, seguire
traiettorie non lineari, imboccare vicoli ciechi, e giungere a risultati
differenti in aree geografiche e finestre temporali più o meno lontane. Un
esempio è la domesticazione del cavallo, i cui primi tentativi risalirebbero a
circa 5.500 anni fa e sono documentati nel sito di Botaï, nel Kazakistan
settentrionale. Qui sono stati trovati resti che indicano l’uso di recinti,
briglie e la mungitura dei cavalli per ricavarne latte. Per molto tempo si è
pensato che i cavalli moderni discendessero da quelli di Botaï. In seguito, uno
studio pubblicato su Nature nel 2024 ha suggerito che il controllo della
riproduzione della linea dei cavalli moderni sarebbe emerso solo più tardi,
intorno al 2.200 a.C. nelle steppe pontico-caspiche.
La definizione di un quadro teorico del fenomeno è una sfida che è stata colta e
che solo negli ultimi anni ha dato origine ad approcci di più ampio respiro. Tra
le teorie che meglio combinano le componenti biologiche e sociali della
domesticazione c’è quella dei tre percorsi, elaborata dall’archeologa Melinda
Zeder nel 2012. Zeder sostiene che, al di là delle caratteristiche universali
comuni a tutti gli animali domestici – prima su tutte la docilità verso l’essere
umano ‒, vi siano molteplici modi in cui le diverse specie rispondono alla
domesticazione per poi essere integrate nelle società umane. Portando questo
ragionamento alle estreme conseguenze, si potrebbe addirittura affermare che
ogni animale domestico sia un caso a sé stante, partecipe di una relazione
unica, modellata da un elevato numero di variabili. La scienziata ritiene, però,
che siano tre i percorsi principali seguiti: il percorso commensale, quello
della preda e la gestione diretta.
Il percorso commensale è la via più nota al grande pubblico, la più citata tra
le possibili ricostruzioni della domesticazione del cane, ed è anche quella che
forse sta imboccando il procione. È un processo coevolutivo, in cui un gruppo di
individui di una determinata specie trae giovamento dalle risorse, come avanzi
di cibo e riparo, di un’altra. Non è necessario che vi sia intenzionalità da
parte dell’essere umano, poiché l’interazione potrebbe sorgere semplicemente
dalla condivisione dello stesso ambiente, e a sua volta può sfociare in legami
sociali o economici più stretti da cui gli umani potrebbero trarre beneficio. A
questo punto, la selezione guidata sarebbe il passo successivo.
Gli animali d’allevamento come pecore, capre e bovini, invece, sono stati per la
maggior parte i protagonisti di un percorso della preda: erano inizialmente
cacciati per la loro carne e il processo di domesticazione è cominciato quando
le comunità umane, per necessità, hanno dapprima sperimentato strategie di
caccia per aumentarne la disponibilità, per poi arrivare a una vera e propria
gestione delle mandrie, con il controllo esteso alle generazioni successive, se
gli animali mostravano di possedere le caratteristiche idonee.
Infine, vi è il percorso diretto, orientato, un processo avviato dagli esseri
umani con l’obiettivo di domesticare animali che vivono in libertà e per
ottenere una specifica risorsa o un insieme di risorse d’interesse. È ciò che
sarebbe accaduto, ad esempio, a conigli, visoni e struzzi. È una strada che
richiede già una certa dimestichezza con la domesticazione di altri animali e
per cui sono necessarie intenzionalità e forme di progresso tecnologico, in
quanto le specie coinvolte potrebbero non possedere molte delle caratteristiche
comportamentali ritenute prerequisiti essenziali.
I percorsi non sono esclusivi e possono incrociarsi. È il caso del maiale, Sus
scrofa domesticus, che deriverebbe dal percorso commensale e da quello della
preda: sembra che alcuni suini venissero cacciati, mentre altri fossero
tollerati intorno agli insediamenti, dove si nutrivano di scarti, adattandosi
così ad ambienti antropici. Queste condizioni si sarebbero presentate
indipendentemente sia in Mesopotamia sia in Cina.
> Più che un atto di dominio, la domesticazione è un processo coevolutivo,
> poiché l’essere umano ha plasmato l’evoluzione degli animali e delle piante
> domestiche, che poi a loro volta hanno modellato il genoma umano e la sua
> diversità culturale.
Un altro modo per spiegare le implicazioni biologiche, ecologiche e sociali
della domesticazione è la teoria della costruzione della nicchia. Anche in
questo caso si parla di una lunga coevoluzione basata su rapporti di reciproco
vantaggio che si concretizza nella costruzione, da parte di umani, piante e
animali, di nuove nicchie ecologiche, in una modifica attiva degli ambienti in
cui vivevano. Gli esseri umani, nel ruolo di ingegneri ecosistemici, avrebbero
trasformato i paesaggi per rendere più produttive e prevedibili alcune specie di
loro interesse e, allo stesso tempo, anche piante e animali coinvolti nella
domesticazione avrebbero contribuito a rimodellare gli ecosistemi, adattandosi,
influenzando le condizioni ambientali e innescando effetti che avrebbero
interessato altri organismi, modificandone indirettamente le traiettorie
evolutive.
Diviene chiaro come la domesticazione non sia ‒ o per lo meno, non sia sempre
stata ‒ un atto di dominio, ma che si possa inserire nel più grande racconto
dell’evoluzione. “La domesticazione è un eccezionale modello di evoluzione in
atto, in cui la forza motrice principale è la pressione selettiva dell’ambiente
umano, sia artificiale che naturale”, sottolinea Cucchi: “La domesticazione è un
sottoinsieme dell’evoluzione, che dimostra come l’intervento umano possa
accelerare e dirigere il processo evolutivo, con impatti profondi sia sulle
specie domesticate che sugli esseri umani. In effetti, consideriamo la
domesticazione come un processo coevolutivo. Poiché l’essere umano ha plasmato
l’evoluzione degli animali e delle piante domestiche, questi ultimi hanno
successivamente modellato anche il genoma umano e la sua diversità culturale”.
Da selvatico a domestico
Sono circa 2 milioni le specie conosciute e di queste solo una frazione (tra
mammiferi, uccelli ma anche insetti e pesci) è stata domesticata dagli esseri
umani. Un caso spesso citato di insuccesso è la zebra, particolarmente
aggressiva rispetto ai suoi parenti, il cavallo e l’asino. Nel suo saggio del
1997, Armi, acciaio e malattie, il fisiologo e ornitologo Jared Diamond provò a
spiegare il motivo per cui solo pochissimi animali sono stati domesticati
dall’essere umano, introducendo quello che lui chiama “principio di Anna
Karenina”. Se Lev Tolstoj, nel celebre incipit, asseriva che “Tutti i matrimoni
felici si somigliano; ogni matrimonio infelice è infelice a modo suo”, Diamond
rielabora la citazione affermando che “Tutti gli animali domestici si
assomigliano; ogni animale non domesticabile è selvatico a modo suo”. Questo è
un modo per dire che tutte le specie domesticate hanno delle caratteristiche
biologiche comuni, tutte necessarie affinché il processo funzioni: una dieta
flessibile, un tasso di crescita elevato, la capacità di riprodursi in
cattività, docilità verso gli esseri umani, una minore tendenza alla fuga e una
struttura gerarchica organizzata. Come racconta l’archeozoologa Juliet
Clutton-Brock nel suo libro Storia naturale della domesticazione dei mammiferi
(2001), nel 1865 anche Francis Galton, cugino di Charles Darwin, stilò una lista
di requisiti per la domesticazione, che includeva la robustezza, un’innata
inclinazione per gli esseri umani, la facilità di accudimento, l’utilità e la
capacità di riprodursi liberamente.
> Molti mammiferi domestici condividono caratteristiche fisiche e
> comportamentali non presenti negli antenati selvatici, tra cui variazioni
> nelle dimensioni corporee e nel comportamento sociale, code più corte o
> arrotolate e orecchie pendenti.
Non bastano, però, solo le peculiarità biologiche degli animali. Lo spiega il
paleobiologo Marcelo Sánchez-Villagra nel volume The Process of Animal
Domestication (2022): il numero relativamente ridotto di specie domestiche
autoctone nelle Americhe dipenderebbe non solo dalle caratteristiche degli
animali, ma anche dagli aspetti culturali delle popolazioni umane che convivono
con essi, a loro volta legati all’ecologia dei territori. In Amazzonia, per
esempio, alcune popolazioni intrattengono rapporti di stretta vicinanza con
determinati animali, come insetti, pappagalli, pecari, e persino con i cuccioli
di esemplari uccisi durante la caccia, senza avviarne la domesticazione: una
scelta che riflette una diversa visione del mondo e del rapporto tra esseri
umani e altre specie.
Nonostante i diversi percorsi e tempi della domesticazione nelle varie aree del
mondo, molti mammiferi domestici – anche se lontanamente imparentati tra loro –
condividono un insieme ricorrente di caratteristiche fisiche e comportamentali,
noto come “sindrome da domesticazione”, già individuato da Charles Darwin nella
sua analisi della selezione artificiale sugli animali allevati. Si tratta di
cambiamenti non presenti negli antenati selvatici e tra i più comuni si
osservano variazioni nelle dimensioni e nelle proporzioni del corpo, nella
pigmentazione del mantello, nella riproduzione e nel comportamento sociale. A
questi si aggiungono altre modifiche tipiche della domesticazione, come una
riduzione delle dimensioni del cervello, cambiamenti nella struttura del pelo,
code più corte o arrotolate e orecchie pendenti.
Una possibile spiegazione della sindrome da domesticazione è che gli esseri
umani abbiano selezionato, più volte e in modo indipendente, le stesse
caratteristiche in specie diverse. Questa ipotesi è stata testata dal genetista
russo Dmitry Belyaev nel celebre esperimento sulle volpi argentate, iniziato
negli anni Cinquanta del Ventesimo secolo. Gli esemplari scelti vennero
selezionati per docilità e, generazione dopo generazione, mostrarono attenzione
verso gli esseri umani, orecchie pendenti, code rivolte all’insù, mantelli
pezzati, cicli riproduttivi più frequenti e non legati alle stagioni e,
successivamente, musi più corti e larghi. Nonostante approfondimenti e studi
successivi, i risultati ottenuti sono ancora discussi nella comunità scientifica
per alcuni aspetti controversi.
> I procioni potrebbero essere l’animale perfetto da osservare in tempo reale
> per capire come una specie possa andare incontro a modificazioni tali da
> renderla diversa dal proprio antenato selvatico.
Oggi sono proprio i procioni, probabile modello di domesticazione in atto, a
essere protagonisti di un ampio studio in qualche modo accostabile a quello
delle volpi, pubblicato su Frontiers in Zoology. Analizzando il rapporto tra la
lunghezza del muso e quella del cranio in oltre 19.000 fotografie di procioni
scattate negli Stati Uniti e raccolte tramite applicazioni di citizen science,
gli autori della ricerca hanno osservato una tendenza chiara: gli individui che
vivono in aree densamente popolate mostrano, in media, un muso più corto. Se da
una parte la domesticazione interagisce con molte altre pressioni ambientali,
scienziate e scienziati stanno mettendo in correlazione questi risultati con la
cosiddetta ipotesi delle cellule della cresta neurale. Secondo questa teoria, la
maggiore docilità selezionata negli animali domesticati sarebbe legata a una
riduzione dell’attività o del numero di un gruppo di cellule embrionali
coinvolte nello sviluppo non solo dei caratteri comportamentali, ma anche di
molti tratti fisici. L’esito non intenzionale di queste modificazioni sarebbe la
comparsa dei tipici cambiamenti fisici osservati negli animali domestici.
Questa spiegazione sosterrebbe anche la tesi dell’auto-domesticazione umana,
dibattuta già ai tempi di Darwin. Infatti, esistono alcuni mutamenti
assimilabili alla sindrome da domesticazione nella nostra evoluzione, come
descrive Cucchi:
> Proprio come osservato nell’esperimento delle volpi di Belyaev, si sostiene
> che ci sia stata una selezione che avrebbe favorito comportamenti più sociali
> e meno aggressivi tra i cacciatori-raccoglitori del Paleolitico negli ultimi
> 300.000 anni e, secondo la teoria delle cellule della cresta neurale, questa
> selezione comportamentale avrebbe influenzato indirettamente l’evoluzione
> fenotipica della nostra specie verso un corpo più piccolo e snello. Alcuni
> sostengono che la selezione possa essere stata esercitata sugli individui più
> inclini alla violenza reattiva.
Attualmente altre ipotesi mettono in discussione il coinvolgimento di un
alterato funzionamento della cresta neurale e l’esistenza stessa della sindrome
da domesticazione, che per ora, però, sono tra le cornici esplicative più
esaminate.
Avanti il prossimo!
Il procione è solo uno degli animali che probabilmente stanno percorrendo le
prime tappe della strada che potrebbe portarli alla domesticazione. È spontaneo
domandarsi quali saranno in futuro le nuove specie in stretta relazione
all’essere umano, o da esso sfruttate, che subiranno un destino simile.
L’antropologo Marcus Baynes-Rock, nella sua opera La vita segreta delle iene
(2024), racconta la coesistenza tra i cittadini di Harar, in Etiopia, e gli
esemplari di due clan di iene che si aggirano nelle strade della metropoli e
accettano cibo dagli abitanti. L’estrema vicinanza e la riduzione
dell’aggressività nei nostri confronti potrebbero forse essere dei buoni
presupposti per l’avvento di nuovi compagni a quattro zampe.
> C’è anche chi sta cercando di domesticare il polpo, che però non sembra un
> candidato ideale: non è un animale sociale, è un predatore solitario, e
> relegato in vasche con altri conspecifici potrebbe aggredirli.
O ancora, dal 2018 l’azienda spagnola Nueva Pescanova sta lavorando alla
realizzazione di quello che potrebbe essere il primo allevamento intensivo di
polpi. Nel 2023, Nueva Pescanova ha dichiarato di essere stata in grado di
completare in cattività il ciclo riproduttivo del polpo comune e di stare
allevando la quinta generazione nel proprio centro di ricerca in Galizia.
Secondo quanto afferma l’azienda, il processo avrebbe reso questi molluschi più
adatti alle condizioni di allevamento, riducendo le criticità emerse nei
tentativi precedenti. Il polpo, infatti, non sembra un candidato ideale per la
domesticazione: non è un animale sociale, è un predatore solitario, e relegato
in vasche con altri conspecifici potrebbe aggredirli. Inoltre, è carnivoro e la
sua alimentazione in allevamento solleverebbe interrogativi dal punto di vista
della sostenibilità.
Thomas Cucchi ci riporta al presente: “La domesticazione dei pesci è la più
recente e di maggiore impatto”. È stata un’attività in aumento solo in tempi
recenti e la ricerca sull’acquacoltura ha rivelato effetti rapidi e vari nelle
specie ittiche. Come descritto anche da Sánchez-Villagra nel suo libro, fino
alla metà del Ventesimo secolo, erano pochi i pesci domesticati: c’erano le
carpe, i pesci rossi e, più recentemente, i salmonidi. Molte altre sono state
effettivamente domesticate, nel senso che la loro biologia riproduttiva è stata
modificata dagli esseri umani, solo negli ultimi decenni. L’acquacoltura ittica
coinvolge attualmente oltre 160 specie, sotto il nostro controllo per diversi
scopi, tra cui l’alimentazione, la conservazione e la ricerca.
Come evidenzia una review pubblicata su Trends in Ecology & Evolution nel 2022,
sono ancora molte le domande senza risposta che riguardano la nostra
comprensione di questo processo. Non è sempre chiaro quali percorsi ecologici ed
evolutivi portino alla domesticazione, quanto le specie coinvolte dipendano dai
rapporti di mutualismo con l’essere umano e come stabilire se una specie possa
dirsi davvero domesticata. Resta ancora da chiarire quale sia il peso della
selezione intenzionale rispetto a quella inconsapevole e il significato
evolutivo della selezione di tratti estetici, spesso legata a preferenze
culturali più che a vantaggi funzionali.
Gli occhi mascherati e le code a strisce che spuntano dai bidoni della
spazzatura statunitensi non ci forniranno tutte le risposte, ma sicuramente ci
avvicinano a quelle prime comunità umane che si ritrovarono a condividere gli
spazi con un’altra specie e che, a un certo punto di quella convivenza, si
impegnarono a legare la propria vita a quella di quegli animali per sempre.
L'articolo L’invenzione degli animali domestici proviene da Il Tascabile.
N el Godzilla originale, il capolavoro di Ishirō Honda datato 1954, il noto
lucertolone era alto 50 metri e pesante 20.000 tonnellate. Le sue misure hanno
continuato a crescere negli anni fino alle sue iterazioni più recenti, quando ha
superato le 80.000 tonnellate (nelle versioni hollywoodiane) e i 300 metri
d’altezza (nel giapponese Godzilla: Planet of the Monsters, 2017). Nel King Kong
del 1933, l’arcinoto scimmione era alto 15 metri e pesava intorno alle 20
tonnellate; oggi, in Godzilla vs. Kong (2021) e Godzilla e Kong – Il nuovo
impero (2024), arriva a superare i 100 metri di altezza e a toccare un peso di
90.000 tonnellate. Ancora: lo squalo dell’omonimo film di Spielberg del 1975 è
lungo una volta e mezzo un vero squalo bianco; l’anaconda di Anaconda tocca i 15
metri, più del doppio di quanto sia davvero lungo questo serpente; le formiche
di Assalto alla Terra (1954) sono grosse come cani. E per amor di sintesi mi sto
limitando ai film: dovessi allargare il discorso a fumetti, videogiochi,
romanzi, ma anche a miti, leggende, fiabe e favole, il pezzo raggiungerebbe
proporzioni paragonabili a ciò di cui parla. Incrociando questi dati, comunque,
si giunge a una conclusione difficilmente contestabile: ci piacciono le creature
gigantesche (anche note nell’ambiente come mostri grossi), e più in generale
tutto ciò che ha dimensioni ciclopiche.
Ci piacciono in particolar modo tutte quelle creature che sono identiche
nell’aspetto a specie animali esistenti, ma con proporzioni fuori scala: ragni,
serpenti, scorpioni, zanzare hanno tutti subito prima o poi un’opera di
ingigantimento che li ha trasformati in minacce adeguate per un film. E anche
guardando al di fuori della cultura pop: non è un caso che i dinosauri abbiano
avuto fin da subito un’enorme presa sull’immaginario collettivo, e con loro i
mammiferi giganti (orsi, lupi, leoni, cavalli) che abbiamo scoperto essergli
succeduti. C’è un’idea, che risale al Diciannovesimo secolo, secondo cui il
passato remoto era popolato da giganti, e a noi esseri umani odierni
rimarrebbero solo le briciole, versioni in formato minore dei mostri grossi che
un tempo dominavano la Terra: la nostra passione per loro è anche una forma di
nostalgia per epoche che non abbiamo mai vissuto. Da grande amante della materia
“mostri”, che si trova al perfetto incrocio tra scienza e cinema, ritengo però
sia giusto fare un po’ di chiarezza, sfatare alcuni miti, confermarne altri e
anche omaggiare i pochi giganti che ancora abbiamo sul pianeta.
> L’idea che un tempo gli animali fossero più grandi è tanto affascinante quanto
> inesatta. Le specie di piccole dimensioni sono sempre esistite e non c’è
> alcuna relazione lineare tra il passare del tempo e il generico rimpicciolirsi
> delle forme di vita.
Partiamo da un presupposto fondamentale per impostare l’intero discorso: l’idea
che un tempo gli animali fossero più grandi è tanto affascinante quanto
sbagliata, o per lo meno inesatta. Le specie di piccole o minuscole dimensioni
sono sempre esistite e non esiste alcuna relazione lineare tra il passare del
tempo e il generico rimpicciolirsi di ogni forma di vita. È vero invece che ci
sono forme che in passato erano più grandi delle loro versioni attuali, e che ci
sono stati periodi nei quali le dimensioni di certi gruppi erano superiori alla
media delle altre epoche. Semplificando, se ne possono individuare quattro, e il
più antico risale a circa 360 milioni di anni fa.
Insetti mostruosi
Durante il Carbonifero, i livelli di ossigeno – che era comparso sulla scena
atmosferica circa 500 milioni di anni prima, contribuendo in maniera decisiva
all’esplosione della vita multicellulare – salirono rapidamente, fino ad
arrivare a una concentrazione del 35% (quindi molto superiore a quella attuale,
che non supera il 21%). Oltre a causare più incendi, l’ossigeno ebbe anche un
effetto tangibile su un gruppo che era comparso sulla scena alla fine del
periodo precedente, il Devoniano: parlo degli insetti, che ne sfruttarono le
alte concentrazioni per raggiungere dimensioni che non si sono più viste da
allora.
> La concentrazione di ossigeno in atmosfera ha un legame diretto con la taglia
> degli artropodi. Nel carbonifero, i livelli salirono al punto da consentire
> l’emergere di libellule, millepiedi e scorpioni fuori scala.
Il segreto del loro gigantismo sta nella respirazione: essendo privi di polmoni,
gli insetti respirano passivamente, diffondendo l’aria attraverso strutture
chiamate trachee. Questo pone un limite alle dimensioni massime che può
raggiungere un insetto: se è troppo grosso, rischia il soffocamento, perché
l’aria non riesce a diffondersi in maniera efficace nel suo sistema
respiratorio.
La concentrazione di ossigeno in atmosfera ha quindi un legame diretto con la
taglia degli insetti: più ce n’è, più la diffusione è efficace, più possono
crescere. E così durante il Carbonifero solcava i cieli Meganeura monyi, una
libellula con 70 centimetri di apertura alare, che verrà battuta solo nel
Permiano dalla sua parente Meganeuropsis permiana. A farle concorrenza in
termini di dimensioni c’era Mazothairos enormis, il cui nome è già un programma:
assomigliava a una cavalletta ma apparteneva a un ordine estinto,
Palaeodictyoptera, e raggiungeva i 55 centimetri di apertura alare. E anche
sulla terraferma abbondavano i giganti: Arthropleura, per esempio, che in realtà
non era un insetto ma un millepiedi, superava i 2 metri di lunghezza, una misura
mai più raggiunta da nessun artropode terrestre. E per finire, un incubo per gli
aracnofobi: Pulmonoscorpius era uno scorpione che viveva nelle paludi del
Carbonifero, e poteva superare i 70 centimetri di lunghezza.
Quando i giganti dominavano la Terra
Gli insetti enormi sono affascinanti, ma concorderete con me che, se si parla di
giganti, l’immaginazione corre subito a quelle famose bestie che dominavano la
Terra fino a che non sono state spazzate via quasi tutte da un asteroide (e da
altri fattori concomitanti che ignoreremo per amor di brevità). I dinosauri, e
più in generale i rettili del Mesozoico, sono i mostri grossi più conosciuti e
amati della storia della vita sul pianeta. Furono di fatto protagonisti sia
della seconda sia della terza era dei giganti, le quali avvennero quasi in
contemporanea, e videro i titani diffondersi sia sulla terraferma sia negli
oceani.
Per spiegare come abbiano fatto i dinosauri (e i plesiosauri, e i mosasauri, e
gli pterosauri) a raggiungere dimensioni che i rettili attuali non sfiorano
neanche, vale la pena fare un salto indietro nel tempo di un paio di secoli,
quando Edward Drinker Cope, uno dei padri della paleontologia, propose quella
che sarebbe stata poi battezzata “legge di Cope”, e che postula che tutti gli
animali tendano a diventare più grossi con l’evoluzione e il passare del tempo.
Discussa fin da quando venne formulata, smentibile con innumerevoli esempi
contrari (per citare un animale caro a Cope, è vero che i primi cavalli erano
grossi come cani, ma quelli attuali sono più piccoli dei loro antenati), la
legge di Cope ha diviso per decenni i paleontologi, fino a quando è stata
mirabilmente sintetizzata e riletta in questo studio, utile anche a rispondere
alla domanda iniziale.
> Quando acqua e cibo sono abbondanti, la competizione intraspecifica per le
> risorse diminuisce: è quello che nel Giurassico ha portato alla comparsa dei
> grandi sauropodi erbivori. Quando invece le risorse scarseggiano, la tendenza
> è opposta.
È vero, dice lo studio, che la dimensione degli animali cresce con il passare
del tempo. O meglio: può crescere, se non entrano in gioco fattori limitanti.
Quando e dove acqua e cibo sono abbondanti, la competizione intraspecifica per
le risorse diminuisce: è quello che è successo nel Giurassico, e che ha portato
alla comparsa dei grandi sauropodi erbivori, da Brachiosaurus (25 metri di
lunghezza per 50 tonnellate di peso) a Diplodocus (27 metri, 20 tonnellate),
passando per Supersaurus, che si pensa potesse raggiungere i 40 metri di
lunghezza. La legge di Cope, dunque, funziona sì, ma solo in condizioni ideali:
se le risorse cominciano a scarseggiare, la tendenza diventa quella di
rimpicciolire. Incidentalmente, è anche per questo che si estinguono i giganti:
gli animali troppo grandi che si ritrovano all’improvviso senza cibo a
sufficienza non fanno in tempo a rimediare diventando più piccoli. Il fatto poi
che le specie più grosse abbiano popolazioni meno numerose le rende
ulteriormente vulnerabili a cambiamenti ambientali drastici: è il motivo per cui
gli unici dinosauri sopravvissuti a Chicxulub sono gli uccelli, che per quanto
grandi non hanno mai raggiunto le dimensioni dei loro antenati estinti.
La stessa versione riveduta e corretta della legge di Cope si può applicare ai
grandi rettili marini del Mesozoico (mosasauri, plesiosauri, ittiosauri, ecc.)
tutti gruppi che comprendono specie che hanno raggiunto anche i 20 metri di
lunghezza quando le risorse nei mari erano abbondanti, e che sono scomparsi nel
giro di poche centinaia di migliaia di anni perché non sono riusciti ad
adattarsi al nuovo mondo post-asteroide (e anche per colpa della concorrenza
degli squali, pericolosissimi ultimi arrivati). Uno schema simile a quanto
successo anche ai protagonisti della quarta era dei giganti, nella quale però
entriamo in gioco anche noi, cambiando (forse per sempre) gli equilibri.
Cacciatori di giganti
Il Pleistocene, cominciato 2,6 milioni di anni fa e finito 11.700 anni fa, fu
un’epoca caratterizzata da tre cose: i mammiferi giganti, il gran freddo e la
comparsa di Homo sapiens. I primi due fattori sono intimamente collegati:
formulata nel 1847 dall’eponimo biologo tedesco, la regola di Bergmann prevede
che più fa freddo, più gli animali di uno stesso gruppo diventino più grossi dei
loro parenti che vivono al caldo. Regola smentita e contestata più volte, ma è
vero che, in un clima mediamente più freddo, le grandi dimensioni aiutano:
diminuisce il rapporto superficie/volume, ed è più facile conservare il calore.
Se a questo si aggiunge l’abbondanza di risorse e soprattutto di territorio (le
glaciazioni fecero abbassare il livello dei mari e “liberarono” vaste aree di
terraferma), si capirà perché, per esempio, il mammut lanoso arrivava a 3,5
metri di altezza al garrese; o il megaterio, un bradipo gigante, raggiungeva i 6
metri di lunghezza e le 4 tonnellate di peso.
> La fine dell’era glaciale, e i cambiamenti climatici conseguenti, sono spesso
> indicati come uno dei fattori decisivi dietro l’estinzione della megafauna, ma
> c’è un’altra ipotesi altrettanto valida: è colpa nostra.
Indicati con il nome collettivo di “megafauna”, i mammiferi del Pleistocene si
estinsero in massa nel giro di 40.000 anni, con zone del mondo come il
continente americano dove la strage si concentrò in meno di 3.000 anni. La fine
dell’era glaciale, e i cambiamenti climatici conseguenti, sono spesso indicati
come uno dei fattori decisivi dietro questa estinzione, ma c’è un’altra ipotesi
altrettanto valida e altrettanto studiata: è colpa nostra. L’arrivo sulla scena
del genere Homo, e della nostra specie in particolare, trasformò gli erbivori
giganti in prede ideali, che vennero cacciate fino all’estinzione; ne subirono
le conseguenze anche i predatori (per esempio Smilodon, la tigre dai denti a
sciabola, che poteva superare i 400 chilogrammi di peso), non equipaggiati per
resistere alla nostra concorrenza, sia in termini di sottrazione delle risorse
sia di caccia attiva. È un’idea che ha raccolto sempre più attenzione negli
ultimi anni, e anche i più scettici ammettono che sia possibile che dietro
l’estinzione delle megafaune non ci siano stati solo i cambiamenti climatici, ma
una combinazione di fattori, tra cui quello umano fu decisivo.
Il futuro dei giganti
Considerando quello che abbiamo fatto al mondo animale negli ultimi 10.000 anni,
non è difficile crederci: che esista o meno, l’Antropocene si sta rivelando
l’incubo di tutti gli amanti dei mostri grossi. Gli animali (e le piante) stanno
diventando sempre più piccoli: i motivi sono sempre gli stessi (cambiamenti
climatici, scarsità di risorse, distruzione dell’habitat), ma accelerati a ritmi
insostenibili dalle nostre attività. Se è vero che i fattori limitanti per la
crescita di un organismo sono la disponibilità di risorse e le condizioni
climatiche (ed ecologiche) nelle quali vive, la nostra crescita incontrollata ha
ridotto le prime e deteriorato le seconde, al punto che, al di fuori degli
animali domestici, sono pochissime le specie che possono dire di avere più
risorse a disposizione da quando esistiamo noi. In particolare, stanno
beneficiando della nostra presenza le specie più adattabili e tetragone
all’urbanizzazione: gli scoiattoli grigi, per esempio, stanno crescendo di
dimensioni perché hanno a disposizione più risorse (le nostre).
> Le condizioni attuali rendono sempre più difficile la sopravvivenza di animali
> giganti, questo perché la nostra crescita incontrollata ha ridotto la
> disponibilità di risorse e deteriorato le condizioni climatiche ed ecologiche.
Ma si tratta di eccezioni a un trend molto evidente, che ci dice che anche i
pochi giganti rimasti stanno rimpicciolendo: sta succedendo ad alcune balene,
agli squali, e ai bisonti. Siamo dunque destinati a un futuro di animali sempre
più piccoli, nel quale tutti gli ippopotami saranno Moo Deng? La risposta più
semplice è “sì”, nel senso che se la traiettoria dovesse rimanere questa, gli
animali continueranno a rimpicciolirsi per colpa nostra. C’è chi è convinto che
la soluzione a questa perdita di biodiversità (gli animali grossi hanno un ruolo
decisivo nel funzionamento degli ecosistemi) sia guardare al passato: è
possibile che abbiate sentito parlare di Colossal Biosciences, startup
statunitense che è solo l’ultima di una lista di imprese private che si sono
messe in testa di tentare la de-estinzione di animali scomparsi: mammut e dodo
sono di solito i candidati principali, ma Colossal sostiene di recente di avere
de-estinto un enocione, il “lupo terribile” vissuto nel Pleistocene (nonostante
il risultato dell’esperimento sia di fatto nient’altro che una modificazione
genetica del lupo grigio), e ora punta al moa, uno degli uccelli più grossi di
sempre.
L’elenco dei problemi scientifici ed etici dietro la de-estinzione è però lungo
quanto un elenco del telefono, e da approfondire eventualmente altrove.
Preferisco proporvi una visione alternativa: non è del tutto vero che i mostri
grossi siano scomparsi, ce li abbiamo anche noi e dobbiamo pensare a tutelare
loro prima che a riportare in vita specie estinte. Prendete la balenottera
azzurra: con i suoi 30 metri di lunghezza e 200 tonnellate di peso è l’animale
più grande mai esistito, più “mostro grosso” anche del più grosso dei dinosauri.
Un elefante africano non è tanto più piccolo di un mammut, il varano di Komodo
può raggiungere i 3 metri di lunghezza e il coccodrillo marino arrivare a 7 e
pesare una tonnellata. Sono tutte specie le cui dimensioni rappresentano per
loro, nel contesto climatico ed ecologico attuale, un pericolo enorme: corriamo
il rischio di portare all’estinzione i nostri ultimi giganti, con l’aggravante
che questa volta sappiamo che sta succedendo.
L'articolo La scomparsa dei giganti proviene da Il Tascabile.
“T o be in someone’s shoes” è un’espressione idiomatica anglofona sovrapponibile
al nostro “mettersi nei panni dell’altro”, qualcosa che ci viene consigliato di
provare quando non riusciamo a comprendere comportamenti ed emozioni di chi è
diverso da noi. Il compito si figura ancora più arduo quando l’altro è un
animale non umano, da millenni il più temuto e odiato in Europa. Tentare di
osservare il mondo con gli occhi di un lupo non è, però, un vacuo esercizio di
stile per Adam Weymouth. Lo scrittore britannico ha seguito a piedi le orme di
Slavc, l’eroe inconsapevole di una storia che parla di vita selvatica e rurale,
scienza e leggende, sopravvivenza e strumentalizzazione, raccontata nel libro Il
lupo solitario. Un cammino tra civiltà e natura selvaggia (2025), pubblicato da
Iperborea nella traduzione di Luca Fusari.
Slavc, Slavko, Slauz. Sono i tre nomi propri con cui le popolazioni di Slovenia,
Austria e Italia hanno battezzato il lupo che ha attraversato i loro confini a
partire dal 2011, quando ha lasciato la sua famiglia d’origine per giungere
infine in Lessinia, un’area delle Prealpi venete compresa tra le province di
Verona, Vicenza e Trento. Slavc era stato precedentemente dotato di un collare
GPS e, alcuni anni dopo, le coordinate inviate dal dispositivo hanno guidato
Weymouth lungo il percorso affrontato dal canide, tra sentieri selvatici, paesi
quasi deserti e aree limitrofe a zone più intensamente antropizzate. L’autore ha
tentato di immaginare gli ostacoli, lo stupore, il respiro della libertà e gli
incontri che hanno portato a compimento il destino naturale dell’animale: il
congiungimento con Giulietta, probabilmente la prima simile incrociata dopo
chilometri di solitudine, e la generazione di nuove vite.
> Adam Weymouth ha seguito a piedi le orme di Slavc, il lupo che tra il 2011 e
> il 2012 ha attraversato i confini di Italia, Slovenia e Austria, oltre 1000
> chilometri di cammino prima di trovare una compagna in Lessinia.
Dalla coppia di lupi è scaturita una numerosa discendenza che divide scienza,
politica e opinione pubblica, in un conflitto che ha radici antiche. Favole,
racconti orali, documenti storici e letteratura descrivono il rapporto ostile
instauratosi tra le comunità umane, diventate sedentarie e dedite alla
pastorizia, e i lupi. Cacciati per secoli e quasi scomparsi in Europa, hanno
iniziato a ripopolare il continente a partire dagli anni Settanta. Questo
ritorno è stato favorito da una combinazione di fattori storici, economici e
sociali, come l’abbandono graduale delle aree rurali e la conseguente
riforestazione, processi che hanno limitato la presenza umana e restituito
areale ai grandi carnivori. Anche le istituzioni europee hanno rivestito un
ruolo importante con il finanziamento di progetti di tutela e conservazione.
Questo, però, ha contribuito a complicare la convivenza tra i lupi e quegli
umani che, per generazioni, avevano costruito la propria vita e il proprio
sostentamento senza immaginare che la fauna selvatica, un giorno, potesse
tornare a reclamare i suoi spazi. Il nostro rapporto con gli altri animali è
spesso il riflesso dei nostri desideri, delle debolezze, del modo in cui
percepiamo il mondo e costruiamo la nostra esistenza. Scrive l’autore:
> Gli animali vivono fianco a fianco con noi in mondi paralleli che è quasi
> impossibile conoscere, ma anche quando cerchiamo di spiegare cosa succede
> nella testa delle persone intorno a noi facciamo un errore simile
> all’antropomorfizzazione. Forse è meglio un approccio obliquo. Quando parliamo
> del lupo, come ho imparato in seguito, non parliamo mai soltanto di un lupo. E
> così sono andato a vedere se seguire la strada dei lupi poteva dirci qualcosa
> riguardo a questo snodo della storia europea, questo passaggio tra epoche.
Per Weymouth, il ritorno del lupo permette di scorgere con maggiore chiarezza le
fragilità del sogno europeo, minacciato da guerre e riscaldamento globale. È in
questo clima che i populismi diffondono i loro veleni, è in queste condizioni
che la ragione lascia il posto all’egoismo e alla rabbia. Superare a piedi i
confini attraversati dal lupo solitario Slavc è per lo scrittore il modo
migliore per mettersi in ascolto di una natura indomita e allo stesso tempo
vulnerabile, di una comunità scientifica inebriata dal fascino della conoscenza
e fiduciosa nel potere salvifico del sapere e di un mondo rurale che tenta con
tutte le sue forze di sopravvivere all’ineluttabile sviluppo della nostra
società e di difendere le sue radici e tradizioni.
> A partire dagli anni Settanta in Europa si è registrato un ritorno del lupo,
> favorito da una combinazione di fattori storici, economici e sociali, come
> l’abbandono graduale delle aree rurali e la conseguente riforestazione.
L’autore non è nuovo a queste esperienze, anzi è un camminatore esperto: nel
2010 è partito a piedi da Whiteparish, vicino a Salisbury, fino a raggiungere
Istanbul, in Turchia, attraversando 5000 chilometri in 8 mesi. Per di più, non è
la prima volta che esplora la relazione tra società umane e animali, infatti già
nel 2018 ha raccolto storie di interconnessione tra il salmone reale e le
comunità che da esso dipendono, per poi raccontarle in Kings of the Yukon
(2019).
Il suo retroterra si riflette nella scrittura di Il lupo solitario, tra le cui
pagine si alternano istantanee suggestive di paesaggi naturali, a volte molto
toccanti, e incontri con chi vive a stretto contatto con i lupi. Ci sono Hubert
Potočnik, professore della facoltà di Biotecnica dell’Università di Lubiana, che
ha seguito il viaggio di Slavc, e Kurt Kotrschal, biologo e fondatore del Wolf
Science Center di Vienna, che dal 2008 studia cani e lupi, la loro etologia e
cerca di svelare i segreti della domesticazione. Compaiono anche Stane,
scalatore di montagne e sostenitore della campagna contro i grandi carnivori in
Slovenia, e diversi allevatori veneti, stanchi e arrabbiati per le perdite
causate dai branchi della loro regione. Accanto a loro troviamo giovani coppie
come gli austriaci Lena e Werner o gli italiani Sofia e Mattia, che sembrano
riuscire a conciliare il rispetto per la tradizione rurale con le esigenze della
vita quotidiana e la consapevolezza che la coesistenza tra esseri umani e lupi,
seppur complessa, è possibile.
Le voci degli abitanti della montagna fanno da contrappunto a digressioni
scientifiche, storiche e folcloristiche oltre che alle riflessioni personali di
Adam Weymouth, da cui emerge quanto il terrore verso il lupo sia accompagnato
dalla paura dell’altro, del diverso, dei confini che scompaiono, del cambiamento
inarrestabile e, per alcuni, inaccettabile. Durante il cammino sulle tracce di
Slavc, l’autore diventa sempre più consapevole di quanto il lupo incarni il
simbolo del cambiamento in un’epoca le cui vicende alimentano un diffuso stato
di angoscia. Migrazioni, guerra, spopolamento, scioglimento dei ghiacciai e
foreste che muoiono. Comunità che temono per la propria vita e politici che
polarizzano il dibattito e fanno promesse difficili da mantenere. Nessuno può
dirsi realmente immune da un opprimente senso di incertezza, come confessa
l’autore verso la fine del suo percorso, scosso dal crollo di una porzione del
ghiacciaio della Marmolada avvenuto il 3 luglio 2022:
> Vedere la cicatrice della Marmolada in questi giorni di caldo secco mi fa
> capire che nemmeno io so che senso dare a un mondo che mi pare sempre più
> fuori dal mio controllo. Niente smaschera la menzogna della nostra liberazione
> dalla natura più dei momenti in cui la natura stessa si rivolta, e ci divora.
> La ricomparsa del lupo non è un ritorno al nulla. Tutti quanti ci stiamo
> tuffando in un mondo inesplorato, e l’unica vera fantasia è che possiamo
> fermarlo.
Scorrendo le pagine del libro si ha l’impressione che calpestare le tracce di
Slavc, e tentare l’impresa impossibile di guardare il mondo con i suoi occhi, ci
possa aiutare a distaccarci da pregiudizi e credenze. Attraverso le esperienze
delle persone intervistate si scopre che il lupo può essere al contempo un
legittimo attore degli ecosistemi a cui appartiene e un elemento di instabilità
per i centri rurali, la specie da cui hanno avuto origine gli amati cani e un
razziatore di animali allevati, un essere dall’aspetto magnetico e dal
comportamento affascinante e, talvolta, un pericolo per la vita stessa degli
umani.
> Superare a piedi i confini attraversati dal lupo solitario Slavc è il modo
> migliore per mettersi in ascolto di una natura indomita e allo stesso tempo
> vulnerabile, ma anche di un mondo rurale che tenta con tutte le sue forze di
> sopravvivere all’ineluttabile sviluppo della società e di difendere le sue
> radici e tradizioni.
Se è parzialmente vero che, come afferma con tono di speranza Weymouth, “Abbiamo
aperto le nostre porte a quella che un tempo era la più denigrata delle creature
e le abbiamo permesso di costruire nuove vite in terre antiche”, a distanza di
pochi anni dal termine della sua avventura è difficile abbracciarne lo stesso
ottimismo: a maggio scorso il Parlamento europeo ha appoggiato la proposta della
Commissione di modificare la Direttiva habitat e declassare lo status del lupo
da “strettamente protetto” a “protetto”. Inoltre, le cronache italiane accolgono
numerosi casi di uccisioni illegali e crudeltà nei confronti di questi
mammiferi.
Non sarà l’attribuire a un animale un’accezione simbolica, ascoltare una singola
storia avvincente o nutrire il mistero che avvolge questo essere vivente a darci
la speranza e, soprattutto, gli strumenti per invertire le dinamiche di
ignoranza e morte in atto. O per lo meno non possiamo contare solo su questo.
Una via alternativa è tracciata proprio tra le righe di quest’opera: la ricerca,
la conoscenza, il confronto aperto, la comprensione delle ragioni dell’altro ‒
animale umano o non umano ‒ possono essere basi solide per la coesistenza, per
quel futuro in cui avremo il coraggio e la forza di guardare avanti e non
voltarci più indietro, per quei giorni in cui il lupo non sarà né un romantico
salvatore né un folle carnefice. Sarà solo un lupo.
L'articolo Il lupo solitario di Adam Weymouth proviene da Il Tascabile.
“G randezza e progresso morale di una nazione si possono giudicare dal modo in
cui tratta gli animali”. Questo diceva Gandhi, ma è una lezione alla quale la
modernità dell’umano fa ancora orecchie da mercante. Se neanche tra loro gli
esseri umani riescono a evitare violenze e massacri, figuriamoci con gli
animali: in tempi odierni questi ultimi sono sempre più vulnerabili, sfruttati e
in costante pericolo di sparire dalla circolazione. Ci permettiamo a questo
proposito di aggiungere una postilla al detto di Ghandi: che la grandezza di una
nazione si può giudicare anche dal ruolo che ha la poesia nel sensibilizzare su
questi temi. Teodora Mastrototaro, poetessa (premio speciale della giuria a
Bologna in lettere con il suo scritto Legati i maiali del 2021), drammaturga e
attivista animalista, è per l’ appunto una di quelle poche personalità che si
prendono sulle spalle la responsabilità poetica di dare voce alle vittime di un
sacrificio gratuito in nome del dio “progresso”, che questo Paese non sembra
riconoscere a giudicare dal discorso legislativo (basti pensare alle leggi sulla
caccia, che non hanno nessuna cura delle specie protette) e dal punto di vista
empatico (si legge sempre di più di maltrattamenti aberranti su animali inermi),
e potremmo continuare per ore. Preferiamo però parlarne direttamente con
Teodora, facendo il punto della situazione attraverso l’analisi del suo nuovo
libro, Le mucche se non le mungi esplodono (di gioia) (2025), edito da Marco
Saya Edizioni.
TEODORA, LA PRIMA DOMANDA È MOLTO DIRETTA: TU FAI POESIA ANTISPECISTA. VUOI
SPIEGARLA A GRANDI LINEE PER I NON AVVEZZI AL TEMA?
Certamente. Per sintesi definisco la mia “un’arte antispecista”, che si declini
attraverso la poesia, monologhi o testi teatrali più ampi. Andando più nello
specifico, direi che io faccio poesia e arte di denuncia dello specismo, che è
un’ideologia oppressiva invisibile poiché normalizzata e naturalizzata. Molte
persone non sanno cosa sia lo specismo e non sanno di essere speciste, che non è
un insulto, ma soltanto il disvelamento del modo in cui ci relazioniamo agli
altri animali, negandogli soggettività e considerandoli solo in funzione dei
nostri interessi. Invece gli altri animali sono soggetti della loro stessa vita,
vale a dire che hanno coscienza, esperienza del mondo, lo interrogano, lo
attraversano, in quando individui pienamente senzienti e desideranti.
RACCONTACI DI COSA PARLA IL LIBRO LE MUCCHE SE NON LE MUNGI ESPLODONO (DI GIOIA)
E SOPRATTUTTO A CHI È INDIRIZZATO.
Questo libro, come recita il sottotitolo, è un inventario della crudeltà sugli
animali, frutto di una ricerca ampia durata anni. Una ricerca che mi ha messo
emotivamente a dura prova perché mi sono imposta di ricordare fatti che sarebbe
stato meglio dimenticare e pratiche che non avrei mai voluto conoscere. Quando
si indaga nelle pratiche che coinvolgono gli animali e che chiamiamo “progresso”
è come spalancare un luogo buio e terrificante e bisogna entrarci, camminarci,
trovare il coraggio di capire cosa accade e spesso, troppo spesso, ci ritroviamo
a chiederci “perché?”. Un “perché” che racchiude tutte le domande sul male del
mondo, che non è un male metafisico, ma reale, che ci appartiene, che produciamo
noi. Mi viene in mente lo sguardo attonito del piccolo Useppe, il protagonista
del romanzo La storia di Elsa Morante, affetto da epilessia, che dopo l’ennesima
visita in ospedale, con la sua innocenza alza il viso verso la madre e le chiede
“A ma’, perché?”. La madre non sa rispondergli, ma capisce che è la stessa
domanda che si è posta anche lei incrociando per caso un treno che stava
deportando gli ebrei ai campi di concentramento.
ESISTONO DELLE RISPOSTE A QUESTO “PERCHÉ”?
Riguardo gli altri animali le risposte ci sono, e la fine di questa violenza
agita dipende anche da noi, almeno di quella legalizzata. Andando a ritroso nel
tempo e arrivando fino ai giorni nostri, ho messo insieme oltre un’ottantina di
fatti in cui individui di specie diverse sono stati vittime di crudeltà: episodi
protratti nel tempo in cui la morte, in alcuni casi, è arrivata,
paradossalmente, come una liberazione, o episodi brutali che hanno colto gli
animali nel pieno delle loro esistenze, spezzandole ferocemente. Ogni episodio è
composto da un trafiletto breve in prosa che lo descrive brevemente e poi da una
composizione in versi che ne rende possibili interpretazioni altre, facendone
esplodere il senso, talvolta tramite l’uso del sarcasmo, altre ancora obbligando
il lettore o soffermarsi con sguardo inedito.
IL TESTO HA UN OBIETTIVO BEN PRECISO, GIUSTO?
Si, è quello di sottrarre all’anonimato e alla dimenticanza questi individui che
sono stati vittime di crudeltà; che si tratti di violenza sistemica (e
sistematica), quindi legalizzata, o di violenza compiuta da singoli, a me
interessava porre al centro lo squilibrio di potere tra le persone umane e “le
piccole persone” (citando Anna Maria Ortese) che sono totalmente alla nostra
mercé e per cui solo una minoranza reclama giustizia. Ogni giorno vengono uccisi
miliardi di individui nell’invisibilità più totale, spesso dopo una vita di
continue sofferenze e noi di loro non sappiamo, non abbiamo saputo, non sapremo
mai nulla. Il singolo fatto che per qualche ragione esce dall’anonimato e
diviene fatto di cronaca si configura come atto paradossale, poiché è solo nella
morte che riusciamo a vederli per un attimo: stelle cadenti che hanno concluso
il loro ciclo vitale e che per pochi secondi, forse, illuminano la nostra
coscienza e ci mostrano chi siamo; ma anche l’opposto: chi possiamo rifiutare di
essere accogliendo il principio del rispetto delle altre specie.
LE MUCCHE SE NON LE MUNGI ESPLODONO (DI GIOIA) È UN LIBRO MOLTO DIFFICILE DA
LEGGERE, POICHÉ È DIFFICILE SOSTENERE LA BRUTALITÀ DEI FATTI CHE DIVENTANO
PAROLA E POESIA. I FATTI, COME GIÀ SOTTOLINEATO, SONO LA CRUDELTÀ GRATUITA SUGLI
ANIMALI, CHE IN UN CERTO SENSO TU RESTITUISCI AL LETTORE CHE SI TRASFORMA NELLA
VITTIMA ANIMALE NEL TESTO. PERCHÉ NOI SIAMO TUTTI ANIMALI, GIUSTO?
Noi siamo animali e dirò di più: non siamo animali speciali, ma in continuità
evolutiva con le altre specie. Il nostro DNA ha il 98% in comune con quello di
uno scimpanzé, il 90% con quello di un gatto, il 60% con quello di un moscerino.
Eppure tendiamo a prendere le distanze per quel minimo che ci differenzia
anziché avvicinarci al tanto ciò che ci accomuna. Il semiologo Dario Martinelli
definisce questo processo di allontanamento, rimozione e persino negazione della
nostra animalità con il termine “antropoteosi”, vale a dire la valorizzazione
delle nostre differenze e peculiarità, anche se minime, per autoproclamare la
nostra superiorità, che invece, in termini evoluzionistici, non ha proprio
senso, in quanto l’evoluzione non procede in linea retta e verticistica, ma
semmai è come un insieme in cui specie diverse si intrecciano dando vita a
speciazioni differenti. Noi siamo animali differenti dagli altri nella misura in
cui tutti lo sono, ma differenza non significa superiorità. Lo diventa nel
momento in cui usiamo le diversità come parametro assoluto per giudicare il
resto degli attributi che posseggono pure le altre specie; un meccanismo questo
che abbiamo già visto altre volte nella storia, ad esempio nei confronti delle
altre culture, di abitudini e costumi di etnie altre rispetto a quella bianca
occidentale, delle donne, ma anche dei bambini stessi, non considerati come
“piccole persone”, ma estensione degli adulti che li hanno messi al mondo; credo
che tutti conosciamo le teorie razziste e sessiste di Cesare Lombroso, per
citarne uno, in cui le diversità biologiche del cranio delle donne, ad esempio,
venivano usate per dimostrarne l’inferiorità; non ce ne accorgiamo, ma con gli
altri animali facciamo la stessa cosa. Detto questo, più che far immedesimare il
lettore nei vari individui ricordati nel libro, a me interessa che il lettore li
veda sotto una luce diversa; non più risorse alimentari, non più materia
organica da sfruttare, ma nella loro individualità e quindi unicità.
L’ERMETISMO PERÒ BILANCIA LA QUESTIONE ARRIVANDO AL PUNTO COME UNA PALLOTTOLA
NEL CRANIO: SI HA LA SENSAZIONE DI ESSERE GIUSTIZIATI IN MANIERA DOLCE. HO COLTO
OPPURE STO DICENDO UNA ERESIA? AVEVI PENSATO A QUESTO ASPETTO SUBLIMINALMENTE
“POP”?
In quanto versi di denuncia, non è assente l’elemento di “giustizia”, ma non per
“giustiziare”, bensì, appunto, per chiedere giustizia per queste vittime
altrimenti dimenticate e per porre la questione animale al centro di un
dibattito non più soltanto morale, ma pienamente politico. Se c’è un aspetto
“pop” è di contenuto, ossia nell’urgenza di attualizzare un discorso che per
troppo tempo è stato ridotto a sentimentalismo, restando sul piano della
sensibilità personale e di un vago amore per gli animali in quanto preferenza
soggettiva. Invece la portata della sofferenza animale è attorno a noi, ovunque
e in ogni momento poiché tutta la nostra cultura – intesa in senso
antropologico, come risultato di tutto ciò che la nostra specie produce, di
materiale, artistico, intellettuale, politico ecc. ‒ è stata costruita sul falso
binomio uomo-animale, autorizzando quindi qualsiasi uso delle altre specie,
senza porsi limiti di alcun tipo e, al contempo, gli animali, trasformati in
oggetti, prodotti, rimangono però referenti assenti sotto l’aspetto individuale.
Se penso alla Pop art, mi viene in mente il processo con cui Andy Warhol ha
elevato a oggetto artistico un prodotto di consumo banale e quotidiano e nel
farlo ne ha anche denunciato il consumismo fine a sé stesso che diviene modo di
vita, anche delle nostre stesse vite, emozioni, relazioni. La lattina di fagioli
o di pomodoro diventa paradigma esistenziale di un modo di vivere e trasforma un
elemento della natura in un processo industriale di cui perdiamo l’origine.
È IL SUCCO DEL CAPITALISMO, FONDAMENTALMENTE.
Mi colpì molto un’ articolo letto alcuni anni fa che parlava di come i bambini
non conoscessero gli animali che mangiano e se gli si chiede cos’è un pollo,
anziché raffigurarsi mentalmente l’animale pollo (peraltro frutto di una
selezione genetica, in natura non esiste la specie “pollo broiler”, che è quella
di consumo comune), ricorrono all’immagine del pollo confezionato nella
vaschetta di polistirolo, privo di piume, talvolta della testa e delle zampe,
cioè reso di fatto un prodotto industriale, come se non fosse mai esistito nel
mondo in quanto essere vivente e senziente, ma fosse uscito direttamente da una
fabbrica. E così per i fagioli in lattina, i pomodori, il tonno. Oggetti pop,
appunto, non elementi del mondo naturale a cui apparteniamo anche noi. Gli
animali vengono resi oggetti, acquisiscono lo status di risorse rinnovabili a
causa del nostro dominio e sfruttamento. Processo che richiede violenza
nell’atto stesso anche solo a livello progettuale. Ecco perché noi antispecisti
diciamo che tutti gli allevamenti sono violenti, e non solo quelli intensivi. La
violenza non è nel metodo, o nel numero di individui allevati, ma nell’idea
stessa di usare qualcuno. Quando facciamo la spesa al supermercato non ci
chiediamo la storia della fettina di carne nella vaschetta di polistirolo perché
l’individuo animale è un referente assente, cioè magari è nominato
sull’etichetta (fettina di vitello), ma quel vitello unico è fuori dalla nostra
immaginazione. Lo è ontologicamente, fuori dalla portata della nostra cognizione
e soprattutto coscienza. Quindi i miei versi fanno in un certo senso l’opposto,
cioè mirano a restituirgli l’integrità sottratta, rendono i loro corpi
nuovamente soggetti del discorso e non oggetti. E nemmeno oggetti d’arte, ma
solo soggetti, protagonisti. La mia è una voce narrante, poetica, che si pone
totalmente al servizio degli animali.
UN’ALTRA COSA FONDAMENTALE È L’IRONIA NERA, CHE È UN ALTRO ELEMENTO CHE PER
QUANTO DISTURBANTE, DERIDE E DEPOTENZIA I CARNEFICI FACENDO EMERGERE LA LORO
IDIOZIA SENZA APPELLO. NON PENSI CHE OGGI CI SIA POCO SPAZIO PER L’IRONIA, CHE
NON VIENE PIÙ CAPITA O ACCETTATA, E CHE FARNE USO SIA OLTREMODO CORAGGIOSO?
Più che ironia nera, come già detto, utilizzo il sarcasmo. Ossia cerco di
spostare la prospettiva affinché chi legge possa avere una visione diversa di un
fatto, individuando la responsabilità del gesto, ma certamente non faccio
sconti, non sono accondiscendente e non voglio essere indulgente o rassicurante.
Mostro quello che la società rimuove, sposta, anche semanticamente,
linguisticamente, o addirittura nega. Uso le parole come una clava per spaccare
il muro che copre, che nasconde, che protegge e che ci separa cognitivamente ed
empaticamente dagli altri animali. La cronaca racconta gli incidenti stradali in
cui sono coinvolti i TIR che trasportano gli animali al mattatoio o anche gli
incendi che spesso avvengono dentro gli allevamenti (a causa dell’eccessivo
calore e malfunzionamento delle ventole di aerazione, ma anche per altri motivi)
come dei fatti casuali, tragedie, disgrazie; ma non sono disgrazie dettate dal
fato, bensì il risultato delle nostre pratiche e azioni. Io richiamo le persone
a questa responsabilità.
TU PENSI CHE ALLA GENTE PIACCIA SENTIRSI COMPLICE DELLA VIOLENZA SUGLI ANIMALI?
No, perché ognuno di noi si riconosce in un preciso sistema di valori, dove,
immagino, soprusi e oppressioni non abbiano posto; ma parlare di quello che
accade agli animali invece ci chiama in causa, disturbando l’idea che abbiamo di
noi, perché tutti siamo o siamo stati complici del loro sfruttamento e violenza.
A questo punto la maggior parte si rifugia nella dissonanza cognitiva, ossia
nega o si racconta una storiella diversa, ad esempio che gli animali non si
rendano conto di ciò che gli accade, che non abbiano coscienza della loro
condizione, che la loro esperienza del mondo sia limitata e non complessa quanto
la nostra e che esista un modo “umano, gentile ed etico” per trasformarli in
prodotti. Meccanismi individuali supportati dalla propaganda della “carne
felice”.
C’È UN ASPETTO RELIGIOSO IN QUESTO LIBRO SECONDO ME, CHE OVVIAMENTE HA A CHE
VEDERE COL SACRIFICIO. QUELLO ANIMALE, A PRESCINDERE DALLA CRUDELTÀ DI FONDO,
UNA VOLTA ERA ALMENO UN DONO A DIO, IL QUALE ADDIRITTURA SACRIFICA SUO FIGLIO,
PER CUI C’ERA UNA COERENZA NELDISCORSO, UN CERTO TIPO DI “RISPETTO” PER LE
VITTIME. ORA INVECE QUESTI SACRIFICI SONO COMPLETAMENTE PRIVI DI SENSO E DI
CONTESTO, SONO FIGLI DEL PIENO – NEANCHE DELNULLA, CHE SPIRITUALMENTE HA UNA
MOTIVAZIONE ALTA ‒, SONO FIGLI DELL’ABBONDANZA, DEL CONSUMO, INSOMMA DI ASSENZA
DI UN QUALSIVOGLIA “MOTORE IMMOBILE”. SI PUÒ ANCORA FARE POESIA “SPIRITUALE” IN
UNO SCENARIO SIMILE?
Il sacrificio richiede un consenso del soggetto oppure il soggetto lo subisce
perché qualcun altro ha deciso per lui e magari lo ha convinto che fosse un
onore sacrificarsi, che ci fosse un fine (Gesù accetta il sacrificio perché si
affida al Padre e crede nella resurrezione, nel regno dei cieli, nella
redenzione dell’umanità, secondo i Vangeli), ma io citerei le parole di
Ceronetti, che aveva capito tutto, proprio sul concetto di sacrificio: “Dicono
di avere abolito i sacrifici animali! Soltanto il rito hanno abolito: li
sterminano ininterrottamente, illimitatamente, senza bisogno: il sacerdote si è
fatto industria”. Vale a dire che i sacrifici, anche allora, per quanto
ammantati di significati altri, erano comunque violenza, sopraffazione, cioè si
sceglieva di sacrificare qualcuno per fare gli interessi di altri, che sia il
popolo che chiede protezione a un Dio, o che sia per preservare i privilegi di
caste sociali elevate ai danni di quelle meno avvantaggiate. Non so quanto,
anche in riferimento ai sacrifici religiosi, si possa parlare di “rispetto”:
secondo me, oggi come allora, è un termine molto abusato poiché usato
indiscriminatamente anche per esprimere comportamenti del tutto contrari al suo
significato profondo, un po’ come oggi “etico”.
Rispettare qualcuno significa riconoscere innanzitutto il suo valore inerente,
significa rifiutarsi di ledere i suoi diritti, quindi non nuocergli, non
danneggiarlo, non calpestare i suoi interessi, tra cui, il precipuo, quello di
vivere. Sacrificare qualcuno a un ente divino significa riconoscere un principio
gerarchico nel creato che, onestamente, non solo oggi non ha più senso, ma che
io rifiuto fermamente. Quindi, quando uso il termine “sacrificio”, lo uso in
termini assolutamente sarcastici, ironici, a evidenziare la menzogna che la
gente si racconta ammantando la violenza di significati spirituali e nobili,
dandogli finalità e quindi senso. Ma la violenza non ha un senso ultimo, tanto
meno nobile, essa trova la sua ragione in sé stessa in quanto mero esercizio di
sopraffazione del più forte sul più debole. Può avere senso, semmai, come
reazione, come risposta per sopravvivere, ma non è questo il caso perché gli
animali non ci minacciano, non ci hanno mai minacciato, siamo noi che gli
abbiamo mosso guerra solo per interessi economici.
LE PAROLE DI QUESTO LIBRO HANNO UN SAPORE PITTORICO/MATERICO, IN UN CERTO SENSO
SEMBRA DI RICEVERE LE IMMAGINI DI HERMANN NITSCH: FRA TE E LUI È UN PO’ COME
PASOLINI CON CARAVAGGIO?
Direi che tra me e Hermann Nitsch, se relazione deve esserci, non può che essere
di contrasto. Ecco, il mio lavoro, la mia arte, è proprio l’opposto di quello
che fanno artisti come Nitsch, ma anche Damien Hirst: loro usano i corpi degli
animali per sublimarli a oggetti culturali densi di significati, mentre io
rifiuto e denuncio questo processo antropocentrico proprio per affermare
l’opposto. Gli altri animali sono individui con una loro storia, unica e
irripetibile, con una loro mente, dei loro desideri, aspirazioni, bisogni e
motivazioni. Non sono simboli o oggetti culturali da usare per i nostri discorsi
sull’arte, la natura, il senso della vita, la morte, su cui proiettare desideri
e aspirazioni o dolori dell’umano. Ogni individuo animale ha un proprio mondo
interiore ed elevarne il corpo materico, ormai distrutto (e magari ucciso
all’uopo) a simbolo di altro è proprio un’operazione che io non voglio fare e
che contesto. Di recente un’artista ha usato il corpo tassidermizzato di un
gatto per esporlo in un museo e lo ha posto su una macchina fotocopiatrice così
che ognuno dei visitatori potesse portarsi via la propria fotocopia. Ecco, a
prescindere dalle letture che si possono dare a questa installazione, per me è
un grande “NO”. Quel gatto era un individuo, aveva una sua storia in relazione
con il mondo.
Pasolini e Caravaggio portano nell’arte la gente del popolo, le persone umili,
che fino a quel momento, nei rispettivi campi, erano state trascurate o comunque
mai rappresentate in quanto soggetti al centro di una narrazione. Caravaggio
eleva gli umili e al tempo stesso li dipinge nella loro corporeità reale, pieni
di lividi, di sofferenza, che è la sofferenza dell’essere corpi mortali,
destinati a perire. Io metto al centro dei miei versi i corpi degli altri
animali, talvolta descrivendoli anche negli aspetti più triviali, fisici (in
Legati i maiali, pubblicato sempre da Marco Saya, li rappresento dando precise
indicazioni sensoriali, il fetore degli escrementi in cui sono immersi, le carni
dei maiali vivi congelate durante il trasporto che restano attaccate alle pareti
dei TIR, le mammelle delle mucche putride di pus e così via). A ricordare che
siamo tutti corpi, nient’altro che corpi che vogliono vivere e fuggire il
dolore. Ed è questa consapevolezza basilare che dovrebbe accomunarci agli altri
animali, che ci rende diversi eppure uguali nel dolore, nella sofferenza.
QUINDI I TUOI VERSI METTONO I CORPI AL CENTRO?
Sì, ma non per farne materia organica su cui proiettare significati altri, ma
per sottrarli all’indefinitezza, all’indistinto, all’insieme multiforme e vago
in cui li rinchiudiamo già solo nel nome animali (usando quindi un termine a
racchiuderli tutti), quando sono milioni di specie, miliardi di individui,
ognuno diverso perché ognuno ha la sua storia e un mondo interiore diverso da
quello degli altri. Nei miei versi racconto un pezzetto della loro storia,
l’ultimo pezzetto, quello che, per quanto tragico e orrendo, ci è dato
conoscere. Racconto la loro morte, mostro i loro corpi nell’ultimo atto, negli
spasmi finali, ma almeno sappiamo che c’è stato molto di più, anche perché,
banalmente, non si può morire senza vivere, cioè, muore chi vive e gli animali,
innanzitutto, esistono e vivono. Non nella mente dell’artista, ma nella realtà.
I miei versi in questo libro sono di memoria, per ricordarli, non per
proiettarci le mie elucubrazioni intellettuali. Una balena che viene arpionata e
uccisa non è simbolo della lotta dell’uomo contro la natura (senza nulla
togliere al capolavoro di Melville, ma erano altri tempi), bensì è un essere
compiuto, un individuo, una creatura (in senso laico) che vuole vivere.
A PROPOSITO DI ARTE, IL LIBRO È IMPREZIOSITO DALLE ILLUSTRAZIONI DI ALESSANDRA
ANTONINI, CHE RENDONO IL TUO LIBRO UN PO’ COME UN LIBRO DI FIABE. ED È UN
CONTRASTO INTERESSANTE VISTO IL CONTENUTO: È LO SGUARDO DELL’INNOCENZA ANIMALE
CHE SI CONFRONTA COL BARATRO MALIZIOSO DELL’ESSERE UMANO?
Alessandra Antonini, che ringrazio ancora, è una ritrattista meravigliosa perché
coglie proprio il carattere, in senso ampio, del singolo individuo; gli animali
che disegna non sono un archetipo, non sono un codice grafico in cui tutti
riconosciamo, ad esempio, l’individuo appartenente alla specie cinghiale,
elefante, o gatto, ma sono proprio “quel cinghiale lì”, “quell’elefante lì”,
“quel gatto lì”; dietro c’è un grande studio e osservazione (almeno per quel che
ci è dato conoscere dalla cronaca) dei singoli animali che vengono commemorati.
Il suo tratto è nervoso, a scatti, quasi espressionista, proprio a cogliere
l’individuo nella sua espressività vitale o vitalità espressiva, che si esprime.
Di nuovo: non sono oggetti statici, ma soggetti che vivevano e che la brutalità
umana ha spezzato, ucciso.
QUANTO C’È DI ARTAUDIANO NELLA TUA SCRITTURA? PER LUI GLI ANIMALI ERANO ESSERI
CON CUI L’UOMO DOVEVA ASSOLUTAMENTE CONFRONTARSI, LA BESTIALITÀ UN MODO PER
RAGGIUNGERE L’ILLUMINAZIONE. LA PENSI ANCHE TU COSÌ?
C’è intanto nel termine bestialità un significato di degradazione rispetto
all’umano. Artaud riconosce e mette in discussione questo, ma il suo intento
rimane ancora, a mio avviso, antropocentrico, cioè ad Artaud interessa ancora
una volta l’umano. Non è una critica, ma solo un dato di fatto. Io non scrivo di
bestie per capire meglio noi stessi, o meglio, non solo, ma per capire meglio le
bestie stesse e dargli dignità. Gli animali non esistono per noi, ma
indipendentemente da noi.
QUALI SONO LE TUE POETESSE DI RIFERIMENTO? C’È QUALCUNO IN PARTICOLARE CHE TI HA
ISPIRATA PER SCRIVERE IL LIBRO?
Credo che un’artista prenda ispirazione da tutto quel che legge, ma soprattutto
da tutto quello che vive e io non faccio eccezioni. Certamente c’è “qualcuno”
che mi ha ispirata a scrivere il libro: l’elefantessa Mali, Caracas il gatto
randagio legato ai binari, l’orsa Daniza, l’orso M49, i macachi torturati nel
laboratorio di Parma, il gatto Green, il gorilla Riù, la lista è infinita,
considerando poi tutti i senza nome negli allevamenti. Le mucche se non le mungi
esplodono (di gioia) è un testo che nasce nella mia mente molto tempo fa, almeno
a livello subliminale. Negli anni ho provato dolore e struggimento per tutti gli
individui la cui morte è divenuta fatto di cronaca e ovviamente per tutti quelli
che a milioni vengono fatti nascere per diventare prodotti, accessori (individui
che non ho mai visto, identificati da una targhetta sull’orecchio o da un
tatuaggio sulla pelle, ma che so aver vissuto e sofferto). Mi sono poi resa
conto che anche nel nostro ambiente, quello dell’attivismo, si tende a
dimenticare e semplicemente perché le morti violente e le ingiustizie che si
susseguono una dietro l’altra non ci consentono di fermarci più di tanto a
piangere un singolo individuo e a volte diventa anche necessità psicologica
“dimenticare”, per non impazzire di dolore. Quindi io ho voluto invece
ricordare, riaprire la ferita, sì, anche di noi attivisti. Perché quegli animali
lo meritano. Meritano tutto quello che non siamo riusciti a dargli.
IL TUO LIBRO ESCE PER MARCO SAYA EDIZIONI, CHE È PROBABILMENTE UN CASO:
NONOSTANTE SIA UNA PICCOLA CASA EDITRICE RIESCE A TENERE TESTA AL MAINSTREAM.
PENSI CHE IL SUO SIA UN ESEMPIO CHE POSSA PORTARE A UN’ESPLOSIONE DI UN CERTO
TIPO DI POESIA “ALTRA” ANCHE IN ZONE NORMALMENTE BLINDATE, SOPRATTUTTO
COMMERCIALMENTE? È VERO CHE SI STA CONSOLIDANDO UNA “NUOVA ONDA POETICA” IN
ITALIA?
Marco Saya è una piccola casa editrice, sì, ma concentrandosi prevalentemente
sulla poesia, ha saputo ritagliarsi un suo spazio nel panorama editoriale
italiano; soprattutto pubblicando opere di qualità, di livello alto, in cui lo
studio e la cura del verso sono evidenti. La poesia è un genere particolare
perché credo che tutti, sin da bambini, la acquisiamo come postura, cioè un
certo modo di guardare al mondo e dentro noi stessi, ma poi la differenza tra la
postura e lo scrivere veramente poesia, la fa lo studio, il lavoro, l’impegno,
la cura; non basta avere uno sguardo poetico, bisogna saper tradurre quello
sguardo in versi, con una loro metrica e autosufficienza narrativa. Ecco, Marco
Saya questa differenza la conosce bene e quindi ciò che premia la sua casa
editrice è proprio la selezione. Ovviamente, anche con la nascita del premio
Strega Poesia, la poesia è diventata di nuovo un genere appetibile. Ma ecco,
bisogna sempre guardare alla qualità, più che al numero. Non basta tornare a
pubblicare molta poesia, bisogna che sia in grado di imprimere il proprio segno
nella società attuale.
RISPETTO ALLE PRECEDENTI PROVE COSA SENTI SIA CAMBIATO NELLA TUA SCRITTURA? DOVE
TI STA PORTANDO?
Penso che ogni opera abbia una sua forma che meglio esprime il contenuto; in
questo senso la mia poesia cambia e cambierà di volta in volta perché ogni
evento, fatto, sentimento, riflessione, esperienza, emozione che racconto si fa
strada tra le varie possibilità e trova una sua forma.
DA ATTIVISTA: COME VEDI LA SENSIBILIZZAZIONE SUI TEMI ANIMALISTI OGGI?
Penso che siamo ancora fermi a un approccio morale e a forme di attivismo
obsolete, quando invece la questione esige che diventi politica e che si
configuri come forma di lotta contro un’ingiustizia; certamente il fatto che
siamo noi animali umani a chiedere diritti per le altre specie è un fatto unico
nella Storia, ma credo che se vogliamo avere successo dobbiamo necessariamente
guardare ai movimenti di lotta in generale e trovare alleanze comuni. Parlare di
alimentazione vegetale o protezionismo non basta perché il punto non è cosa
mangiamo noi, ma CHI mangiamo e CHI vogliamo liberare dallo sterminio
sistematico. Gli altri animali devono essere posti al centro del discorso in
quanto soggetti oppressi. Credo poi che sia necessario un approccio
multiculturale, cioè che spetti ai professionisti di ogni settore dare il loro
contributo, nelle scuole, nelle università, in medicina, nella scienza. Io, in
quanto artista, sto cercando di portare gli animali nel nostro ambiente.
SU CHE PROGETTI STAI LAVORANDO? COSA C’È NEL FUTURO DI TEODORA?
Quest’anno ho avuto un lutto importante, ho perso Bernie, il mio compagno di
vita canino. Quando ho annunciato la sua morte sui social ho ricevuto tantissima
vicinanza, non solo affettiva, ma anche di testimonianza, cioè molte persone,
amici e conoscenti, mi hanno parlato dei loro lutti, del loro dolore; ho deciso
così di scrivere dei versi per ognuno di loro, sempre accompagnati dai disegni
di Alessandra Antonini. Un libro in memoria di Bernie, ma non solo, in memoria
di tutti coloro che sono stati amati. Ovviamente questo è un libro di segno
opposto a Le mucche se non le mungi esplodono (di gioia) perché qui la morte non
spezza esistenze che mai hanno avuto possibilità di esprimersi, bensì esistenze
riconosciute, rispettate, che sono state piene di amore. La morte è sempre uno
strappo, un nonsense, è difficile trovargli significato e poi c’è il dolore
dell’assenza, ma ricordare, l’esercizio della memoria, è un filo che ci tiene
ancora legati a queste creature, che ci consente quindi di andare avanti,
elaborare, mai dimenticare, ma trasformare in amore, empatia, sempre. Infatti,
tra la vita e la morte c’è lo spazio dell’amore e la mia poesia, i miei versi
dedicati a questi animali rendono questo spazio ancora più concreto, reale, un
promemoria che si può aprire, sfogliare, in cui il lutto trova modo di essere
accolto e compreso. Infatti, al dolore per la perdita di un animale amato spesso
si accompagna l’incomprensione della società, il mancato riconoscimento sociale
del lutto, che invece è uguale a quello che segue la perdita di una persona
umana. Non è un lutto “minore”, ma anzi, poiché ogni relazione è unica e
peculiare, è un lutto ben definito. Il ricavato di questo libricino sarà
devoluto al Rifugio Speranza, canile di Francavilla Fontana.
Poi uscirà anche Il piano finale che tratta dell’ennesima aberrazione per il
profitto che la nostra specie è stata capace di congegnare, vale a dire un
grattacielo di ventisei piani di maiali, ovverosia la costruzione di un
mega-allevamento verticale (per risparmio di suolo, ma non di violenza) in Cina.
Il testo sarà bilingue, italiano e inglese, tradotto da Helen Moor, scrittrice e
poetessa scozzese che fa parte del movimento Ecopoesia. Questa volta sarà
impreziosito dalle tavole della pittrice e scultrice Franca Finocchiaro, mia
madre. Le poesie sono ventisei, quanti sono i piani di questa struttura
mastodontica, più una di apertura e una in chiusura. Annuncio anche Lune
spezzate, opera dedicata agli orsi cosiddetti della luna per via di una macchia
sul petto a forma di mezzaluna, vittime di un’industria terrificante che ha
luogo in Oriente, quella per l’estrazione della bile. Gli orsi trascorrono tutta
la loro vita imprigionati in gabbie minuscole dove a malapena riescono a fare
qualche movimento minimo con un ago conficcato nella cistifellea per estrarne la
bile, che si crede avere proprietà benefiche (trattasi ovviamente di una
credenza popolare, ma se anche fosse vero, sarebbe comunque un trattamento
orrorifico ai danni di questi animali). L’opera si configura come monologo a più
voci e i disegni sono dell’artista Valeria D’Addabbo.
ULTIMA DOMANDA: SE TU POTESSI ESSERE UN “ANIMALE” CHI VORRESTI ESSERE?
Io sono già animale, femmina adulta appartenente alla specie Homo Sapiens;
vorrei solo esserne più fiera, ecco. Come ho detto all’inizio, i miei versi
svelano l’orrore che siamo capaci di compiere e quindi rivelano chi siamo; ma
anche, soprattutto, chi potremmo essere rifiutando dominio e sopraffazione sulle
altre creature; gli animali migliori che potremmo diventare, parte di un tutto,
e non al vertice di una piramide di devastazione e morte.
L'articolo Poesia animale proviene da Il Tascabile.
U n rivolo di sangue sgorga dal muso di una capra. È distesa su un fianco, sul
terreno umido a tratti tappezzato di muschio e ricoperto da una pioggia di
frammenti di legno, metallo e vetro. Un occhio aperto, lo sguardo nel vuoto, la
pelliccia sporca e la pelle squarciata. Poco più lontano è visibile un altro
esemplare, perso tra i detriti, anche lui privo di vita. Intorno a loro c’è neve
e distruzione: finestre rotte, tetti divelti da cui spuntano murature decorate e
totem colorati. Il Feldman Ecopark, uno zoo alla periferia di Charkiv, in
Ucraina, il 2 marzo 2025 è stato colpito durante l’attacco russo di droni
Shahed, armi kamikaze a lungo raggio. I due ungulati uccisi, tra cui una femmina
gravida, erano stati precedentemente salvati da una zona di combattimento e
portati nel parco, con la speranza che potessero sopravvivere.
Gli animali sono spesso considerati vittime di serie B della guerra, che la
società ci insegna a far passare in secondo piano rispetto al dramma umano,
sebbene sopportino una violenza dirompente, spaventosa e per loro
incomprensibile. I conflitti armati possono esasperare l’ambiguità che
caratterizza il nostro rapporto con gli altri animali. Sono una lente impietosa
sugli abissi della nostra morale.
Il massacro di Londra e i gatti di Gaza
Dai primi mesi del conflitto russo-ucraino, i media hanno diffuso immagini di
profughi costretti ad abbandonare casa e affetti. Alcuni sono accompagnati dagli
animali con cui, fino a quel momento, avevano condiviso la propria vita, allo
stesso tempo simbolo e incarnazione di una dimensione familiare. Quelle mostrate
nei telegiornali e sulle piattaforme social sono rappresentazioni accoglienti,
che suscitano empatia e fanno quasi dimenticare il prezzo da sempre pagato dagli
animali da compagnia in zone di guerra, che invece, spesso, sono considerati
oggetti da sacrificare o legami da rompere per disumanizzare il nemico.
> Gli animali sono spesso considerati vittime di serie B della guerra, che la
> società ci insegna a far passare in secondo piano rispetto al dramma umano,
> sebbene sopportino una violenza dirompente, spaventosa e per loro
> incomprensibile.
Era il 3 settembre 1939 quando la BBC annunciò che la Gran Bretagna aveva
dichiarato guerra alla Germania. Siamo agli albori della Seconda guerra
mondiale. Alla cittadinanza venne chiesto di prepararsi ai raid aerei e una
precauzione su tutte probabilmente raggelò il sangue degli inglesi: il governo
li sollecitò a portare i propri animali domestici nelle campagne e, nel caso non
ci fossero stati vicini disponibili a occuparsi di loro, a sopprimerli con
l’aiuto di un veterinario. Senza curarsi dell’opposizione di alcuni gruppi di
protezione animale, circa 400.000 tra gatti, cani, uccelli e conigli vennero
eliminati, come racconta la storica Hilda Kean nel suo libro The Great Cat and
Dog Massacre (2017). Ci fu chi obbedì forse con pochi scrupoli, chi soppresse i
propri compagni non umani per risparmiare loro la sofferenza dei bombardamenti,
chi li graziò e, in qualche modo, ne riconobbe l’individualità e una forma di
agentività, condividendo con loro il cibo, gli spazi, la paura e il dolore.
Quest’ultimo caso ci porta a Gaza, ai giorni nostri. Le immagini che ci sono
giunte mostrano gatti feriti e traumatizzati dallo scoppio delle bombe, dalla
perdita di un rifugio, dalla fame e dalla sete, ma anche salvati da medici e
veterinari, aiutati e accolti dai palestinesi o, ancora, con le loro famiglie
umane mentre vivono insieme piccoli momenti di spensieratezza. Neha Vora,
docente di antropologia nel Dipartimento di Studi internazionali dell’American
University of Sharjah negli Emirati Arabi Uniti ha commentato così queste
storie:
> Quello che i gatti di Gaza ci insegnano è che il trauma della Palestina è un
> trauma multispecie. Non ci insegnano che anche i palestinesi sono umani,
> poiché questa è un’affermazione che continua a definire l’umano contro
> qualcosa che non è, qualcosa che sarà sempre escluso, abietto e quindi
> eliminabile. Credo che i palestinesi e i loro gatti siano così coinvolgenti
> per molti di noi perché sfidano le visioni liberali dell’umanità e le
> smascherano come modi coloniali di definire il mondo, la soggettività e le
> fantasie di libertà. L’“Umanità” non ci condurrà mai a una giustizia e pace
> universali.
Umanità. È una parola che apparentemente si collega allo stesso universo
semantico della compassione e della pietà, ma che in realtà si nutre di una
visione gerarchica del mondo naturale, in cui l’animale è inferiore, e animale
diventa o deve diventare chiunque incarni il nemico da combattere. Una
prospettiva che, in parte e non a caso, ritroviamo nella struttura e nella
gestione degli zoo, in cui le sbarre o altre barriere separano gli esseri umani
dalle altre specie esposte e nei quali siamo sempre noi a poter decidere delle
loro esistenze secondo le nostre necessità
Un’ingannevole arca di Noè
Nel volume World War Zoos. Humans and Other Animals in the Deadliest Conflict of
the Modern Age (2025), lo storico John M. Kinder ricostruisce la vita degli zoo
dal periodo della Grande depressione alla Seconda guerra mondiale, fino ai primi
anni della guerra fredda. Kinder illustra come la visione gerarchica degli
esseri viventi, e in particolare la disumanizzazione di determinati gruppi,
fosse un aspetto centrale dell’ideologia nazista, evidente nel modo in cui
venivano trattati sia gli esseri umani sia gli animali.
> Le metafore legate agli animali sono servite e servono ancora oggi a
> giustificare i delitti commessi e a comprendere e articolare azioni aberranti.
Un esempio emblematico è quello del campo di concentramento di Buchenwald e del
suo giardino zoologico. Il progetto, sostenuto sin dall’inizio da Karl-Otto
Koch, a capo del campo dal 1937 al 1941, era pensato come luogo ricreativo ed
edificante per le SS e le loro famiglie e come una fonte di umiliazione e
tormento per i prigionieri. Lo zoo serviva, infatti, a ricordare loro la
presunta inferiorità rispetto agli animali in gabbia: gli umani reclusi erano
spogliati della dignità, resi sacrificabili per qualsiasi contingenza e
costretti persino a finanziare la struttura con “contributi volontari”. Gli
animali di Buchenwald ricevevano un’alimentazione migliore dei prigionieri,
tanto che molti di loro cercavano di lavorare nello zoo per ottenere una razione
extra. Kinder spiega:
> Il legame retorico tra animali ed Ebrei, l’obiettivo principale della
> Soluzione finale di Hitler, giocò un ruolo importante nel legittimare
> l’Olocausto agli occhi dei suoi esecutori. Esisteva una lunga storia di
> equiparazione degli Ebrei ad animali (maiali, cani) e a malattie, amplificata
> dai propagandisti nazisti.
Le metafore legate agli animali sono servite e servono ancora oggi a
giustificare i delitti commessi e a comprendere e articolare azioni aberranti.
Per descrivere l’uccisione da parte di privati cittadini di civili indifesi
nell’assedio di Sarajevo, durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina degli anni
Novanta, si usano termini come “attività venatoria”, “cacciatori”, “prede” e
“safari”. Le notizie parlano di gruppi di cecchini/cacciatori che spendevano
cifre nell’ordine di grandezza di decine di migliaia di euro per sparare a
persone indifese, trasformate in target classificati in base a un tariffario,
esattamente come accade nei safari di caccia in Africa. Se nel vecchio
continente gli obiettivi più costosi sono specie iconiche e minacciate
dall’estinzione, come leoni, elefanti e rinoceronti, nei Balcani sembra che
bambine e bambini fossero in cima al listino. Non più vite, solo trofei da
collezionare.
Allo stesso modo, come evidenziato da Kinder nel suo libro, durante il secondo
conflitto mondiale e anche in seguito, gli zoo offrirono alle persone metafore
per aiutarle a comprendere le esperienze di prigionia, impotenza e degradazione.
In quegli anni le gabbie divennero teatro di orrore, dolore e ideologia. I
destini di gran parte degli esemplari rinchiusi negli zoo furono impietosi.
Alcuni riuscirono a esser trasferiti in luoghi più protetti, mentre molte delle
specie più pericolose, quelle carnivore o velenose, furono uccise per evitare
che costituissero un’ulteriore minaccia in caso di fuga dopo un bombardamento.
La stessa sorte toccò agli animali più costosi da mantenere, tra cui quelli
marini. Molti altri rimasero intrappolati, senza la possibilità di mettersi in
salvo: morirono di fame e di sete tra atroci sofferenze, subirono le esplosioni
riportando ferite, orribili mutilazioni e danni psicologici irreparabili o
divennero oggetto di saccheggio e di improvvisate battute di caccia. Accadde
proprio questo nel 1939, durante l’invasione della Polonia da parte
dell’esercito nazista. Il direttore dello zoo di Berlino, Lutz Heck, dopo aver
messo da parte gli esemplari più pregiati dello zoo di Varsavia, permise ad
alcune SS di usare gli animali ancora in gabbia come bersagli per la notte di
Capodanno.
> Un tempo i giardini zoologici erano perlopiù luoghi di intrattenimento, e una
> dimostrazione del potere degli Stati sulle proprie colonie, da cui alcuni
> esemplari provenivano. Oggi gli obiettivi dichiarati sono l’educazione, la
> ricerca e la conservazione.
Ancora oggi gli animali degli zoo sono costretti a spostarsi sotto i
bombardamenti, le loro vite vengono distrutte dalle esplosioni, dalla fame e
dalla sete, o diventano cibo per soldati. Nella prima parte del Ventesimo
secolo, i giardini zoologici erano per lo più luoghi di intrattenimento e una
dimostrazione del potere degli Stati sulle proprie colonie, da cui alcuni
esemplari provenivano. Attualmente i tre principali obiettivi di queste
istituzioni sono l’educazione, la ricerca e la conservazione. Quest’ultimo scopo
prevede la tutela di specie a rischio di estinzione attraverso progetti in situ,
in cui gli esemplari sono protetti nei loro habitat, e attività ex situ, che
prevedono la detenzione di individui in cattività per il mantenimento di
popolazioni di animali che potrebbero scomparire in natura. Gli zoo sono,
quindi, una sorta di arca di Noè la cui efficacia, secondo Kinder, è dubbia,
soprattutto in tempi di guerra:
> Se gli zoo vogliono sopravvivere ai conflitti di questo secolo, devono
> abbandonare la metafora dell’arca. Di fronte alla minaccia di catastrofiche
> perturbazioni climatiche, il mondo non ha bisogno di una flotta di scialuppe
> di salvataggio progettate per aiutare specie selezionate ad attraversare
> quaranta giorni e quaranta notti metaforiche di tumulto. Piuttosto, abbiamo
> bisogno di una strategia per sopravvivere a un clima alterato a tempo
> indefinito. Come minimo, dobbiamo porci domande difficili sul fatto che i
> vantaggi degli zoo superino i loro evidenti svantaggi, incluso il disagio
> fisico e mentale sopportato dalle specie in cattività.
La promessa di salvezza degli zoo sembra ancora più debole nelle zone di
conflitto, dove ai danni apportati a queste strutture e ai loro occupanti si
sommano ingenti disastri ambientali.
I pericoli per la fauna selvatica e il reato di ecocidio
Le lotte armate hanno spesso luogo in ecosistemi fragili e hotspot di
biodiversità, producendo conseguenze devastanti su molte specie di animali
selvatici. Nella Repubblica Democratica del Congo, anni di guerra hanno ridotto
significativamente la popolazione di ippopotami: dai circa 30.000 esemplari,
presenti nel 1974, si è passati a meno di 1000 verso la fine della guerra civile
congolese, nel 2005. Gli esemplari sono poi aumentati fino a 2500 nel 2018, per
poi essere nuovamente minacciati dai gruppi di ribelli, che hanno iniziato a
cacciarli di frodo per venderne la carne e finanziare le loro attività. A oggi
la popolazione di questi mammiferi si attesta intorno ai 1200 esemplari, sui
quali incombono nuovi pericoli, come l’avvelenamento da antrace.
In Mozambico la guerra civile, combattuta tra il 1977 e il 1992, ha portato
all’uccisione di circa il 90% degli elefanti, le cui zanne in avorio erano
vendute per sovvenzionare i combattenti. La caccia intensa avrebbe addirittura
favorito la mutazione genetica associata alla mancata formazione delle zanne
nelle femmine. In Iraq, nel 2016, l’ISIL (Islamic State in Iraq and the Levant)
ha attaccato una raffineria di petrolio. Poco meno di venti pozzi esplosi hanno
causato l’innalzamento di una nube tossica e una massiccia fuoriuscita di
petrolio. Il risultato è stato la contaminazione di suolo e acque, un ostacolo
concreto alla sopravvivenza della vicina cittadina di Qayarrah e un gravissimo
danno per la fauna della regione. Le invasioni militari possono persino portare
all’introduzione volontaria o accidentale di specie aliene, in grado di
esercitare impatti negativi sugli ecosistemi delle aree conquistate e sui loro
abitanti.
Oggi sappiamo bene quanto queste azioni possano produrre danni irreparabili
all’ambiente, con un effetto domino che potrebbe estendersi globalmente, eppure
non abbiamo a disposizione strumenti abbastanza efficaci per arginarli. Lo
Statuto di Roma della Corte penale internazionale, nell’articolo 8 (2)(b)(iv)
sui crimini di guerra, prevede che sia considerato reato lanciare attacchi
deliberati nella consapevolezza di produrre “danni diffusi, duraturi e gravi
all’ambiente naturale che siano manifestamente eccessivi rispetto all’insieme
dei concreti e diretti vantaggi militari previsti”. Una norma eccessivamente
generica, una lacuna giuridica che si sta cercando di colmare da decenni
spingendo per il riconoscimento del reato di ecocidio.
> Oggi sappiamo quanto le guerre possano produrre danni irreparabili
> all’ambiente, con effetti di portata globale, eppure non abbiamo a
> disposizione strumenti efficaci per arginarli. Il riconoscimento del reato di
> ecocidio è un passo importante in questa direzione.
Il termine è stato utilizzato per la prima volta dal biologo Arthur Galston,
negli anni Settanta, per descrivere la deforestazione su larga scala causata
dall’uso dell’Agent Orange da parte degli Stati Uniti d’America durante la
guerra del Vietnam. Negli anni Duemila il concetto è stato riproposto
dall’avvocata Polly Higgins e infine, nel 2021, è stata presentata una
definizione legale alla Corte penale internazionale, per cui “‘ecocidio’
significa atti illegali o arbitrari commessi nella consapevolezza di una
sostanziale probabilità di causare un danno grave e diffuso o duraturo
all’ambiente con tali atti”.
Sono crimini non riconosciuti che continuano a essere perpetrati senza la
certezza di un processo e di un’eventuale condanna dei colpevoli: alcuni esempi
recenti sono la distruzione della copertura arborea e dei terreni agricoli di
Gaza, con fattorie e uliveti abbattuti, suolo, falde acquifere, mare e aria
inquinati, e l’impatto sugli ecosistemi e la biodiversità del conflitto in
Ucraina. Gli animali non umani sembrano quasi invisibili in questi scenari,
sebbene la loro esistenza presente e futura venga cancellata attraverso le
uccisioni e la distruzione degli habitat in cui prosperano.
Violenze necessarie: al punto di dissoluzione del Diritto internazionale
umanitario
Non sono solo gli animali da compagnia, quelli degli zoo e la fauna selvatica a
subire gli effetti degli scontri. Gli animali allevati vengono macellati,
rubati, bombardati o lasciati morire di fame. Esistono specie utilizzate
direttamente nei conflitti come mezzi di trasporto, tra i quali ci sono i
cavalli, gli asini, i muli, gli elefanti e i cammelli, mammiferi addestrati a
rilevare esplosivi, quali elefanti, cani e ratti, oppure cetacei preparati per
cercare sottomarini e lasciati esplodere per distruggerli, tra cui i delfini.
Come illustra l’articolo “Animals in War: At the Vanishing Point of
International Humanitarian Law”, pubblicato nel 2022 nell’International Review
of the Red Cross, malgrado la loro vulnerabilità nelle situazioni appena
descritte, gli animali sono ancora ampiamente ignorati dal Diritto
internazionale umanitario (DIU), che rimane prevalentemente antropocentrico.
Essi non godono di uno status legale esplicito, non ne viene riconosciuta la
senzienza, né sono concessi loro diritti, nonostante ci siano alcuni Paesi i cui
ordinamenti giuridici hanno cominciato a considerare la soggettività e la
capacità di provare dolore di questi esseri viventi.
Anne Peters e Jérôme de Hemptinne, autori della pubblicazione, suggeriscono due
strategie principali per affrontare la mancanza di una specifica protezione nel
diritto internazionale umanitario. La prima consisterebbe nell’applicare in modo
più efficace le norme già esistenti, ampliandone l’interpretazione per includere
gli animali nelle categorie protette previste: potrebbero essere assimilati a
combattenti o prigionieri di guerra, a civili, oppure a oggetti. Tale approccio
prevederebbe la rilettura delle disposizioni relative alla difesa dell’ambiente,
del patrimonio culturale e delle aree protette, riconoscendo che gli animali
sono esseri viventi capaci di provare sofferenza e grave disagio (distress).
La seconda strategia contempla l’adozione di un nuovo strumento internazionale
volto a riconoscere specifici diritti agli animali, in particolare il divieto di
utilizzarli come armi. Si tratta di una prospettiva di lungo periodo, ancora
lontana, poiché richiederebbe a molti Stati di superare profonde barriere
concettuali riguardanti la personalità giuridica degli animali non umani e di
accettare eventuali limitazioni nella conduzione dei conflitti armati per
proteggerli. Il tutto in un contesto in cui i precedenti tentativi di varare una
convenzione internazionale sul benessere animale non hanno finora riscontrato
grande successo.
> Malgrado la loro estrema vulnerabilità nei teatri di guerra, gli animali sono
> ancora ampiamente ignorati dal Diritto internazionale umanitario (DIU), che
> rimane prevalentemente antropocentrico.
Però, come il giurista inglese Hersch Lauterpacht ha scritto in passato, il DIU
è “al punto di dissoluzione del diritto internazionale” e gli autori del paper
sostengono che in questo sia simile al diritto animale, con i debiti
cambiamenti, e che la loro intersezione, seppure foriera di estreme difficoltà,
non dovrebbe fermarci dal voler perseguire un’“utopia realistica” per gli
animali a livello mondiale. È possibile partire dall’attuale situazione
internazionale per poi cercare di ampliare quelli che sono considerati i limiti
della praticabilità politica.
Il DIU e il diritto legato al benessere animale sono entrambi corpi normativi
che non vietano la violenza, ma concedono lo spazio a una violenza ritenuta
“necessaria”, di fatto legittimandola. Sebbene, come sottolinea l’articolo,
questa somiglianza dovrebbe facilitare l’estensione del campo di applicazione
del DIU agli animali non umani, certamente fa emergere quella ambiguità che,
anche in condizioni di pace, esiste nei trattamenti che riserviamo loro. La
percepiamo quando accettiamo le condizioni in cui versano negli allevamenti
intensivi oppure la cattività e la scelta di sopprimere alcuni esemplari negli
zoo per calcolo economico, perché spazio e risorse delle strutture sono
limitate, o per esigenze di conservazione, al fine di mantenere l’equilibrio tra
maschi e femmine di una specie o prevenire il rischio di consanguineità. O
ancora, quando acconsentiamo alla sperimentazione animale.
> I conflitti armati rendono ancora più tangibile l’ambiguità che caratterizza
> il nostro rapporto con gli altri animali, anche e soprattutto in tempo di
> pace.
Il confine tra amore, rispetto per la vita degli animali non umani, violenza e
sopravvivenza può farsi eccezionalmente labile. Lo spiega Kinder, sempre
attingendo dall’esperienza del campo di concentramento di Buchenwald, quando
parla del poema satirico Eine Bären-Jagd im KZ Buchenwald (in italiano Una
caccia all’orso nel campo di concentramento di Buchenwald), scritto e illustrato
dal sopravvissuto al campo Kurt Dittmar nel 1946. L’opera ripercorre la breve
vita di Betti, un’orsa allevata nello zoo del campo, dall’arrivo come cucciolo
alla morte per mano di un comandante. L’orsa è inizialmente servita e riverita
dai detenuti per ordine delle SS, si nutre di buon cibo, gode di spazio
all’interno della sua gabbia ed è per questo oggetto di invidia da parte dei
prigionieri. Con il trascorrere del tempo la milizia nazista aggiunge alla
collezione dello zoo altri animali e Betti, stanca della nuova compagnia,
abbatte il recinto elettrico e fugge nella foresta. I detenuti tentano invano di
catturarla, finché il vicecomandante non la uccide e ne riporta indietro il
corpo come un trofeo. L’illustrazione di Dittmar raffigura alcuni prigionieri
sconvolti davanti alla carcassa dell’orsa, consapevoli di condividere il suo
destino di preda braccata. Costretti ad arrostirne le carni per la festa delle
guardie, non ne assaggiano neanche un boccone, ma continuano a sognare: la
libertà, il cibo e la giustizia contro i loro aguzzini. Nonostante sia ispirato
a eventi reali, il poema non è un resoconto storico, ma conserva in sé una
realtà difficile da accettare.
Scrive l’autore di World War Zoos:
> Ciò che otteniamo invece è qualcosa di più interessante: una riflessione sul
> potere e sui limiti dell’empatia. Nel racconto di Dittmar, i prigionieri umani
> di Buchenwald riconoscono che la vita di Betti è sempre appesa a un filo, che
> lei è preziosa fino al momento in cui le SS decidono diversamente. Pure lei è
> una prigioniera, anche se ha pasti migliori e una gabbia più bella. Ma questo
> non significa che non proveranno a rubarle il cibo o a rosicchiare le sue ossa
> spolpate. Nella Buchenwald di Dittmar, i prigionieri possono sia piangere per
> l’uccisione di Betti sia sbavare affamati sul suo cadavere sfrigolante.
L'articolo Animali in guerra proviene da Il Tascabile.
T oc. È il suono dello zoccolo di Hans: il cavallo capace di contare,
riconoscere le carte da gioco e persino leggere nel pensiero. Ha appena poggiato
la zampa su un cartellino con il numero “quattro” disegnato in superficie, il
risultato corretto di una sottrazione. Siamo nei primi anni del Novecento e una
commissione di scienziati è riunita a casa di Wilhelm von Osten, insegnante di
matematica in pensione di Berlino, per verificare che le prodigiose abilità di
Hans, il suo cavallo, non siano una frode. E tali non sembrano: sa risolvere
calcoli, riconoscere forme geometriche e indovinare a quale numero sta pensando
un umano di fronte a lui. Eppure il biologo e psicologo Oskar Pfungst non è
convinto e ripropone all’animale i test, questa volta con alcune modifiche: gli
sperimentatori non dovranno conoscere le risposte ai quesiti posti o non
dovranno essere visibili al cavallo. Hans non risponde più e Pfungst, in questo
modo, scopre che l’equino non sarà un bravo matematico, ma è un eccellente
osservatore: riesce a leggere i piccoli segnali del volto e del resto del corpo
di von Osten e dei membri della commissione che in qualche modo indicano che sta
toccando o sta per toccare il numero corretto. Nasce così l’effetto Clever Hans,
che indica il rischio da parte degli esseri umani di dare al soggetto testato un
suggerimento involontario sul comportamento desiderato.
> Nel corso della storia i cavalli sono stati cibo, mezzi di trasporto, forza
> agricola, armi da guerra, campioni sportivi, status symbol, compagni e
> mediatori terapeutici. Solo negli ultimi anni abbiamo iniziato a studiare i
> loro reali bisogni, il modo in cui percepiscono il mondo e perfino alcuni
> aspetti della loro vita interiore.
Nel teatro delle civiltà umane, i cavalli sono stati costretti a recitare
innumerevoli ruoli. Se per il vecchio maestro in pensione doveva essere lo
sbalorditivo esemplare a cui aveva insegnato a comportarsi come un umano, in
generale, nella storia delle nostre società, questi animali sono stati cibo,
mezzi di locomozione, strumenti agricoli, armi da guerra, campioni sportivi,
status symbol, compagni di vita e mediatori terapeutici. Uno di loro stava
persino per essere nominato console dall’imperatore Caligola, almeno così
scriveva Svetonio.
Solo negli ultimi anni la ricerca sul comportamento animale sta iniziando a
restituirci un’immagine più autentica dei cavalli, svelando i loro reali
bisogni, il modo in cui percepiscono il mondo e perfino alcuni aspetti della
loro vita interiore, al di là delle nostre proiezioni e stereotipi.
Umani e cavalli: due destini che si uniscono
La storia degli Equidae, la famiglia a cui appartengono i cavalli, inizia circa
55 milioni di anni fa, in America. Nell’Eocene apparve il primo antenato del
cavallo, l’Hyracotherium, i cui resti fossili ritrovati in America
Settentrionale ed Europa rivelavano le sembianze di un mammifero molto diverso
dal fiero destriero a cui noi tutti siamo abituati: aveva dimensioni simili a
quelle di un cane di taglia medio-piccola, cranio tozzo e zampe sottili. Persino
i paleontologi fecero fatica a ricollegarlo ai cavalli prima del ritrovamento
dei resti di altri antenati, ultimo il Pliohippus, da cui si è evoluto il genere
Equus circa 4-4,5 milioni di anni fa, durante il Pliocene. Nel corso di poche
decine di milioni di anni l’evoluzione apportò numerosi cambiamenti, tra cui
l’aumento di dimensioni, la riduzione del numero di dita, la modifica della
morfologia dei denti affinché fossero adatti al pascolo, l’allungamento del muso
e l’incremento del volume e della complessità del cervello.
> Il controllo della riproduzione dei cavalli moderni è emerso intorno al 2200
> a.C. nelle steppe pontico-caspiche, attraverso l’accoppiamento tra
> consanguinei stretti per selezionare le caratteristiche più utili.
Fu alla fine del Pleistocene che il destino dei cavalli cambiò drasticamente. Se
in America Settentrionale scomparvero intorno a 10.000 anni fa, nel Vecchio
mondo vissero abbastanza a lungo da incontrare l’essere umano ed essere
domesticati. Le pareti dipinte delle grotte di Lascaux, Altamira e Pech-Merle
testimoniano l’attrazione che il cavallo aveva iniziato a esercitare sui nostri
progenitori nel Paleolitico, con le loro rappresentazioni accurate, forse
propiziatorie o dettate dal senso di libertà che la loro corsa probabilmente
evocava. I primi tentativi di domesticazione, però, avvennero molto tempo dopo:
le prime tracce risalgono soltanto a circa 5.500 anni fa e appartengono ad
alcuni antichi insediamenti semisedentari localizzati nell’attuale Kazakistan
settentrionale. Nei pressi del sito archeologico di Botaï sono stati rinvenuti
resti ossei, appartenenti a centinaia di cavalli, che mostrano l’uso di briglie,
di recinzioni, e altri ritrovamenti che costituiscono indizi sulla loro
mungitura per ricavarne latte da bere, pratica diffusa ancora oggi in Mongolia.
Per molto tempo si è creduto che i nostri cavalli fossero i diretti discendenti
di quelli di Botaï, ma recenti analisi genetiche hanno smentito questa ipotesi.
Gli equidi del Kazakistan non vennero selezionati e utilizzati per il trasporto
su larga scala. Questo sarebbe accaduto solo verso la fine del terzo millennio
a.C. Uno studio pubblicato su Nature nel 2024 ha rivelato che il controllo della
riproduzione della linea dei cavalli moderni è emerso intorno al 2200 a.C. nelle
steppe pontico-caspiche, attraverso l’accoppiamento tra consanguinei stretti per
selezionare le caratteristiche più utili. Il controllo riproduttivo ha coinciso
con una rapida espansione dei nuovi cavalli in tutta l’Eurasia, che ha portato
alla sostituzione di quasi tutte le linee locali. Iniziava così la storia umana
della mobilità su vasta scala. Le date ottenute dalle analisi genetiche e
dall’esame dei reperti archeologici sono di particolare importanza anche perché
contraddicono una delle narrazioni più diffuse sullo sviluppo delle culture
umane, secondo cui grandi mandrie di cavalli avrebbero accompagnato la massiccia
migrazione dei popoli delle steppe che diffusero le lingue indoeuropee
attraverso l’Europa intorno al 3000 a.C. A quell’epoca non avevamo ancora domato
il DNA dei cavalli selvatici.
La domesticazione del cavallo rivoluzionò il modo di viaggiare e per migliaia di
anni fu questa specie a segnare i confini del trasporto via terra, finché il
treno, nel Diciannovesimo secolo, aprì una nuova era. Solo con l’avvento
dell’automobile, nel secolo successivo, i cavalli persero definitivamente il
loro ruolo centrale nei trasporti. Il retaggio di questo passato, però, è ancora
ben visibile: molte strade ricalcano antichi percorsi tracciati per i cavalli e
la potenza dei motori continua a misurarsi proprio in “cavalli”. Lasciarono
un’impronta profonda anche nelle guerre e vennero usati fino al primo conflitto
mondiale, in cui furono indispensabili poiché trainavano rifornimenti,
munizioni, artiglieria e feriti.
Un animale, tanti ruoli
Il poderoso e imponente percheron, originario del Nord della Francia, plasmato
per le battaglie, per i trasporti e i lavori agricoli; il pony delle Highlands,
nativo delle isole scozzesi, compatto e piccolo e allevato per l’equitazione di
campagna e di maneggio; l’elegante e selvaggio mustang, discendente dei cavalli
che gli spagnoli portarono nel Nuovo mondo, in seguito rinselvatichiti. Queste
sono solo alcune delle centinaia di razze che l’essere umano ha modellato con la
selezione artificiale per adattarle alle proprie necessità, inizialmente
incrociando individui con le caratteristiche desiderate, fino ad arrivare
all’utilizzo di tecniche di editing genetico come CRISPR (Clustered Regularly
Interspaced Short Palindromic Repeats).
I cavalli sono i nostri campioni in discipline sportive, tra cui il polo e
l’equitazione, continuano a svolgere i loro compiti tradizionali nei Paesi in
via di sviluppo, dove forniscono trasporto e forza lavoro per l’aratura, sono
protagonisti di celebrazioni folkloristiche e tradizionali in tutto il mondo,
con rituali che frequentemente sfidano la concezione di benessere animale e
persino il buonsenso. Ne sono un esempio la conduzione di mezzi a trazione in
piena estate a Roma (le cosiddette botticelle), e Las Luminarias, celebrazione
durante la quale si festeggia Sant’Antonio, protettore degli animali, facendo
attraversare agli equidi le fiamme dei falò accesi nei vicoli di San Bartolomé
de Pinares, in Spagna. I cavalli sono anche considerati cibo: secondo i dati
della FAO (Food and Agriculture Organization) sugli allevamenti mondiali, nel
2023 si contavano circa 57 milioni di cavalli e 4,71 milioni macellati.
> Sono centinaia le razze che l’essere umano ha modellato con la selezione
> artificiale per adattarle alle proprie necessità, inizialmente incrociando
> individui con le caratteristiche desiderate, fino ad arrivare all’utilizzo di
> tecniche di editing genetico.
Equus ferus caballus è sempre stato anche un compagno per noi umani. Già nel
mondo antico, e ancora di più nel Medioevo e nel mondo islamico, era considerato
dai cavalieri un amico, con un suo nome e una sua personalità. È indimenticabile
l’incontro tra Alessandro Magno e il cavallo Bucefalo, descritto da Plutarco
nella Vita di Alessandro: il figlio di Filippo II di Macedonia comprende le
paure dell’animale e riesce in questo modo a cavalcarlo. Il loro rapporto è
stretto e intenso, rafforzato da viaggi e battaglie e suggellato dalla morte
dell’animale sull’Idaspe, in India, dove il condottiero fonderà una città in
onore del destriero.
Secoli di vicinanza non trascorrono senza lasciare traccia e i cavalli hanno
imparato a starci accanto, a capirci così bene da poter addirittura essere un
supporto negli interventi assistiti con gli animali, progetti che si basano
sull’interazione con loro per mantenere o migliorare il nostro benessere fisico,
psicologico e sociale.
Essere cavalli
Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento incominciarono a essere
diffusi spettacoli in cui cavalli e nuotatori si tuffavano da strutture alte
circa venti metri: il cavallo saliva su rampe strette, solo il vuoto intorno a
lui; poi, in cima, un fantino gli saltava in groppa ed entrambi scivolavano su
una piattaforma inclinata, fino a cadere per diversi metri, a testa in giù, in
una piscina. Non sorprende che esperienze di questo tipo lasciassero spesso
segni profondi, sia fisici sia emotivi, tanto sugli esseri umani quanto sui
cavalli. L’esistenza di queste performance è proseguita fin quasi ai giorni
nostri ‒ negli anni Duemila un esemplare ha continuato a tuffarsi in un parco
divertimenti vicino a New York ‒ e in rete è ancora possibile guardare i video
di queste imprese. Tra i commenti c’è chi suggerisce che questi animali si
divertano nel tuffarsi: “Se lo fanno, è perché gli piace”. Un argomento sterile,
come afferma Léa Lansade in Nel mondo del cavallo – Pensieri, emozioni,
comportamenti di un meraviglioso animale (2025).
> Contrariamente a quanto generalmente si pensa, i cavalli sono animali sociali
> e vivono in gruppi familiari composti da 3-5 femmine, uno stallone e i puledri
> con esso generati. Famiglie che si spostano, mangiano, dormono, galoppano e
> giocano insieme.
Lansade, introdotta all’equitazione da giovanissima, è oggi un’etologa
specializzata nel campo delle emozioni e delle capacità cognitive degli animali.
Nel libro, la ricercatrice supera gli spazi angusti di credenze e folklore,
salta le staccionate delle conoscenze non dimostrate sui cavalli e presenta un
animale sconosciuto a una buona parte del pubblico, anche di quello esperto,
raccontando i risultati di anni di ricerche etologiche.
I cavalli sono animali sociali e vivono in gruppi familiari composti da 3-5
femmine (le giumente), uno stallone e i puledri con esso generati. Tra le
giumente si instaurano amicizie che durano a lungo, anche un’intera esistenza, e
quando formano una nuova famiglia, esse cercano di rimanere vicine a quella di
origine, isolandosi solo nella stagione riproduttiva. I puledri, molto uniti
alle madri fino alla maturità sessuale, che arriva intorno ai 2-3 anni, imparano
le regole del gruppo tramite il gioco, di cui si occupa soprattutto lo stallone.
Le famiglie si spostano, mangiano, dormono, galoppano e giocano insieme. Quando
un membro scompare, il resto del gruppo lo chiama e lo cerca: i cavalli sono in
grado di riconoscersi e sanno instaurare relazioni solide tra loro.
Non sono territoriali e diversi gruppi possono convivere in uno stesso spazio,
in cui trovano tutto ciò di cui necessitano, come acqua, cibo e un riparo
naturale, quando possibile. Il fatto che il cavallo sia un erbivoro influisce
profondamente sulla distribuzione delle attività a cui si dedica nelle 24 ore.
Poiché le piante forniscono poca energia rispetto al fabbisogno di un animale
che può pesare centinaia di chilogrammi, il cavallo occupa in media 15-16 ore al
giorno a nutrirsi. Durante il pascolo non rimane fermo, ma si muove lentamente
con la testa a terra, scegliendo le piante più adatte. Il benessere del cavallo
è anche questo: essere libero di trascorrere una giornata a camminare mentre
mangia.
I sensi dei cavalli nascondono regni a noi sconosciuti. Il loro campo visivo,
diversamente dal nostro, è panoramico: possono arrivare a vedere quasi dietro la
propria schiena, grazie alla posizione laterale degli occhi, uno per ogni parte
della testa. Si ritiene che l’evoluzione abbia favorito questa particolare
disposizione per avvistare i predatori da qualsiasi direzione, una
caratteristica che rappresenta un enorme vantaggio per un animale che vive in
branco. L’olfatto molto sviluppato permette loro di esplorare l’ambiente che li
circonda e svolge un ruolo importante nell’interazione sociale e nella gestione
di stati di allerta. Ad esempio, subito dopo la nascita, la madre riconosce il
proprio puledro grazie al suo odore; quando due cavalli si incontrano, si
annusano per identificarsi; gli stalloni, invece, usano l’olfatto anche per
marcare il territorio, esaminando gli escrementi di altri maschi per capire chi
è passato prima di loro, quale fosse il suo status, e depositandoci sopra i
propri.
> Mentre questi animali per necessità hanno imparato a leggere i nostri
> comportamenti, ad attribuirci una reputazione, a riconoscere i nostri volti e
> persino le nostre emozioni, noi non siamo altrettanto preparati sul loro mondo
> interiore e sulla loro intelligenza.
Il senso che forse più sorprende è il tatto: ci sono cavalli che riescono a
percepire in alcune zone del proprio corpo una pressione paragonabile a quella
dell’estremità di un capello umano, che noi non siamo in grado di sentire sulla
punta delle nostre dita. Con il loro udito sanno captare gli ultrasuoni e
riescono a cogliere l’intera gamma di frequenze che emettiamo quando parliamo,
mentre il loro gusto li porta a nutrirsi di un ampio assortimento di erbe,
piante, frutti, foglie e rami, quando vivono in natura.
Emozioni equine
La storia di Hans e i racconti sui cavalli tuffatori dimostrano che, mentre
questi animali per necessità hanno imparato a leggere i nostri comportamenti, ad
attribuirci una reputazione, a riconoscere i nostri volti e persino le nostre
emozioni, noi non siamo così preparati sul loro mondo interiore, sulla loro
intelligenza e sul loro stato psicologico.
Ce lo spiega ancora una volta Léa Lansade: riconosciamo bene i segnali di paura,
che può diventare patologica se trascurata, ma sappiamo poco su frustrazione,
rabbia e tristezza. Di certo i cavalli provano piacere, ad esempio quando
spazzolati nei punti giusti, e cercano di farcelo capire con le loro posture, il
comportamento e le espressioni facciali. Anche la gioia fa parte delle loro
emozioni, seppur difficile da delineare con certezza. E poi c’è il dolore,
fondamentale da riconoscere per garantire il benessere di questi animali: sono
stati sviluppati protocolli per la sua identificazione, in base alle espressioni
facciali, da due gruppi di ricerca, uno italiano e l’altro svedese.
I cavalli possono dare l’impressione di comprenderci e questo induce a chiedersi
se siano davvero in grado di cogliere gli stati mentali propri e altrui e, in
base a questi, capire e prevedere un comportamento, cioè se possiedano una forma
di teoria della mente. Alcuni studi rivelano indizi sulla capacità dei cavalli
di conoscere che cosa sappia e che cosa non sappia un umano. Nei test gli
sperimentatori che avrebbero dovuto dar loro il cibo, in alcune occasioni non lo
facevano. Questo avveniva manifestando la chiara intenzione di non fornire cibo
oppure mostrando di esserne impossibilitati a causa della presenza di una
barriera o di una certa goffaggine da parte dell’operatore. I cavalli
rinunciavano più facilmente quando c’era una evidente volontà di non offrire
loro cibo, mentre erano più propensi a insistere davanti alla goffaggine dello
sperimentatore. Ciò suggerirebbe che essi possano tener conto non solo delle
azioni, ma anche delle intenzioni umane, che in qualche modo sarebbero capaci di
leggere. Un risultato simile a quanto osservato nei primati.
> I cavalli possono dare l’impressione di comprenderci e questo induce a
> chiedersi se siano davvero in grado di cogliere gli stati mentali propri e
> altrui, cioè se possiedano una forma di teoria della mente.
Oltre a comprendere gli altri, i cavalli stupiscono anche per la loro memoria a
lungo termine: in molte storie e rappresentazioni, come quelle che appartengono
all’immaginario dei racconti western, l’animale ritrova da solo la strada di
casa, a conferma della capacità di memorizzare percorsi e luoghi. È un’abilità
che supporta questi animali nella loro vita, durante la quale, come afferma
Lansade, “Per trovare il cibo, vivere in gruppo, riprodursi o evitare il
pericolo, il cavallo ha bisogno di ricordare i suoi simili, i luoghi che ha
visitato e le situazioni che ha incontrato, ma anche di associare gli eventi e
reagire in modo adeguato”.
Ripensare la nostra relazione con il cavallo
Le scoperte scientifiche sull’etologia dei cavalli dovrebbero porci davanti a
interrogativi urgenti sul modo in cui ci rapportiamo con loro. Non possiamo più
continuare a credere che certi metodi di allenamento, alcune attività e persino
i luoghi in cui li lasciamo vivere siano ancora adatti. I cavalli hanno
trascorso le loro esistenze quasi esclusivamente in gruppo e all’aperto fino
alla fine del Medioevo, momento in cui si iniziò a detenerli in stalle chiuse,
con uno spazio minimo per ciascun esemplare. Era un sistema nato per proteggerli
dal freddo, ma che oggi, nonostante possiamo garantire loro riparo e cura in
modalità differenti, continuiamo ad adoperare. L’autrice di Nel mondo del
cavallo racconta come lei stessa sia stata vittima dell’abitudine e della
mancanza di conoscenza:
> Imitando le persone che mi circondavano, pensai che per il mio cavallo
> sportivo sarebbe stato meglio vivere in un box, possibilmente su un letto di
> trucioli, come avevo visto fare nelle grandi scuderie. Ero convinta che questa
> vita gli si addicesse e fosse perfetta per lui. Mi divertiva quando faceva
> risuonare continuamente i denti sul metallo della porta del box, come se
> stesse suonando un’armonica. In realtà, soffriva di stereotipia, ma all’epoca
> non me ne rendevo conto. Il mio cavallo visse così per alcuni anni, finché,
> con l’aiuto di alcuni studi, mi resi conto di quanto fosse deleteria per lui
> la vita da rinchiuso e di quanto potesse influire sulla sua salute fisica e
> psicologica.
Il cavallo tornò nella precedente sistemazione, un grande prato con ampi box
comunicanti, in cui poteva andare a piacimento.
Equus ferus caballus è stato al nostro fianco, nelle vittorie e nelle sconfitte.
È stato sfruttato per necessità, ludibrio, intrattenimento. Ne abbiamo fatto
un’icona, uno status symbol, il protagonista di tradizioni identitarie, ha
incarnato il riflesso della nostra grandezza e la sua sensibilità lo ha eretto a
supporto emotivo, sempre nel nostro interesse. Per lungo tempo non abbiamo
considerato la sua essenza, i suoi bisogni, le sue emozioni. Ora il lavoro di
ricercatrici e ricercatori ci sta suggerendo un futuro diverso, un nuovo
sentiero da percorrere sradicando l’ignoranza.
L'articolo La versione del cavallo proviene da Il Tascabile.