Q uattro professori di mezza età, esausti e un po’ spenti, siedono intorno a un
tavolo di ristorante. Uno di loro introduce una tesi dello psichiatra norvegese
Finn Skårderud: l’essere umano nasce con un deficit alcolico dello 0,05%. Il
sangue, in altre parole, avrebbe bisogno di una piccola quota costante di alcol
per funzionare al meglio.
È la scena d’apertura di Un altro giro, film del regista danese Thomas
Vinterberg del 2020. La tesi è pseudoscientifica – Skårderud ha poi precisato di
averla formulata solo come metafora in una prefazione – ma al film non interessa
smontarla. La prende sul serio quel tanto che basta a trasformarla in un
esperimento esistenziale. I quattro professori cominciano a bere poco, poi
sempre di più, nel tentativo di incrinare il torpore che sembra essersi
depositato sulle loro vite adulte: le lezioni ripetute per inerzia, i matrimoni
esausti, la sensazione di essersi allontanati non tanto dalla felicità quanto
dall’intensità. L’alcol, nel film, non appare soltanto come una sostanza.
Assomiglia piuttosto a una tecnologia della sospensione: qualcosa capace di
allentare temporaneamente il peso della coscienza ordinaria.
Per capire perché oggi l’alcol abbia un ruolo così ingombrante nelle nostre
vite, tanto da dominare buona parte delle occorrenze sociali, bisogna fare un
passo indietro di circa dieci milioni di anni.
Scimmie ubriache
Molto prima delle anfore e dei brindisi, le foreste tropicali erano già sature
di fermentazione: frutti troppo maturi caduti a terra, zuccheri degradati dai
lieviti e insetti attratti dall’odore dolciastro dell’etanolo. Lo studio “The
evolutionary ecology of ethanol”, pubblicato nel 2024, descrive la fermentazione
degli zuccheri da parte dei lieviti come un fenomeno strutturale degli
ecosistemi ricchi di frutta, non un incidente biochimico marginale. Piante,
lieviti, insetti e mammiferi si sono coevoluti intorno all’etanolo per milioni
di anni, sviluppando strategie per sfruttarlo, tollerarlo o evitarlo. Il consumo
di alcol, in questa prospettiva, non appare più come una deviazione culturale
comparsa tardi nella storia umana, ma come parte del paesaggio biologico dentro
cui si sono evoluti i primati.
> Già nelle foreste dei nostri antenati primati, i lieviti degradavano gli
> zuccheri presenti nei frutti troppo maturi producendo etanolo, una traccia
> olfattiva che segnalava la presenza di cibo calorico e facilmente
> assimilabile.
È su questo sfondo che il biologo evoluzionista Robert Dudley ha formulato la
cosiddetta drunken monkey hypothesis (ipotesi della scimmia ubriaca). Nelle
foreste pluviali frequentate dai nostri antenati primati, i lieviti degradavano
gli zuccheri presenti nei frutti troppo maturi producendo etanolo. La sua
volatilità permetteva all’odore della fermentazione di disperdersi rapidamente
nell’aria: una traccia olfattiva che segnalava la presenza di cibo calorico e
facilmente assimilabile. Gli individui più attratti da quell’odore (e più capaci
di tollerarne gli effetti) godevano dunque di un vantaggio adattativo reale.
Negli anni alcune ricerche hanno fornito indizi biologici coerenti con questa
prospettiva. Nel 2014, un gruppo di ricerca guidato da Matthew Carrigan ha
aggiunto un tassello importante alla questione. Attraverso la ricostruzione in
laboratorio dell’enzima ADH4, coinvolto nella metabolizzazione dell’alcol, i
ricercatori hanno dimostrato che l’antenato comune di uomini, scimpanzé e
gorilla sviluppò circa dieci milioni di anni fa una mutazione genetica che
rendeva molto più efficiente il metabolismo dell’etanolo. La mutazione comparve
proprio nel momento in cui alcuni primati iniziarono a trascorrere più tempo a
terra, dove i frutti fermentati erano più facilmente accessibili: una
coincidenza che, per Dudley e Carrigan, non è affatto casuale. Non abbiamo
iniziato a bere perché abbiamo scoperto la fermentazione. Eravamo già attrezzati
per farlo molto prima di aver inventato qualsiasi anfora.
> Secondo Edward Slingerland l’ebbrezza non ha accompagnato la civiltà umana
> soltanto come effetto collaterale della fermentazione, ma come una vera e
> propria tecnologia sociale.
La drunken monkey hypothesis spiega bene l’origine della nostra attrazione per
l’etanolo, ma lascia aperta una domanda più difficile: perché gli esseri umani
continuano a cercare deliberatamente l’ebbrezza anche quando non hanno più
bisogno di seguire l’odore della frutta fermentata per sopravvivere? È da qui
che parte Edward Slingerland, filosofo e sinologo autore di Sbronzi. Come
abbiamo bevuto, danzato e barcollato sulla strada della civiltà (2022). La sua
tesi è che l’ebbrezza non abbia accompagnato la civiltà umana soltanto come
effetto collaterale della fermentazione, ma come una vera e propria tecnologia
sociale.
La birra prima del pane?
Siamo nel 9500 avanti Cristo, nell’attuale Turchia sudorientale. Su un altopiano
battuto dal vento, gruppi di cacciatori-raccoglitori stanno costruendo qualcosa
di straordinario: enormi pilastri in pietra decorati con bassorilievi di
animali, alcuni del peso di decine di tonnellate. Göbekli Tepe (“collina
panciuta” in turco) è oggi considerato il più antico sito monumentale del mondo,
e precede di millenni l’invenzione dell’agricoltura stanziale. Resta da capire
come società ancora nomadi siano riuscite a coordinare un’impresa simile.
Una delle ipotesi più affascinanti, e più discusse, è che a tenerle insieme
fosse la birra. Analisi chimiche sui recipienti rinvenuti nel sito hanno
individuato tracce compatibili con la produzione di bevande fermentate. L’idea,
ripresa anche da Slingerland, è che banchetti rituali abbiano preceduto, e forse
incentivato, la transizione all’agricoltura: non avremmo iniziato a coltivare
cereali soltanto per produrre pane, ma anche per garantire scorte sufficienti di
birra.
> Edward Slingerland capovolge la narrazione secondo cui l’alcol sarebbe un
> sottoprodotto accidentale della civiltà, suggerendo che esista una connessione
> ricorrente tra la produzione di alcolici e la nascita delle grandi civiltà.
La tesi è volutamente provocatoria, ma ha il merito di capovolgere una
narrazione molto radicata: quella secondo cui l’alcol sarebbe soltanto un
sottoprodotto accidentale della civiltà. Al contrario, come osserva Slingerland,
esiste una connessione ricorrente tra la produzione centralizzata di alcolici e
la nascita delle grandi civiltà del mondo antico. In Mesopotamia, in Egitto, in
Cina o nell’America precolombiana le bevande fermentate erano insieme alimento,
rituale religioso e strumento politico. Non semplici piaceri accessori, ma
tecnologie di coesione sociale.
Vulnerabili insieme
Ma perché l’alcol funziona così bene come collante sociale? La risposta passa
anche per la neurobiologia. L’alcol agisce sulla corteccia prefrontale, la parte
evolutivamente più recente del cervello umano: quella coinvolta nel controllo
esecutivo, nella valutazione del rischio, nell’automonitoraggio. In altre
parole, allenta temporaneamente alcuni dei meccanismi cognitivi che ci rendono
guardinghi, ipervigili, troppo consapevoli di noi stessi. Non ci rende stupidi o
inabili (almeno non subito) ma meno diffidenti, più inclini all’esposizione
emotiva, più disposti a interpretare con benevolenza le intenzioni altrui. È
questo che Edward Slingerland descrive come una “stretta di mano chimica”: bere
insieme significa entrare volontariamente in uno stato di vulnerabilità
reciproca, inviando un segnale credibile di fiducia.
Secondo Slingerland, il temporaneo “disarmo” della corteccia prefrontale avrebbe
offerto vantaggi evolutivi importanti. Non solo perché facilita la cooperazione
tra estranei, ma anche perché riduce lo stress sociale e allenta il pensiero
rigidamente analitico, favorendo creatività, improvvisazione e coesione di
gruppo. In questa prospettiva, l’ebbrezza non sarebbe un semplice effetto
collaterale della civiltà, ma uno degli strumenti che hanno permesso a primati
naturalmente sospettosi e territoriali di vivere insieme in comunità sempre più
numerose e complesse.
> L’alcol agisce sulla corteccia prefrontale, la parte del cervello umano
> coinvolta nell’autocontrollo e nella valutazione del rischio. Questo potrebbe
> aver avuto un ruolo nella riduzione dello stress sociale e aver favorito
> creatività, improvvisazione e coesione di gruppo.
Eppure, se l’alcol agisse semplicemente come un disinibitore universale, gli
esseri umani da ubriachi dovrebbero comportarsi più o meno tutti allo stesso
modo. È l’osservazione da cui partono Craig MacAndrew e Robert Edgerton in
Drunken Comportment: A Social Explanation (1969), uno dei testi più influenti
sull’antropologia dell’ebbrezza. Studiando società molto diverse tra loro, i due
autori notarono che il comportamento degli ubriachi varia radicalmente a seconda
del contesto culturale: in alcune società l’ubriachezza favorisce aggressività e
violenza, in altre malinconia, ritualità o persino compostezza cerimoniale.
La loro intuizione coglie un punto fondamentale. L’alcol modifica davvero alcuni
processi cognitivi – agisce sulla valutazione del rischio, sull’autocontrollo,
sulla percezione dei segnali sociali – ma ciò che emerge da quella modificazione
dipende profondamente dal contesto culturale. L’alcol, insomma, non crea
comportamenti dal nulla: abbassa alcune soglie cognitive e sociali, lasciando
emergere ciò che una determinata cultura considera possibile, tollerabile o
persino desiderabile.
Il tempo sospeso
È questo che MacAndrew ed Edgerton chiamano time out: un intervallo socialmente
autorizzato in cui le regole ordinarie vengono temporaneamente allentate. Non
abolite (esiste sempre una “clausola dei limiti”, come la definiscono i due
antropologi), ma sospese quel tanto che basta a permettere forme di
comportamento normalmente inibite. Dentro questo spazio liminale diventano
possibili la confidenza tra estranei, la confessione inattesa, il contatto
fisico tra persone che di solito mantengono le distanze.
In questo senso l’ubriachezza assomiglia molto allo spazio della festa descritto
da Michail Bachtin: una parentesi temporanea in cui le gerarchie si attenuano, i
codici si rilassano e la vita quotidiana perde per qualche ora la propria
rigidità. Per questo il bere collettivo accompagna così spesso carnevali,
banchetti rituali e notti di festa. L’alcol non produce semplicemente euforia:
contribuisce a creare una particolare percezione del tempo sociale.
> Nella storia della letteratura, e non solo, l’astemio appare spesso come una
> figura estranea al sistema implicito di fiducia costruito intorno al bere:
> qualcuno di opaco, difficile da decifrare, talvolta apertamente inquietante.
Il sociologo Joseph Gusfield ritrovava qualcosa di simile nei rituali del
“drinking time”, quei momenti socialmente codificati, come l’aperitivo
contemporaneo, che segnano il passaggio dal tempo del lavoro al tempo dello
svago, dalla gerarchia dell’ufficio alla socialità del bancone. Il primo
bicchiere segnala già un cambio di regime.
Bere al proprio posto
Bere non serve soltanto a sospendere temporaneamente le regole ordinarie.
Storicamente ha funzionato anche come una vera e propria grammatica sociale:
organizza gerarchie, definisce appartenenze, stabilisce chi è dentro e chi è
fuori.
Nell’antica Roma la qualità del vino servito rifletteva rigidamente la posizione
sociale del bevitore: il Falerno per l’élite, la posca e i vini adulterati per
schiavi e liberti. Bere insieme significava anche riconoscersi reciprocamente
dentro un ordine condiviso.
È una logica che riaffiora anche nella Parigi di Maigret costruita da Georges
Simenon. Come ha osservato l’antropologa Lisa Anne Gurr, nei romanzi di Simenon
le bevande funzionano quasi come marcatori sociali automatici: gli operai bevono
vino rosso, la piccola borghesia birra e cognac, l’alta borghesia champagne,
armagnac e tè. Anche il genere contribuisce a organizzare questa geografia
alcolica: gli uomini bevono, le donne molto meno, e quando consumano alcol
vengono spesso associate a marginalità, disordine o ambiguità morale. L’astemio,
invece, appare spesso come una figura estranea al sistema implicito di fiducia
costruito intorno al bere: qualcuno di opaco, difficile da decifrare, talvolta
apertamente inquietante.
> La civiltà contadina europea aveva con l’alcol un rapporto molto diverso dal
> nostro. Il vino leggero o annacquato accompagnava il lavoro nei campi, i
> pasti, i ritmi stagionali della vita contadina, perfino l’infanzia.
Anche le taverne popolari studiate dallo storico Thomas Brennan nella Parigi del
Settecento erano molto più che luoghi di consumo: spazi in cui si negoziavano
alleanze, reputazione, solidarietà e conflitti. L’alcol, insomma, non
accompagnava semplicemente la vita sociale. Contribuiva a organizzarla.
Il lato oscuro di Dioniso
Dipendenze, incidenti, patologie epatiche, violenza: i danni dell’alcol sono
noti, ed esiste una nutrita letteratura che li esplora a fondo. Si calcola che
il consumo di sostanze alcoliche sia responsabile di circa 2,6 milioni di morti
ogni anno, di cui 400.000 imputabili a tumori, e che rappresenti il 5,1% del
carico globale di malattia (DALY). La IARC (International Agency for Research on
Cancer) classifica le bevande alcoliche come cancerogeno di gruppo 1 dal 1988.
Il meccanismo è noto: l’etanolo viene metabolizzato in acetaldeide, anch’essa
cancerogena, che danneggia il DNA. Nel gennaio del 2023 l’Organizzazione
mondiale della sanità ha riconosciuto che il rischio oncologico cresce con la
quantità ma ha dichiarato che non esiste una soglia sotto la quale sia nullo.
Ma guardare all’alcol soltanto come a una sostanza patologica rischia di rendere
incomprensibile la sua persistenza quasi universale nella storia umana. Le
società non hanno semplicemente “bevuto”. Hanno incorporato l’alcol dentro forme
di vita molto diverse tra loro, attribuendogli funzioni, significati e spazi
sociali variabili. La civiltà contadina europea, per esempio, aveva con il vino
un rapporto molto diverso dal nostro. Il vino leggero o annacquato accompagnava
il lavoro nei campi, i pasti, i ritmi stagionali della vita contadina, perfino
l’infanzia. Non era separato dalla vita ordinaria come sostanza eccezionale
dedicata all’ebbrezza, ma integrato nella continuità materiale della comunità.
In Il pane selvaggio (1980, il grande affresco di Piero Camporesi dedicato alla
cultura alimentare popolare tra Medioevo ed età moderna) fermentazione, fame,
ebbrezza e nutrimento appartengono allo stesso paesaggio corporeo e sociale: un
mondo in cui il confine tra alimentazione, alterazione dei sensi e sopravvivenza
è molto meno netto di quanto sia diventato nella modernità urbana. È la
modernità industriale a trasformare progressivamente questo rapporto. L’alcol si
separa dai rituali relativamente stabili che lo contenevano e gli davano
significato, e diventa sempre più spesso compensazione privata, anestesia,
automedicazione diffusa.
Nell’Inghilterra preindustriale del Settecento il gin invade i quartieri operai
di Londra come un sedativo a basso costo: ubriaca, stordisce, attenua per
qualche ora la durezza della vita urbana e del lavoro salariato. Due secoli
dopo, nei sobborghi americani del dopoguerra, il bere domestico femminile
convive con il consumo crescente di tranquillanti e sedativi prescritti: non più
rito collettivo, ma gestione silenziosa dell’ansia, della solitudine e
dell’oppressione quotidiana.
> Negli ultimi anni, qualcosa sta cambiando: si beve meno, soprattutto tra i più
> giovani. Perfino dentro culture storicamente legate all’eccesso compaiono
> forme sempre più compatibili con il monitoraggio del corpo, il benessere e la
> funzionalità del giorno dopo.
Cambiano le epoche e cambiano le sostanze, ma ritorna la stessa intuizione
elementare: modificare temporaneamente la coscienza può rendere più sopportabile
ciò che altrimenti rischierebbe di diventare insostenibile.
Un nuovo puritanesimo?
La storia moderna dell’alcol sembra oscillare continuamente tra due poli: da un
lato lubrificante sociale, dall’altro sostanza da controllare, medicalizzare,
neutralizzare. Negli ultimi anni, almeno in una parte dell’Occidente urbano, si
ha però l’impressione che qualcosa stia cambiando ulteriormente. Si beve meno, o
almeno così suggeriscono diverse ricerche, ma soprattutto sembra cambiare il
rapporto con la perdita di controllo. Perfino dentro culture nate storicamente
intorno all’eccesso, come quella del clubbing o del rave, compaiono forme sempre
più compatibili con il monitoraggio del corpo, il benessere e la funzionalità
del giorno dopo.
Come osserva Edward Slingerland, nel rapporto contemporaneo con l’alcol sembra
essersi imposto progressivamente un lessico sempre più medicale. Il corpo viene
trattato come un progetto manageriale permanente da ottimizzare: sonno,
idratazione, variabilità della frequenza cardiaca, livelli di cortisolo. Dentro
questo paradigma, l’ebbrezza appare quasi scandalosa non perché immorale, ma
perché improduttiva. Implica perdita di controllo, spreco, rallentamento,
vulnerabilità e opacità.
Eppure il punto centrale del rapporto umano con l’alcol non è mai stato soltanto
la sostanza in sé. L’alcol è una tecnologia bio-sociale: modifica processi
cognitivi reali, ma ciò che emerge da quell’alterazione è sempre stato plasmato
da rituali, contesti e aspettative collettive. È forse per questo che accompagna
l’umanità praticamente da sempre: non solo perché produce piacere, ma perché gli
esseri umani hanno imparato a usarlo per costruire forme temporanee di fiducia,
sospensione e vita comune.
Viene allora da chiedersi cosa accada a una società quando gli spazi
culturalmente autorizzati del time out iniziano a restringersi o a essere
percepiti soprattutto come rischio da gestire. La risposta che Slingerland
lascia intravedere è che quei bisogni non spariscono. Tendono piuttosto a
riemergere altrove: droghe ricreative, social media trasformati in macchine di
stimolazione dopaminergica continua, forme di immersione compulsiva. Esperienze
di alterazione spesso meno rituali, meno collettive e non necessariamente più
sicure dell’ubriachezza tradizionale.
Dioniso non è mai scomparso. Si è solo spostato sugli schermi, nelle cuffie,
nelle capsule che promettono euforia senza postumi. Resta da capire se
un’alterazione vissuta in solitudine possa davvero sostituire l’esigenza sociale
che portava le persone a ubriacarsi intorno a un fuoco.
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“U n sibilo fortissimo, simile a una pentola a pressione gigante”. L’incidente
di Seveso si annuncia così nel racconto di un residente, Alberto Colombo, che
quel 10 luglio del 1976 ha 15 anni. Intervistato in un episodio del giugno 2021
di Ossi di Seppia, ha ricostruito quanto accaduto quella calda mattina a Seveso,
Meda, Cesano Maderno e Desio. Sono le 12 e 37, è sabato. Visto che non siamo in
un giorno feriale, è impossibile valutare precisamente quanto questo particolare
abbia attenuato gli effetti di quella che oggi è nota come la Chernobyl
d’Italia. L’ICMESA è una fabbrica di Meda, un comune in provincia di Monza e
Brianza (all’epoca provincia di Milano). Le residenti e i residenti del
territorio la chiamano “la fabbrica dei profumi”, a causa delle emissioni
odorigene della sua produzione. All’ICMESA, infatti, si fa il triclorofenolo,
una sostanza utilizzata come base per la produzione di diserbanti e cosmetici.
Quella mattina la temperatura interna del reattore A101 nel reparto B dello
stabilimento sale improvvisamente e raggiunge i 250°C. La causa è un’avaria nel
sistema di controllo che innesca una reazione esotermica incontrollata (un
cosiddetto runaway) proprio durante la fase di idrolisi alcalina del
tetraclorobenzene, il processo necessario per ottenere il triclorofenato di
sodio. Il calore genera una sovrapressione anomala: quando la spinta interna
raggiunge le 4 atmosfere, il disco di rottura della valvola di sicurezza cede di
schianto.
> Dopo due o tre giorni gli animali nelle zone attorno alla fabbrica cominciano
> a morire. Il sindaco di Seveso si trova costretto a chiedere alla popolazione
> di non mangiare i prodotti dell’orto.
Si libera una nube bassa e giallastra, profuma vagamente di cloro o di sapone.
Contiene 3.000 chili di sostanze tossiche: soda caustica, glicol etilenico ma,
soprattutto, una quantità mai esattamente determinata, stimata tra pochi
ettogrammi e circa 30 kg, di diossina TCDD. La TCDD
(2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina) è un composto organico policiclico
aromatico e alogenato. La sua struttura molecolare è formata da due anelli
benzenici uniti tra loro da un anello centrale con due atomi di ossigeno (un
nucleo dibenzo-p-diossina), in cui quattro atomi di idrogeno sono stati
sostituiti da altrettanti atomi di cloro. È un sottoprodotto involontario delle
produzioni chimiche, molto tossico, uno dei più stabili e persistenti mai
prodotti dall’uomo.
Spinta da un vento di 5 metri al secondo, la nube non ricade entro il perimetro
dell’ICMESA, ma viene trascinato verso sud-est, disegnando una scia di
contaminazione che avvolge centri abitati e campagne distendendosi su 1.810
ettari di territorio. Chi è per strada avverte fastidio alla pelle; gli occhi
bruciano. La fabbrica però tace. Le autorità restano ferme, aspettano di capire
cosa sia successo, si fidano delle rassicurazioni. Nel frattempo le foglie degli
alberi avvizziscono. Dopo due o tre giorni cominciano a morire gli animali:
uccelli, conigli, polli. All’improvviso si accasciano e muoiono. Intorno alla
fabbrica la mortalità degli animali domestici o di allevamento è del 100%. Il
sindaco di Seveso, su indicazione dell’ufficiale sanitario locale, dice alla
popolazione di non mangiare i prodotti dell’orto. Non possiamo sapere quando i
dirigenti della Givaudan, la società svizzera controllata del gruppo
proprietario dell’ICMESA, abbiano capito che si trattava di diossina. Sappiamo
che hanno aspettato circa una settimana per comunicarlo pubblicamente.
> Ad agosto, le autorità decidono di avallare l’aborto terapeutico per le donne
> della zona contaminata. Una decisione presa nell’incertezza più totale, che
> scatena uno scontro pubblico e che contribuirà ad accelerare l’iter che
> porterà, nel 1978, all’approvazione della legge 194.
In brevissimo tempo si diffonde il panico e si susseguono gli interventi da
parte delle istituzioni. Il territorio viene frammentato in tre zone a
contaminazione decrescente: A, B e R. La Zona A, l’epicentro del disastro, viene
completamente svuotata: tra il 26 luglio e il 2 agosto 736 residenti vengono
evacuati forzatamente, costretti ad abbandonare le proprie case poi destinate
alla demolizione. Nelle zone B e R scattano forti restrizioni come il divieto di
toccare la terra, mangiare ortaggi o allevare animali.
Le autorità consigliano di evitare gravidanze per il timore di malformazioni.
Non si sa quali potrebbero essere gli effetti sui feti, la letteratura
scientifica sulla diossina è ancora troppo scarsa per dirlo con certezza, ma il
panico spinge le donne del territorio a considerare l’aborto, che in Italia è
ancora illegale. L’unico precedente giuridico è una sentenza della Corte
costituzionale del 1975, che ha depenalizzato l’aborto terapeutico solo per
tutelare la salute della madre, non per il rischio di malformazioni del feto. Ad
agosto, però, il ministro della Sanità Luciano Dal Falco e quello della
Giustizia Francesco Paolo Bonifacio, con il consenso del presidente del
Consiglio Giulio Andreotti, danno pubblicamente il proprio benestare per
l’aborto terapeutico per le donne della zona contaminata. L’interpretazione che
lo rende possibile è un’estensione della nozione di “terapeutico” per la quale I
medici valutano che il gravissimo stress psichico e l’angoscia delle donne
esposte alla diossina minacciano direttamente la loro salute mentale. È una
decisione presa nell’incertezza più totale e scatena un durissimo scontro
pubblico: c’è chi, come il giornalista Nicola de Feo su La Stampa, arriva a
proporre di rendere l’aborto obbligatorio per le donne esposte, e chi, dal
fronte cattolico, si mobilita contro quella che vede come una
strumentalizzazione del disastro. Sulla questione interviene anche papa Paolo
VI, che condanna la scelta in qualsiasi circostanza. È proprio quel confronto
acceso a far accelerare l’iter che porterà, nel 1978, all’approvazione della
legge 194.
> Seveso ha cambiato il modo in cui gestiamo i disastri ambientali, la nostra
> concezione di sicurezza, informazione e prevenzione. Ha lasciato una nuova
> consapevolezza delle interazioni tra esseri umani e il loro ambiente.
L’incidente e tutte le sue implicazioni hanno una rilevanza mediatica enorme:
Seveso diventa il simbolo mondiale di un progresso irresponsabile che ha messo
in pericolo la vita di decine di migliaia di persone. La TCDD è infatti
considerata uno dei veleni più potenti mai sintetizzati: nelle cavie sottoposte
a esperimenti come ratti e conigli anche solo quantità infinitesimali sono
risultate letali. Lo stesso non vale per gli esseri umani, anche se nel 1976
questo non si sapeva.
L’eredità dell’incidente è ampia e la ritroviamo in diversi ambiti. Seveso ha
cambiato il modo in cui gestiamo i disastri ambientali, la nostra concezione di
sicurezza, informazione e prevenzione. Ha lasciato una nuova consapevolezza
delle interazioni tra esseri umani e il loro ambiente. Da Seveso derivano tre
direttive europee, che ne portano il nome, su rischi e disastri ambientali.
Prima del 1976 in Italia e in gran parte d’Europa non esisteva un sistema che
obbligasse le aziende chimiche a valutare preventivamente il rischio dei propri
impianti: l’ICMESA produceva triclorofenolo senza che nessuna autorità avesse
mai imposto un piano di emergenza, né informato la popolazione su cosa si
lavorasse a pochi metri dalle loro case.
La prima direttiva Seveso, approvata nel 1982, introduce l’obbligo per le
aziende che superano determinate soglie di sostanze pericolose di redigere
un’analisi di rischio e un piano di emergenza e impone alle autorità locali di
informare preventivamente i cittadini residenti vicino agli impianti a rischio.
Le due direttive successive, Seveso II nel 1996 e Seveso III nel 2012, allargano
e affinano questo impianto, aggiungendo l’obbligo di ispezioni periodiche e
rendendo più stringenti i criteri di classificazione delle sostanze pericolose.
La prospettiva è completamente ribaltata. La fabbrica non deve più limitarsi a
riconoscere le proprie responsabilità una volta avvenuto il disastro ma deve
dimostrare di sapere come comportarsi in caso avvenga. Grazie a quello che è
accaduto a Seveso, oggi in Europa migliaia gli stabilimenti sono classificati “a
rischio di incidente rilevante” secondo questa normativa e ognuno di essi, dalle
raffinerie ai depositi di gas, ha un piano di emergenza.
Non c’è però solo il contributo normativo. L’incidente del 1976 ha lasciato al
territorio un trauma e un parco, il Bosco delle querce, che riposa sulla Zona A.
E ha segnato un punto di svolta per la tossicologia, rendendo quelle città della
Brianza un laboratorio globale e un pilastro della moderna medicina di comunità.
Nel luglio del 1976 Paolo Mocarelli è un giovane primario del servizio di
Medicina di laboratorio dell’Ospedale di Desio (diverrà poi professore ordinario
di biochimica clinica dell’Università di Milano-Bicocca). È lui a coordinare le
operazioni di monitoraggio biochimico, con esami della popolazione che
cominciano il 26 luglio in un’aula requisita di una scuola a via De Gasperi.
Quel primo giorno effettuano 250 prelievi di sangue, in quelli successivi
diverse migliaia. Nel 1976 non esistono spettrometri di massa abbastanza
sensibili da misurare quantità così piccole di diossina nel sangue. Nessun
laboratorio al mondo può farlo. “Mi sono detto ‘Prima o poi si potrà’”, mi
racconta, “e ho deciso di conservare i campioni”. La mobilitazione è febbrile:
“Il personale dei vari reparti ha collaborato al lavoro di campionamento.
C’erano migliaia di provette da archiviare ed etichettare. Lavorammo giorno e
notte, tutti insieme”.
In Italia Seveso è uno spartiacque anche per l’informatizzazione della medicina.
Per gestire la mole immensa di dati (un milione di esami e 30.000 campioni da
etichettare) Mocarelli aveva bisogno di un sistema per rintracciare ogni singola
provetta. “A Desio era in corso un progetto regionale per il nuovo prontuario
ospedaliero di farmaci. C’era un calcolatore da ricerca. Le attività si erano
appena concluse”. In quel luglio 1976 il primario recupera un minicomputer
PDP-11/45 Digital e utilizza il personale di quel progetto per gestire gli esami
di laboratorio. Questo è il primo passo del percorso che trasformerà quello di
Desio nel primo ospedale totalmente informatizzato d’Italia. “Il laboratorio di
Desio è stato poi collegato direttamente ai reparti e ai primi 50 medici di
famiglia. Siamo stati i primi a mandare i risultati degli esami al cellulare dei
pazienti”, rivendica Mocarelli. Il successo del modello informativo di Desio
influenzò la stesura della riforma sanitaria del 1978. Nello specifico, il capo
III, articolo 27 della legge 833 (relativo agli “Strumenti informativi”) impose
per la prima volta la creazione di sistemi informativi sanitari computerizzati,
recependo l’avanguardia tecnologica sperimentata durante il disastro.
> Seveso non ha segnato solo un punto di svolta normativa, è stato uno
> spartiacque anche per lo studio della tossicologia e l’informatizzazione della
> medicina.
“Il monitoraggio è durato anni, facendo prelievi periodici e raccolta delle
urine. Monitoravamo i bambini ogni sei mesi, le donne gravide ogni tre”,
racconta. In tutto viene effettuato circa un milione di esami. I 30.000 campioni
di sangue prelevato a cittadine e cittadini, bambine e bambini di Seveso vengono
congelati a ‒20°C, aspettando un futuro in cui la tecnologia sarebbe stata in
grado di leggerli. Il tempo passa. “Ad agosto avemmo la prima sorpresa positiva,
che ci tranquillizzò. Ci rendemmo conto che l’epatotossicità riscontrata nei
ratti non c’era nelle persone, nemmeno nei bambini segnati dalle ustioni legate
alla pioggia di soda caustica che si liberò dalla nuvola”. A settembre la pelle
di bambine e bambini si copre di bolle: è la cloracne, una patologia
dermatologica caratterizzata da un’eruzione cutanea molto visibile associata
proprio all’esposizione alla diossina. “Ci preoccupammo perché era comparsa
anche se gli esami del sangue, del fegato, del midollo osseo e delle urine erano
normali. Col tempo, guarì da sola. I nostri dati mostravano che la diossina non
era epatotossica per gli umani”.
Nel 1976 la guerra del Vietnam è finita da un anno. Il 2 luglio, una settimana
prima che l’ICMESA vomitasse la sua nube tossica su Meda, Desio, Seveso e Cesano
Maderno, il Paese viene riunificato nella Repubblica socialista del Vietnam.
Negli Stati Uniti, però, chi è tornato da quel conflitto sta facendo i conti con
le conseguenze dell’utilizzo del devastante Agente arancio, sparso sulle foreste
in cui la popolazione si riparava dall’esercito statunitense e da cui sferrava
gli attacchi coordinati che gli avevano garantito la vittoria. In Vietnam il
defoliante ha ucciso o reso disabili 400.000 persone e creato problemi di salute
a due milioni. Secondo la Croce Rossa vietnamita, l’Agente arancio ha comportato
la nascita di 500.000 bambini con malformazioni.
È un dato che da decenni alimenta uno dei dibattiti scientifici più aspri legati
alla diossina, e che merita di essere trattato con cautela. Le revisioni
periodiche del National Academies of Sciences statunitense, il riferimento più
autorevole sul tema, riconoscono un nesso solo con due specifiche malformazioni:
la spina bifida e l’anencefalia, un difetto nella formazione del cranio e del
cervello. Per tutte le altre malformazioni denunciate in Vietnam, il comitato
scientifico ha più volte concluso che le prove non sono sufficienti a stabilire
un rapporto di causa-effetto, anche perché gran parte degli studi vietnamiti
citati a sostegno di un nesso più ampio non sono mai stati sottoposti a
revisione paritaria.
> Gli studi epidemiologici condotti negli anni successivi al disastro di Seveso
> non hanno rilevato alcun aumento delle malformazioni neonatali rispetto alla
> popolazione di controllo, nemmeno nella zona a contaminazione più alta.
Non mancano però voci di segno opposto: una metanalisi che ha messo insieme 22
studi, comprese fonti vietnamite inedite, ha calcolato che le madri esposte
all’Agente arancio avevano il doppio delle probabilità di avere figli con
malformazioni rispetto a quelle non esposte, un risultato che ha però scatenato
critiche feroci da parte di altri tossicologi, secondo cui lo studio si
appoggiava su pubblicazioni datate e mai verificate da pari. È un nodo che la
scienza non è ancora riuscita a sciogliere del tutto, complicato dalla
difficoltà di misurare con precisione l’esposizione individuale a distanza di
decenni. Su Seveso, invece, il quadro è più chiaro: gli studi epidemiologici
condotti negli anni successivi al disastro, basati su un registro ad hoc delle
nascite nell’area contaminata, non hanno rilevato alcun aumento delle
malformazioni neonatali rispetto alla popolazione di controllo, nemmeno nella
zona a contaminazione più alta.
Nel 1987, ad Atlanta, c’è la svolta che unisce quanto accaduto a Seveso e gli
effetti dell’utilizzo dell’Agente arancio in Vietnam. Per rispondere alle
pressioni dei veterani, il Center for disease control (CDC) affina la tecnologia
della spettrometria di massa ad alta risoluzione. Adesso è possibile misurare
tracce infinitesimali di TCDD in pochi millimetri di siero. “Quando l’Istituto
superiore di sanità lesse lo studio del CDC ci chiese se avevamo conservato i
campioni. Li avevamo: è nato un progetto scientifico che ha cambiato
radicalmente lo scenario in tutto il mondo”, racconta Mocarelli. I primi dati
sono sconcertanti: nel sangue della popolazione di Seveso c’è la concentrazione
di diossina più alta mai registrata in un essere umano.
“A Seveso, ribadisce Mocarelli, di diossina non è morto nessuno. Questo non vuol
dire che non ci siano state conseguenze”. Il veleno, come racconta il medico, ha
agito come un potente interferente endocrino, alterando molti meccanismi
ormonali nelle persone che erano state esposte. Mocarelli e il suo team le
controllano per decenni e questo li rende in grado di scoprire effetti profondi
sulla salute riproduttiva. Alcuni degli adulti che, al momento del disastro,
erano bambini (0-9 anni), hanno sviluppato una significativa riduzione della
quantità e della motilità spermatica. “I figli delle donne esposte, continua,
anche se concepiti anni dopo, mostravano la stessa riduzione della qualità
spermatica”. Quelli che il 10 luglio del 1976 erano adolescenti (10-18 anni),
invece, hanno mostrato un aumento degli spermatozoi e della loro motilità. Non
hanno invece avuto effetti le persone esposte quando il sistema riproduttivo era
già formato. La scoperta più sbalorditiva, pubblicata poi su The Lancet, è la
dimostrazione che l’esposizione del padre a un inquinante può influenzare il
sesso dei figli. “I padri con alte concentrazioni di TCDD nel sangue hanno
generato significativamente più figlie femmine rispetto al numero di figli
maschi”. Con Seveso e con Mocarelli si ha una delle prime prove scientifiche del
fatto che l’ambiente può determinare il destino biologico delle generazioni.
> Negli anni Ottanta, Paolo Mocarelli e il suo team scoprirono che nel sangue
> della popolazione di Seveso c’era la concentrazione di diossina più alta mai
> registrata in un essere umano, e che l’esposizione a essa aveva serie
> ripercussioni sulla salute riproduttiva.
La diossina ha avuto anche altri effetti a lungo termine: “Gli studi del
professor Pier Alberto Bertazzi hanno dimostrato un incremento di decessi per
tumori del tessuto linfoemopoietico, come leucemie e linfomi, e un aumento del
rischio di cancro al seno nelle donne”. Nell’area c’è stato anche un eccesso di
malattie cardiovascolari e respiratorie croniche registrato soprattutto nella
Zona A. Senza quell’esposizione, è probabile che alcune di quelle persone non si
sarebbero mai ammalate.
Il monitoraggio costante e l’analisi dei dati hanno trasformato quel disastro in
uno strumento per la tutela della salute pubblica e della fiducia tra scienza e
cittadini unico al mondo. Le 30.000 provette congelate per anni hanno dato un
contributo inestimabile all’avanzata del sapere scientifico mondiale. Il dottor
Mocarelli ci tiene a sottolinearlo: “Personalmente rivolgo ancora i miei
ringraziamenti all’ospedale di Desio, ai miei collaboratori che si sono
impegnati e soprattutto alla popolazione che si è sottoposta ai controlli. Tutti
dovremmo ringraziarli. Se non avessero continuato con le analisi, in tutti
quegli anni, non avremmo saputo tante cose sugli effetti della diossina. Tutti
insieme abbiamo scritto una tappa importante della medicina di comunità in
Italia”.
L'articolo Seveso, l’apocalisse in due tempi proviene da Il Tascabile.
U na mano coperta con un guanto di lattice si infila in una gabbia dalle pareti
trasparenti. Ad aspettarla c’è un ratto: è in piedi sulle zampe posteriori e il
muso è rivolto verso l’alto. Non fa quasi in tempo a rendersene conto e si
ritrova pancia all’aria con delle dita umane che gliela sfiorano velocemente.
Quando lo stimolo cessa, il roditore non appare spaventato e cerca con i suoi
piccoli occhi quella strana appendice in movimento. Durante la stimolazione
tattile ha emesso dei suoni alla frequenza di 50 kHz, vocalizzazioni che il
nostro orecchio non è in grado di percepire.
Il neuroscienziato Jaak Panksepp e il suo gruppo di ricerca, però, sono riusciti
a catturare questa risposta e quella di altri conspecifici con un’apposita
strumentazione e puntano a dimostrare che quegli ultrasuoni prodotti per il
solletico, così come durante interazioni positive tra coppie di ratti, sono
indicatori di esperienze piacevoli. È il 2007 quando Panksepp conferma il legame
tra i suoni ad alta frequenza emessi dai roditori e il riso umano, offrendo così
nuove direzioni di sviluppo alla ricerca etologica e neuroscientifica negli
animali. La psicologia e la psichiatria si erano da sempre concentrate sulle
emozioni negative ed erano queste ultime che scienziate e scienziati studiavano
sugli animali da laboratorio, in particolar modo su topi e ratti. Quella risata
ad altissima frequenza è destinata a lasciare un segno: suscita nuove domande
sull’evoluzione delle emozioni, sugli effetti di esperienze positive e su come
esse influenzino la vita degli animali umani e non umani.
Ci sono roditori costretti a vivere in gabbie asettiche e senza stimoli nei
laboratori di ricerca, bovini condannati a esistenze confinate negli
allevamenti, monotone e senza alternative, specie selvatiche destinate a una
quotidianità di spazi e scelte limitate negli zoo, cani spesso rassegnati a un
“fine pena mai” nei canili o privati delle occasioni per esprimere le
motivazioni proprie della loro specie e razza, parcheggiati sui divani di
eleganti dimore cittadine. Cercare di evitare loro dolore e sofferenza è stato
il primo passo nello sviluppo di quel campo di ricerca chiamato benessere
animale. Dopo aver attraversato decenni di cambiamenti sociali, scelte
politiche, progresso scientifico e riflessioni etiche, oggi in questo settore si
lavora affinché gli animali che sono sotto il nostro controllo possano accedere
a esperienze positive e compiere, sia pure in un modo incompleto e vincolato, la
propria ricerca della felicità.
Animali macchina
“Cibo a buon mercato? Sì! Ma è cibo buono? Vitelli ‘broiler’ – in prigione a
vita!”.
La frase appariva a caratteri cubitali in un opuscolo del 1961. Un gruppo di
attivisti per i diritti degli animali lo lasciò scivolare sotto la porta di una
studentessa di arti drammatiche che, negli anni della guerra, aveva prestato
servizio come infermiera. Il suo nome era Ruth Harrison. Le immagini stampate
sui fogli in bianco e nero, foto di vitelli, galline ovaiole e broiler (i polli
da carne) in condizioni di degrado la turbarono: era già vegetariana, ma non
aveva mai riflettuto sulla possibilità di impegnarsi in prima persona per
garantire un’esistenza migliore a quegli animali che continuavano a rimanere
negli allevamenti intensivi del Regno Unito. Sentì di avere una responsabilità e
decise di capire se ciò che veniva mostrato dalla campagna di sensibilizzazione
della Crusade against all cruelty to animals fosse vero. Il risultato delle sue
indagini fu il celebre libro Animal Machines, pubblicato nel 1964 e accompagnato
dalla prefazione di Rachel Carson che, solo due anni prima, aveva dato alle
stampe Primavera silenziosa, un saggio di denuncia sui rischi dell’uso
indiscriminato di pesticidi in agricoltura.
> Proprio come Primavera silenziosa di Rachel Carson esercitò un impatto sulle
> politiche ambientali degli Stati Uniti, così Animal Machines di Ruth Harrison
> scosse l’opinione pubblica e il governo britannico, mostrando le sofferenze a
> cui venivano sottoposti gli animali per aumentare la produttività.
Harrison mostrò al grande pubblico le pratiche a cui venivano sottoposti gli
animali per aumentare la produttività: gli spazi ristretti in cui vivevano,
l’amputazione della coda dei piccoli suini per evitarne la morsicatura, o ancora
il taglio dell’estremità del becco praticato nei pulcini per prevenire ferimenti
ed episodi di cannibalismo in aree ad alta densità di esemplari. Proprio come
Primavera silenziosa esercitò un impatto sulle politiche ambientali degli Stati
Uniti, così Animal Machines scosse l’opinione pubblica e il governo britannico.
Davanti al lavoro investigativo dell’autrice e alla reazione di lettrici e
lettori, quest’ultimo ordinò un’indagine che venne affidata a un comitato di
esperti, in cui fu inclusa Harrison, presieduto dallo zoologo Francis William
Rogers Brambell. Le indagini del Comitato Brambell confermarono ciò che veniva
descritto nel libro e, nel 1965, confluirono nel Rapporto Brambell, un documento
che delineava quelli che avrebbero dovuto essere i principi biologici ed etici
dell’allevamento e che riconobbe l’importanza dello studio del comportamento
degli animali nella valutazione del loro benessere.
Il Comitato scrisse:
> Qualsiasi tentativo di valutare il benessere deve, pertanto, tenere conto
> delle prove scientifiche disponibili riguardanti le sensazioni degli animali
> che possono essere dedotte dalla loro struttura e dalle loro funzioni, nonché
> dal loro comportamento. […] Riconosciamo che le informazioni scientifiche
> disponibili riguardanti il comportamento degli animali domestici sono
> inadeguate sotto molti aspetti per i nostri scopi e che è necessario molto
> altro lavoro in questo campo prima di poter essere soddisfatti del loro
> benessere.
Lo svelamento delle condizioni in cui versavano gli animali nei primi
allevamenti intensivi aveva acceso la scintilla per lo sviluppo di una nuova
disciplina: l’Animal Welfare Science, la scienza del benessere animale.
Definire il benessere animale
Sebbene nel Rapporto Brambell non ci fosse una definizione specifica di
benessere animale, nel corso del tempo ci sono stati numerosi tentativi di
strutturare questa materia. L’obiettivo era duplice: costruire modelli di
comprensione, valutazione e intervento per i professionisti in campo e fornire
una descrizione che potesse essere facilmente colta da quel pubblico a cui
Animal Machines aveva aperto gli occhi.
Una delle prime definizioni di benessere animale è quella di Donald M. Broom,
professore emerito di Animal Welfare dell’Università di Cambridge, che tra gli
anni Ottanta e Novanta del Novecento lo descrive come la condizione di un
animale in relazione alla sua capacità di far fronte (coping) al proprio
ambiente. È una definizione che si basa soprattutto sulla salute fisica di un
animale: una gallina reagisce a un disturbo temporaneo, che può essere ad
esempio il freddo, attivando risposte che le permettono di tornare rapidamente
alla condizione iniziale, come trovare il modo di riscaldarsi.
> Solo recentemente alcune scienziate e scienziati hanno proposto di porre al
> centro del discorso sul benessere animale gli stati affettivi, spostando
> l’attenzione verso la promozione di esperienze emotive positive.
Quello della salute fisica è stato storicamente il filo conduttore principale
del benessere animale e, in un primo momento, la comunità scientifica si è
concentrata sulla modifica o eliminazione di condizioni lesive dello stato
fisico degli animali. Nel corso degli anni nel benessere animale è stato poi
integrato anche il concetto di comportamento naturale, ossia il comportamento
tipico delle specie, osservato negli animali quando vivono negli ambienti in cui
si sono evoluti i loro antenati oppure in spazi, realizzati dall’essere umano,
che offrono una libertà di movimento simile.
Come riporta la biologa ed etologa Marian Stamp Dawkins nel suo saggio The
Science of Animal Welfare. Understanding What Animals Want (2021), il
comportamento naturale è importante poiché suggerisce elementi che gli animali
potrebbero desiderare, non sempre facilmente intuibili attraverso la nostra
percezione del mondo, però non definisce di per sé cosa sia il benessere. Per
collegarlo solidamente a quest’ultimo, il comportamento naturale deve essere
affiancato ad altre informazioni. “Naturale” non è in automatico sinonimo di
“migliore”: essere inseguiti e catturati da un predatore è naturale per molti
animali selvatici, ma non contribuisce positivamente al loro benessere dal
momento che cercano attivamente di evitarlo. Solo recentemente alcune scienziate
e scienziati hanno proposto di porre al centro del discorso sul benessere
animale gli stati affettivi, spostando l’attenzione verso la promozione di
esperienze emotive positive.
Si tratta, dunque, di un panorama scientifico e culturale in trasformazione, in
cui le diverse visioni si avvicendano e producono nuovi modelli scientifici per
la valutazione del benessere animale. I quadri di riferimento, inizialmente
progettati per stabilire degli standard che riducessero in particolar modo la
sofferenza, sono stati gradualmente rivisti sino a raggiungere l’attuale
prospettiva di promozione di stati positivi. Tra i modelli più utilizzati e
citati ci sono quello delle Cinque libertà e quello dei Cinque domini.
Già nel suo rapporto, il Comitato Brambell aveva introdotto una prima
formulazione del modello delle Cinque libertà, poi ampliato nel 1979 dal Farm
Animal Welfare Council, secondo cui gli animali devono essere liberi dalla fame
e dalla sete, grazie all’accesso ad acqua fresca e a un’alimentazione adeguata;
liberi dal disagio, attraverso un ambiente idoneo che offra riparo e luoghi per
il riposo; liberi dal dolore, dalle ferite e dalle malattie, tramite
prevenzione, diagnosi tempestiva e cure appropriate; liberi di esprimere i
comportamenti naturali, disponendo di spazio sufficiente, strutture adeguate e
della compagnia dei propri simili, se gradita; liberi dalla paura e
dall’angoscia, evitando qualsiasi forma di sofferenza. Si parla, quindi, di
rifuggire condizioni negative, principalmente legate alla salute fisica.
> Il modello di Mellor valuta il benessere animale attraverso quattro domini
> funzionali: nutrizione, ambiente, salute fisica e comportamento. Questi
> contribuiscono a definire lo stato mentale dell’animale, ossia il quinto
> dominio, che include sensazioni quali dolore, paura, appagamento o piacere.
La salute psicologica e le emozioni positive sono state prese maggiormente in
considerazione dal fisiologo David Mellor che, nel 1994, ha formulato il modello
dei Cinque domini, aggiornato in numerose nuove versioni dal 2001 a oggi, per
integrare al suo interno le più recenti scoperte scientifiche. Il modello di
Mellor valuta il benessere animale attraverso quattro domini funzionali
(nutrizione, ambiente, salute fisica e comportamento), i quali contribuiscono a
definire lo stato mentale dell’animale, che rappresenta il quinto dominio e
include sensazioni quali dolore, paura, appagamento o piacere. Questo sistema di
valutazione riconosce negli animali la capacità di provare emozioni e vivere
stati psicologici che incidono sul loro benessere complessivo, attribuendo
quindi allo stato mentale un ruolo centrale. Il modello dei Cinque domini
aggiunge, inoltre, un ulteriore tassello: suggerisce la necessità di ridurre al
minimo le esperienze negative e, allo stesso tempo, di fornire agli animali
opportunità di accedere a esperienze positive. Diventa, perciò, essenziale
capire se e in quali situazioni ciò accade, conoscere i diversi repertori e i
comportamenti tipici di ciascuna specie e saperli osservare, misurare e
descrivere. È proprio questo l’ambito della disciplina del Positive animal
welfare (PAW), il benessere animale positivo.
Il PAW e lo studio delle emozioni animali
“Ritengo che vi siano due modi principali per definire il Positive animal
welfare (PAW): come stato di un animale o come campo di ricerca. La definizione
incentrata sullo stato seguirebbe quella fornita da Rault et al. nel 2025: un
prosperare attraverso l’esperienza di stati mentali prevalentemente positivi e
lo sviluppo di competenza e resilienza”, spiega a Il Tascabile Laura Webb,
etologa della Wageningen University e vicepresidente del progetto COST Action
Lifting farm animal lives: “Il PAW può anche essere visto come un sottocampo
della scienza del benessere animale che si focalizza sulla comprensione, la
valutazione e la promozione di stati affettivi positivi e di una vita buona (o
prospera) negli animali”. Webb e il suo gruppo di ricerca traggono ispirazione
dalla psicologia umana per identificare indicatori non verbali di emozioni
positive e felicità applicabili alle altre specie. Definire cosa siano le
emozioni e quando sia corretto attribuirle agli animali non umani non è
semplice, anche per un radicato timore di un eccessivo antropomorfismo da parte
della comunità scientifica. La ricerca, sebbene stia progredendo, è ancora in
una fase pioneristica.
> Al contrario di noi, gli animali non umani non possono esprimere ciò che
> sentono a parole, quindi il lavoro di scienziate e scienziati si sta
> concentrando sull’analisi di indicatori la cui misurazione possa confermare i
> loro stati affettivi.
Nel 1946 lo psicologo Donald Olding Hebb descrisse le emozioni come “determinati
stati neurofisiologici, inferiti dal comportamento, dei quali si sa poco se non
che, per definizione, essi predispongono a determinati tipi specifici di
azione”. L’etologo Marc Bekoff affermò nel 2000 che fossero fenomeni psicologici
che aiutano nella gestione e controllo del comportamento, mentre per il
primatologo Frans de Waal l’emozione è uno stato temporaneo indotto da stimoli
esterni biologicamente rilevanti, caratterizzato da specifici cambiamenti nel
corpo e nella mente dell’organismo. Gli studiosi di comportamento animale
Elizabeth Paul e Michael Mendl, in una pubblicazione del 2018, cercano di
raccogliere le caratteristiche comuni emerse storicamente e affermano che
un’emozione è una risposta costituita da più componenti a uno stimolo o a un
evento che è tipicamente di importanza per l’individuo, è sempre dotata di una
valenza, piacevole o spiacevole, e può variare in termini di
attivazione/eccitazione (arousal) e di durata/persistenza. Ad esempio, giocare
può stimolare gioia, un’emozione dalla valenza positiva, dall’attivazione
potenzialmente elevata e dalla durata breve. Al contrario di noi, gli animali
non umani non possono esprimere ciò che sentono a parole, quindi il lavoro di
scienziate e scienziati si sta concentrando sull’analisi di indicatori la cui
misurazione possa confermare i loro stati affettivi. Gli indicatori possono
essere diversi per specie e riguardano valori legati alla fisiologia,
osservazioni comportamentali e risposte cognitive.
Il ratto di Panksepp emetteva il caratteristico segnale acustico a 50 kHz quando
solleticato da una mano umana e durante interazioni positive tra coppie di
individui. Dunque la vocalizzazione sembrava un valido indizio, fino a quando
alcuni studi hanno mostrato che era presente pure nei roditori sottoposti a
eutanasia con anidride carbonica, una situazione che è stato dimostrato essi si
impegnano a evitare. L’esame di un unico indicatore non basta a etichettare una
condizione come positiva o negativa. “Esistono molti indicatori promettenti
nell’ambito del comportamento, tra cui le vocalizzazioni, le posture delle
orecchie e della coda e il comportamento di gioco”, chiarisce Webb: “Stiamo
inoltre indagando indicatori cognitivi e fisiologici dello stato affettivo
cumulativo”.
> Gli stati affettivi positivi negli animali nascono da esperienze gratificanti,
> come poter scegliere, perseguire degli obiettivi e ottenere i risultati
> voluti. Non basta evitare condizioni negative: gli animali devono poter
> desiderare qualcosa e trarne piacere.
Non è, infatti, il singolo evento a dare forma a quella “vita degna di essere
vissuta” citata in numerosi modelli di benessere animale: sperimentare
quotidianamente esperienze che facciano scaturire emozioni positive può
significare influenzare stati affettivi più duraturi come l’umore e disposizioni
più persistenti e prolungate. È quando il bilancio propende a favore degli stati
positivi in una finestra temporale sufficientemente ampia che, secondo alcune
teorie, si raggiunge quella che noi chiamiamo felicità.
Gli stati affettivi positivi negli animali nascono da esperienze gratificanti,
come poter scegliere, perseguire degli obiettivi e ottenere i risultati voluti.
Non è sufficiente evitare condizioni negative: è fondamentale che gli animali
abbiano la possibilità di desiderare qualcosa e di trarne piacere. Come
sottolinea Marian Stamp Dawkins, il benessere animale non dipende solo dalla
salute, ma anche dalla capacità di offrire agli animali ciò che vogliono. Le
preferenze variano da individuo a individuo e sono influenzate da diversi
fattori, tra cui la specie di appartenenza, la personalità, la genetica, lo
sviluppo e le esperienze vissute. Per questo, il benessere positivo si valuta
attraverso un’osservazione diretta e prolungata, che tenga conto dell’intero
arco della vita e delle caratteristiche specifiche di ciascun animale.
Osservare da vicino gli animali per capire cosa desiderano può portare a
risultati sorprendenti. Lo racconta Laura Webb, che durante il suo dottorato ha
studiato diversi regimi alimentari per migliorare il benessere dei vitelli. In
alcuni esperimenti, ai vitelli veniva offerta la possibilità di scegliere
liberamente tra vari alimenti, come fieno a fibra lunga o paglia, disposti in
rastrelliere. I bovini infilavano la testa nel fieno, lo annusavano e lo
lanciavano in aria, in un comportamento che ricordava il gioco. In un altro
studio, invece, i vitelli estraevano la paglia dalle rastrelliere e la usavano
per crearsi una lettiera sul pavimento fessurato.
> Il benessere animale non dipende solo dalla salute, ma anche dalla capacità di
> offrire agli animali ciò che vogliono.
“Credo sia necessario ricordare che un elemento specifico nella vita di un
animale può avere molteplici utilizzi e può rivelarsi, in definitiva, più
piacevole di quanto ci si potesse inizialmente aspettare”, sottolinea l’etologa:
“Lo stesso vale, ad esempio, quando si pensa all’inserimento di alberi: gli
alberi sono molto più di una semplice struttura che offre ombra per alleviare lo
stress da calore, poiché le vacche nei sistemi silvopastorali ne mangiano i
frutti, tirano i rami e si strofinano contro il tronco. Pertanto, gli alberi
promuovono la diversità comportamentale oltre a fornire ombra, aumentando
l’autonomia e la propensione a sperimentare stati emotivi più positivi”.
Positive animal welfare, una rivoluzione?
Il Positive animal welfare ha assunto una connotazione più precisa nel 2007 con
la pubblicazione della review “Assessment of positive emotions in animals to
improve their welfare” nella rivista scientifica Physiology & Behavior. Alcune
autrici e autori ne contestano in parte la portata innovativa rispetto ai
precedenti modelli di benessere animale: i Cinque domini avevano già assicurato
un ampio spazio alla salute psicologica degli animali e alle emozioni positive,
e anche altri modelli le avevano inserite nella propria struttura. “Credo che
molti altri quadri teorici sul benessere animale presentino componenti relative
al benessere animale positivo. Le Cinque libertà includono la promozione dei
comportamenti naturali, il che è probabilmente legato al fornire agli animali
maggiore scelta e controllo, e quindi agentività. Il modello dei Cinque domini
menziona specificamente, in aggiunta, gli stati affettivi come rilevanti”,
chiarisce Webb: “Questi quadri teorici possono talvolta fornire modi più pratici
per formalizzare e valutare il benessere animale. A livello teorico, penso che
molti scienziati concordino sul fatto che il benessere animale sia
concettualizzato come due componenti interconnesse, tra cui una componente
affettiva/edonica, ossia l’accumulo e l’equilibrio di stati affettivi positivi e
negativi nel tempo, e una componente cognitiva che coinvolge la costruzione di
abilità/competenze e resilienza”.
> Il Positive Animal Welfare può aiutare a migliorare la vita degli animali,
> evitando loro sofferenze e promuovendo esperienze positive. Eppure questa
> ricerca della felicità può risultare dissonante, considerando che stiamo
> comunque piegando le loro esistenze alle nostre necessità.
Un progetto come Lifting farm animal lives, quindi la realizzazione di un
network scientifico-tecnologico tra centri di ricerca europei in grado di
esercitare un impatto sui decisori politici e sugli organismi normativi,
rappresenta un progresso. È un nuovo capitolo per la scienza del benessere
animale, che coinvolgerà la zootecnia e tutti quei contesti in cui gli animali
sono costretti alla cattività, come zoo, allevamenti, canili, le nostre case ‒
tra cani, gatti, roditori, conigli, uccelli e altre specie esotiche ‒ e
laboratori di ricerca biomedica, proprio quegli stessi luoghi in cui vivevano i
ratti che hanno condotto Jaak Panksepp verso la scoperta del riso murino.
Il Positive animal welfare ci aiuta a capire come migliorare la vita degli
animali, non solo evitando loro sofferenze, ma promuovendo esperienze positive.
Eppure questa ricerca della felicità può essere percepita come dissonante quando
realizziamo che disponiamo comunque delle loro esistenze per piegarle alle
nostre necessità. Come scrive Marian Stamp Dawkins nelle ultime pagine di The
Science of Animal Welfare:
> può essere un contributo prezioso per i dibattiti sul benessere animale (così
> come per la nostra riflessione personale) tentare di separare i disaccordi sui
> fatti che apprendiamo dalla scienza del benessere animale dai disaccordi sui
> valori etici, e separare entrambi dai passi pratici che potrebbero essere
> intrapresi nel mondo reale per attuare il cambiamento.
L'articolo La ricerca della felicità animale proviene da Il Tascabile.
L uglio 1975. Duecentoventinove chilometri sul livello del mare. Due moduli
spaziali, di progettazione e fattura molto diverse, sfrecciano affiancati a
28.000 km/h su un’orbita circolare attorno alla Terra. Il primo è verde, snello
e tondeggiante, pare un pupazzo di neve allungato, con due ali di pannelli
solari rettangolari attaccate alla base. Il secondo è bianco e grigio, grande
quasi il doppio del primo, ha un corpo cilindrico tozzo con una punta conica,
agganciata a sua volta a una strana appendice scura. Uno è decollato dal
cosmodromo di Baikonur, in Kazakistan. L’altro dal Kennedy Space Center, in
Florida. Si sono incontrati grazie a delicate manovre eseguite nell’arco di due
giorni, e ora ballano un cauto valzer di avvicinamento. Piccole nuvolette di gas
combusti, emesse dagli ugelli del modulo Apollo, americano, lo pilotano
manualmente verso il Soyuz, sovietico. A terra, le due superpotenze combattono
ormai da anni la guerra fredda, tra continue minacce e tensioni. Nello spazio, i
moduli si agganciano, i portelloni si aprono, e gli astronauti di nazioni
ufficialmente nemiche si stringono la mano.
Fu questa la sognante e precoce scintilla, denominata “Progetto di test
Apollo-Soyuz” da parte americana e “Soyuz-Apollo” da parte sovietica, che
tracciò la via per la realizzazione della più grande e complessa opera di
ingegneria mai prodotta dall’umanità, attualmente in orbita attorno alla Terra:
la Stazione spaziale internazionale (International Space Station, ISS).
Assemblata nel corso di più di dieci anni, frutto della collaborazione tecnica e
diplomatica di 15 Paesi, raggruppati sotto l’egida di 5 agenzie spaziali (NASA,
Roscosmos, ESA, JAXA, CSA), la ISS è il laboratorio scientifico più avanzato mai
costruito. Come tutti i sogni, anche quello della ISS dovrà finire. Nel 2031 è
previsto il suo pensionamento e una seconda Stazione spaziale internazionale,
più moderna, più efficiente, aperta anche ad altre agenzie spaziali, non ci
sarà.
L’incontro tra due mondi
La prima collaborazione di Paesi diversi (USA e URSS) in ambito spaziale era
avvenuta, come tutte le missioni spaziali, per volontà politica, con l’intento
di distendere le relazioni tra le due nazioni avversarie, almeno per quanto
riguardava lo spazio extra-atmosferico. Prima di quella missione, americani e
sovietici avevano gareggiato nella corsa allo spazio, culminata ufficialmente
con l’allunaggio americano nel luglio 1969.
> Come tutti i sogni, anche quello della ISS dovrà finire. Nel 2031 è previsto
> il suo pensionamento e una seconda Stazione spaziale internazionale, più
> moderna, più efficiente, aperta anche ad altre agenzie spaziali, non ci sarà.
Il cosiddetto rendez-vous tra Apollo e Soyuz era stato pianificato fin dal 1970:
durante le fasi di definizione della missione, ingegneri sovietici e americani
si confrontarono sia sulla filosofia di progettazione sia sui dettagli tecnici,
criticandosi aspramente. I sovietici preferivano l’automazione dei processi, con
un ruolo marginale del cosmonauta, mentre gli americani prediligevano il
controllo manuale di astronauti altamente addestrati. I primi prevedevano
sensori e dispositivi unici il cui fallimento avrebbe portato ad abortire
l’intera missione, mentre i secondi progettavano sistemi ridondanti che, in caso
di guasto di un elemento principale, potevano permettere di proseguire comunque
ricorrendo a un altro componente. Le differenze stavano anche nella scelta degli
appellativi: il cosmonauta è il navigatore dell’abisso e della totalità del
cosmo; l’astronauta invece si ispira alla sua parte più luminosa, l’astro.
Nonostante ciò, la volontà (e il sogno) di riuscire a realizzare qualcosa
insieme ai propri stimati nemici (almeno in ambito spaziale) fu più forte delle
difficoltà tecniche e del senso di estraneità che i due mondi provavano l’uno
per l’altro.
Più di vent’anni dopo si ripeté un copione simile, con ambizioni tecniche e
diplomatiche maggiori, nonostante i budget non fossero più al livello della
corsa allo spazio. La collaborazione non aveva più fini meramente dimostrativi
ma era necessaria per poter raggiungere obiettivi che le singole agenzie
non sarebbero state in grado di conseguire da sole.
> Con una superficie che supera le dimensioni di un campo da calcio, un volume
> pressurizzato di 1000 metri cubi e un peso totale di 450.000 kg, la ISS è
> l’oggetto singolo più costoso mai realizzato nella storia.
Il 20 novembre 1998 decollò da Baikonur un razzo Proton che portò in orbita un
modulo abitabile di fabbricazione russa, chiamato Zarya. Due settimane più
tardi, il 4 dicembre, lo Space Shuttle Endeavour decollava dal Kennedy Space
Center con a bordo il modulo Unity Node 1. Gli astronauti li assemblarono in
orbita dando vita al primo nucleo della Stazione spaziale internazionale. Con
una superficie che supera le dimensioni di un campo da calcio, un volume
pressurizzato di 1000 metri cubi e un peso totale di 450.000 chilogrammi, la ISS
ha permesso la presenza continua dell’essere umano nello spazio, ambiente
inospitale alla vita, per venticinque anni consecutivi, ed è l’oggetto singolo
più costoso mai realizzato nella storia.
A cosa serve (ed è servita) la ISS
Nel libro e riferimento accademico The Politics of Space Security (2008), il
professore americano James Clay Moltz mostra come la ISS provenga dalla delicata
(e non scontata) unione virtuosa di interessi strategici in un ambiente fragile
e difficile come quello spaziale. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, per gli
americani la ISS divenne uno strumento per trasformare la neonata Russia da
potenziale rivale a partner interdipendente, di cui poter influenzare le
politiche spaziali. Al contempo servì a ridurre la diffusione incontrollata di
competenze militari al di fuori del Paese (poiché a livello
tecnologico/ingegneristico un missile balistico assomiglia molto a un vettore
per esseri umani). Da parte russa, la partecipazione al programma significò la
sopravvivenza in ambito spaziale e il riconoscimento come potenza alla pari.
Quando però le agenzie (NASA in primis) parlano al grande pubblico, giustificano
l’esistenza della ISS in maniera forse più ingenua, ponendo in primo piano lo
scopo di ricerca scientifica, che è effettivamente l’attività primaria svolta a
bordo e ciò che può motivare il sostegno “dal basso” per un’opera così costosa.
La ISS infatti è fondamentale per i ricercatori a causa della condizione di
assenza di peso che si ha a bordo (microgravità). In nessun altro luogo sulla
Terra si può rinunciare alla forza di gravità, se non tramite espedienti
temporanei, e questa influenza sempre e comunque tutti gli esperimenti condotti
sulla superficie del pianeta. Grazie allo stato di costante caduta libera
attorno alla Terra, la ISS è l’unico laboratorio in cui si possono eliminare gli
effetti della gravità dalle cosiddette condizioni al contorno. Sfruttando questo
asset condiviso, università ed enti di tutto il mondo sono in grado di
realizzare esperimenti innovativi e dalle grandi potenzialità.
> La ISS è fondamentale per la ricerca scientifica a causa delle condizioni di
> assenza di peso che si hanno a bordo. In nessun altro luogo sulla Terra è
> possibile eliminare (se non temporaneamente) gli effetti della gravità sugli
> esperimenti condotti.
La ricerca riguarda gli ambiti scientifici più vari: dalla chimica fisica della
combustione per l’efficientamento dei motori alla stampa di circuiti in silicio
ad elevata purezza per la miniaturizzazione di componenti informatici, dal
riciclo dell’acqua all’osteoporosi alla stampa 3D di tessuti biologici
all’osservazione del clima terrestre.
A bordo della ISS sono stati condotti ad esempio studi sulla cristallizzazione
di un farmaco immunoterapico antitumorale (pembrolizumab) che hanno permesso di
migliorare il metodo di somministrazione ai pazienti. Grazie alla nuova
formulazione, frutto delle conoscenze acquisite nell’ambiente a microgravità, la
somministrazione è passata da un’infusione per via venosa della durata di due
ore a un’iniezione sottocutanea che richiede un minuto, permettendo di
migliorare la qualità della vita dei pazienti.
Sono stati poi effettuati esperimenti pionieristici di stampa 3D di tessuti
umani, come menischi e tessuti cardiaci. Sulla Terra la stampa 3D, che sia
biologica o tradizionale, ha necessità di strutture ausiliarie che sostengano il
peso delle parti mentre queste vengono costruite. Nello spazio questa difficoltà
tecnica sparisce perché le parti fluttuano senza doversi appoggiare ad altro.
Progressi in questo campo aprono la strada alla stampa di organi sintetici nello
spazio da utilizzare poi per i trapianti sulla Terra.
Il futuro privato
Ora la ISS è vecchia e tra pochi anni giungerà al termine della sua missione.
Gli elementi più datati che la compongono sono stati progettati per una vita
utile di 15 anni e hanno già ecceduto le più rosee aspettative. Le travi di
sostegno che supportano l’agglomerato di moduli della stazione hanno subito
tantissimi cicli di stress termico nelle oltre 140.000 orbite compiute dalla ISS
attorno alla Terra e la loro affidabilità strutturale è diminuita nel corso del
tempo. Ogni anno la stazione perde aria da piccoli fori difficili da individuare
e chiudere con precisione, aria che va reintegrata con le missioni di
approvvigionamento. Per questi e altri motivi, la NASA ha concluso che il
rientro controllato in atmosfera è la scelta più sicura.
> Smantellata la ISS, la NASA si affiderà a operatori privati. Verranno messe in
> orbita stazioni spaziali che non saranno più di proprietà degli Stati, bensì
> di aziende private, tra le quali Vast, Blue Origin e Axiom Space.
Come anticipato, una seconda Stazione spaziale internazionale non ci sarà. NASA
e Roscosmos, principali attori e contributori dell’opera, dichiarano
ufficialmente di non voler (o poter) proseguire su questa strada. La NASA, a cui
la nostra ESA necessariamente si accoda, si affiderà a operatori privati (come
sta già facendo per i lanciatori). Verranno messe in orbita stazioni spaziali
che non saranno più di proprietà degli Stati, ma di aziende private, prime tra
tutte Haven-1 e Haven-2 dell’azienda Vast, che collaborerà anche con altre
realtà (Axiom Space, Blue Origin di Jeff Bezos, Starlab Space). La NASA e le
altre agenzie spaziali compreranno letteralmente spazio e tempo su queste
stazioni per poter proseguire le loro ricerche in ambiente di microgravità.
Dall’altro lato Roscosmos punta a costruire una propria stazione spaziale (come
hanno già fatto i cinesi con la stazione Tiangong), aprendo, almeno sulla carta,
alla collaborazione più stabile con Paesi del blocco BRICS, come Cina, Brasile e
India.
La collaborazione internazionale in campo spaziale non terminerà, ma il cambio
di passo è degno di nota. La fiducia negli apparati statali e nella loro
capacità di portare beneficio alla collettività senza un evidente ritorno
economico sembra affievolirsi sempre più in favore di operatori privati che sì,
potrebbero rivoluzionare il settore (come ha fatto SpaceX di Elon Musk con i
suoi lanciatori riutilizzabili), ma con una differenza: in questo caso il focus
primario non è l’avanzamento della conoscenza, bensì il controllo e il profitto.
La stessa SpaceX ha lanciato i satelliti Starlink con l’intento di portare
Internet satellitare anche nelle zone più remote del mondo. Allo stesso tempo la
costellazione Starlink, costituita da migliaia di satelliti, non solo inquina i
cieli notturni e rende più difficile l’astrofotografia da terra, ma è sotto il
controllo dell’eccentrico miliardario. E questo già ora crea problemi. Starlink
ad esempio è un asset fondamentale per l’esercito ucraino nel suo conflitto
contro la Russia, ma l’azienda decide tramite geo-fencing in quali aree le
parabole funzionano o meno, determinando a monte un confine preciso oltre il
quale le operazioni ucraine diventano molto più difficili, di fatto (quasi)
impedendole.
Le stazioni spaziali private promettono maggiore flessibilità, minore burocrazia
e uno snellimento dei processi per accedere e soggiornare in orbita bassa. Un
efficientamento complessivo delle risorse spaziali tramite divisione dei compiti
piuttosto che un accentramento coordinato. Potrebbero aprire lo spazio anche ad
attori che normalmente non avrebbero avuto posto sulla ISS. Ma la ragion
d’essere delle stazioni spaziali, come abbiamo detto, non sarà più la ricerca
scientifica pura e la collaborazione tra Stati. È nella natura delle aziende
private avere altri obiettivi. Assieme alle sovvenzioni statali, che copriranno
comunque gran parte del budget necessario alla sopravvivenza delle nuove
stazioni, il business principale sarà il turismo spaziale. Spacciato come porta
d’ingresso per una “democratizzazione” dello spazio, sarà inizialmente solo
un’altra dimostrazione delle disuguaglianze economiche presenti sulla Terra,
meta di viaggi esclusivi per super-ricchi. Come questo possa sostituire il ruolo
della ISS e favorire la continuazione di quel che è stato, non è affatto chiaro.
> Le stazioni spaziali private promettono maggiore flessibilità, minore
> burocrazia e uno snellimento dei processi per accedere e soggiornare in orbita
> bassa. Ma la ragion d’essere sarà diversa: il business principale sarà il
> turismo spaziale.
Vi è poi una preoccupante e rinnovata propensione verso quella che potremmo
chiamare individualità spaziale. Se la missione Apollo-Soyuz era in
controtendenza rispetto ai rapporti internazionali ufficiali sulla Terra, ora lo
spazio rischia di diventare terreno di scontro regolato da rapporti di forza e
interessi tra potenze, analogamente al clima di tensione crescente sulla Terra.
È questa la fine del sogno, e la morte della ISS senza eredi diretti ne è la
cartina di tornasole.
Ricerca e risultati
La NASA ha pubblicato la pagina web 25 Years of Scientific Discovery Aboard the
International Space Station, da cui si può trarre una panoramica dell’utilità
scientifica della ISS in questi anni. Quel che balza all’occhio però è la parola
discovery, al posto di research. Essendo il sito web della NASA non solo una
piattaforma di divulgazione ma anche un manifesto semi-promozionale utile a
convincere l’opinione pubblica, la scelta non sorprende, ma mostra la necessità
di giustificare la ricerca scientifica basandola unicamente sui risultati che
ottiene (discovery).
Questo approccio, per cui la ricerca ha senso solo se raggiunge dei risultati
tangibili, quantificabili, e possibilmente monetizzabili, sembra l’unico motivo
valido che può convincere il pubblico (e ancor di più la politica) e
giustificare l’assegnazione del budget annuale alle agenzie spaziali di tutto il
mondo. A questa interpretazione della ricerca scientifica si unisce poi la
convinzione diffusa che le aziende private siano più capaci di portare risultati
rispetto a quelle pubbliche. E passa in secondo piano la domanda: risultati a
beneficio di chi? A proposito della morte della ISS, sarà proprio un attore
privato a occuparsi del funerale del gigante buono. Secondo i piani attuali,
avverrà nel 2031, quando una navetta progettata ad-hoc da SpaceX attraccherà per
la prima e ultima volta al dock del modulo Harmony.
Un salto in avanti
Novembre 2031. Da qualche parte in orbita sopra il continente africano. Una
navicella automatizzata senza pilota si è appena agganciata saldamente alla
Stazione Spaziale Internazionale. A differenza di tante altre occasioni, i
portelloni rimangono chiusi. Nessuno esce a salutare o a stringere la mano. La
stazione è deserta, spogliata di quel poco che si è deciso di salvare per
esporlo in qualche museo sulla Terra. Le luci sono spente e i moduli
pressurizzati svuotati. La navetta appena attraccata riceve il via libera per il
burn di rientro: accende i potenti motori e con uno scossone inizia a frenare le
450 tonnellate della Stazione spaziale. Le travi di sostegno si flettono, i
moduli ballano.
Comincia la discesa in atmosfera. A decine di migliaia di chilometri orari la
stazione spaziale inizia a grattare contro i primi strati d’aria. Si scalda. I
pannelli solari e i radiatori, gli elementi più leggeri della stazione, si
accartocciano e si staccano di netto. I rivestimenti termici si consumano nel
calore sempre più forte, esponendo gli strati interni. Il modulo Tranquility,
dal quale gli astronauti guardavano la Terra volteggiando sopra le spesse
finestre di Cupola, viene strappato via, ruota su sé stesso ed esplode,
continuando a pezzetti il suo viaggio di rientro affiancato alla ISS. Le fiamme
d’attrito divampano dentro e fuori la stazione, consumandola fino alle ossa.
Rimangono le travi e gli elementi più densi e pesanti, ormai incandescenti.
Dalla Terra si nota nel cielo una lenta cometa, bianca e splendente, dalle
striature gialle e arancio, che man mano si separa in tanti pezzi più piccoli e
altrettanto luminosi. Una volta terminata la discesa, gli ultimi brandelli della
ISS si tuffano nelle acque dell’oceano Pacifico, inabissandosi per sempre nel
gran cimitero dei manufatti spaziali.
L'articolo Il sogno scaduto della Stazione spaziale internazionale proviene da
Il Tascabile.
P er molto tempo la città di Lassa, in Nigeria, è stata un luogo speciale. Dopo
che nel 1923 si era insediata la Church of Brethren Mission era diventata un
importante polo transfrontaliero, che attirava pazienti da diversi Paesi
dell’Africa occidentale e centrale, e medici volontari da ogni parte del mondo.
Poi, nel 1969, un’infermiera missionaria di nome Laura Wine contrasse una grave
febbre emorragica causata da un virus sconosciuto, a quel punto il sistema
sanitario di Lassa cominciò rapidamente a collassare. La scelta di dare al virus
il nome di quella città portò un pesante stigma sull’intera comunità: i medici
rifiutarono i trasferimenti nella zona, dall’estero smisero di arrivare
pazienti, persino i missionari cominciarono a evitare quel distretto. Nel giro
di pochi anni il Lassa General Hospital venne ceduto all’amministrazione
governativa. Quello che un tempo era stato un modello sanitario e un punto di
riferimento regionale, era ormai una cattedrale nel deserto. Il colmo è che,
come si scoprì in seguito, il virus nemmeno arrivava da lì. Quello era
semplicemente il luogo dove si era ammalata la prima paziente occidentale.
È anche per via della brutale stigmatizzazione di Lassa che nel 1976, quando
venne individuato il primo focolaio di un virus sconosciuto in Zaire (l’attuale
Repubblica Democratica del Congo), si decise di non adottare il nome del
villaggio in cui era stato scoperto, Yambuku, bensì quello di un fiume che
scorreva a 60 km di distanza, in una zona che il virus non aveva nemmeno
sfiorato. Il termine Ebola fu scelto da un gruppo di scienziati americani e
belgi stremati dopo giorni di lavoro e privazione del sonno, in un anonimo
corridoio di un palazzo di Kinshasa, a oltre mille chilometri da dove Ebola
stava mietendo le prime vittime. “Ci accalcammo attorno a una cartina dello
Zaire non molto grande”, ha poi raccontato Peter Piot, uno degli epidemiologi
coinvolti nella gestione del focolaio: “A quella scala, sembrava che il fiume
più vicino a Yambuku si chiamasse Ebola. Aveva un suono sinistro che ci sembrò
opportuno. In realtà, a ben vedere, non è nemmeno il fiume più vicino al
villaggio”.
> C’è un motivo se molti virus hanno nomi di fiumi, o di foreste, o di altri
> luoghi apparentemente neutri. Un fiume è più anonimo di un villaggio, o di una
> nazione, indica il territorio senza mettere nel bersaglio una comunità. Ma in
> realtà anche questa nomenclatura rischia di essere problematica.
La scelta di Piot e colleghi è stata frutto della stanchezza e
dell’improvvisazione, ma c’è un motivo se molti virus hanno nomi di fiumi, o di
foreste, o comunque di luoghi in apparenza neutri. Pensiamo ad altri nomi di
virus, come Hanta (un fiume coreano), Machupo (un fiume boliviano), o Zika (una
foresta dell’Uganda): sono nomi che consentono di localizzare geograficamente un
patogeno senza mettere una comunità specifica nel bersaglio. Ma come vedremo
anche questa nomenclatura finisce per essere problematica. E il recente focolaio
di ebola ne è una dimostrazione.
Un focolaio più pericoloso del solito
Lo scorso 17 maggio l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha diramato un
comunicato in cui ufficializzava l’emergenza sanitaria internazionale per un
focolaio di ebola che in pochi giorni aveva causato decine di morti e centinaia
di casi sospetti nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) e in Uganda. Non
si parlava di pandemia, ma il tono lasciava intendere che questo focolaio abbia
un grado di minaccia in più rispetto a quelli che abbiamo visto emergere negli
ultimi anni. Il motivo è semplice: si tratta di un tipo di ebolavirus raro e
poco studiato, il Bundibugyo, per il quale non esistono vaccini o trattamenti
specifici. È anche per questo che la notizia di un’emergenza sanitaria
internazionale ci è sembrata piovere dal nulla: i primi casi sospetti nella
regione di Ituri risalgono almeno a fine aprile, ma prima che il virus fosse
riconosciuto e l’OMS allertata della situazione sono trascorse settimane.
Oggi, a distanza di un mese, i casi confermati sono saliti a 550, con 101
decessi e 310 individui ricoverati in isolamento. A complicare ulteriormente il
quadro generale c’è il fatto che una delle zone interessate dal focolaio, quella
di Goma, una città di due milioni di abitanti, è dal 2025 sotto il controllo del
Movimento 23 Marzo (M23). Il gruppo armato ha interrotto le attività del
laboratorio epidemiologico attivo in città e bloccato l’aeroporto internazionale
tramite cui arrivavano aiuti e personale umanitario. La situazione conflittuale
rende particolarmente difficile il tracciamento dei contatti e l’isolamento dei
contagiati, al contempo contribuisce ad alimentare una sfiducia verso il governo
che rende ancora più difficile contenere il virus. A tutto questo si aggiunge la
recente decisione degli Stati Uniti di uscire dall’OMS e smantellare USAID
(United States Agency for International Development), l’agenzia umanitaria
tramite cui negli anni passati avevano investito centinaia di milioni di dollari
con lo specifico intento di preparare queste zone a potenziali focolai di ebola.
Tutti questi cofattori aiutano a spiegare perché ci sia voluto così tanto tempo
a individuare un focolaio che potrebbe essere attivo da mesi, e perché ci stia
risultando particolarmente impegnativo contenere questa rara specie di Ebola.
> Il Bundibugyo è una specie di ebolavirus rara e poco studiata, per la quale
> non esistono vaccini o trattamenti specifici. Il che è curioso, considerando
> che lo conosciamo almeno dal 2007.
Ma c’è un altro aspetto che vale la pena di considerare. Perché se è vero che
Bundibugyo è un virus raro, è anche vero che lo conosciamo almeno dal 2007, e in
vent’anni ancora non disponiamo di terapie specifiche per provare a debellarlo.
Ora, sviluppare un vaccino efficace non è mai un processo semplice, tantomeno
rapido. Ma se c’è una cosa che la pandemia da Covid ci ha insegnato è che quando
c’è esigenza (e volontà) siamo in grado di velocizzare enormemente i tempi di
risposta e di sviluppo vaccinale. L’impressione è che gli sforzi per studiare
Bundibugyo in questi anni siano stati scarsi. E il suo nome, derivante dal
villaggio ugandese dove è stato scoperto, ha probabilmente inciso su questo
ritardo.
Più contenimento, meno terapia
Eugene Richardson ha trascorso mesi nella RDC all’epoca del focolaio di ebola
2018-2020, e ha avuto modo di osservare sul campo come le organizzazioni
internazionali hanno operato per arginare l’epidemia. Essendo un epidemiologo,
conosce le dinamiche sociali che consentono a un virus di diffondersi, e conosce
ancora meglio la differenza tra contenere un virus e curare un paziente. Calato
nel cuore del focolaio, Richardson notò che in molti casi gli attori
internazionali presenti sul campo tendevano a privilegiare le misure di
contenimento, come l’isolamento dei pazienti, le pratiche di sepoltura
controllata e il tracciamento dei contatti, al trattamento vero e proprio degli
infetti. Eppure le soluzioni terapeutiche esistevano.
Esisteva un vaccino di comprovata efficacia sull’ebolavirus di tipo Zaire,
l’rVSV-ZEBOV, e un secondo candidato in fase avanzata; esistevano farmaci a base
di anticorpi monoclonali; e soprattutto, esistevano pratiche terapeutiche che
avevano dimostrato di poter salvare vite: somministrazione di fluidi endovenosi,
nutrizione enterale, reintegrazione elettrolitica, ossigenoterapia a pressione
positiva, ecc. Solo una fetta minuscola dei pazienti congolesi, però, ebbe
accesso a queste cure. Non era la prima volta che succedeva. Già con il
terribile focolaio del 2014 in Africa occidentale si era registrato uno scarto
imbarazzante tra la percentuale di decessi tra gli infetti rimpatriati negli
Stati Uniti (lo 0%) e gli infetti autoctoni rimasti in Guinea, Sierra Leone e
Liberia (il 40%, con punte del 70% nelle zone più colpite).
> Nel 2019 l’epidemiologo Eugene Richardson notò che alcuni attori
> internazionali preferivano adottare misure di contenimento del virus
> all’impiego di terapie esistenti. La sua impressione era che l’obiettivo non
> fosse tanto salvare vite, ma evitare che il virus si avvicinasse al Nord
> globale.
Nel suo libro Epidemic Illusions: On the Coloniality of Global Public Health
(2020), Richardson racconta nel dettaglio quanto osservato durante la sua
permanenza in RDC, arrivando alla conclusione che, a giudicare dalle scelte
adottate, l’obiettivo delle organizzazioni presenti non fosse tanto curare gli
infetti, quanto evitare che il virus si avvicinasse al Nord globale. Questa
lettura trova riscontro nelle critiche pubbliche esternate da esponenti di
Medici senza frontiere (MSF) a fine 2014, in cui si muovevano accuse all’OMS (e
in parte all’organizzazione stessa) per la gestione di quel focolaio, arrivando
a parlare di una “forma istituzionalizzata di non assistenza”. Oltre a
denunciare un dispiegamento insufficiente di personale per gestire la
situazione, la critica si concentrava sulla scelta di non somministrare fluidi
per via endovenosa nei centri di trattamento di ebola, probabilmente per
tutelare la sicurezza degli operatori (riducendo il tempo di esposizione nella
zona rossa). Rony Brauman, ex presidente di MSF affermò che “c’erano ampi
margini di miglioramento. In molti luoghi era possibile fare reidratazioni e
terapie che avrebbero permesso di salvare un certo numero di pazienti”.
Colonialismo sanitario
Oltre a causare un certo numero di morti evitabili, sul medio-lungo termine
questo approccio contribuisce a erodere ulteriormente la fiducia degli abitanti
locali nelle istituzioni. Richardson sottolinea come questa sfiducia sia più
radicata nella storia coloniale del Paese che in supposti ostacoli culturali
difficilmente aggirabili. Ed è interessante, a questo proposito, rileggere il
comunicato OMS su questo focolaio di ebola. Si invita esplicitamente a
“identificare e affrontare norme e credenze culturali che fungono da barriera a
una partecipazione effettiva nella risposta al virus”, per poi elencare le
misure fondamentali da mettere in atto, e si tratta prevalentemente di misure
contenitive: sorveglianza, tracciamento dei contatti, sepolture sicure e
screening alle frontiere. In una conferenza stampa del 20 maggio, il direttore
generale dell’OMS ha specificato che “una delle priorità maggiori è costruire
fiducia nelle comunità colpite”.
Ancora una volta, l’attenzione sembra essere rivolta alle possibili
responsabilità di una popolazione considerata culturalmente meno attrezzata, più
che al contesto in cui il focolaio è emerso: nessun riferimento all’eredità
della colonizzazione belga (che per controllare le epidemie segregava la
popolazione autoctona, limitandosi a curare i colonizzatori), o alla corruzione
nella gestione dei fondi per il focolaio 2018-2020, o al fatto che l’epicentro
del focolaio, Mongbwalu, sia uno dei principali siti di estrazione aurifera
dell’Ituri. In questa regione il controllo delle miniere è da anni oggetto di
conflitti armati, e la presenza di lavoratori provenienti da province diverse, i
flussi commerciali legati all’oro e la violenza delle milizie che si contendono
il controllo dei siti creano esattamente le condizioni strutturali che
favoriscono la trasmissione virale. Il comunicato dell’OMS segnala come fattore
di rischio “l’alta mobilità della popolazione”, come se quella mobilità fosse
una caratteristica naturale del territorio, senza nominare né l’oro, né le
milizie, né le multinazionali che da quella catena estrattiva continuano a
trarre profitto.
> Ancora una volta l’attenzione sembra essere rivolta alle potenziali
> responsabilità di una popolazione considerata culturalmente meno attrezzata,
> più che al contesto in cui il focolaio è emerso, che nel caso di Bundibugyo è
> pesantemente influenzato dall’eredità coloniale e dall’attività del settore
> minerario.
Il comunicato precisava poi che non c’erano ragioni sufficienti ad attivare
misure pandemiche, e che per il momento non era necessario restringere i voli o
chiudere i confini internazionali. Alla luce di quanto mostrato da Richardson,
risulta difficile non individuare un malcelato tentativo di tranquillizzare i
Paesi occidentali. Come a dire: esiste un problema, bisogna intervenire
localmente, ma per il momento i Paesi più ricchi possono dormire sonni
tranquilli.
I nomi sono importanti
Era il 5 giugno 1981 quando il CDC (Centers for Disease Control and Prevention)
americano pubblicò il primo rapporto su una rara forma di polmonite contratta a
Los Angeles da cinque uomini giovani e precedentemente sani. Dal momento che
tutti e cinque i pazienti appartenevano alla comunità gay, quando nel dicembre
di quell’anno si trattò di dare un nome alla nuova patologia si scelse
l’acronimo GRID, che stava per Gay-Related Immune Deficiency. Qualche mese dopo,
nel luglio del 1982, una volta accertato che il virus stava circolando già da
anni ed era individuabile in altre fasce demografiche, il nome GRID venne
abbandonato e fu sostituito da AIDS (Acquired Immune Deficiency Syndrome), ma
ormai il danno era fatto.
Il nome GRID aveva inevitabilmente associato l’immunodeficienza acquisita
all’omosessualità maschile, e questo generò una serie di conseguenze
drammatiche. Innanzitutto provocò un ritardo nella diagnosi della malattia in
persone eterosessuali, donne e bambini; inoltre dissuase molte persone dal
rivolgersi ai centri di cura; ma soprattutto, comportò un blocco nei
finanziamenti della ricerca, basti pensare che il presidente americano Reagan
riconobbe l’esistenza del problema solo nel 1987, quando già erano morte decine
di migliaia di persone.
> Nel caso della cosiddetta “influenza suina”, nonostante il virus si stesse
> trasmettendo da umano a umano, si diffuse l’idea che per contenerlo bisognasse
> prendersela coi maiali. Il governo egiziano decise di abbatterne 300.000, il
> tutto senza nemmeno il sospetto che fossero infetti.
La storia è piena zeppa di esempi che mostrano come la nomenclatura di un virus
o della patologia a esso collegata possa comportare enormi danni. Il caso più
eclatante è quello della cosiddetta influenza spagnola del 1918, che secondo gli
studi più accreditati ebbe in realtà origine in un campo militare in Kansas. Ma
si era ancora nel pieno della Prima guerra mondiale, e per non minare il morale
delle truppe Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia e Italia censurarono ogni
notizia riguardante l’epidemia. La Spagna invece era neutrale, e fu il primo
Paese a rivelare il numero di contagiati e morti. Risultato: con il benestare
dei Paesi in guerra, la scelta del nome ricadde sulla Spagna. Questo, oltre a
far ricadere uno stigma sulla popolazione iberica, andò a coprire le
responsabilità internazionali di una pandemia che causò milioni di morti.
Un esempio più recente e curioso, ma non per questo meno tragico, è quello della
cosiddetta influenza suina del 2009. In questo caso non c’erano prove che la
pandemia fosse riconducibile a un salto di specie da suino a umano. Ma siccome
il ceppo virale aveva una componente genomica suina, e il concetto di influenza
suina era già noto, il nome attecchì. Così, nonostante non ci fossero casi
registrati di suini infetti nella regione messicana da cui la pandemia emerse,
in tutto il mondo si diffuse l’idea che per contenere il virus bisognasse
sopprimere migliaia di maiali. Nell’aprile 2009, il governo egiziano annunciò la
decisione di ammazzare tutti i maiali del Paese: 300.000 esemplari vennero
metodicamente abbattuti, il tutto senza che ci fosse nemmeno il sospetto che
alcuni di loro portassero il virus.
Nessun virus è mai veramente locale
Per arginare gli effetti più drammatici di una nomenclatura errata, nel 2015
l’OMS ha pubblicato delle nuove linee guida non vincolanti per il naming dei
patogeni umani. Si invita a evitare localizzazioni geografiche, nomi di persone,
specie animali o alimenti, riferimenti culturali, industriali e occupazionali,
oltre a sconsigliare termini che possano indurre paura eccessiva (come
“sconosciuto” o “fatale”). Nel documento si riconoscono i danni che nomi come
“influenza suina” e “Middle East Respiratory Syndrome” hanno provocato a settori
come il commercio e il turismo, e al benessere animale, ma non si danno
indicazioni su come possano essere rinominati i virus già noti, né su come
evitare il radicamento di pregiudizi geografici ancora diffusi.
Prendiamo il caso del Covid: nei primi mesi del 2020, quando il virus cominciò a
diffondersi, venne presto bollato come “Wuhan virus” o “virus cinese”.
Nonostante le linee guida OMS in questo caso siano state seguite, e il virus sia
stato presto battezzato SARS-CoV-2, lo stigma non è stato annullato. Per certi
versi, come hanno mostrato i due ricercatori australiani Lucy Campbell e Rod
Lamberts in uno studio recente, la distorsione geografica nella percezione del
virus resiste ancora.
> Se dopo vent’anni ancora non sappiamo come curare Bundibugyo, non è solo
> perché si tratta di un virus raro che ancora non si è diffuso fuori dal
> continente africano, ma anche perché la sua cura non è mai stata considerata
> monetizzabile.
Ora, nonostante i morti continuino a crescere e il focolaio di ebola sia ancora
attivo, a giudicare da come ne parlano molti media e organizzazioni occidentali
la percezione è che il problema sia ancora circoscrivibile a una remota regione
dell’Africa centrale. Quella che potrebbe sembrare semplice sciatteria
comunicativa, è in realtà il riflesso di un problema strutturale, un retaggio
della storia coloniale che viene reiterato nei programmi di contenimento dei
focolai.
In questa dinamica, i nomi hanno un ruolo cruciale: chiamare un virus
Bundibugyo, o Ebola, o Hanta, è un atto di localizzazione che radica i patogeni
in luoghi lontani dalle coscienze occidentali. Nel gergo della sanità pubblica
globale, queste patologie vengono classificate come Neglected Tropical Diseases.
Ed è interessante notare come il 75% dei fondi diretti allo studio di questi
patogeni vada a organizzazioni e istituti di ricerca che operano in Paesi non
endemici. Lo spiega bene il ricercatore sanitario indiano Soumyadeep Bhaumik in
un articolo pubblicato nel 2024 e dedicato all’ingiustizia epistemica
nell’ecosistema della conoscenza sulle malattie tropicali trascurate: “Non è
insolito, per un istituto di ricerca su malattie tropicali, fare viaggi in Paesi
poveri per ‘raccogliere campioni’, per poi tornare ai propri Paesi a scrivere
paper di ricerca e a costruire le proprie carriere”.
Come abbiamo visto, la disparità nel trattamento di patologie infettive tra Nord
e Sud del mondo è ancora regolata da dinamiche di ispirazione coloniale.
Intendiamoci, molte cose sono migliorate: nella risposta a questo focolaio c’è
sicuramente più trasparenza e coordinazione, le strutture locali consentono test
molecolari più rapidi e affidabili, e la nascita della Coalition for Epidemic
Preparedness Innovations ha consentito di avviare in tempi rapidi lo sviluppo di
un vaccino; qualcosa che in vent’anni, in assenza di un’emergenza dichiarata,
non era mai stato fatto. E il problema è proprio questo: le risposte più
virtuose vengono attivate solo davanti a un contesto emergenziale, sul fronte
della prevenzione, che pure è quello più importante, l’iniquità strutturale
nella sanità globale esercita ancora un peso schiacciante.
Quando non si concentrano fin dall’inizio le risorse sul versante terapeutico e
preventivo, le probabilità che un virus sfugga al controllo aumentano, e il
focolaio che oggi ci sta dando filo da torcere ne è la prova diretta. Se in
vent’anni dalla sua scoperta ancora non sappiamo come curare e affrontare
Bundibugyo è perché, semplicemente, non ci siamo attrezzati per debellarlo. Il
perché è intuibile: si tratta di un virus raro, che ancora non si è diffuso
fuori dal continente africano e, cosa assai probabile, perché la sua cura non è
mai stata considerata monetizzabile. Ma questo approccio, oltre a essere
intollerabilmente cinico, si sta rivelando controproducente anche per il Nord
globale. Soprattutto ora che la crisi climatica sta rendendo le zoonosi sempre
più frequenti, e il rischio di pandemie è sempre più elevato.
A prescindere dai nomi che gli abbiamo appiccicato, i virus non sono mai stati
veramente locali. Nei prossimi anni lo saranno sempre di meno.
L'articolo I nomi che diamo ai virus proviene da Il Tascabile.
Q uando parla della sua chimica, Primo Levi lo fa con gli occhi affascinati
dello studente universitario che è stato. In Il sistema periodico, la concepisce
come “una nuvola indefinita di potenze future”, capace di prescrivere una legge,
“l’ordine in me, attorno a me e nel mondo”. È il 1975, nel mezzo ci sono state
la guerra, il campo di concentramento, la vita adulta. Guardare al mondo con gli
occhi del chimico, per Levi, vuol dire provare a stabilire l’ordine del suo
funzionamento, esplorare l’oscura natura e scandagliarne il funzionamento. La
chimica, scrive, ha consentito all’uomo di “farsi signore della materia”. Lungi
dall’essere una mera branca scientifica, la chimica diventa l’alfabeto del
mondo. Le sue leggi ne descrivono la grammatica. La sua lingua è l’intero
universo.
La tavola periodica diventa così “l’anello mancante fra il mondo delle carte e
il mondo delle cose”. E la chimica stessa assume un altro peculiare significato:
è la capacità di conoscere la verità sperimentandola, analizzandone gli
elementi. Non ci sono assiomi, non ci sono dogmi: c’è solo l’intelligenza e la
sua abilità di dominare la materia con un dominio che però non è violento o
estrattivo, è padronanza, comprensione intellettuale. In questo senso, e alla
luce delle sue esperienze di vita, la chimica e la fisica assumono per Levi un
valore politico, sono l’antidoto al fascismo, perché sono “chiare e distinte e
ad ogni passo verificabili, e non tessuti di menzogne e di vanità, come la radio
e i giornali”
Come vedremo, la concezione leviana della conoscenza come fonte di
responsabilità, del sapere come condizione minima di qualunque azione, verrà
sistematicamente disattesa dall’evoluzione dell’industria chimica italiana,
aprendo la strada ad alcuni dei disastri sanitari più gravi e persistenti della
storia del nostro Paese.
La chimica come mestiere di uomini
L’esperienza individuale del chimico Levi si sovrappone a quella dell’Italia
degli inizi del secolo scorso. La chimica, in quegli anni, divenne mestiere di
massa. Nel giro di pochi decenni fiorirono ovunque stabilimenti, capannoni,
grandi fabbriche che, nel corso del secolo breve, hanno più volte cambiato
vocazione ma mai l’oggetto del proprio lavoro: manipolare gli atomi, creare la
materia, stressare la natura. Ed è da quegli stabilimenti, da quei capannoni, da
quelle fabbriche che un piccolo Paese agricolo a forma di stivale seppe farsi
potenza economica. In questo senso, Il sistema periodico è il manifesto di una
trasformazione ontologica del genere umano che ha portato con sé una
trasformazione profonda, radicale, della società. E che ha scritto la mappa
dello sviluppo industriale del Novecento, dagli stabilimenti di produzione
bellica, chimica e del carbone di inizio secolo, a quelli legati alla
lavorazione del petrolio, esplosa a cavallo delle due guerre, fino ad arrivare
alle produzioni di massa del secondo dopoguerra: automobili, elettrodomestici,
plastiche.
> Guardare al mondo con gli occhi del chimico, per Levi, vuol dire provare a
> stabilire l’ordine del suo funzionamento, esplorare l’oscura natura e
> scandagliarne il funzionamento.
Il cambiamento ontologico che consentì all’essere umano di dominare la natura si
tradusse in quello antropologico che spogliò i contadini di stracci e zappe e li
vestì di tute, che tolse loro i tempi della semina e del raccolto per consegnare
quelli del turno, della sirena. Nella chimica si condensarono innumerevoli
promesse. Quella del dominio della natura che spettava ai tecnici, agli uomini
col camice che restavano affascinati dalla danza degli atomi. Quella
dell’emancipazione, per la massa sterminata di contadini affamati, tornati dalla
guerra smagriti e che adesso erano impoveriti. Quella della crescita economica,
che traghettò il nostro Paese attraverso due guerre ed esplose nella seconda
metà del secolo scorso, regalandoci l’illusione di un benessere che potesse
durare per sempre.
Accontentava tutti, la chimica. Giocando con le molecole si poteva debellare la
fame, garantendo un’agricoltura più produttiva grazie ai fertilizzanti. Si
poteva mangiare, riscaldare, si potevano alimentare motori. La chimica ha
inventato il materiale che ha rivoluzionato il ventesimo secolo, quello a
partire dal quale tutto è diventato accessibile: la plastica. Nel giro di pochi
decenni divenne la lingua della democrazia materiale, il volano delle infinite
possibilità che si spalancavano a ogni donna e ogni uomo dopo anni di buio e
fame.
C’era una categoria che, più di tutte, si godeva le promesse della chimica: gli
industriali. Consci del potenziale del gioco delle molecole, seppero
approfittarne grazie ai propri mezzi economici. Da quel momento, la chimica di
cui ci parlava Primo Levi smise di essere tale. A un certo punto gli uomini col
camice non erano più interessati a interrogare la natura per comprenderne la
dignità, ma cominciarono a stressarla, a manipolarla con una finalità
decisamente più materiale: garantire profitti alle famiglie proprietarie degli
stabilimenti. È per la loro azione che si è determinato quel salto che ha
portato la chimica a superare una serie di limiti. Ce ne parla sempre Levi,
quando descrive il polietilene come “leggero e splendidamente impermeabile: ma è
anche un po’ troppo incorruttibile, e non per niente il Padre Eterno medesimo,
che pure è maestro in polimerizzazioni, si è astenuto dal brevettarlo: a Lui le
cose incorruttibili non piacciono”.
> C’era una categoria che più di tutte ha sfruttato le promesse della chimica:
> gli industriali. È per via del loro operato che la chimica di cui ci parlava
> Primo Levi smise di essere tale.
Prenderebbe troppo spazio, adesso, ragionare di plastica come manifestazione
materiale della hybris della chimica. Quello che invece è utile sottolineare è
che, da un certo punto in poi, di questa hybris abbiamo pagato tutte le
conseguenze. E quasi mai le ha pagate chi ne è stato il mandante.
La mappa di un’eredità inattesa
Non a caso, alla mappa dello sviluppo industriale è possibile sovrapporre quella
delle contaminazioni, delle eredità tossiche che gran parte di queste attività
hanno lasciato nei luoghi che le ospitavano e nel sangue di chi ci ha lavorato.
Non si tratta solo di una metafora: esiste materialmente una mappa che
stabilisce quali territori sono stati contaminati dalle attività industriali e
necessitano di una bonifica urgente, perché mettono in pericolo la salute delle
persone che ci vivono e dell’ecosistema.
Sono i 42 Siti contaminati di interesse nazionale per le bonifiche (SIN), più
gli altri circa 39.000 Siti di interesse regionale (SIR). Tra le due sigle
cambia poco, solo chi dovrebbe finanziare gli interventi per bonificarli, ma è
più facile attenerci qui a parlare dei SIN, su cui ci sono dati più chiari e
utili a inquadrare il fenomeno. Si tratta di aree in cui lo Stato ha
riconosciuto la presenza di una contaminazione tale da renderne necessaria
l’interdizione, per tutelare la salute pubblica dei residenti. Levi scriveva:
“La nostra è un’arte che rende ricchi, ma fa morire giovani”, e infatti molti
dei SIN di oggi, ieri erano sedi di industrie chimiche o petrolchimiche
(Bagnoli, Porto Torres, Porto Marghera, Gela, Brescia, Trissino…).
Sei milioni di persone, in Italia, vivono in un SIN: il 10% della popolazione
ogni giorno è esposto a un inquinamento che determina percentuali più elevate
della media di malattie, tumori e morti inattese. I numeri di questa
correlazione sono riportati da uno studio prodotto dall’Istituto Superiore di
Sanità. Si chiama SENTIERI (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e
degli Insediamenti Esposti a Rischio di Inquinamento). I territori analizzati
hanno ospitato e talvolta ancora ospitano produzioni pericolose, che coinvolgono
sostanze poi diventate illegali, o sostanze assolutamente legali, la cui
gestione è stata irresponsabile. Mancata osservanza delle più banali norme di
sicurezza, scarichi e smaltimento illecito di rifiuti pericolosi, esposizione
incauta di lavoratori inconsapevoli. Sono tanti i fili della trama della
contaminazione del nostro Paese, ma hanno tutti un denominatore comune: chi
governava quelle produzioni non era quasi mai all’oscuro delle conseguenze.
> Sei milioni di persone, in Italia, vivono in un Sito di Interesse Nazionale
> per le bonifiche. Significa che il 10% della popolazione è esposto a un
> inquinamento che determina percentuali più elevate della media di malattie,
> tumori e morti inattese.
L’ultima edizione del Rapporto, la sesta, è uscita a febbraio 2023 e riporta i
dati relativi al periodo 2013-2017. L’aggiornamento di fatto conferma quanto
affermato nelle edizioni passate: nei SIN si muore di più che negli altri
territori (la media è del 2,6% in più) e c’è un eccesso di ospedalizzazioni (3%
in media). SENTIERI è uno strumento utilissimo per tante comunità colpite dalle
conseguenze sanitarie della contaminazione, che a lungo si sono scontrate con il
negazionismo istituzionale.
La chimica alla sbarra: il processo IPCA
Le conseguenze delle produzioni inquinanti, però, sono arrivate molto prima del
rapporto SENTIERI. C’è uno schema ricorrente in ognuna delle storie legate ai
SIN. Per un periodo più o meno lungo, le persone che lavorano o vivono nei
pressi di determinate produzioni si ammalano. Spesso muoiono. In una prima fase
si fa finta di niente, per fatalismo o convenienza. O perché, di fronte alla
certezza della fame, anche la possibilità della morte viene assimilata come un
rischio possibile, accettabile. In gran parte dei casi la proprietà della
fabbrica sa cosa sta accadendo, ma lo tiene nascosto perché dovrebbe
interrompere la produzione o spendere davvero tanti soldi per adeguarla a
standard sicuri e risarcire chi si è ammalato, o i parenti di chi è morto. A un
certo punto qualcuno decide di ribellarsi, alza un polverone, arrivano le
indagini, quando va bene i processi.
Il primo caso in assoluto è quello di Ciriè, vicino Torino, che ha coinvolto la
produzione di una fabbrica di colori, l’IPCA (Industria Piemontese Colori
Anilina). Questa storia comincia poco dopo la Prima guerra mondiale, quando una
facoltosa famiglia arrivata da Milano, i Ghisotti, decide di rilevare una
piccola fabbrica di pigmenti. Nella nuova produzione trovano un porto centinaia
di uomini tornati dalla guerra, che non hanno alcuna intenzione di riprendere le
fatiche dei campi e si consegnano con entusiasmo alle fauci di una fabbrica che,
svelano le carte del processo, si rivelerà un inferno. Paolo Randi, che in quei
capannoni ha lavorato, ricorda che il primo giorno gli fecero l’impressione di
Mauthausen, dove era stato in gita due anni prima.
Quella produzione dura mezzo secolo: i prodotti dell’IPCA sono richiesti in
tutta Italia e all’estero e, a partire dagli anni Cinquanta, i capannoni
ospitano fino a 700 operai. I verbali del processo sono un catalogo di
testimonianze di ex lavoratori e vedove che raccontano di sostanze chimiche
maneggiate a mani nude, di svenimenti, di incidenti continui. Di nebbia e di
acidi che corrodevano le scarpe. Di totale mancanza di dispositivi di
protezione. Il tutto a contatto con una serie di molecole, le ammine aromatiche,
direttamente connesse all’insorgenza del cancro alla vescica. All’apertura del
processo, la comunità scientifica lo sapeva da 80 anni. Aveva perfino dato un
nome a quella malattia: carcinoma vescicale da ammine aromatiche. Gli operai, ex
contadini semianalfabeti, non ne avevano idea. Lo sapeva già, invece, la
proprietà della fabbrica.
> Il processo all’IPCA di Ciriè, a cui testimoniò lo stesso Levi, è un momento
> spartiacque nella storia della tutela del lavoro in Italia. Per la prima volta
> una dirigenza era imputata non perché qualcuno era accidentalmente morto sul
> lavoro, ma perché la fabbrica stessa era stata letale per almeno 168 persone.
Lo avevano chiaro anche Benito (ma non gli piaceva, si faceva chiamare Gino)
Franza e Albino Stella, due ex operai. Gino aveva lavorato all’IPCA appena sei
anni e aveva smesso da dodici quando, nel 1969, a 36 anni, gli arrivò la
diagnosi infausta. Volle capirci di più: conosceva le storie dei suoi ex
colleghi, i lutti conservati nella discrezione di giovani vedove. Divenne punto
di riferimento di quella comunità di moribondi e donne sole, e vi incontrò
Albino Stella, anche lui scopertosi malato. Condussero una vera e propria
campagna di epidemiologia dal basso. Esplorarono i cimiteri nei dintorni della
cittadina, si appuntarono i nomi di tutti quelli che erano stati loro colleghi,
contattarono le famiglie e appurarono la causa della morte, quasi sempre un
tumore alla vescica.
Il loro lavoro fu indispensabile a ricostruire la catena di morti legate
all’IPCA e a portare alle condanne, esemplari per l’epoca, per la famiglia
Ghisotti. A quel processo testimoniò anche Primo Levi, per mettere in chiaro che
sul banco degli imputati non c’era la chimica ma l’utilizzo che qualcuno aveva
deciso di farne.
> Lavoravo in una fabbrica dove si usavano prodotti dell’IPCA, e sono qui per
> solidarietà e testimonianza per le vittime e i loro cari. Come tecnico posso
> dire che ci troviamo di fronte a un caso estremo di incuria. Questo mestiere
> non è come gli altri: chimico non vuol dire solo laureato, ma persona
> deontologicamente a posto. Se la scuola non ti ha dato certe nozioni è il tuo
> dovere cercarle, approfondirle. Altrimenti sei in colpa più verso te stesso
> che verso gli altri.
C’è un prima e un dopo IPCA nella storia delle tutele sul lavoro in Italia. Il
dibattimento dimostrò una lunga catena di omissioni, inefficienze, sabotaggi e
insabbiamenti, complici morali di quelle morti. Era la prima volta che, in
Italia, il sindacato si costituiva parte civile. Quel processo è stato il primo
in cui una dirigenza era imputata non perché qualcuno era accidentalmente morto
mentre lavorava, ma perché la fabbrica in quanto tale era stata letale per
almeno 168 (questi i casi che era stato possibile conteggiare) operai.
Quanto verde sarà la riconversione
L’ex IPCA di Ciriè non è un SIN ma un sito orfano, un territorio contaminato in
cui la proprietà degli stabilimenti si è dileguata: l’azienda è fallita, o la
sua sigla si è sciolta in mille rivoli di cambi di nome o destinazione, e
nessuno più è rimasto a pagare il conto del disastro. Il problema principale,
con le contaminazioni, è che la responsabilità delle bonifiche è continuamente
rimpallata tra nuove e vecchie proprietà degli stessi stabilimenti e, per
determinare chi debba pagare, si passa di tribunale in tribunale, spesso girando
a vuoto e, in ogni caso, perdendo anni in cui le persone continuano ad
ammalarsi, a morire.
Uno dei casi più emblematici è il SIN di Porto Torres. Il petrolchimico nacque
nel 1962, in piena stagione dell’industrializzazione sarda, quando la Sir di
Nino Rovelli scelse Porto Torres come avamposto della chimica italiana, portando
sviluppo e occupazione in un territorio che ne aveva una gran fame. Dopo il
crollo finanziario del gruppo, nel 1980 subentrò Enichem, controllata di Eni.
Nel 1981 Enrico Berlinguer, allora segretario del Partito comunista italiano,
ispezionò gli stabilimenti e volle pranzare con gli operai, chiedendo
specificamente: “Com’è la situazione ambientale per la salute dei lavoratori e
verso il territorio?”. Era già noto che, quando si trasformava il petrolio, si
lavorava a contatto con sostanze pericolose per la salute e l’ambiente. Chi non
lo sapeva, ancora una volta, erano i lavoratori che, ignari, lasciavano in
fresco le birre nelle vasche di raffreddamento del cloruro di vinile monomero,
un gas riconosciuto come potente agente cancerogeno, utilizzato per la
produzione di una delle plastiche più diffuse al mondo, il PVC. Esattamente come
i loro colleghi a Porto Marghera, d’estate, ci mettevano le angurie perché non
si scaldassero nell’afa della laguna.
Non sapevano che si sarebbero ammalati, gli operai di Porto Torres, ma potevano
vedere i fumi giallastri, le acque oleose scaricate direttamente in mare, le
colline artificiali di scarti e fanghi. Su questo, però, erano clementi: negli
anni Settanta il polo dava lavoro, tra interni e indotto, a 10.000 persone. Le
conseguenze sono arrivate dopo. Con i tassi di mortalità e incidenza tumorale
superiori alla media. E con il processo “Darsena veleni”, che nel 2023 si è
chiuso in Cassazione con la condanna definitiva di tre ex dirigenti Syndial, per
disastro ambientale colposo; anche se la bonifica non è ancora arrivata e il
comune di Porto Torres sta ancora attendendo il risarcimento.
> L’eredità della chimica non deve necessariamente tradursi in un presente di
> danno sanitario ed ecosistemico. Ci sono casi in cui le priorità sono state
> gli interessi del territorio e della comunità, come è successo in Germania,
> nella regione della Ruhr.
Nel 2011 Porto Torres è stata individuata come polo per la transizione ecologica
attraverso la “chimica verde” della joint-venture Matrìca (Versalis e Novamont).
Il progetto prevedeva, tra le altre cose, la riconversione degli impianti per la
produzione di bioplastiche alimentata da coltivazioni locali di cardo. Un
rilancio che avrebbe dovuto rispondere a un territorio in cui la
deindustrializzazione aveva aggiunto alla contaminazione e alle malattie anche
il carico di disoccupazione e deserto sociale. Durante i tredici anni trascorsi
dall’accordo, tuttavia, l’attuazione della terza e ultima fase del progetto ha
dovuto confrontarsi con sostanziali limiti politici e operativi: la
disponibilità di terreni agricoli per il cardo si è attestata intorno ai 500
ettari rispetto alle decine di migliaia previsti. Le difficoltà nella resa della
coltura locale hanno impedito di sostituire l’olio di girasole utilizzato fin
dall’inaugurazione del primo impianto, nel 2014, e importato via nave da
cooperative francesi, complicando il mantenimento del modello a “chilometro
zero” inizialmente auspicato.
Il disastro ambientale, in ogni caso, non è un debito impossibile da estinguere.
L’eredità della chimica non deve, necessariamente, tradursi in un presente di
danno sanitario ed ecosistemico. Ci sono altre strade. Quando Primo Levi parlava
della sua chimica, raccontava di uno strumento utile all’umanità per conoscere
la materia. La disciplina che difendeva, anche nei banchi del processo di Ciriè,
era al servizio dell’essere umano. Studiarla serviva a migliorare la vita, a
difendere gli interessi di tutti. Il punto, sembra dirci Levi, non è la chimica,
ma la centralità dell’interesse pubblico.
Ci sono casi in cui le priorità sono state gli interessi del territorio e della
comunità. È successo in Germania, nella regione della Ruhr, cuore dell’industria
pesante del Novecento e della contaminazione in Europa. Qui il risanamento non è
stato gestito come un’emergenza ma come un grande progetto collettivo, affidato
a una società di scopo a partecipazione pubblica. In trent’anni i siti
contaminati sono diventati laboratori a cielo aperto che hanno creato
occupazione; i brevetti per il lavaggio del suolo e la fitodepurazione nati in
quelle aree sono oggi competenze che la Germania esporta nel mondo. La bonifica
è diventata una voce attiva del PIL.
La bonifica come cura del territorio e della comunità
Quarant’anni dopo il processo, l’area dell’ex IPCA oggi è patrimonio del comune
di Ciriè. Nel mezzo ci sono stati un deposito di scarti chimici, diversi cambi
di sigla, esorbitanti preventivi di bonifica che nessuno ha voluto pagare. Chi
ha inquinato non c’è più. L’IPCA è oggi un sito orfano, uno dei 484 censiti dal
ministero dell’Ambiente. Si tratta di scheletri industriali ripudiati dai propri
padri, cancellati dalla storia o resi irreperibili dal bailamme dei cambi di
sigla. La loro messa in sicurezza, adesso, ricade sullo Stato. Per effettuarla
sono stati stanziati 500 milioni di euro del PNRR. Proprio grazie a questo
finanziamento, l’area dell’ex IPCA diventerà un parco cittadino con un ecomuseo
dedicato alla storia di Albino Stella e Benito Franza.
> A Ciriè, a Porto Torres, a Porto Marghera, la scienza sapeva. Il problema non
> è mai stato l’assenza di conoscenza ma la scelta sistematica di non assumerla
> come guida dell’azione.
La bonifica dei siti orfani intanto procede. L’obiettivo era riqualificare
almeno il 70% della superficie entro il primo trimestre del 2026. I numeri
dicono che quella scadenza è già superata. Dei 484 siti censiti, solo 225 sono
stati finanziati e solo 55 hanno concluso il procedimento. Il rischio concreto è
perdere parte di quei fondi o vederli andare altrove.
E non va meglio per i SIN. ISPRA stessa segnala una serie di lacune sui dati. I
più aggiornati e completi a nostra disposizione sono di giugno 2024 e ci dicono
che la caratterizzazione (cioè l’analisi delle matrici della contaminazione) è
stata completata nel 59% dei suoli e nel 55% delle acque sotterranee.
Solo il 13% dei suoli e il 17% delle acque, però, hanno ricevuto l’approvazione
dei procedimenti di bonifica. Anzi, tra il 2016 e il 2024, sempre secondo
l’Istituto, non ci sono stati sostanziali avanzamenti. Un aggiornamento
significativo è che sono in corso le riperimetrazioni di alcuni SIN (finora 10,
tra cui Taranto, Priolo, Brindisi e Napoli Orientale). Il processo in teoria
dovrebbe ridefinire i confini delle aree contaminate. In pratica però si traduce
nella prospettiva inquietante di una riduzione dell’estensione, e quindi degli
obblighi di bonifica su alcune aree. Sulle quali, però, nessuno ha mai fatto
alcun intervento.
C’è un dato che accomuna le storie raccontate fin qui. A Ciriè, a Porto Torres,
a Porto Marghera, la scienza sapeva. Il problema non è mai stato l’assenza di
conoscenza ma la scelta sistematica di non assumerla come guida dell’azione. È
quello che Levi contesta al processo di Ciriè, la deontologia che chiede ai
chimici: il sapere come fonte di responsabilità. La conoscenza scientifica come
condizione minima per qualunque decisione.
Quella condizione oggi vale anche per la politica. Sappiamo quali molecole fanno
male; dove sono; in quali corpi sono entrate. Eppure i SIN restano fermi, i
fondi del PNRR rischiano di andare altrove e, ancor più grave, molte produzioni
inquinanti sono ancora attive. Partire da questi assunti vuol dire ripensare
anche la transizione ecologica come processo, partendo da una verità di base:
non basta cambiare le fonti energetiche con cui alimentiamo le nostre società o
inventare soluzioni tecnologiche per rimangiarci le emissioni inquinanti. Serve
far pace con i territori che il secolo scorso ha avvelenato. Non si costruisce
un nuovo patto con l’ecosistema su un suolo contaminato. Guarire i territori è
la precondizione della transizione.
La chimica che Levi amava non prometteva nulla che non potesse dimostrare. Era
l’antidoto ai dogmi, alle affermazioni non dimostrate, agli imperativi che
chiedevano di credere senza pensare. Quella stessa esigenza è l’unica base su
cui si può costruire una politica all’altezza del disastro che abbiamo
ereditato.
L'articolo La promessa tradita della chimica proviene da Il Tascabile.
O zempic è il nome commerciale di un farmaco capace di intervenire sui
meccanismi della fame e della sazietà. Rallenta lo svuotamento dello stomaco e
attenua l’appetito, inducendo a mangiare meno e portando, nel tempo, alla
perdita di peso. Nato per il trattamento del diabete di tipo 2, è diventato in
pochi anni l’esempio più noto di una nuova classe di farmaci dimagranti, che
spostano il controllo del peso dal piano della volontà individuale a quello
della regolazione farmacologica. A prima vista questo spostamento alleggerisce
la pressione sul singolo, poiché non gli si chiede più di “mangiare meno e
muoversi di più”. E tuttavia, sotto questa trasformazione rimane inalterato il
modo in cui guardiamo i corpi grandi: corpi sbagliati, sgradevoli, da correggere
e da riportare a una norma. Il corpo grasso viene letto ancora una volta come
una responsabilità individuale e, prima ancora, come una colpa.
Se è vero che l’obesità è stata accertata come fattore di rischio per molte
patologie, è anche vero che nel discorso pubblico si tende spesso a trasformare
questa correlazione in un giudizio, non solo estetico ma anche morale, sul corpo
e sulla persona. La grassofobia agisce su tre dimensioni: il pregiudizio, ovvero
l’idea che i corpi grandi valgano meno, lo stigma, ovvero l’attribuzione di
qualità negative alle persone grasse (ingorde, pigre, trasandate), e infine la
discriminazione, cioè l’insieme delle barriere e dei comportamenti che tendono a
tagliare fuori le persone grasse dalla vita sociale e lavorativa.
Questa dinamica non si distribuisce però in modo uniforme. Negli ultimi anni,
soprattutto nei contesti di attivismo anglofono legati al movimento fat
acceptance, si sono diffuse categorie informali come mid-size, small fat, mid
fat, super fat e infinifat, utilizzate per descrivere differenze interne a ciò
che viene spesso trattato come un gruppo omogeneo. Si tratta di etichette non
scientifiche, nate per rendere visibile un dato empirico: la grassofobia tende a
intensificarsi con l’aumentare della taglia. Chi occupa posizioni più vicine ai
modelli corporei socialmente accettati può ancora abitare e attraversare, con
qualche attrito, spazi e pratiche pensati per corpi standard; man mano che ci si
allontana da questi parametri lo stigma si fa più esplicito e le barriere più
escludenti.
> Chi è vittima di atteggiamenti grassofobici ha maggiori probabilità di
> rimandare visite e controlli, di ricevere diagnosi tardive o trattamenti meno
> adeguati, e più in generale di sviluppare un rapporto problematico con il
> sistema sanitario.
Anche senza passare in rassegna i dati che documentano ostacoli e trattamenti
peggiori nell’accesso a lavoro, scuola e cure, basta guardare agli oggetti più
ordinari per vedere come questa logica si traduca nella pratica: sedili di aerei
e lettini di ospedale troppo stretti per ospitare certi corpi, brand di
abbigliamento che prevedono solo alcune taglie, bilance non tarate su corpi più
pesanti. Qui la grassofobia non passa da un giudizio esplicito ma è inscritta in
un progetto che decide silenziosamente quali corpi sono previsti e quali no.
Un’analisi pubblicata sull’International Journal of Obesity nel 2025, basata su
oltre un milione di risposte raccolte nel tempo, mostra che atteggiamenti
negativi verso le persone obese sono diffusi anche tra i medici e gli operatori
sanitari, e in alcuni casi risultano persino più marcati tra chi ha un ruolo
diretto nella diagnosi e nel trattamento. Questi atteggiamenti non si presentano
necessariamente come ostilità aperta; più spesso prendono la forma di
associazioni automatiche legate all’idea che il peso sia una questione di
volontà, che il corpo grasso indichi scarso controllo o scarsa adesione alle
raccomandazioni mediche.
È un tipo di sguardo che tende a semplificare e che può influenzare il modo in
cui si interpreta un sintomo o si costruisce un percorso di cura. Le persone che
ne sono vittima hanno maggiori probabilità di rimandare visite e controlli, di
ricevere diagnosi tardive o trattamenti meno adeguati, e più in generale di
sviluppare un rapporto problematico con il sistema sanitario. Secondo alcune
ricostruzioni teoriche l’obesità si sarebbe affermata come categoria clinica
all’interno di una cornice grassofobica, che a sua volta affonda le sue radici
in una storia ben più lunga, legata al colonialismo e alla morale protestante.
Ma per comprenderlo occorre fare un passo indietro.
L’epidemia di obesità
Alla fine degli anni Novanta, un articolo sul Journal of the American Medical
Association (JAMA) segnò un punto di svolta nel modo in cui parliamo di corpi
grassi. Mettendo in fila i dati raccolti tra il 1991 e il 1998, un gruppo di
ricercatori dei Centers for Disease Control aveva registrato un aumento
significativo della quota di adulti obesi negli Stati Uniti, dal 12 al 17,9% in
soli sette anni, con una crescita in tutti gli Stati, in entrambi i sessi e in
quasi tutti i gruppi di età. Il fenomeno non era descritto come una semplice
tendenza, ma come un’“epidemia di obesità”.
> Nello stigma nei confronti dell’obesità delle narrazioni patologizzanti, la
> responsabilità veniva scaricata sui singoli e sulle famiglie, secondo una
> logica che ignorava i determinanti sociali, economici e ambientali delle
> scelte individuali.
Questa connotazione di allarme e urgenza diventò centrale nella campagna
mediatica successiva, anche attraverso la diffusione di grafici che mostravano
la progressione del fenomeno anno per anno, come se si stesse seguendo
l’evoluzione di un contagio. “Epidemia di obesità” divenne una formula sempre
più accreditata, utilizzata come base scientifica per la “guerra all’obesità”
che ne conseguì: a partire dagli anni Duemila si diffusero linee guida che
fissavano soglie numeriche di “peso sano”, interventi sulle mense e sui
programmi di attività fisica nelle scuole, normative più stringenti sulla
produzione di bevande zuccherate e sulle pubblicità di junk food.
In diversi Paesi anglofoni circolavano spot che facevano leva sulla paura del
futuro e su una struttura narrativa del tipo “what if”: in un video della
campagna Strong4Life, per esempio, si ripercorre a ritroso la vita di un uomo
colpito da infarto, risalendo fino all’infanzia. Man mano che il racconto
procede, ogni passaggio viene associato a gesti come il consumo di bevande
zuccherate o la visione prolungata di programmi televisivi, suggerendo che la
condizione finale sia il risultato diretto e cumulativo delle scelte fatte nel
corso della vita, spesso dentro lo spazio domestico e familiare. In questo
genere di narrazioni la responsabilità veniva scaricata sui singoli e sulle
famiglie, secondo una logica che ignorava i determinanti sociali, economici e
ambientali delle scelte individuali, ovvero tutto ciò che rende difficile
cambiare abitudini: lavoro precario, marginalità sociale, costo elevato del cibo
più sano, città progettate per le auto, stress cronico.
Al di là dell’intenzione comunicativa, questi spot veicolavano un’equazione che
oggi ci sembra quasi ovvia, quella tra il corpo magro e il corpo sano, ma che un
tempo era impensabile. Per buona parte del Novecento le principali
preoccupazioni sanitarie erano state la malnutrizione, le carenze vitaminiche,
le malattie infettive che attecchivano su corpi troppo gracili. All’epoca si
riteneva che qualche chilo in più potesse fornire un piccolo margine di
protezione e la magrezza era considerata un segnale di malattia e decadenza
sociale.
Col passare dei decenni, polmoniti e tubercolosi arretrarono progressivamente
grazie al miglioramento delle condizioni igieniche e abitative e allo sviluppo
di vaccini e antibiotici. Nello stesso tempo, l’aumento della popolazione
anziana e i cambiamenti nello stile di vita (primi fra tutti l’alimentazione
industriale e la crescente sedentarietà) spostarono l’attenzione verso le
patologie non trasmissibili come l’infarto, l’ictus e il diabete di tipo 2, con
lo studio dei relativi fattori di rischio. I medici cominciarono a monitorare le
persone per anni, a confrontare nel tempo parametri come il peso, la pressione e
la glicemia, a notare che chi pesa di più, in media, si ammala prima di certe
malattie croniche. Tra gli anni Settanta e Ottanta il grasso diventò a tutti gli
effetti un campanello d’allarme e un problema di salute pubblica, soprattutto
nei Paesi anglofoni.
> Chi ha un corpo più vicino ai modelli socialmente accettati può ancora abitare
> e attraversare, con qualche attrito, spazi e pratiche pensati per corpi
> standard; man mano che ci si allontana da questi parametri lo stigma si fa più
> esplicito e le barriere più escludenti.
All’inizio degli anni Novanta l’Organizzazione mondiale della sanità si trovò
davanti a un problema molto pratico: in ogni Paese si usavano soglie diverse per
decidere chi è in sovrappeso e chi no, con risultati difficili da confrontare.
Si scelse allora di eleggere a criterio ufficiale l’indice di massa corporea
(BMI, Body Mass Index), un indicatore dato dal rapporto tra peso e altezza al
quadrato. Sulla base di questo criterio, si suddivideva la popolazione in
quattro fasce principali: sotto una certa soglia numerica si parla di sottopeso,
in un intervallo intermedio di normopeso, oltre di sovrappeso e ancora oltre di
obesità.
Nel 1998 gli Stati Uniti si allinearono a queste soglie e abbassarono il limite
tra normopeso e sovrappeso. Così, dall’oggi al domani, milioni di persone che il
giorno prima erano considerate nella norma diventarono, per definizione, in
sovrappeso. Quando, l’anno dopo, l’articolo del JAMA parlerà di “diffusione
dell’epidemia di obesità”, troverà quindi un vocabolario, degli strumenti di
misura e un immaginario già pronti ad accogliere quella metafora.
Il BMI: che cosa misura davvero
In origine il BMI non nasce nel campo della medicina e non serve a stabilire se
una persona sia sana o malata. Il criterio era stato introdotto nell’Ottocento
dal matematico e statistico belga Adolphe Quetelet e poi preso in prestito dalle
compagnie assicurative, che lo usavano per calcolare, su grandi numeri, la
probabilità di morte associata a determinate caratteristiche fisiche, come il
rapporto tra peso e altezza, così da fissare il prezzo delle polizze. Chi si
discostava da certi intervalli di peso veniva considerato più costoso da
assicurare. Il BMI aveva quindi una finalità statistica e descrittiva, non una
finalità clinica. È solo in un secondo momento che questo parametro è stato
ripreso dalla medicina per fissare “soglie di normalità”, trasformando una
correlazione statistica in un criterio di salute individuale.
Questo slittamento rappresenta un punto decisivo, perché cambia completamente il
senso dello strumento: una probabilità statistica più alta in un ampio gruppo di
popolazione non significa che qualsiasi persona con un BMI alto morirà prima o
sia destinata a una cattiva salute. Il BMI, da solo, non distingue tra muscolo e
adipe e non dice nulla su pressione sanguigna, glicemia, livelli di
infiammazione, capacità cardiorespiratoria o presenza di malattie. Una persona
classificata come “sovrappeso” può avere esami del sangue perfettamente nella
norma, fare attività fisica regolare e non avere alcun segnale clinico di
malattia. Allo stesso tempo, una persona con un BMI “normale” può avere il
diabete o altri problemi di salute. Questo perché l’indicatore non considera il
funzionamento dell’organismo, ma esprime solo un rapporto matematico. È proprio
in questo passaggio, da criterio statistico a misura di normalità, che il BMI
smette di essere solo uno strumento tecnico e diventa parte di un più ampio
sistema di valori e significati culturali sul corpo.
> L’indice di massa corporea (BMI) in origine aveva una finalità statistica e
> descrittiva, non clinica. Solo in un secondo momento è stato ripreso per
> fissare delle “soglie di normalità”, trasformando una correlazione statistica
> in un criterio di salute individuale.
Oggi la valutazione dell’obesità non si basa più esclusivamente sul BMI, che
resta uno strumento di primo screening ma viene considerato insufficiente da
solo. Uno dei suoi limiti principali è il fatto di essere tarato su popolazioni
molto specifiche, prevalentemente europee. Già nel 2004 un gruppo di esperti
convocato dall’Organizzazione mondiale della sanità ha mostrato che, in molti
Paesi asiatici, il rischio di diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari
aumenta a valori di BMI più bassi rispetto alle popolazioni europee, portando
alla luce la necessità di proporre soglie differenziate. Nella pratica clinica
attuale si adotta (o si dovrebbe adottare) un approccio multifattoriale
all’obesità che integra altri indicatori, ad esempio la distribuzione del grasso
corporeo e una serie di parametri (fisiologici, come la pressione arteriosa, e
metabolici, come la glicemia e il profilo lipidico) che servono a stimare
l’impatto reale sulla salute.
La letteratura scientifica recente, inoltre, distingue sempre più chiaramente
tra obesità come condizione clinica, quando comporta già un danno funzionale o
metabolico, e obesità come fattore di rischio, cioè una condizione che aumenta
la probabilità di sviluppare determinate patologie nel tempo senza implicare
necessariamente la presenza di malattia in atto. Questa doppia lettura rende il
concetto molto più elastico e meno lineare di quanto suggerisca l’uso quotidiano
del termine.
La costruzione culturale del sapere medico
Il fatto che la medicina, all’inizio, abbia incorporato il BMI in maniera
piuttosto frettolosa e acritica può essere letto come l’esito di un contesto
storico-culturale in cui il corpo grasso era già caricato di significati
negativi, e in cui queste valutazioni hanno progressivamente colonizzato anche i
saperi scientifici. Nel libro Fat Phobia (2022), la sociologa Sabrina Strings
presenta l’adozione del BMI da parte della medicina come l’effetto di una
genealogia in cui si intrecciano razzismo, religione e gerarchie sociali. Il suo
lavoro è spesso citato nei dibattiti contemporanei su body positivity,
grassofobia e medicalizzazione del peso, perché mette in discussione l’idea che
il discorso medico sul corpo sia neutrale o puramente tecnico.
> Nello sguardo coloniale il corpo nero, in particolare quello femminile, viene
> progressivamente associato all’idea di ingordigia e sensualità incontrollata,
> mentre per contrasto il corpo bianco viene associato all’idea di misura,
> controllo e sobrietà.
Un primo elemento di questa storia è la tratta transatlantica degli schiavi, che
tra il Sedicesimo e il Diciannovesimo secolo ha visto la deportazione coatta
dall’Africa verso le Americhe, di milioni di persone, impiegate poi nelle
piantagioni di zucchero, tabacco e cotone e in altre tipologie di lavoro
forzato. Per rendere moralmente e politicamente accettabile la tratta degli
schiavi era necessario costruire una differenza oggettiva radicale tra chi
schiavizzava e chi veniva schiavizzato, in modo da presentare gli schiavi come
persone naturalmente inadatte alla libertà e già predisposte, per loro stessa
indole, a essere governate. Nasce così il razzismo scientifico: nello sguardo
coloniale il corpo nero, e in particolare quello femminile nero, viene
progressivamente associato all’idea di ingordigia e sensualità incontrollata,
mentre il corpo bianco viene associato per contrasto all’idea di misura,
controllo e sobrietà.
Parallelamente, questa contrapposizione viene sostenuta anche dalla diffusione,
tra Europa settentrionale e Nord America, della cultura protestante e di una
morale religiosa sempre più attenta al controllo del corpo. Nella morale
protestante la frugalità e il dominio sugli appetiti diventano una forma di
disciplina quotidiana e insieme un segno visibile di virtù e vicinanza allo
stato di grazia, mentre il grasso tradisce un’anima dominata dall’eccesso
(“gluttony” nella letteratura storica e teologica anglofona), spiritualmente
povera, lontana da Dio. È dall’incrocio di queste due linee che emerge l’idea
che il corpo magro e bianco sia l’unico corpo legittimo, moralmente superiore e
“adatto” a rappresentare la nazione. Un’idea che attraversa anche la cultura
iconografica e visuale, come testimoniano le raffigurazioni realizzate tra
Ottocento e Novecento, che propongono un’immagine esuberante e ipersessualizzata
della fisicità femminile nera.
Secondo Strings, dunque, la scelta del BMI come indice dello stato di salute è
figlia di secoli di rappresentazioni non neutrali del corpo. Figure citate nel
libro, come quella del medico George Cheyne, che racconta la propria
“conversione” a una dieta quasi ascetica a base di latte, semi, pane e frutta,
ci permettono di riconoscere una certa “parentela”, seppur lontana, con la
moderna diet culture: dimagrire non è solo una questione di salute, ma molto più
spesso è una questione di status.
> Oggi impera una cultura per cui il corpo “riuscito” è quello che elimina o
> nasconde ogni traccia di sforzo e di fatica: deve comunicare uno stile di vita
> e una posizione sociale più che raccontare una storia e un processo.
Dentro uno scenario che trasforma il peso corporeo in un segnale di status e
valore personale si inserisce, probabilmente, anche il successo di farmaci come
Ozempic. Il controllo del peso, oggi, non passa più soltanto dalla disciplina
individuale, ma da una scorciatoia che agisce direttamente sui meccanismi
biologici, garantendo una gratificazione rapida. Questo spostamento si colloca
in una cultura in cui il corpo “riuscito” è quello che elimina o nasconde ogni
traccia di sforzo e di fatica: il corpo deve comunicare uno stile di vita e una
posizione sociale più che raccontare una storia e un processo. Anche quando la
fatica viene rappresentata (basti pensare ai tanti gym content che popolano
Instagram e TikTok) non compare quasi mai nella sua forma “grezza” (con tutto
ciò che comporta: disordine, sudore, affanno, scompostezza), ma in una forma
estetizzata, levigata e controllata.
Il passaggio dal primato della volontà alla regolazione farmacologica del corpo,
comunque, non rompe la struttura precedente ma la riorganizza. Intanto perché
agisce sul corpo così come si presenta, lasciando intatte le condizioni
socioeconomiche che possono averlo plasmato: i ritmi di lavoro che rendono
difficile una gestione regolare dei pasti, la struttura dei prezzi che penalizza
il cibo fresco a favore di quello industriale, le città disegnate intorno alla
mobilità automobilistica, la riduzione progressiva del tempo non assorbito da
lavoro e spostamenti, contesti di vita iperstimolanti che favoriscono una
relazione impulsiva con il cibo.
E poi perché il corpo magro, adesso più tecnicamente raggiungibile, resta
l’orizzonte desiderabile. La differenza principale si sposta sul piano
dell’accesso, con nuove forme di esclusione (chi può permettersi il “corpo
Ozempic” e chi no) e una rinnovata ossessione per la magrezza come capitale
estetico e sociale.
L'articolo Il corpo calcolato proviene da Il Tascabile.
R ipenso a una vecchia chat con un’amica, scomparsa da tempo.
Ci sentivamo e ci conoscevamo da anni. Le nostre chat, distribuite tra
Instagram, WhatsApp e Telegram, erano l’archivio di un rapporto di lunga data:
conversazioni più o meno importanti, più o meno mondane, meme, foto di viaggi e
di casa. Gli ultimi due messaggi che mi ha mandato prima di morire leggono:
“Muuuuu” “Sono una vacca” (entrambi senza punteggiatura.) Questa cosa è molto
buffa e ne avrebbe riso anche lei. Non è stato un lascito intenzionale, perché
nemmeno la mia amica si aspettava di morire da lì a pochi giorni. Forse,
sapendolo, avrebbe comunque scelto le stesse quattro parole.
L’archivio digitale non si accumula qualitativamente, ma quantitativamente.
Abbiamo la casella email invasa di decine di migliaia di lettere non lette e
conservate per sempre; foto scartate dalla mente ma caricate nel cloud; bozze
appallottolate di incipit, liste e appunti catalogate nei file .doc e nelle
note. La memoria digitale si aggiorna in automatico, giocando sul bisogno
pratico ed emotivo dell’utente di mantenere traccia di sé nel virtuale.
Prima dell’avvento dei server remoti, l’atto di “salvare” un file o un documento
era fortemente intenzionale, condizionato dal rischio tangibile che uno sbalzo
di corrente o una dimenticanza potesse cancellare irreparabilmente qualcosa di
importante. Usiamo questo verbo così melodrammatico, “salvare”, perché l’azione
serve a preservare i dati dalla perdita, trasferendoli dalla memoria temporanea
(RAM) a una memoria permanente (hard disk, SSD, e oggi, sempre più spesso, le
memorie cloud).
Consapevolmente e inconsapevolmente, vivendo lasciamo traccia di noi, nel reale
come nel virtuale. Al termine delle nostre esistenze, la nostra memoria viene
raccolta, distribuita, celebrata, diluita, infine dissolta. Passato abbastanza
tempo, ciò che rimane di noi ‒ ammesso che rimanga qualcosa ‒ è spesso
decontestualizzato da chi siamo stati veramente. I fiori al cimitero seccano, il
muschio rende illeggibili le lapidi, e la statua di Garibaldi può dire poco di
Garibaldi stesso (ed è interessante notare che Giuseppe Garibaldi non desiderava
statue o monumenti in suo onore, preferendo spese volte a scopi più nobili, come
scuole o opere di beneficenza; alla sua morte, la neonata nazione non badò né a
lui né alle spese, erigendo numerosi monumenti postumi).
> Prima dell’avvento dei server remoti, l’atto di “salvare” un file o un
> documento era fortemente intenzionale, condizionato dal rischio tangibile che
> uno sbalzo di corrente o una dimenticanza potesse cancellare irreparabilmente
> qualcosa di importante.
La nostra esistenza si specchia nel digitale, compresa la sua fine. La morte
vive nella tecnologia: viene rappresentata e rielaborata tramite pratiche,
rituali e comunità specifiche al lutto online, manifestandosi in fenomeni come
profili commemorativi, memoriali interattivi, l’interazione con i contenuti di
defunti. Questo perché il cyberspazio non è separato dal mondo fisico; al di là
di bot, IA e prime avvisaglie di dead internet, è pur sempre abitato da esseri
umani. Le nostre tracce virtuali, intenzionali e automatiche, intime e
pubbliche, sono il campo di indagine della cybertanatologia.
Attraverso lo specchio
Il senso di bruciante ingiustizia che provavo a otto anni, la notte, al pensiero
della morte futura dei miei genitori non si è ancora esaurito, a quasi tre
decenni di distanza. Sono arrivato a provare un’invidia perversa nei confronti
dei miei coetanei che hanno già perso un genitore: loro almeno questo dolore
l’hanno già provato. Io vivo nella consapevolezza che nella migliore delle
ipotesi i miei moriranno prima di me. Se provo a parametrare questa aspettativa
ai lutti che ho già incontrato, mi risulta evidente come la perdita di una
persona cara sia un rischio calcolato; il dolore del lutto è il tributo da
pagare per una connessione profonda, che restituisce, in un colpo solo, il suo
intero valore, temporale ed emotivo. Inevitabilmente finisco a immaginarmi le
parole che direi al funerale di mio padre; poi quelle che spero diranno al mio.
Mi commuovo, pateticamente, per me stesso e per questo destino che ci accomuna
tutti, i riposanti delle grandi piramidi come quelli delle fosse comuni.
Come altri animali, gli esseri umani comprendono e ritualizzano la morte. E la
studiano, con prospettive e linguaggi diversi. Nell’Epopea di Gilgamesh, uno dei
testi più antichi dell’umanità, ad esempio l’innesco è la perdita dell’amico
Enkidu. Il re di Uruk vive un’angoscia esistenziale che lo spinge a un viaggio
disperato alla ricerca dell’immortalità, fallendo nel tentativo ma accettando la
propria mortalità. Il Bardo Thödol (བར་དོ་ཐོས་གྲོལ in tibetano, titolo
traducibile come “Liberazione attraverso l’ascolto nello stato intermedio”), un
testo funerario fondamentale del buddhismo tibetano, noto in Occidente come
Libro tibetano dei morti, è invece tra le guide più conosciute per orientare
l’anima (o la coscienza) attraverso gli stati transitori di vita, morte e
rinascita.
Guide simili sono tramandate anche dalla cultura egizia (in questo caso il
titolo originario è 𓉐𓂋𓏏𓂻𓅓𓉔𓂋𓏲𓇳𓏺𓍼, ovvero “Libro per uscire al
giorno”), dalla spiritualità induista, dalle religioni abramitiche. E poi ancora
l’Ars moriendi, due scritti latini vergati tra il 1414 e il 1450, che offrivano
istruzioni pratiche e spirituali per morire bene, sostituendo in parte i
sacerdoti, e non è un caso che siano stati inizialmente pubblicati, e con grande
successo, in risposta alla catastrofe medica della peste nera. Tutte prove di
come ogni essere umano, nell’individualità e nel contesto sociale a cui
appartiene, ha un suo sistema di riti e culture per concepire la morte.
> Se un tempo la morte era considerata una parte naturale della vita, da
> affrontare nella vicinanza della famiglia e della comunità, nella modernità
> viene sempre più nascosta e medicalizzata, fino ad assumere le forme di un
> tabù sociale.
Quanto a me, un libro che è ha avuto un ruolo importante è stato il saggio
Storia della morte in Occidente (1975, trad. it. 1978) di Philippe Ariès. Ariès
divide l’approccio occidentale nei confronti della morte in quattro grandi fasi:
agli estremi pone la morte addomesticata del Medioevo e la morte proibita del
Ventesimo secolo, tracciando un percorso che vede gli individui vivere la morte
con paura sempre maggiore. Se prima il decesso era considerato una parte
naturale della vita, da affrontare nella vicinanza della famiglia e della
comunità, nella modernità è sempre più nascosto e medicalizzato, fino ad
assumere le forme di un tabù sociale. Brutalizzando questo testo complesso con
un’ulteriore sintesi, nel percorrere queste quattro fasi Ariès dimostra che la
morte è costruita socialmente, cioè che il nostro modo di percepirla evolve nel
tempo. Fu Michel Foucault a scrivere il necrologio di Ariès, qua parafrasato:
Philippe Ariès è stato tra coloro che hanno mostrato che anche le emozioni più
intime, le condotte più private, sono storicizzate. La tanatologia e la
cybertantologia ci mostrano qualcosa di simile.
Ho isolato Ariès nel panorama delle riflessioni sulla morte per due motivi
contrapposti: da un lato trovo condivisibile il punto di vista regalato dalla
storia delle mentalità, che delinea una morte cangiante nel tempo, nelle
società, nelle culture; dall’altro, mi ha interdetto il tono O tempora, o mores
che pervade lo spostamento del suo sguardo dal Medioevo al Ventesimo secolo. È
vero che le trasformazioni che hanno coinvolto la medicina, la scolarizzazione e
i costumi hanno modificato ruoli e rituali della morte; ma la rivoluzione
comunicativa del Ventunesimo secolo, che ha consentito al 68% della popolazione
mondiale (e all’89% di quella italiana) di accedere a una rete Internet
condivisa, potrebbe rappresentare un antidoto alla regressione del valore
collettivo della morte lamentata da Ariès? Ovvero: anche oggi, quando si muore,
si muore soli?
Abbondano casi di cronaca nera che riguardano omicidi e suicidi, tentati e
riusciti, disseminati nel digitale. La morte violenta, che sia provocata dai
singoli o dagli Stati, non ha certo remore a presentarsi nei nostri feed, dove
si manifesta con connotati fortemente politicizzati. Ma le sensazioni che
suscitano queste rappresentazioni della morte molto raramente equivalgono a un
lutto personale, cioè quello per una persona conosciuta e cara. Rappresentano un
punto intermedio i canali social di influencer e streamer scomparsi tenuti in
vita dai loro familiari, che trasformano e mantengono il rapporto con il
follower e la memoria condivisa della persona defunta. In alcuni casi questi
memoriali digitali arrivano a raggiungere platee più ampie della comunità online
d’origine.
> La rivoluzione che ha consentito alla maggioranza della popolazione mondiale
> di accedere a una rete condivisa, rappresenta un antidoto alla regressione del
> valore collettivo della morte? In altre parole: anche oggi, quando si muore,
> si muore soli?
Un esempio sono gli oltre 100 milioni di spettatori che hanno visto il videogame
film A Minecraft Movie (2025), omaggio allo YouTuber e streamer di Minecraft
Technoblade (Alexander), scomparso nel giugno 2022 all’età di 23 anni. A
Technoblade era già stato dedicato un tributo sul server Minecraft di Hypixel,
uno spazio digitale in cui i fan potevano utilizzare l’oggetto di gioco “libro e
penna” per scrivere messaggi di commiato e saluto. Sono stati così raccolti
oltre 377.000 messaggi, stampati in 22 volumi, consegnati alla famiglia dello
streamer insieme a un volume di opere artistiche realizzate dai fan, un dipinto
a olio e un copricapo cosplay a tema. La rete crea spazi pubblici di lutto, ma è
altresì evidente che questa morte è accolta globalmente, non localmente. Inoltre
i momenti antecedenti ed effettivi del trapasso, che tanto stavano a cuore a
Ariès, avvengono comunque in spazi isolati e medici comparabili a quelli del
Ventesimo secolo.
Studiare la morte
“Does the internet change how we die and mourn?” è uno studio del 2012, quindi
agli albori dell’Internet algoritmico delle piattaforme. Le sue conclusioni
aprono una serie di prospettive che reggono al passaggio del tempo. Lo studio
osserva che il modo in cui la rete condiziona come moriamo ed elaboriamo il
lutto dipende da come le nostre interazioni online si relazionano a quelle
offline ‒ ad esempio, la quantità di tempo dedicato alle une e alle altre.
Internet potrebbe cambiare il nostro approccio alla morte, da un punto di vista
interattivo e forse anche esperienziale. Lo studio indica due possibili
direzioni di questo cambiamento.
La prima riguarda il concetto di desequestering of death, un concetto legato ad
Anthony Giddens e al già citato Ariès, dove la morte torna a essere visibile e
socialmente condivisa, dopo essere stata “sequestrata” dalla modernità. Le
piattaforme social hanno la capacità di rendere accessibile il morire, la morte,
il lutto di persone conosciute (e sconosciute). I social network riportano la
morte nella quotidianità in una maniera diversa rispetto al secolo scorso. Se i
mass media hanno reso il lutto più pubblico, le piattaforme social del
Ventunesimo secolo lo rendono immediatamente condivisibile nelle proprie reti
sociali. La seconda direzione riguarda la morte sociale, intesa come il
deterioramento di interazione sociale e identità individuale, una condizione che
spesso aggrava quella già delicatissima di morente; la tecnologia digitale,
incluso Internet, può contribuire a contrastarla.
Con la dovuta prudenza, è possibile immaginare il cyberspazio come un nuovo
medium per conversare con i morti, attribuendo a ciò che di loro permane un
valore sia sociale che privato. Gli autori dello studio ammettevano anche la
velocità con la quale internet si stava trasformando, e la difficoltà che
avrebbero avuto i tanatologi a tenere il passo, invitando a studi futuri ancora
più dettagliati e centrati del loro. Invito accettato: studi recenti prendono in
analisi come algoritmi e IA trasformano il lutto in contenuti digitali e i
problemi etici che ne conseguono; la creazione di “fantasmi digitali” che
popolano aldilà digitali mediati dall’intelligenza artificiale; l’utilizzo
dell’IA generativa per costruire repliche private di defunti, figure che
incorporano ricordi autentici e aspettative personali.
> Con la dovuta prudenza, è possibile immaginare il cyberspazio come un nuovo
> medium per conversare con i morti, attribuendo a ciò che di loro rimane un
> valore sia sociale che privato.
Mia zia è morta nel letto di casa sua, dopo una battaglia lunga e dolorosa con
una malattia incurabile. Quando ero in Erasmus era già malata e mi scriveva. Man
mano che la malattia le levava le forze, le mail si facevano più brevi, per
diventare solo messaggi inoltrati. All’epoca pochissimi dei miei amici usavano i
social media, e lei, che aveva trentasei anni più di me, per nulla. Le mail
inoltrate erano perlopiù catene di Sant’Antonio a tema antiberlusconiano. Poco
prima che mia zia scegliesse di concludere la sua esistenza, alle sue
condizioni, si sono interrotte pure le catene inoltrate.
Pragmatismo del dolore
Il lutto di mia zia è stato il primo della mia vita adulta. Non ho dovuto
processarlo solo emotivamente, ma ho vissuto ‒ almeno di riflesso ‒ le
implicazioni pragmatiche della scomparsa di una persona. Quando muore una
persona c’è una lunga lista di cose da fare, meno affascinanti, immagino, di
quelle suggerite da guide di culture più antiche. Tra le varie cose, bisogna
chiamare il medico, denunciare la morte al comune entro 24 ore, contattare
un’impresa funebre, organizzare il funerale, curare i dettagli di tumulazione o
cremazione, ordinare i fiori, pubblicare necrologi. Tutto questo ha un costo,
nell’ordine delle migliaia di euro anche quando si spende poco. Due sintomi
dell’elevata spesa: nel caso in cui il defunto sia indigente, non abbia parenti
in grado di sostenere le spese, o sia stato abbandonato, il comune di residenza
si fa carico del funerale; le spese funebri sono detraibili ai fini IRPEF (19%
nel modello 730) per chiunque le sostenga, a prescindere dal vincolo di
parentela.
Dove c’è qualcosa da pagare c’è qualcuno che ci guadagna, nel reale come nel
digitale; tutto ciò che stiamo prendendo in analisi avviene nel disegno del
capitalismo globale.
Abbiamo esempi nostrani di agenzie funebri che promuovono i loro servizi fisici
a colpi di meme e qualche posizionamento politico; ma ci sono agenzie
oltreatlantiche che offrono servizi specificamente virtuali, come i complessi
servizi di gestione dell’eredità digitale offerti dalla Funeral Consumer
Alliance statunitense.
> Oggi a trarre profitto dalla morte online sono principalmente le grandi
> piattaforme social, i servizi di memoriali online, e le aziende
> tradizionalmente offline che si ibridano con il digitale.
Capire chi trae maggiore profitto dalla morte online è un buon terreno di
indagine. Si individuano tre grandi attori, che definiscono aree di influenza e
di guadagno. Le grandi piattaforme social, in particolare Instagram e Facebook
(con TikTok e YouTube in crescita), non sono di per sé dedicate alla morte, ma
creano enormi profitti dalle attività memoriali: tributi, anniversari,
condivisione di profili e post di necrologio. Le persone passano più tempo sulla
piattaforma e interagiscono con più pubblicità. Non a caso, Facebook offre la
possibilità di un profilo commemorativo e Meta ha brevettato una IA capace di
simulare un utente assente o deceduto, continuando a postare, commentare e
rispondere ai messaggi.
Una seconda area riguarda le piattaforme di memoriali online, cioè
esclusivamente riservate al lutto e alla commemorazione online. Legacy.com è una
delle più grandi reti di necrologi a livello globale. Collabora con giornali e
imprese funebri, ha 676 dipendenti e un fatturato stimato di circa 100 milioni
di dollari annui. Il modello di ricavi include necrologi a pagamento e
pubblicità nei registri delle condoglianze.
Taffo fa parte della terza area, cioè aziende tradizionalmente offline che si
ibridano con il digitale. La statunitense SCI, il più grande operatore funebre
al mondo, quotato in borsa, offre necrologi online e funerali in streaming. I
ricavi arrivano principalmente dai servizi tradizionali (funerali, cimiteri),
gli strumenti digitali servono soprattutto ad aumentare le vendite e il
coinvolgimento dei possibili utenti.
Chiudere in bellezza
La morte gestita da strumenti algoritmici a fini di lucro non sembra offrire una
prospettiva rassicurante per un ritorno al suo valore familiare e collettivo, in
cui sia intesa come processo e non come termine; e in cui il morente non viva
isolato e nascosto ma ancora partecipe della collettività. Questa, però, è solo
una delle possibili letture del fenomeno. Ce n’è almeno un’altra, più emotiva,
che mi ha accompagnato in tutta la scrittura di questo articolo. Tutti ‒ un
tutti che va oltre la nostra specie ‒ diventiamo silenziosi davanti alla morte
di un caro. Ce ne rattristiamo. Ne portiamo e ne cerchiamo e ne incontriamo il
ricordo. Questo legame universale impone un’attenta riflessione su chi rendiamo
proprietari delle nostre memorie.
> Le tombe di re, nobili e persone note del passato sono oggi beni culturali e
> attrazioni turistiche, e in quanto tali tutelate e mantenute da secoli. Lo
> stesso non vale per i luoghi dove riposava la grandissima maggioranza dei loro
> contemporanei.
Le nostre tracce digitali vivono in server. Questi server hanno dei padroni. Ciò
pone problemi evidenti e immediati di privacy e sfruttamento economico, insieme
a un rischio più grave e sottovalutato: che quei server cessino di esistere, e
con essi ciò che vi abbiamo depositato. La memoria digitale non è eterna. Non è
ancora dato sapere se sia soggetta allo stesso decadimento delle tombe di
famiglia abbandonate nei cimiteri monumentali; ma strutturalmente parlando, non
è eterna. L’esito della sua decadenza sarà regolato sia da parametri materiali,
cioè la vita dei server, sia da elementi tecnologici e culturali, per esempio il
realizzarsi della dead internet theory, che ipotizza una rete dove bot e profili
autogenerati di user defunti parlano esclusivamente tra loro, mutando per sempre
la lettura dell’epigrafe digitale.
C’è un ulteriore dato storico da tenere in considerazione: le tombe di re e
nobili del passato (e le tombe di Garibaldi e di Mussolini, e pure quelle di
qualche poeta, artista o filosofo) sono oggi beni culturali e attrazioni
turistiche, e in quanto tali sono tutelate e mantenute da secoli. Non si può
dire lo stesso dei luoghi dove riposava la grandissima maggioranza dei loro
contemporanei. Il digitale non ripristina la morte medievale descritta da Ariès.
Ha però riaperto lo spazio pubblico del lutto, segnando una nuova fase della
storia della morte. Una morte connessa, ma non del tutto integrata al vissuto
fisico. La morte e il morente rimangono mediati; il defunto, qualora perdurasse
la sua presenza digitale, si trova in un limbo, né completamente assente né
pienamente presente.
La morte è un avvenimento unico e strettamente personale, per chi la vive in
prima persona, come per noi che restiamo. Da quando la mia amica mi ha mandato i
suoi ultimi due messaggi, su Telegram, ho perso il cellulare. Non avevo il
backup. Ho perso anche le nostre chat. Tutte, compresa l’ultima.
L'articolo Le nostre spoglie digitali proviene da Il Tascabile.
I diritti sono questione di linguaggio. Non solo perché il rispetto dei diritti
si manifesta nel modo in cui ci si rivolge all’altro o altra da sé, ma
soprattutto perché la presa di parola e l’autorappresentazione sono atti
fondativi dell’entrata nel consorzio giuridico, e prima ancora sociale. Con
alterne fortune, e in processi ancora in via di negoziazione, sono state le
parole (scritte, cantate, pronunciate nei parlamenti e nei tribunali, gridate
nelle manifestazioni e negli scioperi) a reificare e rinforzare i diritti delle
minoranze etniche e religiose, delle donne e delle persone LGBTQIA+, delle
classi subalterne. È dunque inevitabile che anche il riconoscimento dei diritti
del mondo più-che-umano passi attraverso una reinterpretazione radicale delle
sue capacità espressive.
E visto che le parole sono importanti, l’espressione più-che-umano – in inglese
abbreviata in MOTH (MOre-Than-Human), acronimo evocativo che letteralmente
significa “falena” – si deve a David Abram, che per primo la introdusse nel 1996
in The Spell of the Sensuous. Testo fondativo della filosofia ecologica
contemporanea, dopo trent’anni finalmente disponibile anche in italiano grazie
alla traduzione di Daniela Boccassini, L’incanto del sensibile propone una
visione del linguaggio e della percezione come questioni sempre più estese
rispetto all’ambito umano. Oltre il concetto di ambiente (che tende a ridurre
tutte le altre specie a mero sfondo delle attività antropiche), oltre quello di
natura (troppo spesso contrapposto a cultura), la nozione di più-che-umano
include e al tempo stesso travalica l’umano, interpretando la creatività, la
tecnologia e il linguaggio come spettri a diverse lunghezze distribuite tra
tutte le forme di vita. Il discorso viene talvolta esteso anche alle capacità
dell’intelligenza artificiale, che però non è il focus di questo articolo,
pensato piuttosto in relazione alle tante e varie forme di intelligenze
“naturali”.
> Oltre il concetto di ambiente e quello di natura (troppo spesso contrapposto a
> cultura), la nozione di più-che-umano include e al tempo stesso travalica
> l’umano, interpretando la creatività, la tecnologia e il linguaggio come
> spettri a diverse lunghezze distribuite tra tutte le forme di vita.
Diritti più-che-umani: una questione naïve?
In ambito legale si sta dunque passando progressivamente dal discorso sui
diritti della natura a quello sui diritti del più-che-umano, come testimoniato
da More Than Human Rights: An Ecology of Law, Thought, and Narrative for Earthly
Flourishing (2024), testo-chiave del programma MOTH, edito da César
Rodríguez-Garavito. Il movimento muove da due assunti interconnessi. In primo
luogo, e come già discusso nelle proposte di nuove ecologie politiche di Bruno
Latour e Jane Bennett (rispettivamente in Politiche della natura, 2000, e
Materia vibrante, 2023), l’atto democratico per eccellenza è costituito dal
riconoscimento di un’infondata “partizione del sensibile”, che rende alcuni
soggetti parte della vita pubblica, relegandone altri al di sotto della soglia
di attenzione giuridica, se non morale – peccato originario che affonda le
radici già nella cosiddetta democrazia ateniese, che relegava gli schiavi allo
status di oggetti privi di qualsiasi diritto. L’idea è quella di includere nel
discorso legale anche i soggetti più-che-umani, finora nel migliore dei casi
ridotti a oggetti di proprietà, nel peggiore del tutto ignorati. D’altro canto,
l’estensione dei diritti ai membri più vulnerabili di una rinnovata polis
multispecie non implica una limitazione dei diritti umani già esistenti, come
paventato da alcuni, ma piuttosto un rafforzamento dell’ethos inclusivo di una
società da ricostituire, secondo le dinamiche del migliore intersezionalismo.
Nel suo ultimo libro, È vivo un fiume? (2025), Robert Macfarlane affronta la
questione posta dal titolo e racconta di come fosse stata liquidata in partenza
da uno dei suoi figli che, con la spontaneità dell’infanzia, gli avrebbe detto:
“Ma dai, papà, sarà un libro corto […] perché la risposta è sí!”. Esiste in
effetti una posizione che si potrebbe definire naïve nel dibattito sulla
vitalità e sui diritti del mondo più-che-umano, seguendo la quale tanto
inchiostro e fiato si potrebbero risparmiare – e, si badi, è il caso di una
naïveté tutta al positivo, candida ma non ottusa. È la condizione appunto dei
bambini, abituati a riconoscere la vita in tutte le sue forme, a dare voce agli
animali e agli oggetti, ad affezionarsi alle piante e agli spazi. Ed è il modo
d’essere di molte comunità indigene in tutto il mondo, in cui l’animismo ha
continuato per millenni a fornire le fondamenta di ogni comportamento
individuale e collettivo – centrale infatti nella proposta di un’antropologia
oltre l’umano di Eduardo Kohn, in Come pensano le foreste (2021).
> L’estensione dei diritti ai membri più vulnerabili di una rinnovata polis
> multispecie non implica una limitazione dei diritti umani già esistenti, come
> paventato da alcuni, ma piuttosto un rafforzamento dell’ethos inclusivo di una
> società da ricostituire.
Come nella Storia del genere umano di Leopardi, c’è un parallelo tra la
condizione infantile e quella apparentemente primitiva – ma che in realtà è
molto più contemporanea di quanto una certa intelligentsia occidentale si sia
convinta a colpi di colonizzazioni e denigrazioni filosofiche. Yuvan, uno dei
personaggi che accompagnano Macfarlane nella tappa indiana del suo viaggio
intercontinentale – quella centrale, dopo l’esplorazione nella foresta di Los
Cedros in Ecuador e prima del Mutehekau Shipu canadese – si chiede:
> Che cosa può essere successo a un mondo in cui l’animismo è una rarità, o è
> visto come una “stranezza”? Ma che cosa c’è di “strano” nel percepire
> l’estensione e l’energia della vita che ci circonda, e di tutte le vite con
> cui si intreccia ognuna delle nostre piccole vite?
Quel che è successo sono decenni, secoli di cosiddetto sviluppo incentrato sul
solo profitto economico, sono la ridicolizzazione della poesia e la
brutalizzazione della bellezza, sono l’annichilimento politico di ogni
pluralismo e una pulsione di morte che dal centro dell’occidente atlantico si
propone di trascinare con sé quante più fette di mondo possibile. Sono il
graduale silenziamento della polifonia di voci e versi e canti in cui siamo
immersi – come già profetizzato da Rachel Carson nell’agghiacciante apertura di
Primavera silenziosa – e, insieme a questi, la messa a tacere di qualsiasi
contraddittorio intellettuale complesso.
Radicalismo oltranzista
Se si volesse invece ascoltare questo contraddittorio, si potrebbe ampliare la
domanda di partenza di Macfarlane e arrivare al nucleo caldo della riflessione
MOTH: cosa implica il riconoscimento della vitalità di un fiume, o di ogni altro
essere non umano? Quali sono le conseguenze etiche, e soprattutto legali, di
questa espansione di vitalità? Accanto alla postura naïve, e arrivando talvolta
a risposte simili attraverso fini percorsi filosofici, ce n’è una che si
potrebbe definire “radicale oltranzista”. È la posizione di chi, nel riconoscere
dignità, diritti e valore morale a qualsiasi essere vivente, vorrebbe che
l’essere umano rinunciasse al proprio privilegio epistemologico e al compito
autoconferitosi di arbitro morale. Esponente di rilievo di questa convinzione è
Michael Marder, autore del recente La pianta filosofale: Un erbario
intellettuale (2025). In un saggio precedente, ancora non disponibile in
italiano – Plant-Thinking: A Philosophy of Vegetal Life (2013) – Marder accoglie
il potenziale rivoluzionario di un report come quello della Commissione federale
d’etica per la biotecnologia nel settore non umano, dal titolo La dignità della
creatura nel regno vegetale, ma nota come, accanto al riconoscimento della
dignità e del valore morale delle piante, e alla conseguente sanzione dei danni
nei loro confronti, manchi persino lì un’attenzione reale alle specificità della
vita vegetale.
> C’è chi, come Michael Marder, nel riconoscere dignità, diritti e valore morale
> a qualsiasi essere vivente, vorrebbe che l’essere umano rinunciasse al proprio
> privilegio epistemologico e al compito autoconferitosi di arbitro morale.
Dal canto suo, Marder propone dieci conseguenze etiche del pensare con – e
possibilmente come – le piante, individuando così non tanto i modi in cui queste
si comportano come gli esseri umani, ma anche quelli in cui gli esseri umani
possono riconoscere il quantum botanico che li abita. Tra le modalità vegetali
applicabili a qualsiasi forma vivente c’è la consapevolezza che il pensare sia
sempre anche un fare, che lo stare al mondo sia al tempo stesso il fatto più
unico e più generico possibile, che ogni individuo si sviluppi secondo ritmi e
tempi propri, che la vita in comune sia basata su un’inerente e irriducibile
incompletezza dei singoli. Secondo Marder, approfondire il plant-thinking è un
modo per decostruire la presunta preminenza intellettuale degli esseri umani.
Una sfida che trova terreno fertile in ambito filosofico più che consenso nella
comunità botanica, e che è stata estesa persino all’ambito minerale da Federico
Luisetti, in Essere pietra (2024), saggio in cui l’alterità delle pietre è
interpretata come una “sfida all’egemonia della persona vivente”.
Ma in che modo il discorso sulle intelligenze e sui linguaggi più-che-umani
incontra il diritto? A che punto la presa d’atto di una vitalità diffusa si
trasforma in acquisizione di diritti e responsabilità? Se la posizione naïve
tende a non porsi questa domanda (i bambini e le bambine non sentono il bisogno
di stilare leggi, e molte popolazioni indigene finora non hanno avuto la
necessità di farlo in termini di civil o common law), la posizione
“oltranzista”, come accennato, rifiuta ogni preminenza umana in tale processo.
Le ragioni di questa visione radicale sono del resto incontrovertibili: come
pensare che agli esseri umani basti riconoscere che un essere sia vivo per
rispettarlo e proteggerlo, quando la condizione umana stessa non sembra agire da
deterrente in nessuna delle guerre che da sempre si susseguono, oggi se
possibile con più ferocia che mai?
Il pragmatismo dell’ascolto di altri linguaggi
A queste due visioni se ne aggiunge una terza, “pragmatica”, che è forse quella
che meglio descrive gli intenti di Macfarlane e Rodríguez-Garavito, tra gli
altri. Il punto di vista di chi si lascia sollecitare dal pensiero più radicale,
cercando però di non imboccare una strada senza uscita alla fine della quale ci
sarebbe solo l’impossibilità di agire, in quanto esseri umani, a favore di ogni
altro essere vivente – pena un rafforzamento ulteriore della gerarchia
antropocentrica. Significativo, in tal senso, un dialogo tra Macfarlane e Wayne,
uno dei compagni di viaggio in È vivo un fiume?, che qui parla per primo:
> – Resto però scettico sull’idea di dare voce al fiume o a suo vantaggio. Mi
> sembra un’idea non solo insufficiente, ma anche esposta al rischio di
> ventriloquio. […]
> – È il punto cruciale che va risolto, senza dubbio, – dico annuendo. – Non
> “chi parla a nome del fiume?” ma “che cosa dice il fiume?” […]
> – Già. […] Perché tali diritti non si riducano a una forma mascherata di
> manovra politica tra noi umani, dovremo trovare modi di prestare ascolto a
> queste altre entità, divinità fluviali incluse, e di ascoltare il mondo
> insieme a loro. E questo ovviamente deve avvenire non solo nelle comunità
> indigene, o tra artisti, scrittori e stravaganti marginali come noi, ma anche
> tra gli attori statali, gli attori delle imprese, gli attori industriali,
> l’intero cast. I detentori del potere.
È per questo motivo che il discorso sui linguaggi non verbali è da considerarsi
unito a filo doppio alla questione etica e legislativa. Solamente imparando ad
ascoltare i fiumi, ma anche i laghi, l’oceano, gli alberi e le foreste, e
prestando ascolto a chi ha affinato questa pratica in secoli e secoli di
dedizione all’ambiente circostante – e qui il sapere indigeno incontra il
pragmatismo – si potrà pensare di proteggere ogni forma di vita nei modi a
ciascuna adeguati.
> Il dibattito sui diritti del più-che-umano ha consentito di raggiungere
> traguardi storici, come la sentenza che nel 2017 ha stabilito che il Gange e
> lo Yamuna dovessero essere considerati “entità viventi”, con tanto di diritti
> connessi.
È grazie al pragmatismo volenteroso dei membri del movimento MOTH, del resto,
che un nuovo tipo di giurisprudenza ambientale, strettamente connessa a cause di
giustizia sociale, sta prendendo piede in tutto il mondo. La costituzione
promossa da Rafael Correa e approvata in Ecuador nel 2008, ad esempio, prevede
quattro articoli dedicati ai diritti della natura a esistere, a rigenerarsi, a
essere risanata e rispettata. Il lavoro dei giudici Agustín Grijalva Jiménez e
Ramiro Ávila Santamaría è stato poi fondamentale nel far valere questi diritti a
protezione della foresta di Los Cedros, una vera e propria culla di
biodiversità, poco prima che venisse annichilita per far posto all’estrazione di
metalli pesanti a cielo aperto.
Sempre due giudici, ma stavolta in India, nell’Alta Corte dell’Uttarakhand,
hanno decretato in una sentenza storica del 2017 che il Gange e lo Yamuna – due
dei fiumi più sacri dell’induismo – dovevano essere riconosciuti come “entità
viventi” con diritti connessi. I negoziati di decolonizzazione che in Nuova
Zelanda vanno avanti da decenni tra maori e corona britannica, con annesso
riconoscimento del fiume Whanganui come persona giuridica ed essere vivente,
hanno ispirato, dall’altra parte dell’oceano, un’alleanza trasversale per
proteggere la Mutehekau Shipu (Magpie River nella lingua dei colonizzatori)
dall’estrattivismo idrico della Hydro-Québec: alleanza che ha dato luogo a una
risoluzione poliglotta a salvaguardia della vita e del futuro del fiume –
redatta anche nel linguaggio degli indigeni della penisola del Labrador-Quebec,
l’innu.
È (e deve essere) complicato…
Tutti questi casi rendono chiaro il valore e i limiti di due concetti che sono
spesso più abusati che compresi fino in fondo. Da un lato il valore del
“postumanesimo” non in quanto visione tesa a superare, annullare o silenziare
l’umano (come talvolta si fraintende), bensì come proposta di un’umanità
alternativa, basata sull’interazione costante col mondo più-che-umano in termini
non appropriativi, non estrattivi. Un progetto fondamentalmente antirazzista,
femminista, antiabilista e antispecista, teso a modificare il modo in cui gli
esseri umani sono concettualizzati: da “monadi” a “quanti” in costante relazione
con qualsiasi altro essere. Per il riconoscimento dei diritti di un fiume o di
una foresta, in un’ottica postumana, passa dunque anche il benessere degli
esseri umani che in quegli spazi vivono e di tutti gli altri che, pur senza
saperlo, beneficiano del clima e della biodiversità da questi assicurati.
D’altro canto, e in continuità con la proposta postumana, è opportuno
riconoscere i limiti della nozione di Antropocene: nozione utile a riconoscere
le responsabilità umane nei cambiamenti geologici, oltre che climatici, a cui la
Terra è stata sottoposta negli ultimi decenni e secoli, ma che corre il rischio
di appiattire sotto un’unica etichetta responsabilità non comparabili. Gli
indigeni che hanno visto i propri mondi scomparire non possono essere messi
sullo stesso piano dei coloni di ieri e di oggi che quegli stessi mondi hanno
violato; le popolazioni di molti Paesi in via di sviluppo consumano
infinitamente meno, prese nel complesso, di quanto non faccia un singolo
cittadino statunitense nello stesso arco di tempo; coloro che combattono per
proteggere i diritti dell’ambiente non sono anthropos (da cui Antropocene,
appunto) come chi quell’ambiente lo dà per scontato, disprezza e viola. Tra le
alternative possibili, meglio forse parlare di “Capitalocene”, come proposto da
Jason W. Moore, o Wasteocene, mettendo in luce la produzione di luoghi e
comunità di scarto come intrinseca al capitalismo, secondo l’analisi di Marco
Armiero.
> Per il riconoscimento dei diritti di un fiume o di una foresta passa anche il
> benessere degli esseri umani che in quegli spazi vivono, e quello di tutti gli
> altri che, pur senza saperlo, beneficiano del clima e della biodiversità da
> questi assicurati.
Le alternative implicano un grado maggiore di complessità: è il destino di una
visione del mondo più attenta e sfumata. In medicina è stato necessario
parcellizzare il corpo umano per arrivare a una conoscenza approfondita dei suoi
specifici funzionamenti, ma ora è sempre più comune affrontare problemi piccoli
e grandi alla luce dell’interazione tra organi diversi, e soprattutto tra mente
e corpo. In biologia l’endosimbiosi sta sradicando il concetto di individuo,
laddove si sono scoperti organismi che vivono all’interno di altri e da cui
questi altri non possono prescindere. La teoria quantistica sta rivelando ogni
ente come possibile solo nella relazione e in quanto relazionale. Allo stesso
modo, è arrivato il momento di immaginare anche il diritto legato al mondo
circostante come interconnesso a quello prettamente umano.
In tutti questi casi, la complessità porrà questioni filosofiche e pratiche di
difficile risoluzione. Ad esempio: se i fiumi hanno diritti, hanno anche
responsabilità in casi di esondazione? Dove inizia e dove finisce l’agency di un
albero o di qualsiasi altro essere vivente, se tutto è interrelato? In che modo
uno stato di diritto può implementare una giurisprudenza ambientale senza che il
suo funzionamento ne venga sovraccaricato a dismisura? Questioni aperte e senza
dubbio impegnative. Ma se c’è una lezione che alberi e fiumi sanno insegnare è
quella della pazienza. Laddove è stata naturalizzata l’idea che multinazionali e
imprese commerciali di brevissimo corso possano avere più diritti degli esseri
umani, con criterio si potrà riuscire a venire a capo anche degli interrogativi
legati ai diritti del più-che-umano e del tempo profondo che trascende le vite
dei singoli individui. Se non saremo in grado di farlo, avremo perso noi stessi
il diritto di abitare la Terra. Lei, dal canto suo, continuerà a girare.
L'articolo I diritti del più-che-umano proviene da Il Tascabile.
Q uattro anni fa usciva in Italia la prima stagione di Severance, serie
televisiva creata da Dan Erickson e diretta da Ben Stiller, diventata
rapidamente un fenomeno culturale globale. Al centro, un gruppo di dipendenti
della Lumon, azienda biotecnologica che sottopone i propri lavoratori a un
intervento neurochirurgico capace di separare la memoria in due compartimenti
completamente distinti: quando una persona è in ufficio non ricorda nulla di ciò
che accade fuori, e quando è fuori non sa nulla di ciò che è avvenuto alla
scrivania. Al di là dei meriti puramente cinematografici, una delle ragioni del
suo successo risiede forse nell’aver intercettato un desiderio diffuso: quello
di riuscire davvero a separarsi dal lavoro, di uscire dall’ufficio e tornare a
casa come qualcuno la cui vita personale non dipende dalle otto ore precedenti.
Negli ultimi decenni la nostra identità si è progressivamente definita intorno
al lavoro. Le strutture che un tempo organizzavano la quotidianità, come le
comunità, le appartenenze collettive, i legami di vicinato e di classe, si sono
assottigliate, e il lavoro ha riempito quegli spazi. Oggi ci si realizza
professionalmente, si investe su di sé, si parla di vocazione per attività che
un tempo erano semplici occupazioni. Il nostro ruolo lavorativo ha smesso di
descrivere cosa facciamo e ha cominciato a definire chi siamo. Nel 2019 il
giornalista Derek Thompson coniava sull’Atlantic il termine workism, per
descrivere l’idea che il lavoro non sia solo una necessità economica ma il
centro della vita e il suo scopo ultimo. I lavoratori più istruiti, osservava
Thompson, avevano iniziato a frequentare l’ufficio per le stesse ragioni per cui
i credenti frequentano la chiesa, in cerca di significato, comunità e senso. Una
cultura che convoglia i propri ideali di autorealizzazione in un impiego
retribuito, concludeva, si espone a un’ansia collettiva difficile da contenere,
a una delusione diffusa e a forme pervasive di esaurimento.
> Il nostro ruolo lavorativo ha smesso di descrivere cosa facciamo e ha
> cominciato a definire chi siamo.
Prima di lui, il filosofo coreano-tedesco Byung-Chul Han aveva già anticipato
questa diagnosi nel saggio La società della stanchezza, pubblicato nel 2010 e
destinato a circolare ben oltre gli ambienti accademici. Per Han, nelle società
contemporanee l’imperativo della prestazione si è progressivamente spostato
dall’esterno all’interno, fino a radicarsi nel soggetto. Regole, gerarchie e
divieti visibili imposti dall’alto lasciano il posto a una spinta a produrre,
migliorarsi e superarsi che il soggetto interiorizza fino a farla propria. Il
lavoratore contemporaneo si automotiva, si autogestisce, si autosfrutta, in una
pressione continua che non conosce interruzioni e dalla quale è quasi
impossibile sottrarsi, perché coincide con l’idea stessa di libertà e
realizzazione. Quando si crolla, si finisce così per percepirsi come individui
che non ce l’hanno fatta, e la vergogna del fallimento sostituisce la rabbia.
Il lavoro stesso è cambiato fino a rendere questo assetto strutturale. La
diffusione di contratti flessibili e carriere discontinue ha reso razionale, per
il singolo, investire su di sé come se fosse un’impresa. Le organizzazioni hanno
costruito ambienti centrati sulla mission aziendale, sui valori condivisi,
sull’idea del team come comunità, in un lessico che favorisce l’identificazione
e trasferisce sull’individuo la responsabilità della motivazione. La tecnologia
ha fatto il resto: l’uso dello smartphone per lavoro fuori orario è associato
sistematicamente a conflitto lavoro-vita, disturbi del sonno ed esaurimento,
comportamenti che non sono scelte individuali ma norme sociali che si
riproducono in molti ambienti professionali.
Queste forme di relazione con il lavoro hanno conseguenze psicologiche molto
alte. Lo stress occupazionale è oggi tra le prime cause di assenteismo e di
inabilità lavorativa in Europa. L’indagine EU-OSHA OSH Pulse 2025 rileva che il
29% degli oltre 25.000 lavoratori intervistati soffre di stress, depressione o
ansia, mentre il 44% vive forti pressioni temporali come componente ordinaria
della vita professionale. Complessivamente, il 65% dei lavoratori intervistati
ha riscontrato problemi di salute causati o aggravati dal lavoro nell’ultimo
anno. Tra queste condizioni, una nasce direttamente dal lavoro, prende forma
all’interno del contesto occupazionale ed è strettamente legata al rapporto
emotivo che oggi intratteniamo con la sfera professionale. È il burn-out, ed è
la forma più severa e invalidante di stress lavorativo cronico.
Che cosa chiamiamo burn-out
Nato come osservazione clinica nelle professioni di cura ‒ medici, infermieri,
operatori sociali ‒ il burn-out ha progressivamente coinvolto molte altre
categorie, dal settore tecnologico all’istruzione fino alla ricerca accademica.
> Il lavoratore contemporaneo si automotiva, si autogestisce, si autosfrutta, in
> una pressione continua che non conosce interruzioni e dalla quale è quasi
> impossibile sottrarsi, perché coincide con l’idea stessa di libertà e
> realizzazione.
La prima descrizione risale al 1974. In una clinica per tossicodipendenti del
Lower East Side di New York, lo psicologo Herbert Freudenberger lavorava con un
personale composto in gran parte da volontari, persone che avevano scelto di
essere lì, investendo tempo ed energie che nessun contratto richiedeva. A poco a
poco notò che qualcosa, in alcuni di loro, si incrinava. Diventavano cinici,
svuotati, rigidi, distanti, in un modo che non coincideva con la stanchezza
ordinaria. Cercò una parola per definire quello stato e la trovò in
un’espressione americana dell’epoca, burn out, bruciare fino in fondo. La
pubblicò sul Journal of Social Issues e aprì, senza saperlo, uno dei filoni di
ricerca più prolifici e controversi della psicologia del Novecento. I soggetti
più esposti, scriveva Freudenberger, erano quelli che credevano di più in ciò
che facevano. Nella sua formulazione iniziale, il burn-out appare come una
patologia dell’investimento emotivo.
Oggi, nella letteratura scientifica viene descritto attraverso tre componenti
che tendono a intrecciarsi: l’esaurimento emotivo, cioè l’esperienza di sentirsi
svuotati e di non avere più nulla da dare; la depersonalizzazione, un distacco
progressivo dalle persone con cui si lavora che può trasformarsi in cinismo
quasi senza che ci si accorga del passaggio; la ridotta percezione di efficacia,
la sensazione di non riuscire più a fare bene ciò che si sa fare o di non
riconoscerlo quando accade. Il cinismo, in particolare, è stato interpretato
come una forma di autodifesa psicologica che con il tempo tende a irrigidirsi. È
così che il medico finisce per parlare dei pazienti come numeri e l’insegnante
smette di ricordare i nomi dei propri studenti.
Questo modello viene formalizzato alla fine degli anni Settanta da Christina
Maslach, psicologa sociale della University of California, Berkeley, a partire
da una serie di interviste con professionisti dei servizi alla persona, tra cui
infermieri, assistenti sociali e insegnanti, che descrivevano una forma di
esaurimento legata al contatto continuo con gli altri. Da quel lavoro nasce il
Maslach Burnout Inventory, pubblicato all’inizio degli anni Ottanta e tuttora
uno tra gli strumenti più utilizzati per misurare il burn-out.
Nel tempo il questionario di Maslach è stato rivisto e adattato a diversi
contesti professionali, e alla sua diffusione si sono affiancati altri strumenti
di misurazione. Alcune questioni metodologiche restano però aperte. Le soglie
che distinguono livelli alti, moderati o bassi di burn-out derivano da campioni
professionali specifici, valori costruiti in contesti storici e lavorativi
circoscritti e poi utilizzati come standard anche in ambienti molto diversi. La
terza dimensione della triade, la ridotta realizzazione personale, ha nel tempo
mostrato un profilo psicometrico meno robusto delle altre due, e non è sempre
chiaro se intercetti gli effetti del lavoro o aspetti più generali
dell’autovalutazione individuale. Il problema più evidente resta però la
variabilità tra gli studi. Una revisione pubblicata su JAMA ha analizzato 182
ricerche sul burn-out tra i medici trovando stime di prevalenza tra lo zero e
l’80%. Una forbice di questa ampiezza segnala che il burn-out viene misurato con
definizioni, soglie e strumenti tra loro non comparabili.
> Nel burn-out possiamo individuare tre componenti che tendono a intrecciarsi:
> l’esperienza di sentirsi svuotati e di non avere più nulla da dare, un
> distacco progressivo dalle persone con cui si lavora, e la sensazione di non
> riuscire più a fare bene ciò che si sa fare.
Resta poi una questione aperta che riguarda il confine con la depressione. I
sintomi si sovrappongono in misura significativa e distinguerli nella pratica
clinica è spesso difficile. Sulla base di un ampio corpus di studi, gli
psicologi del lavoro Renzo Bianchi e Irvin Schonfeld sostengono questa
distinzione sia concettualmente fragile, che le evidenze empiriche per la loro
separazione risultino inconsistenti e che ancora manchi una definizione
diagnostica condivisa del burn-out.
Fisiologia dell’esaurimento
Chi ha vissuto un burn-out descrive spesso un insieme di sintomi come difficoltà
a concentrarsi, memoria che cede, una minore capacità di adattarsi a situazioni
nuove e un senso di allerta che persiste anche lontano dal lavoro. Queste
esperienze hanno una base fisiologica precisa.
Il sistema più coinvolto è l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, che regola la
risposta allo stress. È un circuito pensato per funzionare a intermittenza:
quando percepiamo una minaccia rilascia cortisolo, l’ormone che prepara il corpo
a reagire con immediatezza ‒ allerta i sensi, accelera il battito, mobilita
riserve energetiche ‒ per poi tornare gradualmente a uno stato di equilibrio.
Nel burn-out questa alternanza si altera. In alcune fasi l’attivazione si
prolunga oltre il necessario, in altre la risposta si attenua, come un sistema
che dopo essere rimasto acceso troppo a lungo, perde capacità di regolazione. Le
conseguenze del fenomeno emergono anche a livello cerebrale: studi di
neuroimaging mostrano un’iperreattività dell’amigdala, la struttura coinvolta
nel riconoscimento dei pericoli, e una minore efficienza della corteccia
prefrontale, che dovrebbe modularne le risposte. Ne deriva uno squilibrio per
cui il segnale di allerta continua a circolare anche in assenza di una minaccia
immediata.
Anche l’ippocampo, centrale per la memoria e per la capacità di adattarsi a
contesti nuovi, è particolarmente sensibile allo stress prolungato.
L’esposizione cronica interferisce con i processi di rinnovamento cellulare e
con l’organizzazione delle connessioni sinaptiche, contribuendo ai deficit
cognitivi che molte persone riportano. Un modello proposto su Frontiers in
Neuroscience suggerisce inoltre che il distacco e il cinismo osservati nelle
fasi più avanzate riflettano anche modificazioni nei sistemi dopaminergici e
serotoninergici, non solo adattamenti psicologici.
> Chi ha vissuto un burn-out descrive spesso un insieme di sintomi come
> difficoltà a concentrarsi, memoria che cede, una minore capacità di adattarsi
> a situazioni nuove e un senso di allerta che persiste anche lontano dal
> lavoro.
Nel tempo, queste alterazioni si estendono oltre il sistema nervoso. La
disregolazione della risposta allo stress interferisce con i ritmi circadiani e
con il sonno, che diventa più fragile e meno ristoratore. Il burn-out cronico è
stato associato a un aumento del rischio di disturbi metabolici, cardiovascolari
e gastrointestinali, oltre che a una maggiore mortalità precoce.
L’asimmetria della responsabilità
La diffusione del burn-out ha raggiunto una dimensione che rende difficile
continuare a trattarlo come una questione individuale. Secondo il rapporto State
of the Global Workplace 2026 di Gallup, la quota globale di lavoratori che si
sente motivata, riconosciuta e realmente presente nel proprio lavoro è del 21%.
In Europa la situazione è ancora più marcata: solo il 13% dei lavoratori rientra
in questa categoria, il dato più basso tra tutte le regioni monitorate. Il 40%
della forza lavoro mondiale riferisce di aver vissuto livelli elevati di stress
nella giornata precedente all’intervista, una quota che negli Stati Uniti e in
Canada sale al 50%. Le donne risultano più colpite degli uomini, così come i
lavoratori sotto i 35 anni. Sono numeri che attraversano settori, generazioni e
geografie, e che descrivono qualcosa di sistemico.
Eppure, le aziende rispondono con programmi di employee wellness, sessioni di
mindfulness, corsi sulla resilienza, app per la meditazione, abbonamenti in
palestra, la cui premessa implicita è che il problema risieda nella capacità del
singolo di reggere la pressione. Una revisione sistematica pubblicata su BMJ
Open ha esaminato 33 studi controllati sugli interventi antiburn-out nei luoghi
di lavoro. Trenta erano focalizzati sull’individuo, solo tre
sull’organizzazione. Le evidenze disponibili indicano però che gli interventi
più efficaci sono quelli combinati, capaci di agire sia sulla persona sia sulle
condizioni di lavoro, mentre quelli puramente individuali producono
miglioramenti modesti e temporanei. Una combinazione a cui la ricerca arriva con
una certa coerenza e che continua però a trovare poco spazio nelle pratiche
organizzative.
> Il burn-out è un problema sistemico, che attraversa settori, generazioni e
> geografie. Eppure le aziende rispondono con sessioni di mindfulness,
> abbonamenti in palestra e altre iniziative, come se il problema risiedesse
> solo nella capacità del singolo di reggere la pressione.
La stessa Christina Maslach ha sviluppato nel tempo strumenti capaci di rilevare
le disfunzioni organizzative che contribuiscono a generare il burn-out, dai
carichi eccessivi alla mancanza di autonomia, fino all’assenza di
riconoscimento. Il suo questionario, però, viene ancora usato prevalentemente
per misurare quanto un lavoratore sia esaurito, più che per individuare dove un
sistema di lavoro non funziona. Ma soprattutto, ancora oggi il burn-out è
inserito nell’ICD-11 (International Classification of Diseases, 11th Revision)
dell’Organizzazione Mondiale della Sanità come fenomeno occupazionale legato a
stress cronico non gestito sul lavoro, senza riconoscimento come diagnosi
clinica autonoma o malattia. Questa classificazione mantiene la responsabilità
prevalentemente sul singolo lavoratore, che deve provare il nesso con il lavoro
per accedere alle tutele. Se fosse tabellato come malattia professionale,
scatterebbe la presunzione automatica di origine lavorativa, spostando la
responsabilità sul datore e garantendo strumenti legali più rapidi e certi.
Cinquant’anni dopo
A cinquant’anni dalle osservazioni di Freudenberger, il burn-out resta una
condizione difficile da circoscrivere, sospesa tra definizioni che non
coincidono del tutto, assenze diagnostiche e una collocazione ancora incerta tra
esperienza individuale e problema del lavoro. E il peso della ricaduta sulle
persone che ne soffrono è considerevole. Il recupero dal burn-out richiede tempi
lunghi e spesso discontinui. Una revisione sistematica pubblicata su BMC Public
Health descrive il rientro al lavoro come un processo graduale e non lineare,
che può protrarsi per mesi. Le evidenze su come sostenerlo restano però fragili,
segnate da studi eterogenei e risultati poco conclusivi. Uno studio
longitudinale, che ha seguito pazienti per dieci anni dalla fine della
riabilitazione, rileva la persistenza di sintomi come ansia, disturbi del sonno
e affaticamento anche tra chi è formalmente rientrato al lavoro.
Nella seconda stagione di Severance, i dipendenti della Lumon iniziano a
interrogarsi su ciò che accade al di fuori dell’ufficio, su chi siano al di là
della divisione che li attraversa. La separazione si rivela meno netta di quanto
sembrasse e i due sé trovano modi imprevisti per comunicare, per cercarsi. È una
metafora non troppo velata. Il lavoro e la vita non si separano mai davvero,
qualunque dispositivo si immagini per tenerli distinti. La domanda è quanto
costi all’individuo tenerli insieme.
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