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Perché beviamo
Q uattro professori di mezza età, esausti e un po’ spenti, siedono intorno a un tavolo di ristorante. Uno di loro introduce una tesi dello psichiatra norvegese Finn Skårderud: l’essere umano nasce con un deficit alcolico dello 0,05%. Il sangue, in altre parole, avrebbe bisogno di una piccola quota costante di alcol per funzionare al meglio. È la scena d’apertura di Un altro giro, film del regista danese Thomas Vinterberg del 2020. La tesi è pseudoscientifica – Skårderud ha poi precisato di averla formulata solo come metafora in una prefazione – ma al film non interessa smontarla. La prende sul serio quel tanto che basta a trasformarla in un esperimento esistenziale. I quattro professori cominciano a bere poco, poi sempre di più, nel tentativo di incrinare il torpore che sembra essersi depositato sulle loro vite adulte: le lezioni ripetute per inerzia, i matrimoni esausti, la sensazione di essersi allontanati non tanto dalla felicità quanto dall’intensità. L’alcol, nel film, non appare soltanto come una sostanza. Assomiglia piuttosto a una tecnologia della sospensione: qualcosa capace di allentare temporaneamente il peso della coscienza ordinaria. Per capire perché oggi l’alcol abbia un ruolo così ingombrante nelle nostre vite, tanto da dominare buona parte delle occorrenze sociali, bisogna fare un passo indietro di circa dieci milioni di anni. Scimmie ubriache Molto prima delle anfore e dei brindisi, le foreste tropicali erano già sature di fermentazione: frutti troppo maturi caduti a terra, zuccheri degradati dai lieviti e insetti attratti dall’odore dolciastro dell’etanolo. Lo studio “The evolutionary ecology of ethanol”, pubblicato nel 2024, descrive la fermentazione degli zuccheri da parte dei lieviti come un fenomeno strutturale degli ecosistemi ricchi di frutta, non un incidente biochimico marginale. Piante, lieviti, insetti e mammiferi si sono coevoluti intorno all’etanolo per milioni di anni, sviluppando strategie per sfruttarlo, tollerarlo o evitarlo. Il consumo di alcol, in questa prospettiva, non appare più come una deviazione culturale comparsa tardi nella storia umana, ma come parte del paesaggio biologico dentro cui si sono evoluti i primati. > Già nelle foreste dei nostri antenati primati, i lieviti degradavano gli > zuccheri presenti nei frutti troppo maturi producendo etanolo, una traccia > olfattiva che segnalava la presenza di cibo calorico e facilmente > assimilabile. È su questo sfondo che il biologo evoluzionista Robert Dudley ha formulato la cosiddetta drunken monkey hypothesis (ipotesi della scimmia ubriaca). Nelle foreste pluviali frequentate dai nostri antenati primati, i lieviti degradavano gli zuccheri presenti nei frutti troppo maturi producendo etanolo. La sua volatilità permetteva all’odore della fermentazione di disperdersi rapidamente nell’aria: una traccia olfattiva che segnalava la presenza di cibo calorico e facilmente assimilabile. Gli individui più attratti da quell’odore (e più capaci di tollerarne gli effetti) godevano dunque di un vantaggio adattativo reale. Negli anni alcune ricerche hanno fornito indizi biologici coerenti con questa prospettiva. Nel 2014, un gruppo di ricerca guidato da Matthew Carrigan ha aggiunto un tassello importante alla questione. Attraverso la ricostruzione in laboratorio dell’enzima ADH4, coinvolto nella metabolizzazione dell’alcol, i ricercatori hanno dimostrato che l’antenato comune di uomini, scimpanzé e gorilla sviluppò circa dieci milioni di anni fa una mutazione genetica che rendeva molto più efficiente il metabolismo dell’etanolo. La mutazione comparve proprio nel momento in cui alcuni primati iniziarono a trascorrere più tempo a terra, dove i frutti fermentati erano più facilmente accessibili: una coincidenza che, per Dudley e Carrigan, non è affatto casuale. Non abbiamo iniziato a bere perché abbiamo scoperto la fermentazione. Eravamo già attrezzati per farlo molto prima di aver inventato qualsiasi anfora. > Secondo Edward Slingerland l’ebbrezza non ha accompagnato la civiltà umana > soltanto come effetto collaterale della fermentazione, ma come una vera e > propria tecnologia sociale. La drunken monkey hypothesis spiega bene l’origine della nostra attrazione per l’etanolo, ma lascia aperta una domanda più difficile: perché gli esseri umani continuano a cercare deliberatamente l’ebbrezza anche quando non hanno più bisogno di seguire l’odore della frutta fermentata per sopravvivere? È da qui che parte Edward Slingerland, filosofo e sinologo autore di Sbronzi. Come abbiamo bevuto, danzato e barcollato sulla strada della civiltà (2022). La sua tesi è che l’ebbrezza non abbia accompagnato la civiltà umana soltanto come effetto collaterale della fermentazione, ma come una vera e propria tecnologia sociale. La birra prima del pane? Siamo nel 9500 avanti Cristo, nell’attuale Turchia sudorientale. Su un altopiano battuto dal vento, gruppi di cacciatori-raccoglitori stanno costruendo qualcosa di straordinario: enormi pilastri in pietra decorati con bassorilievi di animali, alcuni del peso di decine di tonnellate. Göbekli Tepe (“collina panciuta” in turco) è oggi considerato il più antico sito monumentale del mondo, e precede di millenni l’invenzione dell’agricoltura stanziale. Resta da capire come società ancora nomadi siano riuscite a coordinare un’impresa simile. Una delle ipotesi più affascinanti, e più discusse, è che a tenerle insieme fosse la birra. Analisi chimiche sui recipienti rinvenuti nel sito hanno individuato tracce compatibili con la produzione di bevande fermentate. L’idea, ripresa anche da Slingerland, è che banchetti rituali abbiano preceduto, e forse incentivato, la transizione all’agricoltura: non avremmo iniziato a coltivare cereali soltanto per produrre pane, ma anche per garantire scorte sufficienti di birra. > Edward Slingerland capovolge la narrazione secondo cui l’alcol sarebbe un > sottoprodotto accidentale della civiltà, suggerendo che esista una connessione > ricorrente tra la produzione di alcolici e la nascita delle grandi civiltà. La tesi è volutamente provocatoria, ma ha il merito di capovolgere una narrazione molto radicata: quella secondo cui l’alcol sarebbe soltanto un sottoprodotto accidentale della civiltà. Al contrario, come osserva Slingerland, esiste una connessione ricorrente tra la produzione centralizzata di alcolici e la nascita delle grandi civiltà del mondo antico. In Mesopotamia, in Egitto, in Cina o nell’America precolombiana le bevande fermentate erano insieme alimento, rituale religioso e strumento politico. Non semplici piaceri accessori, ma tecnologie di coesione sociale. Vulnerabili insieme Ma perché l’alcol funziona così bene come collante sociale? La risposta passa anche per la neurobiologia. L’alcol agisce sulla corteccia prefrontale, la parte evolutivamente più recente del cervello umano: quella coinvolta nel controllo esecutivo, nella valutazione del rischio, nell’automonitoraggio. In altre parole, allenta temporaneamente alcuni dei meccanismi cognitivi che ci rendono guardinghi, ipervigili, troppo consapevoli di noi stessi. Non ci rende stupidi o inabili (almeno non subito) ma meno diffidenti, più inclini all’esposizione emotiva, più disposti a interpretare con benevolenza le intenzioni altrui. È questo che Edward Slingerland descrive come una “stretta di mano chimica”: bere insieme significa entrare volontariamente in uno stato di vulnerabilità reciproca, inviando un segnale credibile di fiducia. Secondo Slingerland, il temporaneo “disarmo” della corteccia prefrontale avrebbe offerto vantaggi evolutivi importanti. Non solo perché facilita la cooperazione tra estranei, ma anche perché riduce lo stress sociale e allenta il pensiero rigidamente analitico, favorendo creatività, improvvisazione e coesione di gruppo. In questa prospettiva, l’ebbrezza non sarebbe un semplice effetto collaterale della civiltà, ma uno degli strumenti che hanno permesso a primati naturalmente sospettosi e territoriali di vivere insieme in comunità sempre più numerose e complesse. > L’alcol agisce sulla corteccia prefrontale, la parte del cervello umano > coinvolta nell’autocontrollo e nella valutazione del rischio. Questo potrebbe > aver avuto un ruolo nella riduzione dello stress sociale e aver favorito > creatività, improvvisazione e coesione di gruppo. Eppure, se l’alcol agisse semplicemente come un disinibitore universale, gli esseri umani da ubriachi dovrebbero comportarsi più o meno tutti allo stesso modo. È l’osservazione da cui partono Craig MacAndrew e Robert Edgerton in Drunken Comportment: A Social Explanation (1969), uno dei testi più influenti sull’antropologia dell’ebbrezza. Studiando società molto diverse tra loro, i due autori notarono che il comportamento degli ubriachi varia radicalmente a seconda del contesto culturale: in alcune società l’ubriachezza favorisce aggressività e violenza, in altre malinconia, ritualità o persino compostezza cerimoniale. La loro intuizione coglie un punto fondamentale. L’alcol modifica davvero alcuni processi cognitivi – agisce sulla valutazione del rischio, sull’autocontrollo, sulla percezione dei segnali sociali – ma ciò che emerge da quella modificazione dipende profondamente dal contesto culturale. L’alcol, insomma, non crea comportamenti dal nulla: abbassa alcune soglie cognitive e sociali, lasciando emergere ciò che una determinata cultura considera possibile, tollerabile o persino desiderabile. Il tempo sospeso È questo che MacAndrew ed Edgerton chiamano time out: un intervallo socialmente autorizzato in cui le regole ordinarie vengono temporaneamente allentate. Non abolite (esiste sempre una “clausola dei limiti”, come la definiscono i due antropologi), ma sospese quel tanto che basta a permettere forme di comportamento normalmente inibite. Dentro questo spazio liminale diventano possibili la confidenza tra estranei, la confessione inattesa, il contatto fisico tra persone che di solito mantengono le distanze. In questo senso l’ubriachezza assomiglia molto allo spazio della festa descritto da Michail Bachtin: una parentesi temporanea in cui le gerarchie si attenuano, i codici si rilassano e la vita quotidiana perde per qualche ora la propria rigidità. Per questo il bere collettivo accompagna così spesso carnevali, banchetti rituali e notti di festa. L’alcol non produce semplicemente euforia: contribuisce a creare una particolare percezione del tempo sociale. > Nella storia della letteratura, e non solo, l’astemio appare spesso come una > figura estranea al sistema implicito di fiducia costruito intorno al bere: > qualcuno di opaco, difficile da decifrare, talvolta apertamente inquietante. Il sociologo Joseph Gusfield ritrovava qualcosa di simile nei rituali del “drinking time”, quei momenti socialmente codificati, come l’aperitivo contemporaneo, che segnano il passaggio dal tempo del lavoro al tempo dello svago, dalla gerarchia dell’ufficio alla socialità del bancone. Il primo bicchiere segnala già un cambio di regime. Bere al proprio posto Bere non serve soltanto a sospendere temporaneamente le regole ordinarie. Storicamente ha funzionato anche come una vera e propria grammatica sociale: organizza gerarchie, definisce appartenenze, stabilisce chi è dentro e chi è fuori. Nell’antica Roma la qualità del vino servito rifletteva rigidamente la posizione sociale del bevitore: il Falerno per l’élite, la posca e i vini adulterati per schiavi e liberti. Bere insieme significava anche riconoscersi reciprocamente dentro un ordine condiviso. È una logica che riaffiora anche nella Parigi di Maigret costruita da Georges Simenon. Come ha osservato l’antropologa Lisa Anne Gurr, nei romanzi di Simenon le bevande funzionano quasi come marcatori sociali automatici: gli operai bevono vino rosso, la piccola borghesia birra e cognac, l’alta borghesia champagne, armagnac e tè. Anche il genere contribuisce a organizzare questa geografia alcolica: gli uomini bevono, le donne molto meno, e quando consumano alcol vengono spesso associate a marginalità, disordine o ambiguità morale. L’astemio, invece, appare spesso come una figura estranea al sistema implicito di fiducia costruito intorno al bere: qualcuno di opaco, difficile da decifrare, talvolta apertamente inquietante. > La civiltà contadina europea aveva con l’alcol un rapporto molto diverso dal > nostro. Il vino leggero o annacquato accompagnava il lavoro nei campi, i > pasti, i ritmi stagionali della vita contadina, perfino l’infanzia. Anche le taverne popolari studiate dallo storico Thomas Brennan nella Parigi del Settecento erano molto più che luoghi di consumo: spazi in cui si negoziavano alleanze, reputazione, solidarietà e conflitti. L’alcol, insomma, non accompagnava semplicemente la vita sociale. Contribuiva a organizzarla. Il lato oscuro di Dioniso Dipendenze, incidenti, patologie epatiche, violenza: i danni dell’alcol sono noti, ed esiste una nutrita letteratura che li esplora a fondo.  Si calcola che il consumo di sostanze alcoliche sia responsabile di circa 2,6 milioni di morti ogni anno, di cui 400.000 imputabili a tumori, e che rappresenti il 5,1% del carico globale di malattia (DALY). La IARC (International Agency for Research on Cancer) classifica le bevande alcoliche come cancerogeno di gruppo 1 dal 1988. Il meccanismo è noto: l’etanolo viene metabolizzato in acetaldeide, anch’essa cancerogena, che danneggia il DNA. Nel gennaio del 2023 l’Organizzazione mondiale della sanità ha riconosciuto che il rischio oncologico cresce con la quantità ma ha dichiarato che non esiste una soglia sotto la quale sia nullo. Ma guardare all’alcol soltanto come a una sostanza patologica rischia di rendere incomprensibile la sua persistenza quasi universale nella storia umana. Le società non hanno semplicemente “bevuto”. Hanno incorporato l’alcol dentro forme di vita molto diverse tra loro, attribuendogli funzioni, significati e spazi sociali variabili. La civiltà contadina europea, per esempio, aveva con il vino un rapporto molto diverso dal nostro. Il vino leggero o annacquato accompagnava il lavoro nei campi, i pasti, i ritmi stagionali della vita contadina, perfino l’infanzia. Non era separato dalla vita ordinaria come sostanza eccezionale dedicata all’ebbrezza, ma integrato nella continuità materiale della comunità. In Il pane selvaggio (1980, il grande affresco di Piero Camporesi dedicato alla cultura alimentare popolare tra Medioevo ed età moderna) fermentazione, fame, ebbrezza e nutrimento appartengono allo stesso paesaggio corporeo e sociale: un mondo in cui il confine tra alimentazione, alterazione dei sensi e sopravvivenza è molto meno netto di quanto sia diventato nella modernità urbana. È la modernità industriale a trasformare progressivamente questo rapporto. L’alcol si separa dai rituali relativamente stabili che lo contenevano e gli davano significato, e diventa sempre più spesso compensazione privata, anestesia, automedicazione diffusa. Nell’Inghilterra preindustriale del Settecento il gin invade i quartieri operai di Londra come un sedativo a basso costo: ubriaca, stordisce, attenua per qualche ora la durezza della vita urbana e del lavoro salariato. Due secoli dopo, nei sobborghi americani del dopoguerra, il bere domestico femminile convive con il consumo crescente di tranquillanti e sedativi prescritti: non più rito collettivo, ma gestione silenziosa dell’ansia, della solitudine e dell’oppressione quotidiana. > Negli ultimi anni, qualcosa sta cambiando: si beve meno, soprattutto tra i più > giovani. Perfino dentro culture storicamente legate all’eccesso compaiono > forme sempre più compatibili con il monitoraggio del corpo, il benessere e la > funzionalità del giorno dopo. Cambiano le epoche e cambiano le sostanze, ma ritorna la stessa intuizione elementare: modificare temporaneamente la coscienza può rendere più sopportabile ciò che altrimenti rischierebbe di diventare insostenibile. Un nuovo puritanesimo? La storia moderna dell’alcol sembra oscillare continuamente tra due poli: da un lato lubrificante sociale, dall’altro sostanza da controllare, medicalizzare, neutralizzare. Negli ultimi anni, almeno in una parte dell’Occidente urbano, si ha però l’impressione che qualcosa stia cambiando ulteriormente. Si beve meno, o almeno così suggeriscono diverse ricerche, ma soprattutto sembra cambiare il rapporto con la perdita di controllo. Perfino dentro culture nate storicamente intorno all’eccesso, come quella del clubbing o del rave, compaiono forme sempre più compatibili con il monitoraggio del corpo, il benessere e la funzionalità del giorno dopo. Come osserva Edward Slingerland, nel rapporto contemporaneo con l’alcol sembra essersi imposto progressivamente un lessico sempre più medicale. Il corpo viene trattato come un progetto manageriale permanente da ottimizzare: sonno, idratazione, variabilità della frequenza cardiaca, livelli di cortisolo. Dentro questo paradigma, l’ebbrezza appare quasi scandalosa non perché immorale, ma perché improduttiva. Implica perdita di controllo, spreco, rallentamento, vulnerabilità e opacità. Eppure il punto centrale del rapporto umano con l’alcol non è mai stato soltanto la sostanza in sé. L’alcol è una tecnologia bio-sociale: modifica processi cognitivi reali, ma ciò che emerge da quell’alterazione è sempre stato plasmato da rituali, contesti e aspettative collettive. È forse per questo che accompagna l’umanità praticamente da sempre: non solo perché produce piacere, ma perché gli esseri umani hanno imparato a usarlo per costruire forme temporanee di fiducia, sospensione e vita comune. Viene allora da chiedersi cosa accada a una società quando gli spazi culturalmente autorizzati del time out iniziano a restringersi o a essere percepiti soprattutto come rischio da gestire. La risposta che Slingerland lascia intravedere è che quei bisogni non spariscono. Tendono piuttosto a riemergere altrove: droghe ricreative, social media trasformati in macchine di stimolazione dopaminergica continua, forme di immersione compulsiva. Esperienze di alterazione spesso meno rituali, meno collettive e non necessariamente più sicure dell’ubriachezza tradizionale. Dioniso non è mai scomparso. Si è solo spostato sugli schermi, nelle cuffie, nelle capsule che promettono euforia senza postumi. Resta da capire se un’alterazione vissuta in solitudine possa davvero sostituire l’esigenza sociale che portava le persone a ubriacarsi intorno a un fuoco. L'articolo Perché beviamo proviene da Il Tascabile.
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Seveso, l’apocalisse in due tempi
“U n sibilo fortissimo, simile a una pentola a pressione gigante”. L’incidente di Seveso si annuncia così nel racconto di un residente, Alberto Colombo, che quel 10 luglio del 1976 ha 15 anni. Intervistato in un episodio del giugno 2021 di Ossi di Seppia, ha ricostruito quanto accaduto quella calda mattina a Seveso, Meda, Cesano Maderno e Desio. Sono le 12 e 37, è sabato. Visto che non siamo in un giorno feriale, è impossibile valutare precisamente quanto questo particolare abbia attenuato gli effetti di quella che oggi è nota come la Chernobyl d’Italia. L’ICMESA è una fabbrica di Meda, un comune in provincia di Monza e Brianza (all’epoca provincia di Milano). Le residenti e i residenti del territorio la chiamano “la fabbrica dei profumi”, a causa delle emissioni odorigene della sua produzione. All’ICMESA, infatti, si fa il triclorofenolo, una sostanza utilizzata come base per la produzione di diserbanti e cosmetici. Quella mattina la temperatura interna del reattore A101 nel reparto B dello stabilimento sale improvvisamente e raggiunge i 250°C. La causa è un’avaria nel sistema di controllo che innesca una reazione esotermica incontrollata (un cosiddetto runaway) proprio durante la fase di idrolisi alcalina del tetraclorobenzene, il processo necessario per ottenere il triclorofenato di sodio. Il calore genera una sovrapressione anomala: quando la spinta interna raggiunge le 4 atmosfere, il disco di rottura della valvola di sicurezza cede di schianto. > Dopo due o tre giorni gli animali nelle zone attorno alla fabbrica cominciano > a morire. Il sindaco di Seveso si trova costretto a chiedere alla popolazione > di non mangiare i prodotti dell’orto. Si libera una nube bassa e giallastra, profuma vagamente di cloro o di sapone. Contiene 3.000 chili di sostanze tossiche: soda caustica, glicol etilenico ma, soprattutto, una quantità mai esattamente determinata, stimata tra pochi ettogrammi e circa 30 kg, di diossina TCDD. La TCDD (2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina) è un composto organico policiclico aromatico e alogenato. La sua struttura molecolare è formata da due anelli benzenici uniti tra loro da un anello centrale con due atomi di ossigeno (un nucleo dibenzo-p-diossina), in cui quattro atomi di idrogeno sono stati sostituiti da altrettanti atomi di cloro. È un sottoprodotto involontario delle produzioni chimiche, molto tossico, uno dei più stabili e persistenti mai prodotti dall’uomo. Spinta da un vento di 5 metri al secondo, la nube non ricade entro il perimetro dell’ICMESA, ma viene trascinato verso sud-est, disegnando una scia di contaminazione che avvolge centri abitati e campagne distendendosi su 1.810 ettari di territorio. Chi è per strada avverte fastidio alla pelle; gli occhi bruciano. La fabbrica però tace. Le autorità restano ferme, aspettano di capire cosa sia successo, si fidano delle rassicurazioni. Nel frattempo le foglie degli alberi avvizziscono. Dopo due o tre giorni cominciano a morire gli animali: uccelli, conigli, polli. All’improvviso si accasciano e muoiono. Intorno alla fabbrica la mortalità degli animali domestici o di allevamento è del 100%. Il sindaco di Seveso, su indicazione dell’ufficiale sanitario locale, dice alla popolazione di non mangiare i prodotti dell’orto. Non possiamo sapere quando i dirigenti della Givaudan, la società svizzera controllata del gruppo proprietario dell’ICMESA, abbiano capito che si trattava di diossina. Sappiamo che hanno aspettato circa una settimana per comunicarlo pubblicamente. > Ad agosto, le autorità decidono di avallare l’aborto terapeutico per le donne > della zona contaminata. Una decisione presa nell’incertezza più totale, che > scatena uno scontro pubblico e che contribuirà ad accelerare l’iter che > porterà, nel 1978, all’approvazione della legge 194. In brevissimo tempo si diffonde il panico e si susseguono gli interventi da parte delle istituzioni. Il territorio viene frammentato in tre zone a contaminazione decrescente: A, B e R. La Zona A, l’epicentro del disastro, viene completamente svuotata: tra il 26 luglio e il 2 agosto 736 residenti vengono evacuati forzatamente, costretti ad abbandonare le proprie case poi destinate alla demolizione. Nelle zone B e R scattano forti restrizioni come il divieto di toccare la terra, mangiare ortaggi o allevare animali. Le autorità consigliano di evitare gravidanze per il timore di malformazioni. Non si sa quali potrebbero essere gli effetti sui feti, la letteratura scientifica sulla diossina è ancora troppo scarsa per dirlo con certezza, ma il panico spinge le donne del territorio a considerare l’aborto, che in Italia è ancora illegale. L’unico precedente giuridico è una sentenza della Corte costituzionale del 1975, che ha depenalizzato l’aborto terapeutico solo per tutelare la salute della madre, non per il rischio di malformazioni del feto. Ad agosto, però, il ministro della Sanità Luciano Dal Falco e quello della Giustizia Francesco Paolo Bonifacio, con il consenso del presidente del Consiglio Giulio Andreotti, danno pubblicamente il proprio benestare per l’aborto terapeutico per le donne della zona contaminata. L’interpretazione che lo rende possibile è un’estensione della nozione di “terapeutico” per la quale I medici valutano che il gravissimo stress psichico e l’angoscia delle donne esposte alla diossina minacciano direttamente la loro salute mentale. È una decisione presa nell’incertezza più totale e scatena un durissimo scontro pubblico: c’è chi, come il giornalista Nicola de Feo su La Stampa, arriva a proporre di rendere l’aborto obbligatorio per le donne esposte, e chi, dal fronte cattolico, si mobilita contro quella che vede come una strumentalizzazione del disastro. Sulla questione interviene anche papa Paolo VI, che condanna la scelta in qualsiasi circostanza. È proprio quel confronto acceso a far accelerare l’iter che porterà, nel 1978, all’approvazione della legge 194. > Seveso ha cambiato il modo in cui gestiamo i disastri ambientali, la nostra > concezione di sicurezza, informazione e prevenzione. Ha lasciato una nuova > consapevolezza delle interazioni tra esseri umani e il loro ambiente. L’incidente e tutte le sue implicazioni hanno una rilevanza mediatica enorme: Seveso diventa il simbolo mondiale di un progresso irresponsabile che ha messo in pericolo la vita di decine di migliaia di persone. La TCDD è infatti considerata uno dei veleni più potenti mai sintetizzati: nelle cavie sottoposte a esperimenti come ratti e conigli anche solo quantità infinitesimali sono risultate letali. Lo stesso non vale per gli esseri umani, anche se nel 1976 questo non si sapeva. L’eredità dell’incidente è ampia e la ritroviamo in diversi ambiti. Seveso ha cambiato il modo in cui gestiamo i disastri ambientali, la nostra concezione di sicurezza, informazione e prevenzione. Ha lasciato una nuova consapevolezza delle interazioni tra esseri umani e il loro ambiente. Da Seveso derivano tre direttive europee, che ne portano il nome, su rischi e disastri ambientali. Prima del 1976 in Italia e in gran parte d’Europa non esisteva un sistema che obbligasse le aziende chimiche a valutare preventivamente il rischio dei propri impianti: l’ICMESA produceva triclorofenolo senza che nessuna autorità avesse mai imposto un piano di emergenza, né informato la popolazione su cosa si lavorasse a pochi metri dalle loro case. La prima direttiva Seveso, approvata nel 1982, introduce l’obbligo per le aziende che superano determinate soglie di sostanze pericolose di redigere un’analisi di rischio e un piano di emergenza e impone alle autorità locali di informare preventivamente i cittadini residenti vicino agli impianti a rischio. Le due direttive successive, Seveso II nel 1996 e Seveso III nel 2012, allargano e affinano questo impianto, aggiungendo l’obbligo di ispezioni periodiche e rendendo più stringenti i criteri di classificazione delle sostanze pericolose. La prospettiva è completamente ribaltata. La fabbrica non deve più limitarsi a riconoscere le proprie responsabilità una volta avvenuto il disastro ma deve dimostrare di sapere come comportarsi in caso avvenga. Grazie a quello che è accaduto a Seveso, oggi in Europa migliaia gli stabilimenti sono classificati “a rischio di incidente rilevante” secondo questa normativa e ognuno di essi, dalle raffinerie ai depositi di gas, ha un piano di emergenza. Non c’è però solo il contributo normativo. L’incidente del 1976 ha lasciato al territorio un trauma e un parco, il Bosco delle querce, che riposa sulla Zona A. E ha segnato un punto di svolta per la tossicologia, rendendo quelle città della Brianza un laboratorio globale e un pilastro della moderna medicina di comunità. Nel luglio del 1976 Paolo Mocarelli è un giovane primario del servizio di Medicina di laboratorio dell’Ospedale di Desio (diverrà poi professore ordinario di biochimica clinica dell’Università di Milano-Bicocca). È lui a coordinare le operazioni di monitoraggio biochimico, con esami della popolazione che cominciano il 26 luglio in un’aula requisita di una scuola a via De Gasperi. Quel primo giorno effettuano 250 prelievi di sangue, in quelli successivi diverse migliaia. Nel 1976 non esistono spettrometri di massa abbastanza sensibili da misurare quantità così piccole di diossina nel sangue. Nessun laboratorio al mondo può farlo. “Mi sono detto ‘Prima o poi si potrà’”, mi racconta, “e ho deciso di conservare i campioni”. La mobilitazione è febbrile: “Il personale dei vari reparti ha collaborato al lavoro di campionamento. C’erano migliaia di provette da archiviare ed etichettare. Lavorammo giorno e notte, tutti insieme”. In Italia Seveso è uno spartiacque anche per l’informatizzazione della medicina. Per gestire la mole immensa di dati (un milione di esami e 30.000 campioni da etichettare) Mocarelli aveva bisogno di un sistema per rintracciare ogni singola provetta. “A Desio era in corso un progetto regionale per il nuovo prontuario ospedaliero di farmaci. C’era un calcolatore da ricerca. Le attività si erano appena concluse”. In quel luglio 1976 il primario recupera un minicomputer PDP-11/45 Digital e utilizza il personale di quel progetto per gestire gli esami di laboratorio. Questo è il primo passo del percorso che trasformerà quello di Desio nel primo ospedale totalmente informatizzato d’Italia. “Il laboratorio di Desio è stato poi collegato direttamente ai reparti e ai primi 50 medici di famiglia. Siamo stati i primi a mandare i risultati degli esami al cellulare dei pazienti”, rivendica Mocarelli. Il successo del modello informativo di Desio influenzò la stesura della riforma sanitaria del 1978. Nello specifico, il capo III, articolo 27 della legge 833 (relativo agli “Strumenti informativi”) impose per la prima volta la creazione di sistemi informativi sanitari computerizzati, recependo l’avanguardia tecnologica sperimentata durante il disastro. > Seveso non ha segnato solo un punto di svolta normativa, è stato uno > spartiacque anche per lo studio della tossicologia e l’informatizzazione della > medicina. “Il monitoraggio è durato anni, facendo prelievi periodici e raccolta delle urine. Monitoravamo i bambini ogni sei mesi, le donne gravide ogni tre”, racconta. In tutto viene effettuato circa un milione di esami. I 30.000 campioni di sangue prelevato a cittadine e cittadini, bambine e bambini di Seveso vengono congelati a ‒20°C, aspettando un futuro in cui la tecnologia sarebbe stata in grado di leggerli. Il tempo passa. “Ad agosto avemmo la prima sorpresa positiva, che ci tranquillizzò. Ci rendemmo conto che l’epatotossicità riscontrata nei ratti non c’era nelle persone, nemmeno nei bambini segnati dalle ustioni legate alla pioggia di soda caustica che si liberò dalla nuvola”. A settembre la pelle di bambine e bambini si copre di bolle: è la cloracne, una patologia dermatologica caratterizzata da un’eruzione cutanea molto visibile associata proprio all’esposizione alla diossina. “Ci preoccupammo perché era comparsa anche se gli esami del sangue, del fegato, del midollo osseo e delle urine erano normali. Col tempo, guarì da sola. I nostri dati mostravano che la diossina non era epatotossica per gli umani”. Nel 1976 la guerra del Vietnam è finita da un anno. Il 2 luglio, una settimana prima che l’ICMESA vomitasse la sua nube tossica su Meda, Desio, Seveso e Cesano Maderno, il Paese viene riunificato nella Repubblica socialista del Vietnam. Negli Stati Uniti, però, chi è tornato da quel conflitto sta facendo i conti con le conseguenze dell’utilizzo del devastante Agente arancio, sparso sulle foreste in cui la popolazione si riparava dall’esercito statunitense e da cui sferrava gli attacchi coordinati che gli avevano garantito la vittoria. In Vietnam il defoliante ha ucciso o reso disabili 400.000 persone e creato problemi di salute a due milioni. Secondo la Croce Rossa vietnamita, l’Agente arancio ha comportato la nascita di 500.000 bambini con malformazioni. È un dato che da decenni alimenta uno dei dibattiti scientifici più aspri legati alla diossina, e che merita di essere trattato con cautela. Le revisioni periodiche del National Academies of Sciences statunitense, il riferimento più autorevole sul tema, riconoscono un nesso solo con due specifiche malformazioni: la spina bifida e l’anencefalia, un difetto nella formazione del cranio e del cervello. Per tutte le altre malformazioni denunciate in Vietnam, il comitato scientifico ha più volte concluso che le prove non sono sufficienti a stabilire un rapporto di causa-effetto, anche perché gran parte degli studi vietnamiti citati a sostegno di un nesso più ampio non sono mai stati sottoposti a revisione paritaria. > Gli studi epidemiologici condotti negli anni successivi al disastro di Seveso > non hanno rilevato alcun aumento delle malformazioni neonatali rispetto alla > popolazione di controllo, nemmeno nella zona a contaminazione più alta. Non mancano però voci di segno opposto: una metanalisi che ha messo insieme 22 studi, comprese fonti vietnamite inedite, ha calcolato che le madri esposte all’Agente arancio avevano il doppio delle probabilità di avere figli con malformazioni rispetto a quelle non esposte, un risultato che ha però scatenato critiche feroci da parte di altri tossicologi, secondo cui lo studio si appoggiava su pubblicazioni datate e mai verificate da pari. È un nodo che la scienza non è ancora riuscita a sciogliere del tutto, complicato dalla difficoltà di misurare con precisione l’esposizione individuale a distanza di decenni. Su Seveso, invece, il quadro è più chiaro: gli studi epidemiologici condotti negli anni successivi al disastro, basati su un registro ad hoc delle nascite nell’area contaminata, non hanno rilevato alcun aumento delle malformazioni neonatali rispetto alla popolazione di controllo, nemmeno nella zona a contaminazione più alta. Nel 1987, ad Atlanta, c’è la svolta che unisce quanto accaduto a Seveso e gli effetti dell’utilizzo dell’Agente arancio in Vietnam. Per rispondere alle pressioni dei veterani, il Center for disease control (CDC) affina la tecnologia della spettrometria di massa ad alta risoluzione. Adesso è possibile misurare tracce infinitesimali di TCDD in pochi millimetri di siero. “Quando l’Istituto superiore di sanità lesse lo studio del CDC ci chiese se avevamo conservato i campioni. Li avevamo: è nato un progetto scientifico che ha cambiato radicalmente lo scenario in tutto il mondo”, racconta Mocarelli. I primi dati sono sconcertanti: nel sangue della popolazione di Seveso c’è la concentrazione di diossina più alta mai registrata in un essere umano. “A Seveso, ribadisce Mocarelli, di diossina non è morto nessuno. Questo non vuol dire che non ci siano state conseguenze”. Il veleno, come racconta il medico, ha agito come un potente interferente endocrino, alterando molti meccanismi ormonali nelle persone che erano state esposte. Mocarelli e il suo team le controllano per decenni e questo li rende in grado di scoprire effetti profondi sulla salute riproduttiva. Alcuni degli adulti che, al momento del disastro, erano bambini (0-9 anni), hanno sviluppato una significativa riduzione della quantità e della motilità spermatica. “I figli delle donne esposte, continua, anche se concepiti anni dopo, mostravano la stessa riduzione della qualità spermatica”. Quelli che il 10 luglio del 1976 erano adolescenti (10-18 anni), invece, hanno mostrato un aumento degli spermatozoi e della loro motilità. Non hanno invece avuto effetti le persone esposte quando il sistema riproduttivo era già formato. La scoperta più sbalorditiva, pubblicata poi su The Lancet, è la dimostrazione che l’esposizione del padre a un inquinante può influenzare il sesso dei figli. “I padri con alte concentrazioni di TCDD nel sangue hanno generato significativamente più figlie femmine rispetto al numero di figli maschi”. Con Seveso e con Mocarelli si ha una delle prime prove scientifiche del fatto che l’ambiente può determinare il destino biologico delle generazioni. > Negli anni Ottanta, Paolo Mocarelli e il suo team scoprirono che nel sangue > della popolazione di Seveso c’era la concentrazione di diossina più alta mai > registrata in un essere umano, e che l’esposizione a essa aveva serie > ripercussioni sulla salute riproduttiva. La diossina ha avuto anche altri effetti a lungo termine: “Gli studi del professor Pier Alberto Bertazzi hanno dimostrato un incremento di decessi per tumori del tessuto linfoemopoietico, come leucemie e linfomi, e un aumento del rischio di cancro al seno nelle donne”. Nell’area c’è stato anche un eccesso di malattie cardiovascolari e respiratorie croniche registrato soprattutto nella Zona A. Senza quell’esposizione, è probabile che alcune di quelle persone non si sarebbero mai ammalate. Il monitoraggio costante e l’analisi dei dati hanno trasformato quel disastro in uno strumento per la tutela della salute pubblica e della fiducia tra scienza e cittadini unico al mondo. Le 30.000 provette congelate per anni hanno dato un contributo inestimabile all’avanzata del sapere scientifico mondiale. Il dottor Mocarelli ci tiene a sottolinearlo: “Personalmente rivolgo ancora i miei ringraziamenti all’ospedale di Desio, ai miei collaboratori che si sono impegnati e soprattutto alla popolazione che si è sottoposta ai controlli. Tutti dovremmo ringraziarli. Se non avessero continuato con le analisi, in tutti quegli anni, non avremmo saputo tante cose sugli effetti della diossina. Tutti insieme abbiamo scritto una tappa importante della medicina di comunità in Italia”. L'articolo Seveso, l’apocalisse in due tempi proviene da Il Tascabile.
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La ricerca della felicità animale
U na mano coperta con un guanto di lattice si infila in una gabbia dalle pareti trasparenti. Ad aspettarla c’è un ratto: è in piedi sulle zampe posteriori e il muso è rivolto verso l’alto. Non fa quasi in tempo a rendersene conto e si ritrova pancia all’aria con delle dita umane che gliela sfiorano velocemente. Quando lo stimolo cessa, il roditore non appare spaventato e cerca con i suoi piccoli occhi quella strana appendice in movimento. Durante la stimolazione tattile ha emesso dei suoni alla frequenza di 50 kHz, vocalizzazioni che il nostro orecchio non è in grado di percepire. Il neuroscienziato Jaak Panksepp e il suo gruppo di ricerca, però, sono riusciti a catturare questa risposta e quella di altri conspecifici con un’apposita strumentazione e puntano a dimostrare che quegli ultrasuoni prodotti per il solletico, così come durante interazioni positive tra coppie di ratti, sono indicatori di esperienze piacevoli. È il 2007 quando Panksepp conferma il legame tra i suoni ad alta frequenza emessi dai roditori e il riso umano, offrendo così nuove direzioni di sviluppo alla ricerca etologica e neuroscientifica negli animali. La psicologia e la psichiatria si erano da sempre concentrate sulle emozioni negative ed erano queste ultime che scienziate e scienziati studiavano sugli animali da laboratorio, in particolar modo su topi e ratti. Quella risata ad altissima frequenza è destinata a lasciare un segno: suscita nuove domande sull’evoluzione delle emozioni, sugli effetti di esperienze positive e su come esse influenzino la vita degli animali umani e non umani. Ci sono roditori costretti a vivere in gabbie asettiche e senza stimoli nei laboratori di ricerca, bovini condannati a esistenze confinate negli allevamenti, monotone e senza alternative, specie selvatiche destinate a una quotidianità di spazi e scelte limitate negli zoo, cani spesso rassegnati a un “fine pena mai” nei canili o privati delle occasioni per esprimere le motivazioni proprie della loro specie e razza, parcheggiati sui divani di eleganti dimore cittadine. Cercare di evitare loro dolore e sofferenza è stato il primo passo nello sviluppo di quel campo di ricerca chiamato benessere animale. Dopo aver attraversato decenni di cambiamenti sociali, scelte politiche, progresso scientifico e riflessioni etiche, oggi in questo settore si lavora affinché gli animali che sono sotto il nostro controllo possano accedere a esperienze positive e compiere, sia pure in un modo incompleto e vincolato, la propria ricerca della felicità. Animali macchina “Cibo a buon mercato? Sì! Ma è cibo buono? Vitelli ‘broiler’ – in prigione a vita!”. La frase appariva a caratteri cubitali in un opuscolo del 1961. Un gruppo di attivisti per i diritti degli animali lo lasciò scivolare sotto la porta di una studentessa di arti drammatiche che, negli anni della guerra, aveva prestato servizio come infermiera. Il suo nome era Ruth Harrison. Le immagini stampate sui fogli in bianco e nero, foto di vitelli, galline ovaiole e broiler (i polli da carne) in condizioni di degrado la turbarono: era già vegetariana, ma non aveva mai riflettuto sulla possibilità di impegnarsi in prima persona per garantire un’esistenza migliore a quegli animali che continuavano a rimanere negli allevamenti intensivi del Regno Unito. Sentì di avere una responsabilità e decise di capire se ciò che veniva mostrato dalla campagna di sensibilizzazione della Crusade against all cruelty to animals fosse vero. Il risultato delle sue indagini fu il celebre libro Animal Machines, pubblicato nel 1964 e accompagnato dalla prefazione di Rachel Carson che, solo due anni prima, aveva dato alle stampe Primavera silenziosa, un saggio di denuncia sui rischi dell’uso indiscriminato di pesticidi in agricoltura. > Proprio come Primavera silenziosa di Rachel Carson esercitò un impatto sulle > politiche ambientali degli Stati Uniti, così Animal Machines di Ruth Harrison > scosse l’opinione pubblica e il governo britannico, mostrando le sofferenze a > cui venivano sottoposti gli animali per aumentare la produttività. Harrison mostrò al grande pubblico le pratiche a cui venivano sottoposti gli animali per aumentare la produttività: gli spazi ristretti in cui vivevano, l’amputazione della coda dei piccoli suini per evitarne la morsicatura, o ancora il taglio dell’estremità del becco praticato nei pulcini per prevenire ferimenti ed episodi di cannibalismo in aree ad alta densità di esemplari. Proprio come Primavera silenziosa esercitò un impatto sulle politiche ambientali degli Stati Uniti, così Animal Machines scosse l’opinione pubblica e il governo britannico. Davanti al lavoro investigativo dell’autrice e alla reazione di lettrici e lettori, quest’ultimo ordinò un’indagine che venne affidata a un comitato di esperti, in cui fu inclusa Harrison, presieduto dallo zoologo Francis William Rogers Brambell. Le indagini del Comitato Brambell confermarono ciò che veniva descritto nel libro e, nel 1965, confluirono nel Rapporto Brambell, un documento che delineava quelli che avrebbero dovuto essere i principi biologici ed etici dell’allevamento e che riconobbe l’importanza dello studio del comportamento degli animali nella valutazione del loro benessere. Il Comitato scrisse: > Qualsiasi tentativo di valutare il benessere deve, pertanto, tenere conto > delle prove scientifiche disponibili riguardanti le sensazioni degli animali > che possono essere dedotte dalla loro struttura e dalle loro funzioni, nonché > dal loro comportamento. […] Riconosciamo che le informazioni scientifiche > disponibili riguardanti il comportamento degli animali domestici sono > inadeguate sotto molti aspetti per i nostri scopi e che è necessario molto > altro lavoro in questo campo prima di poter essere soddisfatti del loro > benessere. Lo svelamento delle condizioni in cui versavano gli animali nei primi allevamenti intensivi aveva acceso la scintilla per lo sviluppo di una nuova disciplina: l’Animal Welfare Science, la scienza del benessere animale. Definire il benessere animale Sebbene nel Rapporto Brambell non ci fosse una definizione specifica di benessere animale, nel corso del tempo ci sono stati numerosi tentativi di strutturare questa materia. L’obiettivo era duplice: costruire modelli di comprensione, valutazione e intervento per i professionisti in campo e fornire una descrizione che potesse essere facilmente colta da quel pubblico a cui Animal Machines aveva aperto gli occhi. Una delle prime definizioni di benessere animale è quella di Donald M. Broom, professore emerito di Animal Welfare dell’Università di Cambridge, che tra gli anni Ottanta e Novanta del Novecento lo descrive come la condizione di un animale in relazione alla sua capacità di far fronte (coping) al proprio ambiente. È una definizione che si basa soprattutto sulla salute fisica di un animale: una gallina reagisce a un disturbo temporaneo, che può essere ad esempio il freddo, attivando risposte che le permettono di tornare rapidamente alla condizione iniziale, come trovare il modo di riscaldarsi. > Solo recentemente alcune scienziate e scienziati hanno proposto di porre al > centro del discorso sul benessere animale gli stati affettivi, spostando > l’attenzione verso la promozione di esperienze emotive positive. Quello della salute fisica è stato storicamente il filo conduttore principale del benessere animale e, in un primo momento, la comunità scientifica si è concentrata sulla modifica o eliminazione di condizioni lesive dello stato fisico degli animali. Nel corso degli anni nel benessere animale è stato poi integrato anche il concetto di comportamento naturale, ossia il comportamento tipico delle specie, osservato negli animali quando vivono negli ambienti in cui si sono evoluti i loro antenati oppure in spazi, realizzati dall’essere umano, che offrono una libertà di movimento simile. Come riporta la biologa ed etologa Marian Stamp Dawkins nel suo saggio The Science of Animal Welfare. Understanding What Animals Want (2021), il comportamento naturale è importante poiché suggerisce elementi che gli animali potrebbero desiderare, non sempre facilmente intuibili attraverso la nostra percezione del mondo, però non definisce di per sé cosa sia il benessere. Per collegarlo solidamente a quest’ultimo, il comportamento naturale deve essere affiancato ad altre informazioni. “Naturale” non è in automatico sinonimo di “migliore”: essere inseguiti e catturati da un predatore è naturale per molti animali selvatici, ma non contribuisce positivamente al loro benessere dal momento che cercano attivamente di evitarlo. Solo recentemente alcune scienziate e scienziati hanno proposto di porre al centro del discorso sul benessere animale gli stati affettivi, spostando l’attenzione verso la promozione di esperienze emotive positive. Si tratta, dunque, di un panorama scientifico e culturale in trasformazione, in cui le diverse visioni si avvicendano e producono nuovi modelli scientifici per la valutazione del benessere animale. I quadri di riferimento, inizialmente progettati per stabilire degli standard che riducessero in particolar modo la sofferenza, sono stati gradualmente rivisti sino a raggiungere l’attuale prospettiva di promozione di stati positivi. Tra i modelli più utilizzati e citati ci sono quello delle Cinque libertà e quello dei Cinque domini. Già nel suo rapporto, il Comitato Brambell aveva introdotto una prima formulazione del modello delle Cinque libertà, poi ampliato nel 1979 dal Farm Animal Welfare Council, secondo cui gli animali devono essere liberi dalla fame e dalla sete, grazie all’accesso ad acqua fresca e a un’alimentazione adeguata; liberi dal disagio, attraverso un ambiente idoneo che offra riparo e luoghi per il riposo; liberi dal dolore, dalle ferite e dalle malattie, tramite prevenzione, diagnosi tempestiva e cure appropriate; liberi di esprimere i comportamenti naturali, disponendo di spazio sufficiente, strutture adeguate e della compagnia dei propri simili, se gradita; liberi dalla paura e dall’angoscia, evitando qualsiasi forma di sofferenza. Si parla, quindi, di rifuggire condizioni negative, principalmente legate alla salute fisica. > Il modello di Mellor valuta il benessere animale attraverso quattro domini > funzionali: nutrizione, ambiente, salute fisica e comportamento. Questi > contribuiscono a definire lo stato mentale dell’animale, ossia il quinto > dominio, che include sensazioni quali dolore, paura, appagamento o piacere. La salute psicologica e le emozioni positive sono state prese maggiormente in considerazione dal fisiologo David Mellor che, nel 1994, ha formulato il modello dei Cinque domini, aggiornato in numerose nuove versioni dal 2001 a oggi, per integrare al suo interno le più recenti scoperte scientifiche. Il modello di Mellor valuta il benessere animale attraverso quattro domini funzionali (nutrizione, ambiente, salute fisica e comportamento), i quali contribuiscono a definire lo stato mentale dell’animale, che rappresenta il quinto dominio e include sensazioni quali dolore, paura, appagamento o piacere. Questo sistema di valutazione riconosce negli animali la capacità di provare emozioni e vivere stati psicologici che incidono sul loro benessere complessivo, attribuendo quindi allo stato mentale un ruolo centrale. Il modello dei Cinque domini aggiunge, inoltre, un ulteriore tassello: suggerisce la necessità di ridurre al minimo le esperienze negative e, allo stesso tempo, di fornire agli animali opportunità di accedere a esperienze positive. Diventa, perciò, essenziale capire se e in quali situazioni ciò accade, conoscere i diversi repertori e i comportamenti tipici di ciascuna specie e saperli osservare, misurare e descrivere. È proprio questo l’ambito della disciplina del Positive animal welfare (PAW), il benessere animale positivo. Il PAW e lo studio delle emozioni animali “Ritengo che vi siano due modi principali per definire il Positive animal welfare (PAW): come stato di un animale o come campo di ricerca. La definizione incentrata sullo stato seguirebbe quella fornita da Rault et al. nel 2025: un prosperare attraverso l’esperienza di stati mentali prevalentemente positivi e lo sviluppo di competenza e resilienza”, spiega a Il Tascabile Laura Webb, etologa della Wageningen University e vicepresidente del progetto COST Action Lifting farm animal lives: “Il PAW può anche essere visto come un sottocampo della scienza del benessere animale che si focalizza sulla comprensione, la valutazione e la promozione di stati affettivi positivi e di una vita buona (o prospera) negli animali”. Webb e il suo gruppo di ricerca traggono ispirazione dalla psicologia umana per identificare indicatori non verbali di emozioni positive e felicità applicabili alle altre specie. Definire cosa siano le emozioni e quando sia corretto attribuirle agli animali non umani non è semplice, anche per un radicato timore di un eccessivo antropomorfismo da parte della comunità scientifica. La ricerca, sebbene stia progredendo, è ancora in una fase pioneristica. > Al contrario di noi, gli animali non umani non possono esprimere ciò che > sentono a parole, quindi il lavoro di scienziate e scienziati si sta > concentrando sull’analisi di indicatori la cui misurazione possa confermare i > loro stati affettivi. Nel 1946 lo psicologo Donald Olding Hebb descrisse le emozioni come “determinati stati neurofisiologici, inferiti dal comportamento, dei quali si sa poco se non che, per definizione, essi predispongono a determinati tipi specifici di azione”. L’etologo Marc Bekoff affermò nel 2000 che fossero fenomeni psicologici che aiutano nella gestione e controllo del comportamento, mentre per il primatologo Frans de Waal l’emozione è uno stato temporaneo indotto da stimoli esterni biologicamente rilevanti, caratterizzato da specifici cambiamenti nel corpo e nella mente dell’organismo. Gli studiosi di comportamento animale Elizabeth Paul e Michael Mendl, in una pubblicazione del 2018, cercano di raccogliere le caratteristiche comuni emerse storicamente e affermano che un’emozione è una risposta costituita da più componenti a uno stimolo o a un evento che è tipicamente di importanza per l’individuo, è sempre dotata di una valenza, piacevole o spiacevole, e può variare in termini di attivazione/eccitazione (arousal) e di durata/persistenza. Ad esempio, giocare può stimolare gioia, un’emozione dalla valenza positiva, dall’attivazione potenzialmente elevata e dalla durata breve. Al contrario di noi, gli animali non umani non possono esprimere ciò che sentono a parole, quindi il lavoro di scienziate e scienziati si sta concentrando sull’analisi di indicatori la cui misurazione possa confermare i loro stati affettivi. Gli indicatori possono essere diversi per specie e riguardano valori legati alla fisiologia, osservazioni comportamentali e risposte cognitive. Il ratto di Panksepp emetteva il caratteristico segnale acustico a 50 kHz quando solleticato da una mano umana e durante interazioni positive tra coppie di individui. Dunque la vocalizzazione sembrava un valido indizio, fino a quando alcuni studi hanno mostrato che era presente pure nei roditori sottoposti a eutanasia con anidride carbonica, una situazione che è stato dimostrato essi si impegnano a evitare. L’esame di un unico indicatore non basta a etichettare una condizione come positiva o negativa. “Esistono molti indicatori promettenti nell’ambito del comportamento, tra cui le vocalizzazioni, le posture delle orecchie e della coda e il comportamento di gioco”, chiarisce Webb: “Stiamo inoltre indagando indicatori cognitivi e fisiologici dello stato affettivo cumulativo”. > Gli stati affettivi positivi negli animali nascono da esperienze gratificanti, > come poter scegliere, perseguire degli obiettivi e ottenere i risultati > voluti. Non basta evitare condizioni negative: gli animali devono poter > desiderare qualcosa e trarne piacere. Non è, infatti, il singolo evento a dare forma a quella “vita degna di essere vissuta” citata in numerosi modelli di benessere animale: sperimentare quotidianamente esperienze che facciano scaturire emozioni positive può significare influenzare stati affettivi più duraturi come l’umore e disposizioni più persistenti e prolungate. È quando il bilancio propende a favore degli stati positivi in una finestra temporale sufficientemente ampia che, secondo alcune teorie, si raggiunge quella che noi chiamiamo felicità. Gli stati affettivi positivi negli animali nascono da esperienze gratificanti, come poter scegliere, perseguire degli obiettivi e ottenere i risultati voluti. Non è sufficiente evitare condizioni negative: è fondamentale che gli animali abbiano la possibilità di desiderare qualcosa e di trarne piacere. Come sottolinea Marian Stamp Dawkins, il benessere animale non dipende solo dalla salute, ma anche dalla capacità di offrire agli animali ciò che vogliono. Le preferenze variano da individuo a individuo e sono influenzate da diversi fattori, tra cui la specie di appartenenza, la personalità, la genetica, lo sviluppo e le esperienze vissute. Per questo, il benessere positivo si valuta attraverso un’osservazione diretta e prolungata, che tenga conto dell’intero arco della vita e delle caratteristiche specifiche di ciascun animale. Osservare da vicino gli animali per capire cosa desiderano può portare a risultati sorprendenti. Lo racconta Laura Webb, che durante il suo dottorato ha studiato diversi regimi alimentari per migliorare il benessere dei vitelli. In alcuni esperimenti, ai vitelli veniva offerta la possibilità di scegliere liberamente tra vari alimenti, come fieno a fibra lunga o paglia, disposti in rastrelliere. I bovini infilavano la testa nel fieno, lo annusavano e lo lanciavano in aria, in un comportamento che ricordava il gioco. In un altro studio, invece, i vitelli estraevano la paglia dalle rastrelliere e la usavano per crearsi una lettiera sul pavimento fessurato. > Il benessere animale non dipende solo dalla salute, ma anche dalla capacità di > offrire agli animali ciò che vogliono. “Credo sia necessario ricordare che un elemento specifico nella vita di un animale può avere molteplici utilizzi e può rivelarsi, in definitiva, più piacevole di quanto ci si potesse inizialmente aspettare”, sottolinea l’etologa: “Lo stesso vale, ad esempio, quando si pensa all’inserimento di alberi: gli alberi sono molto più di una semplice struttura che offre ombra per alleviare lo stress da calore, poiché le vacche nei sistemi silvopastorali ne mangiano i frutti, tirano i rami e si strofinano contro il tronco. Pertanto, gli alberi promuovono la diversità comportamentale oltre a fornire ombra, aumentando l’autonomia e la propensione a sperimentare stati emotivi più positivi”. Positive animal welfare, una rivoluzione? Il Positive animal welfare ha assunto una connotazione più precisa nel 2007 con la pubblicazione della review “Assessment of positive emotions in animals to improve their welfare” nella rivista scientifica Physiology & Behavior. Alcune autrici e autori ne contestano in parte la portata innovativa rispetto ai precedenti modelli di benessere animale: i Cinque domini avevano già assicurato un ampio spazio alla salute psicologica degli animali e alle emozioni positive, e anche altri modelli le avevano inserite nella propria struttura. “Credo che molti altri quadri teorici sul benessere animale presentino componenti relative al benessere animale positivo. Le Cinque libertà includono la promozione dei comportamenti naturali, il che è probabilmente legato al fornire agli animali maggiore scelta e controllo, e quindi agentività. Il modello dei Cinque domini menziona specificamente, in aggiunta, gli stati affettivi come rilevanti”, chiarisce Webb: “Questi quadri teorici possono talvolta fornire modi più pratici per formalizzare e valutare il benessere animale. A livello teorico, penso che molti scienziati concordino sul fatto che il benessere animale sia concettualizzato come due componenti interconnesse, tra cui una componente affettiva/edonica, ossia l’accumulo e l’equilibrio di stati affettivi positivi e negativi nel tempo, e una componente cognitiva che coinvolge la costruzione di abilità/competenze e resilienza”. > Il Positive Animal Welfare può aiutare a migliorare la vita degli animali, > evitando loro sofferenze e promuovendo esperienze positive. Eppure questa > ricerca della felicità può risultare dissonante, considerando che stiamo > comunque piegando le loro esistenze alle nostre necessità. Un progetto come Lifting farm animal lives, quindi la realizzazione di un network scientifico-tecnologico tra centri di ricerca europei in grado di esercitare un impatto sui decisori politici e sugli organismi normativi, rappresenta un progresso. È un nuovo capitolo per la scienza del benessere animale, che coinvolgerà la zootecnia e tutti quei contesti in cui gli animali sono costretti alla cattività, come zoo, allevamenti, canili, le nostre case ‒ tra cani, gatti, roditori, conigli, uccelli e altre specie esotiche ‒ e laboratori di ricerca biomedica, proprio quegli stessi luoghi in cui vivevano i ratti che hanno condotto Jaak Panksepp verso la scoperta del riso murino. Il Positive animal welfare ci aiuta a capire come migliorare la vita degli animali, non solo evitando loro sofferenze, ma promuovendo esperienze positive. Eppure questa ricerca della felicità può essere percepita come dissonante quando realizziamo che disponiamo comunque delle loro esistenze per piegarle alle nostre necessità. Come scrive Marian Stamp Dawkins nelle ultime pagine di The Science of Animal Welfare: > può essere un contributo prezioso per i dibattiti sul benessere animale (così > come per la nostra riflessione personale) tentare di separare i disaccordi sui > fatti che apprendiamo dalla scienza del benessere animale dai disaccordi sui > valori etici, e separare entrambi dai passi pratici che potrebbero essere > intrapresi nel mondo reale per attuare il cambiamento. L'articolo La ricerca della felicità animale proviene da Il Tascabile.
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Il sogno scaduto della Stazione spaziale internazionale
L uglio 1975. Duecentoventinove chilometri sul livello del mare. Due moduli spaziali, di progettazione e fattura molto diverse, sfrecciano affiancati a 28.000 km/h su un’orbita circolare attorno alla Terra. Il primo è verde, snello e tondeggiante, pare un pupazzo di neve allungato, con due ali di pannelli solari rettangolari attaccate alla base. Il secondo è bianco e grigio, grande quasi il doppio del primo, ha un corpo cilindrico tozzo con una punta conica, agganciata a sua volta a una strana appendice scura. Uno è decollato dal cosmodromo di Baikonur, in Kazakistan. L’altro dal Kennedy Space Center, in Florida. Si sono incontrati grazie a delicate manovre eseguite nell’arco di due giorni, e ora ballano un cauto valzer di avvicinamento. Piccole nuvolette di gas combusti, emesse dagli ugelli del modulo Apollo, americano, lo pilotano manualmente verso il Soyuz, sovietico. A terra, le due superpotenze combattono ormai da anni la guerra fredda, tra continue minacce e tensioni. Nello spazio, i moduli si agganciano, i portelloni si aprono, e gli astronauti di nazioni ufficialmente nemiche si stringono la mano. Fu questa la sognante e precoce scintilla, denominata “Progetto di test Apollo-Soyuz” da parte americana e “Soyuz-Apollo” da parte sovietica, che tracciò la via per la realizzazione della più grande e complessa opera di ingegneria mai prodotta dall’umanità, attualmente in orbita attorno alla Terra: la Stazione spaziale internazionale (International Space Station, ISS). Assemblata nel corso di più di dieci anni, frutto della collaborazione tecnica e diplomatica di 15 Paesi, raggruppati sotto l’egida di 5 agenzie spaziali (NASA, Roscosmos, ESA, JAXA, CSA), la ISS è il laboratorio scientifico più avanzato mai costruito. Come tutti i sogni, anche quello della ISS dovrà finire. Nel 2031 è previsto il suo pensionamento e una seconda Stazione spaziale internazionale, più moderna, più efficiente, aperta anche ad altre agenzie spaziali, non ci sarà. L’incontro tra due mondi La prima collaborazione di Paesi diversi (USA e URSS) in ambito spaziale era avvenuta, come tutte le missioni spaziali, per volontà politica, con l’intento di distendere le relazioni tra le due nazioni avversarie, almeno per quanto riguardava lo spazio extra-atmosferico. Prima di quella missione, americani e sovietici avevano gareggiato nella corsa allo spazio, culminata ufficialmente con l’allunaggio americano nel luglio 1969. > Come tutti i sogni, anche quello della ISS dovrà finire. Nel 2031 è previsto > il suo pensionamento e una seconda Stazione spaziale internazionale, più > moderna, più efficiente, aperta anche ad altre agenzie spaziali, non ci sarà. Il cosiddetto rendez-vous tra Apollo e Soyuz era stato pianificato fin dal 1970: durante le fasi di definizione della missione, ingegneri sovietici e americani si confrontarono sia sulla filosofia di progettazione sia sui dettagli tecnici, criticandosi aspramente. I sovietici preferivano l’automazione dei processi, con un ruolo marginale del cosmonauta, mentre gli americani prediligevano il controllo manuale di astronauti altamente addestrati. I primi prevedevano sensori e dispositivi unici il cui fallimento avrebbe portato ad abortire l’intera missione, mentre i secondi progettavano sistemi ridondanti che, in caso di guasto di un elemento principale, potevano permettere di proseguire comunque ricorrendo a un altro componente. Le differenze stavano anche nella scelta degli appellativi: il cosmonauta è il navigatore dell’abisso e della totalità del cosmo; l’astronauta invece si ispira alla sua parte più luminosa, l’astro. Nonostante ciò, la volontà (e il sogno) di riuscire a realizzare qualcosa insieme ai propri stimati nemici (almeno in ambito spaziale) fu più forte delle difficoltà tecniche e del senso di estraneità che i due mondi provavano l’uno per l’altro. Più di vent’anni dopo si ripeté un copione simile, con ambizioni tecniche e diplomatiche maggiori, nonostante i budget non fossero più al livello della corsa allo spazio. La collaborazione non aveva più fini meramente dimostrativi ma era      necessaria per poter raggiungere obiettivi che le singole agenzie non sarebbero state in grado di conseguire da sole. > Con una superficie che supera le dimensioni di un campo da calcio, un volume > pressurizzato di 1000 metri cubi e un peso totale di 450.000 kg, la ISS è > l’oggetto singolo più costoso mai realizzato nella storia. Il 20 novembre 1998 decollò da Baikonur un razzo Proton che portò in orbita un modulo abitabile di fabbricazione russa, chiamato Zarya. Due settimane più tardi, il 4 dicembre, lo Space Shuttle Endeavour decollava dal Kennedy Space Center con a bordo il modulo Unity Node 1. Gli astronauti li assemblarono in orbita dando vita al primo nucleo della Stazione spaziale internazionale. Con una superficie che supera le dimensioni di un campo da calcio, un volume pressurizzato di 1000 metri cubi e un peso totale di 450.000 chilogrammi, la ISS ha permesso la presenza continua dell’essere umano nello spazio, ambiente inospitale alla vita, per venticinque anni consecutivi, ed è l’oggetto singolo più costoso mai realizzato nella storia. A cosa serve (ed è servita) la ISS Nel libro e riferimento accademico The Politics of Space Security (2008), il professore americano James Clay Moltz mostra come la ISS provenga dalla delicata (e non scontata) unione virtuosa di interessi strategici in un ambiente fragile e difficile come quello spaziale. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, per gli americani la ISS divenne uno strumento per trasformare la neonata Russia da potenziale rivale a partner interdipendente, di cui poter influenzare le politiche spaziali. Al contempo servì a ridurre la diffusione incontrollata di competenze militari al di fuori del Paese (poiché a livello tecnologico/ingegneristico un missile balistico assomiglia molto a un vettore per esseri umani). Da parte russa, la partecipazione al programma significò la sopravvivenza in ambito spaziale e il riconoscimento come potenza alla pari. Quando però le agenzie (NASA in primis) parlano al grande pubblico, giustificano l’esistenza della ISS in maniera forse più ingenua, ponendo in primo piano lo scopo di ricerca scientifica, che è effettivamente l’attività primaria svolta a bordo e ciò che può motivare il sostegno “dal basso” per un’opera così costosa. La ISS infatti è fondamentale per i ricercatori a causa della condizione di assenza di peso che si ha a bordo (microgravità). In nessun altro luogo sulla Terra si può rinunciare alla forza di gravità, se non tramite espedienti temporanei, e questa influenza sempre e comunque tutti gli esperimenti condotti sulla superficie del pianeta. Grazie allo stato di costante caduta libera attorno alla Terra, la ISS è l’unico laboratorio in cui si possono eliminare gli effetti della gravità dalle cosiddette condizioni al contorno. Sfruttando questo asset condiviso, università ed enti di tutto il mondo sono in grado di realizzare esperimenti innovativi e dalle grandi potenzialità. > La ISS è fondamentale per la ricerca scientifica a causa delle condizioni di > assenza di peso che si hanno a bordo. In nessun altro luogo sulla Terra è > possibile eliminare (se non temporaneamente) gli effetti della gravità sugli > esperimenti condotti. La ricerca riguarda gli ambiti scientifici più vari: dalla chimica fisica della combustione per l’efficientamento dei motori alla stampa di circuiti in silicio ad elevata purezza per la miniaturizzazione di componenti informatici, dal riciclo dell’acqua all’osteoporosi alla stampa 3D di tessuti biologici all’osservazione del clima terrestre. A bordo della ISS sono stati condotti ad esempio studi sulla cristallizzazione di un farmaco immunoterapico antitumorale (pembrolizumab) che hanno permesso di migliorare il metodo di somministrazione ai pazienti. Grazie alla nuova formulazione, frutto delle conoscenze acquisite nell’ambiente a microgravità, la somministrazione è passata da un’infusione per via venosa della durata di due ore a un’iniezione sottocutanea che richiede un minuto, permettendo di migliorare la qualità della vita dei pazienti. Sono stati poi effettuati esperimenti pionieristici di stampa 3D di tessuti umani, come menischi e tessuti cardiaci. Sulla Terra la stampa 3D, che sia biologica o tradizionale, ha necessità di strutture ausiliarie che sostengano il peso delle parti mentre queste vengono costruite. Nello spazio questa difficoltà tecnica sparisce perché le parti fluttuano senza doversi appoggiare ad altro. Progressi in questo campo aprono la strada alla stampa di organi sintetici nello spazio da utilizzare poi per i trapianti sulla Terra. Il futuro privato Ora la ISS è vecchia e tra pochi anni giungerà al termine della sua missione. Gli elementi più datati che la compongono sono stati progettati per una vita utile di 15 anni e hanno già ecceduto le più rosee aspettative. Le travi di sostegno che supportano l’agglomerato di moduli della stazione hanno subito tantissimi cicli di stress termico nelle oltre 140.000 orbite compiute dalla ISS attorno alla Terra e la loro affidabilità strutturale è diminuita nel corso del tempo. Ogni anno la stazione perde aria da piccoli fori difficili da individuare e chiudere con precisione, aria che va reintegrata con le missioni di approvvigionamento. Per questi e altri motivi, la NASA ha concluso che il rientro controllato in atmosfera è la scelta più sicura. > Smantellata la ISS, la NASA si affiderà a operatori privati. Verranno messe in > orbita stazioni spaziali che non saranno più di proprietà degli Stati, bensì > di aziende private, tra le quali Vast, Blue Origin e Axiom Space. Come anticipato, una seconda Stazione spaziale internazionale non ci sarà. NASA e Roscosmos, principali attori e contributori dell’opera, dichiarano ufficialmente di non voler (o poter) proseguire su questa strada. La NASA, a cui la nostra ESA necessariamente si accoda, si affiderà a operatori privati (come sta già facendo per i lanciatori). Verranno messe in orbita stazioni spaziali che non saranno più di proprietà degli Stati, ma di aziende private, prime tra tutte Haven-1 e Haven-2 dell’azienda Vast, che collaborerà anche con altre realtà (Axiom Space, Blue Origin di Jeff Bezos, Starlab Space). La NASA e le altre agenzie spaziali compreranno letteralmente spazio e tempo su queste stazioni per poter proseguire le loro ricerche in ambiente di microgravità. Dall’altro lato Roscosmos punta a costruire una propria stazione spaziale (come hanno già fatto i cinesi con la stazione Tiangong), aprendo, almeno sulla carta, alla collaborazione più stabile con Paesi del blocco BRICS, come Cina, Brasile e India. La collaborazione internazionale in campo spaziale non terminerà, ma il cambio di passo è degno di nota. La fiducia negli apparati statali e nella loro capacità di portare beneficio alla collettività senza un evidente ritorno economico sembra affievolirsi sempre più in favore di operatori privati che sì, potrebbero rivoluzionare il settore (come ha fatto SpaceX di Elon Musk con i suoi lanciatori riutilizzabili), ma con una differenza: in questo caso il focus primario non è l’avanzamento della conoscenza, bensì il controllo e il profitto. La stessa SpaceX ha lanciato i satelliti Starlink con l’intento di portare Internet satellitare anche nelle zone più remote del mondo. Allo stesso tempo la costellazione Starlink, costituita da migliaia di satelliti, non solo inquina i cieli notturni e rende più difficile l’astrofotografia da terra, ma è sotto il controllo dell’eccentrico miliardario. E questo già ora crea problemi. Starlink ad esempio è un asset fondamentale per l’esercito ucraino nel suo conflitto contro la Russia, ma l’azienda decide tramite geo-fencing in quali aree le parabole funzionano o meno, determinando a monte un confine preciso oltre il quale le operazioni ucraine diventano molto più difficili, di fatto (quasi) impedendole. Le stazioni spaziali private promettono maggiore flessibilità, minore burocrazia e uno snellimento dei processi per accedere e soggiornare in orbita bassa. Un efficientamento complessivo delle risorse spaziali tramite divisione dei compiti piuttosto che un accentramento coordinato. Potrebbero aprire lo spazio anche ad attori che normalmente non avrebbero avuto posto sulla ISS. Ma la ragion d’essere delle stazioni spaziali, come abbiamo detto, non sarà più la ricerca scientifica pura e la collaborazione tra Stati. È nella natura delle aziende private avere altri obiettivi. Assieme alle sovvenzioni statali, che copriranno comunque gran parte del budget necessario alla sopravvivenza delle nuove stazioni, il business principale sarà il turismo spaziale. Spacciato come porta d’ingresso per una “democratizzazione” dello spazio, sarà inizialmente solo un’altra dimostrazione delle disuguaglianze economiche presenti sulla Terra, meta di viaggi esclusivi per super-ricchi. Come questo possa sostituire il ruolo della ISS e favorire la continuazione di quel che è stato, non è affatto chiaro. > Le stazioni spaziali private promettono maggiore flessibilità, minore > burocrazia e uno snellimento dei processi per accedere e soggiornare in orbita > bassa. Ma la ragion d’essere sarà diversa: il business principale sarà il > turismo spaziale. Vi è poi una preoccupante e rinnovata propensione verso quella che potremmo chiamare individualità spaziale. Se la missione Apollo-Soyuz era in controtendenza rispetto ai rapporti internazionali ufficiali sulla Terra, ora lo spazio rischia di diventare terreno di scontro regolato da rapporti di forza e interessi tra potenze, analogamente al clima di tensione crescente sulla Terra. È questa la fine del sogno, e la morte della ISS senza eredi diretti ne è la cartina di tornasole. Ricerca e risultati La NASA ha pubblicato la pagina web 25 Years of Scientific Discovery Aboard the International Space Station, da cui si può trarre una panoramica dell’utilità scientifica della ISS in questi anni. Quel che balza all’occhio però è la parola discovery, al posto di research. Essendo il sito web della NASA non solo una piattaforma di divulgazione ma anche un manifesto semi-promozionale utile a convincere l’opinione pubblica, la scelta non sorprende, ma mostra la necessità di giustificare la ricerca scientifica basandola unicamente sui risultati che ottiene (discovery). Questo approccio, per cui la ricerca ha senso solo se raggiunge dei risultati tangibili, quantificabili, e possibilmente monetizzabili, sembra l’unico motivo valido che può convincere il pubblico (e ancor di più la politica) e giustificare l’assegnazione del budget annuale alle agenzie spaziali di tutto il mondo. A questa interpretazione della ricerca scientifica si unisce poi la convinzione diffusa che le aziende private siano più capaci di portare risultati rispetto a quelle pubbliche. E passa in secondo piano la domanda: risultati a beneficio di chi? A proposito della morte della ISS, sarà proprio un attore privato a occuparsi del funerale del gigante buono. Secondo i piani attuali, avverrà nel 2031, quando una navetta progettata ad-hoc da SpaceX attraccherà per la prima e ultima volta al dock del modulo Harmony. Un salto in avanti Novembre 2031. Da qualche parte in orbita sopra il continente africano. Una navicella automatizzata senza pilota si è appena agganciata saldamente alla Stazione Spaziale Internazionale. A differenza di tante altre occasioni, i portelloni rimangono chiusi. Nessuno esce a salutare o a stringere la mano. La stazione è deserta, spogliata di quel poco che si è deciso di salvare per esporlo in qualche museo sulla Terra. Le luci sono spente e i moduli pressurizzati svuotati. La navetta appena attraccata riceve il via libera per il burn di rientro: accende i potenti motori e con uno scossone inizia a frenare le 450 tonnellate della Stazione spaziale. Le travi di sostegno si flettono, i moduli ballano. Comincia la discesa in atmosfera. A decine di migliaia di chilometri orari la stazione spaziale inizia a grattare contro i primi strati d’aria. Si scalda. I pannelli solari e i radiatori, gli elementi più leggeri della stazione, si accartocciano e si staccano di netto. I rivestimenti termici si consumano nel calore sempre più forte, esponendo gli strati interni. Il modulo Tranquility, dal quale gli astronauti guardavano la Terra volteggiando sopra le spesse finestre di Cupola, viene strappato via, ruota su sé stesso ed esplode, continuando a pezzetti il suo viaggio di rientro affiancato alla ISS. Le fiamme d’attrito divampano dentro e fuori la stazione, consumandola fino alle ossa. Rimangono le travi e gli elementi più densi e pesanti, ormai incandescenti. Dalla Terra si nota nel cielo una lenta cometa, bianca e splendente, dalle striature gialle e arancio, che man mano si separa in tanti pezzi più piccoli e altrettanto luminosi. Una volta terminata la discesa, gli ultimi brandelli della ISS si tuffano nelle acque dell’oceano Pacifico, inabissandosi per sempre nel gran cimitero dei manufatti spaziali. L'articolo Il sogno scaduto della Stazione spaziale internazionale proviene da Il Tascabile.
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I nomi che diamo ai virus
P er molto tempo la città di Lassa, in Nigeria, è stata un luogo speciale. Dopo che nel 1923 si era insediata la Church of Brethren Mission era diventata un importante polo transfrontaliero, che attirava pazienti da diversi Paesi dell’Africa occidentale e centrale, e medici volontari da ogni parte del mondo. Poi, nel 1969, un’infermiera missionaria di nome Laura Wine contrasse una grave febbre emorragica causata da un virus sconosciuto, a quel punto il sistema sanitario di Lassa cominciò rapidamente a collassare. La scelta di dare al virus il nome di quella città portò un pesante stigma sull’intera comunità: i medici rifiutarono i trasferimenti nella zona, dall’estero smisero di arrivare pazienti, persino i missionari cominciarono a evitare quel distretto. Nel giro di pochi anni il Lassa General Hospital venne ceduto all’amministrazione governativa. Quello che un tempo era stato un modello sanitario e un punto di riferimento regionale, era ormai una cattedrale nel deserto. Il colmo è che, come si scoprì in seguito, il virus nemmeno arrivava da lì. Quello era semplicemente il luogo dove si era ammalata la prima paziente occidentale. È anche per via della brutale stigmatizzazione di Lassa che nel 1976, quando venne individuato il primo focolaio di un virus sconosciuto in Zaire (l’attuale Repubblica Democratica del Congo), si decise di non adottare il nome del villaggio in cui era stato scoperto, Yambuku, bensì quello di un fiume che scorreva a 60 km di distanza, in una zona che il virus non aveva nemmeno sfiorato. Il termine Ebola fu scelto da un gruppo di scienziati americani e belgi stremati dopo giorni di lavoro e privazione del sonno, in un anonimo corridoio di un palazzo di Kinshasa, a oltre mille chilometri da dove Ebola stava mietendo le prime vittime. “Ci accalcammo attorno a una cartina dello Zaire non molto grande”, ha poi raccontato Peter Piot, uno degli epidemiologi coinvolti nella gestione del focolaio: “A quella scala, sembrava che il fiume più vicino a Yambuku si chiamasse Ebola. Aveva un suono sinistro che ci sembrò opportuno. In realtà, a ben vedere, non è nemmeno il fiume più vicino al villaggio”. > C’è un motivo se molti virus hanno nomi di fiumi, o di foreste, o di altri > luoghi apparentemente neutri. Un fiume è più anonimo di un villaggio, o di una > nazione, indica il territorio senza mettere nel bersaglio una comunità. Ma in > realtà anche questa nomenclatura rischia di essere problematica. La scelta di Piot e colleghi è stata frutto della stanchezza e dell’improvvisazione, ma c’è un motivo se molti virus hanno nomi di fiumi, o di foreste, o comunque di luoghi in apparenza neutri. Pensiamo ad altri nomi di virus, come Hanta (un fiume coreano), Machupo (un fiume boliviano), o Zika (una foresta dell’Uganda): sono nomi che consentono di localizzare geograficamente un patogeno senza mettere una comunità specifica nel bersaglio. Ma come vedremo anche questa nomenclatura finisce per essere problematica. E il recente focolaio di ebola ne è una dimostrazione. Un focolaio più pericoloso del solito Lo scorso 17 maggio l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha diramato un comunicato in cui ufficializzava l’emergenza sanitaria internazionale per un focolaio di ebola che in pochi giorni aveva causato decine di morti e centinaia di casi sospetti nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) e in Uganda. Non si parlava di pandemia, ma il tono lasciava intendere che questo focolaio abbia un grado di minaccia in più rispetto a quelli che abbiamo visto emergere negli ultimi anni. Il motivo è semplice: si tratta di un tipo di ebolavirus raro e poco studiato, il Bundibugyo, per il quale non esistono vaccini o trattamenti specifici. È anche per questo che la notizia di un’emergenza sanitaria internazionale ci è sembrata piovere dal nulla: i primi casi sospetti nella regione di Ituri risalgono almeno a fine aprile, ma prima che il virus fosse riconosciuto e l’OMS allertata della situazione sono trascorse settimane. Oggi, a distanza di un mese, i casi confermati sono saliti a 550, con 101 decessi e 310 individui ricoverati in isolamento. A complicare ulteriormente il quadro generale c’è il fatto che una delle zone interessate dal focolaio, quella di Goma, una città di due milioni di abitanti, è dal 2025 sotto il controllo del Movimento 23 Marzo (M23). Il gruppo armato ha interrotto le attività del laboratorio epidemiologico attivo in città e bloccato l’aeroporto internazionale tramite cui arrivavano aiuti e personale umanitario. La situazione conflittuale rende particolarmente difficile il tracciamento dei contatti e l’isolamento dei contagiati, al contempo contribuisce ad alimentare una sfiducia verso il governo che rende ancora più difficile contenere il virus. A tutto questo si aggiunge la recente decisione degli Stati Uniti di uscire dall’OMS e smantellare USAID (United States Agency for International Development), l’agenzia umanitaria tramite cui negli anni passati avevano investito centinaia di milioni di dollari con lo specifico intento di preparare queste zone a potenziali focolai di ebola. Tutti questi cofattori aiutano a spiegare perché ci sia voluto così tanto tempo a individuare un focolaio che potrebbe essere attivo da mesi, e perché ci stia risultando particolarmente impegnativo contenere questa rara specie di Ebola. > Il Bundibugyo è una specie di ebolavirus rara e poco studiata, per la quale > non esistono vaccini o trattamenti specifici. Il che è curioso, considerando > che lo conosciamo almeno dal 2007. Ma c’è un altro aspetto che vale la pena di considerare. Perché se è vero che Bundibugyo è un virus raro, è anche vero che lo conosciamo almeno dal 2007, e in vent’anni ancora non disponiamo di terapie specifiche per provare a debellarlo. Ora, sviluppare un vaccino efficace non è mai un processo semplice, tantomeno rapido. Ma se c’è una cosa che la pandemia da Covid ci ha insegnato è che quando c’è esigenza (e volontà) siamo in grado di velocizzare enormemente i tempi di risposta e di sviluppo vaccinale. L’impressione è che gli sforzi per studiare Bundibugyo in questi anni siano stati scarsi. E il suo nome, derivante dal villaggio ugandese dove è stato scoperto, ha probabilmente inciso su questo ritardo. Più contenimento, meno terapia Eugene Richardson ha trascorso mesi nella RDC all’epoca del focolaio di ebola 2018-2020, e ha avuto modo di osservare sul campo come le organizzazioni internazionali hanno operato per arginare l’epidemia. Essendo un epidemiologo, conosce le dinamiche sociali che consentono a un virus di diffondersi, e conosce ancora meglio la differenza tra contenere un virus e curare un paziente. Calato nel cuore del focolaio, Richardson notò che in molti casi gli attori internazionali presenti sul campo tendevano a privilegiare le misure di contenimento, come l’isolamento dei pazienti, le pratiche di sepoltura controllata e il tracciamento dei contatti, al trattamento vero e proprio degli infetti. Eppure le soluzioni terapeutiche esistevano. Esisteva un vaccino di comprovata efficacia sull’ebolavirus di tipo Zaire, l’rVSV-ZEBOV, e un secondo candidato in fase avanzata; esistevano farmaci a base di anticorpi monoclonali; e soprattutto, esistevano pratiche terapeutiche che avevano dimostrato di poter salvare vite: somministrazione di fluidi endovenosi, nutrizione enterale, reintegrazione elettrolitica, ossigenoterapia a pressione positiva, ecc. Solo una fetta minuscola dei pazienti congolesi, però, ebbe accesso a queste cure. Non era la prima volta che succedeva. Già con il terribile focolaio del 2014 in Africa occidentale si era registrato uno scarto imbarazzante tra la percentuale di decessi tra gli infetti rimpatriati negli Stati Uniti (lo 0%) e gli infetti autoctoni rimasti in Guinea, Sierra Leone e Liberia (il 40%, con punte del 70% nelle zone più colpite). > Nel 2019 l’epidemiologo Eugene Richardson notò che alcuni attori > internazionali preferivano adottare misure di contenimento del virus > all’impiego di terapie esistenti. La sua impressione era che l’obiettivo non > fosse tanto salvare vite, ma evitare che il virus si avvicinasse al Nord > globale. Nel suo libro Epidemic Illusions: On the Coloniality of Global Public Health (2020), Richardson racconta nel dettaglio quanto osservato durante la sua permanenza in RDC, arrivando alla conclusione che, a giudicare dalle scelte adottate, l’obiettivo delle organizzazioni presenti non fosse tanto curare gli infetti, quanto evitare che il virus si avvicinasse al Nord globale. Questa lettura trova riscontro nelle critiche pubbliche esternate da esponenti di Medici senza frontiere (MSF) a fine 2014, in cui si muovevano accuse all’OMS (e in parte all’organizzazione stessa) per la gestione di quel focolaio, arrivando a parlare di una “forma istituzionalizzata di non assistenza”. Oltre a denunciare un dispiegamento insufficiente di personale per gestire la situazione, la critica si concentrava sulla scelta di non somministrare fluidi per via endovenosa nei centri di trattamento di ebola, probabilmente per tutelare la sicurezza degli operatori (riducendo il tempo di esposizione nella zona rossa). Rony Brauman, ex presidente di MSF affermò che “c’erano ampi margini di miglioramento. In molti luoghi era possibile fare reidratazioni e terapie che avrebbero permesso di salvare un certo numero di pazienti”. Colonialismo sanitario Oltre a causare un certo numero di morti evitabili, sul medio-lungo termine questo approccio contribuisce a erodere ulteriormente la fiducia degli abitanti locali nelle istituzioni. Richardson sottolinea come questa sfiducia sia più radicata nella storia coloniale del Paese che in supposti ostacoli culturali difficilmente aggirabili. Ed è interessante, a questo proposito, rileggere il comunicato OMS su questo focolaio di ebola. Si invita esplicitamente a “identificare e affrontare norme e credenze culturali che fungono da barriera a una partecipazione effettiva nella risposta al virus”, per poi elencare le misure fondamentali da mettere in atto, e si tratta prevalentemente di misure contenitive: sorveglianza, tracciamento dei contatti, sepolture sicure e screening alle frontiere. In una conferenza stampa del 20 maggio, il direttore generale dell’OMS ha specificato che “una delle priorità maggiori è costruire fiducia nelle comunità colpite”. Ancora una volta, l’attenzione sembra essere rivolta alle possibili responsabilità di una popolazione considerata culturalmente meno attrezzata, più che al contesto in cui il focolaio è emerso: nessun riferimento all’eredità della colonizzazione belga (che per controllare le epidemie segregava la popolazione autoctona, limitandosi a curare i colonizzatori), o alla corruzione nella gestione dei fondi per il focolaio 2018-2020, o al fatto che l’epicentro del focolaio, Mongbwalu, sia uno dei principali siti di estrazione aurifera dell’Ituri. In questa regione il controllo delle miniere è da anni oggetto di conflitti armati, e la presenza di lavoratori provenienti da province diverse, i flussi commerciali legati all’oro e la violenza delle milizie che si contendono il controllo dei siti creano esattamente le condizioni strutturali che favoriscono la trasmissione virale. Il comunicato dell’OMS segnala come fattore di rischio “l’alta mobilità della popolazione”, come se quella mobilità fosse una caratteristica naturale del territorio, senza nominare né l’oro, né le milizie, né le multinazionali che da quella catena estrattiva continuano a trarre profitto. > Ancora una volta l’attenzione sembra essere rivolta alle potenziali > responsabilità di una popolazione considerata culturalmente meno attrezzata, > più che al contesto in cui il focolaio è emerso, che nel caso di Bundibugyo è > pesantemente influenzato dall’eredità coloniale e dall’attività del settore > minerario. Il comunicato precisava poi che non c’erano ragioni sufficienti ad attivare misure pandemiche, e che per il momento non era necessario restringere i voli o chiudere i confini internazionali. Alla luce di quanto mostrato da Richardson, risulta difficile non individuare un malcelato tentativo di tranquillizzare i Paesi occidentali. Come a dire: esiste un problema, bisogna intervenire localmente, ma per il momento i Paesi più ricchi possono dormire sonni tranquilli. I nomi sono importanti Era il 5 giugno 1981 quando il CDC (Centers for Disease Control and Prevention) americano pubblicò il primo rapporto su una rara forma di polmonite contratta a Los Angeles da cinque uomini giovani e precedentemente sani. Dal momento che tutti e cinque i pazienti appartenevano alla comunità gay, quando nel dicembre di quell’anno si trattò di dare un nome alla nuova patologia si scelse l’acronimo GRID, che stava per Gay-Related Immune Deficiency. Qualche mese dopo, nel luglio del 1982, una volta accertato che il virus stava circolando già da anni ed era individuabile in altre fasce demografiche, il nome GRID venne abbandonato e fu sostituito da AIDS (Acquired Immune Deficiency Syndrome), ma ormai il danno era fatto. Il nome GRID aveva inevitabilmente associato l’immunodeficienza acquisita all’omosessualità maschile, e questo generò una serie di conseguenze drammatiche. Innanzitutto provocò un ritardo nella diagnosi della malattia in persone eterosessuali, donne e bambini; inoltre dissuase molte persone dal rivolgersi ai centri di cura; ma soprattutto, comportò un blocco nei finanziamenti della ricerca, basti pensare che il presidente americano Reagan riconobbe l’esistenza del problema solo nel 1987, quando già erano morte decine di migliaia di persone. > Nel caso della cosiddetta “influenza suina”, nonostante il virus si stesse > trasmettendo da umano a umano, si diffuse l’idea che per contenerlo bisognasse > prendersela coi maiali. Il governo egiziano decise di abbatterne 300.000, il > tutto senza nemmeno il sospetto che fossero infetti. La storia è piena zeppa di esempi che mostrano come la nomenclatura di un virus o della patologia a esso collegata possa comportare enormi danni. Il caso più eclatante è quello della cosiddetta influenza spagnola del 1918, che secondo gli studi più accreditati ebbe in realtà origine in un campo militare in Kansas. Ma si era ancora nel pieno della Prima guerra mondiale, e per non minare il morale delle truppe Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia e Italia censurarono ogni notizia riguardante l’epidemia. La Spagna invece era neutrale, e fu il primo Paese a rivelare il numero di contagiati e morti. Risultato: con il benestare dei Paesi in guerra, la scelta del nome ricadde sulla Spagna. Questo, oltre a far ricadere uno stigma sulla popolazione iberica, andò a coprire le responsabilità internazionali di una pandemia che causò milioni di morti. Un esempio più recente e curioso, ma non per questo meno tragico, è quello della cosiddetta influenza suina del 2009. In questo caso non c’erano prove che la pandemia fosse riconducibile a un salto di specie da suino a umano. Ma siccome il ceppo virale aveva una componente genomica suina, e il concetto di influenza suina era già noto, il nome attecchì. Così, nonostante non ci fossero casi registrati di suini infetti nella regione messicana da cui la pandemia emerse, in tutto il mondo si diffuse l’idea che per contenere il virus bisognasse sopprimere migliaia di maiali. Nell’aprile 2009, il governo egiziano annunciò la decisione di ammazzare tutti i maiali del Paese: 300.000 esemplari vennero metodicamente abbattuti, il tutto senza che ci fosse nemmeno il sospetto che alcuni di loro portassero il virus. Nessun virus è mai veramente locale Per arginare gli effetti più drammatici di una nomenclatura errata, nel 2015 l’OMS ha pubblicato delle nuove linee guida non vincolanti per il naming dei patogeni umani. Si invita a evitare localizzazioni geografiche, nomi di persone, specie animali o alimenti, riferimenti culturali, industriali e occupazionali, oltre a sconsigliare termini che possano indurre paura eccessiva (come “sconosciuto” o “fatale”). Nel documento si riconoscono i danni che nomi come “influenza suina” e “Middle East Respiratory Syndrome” hanno provocato a settori come il commercio e il turismo, e al benessere animale, ma non si danno indicazioni su come possano essere rinominati i virus già noti, né su come evitare il radicamento di pregiudizi geografici ancora diffusi. Prendiamo il caso del Covid: nei primi mesi del 2020, quando il virus cominciò a diffondersi, venne presto bollato come “Wuhan virus” o “virus cinese”. Nonostante le linee guida OMS in questo caso siano state seguite, e il virus sia stato presto battezzato SARS-CoV-2, lo stigma non è stato annullato. Per certi versi, come hanno mostrato i due ricercatori australiani Lucy Campbell e Rod Lamberts in uno studio recente, la distorsione geografica nella percezione del virus resiste ancora. > Se dopo vent’anni ancora non sappiamo come curare Bundibugyo, non è solo > perché si tratta di un virus raro che ancora non si è diffuso fuori dal > continente africano, ma anche perché la sua cura non è mai stata considerata > monetizzabile. Ora, nonostante i morti continuino a crescere e il focolaio di ebola sia ancora attivo, a giudicare da come ne parlano molti media e organizzazioni occidentali la percezione è che il problema sia ancora circoscrivibile a una remota regione dell’Africa centrale. Quella che potrebbe sembrare semplice sciatteria comunicativa, è in realtà il riflesso di un problema strutturale, un retaggio della storia coloniale che viene reiterato nei programmi di contenimento dei focolai. In questa dinamica, i nomi hanno un ruolo cruciale: chiamare un virus Bundibugyo, o Ebola, o Hanta, è un atto di localizzazione che radica i patogeni in luoghi lontani dalle coscienze occidentali. Nel gergo della sanità pubblica globale, queste patologie vengono classificate come Neglected Tropical Diseases. Ed è interessante notare come il 75% dei fondi diretti allo studio di questi patogeni vada a organizzazioni e istituti di ricerca che operano in Paesi non endemici. Lo spiega bene il ricercatore sanitario indiano Soumyadeep Bhaumik in un articolo pubblicato nel 2024 e dedicato all’ingiustizia epistemica nell’ecosistema della conoscenza sulle malattie tropicali trascurate: “Non è insolito, per un istituto di ricerca su malattie tropicali, fare viaggi in Paesi poveri per ‘raccogliere campioni’, per poi tornare ai propri Paesi a scrivere paper di ricerca e a costruire le proprie carriere”. Come abbiamo visto, la disparità nel trattamento di patologie infettive tra Nord e Sud del mondo è ancora regolata da dinamiche di ispirazione coloniale. Intendiamoci, molte cose sono migliorate: nella risposta a questo focolaio c’è sicuramente più trasparenza e coordinazione, le strutture locali consentono test molecolari più rapidi e affidabili, e la nascita della Coalition for Epidemic Preparedness Innovations ha consentito di avviare in tempi rapidi lo sviluppo di un vaccino; qualcosa che in vent’anni, in assenza di un’emergenza dichiarata, non era mai stato fatto. E il problema è proprio questo: le risposte più virtuose vengono attivate solo davanti a un contesto emergenziale, sul fronte della prevenzione, che pure è quello più importante, l’iniquità strutturale nella sanità globale esercita ancora un peso schiacciante. Quando non si concentrano fin dall’inizio le risorse sul versante terapeutico e preventivo, le probabilità che un virus sfugga al controllo aumentano, e il focolaio che oggi ci sta dando filo da torcere ne è la prova diretta. Se in vent’anni dalla sua scoperta ancora non sappiamo come curare e affrontare Bundibugyo è perché, semplicemente, non ci siamo attrezzati per debellarlo. Il perché è intuibile: si tratta di un virus raro, che ancora non si è diffuso fuori dal continente africano e, cosa assai probabile, perché la sua cura non è mai stata considerata monetizzabile. Ma questo approccio, oltre a essere intollerabilmente cinico, si sta rivelando controproducente anche per il Nord globale. Soprattutto ora che la crisi climatica sta rendendo le zoonosi sempre più frequenti, e il rischio di pandemie è sempre più elevato. A prescindere dai nomi che gli abbiamo appiccicato, i virus non sono mai stati veramente locali. Nei prossimi anni lo saranno sempre di meno. 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La promessa tradita della chimica
Q uando parla della sua chimica, Primo Levi lo fa con gli occhi affascinati dello studente universitario che è stato. In Il sistema periodico, la concepisce come “una nuvola indefinita di potenze future”, capace di prescrivere una legge, “l’ordine in me, attorno a me e nel mondo”. È il 1975, nel mezzo ci sono state la guerra, il campo di concentramento, la vita adulta. Guardare al mondo con gli occhi del chimico, per Levi, vuol dire provare a stabilire l’ordine del suo funzionamento, esplorare l’oscura natura e scandagliarne il funzionamento. La chimica, scrive, ha consentito all’uomo di “farsi signore della materia”. Lungi dall’essere una mera branca scientifica, la chimica diventa l’alfabeto del mondo. Le sue leggi ne descrivono la grammatica. La sua lingua è l’intero universo. La tavola periodica diventa così “l’anello mancante fra il mondo delle carte e il mondo delle cose”. E la chimica stessa assume un altro peculiare significato: è la capacità di conoscere la verità sperimentandola, analizzandone gli elementi. Non ci sono assiomi, non ci sono dogmi: c’è solo l’intelligenza e la sua abilità di dominare la materia con un dominio che però non è violento o estrattivo, è padronanza, comprensione intellettuale. In questo senso, e alla luce delle sue esperienze di vita, la chimica e la fisica assumono per Levi un valore politico, sono l’antidoto al fascismo, perché sono “chiare e distinte e ad ogni passo verificabili, e non tessuti di menzogne e di vanità, come la radio e i giornali” Come vedremo, la concezione leviana della conoscenza come fonte di responsabilità, del sapere come condizione minima di qualunque azione, verrà sistematicamente disattesa dall’evoluzione dell’industria chimica italiana, aprendo la strada ad alcuni dei disastri sanitari più gravi e persistenti della storia del nostro Paese. La chimica come mestiere di uomini L’esperienza individuale del chimico Levi si sovrappone a quella dell’Italia degli inizi del secolo scorso. La chimica, in quegli anni, divenne mestiere di massa. Nel giro di pochi decenni fiorirono ovunque stabilimenti, capannoni, grandi fabbriche che, nel corso del secolo breve, hanno più volte cambiato vocazione ma mai l’oggetto del proprio lavoro: manipolare gli atomi, creare la materia, stressare la natura. Ed è da quegli stabilimenti, da quei capannoni, da quelle fabbriche che un piccolo Paese agricolo a forma di stivale seppe farsi potenza economica. In questo senso, Il sistema periodico è il manifesto di una trasformazione ontologica del genere umano che ha portato con sé una trasformazione profonda, radicale, della società. E che ha scritto la mappa dello sviluppo industriale del Novecento, dagli stabilimenti di produzione bellica, chimica e del carbone di inizio secolo, a quelli legati alla lavorazione del petrolio, esplosa a cavallo delle due guerre, fino ad arrivare alle produzioni di massa del secondo dopoguerra: automobili, elettrodomestici, plastiche. > Guardare al mondo con gli occhi del chimico, per Levi, vuol dire provare a > stabilire l’ordine del suo funzionamento, esplorare l’oscura natura e > scandagliarne il funzionamento. Il cambiamento ontologico che consentì all’essere umano di dominare la natura si tradusse in quello antropologico che spogliò i contadini di stracci e zappe e li vestì di tute, che tolse loro i tempi della semina e del raccolto per consegnare quelli del turno, della sirena. Nella chimica si condensarono innumerevoli promesse. Quella del dominio della natura che spettava ai tecnici, agli uomini col camice che restavano affascinati dalla danza degli atomi. Quella dell’emancipazione, per la massa sterminata di contadini affamati, tornati dalla guerra smagriti e che adesso erano impoveriti. Quella della crescita economica, che traghettò il nostro Paese attraverso due guerre ed esplose nella seconda metà del secolo scorso, regalandoci l’illusione di un benessere che potesse durare per sempre. Accontentava tutti, la chimica. Giocando con le molecole si poteva debellare la fame, garantendo un’agricoltura più produttiva grazie ai fertilizzanti. Si poteva mangiare, riscaldare, si potevano alimentare motori. La chimica ha inventato il materiale che ha rivoluzionato il ventesimo secolo, quello a partire dal quale tutto è diventato accessibile: la plastica. Nel giro di pochi decenni divenne la lingua della democrazia materiale, il volano delle infinite possibilità che si spalancavano a ogni donna e ogni uomo dopo anni di buio e fame. C’era una categoria che, più di tutte, si godeva le promesse della chimica: gli industriali. Consci del potenziale del gioco delle molecole, seppero approfittarne grazie ai propri mezzi economici. Da quel momento, la chimica di cui ci parlava Primo Levi smise di essere tale. A un certo punto gli uomini col camice non erano più interessati a interrogare la natura per comprenderne la dignità, ma cominciarono a stressarla, a manipolarla con una finalità decisamente più materiale: garantire profitti alle famiglie proprietarie degli stabilimenti. È per la loro azione che si è determinato quel salto che ha portato la chimica a superare una serie di limiti. Ce ne parla sempre Levi, quando descrive il polietilene come “leggero e splendidamente impermeabile: ma è anche un po’ troppo incorruttibile, e non per niente il Padre Eterno medesimo, che pure è maestro in polimerizzazioni, si è astenuto dal brevettarlo: a Lui le cose incorruttibili non piacciono”. > C’era una categoria che più di tutte ha sfruttato le promesse della chimica: > gli industriali. È per via del loro operato che la chimica di cui ci parlava > Primo Levi smise di essere tale. Prenderebbe troppo spazio, adesso, ragionare di plastica come manifestazione materiale della hybris della chimica. Quello che invece è utile sottolineare è che, da un certo punto in poi, di questa hybris abbiamo pagato tutte le conseguenze. E quasi mai le ha pagate chi ne è stato il mandante. La mappa di un’eredità inattesa Non a caso, alla mappa dello sviluppo industriale è possibile sovrapporre quella delle contaminazioni, delle eredità tossiche che gran parte di queste attività hanno lasciato nei luoghi che le ospitavano e nel sangue di chi ci ha lavorato. Non si tratta solo di una metafora: esiste materialmente una mappa che stabilisce quali territori sono stati contaminati dalle attività industriali e necessitano di una bonifica urgente, perché mettono in pericolo la salute delle persone che ci vivono e dell’ecosistema. Sono i 42 Siti contaminati di interesse nazionale per le bonifiche (SIN), più gli altri circa 39.000 Siti di interesse regionale (SIR). Tra le due sigle cambia poco, solo chi dovrebbe finanziare gli interventi per bonificarli, ma è più facile attenerci qui a parlare dei SIN, su cui ci sono dati più chiari e utili a inquadrare il fenomeno. Si tratta di aree in cui lo Stato ha riconosciuto la presenza di una contaminazione tale da renderne necessaria l’interdizione, per tutelare la salute pubblica dei residenti. Levi scriveva: “La nostra è un’arte che rende ricchi, ma fa morire giovani”, e infatti molti dei SIN di oggi, ieri erano sedi di industrie chimiche o petrolchimiche (Bagnoli, Porto Torres, Porto Marghera, Gela, Brescia, Trissino…). Sei milioni di persone, in Italia, vivono in un SIN: il 10% della popolazione ogni giorno è esposto a un inquinamento che determina percentuali più elevate della media di malattie, tumori e morti inattese. I numeri di questa correlazione sono riportati da uno studio prodotto dall’Istituto Superiore di Sanità. Si chiama SENTIERI (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio di Inquinamento). I territori analizzati hanno ospitato e talvolta ancora ospitano produzioni pericolose, che coinvolgono sostanze poi diventate illegali, o sostanze assolutamente legali, la cui gestione è stata irresponsabile. Mancata osservanza delle più banali norme di sicurezza, scarichi e smaltimento illecito di rifiuti pericolosi, esposizione incauta di lavoratori inconsapevoli. Sono tanti i fili della trama della contaminazione del nostro Paese, ma hanno tutti un denominatore comune: chi governava quelle produzioni non era quasi mai all’oscuro delle conseguenze. > Sei milioni di persone, in Italia, vivono in un Sito di Interesse Nazionale > per le bonifiche. Significa che il 10% della popolazione è esposto a un > inquinamento che determina percentuali più elevate della media di malattie, > tumori e morti inattese. L’ultima edizione del Rapporto, la sesta, è uscita a febbraio 2023 e riporta i dati relativi al periodo 2013-2017. L’aggiornamento di fatto conferma quanto affermato nelle edizioni passate: nei SIN si muore di più che negli altri territori (la media è del 2,6% in più) e c’è un eccesso di ospedalizzazioni (3% in media). SENTIERI è uno strumento utilissimo per tante comunità colpite dalle conseguenze sanitarie della contaminazione, che a lungo si sono scontrate con il negazionismo istituzionale. La chimica alla sbarra: il processo IPCA Le conseguenze delle produzioni inquinanti, però, sono arrivate molto prima del rapporto SENTIERI. C’è uno schema ricorrente in ognuna delle storie legate ai SIN. Per un periodo più o meno lungo, le persone che lavorano o vivono nei pressi di determinate produzioni si ammalano. Spesso muoiono. In una prima fase si fa finta di niente, per fatalismo o convenienza. O perché, di fronte alla certezza della fame, anche la possibilità della morte viene assimilata come un rischio possibile, accettabile. In gran parte dei casi la proprietà della fabbrica sa cosa sta accadendo, ma lo tiene nascosto perché dovrebbe interrompere la produzione o spendere davvero tanti soldi per adeguarla a standard sicuri e risarcire chi si è ammalato, o i parenti di chi è morto. A un certo punto qualcuno decide di ribellarsi, alza un polverone, arrivano le indagini, quando va bene i processi. Il primo caso in assoluto è quello di Ciriè, vicino Torino, che ha coinvolto la produzione di una fabbrica di colori, l’IPCA (Industria Piemontese Colori Anilina). Questa storia comincia poco dopo la Prima guerra mondiale, quando una facoltosa famiglia arrivata da Milano, i Ghisotti, decide di rilevare una piccola fabbrica di pigmenti. Nella nuova produzione trovano un porto centinaia di uomini tornati dalla guerra, che non hanno alcuna intenzione di riprendere le fatiche dei campi e si consegnano con entusiasmo alle fauci di una fabbrica che, svelano le carte del processo, si rivelerà un inferno. Paolo Randi, che in quei capannoni ha lavorato, ricorda che il primo giorno gli fecero l’impressione di Mauthausen, dove era stato in gita due anni prima. Quella produzione dura mezzo secolo: i prodotti dell’IPCA sono richiesti in tutta Italia e all’estero e, a partire dagli anni Cinquanta, i capannoni ospitano fino a 700 operai. I verbali del processo sono un catalogo di testimonianze di ex lavoratori e vedove che raccontano di sostanze chimiche maneggiate a mani nude, di svenimenti, di incidenti continui. Di nebbia e di acidi che corrodevano le scarpe. Di totale mancanza di dispositivi di protezione. Il tutto a contatto con una serie di molecole, le ammine aromatiche, direttamente connesse all’insorgenza del cancro alla vescica. All’apertura del processo, la comunità scientifica lo sapeva da 80 anni. Aveva perfino dato un nome a quella malattia: carcinoma vescicale da ammine aromatiche. Gli operai, ex contadini semianalfabeti, non ne avevano idea. Lo sapeva già, invece, la proprietà della fabbrica. > Il processo all’IPCA di Ciriè, a cui testimoniò lo stesso Levi, è un momento > spartiacque nella storia della tutela del lavoro in Italia. Per la prima volta > una dirigenza era imputata non perché qualcuno era accidentalmente morto sul > lavoro, ma perché la fabbrica stessa era stata letale per almeno 168 persone. Lo avevano chiaro anche Benito (ma non gli piaceva, si faceva chiamare Gino) Franza e Albino Stella, due ex operai. Gino aveva lavorato all’IPCA appena sei anni e aveva smesso da dodici quando, nel 1969, a 36 anni, gli arrivò la diagnosi infausta. Volle capirci di più: conosceva le storie dei suoi ex colleghi, i lutti conservati nella discrezione di giovani vedove. Divenne punto di riferimento di quella comunità di moribondi e donne sole, e vi incontrò Albino Stella, anche lui scopertosi malato. Condussero una vera e propria campagna di epidemiologia dal basso. Esplorarono i cimiteri nei dintorni della cittadina, si appuntarono i nomi di tutti quelli che erano stati loro colleghi, contattarono le famiglie e appurarono la causa della morte, quasi sempre un tumore alla vescica. Il loro lavoro fu indispensabile a ricostruire la catena di morti legate all’IPCA e a portare alle condanne, esemplari per l’epoca, per la famiglia Ghisotti. A quel processo testimoniò anche Primo Levi, per mettere in chiaro che sul banco degli imputati non c’era la chimica ma l’utilizzo che qualcuno aveva deciso di farne. > Lavoravo in una fabbrica dove si usavano prodotti dell’IPCA, e sono qui per > solidarietà e testimonianza per le vittime e i loro cari. Come tecnico posso > dire che ci troviamo di fronte a un caso estremo di incuria. Questo mestiere > non è come gli altri: chimico non vuol dire solo laureato, ma persona > deontologicamente a posto. Se la scuola non ti ha dato certe nozioni è il tuo > dovere cercarle, approfondirle. Altrimenti sei in colpa più verso te stesso > che verso gli altri. C’è un prima e un dopo IPCA nella storia delle tutele sul lavoro in Italia. Il dibattimento dimostrò una lunga catena di omissioni, inefficienze, sabotaggi e insabbiamenti, complici morali di quelle morti. Era la prima volta che, in Italia, il sindacato si costituiva parte civile. Quel processo è stato il primo in cui una dirigenza era imputata non perché qualcuno era accidentalmente morto mentre lavorava, ma perché la fabbrica in quanto tale era stata letale per almeno 168 (questi i casi che era stato possibile conteggiare) operai. Quanto verde sarà la riconversione L’ex IPCA di Ciriè non è un SIN ma un sito orfano, un territorio contaminato in cui la proprietà degli stabilimenti si è dileguata: l’azienda è fallita, o la sua sigla si è sciolta in mille rivoli di cambi di nome o destinazione, e nessuno più è rimasto a pagare il conto del disastro. Il problema principale, con le contaminazioni, è che la responsabilità delle bonifiche è continuamente rimpallata tra nuove e vecchie proprietà degli stessi stabilimenti e, per determinare chi debba pagare, si passa di tribunale in tribunale, spesso girando a vuoto e, in ogni caso, perdendo anni in cui le persone continuano ad ammalarsi, a morire. Uno dei casi più emblematici è il SIN di Porto Torres. Il petrolchimico nacque nel 1962, in piena stagione dell’industrializzazione sarda, quando la Sir di Nino Rovelli scelse Porto Torres come avamposto della chimica italiana, portando sviluppo e occupazione in un territorio che ne aveva una gran fame. Dopo il crollo finanziario del gruppo, nel 1980 subentrò Enichem, controllata di Eni. Nel 1981 Enrico Berlinguer, allora segretario del Partito comunista italiano, ispezionò gli stabilimenti e volle pranzare con gli operai, chiedendo specificamente: “Com’è la situazione ambientale per la salute dei lavoratori e verso il territorio?”. Era già noto che, quando si trasformava il petrolio, si lavorava a contatto con sostanze pericolose per la salute e l’ambiente. Chi non lo sapeva, ancora una volta, erano i lavoratori che, ignari, lasciavano in fresco le birre nelle vasche di raffreddamento del cloruro di vinile monomero, un gas riconosciuto come potente agente cancerogeno, utilizzato per la produzione di una delle plastiche più diffuse al mondo, il PVC. Esattamente come i loro colleghi a Porto Marghera, d’estate, ci mettevano le angurie perché non si scaldassero nell’afa della laguna. Non sapevano che si sarebbero ammalati, gli operai di Porto Torres, ma potevano vedere i fumi giallastri, le acque oleose scaricate direttamente in mare, le colline artificiali di scarti e fanghi. Su questo, però, erano clementi: negli anni Settanta il polo dava lavoro, tra interni e indotto, a 10.000 persone. Le conseguenze sono arrivate dopo. Con i tassi di mortalità e incidenza tumorale superiori alla media. E con il processo “Darsena veleni”, che nel 2023 si è chiuso in Cassazione con la condanna definitiva di tre ex dirigenti Syndial, per disastro ambientale colposo; anche se la bonifica non è ancora arrivata e il comune di Porto Torres sta ancora attendendo il risarcimento. > L’eredità della chimica non deve necessariamente tradursi in un presente di > danno sanitario ed ecosistemico. Ci sono casi in cui le priorità sono state > gli interessi del territorio e della comunità, come è successo in Germania, > nella regione della Ruhr. Nel 2011 Porto Torres è stata individuata come polo per la transizione ecologica attraverso la “chimica verde” della joint-venture Matrìca (Versalis e Novamont). Il progetto prevedeva, tra le altre cose, la riconversione degli impianti per la produzione di bioplastiche alimentata da coltivazioni locali di cardo. Un rilancio che avrebbe dovuto rispondere a un territorio in cui la deindustrializzazione aveva aggiunto alla contaminazione e alle malattie anche il carico di disoccupazione e deserto sociale. Durante i tredici anni trascorsi dall’accordo, tuttavia, l’attuazione della terza e ultima fase del progetto ha dovuto confrontarsi con sostanziali limiti politici e operativi: la disponibilità di terreni agricoli per il cardo si è attestata intorno ai 500 ettari rispetto alle decine di migliaia previsti. Le difficoltà nella resa della coltura locale hanno impedito di sostituire l’olio di girasole utilizzato fin dall’inaugurazione del primo impianto, nel 2014, e importato via nave da cooperative francesi, complicando il mantenimento del modello a “chilometro zero” inizialmente auspicato. Il disastro ambientale, in ogni caso, non è un debito impossibile da estinguere. L’eredità della chimica non deve, necessariamente, tradursi in un presente di danno sanitario ed ecosistemico. Ci sono altre strade. Quando Primo Levi parlava della sua chimica, raccontava di uno strumento utile all’umanità per conoscere la materia. La disciplina che difendeva, anche nei banchi del processo di Ciriè, era al servizio dell’essere umano. Studiarla serviva a migliorare la vita, a difendere gli interessi di tutti. Il punto, sembra dirci Levi, non è la chimica, ma la centralità dell’interesse pubblico. Ci sono casi in cui le priorità sono state gli interessi del territorio e della comunità. È successo in Germania, nella regione della Ruhr, cuore dell’industria pesante del Novecento e della contaminazione in Europa. Qui il risanamento non è stato gestito come un’emergenza ma come un grande progetto collettivo, affidato a una società di scopo a partecipazione pubblica. In trent’anni i siti contaminati sono diventati laboratori a cielo aperto che hanno creato occupazione; i brevetti per il lavaggio del suolo e la fitodepurazione nati in quelle aree sono oggi competenze che la Germania esporta nel mondo. La bonifica è diventata una voce attiva del PIL. La bonifica come cura del territorio e della comunità Quarant’anni dopo il processo, l’area dell’ex IPCA oggi è patrimonio del comune di Ciriè. Nel mezzo ci sono stati un deposito di scarti chimici, diversi cambi di sigla, esorbitanti preventivi di bonifica che nessuno ha voluto pagare. Chi ha inquinato non c’è più. L’IPCA è oggi un sito orfano, uno dei 484 censiti dal ministero dell’Ambiente. Si tratta di scheletri industriali ripudiati dai propri padri, cancellati dalla storia o resi irreperibili dal bailamme dei cambi di sigla. La loro messa in sicurezza, adesso, ricade sullo Stato. Per effettuarla sono stati stanziati 500 milioni di euro del PNRR. Proprio grazie a questo finanziamento, l’area dell’ex IPCA diventerà un parco cittadino con un ecomuseo dedicato alla storia di Albino Stella e Benito Franza.  > A Ciriè, a Porto Torres, a Porto Marghera, la scienza sapeva. Il problema non > è mai stato l’assenza di conoscenza ma la scelta sistematica di non assumerla > come guida dell’azione. La bonifica dei siti orfani intanto procede. L’obiettivo era riqualificare almeno il 70% della superficie entro il primo trimestre del 2026. I numeri dicono che quella scadenza è già superata. Dei 484 siti censiti, solo 225 sono stati finanziati e solo 55 hanno concluso il procedimento. Il rischio concreto è perdere parte di quei fondi o vederli andare altrove. E non va meglio per i SIN. ISPRA stessa segnala una serie di lacune sui dati. I più aggiornati e completi a nostra disposizione sono di giugno 2024 e ci dicono che la caratterizzazione (cioè l’analisi delle matrici della contaminazione) è stata completata nel 59% dei suoli e nel 55% delle acque sotterranee. Solo il 13% dei suoli e il 17% delle acque, però, hanno ricevuto l’approvazione dei procedimenti di bonifica. Anzi, tra il 2016 e il 2024, sempre secondo l’Istituto, non ci sono stati sostanziali avanzamenti. Un aggiornamento significativo è che sono in corso le riperimetrazioni di alcuni SIN (finora 10, tra cui Taranto, Priolo, Brindisi e Napoli Orientale). Il processo in teoria dovrebbe ridefinire i confini delle aree contaminate. In pratica però si traduce nella prospettiva inquietante di una riduzione dell’estensione, e quindi degli obblighi di bonifica su alcune aree. Sulle quali, però, nessuno ha mai fatto alcun intervento. C’è un dato che accomuna le storie raccontate fin qui. A Ciriè, a Porto Torres, a Porto Marghera, la scienza sapeva. Il problema non è mai stato l’assenza di conoscenza ma la scelta sistematica di non assumerla come guida dell’azione. È quello che Levi contesta al processo di Ciriè, la deontologia che chiede ai chimici: il sapere come fonte di responsabilità. La conoscenza scientifica come condizione minima per qualunque decisione. Quella condizione oggi vale anche per la politica. Sappiamo quali molecole fanno male; dove sono; in quali corpi sono entrate. Eppure i SIN restano fermi, i fondi del PNRR rischiano di andare altrove e, ancor più grave, molte produzioni inquinanti sono ancora attive. Partire da questi assunti vuol dire ripensare anche la transizione ecologica come processo, partendo da una verità di base: non basta cambiare le fonti energetiche con cui alimentiamo le nostre società o inventare soluzioni tecnologiche per rimangiarci le emissioni inquinanti. Serve far pace con i territori che il secolo scorso ha avvelenato. Non si costruisce un nuovo patto con l’ecosistema su un suolo contaminato. Guarire i territori è la precondizione della transizione. La chimica che Levi amava non prometteva nulla che non potesse dimostrare. Era l’antidoto ai dogmi, alle affermazioni non dimostrate, agli imperativi che chiedevano di credere senza pensare. Quella stessa esigenza è l’unica base su cui si può costruire una politica all’altezza del disastro che abbiamo ereditato. L'articolo La promessa tradita della chimica proviene da Il Tascabile.
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Il corpo calcolato
O zempic è il nome commerciale di un farmaco capace di intervenire sui meccanismi della fame e della sazietà. Rallenta lo svuotamento dello stomaco e attenua l’appetito, inducendo a mangiare meno e portando, nel tempo, alla perdita di peso. Nato per il trattamento del diabete di tipo 2, è diventato in pochi anni l’esempio più noto di una nuova classe di farmaci dimagranti, che spostano il controllo del peso dal piano della volontà individuale a quello della regolazione farmacologica. A prima vista questo spostamento alleggerisce la pressione sul singolo, poiché non gli si chiede più di “mangiare meno e muoversi di più”. E tuttavia, sotto questa trasformazione rimane inalterato il modo in cui guardiamo i corpi grandi: corpi sbagliati, sgradevoli, da correggere e da riportare a una norma. Il corpo grasso viene letto ancora una volta come una responsabilità individuale e, prima ancora, come una colpa. Se è vero che l’obesità è stata accertata come fattore di rischio per molte patologie, è anche vero che nel discorso pubblico si tende spesso a trasformare questa correlazione in un giudizio, non solo estetico ma anche morale, sul corpo e sulla persona. La grassofobia agisce su tre dimensioni: il pregiudizio, ovvero l’idea che i corpi grandi valgano meno, lo stigma, ovvero l’attribuzione di qualità negative alle persone grasse (ingorde, pigre, trasandate), e infine la discriminazione, cioè l’insieme delle barriere e dei comportamenti che tendono a tagliare fuori le persone grasse dalla vita sociale e lavorativa. Questa dinamica non si distribuisce però in modo uniforme. Negli ultimi anni, soprattutto nei contesti di attivismo anglofono legati al movimento fat acceptance, si sono diffuse categorie informali come mid-size, small fat, mid fat, super fat e infinifat, utilizzate per descrivere differenze interne a ciò che viene spesso trattato come un gruppo omogeneo. Si tratta di etichette non scientifiche, nate per rendere visibile un dato empirico: la grassofobia tende a intensificarsi con l’aumentare della taglia. Chi occupa posizioni più vicine ai modelli corporei socialmente accettati può ancora abitare e attraversare, con qualche attrito, spazi e pratiche pensati per corpi standard; man mano che ci si allontana da questi parametri lo stigma si fa più esplicito e le barriere più escludenti. > Chi è vittima di atteggiamenti grassofobici ha maggiori probabilità di > rimandare visite e controlli, di ricevere diagnosi tardive o trattamenti meno > adeguati, e più in generale di sviluppare un rapporto problematico con il > sistema sanitario.  Anche senza passare in rassegna i dati che documentano ostacoli e trattamenti peggiori nell’accesso a lavoro, scuola e cure, basta guardare agli oggetti più ordinari per vedere come questa logica si traduca nella pratica: sedili di aerei e lettini di ospedale troppo stretti per ospitare certi corpi, brand di abbigliamento che prevedono solo alcune taglie, bilance non tarate su corpi più pesanti. Qui la grassofobia non passa da un giudizio esplicito ma è inscritta in un progetto che decide silenziosamente quali corpi sono previsti e quali no. Un’analisi pubblicata sull’International Journal of Obesity nel 2025, basata su oltre un milione di risposte raccolte nel tempo, mostra che atteggiamenti negativi verso le persone obese sono diffusi anche tra i medici e gli operatori sanitari, e in alcuni casi risultano persino più marcati tra chi ha un ruolo diretto nella diagnosi e nel trattamento. Questi atteggiamenti non si presentano necessariamente come ostilità aperta; più spesso prendono la forma di associazioni automatiche legate all’idea che il peso sia una questione di volontà, che il corpo grasso indichi scarso controllo o scarsa adesione alle raccomandazioni mediche. È un tipo di sguardo che tende a semplificare e che può influenzare il modo in cui si interpreta un sintomo o si costruisce un percorso di cura. Le persone che ne sono vittima hanno maggiori probabilità di rimandare visite e controlli, di ricevere diagnosi tardive o trattamenti meno adeguati, e più in generale di sviluppare un rapporto problematico con il sistema sanitario. Secondo alcune ricostruzioni teoriche l’obesità si sarebbe affermata come categoria clinica all’interno di una cornice grassofobica, che a sua volta affonda le sue radici in una storia ben più lunga, legata al colonialismo e alla morale protestante. Ma per comprenderlo occorre fare un passo indietro. L’epidemia di obesità Alla fine degli anni Novanta, un articolo sul Journal of the American Medical Association (JAMA) segnò un punto di svolta nel modo in cui parliamo di corpi grassi. Mettendo in fila i dati raccolti tra il 1991 e il 1998, un gruppo di ricercatori dei Centers for Disease Control aveva registrato un aumento significativo della quota di adulti obesi negli Stati Uniti, dal 12 al 17,9% in soli sette anni, con una crescita in tutti gli Stati, in entrambi i sessi e in quasi tutti i gruppi di età. Il fenomeno non era descritto come una semplice tendenza, ma come un’“epidemia di obesità”. > Nello stigma nei confronti dell’obesità delle narrazioni patologizzanti, la > responsabilità veniva scaricata sui singoli e sulle famiglie, secondo una > logica che ignorava i determinanti sociali, economici e ambientali delle > scelte individuali. Questa connotazione di allarme e urgenza diventò centrale nella campagna mediatica successiva, anche attraverso la diffusione di grafici che mostravano la progressione del fenomeno anno per anno, come se si stesse seguendo l’evoluzione di un contagio. “Epidemia di obesità” divenne una formula sempre più accreditata, utilizzata come base scientifica per la “guerra all’obesità” che ne conseguì: a partire dagli anni Duemila si diffusero linee guida che fissavano soglie numeriche di “peso sano”, interventi sulle mense e sui programmi di attività fisica nelle scuole, normative più stringenti sulla produzione di bevande zuccherate e sulle pubblicità di junk food. In diversi Paesi anglofoni circolavano spot che facevano leva sulla paura del futuro e su una struttura narrativa del tipo “what if”: in un video della campagna Strong4Life, per esempio, si ripercorre a ritroso la vita di un uomo colpito da infarto, risalendo fino all’infanzia. Man mano che il racconto procede, ogni passaggio viene associato a gesti come il consumo di bevande zuccherate o la visione prolungata di programmi televisivi, suggerendo che la condizione finale sia il risultato diretto e cumulativo delle scelte fatte nel corso della vita, spesso dentro lo spazio domestico e familiare. In questo genere di narrazioni la responsabilità veniva scaricata sui singoli e sulle famiglie, secondo una logica che ignorava i determinanti sociali, economici e ambientali delle scelte individuali, ovvero tutto ciò che rende difficile cambiare abitudini: lavoro precario, marginalità sociale, costo elevato del cibo più sano, città progettate per le auto, stress cronico. Al di là dell’intenzione comunicativa, questi spot veicolavano un’equazione che oggi ci sembra quasi ovvia, quella tra il corpo magro e il corpo sano, ma che un tempo era impensabile. Per buona parte del Novecento le principali preoccupazioni sanitarie erano state la malnutrizione, le carenze vitaminiche, le malattie infettive che attecchivano su corpi troppo gracili. All’epoca si riteneva che qualche chilo in più potesse fornire un piccolo margine di protezione e la magrezza era considerata un segnale di malattia e decadenza sociale. Col passare dei decenni, polmoniti e tubercolosi arretrarono progressivamente grazie al miglioramento delle condizioni igieniche e abitative e allo sviluppo di vaccini e antibiotici. Nello stesso tempo, l’aumento della popolazione anziana e i cambiamenti nello stile di vita (primi fra tutti l’alimentazione industriale e la crescente sedentarietà) spostarono l’attenzione verso le patologie non trasmissibili come l’infarto, l’ictus e il diabete di tipo 2, con lo studio dei relativi fattori di rischio. I medici cominciarono a monitorare le persone per anni, a confrontare nel tempo parametri come il peso, la pressione e la glicemia, a notare che chi pesa di più, in media, si ammala prima di certe malattie croniche. Tra gli anni Settanta e Ottanta il grasso diventò a tutti gli effetti un campanello d’allarme e un problema di salute pubblica, soprattutto nei Paesi anglofoni. > Chi ha un corpo più vicino ai modelli socialmente accettati può ancora abitare > e attraversare, con qualche attrito, spazi e pratiche pensati per corpi > standard; man mano che ci si allontana da questi parametri lo stigma si fa più > esplicito e le barriere più escludenti. All’inizio degli anni Novanta l’Organizzazione mondiale della sanità si trovò davanti a un problema molto pratico: in ogni Paese si usavano soglie diverse per decidere chi è in sovrappeso e chi no, con risultati difficili da confrontare. Si scelse allora di eleggere a criterio ufficiale l’indice di massa corporea (BMI, Body Mass Index), un indicatore dato dal rapporto tra peso e altezza al quadrato. Sulla base di questo criterio, si suddivideva la popolazione in quattro fasce principali: sotto una certa soglia numerica si parla di sottopeso, in un intervallo intermedio di normopeso, oltre di sovrappeso e ancora oltre di obesità. Nel 1998 gli Stati Uniti si allinearono a queste soglie e abbassarono il limite tra normopeso e sovrappeso. Così, dall’oggi al domani, milioni di persone che il giorno prima erano considerate nella norma diventarono, per definizione, in sovrappeso. Quando, l’anno dopo, l’articolo del JAMA parlerà di “diffusione dell’epidemia di obesità”, troverà quindi un vocabolario, degli strumenti di misura e un immaginario già pronti ad accogliere quella metafora. Il BMI: che cosa misura davvero In origine il BMI non nasce nel campo della medicina e non serve a stabilire se una persona sia sana o malata. Il criterio era stato introdotto nell’Ottocento dal matematico e statistico belga Adolphe Quetelet e poi preso in prestito dalle compagnie assicurative, che lo usavano per calcolare, su grandi numeri, la probabilità di morte associata a determinate caratteristiche fisiche, come il rapporto tra peso e altezza, così da fissare il prezzo delle polizze. Chi si discostava da certi intervalli di peso veniva considerato più costoso da assicurare. Il BMI aveva quindi una finalità statistica e descrittiva, non una finalità clinica. È solo in un secondo momento che questo parametro è stato ripreso dalla medicina per fissare “soglie di normalità”, trasformando una correlazione statistica in un criterio di salute individuale. Questo slittamento rappresenta un punto decisivo, perché cambia completamente il senso dello strumento: una probabilità statistica più alta in un ampio gruppo di popolazione non significa che qualsiasi persona con un BMI alto morirà prima o sia destinata a una cattiva salute. Il BMI, da solo, non distingue tra muscolo e adipe e non dice nulla su pressione sanguigna, glicemia, livelli di infiammazione, capacità cardiorespiratoria o presenza di malattie. Una persona classificata come “sovrappeso” può avere esami del sangue perfettamente nella norma, fare attività fisica regolare e non avere alcun segnale clinico di malattia. Allo stesso tempo, una persona con un BMI “normale” può avere il diabete o altri problemi di salute. Questo perché l’indicatore non considera il funzionamento dell’organismo, ma esprime solo un rapporto matematico. È proprio in questo passaggio, da criterio statistico a misura di normalità, che il BMI smette di essere solo uno strumento tecnico e diventa parte di un più ampio sistema di valori e significati culturali sul corpo. > L’indice di massa corporea (BMI) in origine aveva una finalità statistica e > descrittiva, non clinica. Solo in un secondo momento è stato ripreso per > fissare delle “soglie di normalità”, trasformando una correlazione statistica > in un criterio di salute individuale. Oggi la valutazione dell’obesità non si basa più esclusivamente sul BMI, che resta uno strumento di primo screening ma viene considerato insufficiente da solo. Uno dei suoi limiti principali è il fatto di essere tarato su popolazioni molto specifiche, prevalentemente europee. Già nel 2004 un gruppo di esperti convocato dall’Organizzazione mondiale della sanità ha mostrato che, in molti Paesi asiatici, il rischio di diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari aumenta a valori di BMI più bassi rispetto alle popolazioni europee, portando alla luce la necessità di proporre soglie differenziate. Nella pratica clinica attuale si adotta (o si dovrebbe adottare) un approccio multifattoriale all’obesità che integra altri indicatori, ad esempio la distribuzione del grasso corporeo e una serie di parametri (fisiologici, come la pressione arteriosa, e metabolici, come la glicemia e il profilo lipidico) che servono a stimare l’impatto reale sulla salute. La letteratura scientifica recente, inoltre, distingue sempre più chiaramente tra obesità come condizione clinica, quando comporta già un danno funzionale o metabolico, e obesità come fattore di rischio, cioè una condizione che aumenta la probabilità di sviluppare determinate patologie nel tempo senza implicare necessariamente la presenza di malattia in atto. Questa doppia lettura rende il concetto molto più elastico e meno lineare di quanto suggerisca l’uso quotidiano del termine. La costruzione culturale del sapere medico Il fatto che la medicina, all’inizio, abbia incorporato il BMI in maniera piuttosto frettolosa e acritica può essere letto come l’esito di un contesto storico-culturale in cui il corpo grasso era già caricato di significati negativi, e in cui queste valutazioni hanno progressivamente colonizzato anche i saperi scientifici. Nel libro Fat Phobia (2022), la sociologa Sabrina Strings presenta l’adozione del BMI da parte della medicina come l’effetto di una genealogia in cui si intrecciano razzismo, religione e gerarchie sociali. Il suo lavoro è spesso citato nei dibattiti contemporanei su body positivity, grassofobia e medicalizzazione del peso, perché mette in discussione l’idea che il discorso medico sul corpo sia neutrale o puramente tecnico. > Nello sguardo coloniale il corpo nero, in particolare quello femminile, viene > progressivamente associato all’idea di ingordigia e sensualità incontrollata, > mentre per contrasto il corpo bianco viene associato all’idea di misura, > controllo e sobrietà. Un primo elemento di questa storia è la tratta transatlantica degli schiavi, che tra il Sedicesimo e il Diciannovesimo secolo ha visto la deportazione coatta dall’Africa verso le Americhe, di milioni di persone, impiegate poi nelle piantagioni di zucchero, tabacco e cotone e in altre tipologie di lavoro forzato. Per rendere moralmente e politicamente accettabile la tratta degli schiavi era necessario costruire una differenza oggettiva radicale tra chi schiavizzava e chi veniva schiavizzato, in modo da presentare gli schiavi come persone naturalmente inadatte alla libertà e già predisposte, per loro stessa indole, a essere governate. Nasce così il razzismo scientifico: nello sguardo coloniale il corpo nero, e in particolare quello femminile nero, viene progressivamente associato all’idea di ingordigia e sensualità incontrollata, mentre il corpo bianco viene associato per contrasto all’idea di misura, controllo e sobrietà. Parallelamente, questa contrapposizione viene sostenuta anche dalla diffusione, tra Europa settentrionale e Nord America, della cultura protestante e di una morale religiosa sempre più attenta al controllo del corpo. Nella morale protestante la frugalità e il dominio sugli appetiti diventano una forma di disciplina quotidiana e insieme un segno visibile di virtù e vicinanza allo stato di grazia, mentre il grasso tradisce un’anima dominata dall’eccesso (“gluttony” nella letteratura storica e teologica anglofona), spiritualmente povera, lontana da Dio. È dall’incrocio di queste due linee che emerge l’idea che il corpo magro e bianco sia l’unico corpo legittimo, moralmente superiore e “adatto” a rappresentare la nazione. Un’idea che attraversa anche la cultura iconografica e visuale, come testimoniano le raffigurazioni realizzate tra Ottocento e Novecento, che propongono un’immagine esuberante e ipersessualizzata della fisicità femminile nera. Secondo Strings, dunque, la scelta del BMI come indice dello stato di salute è figlia di secoli di rappresentazioni non neutrali del corpo. Figure citate nel libro, come quella del medico George Cheyne, che racconta la propria “conversione” a una dieta quasi ascetica a base di latte, semi, pane e frutta, ci permettono di riconoscere una certa “parentela”, seppur lontana, con la moderna diet culture: dimagrire non è solo una questione di salute, ma molto più spesso è una questione di status. > Oggi impera una cultura per cui il corpo “riuscito” è quello che elimina o > nasconde ogni traccia di sforzo e di fatica: deve comunicare uno stile di vita > e una posizione sociale più che raccontare una storia e un processo. Dentro uno scenario che trasforma il peso corporeo in un segnale di status e valore personale si inserisce, probabilmente, anche il successo di farmaci come Ozempic. Il controllo del peso, oggi, non passa più soltanto dalla disciplina individuale, ma da una scorciatoia che agisce direttamente sui meccanismi biologici, garantendo una gratificazione rapida. Questo spostamento si colloca in una cultura in cui il corpo “riuscito” è quello che elimina o nasconde ogni traccia di sforzo e di fatica: il corpo deve comunicare uno stile di vita e una posizione sociale più che raccontare una storia e un processo. Anche quando la fatica viene rappresentata (basti pensare ai tanti gym content che popolano Instagram e TikTok) non compare quasi mai nella sua forma “grezza” (con tutto ciò che comporta: disordine, sudore, affanno, scompostezza), ma in una forma estetizzata, levigata e controllata. Il passaggio dal primato della volontà alla regolazione farmacologica del corpo, comunque, non rompe la struttura precedente ma la riorganizza. Intanto perché agisce sul corpo così come si presenta, lasciando intatte le condizioni socioeconomiche che possono averlo plasmato: i ritmi di lavoro che rendono difficile una gestione regolare dei pasti, la struttura dei prezzi che penalizza il cibo fresco a favore di quello industriale, le città disegnate intorno alla mobilità automobilistica, la riduzione progressiva del tempo non assorbito da lavoro e spostamenti, contesti di vita iperstimolanti che favoriscono una relazione impulsiva con il cibo. E poi perché il corpo magro, adesso più tecnicamente raggiungibile, resta l’orizzonte desiderabile. La differenza principale si sposta sul piano dell’accesso, con nuove forme di esclusione (chi può permettersi il “corpo Ozempic” e chi no) e una rinnovata ossessione per la magrezza come capitale estetico e sociale. L'articolo Il corpo calcolato proviene da Il Tascabile.
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Le nostre spoglie digitali
R ipenso a una vecchia chat con un’amica, scomparsa da tempo. Ci sentivamo e ci conoscevamo da anni. Le nostre chat, distribuite tra Instagram, WhatsApp e Telegram, erano l’archivio di un rapporto di lunga data: conversazioni più o meno importanti, più o meno mondane, meme, foto di viaggi e di casa. Gli ultimi due messaggi che mi ha mandato prima di morire leggono: “Muuuuu” “Sono una vacca” (entrambi senza punteggiatura.) Questa cosa è molto buffa e ne avrebbe riso anche lei. Non è stato un lascito intenzionale, perché nemmeno la mia amica si aspettava di morire da lì a pochi giorni. Forse, sapendolo, avrebbe comunque scelto le stesse quattro parole. L’archivio digitale non si accumula qualitativamente, ma quantitativamente. Abbiamo la casella email invasa di decine di migliaia di lettere non lette e conservate per sempre; foto scartate dalla mente ma caricate nel cloud; bozze appallottolate di incipit, liste e appunti catalogate nei file .doc e nelle note. La memoria digitale si aggiorna in automatico, giocando sul bisogno pratico ed emotivo dell’utente di mantenere traccia di sé nel virtuale. Prima dell’avvento dei server remoti, l’atto di “salvare” un file o un documento era fortemente intenzionale, condizionato dal rischio tangibile che uno sbalzo di corrente o una dimenticanza potesse cancellare irreparabilmente qualcosa di importante. Usiamo questo verbo così melodrammatico, “salvare”, perché l’azione serve a preservare i dati dalla perdita, trasferendoli dalla memoria temporanea (RAM) a una memoria permanente (hard disk, SSD, e oggi, sempre più spesso, le memorie cloud). Consapevolmente e inconsapevolmente, vivendo lasciamo traccia di noi, nel reale come nel virtuale. Al termine delle nostre esistenze, la nostra memoria viene raccolta, distribuita, celebrata, diluita, infine dissolta. Passato abbastanza tempo, ciò che rimane di noi ‒ ammesso che rimanga qualcosa ‒ è spesso decontestualizzato da chi siamo stati veramente. I fiori al cimitero seccano, il muschio rende illeggibili le lapidi, e la statua di Garibaldi può dire poco di Garibaldi stesso (ed è interessante notare che Giuseppe Garibaldi non desiderava statue o monumenti in suo onore, preferendo spese volte a scopi più nobili, come scuole o opere di beneficenza; alla sua morte, la neonata nazione non badò né a lui né alle spese, erigendo numerosi monumenti postumi). > Prima dell’avvento dei server remoti, l’atto di “salvare” un file o un > documento era fortemente intenzionale, condizionato dal rischio tangibile che > uno sbalzo di corrente o una dimenticanza potesse cancellare irreparabilmente > qualcosa di importante. La nostra esistenza si specchia nel digitale, compresa la sua fine. La morte vive nella tecnologia: viene rappresentata e rielaborata tramite pratiche, rituali e comunità specifiche al lutto online, manifestandosi in fenomeni come profili commemorativi, memoriali interattivi, l’interazione con i contenuti di defunti. Questo perché il cyberspazio non è separato dal mondo fisico; al di là di bot, IA e prime avvisaglie di dead internet, è pur sempre abitato da esseri umani. Le nostre tracce virtuali, intenzionali e automatiche, intime e pubbliche, sono il campo di indagine della cybertanatologia. Attraverso lo specchio Il senso di bruciante ingiustizia che provavo a otto anni, la notte, al pensiero della morte futura dei miei genitori non si è ancora esaurito, a quasi tre decenni di distanza. Sono arrivato a provare un’invidia perversa nei confronti dei miei coetanei che hanno già perso un genitore: loro almeno questo dolore l’hanno già provato. Io vivo nella consapevolezza che nella migliore delle ipotesi i miei moriranno prima di me. Se provo a parametrare questa aspettativa ai lutti che ho già incontrato, mi risulta evidente come la perdita di una persona cara sia un rischio calcolato; il dolore del lutto è il tributo da pagare per una connessione profonda, che restituisce, in un colpo solo, il suo intero valore, temporale ed emotivo. Inevitabilmente finisco a immaginarmi le parole che direi al funerale di mio padre; poi quelle che spero diranno al mio. Mi commuovo, pateticamente, per me stesso e per questo destino che ci accomuna tutti, i riposanti delle grandi piramidi come quelli delle fosse comuni. Come altri animali, gli esseri umani comprendono e ritualizzano la morte. E la studiano, con prospettive e linguaggi diversi. Nell’Epopea di Gilgamesh, uno dei testi più antichi dell’umanità, ad esempio l’innesco è la perdita dell’amico Enkidu. Il re di Uruk vive un’angoscia esistenziale che lo spinge a un viaggio disperato alla ricerca dell’immortalità, fallendo nel tentativo ma accettando la propria mortalità. Il Bardo Thödol (བར་དོ་ཐོས་གྲོལ in tibetano, titolo traducibile come “Liberazione attraverso l’ascolto nello stato intermedio”), un testo funerario fondamentale del buddhismo tibetano, noto in Occidente come Libro tibetano dei morti, è invece tra le guide più conosciute per orientare l’anima (o la coscienza) attraverso gli stati transitori di vita, morte e rinascita. Guide simili sono tramandate anche dalla cultura egizia (in questo caso il titolo originario è 𓉐𓂋𓏏𓂻𓅓𓉔𓂋𓏲𓇳𓏺𓍼, ovvero “Libro per uscire al giorno”), dalla spiritualità induista, dalle religioni abramitiche. E poi ancora l’Ars moriendi, due scritti latini vergati tra il 1414 e il 1450, che offrivano istruzioni pratiche e spirituali per morire bene, sostituendo in parte i sacerdoti, e non è un caso che siano stati inizialmente pubblicati, e con grande successo, in risposta alla catastrofe medica della peste nera. Tutte prove di come ogni essere umano, nell’individualità e nel contesto sociale a cui appartiene, ha un suo sistema di riti e culture per concepire la morte. > Se un tempo la morte era considerata una parte naturale della vita, da > affrontare nella vicinanza della famiglia e della comunità, nella modernità > viene sempre più nascosta e medicalizzata, fino ad assumere le forme di un > tabù sociale. Quanto a me, un libro che è ha avuto un ruolo importante è stato il saggio Storia della morte in Occidente (1975, trad. it. 1978) di Philippe Ariès. Ariès divide l’approccio occidentale nei confronti della morte in quattro grandi fasi: agli estremi pone la morte addomesticata del Medioevo e la morte proibita del Ventesimo secolo, tracciando un percorso che vede gli individui vivere la morte con paura sempre maggiore. Se prima il decesso era considerato una parte naturale della vita, da affrontare nella vicinanza della famiglia e della comunità, nella modernità è sempre più nascosto e medicalizzato, fino ad assumere le forme di un tabù sociale. Brutalizzando questo testo complesso con un’ulteriore sintesi, nel percorrere queste quattro fasi Ariès dimostra che la morte è costruita socialmente, cioè che il nostro modo di percepirla evolve nel tempo. Fu Michel Foucault a scrivere il necrologio di Ariès, qua parafrasato: Philippe Ariès è stato tra coloro che hanno mostrato che anche le emozioni più intime, le condotte più private, sono storicizzate. La tanatologia e la cybertantologia ci mostrano qualcosa di simile. Ho isolato Ariès nel panorama delle riflessioni sulla morte per due motivi contrapposti: da un lato trovo condivisibile il punto di vista regalato dalla storia delle mentalità, che delinea una morte cangiante nel tempo, nelle società, nelle culture; dall’altro, mi ha interdetto il tono O tempora, o mores che pervade lo spostamento del suo sguardo dal Medioevo al Ventesimo secolo. È vero che le trasformazioni che hanno coinvolto la medicina, la scolarizzazione e i costumi hanno modificato ruoli e rituali della morte; ma la rivoluzione comunicativa del Ventunesimo secolo, che ha consentito al 68% della popolazione mondiale (e all’89% di quella italiana) di accedere a una rete Internet condivisa, potrebbe rappresentare un antidoto alla regressione del valore collettivo della morte lamentata da Ariès? Ovvero: anche oggi, quando si muore, si muore soli? Abbondano casi di cronaca nera che riguardano omicidi e suicidi, tentati e riusciti, disseminati nel digitale. La morte violenta, che sia provocata dai singoli o dagli Stati, non ha certo remore a presentarsi nei nostri feed, dove si manifesta con connotati fortemente politicizzati. Ma le sensazioni che suscitano queste rappresentazioni della morte molto raramente equivalgono a un lutto personale, cioè quello per una persona conosciuta e cara. Rappresentano un punto intermedio i canali social di influencer e streamer scomparsi tenuti in vita dai loro familiari, che trasformano e mantengono il rapporto con il follower e la memoria condivisa della persona defunta. In alcuni casi questi memoriali digitali arrivano a raggiungere platee più ampie della comunità online d’origine. > La rivoluzione che ha consentito alla maggioranza della popolazione mondiale > di accedere a una rete condivisa, rappresenta un antidoto alla regressione del > valore collettivo della morte? In altre parole: anche oggi, quando si muore, > si muore soli? Un esempio sono gli oltre 100 milioni di spettatori che hanno visto il videogame film A Minecraft Movie (2025), omaggio allo YouTuber e streamer di Minecraft Technoblade (Alexander), scomparso nel giugno 2022 all’età di 23 anni. A Technoblade era già stato dedicato un tributo sul server Minecraft di Hypixel, uno spazio digitale in cui i fan potevano utilizzare l’oggetto di gioco “libro e penna” per scrivere messaggi di commiato e saluto. Sono stati così raccolti oltre 377.000 messaggi, stampati in 22 volumi, consegnati alla famiglia dello streamer insieme a un volume di opere artistiche realizzate dai fan, un dipinto a olio e un copricapo cosplay a tema. La rete crea spazi pubblici di lutto, ma è altresì evidente che questa morte è accolta globalmente, non localmente. Inoltre i momenti antecedenti ed effettivi del trapasso, che tanto stavano a cuore a Ariès, avvengono comunque in spazi isolati e medici comparabili a quelli del Ventesimo secolo. Studiare la morte “Does the internet change how we die and mourn?” è uno studio del 2012, quindi agli albori dell’Internet algoritmico delle piattaforme. Le sue conclusioni aprono una serie di prospettive che reggono al passaggio del tempo. Lo studio osserva che il modo in cui la rete condiziona come moriamo ed elaboriamo il lutto dipende da come le nostre interazioni online si relazionano a quelle offline ‒ ad esempio, la quantità di tempo dedicato alle une e alle altre. Internet potrebbe cambiare il nostro approccio alla morte, da un punto di vista interattivo e forse anche esperienziale. Lo studio indica due possibili direzioni di questo cambiamento. La prima riguarda il concetto di desequestering of death, un concetto legato ad Anthony Giddens e al già citato Ariès, dove la morte torna a essere visibile e socialmente condivisa, dopo essere stata “sequestrata” dalla modernità. Le piattaforme social hanno la capacità di rendere accessibile il morire, la morte, il lutto di persone conosciute (e sconosciute). I social network riportano la morte nella quotidianità in una maniera diversa rispetto al secolo scorso. Se i mass media hanno reso il lutto più pubblico, le piattaforme social del Ventunesimo secolo lo rendono immediatamente condivisibile nelle proprie reti sociali.  La seconda direzione riguarda la morte sociale, intesa come il deterioramento di interazione sociale e identità individuale, una condizione che spesso aggrava quella già delicatissima di morente; la tecnologia digitale, incluso Internet, può contribuire a contrastarla. Con la dovuta prudenza, è possibile immaginare il cyberspazio come un nuovo medium per conversare con i morti, attribuendo a ciò che di loro permane un valore sia sociale che privato. Gli autori dello studio ammettevano anche la velocità con la quale internet si stava trasformando, e la difficoltà che avrebbero avuto i tanatologi a tenere il passo, invitando a studi futuri ancora più dettagliati e centrati del loro. Invito accettato: studi recenti prendono in analisi come algoritmi e IA trasformano il lutto in contenuti digitali e i problemi etici che ne conseguono; la creazione di “fantasmi digitali” che popolano aldilà digitali mediati dall’intelligenza artificiale; l’utilizzo dell’IA generativa per costruire repliche private di defunti, figure che incorporano ricordi autentici e aspettative personali. > Con la dovuta prudenza, è possibile immaginare il cyberspazio come un nuovo > medium per conversare con i morti, attribuendo a ciò che di loro rimane un > valore sia sociale che privato. Mia zia è morta nel letto di casa sua, dopo una battaglia lunga e dolorosa con una malattia incurabile. Quando ero in Erasmus era già malata e mi scriveva. Man mano che la malattia le levava le forze, le mail si facevano più brevi, per diventare solo messaggi inoltrati. All’epoca pochissimi dei miei amici usavano i social media, e lei, che aveva trentasei anni più di me, per nulla. Le mail inoltrate erano perlopiù catene di Sant’Antonio a tema antiberlusconiano. Poco prima che mia zia scegliesse di concludere la sua esistenza, alle sue condizioni, si sono interrotte pure le catene inoltrate. Pragmatismo del dolore Il lutto di mia zia è stato il primo della mia vita adulta. Non ho dovuto processarlo solo emotivamente, ma ho vissuto ‒ almeno di riflesso ‒ le implicazioni pragmatiche della scomparsa di una persona. Quando muore una persona c’è una lunga lista di cose da fare, meno affascinanti, immagino, di quelle suggerite da guide di culture più antiche. Tra le varie cose, bisogna chiamare il medico, denunciare la morte al comune entro 24 ore, contattare un’impresa funebre, organizzare il funerale, curare i dettagli di tumulazione o cremazione, ordinare i fiori, pubblicare necrologi. Tutto questo ha un costo, nell’ordine delle migliaia di euro anche quando si spende poco. Due sintomi dell’elevata spesa: nel caso in cui il defunto sia indigente, non abbia parenti in grado di sostenere le spese, o sia stato abbandonato, il comune di residenza si fa carico del funerale; le spese funebri sono detraibili ai fini IRPEF (19% nel modello 730) per chiunque le sostenga, a prescindere dal vincolo di parentela. Dove c’è qualcosa da pagare c’è qualcuno che ci guadagna, nel reale come nel digitale; tutto ciò che stiamo prendendo in analisi avviene nel disegno del capitalismo globale. Abbiamo esempi nostrani di agenzie funebri che promuovono i loro servizi fisici a colpi di meme e qualche posizionamento politico; ma ci sono agenzie oltreatlantiche che offrono servizi specificamente virtuali, come i complessi servizi di gestione dell’eredità digitale offerti dalla Funeral Consumer Alliance statunitense. > Oggi a trarre profitto dalla morte online sono principalmente le grandi > piattaforme social, i servizi di memoriali online, e le aziende > tradizionalmente offline che si ibridano con il digitale. Capire chi trae maggiore profitto dalla morte online è un buon terreno di indagine. Si individuano tre grandi attori, che definiscono aree di influenza e di guadagno. Le grandi piattaforme social, in particolare Instagram e Facebook (con TikTok e YouTube in crescita), non sono di per sé dedicate alla morte, ma creano enormi profitti dalle attività memoriali: tributi, anniversari, condivisione di profili e post di necrologio. Le persone passano più tempo sulla piattaforma e interagiscono con più pubblicità. Non a caso, Facebook offre la possibilità di un profilo commemorativo e Meta ha brevettato una IA capace di simulare un utente assente o deceduto, continuando a postare, commentare e rispondere ai messaggi. Una seconda area riguarda le piattaforme di memoriali online, cioè esclusivamente riservate al lutto e alla commemorazione online. Legacy.com è una delle più grandi reti di necrologi a livello globale. Collabora con giornali e imprese funebri, ha 676 dipendenti e un fatturato stimato di circa 100 milioni di dollari annui. Il modello di ricavi include necrologi a pagamento e pubblicità nei registri delle condoglianze. Taffo fa parte della terza area, cioè aziende tradizionalmente offline che si ibridano con il digitale. La statunitense SCI, il più grande operatore funebre al mondo, quotato in borsa, offre necrologi online e funerali in streaming. I ricavi arrivano principalmente dai servizi tradizionali (funerali, cimiteri), gli strumenti digitali servono soprattutto ad aumentare le vendite e il coinvolgimento dei possibili utenti. Chiudere in bellezza La morte gestita da strumenti algoritmici a fini di lucro non sembra offrire una prospettiva rassicurante per un ritorno al suo valore familiare e collettivo, in cui sia intesa come processo e non come termine; e in cui il morente non viva isolato e nascosto ma ancora partecipe della collettività. Questa, però, è solo una delle possibili letture del fenomeno. Ce n’è almeno un’altra, più emotiva, che mi ha accompagnato in tutta la scrittura di questo articolo. Tutti ‒ un tutti che va oltre la nostra specie ‒ diventiamo silenziosi davanti alla morte di un caro. Ce ne rattristiamo. Ne portiamo e ne cerchiamo e ne incontriamo il ricordo. Questo legame universale impone un’attenta riflessione su chi rendiamo proprietari delle nostre memorie. > Le tombe di re, nobili e persone note del passato sono oggi beni culturali e > attrazioni turistiche, e in quanto tali tutelate e mantenute da secoli. Lo > stesso non vale per i luoghi dove riposava la grandissima maggioranza dei loro > contemporanei. Le nostre tracce digitali vivono in server. Questi server hanno dei padroni. Ciò pone problemi evidenti e immediati di privacy e sfruttamento economico, insieme a un rischio più grave e sottovalutato: che quei server cessino di esistere, e con essi ciò che vi abbiamo depositato. La memoria digitale non è eterna. Non è ancora dato sapere se sia soggetta allo stesso decadimento delle tombe di famiglia abbandonate nei cimiteri monumentali; ma strutturalmente parlando, non è eterna. L’esito della sua decadenza sarà regolato sia da parametri materiali, cioè la vita dei server, sia da elementi tecnologici e culturali, per esempio il realizzarsi della dead internet theory, che ipotizza una rete dove bot e profili autogenerati di user defunti parlano esclusivamente tra loro, mutando per sempre la lettura dell’epigrafe digitale. C’è un ulteriore dato storico da tenere in considerazione: le tombe di re e nobili del passato (e le tombe di Garibaldi e di Mussolini, e pure quelle di qualche poeta, artista o filosofo) sono oggi beni culturali e attrazioni turistiche, e in quanto tali sono tutelate e mantenute da secoli. Non si può dire lo stesso dei luoghi dove riposava la grandissima maggioranza dei loro contemporanei. Il digitale non ripristina la morte medievale descritta da Ariès. Ha però riaperto lo spazio pubblico del lutto, segnando una nuova fase della storia della morte. Una morte connessa, ma non del tutto integrata al vissuto fisico. La morte e il morente rimangono mediati; il defunto, qualora perdurasse la sua presenza digitale, si trova in un limbo, né completamente assente né pienamente presente. La morte è un avvenimento unico e strettamente personale, per chi la vive in prima persona, come per noi che restiamo. Da quando la mia amica mi ha mandato i suoi ultimi due messaggi, su Telegram, ho perso il cellulare. Non avevo il backup. Ho perso anche le nostre chat. Tutte, compresa l’ultima. L'articolo Le nostre spoglie digitali proviene da Il Tascabile.
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I diritti del più-che-umano
I diritti sono questione di linguaggio. Non solo perché il rispetto dei diritti si manifesta nel modo in cui ci si rivolge all’altro o altra da sé, ma soprattutto perché la presa di parola e l’autorappresentazione sono atti fondativi dell’entrata nel consorzio giuridico, e prima ancora sociale. Con alterne fortune, e in processi ancora in via di negoziazione, sono state le parole (scritte, cantate, pronunciate nei parlamenti e nei tribunali, gridate nelle manifestazioni e negli scioperi) a reificare e rinforzare i diritti delle minoranze etniche e religiose, delle donne e delle persone LGBTQIA+, delle classi subalterne. È dunque inevitabile che anche il riconoscimento dei diritti del mondo più-che-umano passi attraverso una reinterpretazione radicale delle sue capacità espressive. E visto che le parole sono importanti, l’espressione più-che-umano – in inglese abbreviata in MOTH (MOre-Than-Human), acronimo evocativo che letteralmente significa “falena” – si deve a David Abram, che per primo la introdusse nel 1996 in The Spell of the Sensuous. Testo fondativo della filosofia ecologica contemporanea, dopo trent’anni finalmente disponibile anche in italiano grazie alla traduzione di Daniela Boccassini, L’incanto del sensibile propone una visione del linguaggio e della percezione come questioni sempre più estese rispetto all’ambito umano. Oltre il concetto di ambiente (che tende a ridurre tutte le altre specie a mero sfondo delle attività antropiche), oltre quello di natura (troppo spesso contrapposto a cultura), la nozione di più-che-umano include e al tempo stesso travalica l’umano, interpretando la creatività, la tecnologia e il linguaggio come spettri a diverse lunghezze distribuite tra tutte le forme di vita. Il discorso viene talvolta esteso anche alle capacità dell’intelligenza artificiale, che però non è il focus di questo articolo, pensato piuttosto in relazione alle tante e varie forme di intelligenze “naturali”. > Oltre il concetto di ambiente e quello di natura (troppo spesso contrapposto a > cultura), la nozione di più-che-umano include e al tempo stesso travalica > l’umano, interpretando la creatività, la tecnologia e il linguaggio come > spettri a diverse lunghezze distribuite tra tutte le forme di vita. Diritti più-che-umani: una questione naïve? In ambito legale si sta dunque passando progressivamente dal discorso sui diritti della natura a quello sui diritti del più-che-umano, come testimoniato da More Than Human Rights: An Ecology of Law, Thought, and Narrative for Earthly Flourishing (2024), testo-chiave del programma MOTH, edito da César Rodríguez-Garavito. Il movimento muove da due assunti interconnessi. In primo luogo, e come già discusso nelle proposte di nuove ecologie politiche di Bruno Latour e Jane Bennett (rispettivamente in Politiche della natura, 2000, e Materia vibrante, 2023), l’atto democratico per eccellenza è costituito dal riconoscimento di un’infondata “partizione del sensibile”, che rende alcuni soggetti parte della vita pubblica, relegandone altri al di sotto della soglia di attenzione giuridica, se non morale – peccato originario che affonda le radici già nella cosiddetta democrazia ateniese, che relegava gli schiavi allo status di oggetti privi di qualsiasi diritto. L’idea è quella di includere nel discorso legale anche i soggetti più-che-umani, finora nel migliore dei casi ridotti a oggetti di proprietà, nel peggiore del tutto ignorati. D’altro canto, l’estensione dei diritti ai membri più vulnerabili di una rinnovata polis multispecie non implica una limitazione dei diritti umani già esistenti, come paventato da alcuni, ma piuttosto un rafforzamento dell’ethos inclusivo di una società da ricostituire, secondo le dinamiche del migliore intersezionalismo. Nel suo ultimo libro, È vivo un fiume? (2025), Robert Macfarlane affronta la questione posta dal titolo e racconta di come fosse stata liquidata in partenza da uno dei suoi figli che, con la spontaneità dell’infanzia, gli avrebbe detto: “Ma dai, papà, sarà un libro corto […] perché la risposta è sí!”. Esiste in effetti una posizione che si potrebbe definire naïve nel dibattito sulla vitalità e sui diritti del mondo più-che-umano, seguendo la quale tanto inchiostro e fiato si potrebbero risparmiare – e, si badi, è il caso di una naïveté tutta al positivo, candida ma non ottusa. È la condizione appunto dei bambini, abituati a riconoscere la vita in tutte le sue forme, a dare voce agli animali e agli oggetti, ad affezionarsi alle piante e agli spazi. Ed è il modo d’essere di molte comunità indigene in tutto il mondo, in cui l’animismo ha continuato per millenni a fornire le fondamenta di ogni comportamento individuale e collettivo – centrale infatti nella proposta di un’antropologia oltre l’umano di Eduardo Kohn, in Come pensano le foreste (2021). > L’estensione dei diritti ai membri più vulnerabili di una rinnovata polis > multispecie non implica una limitazione dei diritti umani già esistenti, come > paventato da alcuni, ma piuttosto un rafforzamento dell’ethos inclusivo di una > società da ricostituire. Come nella Storia del genere umano di Leopardi, c’è un parallelo tra la condizione infantile e quella apparentemente primitiva – ma che in realtà è molto più contemporanea di quanto una certa intelligentsia occidentale si sia convinta a colpi di colonizzazioni e denigrazioni filosofiche. Yuvan, uno dei personaggi che accompagnano Macfarlane nella tappa indiana del suo viaggio intercontinentale – quella centrale, dopo l’esplorazione nella foresta di Los Cedros in Ecuador e prima del Mutehekau Shipu canadese – si chiede: > Che cosa può essere successo a un mondo in cui l’animismo è una rarità, o è > visto come una “stranezza”? Ma che cosa c’è di “strano” nel percepire > l’estensione e l’energia della vita che ci circonda, e di tutte le vite con > cui si intreccia ognuna delle nostre piccole vite? Quel che è successo sono decenni, secoli di cosiddetto sviluppo incentrato sul solo profitto economico, sono la ridicolizzazione della poesia e la brutalizzazione della bellezza, sono l’annichilimento politico di ogni pluralismo e una pulsione di morte che dal centro dell’occidente atlantico si propone di trascinare con sé quante più fette di mondo possibile. Sono il graduale silenziamento della polifonia di voci e versi e canti in cui siamo immersi – come già profetizzato da Rachel Carson nell’agghiacciante apertura di Primavera silenziosa – e, insieme a questi, la messa a tacere di qualsiasi contraddittorio intellettuale complesso. Radicalismo oltranzista Se si volesse invece ascoltare questo contraddittorio, si potrebbe ampliare la domanda di partenza di Macfarlane e arrivare al nucleo caldo della riflessione MOTH: cosa implica il riconoscimento della vitalità di un fiume, o di ogni altro essere non umano? Quali sono le conseguenze etiche, e soprattutto legali, di questa espansione di vitalità? Accanto alla postura naïve, e arrivando talvolta a risposte simili attraverso fini percorsi filosofici, ce n’è una che si potrebbe definire “radicale oltranzista”. È la posizione di chi, nel riconoscere dignità, diritti e valore morale a qualsiasi essere vivente, vorrebbe che l’essere umano rinunciasse al proprio privilegio epistemologico e al compito autoconferitosi di arbitro morale. Esponente di rilievo di questa convinzione è Michael Marder, autore del recente La pianta filosofale: Un erbario intellettuale (2025). In un saggio precedente, ancora non disponibile in italiano – Plant-Thinking: A Philosophy of Vegetal Life (2013) – Marder accoglie il potenziale rivoluzionario di un report come quello della Commissione federale d’etica per la biotecnologia nel settore non umano, dal titolo La dignità della creatura nel regno vegetale, ma nota come, accanto al riconoscimento della dignità e del valore morale delle piante, e alla conseguente sanzione dei danni nei loro confronti, manchi persino lì un’attenzione reale alle specificità della vita vegetale. > C’è chi, come Michael Marder, nel riconoscere dignità, diritti e valore morale > a qualsiasi essere vivente, vorrebbe che l’essere umano rinunciasse al proprio > privilegio epistemologico e al compito autoconferitosi di arbitro morale. Dal canto suo, Marder propone dieci conseguenze etiche del pensare con – e possibilmente come – le piante, individuando così non tanto i modi in cui queste si comportano come gli esseri umani, ma anche quelli in cui gli esseri umani possono riconoscere il quantum botanico che li abita. Tra le modalità vegetali applicabili a qualsiasi forma vivente c’è la consapevolezza che il pensare sia sempre anche un fare, che lo stare al mondo sia al tempo stesso il fatto più unico e più generico possibile, che ogni individuo si sviluppi secondo ritmi e tempi propri, che la vita in comune sia basata su un’inerente e irriducibile incompletezza dei singoli. Secondo Marder, approfondire il plant-thinking è un modo per decostruire la presunta preminenza intellettuale degli esseri umani. Una sfida che trova terreno fertile in ambito filosofico più che consenso nella comunità botanica, e che è stata estesa persino all’ambito minerale da Federico Luisetti, in Essere pietra (2024), saggio in cui l’alterità delle pietre è interpretata come una “sfida all’egemonia della persona vivente”. Ma in che modo il discorso sulle intelligenze e sui linguaggi più-che-umani incontra il diritto? A che punto la presa d’atto di una vitalità diffusa si trasforma in acquisizione di diritti e responsabilità? Se la posizione naïve tende a non porsi questa domanda (i bambini e le bambine non sentono il bisogno di stilare leggi, e molte popolazioni indigene finora non hanno avuto la necessità di farlo in termini di civil o common law), la posizione “oltranzista”, come accennato, rifiuta ogni preminenza umana in tale processo. Le ragioni di questa visione radicale sono del resto incontrovertibili: come pensare che agli esseri umani basti riconoscere che un essere sia vivo per rispettarlo e proteggerlo, quando la condizione umana stessa non sembra agire da deterrente in nessuna delle guerre che da sempre si susseguono, oggi se possibile con più ferocia che mai? Il pragmatismo dell’ascolto di altri linguaggi A queste due visioni se ne aggiunge una terza, “pragmatica”, che è forse quella che meglio descrive gli intenti di Macfarlane e Rodríguez-Garavito, tra gli altri. Il punto di vista di chi si lascia sollecitare dal pensiero più radicale, cercando però di non imboccare una strada senza uscita alla fine della quale ci sarebbe solo l’impossibilità di agire, in quanto esseri umani, a favore di ogni altro essere vivente – pena un rafforzamento ulteriore della gerarchia antropocentrica. Significativo, in tal senso, un dialogo tra Macfarlane e Wayne, uno dei compagni di viaggio in È vivo un fiume?, che qui parla per primo: > – Resto però scettico sull’idea di dare voce al fiume o a suo vantaggio. Mi > sembra un’idea non solo insufficiente, ma anche esposta al rischio di > ventriloquio. […] > – È il punto cruciale che va risolto, senza dubbio, – dico annuendo. – Non > “chi parla a nome del fiume?” ma “che cosa dice il fiume?” […] > – Già. […] Perché tali diritti non si riducano a una forma mascherata di > manovra politica tra noi umani, dovremo trovare modi di prestare ascolto a > queste altre entità, divinità fluviali incluse, e di ascoltare il mondo > insieme a loro. E questo ovviamente deve avvenire non solo nelle comunità > indigene, o tra artisti, scrittori e stravaganti marginali come noi, ma anche > tra gli attori statali, gli attori delle imprese, gli attori industriali, > l’intero cast. I detentori del potere. È per questo motivo che il discorso sui linguaggi non verbali è da considerarsi unito a filo doppio alla questione etica e legislativa. Solamente imparando ad ascoltare i fiumi, ma anche i laghi, l’oceano, gli alberi e le foreste, e prestando ascolto a chi ha affinato questa pratica in secoli e secoli di dedizione all’ambiente circostante – e qui il sapere indigeno incontra il pragmatismo – si potrà pensare di proteggere ogni forma di vita nei modi a ciascuna adeguati. > Il dibattito sui diritti del più-che-umano ha consentito di raggiungere > traguardi storici, come la sentenza che nel 2017 ha stabilito che il Gange e > lo Yamuna dovessero essere considerati “entità viventi”, con tanto di diritti > connessi. È grazie al pragmatismo volenteroso dei membri del movimento MOTH, del resto, che un nuovo tipo di giurisprudenza ambientale, strettamente connessa a cause di giustizia sociale, sta prendendo piede in tutto il mondo. La costituzione promossa da Rafael Correa e approvata in Ecuador nel 2008, ad esempio, prevede quattro articoli dedicati ai diritti della natura a esistere, a rigenerarsi, a essere risanata e rispettata. Il lavoro dei giudici Agustín Grijalva Jiménez e Ramiro Ávila Santamaría è stato poi fondamentale nel far valere questi diritti a protezione della foresta di Los Cedros, una vera e propria culla di biodiversità, poco prima che venisse annichilita per far posto all’estrazione di metalli pesanti a cielo aperto. Sempre due giudici, ma stavolta in India, nell’Alta Corte dell’Uttarakhand, hanno decretato in una sentenza storica del 2017 che il Gange e lo Yamuna – due dei fiumi più sacri dell’induismo – dovevano essere riconosciuti come “entità viventi” con diritti connessi. I negoziati di decolonizzazione che in Nuova Zelanda vanno avanti da decenni tra maori e corona britannica, con annesso riconoscimento del fiume Whanganui come persona giuridica ed essere vivente, hanno ispirato, dall’altra parte dell’oceano, un’alleanza trasversale per proteggere la Mutehekau Shipu (Magpie River nella lingua dei colonizzatori) dall’estrattivismo idrico della Hydro-Québec: alleanza che ha dato luogo a una risoluzione poliglotta a salvaguardia della vita e del futuro del fiume – redatta anche nel linguaggio degli indigeni della penisola del Labrador-Quebec, l’innu. È (e deve essere) complicato… Tutti questi casi rendono chiaro il valore e i limiti di due concetti che sono spesso più abusati che compresi fino in fondo. Da un lato il valore del “postumanesimo” non in quanto visione tesa a superare, annullare o silenziare l’umano (come talvolta si fraintende), bensì come proposta di un’umanità alternativa, basata sull’interazione costante col mondo più-che-umano in termini non appropriativi, non estrattivi. Un progetto fondamentalmente antirazzista, femminista, antiabilista e antispecista, teso a modificare il modo in cui gli esseri umani sono concettualizzati: da “monadi” a “quanti” in costante relazione con qualsiasi altro essere. Per il riconoscimento dei diritti di un fiume o di una foresta, in un’ottica postumana, passa dunque anche il benessere degli esseri umani che in quegli spazi vivono e di tutti gli altri che, pur senza saperlo, beneficiano del clima e della biodiversità da questi assicurati. D’altro canto, e in continuità con la proposta postumana, è opportuno riconoscere i limiti della nozione di Antropocene: nozione utile a riconoscere le responsabilità umane nei cambiamenti geologici, oltre che climatici, a cui la Terra è stata sottoposta negli ultimi decenni e secoli, ma che corre il rischio di appiattire sotto un’unica etichetta responsabilità non comparabili. Gli indigeni che hanno visto i propri mondi scomparire non possono essere messi sullo stesso piano dei coloni di ieri e di oggi che quegli stessi mondi hanno violato; le popolazioni di molti Paesi in via di sviluppo consumano infinitamente meno, prese nel complesso, di quanto non faccia un singolo cittadino statunitense nello stesso arco di tempo; coloro che combattono per proteggere i diritti dell’ambiente non sono anthropos (da cui Antropocene, appunto) come chi quell’ambiente lo dà per scontato, disprezza e viola. Tra le alternative possibili, meglio forse parlare di “Capitalocene”, come proposto da Jason W. Moore, o Wasteocene, mettendo in luce la produzione di luoghi e comunità di scarto come intrinseca al capitalismo, secondo l’analisi di Marco Armiero. > Per il riconoscimento dei diritti di un fiume o di una foresta passa anche il > benessere degli esseri umani che in quegli spazi vivono, e quello di tutti gli > altri che, pur senza saperlo, beneficiano del clima e della biodiversità da > questi assicurati. Le alternative implicano un grado maggiore di complessità: è il destino di una visione del mondo più attenta e sfumata. In medicina è stato necessario parcellizzare il corpo umano per arrivare a una conoscenza approfondita dei suoi specifici funzionamenti, ma ora è sempre più comune affrontare problemi piccoli e grandi alla luce dell’interazione tra organi diversi, e soprattutto tra mente e corpo. In biologia l’endosimbiosi sta sradicando il concetto di individuo, laddove si sono scoperti organismi che vivono all’interno di altri e da cui questi altri non possono prescindere. La teoria quantistica sta rivelando ogni ente come possibile solo nella relazione e in quanto relazionale. Allo stesso modo, è arrivato il momento di immaginare anche il diritto legato al mondo circostante come interconnesso a quello prettamente umano. In tutti questi casi, la complessità porrà questioni filosofiche e pratiche di difficile risoluzione. Ad esempio: se i fiumi hanno diritti, hanno anche responsabilità in casi di esondazione? Dove inizia e dove finisce l’agency di un albero o di qualsiasi altro essere vivente, se tutto è interrelato? In che modo uno stato di diritto può implementare una giurisprudenza ambientale senza che il suo funzionamento ne venga sovraccaricato a dismisura? Questioni aperte e senza dubbio impegnative. Ma se c’è una lezione che alberi e fiumi sanno insegnare è quella della pazienza. Laddove è stata naturalizzata l’idea che multinazionali e imprese commerciali di brevissimo corso possano avere più diritti degli esseri umani, con criterio si potrà riuscire a venire a capo anche degli interrogativi legati ai diritti del più-che-umano e del tempo profondo che trascende le vite dei singoli individui. Se non saremo in grado di farlo, avremo perso noi stessi il diritto di abitare la Terra. Lei, dal canto suo, continuerà a girare. L'articolo I diritti del più-che-umano proviene da Il Tascabile.
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Q uattro anni fa usciva in Italia la prima stagione di Severance, serie televisiva creata da Dan Erickson e diretta da Ben Stiller, diventata rapidamente un fenomeno culturale globale. Al centro, un gruppo di dipendenti della Lumon, azienda biotecnologica che sottopone i propri lavoratori a un intervento neurochirurgico capace di separare la memoria in due compartimenti completamente distinti: quando una persona è in ufficio non ricorda nulla di ciò che accade fuori, e quando è fuori non sa nulla di ciò che è avvenuto alla scrivania. Al di là dei meriti puramente cinematografici, una delle ragioni del suo successo risiede forse nell’aver intercettato un desiderio diffuso: quello di riuscire davvero a separarsi dal lavoro, di uscire dall’ufficio e tornare a casa come qualcuno la cui vita personale non dipende dalle otto ore precedenti. Negli ultimi decenni la nostra identità si è progressivamente definita intorno al lavoro. Le strutture che un tempo organizzavano la quotidianità, come le comunità, le appartenenze collettive, i legami di vicinato e di classe, si sono assottigliate, e il lavoro ha riempito quegli spazi. Oggi ci si realizza professionalmente, si investe su di sé, si parla di vocazione per attività che un tempo erano semplici occupazioni. Il nostro ruolo lavorativo ha smesso di descrivere cosa facciamo e ha cominciato a definire chi siamo. Nel 2019 il giornalista Derek Thompson coniava sull’Atlantic il termine workism, per descrivere l’idea che il lavoro non sia solo una necessità economica ma il centro della vita e il suo scopo ultimo. I lavoratori più istruiti, osservava Thompson, avevano iniziato a frequentare l’ufficio per le stesse ragioni per cui i credenti frequentano la chiesa, in cerca di significato, comunità e senso. Una cultura che convoglia i propri ideali di autorealizzazione in un impiego retribuito, concludeva, si espone a un’ansia collettiva difficile da contenere, a una delusione diffusa e a forme pervasive di esaurimento. > Il nostro ruolo lavorativo ha smesso di descrivere cosa facciamo e ha > cominciato a definire chi siamo. Prima di lui, il filosofo coreano-tedesco Byung-Chul Han aveva già anticipato questa diagnosi nel saggio La società della stanchezza, pubblicato nel 2010 e destinato a circolare ben oltre gli ambienti accademici. Per Han, nelle società contemporanee l’imperativo della prestazione si è progressivamente spostato dall’esterno all’interno, fino a radicarsi nel soggetto. Regole, gerarchie e divieti visibili imposti dall’alto lasciano il posto a una spinta a produrre, migliorarsi e superarsi che il soggetto interiorizza fino a farla propria. Il lavoratore contemporaneo si automotiva, si autogestisce, si autosfrutta, in una pressione continua che non conosce interruzioni e dalla quale è quasi impossibile sottrarsi, perché coincide con l’idea stessa di libertà e realizzazione. Quando si crolla, si finisce così per percepirsi come individui che non ce l’hanno fatta, e la vergogna del fallimento sostituisce la rabbia. Il lavoro stesso è cambiato fino a rendere questo assetto strutturale. La diffusione di contratti flessibili e carriere discontinue ha reso razionale, per il singolo, investire su di sé come se fosse un’impresa. Le organizzazioni hanno costruito ambienti centrati sulla mission aziendale, sui valori condivisi, sull’idea del team come comunità, in un lessico che favorisce l’identificazione e trasferisce sull’individuo la responsabilità della motivazione. La tecnologia ha fatto il resto: l’uso dello smartphone per lavoro fuori orario è associato sistematicamente a conflitto lavoro-vita, disturbi del sonno ed esaurimento, comportamenti che non sono scelte individuali ma norme sociali che si riproducono in molti ambienti professionali. Queste forme di relazione con il lavoro hanno conseguenze psicologiche molto alte. Lo stress occupazionale è oggi tra le prime cause di assenteismo e di inabilità lavorativa in Europa. L’indagine EU-OSHA OSH Pulse 2025 rileva che il 29% degli oltre 25.000 lavoratori intervistati soffre di stress, depressione o ansia, mentre il 44% vive forti pressioni temporali come componente ordinaria della vita professionale. Complessivamente, il 65% dei lavoratori intervistati ha riscontrato problemi di salute causati o aggravati dal lavoro nell’ultimo anno. Tra queste condizioni, una nasce direttamente dal lavoro, prende forma all’interno del contesto occupazionale ed è strettamente legata al rapporto emotivo che oggi intratteniamo con la sfera professionale. È il burn-out, ed è la forma più severa e invalidante di stress lavorativo cronico. Che cosa chiamiamo burn-out Nato come osservazione clinica nelle professioni di cura ‒ medici, infermieri, operatori sociali ‒ il burn-out ha progressivamente coinvolto molte altre categorie, dal settore tecnologico all’istruzione fino alla ricerca accademica. > Il lavoratore contemporaneo si automotiva, si autogestisce, si autosfrutta, in > una pressione continua che non conosce interruzioni e dalla quale è quasi > impossibile sottrarsi, perché coincide con l’idea stessa di libertà e > realizzazione. La prima descrizione risale al 1974. In una clinica per tossicodipendenti del Lower East Side di New York, lo psicologo Herbert Freudenberger lavorava con un personale composto in gran parte da volontari, persone che avevano scelto di essere lì, investendo tempo ed energie che nessun contratto richiedeva. A poco a poco notò che qualcosa, in alcuni di loro, si incrinava. Diventavano cinici, svuotati, rigidi, distanti, in un modo che non coincideva con la stanchezza ordinaria. Cercò una parola per definire quello stato e la trovò in un’espressione americana dell’epoca, burn out, bruciare fino in fondo. La pubblicò sul Journal of Social Issues e aprì, senza saperlo, uno dei filoni di ricerca più prolifici e controversi della psicologia del Novecento. I soggetti più esposti, scriveva Freudenberger, erano quelli che credevano di più in ciò che facevano. Nella sua formulazione iniziale, il burn-out appare come una patologia dell’investimento emotivo. Oggi, nella letteratura scientifica viene descritto attraverso tre componenti che tendono a intrecciarsi: l’esaurimento emotivo, cioè l’esperienza di sentirsi svuotati e di non avere più nulla da dare; la depersonalizzazione, un distacco progressivo dalle persone con cui si lavora che può trasformarsi in cinismo quasi senza che ci si accorga del passaggio; la ridotta percezione di efficacia, la sensazione di non riuscire più a fare bene ciò che si sa fare o di non riconoscerlo quando accade. Il cinismo, in particolare, è stato interpretato come una forma di autodifesa psicologica che con il tempo tende a irrigidirsi. È così che il medico finisce per parlare dei pazienti come numeri e l’insegnante smette di ricordare i nomi dei propri studenti. Questo modello viene formalizzato alla fine degli anni Settanta da Christina Maslach, psicologa sociale della University of California, Berkeley, a partire da una serie di interviste con professionisti dei servizi alla persona, tra cui infermieri, assistenti sociali e insegnanti, che descrivevano una forma di esaurimento legata al contatto continuo con gli altri. Da quel lavoro nasce il Maslach Burnout Inventory, pubblicato all’inizio degli anni Ottanta e tuttora uno tra gli strumenti più utilizzati per misurare il burn-out. Nel tempo il questionario di Maslach è stato rivisto e adattato a diversi contesti professionali, e alla sua diffusione si sono affiancati altri strumenti di misurazione. Alcune questioni metodologiche restano però aperte. Le soglie che distinguono livelli alti, moderati o bassi di burn-out derivano da campioni professionali specifici, valori costruiti in contesti storici e lavorativi circoscritti e poi utilizzati come standard anche in ambienti molto diversi. La terza dimensione della triade, la ridotta realizzazione personale, ha nel tempo mostrato un profilo psicometrico meno robusto delle altre due, e non è sempre chiaro se intercetti gli effetti del lavoro o aspetti più generali dell’autovalutazione individuale. Il problema più evidente resta però la variabilità tra gli studi. Una revisione pubblicata su JAMA ha analizzato 182 ricerche sul burn-out tra i medici trovando stime di prevalenza tra lo zero e l’80%. Una forbice di questa ampiezza segnala che il burn-out viene misurato con definizioni, soglie e strumenti tra loro non comparabili. > Nel burn-out possiamo individuare tre componenti che tendono a intrecciarsi: > l’esperienza di sentirsi svuotati e di non avere più nulla da dare, un > distacco progressivo dalle persone con cui si lavora, e la sensazione di non > riuscire più a fare bene ciò che si sa fare. Resta poi una questione aperta che riguarda il confine con la depressione. I sintomi si sovrappongono in misura significativa e distinguerli nella pratica clinica è spesso difficile. Sulla base di un ampio corpus di studi, gli psicologi del lavoro Renzo Bianchi e Irvin Schonfeld sostengono questa distinzione sia concettualmente fragile, che le evidenze empiriche per la loro separazione risultino inconsistenti e che ancora manchi una definizione diagnostica condivisa del burn-out. Fisiologia dell’esaurimento Chi ha vissuto un burn-out descrive spesso un insieme di sintomi come difficoltà a concentrarsi, memoria che cede, una minore capacità di adattarsi a situazioni nuove e un senso di allerta che persiste anche lontano dal lavoro. Queste esperienze hanno una base fisiologica precisa. Il sistema più coinvolto è l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, che regola la risposta allo stress. È un circuito pensato per funzionare a intermittenza: quando percepiamo una minaccia rilascia cortisolo, l’ormone che prepara il corpo a reagire con immediatezza ‒ allerta i sensi, accelera il battito, mobilita riserve energetiche ‒ per poi tornare gradualmente a uno stato di equilibrio. Nel burn-out questa alternanza si altera. In alcune fasi l’attivazione si prolunga oltre il necessario, in altre la risposta si attenua, come un sistema che dopo essere rimasto acceso troppo a lungo, perde capacità di regolazione. Le conseguenze del fenomeno emergono anche a livello cerebrale: studi di neuroimaging mostrano un’iperreattività dell’amigdala, la struttura coinvolta nel riconoscimento dei pericoli, e una minore efficienza della corteccia prefrontale, che dovrebbe modularne le risposte. Ne deriva uno squilibrio per cui il segnale di allerta continua a circolare anche in assenza di una minaccia immediata. Anche l’ippocampo, centrale per la memoria e per la capacità di adattarsi a contesti nuovi, è particolarmente sensibile allo stress prolungato. L’esposizione cronica interferisce con i processi di rinnovamento cellulare e con l’organizzazione delle connessioni sinaptiche, contribuendo ai deficit cognitivi che molte persone riportano. Un modello proposto su Frontiers in Neuroscience suggerisce inoltre che il distacco e il cinismo osservati nelle fasi più avanzate riflettano anche modificazioni nei sistemi dopaminergici e serotoninergici, non solo adattamenti psicologici. > Chi ha vissuto un burn-out descrive spesso un insieme di sintomi come > difficoltà a concentrarsi, memoria che cede, una minore capacità di adattarsi > a situazioni nuove e un senso di allerta che persiste anche lontano dal > lavoro. Nel tempo, queste alterazioni si estendono oltre il sistema nervoso. La disregolazione della risposta allo stress interferisce con i ritmi circadiani e con il sonno, che diventa più fragile e meno ristoratore. Il burn-out cronico è stato associato a un aumento del rischio di disturbi metabolici, cardiovascolari e gastrointestinali, oltre che a una maggiore mortalità precoce. L’asimmetria della responsabilità La diffusione del burn-out ha raggiunto una dimensione che rende difficile continuare a trattarlo come una questione individuale. Secondo il rapporto State of the Global Workplace 2026 di Gallup, la quota globale di lavoratori che si sente motivata, riconosciuta e realmente presente nel proprio lavoro è del 21%. In Europa la situazione è ancora più marcata: solo il 13% dei lavoratori rientra in questa categoria, il dato più basso tra tutte le regioni monitorate. Il 40% della forza lavoro mondiale riferisce di aver vissuto livelli elevati di stress nella giornata precedente all’intervista, una quota che negli Stati Uniti e in Canada sale al 50%. Le donne risultano più colpite degli uomini, così come i lavoratori sotto i 35 anni. Sono numeri che attraversano settori, generazioni e geografie, e che descrivono qualcosa di sistemico. Eppure, le aziende rispondono con programmi di employee wellness, sessioni di mindfulness, corsi sulla resilienza, app per la meditazione, abbonamenti in palestra, la cui premessa implicita è che il problema risieda nella capacità del singolo di reggere la pressione. Una revisione sistematica pubblicata su BMJ Open ha esaminato 33 studi controllati sugli interventi antiburn-out nei luoghi di lavoro. Trenta erano focalizzati sull’individuo, solo tre sull’organizzazione. Le evidenze disponibili indicano però che gli interventi più efficaci sono quelli combinati, capaci di agire sia sulla persona sia sulle condizioni di lavoro, mentre quelli puramente individuali producono miglioramenti modesti e temporanei. Una combinazione a cui la ricerca arriva con una certa coerenza e che continua però a trovare poco spazio nelle pratiche organizzative. > Il burn-out è un problema sistemico, che attraversa settori, generazioni e > geografie. Eppure le aziende rispondono con sessioni di mindfulness, > abbonamenti in palestra e altre iniziative, come se il problema risiedesse > solo nella capacità del singolo di reggere la pressione. La stessa Christina Maslach ha sviluppato nel tempo strumenti capaci di rilevare le disfunzioni organizzative che contribuiscono a generare il burn-out, dai carichi eccessivi alla mancanza di autonomia, fino all’assenza di riconoscimento. Il suo questionario, però, viene ancora usato prevalentemente per misurare quanto un lavoratore sia esaurito, più che per individuare dove un sistema di lavoro non funziona. Ma soprattutto, ancora oggi il burn-out è inserito nell’ICD-11 (International Classification of Diseases, 11th Revision) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità come fenomeno occupazionale legato a stress cronico non gestito sul lavoro, senza riconoscimento come diagnosi clinica autonoma o malattia. Questa classificazione mantiene la responsabilità prevalentemente sul singolo lavoratore, che deve provare il nesso con il lavoro per accedere alle tutele. Se fosse tabellato come malattia professionale, scatterebbe la presunzione automatica di origine lavorativa, spostando la responsabilità sul datore e garantendo strumenti legali più rapidi e certi. Cinquant’anni dopo A cinquant’anni dalle osservazioni di Freudenberger, il burn-out resta una condizione difficile da circoscrivere, sospesa tra definizioni che non coincidono del tutto, assenze diagnostiche e una collocazione ancora incerta tra esperienza individuale e problema del lavoro. E il peso della ricaduta sulle persone che ne soffrono è considerevole. Il recupero dal burn-out richiede tempi lunghi e spesso discontinui. Una revisione sistematica pubblicata su BMC Public Health descrive il rientro al lavoro come un processo graduale e non lineare, che può protrarsi per mesi. Le evidenze su come sostenerlo restano però fragili, segnate da studi eterogenei e risultati poco conclusivi. Uno studio longitudinale, che ha seguito pazienti per dieci anni dalla fine della riabilitazione, rileva la persistenza di sintomi come ansia, disturbi del sonno e affaticamento anche tra chi è formalmente rientrato al lavoro. Nella seconda stagione di Severance, i dipendenti della Lumon iniziano a interrogarsi su ciò che accade al di fuori dell’ufficio, su chi siano al di là della divisione che li attraversa. La separazione si rivela meno netta di quanto sembrasse e i due sé trovano modi imprevisti per comunicare, per cercarsi. È una metafora non troppo velata. Il lavoro e la vita non si separano mai davvero, qualunque dispositivo si immagini per tenerli distinti. La domanda è quanto costi all’individuo tenerli insieme. L'articolo Consumati dal lavoro proviene da Il Tascabile.
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