P er decenni, a Miami, il prestigio del territorio è stato legato alla costa:
abitarci era sintomatico di un preciso status, spesso identificato da un preciso
colore della pelle. Non a caso, le comunità afrocaraibiche sono state spinte
lontano dal mare, dando vita a quartieri e insediamenti più o meno vasti
nell’entroterra. Poi è arrivata la crisi climatica. L’erosione costiera sta
trasformando questo margine, quelle aree periferiche, nel nuovo centro della
speculazione. Quando il mare sale, l’altimetria diventa una nuova forma di
censo: il fatto che, in determinate aree, un’abitazione sia al sicuro dalle
inondazioni, diventa un fondamentale driver immobiliare.
Proprio analizzando Miami, il docente di Harvard Jesse Keenan ha coniato il
concetto di gentrificazione climatica, il processo per cui gli impatti della
crisi climatica alterano il mercato immobiliare. A partire dal 2000, spiega il
docente, il prezzo delle proprietà situate a quote più elevate ha cominciato a
salire di più e più velocemente, perché queste sono percepite come più sicure
dall’innalzamento dei mari. Attraverso il Superior Investment Pathway, i
capitali colonizzano l’entroterra e trasformano l’altitudine in un lusso,
portando all’espulsione dei residenti storici, provenienti da un contesto
sociale più svantaggiato, verso aree più vulnerabili.
Una storia di espulsioni
Le ricostruzioni post disastro storicamente hanno agito come motori di
espulsione, trasformando la tragedia in un’occasione di speculazione.
Emblematica la vicenda della “gentrificazione per alluvione” di New Orleans,
dopo la distruzione operata dall’uragano Katrina nel 2005.
> A partire dal 2000, a Miami, il prezzo delle proprietà situate a quote più
> elevate ha cominciato a salire, perché queste sono percepite come più sicure
> dall’innalzamento dei mari, portando all’espulsione dei residenti storici
> verso aree più vulnerabili.
I quartieri bianchi vennero ricostruiti. Tutta l’edilizia popolare, abitata per
lo più dalla popolazione nera, anche se rimasta intatta o posta su terreni
elevati, venne chiusa o demolita. Le istituzioni promossero quartieri a “reddito
misto”: nei progetti residenziali che sostituirono i grandi complessi di public
housing abitavano persone di diversa estrazione sociale, famiglie povere
beneficiarie di sussidi, persone provenienti dalla classe media e altre invece
più ricche. La ratio annunciata era “de-densificare la povertà”: attirare
residenti facoltosi e istruiti doveva servire a migliorare la base fiscale e la
stabilità sociale dei quartieri. La conseguenza pratica fu la riduzione drastica
delle unità abitative disponibili a prezzi accessibili. Il fango portato da
Katrina diede il via libera a un processo di smantellamento del welfare che
portò, tra l’altro, alla privatizzazione di scuole e ospedali.
Il piano Green Dot Map proponeva di convertire i quartieri neri in parchi
drenanti, utili a proteggere le aree di pregio. Di fatto il peso
dell’adattamento fu scaricato sulle comunità più vulnerabili, confermando che il
verde può diventare un GreenLULU (Green Locally Unwanted Land Uses), ossia un
utilizzo del suolo legato a finalità ecologiche, ma indesiderato a livello
locale, che i poveri imparano a temere come segnale di espulsione. E, infatti,
il risultato fu l’esilio di circa 100.000 residenti che non poterono più far
ritorno nei propri quartieri e vennero progressivamente sostituiti da una
popolazione ricca e bianca.
La Negro removal di Baldwin
Questa dinamica affonda le radici nel processo che, tra gli anni Cinquanta e
Sessanta del Novecento, venne battezzato Urban renewal. E che James Baldwin
ridefinì, in base alle sue conseguenze pratiche, Negro removal. Il rinnovamento
urbano autorizzato nel 1949 dal National Housing Act distrusse migliaia di
quartieri neri con il pretesto di eliminare il “degrado”. Tra il 1955 e il 1966
furono espulse più di 300.000 persone. Grazie a fondi federali, le Local Public
Agencies poterono espropriarne i terreni a prezzi svalutati, per poi cederli a
privati che vi crearono uffici o residenze d’élite. La città prese forma intorno
a questo concetto: le nuove autostrade interstatali frammentarono le comunità
nere distruggendone il tessuto economico. Mentre lo Stato finanziava la
ricchezza bianca con mutui agevolati per chi acquistasse nei sobborghi, ai neri
veniva negato l’accesso al credito attraverso il redlining. Questa
redistribuzione forzata del valore fondiario di fatto istituzionalizzò e
consolidò il divario di ricchezza che ancora oggi si riflette nella geografia
sociale statunitense.
Il caso di Altadena
Non c’è bisogno di andare così indietro nel tempo per mostrare come gli eventi
climatici possono cambiare la demografia dei territori. Se guardiamo alla storia
recente, un esempio molto efficace è il caso di Altadena, storica comunità nera
di Los Angeles. Qui lo shock economico immediato legato agli incendi dell’inizio
del 2025 è stato un vero e proprio catalizzatore per la speculazione
immobiliare. Il fuoco ha distrutto migliaia di strutture e rotto i legami
sociali, trasformando quartieri che erano stati in grado di resistere per
decenni alle politiche discriminatorie in bersagli del “capitalismo dei
disastri”, in ragione del trauma e dello stato di necessità.
> La ripresa post incendio, a Los Angeles, ha rivelato una frattura profonda:
> chi aveva assicurazioni solide o risparmi ha potuto aspettare i permessi e poi
> avviare la ricostruzione prima di ricevere i rimborsi; chi era sottoassicurato
> o non aveva liquidità è rimasto intrappolato tra debiti e macerie.
La popolazione locale ha subito pressioni fortissime a vendere. Mentre le
macerie erano ancora fumanti, gli investitori immobiliari hanno iniziato a
tempestarla di chiamate e messaggi, offrendo liquidità immediata in cambio dei
lotti di terra che si erano liberati. Per comprendere la violenza del fenomeno
basta guardare ai dati. Appena un anno prima dell’incendio le società
immobiliari acquistavano il 10% dei lotti venduti. Sei mesi dopo, la quota è
balzata al 49%.
La differenza tra chi può aspettare e chi deve svendere
Altadena dimostra che la crisi climatica non crea solo danni fisici ma apre una
finestra di opportunità per la gentrificazione accelerata che cancella
l’identità di tanti territori. Come mostrano le storie raccolte da diversi
reportage sul posto, anche i residenti che avevano intenzione di ricostruire
insieme ai propri vicini alla fine hanno ceduto per i costi troppo alti, oltre
che per lo stress emotivo, e hanno svenduto i propri terreni alle società
immobiliari che, a differenza loro, avevano la capacità finanziaria di aspettare
i tempi della burocrazia e dei permessi e la possibilità di aspettare anche anni
perché un suolo riacquisisse valore.
La ripresa post incendio, ad Altadena, ha rivelato una frattura profonda, basata
quindi sulla capacità finanziaria. Mentre i proprietari più ricchi provenienti
da aree come la vicina Pacific Palisades disponevano di risorse per assorbire i
gap assicurativi, i residenti storici più poveri hanno subito un esilio
finanziario. Chi aveva assicurazioni solide o risparmi ha potuto aspettare i
permessi e poi avviare la ricostruzione prima di ricevere i rimborsi; chi era
sottoassicurato o non aveva liquidità, dopo il fuoco, è rimasto intrappolato tra
debiti e macerie.
Il paradosso delle infrastrutture verdi
Anche dove non arrivano eventi estremi ad accelerare i processi, la crisi
climatica agisce comunque come fattore di inasprimento delle disuguaglianze
urbane. Accade quando interventi urbanistici destinati a migliorare la
vivibilità e la sicurezza climatica delle città diventano fattori di esclusione
sociale. Infrastrutture come i parchi drenanti, boschi verticali o barriere
anti-inondazione sono essenziali per l’adattamento delle città al clima che
cambia, ma il loro arrivo determina un processo di green gentrification: la
riqualificazione urbana fa aumentare il valore immobiliare di determinate aree
ed espelle i residenti a basso reddito, per la tutela dei quali quegli
interventi erano stati pensati. Il fenomeno segue il cosiddetto “resilience
investment pathway”, quando le esternalità positive connesse al miglioramento di
un quartiere vengono assorbite dal mercato e la sicurezza fisica diventa un
asset finanziario. È un fenomeno globale. Si è verificato a Chicago, quando lo
sviluppo del parco lineare THE 606 ha fatto schizzare verso l’alto i prezzi
delle case: i rincari nelle aree abitate dalla popolazione latina sono stati
superiori a quelli delle zone già benestanti. O per l’Atlanta BeltLine, un
corridoio verde lungo più di 35 chilometri che è stato associato a incrementi di
quasi il 60% nelle zone più vulnerabili. Migliaia di famiglie afroamericane sono
state costrette a spostarsi. A New York la High Line ha trasformato le strutture
di un’ex ferrovia in un’enclave di lusso; a Copenaghen il progetto di resilienza
contro le inondazioni di St. Kjeld ha portato all’aumento degli affitti,
colpendo quindi i cittadini più poveri.
La green gentrification trasforma la sostenibilità in lusso
Questo processo contribuisce ad alimentare un sistema di ambientalismo
escludente, dove il comfort climatico e l’aria pulita non sono più diritti
collettivi ma privilegi riservati a chi può permettersi di pagare affitti sempre
più alti. La retorica del “verde che fa bene” finisce per rendere le città
sempre più ricche e più bianche, orientando i servizi su target di status
sociale sempre più alto. Mentre le famiglie benestanti colonizzano le aree più
sicure, i residenti storici sono spinti verso quelle meno curate e più
vulnerabili ai rischi ambientali. La sostenibilità diventa una velleità delle
classi più agiate, esasperando le disuguaglianze sociali e trasformando la
resilienza in un bene di consumo.
> Infrastrutture come i parchi drenanti, boschi verticali o barriere
> anti-inondazione sono essenziali per l’adattamento delle città al clima che
> cambia, ma la riqualificazione urbana fa aumentare il valore immobiliare di
> determinate aree ed espelle i residenti a basso reddito, un fenomeno noto come
> green gentrification.
Che il fenomeno sia reale e pervasivo è dimostrato anche dal fatto che comunità
e amministrazioni locali stanno adottando diversi modelli di governance
inclusiva e strumenti legali per tutelare il valore fondiario dalla speculazione
finanziaria. Sono nati, ad esempio, i Community Land Trusts (CLT),
organizzazioni non profit che acquistano terreni per conto della collettività e
separano la proprietà del suolo da quella degli immobili, così che gli affitti
possano restare accessibili. Allo stesso modo si stanno diffondendo l’housing
sociale integrato, che fonde infrastrutture verdi e affitti calmierati, e
normative come il COPA (Community Opportunity to Purchase Act), che concede alle
organizzazioni di quartiere il diritto di prelazione sugli immobili in vendita.
In generale la chiave per contrastare la green gentrification sta nel
coinvolgimento attivo dei residenti anche nelle fasi di design per garantire,
per esempio, che i nuovi parchi rispondano alle esigenze locali e non siano solo
attrattori per gli investimenti.
La mappa climatica dello stivale rivela una profonda disuguaglianza spaziale
Il nostro Paese non è esente da questi fenomeni e, viste le sue caratteristiche,
potrebbe esserne sempre più investito. L’Italia è al centro di un hotspot
climatico nel bacino del Mediterraneo: il suo territorio è esposto a rischi
combinati di ondate di caldo estremo, siccità e innalzamento dei mari. Già
adesso, la mappa della crisi climatica dello stivale rivela una profonda
disuguaglianza spaziale: la rigenerazione verde è invocata come una soluzione
necessaria ma sta fungendo da attrattore di capitali speculativi. Interventi
come viali alberati, parchi drenanti e boschi verticali hanno l’effetto positivo
di migliorare il microclima e la resilienza urbana, ma determinano in maniera
quasi immediata rincari immobiliari. La correlazione tra verde e valore
fondiario è misurabile: una casa che sta a 100 metri da un parco vale fino
all’11% in più, rendendo la sicurezza climatica un nuovo fattore di segregazione
che ridefinisce le gerarchie urbane e sociali.
> A Roma si sta manifestando una gentrificazione ecologica passiva. Non ci sono
> interventi programmati a tavolino, ma il mercato immobiliare sta reagendo alla
> crisi climatica valorizzando le infrastrutture naturali già esistenti.
Sono tantissimi gli interventi di adattamento che, da Nord a Sud, stanno
ridefinendo la geografia delle disuguaglianze in Italia. Basti pensare al
progetto della Biblioteca degli Alberi di Porta Nuova, a Milano che, insieme al
Bosco Verticale, tra il 2014 e il 2020 ha determinato un rincaro immobiliare del
34%. Del 28% la quota di aumento dei prezzi legata a Parco Dora, a Torino; del
21% quella generata dalla pista del Navile a Bologna, dove la rigenerazione
urbana ha innescato l’espulsione indiretta di anziani e lavoratori.
Roma e la gentrificazione ecologica “passiva”
A Roma, ad esempio, si sta manifestando una gentrificazione ecologica “passiva”.
Non ci sono interventi programmati a tavolino, ma il mercato immobiliare sta
reagendo alla crisi climatica valorizzando le infrastrutture naturali già
esistenti. Così, la presenza di molti alberi o la vicinanza a un grande parco
storico diventano catalizzatori di valore. È fisiologico: le estati in una
grande metropoli come la capitale sono sempre più torride. Avere accesso a ombra
e fresco diventa un bene posizionale che altera la composizione socioeconomica
dei quartieri: spinge verso l’alto i prezzi delle abitazioni, che diventano
inaccessibili anche per la classe media. È un laboratorio di adattamento
selettivo: la capitalizzazione delle risorse ambientali storiche è dispositivo
di espulsione indiretta della popolazione più povera e di creazione di enclavi
di benessere termico protette dalla natura. Chi non può permettersi di competere
finisce per rifugiarsi nelle aree urbane più grigie, cementificate e prive di
interventi di mitigazione, dove le ondate di caldo amplificano le vulnerabilità
sociali (e sanitarie) esistenti.
La gentrificazione climatica a Venezia
A Venezia, invece, possiamo assistere alle conseguenze del fenomeno definito
cost-burden pathway; la gentrificazione climatica si verifica per sottrazione e
impoverimento della base sociale. Che l’innalzamento dei mari sarà l’impatto più
forte per Venezia è ormai conoscenza nota. Meno indagata è la relazione tra i
costi di vita e degli interventi di manutenzione strutturale, e le possibilità
della popolazione residente. L’esplosione dei premi assicurativi, l’aumento
delle tasse locali per la difesa idraulica, i costi delle riparazioni, uniti
alla turistificazione che deforma i prezzi locali, hanno livellato verso l’alto
la composizione sociale della città. Gli abitanti storici sono da tempo in fuga
verso la terraferma e stanno lasciando calli, fondamenta e canali ai fondi
speculativi, che possono permettersi di scommettere su un territorio così ad
alto rischio.
La città fortificata al tempo della crisi climatica
La crisi climatica è un potente detonatore delle disuguaglianze esistenti perché
i suoi effetti si scatenano in maniera più violenta su una maggioranza della
popolazione che ha responsabilità pressoché nulle per le emissioni globali. Dal
punto di vista sociale, il cambiamento climatico non crea nuovi problemi dal
nulla ma esaspera le vecchie fratture. Lo dimostrano chiaramente casi come
Altadena o New Orleans. Sempre più spesso i disastri climatici diventano
meccanismi di riorganizzazione geografica che preparano il terreno all’arrivo di
capitali speculativi. In questo senso, uno dei rischi più insidiosi è che gli
stessi interventi pensati per proteggere le città finiscano per aumentare la
vulnerabilità delle comunità più fragili (maladaptation). Si tratta di una
deriva cui si può rispondere invece con principi come quello della fair
adaptation, basata su criteri di giustizia distributiva e procedurale. La
priorità di un adattamento equo è mettere al primo posto le categorie più
vulnerabili, garantendo loro una partecipazione effettiva nei processi
decisionali che trasformano i territori. Il traguardo finale di questa visione è
un modello che fonde la sostenibilità ambientale con l’equità sociale: è la
transizione giusta teorizzata da istituzioni e organizzazioni internazionali.
> Sempre più spesso i disastri climatici diventano meccanismi di
> riorganizzazione geografica che preparano il terreno all’arrivo di capitali
> speculativi.
Come i principali studi multidisciplinari sulla policrisi che stiamo vivendo ci
insegnano, non si combatte la crisi climatica senza vincere l’ingiustizia
climatica, e non si vince l’ingiustizia climatica senza sfidare l’ingiustizia
sociale. Questo a tutti i livelli: nelle relazioni tra aree del pianeta, Stati o
regioni, così come nelle città che abitiamo. Andiamo verso un futuro in cui la
sopravvivenza non sarà garantita direttamente dalla quantità di risorse
economiche a nostra disposizione ma dall’accesso a luoghi ombreggiati,
sufficientemente in alto, o al riparo dalla furia del meteo. Che questi luoghi
debbano essere appannaggio di ristrette élite o invece essere luoghi di cura
della collettività è una decisione ancora da prendere.
L'articolo L’era della gentrificazione climatica proviene da Il Tascabile.
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I l concetto di rifiuto modella sia le forme del viaggiare contemporaneo, sia la
struttura dell’accoglienza, facendo sì che la città, trasmutata in meta
turistica, diventi un dispositivo di esclusione e inclusione, sia nelle sue
componenti materiali che simboliche. Il rifiuto è la forma stessa della
modernità e delle sue propaggini. Da un lato, esso rappresenta ciò che viene
espulso dal quotidiano come superfluo o indesiderato; dall’altro, è il segno di
una cesura, il limite imposto dal principio di realtà contro l’illusione. Su un
piano storico, il rifiuto assume la forma della frattura epistemica, motore
delle grandi narrazioni escatologiche che, per aprire nuovi orizzonti, negano e
rigettano le eredità del passato. Tuttavia, ogni sistema è fatalmente condannato
a produrre scarti: materiali, simbolici, ideologici. L’ecologia, la psicoanalisi
e la mitologia tentano di disciplinare questo residuo, nella speranza di
neutralizzarne l’eccedenza e preservare la coerenza interna del sistema stesso
ma è nell’architettura che il surplus spirituale di un’epoca trova riparo. Ogni
gesto architettonico è impossibilitato a mentire.
I mascheroni tardobarocchi della palazzistica nobiliare di Scicli, in provincia
di Ragusa, elementi scultorei dalle fattezze grottesche che sovrastano e
incorniciano gli ingressi dei palazzi nobiliari, alla luce delle riflessioni di
Walter Benjamin sulla storia e delle analisi di Furio Jesi sui simboli del
potere sono un ottimo simbolo di un potere respingente, atto a negare la
possibilità di attraversamento della soglia. Non solo soglia architettonica, ma
anche limite simbolico: il mascherone funge da monito, da guardiano
dell’inviolabilità della maestà familiare che risiede all’interno del palazzo.
In questa prospettiva, la deformazione espressiva delle figure tardobarocche non
è un semplice eccesso ornamentale, ma l’esternalizzazione di un potere che si
manifesta nella sua dimensione esclusiva ed escludente.
Fino al terremoto del 1693, la città di Scicli continuava ad aggrapparsi alle
alture, vegliando dall’alto i tre valloni che oggi l’abbracciano come un
tridente scavato nella pietra: Santa Maria La Nova, San Bartolomeo e la Fiumara
di Modica. Fino ai secoli precedenti e soprattutto prima dell’opulenza
cinquecentesca, Scicli era abbarbicata sui crinali. Poi venne il crollo. E con
esso, un altro gesto: la discesa.
> La deformazione espressiva delle figure tardobarocche non è un semplice
> eccesso ornamentale, ma l’esternalizzazione di un potere che si manifesta
> nella sua dimensione esclusiva ed escludente.
Scicli scivolò giù, crescendo a ridosso delle chiese che i cavalieri locali
avevano eretto nei decenni precedenti. La città prese dimora nel nodo
idrografico in cui convergevano tre corsi d’acqua a carattere torrentizio. Era
come decidere di abitare l’alveo di un corpo che poteva risvegliarsi. Ed è così
che la città si strutturò: dopo l’apocalisse che sconvolse il Val di Noto, la
fame di catastrofe la portò nella cavità della possibile piena, nel grembo di
una minaccia geologica mai del tutto domata. Durante il Novecento, questa
minaccia fu addomesticata ‒ o, più precisamente, occultata. I torrenti vennero
coperti: ingabbiati in condotte sotterranee, sepolti sotto asfalto e selciato.
Ma non sparirono. Continuano a scorrere invisibili, come vene profonde. L’acqua
che prima rompeva, oggi attende. Sotto i nostri piedi, Scicli è ancora liquida.
La sua storia è un palinsesto idraulico.
Abitare Scicli significa quindi vivere su una tensione. Non un equilibrio, ma
una sospensione. Una città cresciuta nella conca della catastrofe,
urbanisticamente costruita come se il trauma non fosse un’eccezione ma una
condizione. Ecco perché i suoi edifici sembrano sempre sul punto di sporgersi, i
vicoli di stringersi, le facciate di esplodere in forme. È una città che ha
scelto di rispondere alla paura non con il silenzio, ma con l’esibizione. È qui
che compaiono loro, i mascheroni, annidati tra i cagnuoli, l’espressione
sciclitana che nomina le mensole degli ampi balconi.
> Durante la stagione primaverile, passeggiando per il centro storico di Scicli
> […] Lo sguardo è catturato dalle meravigliose pieghe date alle facciate delle
> tante chiese e palazzi tardo-barocchi settecenteschi. Questi sono decorati con
> mascheroni e statue scolpite da scalpellini locali […] propensi a beffeggiare
> sia il mondo delle professioni che le autorità religiose. I grandi e mostruosi
> mascheroni di palazzo Beneventano invitano a salire verso San Matteo. Le
> ricche decorazioni dei balconi di palazzo Fava, nella centrale piazza Italia,
> irridono la facciata della Chiesa madre.
> (A. Lutri, S. Ciappi, Scicli: sguardo su un Sud inatteso, 2021, p. 47)
Lontana dal controllo politico dei conti di Modica, la piccola nobiltà
sciclitana godeva di ampie libertà e poteva quindi fare agile sfoggio della
propria ricchezza per prendersi gioco della sventura. Prima del terremoto, nei
tempi passati consegnati alle cronache locali, erano stati i pirati moreschi a
terrorizzare i contadini sulle coste, poi le cavallette. Piaghe che la
cittadinanza visse come prove divine, ostacoli superati e sulle quale era
necessario prendersi una rivincita.
Per questi motivi i mascheroni che impreziosiscono i balconi nobiliari sono
spesso rappresentazione di nemici decollati, come se per sineddoche la testa di
un moro potesse simboleggiare al contempo tutto il dolore subito, pietrificato
in un volto grottesco. Espressione di un potere che si percepiva antico e
inamovibile, la fine ironia dei cavalieri depositò nei volti di pietra anche il
dispregio per la nascente modernità e i suoi nuovi mestieri, l’altra catastrofe
pronta a erodere i loro domini, insieme all’insulto verso quella piaga
millenaria che per i cavalieri era rappresentata dal potere ecclesiastico.
> Contro la natura, contro il nuovo che avanza e contro l’antico che non
> demorde, i mascheroni barocchi fanno le pernacchie agli scienziati e irridono
> dai balconi le facciate delle chiese, divenendo avatar di pietra calcarea,
> ricettacoli dei loro committenti.
Contro la natura, contro il nuovo che avanza e contro l’antico che non demorde,
i mascheroni barocchi fanno le pernacchie agli scienziati e irridono dai balconi
le facciate delle chiese, divenendo avatar di pietra calcarea, ricettacoli dei
loro committenti. C’è qualcosa di profondamente inquieto nei volti che affiorano
sulle mensole dei balconi tardobarocchi del Settecento nel sud est siciliano.
Quei mascheroni, spesso in procinto di trasformarsi in piante, con bocche
spalancate, lingue pendule e sguardi estatici o terrificati, sono più che
decorazioni: sono resti di un linguaggio che ha perso la voce ma non la potenza.
All’interno di una genealogia del rifiuto ‒ materiale, esistenziale, simbolico ‒
i mascheroni si offrono come una sintesi perfetta tra potere e scarto. Per
Walter Benjamin ogni costruzione della storia è anche una selezione violenta, un
atto di esclusione. E questi volti, deformi e spettacolari, non sono solo
ornamento: sono strumenti di respingimento. Il potere autentico non ha bisogno
di essere spiegato, ma si manifesta in simboli che impongono e negano allo
stesso tempo. Il mascherone barocco ‒ scolpito sopra la soglia, ma con lo
sguardo rivolto fuori ‒ è un rifiuto scolpito nella pietra: un avvertimento per
chiunque osi varcare il limite. Non solo soglia architettonica, ma barriera
semiotica. Il suo ghigno non accoglie: respinge. E lo fa deformando il nemico. È
il volto stesso del potere, che si mostra attraverso le sue vittime per
impedirne l’accesso.
Questa estetica del respingimento non è una semplice eredità del passato, ma
continua a operare oggi, con altri materiali e altri linguaggi. Il turismo
televisivo, in particolare il fenomeno televisivo del commissario Montalbano, ha
trasformato Scicli in un esteso e impalpabile mascherone: una città-cartolina
che seduce con l’immagine, ma esclude con i processi di gentrificazione e
selezione sociale. La città diventa una vetrina, uno spazio pubblico reso
privato, dove solo ciò che è vendibile può apparire.
> Il turismo televisivo ha trasformato Scicli in un esteso e impalpabile
> mascherone: una città-cartolina che seduce con l’immagine, ma esclude con i
> processi di gentrificazione e selezione sociale.
Il mascherone, allora, non è solo un oggetto d’arte o un’espressione stilistica:
è un dispositivo di potere che ancora oggi struttura l’immaginario urbano,
seleziona i corpi che possono abitare e quelli che devono sparire. Comprenderne
la funzione significa smascherare il presente non solo come avatar di uno
spirito barocco mai domo, un passepartout per osservare più da vicino le
strategie contemporanee di esclusione in quei luoghi, i borghi culturali, che
definiscono il vero volto dell’Italia.
I mascheroni e l’ordine dopo la catastrofe
Il tardobarocco siciliano non è soltanto un’estetica traboccante: è una macchina
per governare l’eccesso, per disciplinare il disordine. Nasce come risposta
plastica alla catastrofe e si consolida come forma di controllo. L’apocalisse
del 1693 non generò solo rovina, ma uno stile: una strategia di rifondazione
simbolica del mondo.
Oggi quella stessa macchina è stata riattivata. Così Scicli è ogni altro luogo
sferzato dalla retorica del patrimonio culturale. La città può essere osservata
come paradigma di un’intera regione, e persino dell’Italia intera. Il meccanismo
a cui si è accennato è stato attivato negli anni recenti non da un sisma, ma da
una catastrofe più lenta e pervasiva: la crisi delle economie locali e l’avvento
del turismo come unica grammatica di sopravvivenza. Celebrato come risorsa, il
turismo ha deciso finalmente di mostrarsi come una nuova lingua del potere. Il
turismo riscrive i luoghi, li possiede. E come i mascheroni con i nemici,
trasforma il territorio in una faccia da esibire.
Scicli, Modica, Ragusa, Palazzolo Acreide: un arcipelago di centri storici che
si sfidano a colpi di “bellezza”. Ogni pietra, ogni curva, ogni vicolo
restaurato non è destinato alla vita, ma alla visibilità. Non si restaura per
abitare: si restaura per apparire. E ciò che appare è un volto estroflesso, una
maschera compiacente che deve sedurre chi guarda ‒ il turista ‒ e respingere chi
non consuma: l’indigeno povero, il lavoratore irregolare, il corpo improduttivo.
L’intera città si comporta come un grande mascherone barocco: attira con un
sorriso, nasconde l’invisibile, terrorizza i non invitati al banchetto.
Non è un caso che gli interni dei palazzi tardobarocchi sfuggano alla memoria
visiva, non è un caso se a essere ricordata è sempre e solo la loro facciata
impudica, così come non è un caso se l’immaginario urbano si costruisce oggi su
curve e scorci, su facciate e aperture. L’economia turistica, nella sua forma
più spettacolare, non ha bisogno dell’interno della casa, ma del fondale. Poiché
a contare è l’apparenza sfacciata, il privato viene cannibalizzato dalla sua
pubblica essenza.
> Celebrato come risorsa, il turismo ha deciso finalmente di mostrarsi come una
> nuova lingua del potere. Il turismo riscrive i luoghi, li possiede. E come i
> mascheroni con i nemici, trasforma il territorio in una faccia da esibire.
Così, il paesaggio urbano diventa uno spazio effimero e competitivo, dove ogni
comune è concorrente, ogni restauro un’arma, ogni evento una vetrina aperta solo
a chi può permetterselo. Il turismo non è neutro: è una forma di guerra
simbolica, e come ogni guerra produce vincitori e vinti. I vincitori sono coloro
che riescono a stare dentro la narrazione della bellezza ‒ ristoratori, host,
brand culturali, amministratori sedicenti illuminati. I vinti sono coloro che
restano fuori scena: i lavoratori a giornata, gli abitanti storici spinti ai
margini, le voci che non si accordano al tono festoso del marketing
territoriale.
Il turismo contemporaneo, come mostra Dean MacCannell, non è semplice svago, ma
un rituale di autenticazione. Il turista cerca il “dietro le quinte”, la verità
del luogo. E così, le città recitano: mettono in scena sé stesse, costruiscono
scenografie credibili proprio perché curate, addomesticate, filtrate. In questo
senso, il centro storico di Scicli diventa un dispositivo che regola ciò che può
apparire e ciò che deve restare nascosto. Il mito della città-vetrina non è
calato dall’alto: è stato interiorizzato, promosso, difeso dagli stessi soggetti
locali. Non dai marginali, ma da una costellazione sociale che si muove tra
piccola borghesia ereditaria, proprietà diffusa e nuova progettualità legata al
terzo settore, all’associazionismo culturale, al ritorno romantico alla
provincia.
> Il paesaggio urbano diventa uno spazio effimero e competitivo, dove ogni
> comune è concorrente, ogni restauro un’arma, ogni evento una vetrina aperta
> solo a chi può permetterselo.
A Scicli, la gentrificazione avviene per trasformazione simbolica: gli abitanti
non sono più cittadini, ma comparse, facilitatori, operatori. La loro identità
viene mercificata, smontata, rimontata in una narrazione pronta per essere
venduta. Le classi popolari, migranti o autoctone, vengono assorbite come
manodopera invisibile o espulse come elementi incompatibili con il nuovo
immaginario. La città si imbelletta come una prostituta consapevole del proprio
valore sul mercato, e in quel gesto si rivela tragicamente moderna: pronta a
tutto pur di non sparire, persino a prostituirsi alla narrazione del sé.
Nel frattempo, si perpetuano forme strutturali di esclusione e sfruttamento: nel
lavoro agricolo della fascia trasformata, nella segregazione abitativa delle
famiglie migranti, nell’impossibilità concreta di abitare il centro storico per
chi non possiede capitale economico o simbolico. L’acqua che scorre sotto i
nostri piedi non è solo quella dei torrenti sepolti: è il fiume carsico del
lavoro vivo, delle soggettività rimosse, del residuo umano che ogni
città-vetrina deve espellere per potersi specchiare.
Antropologia dell’effimero: il tempo rovesciato del tardobarocco municipale
Il nostro è un tempo tardobarocco e lo è per la natura effimera della sua
progettualità. Nelle città patrimonio, il calendario civile segue un’alternanza
di picchi emotivi e cerimonie del potere, spesso allineati al ritmo della guerra
civile elettorale. Ogni tornata è conflitto tra narrazioni e clientele in lotta
per la visibilità. Ogni elezione è una stasis, una guerra civile. In Stasis,
Agamben mostra come la guerra civile non sia deviazione patologica della polis,
ma suo fondamento occulto. La guerra civile è il rovescio oscuro della
costituzione: assembla il “nemico interno”.
Questo schema si ripete nel governo spettacolare delle città turistiche.
L’amministrazione non gestisce la cosa pubblica, ma mette in scena. Ogni giunta
nega la precedente. Ogni sindaco si fa artista barocco: inaugura piazze, intona
inni alla bellezza, orchestra eventi come feste di corte. Ma sotto la
superficie, la città resta disgregata, scollata dalle invidie locali. La guerra
civile nel borgo culturale si combatte senza armi, ma con bandi, slogan, foto in
cantiere. È un conflitto senza sangue, ma con vittime: gli esclusi, ridotti a
spettatori di una lotta tra fazioni per la rendita simbolica del territorio.
Ogni restauro, ogni festival diventa appropriazione economica dello spazio
pubblico.
> L’amministrazione non gestisce la cosa pubblica, ma mette in scena. Ogni
> giunta nega la precedente. Ogni sindaco si fa artista barocco: inaugura
> piazze, intona inni alla bellezza, orchestra eventi come feste di corte. Ma
> sotto la superficie, la città resta disgregata.
Come in ogni guerra civile, il fronte non è chiaro. Passa tra famiglie, dentro i
quartieri, tra generazioni. Non c’è più un nemico esterno, ma un conflitto che
corrode dall’interno. Una polis che si rappresenta ma non si riconosce. Che si
guarda in vetrina e non si vede. Come un mascherone: mostra il volto, occlude il
ventre.
Anche nella città più sorvegliata restano luoghi densi, malmostosi e
stratificati. Se anche i cittadini si arrendessero, rimarrebbero gli spazi,
ritentori di memorie, di deviazioni e gesti che sfuggono alla narrazione
dominante. Ogni cortile abbandonato, ogni panchina sgangherata è un sabotaggio
alla linearità della programmazione turistica. Da questa resistenza ostinata
dell’inorganico possiamo dunque capire che ogni luogo può essere risignificato
da chi lo abita con altri sguardi, altri bisogni. È lì che si apre la
possibilità di una città diversa ‒ non quella mostrata, ma quella che si mostra
da sé, tra le crepe dell’immagine. E allora anche il mascherone può cambiare
funzione: non solo ghigno respingente, ma volto dell’eccedenza. Non solo
barriera, ma spiraglio.
Conclusione. Riconoscere il volto che ci guarda
Ci illudiamo che il mascherone sia immobile, che il suo ghigno sia muto. Ma non
è così. Il mascherone ci guarda. È l’occhio pietrificato della città che ci
chiede: “Chi ha diritto di stare qui? Chi può restare? Chi può mostrarsi, e chi
deve sparire?”. Riconoscere in esso non un simbolo del passato, ma un meccanismo
attuale, significa vedere la bellezza come campo di battaglia, il restauro come
strategia, la festa come maschera sulla fame.
Ecco la sua violenza: trasformare la soglia in scena, la ferita in ornamento, il
trauma in dispositivo. Non si tratta di salvare la città dall’estetica, ma di
liberare l’estetica dalla rendita. Di immaginare un nuovo barocco non come
decorazione, ma come eccedenza generativa. Di riconoscere nello scarto ‒ nel
volto grottesco, nel relitto escluso, nella pietra che non si fotografa ‒ non
l’inutile, ma l’inizio. Solo allora potremo davvero rispondere al mascherone,
non con un altro sorriso vuoto, ma con uno sguardo che finalmente non si lascia
possedere.
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