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“Mi sentivo sotto l’effetto di droghe per tutto il tempo delle registrazioni”: la svolta jazz di Flea con tromba e basso. Ma non lascia i Red Hot Chili Peppers
Sorpresa per Flea che dai Red Hot Chili Peppers plana al debutto solista con l’album “Honora”, in uscita il 27 marzo e anticipato dal brano “Traffic Lights” con Thom Yorke e Josh Johnson. Dopo quasi 50 anni di onorata carriera come bassista di una delle band storiche della musica internazionali, Flea ha abbracciato il jazz e la tromba. Il titolo “Honora” prende il nome da un amato membro della famiglia, Flea ha composto e arrangiato la musica, oltre a suonare la tromba e il basso in tutto l’album, affiancato da un gruppo il jazz moderno. Come ha raccontato Flea, la scoperta del jazz avviene da bambino, quando alcuni amici di famiglia suonavano insieme nel salotto di casa sua: “È stata la cosa più bella che abbia mai visto. La follia, il calore e l’unità. Bebop puro. Boom. Capii che esistevano cose più elevate su questa terra, ben al di sopra della meschinità che mi aveva lasciato scoraggiato. La sacra triade della mia vita, musica, sport e natura, era completa. Ricordo che mentre suonavano, mi rotolavo per terra dalle risate. Non potevo credere, non potevo credere, che fossero capaci di fare una cosa del genere. Era un miracolo”. “Ho sempre desiderato tornare a suonare la tromba – ha ammesso Flea – Ma alla fine abbiamo fatto tutti quei dischi di successo e abbiamo fatto quello che facevamo, e ha iniziato a sembrare impossibile. Ci provavo per qualche mese, e poi venivo sopraffatto dai Red Hot Chili Peppers e dalla vita, dal ritmo frenetico di tutto”. Tre anni fa Flea ha iniziato a esercitarsi ogni giorno, che fosse in tour con la band, a casa o sul set di un film fino a creare “Honora”. “È stato meraviglioso fin dal primo secondo – ha detto Flea -. Non c’è mai stato un momento in cui ho pensato: ‘Oh no, non so se funzionerà. Non so se hanno davvero capito cosa sto facendo’. Cosa che sarebbe potuta accadere. Credo in me stesso, ma temevo che potessero pensare, sottovoce, ‘Non sai suonare, cazzo’. Invece è successo esattamente il contrario. I miei giorni da dipendente dalla droga sono ormai lontani, ma mi sentivo davvero come se fossi sotto l’effetto di droghe per tutto il tempo delle registrazioni. Ogni volta che ci sedevamo a suonare, mi sentivo come se fluttuassi con loro”. L'articolo “Mi sentivo sotto l’effetto di droghe per tutto il tempo delle registrazioni”: la svolta jazz di Flea con tromba e basso. Ma non lascia i Red Hot Chili Peppers proviene da Il Fatto Quotidiano.
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È nata Ozzy Matilda, la nipote di Ozzy Osbourne. Ad annunciarlo è il figlio Jack: “Hello World, vi presentiamo nostra figlia”
La famiglia Osbourne si allarga con una nuova arrivata. Jack Osbourne, figlio della leggenda del rock Ozzy Osbourne, e la moglie Aree Osbourne hanno annunciato la nascita della loro bambina attraverso un post condiviso su Instagram insieme alla nonna Sharon Osbourne. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Jack Osbourne (@jackosbourne) La piccola si chiama Ozzy Matilda Osbourne ed è venuta al mondo il 5 marzo. Nel breve video pubblicato sui social, i genitori hanno mostrato un cartoncino con la scritta “Hello World” e i primi dati della neonata: è nata alle 7:49, pesa 3,6 chilogrammi ed è alta 48 centimetri. Vi presentiamo Ozzy Matilda Osbourne, si legge nella didascalia che accompagna le immagini della bambina. La nascita arriva a pochi mesi dalla scomparsa di Ozzy Osbourne, morto il 22 luglio 2025 all’età di 76 anni nella sua casa nel Buckinghamshire dopo un infarto. La scelta del nome della neonata appare quindi come un omaggio diretto alla storica voce dei Black Sabbath, figura centrale nella storia dell’heavy metal. Per Jack Osbourne si tratta del quinto figlio. Dalla precedente relazione con Lisa Stelly sono nate Pearl, Andy e Minnie, mentre dalla relazione con Aree è arrivata prima Maple, a cui ora si aggiunge la piccola Ozzy Matilda. OZZY OSBOURNE, L’EREDITÀ DEL MITO E UNA MOSTRA SULLA SUA CARRIERA Negli ultimi mesi il nome di Ozzy Osbourne è tornato spesso al centro dell’attenzione pubblica. Poco prima della sua morte, il cantante aveva partecipato all’evento d’addio dei Black Sabbath, il concerto Back To The Beginning, una celebrazione della carriera della band che ha segnato la storia del rock. Nello stesso periodo Sharon Osbourne ha annunciato anche il ritorno dello storico festival Ozzfest, previsto nuovamente per il 2027. L’eredità artistica del cantante è stata celebrata anche ai Brit Awards, dove gli è stato conferito un Lifetime Achievement Award alla carriera. A ritirare il riconoscimento sono state Sharon Osbourne e la figlia Kelly Osbourne, che hanno ricordato l’impatto del musicista sulla storia della musica. Nel frattempo continua anche il percorso espositivo dedicato alla sua carriera. La mostra Ozzy Osbourne: Working Class Hero, allestita al Birmingham Museum and Art Gallery, raccoglie alcuni dei più importanti riconoscimenti ottenuti dall’artista: dai Grammy Awards agli ingressi nella Rock and Roll Hall of Fame, fino ai premi MTV, alle stelle sulla Hollywood Walk of Fame e ai numerosi dischi d’oro e di platino. Inizialmente prevista per il 2025, l’esposizione è stata prorogata fino al gennaio 2026 con il consenso della famiglia Osbourne e, secondo quanto annunciato da Sharon, potrebbe presto diventare una mostra itinerante in giro per il mondo. L'articolo È nata Ozzy Matilda, la nipote di Ozzy Osbourne. Ad annunciarlo è il figlio Jack: “Hello World, vi presentiamo nostra figlia” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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È morto Walter Martino, con i Gablin compose la colonna sonora di “Profondo Rosso”. I compagni di band: “Perdiamo un amico e un grande musicista”
È morto Walter Martino, musicista e co-fondatore dei Goblin, band nota noto per la realizzazione di colonne sonore e soprattutto per la collaborazione ad alcuni film di Dario Argento. Ne dà notizia la band stessa sui social. LE PAROLE DELLA BAND “Con grande dolore annunciamo la scomparsa improvvisa di Walter Martino, batterista, co-fondatore dei Goblin e tra i compositori della colonna sonora di Profondo Rosso” recita la nota condivisa online. “Walter è stato una figura fondamentale nella storia della band e della musica che ha accompagnato alcune delle pagine più iconiche del cinema italiano. Il suo talento, la sua sensibilità musicale e il suo spirito creativo hanno contribuito in modo determinante a definire il suono dei Goblin”. I compagni di band piangono la scomparsa del collega e amico: “Oltre a un grande musicista, perdiamo un amico e un compagno di viaggio, con cui abbiamo condiviso musica e momenti importanti del nostro percorso. In questo momento di grande tristezza ci stringiamo alla sua famiglia e a tutte le persone che gli hanno voluto bene”. CHI ERA WALTER MARTINO Walter Martino è morto il 7 marzo all’ospedale di Livorno. Nato a Milano il 18 aprile 1953, era figlio di Bruno Martino, pianista, cantante e compositore, crooner dalla voce inconfondibile, famoso in Italia negli anni ’50 e ’60 e molto apprezzato nel mondo jazzistico internazionale per aver composto “Estate”, unico brano italiano ad essere inserito nel “Real Book”, il libro degli standards jazz mondiali. Walter Martino ha fatto parte di importanti gruppi storici del rock italiano come Il Ritratto di Dorian Gray, Seconda generazione, Banco del Mutuo Soccorso. Ha composto con i Goblin la colonna sonora del film di Dario Argento “Profondo Rosso” nel 1975, mentre tre anni dopo ha scritto con i Libra le musiche di “Shock”, ultimo film di Mario Bava. L'articolo È morto Walter Martino, con i Gablin compose la colonna sonora di “Profondo Rosso”. I compagni di band: “Perdiamo un amico e un grande musicista” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il primo disco dei Satantango è uno sguardo appannato sulla provincia italiana: shoegaze made in Cremona
Riprendiamo il nostro viaggio nell’underground musicale italiano e finiamo in un posto dove l’aria non si respira: si mastica. Umida. Densa. Sa di gasolio, di terra bagnata, di tempo che non passa ma si accumula. I Satantango arrivano da lì. Provincia padana, Cremona e dintorni, quella pianura dove il futuro non arriva mai davvero e il presente ristagna come acqua ferma. Il loro disco d’esordio, degno di segnalazione, è 9.11. Non è solo un titolo: è una temperatura emotiva. È la data in cui il mondo ha smesso di promettere qualcosa e ha iniziato a chiedere il conto. Non un album, ma un esperimento di pressione atmosferica applicata alla provincia italiana. Il nome viene da Satantango, il romanzo di László Krasznahorkai e soprattutto dal film-monolite di Béla Tarr: sette ore di fango, immobilità, bianco e nero, disperazione lucida. Un manuale di sopravvivenza per chi è cresciuto in posti dove non succede niente, e proprio per questo può succedere di tutto. Shoegaze senza passaporto britannico, rallentato dalla nebbia, con inflessione padana. Chitarre che non brillano, ma appannano. Riverberi che sembrano arrivare da un’altra stanza, o da un’altra vita. Registrato con mezzi poveri – un Mac del 2009 e una scheda audio di fortuna – 9.11 sceglie l’imperfezione come atto morale: qui l’errore non si corregge, si espone. Ne parlo con Valentina Ottoboni e Gianmarco Soldi, cercando di capire come si vive quando il mondo va avanti e tu resti fermo a guardarlo passare. Il nome è una dichiarazione d’intenti: Satantango. Come ci siete arrivati? Ce l’ha suggerito un amico. Poi abbiamo visto il film e ci siamo riconosciuti subito, quasi con fastidio. I luoghi, le atmosfere, perfino una cascina identica a quella dietro casa nostra, lungo la ciclabile. Stavamo già scrivendo dei pezzi e a un certo punto i puntini si sono allineati. Quel bianco e nero è la nostra provincia in una giornata di novembre. Decadenza, malinconia, nostalgia. È stato come rivedere il nostro mondo, senza filtri. Satantango racconta una provincia immobile, fangosa, che non cambia mai. Avete mai avuto paura che vi inghiottisse? È esattamente il motivo per cui abbiamo scritto questo disco. Vivere in pianura, in provincia, significa stare sempre in mezzo a due forze opposte: la voglia di scappare e il richiamo fortissimo delle radici. Noi raccontiamo quello che abbiamo vissuto. Non c’è stato bisogno di forzare nulla. Quei luoghi ci stanno addosso. Parlarne è stato naturale, quasi inevitabile. 9.11: una data che sembra uno spartiacque planetario. Per voi cos’è? È la prima canzone del disco, e volevamo che funzionasse come un’ouver­ture. Segna il passaggio da un “prima” a un “dopo”: la perdita della sicurezza, dell’innocenza, anche dell’infanzia per la nostra generazione. Il mondo dopo è diventato più connesso, più globale, ma anche più spaventoso. Si è persa un’idea di casa. Per i temi che affrontiamo, era la data perfetta. Nei testi c’è un’educazione sentimentale fatta di padri distanti, treni, date, manifestazioni inutili. È memoria o accusa? È una presa di coscienza. Non puntiamo il dito, non offriamo soluzioni. Descriviamo le cose per come le sentiamo. Forse sotto c’è una miccia, ma non siamo noi ad accenderla. C’è una forma di accettazione, anche se non pacifica. Una tensione che resta lì. Fuga e immobilità si inseguono per tutto il disco. La nostalgia è un rifugio o una dipendenza? Viviamo in un’epoca completamente nostalgica. C’è nostalgia anche per epoche mai vissute: anni 60, ’70, ’80. È un rifugio, ma anche un modo di leggere il presente con gli occhi del passato. Lo vediamo ogni giorno: ragazzi di vent’anni che parlano come se ne avessero settanta. È il segno del tempo che stiamo vivendo. La vostra musica sembra pensata in termini cinematografici. Qual è il film che vi ha insegnato che la lentezza può essere un’arma? Sicuramente Satantango. La prima scena dura quindici minuti. Ci piacciono i film che chiedono fiducia allo spettatore, che gli chiedono di aspettare. Lo stesso vale per la musica. In questo disco lo facciamo attraverso l’attesa, le atmosfere. In Villa Alluvioni o Outro succede proprio questo: descrivere prima che accada qualcosa, chiedere all’ascoltatore di restare. Avete registrato con mezzi minimi. Scelta estetica o politica? Entrambe. Cercavamo un suono sporco, fangoso, ruvido ma avvolgente. Ed era anche quello che avevamo. Abbiamo imparato a produrre mentre registravamo. Eravamo stanchi delle produzioni patinate. Volevamo qualcosa di autentico, anche imperfetto, purché non freddo e asettico. In Permafrost tutto ruota intorno a quel “come se”. Parla di incomunicabilità. Del fermarsi prima, del trattenere qualcosa, del non dire mai davvero tutto. È la difficoltà di lasciarsi andare fino in fondo. “Non ci sentiamo a casa da nessuna parte”. L’arte può diventare una casa? Sì. L’arte e la musica sono luoghi in cui ci si può sentire a casa. Hanno la capacità di riportarti in un momento preciso della vita, come fanno certi odori. Per molti è anche un modo per trovare appartenenza. Le vostre canzoni parlano di chi resta ai margini. Temete di essere capiti solo dagli esclusi? No. Siamo stati sinceri nel raccontare quello che ci riguarda. Se altri si riconoscono, tanto meglio. Alcuni temi sono universali: il desiderio di sparire, di staccare, di chiudere il mondo fuori. Non tutte le canzoni devono parlare a tutti. Quando si parla a tutti, spesso non si parla a nessuno. Se la vostra provincia sparisse nella nebbia, cosa vi mancherebbe davvero? Tutto. Il ritmo della vita, la calma, i punti di riferimento. Sarebbe come perdere casa, ma su una scala più grande. Il disco è nato camminando nei campi… Camminare ci ha dato spazio, respiro. È una natura controllata dall’uomo, ma sufficiente per fermarsi, osservare, pensare. Anche l’immagine finale del disco nasce da lì. Villa Alluvioni: luogo reale o simbolo? Entrambi. È una cascina diroccata vicino a Cremona, ma rappresenta anche la decadenza. È uno dei luoghi-simbolo del disco, parte della sua geografia emotiva. Che cosa vi augurate per 9.11? Che venga capito. Non solo come un disco malinconico, ma come una presa di posizione: l’esistenza di una realtà spesso invisibile, che chiede attenzione. L'articolo Il primo disco dei Satantango è uno sguardo appannato sulla provincia italiana: shoegaze made in Cremona proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Abbiamo visto i Turnstile all’Alcatraz di Milano e abbiamo un paio di cose da raccontarvi sul loro punk hardcore
I Turnstile si sono riappropriati del punk hardcore americano nella sua versione più popolare. Per comprendere l’ascesa di questa band è bastato assistere all’energia senza senso della loro performance live. Ieri sera all’Alcatraz di Milano, per l’unica data italiana del Never Enough Tour, i ragazzi di Baltimore hanno dato prova che nel 2025 esistono (ancora) migliaia di ragazzi che pogano dalla prima all’ultima nota. Senza soluzione di continuità. Nel punto più alto della loro carriera, solo pochi giorni fa hanno ricevuto cinque nomination ai Grammy Awards (come Best Rock Album, Besto Rock Song, Best Rock Performance, Best Alternative Music Performance e Best Metal Performance), i Turnstile non si snaturano di una virgola. Delle loro ultime apparizioni in Italia, quella al circolo Magnolia e all’Ama Festival nel 2023, si era parlato (anche tra gli stessi fan in platea all’Alcatraz) di un suono ancora non ben definito. “La sensazione generale è che siano migliorati tanto“, si sente dire all’uscita in Via Valtellina e di certo anche alla Recording Academy se ne sono accorti. Quell’esigenza comunicativa cruda e diretta, tipica del genere, con pochissime note soft tra il dream pop e il funky (in pezzi come Light Design o Seein Stars), arriva tutta in un muro di suono che testa continuamente la tenuta dei timpani. Le influenze si notano eccome dal momento che lo stile dei Turnstile sta un po’ in mezzo alle correnti del nu-metal, punk hardcore (con cenni di ska, crossover rap) tra East e West Coast. Per le parti soliste di chitarra, Pat McCrory ricorda alcune influenze del leader e chitarrista dei Sublime Bradley Nowell, mentre per la sezione ritmica si sentono i Limp Bizkit e NOFX, ma andando ancora più indietro si può arrivare al proto-punk dei Germs. In loro rivivono gli animi dell’hardcore statunitense un po’ cazzone, un po’ deep (leggermente emo a tratti), che ritrova nel leader Brendan Yates la sua messa a fuoco definitiva. Va detto che però, uno show del genere, senza un batterista così non ha neanche senso di esistere. Si tratta di Daniel Fang. Lui, come Travis Barker dei Blink182 a cui si ispira, rifiuta la doppia cassa proprio per regalare un suono sempre più crudo che tecnico, nonostante il coefficiente sia alto. In alcuni passaggi sembrerebbe quasi d’obbligo scarrellare su un doppio kick, ma a Fang, MVP totale della serata all’Alcatraz, non interessa. È comunque in grado di regalare una performance ipnotica e solidissima. L’altra componente fondamentale per un live di questo tipo è il pubblico. C’era chi ricordava i tempi dell’esibizione di due anni fa al Magnolia parlando di ‘pochi poghi’. Le aspettative, a questo giro erano ben altre, dato che ormai da un mese girano sui social i video del loro tour europeo. “Chissà se su Birds riusciamo a salire sul palco”, classici dubbi pre concerto su scaletta e momenti topici previsti. Subito però i dubbi vengono spazzati. La band apre con Never Enough, il singolo candidato ai Grammy come “best rock song”, ed è già chiaro l’andazzo della serata. Chiavi di casa ben salde in tasca e poi quello che succede succede. C’è chi fa stage diving e chi a ogni pogo avanza per arrivare più vicino ai ragazzi di Baltimora. È uno di quei concerti in cui la pausa birra va scelta con arguzia. Bar si fa per dire, è la solita cassa appiccicosa con i soliti campioni mondiali di saltalafila, in ogni caso ci devi andare quando pensi che ci sia il momento conscious. Proprio quando pensi che non potranno reggere tutta la serata così. Forse il limite (per adesso) di questa band è che manca nel loro repertorio la ballatona emo che piace tanto a questo tipo di pubblico. Una volta presa la birra c’è da scolarsela in fretta, perché i Turnstile di spegnere l’entusiasmo del pogo non ne hanno voglia. Alla fine con Birds, sì, l’invasione di campo è andata a buon fine. Appena finito il concerto si continua a disquisire in modo quasi scientifico sugli stili di pogo prescelti su questa o quella canzone, che poi alla fine il tutto è stato un mix creativo tra urla, abbracci, spintonate e tanto tanto sudore. L'articolo Abbiamo visto i Turnstile all’Alcatraz di Milano e abbiamo un paio di cose da raccontarvi sul loro punk hardcore proviene da Il Fatto Quotidiano.
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