Riprendiamo il nostro viaggio nell’underground musicale italiano e finiamo in un
posto dove l’aria non si respira: si mastica. Umida. Densa. Sa di gasolio, di
terra bagnata, di tempo che non passa ma si accumula. I Satantango arrivano da
lì. Provincia padana, Cremona e dintorni, quella pianura dove il futuro non
arriva mai davvero e il presente ristagna come acqua ferma. Il loro disco
d’esordio, degno di segnalazione, è 9.11. Non è solo un titolo: è una
temperatura emotiva. È la data in cui il mondo ha smesso di promettere qualcosa
e ha iniziato a chiedere il conto. Non un album, ma un esperimento di pressione
atmosferica applicata alla provincia italiana.
Il nome viene da Satantango, il romanzo di László Krasznahorkai e soprattutto
dal film-monolite di Béla Tarr: sette ore di fango, immobilità, bianco e nero,
disperazione lucida. Un manuale di sopravvivenza per chi è cresciuto in posti
dove non succede niente, e proprio per questo può succedere di tutto.
Shoegaze senza passaporto britannico, rallentato dalla nebbia, con inflessione
padana. Chitarre che non brillano, ma appannano. Riverberi che sembrano arrivare
da un’altra stanza, o da un’altra vita. Registrato con mezzi poveri – un Mac del
2009 e una scheda audio di fortuna – 9.11 sceglie l’imperfezione come atto
morale: qui l’errore non si corregge, si espone. Ne parlo con Valentina Ottoboni
e Gianmarco Soldi, cercando di capire come si vive quando il mondo va avanti e
tu resti fermo a guardarlo passare.
Il nome è una dichiarazione d’intenti: Satantango. Come ci siete arrivati?
Ce l’ha suggerito un amico. Poi abbiamo visto il film e ci siamo riconosciuti
subito, quasi con fastidio. I luoghi, le atmosfere, perfino una cascina identica
a quella dietro casa nostra, lungo la ciclabile. Stavamo già scrivendo dei pezzi
e a un certo punto i puntini si sono allineati. Quel bianco e nero è la nostra
provincia in una giornata di novembre. Decadenza, malinconia, nostalgia. È stato
come rivedere il nostro mondo, senza filtri.
Satantango racconta una provincia immobile, fangosa, che non cambia mai. Avete
mai avuto paura che vi inghiottisse?
È esattamente il motivo per cui abbiamo scritto questo disco. Vivere in pianura,
in provincia, significa stare sempre in mezzo a due forze opposte: la voglia di
scappare e il richiamo fortissimo delle radici. Noi raccontiamo quello che
abbiamo vissuto. Non c’è stato bisogno di forzare nulla. Quei luoghi ci stanno
addosso. Parlarne è stato naturale, quasi inevitabile.
9.11: una data che sembra uno spartiacque planetario. Per voi cos’è?
È la prima canzone del disco, e volevamo che funzionasse come un’ouverture.
Segna il passaggio da un “prima” a un “dopo”: la perdita della sicurezza,
dell’innocenza, anche dell’infanzia per la nostra generazione. Il mondo dopo è
diventato più connesso, più globale, ma anche più spaventoso. Si è persa un’idea
di casa. Per i temi che affrontiamo, era la data perfetta.
Nei testi c’è un’educazione sentimentale fatta di padri distanti, treni, date,
manifestazioni inutili. È memoria o accusa?
È una presa di coscienza. Non puntiamo il dito, non offriamo soluzioni.
Descriviamo le cose per come le sentiamo. Forse sotto c’è una miccia, ma non
siamo noi ad accenderla. C’è una forma di accettazione, anche se non pacifica.
Una tensione che resta lì.
Fuga e immobilità si inseguono per tutto il disco. La nostalgia è un rifugio o
una dipendenza?
Viviamo in un’epoca completamente nostalgica. C’è nostalgia anche per epoche mai
vissute: anni 60, ’70, ’80. È un rifugio, ma anche un modo di leggere il
presente con gli occhi del passato. Lo vediamo ogni giorno: ragazzi di vent’anni
che parlano come se ne avessero settanta. È il segno del tempo che stiamo
vivendo.
La vostra musica sembra pensata in termini cinematografici. Qual è il film che
vi ha insegnato che la lentezza può essere un’arma?
Sicuramente Satantango. La prima scena dura quindici minuti. Ci piacciono i film
che chiedono fiducia allo spettatore, che gli chiedono di aspettare. Lo stesso
vale per la musica. In questo disco lo facciamo attraverso l’attesa, le
atmosfere. In Villa Alluvioni o Outro succede proprio questo: descrivere prima
che accada qualcosa, chiedere all’ascoltatore di restare.
Avete registrato con mezzi minimi. Scelta estetica o politica?
Entrambe. Cercavamo un suono sporco, fangoso, ruvido ma avvolgente. Ed era anche
quello che avevamo. Abbiamo imparato a produrre mentre registravamo. Eravamo
stanchi delle produzioni patinate. Volevamo qualcosa di autentico, anche
imperfetto, purché non freddo e asettico.
In Permafrost tutto ruota intorno a quel “come se”.
Parla di incomunicabilità. Del fermarsi prima, del trattenere qualcosa, del non
dire mai davvero tutto. È la difficoltà di lasciarsi andare fino in fondo.
“Non ci sentiamo a casa da nessuna parte”. L’arte può diventare una casa?
Sì. L’arte e la musica sono luoghi in cui ci si può sentire a casa. Hanno la
capacità di riportarti in un momento preciso della vita, come fanno certi odori.
Per molti è anche un modo per trovare appartenenza.
Le vostre canzoni parlano di chi resta ai margini. Temete di essere capiti solo
dagli esclusi?
No. Siamo stati sinceri nel raccontare quello che ci riguarda. Se altri si
riconoscono, tanto meglio. Alcuni temi sono universali: il desiderio di sparire,
di staccare, di chiudere il mondo fuori. Non tutte le canzoni devono parlare a
tutti. Quando si parla a tutti, spesso non si parla a nessuno.
Se la vostra provincia sparisse nella nebbia, cosa vi mancherebbe davvero?
Tutto. Il ritmo della vita, la calma, i punti di riferimento. Sarebbe come
perdere casa, ma su una scala più grande.
Il disco è nato camminando nei campi…
Camminare ci ha dato spazio, respiro. È una natura controllata dall’uomo, ma
sufficiente per fermarsi, osservare, pensare. Anche l’immagine finale del disco
nasce da lì.
Villa Alluvioni: luogo reale o simbolo?
Entrambi. È una cascina diroccata vicino a Cremona, ma rappresenta anche la
decadenza. È uno dei luoghi-simbolo del disco, parte della sua geografia
emotiva.
Che cosa vi augurate per 9.11?
Che venga capito. Non solo come un disco malinconico, ma come una presa di
posizione: l’esistenza di una realtà spesso invisibile, che chiede attenzione.
L'articolo Il primo disco dei Satantango è uno sguardo appannato sulla provincia
italiana: shoegaze made in Cremona proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Rock
I Turnstile si sono riappropriati del punk hardcore americano nella sua versione
più popolare. Per comprendere l’ascesa di questa band è bastato assistere
all’energia senza senso della loro performance live. Ieri sera all’Alcatraz di
Milano, per l’unica data italiana del Never Enough Tour, i ragazzi di Baltimore
hanno dato prova che nel 2025 esistono (ancora) migliaia di ragazzi che pogano
dalla prima all’ultima nota. Senza soluzione di continuità. Nel punto più alto
della loro carriera, solo pochi giorni fa hanno ricevuto cinque nomination ai
Grammy Awards (come Best Rock Album, Besto Rock Song, Best Rock Performance,
Best Alternative Music Performance e Best Metal Performance), i Turnstile non si
snaturano di una virgola.
Delle loro ultime apparizioni in Italia, quella al circolo Magnolia e all’Ama
Festival nel 2023, si era parlato (anche tra gli stessi fan in platea
all’Alcatraz) di un suono ancora non ben definito. “La sensazione generale è che
siano migliorati tanto“, si sente dire all’uscita in Via Valtellina e di certo
anche alla Recording Academy se ne sono accorti. Quell’esigenza comunicativa
cruda e diretta, tipica del genere, con pochissime note soft tra il dream pop e
il funky (in pezzi come Light Design o Seein Stars), arriva tutta in un muro di
suono che testa continuamente la tenuta dei timpani. Le influenze si notano
eccome dal momento che lo stile dei Turnstile sta un po’ in mezzo alle correnti
del nu-metal, punk hardcore (con cenni di ska, crossover rap) tra East e West
Coast. Per le parti soliste di chitarra, Pat McCrory ricorda alcune influenze
del leader e chitarrista dei Sublime Bradley Nowell, mentre per la sezione
ritmica si sentono i Limp Bizkit e NOFX, ma andando ancora più indietro si può
arrivare al proto-punk dei Germs.
In loro rivivono gli animi dell’hardcore statunitense un po’ cazzone, un po’
deep (leggermente emo a tratti), che ritrova nel leader Brendan Yates la sua
messa a fuoco definitiva. Va detto che però, uno show del genere, senza un
batterista così non ha neanche senso di esistere. Si tratta di Daniel Fang. Lui,
come Travis Barker dei Blink182 a cui si ispira, rifiuta la doppia cassa proprio
per regalare un suono sempre più crudo che tecnico, nonostante il coefficiente
sia alto. In alcuni passaggi sembrerebbe quasi d’obbligo scarrellare su un
doppio kick, ma a Fang, MVP totale della serata all’Alcatraz, non interessa. È
comunque in grado di regalare una performance ipnotica e solidissima.
L’altra componente fondamentale per un live di questo tipo è il pubblico. C’era
chi ricordava i tempi dell’esibizione di due anni fa al Magnolia parlando di
‘pochi poghi’. Le aspettative, a questo giro erano ben altre, dato che ormai da
un mese girano sui social i video del loro tour europeo. “Chissà se su Birds
riusciamo a salire sul palco”, classici dubbi pre concerto su scaletta e momenti
topici previsti. Subito però i dubbi vengono spazzati. La band apre con Never
Enough, il singolo candidato ai Grammy come “best rock song”, ed è già chiaro
l’andazzo della serata. Chiavi di casa ben salde in tasca e poi quello che
succede succede. C’è chi fa stage diving e chi a ogni pogo avanza per arrivare
più vicino ai ragazzi di Baltimora. È uno di quei concerti in cui la pausa birra
va scelta con arguzia. Bar si fa per dire, è la solita cassa appiccicosa con i
soliti campioni mondiali di saltalafila, in ogni caso ci devi andare quando
pensi che ci sia il momento conscious. Proprio quando pensi che non potranno
reggere tutta la serata così.
Forse il limite (per adesso) di questa band è che manca nel loro repertorio la
ballatona emo che piace tanto a questo tipo di pubblico. Una volta presa la
birra c’è da scolarsela in fretta, perché i Turnstile di spegnere l’entusiasmo
del pogo non ne hanno voglia. Alla fine con Birds, sì, l’invasione di campo è
andata a buon fine. Appena finito il concerto si continua a disquisire in modo
quasi scientifico sugli stili di pogo prescelti su questa o quella canzone, che
poi alla fine il tutto è stato un mix creativo tra urla, abbracci, spintonate e
tanto tanto sudore.
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cose da raccontarvi sul loro punk hardcore proviene da Il Fatto Quotidiano.