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Ho fatto il segretario in questo referendum e mi sono divertito un casino: ho pure pensato di cercarmi un lavoro
Ho fatto il segretario in questo referendum contro la magistratura e mi sono divertito un casino, consiglio a tutti di lavorare almeno due giorni all’anno come il sottoscritto, è salutare, direi illuminante! Avevo una bellissima squadra: Marco Biffi, il nostro presidente, malinconico, gentile, elegante e nello stesso tempo sorridente, un uomo che fa a nuoto lo stretto di Messina (senza ponte per ora) e poi tante altre cose, una gara che si chiama Iron Man, tutte cose faticosissime, anche una gara nella Torre Allianz, 50 piani di corsa! Tanta ammirazione da parte mia, io che se arrivo al terzo piano di scale vivo è già un miracolo! E poi c’era Emma, laureata in matematica, una ragazza sempre sorridente che mi ha confidato che fa ancora colazione col Nesquik! Nella nostra squadra c’erano anche Marta e Jacopo. Marta, una studentessa di medicina, piena di grazia e fascino, che mi ha detto “Ho visto tre autopsie”, e mi sono venuti i brividi! Se vedo una persona con un ginocchio sbucciato rischio di svenire. Marta, Marta, ma come fai? Ti ammiro. Poi Jacopo, un ingegnere elettronico altissimo, dagli occhi azzurri e ridenti, che ama sciare in Georgia e andare a fare canoa nelle Filippine. Quanta innocenza meravigliosa in Jacopo mi ha detto che nelle Filippine ha chiacchierato e bevuto con una ragazza del posto, poi si è offerto di accompagnarla a casa in motorino e lei gli ha detto “Sono duecento pesos” e lui ci è rimasto malissimo. Ah, i giovani, che belli! E proprio i giovani ci hanno salvato da questo colpo di Stato al rallentatore che era la riforma Nordio. Ho amato ogni ora passata insieme a questo gruppo. Sono accadute cose leggendarie, pensate che in un’altra sezione hanno fatto trovare una piccola torta con delle candeline nella cabina elettorale a un ragazzo che faceva gli anni proprio il giorno della votazione. Quanto mi è piaciuto dare del lei ai ragazzi che votavano per la prima volta: “Prego signore, vada a ritirare la scheda dal nostro presidente”. E quanta gentilezza ho respirato, come sono educati gli italiani quando votano, poi nel traffico si fanno le corna e si mandano a quel paese, ma davanti alle urne si sente tutta la solennità del momento, basta chiacchiere, ora parlano i cittadini! E i cittadini hanno detto un monosillabo fantastico: No. No alla riforma della nostra Costituzione antifascista da parte di un governo di destra! Giù le mani dalla nostra bella Costituzione! Lavorare è bellissimo, due giorni all’anno, massimo tre. Mi sono alzato all’alba, dio mio, andavo in bicicletta nella mia scuola dove ho fatto le medie, dove ho baciato per la prima volta in vita mia Monica, la più bella della classe! E vedevo questa cosa chiamata alba, ma perché nessuno di voi mi ha detto che esisteva questo fenomeno naturale così stupefacente? Mi alzerò presto la mattina da oggi, voglio rivedere l’alba, l’alba di un nuovo giorno, l’alba ci è amica, è come la speranza, solo che è la prima a vivere… e non muore mai, nemmeno per ultima. Alle 15 di lunedì finivano le votazioni, abbiamo fatto il conto alla rovescia come a Capodanno, e poi via, lo spoglio (spogliarello) delle schede tutte verdi speranza! No, no, no, sì, sì, sì, no, no, e ancora no! Thriller elettorale, per un attimo ho temuto il peggio, una sequela di sì impressionante ma poi, come una vertigine d’amore, tanti no, uno dopo l’altro! Che bello risvegliarsi in un paese ancora democratico, che bella è l’alba. Vi abbraccio cittadini italiani del no, una carezza di compassione anche per chi ha votato sì in buona fede, e una nota di merito per tutti i nostri giovani, loro che vivono ogni alba nel corpo, loro che sono l’incarnazione di un’alba che non muore mai. W la Costituzione! W la Repubblica! Sapete, mi è piaciuto così tanto lavorare che, quasi quasi, a 57 anni vado in cerca di un lav… beh no, adesso non esageriamo Ricky, in fondo sei in età pensionabile più o meno, che ti metti a lavorare proprio adesso quando tutti entrano nel meritato riposo in attesa di quello eterno? L'articolo Ho fatto il segretario in questo referendum e mi sono divertito un casino: ho pure pensato di cercarmi un lavoro proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum Giustizia
Anche la Chiesa ha messo un ‘mattone’ sul No al referendum: così ha sabotato il progetto Nordio-Meloni
A sera appare sugli schermi Giorgia Meloni, veste color avorio e capelli sciolti un filo spettinati, come una madonna dell’Annunciazione: “Eccomi, sono la serva del Popolo, avvenga di me quello che ha detto il referendum…”. Il quadro immaginario non è estraneo agli eventi, poiché anche i palazzi ecclesiastici hanno dato un silenzioso contributo al sabotaggio del progetto governativo. Il risultato di un referendum è fatto di tanti “mattoni” come una costruzione Lego. Non c’è dubbio che uno di questi sia stato il voto giovanile prepotentemente orientato verso il No. Egualmente un fattore da tenere presente è l’impegno della Cei per la partecipazione al voto. Un impegno non gridato, ma presente sul territorio e insistente. Il cardinale Matteo Zuppi, presidente dell’episcopato, si è mosso in tempo. Al Consiglio permanente della Cei, svoltosi a gennaio, ha esortato i cattolici a recarsi alle urne. “La separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici e l’assetto del Csm sono temi che, come pastori e come comunità ecclesiale, non devono lasciare indifferenti”, ha dichiarato. Naturalmente Zuppi non ha dato indicazioni di voto, ma ha tenuto a evidenziare che il giusto processo può essere declinato secondo “diverse possibili realizzazioni storiche e pluralità di opinioni e orientamenti”. Un modo elegante per mettere in dubbio le certezze proclamate dall’area di maggioranza. E intanto, mentre si spendeva per mobilitare quegli elettori che rischiavano di disinteressarsi di un quesito apparentemente troppo tecnico, il cardinale lanciava contemporaneamente una frase-chiave: “C’è un equilibrio tra poteri dello Stato che i costituenti hanno lasciato come preziosa eredità da preservare”. Chi voleva capire, ha capito. Per la maggioranza dei vescovi italiani e di molta parte del clero la Costituzione è tuttora culturalmente una pietra angolare dell’ordinamento politico-sociale. E se nelle generazioni più anziane è viva la memoria della fondamentale partecipazione della Democrazia cristiana alla ricostruzione dello Stato dopo la II Guerra mondiale, nelle generazioni più recenti gioca un ruolo l’idea di un “buon equilibrio” delle istituzioni nonché l’insofferenza per le manifestazioni di populismo e sovranismo, che celano pulsioni autoritarie. Le campagne virulente contro la cosiddetta “malagiustizia” non hanno mai appassionato i vescovi. E’ partito così, senza clamori, semmai in maniera sotterranea, un trend di sabotaggio ad una riforma che a gran parte del personale ecclesiastico è parsa troppo sgangherata: la magistratura spaccata in due organismi, il bizzarro sorteggio differenziato per laici e magistrati, l’accrocco dell’Alta Corte… In questa diffusione lenta ma costante di un clima negativo nei confronti della legge messa in campo non va sottovalutato – nell’area cattolica, specie meridionale – la posizione di vecchi leoni democristiani tipo Clemente Mastella o Cirino Pomicino (mancato qualche giorno fa). L’appello di Mastella “Voterò No, nonostante vicende personali processuali”, è diventato per una serie di notabili moderati del Sud un potente antidoto contro lo schieramento del Sì, che agitava scompostamente i fantasmi di Tortora e Garlasco. Uguale influenza hanno esercitato le parole di Pomicino che all’inizio dell’anno affermava con convinzione che la “riforma Nordio finirà per accrescere, e non per diminuire, il potere a volte senza limiti dei pubblici ministeri”. Diocesi… parrocchie… in certe situazioni non è necessario fare grandi proclami: basta generare una tacita sfiducia, un silenzioso rifiuto della novità proposta. Il passo successivo è consistito nell’annunciata partecipazione del vicepresidente della Cei, monsignor Francesco Savino, ad un evento per il No, organizzato da Magistratura democratica. Il vescovo ha poi rinunciato a intervenire, ma una sua nota ufficiale – pur nel suo linguaggio irreprensibile – è suonata come una chiara bocciatura della riforma governativa. “Primo: custodire l’equilibrio tra i poteri dello Stato”, ha scandito Savino, perché l’autonomia reciproca non è una formalità, ma una garanzia per tutti. “Quando i poteri smettono di bilanciarsi e di contenersi – ha spiegato – la libertà diventa fragile e a pagare per primi il prezzo di ogni squilibrio sono sempre i più deboli, i meno protetti, chi dispone di minori risorse culturali o relazionali per difendersi”. Secondo – ha sostenuto il vicepresidente della Cei ( rappresentante per l’area Sud dell’episcopato italiano) – è necessario “riconoscere che l’indipendenza della magistratura non è un privilegio di categoria, ma una tutela sostanziale dello Stato di diritto”. Terzo, la giustizia deve rimanere distante dal potere. E’ in questa distanza, ha rimarcato il vescovo, che una democrazia “misura la propria credibilità”. Non c’era da aggiungere altro. Il prevalere sostanzialmente compatto del No in tutto il Meridione e nelle Isole rivela che la rete ecclesiale ha fatto il suo lavoro. Un piccolo, utile “mattone” nella grande costruzione della sconfitta di Giorgia Meloni. L'articolo Anche la Chiesa ha messo un ‘mattone’ sul No al referendum: così ha sabotato il progetto Nordio-Meloni proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Matteo Maria Zuppi
Referendum Giustizia
Non è stato un trionfo del No ma del Basta! Questo hanno fatto i giovani andando a votare
In città respiriamo a metà, con mezzo polmone soltanto. Lo realizziamo in montagna, quando il torace si dilata per gonfiarsi d’aria, mentre qui serriamo d’istinto la bocca per non inalare smog. La stessa sensazione che ho provato ieri, dopo tanto tempo. Di sollievo a metà. Un’euforia floscia come un pallone bucato. La soddisfazione per la travolgente vittoria del No fatica a farsi largo nelle viscere attanagliate dall’angoscia. Guardavo le persone scese in piazza, cercando la mia stessa contentezza ammaccata, soffocata dalla preoccupazione costante di questi anni. Le bandiere che sventolavano davanti ai miei occhi si sovrapponevano all’immagine che non riuscivo a togliermi dalla testa, come i disegni stampati sui vetrini dell’oculista quando, da bambina, andavo a curare lo strabismo. Le bandiere e le gambette del piccolo Karim bruciate dalla sigaretta. Karim, un bambino palestinese di un anno, è stato torturato dai soldati israeliani per estorcere una confessione a suo padre, a un check point del campo profughi di Al-Maghazi. C’è il referto medico, le foto, i testimoni, come per molte altre vicende di abusi sui bambini palestinesi. Torturato per 10 ore davanti agli occhi del papà e rilasciato al Comitato Internazionale della Croce Rossa in stato di shock. Gambette, Bruciature, bandiere, il buco di un chiodo piantato nella carne. L’orrore al quale assistiamo ogni giorno non ci abbandona mai, nemmeno mentre esultiamo per la vittoria del No. Diversi parlamentari di centrosinistra hanno sostenuto il Sì, a fronte di nessun parlamentare del centrodestra che sostenesse il No. Curioso che a votare con le destre fossero gli stessi esponenti del centrosinistra in prima linea quando c’è da richiamare gli elettori al voto utile per fermare le destre (ma quando uno vuole abolire il Senato, dice che se non gli riesce lascia la politica e poi fa il senatore io alzo le mani). Il risultato è che ci sono più elettori di centrodestra che hanno votato No che elettori di centrosinistra che hanno votato Sì. Un altro grande successo dei terzopolisti e riformisti del Pd, quelli a favore delle riforme sì, purché della destra. Non mi stupisce che nel Pd chi si è espresso per il Sì appartenga alla famigerata “Sinistra per Israele” che si è data il compito di negare il genocidio e la sua meticolosa pianificazione. Votano nel merito della riforma, dicono. Me li immagino a comprare acquerelli di Hitler perché era un buon pittore. Non so quanti abbiano votato “No” nel merito. So che tanti abbiamo votato “No” a prescindere dal giudizio negativo sulla riforma. Perché di fronte a Meloni che si rifiuta di condannare Israele o Trump, a Tajani che il diritto internazionale vale fino a un certo punto, di fronte a Nordio che libera il torturatore Almasri accusato di stupro di minori ma denuncia il trauma dei piccoli della casa del bosco; di fronte a Salvini che ritira il premio “amico di Israele” mentre assiste al massacro di decine di migliaia di palestinesi, libanesi, iraniani; di fronte a qualunque rappresentante di questo governo di complici e pavidi che ha l’ardire di chiedere un voto a conferma del suo operato, non si può fare altro che piantare un bastoncino tra gli ingranaggi del genocidio. È l’unica mossa strategica, l’unica opzione morale, l’unica cosa sensata. Questo hanno fatto i giovani andando a votare: non sono preoccupati di salvaguardare l’indipendenza della magistratura. Se qualcuno lo è, la vive come una preoccupazione subordinata di fronte al collasso della democrazia al quale assiste angosciato, senza che i giudici o il Csm o i giornalisti o i politici, l’Ue, l’Onu, gli adulti tutti riescano a fermare i responsabili di questo sfacelo del diritto, della logica, dell’umanità. Non sono preoccupati che la riforma sia preludio del premierato: considerano già tutto perduto, sono nauseati, sono sconvolti, sono furiosi. Quello che per noi è uno spettro – il piano di Licio Gelli, la torsione autoritaria – per loro è la norma, per loro questo fa chi sta a Palazzo Chigi. Quali provvedimenti ti aspetti che adotti per migliorare il funzionamento della giustizia chi resta saldamente alleato di paesi che bombardano a tappeto scuole, ospedali, ponti, città, case, caffè in riva al mare con tutte le persone che ci sono dentro?! Cosa vuoi discuterci? Quali riforme vuoi affidare a gente simile? La fermi e basta, pianti la matita sulla scheda come un bastoncino nell’ingranaggio e questo è il trionfo del “No”. Un trionfo del “basta”. L'articolo Non è stato un trionfo del No ma del Basta! Questo hanno fatto i giovani andando a votare proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum Giustizia
Un No deciso all’indecenza. Le menzogne del governo (e dei suoi fiancheggiatori) non pagano
di Riccardo Bellardini Una fredda primavera sferza lo Stivale, e un’irruzione artica potrebbe riportare la neve fin sulla bassa collina. Ma per l’Italia, l’Italia silenziosa, popolo indomito, oggi è tempo di rifiorire, sull’onda di un tepore che fa sembrar calda pure quest’aria gelata. L’Italia silenziosa, che s’è risvegliata, e ha urlato un No potente. Un No all’indecenza. Un No alla storpiatura della Costituzione, di cui il popolo è ancora innamorato. Un No a Giorgia Meloni, al suo governo in prima linea per la riforma della giustizia, trainata dagli slanci alcolici di Nordio, benedetta da Licio Gelli e Silvio Berlusconi in paradiso, dalla figlia Marina sulla terra, dal delfino Tajani, conducente impacciato di quella nave che veleggia tra sogni d’impunità, chiamata Forza Italia, checché ne dica Mulè, questa è una gran batosta, soprattutto per gli azzurri. La riforma che aveva tra gli alfieri i giornali, fiancheggiatori instancabili della Premier, più la Rai ormai granitica televisione della maggioranza al potere, inondata dai soliloqui dell’agguerrita Giorgia, spacciati per interviste. Un coro di affabulatori che si avvaleva di sondaggisti sublimi, pronti a lanciarsi in improvvidi vaticini, come Italo Bocchino, impallinato dall’ossessione dei dieci punti di scarto a vantaggio del sì, Nostradamus delle destre, infallibile e sagace, come ha dimostrato l’esito finale. Alessandro Sallusti, capitano della marcia per la nuova e più limpida giustizia, che rimbrottava dalla Gruber il direttore Travaglio per la “manina”, il solito fango della galassia rossa sul sottosegretario Delmastro venuto fuori proprio a ridosso del voto, tacendo sull’egregio lavoro della stampa libera che aveva portato alla luce le strette di mano, le società, le cene insieme ai prestanome dei mafiosi da parte del nostro eroe e delle alte sfere del ministero della Giustizia, così fu per il caimano, così è stato per Santanchè, così è per Delle Vedove, più gli affari son loschi, più si sta attaccati alle poltrone. Ma anche No! L’Italia non poteva perseverare ancora nel suo sonno. Forse la scintilla definitiva sono state le ultime menzogne inaudite sparate dalla capa del governo, che in pieno trip elettorale si è lasciata andare a promesse inattuabili e a frasi di un’avventatezza allarmante, smentite dai suoi stessi alleati. Evoluzioni fisiologiche dei processi spacciate per storture, vedi caso Garlasco. Sistema giudiziario più efficiente, con smentite clamorose della senatrice Bongiorno e dello stesso Carletto Nordio, tornato per l’occasione lucido. Criminali, stupratori, assassini, cannibali, mostri d’ogni sorta in libertà con la vittoria del No. Ma l’Italia oggi a me sembra più pulita. E’ stata capace di urlare un No deciso all’indecenza, con un’affluenza record e un monito proveniente soprattutto dai più giovani: la menzogna non paga. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. L'articolo Un No deciso all’indecenza. Le menzogne del governo (e dei suoi fiancheggiatori) non pagano proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum Giustizia
Il referendum è stato vinto, nonostante i tentativi di broglio politico e mediatico
Milioni di grazie, tra questi in prima linea il Fatto, a quanti hanno davvero speso ogni energia per la vittoria del No e per la tutela della Costituzione antifascista. Sarebbe, tuttavia, ingeneroso dimenticare il ruolo della presidente Meloni, del sottosegretario Mantovano, del ministro Nordio, della signora Bartolozzi, del sottosegretario Delmastro… solo per citarne solo alcuni. La presidente del Consiglio ha deciso, come Renzi a suo tempo, di scendere in campo e di chiedere un voto sul governo. Ora dovrebbe seguire le orme di Renzi che, dopo la sconfitta, decise di salutare. Il ministro Nordio, con la fedelissima Bartolozzi, hanno evocato complotti, plotoni di esecuzioni, magistrati paramafiosi. Che Dio ce li conservi per le prossime elezioni politiche. Mantovano ci aveva spiegato che i cattolici avrebbero votato tutti Sì, non lo ha ascoltato neppure il cardinal Zuppi. Il presidente del Senato La Russa ci aveva spiegato che ci sarebbe stato un problema politico solo in caso di superamento della soglia del 50%, attendiamo sue nuove. Tra gli sconfitti anche il Polo Rai-Set e alcuni dei più accreditati opinionisti che avevano rigorosamente previsto la vittoria del Sì. Chiederanno scusa? Cosa dirà Marina Berlusconi che, dopo aver esortato ad abbassare i toni, ha finto di non vedere le fucilate sparate dalle reti di famiglia? Cosa diranno da Telemeloni dopo aver scientemente delegittimato il servizio pubblico? Dopo Garlasco e le case nel bosco ci parleranno anche di Delmastro? Che dire della Autorità di garanzia delle comunicazioni che non è riuscita neppure ad imporre le misure di riequilibrio che aveva deciso? Il referendum è stato vinto, nonostante i tentativi di broglio politico e mediatico. Le opposizioni, politiche e sociali, non si illudano, questi brogli saranno sempre più forti. Questo è il momento per alzare la voce, a cominciare da una iniziativa davanti alla sede della vigilanza, per porre fine all’ostruzionismo di maggioranza che ha scelto di imbavagliare la commissione di indirizzo, per impedire alla presidente – espressa dalle opposizioni – di svolgere il proprio ruolo. Se non bastasse, sarà il caso di occupare l’aula, l’impegno per il ripristino della legalità e della Costituzione deve ripartire dal No agli abusi, ai bavagli, alle prepotenze. L'articolo Il referendum è stato vinto, nonostante i tentativi di broglio politico e mediatico proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum Giustizia
L’affluenza al referendum è una lezione ai partiti: quando il voto conta, i cittadini partecipano
di Sergio Ciliegi Io credo che l’alta partecipazione al voto, decisiva sull’esito del referendum, sia anche una lezione/messaggio per tutti i politici, da destra a sinistra, nessuno escluso. Quando i cittadini sanno che il loro personale voto conta, vanno a votare. Se invece percepiscono, non a torto, che il loro voto conta poco o nulla – come nel sistema elettorale vigente per la Camera, con liste bloccate che escludono il voto di preferenza, che in pratica assegna un sostanziale potere di nomina ai capi dei partiti – tendono a non partecipare al voto solo per confermare scelte già fatte con le liste bloccate, alimentando la disaffezione al voto politico in generale. Vedasi, ad esempio, la palese disaffezione al voto politico in Veneto, certificato dallo scarto tra l’alta partecipazione al voto referendario e la minore partecipazione al voto per le contestuali elezioni suppletive per la Camera. Il prossimo appuntamento di rilievo in Parlamento sarà la legge elettorale. Mi auguro che tutti i partiti che da destra a sinistra hanno votato e sostenuto l’abolizione delle preferenze e le liste bloccate della legge elettorale Mattarella, chirurgicamente mantenute nelle successive, una di centrodestra e una di centrosinistra, accolgano la lezione del voto referendario e, qualunque legge elettorale decideranno di varare, ripristinino il voto di preferenza diretto, la cui eliminazione unita alle liste bloccate, dalla legge Mattarella in poi, è arduo considerare conforme al principio del suffragio elettorale diretto dell’articolo 56 della Costituzione. “La Camera dei deputati è eletta a suffragio universale e diretto…”. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. L'articolo L’affluenza al referendum è una lezione ai partiti: quando il voto conta, i cittadini partecipano proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum Giustizia
Referendum giustizia, Meloni e la destra hanno perso. Il campo progressista non ha ancora vinto
La vittoria del No al referendum è la vittoria della Costituzione del 1948: lo dicono i sondaggi post voto. Secondo Youtrend, Il 61% dei quasi 14 milioni e mezzo di elettori che hanno votato No lo hanno fatto per difendere la Carta che la riforma avrebbe stravolto. Soltanto il 31% di loro ha espresso un voto contro il governo Meloni. Il 54% degli interpellati ha risposto che Meloni deve continuare a governare. Sbaglia dunque chi attribuisce alla vittoria referendaria un significato strettamente politico e addirittura una sorta di preventiva investitura del campo largo a conquistare il governo del Paese. Guai quindi a considerare acquisiti al campo progressista i voti che hanno bocciato la riforma Nordio. Alle politiche si giocherà tutt’altra partita. Gli elettori di destra che hanno scelto il No usciranno dal campo progressista. Torneranno a votare per l’attuale maggioranza di governo. La politica è politica, non è aritmetica. L’alleanza progressista rimane da costruire. Il punto cruciale lo ha colto Giuseppe Conte, chiedendo di definire il programma comune di governo entro il cui perimetro dovranno confluire i partiti che vi si riconosceranno. Da lì, le primarie di coalizione “per scegliere il candidato o la candidata – ha detto Conte – che avrà maggiori probabilità di battere la destra”. Si fanno voti che all’opposizione non si accendano le consuete risse e ci si astenga dai venefici, pelosi “distinguo”, evitando le mine delle contrapposizioni di carattere personale. I “riformisti” del Pd (Picierno e soci) che hanno sostenuto entusiasticamente il Sì prendano atto che Schlein esce rafforzata all’interno del Pd. Toccherà alla segretaria neutralizzare queste quinte colonne della destra. O accompagnarle alla porta. Se le ambiguità nel Pd non venissero sciolte chi è tornato in massa alle urne per il No rientrerà nelle retrovie dell’astensione. Per dirla facile: Meloni e la destra hanno perso. Il campo progressista non ha ancora vinto. La batosta referendaria tuttavia non sarà priva di effetti sul governo. In un video dai toni sommessi, quasi di scusa, alla Ferragni, Meloni ha detto di aver preso atto della volontà degli italiani ma che andrà avanti per rispettare il mandato elettorale che l’aveva issata a palazzo Chigi. Meloni è un’anatra zoppa e potrebbe valutare persino di anticipare il voto delle politiche. Prima che, esauriti i fondi del Pnrr e fatti i conti (in rosso) della guerra di Trump e dell’impennata dei prezzi dell’energia, in autunno l’Italia piombi in recessione. Nel frattempo dovrà fare i conti con i casi spinosi (Delmastro, Nordio, Bartolozzi) che hanno messo il piombo alle ali della propaganda per il Sì. Archiviato il senso profondo della sconfitta referendaria (“la Costituzione non si tocca. I giudici non devono essere sottoposti al controllo del governo”) la destra deve valutare che molti italiani non approvano la politica del governo: Gaza, la guerra di Trump, l’appiattimento dell’Italia agli interessi degli Usa, l’adesione al piano di riarmo europeo che costerà lacrime e sangue ai contribuenti. Persino il Sud e i feudi elettorali governati da Forza Italia (Calabria e Sicilia) nonché Campania e Puglia, rette dal centrosinistra, hanno voltato le spalle al governo, votando in massa per il No. Come le grandi città del Nord: a Genova il No è al 64%, Napoli addirittura al 75%. Al Sì sì sono andate soltanto tre regioni: Lombardia (ma non Milano) Veneto e Valle d’Aosta. Si inceppa e probabilmente muore il percorso di riforme istituzionali che sarebbe dovuto culminare nel premierato. Perdono vigore gli interventi di Nordio sulla giustizia: abolizione del reato di abuso d’ufficio, lo svuotamento del reato di traffico di influenze (fattispecie di pertinenza di politici e faccendieri assorti), i preavvisi di arresto e di perquisizione, la stretta alle intercettazioni, la sostanziale neutralizzazione della Corte dei conti (art 100 della Costituzione), i decreti sicurezza in violazione della Carta (art 16, 17 e 18) che garantisce la libertà di associazione, riunione pacifica ed espressione del pensiero. Tutto torna in discussione. Va a picco il disegno tripartito che prevedeva la riforma Nordio della giustizia imposta da Forza Italia agli alleati, la legge elettorale con premio di maggioranza sponsorizzata da Fratelli d’Italia come punto di arrivo della trasformazione del paese sul modello dell’Ungheria di Orban, e infine l’autonomia differenziata della Lega di Salvini. Entrano in crisi gli equilibri all’interno della maggioranza. Si prospettano sanguinose rese dei conti. Meloni non è più imbattibile. Tocca al centrosinistra non sprecare l’ennesima occasione per tornare a governare il Paese. L'articolo Referendum giustizia, Meloni e la destra hanno perso. Il campo progressista non ha ancora vinto proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum Giustizia
A 50 anni dalla dittatura in Argentina, mancano ancora all’appello i desaparecidos
Il 24 marzo 2026 segna il 50esimo anno dal colpo di Stato militare avvenuto in Argentina, passato sotto il nome ufficiale di Processo di riorganizzazione nazionale. Come in occasione del golpe cileno dell’11 settembre 1973, l’eco suscitata in Italia è stata vasta per la preminenza dell’Argentina nel continente sudamericano e per le comuni radici che legano i due Paesi. Anche nel secondo dopoguerra, la democrazia in Argentina attecchisce a fatica, soffocata prima dalla presidenza di Juan Domingo Peron (1946-1955) poi dal golpe del 1966, Revolución argentina, che depone con il favore dei ceti medi il presidente Arturo Umberto Illia che si era distinto per le leggi sul salario minimo e sulla campagna per l’alfabetizzazione, destinando all’istruzione il 23% del bilancio nazionale. Il golpe del 1966 produce una dittatura lunga sette anni che segna profondamente la società argentina, la radicalizza e immiserisce i ceti popolari. Contro il regime, dal 1968, agisce l’Ejército revolucionario del pueblo di marca trockista e dal 1970 prende corpo il movimento armato dei Montoneros, congiunzione tra frange del cattolicesimo sociale ed elementi della sinistra peronista. Il ritorno della democrazia nel 1973 è un fugace lampo funestato anche dal terrorismo di destra che produce il massacro di Ezeiza (13 morti e 300 feriti) sulla folla festante che accoglie Peron dall’esilio. L’ormai viejo leader torna in patria dopo 18 anni portandosi dietro la sua incongrua miscela di diverse percezioni, tra chi lo ritiene un Mao argentino e chi lo assimila a una versione moderata del dittatore spagnolo Francisco Franco, nel cui Paese Peron ha trascorso la parte finale del suo esilio. L’ultimo Peron non ha più l’abilità di ricomporre le fratture. La sua presidenza dura appena nove mesi e l’1 luglio 1974 un attacco cardiaco gli è fatale. Sostituisce Peron la moglie María Estela Martínez, detta Isabelita, che ricopriva la vicepresidenza. Dal cuore dello Stato si muove un sotterraneo processo disgregatore, una sorta di golpe prima del golpe, a opera del ministro del Benessere sociale José López Rega – iscritto alla loggia P2 di Licio Gelli, ammiratore di Adolf Hitler, referente politico della Triple A (Allianza anticomunista argentina) – un apparato formalmente esterno allo Stato, ma a questo intimamente legato. La Triple A è in gran parte composta da poliziotti e militari ed è guidata dal criminale neonazista Aníbal Gordon. Oltre alle uccisioni e agli attentati terroristici, i taglieggiamenti, le ruberie e i riscatti arricchiscono i componenti e, in particolare, il suo comandante. L’organizzazione è coperta da Isabelita, ma in precedenza anche dallo stesso Peron, secondo lo storico Juan Carlos Marín. Il punto è che, prima ancora del golpe militare, la Triple A avvia la pratica delle sparizioni degli oppositori che, alla fine della seconda settennale dittatura argentina, saranno 30.000. Nei nove mesi della presidenza Peron scompaiono 66 cittadini, che salgono a 1770 nei 20 mesi del mandato di Isabelita Martínez. L’avvento della dittatura militare accelera indiscriminatamente le sparizioni. Il regime vorrebbe estirpare per sempre il seme della ribellione finendo per strappare i neonati alle loro madri, assegnandoli poi a famiglie “sicure”. Da oltre quarant’anni è attivo il movimento delle Abuelas de Plaza de Mayo composto dalle nonne protese alle ricerca dei loro nipoti. Al luglio del 2025 ne sono stati ritrovati 140. La Triple A compie anche attentati attribuendone la responsabilità alle organizzazioni di estrema sinistra, un copione non nuovo, conosciuto anche in Italia con le stragi nere di Piazza Fontana (1969) e della Questura di Milano (1973). Non a caso, alcuni neofascisti italiani (Stefano Delle Chiaie e Pierluigi Pagliai fra questi) risultano attivi nella collaborazione con le polizie politiche cilene, argentine e boliviane. Una complicità superiore proviene dall’”amico” statunitense che pur di rendere l’America Latina “sicura dal comunismo” (o, detto in altri termini, vassalla ai suoi interessi economici) non ha timore di calpestare i diritti umani elaborando l’articolato Piano Condor per la repressione dei movimenti di sinistra, nella più vasta area sudamericana (Cile, Argentina, Bolivia, Paraguay, Uruguay). Una lettura istruttiva su questa vicenda è senz’altro quella degli storici Marina Cardozo e Mimmo Franzinelli Gli artigli del Condor (Einaudi, 2025). L'articolo A 50 anni dalla dittatura in Argentina, mancano ancora all’appello i desaparecidos proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Trump, giù le mani da Cuba!
Il rozzo e nefasto peracottaro che presiede ancora, speriamo per breve tempo, ai destini della principale Potenza dell’Occidente e del corteo di vergognosi servi sciocchi che l’accompagna, compreso il governo italiano, ha avuto recentemente l’ardire di affermare che presto “si prenderà Cuba”. Tale mostra di demenziale arroganza costituisce nuova riprova del fatto che Trump vive in un mondo tutto suo ed è afflitto da delirio di onnipotenza, convinto che la macchina da guerra che guida gli dia il diritto di saccheggiare e bistrattare ogni Stato e ogni popolo. Un individuo del genere è ovviamente pericolosissimo per il genere umano nel suo complesso e se i popoli, a cominciare da quello degli Stati Uniti che si ribella con sempre maggior forza alla sua follia, non lo fermeranno al più presto, andrà a sbattere prima o poi nella guerra mondiale nucleare di cui le sue azioni sconsiderate, insieme a quelle del suo socio del cuore, il criminale genocida Netanyahu, stanno ponendo le premesse. Trump, nonostante il suo vaniloquio tracotante, buono solo per infinocchiare una Meloni o un Milei, costituisce l’espressione vivente del declino inarrestabile e rovinoso degli Stati Uniti. Odia Cuba non solo per compiacere il suo Segretario di Stato Rubio, rampollo di una delle famiglie di latifondisti subcoloniali che la Rivoluzione di Fidel e del Che mandò in esilio oltre sessantacinque anni fa. Trump odia Cuba perché Cuba è il simbolo vivente di una lotta vittoriosa, che dura per l’appunto da oltre sessantacinque anni, per la dignità e l’orgoglio nazionale di un popolo, parole del tutto incomprensibili a soggetti come Meloni, La Russa, il bistecchiere Delmastro Delle Vedove e simili, che pure per ironia della sorte e grottesco paradosso si definiscono patrioti, continuano ad essere chiamati “sovranisti” dalla bizzarra stampa mainstream, e hanno mutuato la propria denominazione dall’inno nazionale composto da un giovane patriota come Goffredo Mameli, morto combattendo nella difesa di Roma e che sicuramente si starà rivoltando nella tomba per avere, sia pure involontariamente, tenuto a battesimo simili figuri. Cuba è il simbolo vivente della lotta contro l’imperialismo e il colonialismo. Fu grazie ai militari cubani che cominciò la fine del regime razzista sudafricano dell’apartheid, sconfitti nell’epica battaglia di Cuito Canavale. Cuba è il simbolo vivente della solidarietà umana, prestata nei fatti da migliaia di medici cubani in decine e decine di Paesi, compreso il nostro ai tempi del Covid e ancora oggi in Calabria. Cuba è il simbolo vivente dell’umanità che il capitalismo alla Epstein, di cui Trump per vari motivi è uno dei massimi portavoce, vorrebbe sopprimere, perché vede negli esseri umani solo possibilità di sfruttamento lavorativo o sessuale, e se non gli servono li massacra, come sta facendo Netanyahu coi Palestinesi e ora anche coi Libanesi. Cuba è il simbolo vivente di una società egualitaria che, nonostante le ristrettezze indotte da un blocco economico che dura da oltre sessantacinque anni, e che Trump ha esasperato trasformandolo anche in blocco militare, continua a costituire un modello alternativo anche per le classi oppresse dell’Occidente, per quei milioni e milioni di statunitensi privi della possibilità di soddisfare i propri bisogni più elementari e per questo costituisce effettivamente una minaccia non già per la sicurezza degli Stati Uniti, ma per la sopravvivenza di un sistema disumano basato su oppressione e sfruttamento. Per tutti questi motivi Trump odia Cuba. Per tutti questi motivi le persone autenticamente libere, oneste e democratiche del pianeta devono amarla e sostenerla. Minacciando di ridurre Caracas come Gaza, Trump ha rapito il legittimo presidente venezolano Maduro e la sua sposa e ha ottenuto temporaneamente la cessazione della fornitura di petrolio venezolano a Cuba. Ma entrambi tali risultati sono stati ottenuti in violazione del diritto internazionale e Maduro e Cilia vanno liberati al più presto così come devono riprendere le forniture di petrolio venezolano a Cuba. Non è infatti ammissibile che sia la legge della giungla a disciplinare i rapporti tra gli Stati perché questa è la strada senza uscita che porta alla guerra mondiale e alla fine dell’umanità. Dobbiamo quindi rafforzare ed estendere la campagna di solidarietà con Cuba con iniziative come la Flotilla Nuestramerica che ha raggiunto l’isola il 21 marzo. Affinché l’iniziativa della società civile sì affianchi a quella degli Stati, con in testa Messico, Russia e Cina, che non intendono sottostare all’odioso ricatto e alle inposizioni dell’autoproclamato dittatorucolo del pianeta. A Roma si terrà, sabato 11 aprile prossimo, una manifestazione di carattere nazionale su questi temi, cui dobbiamo partecipare in massa per gridare a Trump, Rubio e i loro servitori nostrani: giù le mani da Cuba, patrimonio irrinunciabile dell’umanità in lotta per un mondo migliore! L'articolo Trump, giù le mani da Cuba! proviene da Il Fatto Quotidiano.
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