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Crans Montana, Tajani “pretende giustizia” dalla Svizzera ma dimentica i grandi casi italiani
“Pretendiamo solo che si faccia giustizia”. Antonio Tajani lo dice commentando una tragedia avvenuta all’estero. È una frase che funziona sempre: breve, solenne, apparentemente inattaccabile. Proprio per questo, se letta alla luce della storia italiana recente, risulta profondamente stonata. Perché se davvero questo Paese pretende giustizia, qualcuno dovrebbe spiegare come mai, da decenni, la giustizia penale sembra incepparsi regolarmente quando le vittime sono molte e le responsabilità riguardano apparati, grandi aziende, infrastrutture pubbliche, catene decisionali complesse. Basta scorrere la memoria collettiva: Ustica, il Moby Prince, Piazza Fontana, Italicus, Viareggio, il ponte Morandi, il Mottarone, Rigopiano. Storie più o meno lontane nel tempo e diversissime tra loro, ma unite da un copione ormai noto. Processi interminabili, verità parziali, responsabilità che si sfilacciano con il passare degli anni, pene ridotte o prescritte. E quasi mai carcere vero per chi aveva il potere di decidere, prevenire, intervenire. Questo non significa che non ci siano mai state sentenze. In alcuni casi le condanne sono arrivate. Ma il punto politico è un altro: la pena detentiva effettiva, quella che dovrebbe segnare un confine netto tra responsabilità e impunità, resta un’eccezione rarissima. Spesso arriva tardi, quando non serve più a nulla. Altre volte non arriva affatto. Eppure, nello stesso ordinamento, il carcere non è affatto un tabù. Dipende da chi è l’imputato e da quale tipo di conflitto si sta giudicando. Lo dimostra, in modo quasi didattico, il trattamento riservato negli anni al movimento No Tav. Nel dicembre del 2013, dopo un’azione notturna al cantiere di Chiomonte che provocò danni materiali ma nessuna vittima, alcuni attivisti — tra cui Chiara Borgogno — furono condannati a pene pesanti, nell’ordine dei tre o quattro anni di reclusione. Quelle condanne, pur rimodulate nei successivi gradi di giudizio, non sono rimaste sulla carta: mesi di carcere sono stati effettivamente scontati. Non si è trattato di un caso isolato. In altri procedimenti legati alle proteste No Tav, la risposta penale è stata rapida e severa: custodie cautelari, lunghi domiciliari, condanne pluriennali. In alcuni casi si è arrivati persino a riesumare il reato di devastazione e saccheggio, una norma di origine fascista, per fatti che non avevano prodotto né morti né feriti gravi. Anche figure simboliche del movimento, come Nicoletta Dosio, hanno conosciuto direttamente il carcere o misure detentive per iniziative di protesta e atti di disobbedienza civile. Qui sta la contraddizione che rende insopportabile la retorica istituzionale sulla giustizia. Per un’azione di protesta che blocca un’infrastruttura o danneggia un macchinario, la macchina penale sa essere efficiente, determinata, persino esemplare. Per una funivia che precipita, un ponte che crolla, un treno che esplode in mezzo alle case, la stessa macchina si muove lentamente, si inceppa, si arena. Non è una questione di simpatia o antipatia per il movimento No Tav. È una questione di asimmetria strutturale del diritto penale. La giustizia italiana funziona bene quando deve reprimere il conflitto sociale. Diventa improvvisamente fragile e indecisa quando dovrebbe colpire sistemi industriali, grandi opere, responsabilità politiche e amministrative. Per questo frasi come “pretendiamo che si faccia giustizia” suonano vuote. Perché la giustizia, in Italia, non è assente: è selettiva. Colpisce verso il basso, rallenta verso l’alto. E finché continueremo ad accettare questa doppia misura — carcere per chi protesta, impunità di fatto per chi produce stragi — ogni appello solenne resterà quello che è: una posa morale buona per i titoli, pessima per la realtà. L'articolo Crans Montana, Tajani “pretende giustizia” dalla Svizzera ma dimentica i grandi casi italiani proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Manifestazione di Torino: la situazione con questo governo sta degenerando
In esito a questo bailamme scaturito dalla manifestazione di sabato scorso a Torino, mi sono andato a rileggere un’intervista che feci nel 2022 per Altreconomia durante il governo Draghi (appoggiato, si badi bene, anche dalla cosiddetta “sinistra”). L’intervistato era l’avvocato Claudio Novaro, uno dei più quotati avvocati italiani nel campo della difesa (anche) dei cosiddetti “antagonisti”. Il quadro che egli fece fu a tinte molto fosche e dipingeva un potere (di qualsiasi colore politico) che reprimeva anche violentemente qualsiasi manifestazione che contestasse l’ordine costituito. Sicuramente esemplare fu la costituzione a Torino di un apposito pool di magistrati per contrastare le contestazioni contro la grande, inutile, devastante opera che è la Tav Torino-Lione. In proposito, la Procura della Repubblica creò quel “teorema” che individuava addirittura una matrice terroristica nella lotta di contestazione all’opera. “Ci volle l’intervento della Cassazione per smontare quell’impianto accusatorio. In alcuni recenti procedimenti, poi, mi pare che ci sia addirittura un tentativo da parte della magistratura inquirente di qualificare come sovversivo chiunque si contrapponga violentemente alle decisioni della maggioranza parlamentare o del governo democraticamente eletti. Questo significherebbe che qualsiasi forma di protesta nei confronti di legittime decisioni assunte da Parlamento o governo diviene sovversiva se attuata con forme violente. Il che è davvero preoccupante.” A ciò aggiungasi che gli organi di polizia godevano e godono tuttora di una sostanziale impunità. Impunità voluta bipartisan anche perché le forze dell’ordine durante le manifestazioni non hanno un codice identificativo sulla divisa e perciò è pressoché impossibile individuare tra loro i violenti. Questo nonostante che “il 19 settembre 2001, dopo i fatti del G8 di Genova, il Consiglio d’Europa avesse approvato il Codice etico europeo di polizia che, tra le altre cose, invitava gli Stati membri a far sì che nel corso di manifestazioni pubbliche ciascun agente di polizia fosse riconoscibile e identificabile. Nonostante questo, l’Italia non si è mai adeguata”. Così ancora Novaro: “Polizia e una parte della magistratura sembrano quasi non aver metabolizzato che la protesta sociale è del tutto legittima, che accanto alle esigenze di tutela della sicurezza nel corso delle manifestazioni pubbliche vi sono quelle connesse alla partecipazione politica dei cittadini, che costituiscono a loro volta l’essenza stessa del sistema democratico.” Era il 2022 e il quadro era già preoccupante. È sotto gli occhi di tutti che sicuramente con questo governo la situazione sta degenerando. Del resto è un governo il cui primo atto fu una norma per contrastare i rave party… La manifestazione di sabato scorso c’è stata per un atto a monte come la chiusura del centro sociale Askatasuna che non aveva alcuna ragion d’essere, e che potrei definire “una provocazione”. “Negli anni, poi, Askatasuna è diventata, per l’attuale maggioranza politica (a livello locale e nazionale), una vera e propria ossessione, contrassegnata da reiterate richieste di sgombero e da una campagna di criminalizzazione a cui hanno dato sponda le forze di polizia (con frequenti perquisizioni e arresti di suoi aderenti), la Procura della Repubblica cittadina che si è spinta a istruire un processo per associazione a delinquere, dichiarata totalmente inesistente, all’esito del dibattimento di primo grado, dal Tribunale di Torino.” Così Livio Pepino, già magistrato, Consigliere di Cassazione e membro del Csm. Era del tutto scontato che a seguito della chiusura del Centro, ci sarebbe stata una grande manifestazione, e altresì scontato che ci sarebbero stati dei violenti cani sciolti, visto che gli amici di Askatasuna non avevano alcun interesse che la manifestazione degenerasse. Violenti infiltrati, o provocatori, o chissà. Magistratura inquirente infastidita da chi contesta l’ordine costituito; polizia che agisce di conseguenza e indisturbata; e oggi un governo inguardabile nei suoi membri che vuole sopprimere chi si permette di contestare una deriva sicuramente autoritaria. Questo il quadro. Preoccupiamoci. L'articolo Manifestazione di Torino: la situazione con questo governo sta degenerando proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sulle liste d’attesa Gabanelli dà i numeri ma non le cause. Io dico: la sinistra ha ‘bombardato’ la sanità
Lunedì sera, al Tg La7, ho visto il Dataroom – letteralmente “la sala dati” – di Milena Gabanelli sulle liste d’attesa. La cosa che mi ha colpito, ancora una volta (quindi, una sgradevole riconferma), è che sulla sanità il giornalismo è come una macchina ma che cammina con il freno a mano tirato. È un giornalismo evidentemente convinto che per non favorire la destra si devono nascondere i delitti commessi dalla sinistra anche se questi delitti perpetuati mettono in mezzo ad una strada milioni e milioni di persone. La “sala dati” di Gabanelli spiega le statistiche quindi i numeri: quelli delle liste di attesa, della libera professione dei medici, ricordando, genericamente, che negli anni 90 è stata fatta una legge sull’intramoenia. Ma essa è una “sala dati” che non interpreta mai niente cioè in realtà non spiega mai niente. E invece spiego io: nel caso dell’intramoenia – alla quale la Gabanelli attribuisce buona parte dei mali della sanità – siamo di fronte al caso più inquietante di tradimento e di prostituzione politica nel quale la ministra Bindi quindi parliamo di centro sinistra, venendo meno ai suoi doveri costituzionali (art. 32), ha svenduto i diritti dei cittadini ad una sindacato ospedaliero amico (Anaao), concedendogli di fare la libera professione negli ospedali pubblici. Più che una riforma, una controriforma. Gabanelli si limita a dire che, negli anni 90, è stata fatta una legge senza dire neanche chi è stato. Non spiega perché è stata fatta e meno che mai descrive il problema di milioni di cittadini che non avendo i soldi non hanno fatto in tempo ad essere curati neanche negli ospedali pubblici, quelli – per intenderci – che sono morti nelle liste di attesa. Il giornalismo della “sala dati” che ci propone Gabanelli è sicuramente “denotativo” cioè spiega perfettamente i numeri statistici ma in nessun caso è un giornalismo “connotativo” cioè una informazione che, in scienza e coscienza, come diciamo noi in sanità, si prende la responsabilità di una interpretazione. Trovo che Gabanelli, considerata da taluni come la “bocca della verità” della tv, alla fine cada nel paradosso del poliziotto che denuncia i delitti, cioè conta i morti, senza mai trovare i colpevoli. Ma lo spettatore in questo modo è come se fosse imbrogliato, gli si nega il diritto di sapere “perché” oggi non abbiamo più una sanità pubblica ma abbiamo una “privatocrazia sanitaria” e soprattutto “come” sia potuto accadere ciò dal momento che il diritto fondamentale alla salute è sancito in Costituzione come fondamentale (art. 32). Alla fine di che è la colpa se oggi almeno 6 milioni di cittadini – non riuscendo a pagarsi e cure – sono di fatto abbandonati al loro destino? In sanità oggi abbiamo un governo di destra che sta usando le controriforme fatte dalla sinistra (Prodi e Bindi) per distruggere la sanità pubblica e l’art 32. La situazione oggi è quella che mi permetto di definire “sanità come Gaza” quindi una sanità che di fatto è bombardata H24 da circa 30 anni. Secondo voi come dovrebbe stare? Alla fine è ovvio che essa si trovi esattamente come descrive la “sala dati” di Gabanelli: un sistema pubblico raso al suolo. Se la situazione è questa, le soluzioni che cerca la Gabanelli non sono solo ridicole ma sono financo grottesche: l’unica possibilità per salvare la sanità pubblica è smettere semplicemente di bombardarla. Ma per smettere di bombardarla, il Pd dovrebbe ritirare almeno idealmente le controriforma fatte negli anni 90, come gesto di onestà, di coerenza e di amore nei confronti del popolo oppresso. Invece fino ad ora né il Pd né Rosy Bindi l’hanno mai chiesto. Ma se la sinistra che dice di volere la pace e lei per prima non è disponibile a sospendere i bombardamenti, perché mai lo dovrebbe fare la destra che da queste macerie ha tutto da guadagnare? Personalmente penso che la sinistra da questa situazione, a differenza della destra, abbia tutto da perdere. Vedremo. L'articolo Sulle liste d’attesa Gabanelli dà i numeri ma non le cause. Io dico: la sinistra ha ‘bombardato’ la sanità proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Tocca a due ex banchieri centrali strigliare il mondo dopo le spallate di Trump: chissà se con esiti inattesi
Curiosamente è toccato a due ex banchieri centrali dare la sveglia alla politica internazionale, ancora un po’ rintronata dai colpi ben assestati dal bizzarro quasi ottantenne di Washington. Nel suo discorso di fronte alla fortunata élite mondiale che ogni anno si riunisce a Davos, Mark Carney, ora primo ministro canadese ma già governatore della Banca del Canada e della Banca d’Inghilterra, in un audace intervento ha dichiarato solennemente che l’ordine economico mondiale è morto e che le medie potenze economiche devono trovare nuove strade se non vogliono essere preda dei grandi squali, Usa e Cina. A quest’analisi ha risposto Mario Draghi nel suo recente intervento a Lovanio. I due, amici suppongo, sono perfettamente sulla stessa linea di ragionamento: gli Usa sono diventati, inaspettatamente, da alleati una grande minaccia per l’ordine economico mondiale, e bisogna correre ai ripari con nuove e inedite alleanze non solo di carattere commerciale. L’analisi di Draghi però ha una marcia in più, almeno per noi europei. Nelle due posizioni si possono scorgere alcune differenze. Intanto, il Canada non è la Ue, economicamente parlando. Sembra banale ma occorre ribadirlo. La Ue produce un quarto della ricchezza mondiale, e quindi è una super potenza economica. Non così il Canada che ha un Pil di poco inferiore a quello italiano. Quindi opportunamente Draghi ha invitato le nazioni europee ad abbandonare le posizioni attendiste o rinunciatarie nei confronti dell’aggressore Trump. L’economia dell’Unione è pari a quella degli Usa in termini reali, se non superiore dal punto di vista industriale. Anche la Cina, che ci fa tanta paura, è in fondo un paese ancora in via di sviluppo con un reddito pro capite che è una frazione di quello di molti paesi europei. Di conseguenza, la Ue può esercitare un ruolo economico a livello internazionale che al Canada, nei fatti, non è consentito. Di fronte ad una leadership americana che ha perso la bussola, l’Europa deve essere decisa a sostenere le sue ragioni perché il grande debitore non siamo noi. L’esempio cinese ci può insegnare qualcosa. Non abbiamo le terre rare o non siamo grandi compratori di soia, ma qualcosa possiamo fare per spaventare gli Usa di Trump. Insomma, la Ue deve mostrare i muscoli, anche per Draghi. In secondo luogo, e quasi di sfuggita, Draghi ha citato l’euro come una istituzione europea di grande successo. Qui non ne sarei tanto sicuro. L’euro aveva l’ambizione di essere una moneta globale e non una moneta regionale, come di fatto è. Moneta della seconda zona economica mondiale, avrebbe dovuto essere competitivo nei confronti del dollaro risultando una valida alternativa. E invece questo non è successo. Le ragioni di questo fallimento internazionale della moneta unica andrebbero indagate a fondo. Forse la ragione risiede nel fatto che l’Europa non è il fulcro della finanza internazionale che rimane legata alle borse di Londra e di New York. Abbandonando il campo dell’economia, poi Draghi si è spinto molto in là. Ha invitato gli Stati europei ad abbandonare una visione confederale, per abbracciare una visione federale. Questa piccola variazione linguistica ha un impatto enorme perché significa passare da una coalizione di Stati alla formazione di un singolo Stato. Nel suo discorso Draghi ha introdotto l’idea di un federalismo pragmatico. Diventerà questo binomio un tormentone politico come lo sono stati altri? Nella Prima Repubblica binomi celebri erano il centralismo democratico o le convergenze parallele. Nella seconda, mi viene in mente l’autonomia differenziata. Ora siamo arrivati al federalismo pragmatico di Draghi. Se ho capito bene questo pragmatismo ha due dimensioni. Fare quello che si può, da qui l’intonazione pragmatica ma non rinunciataria. In secondo luogo, creare delle istituzioni europee che abbiano un potere effettivo. Evidentemente per l’ex governatore della Bce quelle attuali non sono all’altezza delle sfide poste dall’ottantenne di Washington, e questo è abbastanza evidente un po’ a tutti. Ma in che direzione andare per creare la nuova Ue? La via indicata da Draghi sarà la strada maestra? Lascio a persone più competenti l’analisi del caso giuridico e istituzionale. Personalmente ho sempre pensato, come molti, che il guaio dell’Europa fosse la carenza di partecipazione democratica. In effetti, abbiamo un’Europa degli Stati, ma non un’Europa dei popoli come spesso si ripete. Questo risulta evidenza considerando il ruolo del tutto secondario del Parlamento europeo. Non so se il federalismo pragmatico di Draghi vada nella direzione, giusta ma un po’ utopica, della costruzione degli Stati Uniti d’Europa, data la conflittualità degli interessi nazionali, o invece non sia una scorciatoia per dare ancora più potere a istituzioni scarsamente democratiche, per usare un eufemismo. Aspettiamo il progetto Draghi completo, ma se la nuova Europa nascerà sul modello dell’euro, come sembra far intendere, non credo che si farà un grande passo avanti. Come insegnava Karl Popper, il grande filosofo viennese, nelle scienze sociali quello che spesso realmente conta non sono gli effetti previsti delle proprie scelte intenzionali, ma le conseguenze del tutto involontarie e per questo imprevedibili. Può darsi che la goffa, anche se tragica, spallata trumpiana abbia degli esiti inattesi come quello di portare a un’idea diversa di Unione europea, come pure a un diverso ordine economico mondiale che sappia curare le ferite della globalizzazione. Intanto il duetto dei due ex governatori ha dato il la e vedremo poi come continuerà la musica, di qua e di là dell’Atlantico. L'articolo Tocca a due ex banchieri centrali strigliare il mondo dopo le spallate di Trump: chissà se con esiti inattesi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Quell’angelo doveva restare lì!
Una ventina di anni fa assistetti a una conferenza sul Giudizio Universale di Michelangelo tenuta dal compianto Antonio Cassiano, allora direttore del Museo Sigismondo Castromediano di Lecce. Le opere d’arte sacra, visibili nelle chiese, spiegò Cassiano, comprendono affreschi, quadri, statue, bassorilievi, vetrate colorate, reliquie che, di solito risalgono a tempi in cui i fedeli erano prevalentemente analfabeti e non avevano accesso a libri o ad altre forme d’arte. Lo scopo di quelle opere non era semplicemente decorativo: erano una sorta di “presentazione” che l’officiante utilizzava per mostrare i temi trattati nelle prediche! Dopo averlo sentito, l’ho trovato talmente ovvio. Però non ci avevo mai pensato: lo sapevo ma non sapevo di saperlo. All’epoca, avevo già iniziato a collaborare con Alberto Gennari, un artista leccese che è in grado di trasformare in arte quel che gli chiedo di mostrare, e la storia di Cassiano arrivò come una conferma rivelatrice. In base a questa tecnica comunicativa, ad esempio, ho progettato il percorso espositivo del Museo Darwin Dohrn della Stazione Zoologica Anton Dohrn. Gennari realizzò, su mia indicazione, una tavola per un lavoro scientifico che raffigura i rapporti tra i vari componenti degli ecosistemi marini. Al centro c’è una sfera nera, contenente i cadaveri di tutti gli organismi raffigurati vivi nel resto della tavola. E ci sono frecce nere che li portano nell’orbita della morte. Le frecce gialle rappresentano il flusso di materia da un comparto all’altro. I morti (e i rifiuti prodotti durante la loro vita) vanno verso i batteri, presenti in un’altra orbita, azzurra. I batteri, consumati dai virus, decompongono la materia vivente una volta morta, e la semplificano in materiali più semplici, con i processi di decomposizione. Una freccia bianca, tratteggiata, dai batteri va ai “nutrienti”, sostanze chimiche elementari che arrivano al mare anche attraverso apporti da terra. I nutrienti, grazie all’energia solare, riprendono vita attraverso la fotosintesi, e sono utilizzati da alghe unicellulari: il fitoplancton. I protozoi, unicellulari, possono mangiare i batteri e il fitoplancton. Questa è l’orbita dei microbi ed è alla base di tutto. Da essa partono quattro vie. Una, in alto a destra, è costituita dai microbi stessi, quando monopolizzano l’ambiente con quelle che, ad esempio, chiamiamo maree rosse, causate da dinoflagellati che provocano morie di animali e piante. Per milioni di anni la vita è stata espressa con microbi. Solo dopo si sono evoluti organismi più grandi, con reti trofiche complesse che, però, sempre partono dai microbi. Da questi, infatti, la materia vivente passa agli animali che si nutrono di loro e, a cavallo tra l’orbita microbica e le altre “vie”, c’è un piccolo crostaceo, un copepode, grande mangiatore di microbi. I copepodi sono mangiati dalle larve dei pesci che, una volta adulti, si mangiano tra loro, come mostra una sequenza di pesci sempre più grandi che mangiano quelli più piccoli, e che finisce con un umano che se li mangia. Questa è la via microbi, copepodi, pesci… noi. Una terza via, in basso a sinistra, è costituita dal macrozooplancton gelatinoso erbivoro. Si tratta di animali di cui il pubblico ha poca familiarità (avete mai sentito parlare di taliacei?) ma che, quando sono molto abbondanti, possono mangiarsi tutti i microbi, competendo con i copepodi e, indirettamente, anche con noi. In alto a sinistra troviamo il macrozooplancton gelatinoso carnivoro, che tutti conoscono: le meduse (e anche gli ctenofori, che non conosce nessuno). Loro mangiano i copepodi e le larve dei pesci. Dal nucleo microbico, quindi, partono quattro vie. C’è anche il sequestro del carbonio, nei sedimenti marini. Gennari mi presentò molti bozzetti di quest’opera e gli chiesi di mettere la mia faccia, con la bocca spalancata, che si mangiava i pesci. Disse che gli riusciva difficile e decise di fare un volto umano “standard”. E così fece. Quel volto mi era familiare, mi ricordava qualcuno. Poi, dopo molto, lo riconobbi: era Berlusconi. Ma mi ci hai messo Berlusconi! Dissi ridendo ad Alberto. Anche lui se ne rese conto. Berlusconi era sempre in vista, la sua faccia era dappertutto, e ne era stato influenzato. Secondo me la somiglianza della faccia dell’angelo con quella di Meloni, nella Basilica in San Lorenzo in Lucina, non è voluta. Il sacrestano e decoratore Bruno Valentinetti ha ammesso di essersi ispirato a lei ma io voglio credere che sia stato influenzato dell’esposizione mediatica del volto del presidente del Consiglio e, pensando ad un angelo, gli sia “venuta” proprio Meloni. Sempre a Lecce, sul portale del Duomo, l’arcivescovo Cosmo Francesco Ruppi commissionò un’opera in bronzo e si fece raffigurare assieme a papa Giovanni Paolo II. I due si incontrarono durante una visita apostolica a Lecce il 17-18 Settembre 1994. Contrariamente a Gennari, che non soddisfece la mia vanità, l’artista, Armando Marrocco, accettò la richiesta del committente e lo raffigurò, oltre che col papa, anche con l’Assunzione della Vergine, il martirio dei santi patroni e il popolo dei fedeli (rigorosamente anonimi). Anche quel portale, come la tavola di Gennari, racconta una storia. Sono sicurissimo che, a differenza di Ruppi, Meloni non abbia chiesto di essere raffigurata, e che sia divertita dall’evento. Tornando al Giudizio Universale, Michelangelo vi dipinse una figura che rappresenta Minosse, giudice degli inferi, con le orecchie da asino e, come racconta Vasari, con le fattezze di Biagio da Cesena, il maestro di cerimonie papale che aveva criticato le nudità del dipinto. Il poveretto si lamentò con papa Paolo III, ma il pontefice rispose che la sua autorità non si estendeva all’inferno, così il ritratto rimase. Come avrei sperato che restasse al suo posto quello di Meloni. Peccato! L'articolo Quell’angelo doveva restare lì! proviene da Il Fatto Quotidiano.
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C’ero durante gli anni di piombo e su Torino non mi sento di escludere una strategia
di Stefano Maciocchi Sono vecchio abbastanza per aver vissuto gli “anni di piombo” e della “strategia della tensione”. Anni di depistaggi, di manipolazione della realtà e di strumentalizzazioni. Proprio perché ho visto cosa siano stati quegli anni non mi sento di escludere l’ipotesi che dietro gli “incappucciati” che hanno devastato Torino e picchiato selvaggiamente un poliziotto ci sia la regia di una destra neofascista che mira a screditare la realtà dei centri sociali e, soprattutto, ad indirizzare la pubblica opinione verso leggi liberticide. E’ una strategia antica, adoperata in passato da Mussolini, con le leggi “fascistissime”, promulgate dopo la scia di presunti attentati verso la sua persona, e da Hitler, attribuendo ai comunisti l’incendio del Reichstag. A me sembra che le dichiarazioni dei vari esponenti del governo e della destra, miranti ad allungare lo stato di fermo, abbiano lo stesso olezzo delle strategie precedentemente descritte. Stiamo scivolando, nemmeno lentamente, verso uno stato privo di legalità e democrazia: un neo fascismo senza più camice nere ed olio di ricino ma non meno pericoloso di quello di un secolo fa. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. L'articolo C’ero durante gli anni di piombo e su Torino non mi sento di escludere una strategia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Vannacci lascia la Lega: se fossi in Salvini mi guarderei allo specchio con commiserazione
La delusione espressa pubblicamente da Matteo Salvini per lo schiaffo ricevuto da Roberto Vannacci con l’uscita dalla Lega verso un futuro xenofobo e fascista è penosa e mostra tutta la sua debolezza. Il capo del Carroccio se avesse un po’ di coraggio dovrebbe rimettere il suo mandato e fare autocritica per un’operazione che si può qualificare soltanto con un termine: un fallimento. Da ascrivere soltanto al gran capitano leghista. Si dice che il generale di estrema destra avrebbe detto a Salvini: “Ti voglio bene ma le nostre strade sono diverse”. Poche parole chiare per spiegare che il nostalgico Generale della X Mas ha intenzione di creare un nuovo partito, “Futuro Nazionale”, che si vorrebbe collocare alla destra di Fratelli d’Italia e della Lega. Non vogliamo neppure immaginare quale mostruosità storica e politica verrà partorita da questo salto indietro agli anni bui del ‘900, a questa farsa intrisa di fascismo, razzismo, xenofobia. Ma se il Generale se la ride davanti ai cronisti che vogliono sapere che cosa farà nel prossimo futuro, i colonnelli veneti e lombardi hanno poco da brindare. Si racconta che dalle parti di Luca Zaia si stappa lo champagne. Era prevedibile. Ma per il partito fondato da Umberto Bossi e guidato dallo spericolato Salvini è un colpo durissimo. Altro che brindare! Se fossi in Matteo Salvini comincerei a guardarmi allo specchio con un po’ di commiserazione, sarei assai preoccupato per l’ennesima debacle politica: nonostante il fidanzamento con il Generale, il tentativo disperato di superare a destra Fratelli d’Italia con incursioni verso gli immigrati e l’Europa, la Lega resta inchiodata nei sondaggi elettorali tra il 7 e l’8 per cento e non c’è verso di muoverla da lì. Un disastro clamoroso che il leader del Carroccio si è creato con le sue mani, dando credito al teorico del Mondo al Contrario, tanto da promuoverlo a vicesegretario. Tutto ciò nella speranza di prendere voti a Fratelli d’Italia e tornare ai fasti del 30% di qualche anno fa. Se quelli che hanno votato la Lega posseggono ancora un po’ di lucidità e di memoria, dovrebbero ricordarsi e ricordare al loro leader che lui si è speso tantissimo per Vannacci, illudendosi di tenerlo dentro la Lega con svolte a destra come la remigrazione, l’adorazione di Putin, le cannonate verso Bruxelles e altre pillole velenose di destra. Ma le preoccupazioni non finiscono qui per il riottoso alleato del centrodestra: che fine farà quel mezzo milione di voti che il Generale ha portato alla Lega e che ora cercherà di riprendersi con il simbolo del Futuro Nazionale? La speranza di tutti quelli che hanno a cuore la democrazia e la repubblica antifascista è che il Generale fallisca con i suoi insidiosi progetti, ma se non andrà così i primi a pagarne le spese in termini elettorali saranno i leghisti. Non a caso un esponente di spicco del Carroccio, Claudio Durigon, ha detto al Corsera: “Conto che resti nella Lega, senza se e senza ma, perché tutte le opzioni alternative sono un regalo alla sinistra e quindi un danno per l’Italia”. Evidentemente il Generale non ha accolto quel messaggio accorato. Vedremo come reagirà Giorgia Meloni. Se con la fuoriuscita di Vannacci la presidente del Consiglio potrà sancire il fallimento del tentativo di Salvini di superare Fratelli d’Italia a destra, il capo del governo vedrà indebolirsi lo schieramento di centrodestra a meno che voglia imbarcare nel governo anche il neo partito del Generale. Speriamo di non assistere a un simile horror. L'articolo Vannacci lascia la Lega: se fossi in Salvini mi guarderei allo specchio con commiserazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Basta con l’immagine del povero bimbo malato: ActionAid cambia rotta in Africa e smonta un rapporto di potere
Per decenni, uno dei pilastri morali e finanziari della cooperazione internazionale è stato rappresentato da una formula consolidata: la foto di un bambino, un nome, un villaggio lontano e la promessa che, attraverso una quota mensile, si potesse “cambiare una vita”. Tuttavia, le immagini di minori africani utilizzate per mobilitare le donazioni — pratica nota da anni come poverty porn — non sono affatto neutrali. Producono immaginari, rafforzano gerarchie e raccontano l’Africa come un luogo di privazione, piuttosto che come uno spazio di organizzazione sociale. Il modello del sostegno a distanza, o “sponsor a child”, ha costruito l’identità di molte grandi Ong occidentali attive in Africa, Asia e America Latina. Per mezzo secolo, la figura dello sponsor del “povero bimbo” è stata considerata intoccabile: una formula semplice e rassicurante composta da un bambino, un donatore e una promessa. Questo meccanismo ha funzionato, raccogliendo fondi e costruendo consenso, ma ha anche cristallizzato un’immagine distorta del continente africano: una terra fragile, dipendente e in perenne attesa. Oggi ActionAid, una delle grandi organizzazioni che più a lungo ha incarnato questo modello sin dalla sua nascita nel 1972, dichiara che tale approccio non è più sufficiente. Lo fa con parole che hanno un peso specifico nel mondo della cooperazione: l’obiettivo è “decolonizzare” lo storico programma di sponsorizzazione dal paternalismo, retaggio di un’epoca passata. Non si tratta di accuse esterne, bensì di un’autocritica necessaria. È un passaggio complesso e scomodo, poiché tocca il cuore emotivo della cooperazione internazionale e mette in discussione un sistema che ha garantito entrate stabili per decenni. Per anni il sistema è rimasto immutato: i donatori scelgono un bambino in un Paese povero, ricevendo in cambio aggiornamenti, lettere e fotografie. È tuttavia evidente che permettere di selezionare un bambino tramite una foto generi una relazione asimmetrica. Si definisce un divario tra chi guarda e chi viene guardato, tra chi decide e chi riceve: un nodo che non è solo etico, ma profondamente simbolico. Non è solo una questione di metodo; è, a tutti gli effetti, una questione di potere. Il fulcro della revisione annunciata consiste nello spostare la narrazione degli aiuti dalla compassione alla reale solidarietà. L’obiettivo non è più limitarsi ad “aiutare qualcuno che soffre”, ma collaborare attivamente con movimenti locali, organizzazioni di base e comunità che già lottano per i diritti, l’istruzione e la salute. Questo approccio impone un superamento delle narrazioni individuali, dei ‘volti’ da salvare. In termini di coerenza, ciò dovrebbe tradursi in una drastica riduzione degli investimenti in campagne pubblicitarie e promozione, così come in un ridimensionamento di quegli apparati burocratici che alimentano stipendi privilegiati. Resta però un interrogativo aperto che ogni Ong deve affrontare: i donatori saranno pronti a seguire questo cambiamento? Saranno disposti ad accettare un’Africa meno “commovente”, meno filtrata dai post strategici e furbetti sui social e più marcatamente politica?. Un’Africa meno rassicurante e più complessa? Decolonizzare gli aiuti, infatti, non significa solo modificare i programmi. Significa rinunciare intimamente all’idea di essere al centro della Storia. Perché non lo siamo. L'articolo Basta con l’immagine del povero bimbo malato: ActionAid cambia rotta in Africa e smonta un rapporto di potere proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Lo scomposto agitarsi di Trump accelera il declino Usa: non tutti i mali vengono per nuocere
Non tutti i mali vengono per nuocere. Il regime fascista e razzista di Trump si sta rendendo colpevole di numerosi crimini all’interno e all’esterno delle frontiere degli Stati Uniti, in quanto costituisce l’ineluttabile prodotto della decadenza profonda e incontenibile del sistema politico ed economico che ha dominato il mondo per oltre ottanta anni. Qualcuno si illude, specialmente all’interno della pavida cosiddetta classe dirigente europea, che si tratti di un fenomeno passeggero. Non è così. Profonda e di lungo periodo è la tendenza, che riguarda l’intero Occidente, verso impianti sociali e politici di netta impronta fascista, basati sull’esclusione di settori crescenti della popolazione e la propaganda suprematista volta a mobilitare altri settori contro nemici più o meno immaginari per coltivare di fatto gli interessi di ristrette classi dominanti. Una delle conseguenze del prevalere di questa tendenza è la fine definitiva di ogni comunanza di interessi e di progetti all’interno del cosiddetto Occidente. La progressiva riduzione dei margini di sfruttamento del resto del mondo concessi all’Occidente obbliga gli Stati Uniti ad abbandonare dispendiose funzioni di rappresentanza e tutela generale della classe dominante globale e provoca l’insorgere di nuove conflittualità in seno al campo occidentale. Difficile ipotizzare quali saranno le prossime tappe dell’innegabile e rovinosa decadenza degli Stati Uniti, se cioè ci sarà l’auspicabile cacciata di Trump e della sua cricca da parte di una sommossa popolare, una guerra civile aperta o strisciante, oppure un consolidamento necessariamente precario del regime autoritario trumpiano, con tratti sicuramente fascisti. Quello che è certo è che, nonostante le più o meno invincibili armate mandate a fare vittime e danni in giro per il mondo, si aggraverà progressivamente e inevitabilmente la marginalizzazione degli Stati Uniti sul piano degli equilibri globali. Marginalizzazione accelerata e peggiorata dallo scomposto agitarsi di Trump che minaccia e insolentisce chiunque, senza guardare in faccia a nessuno, si tratti di Canada, Groenlandia, Messico o altri Paesi ancora, purché in qualche modo a suo giudizio collocabili in quella che considera l’area d’influenza statunitense ovvero brandisce l’arma spuntata dei dazi contro chiunque osi disobbedire ai suoi ordini, si tratti di forniture petrolifere a Cuba o della conservazione dei privilegi riservati ai suoi protetti operanti nei settori delle comunicazioni e dell’intelligenza artificiale. Trump oscilla costantemente tra brutalità militare e aperture al negoziato, ma proprio per questo risulta sempre più inaffidabile. Tale situazione impone lo sganciamento immediato e irreversibile dagli Stati Uniti e la chiusura altrettanto immediata della loro alleanza politica per antonomasia, che è la Nato. Si tratta di un imperativo urgente per l’intera Europa, che deve ristabilire rapporti proficui e cooperativi, nel reciproco interesse, con la Russia e con la Cina, smettendo di sperperare risorse per il riarmo e la guerra. Una scelta di comune buon senso che però risulta contraria agli interessi delle lobby armamentistiche per favorire le quali gli scellerati governi europei e italiani praticano il terrorismo propagandistico più sfacciato. Ma si tratta se possibile di un’urgenza ancora più grande per l’Italia, data la sua collocazione strategica nell’area mediterranea che richiede un’attenzione effettiva alla situazione mediorientale e africana, al di là della burla del Piano Mattei, e la fine delle insensate vendite di armamenti a Israele e ai potentati del Golfo ed altri Stati arabi. Superando l’ignobile sudditanza nei confronti degli Stati Uniti sarà possibile porre fine all’inaccettabile complicità del nostro Paese nel genocidio del popolo palestinese ed operare nello spirito dell’art. 11 della Costituzione per realizzare una pace stabile e duratura basata sul pieno esercizio dei diritti di tale popolo in conformità al diritto internazionale. Va impedita l’omologazione dell’Europa al progetto trumpiano che comporta il definitivo asservimento agli Stati Uniti dal punto di vista delle forniture energetiche e di armamenti e la subordinazione totale alle richieste dei Big Five. Cina e Russia non sono nemici ma partner indispensabili per creare un mondo nuovo che superi definitivamente il colonialismo di stampo occidentale ed europeo che ha segnato in modo estremamente negativo gli ultimi cinque secoli di storia dell’umanità. L’inevitabile e incontenibile emigrazione di massa verso l’Europa deve costituire la base di un nuovo rapporto di cooperazione per attuare uno sviluppo comune coi Paesi di provenienza. Dobbiamo dare tutto il sostegno militante e solidale possibile al popolo statunitense in lotta contro Trump e gli assassini nazifascisti dell’Ice. Com’è evidente occorre quindi con urgenza una vera e propria rivoluzione copernicana, per fare finalmente l’esatto contrario di quello che fanno le nostre attuali classi dominanti, europee o, ancora peggio, italiane. L'articolo Lo scomposto agitarsi di Trump accelera il declino Usa: non tutti i mali vengono per nuocere proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ciclone Harry, il governo ha la soluzione: risarcire i meridionali coi loro stessi soldi
Mentre a Niscemi gli edifici continuano a crollare, con oltre 1.300 sfollati senza casa, in uno scenario catastrofico che vede Sicilia, Calabria e Sardegna contare oltre 2,5 miliardi di euro di danni, appare sempre più evidente come la problematica nazionale cesserà di esistere quando il clamore mediatico terminerà. Dopodiché, la questione verrà declassificata come ‘meridionale’ e, quindi, da ristorare coi fondi già destinati ai cittadini del Sud. In altre parole, se il cataclisma fosse avvenuto al Nord, si sarebbero attivati ben altri meccanismi emergenziali e, come già avvenuto, sarebbe stato lo Stato a risarcire i danni. Senza andare troppo indietro nel tempo, per far fronte all’alluvione in Emilia-Romagna, nel 2023, sono stati stanziati oltre 2,5 miliardi di euro per le zone colpite, prevedendo misure straordinarie pur di far cassa. Addirittura s’è autorizzata l’Agenzia delle dogane e dei monopoli ad effettuare estrazioni straordinarie del Lotto e del Superenalotto. E, ancora, s’è introdotto un sovrapprezzo di un euro per l’accesso ai musei statali così come si sono venduti i beni mobili oggetto di confisca amministrativa dell’agenzia delle Dogane. Insomma, per questa catastrofe sono stati tutti gli italiani a mettere mano al portafoglio, com’è giusto che sia. Un po’ come avvenne a seguito dell’alluvione della Valtellina, nel 1987, quando furono stanziati 2.400 miliardi di lire, pari a 1,2 miliardi di euro, un importo con pochi precedenti nella storia. E per i territori colpiti dal ciclone Harry che ha flagellato Sicilia, Sardegna e Calabria? Al momento risultano pervenuti sui tavoli regionali appena 100 milioni, un venticinquesimo dei danni calcolati. Ma non vi preoccupate, perché il governo ha già in mente altre soluzioni, e cioè di risarcire i meridionali coi loro stessi soldi. Un po’ come il gioco delle tre carte. Che significa? Che mentre per l’Emilia Romagna lo Stato è arrivato ad aumentare il prezzo dei biglietti dei musei pur di far cassa, per il cataclisma che ha attanagliato negli ultimi giorni il Sud, con una frana più imponente di quella del Vajont, il governo sembra intenzionato ad utilizzare le risorse del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione. Almeno questo è ciò che ha dichiarato in un’intervista al Corriere della Sera, il presidente della Regione Siciliana Renato Schifani: “Per reperire ulteriori risorse, raccogliendo l’appello della premier, stiamo valutando anche il disimpegno di alcuni fondi Fsc che non hanno rispettato il cronoprogramma”. Per chi non lo sapesse, il fondo per lo sviluppo e la coesione (FSC) rappresenta uno strumento cardine della cornice di politica di coesione che sorregge, in particolare per il Mezzogiorno, un percorso di sviluppo economico, sociale e territoriale che mira a ridurre le disparità storiche tra le diverse aree del paese. Tra l’altro, il suo utilizzo è già vincolato, per l’80%, alle regioni meridionali. Il che significa che l’Esecutivo, anziché utilizzare risorse nazionali per ristorare i danni, vuole far cassa attraverso una dotazione straordinaria (l’FSC) che dovrebbe essere utilizzata per altri scopi, ovvero per ridurre i divari territoriali, e non certo per pagare i danni post-cataclismi. Il quesito è: perché a ristorare l’alluvione dell’Emilia sono stati tutti gli italiani mentre i danni dell’uragano Harry devono essere rimborsati con una dotazione che, per l’80%, è già prevista per il Mezzogiorno e, per di più, destinata a ben altro, ovvero ad assottigliare il gap Nord-Sud? Probabilmente, perché lo Stato non è nemmeno in grado di utilizzare i fondi FSC come dovrebbe. Basti pensare che, analizzando i dati della Programmazione FSC 2021-2027 (aggiornati al 30 giugno 2025), si desume che “rispetto al totale di risorse programmate nell’ambito degli accordi per la coesione, a valere sulla programmazione Fsc 2021-2027 e sul Fondo di Rotazione pari complessivamente a circa 30 miliardi di euro, l’avanzamento in termini di impegni presi ammonta al 12,6%. Analogamente, i pagamenti effettivamente messi in campo sfiorano appena il 3,8%”. E quindi, dato che questa dotazione si usa poco e male, allora è lecito utilizzarla come bancomat di disastri naturali al Sud. Insomma, è evidente che esistono sismi e alluvioni di serie A e di serie B, secondo la latitudine in cui si verificano. L'articolo Ciclone Harry, il governo ha la soluzione: risarcire i meridionali coi loro stessi soldi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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