Il referendum sulle modifiche costituzionali che si è appena chiuso è un
referendum con un’importanza decisamente maggiore di tutti i precedenti, pur
sempre sulla Costituzione, che ci sono stati negli scorsi anni. Questo perché
oggi, nel 2026, viviamo al crocevia di una serie di crisi gravi e convergenti
mai viste prima. Le guerre, la crisi climatica, la rivoluzione dell’Intelligenza
Artificiale con le sue conseguenze sul lavoro e sugli esseri umani. Il
diffondersi di un tecno-populismo che vede uomini sempre più ricchi, tutti
maschi, bianchi e quasi tutti anziani, esaltare da un lato la tecnologia nelle
sue forme estreme e dall’altro aggredire i principi democratici, i diritti
civili, la parità di genere, con una sconvolgente mancanza di empatia. In questo
scenario, buona parte dei cittadini italiani, giustamente accompagnati da paure
di ogni sorta, attraverso questo referendum chiedevano a chi li governa
soprattutto una cosa. Protezione dalle guerre e dai potenti senza empatia e
senza controllo, cioè gestione delle crisi. Un ampliamento delle tutele, sotto
tutti i fronti: tutele pensionistiche, tutele se si fanno figli, tutele se si è
malati o si aspetta per ricevere una diagnosi. Una protezione dei salari, i più
bassi d’Europa, di fronte a una inflazione che sta mettendo in ginocchio il ceto
medio.
Nessuno di questi aspetti è stato messo in pratica dal governo Meloni.
L’amicizia con Trump ha danneggiato profondamente il nostro paese (e si è
ritorta contro il governo); le promesse delle destra sociale si sono infrante di
fronte all’aumento dell’età pensionabile, e a riforme grottesche da poche decine
di euro in più al mese o riservate a pochissimi grazie a criteri escludenti.
Nessuna misura per gli stipendi e nessun aiuto sulle bollette, anche perché
l’unico aiuto possibile sarebbe quello di incentivare le rinnovabili (pur con il
nostro paesaggio più complesso di quello spagnolo) e invece ci hanno per
l’ennesima volta legato mani e piedi alle lobby del gas.
Ecco perché, alla fine, questo referendum, che era sulla giustizia, si è
trasformato nel referendum più politico degli ultimi decenni. Un modo per
gridare, basta, non ce la facciamo, dovete cambiare rotta, troppo grandi sono le
tragiche sfide che dobbiamo affrontare. Un referendum pro e contro il governo (e
d’altronde quest’ultimo è stato il primo a volerlo politicizzare).
In questo quadro, c’è stata un’altra importante novità. Il voto dei giovani tra
i 18 e i 65 anni, con oltre il 60% di no. Questo perché i giovani italiani al
governo entrato in carica nel 2022 chiedevano molto di più. Anzitutto, visto che
ogni giorno viene loro impartita la lezioncina sul merito e sulla necessità di
rispettare le regole, sono stati sensibili in particolare ad alcuni aspetti:
l’avere ministri degni di questo nome. Ministri che lasciano il posto se colpiti
da indagini. Ministri che non abbiano rapporti con i mafiosi. Una meritocrazia
vera e non amici e parenti di bassissimo livello piazzati in posti importanti e
cruciali, qualcosa di veramente insopportabile. Di più: i giovani chiedevano e
chiedono anche una modernizzazione del paese urgente e improcrastinabile,
rispetto ai diritti civili – fine vita, diritti delle persone omosessuali,
parità di genere. Tutti aspetti sui quali tra i giovani e questo governo c’è un
abisso, ormai sono due mondi paralleli, pianeti lontanissimi.
Come ha risposto il governo a queste esigenze? Con una anti-meritocrazia
veramente scandalosa. Con una ossessione sulla natalità di stampo novecentesco,
sbagliata e malposta. Ma anche con l’indifferenza verso diritti civili, ad
esempio il rispetto della sofferenza di chi è gravemente malato e non ce la fa
più, il rispetto, e non la discriminazione, dell’orientamento sessuale. Anche,
il riconoscimento, almeno quello, pur magari nella differenza di soluzioni
ipotizzate, del fatto che abbiamo una crisi ambientale senza precedenti. E che,
altro che ecoansia vista come un problema soggettivo, è qualcosa di oggettivo e
che terrorizza ovviamente chi ha tutta la vita davanti. Sono cose ovunque ovvie,
tranne che qui.
Tanti, dunque, i no che i giovani hanno detto attraverso questo voto. No alla
corruzione, no all’anti-meritocrazia, no al negazionismo climatico, no
all’elogio del fossile che ci uccide, no all’incoerenza delle false promesse, no
alla difesa di un modello di famiglia inesistente. No al rifiuto ideologico
della modernità, no alla strumentalizzazione becera dei casi di cronaca o della
presunta criminalità degli immigrati, che forse ha potuto ingannare qualche
anziano con un titolo di studio basso, ma non un giovane che vive in una città e
magari ha in tasca almeno un diploma, se non di più. No, in definitiva, a un
governo di bassissimo livello, letteralmente impresentabile, incapace di farci
sentire al sicuro di fronte alle minacce sempre più grandi e incapace di portare
l’Italia sul terreno che i suoi cittadini meritano. Un terreno fatto di verità,
giustizia, diritti, un ambiente salubre, politici competenti e comunque degni di
questo nome. Come la Costituzione, appunto, afferma. Una Costituzione, lei sì,
modernissima. I giovani lo hanno capito. E in buona parte anche gli altri. E
questa è una bellissima notizia, nonostante tutto.
L'articolo Tutti i No che hanno detto i giovani (non solo alla riforma) proviene
da Il Fatto Quotidiano.
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Mentre la maratona di Enrico Mentana accompagnava l’inarrestabile cavalcata del
NO al referendum Nordio-Meloni, il solito avvelenatore di pozzi, il cardinale di
Curia Paolo Mieli proseguiva nella sua opera – sorrisetto mellifluo d’ordinanza
– da guastatore di qualsivoglia ipotesi stato nascente di fuoriuscita dallo
stagno maleodorante dove galleggia la politica. L’ennesimo sgambetto a chi
oserebbe disturbare il presente immobile del club a cui il cardinal Mieli si è
iscritto da quando ha capito come “va il mondo”, abbandonando chioma e spiriti
sessantottardi: l’ordine partitocratico, al cui servizio opera come membro
esterno della cosiddetta Casta.
Ecco – dunque – il Mieli novello Iago shakespeariano, manipolatore e consigliere
infido, premurarsi di gettare il seme della discordia nel campo (più fatiscente
che largo) del lasco coordinamento tra i partiti del NO. Sicché l’invito di
Giuseppe Conte, in pieno spoglio referendario, a programmare un percorso per
l’appuntamento elettorale 2027 veniva inficiato dall’apparente automatismo
tecnico della consacrazione a leader dello schieramento vincente di Elly
Schlein; in quanto segretario del Pd, presunta corazzata del fronte
progressista. Il tutto dopo l’iniziale mala parata mieliana di buttare là il
nome del tuttora oggetto misterioso sindaco di Genova Silvia Salis. Ipotesi
bocciata su due piedi da Enrico Mentana, seppure abitualmente molto in linea con
il sopire-troncare dell’improvviso sponsor della singolare ospite in casa
d’altri (il PD dei cacicchi – i Franceschini e gli Andrea Orlando – che
continuano a tenere le chiavi del singolare ostello che ospita i naufraghi di
PCI e DC; e che la neo-segretaria prometteva di accantonare, quando ne sarebbe
presto finita ostaggio in piena sindrome di Stoccolma).
Ma facendo lo sforzo di accreditare Mieli di un’ipotetica buona fede, vale
comunque la pena di ricordare, a lui e a tutti i soci del garden club
partitocratico, ciò che davvero significa la vittoria del NO: stop alla
pervicace invadenza della corporazione trasversale della politica, che presume
di aver ottenuto un’unzione divina con l’accesso al Palazzo del Potere, inteso
come incontrollabilità e – dunque – insindacabilità. Per cui – come ha ribadito
Andrea Scanzi – la contraerea capace di respingere con insperata efficacia la
minaccia nucleare incombente sulla Costituzione degli Stranamore governativi è
nata nel Sociale. Non nel Politico della diafana Schlein e dei compagni dalle
convinzioni ondivaghe. A questo proposito mi permetto di ricordare che su il
Fatto all’epoca diretto da Antonio Padellaro avevo contestato la dichiarazione a
favore delle carriere separate dei magistrati da parte dell’allora responsabile
giustizia PD chiedendogli “perché continui a fotocopiare le tesi dell’avvocato
Ghedini?”. Se la memoria non mi inganna si chiamava Andrea Orlando.
Difatti ben più determinanti per la vittoria sono state voci non provenienti
dalla politica come professione. Per cui, se volessimo seguire l’impostazione di
Mieli che chiamerebbe chi ha vinto il referendum a guidare la nuova “invincibile
armata” (?) liberatrice dalla ultra-destra meloniana, dovremmo rivolgerci ai
testimonial scesi in campo contro l’orda anticostituzionale. E fare i nomi –
primi fra tutti – dei Nicola Gratteri e dei Marco Travaglio. Combattenti di cui
sarei portato a escludere la disponibilità a impelagarsi nella politica
politicante. Sicché, stante l’inguardabilità del personale di governo e
l’inaffidabilità di quello all’opposizione, sarebbe urgente aprire cantieri di
riflessione sulle condizioni di un New Deal della politica; dai criteri di
selezioni alle modalità per organizzare in maniera meno stereotipata il rapporto
tra rappresentanza e partecipazione. Con le indispensabili tabule rase e i
conseguenti, radicali, ricambi. La rinascita della politica a misura di una
democrazia rifondata, senza la quale tra un anno saremo costretti a sorbirci
questa immangiabile ribollita o ritornare al non voto.
L'articolo C’è il tempo per virare il No referendario a rinascita della
politica? proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ho fatto il segretario in questo referendum contro la magistratura e mi sono
divertito un casino, consiglio a tutti di lavorare almeno due giorni all’anno
come il sottoscritto, è salutare, direi illuminante! Avevo una bellissima
squadra: Marco Biffi, il nostro presidente, malinconico, gentile, elegante e
nello stesso tempo sorridente, un uomo che fa a nuoto lo stretto di Messina
(senza ponte per ora) e poi tante altre cose, una gara che si chiama Iron Man,
tutte cose faticosissime, anche una gara nella Torre Allianz, 50 piani di corsa!
Tanta ammirazione da parte mia, io che se arrivo al terzo piano di scale vivo è
già un miracolo! E poi c’era Emma, laureata in matematica, una ragazza sempre
sorridente che mi ha confidato che fa ancora colazione col Nesquik! Nella nostra
squadra c’erano anche Marta e Jacopo. Marta, una studentessa di medicina, piena
di grazia e fascino, che mi ha detto “Ho visto tre autopsie”, e mi sono venuti i
brividi! Se vedo una persona con un ginocchio sbucciato rischio di svenire.
Marta, Marta, ma come fai? Ti ammiro.
Poi Jacopo, un ingegnere elettronico altissimo, dagli occhi azzurri e ridenti,
che ama sciare in Georgia e andare a fare canoa nelle Filippine. Quanta
innocenza meravigliosa in Jacopo mi ha detto che nelle Filippine ha
chiacchierato e bevuto con una ragazza del posto, poi si è offerto di
accompagnarla a casa in motorino e lei gli ha detto “Sono duecento pesos” e lui
ci è rimasto malissimo. Ah, i giovani, che belli! E proprio i giovani ci hanno
salvato da questo colpo di Stato al rallentatore che era la riforma Nordio. Ho
amato ogni ora passata insieme a questo gruppo.
Sono accadute cose leggendarie, pensate che in un’altra sezione hanno fatto
trovare una piccola torta con delle candeline nella cabina elettorale a un
ragazzo che faceva gli anni proprio il giorno della votazione. Quanto mi è
piaciuto dare del lei ai ragazzi che votavano per la prima volta: “Prego
signore, vada a ritirare la scheda dal nostro presidente”. E quanta gentilezza
ho respirato, come sono educati gli italiani quando votano, poi nel traffico si
fanno le corna e si mandano a quel paese, ma davanti alle urne si sente tutta la
solennità del momento, basta chiacchiere, ora parlano i cittadini! E i cittadini
hanno detto un monosillabo fantastico: No. No alla riforma della nostra
Costituzione antifascista da parte di un governo di destra! Giù le mani dalla
nostra bella Costituzione!
Lavorare è bellissimo, due giorni all’anno, massimo tre. Mi sono alzato
all’alba, dio mio, andavo in bicicletta nella mia scuola dove ho fatto le medie,
dove ho baciato per la prima volta in vita mia Monica, la più bella della
classe! E vedevo questa cosa chiamata alba, ma perché nessuno di voi mi ha detto
che esisteva questo fenomeno naturale così stupefacente? Mi alzerò presto la
mattina da oggi, voglio rivedere l’alba, l’alba di un nuovo giorno, l’alba ci è
amica, è come la speranza, solo che è la prima a vivere… e non muore mai,
nemmeno per ultima.
Alle 15 di lunedì finivano le votazioni, abbiamo fatto il conto alla rovescia
come a Capodanno, e poi via, lo spoglio (spogliarello) delle schede tutte verdi
speranza! No, no, no, sì, sì, sì, no, no, e ancora no! Thriller elettorale, per
un attimo ho temuto il peggio, una sequela di sì impressionante ma poi, come una
vertigine d’amore, tanti no, uno dopo l’altro!
Che bello risvegliarsi in un paese ancora democratico, che bella è l’alba. Vi
abbraccio cittadini italiani del no, una carezza di compassione anche per chi ha
votato sì in buona fede, e una nota di merito per tutti i nostri giovani, loro
che vivono ogni alba nel corpo, loro che sono l’incarnazione di un’alba che non
muore mai. W la Costituzione! W la Repubblica!
Sapete, mi è piaciuto così tanto lavorare che, quasi quasi, a 57 anni vado in
cerca di un lav… beh no, adesso non esageriamo Ricky, in fondo sei in età
pensionabile più o meno, che ti metti a lavorare proprio adesso quando tutti
entrano nel meritato riposo in attesa di quello eterno?
L'articolo Ho fatto il segretario in questo referendum e mi sono divertito un
casino: ho pure pensato di cercarmi un lavoro proviene da Il Fatto Quotidiano.
A sera appare sugli schermi Giorgia Meloni, veste color avorio e capelli sciolti
un filo spettinati, come una madonna dell’Annunciazione: “Eccomi, sono la serva
del Popolo, avvenga di me quello che ha detto il referendum…”. Il quadro
immaginario non è estraneo agli eventi, poiché anche i palazzi ecclesiastici
hanno dato un silenzioso contributo al sabotaggio del progetto governativo.
Il risultato di un referendum è fatto di tanti “mattoni” come una costruzione
Lego. Non c’è dubbio che uno di questi sia stato il voto giovanile
prepotentemente orientato verso il No. Egualmente un fattore da tenere presente
è l’impegno della Cei per la partecipazione al voto. Un impegno non gridato, ma
presente sul territorio e insistente. Il cardinale Matteo Zuppi, presidente
dell’episcopato, si è mosso in tempo. Al Consiglio permanente della Cei,
svoltosi a gennaio, ha esortato i cattolici a recarsi alle urne. “La separazione
delle carriere tra pubblici ministeri e giudici e l’assetto del Csm sono temi
che, come pastori e come comunità ecclesiale, non devono lasciare indifferenti”,
ha dichiarato. Naturalmente Zuppi non ha dato indicazioni di voto, ma ha tenuto
a evidenziare che il giusto processo può essere declinato secondo “diverse
possibili realizzazioni storiche e pluralità di opinioni e orientamenti”. Un
modo elegante per mettere in dubbio le certezze proclamate dall’area di
maggioranza.
E intanto, mentre si spendeva per mobilitare quegli elettori che rischiavano di
disinteressarsi di un quesito apparentemente troppo tecnico, il cardinale
lanciava contemporaneamente una frase-chiave: “C’è un equilibrio tra poteri
dello Stato che i costituenti hanno lasciato come preziosa eredità da
preservare”. Chi voleva capire, ha capito.
Per la maggioranza dei vescovi italiani e di molta parte del clero la
Costituzione è tuttora culturalmente una pietra angolare dell’ordinamento
politico-sociale. E se nelle generazioni più anziane è viva la memoria della
fondamentale partecipazione della Democrazia cristiana alla ricostruzione dello
Stato dopo la II Guerra mondiale, nelle generazioni più recenti gioca un ruolo
l’idea di un “buon equilibrio” delle istituzioni nonché l’insofferenza per le
manifestazioni di populismo e sovranismo, che celano pulsioni autoritarie. Le
campagne virulente contro la cosiddetta “malagiustizia” non hanno mai
appassionato i vescovi.
E’ partito così, senza clamori, semmai in maniera sotterranea, un trend di
sabotaggio ad una riforma che a gran parte del personale ecclesiastico è parsa
troppo sgangherata: la magistratura spaccata in due organismi, il bizzarro
sorteggio differenziato per laici e magistrati, l’accrocco dell’Alta Corte…
In questa diffusione lenta ma costante di un clima negativo nei confronti della
legge messa in campo non va sottovalutato – nell’area cattolica, specie
meridionale – la posizione di vecchi leoni democristiani tipo Clemente Mastella
o Cirino Pomicino (mancato qualche giorno fa). L’appello di Mastella “Voterò No,
nonostante vicende personali processuali”, è diventato per una serie di notabili
moderati del Sud un potente antidoto contro lo schieramento del Sì, che agitava
scompostamente i fantasmi di Tortora e Garlasco. Uguale influenza hanno
esercitato le parole di Pomicino che all’inizio dell’anno affermava con
convinzione che la “riforma Nordio finirà per accrescere, e non per diminuire,
il potere a volte senza limiti dei pubblici ministeri”. Diocesi… parrocchie… in
certe situazioni non è necessario fare grandi proclami: basta generare una
tacita sfiducia, un silenzioso rifiuto della novità proposta.
Il passo successivo è consistito nell’annunciata partecipazione del
vicepresidente della Cei, monsignor Francesco Savino, ad un evento per il No,
organizzato da Magistratura democratica. Il vescovo ha poi rinunciato a
intervenire, ma una sua nota ufficiale – pur nel suo linguaggio irreprensibile –
è suonata come una chiara bocciatura della riforma governativa. “Primo:
custodire l’equilibrio tra i poteri dello Stato”, ha scandito Savino, perché
l’autonomia reciproca non è una formalità, ma una garanzia per tutti. “Quando i
poteri smettono di bilanciarsi e di contenersi – ha spiegato – la libertà
diventa fragile e a pagare per primi il prezzo di ogni squilibrio sono sempre i
più deboli, i meno protetti, chi dispone di minori risorse culturali o
relazionali per difendersi”.
Secondo – ha sostenuto il vicepresidente della Cei ( rappresentante per l’area
Sud dell’episcopato italiano) – è necessario “riconoscere che l’indipendenza
della magistratura non è un privilegio di categoria, ma una tutela sostanziale
dello Stato di diritto”. Terzo, la giustizia deve rimanere distante dal potere.
E’ in questa distanza, ha rimarcato il vescovo, che una democrazia “misura la
propria credibilità”. Non c’era da aggiungere altro. Il prevalere
sostanzialmente compatto del No in tutto il Meridione e nelle Isole rivela che
la rete ecclesiale ha fatto il suo lavoro.
Un piccolo, utile “mattone” nella grande costruzione della sconfitta di Giorgia
Meloni.
L'articolo Anche la Chiesa ha messo un ‘mattone’ sul No al referendum: così ha
sabotato il progetto Nordio-Meloni proviene da Il Fatto Quotidiano.
In città respiriamo a metà, con mezzo polmone soltanto. Lo realizziamo in
montagna, quando il torace si dilata per gonfiarsi d’aria, mentre qui serriamo
d’istinto la bocca per non inalare smog. La stessa sensazione che ho provato
ieri, dopo tanto tempo. Di sollievo a metà. Un’euforia floscia come un pallone
bucato. La soddisfazione per la travolgente vittoria del No fatica a farsi largo
nelle viscere attanagliate dall’angoscia. Guardavo le persone scese in piazza,
cercando la mia stessa contentezza ammaccata, soffocata dalla preoccupazione
costante di questi anni. Le bandiere che sventolavano davanti ai miei occhi si
sovrapponevano all’immagine che non riuscivo a togliermi dalla testa, come i
disegni stampati sui vetrini dell’oculista quando, da bambina, andavo a curare
lo strabismo. Le bandiere e le gambette del piccolo Karim bruciate dalla
sigaretta. Karim, un bambino palestinese di un anno, è stato torturato dai
soldati israeliani per estorcere una confessione a suo padre, a un check point
del campo profughi di Al-Maghazi. C’è il referto medico, le foto, i testimoni,
come per molte altre vicende di abusi sui bambini palestinesi. Torturato per 10
ore davanti agli occhi del papà e rilasciato al Comitato Internazionale della
Croce Rossa in stato di shock. Gambette, Bruciature, bandiere, il buco di un
chiodo piantato nella carne. L’orrore al quale assistiamo ogni giorno non ci
abbandona mai, nemmeno mentre esultiamo per la vittoria del No.
Diversi parlamentari di centrosinistra hanno sostenuto il Sì, a fronte di nessun
parlamentare del centrodestra che sostenesse il No. Curioso che a votare con le
destre fossero gli stessi esponenti del centrosinistra in prima linea quando c’è
da richiamare gli elettori al voto utile per fermare le destre (ma quando uno
vuole abolire il Senato, dice che se non gli riesce lascia la politica e poi fa
il senatore io alzo le mani). Il risultato è che ci sono più elettori di
centrodestra che hanno votato No che elettori di centrosinistra che hanno votato
Sì. Un altro grande successo dei terzopolisti e riformisti del Pd, quelli a
favore delle riforme sì, purché della destra.
Non mi stupisce che nel Pd chi si è espresso per il Sì appartenga alla
famigerata “Sinistra per Israele” che si è data il compito di negare il
genocidio e la sua meticolosa pianificazione. Votano nel merito della riforma,
dicono. Me li immagino a comprare acquerelli di Hitler perché era un buon
pittore.
Non so quanti abbiano votato “No” nel merito. So che tanti abbiamo votato “No” a
prescindere dal giudizio negativo sulla riforma. Perché di fronte a Meloni che
si rifiuta di condannare Israele o Trump, a Tajani che il diritto internazionale
vale fino a un certo punto, di fronte a Nordio che libera il torturatore Almasri
accusato di stupro di minori ma denuncia il trauma dei piccoli della casa del
bosco; di fronte a Salvini che ritira il premio “amico di Israele” mentre
assiste al massacro di decine di migliaia di palestinesi, libanesi, iraniani; di
fronte a qualunque rappresentante di questo governo di complici e pavidi che ha
l’ardire di chiedere un voto a conferma del suo operato, non si può fare altro
che piantare un bastoncino tra gli ingranaggi del genocidio. È l’unica mossa
strategica, l’unica opzione morale, l’unica cosa sensata.
Questo hanno fatto i giovani andando a votare: non sono preoccupati di
salvaguardare l’indipendenza della magistratura. Se qualcuno lo è, la vive come
una preoccupazione subordinata di fronte al collasso della democrazia al quale
assiste angosciato, senza che i giudici o il Csm o i giornalisti o i politici,
l’Ue, l’Onu, gli adulti tutti riescano a fermare i responsabili di questo
sfacelo del diritto, della logica, dell’umanità. Non sono preoccupati che la
riforma sia preludio del premierato: considerano già tutto perduto, sono
nauseati, sono sconvolti, sono furiosi.
Quello che per noi è uno spettro – il piano di Licio Gelli, la torsione
autoritaria – per loro è la norma, per loro questo fa chi sta a Palazzo Chigi.
Quali provvedimenti ti aspetti che adotti per migliorare il funzionamento della
giustizia chi resta saldamente alleato di paesi che bombardano a tappeto scuole,
ospedali, ponti, città, case, caffè in riva al mare con tutte le persone che ci
sono dentro?! Cosa vuoi discuterci? Quali riforme vuoi affidare a gente simile?
La fermi e basta, pianti la matita sulla scheda come un bastoncino
nell’ingranaggio e questo è il trionfo del “No”. Un trionfo del “basta”.
L'articolo Non è stato un trionfo del No ma del Basta! Questo hanno fatto i
giovani andando a votare proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Riccardo Bellardini
Una fredda primavera sferza lo Stivale, e un’irruzione artica potrebbe riportare
la neve fin sulla bassa collina. Ma per l’Italia, l’Italia silenziosa, popolo
indomito, oggi è tempo di rifiorire, sull’onda di un tepore che fa sembrar calda
pure quest’aria gelata. L’Italia silenziosa, che s’è risvegliata, e ha urlato un
No potente. Un No all’indecenza. Un No alla storpiatura della Costituzione, di
cui il popolo è ancora innamorato.
Un No a Giorgia Meloni, al suo governo in prima linea per la riforma della
giustizia, trainata dagli slanci alcolici di Nordio, benedetta da Licio Gelli e
Silvio Berlusconi in paradiso, dalla figlia Marina sulla terra, dal delfino
Tajani, conducente impacciato di quella nave che veleggia tra sogni d’impunità,
chiamata Forza Italia, checché ne dica Mulè, questa è una gran batosta,
soprattutto per gli azzurri.
La riforma che aveva tra gli alfieri i giornali, fiancheggiatori instancabili
della Premier, più la Rai ormai granitica televisione della maggioranza al
potere, inondata dai soliloqui dell’agguerrita Giorgia, spacciati per
interviste. Un coro di affabulatori che si avvaleva di sondaggisti sublimi,
pronti a lanciarsi in improvvidi vaticini, come Italo Bocchino, impallinato
dall’ossessione dei dieci punti di scarto a vantaggio del sì, Nostradamus delle
destre, infallibile e sagace, come ha dimostrato l’esito finale. Alessandro
Sallusti, capitano della marcia per la nuova e più limpida giustizia, che
rimbrottava dalla Gruber il direttore Travaglio per la “manina”, il solito fango
della galassia rossa sul sottosegretario Delmastro venuto fuori proprio a
ridosso del voto, tacendo sull’egregio lavoro della stampa libera che aveva
portato alla luce le strette di mano, le società, le cene insieme ai prestanome
dei mafiosi da parte del nostro eroe e delle alte sfere del ministero della
Giustizia, così fu per il caimano, così è stato per Santanchè, così è per Delle
Vedove, più gli affari son loschi, più si sta attaccati alle poltrone. Ma anche
No!
L’Italia non poteva perseverare ancora nel suo sonno. Forse la scintilla
definitiva sono state le ultime menzogne inaudite sparate dalla capa del
governo, che in pieno trip elettorale si è lasciata andare a promesse
inattuabili e a frasi di un’avventatezza allarmante, smentite dai suoi stessi
alleati.
Evoluzioni fisiologiche dei processi spacciate per storture, vedi caso Garlasco.
Sistema giudiziario più efficiente, con smentite clamorose della senatrice
Bongiorno e dello stesso Carletto Nordio, tornato per l’occasione lucido.
Criminali, stupratori, assassini, cannibali, mostri d’ogni sorta in libertà con
la vittoria del No.
Ma l’Italia oggi a me sembra più pulita. E’ stata capace di urlare un No deciso
all’indecenza, con un’affluenza record e un monito proveniente soprattutto dai
più giovani: la menzogna non paga.
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L'articolo Un No deciso all’indecenza. Le menzogne del governo (e dei suoi
fiancheggiatori) non pagano proviene da Il Fatto Quotidiano.
Milioni di grazie, tra questi in prima linea il Fatto, a quanti hanno davvero
speso ogni energia per la vittoria del No e per la tutela della Costituzione
antifascista. Sarebbe, tuttavia, ingeneroso dimenticare il ruolo della
presidente Meloni, del sottosegretario Mantovano, del ministro Nordio, della
signora Bartolozzi, del sottosegretario Delmastro… solo per citarne solo alcuni.
La presidente del Consiglio ha deciso, come Renzi a suo tempo, di scendere in
campo e di chiedere un voto sul governo. Ora dovrebbe seguire le orme di Renzi
che, dopo la sconfitta, decise di salutare. Il ministro Nordio, con la
fedelissima Bartolozzi, hanno evocato complotti, plotoni di esecuzioni,
magistrati paramafiosi. Che Dio ce li conservi per le prossime elezioni
politiche. Mantovano ci aveva spiegato che i cattolici avrebbero votato tutti
Sì, non lo ha ascoltato neppure il cardinal Zuppi. Il presidente del Senato La
Russa ci aveva spiegato che ci sarebbe stato un problema politico solo in caso
di superamento della soglia del 50%, attendiamo sue nuove.
Tra gli sconfitti anche il Polo Rai-Set e alcuni dei più accreditati opinionisti
che avevano rigorosamente previsto la vittoria del Sì. Chiederanno scusa? Cosa
dirà Marina Berlusconi che, dopo aver esortato ad abbassare i toni, ha finto di
non vedere le fucilate sparate dalle reti di famiglia? Cosa diranno da
Telemeloni dopo aver scientemente delegittimato il servizio pubblico? Dopo
Garlasco e le case nel bosco ci parleranno anche di Delmastro? Che dire della
Autorità di garanzia delle comunicazioni che non è riuscita neppure ad imporre
le misure di riequilibrio che aveva deciso?
Il referendum è stato vinto, nonostante i tentativi di broglio politico e
mediatico. Le opposizioni, politiche e sociali, non si illudano, questi brogli
saranno sempre più forti. Questo è il momento per alzare la voce, a cominciare
da una iniziativa davanti alla sede della vigilanza, per porre fine
all’ostruzionismo di maggioranza che ha scelto di imbavagliare la commissione di
indirizzo, per impedire alla presidente – espressa dalle opposizioni – di
svolgere il proprio ruolo.
Se non bastasse, sarà il caso di occupare l’aula, l’impegno per il ripristino
della legalità e della Costituzione deve ripartire dal No agli abusi, ai
bavagli, alle prepotenze.
L'articolo Il referendum è stato vinto, nonostante i tentativi di broglio
politico e mediatico proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Sergio Ciliegi
Io credo che l’alta partecipazione al voto, decisiva sull’esito del referendum,
sia anche una lezione/messaggio per tutti i politici, da destra a sinistra,
nessuno escluso. Quando i cittadini sanno che il loro personale voto conta,
vanno a votare. Se invece percepiscono, non a torto, che il loro voto conta poco
o nulla – come nel sistema elettorale vigente per la Camera, con liste bloccate
che escludono il voto di preferenza, che in pratica assegna un sostanziale
potere di nomina ai capi dei partiti – tendono a non partecipare al voto solo
per confermare scelte già fatte con le liste bloccate, alimentando la
disaffezione al voto politico in generale.
Vedasi, ad esempio, la palese disaffezione al voto politico in Veneto,
certificato dallo scarto tra l’alta partecipazione al voto referendario e la
minore partecipazione al voto per le contestuali elezioni suppletive per la
Camera.
Il prossimo appuntamento di rilievo in Parlamento sarà la legge elettorale. Mi
auguro che tutti i partiti che da destra a sinistra hanno votato e sostenuto
l’abolizione delle preferenze e le liste bloccate della legge elettorale
Mattarella, chirurgicamente mantenute nelle successive, una di centrodestra e
una di centrosinistra, accolgano la lezione del voto referendario e, qualunque
legge elettorale decideranno di varare, ripristinino il voto di preferenza
diretto, la cui eliminazione unita alle liste bloccate, dalla legge Mattarella
in poi, è arduo considerare conforme al principio del suffragio elettorale
diretto dell’articolo 56 della Costituzione.
“La Camera dei deputati è eletta a suffragio universale e diretto…”.
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L'articolo L’affluenza al referendum è una lezione ai partiti: quando il voto
conta, i cittadini partecipano proviene da Il Fatto Quotidiano.
La vittoria del No al referendum è la vittoria della Costituzione del 1948: lo
dicono i sondaggi post voto. Secondo Youtrend, Il 61% dei quasi 14 milioni e
mezzo di elettori che hanno votato No lo hanno fatto per difendere la Carta che
la riforma avrebbe stravolto. Soltanto il 31% di loro ha espresso un voto contro
il governo Meloni. Il 54% degli interpellati ha risposto che Meloni deve
continuare a governare. Sbaglia dunque chi attribuisce alla vittoria
referendaria un significato strettamente politico e addirittura una sorta di
preventiva investitura del campo largo a conquistare il governo del Paese. Guai
quindi a considerare acquisiti al campo progressista i voti che hanno bocciato
la riforma Nordio. Alle politiche si giocherà tutt’altra partita. Gli elettori
di destra che hanno scelto il No usciranno dal campo progressista. Torneranno a
votare per l’attuale maggioranza di governo. La politica è politica, non è
aritmetica.
L’alleanza progressista rimane da costruire. Il punto cruciale lo ha colto
Giuseppe Conte, chiedendo di definire il programma comune di governo entro il
cui perimetro dovranno confluire i partiti che vi si riconosceranno. Da lì, le
primarie di coalizione “per scegliere il candidato o la candidata – ha detto
Conte – che avrà maggiori probabilità di battere la destra”. Si fanno voti che
all’opposizione non si accendano le consuete risse e ci si astenga dai venefici,
pelosi “distinguo”, evitando le mine delle contrapposizioni di carattere
personale. I “riformisti” del Pd (Picierno e soci) che hanno sostenuto
entusiasticamente il Sì prendano atto che Schlein esce rafforzata all’interno
del Pd. Toccherà alla segretaria neutralizzare queste quinte colonne della
destra. O accompagnarle alla porta. Se le ambiguità nel Pd non venissero sciolte
chi è tornato in massa alle urne per il No rientrerà nelle retrovie
dell’astensione. Per dirla facile: Meloni e la destra hanno perso. Il campo
progressista non ha ancora vinto.
La batosta referendaria tuttavia non sarà priva di effetti sul governo. In un
video dai toni sommessi, quasi di scusa, alla Ferragni, Meloni ha detto di aver
preso atto della volontà degli italiani ma che andrà avanti per rispettare il
mandato elettorale che l’aveva issata a palazzo Chigi. Meloni è un’anatra zoppa
e potrebbe valutare persino di anticipare il voto delle politiche. Prima che,
esauriti i fondi del Pnrr e fatti i conti (in rosso) della guerra di Trump e
dell’impennata dei prezzi dell’energia, in autunno l’Italia piombi in
recessione. Nel frattempo dovrà fare i conti con i casi spinosi (Delmastro,
Nordio, Bartolozzi) che hanno messo il piombo alle ali della propaganda per il
Sì. Archiviato il senso profondo della sconfitta referendaria (“la Costituzione
non si tocca. I giudici non devono essere sottoposti al controllo del governo”)
la destra deve valutare che molti italiani non approvano la politica del
governo: Gaza, la guerra di Trump, l’appiattimento dell’Italia agli interessi
degli Usa, l’adesione al piano di riarmo europeo che costerà lacrime e sangue ai
contribuenti. Persino il Sud e i feudi elettorali governati da Forza Italia
(Calabria e Sicilia) nonché Campania e Puglia, rette dal centrosinistra, hanno
voltato le spalle al governo, votando in massa per il No. Come le grandi città
del Nord: a Genova il No è al 64%, Napoli addirittura al 75%. Al Sì sì sono
andate soltanto tre regioni: Lombardia (ma non Milano) Veneto e Valle d’Aosta.
Si inceppa e probabilmente muore il percorso di riforme istituzionali che
sarebbe dovuto culminare nel premierato. Perdono vigore gli interventi di Nordio
sulla giustizia: abolizione del reato di abuso d’ufficio, lo svuotamento del
reato di traffico di influenze (fattispecie di pertinenza di politici e
faccendieri assorti), i preavvisi di arresto e di perquisizione, la stretta alle
intercettazioni, la sostanziale neutralizzazione della Corte dei conti (art 100
della Costituzione), i decreti sicurezza in violazione della Carta (art 16, 17 e
18) che garantisce la libertà di associazione, riunione pacifica ed espressione
del pensiero. Tutto torna in discussione.
Va a picco il disegno tripartito che prevedeva la riforma Nordio della giustizia
imposta da Forza Italia agli alleati, la legge elettorale con premio di
maggioranza sponsorizzata da Fratelli d’Italia come punto di arrivo della
trasformazione del paese sul modello dell’Ungheria di Orban, e infine
l’autonomia differenziata della Lega di Salvini. Entrano in crisi gli equilibri
all’interno della maggioranza. Si prospettano sanguinose rese dei conti. Meloni
non è più imbattibile. Tocca al centrosinistra non sprecare l’ennesima occasione
per tornare a governare il Paese.
L'articolo Referendum giustizia, Meloni e la destra hanno perso. Il campo
progressista non ha ancora vinto proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il verdetto – La mia vignetta su il Fatto quotidiano in edicola oggi
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