A sera appare sugli schermi Giorgia Meloni, veste color avorio e capelli sciolti
un filo spettinati, come una madonna dell’Annunciazione: “Eccomi, sono la serva
del Popolo, avvenga di me quello che ha detto il referendum…”. Il quadro
immaginario non è estraneo agli eventi, poiché anche i palazzi ecclesiastici
hanno dato un silenzioso contributo al sabotaggio del progetto governativo.
Il risultato di un referendum è fatto di tanti “mattoni” come una costruzione
Lego. Non c’è dubbio che uno di questi sia stato il voto giovanile
prepotentemente orientato verso il No. Egualmente un fattore da tenere presente
è l’impegno della Cei per la partecipazione al voto. Un impegno non gridato, ma
presente sul territorio e insistente. Il cardinale Matteo Zuppi, presidente
dell’episcopato, si è mosso in tempo. Al Consiglio permanente della Cei,
svoltosi a gennaio, ha esortato i cattolici a recarsi alle urne. “La separazione
delle carriere tra pubblici ministeri e giudici e l’assetto del Csm sono temi
che, come pastori e come comunità ecclesiale, non devono lasciare indifferenti”,
ha dichiarato. Naturalmente Zuppi non ha dato indicazioni di voto, ma ha tenuto
a evidenziare che il giusto processo può essere declinato secondo “diverse
possibili realizzazioni storiche e pluralità di opinioni e orientamenti”. Un
modo elegante per mettere in dubbio le certezze proclamate dall’area di
maggioranza.
E intanto, mentre si spendeva per mobilitare quegli elettori che rischiavano di
disinteressarsi di un quesito apparentemente troppo tecnico, il cardinale
lanciava contemporaneamente una frase-chiave: “C’è un equilibrio tra poteri
dello Stato che i costituenti hanno lasciato come preziosa eredità da
preservare”. Chi voleva capire, ha capito.
Per la maggioranza dei vescovi italiani e di molta parte del clero la
Costituzione è tuttora culturalmente una pietra angolare dell’ordinamento
politico-sociale. E se nelle generazioni più anziane è viva la memoria della
fondamentale partecipazione della Democrazia cristiana alla ricostruzione dello
Stato dopo la II Guerra mondiale, nelle generazioni più recenti gioca un ruolo
l’idea di un “buon equilibrio” delle istituzioni nonché l’insofferenza per le
manifestazioni di populismo e sovranismo, che celano pulsioni autoritarie. Le
campagne virulente contro la cosiddetta “malagiustizia” non hanno mai
appassionato i vescovi.
E’ partito così, senza clamori, semmai in maniera sotterranea, un trend di
sabotaggio ad una riforma che a gran parte del personale ecclesiastico è parsa
troppo sgangherata: la magistratura spaccata in due organismi, il bizzarro
sorteggio differenziato per laici e magistrati, l’accrocco dell’Alta Corte…
In questa diffusione lenta ma costante di un clima negativo nei confronti della
legge messa in campo non va sottovalutato – nell’area cattolica, specie
meridionale – la posizione di vecchi leoni democristiani tipo Clemente Mastella
o Cirino Pomicino (mancato qualche giorno fa). L’appello di Mastella “Voterò No,
nonostante vicende personali processuali”, è diventato per una serie di notabili
moderati del Sud un potente antidoto contro lo schieramento del Sì, che agitava
scompostamente i fantasmi di Tortora e Garlasco. Uguale influenza hanno
esercitato le parole di Pomicino che all’inizio dell’anno affermava con
convinzione che la “riforma Nordio finirà per accrescere, e non per diminuire,
il potere a volte senza limiti dei pubblici ministeri”. Diocesi… parrocchie… in
certe situazioni non è necessario fare grandi proclami: basta generare una
tacita sfiducia, un silenzioso rifiuto della novità proposta.
Il passo successivo è consistito nell’annunciata partecipazione del
vicepresidente della Cei, monsignor Francesco Savino, ad un evento per il No,
organizzato da Magistratura democratica. Il vescovo ha poi rinunciato a
intervenire, ma una sua nota ufficiale – pur nel suo linguaggio irreprensibile –
è suonata come una chiara bocciatura della riforma governativa. “Primo:
custodire l’equilibrio tra i poteri dello Stato”, ha scandito Savino, perché
l’autonomia reciproca non è una formalità, ma una garanzia per tutti. “Quando i
poteri smettono di bilanciarsi e di contenersi – ha spiegato – la libertà
diventa fragile e a pagare per primi il prezzo di ogni squilibrio sono sempre i
più deboli, i meno protetti, chi dispone di minori risorse culturali o
relazionali per difendersi”.
Secondo – ha sostenuto il vicepresidente della Cei ( rappresentante per l’area
Sud dell’episcopato italiano) – è necessario “riconoscere che l’indipendenza
della magistratura non è un privilegio di categoria, ma una tutela sostanziale
dello Stato di diritto”. Terzo, la giustizia deve rimanere distante dal potere.
E’ in questa distanza, ha rimarcato il vescovo, che una democrazia “misura la
propria credibilità”. Non c’era da aggiungere altro. Il prevalere
sostanzialmente compatto del No in tutto il Meridione e nelle Isole rivela che
la rete ecclesiale ha fatto il suo lavoro.
Un piccolo, utile “mattone” nella grande costruzione della sconfitta di Giorgia
Meloni.
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sabotato il progetto Nordio-Meloni proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Non c’è solo la Corte Suprema a contrastare negli Stati Uniti la spinta di Trump
a stabilire un regime di governo autoritario, fondato sul plebiscito elettorale.
Contro l’assolutismo del “presidente Maga” comincia a stagliarsi un soggetto
forse ancora più incisivo sul piano degli equilibri sociali: la Chiesa
cattolica.
Steve Bannon, ideologo del trumpismo, aveva definito da subito l’elezione di
Leone XIV una “pessima scelta”. Perché la cultura e la sensibilità sociali di
Prevost si contrappongono inevitabilmente agli impulsi illiberali del
presidente. “La mia stessa storia è quella di un cittadino, discendente di
immigrati, a sua volta emigrato”, dichiarò Leone appena eletto al corpo
diplomatico in Vaticano. Indicando un caposaldo del suo pontificato: “Ciascuno
di noi, nel corso della vita, si può ritrovare sano o malato, occupato o
disoccupato, in patria o in terra straniera: la sua dignità però rimane sempre
la stessa, quella di creatura voluta e amata da Dio”.
Papa Prevost ha confidato peraltro agli intimi di non volere ergersi in pubblico
ad avversario del presidente connazionale. La sua impostazione religiosa e
sociale sta fornendo tuttavia ai vescovi americani una forte copertura nel
contrastare pubblicamente le politiche di Trump. E se la Corte Suprema può anche
essere ondivaga, nel senso di dare qualche volta una giustificazione giuridica
alle aspirazioni del presidente (si veda il tema dell’immunità), mostrandosi
invece altre volte contraria (come nel caso dei dazi), l’opposizione dei vescovi
sta procedendo invece in crescendo.
Tema cruciale è quello – caldissimo negli Usa – del trattamento degli immigrati
irregolari. Negli ultimi mesi vi è stata un’escalation da parte della conferenza
episcopale. Quando a novembre i vescovi elessero il loro nuovo presidente, mons.
Paul Coakley di Oklahoma, votarono un appello fortemente emotivo contro l’ondata
di retate messe in atto – nel tripudio di Donald Trump – dall’ormai famigerata
Ice, la polizia di frontiera. In modo unanime (216 voti a favore, 5 contrari, 3
astenuti) i presuli si dissero turbati, rattristati, preoccupati e addolorati
per il clima di “paura ed ansia” diffuso “tra la nostra gente”, per la
denigrazione degli immigrati, le decisioni arbitrarie, l’angoscia dei “genitori
che temono di essere trattenuti mentre accompagnano i loro figli a scuola”.
Il mese scorso ha aggiunto un carico da undici il vescovo Brendan Cahill,
presidente del comitato per le migrazioni dell’episcopato Usa, condannando
l’intenzione del governo di ammassare “migliaia di famiglie” in centri di
internamento. Qualcosa, ha detto, che dovrebbe “mettere alla prova la coscienza
di ogni americano”.
Intanto si sono mossi congiuntamente i rappresentanti dell’episcopato
latinoamericano, statunitense e canadese per esigere dalle autorità governative
“politiche che salvaguardino la vita, i diritti e la dignità dei migranti” (pur
nel rispetto di norme di regolamentazione). La questione, per Trump che fra
pochi mesi dovrà impegnarsi nelle elezioni di medio termine, è altamente
politica. Il margine con cui vinse le ultime presidenziali era minimo: 49,8 per
cento per lui, 48,4 per Kamala Harris. Contò molto lo spostamento di voti a
favore dei repubblicani, attuato da percentuali di elettorato ispanico
tradizionalmente filo-democratico, ma all’interno del quale erano presenti fasce
di elettori intenzionati a difendere il relativo benessere raggiunto impedendo
l’arrivo di altri immigrati, disponibili a salari sempre più bassi.
La caccia all’immigrato ha però destabilizzato parte di questo elettorato
ispanico, colpito direttamente o allarmato dalle retate indiscriminate contro
parenti, amici, connazionali, “catturati” dall’Ice anche quando lavorano
onestamente, pagano le tasse e non commettono reati. Il voto ispanico sarà
importante nelle elezioni di novembre. Così come il voto cattolico. Anche qui
Trump nel 2024 era riuscito a fare potentemente breccia: il 56% dei cattolici
aveva votato per lui e solo il 41 per la candidata democratica. Il trend era in
linea con l’orientamento prevalentemente conservatore degli stessi vescovi. Un
porporato europeo, che aveva incontrato Prevost quando era ancora cardinale, gli
aveva detto: “So che siete 50 a 50, spaccati” (riferendosi al rapporto tra
conservatori e riformatori bergogliani). Al che Prevost aveva risposto: “Magari!
La realtà è 60 a 40”.
Anche qui la politica trumpiana di tagli alle spese sociali e l’aggressività nei
confronti degli immigrati sta cambiando il panorama. Gli ispanici rappresentano
una quota importante dei fedeli cattolici, le iniziative di assistenza sociale e
di solidarismo costituiscono una componente caratteristica della presenza
istituzionale della Chiesa cattolica e quindi molti vescovi, anche se
antiabortisti e contrari alle tematiche gender e tendenzialmente conservatori,
si ribellano a una politica insensibile al bisogno di giustizia.
L’ultima mossa anti-Trump dell’episcopato prende in questi giorni di mira la
decisione del presidente di negare la cittadinanza americana ai bambini nati in
Usa da immigrati irregolari. Sarebbe la rottura di una prassi risalente
all’istituzione degli Stati Uniti e i vescovi si sono appellati alla Corte
Suprema contro un progetto definito “immorale” perché colpirebbe neonati
innocenti con una “punizione oltraggiosa”.
Dover fronteggiare una Chiesa cattolica irritata e un’opinione pubblica
contraria all’attacco contro l’Iran (solo il 27 per cento degli americani
l’appoggia secondo il sondaggio Reuters-Ipsos) è un campanello d’allarme per The
Donald.
L'articolo Contro l’assolutismo di Trump, dopo la Corte suprema, si staglia
anche la Chiesa cattolica proviene da Il Fatto Quotidiano.
Diciotto cammei per presentare alcuni personaggi biblici e santi. È ciò che ha
realizzato il cardinale Fernando Filoni, gran maestro dell’Ordine Equestre del
Santo Sepolcro di Gerusalemme, nel suo ultimo e avvincente libro intitolato I
miei giorni sono nelle tue mani (San Paolo). Esso contiene il ritratto di alcuni
dei più noti uomini e donne che hanno ascoltato la voce di Dio nelle loro vite.
Un testo prezioso soprattutto in un’epoca, come quella attuale, alla ricerca di
spiritualità. Il porporato ha così voluto offrire ai lettori, credenti e non,
una bussola per orientarsi con grande agilità tra personaggi biblici e santi che
hanno ancora molto da dire all’uomo contemporaneo. Un libro che vuole
contribuire a dare una risposta alle grandi domande sul senso della vita.
Come, infatti, insegnava san Giovanni Paolo II nella sua penultima e monumentale
enciclica, Fides et ratio, “un semplice sguardo alla storia antica, d’altronde,
mostra con chiarezza come in diverse parti della terra, segnate da culture
differenti, sorgano nello stesso tempo le domande di fondo che caratterizzano il
percorso dell’esistenza umana: chi sono? Da dove vengo e dove vado? Perché la
presenza del male? Cosa ci sarà dopo questa vita? Questi interrogativi sono
presenti negli scritti sacri di Israele, ma compaiono anche nei Veda non meno
che negli Avesta; li troviamo negli scritti di Confucio e Lao-Tze come pure
nella predicazione dei Tirthankara e di Buddha; sono ancora essi ad affiorare
nei poemi di Omero e nelle tragedie di Euripide e Sofocle come pure nei trattati
filosofici di Platone ed Aristotele. Sono domande che hanno la loro comune
scaturigine nella richiesta di senso che da sempre urge nel cuore dell’uomo:
dalla risposta a tali domande, infatti, dipende l’orientamento da imprimere
all’esistenza”.
Nel libro, Filoni scrive che “tutta la storia della salvezza è toccata dalla
santità di Gesù: dalle grandi figure patriarcali e profetiche dell’Antico
Testamento a quelle che gli vissero storicamente accanto (anzitutto Maria, la
quale nella previsione dei meriti di Cristo fu preservata dalla caducità del
peccato), fino a quelle di oggi; lo dico pensando a quella Chiesa che ha come
tesoro il mistero di Cristo, il cui riverbero è presente in coloro che compiono
la sua volontà ‘nel timore di Dio’. Così in essi, Cristo, secondo le suggestive
parole di Giovanni Papini, ritorna frequentemente tra noi nelle persone che si
lasciano da lui sedurre, ne vivono il Vangelo di santità e lo incarnano nei
giorni della loro vita mettendoli con fede nelle mani del Signore e dandogli la
loro disponibilità affinché sia lui il vasaio che modella la loro storia”.
Il porporato sottolinea che “seguendo il fil rouge di queste pagine, dunque, si
potrà notare che esso riannoda gli inizi della rivelazione con Cristo e poi via
via fino a noi; e noi possiamo continuare questo ‘racconto’ attraverso uomini e
donne di Dio che hanno prolungato nel tempo il dono della presenza santa di
Gesù, lui che è la sorgente della santità”. Filoni parte da alcune delle figure
più celebri del Vecchio Testamento: Abramo, Mosé ed Ezechiele. Si sofferma poi
su quelle principali del Nuovo Testamento: Maria, san Giuseppe, i magi, san
Giovanni Battista, santa Maria di Magdala, Nicodemo, Giuseppe d’Arimatea, san
Pietro e san Paolo. Per giungere, infine, a diversi santi molto amati:
sant’Elena, sant’Agostino d’Ippona, san Francesco d’Assisi, san Tommaso
d’Aquino, san Charles de Foucauld, santa Edith Stein e santa Teresa di Calcutta.
Un testo utilissimo per scoprire o riscoprire tante importanti figure che hanno
segnato il cristianesimo, soprattutto in un periodo, come quello attuale,
dettato dall’indifferenza religiosa. Uomini e donne che hanno testimoniato la
coerenza della loro fede, seppure tra moltissime difficoltà, e che sono stati
indicati come modelli di santità e di vita evangelica. Il libro del cardinale
Filoni è rivolto davvero a tutti: a chi vuole approfondire e meditare la
conoscenza di questi personaggi biblici e santi e a chi è in ricerca ed è
desideroso di trovare una risposta credibile alle grandi domande sul senso della
vita. Un volume da leggere anche in preparazione al Natale.
L'articolo I miei giorni sono nelle tue mani: il nuovo libro del cardinale
Filoni per riscoprire la spiritualità proviene da Il Fatto Quotidiano.