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“La gente guardandomi pensa che io sia un’attrice o una escort. La copertura più efficace? Il mio compagno”: la numero uno di Europol Klara Murnau svela tutti i segreti di una vera detective
“La gente guardandomi pensa che io sia un’attrice… o una escort!”. Bionda, avvenente, appassionata di moda e fidanzata con un direttore d’orchestra, Klara Murnau passa ovunque inosservata. La più esperta e richiesta investigatrice privata italiana nasce da un equivoco. Quarantaquattro anni, cagliaritana di nascita, un accento che tradisce le origini ma che si è impastato con le lingue del mondo, e un aspetto che è la sua prima, perfetta bugia. Klara Murnau non ha la faccia da detective, o almeno non quella che ci ha insegnato la letteratura hard boiled. E proprio questo è il suo superpotere. Si, perché Klara è nientemeno che la numero uno di Europol, l’agenzia investigativa più importante d’Italia (87 agenti su tutto il territorio) che opera a livello internazionale. Il segreto? Non nascondersi nell’ombra, ma nascondersi in piena vista. “Molto spesso mi dicono: “Ma ti vedono!”. Ma no. Perché una persona dovrebbe pensare che una ragazza vestita alla moda, o in tuta col cane, la stia seguendo?”. È la banalità che ti rende invisibile. Quando la chiamiamo è a Vienna, in un momento di pausa tra un’indagine e l’altra. Il 6 febbraio esce per Baldini+Castoldi il suo primo libro, Better Call Klara. Non un manuale accademico (“L’università investigativa è una stronzata, meglio studiare legge o fare la gavetta”), ma un “libro da aeroporto”, scritto in una settimana di isolamento a Tokyo con la facilità di chi padroneggia la materia. Dentro ci sono vent’anni di carriera distillati, nomi cambiati, città invertite per tutela della privacy (“Se leggete Parigi magari era Milano, se vedete una donna era un uomo”), ma la sostanza è vera. Tutto iniziò per un paio di occhiali di Chanel. Nessuna vocazione precoce, nessuna passione per il giallo. Il primo caso arriva per caso, durante l’università: “Vivevo a Roma e studiavo Lingue all’università. La mamma del mio migliore amico era una detective privata e un giorno mi disse che avevano bisogno di una figura particolare per un’indagine”. Lei parla francese, ha 24 anni, è insospettabile. Le propongono di provare: “Io ero una ragazzina. Volevo comprarmi un paio di occhiali di Chanel che andavano di moda in quegli anni ma non avevo il coraggio di chiedere i soldi a mia madre. Ho detto: vabbè, un lavoretto extra, proviamo”. Funziona. Funziona fin troppo bene: “La mia copertura funzionò e mi pagarono bene, molto più di quanto potessi immaginare. E così ho continuato”. Da allora, ha affrontato circa duemila missioni. Undercover, appostamenti, indagini. “Ho fatto la fioraia, la commessa, ho lavorato in banca all’ingresso”. Si è finta designer per recuperare un prezioso quadro con un ritratto di famiglia, si è infiltrata al Festival di Cannes e ha scoperchiato la” mafia delle pompe funebri”. Si è lanciata all’inseguimento tra Vienna e Seoul di un ex socio di un’azienda che ha rubato brevetti di intelligenza artificiale e, racconta, “ora in Corea del Sud mi hanno dedicato un profumo legato proprio a questo caso”. La sua forza è la versatilità. “Ho sempre voluto essere tutti e alla fine questo lavoro è un po’ come fare l’attrice, solo che è buona la prima. Se sbagli, sbagli davvero”. Dimenticate, però, i film di spionaggio con software magici. “Il mio attrezzo del mestiere è la testa”, spiega. La legge sulla privacy è ferrea: niente intercettazioni WhatsApp (“Se vi chiedono 500 euro per dei messaggi, vi stanno truffando”), niente GPS senza autorizzazione. L’investigatore si muove in un campo minato dove l’etica è l’unica bussola. Tutti cercano Klara: star del cinema, grandi aziende, multinazionali, ma anche l’amante tradita, l’anziano incappato in una truffa sentimentale sui social o il padre che rischia di vedersi sottratti i figli. Eppure nell’ambiente risuonano spesso i suoi “no”: “Rifiuto tutte le indagini che nascono dalla vendetta o dalla paranoia. E quelle dove capisco che chi le richiede ha disturbi mentali o anche solo segnali di instabilità. Non voglio creare altri danni”. Lo dice senza moralismi, per esperienza. All’inizio della carriera ha subito stalking da parte di un cliente: “Da allora ho capito che dire no è parte del lavoro e che i soldi non sono una motivazione sufficiente. Prima di tutto c’è l’etica”. Ma non sempre però il confine tra ciò che è legale e ciò che è giusto coincide. Il caso che l’ha segnata di più non è nel libro. Un’indagine industriale, nel Nord Italia: al centro c’è un brevetto per una macchinario innovativo che avrebbe permesso all’azienda di tagliare il personale. “Mi hanno mandata undercover in fabbrica. Lavoravo fianco a fianco con gli operai. Famiglie vere, tanti ragazzi giovani: “Sugli armadietti avevano appeso i poster dei calciatori, molti tenevano le foto dei figli accanto alla propria postazione”. Il suo compito era scoprire chi avesse manomesso il macchinario. “Se l’avessi certificato, quella persona sarebbe stata licenziata. E poi avrebbero licenziato tutti gli altri”. Uno dei sospettati, un signore del Sud, le regalò delle spugne di mare naturali: “Mi ha fatto male pensare che ero lì a capire chi aveva manomesso la macchina per farlo licenziare. Quelle spugne le ho ancora”. Klara si ferma qui: “Vi racconto il caso, non la fine”. Ma basta per capire che la verità, a volte, non coincide con ciò che è giusto. Ha mai rischiato la vita? “Sì, soprattutto quando ero giovane. Non per coraggio, ma per incoscienza”. Racconta di notti passate in case di sconosciuti, documenti recuperati all’alba, uomini poco raccomandabili: “Oggi mi rendo conto che ho avuto tantissime botte di culo, si può dire?”. Non è James Bond e il suo lavoro non è come nei film, lo ripete spesso. Ma il pericolo esiste, è concreto. E cresce quando tocca interessi grossi. La prima volta che è stata fermata non l’ha più dimenticata: “Lavoravo a Vienna a un’indagine molto grande e stava andando benissimo”. Poi, all’improvviso, lo stop. “Mi hanno pagata e mi hanno detto di non continuare. Non mi era mai successo”. Vienna, spiega, è “la città delle spie”: ultimo avamposto occidentale prima della grande Russia, capitale di facciate e silenzi. “Qui la verità, a volte, è meglio lasciarla dov’è”. Figlia di un papà appassionato di storia (“Il tipo da Daddy Jokes che non fanno ridere”) e di una madre “super pop” amante della tv, Klara è cresciuta cercando la verità, influenzata dalle letture di Rimbaud nelle estati francesi. Oggi quella verità la cerca tra Vienna e il resto del mondo, protetta dalla copertura più banale ma efficace di sempre: l’amore. Il suo compagno, Sascha, è un direttore d’orchestra austriaco che viaggia sempre in giro per il mondo: “Lui è stato una manna dal cielo. Tutti dicono: “Ma viaggi tanto con Sascha?”. Sì, ma anche no. È una copertura bellissima”. L'articolo “La gente guardandomi pensa che io sia un’attrice o una escort. La copertura più efficace? Il mio compagno”: la numero uno di Europol Klara Murnau svela tutti i segreti di una vera detective proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Smascherare un narcisista patologico in 13 mosse. “Il potere della psicologia nera” svela come proteggersi da soprusi, raggiri, trame e violenze
“Se vi è capitato di sentirvi a disagio di fronte a un atteggiamento o a una richiesta – nelle relazioni, sul lavoro, ovunque – senza capirne davvero la ragione, è piuttosto probabile che vi siate trovati ad affrontare una tecnica di manipolazione”. Esperta di fama internazionale di linguaggio del corpo, comunicazione non verbale e psicologia della leadership, con consulenze del più alto livello in tutto il mondo, Lena Sisco spiega che è più comune di quanto si pensi imbattersi in quella branca della manipolazione mentale che gli studiosi definiscono psicologia nera. “Si tratta dell’uso strategico di tattiche psicologiche per sfruttare, controllare e danneggiare gli altri. Potrebbe sembrarvi un po’ esagerato, ma è presumibile che l’abbiate già incontrata. Magari è seduta accanto a voi al lavoro, vi sorride dall’altra parte di un tavolo a cena, oppure si annida nei messaggi della vostra app di incontri. Coloro che la usano come arma, più o meno consapevolmente, sono spesso discreti, se non addirittura affascinanti, ed è questo uno degli aspetti insidiosi: abbiamo la tendenza a fidarci delle persone che sembrano sicure di sé, ma non sempre quella sicurezza è segno di buone intenzioni”. Condensato di due decenni di studi e considerato “un salvavita per il nostro quotidiano”, Il potere della psicologia nera, il bestseller di Sisco che esce ora in Italia per Libreria Pienogiorno, illustra, con ricchezza di esempi pratici, il suo metodo per smascherare bugiardi e manipolatori (e al tempo stesso per utilizzare al meglio e a proprio vantaggio le armi della persuasione). “Avere a che fare con la psicologia nera non significa necessariamente ritrovarsi invischiati in uno scenario drammatico che ci stravolge l’esistenza. Può iniziare o anche continuare su una scala minore. Magari avete già notato degli impercettibili campanelli d’allarme: un partner che vi accusa di continuo, un amico che vi manipola facendo leva sul senso di colpa, un capo che pretende troppo in cambio di troppo poco. Se qualcuna di queste situazioni vi suona familiare, sappiate che non siete soli”. Riconoscere e smascherare questi comportamenti, prestando particolare attenzione a gesti, parole e specifiche modalità espressive che possono essere particolarmente rivelatori di una menzogna o di un tentativo di condizionamento, è il primo passo per proteggersi da soprusi, raggiri, trame, a volte addirittura violenze, conclude Sisco, e al tempo stesso evitare che ansia, dubbio, sfiducia e insicurezza avvelenino le nostre esistenze e creino malessere e infelicità. “Lo scopo del mio libro è fornire gli strumenti per individuare le manovre oscure di manipolatori, bugiardi, ingannatori in incognito, di ogni tipo e in qualsiasi contesto: per comprendere di chi potersi davvero fidare, per ridimensionare richieste colpevolizzanti, o per gestire il lavoro e gli affari stando alla larga da chi vorrebbe farci prendere cattive decisioni. Insomma, divulgare le strategie per proteggersi, per reagire quando è necessario e per riprendere in ogni occasione il controllo della propria vita, intavolando relazioni e discussioni chiare ed efficaci”. LE TREDICI MOSSE Per gentile concessione, pubblichiamo di seguito un condensato delle tredici mosse strategiche per difendersi da bugiardi e manipolatori, tratte da Il potere della psicologia nera: 1. Fidatevi dell’istinto: rafforzate la consapevolezza dei comportamenti ingannevoli, subdoli e manipolatori ascoltando e fidandovi delle vostre intuizioni. Tutti noi cogliamo sottili segnali d’allarme o indicatori comportamentali, come per esempio la microespressione facciale (dalle labbra strette, agli occhi socchiusi, a un angolo della bocca che si solleva) di un’emozione o una scrollata di spalle incongrua. Il trucco consiste nel non ignorarli ma scoprire dove portano. 2. Indagate: fate attenzione a espressioni che significano che c’è più di quanto ci stanno dicendo (ad esempio, “in realtà” o “in sostanza”) e ponete domande specifiche per acquisire le informazioni che vi servono a individuare un bugiardo. Domande a risposta chiusa oppure un diretto “Perché dovrei crederti?” sono solo alcuni degli strumenti efficaci per smascherare le bugie: usateli. 3. Chiedete conto del comportamento: chi vuole danneggiarvi deve assumersi la responsabilità delle sue parole e dei suoi comportamenti. Uno dei trucchi più efficaci per far confessare un bugiardo è convincerlo che in realtà lui vuole essere sincero. 4. Evitate le trappole: i manipolatori cercheranno di prendervi all’amo; quindi, dovrete capire cosa usano come esca (ed evitare di abboccare). Se qualcosa sembra troppo bello per essere vero, probabilmente è una trappola. 5. Influenzate i manipolatori senza farvi accorgere: la persuasione consiste nel riuscire a suscitare abbastanza interesse e fiducia perché l’altro creda in ciò che diciamo e si lasci guidare a fare la cosa giusta. 6. Controllate la narrazione: per poter guidare una conversazione e mantenerne il controllo, convincendo l’altro a essere sincero o a prendere in considerazione il nostro punto di vista, è possibile usare comandi nascosti e tecniche di elicitazione, cioè l’uso di frasi strategiche anziché domande dirette (ad esempio: “Aiutami a chiarire la situazione”). 7. Riappropriatevi del vostro potere: Se avete una relazione lavorativa, romantica o famigliare con qualcuno che mina la vostra autostima, la vostra felicità o la vostra sicurezza, è venuto il momento di ribellarvi e riprendere in mano la vostra vita. Smettete di dubitare di voi stessi e ribadite la vostra forza ogni giorno. 8. Cambiate le carte in tavola: dite e fate l’inaspettato. Una volta capito ciò che per il manipolatore conta più di tutto, portateglielo via. 9. Stabilite dei confini: costruite confini robusti e attenetevi a essi. Definite in maniera esplicita i comportamenti inaccettabili e, se l’altro li viola, prendete delle contromisure. 10. Create distanza: i manipolatori sanno essere subdoli. A volte cercano di attirarci in una discussione usando la confusione per esasperarci e poi darci la colpa. Smettete di interagire con loro per evitare di farvi attirare ancora più a fondo nella sua trappola. 11. Andatevene: abbandonate la persona o la situazione per sempre. Tagliate i ponti e imparate a concentrarvi sul futuro, non sul passato. 12. Procuratevi sostegno: ci sono sempre risorse cui attingere per ottenere aiuto a porre termine a una relazione che ostacola la nostra felicità o la sicurezza in noi stessi e la crescita. Crearsi una rete di supporter, coach e mentori è fondamentale. Sappiate che se volete davvero una vita migliore, soprattutto se siete in una relazione tossica in cui l’altro vi sminuisce o vi manipola, potete averla. 13. Siate resilienti: munitevi di strumenti efficaci per “ripartire con slancio” (e non tornare indietro) dopo essere stati vittime della psicologia nera. Meritate il meglio che la vita ha da offrire. Non dimenticatelo mai. L'articolo Smascherare un narcisista patologico in 13 mosse. “Il potere della psicologia nera” svela come proteggersi da soprusi, raggiri, trame e violenze proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Carne, mito e schermi: tre libri per raccontare la disillusione contemporanea
Partiamo dal collettivo Okina Sagi e dal suo Hard Pop (Mille Battute Edizioni). Chiamarlo erotismo è un eufemismo per anime belle. Questo è porno. Ma è un porno che trascende l’atto, che si fa metafisica del desiderio e della depravazione. Okina Sagi non ci regala carezze, ci sbatte in faccia un’esplorazione transoceanica dove il corpo è l’unica mappa rimasta. C’è una lucidità brutale nel modo in cui viene descritto l’odore del sesso, il sapore del sudore che sa di sconfitta e di rivalsa. È un viaggio tra bordelli dell’anima e stanze d’albergo anonime, dove la carne viene celebrata nella sua verità più cruda, lontana dalle patinate finzioni dei siti mainstream. È porno catartico, una sberla che ti ricorda che siamo ancora esseri pulsanti, fatti di sangue e pulsioni che nessuna morale borghese potrà mai davvero recintare. Dalla carne cruda di Okina Sagi passiamo al luccichio ingannevole di Nicola Manuppelli che, con Gatsby. Lezioni fuori rotta su un classico americano (Jimenez Edizioni), ci porta a spasso tra i fantasmi di Fitzgerald. Manuppelli non fa il professore dal pulpito; fa il detective privato in un caso di omicidio collettivo: quello del Sogno Americano. Jay Gatsby viene spogliato dei suoi abiti di lusso e restituito alla sua essenza di uomo ossessionato, un povero diavolo che insegue una luce verde che è solo il segnale di un naufragio imminente. Dietro le feste di West Egg non c’è gioia, c’è lo stesso vuoto vorace, la stessa “umanità guasta” che Okina Sagi descrive nei suoi amplessi più estremi. Manuppelli ci sussurra che siamo tutti barche controcorrente, condannati a desiderare ciò che ci distruggerà. Un’analisi febbrile che trasforma un classico in un diario clinico della nostra disperazione moderna. Infine, arriviamo al rigore chirurgico di Francesca Pili e al suo L’intersezionalità al cinema (Catartica Edizioni). Se Okina Sagi ci parla del corpo e Nicola Manuppelli del mito, Pili ci spiega come questi corpi e questi miti vengano manipolati dalla grande macchina visiva. È un saggio che usa il cinema come un bisturi per analizzare razza, classe e genere. Un lavoro necessario, che spazia dal genio visionario di Born in Flames al body horror sociale di The Substance. C’è però un “ma”, grande come una casa cinematografica. L’autrice sceglie una linea politica netta, quasi militante, trasformandosi in una bussola utile per chi vuole capire come il cinema possa ancora essere un atto di resistenza. È un libro che serve a chi ha smesso di guardare i film solo con gli occhi e ha iniziato a guardarli con la coscienza. Un punto di partenza necessario, anche se parziale, per capire che ogni volta che si accende un proiettore, si sta decidendo chi ha diritto di esistere e chi deve restare nell’ombra. L'articolo Carne, mito e schermi: tre libri per raccontare la disillusione contemporanea proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“A volte mi sento sola, la maternità mi ha tolto le idee. Le chat delle mamme mi fanno stare male”: lo sfogo di Chiara Gamberale
“A volte mi sento sola e la maternità mi ha tolto idee”. Storie di tutti i giorni, ma se è a dirle è Chiara Gamberale apriti web. In una lunga intervista al Corriere della Sera, l’autrice di Dimmi di te (Einaudi) ha parlato dei cambiamenti nel suo privato degli ultimi anni. “Percepisco tanto gli esseri umani. Esco e mi arrivano addosso le facce, gli umori, la fatica delle persone. Se solo accompagno Vita a scuola, torno a casa inquinata”, spiega Gamberale. La scrittrice delinea una curiosa forma agorafobica che pur da democratica e progressista quale è la spinge addirittura a sostenere uno dei casi di cronaca più discussi e considerati, a torto, di destra: “Mi ritrovo che, per crescere una figlia, non volendo assecondare la tentazione di fare “la famiglia nel bosco”, faccio i conti con una realtà che mi fa stare male fisicamente”. E cosa fa star male Gamberale? “Nella chat delle mamme, arriva il testo della recita di Natale e vedo scritto “combattiamo i problemi del mondo come il surriscaldamento globale, la miseria, la guerra, l’immigrazione”. Scrivo: “Che ne pensate del fatto che l’immigrazione sia fra i problemi del mondo?”. Vita, la bimba novenne di Chiara, è figlia sua e del direttore editoriale Feltrinelli, Gianluca Foglia. All’epoca la scrittrice parlava già di blocco creativo: “Mi è tornata l’energia per un romanzone che mi mancava dai tempi di Le luci nelle case degli altri. La creatività si nutre anche di bellezza e di ispirazione. Io adoro Vita ma ero abituata ad avere spazio e tempo per scrivere senza distrazioni. E per un po’ tutte le mie energie creative erano finite nella costruzione di questa famiglia così originale: siamo io e lei sempre insieme, suo padre vive a Milano, viene a trovarci ogni due settimane; il mio ex marito Emanuele Trevi fa lo zio. Inventarsi una famiglia fuori dal modello della coppia tradizionale e costruita sulla verità psicologica di ciascuno mi ha tolto tantissime energie. Ora che finalmente tutto funziona, sono pronta per un progetto grande”. Insomma, sta per arrivare un romanzo “corale”. “Se una donna scrive di sentimenti si dice che “fa la calzetta”, se lo fa un uomo “è coraggioso”. Io penso invece che parlare di relazioni, di famiglie, di come ci si ama o ci si lascia sia già un gesto politico. Il mio modo di fare scrittura civile è continuare a rivendicare, attraverso le storie, la libertà di scelta, la complessità, il diritto a forme di vita diverse”. Curiosità: Gamberale scrive stesa a pancia in giù e per delineare la struttura del testo si trasferisce due mesi l’anno a Cetara. “È sempre stato così. Il problema non è il come, ma il quando. Prima, potevo sparire per mesi, partivo per ispirarmi. L’altro giorno, pensando a un personaggio del mio nuovo libro, ho chiesto all’intelligenza artificiale una cosa che in realtà vale anche per me. Questa: “Perché nella mia vita non c’è più spazio per l’abbandono, per la vertigine: mi sono fatta vecchia?”. Mi ha risposto: “Quando una donna è madre e quasi padre, punto fermo per gli altri, certe parti di sé si mettono in pausa perché non c’è più spazio per nutrirle. Non hai smesso di sentire vertigini, hai smesso di poterti permettere vertigini. Questo non è vecchiaia è sacrificio”. L'articolo “A volte mi sento sola, la maternità mi ha tolto le idee. Le chat delle mamme mi fanno stare male”: lo sfogo di Chiara Gamberale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“La porta aperta”, un libro per spiegare ai bambini la Giornata della Memoria: “Bisogna aiutarli a comprendere l’abisso del male e a contrapporvi il bene”
Il 27 gennaio si celebra la Giornata della Memoria. Una ricorrenza internazionale istituita dalle Nazioni Unite nel 2005 per commemorare le vittime dell’Olocausto.Tale data è stata scelta in ricordo della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz da parte dell’Armata rossa, avvenuta il 27 gennaio nel 1945. Perché è importante “fare memoria storica” e spiegare questa giornata ai bambini? Fare memoria significa raccontare e testimoniare un passato storico terribile, affinché le nuove generazioni imparino a non commettere più gli errori commessi in precedenza. Educare i bambini a una forma di pensiero critico, distinguendo il rispetto dal non-rispetto, il bene dal male, induce a creare in loro la formazione di un pensiero libero basato sull’accettazione dell’altro non come diverso, ma come un arricchimento nella propria vita; costruendo un futuro di pace, di rispetto, di tolleranza e di solidarietà. Affrontare la Shoah richiede delicatezza, sensibilità e un approccio adatto all’età di ogni bambino. Spiegare concetti complessi in modo sensibile in base all’età è fondamentale e i libri sono validi strumenti per poterlo fare. Un libro edito da Gallucci sul valore del coraggio, dell’amicizia e dell’aiuto reciproco è proprio “La porta aperta”, scritto da Mario Pacifici che racconta una storia vera, quella di un Giusto tra le Nazioni: Ferdinando Natoni. La mattina del 16 ottobre, il sig. Natoni salvò la vita a due sorelline, Marina e Mirella Limentani, dal rastrellamento del quartiere ebraico di Roma. La storia, illustrata da Lorenzo Terranera, merita di essere raccontata e di fare memoria, per quelle nuove generazioni che hanno il diritto di sapere cosa è accaduto di atroce in passato. Una storia scritta con parole delicate, che esalta il valore di un uomo che predilige il bene dell’umanità, rispetto ad un ideale politico. Una storia di coraggio e umanità. Il 14 novembre 1994 lo Yad Vashem di Gerusalemme, l’Ente per la Memoria della Shoah, ha riconosciuto a Ferdinando Natoni il titolo di Giusto tra le Nazioni. Un libro pubblicato con il patrocinio della Fondazione Museo della Shoah. da regalare ai bambini, in quanro stumento indispensabile per raccontare, per “fare memoria”. IL VIAGGIO INTERVISTA CON MARIO PACIFICI Un viaggio intervista con l’autore Mario Pacifici, per addentrarci di più in questa giornata: 1. Come spiegare ai bambini la Giornata mondiale della memoria? La storia che narro nel libro La Porta Aperta è una storia profondamente legata alla mia famiglia. Una storia vera di cui furono protagoniste mia mamma e la sorella gemella. Era il 16 ottobre del ’43, le truppe naziste erano penetrate nel cuore del quartiere ebraico di Roma per rastrellarne la popolazione ed avviarla ai campi di sterminio. Mentre più di mille ebrei venivano caricati sui camion della deportazione, mia mamma e sua sorella furono strappate a quel destino dalla furiosa e decisiva reazione di un fascista che le accolse in casa, sostenendo, contro ogni evidenza, che quelle due erano sue figlie. 2. Perché hai sentito il dovere di trattare questo argomento e che linguaggio hai usato per comunicare con i bambini? Cento volte ho ascoltato mia mamma raccontare questa storia. La narrava a noi bambini, soffermandosi sui particolari che ce la rendevano vividamente tangibile. La paura, le urla, il rumore dei tacchi degli stivali dei nazisti che salivano le scale. E ancora la rassegnazione, la preghiera recitata quando ormai ogni speranza era persa, l’attesa passive dell’ineluttabile. Allora non lo capivo, ma era il suo modo di avvicinare noi bambini alla memoria di una tragedia con la quale avremmo dovuto fare i conti tutta la vita. Più tardi, da adulto, ho spesso pensato di scrivere quella storia ma non trovavo mai l’ispirazione creativa. Finché un giorno ho capito che dovevo seguire l’insegnamento inconscio di mia madre. Raccontala ai bambini, mi sono detto: “Aiutali a comprendere l’abisso del male e contrapponi ad esso l’opzione del bene, della comprensione, dell’amore, del coraggio.” Non avevo mai scritto per i bambini. Dovevo inventarmi un nuovo linguaggio, un nuovo approccio. E così scelsi di affidare la narrazione a mia mamma, che ci aveva lasciati da tempo, offrendole il ruolo di voce narrante di fronte a un uditorio di bisnipoti. Una nonna che parla, racconta e avvince i nipotini, in una narrazione piena di significati. Dalla quale emerge, in modo prepotente, la figura di Ferdinando Natoni, con il suo coraggio, la sua capacità di distinguere in un momento decisivo fra il bene e il male e la sua scelta di schierarsi, per una volta nella vita, sebbene fascista, dalla parte giusta della storia. 3. Come aiutare i genitori a scegliere un libro per intraprendere un tema delicato come la Shoah? Nello scrivere questo libro volevo, naturalmente, offrire ai ragazzi una lettura avvincente e stimolante. E volevo, al tempo stesso, offrire a genitori, maestri e docenti uno strumento didattico per affrontare il tema della possibile malvagità dell’uomo e della contagiosità del male quando diviene ideologia. Uno strumento per parlare della Shoah e indicare la via della resistenza e della redenzione. Per mostrare come ognuno possa e debba scegliere in coscienza fra il bene e il male, al di fuori dei condizionamenti ideologici. 4. La porta aperta è una storia reale o frutto della tua fantasia? Sebbene il Giorno della Memoria non sia oggi avulso da interpretazioni divisive, esso rappresenta per tutti un doveroso momento di riflessione. Un momento che non sfugge ai ragazzi, considerato tutto ciò che passa in televisione. Normale che se ne domandino la ragione. La Porta Aperta è anche in questo senso un possibile strumento di comprensione e chiarimento. La Memoria, come emerge dal libro, è la prima contrapposizione alle catastrofi ideologiche del passato, alle derive razziste, ai pericoli totalitaristi. E le figure di mia mamma, di Natoni e dell’ufficiale nazista, pur vere al 100%, rappresentano, nella loro semplicità, i punti cardinali per comprendere e giudicare la tragedia della Shoah. 5. Come si può spiegare ai bambini che cos’è un “Giusto tra le nazioni”? L’enfasi realistica che ho dispiegato nel dipingere il personaggio di Ferdinando Natoni è strettamente connessa al significato del titolo di Giusto fra le Nazioni conferito dallo Yad Vashem di Gerusalemme. Lo spiega bene mia mamma, la nonna Mirella del libro. La giustizia non può consistere solo nell’assicurare alla condanna dei tribunali chi si è fatto strumento del male. La giustizia deve anche essere capace di riconoscere le benemerenze di chi a quel male si è opposto. Di chi non ha esitato a mettere a rischio la propria vita, per assicurare la salvezza a sconosciuti perseguitati, accolti e riconosciuti come fratelli. Ferdinando Natoni ha salvato mia mamma e la sua gemella mettendo a rischio sé stesso e la sua famiglia. E salvando loro ha salvato un mondo intero, come dice il Talmud. Non è una vuota astrazione. Senza di lui io oggi non sarei qui. E non sarebbero qui decine di discendenti di quelle due ragazze che il 16 ottobre del 43 furono strappate alla morte da un gesto di assoluto coraggio. Io benedico la memoria di Ferdinando Natoni e di tutti i Giusti fra le Nazioni. 6. Perché “viaggiare” con La porta aperta? Perchè è un viaggio nel tempo e nella memoria che va sempre ricordata. La porta aperta di Mario Pacifici illustrazioni di Lorenzo Terranera Editore Gallucci, età di lettura: da 5 anni L'articolo “La porta aperta”, un libro per spiegare ai bambini la Giornata della Memoria: “Bisogna aiutarli a comprendere l’abisso del male e a contrapporvi il bene” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Giornata della Memoria, sei libri per ricordarci l’importanza di non dimenticare: da “L’Antifascismo” a “I miei giorni a Dachau. Untermenschen, i sotto uomini”
Comprendere quanto accaduto negli anni del fascismo, del nazismo, dell’Olocausto non è facile perché bisogna conoscere le storie di più popoli, della gente comune, delle singole persone che hanno, talvolta, compiuto scelte cruciali per se stessi e per il mondo. In occasione della Giornata della Memoria, designata dalla risoluzione 60/7 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del primo novembre 2005 durante la 42esima riunione plenaria, ad aiutarci sono alcuni libri scritti perché anche gli adulti continuino a non dimenticare, a riflettere su quelle pagine di storia. Ecco una selezione di testi consigliati per l’occasione “I MIEI GIORNI A DACHAU. UNTERMENSCHEN, I SOTTO UOMINI” A CURA DI MARCO COSLOVICH (NUOVADIMENSIONE) “Una sera di primavera del 1979 mio padre mi prende da parte e mi dice: “Ho intenzione di scrivere le mie memorie nel campo di sterminio di Dachau. Mi puoi aiutare?”. Comincia così questo libro che racconta la storia di un diciassettenne, Piero Maieron, catturato dai nazifascisti nel 1944 a Paluzza, un paese della Carnia. Finito a Dachau con il triangolo rosso dei prigionieri politici ha vissuto la tragedia della prigionia fino all’aprile del 1945 ma tornato a casa dopo un periodo di cure, “il ragazzo che era stato portato via non esisteva più”. Al suo posto c’era un giovane uomo traumatizzato da un destino che di umano non ha avuto nulla, ostaggio dei sensi di colpa, di quella sindrome del sopravvissuto così comune tra gli ex deportati. “L’ANTIFASCISMO” DI ANDREA RAPINI – DONZELLI EDITORE Un piccolo ma intenso testo attuale. Il libro dello storico dell’Università di Bologna prova a rispondere a una domanda: l’antifascismo è ancora attuale? Lo fa analizzando le origini del movimento che dopo la prima guerra mondiale si misurò con la dittatura di Mussolini fino ad arrivare alle leggi razziali e all’antisemitismo. A detta dell’autore “tra la fine degli anni Trenta e l’inizio della seconda guerra mondiale, la comprensione della natura del fascismo raggiunse la piena maturità. Si arrivò all’individuazione dei mezzi per abbatterlo ma la speranza di una sua implosione era una pia illusione”. Nelle pagine edite da Donzelli, Rapini si chiede se è possibile pensare a un antifascismo che non sia un residuo nostalgico del passato. “QUANDO IL FASCISMO DETTAVA LA DIETA. LA PROPAGANDA A TAVOLA, TRA SOVRANITÀ ALIMENTARE E AUTARCHIA” DI ENZO LA FORGIA – PEOPLE STORIE Un libro decisamente originale, interessante, curioso. L’insegnate di storia e filosofia analizza il ventennio dal punto di vista culinario perché “nel progetto fascista di costruzione dell’uomo nuovo che prese corpo negli anni Trenta, l’alimentazione giocava un ruolo fondamentale: all’incontenibile passione degli italiani spaghetti e maccheroni, il fascismo continuava a preferire prodotti diversi che oggi potremmo definire a km zero”. Alle massaie italiane fu richiesto di “stare accanto ai fornelli con una coscienza nuova”, rendendo stuzzicanti pietanze e materie prime sino a quel momento ritenute poco appetibili o poco sfruttate. L'articolo Giornata della Memoria, sei libri per ricordarci l’importanza di non dimenticare: da “L’Antifascismo” a “I miei giorni a Dachau. Untermenschen, i sotto uomini” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Olocausto
Ogni età della vita possiede una sua grammatica emotiva: Daniela Perani le ripercorre
Quando Charles Darwin ebbe il primo figlio, William, passava ore ad osservare la meraviglia di come quel piccolo essere umano scopriva il mondo. Si accorse così che le sue espressioni facciali, che descrivevano stati d’animo come la rabbia, la frustrazione o il sorriso di quando vedeva la madre, rappresentavano qualcosa di innato, che era arrivato molto prima del linguaggio e anche della consapevolezza del mondo. Erano le emozioni, nel loro stato più naturale. Con il tempo la scienza ha dimostrato che non solo le emozioni sono importanti, ma modellano i nostri circuiti neuronali fin dalla prima infanzia. Il cervello dell’adulto insomma si forma in base alle emozioni che ha vissuto da bambino, non solo a livello psicologico, ma anche fisiologico. Ricevere affetto o subire dei traumi nei primi anni di vita produce altera il funzionamento dei neuroni per sempre. Nel libro Quando il cervello si emoziona. Viaggio nelle età della nostra vita emotiva (Rizzoli) Daniela Perani, docente di Neuroscienze all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, ripercorre i passaggi neurali del cervello nelle varie fasi dello sviluppo e dell’invecchiamento. Il cervello infatti non ferma il suo sviluppo nell’infanzia, continua a mutare per tutta la nostra vita, adattandosi all’età biologica e agli stimoli ricevuti. Le emozioni cambiano insieme a noi, seguono il ritmo dello sviluppo e dell’invecchiamento cerebrale. Ogni età della vita possiede una sua grammatica emotiva, determinata dal modo in cui diverse aree del cervello maturano, si coordinano o lentamente si trasformano. Durante l’adolescenza il sistema emotivo è molto attivo, ma le aree di controllo (corteccia prefrontale) sono ancora immature. Questo spiega l’impulsività, la ricerca del rischio e l’intensità emotiva caratteristica di questa età. Non è “sregolatezza”, ma uno squilibrio temporaneo nello sviluppo cerebrale che si trova con parti già sviluppate e altre non ancora completamente attrezzate. Con l’età adulta, il cervello raggiunge un maggiore equilibrio. Emozione e razionalità smettono di essere in conflitto e iniziano a collaborare. L’esperienza accumulata permette di riconoscere, modulare e utilizzare le emozioni come strumenti di orientamento nelle scelte quotidiane. In questa fase della vita, le emozioni diventano una forma di competenza: aiutano a valutare le situazioni, a prendere decisioni complesse, a costruire relazioni stabili e significative. Contrariamente ai luoghi comuni, la vecchiaia non coincide con un impoverimento emotivo. Anzi, con l’invecchiamento, spesso diminuiscano le emozioni negative più intense, come rabbia e ansia, mentre cresce la capacità di regolazione emotiva. Il cervello anziano tende a selezionare ciò che conta davvero, privilegiando relazioni profonde e stati emotivi più stabili. Le emozioni diventano meno tempestose, ma non meno importanti. C’è un legame stretto tra emozione, memoria e identità. Le emozioni danno peso ai ricordi, li rendono vivi e significativi. Senza di esse, la memoria perde colore e il senso di continuità del sé si indebolisce. È attraverso le emozioni che la nostra storia personale acquista coerenza e valore. Attraverso studi neuroscientifici, tecniche di neuroimaging e casi clinici, Perani dimostra che le emozioni hanno basi biologiche precise, distribuite in reti cerebrali complesse. Non esiste un “centro delle emozioni” (come nel film di animazione Inside Out per intenderci), ma un dialogo continuo tra diverse parti del cervello. Comprendere le emozioni significa comprendere il funzionamento più autentico del cervello e, quindi, di noi stessi. Le emozioni non sono un limite da controllare, ma una risorsa fondamentale che accompagna l’essere umano dall’infanzia alla vecchiaia, dando senso all’esperienza del vivere. L'articolo Ogni età della vita possiede una sua grammatica emotiva: Daniela Perani le ripercorre proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“L’ultima spiaggia. Alkamar, la strage dimenticata e cinquant’anni di misteri italiani”: il racconto di una notte piena di misteri e di quattro innocenti incarcerati
In una notte di cinquant’anni fa, il 27 gennaio 1976, in una piccola caserma di Alcamo Marina, vicino a Trapani, vengono trucidati due giovani carabinieri. Una strage piena di misteri per la quale finiscono in carcere quattro innocenti. Da quell’eccidio dimenticato parte un filo che unisce decine di misteri italiani – da Peppino Impastato, al delitto del colonnello Russo, del giornalista Mario Francese, passando per l’omicidio Rostagno e per quello di Ilaria Alpi –, come racconta Lucio Luca nel suo libro-inchiesta “L’ultima spiaggia. Alkamar, la strage dimenticata e cinquant’anni di misteri italiani” in libreria dal 21 gennaio per Compagnia Editoriale Aliberti. Pubblichiamo uno stralcio del libro per gentile concessione dell’editore: «Carmine, stavolta me ne vado davvero. Lo sai che mia madre sta male, l’enfisema polmonare la sta ammazzando, povera donna. Non ce la faccio più a fare ogni giorno da Alcamo a Castelvetrano per assisterla, portarle da mangiare, comprare le medicine. Meno male che mi sono sposato una santa donna, mia moglie mi dà una mano, pure col bambino fa tutto lei, ma che vita è questa? Lo so, lo so, qui avrei potuto fare carriera, prendere un grado, forse anche due: diventare brigadiere è sempre stato il sogno della mia vita, ma senti a me, chi se ne fotte? Voglio stare accanto a mia madre, finché c’è, e vedere crescere mio figlio. Vaffanculo alla carriera, tra qualche giorno sostituisco un collega che ha chiesto un lungo periodo di licenza, vado a Buseto Palizzolo e poi mi faccio trasferire a Castelvetrano, il paese mio». L’appuntato Salvatore Falcetta era un carabiniere tutto d’un pezzo, uno per cui l’Arma e la divisa venivano prima di tutto. Ma anche i più appassionati, nei secoli fedeli, prima o poi capiscono che ci sono delle priorità. Alla casermetta di Alcamo Marina era arrivato diversi anni prima. Stava bene, nei mesi invernali si annoiava come tutti, poi però arrivava l’estate e quel presidio dei carabinieri diventava l’emblema dello Stato tra turisti in infradito e negozi di souvenir. Poteva andar peggio, si diceva sempre Salvatore, poteva essere sbattuto in un comando di prima linea. E lì sono cazzi, senza chiacchiere. In fondo qui nessuno rompeva le scatole, giusto qualche chiamata per un furto in una villetta abbandonata, ogni tanto un posto di blocco per controllare qualche patente o un’assicurazione scaduta. Niente di più. Alla fine il bar c’era, il tabaccaio pure, persino la pizzeria di un napoletano che, chissà poi perché, aveva deciso di tenere aperto il locale anche quando la stagione balneare era finita: «Passano i camionisti», diceva ai carabinieri servendo loro una Margherita nei weekend “morti”, «poi ci siete voi e qualche alcamese che scende dal paese per farsi un sabato più tranquillo. I costi sono bassi, la giornata riesco sempre a farla, pago poco d’affitto: tranquillo appuntato, qui non c’è niente, ma una pizza per lei si rimedierà sempre». Carmine, invece, era arrivato da poco. Aveva appena diciannove anni, praticamente la metà del suo superiore. «Carabiniere semplice Apuzzo Carmine, sono a sua completa disposizione», era stato il primo saluto in casermetta. A Salvatore quel ragazzino piaceva. Certo, era timido, non diceva una parola, sembrava un po’ spaesato: in servizio da meno di un anno, si era trovato qui, un bel posto per carità, ma senza un’anima viva nel raggio di chilometri: «Apuzzo, tranquillo, tra qualche mese mezza Alcamo si trasferirà al villino e tu rimpiangerai questi noiosi pomeriggi di pioggia nella pace di Nostro Signore», scherzava Falcetta. «E poi non dire che non ti avevo avvertito». Carmine era di Castellammare di Stabia. «E qui vicino c’è Castellammare del Golfo, lo vedi che sei a casa?», e sperava di restare in Sicilia soltanto per pochi mesi, giusto il tempo di fare la gavetta e chiedere l’avvicinamento verso la Campania. Ogni tanto telefonava ai genitori, si sfogava un po’ ma poi la nostalgia passava. Lavoravano in quattro nella casermetta di Alcamo Marina, presidiavano la spiaggia, sapevano perfettamente che da quelle parti nelle notti d’inverno c’erano strani movimenti di barche cariche di chissà cosa, ogni tanto si sentiva anche il rumore degli aerei. Qualcuno raccontava di aver visto casse calate con le funi che venivano subito caricate a bordo di camion militari. I comunisti avevano persino denunciato che ad Alcamo Marina arrivavano armi dall’Africa e droga dalla Turchia. E che a poche centinaia di metri dalla casermetta c’era la villa di un neofascista utilizzata come covo per uno dei vari sequestri di persona nella zona. I comunisti, bravi solo a sollevare polveroni e infamare la gente per bene. A ogni modo, gli ordini dall’alto erano stati chiari: i quattro carabinieri di Alkamar, come si chiamava in codice la casermetta, non dovevano mica fare le inchieste giudiziarie. Il loro unico compito era presidiare il territorio, fare ordine pubblico, specialmente d’estate quando i turisti prendevano d’assalto la spiaggia. Le indagini, quelle vere, spettavano ai comandi provinciali, Trapani competente per territorio e il nucleo di Palermo qualora fosse venuto fuori qualcosa di più importante. Ma ad Alcamo Marina, malgrado le voci e i chiacchiericci, niente era mai venuto fuori. Anche perché nessuno si era mai preso la briga di indagare sul serio. «Appuntato, lei tra qualche giorno va via, io dopo l’estate chiedo il trasferimento». Il carabiniere semplice Carmine Apuzzo lì ad Alkamar non ci voleva proprio stare. «Lo so che ho appena diciannove anni e ne devo mangiare di pane duro prima di alzare la voce, ma io questa divisa l’ho scelta per arrestare i criminali, non per fermare un camionista e controllare i tubi di scappamento. Comunque sia, ormai è l’una passata, con il suo permesso me ne andrei a dormire. Rimane lei di guardia? Poi mi sveglia alle quattro e le do il cambio». Pioveva a dirotto, lampi e tuoni come non se ne vedevano da anni. Fino alle ventidue erano rimasti a chiacchierare con i carabinieri un paio di loro amici, poi se n’erano andati a casa perché con quella tempesta non era prudente circolare di notte. Carmine si coricò nella brandina della cameretta, Salvatore rimase nel disimpegno ma più si sforzava di restare sveglio, più gli occhi gli si chiudevano per il sonno. Tanto, chi vuoi che si presenti a quell’ora di lunedì in una casermetta di periferia, sfidando il maltempo? Era il 26 gennaio del 1976, anzi ormai il 27. Giorno di paga, pensarono i due carabinieri, anche per questo mese il pane a casa lo abbiamo portato. «Collega, svolta a sinistra che dobbiamo passare da Alkamar per firmare il foglio di missione. Due minuti e scappiamo che siamo già in ritardo, non sia mai che la nota personalità perda l’aereo, chi li sente poi quelli della questura?» Alle otto del mattino, in pieno inverno, non c’è già nessuno che circola in autostrada, figuriamoci in una trazzera di campagna che porta alla spiaggia degli alcamesi. Ma la volante è in ritardo, l’onorevole ha il volo alle dieci e loro devono ancora andare a prenderlo a Trapani dove ha partecipato a un incontro politico, poi lo porteranno a Punta Raisi. ‹ › 1 / 3 SCREENSHOT 2026-01-15 164038 ‹ › 2 / 3 SCREENSHOT 2026-01-15 164029 ‹ › 3 / 3 SCREENSHOT 2026-01-15 164021 «Meno male che quello è uno conosciuto, i controlli li salta sicuramente. Io il deputato dovevo fare, mica lo schiavo in polizia». All’altezza della casermetta dei carabinieri i due agenti di scorta, assegnati dall’Ufficio politico della questura di Palermo al segretario nazionale del Movimento sociale Giorgio Almirante, si rendono conto che c’è qualcosa che non va. Una macchina di servizio ha le ruote a terra, forse bucate, chissà. Il portoncino d’ingresso è socchiuso, si intravedono carte per terra. Ma, soprattutto, la serratura presenta una grossa macchia scura: «Ma che è, bruciata?», chiede un agente. «Ma figurati, sarà così da anni in attesa che il ministero mandi qualcuno per sistemarla», risponde il caposcorta. «Però è strano che ci siano le luci accese, non credi?». «Senti, facciamo una bella cosa: chiamiamo il commissariato di Alcamo, la smisteranno loro la segnalazione ai carabinieri. Avvertiamoli che qui c’è qualcosa di strano, noi però tiriamo dritto altrimenti questo aereo glielo facciamo perdere davvero alla nota personalità. Cosa vuoi che sia successo? Staranno dormendo, almeno gli risparmiamo una levataccia. I moduli li firmiamo al ritorno, come al solito. Tanto, chi controlla? Basta che l’onorevole non “buchi” il volo e stiamo a posto». Mezz’ora dopo ad Alkamar è l’inferno. I colleghi di Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo varcano il portoncino e la scena che gli compare davanti è agghiacciante. Salvatore è stato colpito al petto e al volto da almeno un paio di colpi di pistola esplosi da un metro e mezzo di distanza. Il suo corpo è incastrato tra la brandina del letto e il muro, probabilmente ha provato a difendersi ma il killer è stato più veloce di lui. Carmine è disteso sul letto, il volto spappolato. Gli hanno appoggiato la canna dell’arma alla tempia e lo hanno ammazzato come un cane. Alla fine, i colpi esplosi saranno almeno cinque o sei, nel disimpegno i carabinieri trovano anche una cartuccia inesplosa, proprio dietro alla porta d’ingresso. Un colpo a vuoto, quando ormai l’esecuzione era stata portata a termine. Il filo del telefono è staccato, l’auto di servizio posteggiata davanti al cancello ha effettivamente le ruote a terra. Tagliate tutte e quattro, com’era sembrato agli agenti di scorta dell’onorevole Almirante. C’è sangue dappertutto, la casermetta è stata messa a soqquadro dal commando di assassini. Hanno portato via le armi in dotazione, le divise, una paletta per le segnalazioni, fondine e munizioni. Persino i tesserini dei carabinieri si sono presi. È chiaro che per entrare hanno usato una fiamma ossidrica dando fuoco alla serratura. Poi, nel giro di qualche secondo, hanno massacrato i due militari. Che non si sono accorti di nulla, forse perché quella notte c’erano lampi e tuoni così forti da attutire il rumore dei sicari. Strano, improbabile ma non impossibile. L'articolo “L’ultima spiaggia. Alkamar, la strage dimenticata e cinquant’anni di misteri italiani”: il racconto di una notte piena di misteri e di quattro innocenti incarcerati proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Murakami Ryū, Siang Lu e il collasso dell’Oriente contemporaneo: due libri per chi ha stomaco forte
Dimenticate i ciliegi in fiore, le sale da tè e quel minimalismo spirituale che tanto eccita i radical chic dell’Occidente, sempre pronti a scambiare il vuoto pneumatico per illuminazione zen. Dimenticate soprattutto l’altro Murakami, quello “buono”, che vi culla con gatti smarriti e malinconie jazz. Se cercate conforto, citofonate altrove. Qui siamo a Shinjuku, nel ventricolo sinistro del cuore nero di Tokyo, e l’unica musica che sentirete è il il rumore sordo dei corpi che si sfaldano. Atmosphere Libri riporta finalmente in libreria Tokyo Soup (In the Miso Soup). Lo fa affidandosi alla cura chirurgica di Gianluca Coci, capace di restituire intatto il fetore metallico e la ferocia di Murakami Ryū. La trama è un proiettile già in canna: Kenji è un giovane che sbarca il lunario facendo da guida ai turisti del sesso. Viene ingaggiato da Frank, un americano con la faccia di plastica e un corpo che sembra un ammasso di argilla mal modellata. Ma Frank non è un turista. Frank è un’entità, il Male puro che trasuda inquietudine da ogni poro mentre si muove tra i locali a luci rosse di Kabukicho, lasciandosi alle spalle una scia di sangue che neanche la pioggia acida di Tokyo può lavare via. Mentre leggevo Murakami Ryū, non ho potuto fare a meno di sentire il fiato pesante di Rex Miller sul collo. Se Frank fosse nato nelle paludi americane invece che nei sobborghi industriali, si chiamerebbe Daniel “Eichord” Bunkowski, l’indimenticabile protagonista di Slob. Entrambi sono macchine da guerra biologiche, esseri che hanno smesso di essere umani per diventare predatori terminali. Ma dove Miller sprofonda nel viscerale, Murakami Ryū usa il bisturi. La scena del karaoke in Tokyo Soup non è solo una mattanza: è sociologia pura, è la “zuppa di miso” del titolo, un ammasso di ingredienti indistinguibili bolliti in un brodo di solitudine globale. Tuttavia, il viaggio nel collasso orientale non finisce tra i cadaveri di Shinjuku. Se Murakami Ryū seziona la carne, Siang Lu – con la complicità della traduzione di Eva Allione per Carbonio Editore – ci consegna un altro tipo di ordigno: Le città impossibili. Qui il sangue lascia il posto ai pixel, ma l’orrore non è meno profondo. È il riflesso distorto di una modernità che ha smarrito la bussola della verità. Il libro è una Spoon River di cemento e algoritmi, una mappatura di luoghi che esistono solo perché un regista visionario o un imperatore paranoico hanno deciso di scambiare la finzione con la Storia. La vicenda di Xiang, licenziato per aver spacciato Google Translate per farina del proprio sacco e diventato virale con l’hashtag #PessimoCinese, è la discesa agli inferi della simulazione contemporanea. Siang Lu (vincitore del Miles Franklin Award 2025) seziona l’architettura dell’assurdo con la precisione di un patologo. Tra cittadini-attori e megalopoli deserte, veniamo catapultati in un gioco di specchi che ricorda la lezione di Calvino, ma con l’aggiunta di una satira feroce verso la globalizzazione e il culto della celebrità. Frank e Xiang sono, a modo loro, figli della stessa apocalisse. Se Murakami Ryū ci consegna un trattato filosofico sulla fine dell’empatia incartato nel cellophane sporco, Siang Lu ci ricorda che le città che abitiamo, fisiche o digitali, sono il riflesso esatto dei nostri mostri interiori. In un mondo dove la realtà si dissolve nella finzione dei social, l’unica resistenza possibile è il recupero della memoria. Leggete questi due libri se avete lo stomaco forte e se volete capire perché l’Oriente è oggi il laboratorio più folle del pianeta. L'articolo Murakami Ryū, Siang Lu e il collasso dell’Oriente contemporaneo: due libri per chi ha stomaco forte proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Riforma della Giustizia e dintorni”: il libro di Parodi e Pellicano per capire il referendum di marzo – L’ESTARTTO
È in uscita mercoledì 21 gennaio per Compagnia editoriale Aliberti “Riforma della Giustizia e dintorni” di Cesare Parodi e Carlo Maria Pellicano. Il libro, che si avvale del contributo di Paolo Toso, si presenta come un valido strumento per comprendere la riforma della Giustizia sulla quale il Paese è chiamato a esprimersi domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026: uno strumento per tutti, per partecipare attivamente alla vita democratica fuori da ideologie e appartenenze politiche. «Una scelta», scrivono gli autori [Cesare Parodi è presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Carlo Maria Pellicano è Sostituto Procuratore Generale presso la Procura Generale della Corte di Appello di Torino, Ndr] «che dovrebbe essere affrontata conoscendo per sommi capi la realtà giudiziaria: chi sono e cosa fanno i magistrati, in cosa consiste il loro lavoro, quale la differenza tra un giudice e un pubblico ministero. E ancora, da chi sono svolte le indagini, come si arriva a una sentenza e quando e perché una sentenza deve essere impugnata. È altrettanto importante capire come mai questa proposta di riforma arriva proprio oggi, in quale contesto sono maturate le condizioni per affrontare questi temi e se, effettivamente, l’immagine della magistratura per come viene percepita e per come viene descritta può condizionare le scelte sui valori che il referendum ci pone». Pubblichiamo, per gentile concessione dell’editore, alcuni estratti del volume: Vi sono molti Stati dove è prevista la separazione delle carriere, anche se con modalità ed esiti molto differenti. Noi pensiamo che la realtà italiana, che è quella di cui dobbiamo occuparci, sia straordinariamente complessa e ricca di sfaccettature, e che si debbano considerare anche le implicazioni direttamente e indirettamente politiche che le scelte che impone la riforma potranno avere su quello che potrà essere l’esercizio in concreto della giurisdizione. Perché negare la forte, storica “specificità” del sistema sociale, politico e giuridico italiano? La storia parla per noi. Ascoltiamola. Il fatto che in molti Paesi occidentali esista la separazione delle carriere è portato dai sostenitori del SÌ come argomento a proprio favore. Se osserviamo la realtà in termini oggettivi, il confronto con altri Paesi non risulta assolutamente convincente. Nei Paesi dove vige la separazione delle carriere, il Pm è sottoposto, in vario modo, al controllo da parte del potere esecutivo. Si tratta di sistemi fondati su equilibri istituzionali diversi dal nostro, in cui sono previste altre forme di garanzia e di bilanciamento dei poteri dello Stato. Importare quel modello – o meglio, delineare un sistema costituzionale nel quale quel sistema potrà essere introdotto, perché questa è la funzione dei princìpi costituzionali – senza introdurre le stesse tutele, significa alterare profondamente gli equilibri tra potere esecutivo e potere giudiziario che la nostra Costituzione aveva delineato. In realtà, il sistema giudiziario italiano, oggi sotto attacco, è considerato tra i più avanzati al mondo ed è un punto di riferimento in Europa proprio perché assicura l’imparzialità del pubblico ministero e una giustizia libera da pressioni politiche. È assolutamente pacifico che in molto Stati nei quali le carriere sono separate esistono forme di controllo o condizionamento dell’esecutivo sul Pm. È questa la soluzione che vogliamo o che siamo pronti a mettere in conto per il futuro? Vogliamo davvero che a ogni mutamento politico, in esito alle elezioni, la parte soccombente abbia motivi di temere indagini strumentali all’affermazione del potere gestita dai Pm condizionati dai nuovi organi governativi? È una prospettiva accettabile? Sarebbe una possibilità così remota? Non lo crediamo. Certo, oggi tutti assicurano che questo non avverrà, che non è previsto, che non è nei programmi: ma i programmi cambiano, come le maggioranze politiche e il Governo. La Costituzione dovrebbe garantirci tutti e per un periodo di tempo potenzialmente indeterminato. Non possiamo non citare, al riguardo, le parole del ministro Nordio in una intervista del novembre 2025: «Mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo». Con questa frase, tutto è molto chiaro. La giustizia che noi vorremmo, al contrario, dovrebbe essere: • uguale per tutti, forti e deboli; • libera da pressioni politiche; • autonoma e indipendente; • efficiente e dotata di risorse per dare risposte tempestive. […] Probabilmente un Pm davvero autonomo e indipendente come quello italiano è un’anomalia fastidiosa per qualcuno, ma forse lo è soprattutto perché garantisce piena attuazione al principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. E credo che questo modello di Pm dovrebbe essere difeso anche soprattutto dagli avvocati. A sostegno della riforma di frequente ormai si sostiene – in termini chiaramente dispregiativi – che il sistema italiano sarebbe paragonabile solo a quello della Romania, della Bulgaria e della Turchia. Da uno dei più recenti dossier parlamentare (AS 1353 B – Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte Disciplinare, 30.9.2025), in realtà emerge una realtà diversa. In Francia, dove vi è un unico Csm, le carriere non sono separate e i passaggi da una funzione all’altra sono possibili e anzi avvengono di frequente. Il passaggio di funzioni impatta però sullo status e sulle garanzie che sono diverse. Ad esempio, solo i giudicanti hanno l’inamovibilità. I requirenti dipendono dal ministro della Giustizia e sono gerarchicamente subordinati a quest’ultimo, che può deciderne anche a discrezione il trasferimento. In Germania non vi è uno sbarramento al cambio di funzioni che avviene regolarmente; sono comuni tra giudici e Pm la formazione, il trattamento economico e le promozioni, anche se il Pm dipende dall’esecutivo. Sono carriere separate, ma si registrano passaggi frequenti soprattutto per le posizioni apicali. Negli Usa, patria del modello accusatorio nel senso che lì “comanda l’accusa” (infatti il settanta per cento dei procedimenti si chiudono con un patteggiamento), le carriere non sono affatto separate, anzi l’esercizio delle funzioni requirenti rappresenta spesso il migliore trampolino di lancio per la successiva nomina a giudice (quasi tutti gli attuali componenti della Suprema Corte sono stati prima prosecutor). Al contrario, nei Paesi europei in cui vi è una netta separazione delle carriere come in Spagna, il Pm non gode della stessa indipendenza dal potere politico del giudice e solo quest’ultimo gode dell’inamovibilità; in effetti, il Pm in Spagna non ha né indipendenza né inamovibilità (la Costituzione riconosce queste garanzie solo a giudici e magistrati, art. 117, comma 1 cost). Governo, direzione, controllo e rappresentanza del Pm spettano al procuratore generale dello Stato nominato dal re su proposta del Governo. E, tuttavia, vi è un progetto di modifica (121/000059 del 22.5.2025) diretto a valorizzare l’autonomia e l’indipendenza del fiscal (ossia del Pm spagnolo, guarda caso traendo ispirazione dal modello italiano). In Portogallo, invece, il Pm ha lo stesso statuto di indipendenza dell’attuale Pm italiano, ma è inserito in una struttura fortemente gerarchizzata con a capo il procuratore generale nominato dal presidente della Repubblica su proposta del Governo. Anche in Portogallo è possibile il passaggio tra carriere (con processo di selezione interna e ulteriore periodo di formazione specifica). Emblematico su questi aspetti un documento firmato dai pubblici ministeri portoghesi, che esprime preoccupazione per il contenuto della legge Nordio, timori per i crescenti tentativi di delegittimazione della magistratura e solidarietà ai colleghi italiani: «Osserviamo con inquietudine che si sono intensificati tentativi di delegittimazione e attacchi pubblici alla magistratura, trattando giudici e procuratori come bersagli di una retorica che mette in discussione il loro ruolo di garanti dei diritti fondamentali, delle libertà e della legalità costituzionale». I Pm portoghesi descrivono il modello italiano come «un esempio di equilibrio tra autonomia funzionale e indipendenza costituzionale dei magistrati» che, grazie a un «robusto quadro normativo», garantisce da un lato la libertà d’azione dei magistrati e dall’altro la protezione effettiva contro eventuali interferenze esterne, anche di natura politica. Nel documento si legge che «l’imposizione di un controllo politico sul sistema giudiziario rappresenta una grave minaccia e compromette la tutela effettiva dei diritti fondamentali dei cittadini di fronte a potenziali abusi del potere esecutivo», ed esprimono «piena solidarietà ai magistrati italiani, che continuano a svolgere la loro funzione con integrità e rispetto del mandato costituzionale, nonostante le campagne di intimidazione e delegittimazione orchestrate contro di loro», e ribadiscono il «sostegno ai magistrati italiani: la loro resistenza è anche la difesa di tutti i cittadini europei». Ebbene, a tutti coloro che affermano di non volere in alcun modo, né oggi né in futuro, una dipendenza del Pm dall’esecutivo, questi dati non fanno riflettere? Davvero siete tutti assolutamente tranquilli? […] Perché NO È sulla base di quanto abbiamo cercato di chiarire, che crediamo sia giusto votare NO rispetto a una riforma che: ––non accorcia i tempi dei processi e aumenta i costi della giustizia; ––non renderà la giustizia più efficiente; ––triplicherà costi e burocrazia sdoppiando il Csm e istituendo l’Alta Corte Disciplinare; ––intacca la separazione dei poteri e il principio di uguaglianza; ––espone la giustizia a condizionamenti politici; ––trasforma la natura del pubblico ministero da organo di giustizia imparziale ad accusatore; ––altera l’equilibrio tra i poteri dello Stato; ––soprattutto, svuota l’articolo 3 della Costituzione, compromettendo l’uguaglianza sostanziale dei cittadini. L'articolo “Riforma della Giustizia e dintorni”: il libro di Parodi e Pellicano per capire il referendum di marzo – L’ESTARTTO proviene da Il Fatto Quotidiano.
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