Q uando nel 2020 è morta mia nonna ho cominciato a leggere il Bardo Thödol, il
libro dei morti tibetano. Ho scoperto così che la filosofia tibetana è
estremamente pragmatica. Quel testo sacro è sostanzialmente un manuale su cosa
fare una volta morti. O meglio appena morti, perché secondo la tradizione del
buddismo Vajrayana, nel momento appena successivo al trapasso si entra nel
bardo: uno stato di transizione della coscienza, alternativo a quelli che
sperimentiamo durante la nostra vita. La coscienza, abbandonato il corpo,
diviene progressivamente preda di strane visioni celestiali, che si fanno via
via sempre più spaventose. Dal suo agire, in quel momento fatale, dipenderà il
suo destino: reincarnarsi in una nuova vita, finire in qualche spaventoso
inferno, oppure essere accolta nel Buddha.
Il primo problema che si pone il libro è come spiegare a un morto che è morto.
Non è un problema banale. Come farà l’anima che in vita non ha praticato la
meditazione e non ha studiato i testi sacri a riconoscere questo nuovo stato
della sua coscienza e a non cedere alle tentazioni di ritornare in un corpo
materiale o, peggio ancora, ai terrificanti raggiri e ai seducenti inviti dei
demoni infernali? La soluzione che troviamo nel Bardo Thödol è una delle
invenzioni più compassionevoli che mi sia capitato di cogliere nell’umanità: è
il testo stesso che salva. Non importa se ci si sia mai interrogati sulle
conseguenze metafisiche della nostra morte, sulla fragile spiritualità che a
volte infastidisce il nostro rendimento lavorativo, non importa che si sia
ignoranti, superbi o accidiosi, giovani, vecchi, sordi o ciechi. Quelle parole
ci salveranno.
È per questo motivo che i lama, sulle alture ventose del Tibet, restano giorni e
giorni chinati sulle orecchie dei defunti a sussurrargli parole semplici e
risolute per guidarli nel trapasso. Leggiamo così nel libro: “Anche chi ha
commesso le Cinque Azioni Abissali, sarà salvo se l’insegnamento di questa
Grande Liberazione dell’Udire troverà il segreto sentiero delle sue orecchie. Lo
si legga ad alta voce, in mezzo alla gente e lo si diffonda ovunque. Nel Bardo
la coscienza diventa nove volte più lucida e in quell’attimo ricorderà questo
insegnamento parola per parola anche chi lo ha ascoltato una sola volta senza
averlo capito”. Sul Bardo Thödol è stato scritto di tutto ed è stato usato nei
modi più sorprendenti. Timothy Leary, Ralph Metzner e Richard Alpert ne hanno
tratto una guida per le esperienze psichedeliche (The Psychedelic Experience: A
Manual Based on the Tibetan Book of the Dead, 1964), Gaspar Noé un film (Enter
the void, 2009), il Team Silent della Konami un videogioco (Silent Hill 2,
2001), Laurie Anderson, insieme al musicista tibetano Tenzin Choegyal un album
(Songs from the Bardo: Illuminations on the Tibetan Book, 2019). Anche il nome
della mia band preferita, i Bardo Pond, è ispirato da questo libro.
> Secondo la tradizione del buddismo Vajrayana, nel momento appena successivo al
> trapasso si entra nel bardo: uno stato di transizione della coscienza,
> alternativo a quelli che sperimentiamo durante la nostra vita.
Come tante delle conoscenze riguardanti gli stati alternativi di coscienza,
anche questo testo sacro tibetano, ha potuto farsi conoscere in Italia, al di
fuori degli studi accademici, grazie a Ugo Leonzio, che ne ha curato un’edizione
economica per Einaudi nel 1996. Leonzio, di cui oggi ben poco si ricorda il
lavoro come scrittore e drammaturgo, aveva assunto il ruolo di grande dotto nel
giro degli sperimentatori psichedelici italiani grazie a Il volo magico, un
testo pubblicato da Sugar nel 1969, che si presentava come una “storia generale
delle droghe”. Quel libro col tempo aveva guadagnato uno statuto di cult, un
vangelo agnostico post beat generation, che divenne il talismano di generazioni
impegnate nella legalizzazione della cannabis e nella riscoperta delle sostanze
enteogene.
Quasi trent’anni dopo, Leonzio faceva il suo ritorno nell’esplorazione degli
stati di coscienza presentando una nuova traduzione del Bardo Thödol.
Nell’introduzione al testo si rivolge con impietosa ironia direttamente ai
lettori viventi – si presuppone – in un mondo materiale che già al tempo doveva
apparirgli sull’orlo del collasso:
> Se mai doveste risolvervi a traversare, in un attimo o in un tempo infinito, i
> Regni Oltremondani, potreste trovare in questo Grande Thödol la più
> imprevedibile confessione che la vostra mente abbia mai potuto farvi. Quella
> di non esistere. Seduti o in piedi davanti allo specchio del vostro comodo
> bagno osservatevi come un miraggio. Siete assai meno consistenti del riflesso
> che vi sta osservando e state per intraprendere l’ennesimo viaggio
> nell’invisibile. Si muore. Sontuose e abissali si aprono le porte del bardo,
> leggere come l’ordito dei sogni o gravi come albe infuocate.
Si muore ogni notte. E la signora che guarda inorridita il suo riflesso
fantasmatico nello specchio del bagno, si spera si stia apprestando per una
bella e corroborante dormita, più che per il fatale trapasso. È un grande
sottinteso del libro, ma un pilastro della filosofia buddista tibetana, che il
sonno – e quindi il sogno – non è che un ulteriore bardo. Un bardo, tanto comune
e quotidiano, da apparirci nella sua abissale oscurità, innocuo. Quelle stesse
menti che si sono interrogate in modo così approfondito e pragmatico sul post
mortem, lo hanno fatto soprattutto perché avevano stabilito una certa
familiarità con i vari stati di coscienza in cui finisce per incappare
inevitabilmente ogni essere vivente. Tanto da sviluppare, anche qui, un metodo
dettagliatissimo e sfaccettato per orientarci nel viaggio che intraprendiamo
ogni notte. Maestri dei manuali, i tibetani hanno dato vita nei secoli a una
vera e propria scuola dello yoga del sogno che ha l’obiettivo di risvegliare la
coscienza del praticante durante lo stato onirico e così – una pura e
ragionevole conseguenza – risvegliarlo anche in ogni stato in cui la sua
coscienza viene a trovarsi, tanto nella vita, quanto nella morte. Lo yoga del
sogno e la pratica della luce naturale (1993) di Namkhai Norbu e Gli yoga
tibetani del sonno (2020) di Andrew Holecek, sono due testi, editi in Italia da
Astrolabio-Ubaldini, che esplorano l’argomento.
> I tibetani hanno dato vita nei secoli a una vera e propria scuola dello yoga
> del sogno che ha l’obiettivo di risvegliare la coscienza del praticante
> durante lo stato onirico e così risvegliarlo anche in ogni stato in cui la sua
> coscienza viene a trovarsi, tanto nella vita, quanto nella morte.
Nei giorni in cui leggevo il Bardo Thödol per superare il lutto della morte di
mia nonna, ho fatto un sogno. Mi ero svegliato in preda al panico nel mio letto.
Nella notte fonda percepivo una presenza malevola salire le scale che portavano
alla mia stanza. Non la vedevo ma potevo sentirla avvicinarsi passo dopo passo.
Mi sono alzato dal letto con l’intenzione di fuggire, ma l’unico punto di fuga
era quella porta che mi separava dall’oscuro aggressore in avvicinamento. Ero in
trappola. All’improvviso una mano enorme e nera si era allungata dal soffitto e
aveva tentato di afferrarmi, correvo per la stanza impazzito dal terrore, il
tempo di qualche altro istante e mi avrebbe agguantato per stritolarmi.
Guardavo, ormai arreso, svanire di fronte a me ogni speranza, quando
all’improvviso mi tornò in mente una frase del libro.
L’avevo letta quella sera stessa: “con le istruzioni del lama il morto
riconoscerà queste visioni come energia della sua mente e sarà libero dal
terrore come chi, inseguito da una bestia feroce, la vedesse a un tratto come
misera pelliccia gonfia di paglia”; poi concludeva “se qualcuno ci mostra la
verità, il pericolo svanisce con la paura”. Realizzai di essere in un incubo che
stavo creando io stesso. Le visioni persistevano ma erano ormai completamente
svuotate dall’orrore, un innocuo Grand-Guignol onirico. Allora, completamente
sereno, mi sono affacciato dalla finestra della mia stanza, che dal terzo piano
dava sul paese più in basso. Mi sono sporto dal davanzale e sono saltato giù
planando morbidamente sul paesaggio di case diroccate e alberi spogli.
Prendere coscienza in un sogno, in termini occidentali, significa fare un sogno
lucido. Accorgersi durante un sogno di stare sognando, ma non per questo
svegliarsi (cosa che accade il più delle volte), rimanere nel sogno ed
eventualmente esplorarlo consapevolmente. Tante sono state le resistenze della
moderna civiltà occidentale al riconoscimento di un tale stato di coscienza,
nonostante se ne possano rinvenire testimonianze in ogni epoca (dalla già
menzionata letteratura tibetana fino a I sogni e il modo di dirigerli,
osservazioni pratiche di Hervey de Saint-Denys, 1867), che si sono
progressivamente infiltrate anche nel nostro immaginario contemporaneo (se
guardiamo al cinema più recente troviamo: Waking Life, 2001, di Richard
Linklater, Eternal Sunshine of the Spotless Mind, 2004, di Michel Gondry,
Paprika, 2006, di Satoshi Kon, Inception, 2010, di Christopher Nolan).
Risulta estremamente complesso per la comunità scientifica occidentale,
generalmente legata a una visione del mondo riduzionista e materialista,
rapportarsi con qualcosa di tanto sfuggente e sfaccettato come il sogno. Tanto
più che le esperienze di sogno lucido, senza un’adeguata preparazione, sono
molto rare e spesso filtrate dalle lenti interpretative del singolo individuo:
il bestiario degli incubi medievali o le esperienze di viaggio astrale descritte
dalla teosofia, persino gli inquietanti racconti di alien abduction
contemporanei, non faticherebbero infatti a rientrare in particolari espressioni
di uno stato onirico in cui sopraggiunga una qualche forma di consapevolezza.
È questo enorme vaso di pandora di resoconti personali, testi esoterici e
recentissimi studi neuroscientifici, il terreno su cui si districa elegantemente
Francesco Tormen, insegnante di letteratura e lingua tibetana all’università Ca’
Foscari di Venezia. Nel suo libro Con gli occhi aperti, edito dal Saggiatore nel
2024, smarcando ogni forma di dogmatismo, ma rimanendo attento a non
sottovalutare alcun indizio, dà forma a una Summa somnii lucidi dalla mole
impressionante e dall’altrettanto profondo valore epistemico.
> Risulta estremamente complesso per la comunità scientifica occidentale,
> generalmente legata a una visione del mondo riduzionista e materialista,
> rapportarsi con qualcosa di tanto sfuggente e sfaccettato come il sogno.
La prima dichiarazione d’intenti della sua ricerca è tanto semplice quanto
radicale: mettere in dubbio il principio gerarchico su cui si basano le nostre
conoscenze sul sogno. I Discorsi sacri di Publio Elio Aristide o il De insomniis
di Sinesio di Cirene, gli appunti di Thomas Reid e di Charles Dickens, la
teosofia, il sufismo, Castaneda possono illuminare l’esplorazione dello stato
onirico tanto quanto le ricerche di Charles Tart sugli stati di coscienza o le
recenti tecnologie polisonnografiche e di neuroimaging. A condizione però di non
confondere mai le diverse sfere di indagine su cui questi singoli approcci
possono intervenire. È un grande sollievo, ma soprattutto una disciplina
speculativa tanto coerente quanto coraggiosa. Permette finalmente di liberarci
dal riduzionismo scientifico (oggi sempre più dogmatico e utilitarista,
strumento cooptato dell’oppressione tecnocapitalista) ed esplorare liberamente
le sterminate distese della conoscenza umana, mettendo a confronto le diverse
epoche storiche, le diverse sensibilità e i diversi punti di vista, senza
necessariamente incasellarli in una visione della storia come progresso lineare,
riconosciuta ormai come stagnante, maschilista, eurocentrica.
Queste premesse danno vita a un testo sfaccettato e multiforme, profondamente
laico e ben poco prescrittivo, che Tormen, da buon frequentatore della filosofia
tibetana, trasforma anche in un “manuale per fare sogni lucidi”, in cui un
apparato di note e una bibliografia puntuale convivono con gli specchietti di
riepilogo e i suggerimenti di esercizi quotidiani inseriti alla fine di ogni
capitolo. Per fugare ogni scetticismo radicale sull’argomento, il libro pone la
sua pietra angolare dedicando i primi capitoli all’esposizione dello stato
dell’arte delle nostre conoscenze scientifiche sul sonno e sul sogno. Esistono i
sogni lucidi? Si, la loro esistenza è stata dimostrata scientificamente. È stato
possibile grazie al contributo del gruppo di ricerca di Stephen LaBerge, che nel
1970 stava terminando i suoi studi in neurofisiologia all’università di Stanford
in California e da sempre si era interessato di filosofia orientale e
meditazione.
Grazie al suggerimento di un amico aveva deciso di partecipare al workshop di un
lama tibetano molto attivo in Occidente, Chagdud Tulku Rinpoche, che gli aveva
illustrato le basi dello yoga del sogno e aveva consegnato ai partecipanti uno
strano esercizio da mettere in pratica nei giorni successivi. Il lama aveva
chiesto di “osservare ogni fenomeno della vita quotidiana come fosse un sogno,
cercando di cogliere la qualità onirica del reale”. LaBerge il giorno successivo
si era dedicato all’esercizio e la notte stessa aveva avuto un sogno lucido.
Quell’esperienza cambierà completamente il suo percorso di studi. Comincia così
a interessarsi al sogno lucido, accorgendosi però ben presto che la bibliografia
scientifica sull’argomento contava appena una manciata di testi. Deciso a
proporre all’Università di Stanford un progetto di ricerca sul tema, era
riuscito a ottenere i fondi necessari, incominciando un dottorato di ricerca che
si concluderà nel 1980 con una tesi intitolata “Sogno lucido: uno studio
esplorativo della coscienza durante il sonno”.
> L’esistenza dei sogni lucidi è stata dimostrata scientificamente grazie al
> contributo del gruppo di ricerca di Stephen LaBerge, che nel 1970 stava
> terminando i suoi studi in neurofisiologia a Stanford e da sempre si era
> interessato di filosofia orientale e meditazione.
L’obiettivo di LaBerge era quello di dimostrare scientificamente l’esistenza del
sogno lucido, ma il primo ostacolo con cui si scontrava era la necessità di
strutturare un esperimento scientifico che avrebbe permesso di verificare
sperimentalmente tale stato. Il corpo in fase REM infatti giace in uno stato di
totale atonia muscolare, a eccezione dei rapidi movimenti oculari che danno il
nome a quella fase del sonno (Rapid Eye Movement), quindi sembrava improbabile
trovare un modo di comunicare all’esterno di “essere coscienti di stare
sognando” nel momento stesso in cui il sogno si manifesta.
La soluzione arrivò da uno studio scientifico che analizzava proprio quei
movimenti oculari che avvengono nella fase REM, generalmente considerati di
natura casuale. Uno dei partecipanti all’esperimento aveva prodotto un tracciato
dell’elettrooculogramma, il macchinario usato per tracciare i movimenti oculari,
estremamente regolare. Gli occhi compivano movimenti da destra verso sinistra,
poi da sinistra verso destra e quell’andamento regolare – estremamente raro in
qualunque altro tracciato – proseguiva ripetendosi per diversi minuti. Una volta
sveglio il soggetto aveva compilato un resoconto dichiarando di aver sognato di
assistere a una partita di tennis. Per LaBerge era arrivata l’eureka! Se i
movimenti oculari seguivano la traiettoria dello sguardo nel sogno quella poteva
essere la breccia per una possibile comunicazione tra il mondo del sogno e
quello della veglia.
Il neurofisiologo incomincia così a compiere su di sé i primi esperimenti e i
risultati appaiono incoraggianti, ma per ottenere credibilità dalla comunità
scientifica questi dovevano essere effettuati in un ambiente controllato ed
essere riproducibili su più soggetti. Nell’estate del 1980 mette un annuncio sul
giornale locale: si cercano sognatori lucidi, persone che dichiarano di
riconoscere frequentemente di stare sognando durante i loro sogni. Si presentano
tre volontari a cui LaBerge illustra il suo piano per l’esperimento:
concorderanno una serie ben precisa di movimenti oculari non naturali
(destra-sinistra-destra-sinistra) da mettere in atto una volta sopraggiunta la
lucidità in un sogno e questi avrebbero avuto la funzione di marker fisiologico
predefinito. I tre sarebbero restati a dormire per diverse notti nel
laboratorio, monitorati da un elettroencefalogramma (EEG), per tenere traccia
delle fasi del sonno in cui si trova il cervello, e da un elettrooculogramma
(EOG), che avrebbe registrato i loro movimenti oculari.
I soggetti, nel giro di qualche giorno, riescono a mettere in atto la sequenza
di movimenti pattuita e l’esperimento riesce. È la prima prova scientifica che è
possibile comunicare con una persona cosciente mentre si trova nella fase REM
del sonno. Nel 1981 la ricerca viene pubblicata sulla rivista scientifica
Perceptual and Motor Skills in un articolo dal titolo: “Lucid Dreaming Verified
by Volitional Communication During REM Sleep”. Il primo ponte – scientificamente
affidabile – tra la veglia e il sogno era stato eretto. Sorpassato così il primo
orizzonte dello scetticismo scientifico, quello che ci si staglia davanti è un
problema apparentemente più banale, ma che apre a riflessioni ben più complesse
in campo filosofico e spirituale. Perché fare sogni lucidi? Questa domanda si
insinua come un fiume carsico per affiorare saltuariamente tra le pagine del
volume di Tormen. La prima risposta è ovviamente: perché è possibile. La
seconda, più complessa, si lega direttamente allo strano potere, tanto
affascinante quanto temibile, di derealizzazione del reale che il sogno sembra
possedere.
È proprio questa la funzione del sogno che più aveva interessato il buddismo
tibetano, per cui divenire coscienti di stare sognando, riconoscere quindi
l’illusorietà del sogno, non è tanto diverso dal divenire coscienti di stare
vivendo, riconoscendo così l’illusorietà della vita di veglia. L’obiettivo
finale ed escatologico di tale filosofia è ovviamente quello di disgregare la
percezione della propria individualità, considerata una costruzione artificiale
data dalle percezioni e dai ricordi individuali che trascinano la coscienza in
un abisso di attaccamento e sofferenza.
L’idea che incomincia a farsi strada tra le pagine del libro è quella che una
tale strategia di liberazione o autoconsapevolezza sia percorribile anche
nell’epoca contemporanea e il veicolo di tale percorso possa essere proprio il
sogno lucido. Il primo passo consiste nella riappropriazione della nostra vita
onirica, generalmente considerata alla stregua di uno standby che permette di
ricaricare le nostre energie in vista della produttività e del rendimento
psicofisico nella vita di veglia. Tendiamo così a strumentalizzare e banalizzare
il viaggio incredibile che compiamo ogni notte, un’illusione che arriva a
infastidirci, proprio perché disallineata alla matrice ideologica che spesso
guida la nostra vita: quella dell’efficienza, del realismo, del “tempo è
denaro”.
> Per il buddismo tibetano divenire coscienti di stare sognando, riconoscere
> quindi l’illusorietà del sogno, non è tanto diverso dal divenire coscienti di
> stare vivendo, riconoscendo così l’illusorietà della vita di veglia.
Un altro luogo comune: “chi dorme non piglia pesci”. Forse abbiamo banalmente
dimenticato come gettare l’esca nell’oceano oscuro che finiamo per navigare ogni
notte. Continuiamo a considerare le strane meraviglie che riusciamo a trascinare
saltuariamente nella veglia, attraverso la nostra memoria, come inutili
chincaglierie dell’inconscio, buone al massimo per artisti perdigiorno o da
raccontare all’analista sul divanetto di ecopelle. Purtroppo neanche navigando
in quell’oceano notturno, per quanto insondabile e selvaggio sia lo spazio
onirico, possiamo sentirci al sicuro dalle infiltrazioni dell’estrattivismo
capitalista. Il suo obiettivo finale oggi appare platealmente quello di
oltrepassare ogni barriera, prima di tutto quella cognitiva, che separa
l’individuo dal divenire puro target magmatico, da spremere fino all’ultima
goccia per ricavare il prezioso succo dei dati comportamentali.
Non è un caso che i più grandi investimenti tecnologici degli ultimi decenni
siano stati in larga parte dirottati verso lo sviluppo – fino a oggi, per
fortuna, quasi sempre fallimentare – di tecnologie di realtà virtuale o
aumentata. Lo spazio onirico, che possiamo abitare coscientemente attraverso il
sogno lucido, è l’estremo terreno di una battaglia contro l’ambizioso progetto
del capitalismo di colonizzare l’intera esistenza. Lo sviluppo tecnologico
odierno si è impegnato, e probabilmente continuerà a farlo, nello sviluppare
stati di coscienza simili ma alternativi a quello del sogno, esperibili
attraverso tecnologie proprietarie, acquistabili dall’utente e continuamente
sorvegliabili da parte del fornitore. È questa la vera sfida che pone il sogno
lucido alla realtà proposta dal capitalismo esperienziale, per cui il senso di
libertà assoluta che può manifestarsi attraverso l’onirico, soddisfacendo il
bisogno innato di ogni essere vivente di uscita dalla realtà, va incanalato in
contesti controllabili, siano essi il nuovo visore di Meta o il free-roaming
ultrarealistico di GTA 6.
“Nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di
assoluta realtà; perfino le allodole e le cavallette sognano, a detta di alcuni”
avvertiva Shirley Jackson nell’Incubo di Hill House e come al solito
l’avanguardia tecnocapitalista sembra aver imparato meglio di noi la lezione.
Così il sogno rimane davvero uno dei pochi territori sovversivi della nostra
mente assediata dall’estrattivismo. Un territorio anarchico, intollerante a ogni
tentativo di appropriazione coloniale, che risponde a leggi proprie e si
configura come nemesi dell’immagine di una realtà interamente e tecnologicamente
regolamentata. Sognando mettiamo in atto una guerriglia notturna contro il
controllo cognitivo che proprio nella manipolazione degli spazi di libertà e
godimento possibili trae la sua forza.
> Lo spazio onirico, che possiamo abitare coscientemente attraverso il sogno
> lucido, è l’estremo terreno di una battaglia contro l’ambizioso progetto del
> capitalismo di colonizzare l’intera esistenza.
Non sarà proprio questo carattere del sogno che più ci spaventa e che ci ha
portato a relegarlo in una posizione sempre più minoritaria nella nostra
percezione esistenziale, nonostante occupi circa un terzo del tempo di tutta la
nostra esistenza? Il suo essere uno spazio di iridescente e intima libertà, in
cui è possibile avverare la nostra più inaccessibile paura e il nostro più
segreto desiderio: essere noi stessi. Senza alcuna forma di mediazione. Fissando
nello specchio quel vuoto familiare e destabilizzante che siamo, ma che slegato
dall’abitudine infestante dei meccanismi regolatori della società, deve
apparirci davvero terrorizzante. Così simile alla “bestia feroce” che appare nel
Bardo Thödol. Ma come ci insegna il libro: “se qualcuno ci mostra la verità, il
pericolo svanisce con la paura”.
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N el racconto Funes el memorioso, pubblicato da Jorge Luis Borges nel 1942, un
giovane contadino cade da cavallo e perde la capacità di dimenticare. Da quel
momento, ogni dettaglio della realtà si imprime nella sua mente con una
precisione assoluta e implacabile: ogni foglia, ogni crepa del muro, ogni
riflesso di luce sul vetro. Funes ricorda tutto, ma non riesce più a pensare.
Non può più astrarre, generalizzare, selezionare. Il mondo lo invade. E con
esso, la sua memoria. “Ho più ricordi io da solo di quanti ne avranno avuti
tutti gli uomini”, dice. Alla vita di Funes non è più concesso il sonno:
“Dormire è distrarsi dal mondo”, aggiunge. “I miei sogni sono come la vostra
veglia”.
Oggi, a distanza di ottant’anni, la scienza ci ha dimostrato che Borges aveva
colto qualcosa di sostanziale: ricordare tutto è una condanna. La memoria umana
funziona come un archivio flessibile e dinamico, che organizza, modifica e
talvolta – per fortuna ‒ sopprime. E in questa riscrittura continua, il sonno
gioca un ruolo decisivo.
Il cervello che lavora al buio
Mentre dormiamo, il cervello compie un lavoro di editing straordinario. Da una
parte, consolida i ricordi, fissandoli nella memoria a lungo termine;
dall’altra, quando il sonno è sufficiente e non frammentato, ne modula
l’intensità emotiva. Questi processi riguardano la memoria in generale e, in
media, possono ridurre anche la frequenza dei ricordi intrusivi, ovvero immagini
ricorrenti e frammenti di esperienze dolorose che riemergono senza preavviso
quando la mente è sotto pressione, spesso legati a traumi o a situazioni di
forte stress.
> Mentre dormiamo, il cervello compie un lavoro di editing straordinario. Da una
> parte consolida i ricordi, fissandoli nella memoria a lungo termine;
> dall’altra, quando il sonno è sufficiente e non frammentato, ne modula
> l’intensità emotiva.
Già alla fine degli anni Novanta, alcuni neuroscienziati iniziarono a osservare
che le diverse fasi del sonno non si equivalgono. Il sonno profondo, ricco di
onde lente, rafforza soprattutto i ricordi dichiarativi: fatti, parole,
concetti. La fase REM, più tarda e associata all’attività onirica, è implicata
invece nell’apprendimento motorio e, soprattutto, nella regolazione delle
emozioni. Nel 2008, uno studio dimostrò che il cervello tende a memorizzare con
priorità i dettagli emotivamente rilevanti rispetto a quelli neutri. Come se il
sonno operasse una selezione affettiva: trattiene ciò che conta davvero, lascia
sbiadire il superfluo. Al contrario, quando non dormiamo ‒ o dormiamo male ‒ il
sistema emotivo si squilibra. Importanti studi di neuroimaging hanno mostrato
che dopo trentasei ore di veglia si amplifica la reattività dell’amigdala, la
centralina cerebrale delle emozioni, e si riduce il collegamento con le aree
frontali deputate al controllo. Il risultato: emozioni più intense, meno
governabili.
A conferma di questo meccanismo, uno studio del 2011 ha rilevato che dopo una
notte di sonno fisiologico, la risposta emotiva dell’amigdala si attenua di
fronte agli stessi stimoli che il giorno prima avevano generato turbamento. Come
se la fase REM avesse addolcito il ricordo, riducendone la carica affettiva
senza alterarne il contenuto. Matthew Walker, neuroscienziato e direttore del
Center for Human sleep science a Berkeley, ha dedicato vent’anni a studiare
questi meccanismi. Nel suo libro Perché dormiamo (2019), spiega come il sonno
REM agisca come una sorta di terapia notturna: durante questa fase, il cervello
è quasi privo di noradrenalina ‒ l’equivalente cerebrale dell’adrenalina, un
neurotrasmettitore associato all’ansia ‒ e questo permette ai centri emotivi di
rielaborare i ricordi carichi di emozione senza esserne sopraffatti. Il sonno,
insomma, è un laboratorio attivo e selettivo, in cui le esperienze vengono
rielaborate, scolpite nella memoria e smussate nel loro impatto emotivo. Una
forma invisibile, ma potentissima, di protezione.
Il sonno REM e il controllo sui ricordi intrusivi
Nel gennaio del 2025, un gruppo interistituzionale di neuroscienziati, guidati
dalle università di York e dell’East Anglia, ha pubblicato uno studio che mette
in relazione in modo esplicito due ambiti di ricerca finora paralleli: il
controllo volontario dei ricordi indesiderati e il ruolo del sonno, in
particolare REM, nel ripristinare i meccanismi neurali che lo sostengono.
> Il sonno è un laboratorio attivo e selettivo, in cui le esperienze vengono
> rielaborate, scolpite nella memoria e smussate nel loro impatto emotivo. Una
> forma invisibile, ma potentissima, di protezione.
La nostra capacità di non pensare volontariamente a qualcosa, da svegli, viene
testata in laboratorio con un protocollo chiamato Think/No-Think: ai
partecipanti si chiede di imparare una serie di associazioni ‒ per esempio una
parola collegata a un’immagine ‒ e poi di evitare deliberatamente di pensarci.
Quando il controllo funziona, il ricordo resta sotto la soglia della coscienza.
La fase REM facilita questa forma di inibizione. L’esperimento ha coinvolto un
gruppo molto consistente di volontari, 85 in totale, divisi in due gruppi: una
parte ha dormito normalmente, l’altra è rimasta sveglia tutta la notte. Chi
aveva dormito, e specialmente chi aveva trascorso più tempo nella fase REM,
riusciva meglio a impedire che certi ricordi riemergessero. L’attività della
corteccia prefrontale, che regola i processi esecutivi, aumentava; quella
dell’ippocampo, sede della memoria episodica, si riduceva. Al contrario, nei
soggetti deprivati di sonno, questo circuito si indeboliva, e i ricordi da
evitare tornavano più facilmente alla coscienza.
È il primo studio a mostrare che tra qualità del sonno e controllo cognitivo
esiste un nesso diretto, perché suggerisce che la capacità di “non pensare a
qualcosa”, un’abilità centrale per il benessere mentale, non dipende solo dalla
forza di volontà. Dipende anche da quanto e da come abbiamo dormito.
Un’intuizione di lunga data, messa alla prova
L’idea che durante il sonno la mente lavori attivamente sui contenuti emotivi
non è una scoperta recente. Già per Sigmund Freud il sogno era uno spazio in cui
l’apparato psichico lavora il materiale inconscio trasformandolo in immagini
simboliche che possiamo permetterci di guardare da vicino: “Il sogno è la via
regia che porta all’inconscio”, scrive in L’interpretazione dei sogni. Carl
Gustav Jung ne ampliò la portata, definendo il sogno come funzione
compensatoria, cioè un’attività della psiche che cerca di ristabilire un
equilibrio rispetto agli atteggiamenti unilaterali della coscienza.
A partire dagli anni Cinquanta, questa illuminazione cominciò a trovare
riscontri nella fisiologia del sonno. Nel 1953, gli scienziati Eugene Aserinsky
e Nathaniel Kleitman scoprirono l’esistenza di una fase notturna caratterizzata
da rapid eye movements, rapidi movimenti oculari che si manifestano sotto le
palpebre, tracciabili tramite elettrooculogramma. La definirono “REM sleep”: una
condizione in cui il cervello mostra un’attività elettrica molto vivace, simile
alla veglia, mentre il corpo ‒ con l’eccezione di sporadiche scariche muscolari
involontarie ‒ si trova in uno stato di atonia quasi totale.
Studiando la stessa fase in modo indipendente, il neuroscienziato francese
Michel Jouvet la battezzò sommeil paradoxal (sonno paradosso), mettendo
l’accento proprio su questa natura contraddittoria. Jouvet sarà tra i primi a
ipotizzare che proprio in questa fase si concentrino le dinamiche più complesse
della rielaborazione mentale. Negli anni successivi, William Dement, neurologo e
pioniere della medicina del sonno, coniò il termine polisonnografia, per
indicare lo strumento che ancora oggi consente di monitorare le fasi del sonno,
contribuendo al suo successo in ambito diagnostico e di ricerca.
> I nostri ricordi non sono mai oggettivi: si piegano alla memoria emotiva e
> vengono riscritti ogni volta che li rievochiamo. Durante il giorno li
> rielaboriamo razionalmente. Di notte quella razionalità si ritira.
Tra gli anni Ottanta e Novanta, la clinica dei sogni trova un’articolazione
terapeutica nel lavoro di Rosalind Cartwright. Nelle sue ricerche su depressione
e trauma, la neuroscienziata, fondatrice, direttrice e ricercatrice presso lo
Sleep disorders service and Research center, osservò che nel tempo i contenuti
onirici si modificano con l’elaborazione emotiva. In questa prospettiva, il
sogno svolge una funzione essenziale di regolazione: contribuisce a smorzare gli
stati affettivi negativi mettendo in relazione le esperienze disturbanti recenti
con ricordi pregressi, favorendo una fusione narrativa che integra anche i
vissuti più dolorosi dentro una rappresentazione del sé più coerente e
sostenibile.
Sappiamo che i ricordi non sono mai oggettivi: si piegano alla memoria emotiva,
cambiano con il tempo, si ricostruiscono ogni volta che li rievochiamo. Durante
il giorno li rielaboriamo razionalmente, cercando di dare loro un ordine. Di
notte quella razionalità si ritira. Nel sogno emergono liberamente paure,
desideri, fantasie, colpe, tutto ciò che da svegli teniamo sotto controllo. Il
sonno ci protegge proprio perché questa rielaborazione avviene al di fuori della
nostra volontà, senza resistenze né censure.
Sognare sapendo di sognare
Ma cosa succederebbe se potessimo trasformare questa protezione automatica e
passiva in un intervento consapevole? La domanda è al centro di un filone di
ricerca che negli ultimi anni sta ridefinendo i confini tra veglia e sonno:
quello dedicato allo studio del sogno lucido, uno stato ibrido in cui la
coscienza vigile del sognatore incontra la plasticità della fase REM, aprendo la
possibilità di intervenire attivamente sul contenuto onirico.
> Nel sogno lucido il cervello sembra lavorare su due registri
> contemporaneamente: da una parte mantiene la plasticità del sogno, in cui le
> emozioni vengono naturalmente elaborate; dall’altra recupera capacità
> cognitive tipiche della veglia.
Con Waking Life, film d’animazione del 2001, Richard Linklater immerge il
protagonista in un flusso onirico ininterrotto, un labirinto di dialoghi e
visioni in cui i confini tra realtà percepita e immaginazione si dissolvono
continuamente, lasciando attori e spettatori in una condizione di perpetua
ambiguità. In una delle conversazioni più intense del film, quella con il poeta
Timothy “Speed” Levitch, emerge un paradosso che suona quasi come un’istruzione
per aspiranti sognatori lucidi. Levitch invita a fare qualcosa di
controintuitivo: prima di addormentarsi, non lasciarsi andare: “Il che vuol
dire: ricorda. Perché ricordare è un’attività decisamente più psicotica del
dimenticare”. Mentre il sonno tradizionalmente invita a cedere il controllo, qui
si suggerisce di fare l’opposto: mantenere la consapevolezza, ricordarsi di
ricordare.
Nel sogno ordinario, richiamare volontariamente un ricordo traumatico può essere
rischioso, perché significa riportare in superficie contenuti che la mente vuole
tenere a bada. Nel sogno lucido, però, la coscienza rimane vigile, e questo
permette di usare il ricordo come leva terapeutica: è possibile elaborare il
trauma mentre il cervello svolge naturalmente il suo lavoro di regolazione
emotiva.
Quest’area di confine è al centro di numerosi studi recenti. Nel 2019, una
review ha analizzato i dati di neuroimaging disponibili, arrivando a una
conclusione preliminare ma significativa: durante un sogno lucido si attivano
aree associate a funzioni cognitive superiori come il controllo esecutivo,
l’attenzione e la meta-coscienza, che nel sonno REM ordinario tendono a restare
poco attive. È come se il cervello riuscisse a lavorare su due registri
contemporaneamente: da una parte mantiene la plasticità del sogno,
quell’ambiente in cui le emozioni vengono naturalmente elaborate; dall’altra
recupera capacità cognitive tipiche della veglia.
Il sogno interattivo
Nel 2021, quattro team di ricerca indipendenti – in Francia, Germania, Paesi
Bassi e Stati Uniti – hanno pubblicato su Current Biology uno studio che
dimostra come sia possibile stabilire una comunicazione con i cosiddetti lucid
dreamers nel momento del sonno. I partecipanti, durante episodi di sogno lucido
in fase REM monitorata con polisonnografia, sono stati in grado di ricevere
domande dall’esterno, come semplici problemi aritmetici o quesiti sì/no, e di
rispondere in tempo reale attraverso sequenze prestabilite di movimenti oculari
o contrazioni facciali.
Il risultato, replicato in quattro laboratori con metodologie leggermente
diverse, suggerisce che nel sogno lucido restano attive alcune funzioni
cognitive complesse, come la memoria di lavoro e la capacità di comprendere
istruzioni verbali, una condizione fino a poco tempo fa ritenuta esclusiva dello
stato di veglia. I ricercatori hanno definito questo fenomeno “sogno
interattivo”: una comunicazione bidirezionale con la mente addormentata che, pur
con limiti tecnici e cognitivi, si dimostra replicabile, funzionale e
indipendente dal metodo di induzione onirica. Se la coscienza e il controllo
cognitivo possono sopravvivere al sonno, anche solo in forma parziale, si apre
la possibilità di osservare dall’interno l’attività mentale notturna, di
interrogarla nel suo stesso linguaggio e, forse, un giorno, di influenzarne il
corso.
> In alcuni esperimenti i sognatori lucidi sono stati in grado di ricevere
> domande dall’esterno, come semplici problemi aritmetici o quesiti sì/no, e di
> rispondere in tempo reale attraverso sequenze prestabilite di movimenti
> oculari o contrazioni facciali.
La fascinazione per il tema ha spinto questa frontiera ancora oltre, aprendo
scenari che sconfinano nella fiction. Nel 2024 la startup californiana REMspace
ha annunciato di aver ottenuto la prima comunicazione tra due persone in sogno
lucido. Secondo quanto riportato dall’azienda, l’esperimento avrebbe coinvolto
due sognatori lucidi in case separate, monitorati da remoto durante il sonno
tramite sensori elettromiografici. Utilizzando un sistema di codifica
semplificata, un partecipante avrebbe ricevuto una parola casuale e l’avrebbe
“trasmessa” al secondo, che avrebbe poi confermato il messaggio al risveglio.
Al momento, però, mancano pubblicazioni scientifiche sottoposte a revisione
paritaria: le uniche fonti sono il sito e i comunicati dell’azienda, ripresi
dalla stampa generalista. A complicare il quadro sono alcuni dettagli sul
fondatore di REMspace, figura controversa nota anche per esperimenti personali
estremi, tra cui un tentativo autogestito di impianto cerebrale nel 2023.
Tra cura e controllo
Tra le applicazioni cliniche del sogno lucido, la più esplorata riguarda il
trattamento degli incubi ricorrenti e, in parte, dei sintomi legati al trauma.
Una revisione sistematica del 2023 ha evidenziato risultati promettenti della
lucid dreaming therapy (LDT), capace in alcuni casi di ridurre la frequenza e
l’intensità degli incubi, sebbene i dati provengano ancora da studi pilota
condotti su campioni ridotti. Una seconda review, apparsa su BMC Psychiatry,
inserisce la LDT tra gli approcci psicosociali emergenti, ma ne segnala al
contempo la variabilità metodologica e la necessità di standardizzazione.
Nel biennio 2024-2025, uno studio preliminare ha adattato la terapia
cognitivo-comportamentale per gli incubi ai pazienti con narcolessia,
affiancandola a un metodo sperimentale volto a stimolare la consapevolezza
onirica nei momenti chiave del sonno. I risultati iniziali segnalano una
possibile riduzione della gravità degli incubi e un miglioramento del senso di
controllo. In questo contesto, la narcolessia rappresenta un terreno di indagine
particolarmente fertile: numerosi studi riportano una maggiore incidenza di
sogni lucidi tra chi ne è affetto rispetto alla popolazione generale, suggerendo
uno spazio di intervento ancora poco esplorato.
Il dibattito sul potenziale terapeutico di queste tecniche resta tuttavia
aperto: la lucidità onirica spontanea è rara, i metodi per indurla variano in
efficacia e l’esperienza può talvolta essere disturbante o interferire con
l’equilibrio fisiologico del sonno REM, specie se si tenta di forzare un
controllo eccessivo all’interno dell’esperienza.
> C’è chi sta studiando le possibili applicazioni cliniche del sogno lucido. Ma
> questo impone una questione: fino a che punto è auspicabile intervenire
> volontariamente nella sfera onirica, che per sua natura dovrebbe restare
> libera, ambigua e rielaborativa?
In questa direzione, alcuni esperti propongono un approccio più sobrio:
piuttosto che puntare al pieno dominio del sogno, si possono integrare elementi
di mindfulness, consapevolezza corporea e accettazione nei trattamenti per gli
incubi. Strategie meno invasive, ma capaci ‒ almeno in via preliminare ‒ di
migliorare la regolazione emotiva notturna, attenuare il peso dei ricordi
traumatici e preservare l’integrità dei processi neurofisiologici del sonno.
C’è poi un nodo più filosofico che riguarda il confine tra trattamento e
illusione di controllo: fino a che punto è auspicabile intervenire
volontariamente nella sfera onirica, che per sua natura dovrebbe restare libera,
ambigua e rielaborativa? Esplorare il sogno lucido significa spingersi ai
margini della coscienza, là dove si incrociano memoria, trauma e identità.
L’utilità clinica di queste tecniche apre possibilità terapeutiche non
trascurabili. Ma il sogno resta anche uno spazio indocile, dove la mente lavora
secondo logiche che sfuggono al controllo volontario.
Funes, nel racconto di Borges, aveva perso il sonno perché ricordava tutto. E il
sonno ci protegge per la ragione opposta: perché permette ai ricordi di
trasformarsi senza sorveglianza. Dormire, oltre a “distrarci dal mondo”, è
quindi anche un momento per lasciarsi attraversare da ciò che non possiamo
dirigere. Ed è forse nella resa, più che nel dominio, che il sogno si fa cura.
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