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Caso Cinecittà, trasparenza cercasi: con quali criteri si affidano gli incarichi pubblici della cultura?
Il recente caso dell’attuale Amministratrice Delegata di Cinecittà spa (società controllata al 100% dallo Stato) ovvero le indagini che hanno avviato la Procura di Roma, la Corte dei Conti e l’Autorità Nazionale Anti Corruzione che vedrebbero iscritta nel registro degli indagati Manuela Cacciamani, è molto interessante, perché sintomatico di quella che ritengo una gestione malata della “res publica”. Ovvero l’eccesso di discrezionalità ed il deficit di monitoraggio. La questione non è soltanto giudiziaria, e men che mai scandalistica. In Italia, dinamiche sane come la massima trasparenza nella gestione degli affidamenti da parte della Pubblica Amministrazione e come la selezione attraverso procedure comparative di coloro cui lo Stato affida la responsabilità di società pubbliche sono sempre più una eccezione alla regola: la regola che prevale è la discrezionalità del Principe e l’opacità dei rapporti. Milioni e milioni di euro di danaro pubblico vengono “governati” con una discrezionalità che è spesso eccessiva e con una debolezza di controlli talvolta surreale, in assenza di adeguate valutazioni. Procedure che formalmente possono apparire legittime, ma che troppo spesso risultano prive di un adeguato corredo di trasparenza, comparazione, motivazione sostanziale e verifica degli esiti. Il deficit di controlli ha prodotto – in modo esemplare – la grande “bolla” del credito d’imposta nel settore cine-audiovisivo. Uno strumento nato per sostenere il sistema si è progressivamente trasformato, per effetto di una gestione inadeguata della legge Franceschini del 2016, in una sorta di “droga di Stato”: film realizzati non “con” il tax credit ma spesso “per” il tax credit, sovrapproduzione senza reali sbocchi di mercato, flussi automatici di sovvenzione scollegati da qualunque seria verifica di efficienza, efficacia e, in definitiva, di senso in termini di politica culturale. Di questa deriva hanno approfittato imprenditori spregiudicati, e da tempo la Procura di Roma sta facendo luce su possibili anomalie che coinvolgerebbero anche gli affidamenti a multinazionali insospettabili come Fremantle Italia (controllata da Rtl alias la tedesca Bertelsmann). La vicenda era nota a molti addetti ai lavori, ma per anni ha prevalso una sorta di tacita connivenza, in nome della “piena occupazione” di filiera e dei benefici diffusi prodotti dal sistema, con le briciole lasciate ai piccoli produttori indipendenti e agli autori emergenti. Pochi hanno denunciato per tempo la distorsione: tra questi, l’avvocato Michele Lo Foco, e questo blog (non a caso intitolato “ilprincipenudo”); in Parlamento, il pentastellato Gaetano Amato ha tentato di sollevare il velo. Qualcuno ha creduto, insomma, che potesse esserci “un giudice a Berlino”. Ma il deficit di controllo riguarda anche tante altre dinamiche: può lo Stato assegnare centinaia di migliaia di euro e finanche milioni, aggirando o svuotando nella sostanza le regole del Codice dei contratti pubblici? Questo avviene, da anni, nelle lande di Cinecittà spa: la Direzione Cinema e Audiovisivo ha affidato a Cinecittà la gestione di una miriade di cosiddetti “progetti speciali”, di cui non si ha nessuna evidenza (se non il nome soltanto dell’iniziativa e l’entità dei danari trasferiti a Cinecittà). Misteriosi i criteri di selezione, le modalità attuative, i risultati prodotti, le metriche di impatto. Il “caso Cacciamani” è emblematico proprio per questo: l’impresa di cui era socia di maggioranza (65% delle quote) fino a poco prima della sua cooptazione alla guida di Cinecittà spa (da parte dell’ex ministro Gennaro Sangiuliano, nel luglio 2024), ovvero la One More Pictures srl, ha beneficiato di due incarichi da Via Tuscolana, rispettivamente di 300mila e 350mila euro. Quindi oltre la soglia di 140mila prevista dal Testo Unico sugli Appalti per i cosiddetti “affidamenti diretti”. Incarichi affidati nell’economia della campagna promozionale ministeriale “Cinema Revolution”, voluta dalla Sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni, che assorbe circa 20 milioni di euro l’anno. La questione, sia chiaro, non consente processi sommari e non autorizza automatismi colpevolisti. Vale sempre la presunzione di innocenza. Ma autorizza – eccome – una domanda che è politica, oltre che amministrativa: con quali criteri sono stati attribuiti quegli incarichi? Perché senza evidenza pubblica comparativa? Quali risultati concreti hanno prodotto? E, più in generale, quali strumenti di trasparenza e valutazione sono stati adottati per l’intera campagna “Cinema Revolution”? Sono domande tanto più legittime perché non riguardano un episodio isolato, ma un “modello” di gestione. Un modello nel quale il “capitale relazionale” tende a prevalere sulla valutazione oggettiva e indipendente della “qualità dimostrabile”, ovvero delle competenze, dei progetti, dei risultati. La questione è correlata ad altra dinamica malata: come vengono scelti i vertici delle società pubbliche, anche nel settore culturale?! Prevale su tutto la discrezionalità del Principe di turno, ovvero l’“intuitu personae”. Nessuno sa, insomma, perché sono stati nominati Tizio piuttosto che Caio alla guida di Cinecittà spa oppure di un’altra controllata del Mic altrettanto essenziale nel sistema culturale nazionale, qual è Ales spa… Insomma, sceglie il ministro “pro tempore” ovvero egli è il regista e “dominus” di una “selezione” che avviene nelle segrete stanze della partitocrazia, ovvero sui tavoli delle segreterie di partito. Ed è proprio questo il punto. Non occorre dimostrare una scorrettezza penalmente rilevante per cogliere un problema di opportunità istituzionale. È sufficiente osservare la dinamica (di “sliding doors”): una persona che ha guidato una società beneficiaria di incarichi rilevanti da Cinecittà viene poi chiamata ad amministrare la stessa società che era stata sua committente. Anche a voler prescindere da qualsiasi profilo giudiziario, il tema dell’opportunità resta tutto sul tavolo. In sostanza, in Italia continua troppo spesso a prevalere il “capitale relazionale” sulla “qualità dimostrabile” dei profili e dei progetti. È l’abuso della discrezionalità, elevato quasi a metodo ordinario di governo. Eppure una democrazia matura dovrebbe fare l’opposto: ridurre gli spazi dell’arbitrio, rafforzare quelli della trasparenza; limitare il peso dell’“intuitu personae”, allargare quello delle procedure comparative; pretendere motivazioni pubbliche, controlli effettivi, valutazioni indipendenti. Democrazia culturale. Finché ciò non accadrà, il “caso Cacciamani” non sarà un’eccezione. Sarà soltanto il sintomo, l’ennesimo, di una patologia sistemica della politica culturale italiana. L'articolo Caso Cinecittà, trasparenza cercasi: con quali criteri si affidano gli incarichi pubblici della cultura? proviene da Il Fatto Quotidiano.
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I rischi del ‘buy now pay later’: perché il meccanismo non è una semplice rateizzazione
di Cibelle Dardi Non bastava il “Paga in 3 rate” a tasso zero. PayPal ha deciso di alzare il tiro e da settembre 2025 offre la possibilità di dilazionare gli acquisti fino a 24 mesi. Il problema? Questa volta gli interessi ci sono eccome, con un Taeg variabile che può raggiungere picchi significativi. Benvenuti nell’era del “Paga in 6, 12 o 24 rate”, il Buy Now Pay Later (Bnpl), che smette di fare finta di essere un regalo e si mostra per quello che sembra: un finanziamento vero e proprio. Ora si possono rateizzare acquisti tra 120 e 5.000 euro in 6, 12 o 24 rate mensili, con la prima rata che parte dopo un mese. Tutto si gestisce dall’app con un paio di click. Troppo facile a mio avviso, soprattutto se pensiamo che il target principale sono i giovani, quelli che secondo le analisi abbandonano il carrello se non trovano l’opzione rateale. Il meccanismo è rodato: con le tre rate senza interessi ti abitui, ti fidi, e poi quando passi alle dilazioni lunghe non leggi più le clausole. Nel caso di PayPal, il Taeg è variabile in base al merito creditizio dell’utente, all’importo richiesto e alla durata del finanziamento. Il sito ufficiale non specifica percentuali esatte, ma si tratta di credito al consumo con relativi costi. Non proprio uno scherzo, considerando che parliamo di una piattaforma percepita come “diversa” dalle banche tradizionali. Il problema vero è che il Buy Now Pay Later non viene percepito come un debito. Eppure lo è. Gli utenti PayPal in Italia si contano a milioni, e il Bnpl viene adottato da una clientela che lo considera principalmente come facilitazione di pagamento, piuttosto che come forma di credito tradizionale. Questa capillarità rende l’offerta particolarmente insidiosa: i consumatori raramente leggono le clausole e sottovalutano i rischi di sovraindebitamento. Se si salta una rata, PayPal può segnalare i dati personali dell’utente a un’agenzia di informazione creditizia come Crif, compromettendo la possibilità di accedere a futuri prestiti e mutui. Nei casi più gravi può avviare azioni legali per il recupero dell’importo dovuto, con richiesta di emissione di un provvedimento esecutivo e addebito delle spese legali a carico dell’utente moroso. Dal “paga in comode rate” al recupero crediti per vie legali, il passo è più breve di quanto si creda. Il mercato italiano del Bnpl è in piena espansione. Il lancio della soluzione “Paga in 6, 12 o 24 rate” è arrivato proprio in tempo per la stagione degli acquisti natalizi, senza necessità di configurazioni aggiuntive per i merchant. Tempismo impeccabile. La nuova Direttiva europea sul Credito al Consumo deve essere recepita dagli Stati membri entro il 20 novembre 2025, per entrare in applicazione dal 20 novembre 2026. La normativa estenderà le regole sul credito anche ai servizi Bnpl e obbligherà le aziende a controlli più accurati sulla capacità di rimborso dei clienti. Ma fino ad allora continua il Far West. Credo che sia fondamentale che i consumatori imparino a considerare gli acquisti dilazionati per quello che sono: una forma di credito che può trasformarsi in un peso difficile da gestire. Perché quando il click è facile, il conto da pagare arriva sempre. Con gli interessi. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. SCOPRI TUTTI I VANTAGGI! L'articolo I rischi del ‘buy now pay later’: perché il meccanismo non è una semplice rateizzazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
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