Dune: Parte 3 arriverà a Natale 2026. È stato Timothée Chalamet a condividere
pubblicamente l’anteprima del suo ritorno su Arrakis con una foto inquietante
con un suo primo piano dal film. Fresco sconfitto nella corsa all’Oscar 2026
come miglior attore protagonista, Chalamet ha poi postato il trailer dell’epico
finale della trilogia fantascientifica di Denis Villeneuve.
L’uscita, come recita il trailer targato Warner Bros., è prevista per il 18
dicembre 2026 (il 17 in Italia ndr), quindi a ridosso delle festività natalizie
e questo vorrà dire che sarà uno scontro al box office con Avengers: Doomsday.
Villeneuve ha affermato più volte durante il tour promozionale di Dune 2 che un
terzo film di Dune avrebbe ampliato i ruoli di Florence Pugh, Léa Seydoux e Anya
Taylor-Joy – che interpretava la versione adulta e futura di Alia, la sorella
non ancora nata di Paul – tutte con brevi apparizioni nel sequel.
Anche i personaggi interpretati da Josh Brolin e Jason Momoa torneranno in Dune
3, dove avremo anche l’apparizione di Robert Pattinson nel ruolo del cattivo
Scytale. Il ritorno di Paul Atreides/Chalamet per la terza volta era previsto
fin dall’agosto del 2024, quando Legendary Pictures aveva annunciato la terza
puntata del franchise, questa volta tratta dal secondo romanzo di Frank Herbert,
Dune Messiah, pubblicato nel 1969. Dune: Parte 2 aveva vinto due premi Oscar su
5 nomination, ma soprattutto ha incassato a livello mondiale la bellezza di 714
milioni di dollari, mentre il primo si era “fermato” a una cifretta niente male
come 410 milioni di dollari.
Insomma, la saga di Dune è stata fino ad ora un notevole successo commerciale.
L’intenzione di battere il ferro finché era caldo da parte di un regista
algidamente visionario come Villeneuve era stata confessata prima di ogni altra
conferma ufficiale dal compositore Hans Zimmer: “Denis arriva al secondo giorno
di riprese e, senza dire una parola, mette Dune Messiah sulla mia scrivania. So
quindi dove stiamo andando e so che non abbiamo ancora finito”. La critica,
infine, non si è mai strappata le vesti per i Dune di Villeneuve, ma non li ha
nemmeno mai apertamente stroncati. Mentre un pregiudiziale “non l’ho visto non
mi piace” era arrivato da Quentin Tarantino che disse: “Ho visto Dune di Lynch
un paio di volte. Non ho bisogno di rivedere questa storia”. Nulla contro
Villeneuve, ma solo parecchio fastidio sui remake: “È un remake dopo l’altro,
non se ne può più. La gente mi chiede hai visto Dune? Hai visto Ripley? Ecc… e
io: No!”.
> DUNE PART THREE pic.twitter.com/h1oK2PKp59
>
> — Timothée Chalamet (@RealChalamet) March 17, 2026
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deserti e sfida ai Marvel proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Notte degli Oscar
C’è qualcosa di profondamente stonato nel modo in cui gli Oscar ricordano i
morti. Il segmento In Memoriam, nato per rendere omaggio agli artisti scomparsi,
è diventato negli anni una sorta di classifica implicita: chi merita il ricordo
globale e chi invece scivola fuori campo, inghiottito da una memoria selettiva
che spesso sembra seguire più la logica dello spettacolo che quella della storia
del cinema. La polemica di quest’anno lo dimostra ancora una volta. Nel video
tributo della cerimonia sono rimasti fuori nomi che, nel bene o nel male, fanno
parte dell’immaginario collettivo: Brigitte Bardot, icona assoluta del cinema
europeo; James Van Der Beek, volto simbolo di una generazione televisiva grazie
alla serie Dawson’s Creek; ed Eric Dane, il celebre dottor Sloan della serie
Grey’s Anatomy.
Eppure lo spazio per altri tributi si è trovato. La cerimonia ha scelto di
dilatare doverosamente e giustamente il tempo dedicato a figure come Robert
Redford (ricordato da una commovente Barbra Streisand), Rob Reiner e Diane
Keaton, con momenti specifici e segmenti dedicati. Scelte legittime, certo:
Redford è una colonna del cinema americano, regista premio Oscar per Ordinary
People e fondatore del Sundance Film Festival.
Il paradosso è che l’Academy sembra ignorare proprio la dimensione più
universale della memoria cinematografica. Brigitte Bardot non è solo un’attrice:
è stata un fenomeno culturale planetario, un simbolo della rivoluzione dei
costumi degli anni Sessanta. Escluderla significa cancellare un pezzo di storia
dell’immaginario europeo dal palcoscenico più potente del cinema mondiale. Non è
neppure la prima volta che accade. Solo un anno fa l’assenza di Alain Delon
aveva scatenato polemiche identiche. Anche allora l’Academy si era difesa
parlando di limiti di tempo, come se la memoria fosse una questione di scaletta
televisiva.
Nel frattempo lo spettacolo continua. Si parla già del possibile momento
musicale di Barbra Streisand, che potrebbe cantare The Way We Were per ricordare
Robert Redford, suo partner nel film The Way We Were. Un momento destinato a
diventare virale, commovente, perfetto per la televisione. Ed è proprio qui che
nasce il sospetto più scomodo: l’In Memoriam non è più solo un rito di ricordo,
ma un segmento narrativo dello show. Alcuni nomi funzionano meglio di altri,
creano storie più forti, portano più nostalgia, più audience.
Ma la memoria non dovrebbe funzionare così. Il cinema è una storia collettiva,
fatta di icone planetarie e di figure meno celebrate ma comunque decisive per
milioni di spettatori. Quando un tributo diventa selettivo fino a sembrare
arbitrario, il rischio è che non racconti più la storia del cinema — ma soltanto
quella che Hollywood decide di ricordare.
L'articolo Gli Oscar e la memoria corta: dimenticati Brigitte Bardot, James Van
Der Beek ed Eric Dane proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’intensa Jessie Buckley – che aveva già conquistato ogni premio possibile – ha
vinto il suo primo Oscar grazie alla sua commovente interpretazione in Hamnet
per il ruolo di Agnes, moglie di William Shakespeare, nel film diretto da Chloé
Zhao. Buckley, irlandese, aveva già dominato la stagione dei premi prima della
cerimonia di domenica, vincendo nella sua categoria ai Critics Choice Awards, ai
Golden Globes, ai BAFTA e agli Actor Awards. Hamnet, adattamento dell’omonimo
romanzo del 2020, aveva ottenuto otto candidature agli Oscar e Buckley era
considerata la favorita per la statuetta come miglior attrice.
Buckley è scoppiata a ridere prima di iniziare il suo discorso, dicendo: “È
davvero qualcosa di incredibile”. “Oggi nel Regno Unito è la Festa della mamma,
quindi vorrei dedicare questo premio allo splendido caos che è il cuore di una
madre”, ha aggiunto. “Tutti noi proveniamo da una stirpe di donne che continuano
a creare contro ogni avversità. Grazie per aver riconosciuto il mio lavoro in
questo ruolo”. Buckley era candidata accanto alle esordienti Rose Byrne per If I
Had Legs I’d Kick You e Renate Reinsve per Sentimental Value. Erano inoltre
nominate la due volte vincitrice Emma Stone per Bugonia e Kate Hudson per Song
Sung Blue.
Hamnet, adattamento del romanzo storico premiato di Maggie O’Farrell pubblicato
nel 2020, racconta la misteriosa vita privata del celebre drammaturgo e poeta
Shakespeare e di sua moglie Anne Hathaway (chiamata anche Agnes). La trama ruota
attorno alla morte del figlio undicenne della coppia, Hamnet, e al dolore
devastante che ne seguì. L’attore irlandese Paul Mescal interpreta William
Shakespeare mentre il film immagina un legame tra la tragica morte di Hamnet e
la nascita di quella che molti considerano la più grande tragedia di
Shakespeare, Amleto.
L'articolo “Dedico questo premio allo splendido caos che è il cuore di una
madre”, il trionfo di Jessie Buckley agli Oscar 2026 proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Prima volta seduto in sala, vero Ted?”. È la battuta più esilarante della Notte
degli Oscar 2026 che ha visto trionfare P.T. Anderson e il suo film Una
battaglia dopo l’altra. Ed è il conduttore Conan O’Brien a dirla nel suo
classico monologo di apertura. Tra l’ennesimo tormentone su Timothée Chalamet
(“La sicurezza è molto rigida stasera. C’è il timore di attacchi da parte delle
comunità del balletto e dell’opera. Sono solo arrabbiati perché hai escluso il
jazz”) e una rocambolesca introduzione travestito da Amy Madigan in Weapons
(miglior attrice non protagonista), O’Brien ha coinvolto direttamente la rara
presenza fisica di Ted Sarandos, il patron di Netflix.
“Il CEO di Netflix, Ted Sarandos, è qui ed è emozionante: è la prima volta che
vai in una sala, vero Ted?”, ha scherzato O’Brien. Poi, mettendosi per un attimo
nei panni di Sarandos e della mentalità Netflix del guardare i film da casa, ha
affondato il colpo: “Sarà lì che si chiederà (Sarandos ndr): perché tutta questa
gente è qui in sala a divertirsi insieme?! Perché non dovrebbero stare a casa
sul divano da soli a vedere film?”. Sarandos non ha fatto una piega e, facendo
buon viso a cattivo gioco, si è prodotto in una risatona da… Oscar.
L'articolo “Prima volta seduto in sala, vero Ted?”, la battuta più esilarante
degli Oscar 2026 è contro il patron di Netflix proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Il mio cowboy intellettuale”. Barbra Streisand ricorda Robert Redford (morto il
16 settembre 2025) e grondano lacrime. Giusto a metà della cerimonia degli Oscar
2026, a chiudere il momento In Memoriam, dove tra gli altri sono stati ricordati
Diane Keaton, Claudia Cardinale e Robert Duvall, ecco l’attimo più atteso e
commovente. A ricordare la leggenda di Hollywood è salita sul palco Barbra
Streisand, che con lui aveva interpretato Come eravamo nel 1973 sotto la regia
di Sydney Pollack.
“Quando ho letto la prima versione della sceneggiatura di Come eravamo potevo
immaginarmi solo un uomo ad interpretarlo, eppure lui inizialmente ha rifiutato
la parte. Diceva che quel personaggio non aveva spina dorsale, non aveva
carattere”, ha ricordato la Streisand in uno dei silenzi più toccanti degli
Oscar di tutti i tempi. “Era un attore brillante, raffinato, e ci siamo
divertiti moltissimo a interagire perché non sapevamo mai cosa avrebbe fatto
l’altro in una scena. E sono entusiasta che Come eravamo sia ora considerato un
classico della storia d’amore, ma che parli anche di un periodo buio della
nostra storia, la fine degli anni ’40 e l’inizio degli anni ’50, quando le
persone si denunciavano a vicenda ed erano soggette a giuramenti di fedeltà”.
Streisand ha poi ricordato come Bob avesse “una vera spina dorsale, sia sullo
schermo che fuori. Si batteva per difendere la libertà di stampa, proteggere
l’ambiente e incoraggiava nuove voci al suo Sundance Institute, alcune delle
quali sono candidate all’Oscar stasera, il che è fantastico. Era riflessivo e
audace. Lo definivo un cowboy intellettuale che si è fatto strada da solo, ha
vinto l’Oscar come miglior regista e ora mi manca più che mai, anche se adorava
prendermi in giro”.
“Mi chiamava Babs – ha poi concluso – e io gli dicevo: ‘Bob, non sono una Babs,
lo sai’. Ma il modo in cui lo diceva mi faceva ridere. E molti anni dopo, mentre
chiacchieravamo al telefono delle solite cose – politica, arte, i nostri
preferiti – mentre riattaccavamo, lui disse: ‘Babs, ti voglio un bene dell’anima
e te ne vorrò per sempre’. E nell’ultimo biglietto che scrissi a Bob, lo
conclusi con ‘Anch’io ti voglio bene’, e lo firmai Babs”.
Streisand, che si era ritirata dalle esibizioni live nel 2019, ha poi intonato
un paio di strofe del brano principale omonimo di Come eravamo. Il discorso
della cantante e attrice è durato quasi quattro minuti, una sorta di
crepuscolare record di durata in una cerimonia in cui le parole sono strizzate
in pochissimi secondi.
L'articolo “Il mio cowboy intellettuale”, Barbra Streisand commuove gli Oscar
2026 ricordando Robert Redford proviene da Il Fatto Quotidiano.
“No alla guerra. Palestina libera”. Il vero anelito politico alla 98esima Notte
degli Oscar lo porta Javier Bardem. L’attore spagnolo, ormai leader mondiale pro
Pal tra i propri colleghi a tutti gli effetti, sale sul palco del Dolby Theatre
per premiare il miglior film internazionale: il Sentimental Value del regista
“nerd” (sua definizione, ndr) Joachim Trier. Tra questi non c’è solo Un semplice
incidente dell’iraniano Jafar Panahi, ma anche The Voice of Hind Rajab, il
docudrama di Kaouther Ben Hania incentrato sull’uccisione di una bimba
palestinese a Gaza da parte dell’esercito israeliano.
Bardem si presenta in scena già con un’enorme scritta rossa sul bavero della
giacca, con messaggi contro la guerra e a favore dei palestinesi. Poi, una volta
al microfono, la voce possente e perentoria invita alla pace e alla liberazione
di Gaza da Israele. Bardem è stato l’unico a portare all’attenzione della platea
e degli spettatori la tragedia del popolo palestinese. Qualche cenno alla
questione russa c’è stato durante la premiazione del documentario Mr. Nobody
Against Putin, mentre sia P.T. Anderson (vincitore con Una battaglia dopo
l’altra di sei Oscar) sia Joachim Trier, regista di Sentimental Value (miglior
film internazionale), hanno fatto un paio di dichiarazioni velatamente anti
Trump.
L'articolo “No alla guerra. Palestina libera”, l’unico vero anelito politico
degli Oscar 2026 è di Javier Bardem proviene da Il Fatto Quotidiano.
“E ora andiamo a prenderci un Martini”. Dopo la rivoluzione per i migranti una
sosta al bar degli Oscar è d’obbligo. Una battaglia dopo l’altra sopravanza
Sinners di un paio di Oscar – 6 a 4 alla fine – e P.T. Anderson si concede la
pausa relax da semi trionfatore. La grottesca farsa anti Trump porta a casa
l’Oscar per il miglior film, regia e sceneggiatura non originale (P. T.
Anderson), montaggio, casting e miglior attore non protagonista per Sean Penn
(assente in sala, novello Marlon Brando). Ryan Coogler e l’epopea vampiresca
blues afroamericana di Sinners si “fermano” invece a quattro: sceneggiatura,
colonna sonora, fotografia e miglior attore per Michael B. Jordan. Un manuale
Cencelli venuto un po’ storto, insomma. Tanto a goderne è sempre la Warner che
produce entrambi i film e che è stata acquisita dalla Paramount vicina a Trump
(godeteveli perché, dicono, che film così non li produrrà più).
HOLLYWOOD IN SORDINA TRA POLITICA E STAR
Hollywood si autocelebra con un profilo basso, spettacolo in sordina, niente
urla, parole serrate e in fila senza la benché minima sbavatura, qualche lampo
politico sì (Bardem pro Palestina) ma nemmeno realmente percepibile. La miglior
attrice è Jessie Buckley per Hamnet, mamma antica dello sfortunato figliolo di
Shakespeare che ringrazia marito, figlio, famiglia irlandese allargata. Abito
rosa e stola rossa, elogia la sua “donna incandescente” e dedica “la vittoria
allo splendido caos che è il cuore di una madre”. Il 39enne Michael B. Jordan,
addirittura doppio gemello in Sinners, vero divo black hollywoodiano, scavalca
DiCaprio e Chalamet, bacia la mamma seduta a fianco e ricorda che è lì perché
prima di lui ci sono stati fratelli e sorelle, “fari, guide e antenati” come
Sidney Poitier, Halle Berry, Forest Whitaker, Denzel Washington. E se Hollywood
per una sera avrebbe potuto tingersi di black – quando ricapita un Sinners con
16 nomination – preferisce le impervie letture tardo cinefile bianche
sofisticate.
IL TRIPLO SHOW DI P.T. ANDERSON
A partire dall’Oscar al miglior attore protagonista a Sean Penn (terza volta,
ndr) per il colonnello razzista Lockjaw e allo stilosissimo P.T. Anderson che
finché mostrava idiosincrasie con ago e filo e follie fondative petrolifere con
il feticcio Daniel Day Lewis (senza vincere nulla) sembrava un incompreso dio
del tempo e del cinema, ma poi con un film politico estratto nel momento
politico giusto ha fatto una mezza strage di banalità e modestia.
Vincendo tre premi a suo nome (sceneggiatura, regia, pure il film) sale tre
volte sul palco. E se al primo round si toglie la soddisfazione del messaggio
polemico ma garbato (“ho scritto questo film per i miei figli: mi spiace per il
casino di mondo che lasciamo a voi, ma vi lascio anche l’incoraggiamento che
sarete voi la generazione del buon senso, della dignità e della decenza”); al
secondo molla gli ormeggi del savoir faire (“Mi son chiesto se me lo merito
oppure no, certo il piacere c’è”); al terzo sbrocca con la storia del Martini e
con i paragoni egomaniacali rievocando, non si capisce bene perché, il 1975
ovvero “quando erano candidati agli Oscar Lo squalo, Qualcuno volò sul nido del
cuculo, Nashville, Quel pomeriggio di un giorno da cani, Barry Lyndon e oggi ad
esserci io mi pare incredibile”.
GAG, PREMI E UN GRANDE SCONFITTO
La cerimonia parte con una raffica di battute esilaranti di Conan O’Brien
(Chalamet, Sarandos, YouTube al posto della ABC per la diretta Oscar e parecchie
gag sull’AI) in mezzo a una scenografia anni Venti, piante, vetrate verticali
dai colori tenui, come fosse proprio uno di quei bar per i Martini amati da
Anderson.
La prima premiata è la 75enne Amy Madigan per Weapons come miglior attrice non
protagonista, poi il fenomeno coreano targato Netflix, KPop Demon Hunters, apre
il suo momento Oscar da due su due (miglior film d’animazione e miglior
canzone). Tempo di un paio di spot e anche gli Oscar per i migliori costumi,
trucco e scenografia finiscono nel castello di Frankenstein di Guillermo Del
Toro (3 su 9 nomination) piazzato dall’organizzatore dei posti sommariamente di
lato al buio della sala come fosse un montatore guatemalteco qualunque.
Intanto per il miglior cortometraggio non solo c’è uno storico ex aequo con
l’Oscar sia a The Singers che a Two People Exchanging Saliva, ma per il film con
lo scambio di saliva tra i sei produttori provenienti da mezzo mondo c’è
l’italiana, e bolognese, Valentina Merli. Anche F1 (miglior suono) e Avatar 3
(effetti visivi) portano a casa una statuetta; mentre tra i documentari vince il
titolo anti russo (Mr. Nobody Against Putin) ed è pure l’ora della prima
direttrice della fotografia donna a vincere l’Oscar per il suo contributo in
Sinners. Si tratta di Autumn Durald Arkapaw che invita le donne in sala ad
alzarsi in piedi: “senza di voi non potrei essere qua”.
C’è pure il momento Jimmy Kimmel, intervenuto per premiare i documentari lunghi
e corti, che abbozza un attacco alla rete che l’ha censurato: “Come sapete, ci
sono alcuni Paesi i cui leader non sostengono la libertà di parola. Non posso
dire quali. Diciamo solo che si tratta della Corea del Nord e della CBS”.
Infine se c’è un Oscar che ci fa immenso piacere è quello per il miglior film
internazionale a Sentimental Value del regista norvegese Joachim Trier. “Io sono
un nerd del cinema dalla Norvegia. Ringrazio Neon (i produttori ndr). Il mio
film parla di una famiglia molto disfunzionale, mentre il cast alle mie spalle
(tra cui lo splendido Stellan Skarsgard che deve soccombere tra gli attori non
protagonisti a favore del mellifluo Penn ndr) non è stato affatto disfunzionale.
Ricordate quello che ha detto lo scrittore James Baldwin: tutti gli adulti sono
responsabili di tutti i bambini, non votate i politici che non prendono in
considerazione questa verità”.
Ultimo appunto: se un vincitore largo non c’è, c’è però un larghissimo (e
ingiusto) sconfitto: Marty Supreme.
L'articolo “E ora andiamo a prenderci un Martini”, P.T. Anderson trionfa agli
Oscar 2026 con la “farsa” anti Trump di Una battaglia dopo l’altra proviene da
Il Fatto Quotidiano.
E se fosse la notte di Sinners e noi dall’Italia, come spesso capita per la
vasta, differente cultura americana, non ci avessimo capito niente? Secondo la
maggior parte dei siti del settore l’epopea tutta black con vampiri volanti di
Ryan Coogler e Michael B. Jordan avrebbe superato Una battaglia dopo l’altra per
l’Oscar come miglior film. Curioso, peraltro, che si tratti di una, pardon,
battaglia meramente tra film politici tutta in casa Warner. Casa di produzione
che è appena stata acquistata dalla Paramount (agli Oscar 2026 con zero tituli
già prima di iniziare), tanto che la domanda è, e sarà: ma David Ellison
produrrà in futuro due film così smaccatamente antirepubblicani e, come quello
di P.T. Anderson, così anti Trump? Improbabile.
Intanto alla Warner si godono gli ultimi fuochi del loro quasi centenario
operato hollywoodiano: l’Oscar per il miglior film, sia che caschi da una parte
o che caschi dall’altra, cascherà sempre a casa Warner. Un modo onorevole di
lasciare il campo agli sfidanti (Netflix, 20th Century Fox, Apple e Neon, quelli
più quotati per vincere quest’anno). Intanto se vincesse Sinners sarebbe la
prima volta sul gradino più alto dell’Academy di un film horror (Il silenzio
degli innocenti è un thriller e non ha nulla di sovrannaturale), zeppo di blues
e di folklore afroamericano del delta del Mississippi. Un film che va alle
radici dell’oppressione razziale e del desiderio di autonomia e rivalsa della
cultura black con una leggerezza pulp, in certi punti perfino confusionaria, che
si è trasformata presto in un largo trascinamento popolare.
Sinners ha incassato ben 370 milioni di dollari in tutto il mondo, di cui 280
solo negli Stati Uniti, con un weekend di apertura da quasi 50 milioni di
dollari (il budget del film era sui 100 milioni). Al contrario Una battaglia
dopo l’altra ha guadagnato nell’intero periodo di uscita negli Stati Uniti poco
più di quello che Sinners ha raccolto nel primo weekend (70 milioni di dollari),
tanto che per alcuni in patria è stato un flop.
Una battaglia dopo l’altra è il tipico film art house che, deformando
grottescamente il senso di rivolta verso il potere bianco, razzista e anti
migranti dell’attuale amministrazione Trump (nonostante politiche restrittive,
muri e forze di polizia siano state usate allo stesso modo durante le
amministrazioni democratiche, ndr), trova la quadratura del cerchio nella
critica più progressista che ci ha letto impegno e urgenze ben oltre la sua
sofisticata digeribilità.
C’è un tocco di black power anche nel film di Anderson giacché corpo e anima
della protagonista terrorista Perfidia (Teyana Taylor) sono ambiti sia dal
collega bombarolo Bob (Leonardo DiCaprio) sia dal colonnello nazi interpretato
da Sean Penn, ma soprattutto perché dall’accoppiamento tra lei e Bob nasce una
nuova eroina nera, Willa (Chase Infiniti), l’unico sostanziale elemento di
freschezza in un film programmaticamente vecchiotto, pronta per nuovi e continui
scenari di battaglia contro il potere. Gli altri concorrenti all’Oscar come
miglior film sono Bugonia di Yorgos Lanthimos, F1 di Joseph Kosinski,
Frankenstein di Guillermo del Toro, Hamnet di Chloé Zhao, Marty Supreme di Josh
Safdie, L’agente segreto di Kleber Mendonça Filho, Sentimental Value di Joachim
Trier.
L'articolo Sinners o Una battaglia dopo l’altra? Comunque vada l’Oscar 2026 per
il miglior film sarà anti Trump proviene da Il Fatto Quotidiano.
Quando i favoriti sono due, il gioco – finalmente – si fa stimolante. È quanto
sta accadendo nella categoria dei candidati all’Oscar per la miglior regia. Un
cinquina che quest’anno offre una diversificazione di sguardo di alto livello
con tre statunitensi, una cinese naturalizzata Usa e un norvegese in lizza.
Andando per esclusione, ovvero che Chloé Zhao per Hamnet, Joachim Trier per
Sentimental Value e Josh Safdie per Marty Supreme sono da considerarsi già fuori
gara – i loro film si dovranno “accontentare” di statuette in altre categorie,
in taluni casi prestigiose come i migliori attori protagonisti – la sfida si
stringe su Ryan Coogler per I peccatori (Sinners) e Paul Thomas Anderson per Una
battaglia dopo l’altra (One Battle After Another). Un derby californiano che
nella Award Season ha alternato le inclinazioni dei favori per l’uno o per
l’altro, su basi e ragionamenti tutti validi e condivisibili. Vediamo quali.
Partendo da I peccatori, film dotato di 16 nomination, record assoluto nella
storia, in un aggiornamento datato 9 marzo Variety lo considera il superfavorito
alla vittoria motivata non solo dal numero impressionante di candidature, ma
anche e forse soprattutto dal box office esplosivo ottenuto in patria, $
369milioni tra Usa e Canada su $ 700milioni worldwide, qualcosa di inedito per
un horror/musical che partiva lontanissimo dalle premesse di un blockbuster
quale si è rivelato in seguito.
Il film, diretto da Coogler con energia visiva e capacità di orchestrare generi
diversi con ritmo e controllo, ha ricevuto alcuni premi importanti, ma nessuno
di questi indirizzato direttamente al 39enne regista di Oakland di cui Sinners
rappresenta il quinto lungometraggio, successivo alla doppietta di Black
Panther. Il dato non è indifferente rispetto alle probabilità che la statuetta
venga a lui assegnata, tutt’altro. Non è quindi un caso che le prediction
meramente affidate alle scommesse diano il film interpretato da Michael B.
Jordan “solo” a 11 quote la puntata.
Quote che invece drasticamente scendono a 1,03 in riferimento alla regia di Paul
Thomas Anderson, decretandone così i favori dei bookmaker. E questo perché Una
battaglia dopo l’altra con le sue 13 nomination si è portato casa praticamente
tutti i premi della corsa all’Oscar legati al regista nato a Los Angeles nel
1970: Golden Globe, Bafta, Critics’ Choice Award, Directors’ Guild Award. Una
quantità e qualità di riconoscimenti che difficilmente non consentiranno a PTA
di trionfare finalmente anche alla Notte del 15 marzo, considerando anche che a
oggi è il cineasta con maggior candidature in carriera (14) ancora non
trasformate. Ciò non fa che innalzare il cosiddetto “hype” per una sua agognata
e meritata vittoria.
Solo Variety, si diceva e non è poco, non lo dà per superfavorito, appellandosi
principalmente agli entusiasmi ricevuti in patria da I peccatori. Ma per chi
scrive sarebbe arrivato il momento di celebrare uno dei massimi talenti
cinematografici della contemporaneità, capace ancora una volta di mettere in
scena un testo – liberamente adattato da Pynchon – potente, mirabolante,
complesso, coraggioso e ferocemente politico.
L'articolo Oscar 2026, il miglior regista? I pronostici dicono Coogler, ma è ora
di premiare il talento di P. T. Anderson proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’attrice Premio Oscar Lupita Nyong’o (Miglior attrice non protagonista per “12
anni schiavo”, ndr) il primo marzo scorso ha festeggiato 43 anni e sui social ha
condiviso un messaggio intimo e personale. “È il mio compleanno e mi sento
riflessiva. – ha affermato – Non per l’età, ma per un altro numero: 77. Nel
corso della mia vita ho portato con me 77 fibromi uterini: 25 sono stati rimossi
chirurgicamente e oltre 50 stanno ancora crescendo dentro di me oggi, il più
grande delle dimensioni di un’arancia (scorri per vedere la mia risonanza
magnetica)”.
E ancora: “Questa non è una storia rara. È solo una storia raramente raccontata.
Ho attraversato stagioni di dolore costante, perdendo ogni mese quantità
pericolose di sangue e soffrendo in silenzio. In questa immagine tengo in mano
77 frutti, come simbolo di ciascun fibroma, per rendere visibile il peso che io
– e milioni di donne come me – portiamo ogni giorno. L’anno scorso ho rotto il
silenzio”.
“La risposta è stata travolgente: donne da ogni parte mi hanno scritto
raccontando storie proprio come la mia. – ha continuato – È per questo che ho
lanciato #MakeFibroidsCount, per raccogliere fondi e aumentare la consapevolezza
sulla ricerca sui fibromi uterini. Il mio desiderio di compleanno è un mondo in
cui nessuna donna debba soffrire a causa dei fibromi senza essere curata, senza
ricevere trattamenti insufficienti o senza venire ascoltata. Per arrivarci
abbiamo bisogno di ricerca. E la ricerca ha bisogno di finanziamenti. Vi fa di
fare un regalo che conta davvero? Il link permette di donare. Ogni dollaro andrà
alla ricerca che potrebbe cambiare, o addirittura salvare, la vita di una donna.
Forse qualcuna che amate. Forse voi stesse. Grazie per festeggiare con me nel
modo più significativo possibile”.
L'articolo “Ho avuto 77 fibromi uterini: 25 sono stati rimossi chirurgicamente e
oltre 50 stanno ancora crescendo dentro di me oggi”: lo rivela Lupita Nyong’o
proviene da Il Fatto Quotidiano.