“La morte di Hamnet e la scrittura di Hamlet si alternano nei registri tra fine
del sedicesimo secolo e inizio diciassettesimo” spiega una didascalia in esergo
su sfondo nero in apertura di Hamnet. Essere o non essere? O ancora meglio:
esserci stato o non esserci stato? Se c’è un fatto storico nebuloso, riscritto,
disaggregato e riaggregato è la vita e il lavoro, di William Shakespeare.
Figuriamoci su cosa ha detto, fatto e brigato il suo unico figliolo morto (per
la peste?), tal Hamnet. Faceva prove di fioretto con la spadina di legno in
giardino con papà Bardo? Aveva questo rapporto simbiotico con la sorella gemella
Judith tanto da autoinsufflarsi il morbo mortifero e morire al posto suo?
Vivaddio, il romanzo scritto da Maggie O’Farrell, da cui Chloé Zhao ha tratto
pedissequamente il suo quinto film (otto le candidature agli Oscar, compreso
miglior sceneggiatura non originale, regia, film e attrice principale – Jessie
Buckley), più che un documento storico rivelatore è un’invenzione finzionale
tragica su un lutto familiare devastante che forse, chissà, potrebbe aver
sconvolto la famiglia Shakespeare fin quasi alla rottura e, soprattutto,
ispirato l’autore inglese nientemeno che per la stesura dell’Amleto come
elaborazione del lutto. Hamnet non ha nulla di lezioso (Shakespeare in Love), ma
vive di un realismo estremo e crudo, plasmato su una cupa luminosità, una vivida
sporcizia e su un’ancestrale animalità da tardo Cinquecento rurale nei dintorni
campagnoli di Stratford-upon-Avon (Avon che esonda, peraltro).
Il film si apre con un’oggettiva dall’alto che riprende Agnes Hathaway (Buckley)
rannicchiata, assopita e sporca di terra, tra le enormi radici di un albero
secolare. In una pausa dalle lezioni private date ai figli dei vicini per
ripianare i debiti del babbo guantaio, Will (Paul Mescal, davvero a suo agio tra
dita inzaccherate, umori e strazi) incontra Agnes in mezzo al bosco. Come
animali si annusano e si amano in mezzo a piante e arbusti giganteschi, fango e
acque limacciose, tavolate di cipolle e patate a essiccare. Avendo ricevuto in
dono la sapienza erborista da parte della madre, e usandola come medicamento,
Agnes è considerata una mezza strega. Minimo, anche se intenso, è lo scandalo,
mentre Will prova a seguire nel tormento e tra fioche, sghembe candele l’istinto
di scrittore e Agnes, incinta, partorisce la prima figlia nel bosco senza aiuto
alcuno.
Saranno i gemelli, Hamnet e Judith, a nascere rocambolescamente con i segni
della morte e della sopravvivenza addosso. Così, se papà Will inizia a ingranare
e passa numerosi e lunghi periodi nella perigliosa e lurida Londra reale a
mettersi su compagnia e a mettere in scena i suoi testi, a casa Agnes vede
ammalarsi di peste i figlioli e perirne uno. Per tre quarti di film Hamnet pulsa
di questa condensazione inesausta e primitiva di urla e lacrime, di pozioni e
cenni esoterici come circolare difesa da mali e maligno, di inquadrature
incombenti angolari dall’alto nelle stanze come soggettive spiritate.
Poi il film prorompe in un’ultima parte con la riproduzione altrettanto
realistica del Globe Theatre londinese e della prima ultrapopolare dell’Amleto,
con Agnes in piedi e in prima fila, e Will pieno di biacca in viso, spettro
vagante sul palco in un bosco di cartapesta. Impossibile rimanere passivi di
fronte a questa duplice versione esasperata della fine della vita, appesa ogni
secondo a un imperscrutabile destino, di una gioia familiare tanto intensa
quanto fragile e sottile. La regia di Zhao è ieraticamente spiazzante,
sinistramente anticonvenzionale, per certi versi anche un filino
sentimentalmente ricattatoria. Anche se Hamnet è un film che lascia
drasticamente il segno in quel suo vertiginoso specchio tra sporco verismo
naturalistico e finzione armonica del teatro, tra semplicità emotiva e
sofisticazione da letterati, tra femmina madre concreta e dominante e maschio
padre etereo e subalterno. Definirla una riscrittura dei ruoli di genere è forse
troppo, ma non si cade tanto lontani dalla verità. Buckley antidiva assoluta,
con bava e capelli stropicciati da applausi. In sala dal 5 febbraio.
L'articolo Hamnet, così un figlio perduto segnò il destino di Shakespeare e
ispirò un capolavoro del teatro proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Oscar 2026
Sono usciti quasi tutti il 29 gennaio questi nuovi film al cinema: ‘La scomparsa
di Josef Mengele’ sull’infinita fuga di un nazista; ‘Le cose non dette’ segna il
ritorno di Gabriele Muccino; ‘Send Help’ si presenta come il nuovo horror di Sam
Raimi; ‘L’agente segreto’ è il brasiliano in corsa per 4 Oscar. Invece in
anteprima voglio parlarvi di ‘Giulio Regeni – Tutto il male del mondo’ che
ripercorre 10 anni di processo e insabbiamenti, in sala dal 2 al 4 febbraio; e
‘Hamnet’ che tratta la vicenda dolorosa di Shakespeare dietro la scrittura, dal
5 al cinema.
***
Appena passata la Giornata della Memoria escono al cinema anche film che
raccontano i colpevoli della Shoah. Così dal 29 gennaio è in sala La scomparsa
di Josef Mengele, di un regista russo, originale e antiautoritario come Kirill
Serebrennikov. Il suo racconto lucido sulla fuga lunga trent’anni del medico
macellaio di Auschwitz parte proprio dalle sue vere ossa che vengono conservate
oggi in un Museo della Memoria. Il bianco e nero, il montaggio che ci trasporta
su due binari temporali nella vicenda di quest’uomo protetto nel dopoguerra da
un conclave di nazisti in Sudamerica, forse raggiunge il suo culmine con il
confronto tra il gerarca e il figlio hippie, che scopre solo a fine anni
settanta i crimini del padre. Colpa e coscienza si scontrano in questa bilancia
del tempo che fa luce sui cerotti segreti di un regime finito, ma offre
consapevolezza sui rigagnoli velenosi del nazismo che si sono nascosti per
decenni tra le fazendas brasiliane e le periferie difficili di paesi neolatini.
Roccioso e inquietante il protagonista August Diehl, anche nel creare
involontariamente con il regista, un ponte con La zona d’interesse, altro titolo
sul tema campi e memoria.
Seppur diversamente, tocca il tema della memoria anche L’agente segreto di
Kleber Mendonça Filho. L’autore sfiora con tante citazioni alcuni classici del
cinema, e la vicenda di quest’uomo che torna a Recife per ritrovare la sua
famiglia impiglia il nostro sguardo, come il protagonista, tra la dittatura
degli anni ‘70 e il suo popolo formica. “La macumba è il twist dei poveri” dirà
a un certo punto uno dei personaggi. Ricostruzione minuziosa e meritevole di 4
candidature agli Oscar 2026, parte come affresco storico su quel Brasile ma
presenta diverse tragiche analogie con tanto insospettabile Occidente
democratico di oggi. E Wagner Moura è protagonista inossidabile del film
politico del momento.
Spostandoci in Italia invece, le sue dinamiche narrative si basanoda sempre su
relazioni amorose in crisi e struggimento individuale per raggiungere
un’impossibile serenità dei personaggi. Gabriele Muccino ha trasformato
agilmente Siracusa, il romanzo di Delia Ephron del 2018 in sceneggiatura corale
per il suo Le cose non dette. Una coppia in crisi porta una coppia di amici in
vacanza a Tangeri (nel libro erano americani in Sicilia). Alla ricerca di nuovi
equilibri vedremo una madre elicottero, l’iperprotettiva Carolina Crescentini,
un marito inseguito dall’amante giovane e appassionata, i sanguigni Stefano
Accorsi e Beatrice Savignani e due legatissimi amici. Tra i personaggi adulti e
traballanti brilla la giovane rivelazione Margherita Pantaleo nei panni della
figlia tredicenne con un bel caratterino. Crinale tra fiducia e tradimento, è su
questo rasoio che Muccino fa girare una serie di mulinelli emotivi e narrativi
rimescolando continuamente le acque della tensione. Il piccolo allievo di Ettore
Scola ora è grande, e stavolta ha fatto un quasi-thriller. Claudio Santamaria lo
aiuta a bagnarlo di commedia all’italiana, mentre la macchina da presa gli danza
intorno come fosse un altro personaggio, e Miriam Leone ci risulta gigante nella
sua dolorosa performance.
Tornando alle democrazie oggi dubbiose, ce ne andiamo negli Usa di Sam Raimi per
il suo horror giocherellone Send Help. Il plot aveva potenziale. Un’impiegata
timida e un po’ sciatta si ritrova su un’isola deserta con il suo capo bullo.
Chi si salverà nello scontro? Chissà cosa ne avrebbe pensato la Wertmuller,
perché mai nessuno è più riuscito a dare a quel naufragio a due un senso forte
come fece lei. Comunque, Raimi gigioneggia in ciò che lo diverte. Allora sangue
a volontà, situazioni iperboliche irreali e buchi tremendamente illogici sulla
storia. Anche se la protagonista Rachel McAdams è super, tutto pare
perfettamente apparecchiato per sollazzare e sfogare superficialmente un
pubblico giovane e rabbioso.
Giungiamo alla prima anteprima, Giulio Regeni – Tutto il male del mondo, in sala
per soli 3 giorni a inizio febbraio. Ma è sempre un inizio per i film evento,
perché se gli spettatori chiedono agli esercenti, alcune proiezioni fuoridata ci
scappano sempre. E qui ne varrebbe la pena. Il regista Simone Manetti mette
ordine i fatti a 10 anni dalla scomparsa e dalla tortura di Giulio. Nuove
testimonianze video si rincorrono in un caso ancora irrisolto e purtroppo non
unico. A parlare abbiamo i genitori Claudio Regeni e Paola Deffendi, due leoni
veri, e la loro avvocatessa. Il film è una ricerca della verità dritta e
necessaria, ma vanno riportate le parole della famiglia Regeni, più importanti
di qualsiasi recensione cinematografica: “Confidiamo che la diffusione di questo
documentario possa fare conoscere la nostra lunga battaglia per ottenere verità
e giustizia e possa fare comprendere tutto il male che abbiamo dovuto affrontare
e gli ideali che ci hanno animati. Ci auguriamo che la consapevolezza di ‘tutto
il male del mondo’ che si è abbattuto su Giulio e su di noi, possa renderne più
difficile la sua reiterazione, che pure sappiamo compiersi, spesso
nell’impunità, ai danni dei molti Giuli e Giulie del mondo”.
Chiudiamo con un altro dramma legato alla perdita di un figlio, e in uscita il 5
febbraio. È un romanzo del 2020 Hamnet, di Maggie O’Farrell, nel quale partendo
dalla vera tragedia famigliare della morte del figlio undicenne di William
Shakespeare si ipotizza un legame tra il trauma per la perdita e la drammaturgia
del più grande autore di sempre. La moglie, interpretata da Jessie Buckley, è la
protagonista luminsa di questa tragedia bucolica, e Paul Mescal ha il compito di
dare volto al Poeta. Anche senza le sue 8 candidature agli Oscar, questa nuova
opera di Chloé Zhao brilla perché mette in congiunzione su grande schermo il
superamento della quarta parete teatrale tra pubblico e artista sul
palcoscenico, tendendo le mani a tutto ciò che di più urgente l’Arte mette in
scena.
Ma riflette anche con acume sul processo creativo, e sulle magiche, misteriose e
salvifiche vie che trasformano le esperienze vere metabolizzandole in narrazione
teatrale, letteraria o cinematografica che sia. Insomma, oltre alla magnificenza
che porterà di sicuro Statuette, anche un valore inoppugnabilmente formale. Sarà
l’imperdibile di febbraio. #PEACE
L'articolo Il docufilm su Giulio Regeni e Hamnet (Shakespeare): due anteprime
tra i nuovi titoli in sala proviene da Il Fatto Quotidiano.
Se non andate a vedere L’agente segreto, il film brasiliano diretto da Kleber
Mendonça Filho, candidato a quattro premi Oscar, le sale devono chiudere e di
cinema non se ne parli più. Impossibile non amare questo thriller d’atmosfera,
magmatico e crudo, elegantemente e ironicamente cinefilo, volutamente costruito
attorno a una sotterranea violenza politica e a un’umanità ostinatamente
diffusa.
Siamo nel 1977, in un’epoca, come dice la didascalia, “piena di bizzarrie”. Già,
perché L’agente segreto inizia come un western, in una stazione di benzina in
mezzo al nulla brasiliano del nord-est, con un cadavere decomposto sotto un
cartone a pochi metri dalle pompe e dove sopraggiunge il protagonista Marcelo
(Wagner Moura) su un maggiolone giallo. Tutto sembra avvolto in un senso di
sinistra inquietudine fin da subito: il paffuto, sudato e pavido proprietario
della stazione di servizio; l’arrivo di due corrotti poliziotti; il cadavere che
rimane lì senza che nessuno intervenga da giorni, con i cani randagi che
saltellano attorno impazziti; l’evocazione del Carnevale che ha già fatto 90
morti; un samba insinuante e malato nelle orecchie; un enorme, terrorizzante
mascherone di gallo a bordo strada. L’agente segreto è già tutto spiegato in
questi dieci minuti iniziali di rara perfezione visiva e percettiva.
Marcelo non è affatto un agente segreto (e nel film non ce ne sono agenti
segreti), ma un uomo comune, vedovo, laureato ed esperto in tecniche
industriali, sicuramente non vicino al regime dittatoriale dell’epoca, in fuga
verso Recife per incontrare il figlio di nove anni, accudito dagli anziani nonni
materni (il nonno fa il proiezionista!). Verrà accolto in una nascosta
comunità/condominio di “rifugiati” coordinato dall’anziana combattiva Dona
Sebastiana, lavorerà sotto copertura in un istituto pubblico dove si rilasciano
carte d’identità, ma soprattutto avrà, dopo circa mezz’ora di film, due, anzi
tre, killer alle calcagna, perché uno squallido vecchio industriale di San Paolo
vuole vendicarsi di un torto subito da un “comunista”.
La narrazione procede svelando gradualmente la grossa ossatura del presente (i
settanta), chiazze di passato, poi pure di futuro – l’oggi – in chiusura,
cucendole con il filo evocativo di una ricostruzione d’ambiente impeccabile,
giradischi e musicassette per una playlist musicale vagamente tarantiniana da
brividi, abiti e automobili tirati a lucido, facce e corpi peculiari dell’epoca
che non fanno mai sbandare occhio e racconto. L’agente segreto si sviluppa
gradualmente senza mai accelerare nel ritmo, si stratifica in microsottotrame
per mostrare la ferocia avvolgente di una persecuzione totalizzante, tenendo
sempre al centro l’incredibile presenza in pericolo di Moura, oscillante nella
dialettica tra autentici cattivi e quasi anonimi buoni.
Mendonça Filho, che è stato critico cinematografico per parecchio tempo, al suo
quarto lungometraggio abbandona la cinefilia dura e pura e costruisce un omaggio
alle proprie suggestioni di sala (Lo squalo di Spielberg è ovunque; lo split
screen cade gentile e curioso) per prorompere in un cinema più popolare,
commestibile, a suo modo hollywoodiano, di quanto vorrebbe sembrare, scegliendo
una strada formale comunque personale, anticonvenzionale, inevitabilmente
spiazzante. Insomma, chi entra in sala per vedere un thriller, rimarrà
soddisfatto. Per chi entra in sala per vedere come si realizza un’opera d’arte
cinematografica, pure. Ora capiamo perché Moura ha vinto il Golden Globe e la
Palma d’oro a Cannes, ed è candidato agli Oscar come miglior attore. Anche se è
l’intero cast del film, fin nella più insignificante comparsata di un
poliziotto, a luccicare come un gioiello di una luminosa e variopinta vetrina.
Distribuito da Minerva Pictures.
L'articolo L’agente segreto – Un thriller mozzafiato che intreccia politica e
tensione e quattro nomination agli Oscar 2026 proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’orrore del conflitto israelo-palestinese arriva fino a Los Angeles dove
l’Academy ha inserito La voce di Hind Rajab, tra i cinque candidati al premio
Oscar come miglior film straniero. Un’opera, che dopo il suo impatto alla Mostra
del Cinema di Venezia e il Gran Premio della Giuria, si presenta come uno dei
candidati più potenti per la cerimonia del prossimo 15 marzo. Un’opera che non
si limita a raccontare una storia, ma diventa un grido inarrestabile contro
l’indifferenza e l’ignavia di fronte alla sofferenza quotidiana.
Presentato in Concorso a Venezia, il film di Kaouther ben Hania era stato
accolto con una standing ovation di ben 24 minuti alla proiezione per il
pubblico, a testimonianza di quanto la sua forza visiva e narrativa abbia
colpito il pubblico e la critica. La storia di Hind Rajab, raccontata nel film,
non è una semplice cronaca di guerra. È la testimonianza di una bambina di sei
anni, innocente come ogni altro bambino che, nel silenzio della sua scuola
materna, vede l’inferno scatenarsi sopra di sé.
È il 29 gennaio 2024 quando il suo quartiere di Gaza City è colpito dagli
attacchi israeliani. Un’auto, con a bordo i familiari della piccola Hind, tenta
di fuggire, ma viene intercettata dai carri armati, bersagliata da centinaia di
pallottole. La piccola muore crivellata di colpi, mentre il suo corpo, senza
vita, è lasciato in balia della guerra e dell’indifferenza internazionale. Non
solo il corpo di Hind, ma anche la sua voce, che grida senza essere ascoltata.
La cugina di Hind, disperata, chiama la Mezzaluna Rossa, ma i soccorsi non
riescono ad arrivare Il dolore e la solitudine della sua morte vengono
raccontati con una forza viscerale nel film, trasformando quella tragedia in un
simbolo della sofferenza collettiva di Gaza.
Il film non è solo un atto di denuncia, ma un potente veicolo di emozione. È il
racconto di una guerra che non fa distinzione tra innocenti e colpevoli, che non
risparmia nessuno, nemmeno i più piccoli. La voce di Hind Rajab rappresenta un
passaggio doloroso dal trauma alla memoria collettiva. La sua proiezione a
Venezia ha scosso l’anima di chi l’ha visto, non solo per la crudezza delle
immagini, ma per la sua capacità di restituire l’umanità dietro i numeri della
guerra. Il suo inserimento tra le nomination degli Oscar nella categoria di
miglior film internazionale testimonia come l’industria del cinema possa essere,
in certi casi, la più alta forma di resistenza culturale. La voce di Hind Rajab
è candidato insieme a ’agente segreto, Un semplice incidente, Sentimental Value
e Sirât.
L'articolo Oscar 2026 – La voce di Hind Rajab candidato tra i cinque migliori
film stranieri proviene da Il Fatto Quotidiano.
Appuntamento per il 15 marzo per l’assegnazione. Intanto ecco le nomination con
la sorpresa e il record di Sinners-Peccatori.
MIGLIO FILM
Bugonià, F1 – Il film, Frankenstein, Hamnet – Nel nome del figlio, Marty
Supreme, Una battaglia dopo l’altra, L’agente segreto, Sentimental Value, I
peccatori e Train Dreams. Questi sono i 10 film in lizza per l’Oscar al Miglior
film. I vincitori saranno annunciati nella cerimonia di premiazione che si terrà
il 15 marzo. Record di nomination – ben 16 – per I peccatori (Sinners), l’opera
diretta da Ryan Coogler. Non era mai successo prima che l’Academy valorizzasse
un film con tutte queste candidature. Stracciati quindi i grandi di numeri di
Titanic, Eva contro Eva o La la land con 14 nomination.
MIGLIORI REGISTI
A Los Angeles nella lista dei migliori registi si sono: Chloe Zhao per Hamnet –
Nel nome del figlio, Josh Safdie per Marty Supreme, Paul Thomas Anderson per Una
battaglia dopo l’altra, Ryan Coogler per I peccatori, Joachim Trier per
Sentimental Value.
MIGLIORI ATTORI E ATTRICE
I candidati per il miglior attore sono Timothée Chalamet – Marty Supreme,
Leonardo DiCaprio – Una battaglia dopo l’altra, Ethan Hawke – Blue Moon, Michael
B. Jordan – I peccatori, Wagner Moura – L’agente segreto.
Le candidate come miglior attrice sono: Jessie Buckley – Hamnet – Nel nome del
figlio, Rose Byrne – If I Had Legs I’d Kick You, Kate Hudson – Song Sung Blue –
Una melodia d’amore, Renate Reinsve – Sentimental Value, Emma Stone – Bugonia.
Per la categoria di miglior attore e attrice non protagonisti, l’Academy ha
scelto Benicio del Toro e Sean Penn (Una battaglia dopo l’altra), Stellan
Skarsgård (Sentimental Value), Jacob Elordi (Frankenstein) e Delroy Lindo
(Sinners); come miglior attrice Teyana Taylor (Una battaglia dopo l’altra), Inga
Ibsdotter Lilleaas (Sentimental Value), Elle Fanning (Sentimental Value), Amy
Madigan (Weapons), Wunmi Mosaku (Sinners).
MIGLIOR FILM STRANIERO
I candidati agli Oscar nella categoria di miglior film straniero sono La voce di
Hind Rajab, già premiato alla Mostra del cinema di Venezia, L’agente segreto,
l’iraniano Un semplice incidente, il norvegese Sentimental Value e Sirât.
ANIMAZIONE
Per il Miglior film d’animazione concorrono: Arco, Elio, KPop Demon Hunters, La
piccola Amélie e Zootropolis 2.
SCENEGGIATURE
Per la Miglior sceneggiatura originale, le nomination vanno a: Blue Moon, Marty
Supreme, I peccatori, Un semplice incidente e Sentimental Value. Per la Miglior
sceneggiatura non originale sono in gara: ‘Una battaglia dopo l’altrà, ‘Bugonià,
‘Frankenstein’, ‘Hamnet – Nel nome del figliò e ‘Train Dreams
Italia assente tra le candidature. L’unica nomination possibile, quella del
Cortometraggio d’animazione Playing God di Matteo Burani e Arianna Gheller non
ha ottenuto la candidatura. Non era entrato nella short list delle nomination,
invece, Familia di Francesco Costabile, per la categoria di miglior film
internazionale.
L'articolo Oscar 2026 – Tutte le candidature categoria per categoria. Attori,
attrici, registi, film, cartoni e stranieri proviene da Il Fatto Quotidiano.
Bugonià, F1 – Il film, Frankenstein, Hamnet – Nel nome del figlio, Marty
Supreme, Una battaglia dopo l’altra, L’agente segreto, Sentimental Value, I
peccatori e Train Dreams. Questi sono i 10 film in lizza per l’Oscar al Miglior
film. I vincitori saranno annunciati nella cerimonia di premiazione che si terrà
il 15 marzo. Record di nomination – ben 16 – per l’opera diretta da Ryan
Coogler. Non era mai successo prima che l’Academy valorizzasse un film con tutte
queste candidature.
A Los Angeles nella lista dei migliori registi si sono: Chloe Zhao per Hamnet –
Nel nome del figlio, Josh Safdie per Marty Supreme, Paul Thomas Anderson per Una
battaglia dopo l’altra, Ryan Coogler per I peccatori, Joachim Trier per
Sentimental Value. I candidati per il miglior attore sono Timothée Chalamet –
Marty Supreme, Leonardo DiCaprio – Una battaglia dopo l’altra, Ethan Hawke –
Blue Moon, Michael B. Jordan – I peccatori, Wagner Moura – L’agente segreto.
Le candidate come miglior attrice sono: Jessie Buckley – Hamnet – Nel nome del
figlio, Rose Byrne – If I Had Legs I’d Kick You, Kate Hudson – Song Sung Blue –
Una melodia d’amore, Renate Reinsve – Sentimental Value, Emma Stone – Bugonia.
I candidati agli Oscar nella categoria di miglior film straniero sono La voce di
Hind Rajab, già premiato alla Mostra del cinema di Venezia, L’agente segreto,
l’iraniano Un semplice incidente, il norvegese Sentimental Value e Sirât.
L'articolo Oscar 2026, le nomination per ogni categoria. Il record dei Peccatori
con sedici candidature. Non era mai successo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Allo Stellan Skarsgård/Gustav di Sentimental Value, oltre a una dozzina di primi
piani impressionanti e silenziosi, che stenderebbero tre quarti del star system
maschile cinematografico del Novecento, si deve una battuta epocale in questi
tempi grami di cinema standardizzato e serializzato: “Non si scrive Ulisse (di
Joyce, ndr) giocando a calcetto e occupandosi dell’assicurazione dell’auto”.
Insomma, Gustav è un artista vampiro, egomaniacalmente demodé, donnaiolo (con
classe), regista cinematografico oramai anziano, probabilmente al suo ultimo
film. Gustav è anche stato (soprattutto?) un padre assente. L’occasione di
reincontrare dopo molto tempo le due figlie – l’attrice teatrale affermata,
depressa e single Nora (Renate Reinsve) e la più bonaria, materna con prole
Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas) – è quella delle esequie della ex moglie morta
che si svolgono nell’ampia casa norvegese che appartiene a Gustav da generazioni
e dove la ex moglie ha svolto per decenni il lavoro da psicanalista, con le
bimbe che ascoltavano di nascosto i pazienti aprendo un’antica stufetta nella
sala da pranzo.
Sentimental Value – molto apprezzato dall’Academy con diverse nomination – si
apre con fresca magniloquenza, e si chiude con un sottile artificio, con la
macchina da presa di Joachim Trier che esplora e descrive in rapida successione
temporale lo spazio familiare di questa casa, premendo l’osservazione su
dettagli metaforici (le crepe strutturali nei muri; la casa è “più felice quando
è vuota o piena?”), per un’unità di luogo che in realtà non è così
autorevolmente pregnante, omogenea e continuativa nell’economia delle due ore e
13 minuti di film. Insomma, non siamo dalle parti di Fanny e Alexander di
Bergman (anche se la ricerca di profondità di campo tra una stanza e l’altra
attraverso i corridoi viene timidamente tentata), ma di un racconto al quale
questo centro di gravità drammaturgico serve come serbatoio di benzina a cui
attingere spesso senza mai impiccarsi in esso.
Del resto, le crepe, in primis, tra Gustav e Nora, una sorta di blackout
affettivo per entrambi, si sviluppano in più luoghi e anzi deflagrano
concretamente in altri spazi, come il teatro o in quel ristorante dove Gustav
incontra la figlia e da una sportina di plastica estrae il copione del nuovo
film dove vuole come protagonista proprio Nora. La ragazza è però irremovibile.
Non si presterà mai ai voleri paterni. Anzi, il rigetto è qualcosa di violento e
profondo. Tanto che Gustav, invitato al festival di Deauville per una
retrospettiva sul suo cinema, viene avvicinato dalla giovane star hollywoodiana
Rachel Kemp (Elle Fanning), commossa e attratta dopo aver visto un vecchio film
di Gustav, che diventerà così interprete proprio del suo nuovo progetto.
Sentimental Value procede a piccoli, costanti, mai melodrammatici strappi, con
la tensione familiare da una parte e la pre-produzione del film di Gustav che si
girerà proprio nella casa di famiglia, da lui ora eletta a dimora e spazio di
lettura del copione con Rachel. Inutile continuare nella descrizione della
trama, perché è chiaro che Sentimental Value corre verso un climax risolutivo
fin dal primo sguardo tra Gustav e Nora, tra Nora e Agnes, e ancor di più tra
Gustav e Agnes.
Per questo, il film di Trier va analizzato ed apprezzato in questa sua curiosa,
affascinante stratificazione di conflitti e ostacoli, di asperità e storture,
mai realmente totalizzanti tra il triangolo di protagonisti. In questo graduale
delicato svolgimento in tenue crescendo sentimentale ed emotivo sta tutta
l’originalità di scrittura, e di qualche ingenuità di stile (i brani musicali
ruffiani), di Trier (allo script con Eskil Vogt). E va anche aggiunto che, al di
là di una bravura quasi imbarazzante di Skarsgård nel mostrare talvolta anche
solo con impercettibili nuance dello sguardo la vulnerabilità del narcisismo del
suo personaggio, non si può che parteggiare evidentemente per Gustav.
Nell’abisso della sua clamorosa assenza fisica dalla famiglia, del suo
vampirizzare familiari in scena (anche Agnes recitò per lui e ora vuole pure il
nipotino attore), ha comunque depositato più o meno scientemente briciole della
propria umanità e del proprio singolare amore verso le figlie dentro al vortice
di un cinema – il suo – che sa di crepuscolare e struggente specchio della
propria intimità.
L'articolo Sentimental Value – Lo straordinaria performance di Stellan Skarsgård
in un dramma familiare di intensa vulnerabilità proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo aver conquistato il Golden Globe (considerato l’anti-camera degli Oscar)
come Miglior attore in un film commedia, Timothée Chalamet ha presentato alla
stampa italiana “Marty Supreme” di Josh Safdie, dal 22 gennaio nelle sale. Il
film è ispirato alla vera storia della leggenda del ping-pong Marty Reisman.
Ambientato nella New York degli Anni 50, il film racconta di Marty, un giovane
pieno di ambizione che fa il commesso in un negozio di scarpe, ma sogna di
diventare campione mondiale di ping pong. La pellicola è un ritratto
dell’ossessione per il successo, della fame – non sana – di diventare qualcuno e
dell’essere disposti a tutto – anche mentire e truffare – pur di raggiungere i
propri obiettivi.
“Recitare in ‘Marty Supreme’ mi ha ricordato l’ambizione degli inizi, – ha detto
l’attore – quando non accettavo i ‘no’. Soprattutto nel mondo cinema, dove
all’inizio solitamente ricevi moltissimi no e l’unica persona che crede in te
sei tu. Marty non è di certo il personaggio più ammirevole, ma è quello che più
somiglia a chi ero prima che la mia carriera prendesse il via”. Così
Il successo, però, ha un prezzo: “Dai 22 ai 26 anni ho vissuto come se mi
avessero tirato via il tappeto da sotto i piedi”. L’esplosione di ‘Chiamami col
tuo nome’, le nomination, l’attenzione globale: tutto insieme, tutto troppo in
fretta. Oggi, a 30 anni, rivendica una nuova consapevolezza. “Sto vivendo in una
specie di Truman Show, ma positivo. È tutto un sogno, ma resto lucido e cerco di
spegnere il ‘rumore’ che c’è attorno a me”.
Sul set il telefono resta spento (“ti porta via la concentrazione”) e la
disciplina è quasi atletica: “Il dono della mia vita è poter lavorare come
attore al massimo livello. Sono cambiato e sento di non voler più fuggire da
questo. E vorrei che anche gli altri miei colleghi si sentano a proprio agio nel
dire che sono alla ricerca della grandezza, proprio come Marty. C’è un’energia
nella cultura che è molto diversa da quando ero adolescente. L’hip hop che
ascoltavo nel 2010, per esempio, era aspirazionale. Ora c’è un clima di
risentimento verso quelle che sono percepite – a prescindere dal torto o dalla
ragione – istituzioni ‘elitarie’, Hollywood compresa. Tutti hanno paura di dire
qualcosa e hanno sensi di colpa”.
La speranza dell’attore è che molti giovani “si riconoscano nel personaggio di
Marty Supreme, soprattutto quelli cresciuti nel periodo del Covid. È come il
passaggio dai Beatles ai Sex Pistols. I Beatles facevano musica incredibile, poi
sono arrivati i Sex Pistols che, con la loro attitudine punk, hanno detto:
‘Fanculo, ora troveremo il nostro modo di stare al mondo’. E questo lo rivedo
nelle nuove generazioni. Spero che possano vedere il film e comprendere che
possono inseguire i loro sogni senza vergogna e mirare in alto”.
L’attore, però, “come Bob Dylan (che ha interpretato in “A Complete Unknown”)
non vuole essere una bussola morale. Ma non voglio essere nemmeno l’opposto:
voglio solo fare cose belle e concentrarmi sul lavoro“.
Un ruolo che gli ha fatto conquistare un Golden Globe come Miglior attore e un
posto di diritto tra i favoriti nella corsa all’Oscar. È tra i favoriti, ma
davanti a lui c’è un avversario che potrebbe complicargli il cammino: Leonardo
DiCaprio per ‘Una battaglia dopo l’altra’. La cerimonia degli Academy Award è
domenica 15 marzo.
L'articolo “Dai 22 ai 26 anni ho vissuto come se mi avessero tirato via il
tappeto da sotto i piedi. Resto lucido, cerco di spegnere il ‘rumore’ che c’è
attorno a me”: così Timothée Chalamet proviene da Il Fatto Quotidiano.
Non è il massimo doversi vedere in sala sotto Natale un film sui nazisti, poteva
uscire più distante da dicembre, ma tant’è. Di riffa o di raffa l’attuale
periodo delle destre alla ribalta ci accompagna a scoprire sotto l’Albero una
nuova trasposizione filmica sul Processo di Norimberga. Prende spunto dal saggio
The Nazi and the Psychiatrist, di Jack El-Hai. Tutto ruota intorno al dittico
tra Hermann Göring e lo psichiatra dell’esercito Douglas Kelley, che fu
incaricato a valutare la sanità mentale del braccio destro di Hitler in vista
del processo più importante del ‘900. I premi Oscar Russell Crowe e Rami Malek
ingaggiano una sfida tra due personaggi storici complessa e spinosa, basata in
gran parte su trucco, sobillazione, manipolazione e potere.
Con alleggerimenti storici e una messa in scena mescolata a qualche vera
immagine del processo, si pone come film medio, in forma e sostanza, per un
pubblico generalista globale. Ma trovandosi attualmente sulla via del flop,
forse sarebbe stata più fruttuosa e soddisfacente l’elaborazione in serie tv ad
opera di una piattaforma con idee migliori. Crowe gioca d’austerità e carisma
col suo personaggio, seppur a modo suo fuori misura. Malek dopo il suo Freddie
sembra l’uomo giusto per edulcorare qualsiasi personaggio da biopic. Il suo
protagonista è sempre spalla e gregario di Crowe. James Vanderbilt sceneggia e
dirige la sua opera seconda con inevitabile verbosità e un tecnicismo misurato
che rende il suo lavoro quasi asettico.
Dal 22 dicembre è al cinema un vero raggio di luce invece. Il titolo italiano,
La mia famiglia a Taipei, non è il massimo, ma il taiwanese Left-handed girl di
Shih-Ching Tsou, con produzione e zampino in sceneggiatura del Premio Oscar Sean
Baker, nuovo paladino del cinema d’autore americano low-budget dalle altissime
ambizioni internazionali, riserva non poche belle sorprese. In una famigliola di
sole donne a Taipei, tante piccole cose non vanno. Ma il fil rouge è la piccola
di casa, una bimba mancina per caso e spaventata dalle superstizioni dei nonni,
che inizia a reagire con piccoli furti nel mercato dove lavora la madre.
Miglior film alla Festa del Cinema di Roma, ha iniziato il suo cammino dalla
Semaine de la Critique a Cannes. Con il suo ritmo urbano si compone un valzer di
madri e sorelle attraverso note tragiche, dolci e piene di speranza. La
fotografia produce immagini vivaci e vaporose illuminando i suoi personaggi e
permette alla regista di regalarci una preziosa lezione di gentilezza. Questa
piccola perla d’Oriente è tra i 15 titoli della Oscar Shortlist internazionale,
dalla quale uscirà la cinquina delle nomination al Miglior film straniero, e ha
ottime chance di arrivarci e farsi valere fino alla fine.
Concludiamo con un’anteprima su Capodanno, quando arriverà in sala il primo
gennaio anche Una di famiglia – The housemaid. Per questa trasposizione del
primo di una serie di romanzi best seller, ci ritroviamo nell’automobile
disordinata di una ragazza che cerca di farsi assumere come governante da una
ricca signora. Ci riuscirà, ma con conseguenze amare e inimmaginabili. Si
fronteggiano le talentuose Amanda Seyfried e Sydney Sweeney in un drama dai
risvolti revenge-pulp (mi si perdoni l’anglofonia), che vuole rovesciare i
perbenismi della coppia upper-class americana. Attrici molto in parte per un
intrattenimento disteso su un registro sempre cangiante, ma perfettamente
coerente con tutto il suo senso narrativo. Sarà una gran bella giostra da vivere
in sala per giovani e adolescenti. Ma non fatelo a casa. #PEACE
L'articolo Così il Natale amaro di ‘Norimberga’ e ‘The housemaid’ si può
scaldare con ‘Left Handed Girl’ proviene da Il Fatto Quotidiano.
La cerimonia degli Oscar andrà in onda su Youtube e verrà trasmessa
gratuitamente in tutto il mondo. L’intero pacchetto, dal red carpet ai contenuti
dietro le quinte, passando dalle immagini dello storico Ballo del Governatore,
saranno disponibili in diretta gratuita sul canale social dal 2029. Come riporta
Variety durante gli Oscar trasmessi su Youtube continueranno ad esserci spot
pubblicitari. Chi ha siglato lo storico e a suo modo rivoluzionario accordo
parla di necessaria maggiore “accessibilità verso il crescente pubblico globale
dell’Academy” proprio grazie alle funzionalità tipiche di Youtube come i
sottotitoli e le tracce audio in più lingue. Bill Kramer, CEO dell’Academy e
Lynette Howell Taylor, presidente dell’Academy, parlano di “partnership globale
con Youtube che diventerà la futura sede degli Oscar e della nostra
programmazione annuale”.
Come scrive sempre Variety, durante i primi mesi del 2025 l’Academy ha
insistentemente cercato un nuovo accordo di licenza per trasmettere i propri
contenuti e tra i pretendenti si erano fatti avanti nientemeno che Netflix (al
centro della querelle sull’acquisizione di Warner) e NBCUniversal. Secondo
diverse fonti del settore Youtube ha sborsato una cifra a nove zeri per avere
gli Oscar in esclusiva dal 2029, superando le altre offerte ferme ad otto zeri.
La vittoria di Youtube pare abbia creato diversi malumori nel settore. A partire
dalla Disney/ABC con la quale è in essere l’accordo di trasmissione fino al
2028. Mentre di fronte all’evidente mancanza per Youtube di una “infrastruttura
di produzione”, ovvero un know-how composto sia da attrezzature, tecnici, figure
professionali che lavorano esclusivamente per mettere insieme uno show, ha
infastidito diversi provider streaming come Netflix e Amazon che hanno già
sviluppato questo ramo aziendale. Youtube dovrà quindi iniziare a costruire da
qui al 2029 il settore di produzione per gli show, un po’ come fece la Fox
quando nel 1994 si aggiudicò i diritti della NFL senza avere alcuna
infrastruttura interna per produrre eventi live di sport. Per questo l’ipotesi
di diversi addetti ai lavori è anche che l’Academy voglia gestire l’intera
produzione degli Oscar senza avere un partner commerciale troppo invadente.
Tutti sanno, del resto, che tra Academy e Disney/ABC le acque erano piuttosto
agitate da tempo.
I disaccordi sulla durata dello show, su chi dovesse presentare la serata e
consegnare i premi sono diventati da tempo di dominio pubblico, anche se
Disney/ABC ha fatto buon viso a cattivo gioco rilasciando nelle scorse ore
parole al miele per l’Academy e il suo futuro in attesa del grande evento del
centenario degli Oscar da organizzare insieme nel 2028. Da quando entrerà in
funzione Youtube, uno streaming senza limiti di tempo, gli Oscar potranno quindi
durare paradossalmente all’infinito e l’Academy avrà carta bianca su come
comporre la trasmissione. A fronte comunque di un calo evidente degli spettatori
della diretta degli Oscar negli ultimi anni sorgono parecchi dubbi anche su come
si potranno conteggiare gli spettatori su Youtube dato che sarà impossibile
applicare gli stessi strumenti e parametri sullo streaming del web. Giusto per
ricordare qualche numero: l’ultima diretta degli Oscar ha raccolto 18,1 milioni
di spettatori mentre gli Oscar più visti di sempre sono stati quelli del 1998
con il trionfo di Titanic che ha fatto registrare il picco di 57 milioni di
spettatori. Su Variety ci si chiede infine cosa vorrà dire un film da Oscar
anche solo tra cinque anni: “Come verranno distribuiti e fruiti i film nel
prossimo decennio? Warner si è sforzata di rimanere nella distribuzione dei film
in sala e il destino le è stato avverso. Il dibattito in corso sulle finestre di
proiezione per partecipare ai premi ci interroga su cosa significherà un “film
da Oscar” quando Youtube si impadronirà del premio”.
L'articolo YouTube batte Netflix e Amazon: trasmetterà gli Oscar dal 2029. Ecco
perché la diretta potrà durare all’infinito proviene da Il Fatto Quotidiano.