Ora c’è anche il timbro della Cassazione: la ‘ndrangheta in Trentino esiste. Ed
esistono gli insidiosi intrecci tra ambienti mafiosi e politica locale in quel
Nord ricco che a volte si ritiene isola felice e indenne. La Suprema Corte nei
giorni scorsi ha confermato le condanne per otto persone. In tutto le pene sono
di 75 anni, 6 mesi e venti giorni. Si aggiungono a precedenti altre tre condanne
ormai definitive.
È la conclusione dell’inchiesta “Perfido” che aveva aperto uno squarcio sulle
infiltrazioni nel mondo della cave di porfido in provincia di Trento.
Un’indagine partita grazie alle coraggiose denunce del segretario comunale di
Lona Lases, Marco Galvagni. Al lavoro dei carabinieri del Noe di Trento. Ma
anche, va ricordato, a un’inchiesta del Fatto Quotidiano ormai di dieci anni fa.
Alla fine la acque si smossero. Ed ecco le undici condanne. Otto, si diceva,
hanno appena ricevuto il timbro della Cassazione che ha sostanzialmente
confermato la ricostruzione dei pm Maria Colpani e Davide Ognibene: confermata
la condanna a 11 anni, 10 mesi e 20 giorni a Giuseppe Battaglia, all’epoca
assessore di Lona Lases. Sarebbe lui, ricordano i pm – come scrivono il Corriere
Trentino e L’Adige – “l’iniziatore della silente infiltrazione mafiosa nel
tessuto sociale ed economico del Trentino”. E sempre lui è stato ritenuto
l’organizzatore della ‘locale’ legata alla cosca Serraino. Condanna a 9 anni e 6
mesi e venti giorni anche per Pietro Battaglia, fratello dell’assessore e a sua
volta ex consigliere comunale. La moglie di Giuseppe, Giovanna Casagranda, ha
avuto una condanna di 9 anni, 2 mesi e venti giorni. Condanne, tra gli altri,
anche per Mario Giuseppe Nania (11 anni, 6 mesi e venti giorni) che secondo i pm
era il “braccio armato” della locale trentina. Dieci anni per Demetrio
Costantino che era stato anche accusato di voto di scambio per “aver promesso di
procurare voti per le elezioni provinciali del 2018”. Otto anni per Domenico
Ambrogio che era considerato “esecutore di atti intimidatori”, mentre 8 anni e 8
mesi sono andati a Antonino Quattrone accusato di aver curato i rapporti con
imprenditori e funzionari pubblici.
Così la Cassazione ha messo la parola fine a un’inchiesta che, appunto, è stata
avviata oltre dieci anni fa ed è stata divisa in tronconi, alcuni conclusi con
riti alternativi, mentre questo ha seguito il percorso ordinario. Ora tutto pare
semplice. Ma all’inizio era stata dura, molto, per Galvagni che aveva dovuto
scontrarsi contro muri di gomma. All’epoca il cronista aveva interpellato la
gente di Lona Lases, questo paesino tranquillo arrampicato sui primi dolci
rilievi trentini. Un luogo silenzioso, tranquillo che a guardarlo ti pareva
lontano anni luce da parole come ‘Ndrangheta e mafia. Eppure… “Galvagni?”, si
era sentito dire, “Ah sì, è un gran rompiballe”. Invece no: aveva ragione. E
aveva continuato per la sua strada nonostante i rischi.
Fino all’inchiesta del Fatto, alle prime interrogazioni parlamentari, come
quella dell’allora parlamentare e poi ministro M5S, Riccardo Fraccaro: “Gli
elementi sopra esposti appaiono di per sé gravi e tali da ritenere necessaria
anche una tutela del segretario comunale”. Galvagni aveva indagato come un
detective. Aveva consultato migliaia di fonti aperte. Aveva fatto visure. Aveva
letto le carte di altri processi. E aveva ricostruito tutto da solo. Raccontava
allora: “Tutto comincia quando nell’agosto 2014 viene sequestrato in Spagna un
carico di porfido e cocaina. Tra le società e gli imprenditori legati alla
spedizione c’erano anche imprenditori noti per la loro attività in Trentino”.
Così aveva consultato anche le carte dell’inchiesta Aemilia. Era arrivato a
ricostruire gli appetiti della temutissima famiglia Grande Aracri in Trentino. E
alla fine qualcuno lo aveva ascoltato. Già allora Galvagni citava lo sfogo di un
ex ‘ndranghetista di spicco, per anni reggente del clan crotonese dei
Vrenna-Bonaventura, raccolto dal sito questotrentino.it: “Il Trentino isola
felice? Assolutamente sì: per le organizzazioni criminali è un’isola
felicissima. Ho avuto parecchi affari lassù, quindi posso parlare con cognizione
di causa; troppo spesso, ancor oggi, si racconta la favola secondo cui certe
regioni sarebbero immuni dall’infiltrazione mafiosa. E invece la verità è che il
Trentino è un chiaro esempio di mandamento occulto. Si tratta di quelle zone in
cui la presenza delle organizzazioni criminali è forte, ma anche molto
silenziosa. Il Trentino invece ancora non sembra accorgersi di nulla: le cosche
gestiscono molti affari riuscendo a mimetizzarsi alla perfezione, senza
richiamare l’attenzione di nessuno”.
Ma dieci anni e undici condanne dopo è arrivata la condanna della Cassazione. Le
mafie in Trentino esistono. Galvagni aveva ragione. E non si potrà più non
accorgersi di nulla.
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“Perfido”, confermate otto condanne proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Cinque colpi in faccia sparati da trenta centimetri di distanza: così moriva il
23 febbraio 2000 Nicola Vivaldo, trafficante di droga, secondo i magistrati,
vicino alla cosca Gallace di Guardavalle e alla locale di ‘ndrangheta di Rho in
provincia di Milano. Venticinque anni dopo il pm della Dda lombarda Alessandra
Cerreti e il Nucleo investigativo dei carabinieri di via Moscova agli ordini del
colonnello Antonio Coppola, hanno chiuso il caso sull’esecuzione mafiosa
avvenuta a Mazzo di Rho in via Balzarotti con sei arresti eclatanti e un movente
chiaro: Vivaldo, pur vicino alla ‘ndrangheta, era accusato dai boss di essere un
confidente dei carabinieri, tanto da aver fatto arrestare, secondo la
ricostruzione della Procura, il latitante Francesco Aloi, genero di Vincenzo
Gallace. La misura cautelare firmata dal gip Tommaso Perna che in una prima
versione del luglio scorso l’aveva rigettata, riguarda il capo della potente
cosca di Guardavalle Vincenzo Gallace e con lui il fratello Bruno, accusato di
aver fornito le pistole per l’omicidio. Misura, quella per Vincenzo, consegnata
in carcere al 41 bis, come al carcere duro sta il secondo destinatario: Vincenzo
Rispoli, boss della locale di Lonate Pozzolo, già coinvolto nell’inchiesta
Infinito. Esecutore materiale, secondo la Procura, è Massimo Rosi, oggi imputato
nel processo Hydra sul nuovo sistema mafioso lombardo, ed erede di Rispoli
(anche lui imputato) nella gestione della locale. Carcere per omicidio aggravato
dall’aver favorito la mafia, anche per Stefano Sanfilippo, già capo della locale
di Rho, grande amico di Vivaldo nonché padrino di battesimo del figlio che
informò il commando mafioso degli spostamenti della vittima. Commando di cui
faceva parte Stefano S. e soprattutto Emanuele De Castro, già viceré della
‘ndrangheta nel Varesotto, braccio destro di Rispoli e poi collaboratore di
giustizia. Sono infatti le sue parole che danno benzina all’inchiesta, i cui
atti da ieri sono stati depositati nel maxi-processo sul consorzio mafioso tra
Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra romana. Metterà a verbale De Castro nel 2019:
“Ho saputo che le dritte gliele aveva date Stefano Sanfilippo. Riguardo al
movente, mi fu detto che questo qua era un confidente. E tra l’altro l’omicidio
partiva da Guardavalle, dai Gallace. Che Vivaldo fosse un confidente lo appresi
da Rispoli”. Della volontà dei Gallace di uccidere Vivaldo, spiegherà il
collaboratore, era stato informato anche Carmelo Novella, all’epoca capo del
mandamento lombardo e fautore di un’autonomia importante dalla Calabria. Una
scelta scissionista che otto anni dopo, nel 2008, gli costò la vita, su mandato
anche dello stesso Vincenzo Gallace e per mano del poi pentito Antonino Belnome.
“Con Nunzio Novella – dice De Castro – ci arrivò questa ambasciata. Nunzio lo
disse a Massimo Rosi”. L’omicidio dunque è deciso. De Castro recupera le armi,
due calibro 765 silenziate e una 38, procurate da Bruno Gallace e ritirate
sull’autostrada Milano-Como. Rispoli, che per il pm condivide il pensiero dei
Gallace, si occupa di procurare il gruppo di fuoco. Si sceglie Massimo Rosi,
all’epoca portaborse del boss: “Rispoli – prosegue De Castro – mi disse se
volevo partecipare a questa cosa, perché lui non si fidava tanto di Massimo
Rosi, mi disse: ‘Fammi la cortesia, vai pure tu e partecipa pure tu a sta cosa’.
Perciò vado. Prima di andare di ‘sta cosa ne parlammo anche con Nunzio, con
Carmelo Novella, un giorno mi sembra a casa, ne abbiamo parlato e Carmelo ci
confermò ‘sta cosa che era un confidente, dicevano che era un confidente e che
doveva essere ucciso”.
Nel 1997 Francesco Aloi sarà arrestato latitante a Milano. In quel periodo
frequentava il bar Snoopy di Rho riferibile a Nicola Vivaldo. E dunque, annotano
i carabinieri, “emerge chiaramente che l’arresto derivava da una notizia appresa
da fonte confidenziale”. Nel primo fascicolo sull’omicidio è stato poi
recuperato un appunto di un investigatore che riporta le dichiarazione di un
confidente. Si legge: “E’ successo tutto questo perché Nicola si stava
comportando male … ha fatto arrestare troppe persone”. Non solo, durante il
matrimonio del figlio di Stefano Sanfilippo, quest’ultimo “non guardò né rivolse
lo sguardo a Nicola; anzi i due si scambiarono sguardi di provocazione”.
Così la sera del 23 febbraio 2000, il commando si apposta vicino a casa di
Vivaldo. Su una Golf attendono De Castro, Rosi e Stefano S. “Vedemmo scendere
una persona – dice De Castro – , quando andò via questa persona raggiungemmo
l’auto e, giunti vicino alla portiera, fu Massimo Rosi che sparò due o tre colpi
mentre lui era ancora seduto. Io aprii la porta e basta. Massimo Rosi subito
dopo scappò in macchina, mentre io mi assicurai che fosse morto. Eravamo
entrambi armati. Avevamo due 7.65”. Rosi sparò “da 50 centimetri, mi ricordo io
ho aperto lo sportello, mi ha spostato Rosi con la mano e subito ha sparato.
Parrebbe a bruciapelo, ha messo la mano quasi a bruciapelo perché si è messo
vicino erano attaccati, 50/30 centimetri”. Cinque colpi, quattro a segno e al
volto. Oggi Massimo Rosi si trova in carcere per l’inchiesta Hydra. Per lui la
Procura ha chiesto 20 anni di pena.
In galera si trovava anche nel 2019, quando la notizia del pentimento di De
Castro viene pubblicata sui giornali locali. Intercettato a colloquio dirà: “Se
questo parla, mi fa fare il segno della croce. Se parla questo ci vuole la…”. E
ancora: “Dice un sacco di … poi c’è quello, già arrestano normalmente, adesso li
portano via tutti quanti. Il resto posso immaginarlo che mi ricordo una cosa
(…). Cose che abbiamo fatto una vita insieme (…). Guarda sto bastardio qua”.
Sempre in carcere chiede ai parenti di trovargli un lavoro temporaneo solo per
uscire: “Digli che è una cosa provvisoria mi serve solo per farmi uscire di qui,
poi io me ne vado! Non è che sto là, certo! Tanto me ne sbatto le scatole non è
che ci penso tanto!”. Qualche anno dopo, quando Rosi torna libero e finisce
indagato nel procedimento sul Consorzio mafioso con ruolo di vertice e
rappresentante degli interessi della ‘ndrangheta di Lonate Pozzolo, fa capire di
volersi dare latitante: “Mia moglie mi fa, stamattina alle sei e mezza, quando
ci siamo alzati, mi fa ‘ma lo sai cosa hai detto nel sonno?’. Che cosa ho detto?
Le ho detto: ‘qualche film’. Mi fa ‘no, che stavi parlando col bastardo di
Emanuele De Castro, adesso dobbiamo raccogliere un po’ di soldi perchè me ne
devo andare’, così parlavo. Io adesso vedo com’è il processo, finché non siamo
persi me ne vado”. Dunque, cerchio chiuso per la Procura. Dopo l’omicidio chi
piange Nicola Vivaldo? Solo la famiglia, perché amici e compari non si fanno più
sentire. Dirà la moglie: “Dopo la morte di mio marito, nessuno degli amici di
Guardavalle di Nicola si è fatto vivo con me e nessuno è venuto al funerale”.
***
Nella foto in alto | A sinistra la capa della Dda di Milano Alessandra Dolci
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dopo 25 anni. Nell’inchiesta anche i vertici del Consorzio mafioso in Lombardia
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