“Tutti gli italiani hanno capito bene come sono andate le cose”, è il commento
del Senatore del Movimento 5 Stelle Roberto Scarpinato. “Un sottosegretario alla
Giustizia che fa una società con dei riciclatori per dei mafiosi tra i più
importanti d’Italia. Se non ha capito con chi si metteva” in affari “è un
incapace che deve dare le dimissioni da sottosegretario, se invece l’ha capito è
bene che se ne vada subito. E inutile che ci giriamo intorno – prosegue
Scarpinato – questo referendum è un momento in cui noi dobbiamo decidere se ci
sarà una Magistratura che domani potrà fare indagini sui rapporti tra i potenti,
i colletti bianchi e la Mafia senza l’intimidazione di procedimenti
disciplinari, trasferimento d’ufficio da parte del potere politico, come ci
garantisce la Costituzione oppure se i Magistrati, prima di fare queste
indagini, dovranno pensare ‘e se mi fanno un provvedimento disciplinare e se mi
trasferiscono?’. Decidete in quale Paese dovete vivere. La richiesta di
dimissioni e critica per le parole di Giorgia Meloni anche da parte dei
parlamentari pentastellati Silvestri e Patuanelli.
L'articolo M5S chiede le dimissioni di Delmastro. Scarpinato: “O incapace o se
ha capito con chi era in affari deve andare andare dal governo” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Tag - Mafia
Andrea Scanzi, firma de Il Fatto Quotidiano elenca tutti i punti ancora non
chiariti nel caso Delmastro. “Sicuramente c’è chi crede alla versione data dal
sottosegretario alla Giustizia” del governo Meloni, “ma credo che da un punto di
vista etico e politico molti altri, per molto meno, si siano dimessi. Come
faceva a non sapere chi fosse Carocccia?”. Scanzi elenca una serie di domande e
su Delmastro conclude “dovrebbe dimettersi”.
L'articolo Le domande di Scanzi sul caso Delmastro proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Bastava andare su Google per capire chi era Caroccia. Io dico: ma la giustizia
italiana può essere nelle mani di uno così?”. Marco Travaglio, direttore de il
Fatto Quotidiano, analizza la vicenda che riguarda il sottosegretario alla
Giusitizia del governo Meloni e di Fratelli d’Italia, Andrea Delmastro Delle
Vedove.
“Uno può essere cretino all’ennesima potenza però almeno non faccia il
sottosegretario alla Giustizia”. Fratelli d’Italia punta l’attenzione sulla
mancanza di rilievi penali: “A me non importa un fico secco della rilevanza
penale – spiega Travaglio – uno che è stato socio per tre anni della figlia del
prestanome dei Senese senza domandarsi chi era il padre, come minimo non può
svolgere ruoli di governo men che meno al ministero della Giustizia”.
L'articolo Caso Delmastro, Travaglio: “Uno che sta per tre anni in società con
la figlia di un prestanome mafioso non può svolgere ruoli di governo” proviene
da Il Fatto Quotidiano.
“Mi sembra che non ci sia nessuna indagine su Delmastro”. Così Arianna Meloni,
capo della segretaria politica di Fratelli d’Italia commentalo scoop del Fatto
arrivando al Palazzo dei Congressi per l’evento conclusivo del partito da
Giorgia Meloni, in favore del Sì al referendum del 22 e 23 marzo. La sorella del
presidente del Consiglio entra dall’ingresso posteriore del palazzo all’Eur e
parla di “gogna mediatica” scortata da volontari e staff. Anche il
sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, sceglie
l’ingresso posteriore. Alla domanda dei cronisti che riescono ad intercettarlo
se Delamstro si debba dimettere Mantovano risponde : “La domanda è chiara la
risposta non gliela do perché adesso parlerò”. Parlerà del palco in favore del
Sì. Mantovano non risponde neppure alla domanda se Palazzo Chigi sapeva della
vicenda raccontata da ‘ Il Fatto Quotidiano’.
L'articolo Caso Delmastro, l’imbarazzo dei vertici FdI. Arianna Meloni dribbla i
cronisti e parla di “gogna mediatica”. Alfredo Mantovano: “Non rispondo”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
La furia dei Fratelli d’Italia contro la mafia non conosce cedimenti: sarà
punibile con tre (3!) anni di carcere chi parlerà bene della mafia, parola del
senatore Raoul Russo primo firmatario della proposta di legge n. 1655 che ha
cominciato il suo iter in Senato. Il compianto Silvio Berlusconi dall’aldilà
pare che abbia tirato un sospiro di sollievo per il pericolo scampato, seppure a
caro prezzo.
Letteralmente:
Dopo l’articolo 416-bis.1 del codice penale è inserito il seguente:
« Art. 416-bis.2. – (Apologia e istigazione relative al fenomeno della
criminalità organizzata o mafiosa) – Salvo che il fatto costituisca più grave
reato, chiunque pubblicamente esalta princìpi, fatti o metodi propri della
criminalità organizzata di tipo mafioso o persone condannate per i reati di cui
all’articolo 416-bis o ne ripropone atti o comportamenti, con inequivocabile
intento apologetico, allo scopo di determinare un concreto pericolo di
commettere reati simili, è punito con la pena della reclusione da sei mesi a tre
anni e la multa da euro 1.000 a euro 10.000.
La pena di cui al primo comma è aumentata da un terzo alla metà se il fatto è
commesso a mezzo della stampa o attraverso strumenti telematici o informatici”
Nella relazione che accompagna la proposta si trovano parole forti:
“Da anni si susseguono sotto varie forme episodi di vera e propria apologia
della criminalità organizzata. Si pensi agli ‘inchini’ dinnanzi alle residenze
di personaggi legati alla malavita nel corso di processioni religiose, ai
funerali in pompa magna di ‘boss’ locali, alla costruzione di altarini e
monumenti in memoria di persone legate alla malavita organizzata o mafiosa, alla
pubblicazione di messaggi sulle piattaforme digitali. Non meno significativi
sono i testi delle canzoni, che contengono messaggi espliciti di esaltazione
della malavita e della criminalità organizzata, attraverso la glorificazione di
figure o episodi ad esse collegate. Si pensi, ancora, alla sempre più frequente
diffusione, soprattutto tramite social, di messaggi di esaltazione ed apologia
all’atteggiamento mafioso, trasfuso in stili di vita da emulare”.
Come non concordare sulla gravità di tutte queste condotte? Rappresentano
infatti nella loro pervasiva diffusione un segnale inquietante che prova antiche
fascinazioni per un certo modo di stare al mondo, più precisamente per un certo
modo di esercitare il potere, un segnale che avverte al contempo della fragilità
della cultura democratica ossequiosa di regole poste a baluardo delle ragioni
del vulnerabile contro le pretese del forte per natura e che misura, di
generazione in generazione, la distanza tra un esibito contrasto alle mafie e
l’effettivo sovvertimento dei paradigmi di riferimento. Insomma: la mafia resta
“sexy”!
Ma tralasciando riflessioni generali relative alla opportunità di adoperare la
leva penale per stigmatizzare il disvalore sociale dell’espressione del
pensiero, questione questa che continua a tormentare quel che resta delle nostra
Costituzioni repubblicana tra nostalgie fasciste, sospese tra sterili
commemorazioni e concrete proiezioni politiche, discorsi d’odio che fomentano
prevaricazioni d’ogni tipo, confini incerti tra anti-semitismo e critica
legittima al Governo di Israele e tralasciando pure la riflessione sul pericolo
che una norma del genere diventi un ulteriore strumento di compressione della
libertà di espressione artistica (si pensi alle cicliche critiche contro Gomorra
o Mare fuori), bisogna almeno che ci si soffermi sul corto circuito in cui casca
la destra nazionalista degli “eredi-al-quadrato” (del Duce e di Berlusconi) che
governa l’Italia da oltre tre anni.
Chi può dimenticare infatti le parole di Berlusconi su Vittorio Mangano,
pregiudicato per mafia, definito pubblicamente un “eroe”? Chi può dimenticare
l’apporto costitutivo di Marcello Dell’Utri, condannato per mafia, non soltanto
nella fondazione di Forza Italia, ma dell’intero “centro-destra”, attraverso il
ruolo cardinale ricoperto, ieri come oggi (si pensi alla campagna referendaria),
dalle reti del Biscione, autentiche “piazze” mediatiche permanenti dalle quali
comiziare h24?
E se merita tre anni di carcere l’improvvido mercante che promuova il “Messina
Denaro style” con tanto di evocativi occhiali a goccia e di montone resistente
alla pioggia, quanti ne merita chi, in modo inequivocabile, “l’inchino” lo fa
continuando a considerare riferimenti autorevoli dei condannati per mafia come
Marcello Dell’Utri e Salvatore Cuffaro, con i quali discutere del futuro di
Palermo, della Sicilia e del Paese tutto? Infine, onorevole Russo, quanto
carcere meriterebbe chi in Sicilia scegliesse proprio il 19 Luglio per
organizzare una scoppiettante festa di nozze, invitando accuratamente tutto il
giro che conta e che sconta? A volte un confetto, vale più di mille “baciamo le
mani”.
L'articolo Fratelli d’Italia vuole punire l’apologia di mafia. Come non
concordare? Ma c’è un corto circuito proviene da Il Fatto Quotidiano.
Salvatore Iacolino, direttore generale del Policlinico di Messina ed ex
parlamentare europeo del PdL, è indagato per concorso esterno in associazione
mafiosa e corruzione aggravata. Secondo i magistrati della Dda di Palermo,
guidati dal procuratore Maurizio de Lucia, il manager avrebbe messo a
disposizione del boss di Favara, suo compaesano, Carmelo Vetro, già condannato
per associazione mafiosa, l’influenza e la rete di relazioni costruite grazie al
suo ruolo. Sono finiti in manette sia Vetro sia un importante dirigente
regionale, Giancarlo Teresi. Quest’ultimo, già finito in cella per corruzione 6
anni fa e ancora sotto processo, è stato ritenuto “indispensabile” dai vertici
amministrativi regionali tanto da continuare a rivestire ruoli di vertice oltre
l’età pensionabile. Dalle indagini emerge come ben due direttori generali dei
dipartimenti inquadrati nell’assessorato Infrastrutture, Salvatore Lizzio e
Duilio Alongi, hanno sollecitato Teresi a presentare la domanda per la
permanenza in servizio.
Vetro, mafioso e massone, ha un profilo criminale “di tutto riguardo” e
conoscenze di alto livello. Nella sentenza di condanna a 9 anni subita e ormai
definitiva i giudici scrivono che “è un uomo a disposizione di Cosa Nostra fin
dalla tenera età, si muove abilmente all’interno della consorteria, forte della
storia familiare e desideroso di avanzare frettolosamente nella carriera
criminale”. Pur non avendo (e non potendo avere) alcuna carica nella società
sponsorizzata da Teresi, l’Ansa Ambiente, il boss interloquiva con gli uffici
regionali, dettava le regole per appalti in corso e da assegnare, consegnava
“tangenti” negli uffici comunali, “dimostrando che l’associazione mafiosa è
tutt’altro che respinta da chi deve occuparsi del bene pubblico”, scrivono gli
inquirenti.
Abitazioni e uffici di Iacolino sono stati perquisiti, su disposizione della
Procura di Palermo. L’ipotesi è che, da direttore generale della Pianificazione
strategica dell’assessorato alla Salute, avrebbe fatto pressioni sui vertici
amministrativi dell’Asp di Messina su procedimenti amministrativi, che
interessavano il favarese Vetro. Secondo l’accusa, Iacolino ha ricevuto in
cambio finanziamenti per campagne elettorali e promesse di assunzioni di
lavoratori in una società che operava nel Messinese. Il dirigente del
Policlinico di Messina avrebbe poi cercato di agevolare alcuni incontri tra
Vetro e funzionari di spicco della regione Sicilia come la vicepresidente della
commissione Antimafia siciliana Bernardette Grasso e il capo del Dipartimento
della Protezione civile siciliana, Salvatore Cocina. L’intento di tali rapporti
sarebbe da ricondurre all’obiettivo di Vetro di raccomandare alcuni suoi
protetti.
Ci sono poi due vicende sospette, indicate dai magistrati. Sono la procedura per
l’accreditamento regionale per prestazioni sanitarie della società Arcobaleno
s.r.l. riconducibile a Giovanni Aveni, imprenditore in affari con il boss
favarese e da questi segnalato al manager, e la revoca dell’accreditamento
regionale sempre nel settore sanitario alla Anfild Onlus di Messina,
appartenente a un concorrente di Vetro. Iacolino si sarebbe interessato e reso
disponibile per risolvere gli adempimenti amministrativi di competenza del suo
ufficio, avrebbe sollecitato più volte i direttori, generale e amministrativo,
dell’ASP di Messina e creato un canale diretto tra Vetro e Aveni. Anche Aveni
risulta indagato.
L'articolo Indagato per concorso esterno il direttore del Policlinico di Messina
Iacolino, ex eurodeputato Pdl. “Favori al boss di Favara” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il boss di Cosa Nostra Nitto Santapaola è morto oggi (lunedì 2 marzo) nel
carcere di Opera, a Milano. L’87enne era detenuto al regime del 41bis. La
procura di Milano ha disposto l’autopsia. Capo indiscusso di Cosa Nostra a
Catania, era noto per la sua spietata strategia criminale e le alleanze con i
corleonesi.
Pluriergastolano, è stato uno dei massimi capi di Cosa nostra, un padrino che a
Catania ha avuto la stesso peso di Totò Riina. Condannato per la strage di via
d’Amelio, mandante di decine di omicidi, compreso quello del giornalista Pippo
Fava, Benedetto Santapaola (detto Nitto) era nato a Catania il 4 giugno del
1938. Era stato arrestato all’alba del 18 maggio 1993 in un casolare nelle
campagne di Mazzarrone dopo undici anni di latitanza. Di lui si era tornato a
parlare nell’aprile del 2020 quando, durante la pandemia, si aprì l’ipotesi di
un suo trasferimento ai domiciliari sfruttando l’emergenza coronavirus. Ma il
tribunale di Sorveglianza di Milano bloccò tutto e Santapaola rimase nel carcere
di Opera al 41 bis.
L'articolo Morto a Milano il boss di Cosa Nostra Nitto Santapaola: era detenuto
nel carcere di Opera al 41 bis, aveva 87 anni proviene da Il Fatto Quotidiano.
Se Napoli ha il commissario Ricciardi e Aosta il vicequestore Rocco Schiavone,
anche la Calabria avrà il “suo” poliziotto: il sostituto commissario Antonio
Cicala che, in realtà, è un ispettore in servizio alla squadra mobile di
Zancarota. Che poi è Catanzaro perché, nel suo primo libro “L’incastro dei
cocci” (edito Albatros il Filo) è chiaro che Francesco Rattà ha anagrammato le
località in cui ha ambientato il romanzo. Un giallo dagli ampi tratti
autobiografici che ricordano la carriera dell’ex capo delle squadre mobili di
Reggio Calabria, Catanzaro e Roma dove è stato anche vicario del questore e dove
oggi Rattà è il direttore dell’Ufficio Analisi Interforze nella Struttura per la
Prevenzione antimafia del ministero dell’Interno.
Schivo di carattere e maniacale nel suo lavoro, il nome di Rattà è legato a
importanti inchieste contro i clan e alla cattura di pericolosi latitanti: dai
Pesce di Rosarno ai Pelle di San Luca. Uno su tutti: il blitz del 2016 quando la
squadra mobile di Reggio Calabria da lui diretta scovò Giuseppe Crea e Giuseppe
Ferraro in un bunker a Maropati, nella Piana di Gioia Tauro, dove il figlio del
boss Teodoro “Toro” Crea e il killer di Oppido Mamertina si erano nascosti in
una zona impervia tra Melicucco e Rizziconi.
I nomi, i personaggi e i fatti raccontati da Rattà sono frutto della sua
immaginazione. L’ispirazione, però, è un’altra cosa. Ecco che dalle operazioni
(reali) della Dda alle pagine del romanzo, è un attimo. L’aria che si respira è
la stessa, quella di una Calabria cruda e spietata. Ma anche di una Regione dove
la normalità è possibile e dipende dagli occhi con cui la si guarda. Ne
“L’incastro dei cocci” sono quelli del sostituto commissario Antonio Cicala, un
personaggio “normale” che si ritrova a indagare il fenomeno mafioso nella sua
terra di origine.
Come l’autore, è nato anche lui a Montepaone che nel libro, anagrammato, diventa
quindi “Panomeonte”. La sua è una storia di giustizia, suspense e colpi di scena
che cattura fino all’ultima pagina.
Rattà ha costruito un giallo realistico e avvincente che inizia con la morte di
Giulia De Santis, una studentessa calabrese di giurisprudenza poco più che
ventenne. Una tragedia che stava per essere archiviata come un suicidio se non
fosse per la scomparsa, poco dopo, di Mariangela Colussi, sua coetanea ma nipote
di un senatore componente della Commissione antimafia.
Poco più di 300 pagine dove le due morti si intrecciano con l’omicidio, avvenuto
a Milano a colpi di lupara, dell’assistente parlamentare Alessio Morelli e con
l’overdose di Jhoanna Espinosa, una giovane prostituta colombiana coinvolta nel
riciclaggio di capitali legati al narcotraffico gestito da un latitante della
‘ndrangheta, di origini reggine. Lo stesso che si nasconde dietro il complesso
mosaico sul quale indaga Cicala.
La scelta del protagonista del libro non è casuale perché “l’investigatore è un
appartenente al ruolo degli ispettori. – spiega Rattà – Ho voluto rendere
omaggio ai tanti poliziotti, ai sottufficiali, che costituiscono la spina
dorsale di tutta l’investigazione italiana della Polizia di Stato. Quindi ho
voluto rendere omaggio alla Polizia giudiziaria e, per questa ragione, il
protagonista non è un commissario come solitamente avviene, ma è un ispettore, o
meglio, un sostituto commissario che appartiene al ruolo degli ispettori. È un
personaggio tra virgolette regolare, cioè nel senso che lui è analitico, studia
il caso, si legge le carte dalla, dalla prima all’ultima. Cicala è dotato di
grande intuito investigativo, però è pratico e rimane sempre ancorato
all’analisi dei dati. Non si spinge mai in avanti, non ha delle intuizioni
miracolistiche, nel senso che non trasgredisce mai quelle che sono le regole e
quindi è soltanto grazie all’olio di gomito che riesce a risolvere i casi. Ma è
anche un personaggio umano, molto deciso e non ha nessun problema a scontrarsi
con i suoi superiori per far valere qualche aspetto che loro non condividono. Lo
fa anche a costo di essere redarguito e considerato eretico, come è scritto nel
libro dove si mette contro un questore”.
Suicidi che diventano omicidi. Scomparse camuffate da sequestri di persona. Cosa
ha ispirato Francesco Rattà è un facile esercizio di intuizione: “Sono casi
realistici. È tutto inventato, però il dato di partenza è la realtà che
chiaramente, nel caso mio, supera la fantasia. Io non ho bisogno di lavorare di
fantasia, basta attingere alla cruda realtà calabrese per scrivere queste
storie. L’unica cosa un po’ ‘spinta’, perché l’ho voluta portare alle estreme
conseguenze, è l’uccisione del segretario di un senatore dell’antimafia.
Ovviamente all’insaputa del senatore, questo faceva affari con la ‘Ndrangheta. E
poi c’è il grosso latitante che aveva ammazzato non so quante persone, ed era
l’autore pure degli omicidi delle due ragazze, messe a tacere perché erano
venute a conoscenza del narcotraffico”.
Mettere in fila tutto, quindi, è stato il compito dell’ispettore Cicala che,
sugli scaffali delle librerie, dal 27 febbraio fa compagnia al commissario
Ricciardi e al vicequestore Rocco Schiavone.
“Quelli di De Giovanni e Manzini sono personaggi che io ammiro e stimo. –
conclude l’autore – Loro parlano con i morti, hanno le allucinazioni, hanno le
visioni. Nel mio libro tutto questo non succede. Il mio è un personaggio
regolare o meglio ‘non è irregolare’. È un personaggio metodico che, come tutti
gli investigatori poliziotti, hanno come faro e come stella polare la legge, che
non trasgrediscono mai”.
Francesco Rattà ha lavorato in Calabria per 27 anni. Un periodo lunghissimo
fatto di inchieste contro la ‘ndrangheta. Una di queste ha ispirato “L’incastro
dei cocci”. Tante altre storie, oltre al loro percorso giudiziario, sono
sicuramente rimaste nella memoria dell’ex capo delle squadre mobili di Catanzaro
e Reggio Calabria che da oggi è anche uno scrittore di romanzi gialli. Storie
che, forse, finiranno in un secondo libro.
L'articolo Antonio Cicala, l’ispettore “non irregolare” alle prese con
“L’incastro dei cocci”. Il giallo sulla ‘Ndrangheta di Francesco Rattà proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Centinaia di studenti e insegnanti, magistrati, esponenti delle forze
dell’ordine e rappresentanti dell’avvocatura partecipano a “Dentro il
Maxiprocesso. Memoria e tecnologia a 40 anni dall’inizio del processo alla
mafia”. L’evento, organizzato da Addiopizzo Travel, in collaborazione con il
Tribunale di Palermo e la Rai nell’aula bunker del carcere Ucciardone, è
protagonista nell’ambito delle iniziative per il 40esimo anniversario dell’avvio
del Maxiprocesso a Cosa nostra.
In occasione del 40esimo anniversario della prima storica udienza, il MuST23
(Museo Stazione 23 Maggio di Capaci) ha presentato un nuovo progetto.
L’iniziativa è stata realizzata dalla cooperativa sociale Addiopizzo Travel,
nell’ambito del PNRR (Transizione Digitale Organismi Culturali e Creativi). Il
progetto, come si legge sul comunicato pubblicato dal MuST23, “mira a
valorizzare e preservare un patrimonio documentale e umano di straordinaria
importanza attraverso l’uso di tecnologie avanzate”.
Il progetto, dedicato alla memoria del Maxiprocesso, è strutturato in realtà
virtuale per “valorizzare, preservare e rendere accessibile un patrimonio
storico, civile e documentale di straordinaria importanza, attraverso l’impiego
di linguaggi digitali innovativi e tecnologie avanzate”. L’iniziativa ha due
principali obiettivi: lo sviluppo di un’applicazione grazie alla realtà virtuale
che, ricostruendo fedelmente l’Aula Bunker di Palermo, consenta ai visitatori di
addentrarsi in uno spazio simbolico normalmente non accessibile ai visitatori.
Francesca Vannini, Presidente di Addiopizzo Travel, ha spiegato: “Entrare
virtualmente nell’Aula Bunker significa guardare la storia negli occhi,
trasformando la testimonianza in un’emozione profonda che scuote le coscienze.
Non è solo tecnologia, è un ponte teso verso chi non c’era, affinché la memoria
di quella lotta diventi un percorso condiviso tra generazioni diverse”.
Il secondo obiettivo, invece, prevede la digitalizzazione di una selezione di
atti processuali originali forniti dal Tribunale di Palermo che consente, grazie
all’intelligenza artificiale, la consultazione digitale e la ricerca avanzata
dei contenuti. “Abbiamo liberato la memoria dalla polvere degli archivi per
restituirla alla collettività – ha detto Dario Riccobono, Direttore di MuST23 –
grazie all’intelligenza artificiale le migliaia di pagine del Maxiprocesso
smettono di essere carta immobile e diventano un dialogo aperto con il presente.
Da domani (10 febbraio, ndr), collegandosi al sito maxiprocessoai.must23.it sarà
possibile consultare gratuitamente 84 documenti (pari ad oltre 16.000 pagine
processuali) del processo più importante contro Cosa Nostra”. Durante l’evento
la proiezioni in anteprima del documentario “A futura memoria: i 40 anni del
Maxiprocesso” realizzato dalla TGR Sicilia e dalla Sede regionale RAI di
Palermo, che diventerà parte, in maniera esclusiva, dell’esposizione permanente
del museo.
“Il maxiprocesso di Palermo ha rappresentato molto per la storia democratica del
nostro Paese. E’ stato un momento di autocoscienza nazionale, l’occasione per
conoscere davvero le tragedie perpetrate da Cosa Nostra, ma, al tempo stesso, ha
dimostrato che la democrazia è più forte”. A dirlo è stato il presidente del
Tribunale di Palermo, Piergiorgio Morosini, a margine dell’evento. “Questa
azione di contrasto al male assoluto, che è stata ed è la mafia – ha aggiunto –
è avvenuta con gli strumenti dello Stato di diritto e con l’impegno e la
passione civile di tanti uomini e donne dello Stato che hanno investito tutte le
loro risorse per dare delle risposte credibili. Cosa nostra è un fenomeno
mostruoso e con il maxiprocesso si è dimostrato che con la Costituzione, con lo
Stato di diritto e, naturalmente con l’impegno e la passione di tanti uomini
dello Stato, le risposte credibili si possono dare”, ha concluso Morosini.
L'articolo Palermo, l’aula bunker dell’Ucciardone diventa navigabile in Realtà
Virtuale per il 40esimo anniversario del Maxiprocesso proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Come si arriva a un arresto? Cosa spinge a seguire una pista piuttosto che
un’altra? Come ci si muove durante un pedinamento? Nessuno può saperlo meglio di
un uomo che ha fatto proprio questo tutta la vita. Nell’ombra. In un libro che è
un manifesto fin dal titolo e dal sottotitolo, rispettivamente “Cronache dal
fronte invisibile” e “Storia di vita vissuta”, Saverio Santoniccolo,
luogotenente in carica speciale dei Carabinieri, ora in congedo, racconta
decenni di indagini tra guizzi investigativi, sacrifici e forza di volontà. Un
libro mozzafiato nel quale, con una scrittura asciutta che va all’essenziale,
ripercorre la caccia a criminali comuni e mafiosi.
Senza scordare mai l’aspetto umano. Indagini misconosciute e grandi casi di
cronaca – come il delitto della piccola Graziella Manzi e il fiuto che portò
sulle tracce di Saverio Tucci detto “Faccia d’angelo”, tra gli ideatori della
strage di San Marco in Lamis – si intrecciano in un crescendo di adrenalina tra
le pagine di un volume che Santoniccolo si è autoprodotto, ma che avrebbe
meritato l’attenzione di qualche casa editrice. Vi proponiamo qui un capitolo
nel quale si racconta l’indagine su una banda formata da baresi e foggiani che,
con l’aiuto di soggetti calabresi, attaccava con metodi militari i portavalori.
*****************************
COMMANDO
Estate del 2004, quasi mezzogiorno. Il sole bruciava l’asfalto. Ma non era il
caldo a far tremare la strada. Era stato il suono dei proiettili, centinaia di
colpi calibro 7.62 NATO, sparati da un commando di 15 banditi armati fino ai
denti. L’obiettivo, un furgone blindato impegnato nel deposito di denaro per il
pagamento delle pensioni. Lo scenario era apocalittico. Auto e autotreni
bruciati per bloccare le carreggiate, chiodi a tre punte disseminati ovunque,
guardie giurate ammanettate, stese a terra, il blindato aperto come una
scatoletta di tonno, il denaro sparito. Era un assalto militare, non una rapina.
Una strategia criminale gestita da consessi mafiosi, senza scrupoli, senza
pietà. Le strade non erano più sicure. Le autostrade, campi di battaglia. Un
attimo prima eri un automobilista. Un attimo dopo un ostaggio.
Nei primi anni 2000, si registravano anche 6–7 assalti l’anno. Un’emergenza.
Un’allerta nazionale. In quegli anni a capo della Legione Carabinieri Puglia,
arrivò il Generale Umberto Pinotti. Un militare d’azione, non un burocrate. Un
uomo che masticava polizia giudiziaria, che conosceva la strada, che non si
nascondeva dietro le scrivanie. Appena insediato, non si preoccupò di
ristrutturare gli uffici come fa la stragrande maggioranza dei comandanti. Si
preoccupò di ristrutturare la risposta dello Stato alle criticità criminali che
il territorio evidenziava. Convocò tutti i comandanti dei reparti operativi
provinciali. La riunione fu immediata. Una sola domanda: “Dal momento che questo
fenomeno interessa tutto il territorio pugliese, avete mai avvertito l’esigenza
di incontrarvi per scambiarvi informazioni su questi assalti?”. Scena muta,
silenzio, imbarazzo. “Bene, anzi male. Se non lo avete ritenuto indispensabile,
vorrà dire che ve lo ordinerò io. Con decorrenza immediata, dispongo che ogni 15
giorni vi incontriate per scambiarvi informazioni sulle indagini in corso e
sugli spunti investigativi” – tuonò Pinotti. E da quel momento, la musica
cambiò.
IL LEONE SOTTOTRACCIA
Il fenomeno degli assalti ai furgoni portavalori era ormai una piaga nazionale,
ma era la Puglia a pagare il prezzo più alto. Fu grazie a quella mossa
strategica del Generale Pinotti — l’obbligo di incontri periodici tra il
personale dei reparti operativi — che emerse un nome inaspettato: Donato Mariano
Leone, titolare di un rinomato agriturismo a Canosa di Puglia. Un volto noto. Un
uomo rispettato. Un locale frequentato da magistrati, avvocati, Forze
dell’Ordine. Nel 2003, persino le selezioni di Miss Puglia si erano tenute lì.
Personaggio insospettabile, apparentemente. Ma i primi approfondimenti non
mentivano: a suo carico furono accertati soggiorni in Calabria, frequentazioni
con pregiudicati cosentini, una pistola denunciata come rubata nel ’91 e
ritrovata anni dopo in Calabria in una casa piena di armi da guerra, giubbetti
antiproiettile, lampeggianti e palette. Il kit del perfetto assaltatore.
La connessione calabrese si faceva sempre più netta. Decidemmo di monitorare le
utenze pulite come quella dell’agriturismo e della moglie. Non tanto per
intercettare reati, quanto per tracciare spostamenti, abitudini, contatti. Poi,
la svolta. Scendemmo in Calabria, a Cosenza, per parlare con i colleghi del
Nucleo Investigativo. Avevamo bisogno di notizie sul ritrovamento della sua
pistola nel covo pieno di armi, di avere notizie sui personaggi con cui era
stato controllato. A Cosenza scoprimmo che i colleghi stavano già monitorando
una rete di specialisti negli assalti ai portavalori. Da quelle parti c’era
l’università. Tra le utenze sotto controllo, ce n’era una attivata a Cerignola,
intestata fittiziamente a un cittadino nigeriano, che riceveva chiamate da un
soggetto pugliese non identificato. La curiosità ci assalì. Ascoltammo la voce.
Silenzio. Poi, lo sguardo. La conferma. ERA LUI. ERA DONATO MARIANO. Le facce
dei colleghi calabresi, che ancora non avevano identificato il soggetto, le
ricordo ancora. Avevamo agganciato il Leone. Il ristoratore rispettabile. Il
volto noto. Era parte della rete. Da quel momento, monitoraggio diretto del suo
telefono operativo, pedinamenti mirati, contatti tra la magistratura pugliese e
calabrese, tracciatura dei movimenti e delle connessioni. Il Leone, ora, era
sotto osservazione.
TITO, LA VIGILIA DEL COLPO
Febbraio 2005. Le comunicazioni intercettate tra Donato Mariano e il suo
contatto calabrese non lasciavano dubbi: “Amico mio, noi partiamo nel
pomeriggio… vedi se riesci a venirci incontro…”. Poco dopo, Leone chiamò il suo
autista: “Dobbiamo partire subito. Gli operai arrivano in serata col treno…”.
Operai. Un codice. Un eufemismo. Stava arrivando un esercito. Quel pomeriggio
presidiavo da solo la sala intercettazioni della Compagnia di Barletta. Allertai
i colleghi: quello più vicino, per farmi raggiungere subito; gli altri, da
mobilitare immediatamente; un altro, da lasciare in sala ascolto per
aggiornamenti. Io e il collega che abitava più vicino e che mi raggiunse a tempo
di record partimmo con la civetta, a tutta velocità. Arrivammo all’agriturismo a
Canosa. Ci nascondemmo tra gli ulivi secolari. Dopo 15 minuti, l’Audi di Leone
uscì e imboccò la provinciale verso Melfi. In macchina lui e il suo braccio
destro. Il suo uomo di fiducia. Pedinamento attivo. Leone guidava con attenzione
chirurgica. Spesso si fermava alle piazzole di sosta senza motivo e ripartiva
dopo una manciata di minuti. La tecnica per verificare eventuali pedinamenti.
Conosceva ogni autovelox, ogni posto di controllo. Non lasciava nulla al caso.
Arrivò a Tito (PZ). Si fermò con l’autista in un supermercato, caricò due
carrelli pieni di viveri. Non per una cena. Per una squadra.
La mappa della rete criminale si aggiornava: calabresi di altissima caratura,
uno dei quali ricercato per tentato omicidio di un collega del comando
cosentino. Eppure, se catturato, sarebbe tornato agli arresti domiciliari.
Provvedimenti incomprensibili, che lasciano senza parole. Oltre ai calabresi,
Leone contava su una frangia criminale cerignolana, un gruppo di pregiudicati
locali, un uomo di fiducia, canosino, l’anello debole. Decidemmo di intercettare
il suo telefono operativo installando un GPS sulla sua auto. Una vecchia
Volkswagen Passat che rappresentò la svolta, il punto di rottura, il varco nella
corazza. Da Tito, i due canosini ripresero la strada per Potenza. Li
riagganciammo. Leone si fermava spesso nelle piazzole. Controllava. Scrutava.
Temeva di essere seguito. Nel frattempo, arrivarono i rinforzi. Tra loro, il
Maggiore Luigi Di Santo, comandante della prima sezione del Nucleo Investigativo
di Bari. Trentaquattrenne, uomo d’azione, sempre in mezzo alla strada, con noi,
non dietro una scrivania. Aveva il compito di coordinare, di interfacciarsi con
il comandante della Legione, di aggiornare e tenere il filo diretto con il
vertice operativo. E noi, in quella notte che stava per diventare decisiva,
eravamo pronti a chiudere il cerchio.
SICIGNANO DEGLI ALBURNI
Il pedinamento di Leone Donato Mariano proseguiva con precisione chirurgica.
Dopo l’incetta di viveri, il sospetto era chiaro: stava preparando il campo per
un’operazione su larga scala. Quella sera, stava attendendo la squadra di
specialisti in assalti armati per scortarli fino in Puglia. I due arrivarono e
si fermarono ad una stazione di servizio ubicata a Sicignano degli Alburni,
sulla statale 19. La più importante arteria stradale, dopo l’autostrada, che
collega la Calabria alla Puglia. Qui continuarono a fare incetta di viveri,
pane, acqua, carne, di tutto e di più e in quantità industriali. Li osservavamo
al buio dalla nostra auto civetta a pochi metri di distanza. Eravamo talmente
vicini che a un certo punto ho chiesto al collega che mi accompagnava di
sdraiarsi sul sedile posteriore per dissimulare la sua presenza in macchina. In
due la possibilità di essere sgamati è sempre più alta. Qualche minuto più
tardi, Leone e il suo uomo ci passarono proprio davanti con pesanti buste di
plastica piene di viveri. Io fingevo di intrattenere una conversazione
sentimentale al telefono mentre il collega, coricato dietro per terra, neanche
fiatava. Mi guardano per qualche istante ma avanzarono senza insospettirsi. Un
problema tuttavia si stagliava all’orizzonte. Tra i calabresi c’era la
concretissima possibilità che fosse presente anche il latitante, e andava
arrestato. Il Maggiore Di Santo, bravissima persona, uomo d’azione, era deciso a
intervenire immediatamente se fosse comparso quel ricercato. Capivo che si stava
assumendo inenarrabili responsabilità ma la posta in palio era importante. Se
fossimo intervenuti, sarebbe saltato tutto e ci saremmo ritrovati con un
calabrese da riportare a casa. Ai domiciliari.
“Maggiore, sono mesi che lavoriamo come matti, non possiamo mandare tutto a
puttane per questa situazione”. “No, Saverio, si fa come dico io. Interveniamo”.
Ma intervenire significava far sfumare l’intera indagine, bruciare mesi di
lavoro, arrestare un latitante che sarebbe tornato ai domiciliari e perdere la
rete criminale più ampia. Così, con sangue freddo e lucidità, decisi di
inventare una copertura. A tenere a vista Leone e il suo scagnozzo eravamo solo
io e il collega che mi accompagnava. Gli altri, compreso il Maggiore, si erano
tenuti a distanza perché erano partiti più tardi. Poco prima dell’arrivo dei
calabresi, chiamai l’ufficiale. “Maggiore, temo che Leone ci abbia visto. Penso
ci abbia riconosciuti, dobbiamo rimuovere il dispositivo, andiamo via subito.”
Era una bugia. Una scelta pesante, ma necessaria. Capivo la situazione di Di
Santo, le sue responsabilità, ma la posta in gioco era troppo alta e qualcosa
dovevo pur farla per salvare il salvabile. Rientrammo alla base. Lasciammo che
Leone e i calabresi arrivassero in Puglia. L’indagine era salva.
CONTRADA COLONNELLA
Qualche giorno dopo, una domenica pomeriggio, il telefono operativo di Leone
agganciò celle in una zona boschiva tra Canosa di Puglia e Cerignola. Ore di
silenzio. Poi, una chiamata: “Vedi che a breve partono.” Il suo uomo di fiducia
si mise in movimento. Da Canosa, verso Bari. Poi deviò verso Bisceglie. Informai
il collega di Corato, Michele De Palo, Maresciallo con trascorsi di servizio in
Calabria. Bravo ragazzo, coraggioso, fortemente motivato per quella operazione a
causa dei suoi trascorsi di servizio calabresi. Non si risparmiava mai. Dopo
pochi minuti mi richiamò. Era già sulla strada, fortunatamente in giro con la
sua autovettura. “Sono in zona, sono operativo.” Gli comunicai le coordinate
della macchina dell’autista di Leone. “Occhio, a momenti dovresti vederlo, è
lì…”. Non finii la frase che con voce concitata Michele mi disse: “Ho agganciato
tre Audi di grossa cilindrata. Tre Audi A8 sfrecciano alla velocità della luce
in direzione Corato.” Cerca di seguirle con discrezione nonostante la velocità
siderale. Fortunatamente un chilometro più avanti le tre potenti autovetture
imboccarono una strada sterrata, un tratturo di campagna. La zona: Contrada
Colonnella. Il cuore dell’operazione. La base logistica. Il bivacco prima del
colpo.
Si rendeva necessario un accurato sopralluogo della zona. Il giorno dopo
contrada, Colonnella sembrava deserta. Individuammo una grandissima masseria,
era enorme e isolata. Facemmo un giro perlustrativo con la balena. Il furgone
del Nucleo Investigativo che avevamo sporcato con la terra e caricato di reti e
scale per la raccolta delle olive. Michele De Palo alla guida, io dietro a
effettuare riprese videofotografiche. Perlustrammo il perimetro della masseria.
Muri alti due metri. Un bunker. All’ingresso, un cancello in ferro battuto
consentiva di sbirciare al suo interno. Solo animali nel cortile e nessuna
traccia umana, lasciava più domande che risposte. Ma la macchina dell’autista di
Leone, che scortava le tre potenti Audi, si era fermata proprio là dentro. Il
covo era quello. Dopo qualche giorno, facemmo un primo sorvolo con l’elicottero
dei Vigili del Fuoco, scelto per non insospettire gli occupanti. Confermò la
prima impressione: solo animali. Nessun movimento umano.
IL PONTE 387 DELL’AUTOSTRADA A14
Ma il fronte operativo era tutt’altro che fermo. Le squadre di Cerignolani,
Canosini e Foggiani pedinavano i furgoni blindati, monitoravano orari, percorsi,
punti di scarico. La macchina criminale era in moto. Il nostro team, composto da
otto uomini, due del Reparto Operativo di Bari e sei del Nucleo Operativo di
Barletta, era piccolo ma affiatato. Lo chiamavamo, con goliardia e orgoglio,
Team Commando. Un giorno, il luogotenente del Leone, iniziò a muoversi
freneticamente lungo le strade interpoderali che fiancheggiavano le autostrade
A16 Bari Napoli e A14 Bologna Taranto. Si fermava spesso, proprio a ridosso del
guardrail. Grazie al sistema di localizzazione installato sulla sua auto,
copiammo i suoi percorsi ed effettuammo una ricognizione dei luoghi.
Raggiungemmo il primo punto: ponte 387 dell’A14 Bologna-Taranto. La carreggiata
era perfettamente pianeggiante. Lateralmente, una strada di campagna si dipanava
tra le coltivazioni. Scesi. Osservai. Qualcosa non tornava. Mi avvicinai al
guardrail. Scavalcai. Mi avvicinai alla recinzione. Era stata tagliata e poi
riposizionata sommariamente. Un lavoro fatto per non destare sospetti. Tornai
verso la macchina. Mentre scavalcavo di nuovo, vidi dei bulloni per terra. Alzai
lo sguardo. Il guardrail era stato smontato. I bulloni rimossi dai paletti. Un
punto di accesso. Un tratto scelto per un assalto. Quel ponte, quel tratto, era
stato preparato. Era pronto.
Analoga situazione sull’autostrada A16 Bari Napoli: dopo alcuni chilometri
dall’intersezione con la A14 erano stati rimossi i bulloni del guardrail e
tagliata la recinzione. I banditi si erano creati una via di accesso e una di
fuga dalle arterie autostradali. Noi, con quei dettagli, avevamo trovato il
punto di rottura. Il luogo dove la teoria diventava pratica. Dove la rete
criminale si sarebbe mossa. Dove il Team Commando avrebbe colpito.
IL SOLE SULLA MIMETICA
Contrada Colonnella, marzo 2005. Dopo giorni di pedinamenti, intercettazioni,
sopralluoghi e voli di ricognizione, la svolta era arrivata dal cielo. Chiesi
l’autorizzazione al Pubblico Ministero per noleggiare un velivolo civile in modo
da sorvolare la zona senza destare sospetti. Permesso accordato. Noleggiai prima
un elicottero, una libellula, e qualche giorno dopo un aereo, un Piper, un
bimotore. Il primo sorvolo con la libellula aveva rivelato movimenti nella
masseria. Due utilitarie davanti al cancello. Sagome indistinte. Presenze umane
confermate. Ma fu il secondo volo, col Piper, a cambiare tutto. Una giornata
limpida, tersa, da incorniciare. La cattedrale di Trani, Castel del Monte, la
costa nord barese… Uno scenario da cartolina. Ma noi cercavamo un’altra
immagine. Sorvolammo la masseria. Primo passaggio, sagome a ridosso del muro.
Secondo passaggio: quota più bassa, videocamera accesa, metto lo zoom al
massimo. Quasi non riuscivo a crederci. Li vedevo, li vedevo tutti.
Sei individui, seduti su un muretto, in tute mimetiche verdi, con teste rasate,
volti rivolti al sole, rilassati, sicuri, pronti. Anche Michele De Palo, seduto
accanto a me, li osservò col binocolo, esultando. “Rientriamo subito” – ordinai
al pilota. Atterrammo a Bari Palese in dieci minuti. Allertammo tutti: i
colleghi del Team Commando, comandante Provinciale, comandante di Compagnia:
“Riunione tra mezz’ora. Ci vediamo a Barletta.” L’avvistamento ci galvanizzò.
Eravamo euforici, carichi. La voglia di entrare in quel bunker e arrestare tutti
era fortissima. Ma io frenai l’impeto. “Riflettiamo. Quel luogo è un fortino.
Quei soggetti sono armati fino ai denti. Un intervento a caldo potrebbe finire
male.” Dovevamo essere lucidi. Un colpo poteva scappare. Una vita poteva finire.
Non potevamo rischiare.
Nel frattempo, gli altri componenti del commando erano freneticamente impegnati:
pedinavano furgoni blindati, smontavano guard-rail, tagliavano recinzioni,
preparavano il colpo. Il tempo stringeva. La tensione saliva. La decisione era
cruciale. E noi, in quel momento, portavamo il peso della scelta.
IL GIORNO DEL BORSONE
13 marzo 2005, ore 04:00. La notte era silenziosa. Ma sotto quel cielo, in
Contrada Colonnella, si muovevano uomini in mimetica, con volti anneriti, fucili
AR70 in mano, cuore saldo e missione chiara. Erano i ricognitori del GIS. Il
Gruppo Intervento Speciale era arrivato. Due squadre da 12 uomini, partite da
Firenze, a bordo di furgoni bianchi anonimi. Il sopralluogo notturno, le
videocamere termiche, la conferma: sei calabresi armati, tre stanze, una
villetta-bunker. Alle 03:00, la cinturazione.Venti autovetture istituzionali,
disposte a distanza di sicurezza. Il Team Commando, autorizzato ad avvicinarsi
ma a distanza di sicurezza. Dalle radio degli operatori del GIS. Ore 04:00:
Inizio penetrazione obiettivo. Ore 04:10: Superato capannone. Tre Audi A8
all’interno Ore 04:20: Circondata la villetta. Pronti all’ingresso. Ore 04:25:
Due forti esplosioni. Le serrature saltarono. Ore 04:21: Unità Alfa – stanza 1:
due individui disarmati e neutralizzati. Ore 04:22: Unità Bravo – stanza 2: due
individui disarmati e neutralizzati. Ore 04:23: Unità Charlie – stanza 3: due
individui disarmati e neutralizzati.
Poi, il grido alla radio: “Ragazzi, raggiungeteci. Qui è pieno di armi” – tuonò
il capo squadra dei GIS. Kalashnikov, Glock, pistole, giubbetti antiproiettile,
munizioni. tre Audi A8 blindate, con lattine di benzina pronte per cancellare
ogni traccia. Tra i sei arrestati, il ricercato per il tentato omicidio del
collega cosentino. La santabarbara era servita. Un grido di liberazione e di
sconfinata gioia mista a soddisfazione si levò quella notte del 13 marzo del
2005, da parte di un gruppo di uomini che per diversi mesi avevano abbandonato
le loro famiglie mettendo da parte tutte le loro esigenze per dedicarsi a quella
attività e raggiungere quel risultato.
IL LEONE IN GABBIA
Il giorno dopo, Leone Donato Mariano, non riusciva a contattare i suoi operai.
Preoccupato, si recò personalmente alla masseria che nel frattempo era rimasta
presidiata e sorvegliata da altri colleghi. Venne fermato, perquisito,
rilasciato. Ma da quel giorno, non dormì più tranquillo. Novembre 2005, ore
03:00. Il campanello dell’agriturismo Tenuta Leone suonò ripetutamente. Donato
aprì la porta con la moglie. “Buongiorno signora.” Poco dopo spuntò lui dalla
camera da letto. “Buongiorno, Donato. Prepara il borsone.” Donato annuì. Si
avviò verso la camera, la moglie gli preparò con cura il borsone e lo
accompagnammo in carcere unitamente ad altri 9 correi… Otto anni di reclusione.
Agriturismo confiscato.
Tra centinaia di intercettazioni, una rimase impressa: “Donato è una forza della
natura, quando indossa il passamontagna non ce n’è per nessuno… E pensare che
non lo fa per soldi, ma solo per l’adrenalina che gli scorre nelle vene.” Due
complici dell’organizzazione criminale furono intercettati mentre andavano a
Torino per comprare dischi per moto-troncatrici. Questi dischi servivano per
tagliare i furgoni portavalori. Ma quella adrenalina, quella notte, fu spenta
dalla legge. Dalla pazienza. Dalla strategia. Dalla volontà di otto uomini che
non si sono mai arresi. A chi ha scelto di servire. A chi ha scelto di
proteggere. A chi ha scelto di vincere.
L'articolo “Cronache dal fronte invisibile”: il dietro le quinte delle indagini
contro la mafia pugliese raccontato da un carabiniere proviene da Il Fatto
Quotidiano.