Arriva dal Brasile il “fantasma del Natale futuro” e in Commissione Antimafia,
grazie al procuratore Lincoln Gakiya – decano dell’Ufficio del Pubblico
Ministero dello Stato di San Paolo – l’Italia si specchia nel suo migliore
“made-in”: politiche sociali, carceri degne, 41 bis, indagini finanziarie,
misure di prevenzione patrimoniali, lotta alla corruzione politica e dei
colletti bianchi. Un “film” noto in Italia, che qualcuno però vorrebbe
cancellare dalle teche.
L’audizione che si è svolta a Palazzo San Macuto si colloca nella serie dedicata
meritoriamente ai rapporti con il Sud America volti soprattutto ad aumentare la
capacità italiana si interferenza nel narcotraffico, principale motore di
accumulazione illecita di capitali per le organizzazioni criminali
transnazionali.
Il procuratore Gakiya ha sulle spalle 35 anni di servizio nel Pubblico
Ministero, sempre a San Paolo, quasi tutti spesi contro l’organizzazione
criminale più vicina alla mafia italiana che è il PCC, il Primo Comando della
Capitale. Ha cominciato a lavorare nel 1991 e racconta con commozione di aver
assistito in tv ai servizi sulle stragi di Capaci e di Via D’Amelio,
riconoscendo in Falcone e Borsellino dei modelli universali.
Il Brasile e in particolare il porto di Santos nello Stato di San Paolo sono
diventati una specie di gigantesco imbuto che raccoglie la cocaina prodotta
tutta attorno per spedirla via mare sul ghiotto mercato europeo, dove un chilo
di cocaina acquistato a mille dollari può essere rivenduto anche a 80mila
dollari. Il grande broker del mercato sudamericano è da anni in maniera
indiscussa il PCC, che ha a sua volta un partner inossidabile per capacità e
capillarità: la ‘ndrangheta italiana. L’ultimo carico intercettato da una
operazione di polizia internazionale al largo delle coste europee pesava oltre
dieci tonnellate. Chissà quanti altri sono arrivati a destinazione!?
Il Procuratore è da anni sulla lista dei condannati a morte, quando si muove
(poco e soltanto tra ufficio e casa) lo fa con un dispositivo di settanta uomini
a protezione, senza farsi troppe illusioni: gli omicidi “eccellenti” purtroppo
in Brasile ad opera del PCC si consumano con macabra efficienza. Ma oltre
all’analisi del fenomeno, ciò che davvero colpisce della testimonianza del
procuratore sono alcune precise riflessioni che alle nostre orecchie suonano (o
dovrebbero suonare!) come una sveglia. Quali? Eccone alcune.
Come nasce il PCC? Nasce in carcere come reazioni da parte di alcuni detenuti a
condizioni ritenute inumane e degradanti, una sorta di “mutua criminale” in anni
nei quali lo Stato ci andava con la mano pesante e i morti nella repressione
delle rivolte che scoppiavano si contavano a decine. Come a dire: a chi conviene
lasciare le carceri italiane sovraffollate e mortificanti? Era proprio
necessario criminalizzare penalmente la disubbidienza passiva, come hanno fatto
Nordio e Meloni?
Perché il PCC si diffonde in tutto il Brasile diventando, come le mafie
nostrane, una sorta di Stato parallelo capace addirittura di generare una sorta
di “simpatia” tra la gente più povera? Perché in assenza di risposte concrete da
parte dello Stato sul piano delle politiche sociali, in tanti hanno trovato
conforto nei “favori” della malavita. Come a dire: a chi conviene la programmata
devoluzione di sovranità che il governo Meloni ha messo nero su bianco rispetto
al destino delle aree interne del nostro Paese? Perché lasciare milioni di
italiani senza accesso a cure mediche essenziali, senza scuole adeguate, senza
case popolari, senza infrastrutture essenziali alla mobilità quotidiana e in
alcuni casi senza acqua potabile, senza sicurezza alimentare, senza opportunità
di lavoro, senza una giustizia prossima ai più vulnerabili?
Cosa bisogna fare per contrastare il PCC? Ispirarsi agli strumenti che l’Italia
ha creato in quella stagione tragica ma tenace tra il 1982 e il 1993: il 416
bis. Il Brasile sta faticosamente discutendo l’inserimento di un reato
“associativo” sulla scorta del nostro, ma non ci è ancora riuscito;
intensificare le indagini finanziarie (cfr. Falcone e Pio La Torre), illuminare
soprattutto il passaggio tra il denaro contante con il quale sempre si compra la
“dose” in strada e la sua trasformazione in criptovaluta funzionale al
riciclaggio; introdurre misure di prevenzione patrimoniali cioè sequestri e
confische basate sulla inversione dell’onere della prova. Sì, lo ha proprio
detto, in portoghese, certo, ma la traduttrice non ha avuto esitazione: è il
sospettato che deve dimostrare la provenienza lecita delle ricchezze
sproporzionate di cui dispone e non viceversa. Questo è la battaglia “politica”
più importante per il Procuratore, perché il Brasile questo strumento non ce
l’ha.
Fortunatamente nessun parlamentare italiano si è preso la briga di spiegare al
Procuratore che qui da noi in tanti si augurano l’annientamento di queste
misure. Al limite qualcuno, in vena di affari, avrà pensato di rivendergliele:
usate poco e tenute bene.
L'articolo Il procuratore brasiliano Gakiya in Italia loda le misure antimafia:
non sa che qui tanti sperano nella loro revoca proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sedici anni di governo incontrastato, dal 2009 a oggi, e prima un biennio in cui
il terreno della conquista viene preparato con due tentati omicidi. La storia
recente della Curva Sud milanista è una narrazione che si svolge in “un clima di
violenza” e dentro “una faida” continua contro chi, nel tempo, ha provato a
conquistare il potere. Del resto i tentati omicidi saliranno a quattro in
totale. E così la storia del secondo anello blu dello stadio Meazza non può
prescindere dalla storia del suo capo, il 44enne milanese Luca Lucci (al quale
dei quattro è addebitato un solo tentato omicidio), il cui manifesto sta tutto
in queste parole, riportate nelle motivazioni della sentenza di primo grado
rispetto all’inchiesta Doppia Curva: “Bisogna apparire diversi da quello che si
è davvero”.
LUCCI E IL “PENSIERO OPPORTUNISTICO”
Una frase che, secondo la giudice Rossana Mongiardo, tradisce il pensiero
“opportunistico” di Lucci (condannato a 10 anni) e del suo Direttivo. Tanto che,
secondo l’accusa condivisa dalla corte, “la struttura” messa in piedi da Lucci
“attraverso la sua liceità di facciata, avrebbe sfruttato il potere derivante
dalla possibilità di muovere un gruppo estremamente elevato di tifosi per
conseguire illeciti profitti, acquisendo e mantenendo con violenza il controllo
assoluto sulla tifoseria milanista”.
LA “STRATEGIA PER L’EGEMONIA ASSOLUTA”
Azioni violente e spedizioni punitive, quantomeno a partire dal 2016,
“sintomatiche di una strategia, condivisa fra i membri del Direttivo,
finalizzata al conseguimento e al mantenimento di una posizione di egemonia
assoluta ed indivisa nella gestione del tifo organizzato, oltre che al
perseguimento, attraverso questa posizione di forza, di vantaggi illeciti ed
estorsivi”. Un quadro, va detto, contestato dalle difese “che hanno confutato la
prospettazione fornita dalla pubblica accusa”.
LA “FAIDA” PERMANENTE
Secondo, invece, le motivazioni del giudice si tratta di una “faida” permanente
che prima di Lucci inizia nel 2006 con l’ex amico Giancarlo Lombardi il quale
con i suoi Guerrieri Ultras conquista il potere. Nel frattempo due tentati
omicidi indeboliscono e non poco lo storico gruppo dei Commandos Tigre. Con
l’arresto di Lombardi, nel 2007 Lucci è già capo dei Guerrieri. Due anni dopo
finisce implicato nel pestaggio di un tifoso interista durante un derby.
“Cionondimeno – scrive il giudice – proprio in quell’anno l’imputato riusciva a
realizzare l’unificazione del tifo organizzato sotto l’unico striscione
denominato Curva Sud”.
IL PESTAGGIO DI GENOVA
Il 2016 è poi l’anno del potere assoluto che coincide con la cacciata dei
Commandos Tigre. Il 9 aprile durante Milan-Juventus, la banda di Lucci scende al
primo anello blu e fa togliere lo striscione dei Commandos esponendo quello di
Curva Sud. Una settimana dopo durante la trasferta a Genova, i suoi pretoriani
attendono i ragazzi dei Commandos all’interno del settore ospiti. Il pestaggio è
violento. I Commandos si ritirano. Scrive il giudice: “Si trattò di una vera e
propria esibizione di forza e di definitiva presa di posizione della Curva Sud”.
GLI INCIAMPI PENALI DEL CAPO ULTRAS
Nel frattempo Luca Lucci, detto il Toro, inizia a inciampare in reati di rilievo
e questo rischia di compromettere la sua leadership ormai acclarata con
l’allontanamento di Giancarlo Lombardi. In galera però il Toro ci sta ben poco.
Il 4 giugno 2018 riceve un’ordinanza (poi patteggiata) per spaccio di droga. A
luglio è già libero con solo l’obbligo di presentazione alla polizia
giudiziaria. Tre anni dopo finisce ancora nei guai per un traffico di droga
rubricato sempre a spaccio e ricostruito attraverso chat criptate. Niente
carcere, solo domiciliari e una condanna a sette anni. Nel frattempo nei tre
anni appena passati molto è successo.
LE MIRE DEGLI UOMINI VICINI ALLA MAFIA
Le indagini a suo carico hanno infatti rinvigorito gli appetiti sul grande
affare della curva Sud. Appetiti anche mafiosi. Nel 2018 il calabrese Domenico
Vottari, che pur mai condannato per mafia mantiene stretti rapporti con i
rappresentanti dei clan, progetta la scalata. Alle sue spalle il gruppo Black
Devils, una via di mezzo tra ultras e Milan club. A febbraio del 2018 partecipa
a un summit segreto al quale presenzia anche Giuseppe Calabrò, plenipotenziario
delle cosche di San Luca. Soprannominato u Dutturicchiu dirà: “Vedete di
collaborare, va fatta seria! Quello che possiamo prendere oggi per il domani”.
Vottari è laconico sulla Curva Sud: “Ci sono soldi a palate, solo che c’è una
cosa, quelli hanno monopolizzato la Curva”. E soprattutto dietro a Lucci e alla
Curva Sud ci sono i garanti della ‘ndrangheta di Platì. Per questo Vottari
rimane fermo, però spiega: “Se Sarino si toglie, io questo me lo mangio”.
L’ATTENTANTO AL LOCALE DI VOTTARI
La fiducia di Vottari però aumenta quando Lucci finisce arrestato per la prima
volta. I pretoriani del Toro annusano l’aria e iniziano a fare pressione sulle
persone vicine a Vottari. Tanto che un appartenente ai Black Devils teme il
peggio: “Credimi Mimmo vuol dire che loro hanno già pianificato, tutto
esattamente come fu anni fa per i Commandos, hanno già pianificato dove, come e
quando fare l’azione. Sicuro!”. E infatti, proprio nella logica di quel “clima
di violenza” e di una “faida permanente”, il 3 novembre 2018 il locale di
Vottari a Solaro viene colpito da “un attentato dinamitardo”. L’indagine sul
fatto sarà archiviata, ma per il giudice Mongiardo la responsabilità (non
contestata penalmente) è di Lucci e dei suoi uomini più fidati come Daniele
Cataldo, esperto di armi e droga.
“È LA PRIMA PUNTATA DEL GIORNO DEL GIUDIZIO”
L’analisi successiva del suo cellulare dimostrerà che “era stato informato di
quanto accaduto nel locale di Vottari da Daniele Cataldo meno di 3 ore dopo
l’esplosione della bomba-carta, quando ancora non ne era stata divulgata
pubblicamente la notizia”. Ricostruisce il giudice nelle sue motivazioni:
“Dall’analisi della copia forense del telefono di Lucci, emergeva che Cataldo,
alle ore 06:33, ovvero circa tre ore dopo il posizionamento della bomba carta,
inviava, via Whatsapp, sulla chat privata del primo un video che lo ritraeva
mentre correva, rassicurandolo sul fatto che fosse andato tutto bene, mentre
pronunciava, letteralmente, la seguente espressione: ‘Oggi facciamo la prima
puntata della serie il giorno del giudizio’“.
IL PERIODO PIÙ TURBOLENTO
Ancora nelle motivazioni della sentenza Doppia Curva si legge: “La vicenda
esprime nel modo più drammatico, fino a che punto si era connotata la lotta per
mantenere l’egemonia sulla tifoseria milanista da parte di Luca Lucci”. È un
periodo a dir poco turbolento per il capo della Curva Sud. Non c’è infatti solo
Vottari. “Allo stesso tempo – si legge in sentenza – ma separatamente,
procedevano in tal senso (cioè entrare negli affari della curva, ndr) anche
l’avvocato Alessandro Verga Ruffoni, unitamente ad Enzo Anghinelli”,
quest’ultimo vecchio tifoso milanista con un passato nel traffico di droga, già
in rapporti con Giancarlo Lombardi e in contatto con lo stesso Vottari.
LA REAZIONE DI LUCCI: IL TENTATO OMICIDIO
Secondo la ricostruzione fatta in sentenza, la reazione di Lucci è violenta e
rapida. Sia Verga Ruffoni che Anghinelli vengono picchiati in tre occasioni tra
ottobre 2018 e marzo 2019. Per arrivare poi alla mattina del 12 aprile 2019
quando due uomini in scooter nella centralissima via Cadore sparano cinque colpi
di pistola contro Anghinelli che non muore, finisce in coma e alla fine
sopravviverà. Per questo fatto, nonostante restino alcuni dubbi sul movente e
sui killer, Lucci viene condannato e con lui Daniele Cataldo. “Il quadro che ne
scaturisce a carico di Luca Lucci – tiene il punto il giudice Rossana Mongiardo-
è quello di un soggetto che dirige un gruppo di tifosi ristretto, fedelissimi,
che all’interno della Curva Sud, è pronto a difendere il potere conquistato, se
necessario anche con l’uso di armi da fuoco”.
LA CACCIA A LOMBARDI DENTRO L’OLD FASHION
Le stesse armi, sempre in mano al pro-console Cataldo, a cui scampa Giancarlo
Lombardi, il quale a partire dal primo arresto di Lucci in ogni modo ha tentato
di rientrare in curva Sud anche facendo sponda su gruppi criminali come la banda
della Barona capeggiata da Nazzareno Calajò. Alla corte di Calajò del resto
andrà a chiedere vendetta, secondo la sentenza, anche il duo Ruffoni-Anghinelli.
Il 12 gennaio 2024, Lombardi è presente nella discoteca Old Fashion. Purtroppo
per lui alla serata partecipano anche membri del direttivo di Lucci che gli
danno la caccia, quasi lo prendono, ma lui riesce a fuggire, scampando a
un’aggressione probabilmente armata visto che secondo il giudice all’Old Fashion
era arrivato l’onnipresente Cataldo con una pistola.
LA “GUERRA” IN MANO A CATALDO
E di nuovo torna “quell’aria di violenza” e di “faida” permanente. Tanto che il
giudice annota: “Anche questa azione di gruppo ai danni di Lombardi, che,
ragionevolmente, avrebbe potuto avere conseguenze molto più gravi se Cataldo non
avesse perso la pistola, è stata partecipata e pienamente condivisa da tutti i
membri della Curva Sud che vi avevano partecipato”. E’, dunque, “una guerra”
quella di Lucci per ribadire “la sua egemonia” legata al fatto di “non volere
dividere con nessuno il suo territorio di affari”. Una guerra la cui “strategia
è affidata anche a una persona, come Cataldo Daniele, che risulta essere stato
arrestato nel 2015 per possesso di droga, di veicoli rubati e soprattutto di
armi e che, nel biennio 2018-2019, aveva partecipato alle più gravi aggressioni
in danno di Vottari e Anghinelli e, di nuovo, all’aggressione ai danni di
quest’ultimo e di Lombardi, avvenute nel 2024”.
LE SPRANGATE AGLI ULTRAS CROATI
La forza e la violenza e non certo il dialogo, secondo il giudice,
caratterizzano la scalata di Lucci del potere in curva e il mantenimento dello
status quo. Con gli agguati e le spedizioni punitive, ma anche mostrando i
muscoli davanti ad altri gruppi di ultras come avviene il 14 settembre 2022
contro gli ultras croati della Dinamo Zagabria. Dalle chat emerge da parte di
Lucci “una piena soddisfazione e il proprio compiacimento per la dimostrazione
di forza”. Tanto da scrivere: “Gli ha dato una sprangata in faccia. È svenuto
sulle gambe, gli altri si sono fermati, che tipo si sono spaventati. Altre tre o
quattro sprangate”. Nel dialogo interviene poi Alessandro Sticco detto Shreck,
forse l’unico vero erede del Toro: “No Luca, non puoi capire, sai che ho gli
occhi lucidi dall’emozione? Mi sento come quando è nata mia figlia, no forse di
più”. Tutti questi episodi narrati dalla sentenza del giudice Rossana Mongiardo
“non costituiscono devianze isolate, ma veri e propri tasselli della stessa
strategia: si tratta, in sintesi, di un gruppo che si afferma con le mani, che
si racconta come guida, ma che, nei fatti, governa con la violenza”. Perché il
vero manifesto del Toro Lucci è sempre lo stesso: “Bisogna apparire diversi da
quello che si è davvero”.
L'articolo Milan, la “faida” continua per il controllo della curva. L’ordine di
Lucci: “Apparire diversi da quello che si è davvero” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Lo racconta Franco Maresco nel film “Belluscone – Una storia italiana” e lo dice
Kid Yugi nell’ultimo album di Noyz Narcos: in Italia, la criminalità organizzata
ascolta neomelodico. E infatti, il coordinamento regionale della Basilicata e il
presidio Vulture Alto Bradano di Libera hanno pubblicamente chiesto alle
istituzioni di prendere provvedimenti per il concerto del cantante neomelodico
Daniele De Martino, nome d’arte di Antonino Galluzzo, che il 20 dicembre si
esibirà a Venosa, in provincia di Potenza. “Con il rispetto profondo che
nutriamo per la libertà artistica e di espressione, valore costituzionale che
Libera ha sempre difeso, auspichiamo che le istituzioni, in linea con quanto
accaduto in altre realtà, sappiano assumere i provvedimenti ritenuti necessari
in relazione al contesto”, sottolinea l’associazione antimafia in una nota
pubblica.
In più occasioni le autorità e le amministrazioni comunali hanno vietato al
cantante di esibirsi in pubblico a causa dei testi che inneggiano alla
criminalità, istigano alla delinquenza e alimentano la mentalità mafiosa: il
questore di Latina aveva sottolineato che le canzoni di De Martino “veicolano
messaggi espliciti contro i collaboratori di giustizia e sono espressione di
solidarietà al sistema delle mafie”.
Chi è Antonino Galluzzo – È nato nel 1995 a Palermo. Oltre ai suoi testi, il
cantante è stato citato per i legami con Cosa nostra. Qualche anno fa, il
giornalista Salvo Palazzolo di Repubblica aveva pubblicato delle foto in cui De
Martino baciava sulla guancia il boss Francolino Spadaro durante il funerale del
padre Tommaso detto “Masino“, arrestato da Giovanni Falcone per contrabbando e
poi condannato all’ergastolo per essere il mandante dell’omicidio di Vito
Ievolella, il maresciallo dei carabinieri ucciso a Palermo il 10 settembre 1981.
Quest’anno la Guardia di finanza ha perquisito la casa dei genitori a Palermo e
l’abitazione in Campania di De Martino, a cui sono stati sequestrati 220mila
euro tra contanti, gioielli e Rolex per i redditi non dichiarati. A tradire il
cantante neomelodico sono stati anche i contenuti pubblicati sui profili social,
in cui De Martino ostentava lo stile di vita consentitogli dai concerti in nero
e spesso abusivi, per evitare i divieti delle autorità. Secondo la verifica
delle fiamme gialle per il periodo 2016-2022, il cantante avrebbe percepito
compensi per 850mila euro.
Libera sottolinea l’importanza della cultura e dell’arte, lanciando l’appello
“di non girarci dall’altra parte, di denunciare la pericolosità di messaggi che
tendono a ribaltare i valori costituzionali di democrazia, legalità e
giustizia”, e aggiunge che “Venosa, come tutta la Basilicata, merita eventi
culturali che uniscano, che generino senso critico, che aprano spazi di libertà
autentica e non ambigua”.
L'articolo “Esprime solidarietà alle mafie”: Libera contro il concerto del
cantante neomelodico Daniele De Martino proviene da Il Fatto Quotidiano.
Estorsione, usura, associazione mafiosa e truffa ai danni dello Stato. Sono
alcune delle accuse con le quali il giudice per le indagini preliminari del
Tribunale di Lecce Alberto Maritati ha emesso 13 arresti in carcere e un’altra
misura di custodia cautelare, eseguite dai carabinieri di Brindisi nella stessa
provincia e in quelle di Lecce e Chieti, nei confronti di altrettanti soggetti
ritenuti affiliati al clan della Sacra corona unita “Pasimeni-Vitale-Vicentino”,
egemone nella città di Mesagne, dove l’associazione mafiosa pugliese affonda le
sue radici.
Nell’inchiesta della pm antimafia di Lecce, Carmen Ruggiero, sono contestati, a
vario titolo, anche i reati di concorso esterno, lesioni personali, detenzione
d’armi da sparo e associazione a delinquere finalizzata al traffico di
stupefacenti. Il giudice ha anche disposto il sequestro di un immobile e di
un’attività commerciale – per un valore di circa 600mila euro – che sarebbe
servita come base logistica e operativa del clan. Tra gli arrestati figura
Daniele Vicientino, detto “Il Professore”, volto storico della Scu mesagnese.
Secondo la ricostruzione degli investigatori, a impartire gli ordini ai presunti
capi dei sottogruppi sarebbe stato il capo dell’organizzazione direttamente dal
carcere. Le indagini sono partite dal Nucleo Investigativo brindisino tra il
giugno 2020 e il giugno 2022, a seguito del ritorno in libertà di uno dei
presunti leader dell’organizzazione, Tobia Parisi. Stando all’inchiesta, anche
durante il tempo della sua detenzione, sarebbe rimasta pervasiva l’attività del
clan nel territorio interessato, in parte grazie all’aiuto di un soggetto
semi-esterno, operante sul territorio brindisino e al centro di un’altra
indagine della Procura e Squadra Mobile di Brindisi.
L’organizzazione dell’associazione – dalla ricostruzione – sarebbe stata questa:
il capo impartiva direttive dal carcere al nipote, presente nel territorio e
portavoce “ufficiale”. Il clan si sostentava in parte attraverso un codificato
sistema di estorsioni: riscosso il “punto” o “pensiero” dagli spacciatori
nell’area, cioè una sorta di tangente sugli stupefacenti smerciati, i fondi
venivano utilizzati per mantenere il boss e gli affiliati in cella e per
assicurare supporto economico alle loro famiglie. L’organizzazione era dedita
anche all’usura, concedendo prestiti a tassi altissimi, e al riciclaggio di
denaro attraverso reti di scommesse in canali non autorizzati.
Tutto ciò sarebbe stato accompagnato da metodi – chiaramente – non accomodanti:
pestaggi, estorsioni armate ai danni di imprenditori e commercianti e violente
intimidazioni sarebbero solo alcuni dei soprusi scoperchiati dall’indagine.
Sarebbero stati forti anche i rapporti con i capi di altri gruppi della
cosiddetta frangia dei “mesagnesi” e altri leader della Sacra Corona. I vari
vertici concordavano strategie comuni per la gestione di alcuni illeciti,
mantenendo separate le rispettive sfere di competenza territoriale.
L'articolo Brindisi, colpo alla Scu: 13 arresti, nel mirino il clan
Pasimeni-Vitale-Vicentino proviene da Il Fatto Quotidiano.
Quindici anni per concorso esterno in associazione mafiosa. È la condanna
inflitta dal tribunale di Marsala ad Alfonso Tumbarello, il medico di Campobello
di Mazara che aveva seguito tutto l’iter delle cure di Matteo Messina Denaro
dopo la scoperta del tumore al colon, quando era ancora latitante. L’accusa
aveva chiesto una condanna a 18 anni di carcere. Tumbarello, massone iscritto al
Grande Oriente (poi sospeso), ex politico (consigliere provinciale e candidato
alle regionali con l’Udc), era finito in carcere meno di un mese dopo l’arresto
dell’ex boss di Castelvetrano, avvenuto il 16 gennaio del 2023. Dopo cinque mesi
era passato ai domiciliari per limiti di età (oggi ha 73 anni), mentre il tumore
alla fine ha ucciso Messina Denaro, in carcere, il 25 settembre del 2023, poco
più di nove mesi dopo l’arresto.
Il processo è iniziato nel dicembre del 2023 e per due anni l’accusa –
rappresentata in aula dal pm di Palermo, Gianluca De Leo – ha dibattuto con la
difesa – gli avvocati Gioacchino Sbacchi e Giuseppe Pantaleo -, per dimostrare
che Tumbarello fosse consapevole di aver firmato ben 147 prescrizioni per
Messina Denaro e non invece per Andrea Bonafede, l’alias usato dall’ex
latitante. De Leo ha anche portato due nuove evidenze al processo: un
certificato medico per accedere alle strutture sportive, emesso a stretto giro
assieme alla richiesta di day service per una seduta di chemioterapia, la
prescrizione di una compressa di Tavor il giorno prima di una risonanza. La
dimostrazione, in sostanza, che il medico facesse prescrizioni per due distinte
persone nonostante le generalità fossero le stesse: per il vero Bonafede, che
aveva normali necessità, e per Messina Denaro, che invece doveva sottoporsi alle
cure per il tumore. Tumbarello, dunque, era consapevole di avere in cura il boss
di Castelvetrano.
Il processo era arrivato alle battute finali già lo scorso maggio, ma ha subito
un rinvio perché il presidente del Tribunale, Vito Marcello Saladino (a latere
Francesca Maniscalchi e Andrea Agate), ha chiesto nuove perizie su questi
documenti. Nella requisitoria, De Leo ha anche ricordato quando nel 2004
Tumbarello fece da tramite per un incontro, presso il suo studio, tra l’ex
sindaco di Castelvetrano, Tonino Vaccarino, e il fratello di Messina Denaro:
“Dovremmo ritenere che sia credibile che non sapesse che Salvatore Messina
Denaro nel 2004 era stato arrestato e già condannato per 416-bis, che Vaccarino
gli abbia chiesto in maniera generica soltanto se lo conoscesse?”, è la domanda
retorica posta da De Leo alla fine della sua requisitoria il 22 ottobre. Tutti
elementi contestati dalla difesa che ha sostenuto come Tumbarello avesse emesso
certificati e ricette convinto che fossero indirizzati ad Andrea Bonafede. E
quest’ultimo non si recava mai direttamente allo studio medico, per tenere
nascosto ai suoi parenti di essersi ammalato di tumore. Una tesi che non ha
convinto i giudici: per il tribunale, Tumbarello sapeva perfettamente di essere
il medico di Messina Denaro.
L'articolo Alfonso Tumbarello condannato, al medico di Messina Denaro 15 anni
per concorso esterno alla mafia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Maxi-operazione contro i clan mafiosi e il narcotraffico a Palermo. L’inchiesta
– coordinata dalla Dda del capoluogo siciliano guidata dal procuratore Maurizio
de Lucia – ha fatto luce su un vasto traffico di stupefacenti e ha svelato i
nuovi organigrammi di uno dei principali mandamenti mafiosi della città.
50 MISURE CAUTELARI
Eseguite dalla polizia misure cautelari nei confronti di 50 persone: sono
accusate, a vario titolo di associazione mafiosa, estorsione, intestazione
fittizia di beni, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti
e spaccio. Per 19 di loro il gip ha disposto la custodia cautelare in carcere,
per 6 gli arresti domiciliari mentre per gli altri 25 è stato emesso un
provvedimento di fermo. L’operazione ha visto impegnati oltre 350 agenti della
Polizia di Stato.
“STRETTO RAPPORTO TRA COSA NOSTRA E CAMORRA”
“È stato documentato un rapporto stretto tra i clan mafiosi di Palermo con un
clan della Camorra, da cui la mafia si riforniva per la droga”, ha detto il
procuratore aggiunto di Palermo Vito Di Giorgio nel corso della conferenza
stampa: “Siamo in presenza di organizzazioni fortemente strutturate capaci di
commerciare ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti anche in periodi di
tempo molto brevi”, ha aggiunto. Al centro ci sono due diverse inchieste della
sezione Antidroga della Squadra Mobile, coordinate dalla Dda. Tra ottobre 2022 e
agosto 2023 sono state individuate due le bande di narcos: una faceva base a
Palermo ed era caratterizzato da rapporti molto forti tra gli affiliati legati
da vincoli di parentela: l’altra, invece, operava in Campania e forniva la merce
ai siciliani. Alcuni componenti della banda campana tenevano rapporti con i
palermitani e trattavano anche per conto di un clan camorrista che ha riversato
importati quantitativi di droga non soltanto nella provincia di Palermo, ma
anche in quella di Catania. La seconda indagine dell’Antidroga ha portato alla
scoperta di una cellula criminale palermitana che ha organizzato un grosso
traffico di cocaina, hashish e marijuana tra Palermo e Trapani. La droga sarebbe
arrivata dalla zona di Marsala. Gli indagati apparterrebbero ad ambienti
criminali di rilevante caratura e già indagati per mafia: prova del ruolo svolto
dalle “famiglie” di Cosa nostra nell’approvvigionamento e nello smercio degli
stupefacenti. “Nel corso delle investigazioni, inoltre, sono stati messi a segno
sequestri per un totale di circa due quintali e mezzo di hashish e quattro
chilogrammi di cocaina, con conseguente arresto in flagranza di dodici persone”.
IL MANDAMENTO DELLA NOCE TRA VECCHI E NUOVI BOSS
Il maxiblitz di oggi “dimostra che Cosa nostra è tutt’altro che sconfitta” ha
detto il Procuratore capo di Palermo Maurizio de Lucia nel corso della
conferenza stampa. L’operazione ha colpito anche il mandamento mafioso
palermitano della Noce. L’indagine ha permesso di ricostruire posizioni e ruoli
nelle famiglie mafiose di Noce, Cruillas ed Altarello, e di ricostruire le
attività illecite nel territorio. Il vuoto di potere, generato dagli ultimi
arresti, avrebbe dato spazio a nuovi personaggi intenzionati a scalare le
posizioni di vertice del clan. Oltre agli aspiranti boss nel mirino degli
investigatori sono finiti nomi noti con curricula di tutto rispetto all’interno
di Cosa nostra. Tra loro un anziano boss, in grado di decidere le strategie del
clan. Identificato anche il nuovo capo del mandamento che avrebbe preso il
comando in virtù della sua parentela con un ex reggente: “In linea di continuità
familiare ad una trascorsa gestione, poiché risulta essere imparentato con un
già ‘reggente’, oggi in carcere”. Nelle casse delle cosche – ha accertato
l’indagine – continuano a finire i soldi delle estorsioni: sei quelle messe a
segno a carico di negozi e attività imprenditoriali della zona.
IL CANALE TELEGRAM CON LA FOTO DI SCARFACE
È stata scoperta anche una centrale di smercio virtuale, creata grazie ad un
canale Telegram e ritenuta più sicura dalla banda. Per accreditarsi e far capire
nel settore che i leader erano loro usavano sul profilo aperto sul canale la
foto di Al Pacino nel ruolo di Tony Montana nel film Scarface, dicono gli
investigatori. Gli indagati annotavano scrupolosamente in un “libro mastro” i
soldi incassati col narcotraffico: una contabilità precisa con tanto di appunti
sul tipo di stupefacenti, sui pagamenti delle partite di droga e sui compensi
settimanali di tutti gli associati. Materiale prezioso per gli investigatori.
L'articolo Maxi-operazione antimafia a Palermo, 50 misure cautelari: “Nel
traffico di droga rapporti stretti Cosa nostra-Camorra” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
La pista nera che ipotizza un ruolo di Stefano Delle Chiaie nelle stragi del
1992? “Giudiziariamente vale zero tagliato“. Salvatore De Luca fa una pausa, poi
lo ripete ancora: “Zero tagliato“. È in quel preciso momento che a Chiara
Colosimo sembra scappare un sorriso. Insieme alla presidente della commissione
Antimafia, esultano anche vari esponenti di destra, come Maurizio Gasparri che
definisce l’audizione del procuratore di Caltanissetta come uno “scrigno di
verità” E pazienza se De Luca abbia anche puntualizzato come “siano ancora
aperti filoni di indagine su tutte le principali ipotesi riguardanti le cause o
i concorrenti esterni delle stragi del 1992”, compreso “un’ulteriore pista nera,
chiamiamola così, che potrebbe dare dei risultati, ma la stiamo ancora
approfondendo”. Va comunque detto che l’audizione del capo della procura
nissena, competente per le indagini sulle stragi di Capaci e di via d’Amelio,
rappresenta un punto a favore della maggioranza. De Luca, infatti, ha detto più
volte di ritenere “la gestione del filone Mafia e appalti presso la procura di
Palermo retta da Pietro Giammanco” come “una delle concause della strage di via
D’Amelio”. E ancora: “Allo stato noi non siamo in grado di escludere alcuna
concausa. Quella sulla quale abbiamo trovato maggiori elementi e maggiori
riscontri è Mafia e appalti”. Dichiarazioni che fanno esultare la destra, ma
provocano anche polemica nei ranghi dell’opposizione. Ma andiamo con ordine.
“MAFIA E APPALTI CONCAUSA DELLE STRAGI”
Il capo dell’ufficio inquirente nisseno è comparso a Palazzo San Macuto insieme
a due sostituti Davide Spina e Claudia Pasciuti. Alle spalle degli auditi,
custodita in una teca, c’è la valigetta di Paolo Borsellino, ancora
bruciacchiata dall’esplosione del 19 luglio 1992. “È un onore per noi, riferire
qui”, ha detto De Luca, alla fine di un intervento lungo quasi tre ore.
Un’audizione cominciata con una premessa: tutte le indagini di Caltanissetta
sono state portate avanti in “piena sintonia con la Procura nazionale
antimafia“. Che tipo di sintonia? “Prima di iniziare le indagini sul cosiddetto
filone di Mafia e appalti, ho ritenuto d’informare il procuratore nazionale
dottor Melillo, che è stato perfettamente d’accordo con noi”. Secondo la destra,
l’interesse di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino per il dossier investigativo
del Ros dei carabinieri è il movente segreto delle stragi. Una ricostruzione che
sembra essere condivisa da De Luca. “Noi abbiamo in corso filoni di indagine
aperti su tutte le principali ipotesi riguardanti le cause o i concorrenti
esterni delle stragi del 1992 – ha premesso – Oggi parlerò principalmente del
cosiddetto filone Mafia e appalti, perché abbiamo ottenuto i migliori risultati
proprio in questo filone di indagine. Gli altri filoni sono ancora in corso in
una fase in cui è necessario attendere l’esito di ulteriori accertamenti prima
di potere delineare una ipotesi sufficientemente suffragata della pubblica
accusa”, ha detto, puntualizzando che “l’arco cronologico di rilievo secondo
l’ipotesi accusatoria che abbiamo formulato è quello in cui è stato procuratore
Pietro Giammanco“.
“NEL 1992 NON SI FATTO QUELLO CHE SI DOVEVA FARE”
Secondo l’ipotesi accusatoria, la procura di Palermo insabbiò l’indagine su Cosa
Nostra, l’imprenditoria e la politica. Una tesi che recentemente è stata
smentita dall’ex procuratore Gian Carlo Caselli, proprio in commissione
Antimafia. “Relativamente alle concause delle stragi del 1992, a parer nostro le
precondizioni sono l’isolamento prima di Giovanni Falcone e poi di Paolo
Borsellino nell’ambito della Procura di Palermo; la sovraesposizione prima di
Giovanni Falcone e poi di Paolo Borsellino, presso la Procura di Palermo e non
solo. Poi riteniamo che vi siano molteplici e concreti indizi per affermare che
la gestione del filone Mafia e appalti presso la procura retta da Giammanco sia
una delle concause della strage di via D’Amelio, e vi sono elementi per ritenere
che sia anche una delle concause della strage di Capaci”, ha detto De Luca.
Aggiungendo: “Credo che alcuni manifestino scetticismo riguardo Mafia e appalti
come concausa. Sinceramente non capisco perché”. Chiaro riferimento a Roberto
Scarpinato, ex procuratore generale di Palermo e oggi senatore dei 5 stelle,
seduto tra i commissari presenti all’audizione. De Luca ha spiegato che le
indagini su Mafia e appalti partono solo dopo le stragi. “Nel 1992 non si fatto
quello che si doveva fare. Dopo la strage di Borsellino cambia l’Italia, perché
ci sono state due stragi e perché c’è la forza propulsiva di Mani pulite che
scompaginerà un intero sistema politico, cambia lo stesso gruppo imprenditoriale
Ferruzzi, cambia il procuratore. Ciò che era fattibile o, secondo la nostra
ipotesi, voleva la dirigenza della Procura fino al luglio 1992 cambia
decisamente già quando è stato sfiduciato Pietro Giammanco e a ancora di più
quando è arrivato il procuratore Caselli, che dà un nuovo impulso a certe
indagini, non ha alcun interesse politico personale a bloccare le indagini o a
rallentare o insabbiare le indagini su Mafia e appalti”. Poi, però, De Luca
critica la difesa operata da Caselli sull’intera gestione del dossier. “La
relazione della Procura di Palermo depositata nel 1999 è estremamente lacunosa e
manca di tutti quegli elementi che rendono problematica l’indagine da parte
della procura di Palermo. Il fatto che le cose si siano fatte dopo è un indice
del fatto che prima non si erano fatte”. Il riferimento è per il dossier
preparato proprio dalla procura di Caselli per spiegare come le indagini su
Mafia e appalti fossero sempre state regolari.
“PISTA NERA SU DELLE CHIAIE VALE ZERO TAGLIATO”
A proposito delle indagini sull’eversione di destra, De Luca ha detto di
considerare “singolare che si insista su un certo filone legato alla pista nera.
Mi riferisco alla pista di Stefano Delle Chiaie a seguito delle dichiarazioni
rese da Maria Romeo e anche dal luogotenente Walter Giustini. Se qualcuno vuole
approfondire, approfondiremo ma sinceramente mi sembra un’autentica perdita di
tempo e già ne abbiamo perso abbastanza su questa pista. Dalle dichiarazioni di
Romeo e Giustini e dalle presunte dichiarazioni del collaboratore Alberto
Cicero, che non ci sono mai state, viene fuori una pista che giudiziariamente
vale zero tagliato. Ripeto: zero tagliato. Non mi dilungo perché mi sembra di
farvi perdere tempo. C’è un’archiviazione tranciante del gip – ha aggiunto De
Luca – Un gip che fra parentesi non è certamente appiattito sulle nostre
posizioni”. Romeo e Giustini sono sotto processo con l’accusa di aver depistato
le indagini su via d’Amelio. “Questo filone – ha detto De Luca – ci era stato
prospettato dall’attuale senatore Scarpinato, proprio gli ultimi giorni prima di
andare in pensione. Appena abbiamo ricevuto gli atti, è successo tutto l’inverso
di Mafia e appalti. Siamo partiti con l’idea: qua c’è una pista eccezionale. Ma
guardando le carte ci siamo resi conto che si trattava di zero tagliato”.
“PIGNATONE E LE CASE COMPRATE DAI MAFIOSI”
Gran parte dell’audizione è stata dedicata al ruolo di Giammanco (deceduto nel
2018), di Giuseppe Pignatone e di Gioacchino Natoli. I due ex magistrati (il
primo è deceduto nel 2018) sono ancora sotto indagine da parte della procura di
Caltanissetta per favoreggiamento. La questione riguarda l’archiviazione di
un’indagine parallela a Mafia e appalti, nata su input della procura di Massa
Carrara nel 1991 e archiviata a Palermo l’anno dopo: riguardava il ruolo dei
fratelli Antonino e Salvatore Buscemi, imprenditori mafiosi vicini a Totò Riina,
divenuti soci del gruppo Ferruzzi di Raul Gardini. Secondo i pm guidati da De
Luca, Pignatone e Natoli archiviarono con l’unico obiettivo di coprire i
Buscemi. “Non abbiamo prova che ci furono elementi corruttivi sul conto di
Pignatone e Giammanco. Ma alcuni collaboratori li hanno chiamati in causa.
Pignatone lo ha definito chiacchiericcio. E’ possibile che abbia ragione, ma
bisogna verificare se i dottori Pignatone e Giammanco, all’epoca sostituto e
procuratore capo, abbiano avuto comportamenti inopportuni. Ovvero comportamenti
che possano avere indotto i mafiosi a pensare che la procura di Palermo avesse
un vertice malleabile”, ha detto il capo dell’ufficio inquirente siciliano. Da
una parte, ha ricordato De Luca, “Giammanco ostentava l’amicizia con Mario
D’Acquisto (ex presidente della Regione ndr). E quando l’europarlamentare della
Dc Salvo Lima fu ucciso, nel marzo del ’92, Giammanco sarebbe voluto andare al
funerale e fu bloccato dai sostituti”. Il procuratore ha riferito che l’ex
procuratore “aveva un nipote a Bagheria, un imprenditore che è stato poi
condannato perché vicino a Bernardo Provenzano e già nel 1985 era indicato dai
carabinieri come un rampante collettore dei rapporti tra imprenditoria, politica
e mafia”. Riguardo Pignatone, invece, il procuratore nisseno ha detto che “negli
anni Ottanta la sua famiglia fa un grossissimo acquisto in un immobile in via
Turr venduto dalla Immobiliare Raffaello, cioè i Bonura, Francesco Buscemi e
Vincenzo Piazza. Si tratta di circa 26 immobili che comprendono non solo
appartamenti, ma anche garage a altro. Vi sono concreti indizi che Salvatore
Buscemi, Vincenzo Piazza, Francesco Bonura siano anche iscritti alla massoneria.
Sono tutti e tre saldamente intrecciati nel mondo imprenditoriale, tutti e tre
condannati per mafia e legati da legami di parentela. Bonura abita anche vicino
ai Piazza. Sono tutti e tre soci della Immobiliare Raffaello. Si tratta di una
immobiliare in cui se si riuniscono i soci diventa una riunione di Cosa nostra.
Ha un capomandamento, un capofamiglia e un associato. Una riunione di questa
società può comportare l’arresto in flagranza. Non è facile da trovare una
società del genere”. De Luca ha anche ricordato l’esistenza di una
intercettazione ambientale in cui “Bonura parlando con un’altra persona afferma
che la signora Pignatone (madre dell’ex procuratore di Roma) lo prendeva
sottobraccio, notando una certa confidenza. Che può derivare da una
frequentazione che non sia occasionale”. De Luca ha anche aggiunto che “nella
sua memoria difensiva Natoli afferma di aver pagato 20 milioni in nero per
l’acquisto della casa. Qui non si deve fare del mero moralismo, dobbiamo vedere
in che situazione di inopportunità si va ficcare una persona. Il dottore
Pignatone afferma, ed è l’ipotesi a lui più favorevole, di avere pagato 20
milioni o qualcosa di più in nero, al capo mandamento Salvatore Buscemi del
mandamento Uditore, Boccadifalco, Passo di Rigano. Non è reato, perché siamo
sotto soglia. Però è un illecito amministrativo”.
“NATOLI HA MENTITO DAVANTI AL CSM”
Natoli, invece, secondo il procuratore di Caltanissetta “ha mentito davanti al
Csm” a proposito dei rapporti tra Falcone e Giammanco. Il riferimento è alle
audizioni dei magistrati della procura di Palermo nei giorni immediatamente
successivi alla strage di via d’Amelio. “In particolare – ha ripercorso De Luca
– il dottor Natoli dinanzi al Csm, a domanda del Presidente ha dichiarato: ‘Sui
rapporti Giammanco-Falcone non posso dire nulla perché io arrivo alla procura di
Palermo quattro mesi dopo che Falcone è andato via, quindi non ho alcuna
conoscenza diretta del problema’. ‘E indiretta?’, gli chiede il presidente.
‘Indiretta neppure perché, ripeto Falcone si era trasferito a Roma, ci si
sentiva telefonicamente e ci si vedeva di tanto in tanto a Palermo, ma
ovviamente l’intensità del rapporto è più tale quando ci vedevamo tutti i
giorni. E dice: ‘non posso dare nessun contributo né diretto né indiretto‘. Bene
nel corso dell’audizione giovani colleghi – segnatamente Antonella Consiglio, de
relato Domenico Gozzo, marito della Consiglio che ha avuto raccontato da lei
quanto ora riferirò e il collega Antonino Napoli – hanno dichiarato che nel
corso di una riunione del Movimento per la giustizia – di cui il dottor Natoli
era uno dei leader indiscussi – il dottor Giovanni Falcone, a richiesta dei
colleghi preoccupati dal fatto che stesse lasciando Palermo per andare al
ministero, ha dichiarato con molta chiarezza: non ci sono più le condizioni per
lavorare a Palermo, non posso più lavorare a Palermo’. Antonino Napoli ha avuto
anche con lui una conversazione privata sul punto in cui Falcone ha confermato
questa sua linea che se ne andava perché non riusciva più a lavorare”. De Luca
ha detto anche che “nel corso del suo interrogatorio il dottor Natoli ha
confermato di essere presente a tale riunione. Quindi, vi sono degli indizi ben
concreti per ritenere che il dottor Natoli dinanzi al Csm abbia mentito”.
“BORSELLINO NON SI FIDAVA DEL SUO CAPO”
A proposito dell’indagine sul dossier del Ros dei carabinieri, De Luca ha
definito come “sopravvalutata” la rilevanza della riunione del 14 luglio 1992
alla procura di Palermo. Il riferimento è al vertice dei magistrati, convocato
il giorno successivo la richiesta di archiviazione di alcuni indagati di Mafia e
appalti. Secondo il procuratore di Caltanissetta, “sembra corroborato da
numerosi indizi che in quella sede non si parlò di richiesta di archiviazione
del dossier su mafia e appalti”. Eppure il procuratore generale di Cagliari
Luigi Patronaggio , tra i presenti a quel vertice, ha raccontato proprio alla
commissione Antimafia di aver saputo della richiesta di archiviazione di Mafia e
appalti proprio durante la riunione del 14 luglio. Secondo De Luca “nella
riunione del 14 luglio non ci fu uno scontro tra Paolo Borsellino e la
dirigenza. La strategia e la personalità di Borsellino escludevano che si
arrivasse a uno scontro in quella sede. Borsellino aveva una mentalità di
rispetto e delle gerarchie negli ambiti ufficiali: per cui in sede privata,
nella riservatezza di una stanza poteva anche scontrarsi con il procuratore
Giammanco, ma davanti ai sostituti non lo avrebbe mai fatto. E questo ce lo dice
Antonio Ingroia. Attenzione, Borsellino non aveva paura di Giammanco, Borsellino
era un leone”. Per De Luca, “Paolo Borsellino nutriva una estrema diffidenza nei
confronti Di Giammanco, Natoli e Lo Forte”. Il fatto che il magistrato non si
fidasse dei suoi colleghi e del suo capo, secondo il procuratore di
Caltanissetta è confermato anche da un altro passaggio: “Dopo aver ascoltato il
pentito Gaspare Mutolo, che gli rivelò le collusioni con la mafia di Bruno
Contrada e del pm Domenico Signorino, Paolo Borsellino non ne parla con Lo Forte
e Natoli e neanche a Giammanco, ma riferisce quanto aveva appreso dal
collaboratore di giustizia a due colleghi non titolari dell’inchiesta, cioè
Vittorio Teresi e Ignazio De Francisci“.
LA DESTRA ESULTA, I 5 STELLE: “REQUISITORIA SENZA CONTRADDITORIO”
L’audizione del procuratore di Caltanissetta ha ovviamente provocato reazioni
politiche. I parlamentari di Fdi sottolineano come De Luca abbia “affermato in
maniera chiara e inequivocabile che la cosiddetta pista nera, ovvero l’ipotesi
giudiziaria di un coinvolgimento di Delle Chiaie nella strage di via d’Amelio,
vale zero tagliato. È un’affermazione che merita rispetto e attenzione, perché
proviene dall’autorità giudiziaria titolare delle indagini. Continuare a
insistere su un filone che, secondo la Procura, non presenta concreti elementi
probatori rischia di alimentare confusione e di allontanare la ricerca della
verità”. Al partito di Giorgia Meloni, replicano i parlamentari del Pd, che
ricordano come il procuratore abbia “affermato di non sentirsi di escluderè
altre piste, sulle quali sono ancora in corso indagini. Tra queste, ha
espressamente citato anche una pista nera. Alla luce di questo, appare
inquietante il comunicato del gruppo di Fratelli d’Italia, che esprime una sorta
di soddisfazione per una – arbitraria – interpretazione del ruolo delle piste
nere anche nelle stragi del 92-93, quasi con – inspiegabile – senso di
sollievo”. I 5 stelle, invece, definiscono quella di De Luca come “una
requisitoria senza contraddittorio con gli indagati e i loro avvocati, svolta in
una sede politico-parlamentare anziché nella fisiologica sede giudiziaria. De
Luca, a lungo invocato dalla maggioranza, non si è limitato a una sommaria
esposizione degli elementi su cui sta portando avanti la sua indagine seguendo
la pista mafia-appalti, ma ha esposto a lungo e senza secretazione
dell’audizione una analisi di svariati elementi processuali di dettaglio, alcuni
dei quali non sono nemmeno a conoscenza degli avvocati degli indagati, come le
dichiarazioni testimoniali del dottore Lo Forte”. Il riferimento è alle indagini
su Natoli e Pignatone. “Nella lunga audizione – continuano ancora i 5 stelle –
sono state implicitamente mosse anche accuse di aver detto il falso a magistrati
come Patronaggio, attuale procuratore generale di Cagliari, e Lo Forte. Il
primo, in commissione Antimafia, dove è stato chiamato dalla maggioranza, ha
detto che nella famosa riunione del 14 luglio 1992 si parlò della temporanea
archiviazione di un filone di mafia-appalti, quello che tra gli altri riguardava
Antonino Buscemi. Il secondo lo ha affermato sotto giuramento in pubblico
dibattimento. Oggi si è anche detto che quella archiviazione parziale di
mafia-appalti fu frutto di un mancato approfondimento della procura di Palermo
che avrebbe dovuto e potuto sollecitare il Ros affinché integrasse il suo primo
dossier che ometteva elementi importanti. Peccato che la richiesta di
approfondimento sia stata avanzata dalla Procura di Palermo con un’ampia delega
di indagine del 18 luglio 1991 e che la risposta del Ros sia arrivata solo il 5
settembre 1992, cioè dopo la Strage di via D’Amelio e dopo l’inevitabile
parziale richiesta di archiviazione formulata il 13 luglio ’92”.
L'articolo Il procuratore di Caltanissetta in Antimafia: “Inchiesta su Delle
Chiaie e le stragi? Vale zero. Indaghiamo su un’altra pista nera” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Il Gup di Firenze Fabio Gugliotta ha disposto l’arresto di Salvatore Baiardo
dopo l’udienza preliminare di oggi nel procedimento che vede indagato l’ex
gelataio di Omegna, già condannato per favoreggiamento dei boss mafiosi Giuseppe
e Filippo Graviano (da lui aiutati nella latitanza negli anni ’90) per
favoreggiamento e calunnia, anche ai danni di Massimo Giletti. Le contestazioni
sono aggravate dall’aver voluto favorire Cosa Nostra. I pm fiorentini Lorenzo
Gestri e Leopoldo De Gregorio avevano chiesto, oltre al rinvio a giudizio, anche
di sostituire gli arresti domiciliari per Baiardo con la detenzione in carcere.
La ragione sarebbe una presunta violazione cautelare. Baiardo sarebbe venuto
meno al divieto di incontro nel perimetro dell’abitazione siciliana dove stava
trascorrendo i domiciliari.
Domani mattina Baiardo quindi parteciperà come oggi all’udienza preliminare che
proseguirà davanti al Gup Gugliotta per decidere su due eccezioni preliminari
sollevate dalla difesa rappresentata dall’avvocato di Baiardo, Roberto
Ventrella. Stavolta però Baiardo non sarà a piede libero. Se il giudice
Gugliotta, all’esito delle questioni preliminari, disporrà il giudizio, si
annuncia un processo scoppiettante.
Oggi pomeriggio nell’udienza preliminare nel palazzo di giustizia di Firenze si
è costituito anche Massimo Giletti come parte civile contro Baiardo. Il gelataio
è stato infatti indagato per calunnia aggravata dall’agevolazione a Cosa Nostra
ai danni del conduttore televisivo per le sue dichiarazioni ai pm che negavano
di aver mostrato a Giletti la fantomatica fotografia che ritrarrebbe Silvio
Berlusconi, il generale Francesco Delfino e il boss Giuseppe Graviano nei primi
anni ’90. Baiardo è accusato anche di calunnia aggravata ai danni di un altro
soggetto, l’ex sindaco di un paese del Piemonte, Cesara, Giancarlo Ricca.
Massimo Giletti ha scelto come avvocato l’ex pm Antonio Ingroia. Il conduttore è
difeso anche dall’avvocato Mario Bovenzi, presente in aula oggi. Baiardo non ha
chiesto riti alternativi e dunque è probabile che, sempre se si terrà il
processo, saranno auditi come testimoni in aula vari personaggi famosi come
Antonino Di Matteo o Urbano Cairo, citati a sommarie informazioni nelle indagini
da parte dei pm.
L'articolo “Ha violato le prescrizione dei domiciliari”: arrestato Salvatore
Baiardo, il favoreggiatore dei fratelli Graviano proviene da Il Fatto
Quotidiano.
C’è il caso limite del Comune di Marano, 57 mila abitanti in provincia di
Napoli, che è stato sciolto per condizionamento mafioso ben cinque volte, di cui
tre negli ultimi nove anni. Ma sono tante le amministrazioni locali su cui la
scure della legge varata nel 1991 si è abbattuta a ripetizione. Ventidue Comuni
italiani sono stati sciolti tre volte, per esempio San Luca, paese aspromontano
considerato la culla della ‘ndrangheta, ma che fa 3300 abitanti, certo non tutti
mafiosi o complici. E sono ben 60 quelli sciolti due volte, fra i quali Casal di
Principe, Caivano, Nettuno… Numeri che suonano come un campanello d’allarme: il
commissariamento per mafia funziona davvero, se così spesso si riparte da zero?
Lo Stato può cancellare con un colpo di spugna un risultato elettorale, può
mandare a casa sindaco, giunta, e tutti i consiglieri comunali, di maggioranza e
di opposizione, collusi e no, se poi non riesce a garantire una svolta nel segno
della legalità? Proprio a San Luca, al commissariamento per mafia si è aggiunto
quello per la mancata presentazione di liste elettorali. Non si rischia di
allontanare ulteriormente i cittadini dalla politica?
Sono le domande che si pone Avviso pubblico, la rete degli enti locali contro le
mafie e la corruzione, che ha presentato a Roma oggi, martedì 2 dicembre, il
dossier Il male in Comune, ricco di dati e proposte per rendere più efficace
questa legge-bandiera del movimento antimafia. Dal 2 agosto 1991 al 30 settembre
2025 sono stati 402 gli scioglimenti di enti locali per infiltrazioni mafiose
decisi dal Consiglio dei Ministri e promulgati da decreti del Presidente della
Repubblica: in media uno al mese, per 34 anni. Tenendo conto dei citati
scioglimenti plurimi, sono stati colpiti 288 Comuni e 6 Aziende sanitarie
provinciali. Solo in 24 casi i giudici del Tar e del Consiglio di Stato hanno
annullato il provvedimento.
Altra nota dolente: ben 62 sindaci di Comuni sciolti sono tornati trionfalmente
sulla poltrona alle consultazioni successive: 31 di nuovo come sindaci, 29 come
consiglieri comunali, due come assessori. C’è poi un dato curioso. Indovinate
quali governi hanno “sciolto” di più, anche in relazione alla loro durata?
Quelli di Gentiloni e Monti, sostenuti da maggioranze trasversali. A proposito:
sull’insieme dei Comuni che hanno subito il provvedimento, il 50% era retto da
maggioranze civiche, il 28% dal centrodestra e il 22% dal centrosinistra.
Gli scioglimenti per mafia non fanno quasi più notizia, salvo qualche sussulto
quando toccano il Nord. Ma il 96% dei casi riguarda le quattro regioni d’origine
delle mafie tradizionali: Calabria, Sicilia, Campania e Puglia. E due terzi sono
concentrati in cinque sole province: Reggio Calabria, Napoli, Caserta, Palermo e
Vibo Valentia. Raramente la politica nazionale si scalda. È successo nel 2024
con Bari, quando il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi insediò una
commissione d’accesso, a seguito di un’indagine antimafia, tre mesi prima del
voto amministrativo che vedeva favorito il centrosinistra (la cosa è finita in
nulla, quasi un anno dopo).
E su quello che succede al termine del commissariamento, di solito cala il
silenzio. “Nel caso dell’Azienda sanitaria provinciale di Reggio Calabria lo
scioglimento è stato inutile, in entrambe le occasioni, perché le commissioni
hanno solamente gestito il giornaliero, l’ordinario”, è la testimonianza di
Santo Gioffrè, medico e politico che nel 2015 è stato nominato commissario
straordinario dell’ente. “La situazione che hanno lasciato dopo i due
scioglimenti è rimasta immutata. Il rischio è che il commissariamento assomigli
a una foglia di fico, che non si risolve nessuna delle problematiche
strutturali. È un problema che si riscontra anche con alcuni Comuni”.
“Uno dei tratti ricorrenti in tutti i Decreti di scioglimento e nelle Relazioni
prefettizie analizzate sono le forme di sostegno elettorale da parte di
esponenti della criminalità organizzata“, si legge nel dossier. Qualche esempio?
Ad Aprilia (Latina) “tra i sottoscrittori delle liste figurano esponenti di
famiglie mafiose”; a Quindici (Avellino) è stato costruito “un sistema
fraudolento di false dichiarazioni di residenza per garantire il successo
elettorale”. Stando alle relazioni finali delle commissioni d’accesso, i settori
più condizionati dalle mafie sono gli appalti, la gestione del patrimonio
pubblico, l’urbanistica, il (mancato) contrasto all’abusivismo edilizio.
I motivi per “sciogliere” non mancano, ma secondo Avviso pubblico (e non solo,
vedi MillenniuM n. 95) è ora di mettere mano a una sostanziosa riforma. Del
resto, in quel lontano 1991 quella legge fu varata “di fretta perché, fu la
risposta emergenziale che il Governo dell’epoca diede alla cosiddetta ‘faida di
Taurianova‘”, scrive il sociologo Vittorio Mete. Al culmine della guerra fra due
‘ndrine rivali del paese in provincia di Reggio Calabria, una delle vittime finì
decapitata nella piazza principale. La storia fece il giro del mondo, anche
perché i giornali dell’epoca raccontarono che la testa mozzata venne lanciata in
aria e bersagliata di colpi in un macabro tiro a segno.
Quando emerse che uno dei boss ammazzati era consigliere comunale della
Democrazia cristiana, ecco la corsa ad approvare la nuova normativa. Che,
secondo Mete, “non dà gli strumenti necessari per adempiere alla promessa di
ripristinare la legalità e scacciare dal Comune i mafiosi e altri affaristi. Una
commissione straordinaria – che a dispetto del nome che porta non ha più poteri
di quelli ordinariamente assegnati al Consiglio, alla Giunta e al Sindaco – e
che resta in carica al massimo per un paio di anni, fa quel che può”. Un
“provvedimento tampone” che può avere un’efficacia immediata contro
l’infiltrazione mafiosa, “ma arranca quando si tratta di metter mano alle sue
cause”, chiarisce lo studioso. Così succede che “commissaria oggi, commissaria
domani” i cittadini si stufino e dicano in sostanza: “Governate voi che avete il
bollino dello Stato e lasciateci in pace”. Come a San Luca.
Il dossier, curato da Claudio Forleo e Marco De Pasquale dell’Osservatorio
Parlamentare di Avviso pubblico, raccoglie numerose proposte di riforma. Per
esempio, introdurre la possibilità di licenziare i dipendenti comunali “dei
quali è stata acclarata chiaramente infedeltà e coinvolgimento grave”, scrive
Antonio Reppucci, prefetto e commissario straordinario proprio del Comune di San
Luca. I comuni commissariati per mafia sono spesso in dissesto finanziario, e
per marcare davvero la differenza fra il prima e il dopo lo Stato dovrebbe
fornire “risorse umane e finanziarie” eccezionali. Terminato il
commissariamento, sarebbe poi utile un monitoraggio in collaborazione fra
prefettura, forze di polizia e i nuovi organismi politici eletti.
Altre proposte vanno da una riorganizzazione dei tempi dell’intervento, per non
lasciare un comune per tre mesi nell’incertezza se sarà sciolto o meno, a una
migliore selezione del personale prefettizio, oggi attuata con “criteri
burocratici”, scrivono i giuristi amministrativi Renato Rolli e Dario Samarro,
mentre potrebbe avvenire pescando “da un albo nazionale di commissari
specializzati”, con “competenze specifiche nel contrasto alla criminalità
organizzata”. Il dossier sottolinea infine che i documenti relativi allo
scioglimento e al lavoro dei commissari prefettizi sono riservati. Rendere
pubblici, per quanto possibile, i problemi più seri incontrati nella macchina
comunale e le soluzioni adottate rinsalderebbe il rapporto coi cittadini. Che
spesso vedono i commissari come corpi estranei.
L'articolo Comuni sciolti per mafia, una legge da riformare: “Licenziare i
dipendenti collusi, informare di più i cittadini” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Immobili e soldi in contanti per oltre 3 milioni di euro sono l’ultimo strascico
del lungo romanzo criminale di Roma. Sono stati sequestrati a un uomo di 83
anni, accusato di usura e riciclaggio, attività che avrebbe svolto sin
dall’inizio degli Anni settanta per conto di organizzazioni mafiose e della
Banda della Magliana.
L’attività investigativa chiude parzialmente l’operazione Ragnatela del 2021,
con cui la Divisione Anticrimine ha ricostruito la carriera criminale e la
posizione di due persone e le rispettive famiglie, indagando sui loro fondi
economici e patrimoniali. Il provvedimento è stato emesso dal Tribunale di Roma
ed eseguito dalla stessa Divisione dopo la sentenza della Cassazione.
L’uomo svolgeva attività di usura anche per conto di ‘ndrangheta, Camorra e di
Cosa Nostra e di un calabrese della zona dei Castelli Romani, inserito in
pericolosissimi contesti di criminalità organizzata di matrice ‘ndranghetista,
operante nel mandamento tirrenico, che face capo alla cosca Piromalli di Gioia
Tauro. L’uomo aveva investito i proventi dei reati di bancarotta fraudolenta e
delle seriali intestazioni fittizie di beni con finalità elusive o agevolative,
in complessi immobiliari.
L'articolo Confiscati a Roma 3 milioni di euro ad un anziano usuraio vicino a
mafia e banda della Magliana proviene da Il Fatto Quotidiano.