Niente funerale in chiesa, nessun corteo funebre e sepoltura in forma
strettamente privata al cimitero di Chivasso. È la decisione disposta dal
questore di Torino, Massimo Gambino, per le esequie di Domenico Belfiore, boss
della ’ndrangheta morto venerdì scorso a 73 anni in ospedale nel Comune della
seconda cintura di Torino.
Belfiore era stato condannato in via definitiva all’ergastolo come mandante
dell’omicidio del procuratore di Torino Bruno Caccia, ucciso da un commando il
26 giugno del 1983. Non si era mai pentito. Proprio l’ipotesi di un funerale in
chiesa aveva suscitato polemiche nei giorni scorsi, a partire dall’intervento di
don Luigi Ciotti, fondatore di Libera. Secondo quanto previsto inizialmente, le
esequie si sarebbero dovute tenere domani alle 15 nella parrocchia Madonna del
Loreto di Chivasso.
Durissimo l’intervento del sacerdote, intervistato da La Stampa. “Pregare per un
defunto è un atto di carità che non si nega a nessuno perché la misericordia di
Dio è più grande dei nostri peccati. Ma celebrare una messa solenne per un
mafioso non pentito non è solo preghiera. È mettere un uomo di sangue sullo
stesso altare dove celebriamo i santi. È questo che vogliamo trasmettere alle
nostre comunità?”. Per il fondatore di Libera, “un funerale in chiesa per chi ha
ucciso e non si è pentito non è solo un errore pastorale. È una ferita in più
inferta ai familiari delle vittime. Dice a chi ha perso un padre, una madre, un
fratello per mano della mafia ‘il vostro dolore può essere messo da parte’.
Dobbiamo chiedere scusa per questo”. Ciotti aveva poi aggiunto che “essere
Chiesa oggi in terra di mafia significa avere il coraggio della profezia, anche
se scomoda. Il ‘mi faccio i fatti miei’ è il miglior alleato delle mafie. Quando
una comunità tace, quando un parroco sceglie la via più facile per non
scontentare nessuno, si crea l’humus fertile per la sopravvivenza del male. Il
funerale a Belfiore non è un caso isolato: è il sintomo di una zona grigia che
ancora esiste”.
Di diverso tenore erano state le parole di monsignor Daniele Salera, vescovo di
Ivrea: “Siamo a conoscenza di quanto il defunto ha compiuto in vita, ma non
possiamo sapere di un suo effettivo pentimento interiore. La Chiesa ha sempre
fatto distinzione tra foro interno, o della coscienza, e foro esterno, ovvero
ciò che della nostra vita è visibile. Non potendo sapere quanto, negli ultimi
attimi della sua vita terrena, il defunto ha potuto vivere nella relazione con
Cristo Salvatore, è bene procedere chiedendo, attraverso le esequie, la
misericordia di Dio”, svelando poi che “la forma concordata con la famiglia
delle esequie” avrebbe avuto “il tratto di una maggiore sobrietà e semplicità”.
Il parroco, don Tonino, aveva sbrigativamente dichiarato: “Non sapevo chi fosse
quell’uomo. Della scomunica ai mafiosi del Papa sono al corrente, ma non ho
ricevuto nessuna indicazione ostativa in tal senso dalla Curia. Lo affiderò a
Dio come peccatore, ma è lui a doverlo giudicare”.
Nel corso della sua lunga carriera, Bruno Caccia, si occupò di importanti
indagini, tra cui quelle contro le Brigate Rosse e lo “Scandalo dei petroli”.
Nel 1980 divenne Procuratore capo a Torino, dove coordinò le indagini sulla
crescente presenza delle organizzazioni mafiose in Piemonte. La sera del 26
giugno 1983, mentre passeggiava con il suo cane nei pressi di casa senza scorta,
fu affiancato da uomini armati che lo uccisero con numerosi colpi di pistola.
Caccia resta l’unico magistrato finora ucciso dalle mafie nel Nord Italia.
L'articolo No al funerale pubblico per il boss della ‘ndrangheta Domenico
Belfiore: fu il mandante dell’omicidio di Bruno Caccia proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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Giuseppe Calabrò è un “invisibile” della ‘ndrangheta, apparentemente “sembra una
persona tranquilla, ma ha un valore criminale elevato. L’uomo è un “affiliato
posto in posizione apicale e sovraordinata” agli altri. A scriverlo è la gip di
Milano Giulia Marozzi, sulla base delle dichiarazioni di un collaboratore di
giustizia di due giorni fa, nell’ordinanza con cui ha disposto la custodia
cautelare in carcere per Giuseppe Calabrò. Il fermo dell’uomo era stato eseguito
venerdì sera.
Il 76enne, già condannato nei giorni scorsi a Como all’ergastolo per l’omicidio
di Cristina Mazzotti, la studentessa di 18 anni sequestrata nel 1975, era stato
bloccato tre giorni fa dagli uomini della squadra mobile e della Dia di Milano
su delega della Direzione distrettuale antimafia per pericolo di fuga.
L’uomo, oltre a essere ritenuto nell’inchiesta sugli ultras dello stadio San
Siro il “mediatore tra famiglie” della criminalità organizzata calabrese
“interessate alla gestione dei ricavi illeciti” del Meazza, aveva preso parte al
commando dell’Anonima sequestri che, secondo l’accusa, aveva rapito la 18enne.
La ragazza era stata segregata “in una buca” senza aria a Castelletto Ticino,
drogata con tranquillanti ed eccitanti fino al ritrovamento del cadavere l’1
agosto dello stesso anno.
La gip riporta nel provvedimento le dichiarazioni di un pentito e riassume un
passaggio in cui quest’ultimo ha riferito che persino Carmine De Stefano,
“considerato esponente di spicco della ‘ndrangheta a Reggio Calabria, si era
stupito che Calabrò lo avesse incontrato”. L’uomo avrebbe usato “telefoni di
prima generazione, che spegneva anche per lunghi periodi durante la sua
permanenza a Milano”. La gip ne ha sottolineato l’elevatissima pericolosità
oltre all’elevato rischio di fuga, per cui è stato deciso l’arresto.
Calabrò, interrogato dopo il fermo, ha dichiarato di non aver mai voluto
fuggire. “Ho partecipato a tutte le udienze del processo – ha dichiarato agli
inquirenti – sino all’ultima, a cui ho partecipato per difendermi, continuando a
sostenere la mia innocenza”. In base all’ordinanza Calabrò ha legami “anche
parentali” con le “famiglia di ‘ndrangheta” degli Staccu e dei Barbaro-Papalia.
Secondo la Gip l’uomo “potrebbe godere di appoggi di carattere logistico e
patrimoniale, attivabili in qualsiasi momento”.
L'articolo Sequestro Cristina Mazzotti – Convalidato l’arresto di Giuseppe
Calabrò per pericolo di fuga la gip: “È un invisibile della ‘ndrangheta”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ora c’è anche il timbro della Cassazione: la ‘ndrangheta in Trentino esiste. Ed
esistono gli insidiosi intrecci tra ambienti mafiosi e politica locale in quel
Nord ricco che a volte si ritiene isola felice e indenne. La Suprema Corte nei
giorni scorsi ha confermato le condanne per otto persone. In tutto le pene sono
di 75 anni, 6 mesi e venti giorni. Si aggiungono a precedenti altre tre condanne
ormai definitive.
È la conclusione dell’inchiesta “Perfido” che aveva aperto uno squarcio sulle
infiltrazioni nel mondo della cave di porfido in provincia di Trento.
Un’indagine partita grazie alle coraggiose denunce del segretario comunale di
Lona Lases, Marco Galvagni. Al lavoro dei carabinieri del Noe di Trento. Ma
anche, va ricordato, a un’inchiesta del Fatto Quotidiano ormai di dieci anni fa.
Alla fine la acque si smossero. Ed ecco le undici condanne. Otto, si diceva,
hanno appena ricevuto il timbro della Cassazione che ha sostanzialmente
confermato la ricostruzione dei pm Maria Colpani e Davide Ognibene: confermata
la condanna a 11 anni, 10 mesi e 20 giorni a Giuseppe Battaglia, all’epoca
assessore di Lona Lases. Sarebbe lui, ricordano i pm – come scrivono il Corriere
Trentino e L’Adige – “l’iniziatore della silente infiltrazione mafiosa nel
tessuto sociale ed economico del Trentino”. E sempre lui è stato ritenuto
l’organizzatore della ‘locale’ legata alla cosca Serraino. Condanna a 9 anni e 6
mesi e venti giorni anche per Pietro Battaglia, fratello dell’assessore e a sua
volta ex consigliere comunale. La moglie di Giuseppe, Giovanna Casagranda, ha
avuto una condanna di 9 anni, 2 mesi e venti giorni. Condanne, tra gli altri,
anche per Mario Giuseppe Nania (11 anni, 6 mesi e venti giorni) che secondo i pm
era il “braccio armato” della locale trentina. Dieci anni per Demetrio
Costantino che era stato anche accusato di voto di scambio per “aver promesso di
procurare voti per le elezioni provinciali del 2018”. Otto anni per Domenico
Ambrogio che era considerato “esecutore di atti intimidatori”, mentre 8 anni e 8
mesi sono andati a Antonino Quattrone accusato di aver curato i rapporti con
imprenditori e funzionari pubblici.
Così la Cassazione ha messo la parola fine a un’inchiesta che, appunto, è stata
avviata oltre dieci anni fa ed è stata divisa in tronconi, alcuni conclusi con
riti alternativi, mentre questo ha seguito il percorso ordinario. Ora tutto pare
semplice. Ma all’inizio era stata dura, molto, per Galvagni che aveva dovuto
scontrarsi contro muri di gomma. All’epoca il cronista aveva interpellato la
gente di Lona Lases, questo paesino tranquillo arrampicato sui primi dolci
rilievi trentini. Un luogo silenzioso, tranquillo che a guardarlo ti pareva
lontano anni luce da parole come ‘Ndrangheta e mafia. Eppure… “Galvagni?”, si
era sentito dire, “Ah sì, è un gran rompiballe”. Invece no: aveva ragione. E
aveva continuato per la sua strada nonostante i rischi.
Fino all’inchiesta del Fatto, alle prime interrogazioni parlamentari, come
quella dell’allora parlamentare e poi ministro M5S, Riccardo Fraccaro: “Gli
elementi sopra esposti appaiono di per sé gravi e tali da ritenere necessaria
anche una tutela del segretario comunale”. Galvagni aveva indagato come un
detective. Aveva consultato migliaia di fonti aperte. Aveva fatto visure. Aveva
letto le carte di altri processi. E aveva ricostruito tutto da solo. Raccontava
allora: “Tutto comincia quando nell’agosto 2014 viene sequestrato in Spagna un
carico di porfido e cocaina. Tra le società e gli imprenditori legati alla
spedizione c’erano anche imprenditori noti per la loro attività in Trentino”.
Così aveva consultato anche le carte dell’inchiesta Aemilia. Era arrivato a
ricostruire gli appetiti della temutissima famiglia Grande Aracri in Trentino. E
alla fine qualcuno lo aveva ascoltato. Già allora Galvagni citava lo sfogo di un
ex ‘ndranghetista di spicco, per anni reggente del clan crotonese dei
Vrenna-Bonaventura, raccolto dal sito questotrentino.it: “Il Trentino isola
felice? Assolutamente sì: per le organizzazioni criminali è un’isola
felicissima. Ho avuto parecchi affari lassù, quindi posso parlare con cognizione
di causa; troppo spesso, ancor oggi, si racconta la favola secondo cui certe
regioni sarebbero immuni dall’infiltrazione mafiosa. E invece la verità è che il
Trentino è un chiaro esempio di mandamento occulto. Si tratta di quelle zone in
cui la presenza delle organizzazioni criminali è forte, ma anche molto
silenziosa. Il Trentino invece ancora non sembra accorgersi di nulla: le cosche
gestiscono molti affari riuscendo a mimetizzarsi alla perfezione, senza
richiamare l’attenzione di nessuno”.
Ma dieci anni e undici condanne dopo è arrivata la condanna della Cassazione. Le
mafie in Trentino esistono. Galvagni aveva ragione. E non si potrà più non
accorgersi di nulla.
L'articolo La Cassazione certifica: la ‘ndragheta in Trentino esiste. Inchiesta
“Perfido”, confermate otto condanne proviene da Il Fatto Quotidiano.
Le motivazioni della sentenza della Corte di Cassazione, rese note a fine 2025,
attestano il ruolo di “capo” ‘ndrangheta rivestito da Carmine Sarcone in
Emilia-Romagna. “Capo” non è solo il vertice della organizzazione, dicono i
giudici Giuseppe De Marzo e Paolo Valiante, ma anche “colui che abbia incarichi
direttivi e risolutivi nella vita del gruppo criminale e nel suo esplicarsi
quotidiano”. Non c’è dubbio, aggiungono, che quanto emerso dalle indagini su
Carmine Sarcone è idoneo a ritenerlo un membro “qualificato”, che
progressivamente ha assunto un ruolo direttivo, soprattutto quanto i fratelli
Nicolino e Gianluigi sono finiti dietro le sbarre. Otto anni e quattro mesi di
carcere è per lui la condanna definitiva, dopo un lungo percorso giudiziario che
consente alla Cassazione di ricostruire l’intera sua storia criminale.
Nel maggio del 2004 Sarcone arrivò a Cutro da Reggio Emilia per collaborare
all’omicidio del boss Antonio Dragone, durante la guerra di mafia innescata dai
Grande Aracri. Ne studiò gli spostamenti, fornì apparecchi e schede telefoniche
al commando, aiutò la fuga degli autori materiali con auto “pulite”. Lo hanno
confermato, dice la Cassazione, due affidabili collaboratori di giustizia. Il
primo è Giuseppe Liperoti, cresciuto nella ‘ndrangheta assieme a Sarcone negli
anni Novanta e lui stesso membro del gruppo che portò a termine l’esecuzione di
Dragone con bazooka e kalashnikov. Il secondo è Antonio Valerio, memoria storica
della cosca radicata a Reggio Emilia, che aveva avuto certezza del ruolo di
Carmine nell’omicidio dai fratelli Blasco e da Alfonso Diletto. Voci da dentro,
diffuse attraverso il più potente strumento di comunicazione tra i sodali, che
Valerio chiama criminal pop: i sussurri e i si dice della ‘ndrangheta, destinati
a passare di bocca in orecchio senza lasciare traccia.
Carmine, grazie anche a quell’azione, era molto legato al capo assoluto di
Cutro, Nicolino Grande Aracri, che lo chiamava in diverse occasioni con il
diminutivo affettuoso di Carminuzzu. Su questo nome hanno battagliato in appello
gli avvocati difensori di Sarcone, Vezzadini e Staiano, che hanno prodotto una
consulenza di parte secondo cui la parola intercettata e registrata era
Carluzzu. Ma la Procura Generale di Bologna ha portato a deporre uno degli
investigatori più competenti e preparati che già aveva lavorato in sinergia con
la Direzione Distrettuale Antimafia nel processo Aemilia: il luogotenente dei
Carabinieri Emidio D’Agostino. Il quale ha prodotto la trascrizione delle
intercettazioni riascoltate con le più sofisticate strumentazioni tecniche di
oggi e confrontate con le immagini dei filmati registrati dalle telecamere
nascoste nell’abitazione di Nicolino Grande Aracri a Cutro. Il risultato è che
il boss Nicolino pronuncia inequivocabilmente il nome di Carminuzzu quando,
parlando con Antonio Gualtieri, gli consiglia di utilizzarlo per la riscossione
di un credito al nord. A loro volta le intercettazioni agli atti del processo
Kyterion, che aveva messo sotto accusa a Crotone la cosca Grande Aracri,
certificano che almeno nel 2012 Carmine Sarcone andò a far visita diverse volte
a Nicolino Grande Aracri, con il quale si intratteneva in “dialoghi di
‘ndrangheta”. Un’altra conversazione, intercettata nel 2013, registra il boss
che consiglia a due siciliani interessati ad un trasporto di gasolio: “A
Carmine! Chiamate a Carmine!” E Carminuzzu, sempre dalle parole registrate di
Nicolino Grande Aracri, viene indicato come membro di un gruppo di “cristiani
fuori legge” operanti al Nord.
Un cristiano che comunque non era avvezzo a porgere l’altra guancia e anzi
prediligeva le armi per risolvere certe discussioni. A Nicolino Grande Aracri
Carmine aveva regalato una pistola 9×21 proveniente dal proprio arsenale
personale, che non serviva solo per la vecchia passione delle rapine compiute in
gioventù. Quell’arsenale di fucili a pompa, carabine con cannocchiali di
precisione, silenziatori per azioni di killeraggio, era a disposizione della
cosca e necessitava di un deposito per essere nascosto visti i volumi.
La storia criminale di Carmine è passata al setaccio dalla sentenza, a partire
dagli anni Novanta quando viene istruito dal “maestro” Vito Martino, uomo di
spicco della ‘ndrangheta. I collaboratori di giustizia, (Cortese, Giglio,
Valerio, Liperoti, Muto) ricordano il suo ruolo di raccordo al Sud con il gruppo
dei Ciampà a Cutro e con i Cassotta a Potenza. Nel nuovo millennio è sempre al
fianco dei fratelli Nicolino, Gianluigi, Giuseppe (e della sorella gemella
Giuseppina, condannata nel 2024 in appello nel processo Perseverance a 1 anno e
4 mesi per intestazione fittizia di società) in Emilia-Romagna. Con loro
accumula a partire dal 2005 rilevanti quantità di denaro con attività in campo
edilizio, attraverso società gestite da prestanome e con false fatturazioni,
frodi carosello, reati fiscali: il vero business della ‘ndrangheta emiliana.
La Direzione Distrettuale Antimafia di Bologna, in particolare con i magistrati
Marco Mescolini prima e Beatrice Ronchi ancora oggi, ha portato tutti i fratelli
Sarcone a rispondere delle proprie azioni illecite davanti ai giudici ma il
futuro del contrasto alla mafia in regione è incerto. Il sostituto procuratore
Marco Forte, collega di Beatrice Ronchi a Bologna, ha detto lo scorso anno ad un
convegno sui beni confiscati: “Pensate a quanto è grande questa regione, pensate
al suo peso economico: credete davvero che quattro Pm possano coprire un
territorio che va da Piacenza a Rimini? L’Emilia-Romagna richiederebbe il
raddoppio esatto sia delle forze di polizia che della Dda, per poter fare
dignitosamente la prevenzione necessaria”.
L'articolo “Carmine Sarcone era al vertice della ‘ndrangheta in Emilia-Romagna”:
le motivazioni della Cassazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
Striscione o pezza. Nel mondo ultras l’identificazione di un gruppo, il
posizionamento all’interno dello stadio va ben oltre l’apparente colore del tifo
per una squadra o per un’altra. C’è molto di più dietro, c’è un’espressione di
potere e di controllo, di presenza sul territorio, di egemonia di un gruppo
oltre il calcio. La pezza, dunque, è garante e simbolo anche di affari
criminali. E la dimostrazione plastica la si è avuta nella storia breve delle
due curve di Inter e Milan.
L’inchiesta della Procura di Milano e le recenti motivazioni della sentenza di
primo grado ne fanno un punto rilevante nel raccontare l’evoluzione del potere
sia sul fronte della Curva Nord sia sul fronte della Curva Sud. E del resto la
recente notizia del ritrovamento di uno striscione del vecchio gruppo milanista
dei Commandos Tigre ha rimescolato le dinamiche all’interno del direttivo che fa
ancora riferimento a Luca Lucci. Che quello striscione, come spiegato già dal
Fatto.it, sia vero o più probabilmente falso, in realtà poco importa. Esporlo
rappresenterebbe comunque una dimostrazione di potere per quello che sono stati
i Commandos nella storia del tifo milanista.
L’indagine Doppia Curva spiega quindi che i due striscioni unici di Curva Nord e
Curva Sud in realtà rappresentavano di fatto le due associazioni criminali che
vi stavano dietro. La Sud inizia a esporre la pezza unica già nel 2009, mentre
la Nord ci arriverà più tardi. La volontà di questa scelta sarà tutta di Andrea
Beretta, l’ex capo interista oggi pentito e mandante dell’omicidio di Vittorio
Boiocchi. Tanto che la Squadra Mobile proprio su questo aspetto scrive: “La
repentina escalation del gruppo Beretta-Ferdico fu contrassegnata da
un’ulteriore forte presa di posizione da parte di Beretta, consistita
nell’imporre ai capi ultras la consegna dello striscione (in gergo la “pezza”)
che identificava ciascun gruppo ultras della curva”.
Quella di Beretta, che assieme a Marco Ferdico e al defunto boss Antonio
Bellocco guiderà la Nord a partire dal 2022, è una scelta tutta criminale e
legata agli affari. A lui, in realtà, del tifo per l’Inter poco importa. Dirà:
“Lo sai benissimo io non faccio le cose per lo striscione, a me non me ne frega
un emerito cazzo!”. E così “la richiesta degli striscioni, suonata come un vero
e proprio ordine, è, nel mondo ultras, sinonimo dell’acquisizione del potere in
seno alla tifoseria organizzata”. In curva Nord così comparirà lo striscione
unico inizialmente corredato dai simboli dei vari gruppi (Viking, Boys,
Irriducibili) e in un secondo momento solo con la scritta Curva Nord.
Ecco allora come gli investigatori leggono l’azione di Beretta che ai più e cioè
ai tifosi normali che vanno allo stadio era sembrata solo un cambio di scritta:
“ Il tempestivo ritiro degli striscioni effettivamente è stato percepito come
un’azione di forza, di una strategia ben precisa già pianificata e orchestrata
da Beretta nella prospettiva di riappropriarsi del potere decisionale e delle
redini della tifoseria organizzata: in altre parole, relegato da Boiocchi a
curare la sola parte relativa al merchandising, Beretta, con la scomparsa del
primo, mise immediatamente in moto un’azione rapida e ben organizzata
finalizzata a riappropriarsi dell’intera gestione degli affari della Curva”.
Debora Turriello che assiema a Renato Bosetti gestiva l’affare dei biglietti
dirà in proposito: “’Hai un capo che è uno psicopatico, vuole via tutti gli
striscioni e vuole un unico striscione, perché non capisce quanto invece per i
gruppi è importante mantenere il loro nome, si vede che dietro ci vede un altro
tipo di business con lo striscione tutto unito, ma che cazzo ti devo dire”.
È il 2022. Molti anni prima, nel 2009, al secondo anello blu milanista compare
per la prima volta lo striscione unico Curva Sud. “Anche in questo caso – scrive
la Squadra Mobile -, come accaduto oggi con l’unificazione di Curva Nord Milano,
non si trattò di una scelta indolore condivisa tra i vari gruppi, ma prevalse la
volontà dei più violenti, ossia dei Guerrieri Ultras di Luca Lucci (e nell’ombra
di Giancarlo Lombardi) e delle Brigate Rossonere di Carlo Giovanni Capelli”, più
noto come il Barone. Negli anni successivi in curva torneranno le vecchie pezze
delle Brigate e soprattutto della Fossa dei Leoni, ma è solo un’operazione di
marketing orchestrata da Lucci per attirare più persone.
Non comparirà invece più lo storico striscione dei Commandos Tigre, il gruppo
più antico del tifo milanista. Il suo ritiro definitivo è un altro passaggio
cruciale della scalata al potere di Lucci. Avviene nell’aprile del 2016 durante
un partita casalinga contro la Juventus. Commandos Tigre che erano già stato
messi nell’angolo a partire dal 2007 dopo due tentati omicidi a carico di
importanti rappresentanti del gruppo.
La vicenda è ben spiegata nelle motivazioni della sentenza della giudice Rossana
Mongiardo: “Nel 2016 la Curva Sud entrava in contrasto con i Commandos Tigre,
che, di conseguenza, venivano costretti a uscire di scena con una serie di
azioni di prevaricazione da parte degli esponenti della Curva Sud. All’interno
della Curva, erano invece sopravvissuti, come sottogruppi affiliati, quello
denominato Estremi Rimedi, Vecchia Maniera, i quali continuavano a esporre gli
storici striscioni Brigate Rosso Nere e Fossa dei Leoni”.
Aprile 2016, dunque, al Meazza si gioca Milan-Juventus. Al primo anello blu i
Commandos hanno messo il loro grande striscione. Poi il blitz del gruppo di
Lucci che costringe a levarlo posizionando la pezza di Curva Sud. “Si trattò –
scrive il giudice – come è facilmente intuibile, di una vera e propria
esibizione di forza e di definitiva presa di posizione della Curva Sud che, dopo
aver atteso le scontate operazioni di rimozione dello striscione da parte dei
Commandos Tigre, confluì, in numero massiccio creando disordini e caos”.
Insomma, le pezze ultras sono simbolo di potere e controllo.
L'articolo Curve di Inter e Milan, la pezza del potere: gli striscioni come
simbolo della scalata criminale degli ultras proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nelle chat criptate il suo pseudonimo di narcos era Fantasma. Nome a dir poco
azzeccato visto che dal 25 novembre, data del blitz della Guardia di finanza di
Milano, non si trova. E oggi Antonio Barbaro nato a Locri nel 1984 è
ufficialmente latitante. L’ultimo uccel di bosco delle cosche di Platì,
inseguito da un mandato di cattura per un enorme traffico di droga con il Sud
America in collaborazione con altri appartenenti alle cosche dell’Aspromonte,
tutte della famiglia Barbaro, chi del ramo Rosi, come Franco Barbaro e chi dei
Nigri, come lo stesso Fantasma, ma tutti, comunque sia, riconducibili al ceppo
iniziale del defunto superboss Francesco Barbaro detto U Castanu.
Nell’indagine SkyFall del pm antimafia Gianluca Prisco, il Fantasma è accusato
di associazione a delinquere finalizzata al traffico internazionale di droga con
il ruolo di “promotore e organizzatore”. Inoltre, si legge nel capo
d’imputazione, “coadiuvava Franco Barbaro nelle operazioni di importazione di
stupefacente dall’estero partecipando alle decisioni relative alla fissazione
del prezzo della sostanza, condivideva la cassa dell’associazione, e con Franco
Barbaro effettuava in prima persona pagamenti dello stupefacente agli emissari
dei cambisti in contatto con il fornitore Marjus Aliu”. Inoltre Barbaro il
fantasma “partecipava alle importazioni di stupefacente del gruppo in qualità di
investitore, acquistando stupefacente ad un prezzo di favore garantito dalla
partecipazione all’associazione, aveva poteri decisionali e autonomia in
riferimento alle quantità da vendere e al relativo prezzo, tenendo a tal fine
contatti con esponenti di gruppi criminali acquirenti nonché, con riguardo alle
disposizioni impartite a Bruno Trimboli magazziniere e Michele Portolesi punto
di riferimento per la raccolta del denaro dei clienti”.
Secondo la ricostruzione della Procura di Milano, Antonio Barbaro assieme ai
suoi compagni in affari, quasi tutti legati alle cosche dell’Aspromonte, in meno
di un anno ha trafficato oltre 3,5 tonnellate di cocaina per un giro d’affari,
una volta stoccata e venduta sulla piazza di Milano, da scalata bancaria. Ora il
nome del Fantasma era già emerso dieci anni fa in una indagine di droga
coordinata dalla Squadra Mobile. E con lui il nome di Giuseppe Trimboli, classe
‘77, attuale suo coindagato. All’epoca Barbaro, che guidava una Seat Leon, era
titolare della Frutteria Lombarda nel comune di Gaggiano, a sud di Milano. Dopo
molto tempo, quel fascicolo tornò a fotografare i traffici di droga di soggetti
legati alla ‘ndrangheta. Del resto il Fantasma è figlio di Domenico Barbaro,
classe 1957, detto Incrostia l’Anca, già condannato per mafia e “appartenente
alla cosca Barbaro Castanu”. La discendenza da parte di madre porta il
neo-latitante a ingrandire l’albero genealogico del ramo dei Nigri. La madre
infatti è figlia del capostipite Antonio Barbaro detto u Nigru, mentre risulta
sorella del superboss Giuseppe Barbaro, tra le menti più illuminate della prima
infiltrazione mafiosa a Milano. Ma sempre e comunque ‘ndrangheta di Platì.
Per anni la residenza di Antonio Barbaro è stata in una via riservata a Gudo
Visconti, comune che assieme a Casorate Primo, Zelo Surrigone, Calvignasco e
altri compone una collana di paesi al limite della provincia di Pavia che oggi
rappresenta la nuova fortezza della ‘ndrangheta. Già allora emersero i rapporti
con Giuseppe Trimboli. Prima dell’indagine del 2015, Antonio Barbaro era stato
segnalato nel 2010 per reati legati agli stupefacenti. A partire dal 2007 i
controlli sul territorio, tra Calabria e Lombardia, lo hanno spesso trovato in
compagnia di appartenenti alle cosche Marando, Barbaro, Romeo, Sergi, Nirta,
Strangio. Oggi, quindici anni dopo quella prima segnalazione, si ritrova
fuggiasco da un capo d’imputazione che prevede fino a 25 anni di carcere. Dove
sia resta una bella domanda. Molto probabilmente in Calabria dove le coperture
sono più solide. Eppure non è detto che abbia trovato rifugio proprio in quei
paesi verso Pavia e dove il controllo delle forze dell’ordine è poco e
difficoltoso.
L'articolo Antonio Barbaro il “fantasma” è l’ultimo latitante della ‘ndrangheta
di Platì. In un anno ha trafficato 3 tonnellate di coca proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tanto è robusta l’inchiesta della Procura di Milano sul nuovo sistema mafioso
lombardo, tanto circostanziato il lavoro dei pm Alessandra Cerreti e Rosario
Ferracane assieme ai carabinieri del Nucleo investigativo che dopo il primo,
poche ore fa è arrivata la notizia di una secondo collaboratore anche lui
considerato organico e ai vertici del Consorzio mafioso fotografato
dall’inchiesta Hydra.
Se solo poche settimane fa la storia dell’indagine aveva subito una svolta con
la collaborazione di William Cerbo, braccio finanziario della cosca Mazzei di
Catania, ora è il turno della ‘ndrangheta di Lonate Pozzolo capeggiata da
Vincenzo Rispoli, da tempo al 41 bis e recentemente raggiunto da un’ordinanza
per l’omicidio di Nicola Vivaldo ucciso a Rho il 23 febbraio 2000. A collaborare
è infatti Francesco Bellusci, classe ‘1987 nato a Cuggiono in provincia di
Milano, considerato interno al gruppo calabrese assieme, tra i vari, a Massimo
Rosi, Giacomo Cristello e Pasquale Rienzi.
La notizia è stata resa nota oggi durante l’udienza del processo che si svolge
con rito abbreviato. La Procura ha infatti depositato sei recentissimi verbali
di Bellusci che ha iniziato a collaborare con la Procura lo scorso 21 novembre,
data del suo primo verbale. Sarà sentito poi l’1, il 2, il 3, il 9 e il 10
dicembre. Lunghi verbali, in parte omissati, che contengono, per quel che
risulta, rivelazioni decisamente pesanti. Bellusci infatti racconta la genesi
del Consorzio che lui definisce “Unione”, dopodiché spiega la sua affiliazione
alla locale di ‘ndrangheta di Lonate Pozzolo con relativo rituale.
Quindi svela un omicidio commesso da uno degli imputati di Hydra che però al
tempo del processo fu assolto. E infine illustra nello specifico la gestione del
denaro dell’ex primula rossa di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro. Bellusci, pur
relativamente giovane, emergerà dalle indagini partecipa a diversi summit di
mafia anche con i rappresentanti di Messina Denaro e della camorra romana legata
al clan di Michele Senese. Inoltre, presente alla “mangiate” nel terreno della
famiglia Nicastro a Castano Primo ne svela contenuti e interessi, a partire
dalla ricostituzione del locale di ‘ndrangheta di Lonate Pozzolo.
Secondo la Procura di Milano appartiene alla locale di ‘ndrangheta organica al
Consorzio. Intercettato Massimo Rosi: “Fa parte della locale di Legnano
Francesco Bellusci”, il quale, secondo i pm, si metterà “a completa disposizione
degli interessi dell’associazione, cooperando con gli altri associati nella
realizzazione del programma criminoso”. E dunque: “Svolgendo funzioni operative
nelle azioni intimidatorie ed estorsive da compiere nell’interesse dell’intera
associazione criminale; contribuendo all’alimentazione della cassa comune
destinata al sostentamento dei detenuti, in particolare per il capo locale
Vincenzo Rispoli, occupandosi del reimpiego dei profitti illeciti
dell’organizzazione criminale, attraverso l’acquisizione di aziende operanti in
vari settori, alle quali erano addetti, quali prestanome”.
L'articolo Consorzio mafioso lombardo, c’è un secondo pentito. E’ Francesco
Bellusci affiliato alla ‘ndrangheta proviene da Il Fatto Quotidiano.
Si potrebbe iniziare così: la “pezza” ritrovata. E la pezza in questo caso, è lo
striscione dei Commandos Tigre, primo gruppo ultras (nasce nel 1967) del tifo
organizzato milanista. Lo stendardo è stato ritrovato “per caso” qualche giorno
fa durante uno sgombero da uno studente universitario sconosciuto alle cronache
di curva e giudiziarie. Ma il dato è oggettivo. Di più: lo striscione è
originale e per il blasone che rappresenta rischia oggi di scompaginare gli
equilibri della Curva sud. Tanto che i suoi pretoriani assieme ai senatori
dell’Old Clan si sono messi in caccia come alla ricerca del Sacro Graal.
Ultras a Milano, quindi. Sponda rossonera, secondo anello blu, Curva sud.
Esistenza oggi difficile. Indagata, processata, condannata e ancora
attenzionata, diffidata, sgradita. L’occhio della Procura sembra vigile, la
Squadra Mobile indaga sull’ultimo tentato omicidio, mentre Luca Lucci il Toro
intravede, oltre alla già emessa sentenza per l’inchiesta Doppia Curva,
vent’anni per droga. Eppure chiuso nel carcere, ancora è ritenuto il capo da chi
in transenna si barrica dietro l’equivoco “Sodalizio”, vietato in forma di
striscione eppure ribadito durante il derby con le torce dei cellulari. Ma sono
solo increspature, la Procura decide, la società un po’ storce il naso, mentre
il vecchio vocalist Pacio Pacini, fedelissimo di Lucci, risulta sgradito a
giorni alterni.
Nel frattempo, però, a far prevedere burrasca tra i monolitici equilibri di
Curva sud puntellati di recente da senatori dell’Old Clan, già a capo delle
Brigate Rossonere declinate in forma di estrema destra, c’è la pezza ritrovata
dei Commandos, simbolo del potere assoluto in curva. Perché i Commandos Tigre
sono il gruppo ultras più antico, anche della Fossa dei Leoni, anche delle
Brigate Rossonere. Per cinquant’anni è stato il sangue blu del tifo organizzato,
una nobiltà supportata non di rado dagli interessi criminali della famiglie
mafiose, fino a quando il blasone è stato spazzato via prima dai “guerrieri” di
Giancarlo Sandokan Lombardi e poi dai “banditi” di Lucci. Sulla strada della
conquista si sono osservati due tentati omicidi nei confronti di storici
appartenenti dei Commandos, calci, pugni e pistolettate. Era il 2006 e per altri
dieci anni il gruppo espropriato del suo luogo di origine, il primo anello blu,
ha provato a resistere anche con innesti criminali di alto rango. Ma già in
questo decennio lo striscione scompare custodito come il Graal da un tesoriere
segreto.
Poi nel 2016 la trasferta a Genova contro la Sampdoria sembra chiudere i giochi
con un’aggressione programmata. I Commandos arrivano nella pancia del Marassi e
si trovano davanti i pretoriani di Curva Sud. Ad attenderli anche un fedelissimo
di Lucci che oggi va a braccetto con i vecchi amici dell’Old Clan. Non è una
rissa, ma una spedizione punitiva. Da lì a poco alle 19:30 del 26 aprile 2016 in
rete gira il comunicato con cui si annuncia lo scioglimento dei Commandos: “Ieri
sera 25 aprile è successo quello che pensavamo non potesse mai succedere,
abbiamo deciso di sciogliere i Commandos Tigre”. Quattro ore dopo la smentita,
il comunicato è falso, i Commandos non si sono sciolti: “Il comunicato
pubblicato a nome dei Commandos Tigre 1967 non arriva da nessuno autorizzato a
farlo”.
Insomma i Commandos non si sono mai sciolti e ora torna lo striscione a mettere
in subbuglio gli interessi che, nonostante gli arresti, si agitano dietro la
Curva Sud. Il giovane universitario pochi giorni fa così ha postato le foto sui
social, scrivendo: “Buongiorno a tutti, ho trovato questo striscione a seguito
di un sgombero. Appena l’ho visto stentavo a crederci, ma l’emozione iniziale ha
lasciato spazio ai dubbi: sarà vero? Chiedo a voi che siete più esperti.
Qualcuno sa dirmi qualcosa?”. Che certamente si tratta dell’originale.
La “pezza” che oggi ritorna è in fondo anche il simbolo di come è iniziata la
carriera di Luca Lucci, la cui parabola lunga quasi vent’anni lo ha alla fine
portato in galera accusato di associazione a delinquere. Nel mezzo della storia
quattro tentati omicidi, pestaggi di ogni genere, collegamenti, penalmente
giudicati non rilevanti, con la ‘ndrangheta e tantissimi affari ben oltre il
tifo. Per questo la conquista dello striscione e poterlo esporre al Meazza
potrebbe rappresentare la chiusura del cerchio e l’affermazione definitiva di un
potere assoluto cui ambiscono anche gli amici dell’Old Clan. Anche perché in un
orizzonte breve di appena sei anni ci sarà lo stadio nuovo, tutto privato. Le
operazioni di avvicinamento sono già iniziate non senza ingerenze su alcuni
dirigenti dell’Ac Milan.
L'articolo Commandos Tigre, ricompare la storica “pezza”: i capi ultras del
Milan a caccia del Santo Graal del potere in Curva Sud proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Cinque colpi in faccia sparati da trenta centimetri di distanza: così moriva il
23 febbraio 2000 Nicola Vivaldo, trafficante di droga, secondo i magistrati,
vicino alla cosca Gallace di Guardavalle e alla locale di ‘ndrangheta di Rho in
provincia di Milano. Venticinque anni dopo il pm della Dda lombarda Alessandra
Cerreti e il Nucleo investigativo dei carabinieri di via Moscova agli ordini del
colonnello Antonio Coppola, hanno chiuso il caso sull’esecuzione mafiosa
avvenuta a Mazzo di Rho in via Balzarotti con sei arresti eclatanti e un movente
chiaro: Vivaldo, pur vicino alla ‘ndrangheta, era accusato dai boss di essere un
confidente dei carabinieri, tanto da aver fatto arrestare, secondo la
ricostruzione della Procura, il latitante Francesco Aloi, genero di Vincenzo
Gallace. La misura cautelare firmata dal gip Tommaso Perna che in una prima
versione del luglio scorso l’aveva rigettata, riguarda il capo della potente
cosca di Guardavalle Vincenzo Gallace e con lui il fratello Bruno, accusato di
aver fornito le pistole per l’omicidio. Misura, quella per Vincenzo, consegnata
in carcere al 41 bis, come al carcere duro sta il secondo destinatario: Vincenzo
Rispoli, boss della locale di Lonate Pozzolo, già coinvolto nell’inchiesta
Infinito. Esecutore materiale, secondo la Procura, è Massimo Rosi, oggi imputato
nel processo Hydra sul nuovo sistema mafioso lombardo, ed erede di Rispoli
(anche lui imputato) nella gestione della locale. Carcere per omicidio aggravato
dall’aver favorito la mafia, anche per Stefano Sanfilippo, già capo della locale
di Rho, grande amico di Vivaldo nonché padrino di battesimo del figlio che
informò il commando mafioso degli spostamenti della vittima. Commando di cui
faceva parte Stefano S. e soprattutto Emanuele De Castro, già viceré della
‘ndrangheta nel Varesotto, braccio destro di Rispoli e poi collaboratore di
giustizia. Sono infatti le sue parole che danno benzina all’inchiesta, i cui
atti da ieri sono stati depositati nel maxi-processo sul consorzio mafioso tra
Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra romana. Metterà a verbale De Castro nel 2019:
“Ho saputo che le dritte gliele aveva date Stefano Sanfilippo. Riguardo al
movente, mi fu detto che questo qua era un confidente. E tra l’altro l’omicidio
partiva da Guardavalle, dai Gallace. Che Vivaldo fosse un confidente lo appresi
da Rispoli”. Della volontà dei Gallace di uccidere Vivaldo, spiegherà il
collaboratore, era stato informato anche Carmelo Novella, all’epoca capo del
mandamento lombardo e fautore di un’autonomia importante dalla Calabria. Una
scelta scissionista che otto anni dopo, nel 2008, gli costò la vita, su mandato
anche dello stesso Vincenzo Gallace e per mano del poi pentito Antonino Belnome.
“Con Nunzio Novella – dice De Castro – ci arrivò questa ambasciata. Nunzio lo
disse a Massimo Rosi”. L’omicidio dunque è deciso. De Castro recupera le armi,
due calibro 765 silenziate e una 38, procurate da Bruno Gallace e ritirate
sull’autostrada Milano-Como. Rispoli, che per il pm condivide il pensiero dei
Gallace, si occupa di procurare il gruppo di fuoco. Si sceglie Massimo Rosi,
all’epoca portaborse del boss: “Rispoli – prosegue De Castro – mi disse se
volevo partecipare a questa cosa, perché lui non si fidava tanto di Massimo
Rosi, mi disse: ‘Fammi la cortesia, vai pure tu e partecipa pure tu a sta cosa’.
Perciò vado. Prima di andare di ‘sta cosa ne parlammo anche con Nunzio, con
Carmelo Novella, un giorno mi sembra a casa, ne abbiamo parlato e Carmelo ci
confermò ‘sta cosa che era un confidente, dicevano che era un confidente e che
doveva essere ucciso”.
Nel 1997 Francesco Aloi sarà arrestato latitante a Milano. In quel periodo
frequentava il bar Snoopy di Rho riferibile a Nicola Vivaldo. E dunque, annotano
i carabinieri, “emerge chiaramente che l’arresto derivava da una notizia appresa
da fonte confidenziale”. Nel primo fascicolo sull’omicidio è stato poi
recuperato un appunto di un investigatore che riporta le dichiarazione di un
confidente. Si legge: “E’ successo tutto questo perché Nicola si stava
comportando male … ha fatto arrestare troppe persone”. Non solo, durante il
matrimonio del figlio di Stefano Sanfilippo, quest’ultimo “non guardò né rivolse
lo sguardo a Nicola; anzi i due si scambiarono sguardi di provocazione”.
Così la sera del 23 febbraio 2000, il commando si apposta vicino a casa di
Vivaldo. Su una Golf attendono De Castro, Rosi e Stefano S. “Vedemmo scendere
una persona – dice De Castro – , quando andò via questa persona raggiungemmo
l’auto e, giunti vicino alla portiera, fu Massimo Rosi che sparò due o tre colpi
mentre lui era ancora seduto. Io aprii la porta e basta. Massimo Rosi subito
dopo scappò in macchina, mentre io mi assicurai che fosse morto. Eravamo
entrambi armati. Avevamo due 7.65”. Rosi sparò “da 50 centimetri, mi ricordo io
ho aperto lo sportello, mi ha spostato Rosi con la mano e subito ha sparato.
Parrebbe a bruciapelo, ha messo la mano quasi a bruciapelo perché si è messo
vicino erano attaccati, 50/30 centimetri”. Cinque colpi, quattro a segno e al
volto. Oggi Massimo Rosi si trova in carcere per l’inchiesta Hydra. Per lui la
Procura ha chiesto 20 anni di pena.
In galera si trovava anche nel 2019, quando la notizia del pentimento di De
Castro viene pubblicata sui giornali locali. Intercettato a colloquio dirà: “Se
questo parla, mi fa fare il segno della croce. Se parla questo ci vuole la…”. E
ancora: “Dice un sacco di … poi c’è quello, già arrestano normalmente, adesso li
portano via tutti quanti. Il resto posso immaginarlo che mi ricordo una cosa
(…). Cose che abbiamo fatto una vita insieme (…). Guarda sto bastardio qua”.
Sempre in carcere chiede ai parenti di trovargli un lavoro temporaneo solo per
uscire: “Digli che è una cosa provvisoria mi serve solo per farmi uscire di qui,
poi io me ne vado! Non è che sto là, certo! Tanto me ne sbatto le scatole non è
che ci penso tanto!”. Qualche anno dopo, quando Rosi torna libero e finisce
indagato nel procedimento sul Consorzio mafioso con ruolo di vertice e
rappresentante degli interessi della ‘ndrangheta di Lonate Pozzolo, fa capire di
volersi dare latitante: “Mia moglie mi fa, stamattina alle sei e mezza, quando
ci siamo alzati, mi fa ‘ma lo sai cosa hai detto nel sonno?’. Che cosa ho detto?
Le ho detto: ‘qualche film’. Mi fa ‘no, che stavi parlando col bastardo di
Emanuele De Castro, adesso dobbiamo raccogliere un po’ di soldi perchè me ne
devo andare’, così parlavo. Io adesso vedo com’è il processo, finché non siamo
persi me ne vado”. Dunque, cerchio chiuso per la Procura. Dopo l’omicidio chi
piange Nicola Vivaldo? Solo la famiglia, perché amici e compari non si fanno più
sentire. Dirà la moglie: “Dopo la morte di mio marito, nessuno degli amici di
Guardavalle di Nicola si è fatto vivo con me e nessuno è venuto al funerale”.
***
Nella foto in alto | A sinistra la capa della Dda di Milano Alessandra Dolci
L'articolo Cold case di ‘ndrangheta, cinque spari per il narcos a Rho: 6 arresti
dopo 25 anni. Nell’inchiesta anche i vertici del Consorzio mafioso in Lombardia
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Prima la richiesta di arresto bocciata dal giudice delle preliminari di Milano
Tommaso Perna, quindi le conferma di far parte con ruolo apicale del nuovo
sistema mafioso lombardo, anche detto Consorzio, da parte del Tribunale della
Libertà e della Cassazione. Da qui il mandato di cattura, tre giorni di
latitanza, quindi l’arresto in ospedale dove tentava di simulare una malattia
che non c’è. E ora per Paolo Errante Parrino, 79 anni alias “zio Paolo”,
considerato “rappresentante del mandamento mafioso di Castelvetrano sul
territorio Lombardo”, nonché cerniera per gli interessi dell’ex latitante Matteo
Messina Denaro, si sono aperte le porte del carcere duro. Per lui, infatti, è
stato disposto il 41bis. In una vecchia intervista a chi gli chiedeva se la
mafia esiste o meno, rispondeva così: “Cos’è una marca di formaggio?”.
Oggi Parrino risulta imputato nel maxi-processo milanese Hydra che ha
scoperchiato contatti e affari di un sistema mafioso composto da soggetti di
vertici di Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra romana. E a differenza di 77
imputati, per i quali la Procura ha chiesto 570 anni di condanne, non ha scelto
il rito abbreviato e dunque si trova ancora nel limbo dell’udienza preliminare.
Il 25 gennaio scorso, il boss, che per decenni ha eletto come suo centro di
potere il comune di Abbiategrasso a sud di Milano, è stato arrestato fuori
dall’ospedale di Magenta e portato nel carcere di Ancona, sezione alta
sicurezza. Una misura restrittiva già pesante che però, stando alle ultime
indagini della Procura trasmesse al Dipartimento dell’amministrazione
penitenziaria (Dap), non è servita a tagliare i rapporti diretti con esponenti
di Cosa nostra.
Secondo le note del Dap e i riscontri dei magistrati, infatti, Parrino
“comandava” ancora nel carcere di Ancona, grazie ai suoi uomini. Per questo l’11
novembre e cioè il giorno stesso dell’inizio della requisitoria finale dei pm
Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, è stato trasferito nel carcere di
massima sicurezza di Spoleto e qui messo in regime di 41 bis. Dirà lo stesso pm
della Direzione distrettuale antimafia di Milano Alessandra Cerreti: “Parrino lo
abbiamo catturato dopo tre giorni di latitanza, mentre andava in un ospedale a
far finta di essere malato. Lo stesso Parrino, che sulla base delle risultanze
di questo procedimento, due giorni fa in data 11 novembre è stato sottoposto a
regime detentivo di cui l’Art. 41 bis, perché evidentemente anche l’Autorità
amministrativa ha ritenuto fondate le risultanze emerse da questo procedimento”.
Insomma, un ulteriore conferma della pericolosità del boss che “ha i rapporti di
parentela attraverso la moglie con l’ex latitante Matteo Messina Denaro e
Messina Antonio”. E che nell’inchiesta Hydra, secondo i pm, mostra tutto il suo
potere intervenendo in una lite tra Gioacchino Amico, rappresentante degli
interessi anche della camorra romana e di Cosa nostra, e la famiglia Pace,
legata al mandamento di Trapani. In un’intercettazione, riportata in
requisitoria dal pm Cerreti, si legge: “Errante Parrino stamattina mi ha detto:
‘Dice, intervenite, andatelo a prendere, me lo porti qua, ci dici che si viene a
prendere il caffè, me lo porti qua a Cicciobello”, soprannome di Amico.
Per decenni, lo zio Paolo ha tessuto i suoi affari in piena libertà, arrivato
sulle sponde del Naviglio che lambisce il comune di Abbiategrasso dopo una prima
condanna per i rapporti con Cosa nostra. E qui nella tranquillità
dell’hinterland, anche grazie alla connivenze della politica locale e di certa
parte della società civile, ha vissuto indisturbato divenendo così il punto di
riferimento dell’ala mafiosa di Matteo Messina Denaro.
Ancora nel 2009, con Parrino specchiato cittadino, il Nucleo investigativo dei
carabinieri di via Moscova in una nota sulla presenza della criminalità
organizzata nel Milanese scriveva: “Ad Abbiategrasso è residente Paolo Errante
Parrino facente parte in passato di una cosca mafiosa, reato per il quale ha già
scontato vari anni di carcere. Parino è sposato con Antonina Bosco, la quale ha
in gestione il bar sala giochi Las Vegas frequentato assiduamente da
pregiudicati, tanto che nel 2005 veniva notificato l’ordine di sospensione per
30 giorni”. In quell’anno, 2009, il boss si occupava di aiutare la moglie nella
gestione del bar. In realtà quel bar, emerge dagli atti di Hydra, altro non era
che il suo ufficio in cui incontrare, ad esempio, i politici locali. Mentre in
un capannone non lontano dal Las Vegas, i carabinieri del Nucleo investigativo
nell’ambito dell’indagine Hydra hanno filmato summit di mafia tra Parrino e i
vertici del Consorzio mafioso. Da allora molto è passato e oggi lo zio Paolo sta
al 41 bis.
L'articolo “In carcere continuava a comandare”, il boss di Cosa nostra in
Lombardia Errante Parrino al 41 bis proviene da Il Fatto Quotidiano.