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“Carmine Sarcone era al vertice della ‘ndrangheta in Emilia-Romagna”: le motivazioni della Cassazione
Le motivazioni della sentenza della Corte di Cassazione, rese note a fine 2025, attestano il ruolo di “capo” ‘ndrangheta rivestito da Carmine Sarcone in Emilia-Romagna. “Capo” non è solo il vertice della organizzazione, dicono i giudici Giuseppe De Marzo e Paolo Valiante, ma anche “colui che abbia incarichi direttivi e risolutivi nella vita del gruppo criminale e nel suo esplicarsi quotidiano”. Non c’è dubbio, aggiungono, che quanto emerso dalle indagini su Carmine Sarcone è idoneo a ritenerlo un membro “qualificato”, che progressivamente ha assunto un ruolo direttivo, soprattutto quanto i fratelli Nicolino e Gianluigi sono finiti dietro le sbarre. Otto anni e quattro mesi di carcere è per lui la condanna definitiva, dopo un lungo percorso giudiziario che consente alla Cassazione di ricostruire l’intera sua storia criminale. Nel maggio del 2004 Sarcone arrivò a Cutro da Reggio Emilia per collaborare all’omicidio del boss Antonio Dragone, durante la guerra di mafia innescata dai Grande Aracri. Ne studiò gli spostamenti, fornì apparecchi e schede telefoniche al commando, aiutò la fuga degli autori materiali con auto “pulite”. Lo hanno confermato, dice la Cassazione, due affidabili collaboratori di giustizia. Il primo è Giuseppe Liperoti, cresciuto nella ‘ndrangheta assieme a Sarcone negli anni Novanta e lui stesso membro del gruppo che portò a termine l’esecuzione di Dragone con bazooka e kalashnikov. Il secondo è Antonio Valerio, memoria storica della cosca radicata a Reggio Emilia, che aveva avuto certezza del ruolo di Carmine nell’omicidio dai fratelli Blasco e da Alfonso Diletto. Voci da dentro, diffuse attraverso il più potente strumento di comunicazione tra i sodali, che Valerio chiama criminal pop: i sussurri e i si dice della ‘ndrangheta, destinati a passare di bocca in orecchio senza lasciare traccia. Carmine, grazie anche a quell’azione, era molto legato al capo assoluto di Cutro, Nicolino Grande Aracri, che lo chiamava in diverse occasioni con il diminutivo affettuoso di Carminuzzu. Su questo nome hanno battagliato in appello gli avvocati difensori di Sarcone, Vezzadini e Staiano, che hanno prodotto una consulenza di parte secondo cui la parola intercettata e registrata era Carluzzu. Ma la Procura Generale di Bologna ha portato a deporre uno degli investigatori più competenti e preparati che già aveva lavorato in sinergia con la Direzione Distrettuale Antimafia nel processo Aemilia: il luogotenente dei Carabinieri Emidio D’Agostino. Il quale ha prodotto la trascrizione delle intercettazioni riascoltate con le più sofisticate strumentazioni tecniche di oggi e confrontate con le immagini dei filmati registrati dalle telecamere nascoste nell’abitazione di Nicolino Grande Aracri a Cutro. Il risultato è che il boss Nicolino pronuncia inequivocabilmente il nome di Carminuzzu quando, parlando con Antonio Gualtieri, gli consiglia di utilizzarlo per la riscossione di un credito al nord. A loro volta le intercettazioni agli atti del processo Kyterion, che aveva messo sotto accusa a Crotone la cosca Grande Aracri, certificano che almeno nel 2012 Carmine Sarcone andò a far visita diverse volte a Nicolino Grande Aracri, con il quale si intratteneva in “dialoghi di ‘ndrangheta”. Un’altra conversazione, intercettata nel 2013, registra il boss che consiglia a due siciliani interessati ad un trasporto di gasolio: “A Carmine! Chiamate a Carmine!” E Carminuzzu, sempre dalle parole registrate di Nicolino Grande Aracri, viene indicato come membro di un gruppo di “cristiani fuori legge” operanti al Nord. Un cristiano che comunque non era avvezzo a porgere l’altra guancia e anzi prediligeva le armi per risolvere certe discussioni. A Nicolino Grande Aracri Carmine aveva regalato una pistola 9×21 proveniente dal proprio arsenale personale, che non serviva solo per la vecchia passione delle rapine compiute in gioventù. Quell’arsenale di fucili a pompa, carabine con cannocchiali di precisione, silenziatori per azioni di killeraggio, era a disposizione della cosca e necessitava di un deposito per essere nascosto visti i volumi. La storia criminale di Carmine è passata al setaccio dalla sentenza, a partire dagli anni Novanta quando viene istruito dal “maestro” Vito Martino, uomo di spicco della ‘ndrangheta. I collaboratori di giustizia, (Cortese, Giglio, Valerio, Liperoti, Muto) ricordano il suo ruolo di raccordo al Sud con il gruppo dei Ciampà a Cutro e con i Cassotta a Potenza. Nel nuovo millennio è sempre al fianco dei fratelli Nicolino, Gianluigi, Giuseppe (e della sorella gemella Giuseppina, condannata nel 2024 in appello nel processo Perseverance a 1 anno e 4 mesi per intestazione fittizia di società) in Emilia-Romagna. Con loro accumula a partire dal 2005 rilevanti quantità di denaro con attività in campo edilizio, attraverso società gestite da prestanome e con false fatturazioni, frodi carosello, reati fiscali: il vero business della ‘ndrangheta emiliana. La Direzione Distrettuale Antimafia di Bologna, in particolare con i magistrati Marco Mescolini prima e Beatrice Ronchi ancora oggi, ha portato tutti i fratelli Sarcone a rispondere delle proprie azioni illecite davanti ai giudici ma il futuro del contrasto alla mafia in regione è incerto. Il sostituto procuratore Marco Forte, collega di Beatrice Ronchi a Bologna, ha detto lo scorso anno ad un convegno sui beni confiscati: “Pensate a quanto è grande questa regione, pensate al suo peso economico: credete davvero che quattro Pm possano coprire un territorio che va da Piacenza a Rimini? L’Emilia-Romagna richiederebbe il raddoppio esatto sia delle forze di polizia che della Dda, per poter fare dignitosamente la prevenzione necessaria”. L'articolo “Carmine Sarcone era al vertice della ‘ndrangheta in Emilia-Romagna”: le motivazioni della Cassazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Curve di Inter e Milan, la pezza del potere: gli striscioni come simbolo della scalata criminale degli ultras
Striscione o pezza. Nel mondo ultras l’identificazione di un gruppo, il posizionamento all’interno dello stadio va ben oltre l’apparente colore del tifo per una squadra o per un’altra. C’è molto di più dietro, c’è un’espressione di potere e di controllo, di presenza sul territorio, di egemonia di un gruppo oltre il calcio. La pezza, dunque, è garante e simbolo anche di affari criminali. E la dimostrazione plastica la si è avuta nella storia breve delle due curve di Inter e Milan. L’inchiesta della Procura di Milano e le recenti motivazioni della sentenza di primo grado ne fanno un punto rilevante nel raccontare l’evoluzione del potere sia sul fronte della Curva Nord sia sul fronte della Curva Sud. E del resto la recente notizia del ritrovamento di uno striscione del vecchio gruppo milanista dei Commandos Tigre ha rimescolato le dinamiche all’interno del direttivo che fa ancora riferimento a Luca Lucci. Che quello striscione, come spiegato già dal Fatto.it, sia vero o più probabilmente falso, in realtà poco importa. Esporlo rappresenterebbe comunque una dimostrazione di potere per quello che sono stati i Commandos nella storia del tifo milanista. L’indagine Doppia Curva spiega quindi che i due striscioni unici di Curva Nord e Curva Sud in realtà rappresentavano di fatto le due associazioni criminali che vi stavano dietro. La Sud inizia a esporre la pezza unica già nel 2009, mentre la Nord ci arriverà più tardi. La volontà di questa scelta sarà tutta di Andrea Beretta, l’ex capo interista oggi pentito e mandante dell’omicidio di Vittorio Boiocchi. Tanto che la Squadra Mobile proprio su questo aspetto scrive: “La repentina escalation del gruppo Beretta-Ferdico fu contrassegnata da un’ulteriore forte presa di posizione da parte di Beretta, consistita nell’imporre ai capi ultras la consegna dello striscione (in gergo la “pezza”) che identificava ciascun gruppo ultras della curva”. Quella di Beretta, che assieme a Marco Ferdico e al defunto boss Antonio Bellocco guiderà la Nord a partire dal 2022, è una scelta tutta criminale e legata agli affari. A lui, in realtà, del tifo per l’Inter poco importa. Dirà: “Lo sai benissimo io non faccio le cose per lo striscione, a me non me ne frega un emerito cazzo!”. E così “la richiesta degli striscioni, suonata come un vero e proprio ordine, è, nel mondo ultras, sinonimo dell’acquisizione del potere in seno alla tifoseria organizzata”. In curva Nord così comparirà lo striscione unico inizialmente corredato dai simboli dei vari gruppi (Viking, Boys, Irriducibili) e in un secondo momento solo con la scritta Curva Nord. Ecco allora come gli investigatori leggono l’azione di Beretta che ai più e cioè ai tifosi normali che vanno allo stadio era sembrata solo un cambio di scritta: “ Il tempestivo ritiro degli striscioni effettivamente è stato percepito come un’azione di forza, di una strategia ben precisa già pianificata e orchestrata da Beretta nella prospettiva di riappropriarsi del potere decisionale e delle redini della tifoseria organizzata: in altre parole, relegato da Boiocchi a curare la sola parte relativa al merchandising, Beretta, con la scomparsa del primo, mise immediatamente in moto un’azione rapida e ben organizzata finalizzata a riappropriarsi dell’intera gestione degli affari della Curva”. Debora Turriello che assiema a Renato Bosetti gestiva l’affare dei biglietti dirà in proposito: “’Hai un capo che è uno psicopatico, vuole via tutti gli striscioni e vuole un unico striscione, perché non capisce quanto invece per i gruppi è importante mantenere il loro nome, si vede che dietro ci vede un altro tipo di business con lo striscione tutto unito, ma che cazzo ti devo dire”. È il 2022. Molti anni prima, nel 2009, al secondo anello blu milanista compare per la prima volta lo striscione unico Curva Sud. “Anche in questo caso – scrive la Squadra Mobile -, come accaduto oggi con l’unificazione di Curva Nord Milano, non si trattò di una scelta indolore condivisa tra i vari gruppi, ma prevalse la volontà dei più violenti, ossia dei Guerrieri Ultras di Luca Lucci (e nell’ombra di Giancarlo Lombardi) e delle Brigate Rossonere di Carlo Giovanni Capelli”, più noto come il Barone. Negli anni successivi in curva torneranno le vecchie pezze delle Brigate e soprattutto della Fossa dei Leoni, ma è solo un’operazione di marketing orchestrata da Lucci per attirare più persone. Non comparirà invece più lo storico striscione dei Commandos Tigre, il gruppo più antico del tifo milanista. Il suo ritiro definitivo è un altro passaggio cruciale della scalata al potere di Lucci. Avviene nell’aprile del 2016 durante un partita casalinga contro la Juventus. Commandos Tigre che erano già stato messi nell’angolo a partire dal 2007 dopo due tentati omicidi a carico di importanti rappresentanti del gruppo. La vicenda è ben spiegata nelle motivazioni della sentenza della giudice Rossana Mongiardo: “Nel 2016 la Curva Sud entrava in contrasto con i Commandos Tigre, che, di conseguenza, venivano costretti a uscire di scena con una serie di azioni di prevaricazione da parte degli esponenti della Curva Sud. All’interno della Curva, erano invece sopravvissuti, come sottogruppi affiliati, quello denominato Estremi Rimedi, Vecchia Maniera, i quali continuavano a esporre gli storici striscioni Brigate Rosso Nere e Fossa dei Leoni”. Aprile 2016, dunque, al Meazza si gioca Milan-Juventus. Al primo anello blu i Commandos hanno messo il loro grande striscione. Poi il blitz del gruppo di Lucci che costringe a levarlo posizionando la pezza di Curva Sud. “Si trattò – scrive il giudice – come è facilmente intuibile, di una vera e propria esibizione di forza e di definitiva presa di posizione della Curva Sud che, dopo aver atteso le scontate operazioni di rimozione dello striscione da parte dei Commandos Tigre, confluì, in numero massiccio creando disordini e caos”. Insomma, le pezze ultras sono simbolo di potere e controllo. L'articolo Curve di Inter e Milan, la pezza del potere: gli striscioni come simbolo della scalata criminale degli ultras proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Antonio Barbaro il “fantasma” è l’ultimo latitante della ‘ndrangheta di Platì. In un anno ha trafficato 3 tonnellate di coca
Nelle chat criptate il suo pseudonimo di narcos era Fantasma. Nome a dir poco azzeccato visto che dal 25 novembre, data del blitz della Guardia di finanza di Milano, non si trova. E oggi Antonio Barbaro nato a Locri nel 1984 è ufficialmente latitante. L’ultimo uccel di bosco delle cosche di Platì, inseguito da un mandato di cattura per un enorme traffico di droga con il Sud America in collaborazione con altri appartenenti alle cosche dell’Aspromonte, tutte della famiglia Barbaro, chi del ramo Rosi, come Franco Barbaro e chi dei Nigri, come lo stesso Fantasma, ma tutti, comunque sia, riconducibili al ceppo iniziale del defunto superboss Francesco Barbaro detto U Castanu. Nell’indagine SkyFall del pm antimafia Gianluca Prisco, il Fantasma è accusato di associazione a delinquere finalizzata al traffico internazionale di droga con il ruolo di “promotore e organizzatore”. Inoltre, si legge nel capo d’imputazione, “coadiuvava Franco Barbaro nelle operazioni di importazione di stupefacente dall’estero partecipando alle decisioni relative alla fissazione del prezzo della sostanza, condivideva la cassa dell’associazione, e con Franco Barbaro effettuava in prima persona pagamenti dello stupefacente agli emissari dei cambisti in contatto con il fornitore Marjus Aliu”. Inoltre Barbaro il fantasma “partecipava alle importazioni di stupefacente del gruppo in qualità di investitore, acquistando stupefacente ad un prezzo di favore garantito dalla partecipazione all’associazione, aveva poteri decisionali e autonomia in riferimento alle quantità da vendere e al relativo prezzo, tenendo a tal fine contatti con esponenti di gruppi criminali acquirenti nonché, con riguardo alle disposizioni impartite a Bruno Trimboli magazziniere e Michele Portolesi punto di riferimento per la raccolta del denaro dei clienti”. Secondo la ricostruzione della Procura di Milano, Antonio Barbaro assieme ai suoi compagni in affari, quasi tutti legati alle cosche dell’Aspromonte, in meno di un anno ha trafficato oltre 3,5 tonnellate di cocaina per un giro d’affari, una volta stoccata e venduta sulla piazza di Milano, da scalata bancaria. Ora il nome del Fantasma era già emerso dieci anni fa in una indagine di droga coordinata dalla Squadra Mobile. E con lui il nome di Giuseppe Trimboli, classe ‘77, attuale suo coindagato. All’epoca Barbaro, che guidava una Seat Leon, era titolare della Frutteria Lombarda nel comune di Gaggiano, a sud di Milano. Dopo molto tempo, quel fascicolo tornò a fotografare i traffici di droga di soggetti legati alla ‘ndrangheta. Del resto il Fantasma è figlio di Domenico Barbaro, classe 1957, detto Incrostia l’Anca, già condannato per mafia e “appartenente alla cosca Barbaro Castanu”. La discendenza da parte di madre porta il neo-latitante a ingrandire l’albero genealogico del ramo dei Nigri. La madre infatti è figlia del capostipite Antonio Barbaro detto u Nigru, mentre risulta sorella del superboss Giuseppe Barbaro, tra le menti più illuminate della prima infiltrazione mafiosa a Milano. Ma sempre e comunque ‘ndrangheta di Platì. Per anni la residenza di Antonio Barbaro è stata in una via riservata a Gudo Visconti, comune che assieme a Casorate Primo, Zelo Surrigone, Calvignasco e altri compone una collana di paesi al limite della provincia di Pavia che oggi rappresenta la nuova fortezza della ‘ndrangheta. Già allora emersero i rapporti con Giuseppe Trimboli. Prima dell’indagine del 2015, Antonio Barbaro era stato segnalato nel 2010 per reati legati agli stupefacenti. A partire dal 2007 i controlli sul territorio, tra Calabria e Lombardia, lo hanno spesso trovato in compagnia di appartenenti alle cosche Marando, Barbaro, Romeo, Sergi, Nirta, Strangio. Oggi, quindici anni dopo quella prima segnalazione, si ritrova fuggiasco da un capo d’imputazione che prevede fino a 25 anni di carcere. Dove sia resta una bella domanda. Molto probabilmente in Calabria dove le coperture sono più solide. Eppure non è detto che abbia trovato rifugio proprio in quei paesi verso Pavia e dove il controllo delle forze dell’ordine è poco e difficoltoso. L'articolo Antonio Barbaro il “fantasma” è l’ultimo latitante della ‘ndrangheta di Platì. In un anno ha trafficato 3 tonnellate di coca proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Consorzio mafioso lombardo, c’è un secondo pentito. E’ Francesco Bellusci affiliato alla ‘ndrangheta
Tanto è robusta l’inchiesta della Procura di Milano sul nuovo sistema mafioso lombardo, tanto circostanziato il lavoro dei pm Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane assieme ai carabinieri del Nucleo investigativo che dopo il primo, poche ore fa è arrivata la notizia di una secondo collaboratore anche lui considerato organico e ai vertici del Consorzio mafioso fotografato dall’inchiesta Hydra. Se solo poche settimane fa la storia dell’indagine aveva subito una svolta con la collaborazione di William Cerbo, braccio finanziario della cosca Mazzei di Catania, ora è il turno della ‘ndrangheta di Lonate Pozzolo capeggiata da Vincenzo Rispoli, da tempo al 41 bis e recentemente raggiunto da un’ordinanza per l’omicidio di Nicola Vivaldo ucciso a Rho il 23 febbraio 2000. A collaborare è infatti Francesco Bellusci, classe ‘1987 nato a Cuggiono in provincia di Milano, considerato interno al gruppo calabrese assieme, tra i vari, a Massimo Rosi, Giacomo Cristello e Pasquale Rienzi. La notizia è stata resa nota oggi durante l’udienza del processo che si svolge con rito abbreviato. La Procura ha infatti depositato sei recentissimi verbali di Bellusci che ha iniziato a collaborare con la Procura lo scorso 21 novembre, data del suo primo verbale. Sarà sentito poi l’1, il 2, il 3, il 9 e il 10 dicembre. Lunghi verbali, in parte omissati, che contengono, per quel che risulta, rivelazioni decisamente pesanti. Bellusci infatti racconta la genesi del Consorzio che lui definisce “Unione”, dopodiché spiega la sua affiliazione alla locale di ‘ndrangheta di Lonate Pozzolo con relativo rituale. Quindi svela un omicidio commesso da uno degli imputati di Hydra che però al tempo del processo fu assolto. E infine illustra nello specifico la gestione del denaro dell’ex primula rossa di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro. Bellusci, pur relativamente giovane, emergerà dalle indagini partecipa a diversi summit di mafia anche con i rappresentanti di Messina Denaro e della camorra romana legata al clan di Michele Senese. Inoltre, presente alla “mangiate” nel terreno della famiglia Nicastro a Castano Primo ne svela contenuti e interessi, a partire dalla ricostituzione del locale di ‘ndrangheta di Lonate Pozzolo. Secondo la Procura di Milano appartiene alla locale di ‘ndrangheta organica al Consorzio. Intercettato Massimo Rosi: “Fa parte della locale di Legnano Francesco Bellusci”, il quale, secondo i pm, si metterà “a completa disposizione degli interessi dell’associazione, cooperando con gli altri associati nella realizzazione del programma criminoso”. E dunque: “Svolgendo funzioni operative nelle azioni intimidatorie ed estorsive da compiere nell’interesse dell’intera associazione criminale; contribuendo all’alimentazione della cassa comune destinata al sostentamento dei detenuti, in particolare per il capo locale Vincenzo Rispoli, occupandosi del reimpiego dei profitti illeciti dell’organizzazione criminale, attraverso l’acquisizione di aziende operanti in vari settori, alle quali erano addetti, quali prestanome”. L'articolo Consorzio mafioso lombardo, c’è un secondo pentito. E’ Francesco Bellusci affiliato alla ‘ndrangheta proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Commandos Tigre, ricompare la storica “pezza”: i capi ultras del Milan a caccia del Santo Graal del potere in Curva Sud
Si potrebbe iniziare così: la “pezza” ritrovata. E la pezza in questo caso, è lo striscione dei Commandos Tigre, primo gruppo ultras (nasce nel 1967) del tifo organizzato milanista. Lo stendardo è stato ritrovato “per caso” qualche giorno fa durante uno sgombero da uno studente universitario sconosciuto alle cronache di curva e giudiziarie. Ma il dato è oggettivo. Di più: lo striscione è originale e per il blasone che rappresenta rischia oggi di scompaginare gli equilibri della Curva sud. Tanto che i suoi pretoriani assieme ai senatori dell’Old Clan si sono messi in caccia come alla ricerca del Sacro Graal. Ultras a Milano, quindi. Sponda rossonera, secondo anello blu, Curva sud. Esistenza oggi difficile. Indagata, processata, condannata e ancora attenzionata, diffidata, sgradita. L’occhio della Procura sembra vigile, la Squadra Mobile indaga sull’ultimo tentato omicidio, mentre Luca Lucci il Toro intravede, oltre alla già emessa sentenza per l’inchiesta Doppia Curva, vent’anni per droga. Eppure chiuso nel carcere, ancora è ritenuto il capo da chi in transenna si barrica dietro l’equivoco “Sodalizio”, vietato in forma di striscione eppure ribadito durante il derby con le torce dei cellulari. Ma sono solo increspature, la Procura decide, la società un po’ storce il naso, mentre il vecchio vocalist Pacio Pacini, fedelissimo di Lucci, risulta sgradito a giorni alterni. Nel frattempo, però, a far prevedere burrasca tra i monolitici equilibri di Curva sud puntellati di recente da senatori dell’Old Clan, già a capo delle Brigate Rossonere declinate in forma di estrema destra, c’è la pezza ritrovata dei Commandos, simbolo del potere assoluto in curva. Perché i Commandos Tigre sono il gruppo ultras più antico, anche della Fossa dei Leoni, anche delle Brigate Rossonere. Per cinquant’anni è stato il sangue blu del tifo organizzato, una nobiltà supportata non di rado dagli interessi criminali della famiglie mafiose, fino a quando il blasone è stato spazzato via prima dai “guerrieri” di Giancarlo Sandokan Lombardi e poi dai “banditi” di Lucci. Sulla strada della conquista si sono osservati due tentati omicidi nei confronti di storici appartenenti dei Commandos, calci, pugni e pistolettate. Era il 2006 e per altri dieci anni il gruppo espropriato del suo luogo di origine, il primo anello blu, ha provato a resistere anche con innesti criminali di alto rango. Ma già in questo decennio lo striscione scompare custodito come il Graal da un tesoriere segreto. Poi nel 2016 la trasferta a Genova contro la Sampdoria sembra chiudere i giochi con un’aggressione programmata. I Commandos arrivano nella pancia del Marassi e si trovano davanti i pretoriani di Curva Sud. Ad attenderli anche un fedelissimo di Lucci che oggi va a braccetto con i vecchi amici dell’Old Clan. Non è una rissa, ma una spedizione punitiva. Da lì a poco alle 19:30 del 26 aprile 2016 in rete gira il comunicato con cui si annuncia lo scioglimento dei Commandos: “Ieri sera 25 aprile è successo quello che pensavamo non potesse mai succedere, abbiamo deciso di sciogliere i Commandos Tigre”. Quattro ore dopo la smentita, il comunicato è falso, i Commandos non si sono sciolti: “Il comunicato pubblicato a nome dei Commandos Tigre 1967 non arriva da nessuno autorizzato a farlo”. Insomma i Commandos non si sono mai sciolti e ora torna lo striscione a mettere in subbuglio gli interessi che, nonostante gli arresti, si agitano dietro la Curva Sud. Il giovane universitario pochi giorni fa così ha postato le foto sui social, scrivendo: “Buongiorno a tutti, ho trovato questo striscione a seguito di un sgombero. Appena l’ho visto stentavo a crederci, ma l’emozione iniziale ha lasciato spazio ai dubbi: sarà vero? Chiedo a voi che siete più esperti. Qualcuno sa dirmi qualcosa?”. Che certamente si tratta dell’originale. La “pezza” che oggi ritorna è in fondo anche il simbolo di come è iniziata la carriera di Luca Lucci, la cui parabola lunga quasi vent’anni lo ha alla fine portato in galera accusato di associazione a delinquere. Nel mezzo della storia quattro tentati omicidi, pestaggi di ogni genere, collegamenti, penalmente giudicati non rilevanti, con la ‘ndrangheta e tantissimi affari ben oltre il tifo. Per questo la conquista dello striscione e poterlo esporre al Meazza potrebbe rappresentare la chiusura del cerchio e l’affermazione definitiva di un potere assoluto cui ambiscono anche gli amici dell’Old Clan. Anche perché in un orizzonte breve di appena sei anni ci sarà lo stadio nuovo, tutto privato. Le operazioni di avvicinamento sono già iniziate non senza ingerenze su alcuni dirigenti dell’Ac Milan. L'articolo Commandos Tigre, ricompare la storica “pezza”: i capi ultras del Milan a caccia del Santo Graal del potere in Curva Sud proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Cold case di ‘ndrangheta, cinque spari per il narcos a Rho: 6 arresti dopo 25 anni. Nell’inchiesta anche i vertici del Consorzio mafioso in Lombardia
Cinque colpi in faccia sparati da trenta centimetri di distanza: così moriva il 23 febbraio 2000 Nicola Vivaldo, trafficante di droga, secondo i magistrati, vicino alla cosca Gallace di Guardavalle e alla locale di ‘ndrangheta di Rho in provincia di Milano. Venticinque anni dopo il pm della Dda lombarda Alessandra Cerreti e il Nucleo investigativo dei carabinieri di via Moscova agli ordini del colonnello Antonio Coppola, hanno chiuso il caso sull’esecuzione mafiosa avvenuta a Mazzo di Rho in via Balzarotti con sei arresti eclatanti e un movente chiaro: Vivaldo, pur vicino alla ‘ndrangheta, era accusato dai boss di essere un confidente dei carabinieri, tanto da aver fatto arrestare, secondo la ricostruzione della Procura, il latitante Francesco Aloi, genero di Vincenzo Gallace. La misura cautelare firmata dal gip Tommaso Perna che in una prima versione del luglio scorso l’aveva rigettata, riguarda il capo della potente cosca di Guardavalle Vincenzo Gallace e con lui il fratello Bruno, accusato di aver fornito le pistole per l’omicidio. Misura, quella per Vincenzo, consegnata in carcere al 41 bis, come al carcere duro sta il secondo destinatario: Vincenzo Rispoli, boss della locale di Lonate Pozzolo, già coinvolto nell’inchiesta Infinito. Esecutore materiale, secondo la Procura, è Massimo Rosi, oggi imputato nel processo Hydra sul nuovo sistema mafioso lombardo, ed erede di Rispoli (anche lui imputato) nella gestione della locale. Carcere per omicidio aggravato dall’aver favorito la mafia, anche per Stefano Sanfilippo, già capo della locale di Rho, grande amico di Vivaldo nonché padrino di battesimo del figlio che informò il commando mafioso degli spostamenti della vittima. Commando di cui faceva parte Stefano S. e soprattutto Emanuele De Castro, già viceré della ‘ndrangheta nel Varesotto, braccio destro di Rispoli e poi collaboratore di giustizia. Sono infatti le sue parole che danno benzina all’inchiesta, i cui atti da ieri sono stati depositati nel maxi-processo sul consorzio mafioso tra Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra romana. Metterà a verbale De Castro nel 2019: “Ho saputo che le dritte gliele aveva date Stefano Sanfilippo. Riguardo al movente, mi fu detto che questo qua era un confidente. E tra l’altro l’omicidio partiva da Guardavalle, dai Gallace. Che Vivaldo fosse un confidente lo appresi da Rispoli”. Della volontà dei Gallace di uccidere Vivaldo, spiegherà il collaboratore, era stato informato anche Carmelo Novella, all’epoca capo del mandamento lombardo e fautore di un’autonomia importante dalla Calabria. Una scelta scissionista che otto anni dopo, nel 2008, gli costò la vita, su mandato anche dello stesso Vincenzo Gallace e per mano del poi pentito Antonino Belnome. “Con Nunzio Novella – dice De Castro – ci arrivò questa ambasciata. Nunzio lo disse a Massimo Rosi”. L’omicidio dunque è deciso. De Castro recupera le armi, due calibro 765 silenziate e una 38, procurate da Bruno Gallace e ritirate sull’autostrada Milano-Como. Rispoli, che per il pm condivide il pensiero dei Gallace, si occupa di procurare il gruppo di fuoco. Si sceglie Massimo Rosi, all’epoca portaborse del boss: “Rispoli – prosegue De Castro – mi disse se volevo partecipare a questa cosa, perché lui non si fidava tanto di Massimo Rosi, mi disse: ‘Fammi la cortesia, vai pure tu e partecipa pure tu a sta cosa’. Perciò vado. Prima di andare di ‘sta cosa ne parlammo anche con Nunzio, con Carmelo Novella, un giorno mi sembra a casa, ne abbiamo parlato e Carmelo ci confermò ‘sta cosa che era un confidente, dicevano che era un confidente e che doveva essere ucciso”. Nel 1997 Francesco Aloi sarà arrestato latitante a Milano. In quel periodo frequentava il bar Snoopy di Rho riferibile a Nicola Vivaldo. E dunque, annotano i carabinieri, “emerge chiaramente che l’arresto derivava da una notizia appresa da fonte confidenziale”. Nel primo fascicolo sull’omicidio è stato poi recuperato un appunto di un investigatore che riporta le dichiarazione di un confidente. Si legge: “E’ successo tutto questo perché Nicola si stava comportando male … ha fatto arrestare troppe persone”. Non solo, durante il matrimonio del figlio di Stefano Sanfilippo, quest’ultimo “non guardò né rivolse lo sguardo a Nicola; anzi i due si scambiarono sguardi di provocazione”. Così la sera del 23 febbraio 2000, il commando si apposta vicino a casa di Vivaldo. Su una Golf attendono De Castro, Rosi e Stefano S. “Vedemmo scendere una persona – dice De Castro – , quando andò via questa persona raggiungemmo l’auto e, giunti vicino alla portiera, fu Massimo Rosi che sparò due o tre colpi mentre lui era ancora seduto. Io aprii la porta e basta. Massimo Rosi subito dopo scappò in macchina, mentre io mi assicurai che fosse morto. Eravamo entrambi armati. Avevamo due 7.65”. Rosi sparò “da 50 centimetri, mi ricordo io ho aperto lo sportello, mi ha spostato Rosi con la mano e subito ha sparato. Parrebbe a bruciapelo, ha messo la mano quasi a bruciapelo perché si è messo vicino erano attaccati, 50/30 centimetri”. Cinque colpi, quattro a segno e al volto. Oggi Massimo Rosi si trova in carcere per l’inchiesta Hydra. Per lui la Procura ha chiesto 20 anni di pena. In galera si trovava anche nel 2019, quando la notizia del pentimento di De Castro viene pubblicata sui giornali locali. Intercettato a colloquio dirà: “Se questo parla, mi fa fare il segno della croce. Se parla questo ci vuole la…”. E ancora: “Dice un sacco di … poi c’è quello, già arrestano normalmente, adesso li portano via tutti quanti. Il resto posso immaginarlo che mi ricordo una cosa (…). Cose che abbiamo fatto una vita insieme (…). Guarda sto bastardio qua”. Sempre in carcere chiede ai parenti di trovargli un lavoro temporaneo solo per uscire: “Digli che è una cosa provvisoria mi serve solo per farmi uscire di qui, poi io me ne vado! Non è che sto là, certo! Tanto me ne sbatto le scatole non è che ci penso tanto!”. Qualche anno dopo, quando Rosi torna libero e finisce indagato nel procedimento sul Consorzio mafioso con ruolo di vertice e rappresentante degli interessi della ‘ndrangheta di Lonate Pozzolo, fa capire di volersi dare latitante: “Mia moglie mi fa, stamattina alle sei e mezza, quando ci siamo alzati, mi fa ‘ma lo sai cosa hai detto nel sonno?’. Che cosa ho detto? Le ho detto: ‘qualche film’. Mi fa ‘no, che stavi parlando col bastardo di Emanuele De Castro, adesso dobbiamo raccogliere un po’ di soldi perchè me ne devo andare’, così parlavo. Io adesso vedo com’è il processo, finché non siamo persi me ne vado”. Dunque, cerchio chiuso per la Procura. Dopo l’omicidio chi piange Nicola Vivaldo? Solo la famiglia, perché amici e compari non si fanno più sentire. Dirà la moglie: “Dopo la morte di mio marito, nessuno degli amici di Guardavalle di Nicola si è fatto vivo con me e nessuno è venuto al funerale”. *** Nella foto in alto | A sinistra la capa della Dda di Milano Alessandra Dolci L'articolo Cold case di ‘ndrangheta, cinque spari per il narcos a Rho: 6 arresti dopo 25 anni. Nell’inchiesta anche i vertici del Consorzio mafioso in Lombardia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“In carcere continuava a comandare”, il boss di Cosa nostra in Lombardia Errante Parrino al 41 bis
Prima la richiesta di arresto bocciata dal giudice delle preliminari di Milano Tommaso Perna, quindi le conferma di far parte con ruolo apicale del nuovo sistema mafioso lombardo, anche detto Consorzio, da parte del Tribunale della Libertà e della Cassazione. Da qui il mandato di cattura, tre giorni di latitanza, quindi l’arresto in ospedale dove tentava di simulare una malattia che non c’è. E ora per Paolo Errante Parrino, 79 anni alias “zio Paolo”, considerato “rappresentante del mandamento mafioso di Castelvetrano sul territorio Lombardo”, nonché cerniera per gli interessi dell’ex latitante Matteo Messina Denaro, si sono aperte le porte del carcere duro. Per lui, infatti, è stato disposto il 41bis. In una vecchia intervista a chi gli chiedeva se la mafia esiste o meno, rispondeva così: “Cos’è una marca di formaggio?”. Oggi Parrino risulta imputato nel maxi-processo milanese Hydra che ha scoperchiato contatti e affari di un sistema mafioso composto da soggetti di vertici di Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra romana. E a differenza di 77 imputati, per i quali la Procura ha chiesto 570 anni di condanne, non ha scelto il rito abbreviato e dunque si trova ancora nel limbo dell’udienza preliminare. Il 25 gennaio scorso, il boss, che per decenni ha eletto come suo centro di potere il comune di Abbiategrasso a sud di Milano, è stato arrestato fuori dall’ospedale di Magenta e portato nel carcere di Ancona, sezione alta sicurezza. Una misura restrittiva già pesante che però, stando alle ultime indagini della Procura trasmesse al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), non è servita a tagliare i rapporti diretti con esponenti di Cosa nostra. Secondo le note del Dap e i riscontri dei magistrati, infatti, Parrino “comandava” ancora nel carcere di Ancona, grazie ai suoi uomini. Per questo l’11 novembre e cioè il giorno stesso dell’inizio della requisitoria finale dei pm Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, è stato trasferito nel carcere di massima sicurezza di Spoleto e qui messo in regime di 41 bis. Dirà lo stesso pm della Direzione distrettuale antimafia di Milano Alessandra Cerreti: “Parrino lo abbiamo catturato dopo tre giorni di latitanza, mentre andava in un ospedale a far finta di essere malato. Lo stesso Parrino, che sulla base delle risultanze di questo procedimento, due giorni fa in data 11 novembre è stato sottoposto a regime detentivo di cui l’Art. 41 bis, perché evidentemente anche l’Autorità amministrativa ha ritenuto fondate le risultanze emerse da questo procedimento”. Insomma, un ulteriore conferma della pericolosità del boss che “ha i rapporti di parentela attraverso la moglie con l’ex latitante Matteo Messina Denaro e Messina Antonio”. E che nell’inchiesta Hydra, secondo i pm, mostra tutto il suo potere intervenendo in una lite tra Gioacchino Amico, rappresentante degli interessi anche della camorra romana e di Cosa nostra, e la famiglia Pace, legata al mandamento di Trapani. In un’intercettazione, riportata in requisitoria dal pm Cerreti, si legge: “Errante Parrino stamattina mi ha detto: ‘Dice, intervenite, andatelo a prendere, me lo porti qua, ci dici che si viene a prendere il caffè, me lo porti qua a Cicciobello”, soprannome di Amico. Per decenni, lo zio Paolo ha tessuto i suoi affari in piena libertà, arrivato sulle sponde del Naviglio che lambisce il comune di Abbiategrasso dopo una prima condanna per i rapporti con Cosa nostra. E qui nella tranquillità dell’hinterland, anche grazie alla connivenze della politica locale e di certa parte della società civile, ha vissuto indisturbato divenendo così il punto di riferimento dell’ala mafiosa di Matteo Messina Denaro. Ancora nel 2009, con Parrino specchiato cittadino, il Nucleo investigativo dei carabinieri di via Moscova in una nota sulla presenza della criminalità organizzata nel Milanese scriveva: “Ad Abbiategrasso è residente Paolo Errante Parrino facente parte in passato di una cosca mafiosa, reato per il quale ha già scontato vari anni di carcere. Parino è sposato con Antonina Bosco, la quale ha in gestione il bar sala giochi Las Vegas frequentato assiduamente da pregiudicati, tanto che nel 2005 veniva notificato l’ordine di sospensione per 30 giorni”. In quell’anno, 2009, il boss si occupava di aiutare la moglie nella gestione del bar. In realtà quel bar, emerge dagli atti di Hydra, altro non era che il suo ufficio in cui incontrare, ad esempio, i politici locali. Mentre in un capannone non lontano dal Las Vegas, i carabinieri del Nucleo investigativo nell’ambito dell’indagine Hydra hanno filmato summit di mafia tra Parrino e i vertici del Consorzio mafioso. Da allora molto è passato e oggi lo zio Paolo sta al 41 bis. L'articolo “In carcere continuava a comandare”, il boss di Cosa nostra in Lombardia Errante Parrino al 41 bis proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Affari e politica, le mani della ‘Ndrangheta in Emilia”: definitiva la condanna del boss Francesco Grande Aracri
Con la sentenza n. 945 depositata in questi giorni, la Corte di Cassazione mette la parola fine al processo Grimilde e all’egemonia mafiosa della cosca Grande Aracri trapiantata nel paese di Brescello sulle rive del Po. La Corte Suprema presieduta da Rosa Pezzullo ha dichiarato inammissibile il ricorso dei legali di Francesco Grande Aracri, condannato in primo grado a 19 anni e 6 mesi, con pena inasprita a 24 anni dalla Corte d’Appello di Bologna nel 2024. È il più anziano tra i tanti fratelli e sorelle, residente nel comune di Peppone e don Camillo già dal lontano 1988. Ma Francesco non era semplicemente un membro della cosca: “Era il vertice massimo”, sostenne la pm Beatrice Ronchi della Dda di Bologna durante il processo. Guidava la cosca al nord: era l’altra faccia autorevole della famiglia, mentre il boss Nicolino giù a Cutro controllava, prima di finire all’ergastolo, le attività di una delle più potenti organizzazioni di ‘ndrangheta infiltrate nei mercati economici, capace di tessere relazioni per la gestione di affari criminali in mezza Europa. Nel censurare i motivi del ricorso presentato dagli avvocati difensori, la Corte ha richiamato nella sentenza la differenza esistente tra la semplice associazione a delinquere e quella di stampo mafioso, con la seconda che ribalta il rapporto tra “i mezzi e i fini” delle azioni illecite. Per i comuni criminali la realizzazione dei delitti è lo scopo della associazione; per i mafiosi invece l’attività delinquenziale è solo un insieme di azioni che consentono di perseguire “un obiettivo diverso e più ampio” che si configura nel “controllo stabile di un segmento della vita sociale” attraverso il quale garantirsi poi “l’arricchimento parassitario”. All’associazione mafiosa si aderisce quindi non necessariamente per commettere azioni illecite ma anche solo “per partecipare alla suddivisione dei profitti o per realizzare una duratura supremazia territoriale su ogni genere di attività”. L’organizzazione mafiosa raggiunge i propri obiettivi, che astrattamente possono essere anche leciti, come ottenere appalti o condizionare i mercati di un territorio, “avvalendosi della forza d’intimidazione del vincolo associativo” e dei conseguenti “assoggettamento e omertà” che ne derivano. Ebbene, dice la Corte di Cassazione, nella sentenza d’Appello veniva documentata, grazie ad “un imponente quadro probatorio”, l’esistenza del sodalizio mafioso in Emilia, già accertata nei processi Edilpiovra e Aemilia, con il ruolo apicale di Francesco Grande Aracri a partire dal 2001. Attraverso le società affidate a prestanome o a famigliari, ma a lui riconducibili, Francesco aveva incuneato la propria famiglia nel “tessuto socio-politico-economico del territorio emiliano e in particolare nel Comune di Brescello” tanto da determinare lo scioglimento del Consiglio Comunale nel 2015 per infiltrazioni mafiose. Aveva ottimi rapporti con il sindaco Marcello Coffrini e con il padre Ermes (a sua volta sindaco in anni precedenti), che era stato anche suo legale in contenziosi riguardanti immobili. Gestiva società, come la Eurogrande Costruzioni srl, che ricevevano appalti e lavori dalla amministrazione comunale. Aveva ottenuto una variante edilizia “ad hoc” per la realizzazione del quartiere soprannominato Cutrello. Si era infilato nei ricchi appalti per la costruzione di immobili a Reggiolo e Sorbolo, scambiando corrispettivi gonfiati con i subappaltatori per ripulire denaro. Aveva sfruttato società cartiere e falsa fatturazione secondo il tipico modus operandi della ‘ndrangheta emiliana. Era stato uno dei protagonisti dell’acquisto della grande discoteca Italghisa alle porte di Reggio Emilia, “divenuta simbolo del potere mafioso dei Grande Aracri nel territorio”; luogo dove la sera ballavano centinaia di giovani della città e di giorno “spesso i sodali si riunivano” per trattare i loro loschi affari. Aveva educato in senso mafioso i figli Salvatore e Rosita, condannata di recente a 7 anni e 2 mesi per appartenenza al sodalizio. A fronte di tutti questi elementi, e di tanti altri elencati dalla Corte di Cassazione, la difesa di Francesco Grande Aracri si è limitata, nel suo ricorso, a “reiterare censure già analiticamente vagliate dalla Corte di Bologna, offrendo argomenti manifestamente infondati o genericamente formulati”. Il fratello anziano di Nicolino, diceva già la sentenza d’Appello, è dunque “uno ndranghetista moderno, teso a operare con modalità più morbide, sofisticate e insidiose… come la falsa fatturazione. Cauto e prudente nelle frequentazioni, attento a non sovraesporsi”. Assieme alla faccia buona sapeva però mostrare (o non riusciva a trattenere) anche quella cattiva, come documentato nel docufilm “Aemilia 220”, trasmesso da Rai 2 lo scorso 23 maggio. Mentre viene ripreso al di là della cancellata della sua azienda a Brescello, Francesco Grande Aracri impugna un’ascia di cantiere e minaccia il tecnico dell’emittente locale Telereggio che invece impugna solamente la telecamera. Lo scambio di battute in quei pochi secondi è essenziale ed eloquente: “Chi sei tu?! Dimmi chi sei!”. “Telereggio”. “E va ‘ffan culo Telereggio!! Vai via!!!” L'articolo “Affari e politica, le mani della ‘Ndrangheta in Emilia”: definitiva la condanna del boss Francesco Grande Aracri proviene da Il Fatto Quotidiano.
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