“U n sibilo fortissimo, simile a una pentola a pressione gigante”. L’incidente
di Seveso si annuncia così nel racconto di un residente, Alberto Colombo, che
quel 10 luglio del 1976 ha 15 anni. Intervistato in un episodio del giugno 2021
di Ossi di Seppia, ha ricostruito quanto accaduto quella calda mattina a Seveso,
Meda, Cesano Maderno e Desio. Sono le 12 e 37, è sabato. Visto che non siamo in
un giorno feriale, è impossibile valutare precisamente quanto questo particolare
abbia attenuato gli effetti di quella che oggi è nota come la Chernobyl
d’Italia. L’ICMESA è una fabbrica di Meda, un comune in provincia di Monza e
Brianza (all’epoca provincia di Milano). Le residenti e i residenti del
territorio la chiamano “la fabbrica dei profumi”, a causa delle emissioni
odorigene della sua produzione. All’ICMESA, infatti, si fa il triclorofenolo,
una sostanza utilizzata come base per la produzione di diserbanti e cosmetici.
Quella mattina la temperatura interna del reattore A101 nel reparto B dello
stabilimento sale improvvisamente e raggiunge i 250°C. La causa è un’avaria nel
sistema di controllo che innesca una reazione esotermica incontrollata (un
cosiddetto runaway) proprio durante la fase di idrolisi alcalina del
tetraclorobenzene, il processo necessario per ottenere il triclorofenato di
sodio. Il calore genera una sovrapressione anomala: quando la spinta interna
raggiunge le 4 atmosfere, il disco di rottura della valvola di sicurezza cede di
schianto.
> Dopo due o tre giorni gli animali nelle zone attorno alla fabbrica cominciano
> a morire. Il sindaco di Seveso si trova costretto a chiedere alla popolazione
> di non mangiare i prodotti dell’orto.
Si libera una nube bassa e giallastra, profuma vagamente di cloro o di sapone.
Contiene 3.000 chili di sostanze tossiche: soda caustica, glicol etilenico ma,
soprattutto, una quantità mai esattamente determinata, stimata tra pochi
ettogrammi e circa 30 kg, di diossina TCDD. La TCDD
(2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina) è un composto organico policiclico
aromatico e alogenato. La sua struttura molecolare è formata da due anelli
benzenici uniti tra loro da un anello centrale con due atomi di ossigeno (un
nucleo dibenzo-p-diossina), in cui quattro atomi di idrogeno sono stati
sostituiti da altrettanti atomi di cloro. È un sottoprodotto involontario delle
produzioni chimiche, molto tossico, uno dei più stabili e persistenti mai
prodotti dall’uomo.
Spinta da un vento di 5 metri al secondo, la nube non ricade entro il perimetro
dell’ICMESA, ma viene trascinato verso sud-est, disegnando una scia di
contaminazione che avvolge centri abitati e campagne distendendosi su 1.810
ettari di territorio. Chi è per strada avverte fastidio alla pelle; gli occhi
bruciano. La fabbrica però tace. Le autorità restano ferme, aspettano di capire
cosa sia successo, si fidano delle rassicurazioni. Nel frattempo le foglie degli
alberi avvizziscono. Dopo due o tre giorni cominciano a morire gli animali:
uccelli, conigli, polli. All’improvviso si accasciano e muoiono. Intorno alla
fabbrica la mortalità degli animali domestici o di allevamento è del 100%. Il
sindaco di Seveso, su indicazione dell’ufficiale sanitario locale, dice alla
popolazione di non mangiare i prodotti dell’orto. Non possiamo sapere quando i
dirigenti della Givaudan, la società svizzera controllata del gruppo
proprietario dell’ICMESA, abbiano capito che si trattava di diossina. Sappiamo
che hanno aspettato circa una settimana per comunicarlo pubblicamente.
> Ad agosto, le autorità decidono di avallare l’aborto terapeutico per le donne
> della zona contaminata. Una decisione presa nell’incertezza più totale, che
> scatena uno scontro pubblico e che contribuirà ad accelerare l’iter che
> porterà, nel 1978, all’approvazione della legge 194.
In brevissimo tempo si diffonde il panico e si susseguono gli interventi da
parte delle istituzioni. Il territorio viene frammentato in tre zone a
contaminazione decrescente: A, B e R. La Zona A, l’epicentro del disastro, viene
completamente svuotata: tra il 26 luglio e il 2 agosto 736 residenti vengono
evacuati forzatamente, costretti ad abbandonare le proprie case poi destinate
alla demolizione. Nelle zone B e R scattano forti restrizioni come il divieto di
toccare la terra, mangiare ortaggi o allevare animali.
Le autorità consigliano di evitare gravidanze per il timore di malformazioni.
Non si sa quali potrebbero essere gli effetti sui feti, la letteratura
scientifica sulla diossina è ancora troppo scarsa per dirlo con certezza, ma il
panico spinge le donne del territorio a considerare l’aborto, che in Italia è
ancora illegale. L’unico precedente giuridico è una sentenza della Corte
costituzionale del 1975, che ha depenalizzato l’aborto terapeutico solo per
tutelare la salute della madre, non per il rischio di malformazioni del feto. Ad
agosto, però, il ministro della Sanità Luciano Dal Falco e quello della
Giustizia Francesco Paolo Bonifacio, con il consenso del presidente del
Consiglio Giulio Andreotti, danno pubblicamente il proprio benestare per
l’aborto terapeutico per le donne della zona contaminata. L’interpretazione che
lo rende possibile è un’estensione della nozione di “terapeutico” per la quale I
medici valutano che il gravissimo stress psichico e l’angoscia delle donne
esposte alla diossina minacciano direttamente la loro salute mentale. È una
decisione presa nell’incertezza più totale e scatena un durissimo scontro
pubblico: c’è chi, come il giornalista Nicola de Feo su La Stampa, arriva a
proporre di rendere l’aborto obbligatorio per le donne esposte, e chi, dal
fronte cattolico, si mobilita contro quella che vede come una
strumentalizzazione del disastro. Sulla questione interviene anche papa Paolo
VI, che condanna la scelta in qualsiasi circostanza. È proprio quel confronto
acceso a far accelerare l’iter che porterà, nel 1978, all’approvazione della
legge 194.
> Seveso ha cambiato il modo in cui gestiamo i disastri ambientali, la nostra
> concezione di sicurezza, informazione e prevenzione. Ha lasciato una nuova
> consapevolezza delle interazioni tra esseri umani e il loro ambiente.
L’incidente e tutte le sue implicazioni hanno una rilevanza mediatica enorme:
Seveso diventa il simbolo mondiale di un progresso irresponsabile che ha messo
in pericolo la vita di decine di migliaia di persone. La TCDD è infatti
considerata uno dei veleni più potenti mai sintetizzati: nelle cavie sottoposte
a esperimenti come ratti e conigli anche solo quantità infinitesimali sono
risultate letali. Lo stesso non vale per gli esseri umani, anche se nel 1976
questo non si sapeva.
L’eredità dell’incidente è ampia e la ritroviamo in diversi ambiti. Seveso ha
cambiato il modo in cui gestiamo i disastri ambientali, la nostra concezione di
sicurezza, informazione e prevenzione. Ha lasciato una nuova consapevolezza
delle interazioni tra esseri umani e il loro ambiente. Da Seveso derivano tre
direttive europee, che ne portano il nome, su rischi e disastri ambientali.
Prima del 1976 in Italia e in gran parte d’Europa non esisteva un sistema che
obbligasse le aziende chimiche a valutare preventivamente il rischio dei propri
impianti: l’ICMESA produceva triclorofenolo senza che nessuna autorità avesse
mai imposto un piano di emergenza, né informato la popolazione su cosa si
lavorasse a pochi metri dalle loro case.
La prima direttiva Seveso, approvata nel 1982, introduce l’obbligo per le
aziende che superano determinate soglie di sostanze pericolose di redigere
un’analisi di rischio e un piano di emergenza e impone alle autorità locali di
informare preventivamente i cittadini residenti vicino agli impianti a rischio.
Le due direttive successive, Seveso II nel 1996 e Seveso III nel 2012, allargano
e affinano questo impianto, aggiungendo l’obbligo di ispezioni periodiche e
rendendo più stringenti i criteri di classificazione delle sostanze pericolose.
La prospettiva è completamente ribaltata. La fabbrica non deve più limitarsi a
riconoscere le proprie responsabilità una volta avvenuto il disastro ma deve
dimostrare di sapere come comportarsi in caso avvenga. Grazie a quello che è
accaduto a Seveso, oggi in Europa migliaia gli stabilimenti sono classificati “a
rischio di incidente rilevante” secondo questa normativa e ognuno di essi, dalle
raffinerie ai depositi di gas, ha un piano di emergenza.
Non c’è però solo il contributo normativo. L’incidente del 1976 ha lasciato al
territorio un trauma e un parco, il Bosco delle querce, che riposa sulla Zona A.
E ha segnato un punto di svolta per la tossicologia, rendendo quelle città della
Brianza un laboratorio globale e un pilastro della moderna medicina di comunità.
Nel luglio del 1976 Paolo Mocarelli è un giovane primario del servizio di
Medicina di laboratorio dell’Ospedale di Desio (diverrà poi professore ordinario
di biochimica clinica dell’Università di Milano-Bicocca). È lui a coordinare le
operazioni di monitoraggio biochimico, con esami della popolazione che
cominciano il 26 luglio in un’aula requisita di una scuola a via De Gasperi.
Quel primo giorno effettuano 250 prelievi di sangue, in quelli successivi
diverse migliaia. Nel 1976 non esistono spettrometri di massa abbastanza
sensibili da misurare quantità così piccole di diossina nel sangue. Nessun
laboratorio al mondo può farlo. “Mi sono detto ‘Prima o poi si potrà’”, mi
racconta, “e ho deciso di conservare i campioni”. La mobilitazione è febbrile:
“Il personale dei vari reparti ha collaborato al lavoro di campionamento.
C’erano migliaia di provette da archiviare ed etichettare. Lavorammo giorno e
notte, tutti insieme”.
In Italia Seveso è uno spartiacque anche per l’informatizzazione della medicina.
Per gestire la mole immensa di dati (un milione di esami e 30.000 campioni da
etichettare) Mocarelli aveva bisogno di un sistema per rintracciare ogni singola
provetta. “A Desio era in corso un progetto regionale per il nuovo prontuario
ospedaliero di farmaci. C’era un calcolatore da ricerca. Le attività si erano
appena concluse”. In quel luglio 1976 il primario recupera un minicomputer
PDP-11/45 Digital e utilizza il personale di quel progetto per gestire gli esami
di laboratorio. Questo è il primo passo del percorso che trasformerà quello di
Desio nel primo ospedale totalmente informatizzato d’Italia. “Il laboratorio di
Desio è stato poi collegato direttamente ai reparti e ai primi 50 medici di
famiglia. Siamo stati i primi a mandare i risultati degli esami al cellulare dei
pazienti”, rivendica Mocarelli. Il successo del modello informativo di Desio
influenzò la stesura della riforma sanitaria del 1978. Nello specifico, il capo
III, articolo 27 della legge 833 (relativo agli “Strumenti informativi”) impose
per la prima volta la creazione di sistemi informativi sanitari computerizzati,
recependo l’avanguardia tecnologica sperimentata durante il disastro.
> Seveso non ha segnato solo un punto di svolta normativa, è stato uno
> spartiacque anche per lo studio della tossicologia e l’informatizzazione della
> medicina.
“Il monitoraggio è durato anni, facendo prelievi periodici e raccolta delle
urine. Monitoravamo i bambini ogni sei mesi, le donne gravide ogni tre”,
racconta. In tutto viene effettuato circa un milione di esami. I 30.000 campioni
di sangue prelevato a cittadine e cittadini, bambine e bambini di Seveso vengono
congelati a ‒20°C, aspettando un futuro in cui la tecnologia sarebbe stata in
grado di leggerli. Il tempo passa. “Ad agosto avemmo la prima sorpresa positiva,
che ci tranquillizzò. Ci rendemmo conto che l’epatotossicità riscontrata nei
ratti non c’era nelle persone, nemmeno nei bambini segnati dalle ustioni legate
alla pioggia di soda caustica che si liberò dalla nuvola”. A settembre la pelle
di bambine e bambini si copre di bolle: è la cloracne, una patologia
dermatologica caratterizzata da un’eruzione cutanea molto visibile associata
proprio all’esposizione alla diossina. “Ci preoccupammo perché era comparsa
anche se gli esami del sangue, del fegato, del midollo osseo e delle urine erano
normali. Col tempo, guarì da sola. I nostri dati mostravano che la diossina non
era epatotossica per gli umani”.
Nel 1976 la guerra del Vietnam è finita da un anno. Il 2 luglio, una settimana
prima che l’ICMESA vomitasse la sua nube tossica su Meda, Desio, Seveso e Cesano
Maderno, il Paese viene riunificato nella Repubblica socialista del Vietnam.
Negli Stati Uniti, però, chi è tornato da quel conflitto sta facendo i conti con
le conseguenze dell’utilizzo del devastante Agente arancio, sparso sulle foreste
in cui la popolazione si riparava dall’esercito statunitense e da cui sferrava
gli attacchi coordinati che gli avevano garantito la vittoria. In Vietnam il
defoliante ha ucciso o reso disabili 400.000 persone e creato problemi di salute
a due milioni. Secondo la Croce Rossa vietnamita, l’Agente arancio ha comportato
la nascita di 500.000 bambini con malformazioni.
È un dato che da decenni alimenta uno dei dibattiti scientifici più aspri legati
alla diossina, e che merita di essere trattato con cautela. Le revisioni
periodiche del National Academies of Sciences statunitense, il riferimento più
autorevole sul tema, riconoscono un nesso solo con due specifiche malformazioni:
la spina bifida e l’anencefalia, un difetto nella formazione del cranio e del
cervello. Per tutte le altre malformazioni denunciate in Vietnam, il comitato
scientifico ha più volte concluso che le prove non sono sufficienti a stabilire
un rapporto di causa-effetto, anche perché gran parte degli studi vietnamiti
citati a sostegno di un nesso più ampio non sono mai stati sottoposti a
revisione paritaria.
> Gli studi epidemiologici condotti negli anni successivi al disastro di Seveso
> non hanno rilevato alcun aumento delle malformazioni neonatali rispetto alla
> popolazione di controllo, nemmeno nella zona a contaminazione più alta.
Non mancano però voci di segno opposto: una metanalisi che ha messo insieme 22
studi, comprese fonti vietnamite inedite, ha calcolato che le madri esposte
all’Agente arancio avevano il doppio delle probabilità di avere figli con
malformazioni rispetto a quelle non esposte, un risultato che ha però scatenato
critiche feroci da parte di altri tossicologi, secondo cui lo studio si
appoggiava su pubblicazioni datate e mai verificate da pari. È un nodo che la
scienza non è ancora riuscita a sciogliere del tutto, complicato dalla
difficoltà di misurare con precisione l’esposizione individuale a distanza di
decenni. Su Seveso, invece, il quadro è più chiaro: gli studi epidemiologici
condotti negli anni successivi al disastro, basati su un registro ad hoc delle
nascite nell’area contaminata, non hanno rilevato alcun aumento delle
malformazioni neonatali rispetto alla popolazione di controllo, nemmeno nella
zona a contaminazione più alta.
Nel 1987, ad Atlanta, c’è la svolta che unisce quanto accaduto a Seveso e gli
effetti dell’utilizzo dell’Agente arancio in Vietnam. Per rispondere alle
pressioni dei veterani, il Center for disease control (CDC) affina la tecnologia
della spettrometria di massa ad alta risoluzione. Adesso è possibile misurare
tracce infinitesimali di TCDD in pochi millimetri di siero. “Quando l’Istituto
superiore di sanità lesse lo studio del CDC ci chiese se avevamo conservato i
campioni. Li avevamo: è nato un progetto scientifico che ha cambiato
radicalmente lo scenario in tutto il mondo”, racconta Mocarelli. I primi dati
sono sconcertanti: nel sangue della popolazione di Seveso c’è la concentrazione
di diossina più alta mai registrata in un essere umano.
“A Seveso, ribadisce Mocarelli, di diossina non è morto nessuno. Questo non vuol
dire che non ci siano state conseguenze”. Il veleno, come racconta il medico, ha
agito come un potente interferente endocrino, alterando molti meccanismi
ormonali nelle persone che erano state esposte. Mocarelli e il suo team le
controllano per decenni e questo li rende in grado di scoprire effetti profondi
sulla salute riproduttiva. Alcuni degli adulti che, al momento del disastro,
erano bambini (0-9 anni), hanno sviluppato una significativa riduzione della
quantità e della motilità spermatica. “I figli delle donne esposte, continua,
anche se concepiti anni dopo, mostravano la stessa riduzione della qualità
spermatica”. Quelli che il 10 luglio del 1976 erano adolescenti (10-18 anni),
invece, hanno mostrato un aumento degli spermatozoi e della loro motilità. Non
hanno invece avuto effetti le persone esposte quando il sistema riproduttivo era
già formato. La scoperta più sbalorditiva, pubblicata poi su The Lancet, è la
dimostrazione che l’esposizione del padre a un inquinante può influenzare il
sesso dei figli. “I padri con alte concentrazioni di TCDD nel sangue hanno
generato significativamente più figlie femmine rispetto al numero di figli
maschi”. Con Seveso e con Mocarelli si ha una delle prime prove scientifiche del
fatto che l’ambiente può determinare il destino biologico delle generazioni.
> Negli anni Ottanta, Paolo Mocarelli e il suo team scoprirono che nel sangue
> della popolazione di Seveso c’era la concentrazione di diossina più alta mai
> registrata in un essere umano, e che l’esposizione a essa aveva serie
> ripercussioni sulla salute riproduttiva.
La diossina ha avuto anche altri effetti a lungo termine: “Gli studi del
professor Pier Alberto Bertazzi hanno dimostrato un incremento di decessi per
tumori del tessuto linfoemopoietico, come leucemie e linfomi, e un aumento del
rischio di cancro al seno nelle donne”. Nell’area c’è stato anche un eccesso di
malattie cardiovascolari e respiratorie croniche registrato soprattutto nella
Zona A. Senza quell’esposizione, è probabile che alcune di quelle persone non si
sarebbero mai ammalate.
Il monitoraggio costante e l’analisi dei dati hanno trasformato quel disastro in
uno strumento per la tutela della salute pubblica e della fiducia tra scienza e
cittadini unico al mondo. Le 30.000 provette congelate per anni hanno dato un
contributo inestimabile all’avanzata del sapere scientifico mondiale. Il dottor
Mocarelli ci tiene a sottolinearlo: “Personalmente rivolgo ancora i miei
ringraziamenti all’ospedale di Desio, ai miei collaboratori che si sono
impegnati e soprattutto alla popolazione che si è sottoposta ai controlli. Tutti
dovremmo ringraziarli. Se non avessero continuato con le analisi, in tutti
quegli anni, non avremmo saputo tante cose sugli effetti della diossina. Tutti
insieme abbiamo scritto una tappa importante della medicina di comunità in
Italia”.
L'articolo Seveso, l’apocalisse in due tempi proviene da Il Tascabile.
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B atte le mani, ruota la testa, si guarda intorno; arriccia il naso in una
smorfia, poi sorride di sorpresa. Sta a pancia in giù su una sedia alta quanto
lui, gambe e braccia penzoloni, sospeso da terra come se volasse. Chiunque
osservi un bambino alle prese con le sue prime esplorazioni, il suo confrontarsi
con l’altezza, l’equilibrio, la permanenza degli oggetti, ha l’opportunità di
osservare, in tempo reale, come conoscenza, percezione e sviluppo di sé prendano
forma attraverso il movimento e l’interazione attiva con il mondo circostante.
Una conoscenza che si costruisce attraverso i sensi, ma anche grazie a schemi
percettivi già in dotazione. Quanto sia appreso e quanto innato è una domanda
alla quale scienziati e filosofi cercano di rispondere fin dall’epoca classica.
A dire il vero, come fa notare il neuroscienziato Giorgio Vallortigara in un suo
celebre libro, Il pulcino di Kant (2023), bisognerebbe usare il termine “innato”
con cautela poiché scientificamente opaco. Dovremmo, piuttosto, riferirci a
tratti non appresi e indipendenti dall’esperienza, i quali, come osservato in
diversi esperimenti pionieristici condotti sia da lui sia da colleghi etologi e
neuroscienziati, si ritrovano non solo nei piccoli di Homo sapiens, ma in
numerosi altri animali come, per esempio, gli uccelli, nonostante il nostro
antenato comune risalga a circa trecento milioni di anni fa. Il fatto che i
pulcini, così come i neonati, reagiscano spontaneamente già alla nascita a ciò
che rimandi ai tratti distintivi di un volto, come tre punti disposti a
triangolo rovesciato, indica come vi siano alcuni pattern ai quali il cervello
sembra naturalmente predisposto a rispondere. Una situazione simile la si
osserva con i corpi in movimento, oppure con la percezione che un corpo solido
occupi uno spazio finito ed esclusivo. D’altra parte, esiste un periodo critico
durante il quale tale programma, determinato dall’evoluzione e già presente, si
integra e viene alimentato, per così dire, dagli stimoli sensoriali consentendo
di raggiungere un pieno sviluppo.
> La tradizionale separazione tra mente e cervello, così come la divisione tra
> innato e appreso, non sono che semplificazioni fittizie e desuete con cui un
> certo racconto di come siamo fatti è stato tramandato a livello popolare. La
> realtà è molto più complessa.
Ed ecco dove i nostri sensi e il loro ruolo nella nostra conoscenza del mondo
diventano tanto importanti quanto portatori di inganni, poiché è attraverso essi
che facciamo esperienza della realtà, ma ci restituiscono una percezione che è
tutto fuorché oggettiva.
Breve storia del sesto senso
Su percezione e conoscenza c’è un punto cruciale che solo negli ultimi anni ha
iniziato a uscire dai laboratori di ricerca entrando nel senso comune: la
tradizionale separazione tra mente e cervello, così come la già accennata
divisione tra innato e appreso, non sono che semplificazioni fittizie e desuete
con cui un certo racconto di come siamo fatti è stato tramandato a livello
popolare. La realtà è molto più complessa, ma, soprattutto, gli studi degli
ultimi anni ci portano a considerare lo sviluppo e l’evoluzione del cervello
umano e delle sue percezioni come un continuum nel quale il sistema motorio e
quello sensoriale non si sono sviluppati come binari paralleli, ma interagendo
attivamente. Il pensiero, insomma, per quanto non sappiamo ancora esattamente
come origini e, in un certo senso, come descriverlo, emergerebbe grazie anche ad
attività concrete come il movimento e proprio grazie al fatto che abbiamo un
corpo, fisico e sensibile.
La capacità di percepire il proprio corpo come qualcosa di separato dal resto,
la sensazione di agire e essere, per così dire, padroni dei propri movimenti,
sentire i propri arti nello spazio e in movimento sono fondamentali nella
costruzione del senso di sé. Queste funzioni fanno capo al senso della
propriocezione e a un gruppo di altre sensorialità chiamate vestibolare,
oculomotoria e somatosensoriale. Sono i sensi nascosti che, inconsciamente e
senza rendercene conto, ci consentono di navigare il mondo. E furono
inizialmente descritti nel loro insieme come un sesto senso. Nell’immaginario
popolare si definisce “sesto senso” il guizzo intuitivo e la certezza
impalpabile di sapere come andrà a finire qualcosa, una storia, un accadimento.
Intorno a questo concetto sono nati romanzi e film, basati sull’idea che la
nostra mente abbia il potere di percepire ciò che non riusciamo a conoscere
coscientemente. E c’è del vero, ma non ha a che fare con fantomatici poteri
paranormali, bensì molto più concretamente con il modo in cui il nostro corpo si
muove e percepisce sé stesso, oltre alla sua capacità di fare previsioni sulla
realtà in base alle esperienze sensoriali pregresse.
> La capacità di percepire il proprio corpo come qualcosa di separato dal resto,
> la sensazione di agire ed essere padroni dei propri movimenti, sono
> fondamentali nella costruzione del senso di sé.
La discussione su quanti siano i sensi risale all’epoca classica e da Aristotele
in poi rimase più o meno stabile l’idea che i principali fossero cinque: vista e
udito quelli più nobili; olfatto, gusto e tatto quelli più animali. Bisognerà
aspettare il Diciannovesimo secolo e le importanti scoperte anatomiche e
fisiologiche di una serie di scienziati, tra i quali Jan Evangelista Purkyně (e
ci sono neuroni che portano il suo nome) e Alexander Crum-Brown, per scoprire il
sistema vestibolare, nell’orecchio interno, e la sua importanza per il senso
dell’equilibrio e orientamento nello spazio.
Nel 1826 il fisiologo scozzese Charles Bell descrive un sistema di connessioni
nervose tra muscoli e cervello, mentre il neurologo Henry Charlton Bastian
introduce il termine kinestesi per descrivere un senso, ancora poco noto, che
permetterebbe al cervello di percepire il movimento dei muscoli del corpo. Sarà
subito dopo Charles Scott Sherrington a sostituire questo termine con quello di
propriocezione per descrivere la percezione del proprio corpo o di parti di
esso, la sua posizione nello spazio e in relazione agli arti e al loro
movimento. A Sherrington dobbiamo anche il termine sinapsi e la sua prima
descrizione di come due neuroni sono connessi, che gli valse il premio Nobel per
la medicina nel 1932.
Oggi sappiamo come questi sistemi siano gestiti e coordinati da una complessa
rete di strutture cerebrali, molte delle quali sottocorticali e che quindi
agiscono al di sotto della soglia di coscienza. Queste strutture coinvolgono il
già citato sistema vestibolare, la corteccia somatosensoriale e il cervelletto,
un organo alla base della zona occipitale, importante per i processi di
apprendimento motorio e per la memoria, per l’equilibrio, la coordinazione e la
percezione del senso di sé motorio. Si tratta di una struttura evolutivamente
molto conservata che ritroviamo già negli squali e che, secondo le ipotesi di
diversi scienziati, come John Montgomery e David Bodznick, ha avuto un ruolo
saliente nello sviluppo del sè precosciente. A ciò è importante aggiungere come
altri studi recenti abbiano messo in rilievo un ruolo più importante di quanto
si credesse del cervelletto nelle attività sensoriali, cognitive e relazionali e
in condizioni dello spettro autistico.
Multisensorialità
Il sistema propriocettivo, così come quello enterocettivo, che monitora e
permette al sistema nervoso di registrare lo stato fisiologico degli organi
interni (come battito cardiaco, concentrazione di anidride carbonica nel sangue
e così via), aiutano a comprendere perché l’antica classificazione dei cinque
sensi sia durata così a lungo e sia ancora dura da scalfire. La tradizione
aristotelica ci ha abituato a pensare che i sensi siano una finestra sul mondo,
attraverso la quale ci affacciamo e osserviamo la realtà. Una realtà oggettiva
che si può, per l’appunto, guardare e toccare. Viceversa, ciò che sfugge alla
vista – e al suo sguardo cosciente – viene automaticamente relegato alla sfera
dell’effimero e dell’inaffidabile. D’altra parte, quando si tratta di
relazionarci al corpo e alle nostre percezioni interne tutto si fa più incerto,
anche in senso metaforico.
> Tendiamo a descrivere e immaginare i sensi come canali separati, ma la verità
> è che siamo costantemente esposti a un flusso continuo di stimoli sensoriali
> che agiscono all’unisono.
Così, sensi complessi e gestiti principalmente dal sistema nervoso autonomo e da
attività cerebrali che non richiedono azioni volontarie sono rimasti per lungo
tempo poco noti e compresi. Inoltre, trattandosi di sistemi multisensoriali, con
modalità non del tutto separabili, la loro classificazione si è rivelata
particolarmente difficile. E la questione riguarda numerose altre
specializzazioni sensoriali. Tra di esse, un altro esempio importante è
rappresentato dal senso del tatto e sensazioni annesse come dolore, solletico,
formicolio, temperatura. Anche in questo caso, ci troviamo di fronte a sistemi
diffusi e che fanno capo a diversi tipi di recettori, specializzati nella
ricezione di stimoli specifici: pressione, trazione, tocco di diversa intensità,
graffi, carezze, ecc. A proposito del dolore, poi, vi è ancora un certo
dibattito sull’eventualità di considerarlo un senso a sé stante oppure una
sottocategoria del tatto, poiché esistono diversi tipi di recettori per il
dolore, chiamati nocicettori, e sono localizzati sulla pelle, ma anche in molti
altri distretti corporei.
Infine, tendiamo a descrivere e immaginare i sensi come canali separati, ma la
verità è che siamo costantemente esposti a un flusso continuo di stimoli
sensoriali che agiscono all’unisono. Viceversa, ciascun senso opera in concerto
con gli altri sensi e ne è a sua volta influenzato. Ciò che vediamo dipende
anche dal contesto: suoni, rumori, sensazioni fisiche, tattili e olfattive
influenzano e contribuiscono a determinare cosa percepiamo. Si parla, più
precisamente, di crossmodalità, ossia l’interazione dei sensi e come questi si
influenzino reciprocamente.
I sensi si parlano
A detta del neuroscienziato Charles Spense, che si occupa da anni di
crossmodalità, è sorprendente come per molto tempo scienziati specializzati
nello studio di un particolare senso, come la vista o l’udito, non solo non si
siano confrontati sulle reciproche scoperte, ma non ne abbiano nemmeno sentito
l’esigenza. Come racconta in un suo libro divenuto bestseller, Sensehacking
(2020), nel quale spiega come i sensi si influenzino – e ingannino –
reciprocamente, ciò ha comportato un certo rallentamento storico nella ricerca
sui sensi e il loro funzionamento. Una perdita non da poco se pensiamo a quanto,
anche i “sensi base” interagiscano tra loro. Prendiamo, per esempio, il sapore
dei cibi.
> Durante i voli aerei il succo di pomodoro sembra essere venduto e gradito più
> di altre bevande. Non è semplice suggestione, deriva dal fatto che il rumore
> bianco prodotto dall’aereo in volo influisce sulla percezione dei gusti.
Mentre assaporiamo una zuppa o un piatto di spaghetti cotti a puntino, oppure
addentiamo un croccante di noci e cioccolato, quello che sentiamo non è “solo”
gusto, ma l’insieme di almeno tre diversi canali sensoriali: il gusto, l’olfatto
e il tatto. Le papille gustative sulla lingua percepiscono il gusto sapido del
pomodoro, la leggera acidità della salsa, l’amaro del cioccolato e il salato o
dolce con cui il piatto è stato preparato, ma buona parte dell’arricchimento
aromatico proviene dalle molecole odorose. Gli odori sprigionati da cibi e
bevande, raggiungono il naso attraverso il retro della bocca, la via detta,
appunto, retronasale. Motivo per cui quando si è raffreddati o si ha il naso
tappato, oppure si è perso l’olfatto, i cibi sembrano avere meno sapore.
Inoltre, le sensazioni tattili, la consistenza e la texture dei cibi così come
temperatura, eventuale piccantezza e frizzicori, arricchiscono ulteriormente e,
anzi, ne influenzano enormemente l’esperienza finale. Infine, vista e udito ci
mettono lo zampino. Lo si osserva bene, per esempio, in un fenomeno descritto
durante i voli aerei, nei quali il succo di pomodoro sembra essere venduto e
gradito più di altre bevande. Non è semplice suggestione, ma deriva dal fatto
che il rumore bianco prodotto dall’aereo in volo influisce sulla percezione dei
gusti: amaro, dolce e salato vengono percepiti meno intensamente, ragione per
cui spesso diversi cibi in aereo risultano poco gustosi, ma, al contrario, il
gusto umami, cioè la sapidità che caratterizza per esempio pomodoro e
parmigiano, viene esaltato.
In uno studio più recente, pubblicato nel 2025 sul International Journal of
Gastronomy and food Science, Spence e i suoi collaboratori hanno anche osservato
come durante un pasto, un aperitivo alcolico alterasse la percezione proprio
della salsa di pomodoro, facendola risultare più buona. In questo lavoro sono
stati analizzati parametri sensoriali come temperatura e altre caratteristiche
organolettiche e la loro influenza sulla valutazione della salsa di pomodoro. In
generale si è visto che la temperatura, già da sola, modula la percezione: una
salsa calda viene descritta come più saporita, densa e di gusto più intenso
rispetto a una fredda (a parità di preparazione e ingredienti); inoltre, quando
prima dell’assaggio veniva servito ai valutatori un aperitivo alcolico, la salsa
veniva descritta come più fresca, piacevole e di sapore più intenso.
Queste informazioni, oltre ad aprirci lo sguardo su come sensi e cervello
funzionino, offrono importanti applicazioni nell’ambito del design, del
marketing, dell’architettura e della progettazione degli spazi in cui viviamo.
Se è vero che grazie ai sensi ci orientiamo e muoviamo nel mondo, sapere come
essi influenzano la nostra percezione e il nostro senso di benessere ha diversi
riscontri pratici: il bucato profumato appare anche più soffice al tatto;
un’auto con interni in pelle che “sanno” di pellame vero risulta più comoda; una
pietanza assaggiata con un cucchiaio pesante diventa più saporita che mangiata
con una posata leggera, e così via. Le Corbusier, già nel 1923 scriveva in Verso
una architettura: “Queste forme primarie o sottili, morbide e brutali agiscono
fisiologicamente sui sensi (la sfera, il cubo, il cilindro, orizzontali,
verticali, obliquo, ecc.) e li stimolano”.
L’architetto aveva incorporato nella sua teoria estetica la convinzione che gli
esseri umani fossero naturalmente predisposti a determinati stimoli percettivi,
un dato, come già accennato, confermato negli ultimi anni dalle neuroscienze e
dagli studi di neuroestetica. Tuttavia, abbiamo anche visto come proprio tali
sensazioni ci offrano una varietà di percezioni che sono tutto fuorché stabili e
oggettive e ci spingono nuovamente a interrogarci sulle loro implicazioni più
profonde.
Qualcosa, là fuori
Forse, è proprio il primato culturale della vista sugli altri sensi ad aver
generato l’inganno più grande. Seppure nella tradizione filosofica e culturale
le teorie per spiegare la realtà e come percepiamo il mondo siano state
numerose, e correnti come quella di Democrito prima e poi Galeno abbiano più
volte avanzato l’idea che le caratteristiche degli oggetti esterni, come i
colori o i sapori, non siano proprietà degli oggetti, ma il risultato della loro
interazione con i nostri sensi, ciò che ancora oggi spesso prevale è il senso
comune. Esso ci porta a credere che ciò che guardiamo, sentiamo, annusiamo siano
caratteristiche reali del mondo esterno. Tuttavia, le neuroscienze ci dicono
come suoni, colori e odori siano generati nel cervello a partire dalla ricezione
di sensazioni attivate tramite i sensi, che sono però parziali e non
rappresentano la realtà del mondo fisico nella sua interezza. Pensiamo, per
esempio, alla luce ultravioletta che noi non vediamo, ma genera colori visibili
alle api, oppure a numerose molecole come i feromoni, per noi inodori, ma
essenziali per la comunicazione olfattiva di molti altri animali. Si trova una
trattazione esaustiva di questo argomento nel libro Qualcosa là fuori. Come il
cervello crea la realtà (2011) dello storico della scienza Enrico Bellone, il
quale indagò a fondo la questione della conoscenza e dei sensi in chiave
evoluzionista. È con questa lente che diventa più facile, comprendere anche i
risultati dei già citati lavori di Vallortigara, le teorie sulla mente descritte
da neuroscienziati come Antonio Damasio, e farsi un’idea di come ciò che
consideriamo “conoscenza” è spesso un artificio con cui cervello e corpo
organizzano le informazioni utili per muoversi nel mondo – e che hanno permesso
alla specie di sopravvivere.
> Gli studi sulla crossmodalità e le interazioni tra i sensi, ci mostrano come
> il contesto, le aspettative e il significato culturale che attribuiamo alle
> esperienze influenzano come queste verranno percepite.
Se poi ci spostiamo a un livello più filosofico, è importante ricordare come,
d’altra parte, la stessa indagine scientifica sia un costrutto culturale, a sua
volta influenzato dal contesto, per così dire, percettivo nel quale si è
formato. Ne è un esempio, per usare le parole delle storiche dei sensi Costance
Classen e Lissa Roberts, il “visualismo scientifico” con il quale soprattutto
dal Diciannovesimo secolo in poi si è iniziato a rappresentare e costruire la
narrazione delle scoperte scientifiche. Gli studi sulla crossmodalità e le
interazioni tra i sensi, ci mostrano come il contesto, le aspettative e il
significato culturale che attribuiamo alle esperienze influenzano come queste
verranno percepite. Un odore caprino, può generare piacere o disgusto a seconda
del contesto in cui viene percepito e se è associato a un formaggio o a un
calzino. Volendo muoverci su un terreno meno prosaico, possiamo considerare come
i sensi ci facciano percepire una porzione di realtà alla quale poi cerchiamo di
dare un significato, ed è quest’ultimo che poi spesso ci motiva e ci spinge a
vivere. Qualcuno, là fuori, l’ha chiamata evoluzione.
L'articolo Corpi sensibili proviene da Il Tascabile.
P roviamo a immaginare questa scena: siamo nello studio di un ambulatorio
ospedaliero di medicina interna. Il monitor è acceso da qualche minuto. La
cartella clinica digitale è completa: anamnesi, esami ematochimici, imaging, una
serie di indicatori sintetizzati in grafici che scorrono ordinati sulla destra
dello schermo. In basso, evidenziata in un riquadro discreto ma visivamente
centrale, compare una raccomandazione: probabilità di beneficio elevata, rischio
accettabile, consigliato l’avvio di una terapia anticoagulante in un paziente
con fibrillazione atriale e profilo di rischio tromboembolico significativo. Il
medico legge, rilegge, poi alza lo sguardo verso il paziente seduto di fronte a
lui. La decisione, almeno formalmente, spetta ancora a lui.
Non c’è nulla di coercitivo in quel suggerimento. Nessun allarme rosso, nessun
obbligo esplicito. Eppure, il peso che esercita è tangibile. Non perché imponga
una scelta, ma perché la rende asimmetrica: accoglierla significa seguire una
traiettoria già validata, statisticamente fondata, condivisa da
un’infrastruttura che promette affidabilità; discostarsene richiede invece una
giustificazione ulteriore, una deviazione consapevole che dovrà essere spiegata,
forse difesa. In questo scarto silenzioso prende forma una nuova condizione
della decisione clinica contemporanea: un atto che resta umano nella sua firma
finale, ma che viene preparato, orientato e in parte anticipato da sistemi
tecnologici sempre più pervasivi, come accade nei sistemi di supporto alle
decisioni cliniche (CDSS, Clinical Decision Support Systems), software che
analizzano dati sanitari e suggeriscono possibili decisioni terapeutiche,
affiancando il giudizio clinico senza sostituirlo.
> Studi clinici hanno mostrato che modelli di deep learning possono raggiungere
> prestazioni comparabili o superiori a quelle degli specialisti
> nell’identificazione di patologie come tumori cutanei o lesioni radiologiche
> complesse.
Scene come questa non sono eccezionali. Si ripetono quotidianamente in reparti
ospedalieri, ambulatori, pronto soccorso. A volte il suggerimento arriva sotto
forma di punteggio di rischio inteso come una stima numerica della probabilità
che si verifichi un determinato evento clinico, altre come raccomandazione
terapeutica, altre ancora come priorità di accesso a una procedura. Cambia
l’interfaccia, non la logica sottostante: un insieme di modelli predittivi,
regole apprese dai dati, correlazioni statistiche trasformate in indicazioni
operative.
Studi clinici hanno mostrato che modelli di deep learning, cioè sistemi
informatici che apprendono a riconoscere schemi complessi analizzando grandi
quantità di dati, in modo simile a come l’esperienza permette agli esseri umani
di affinare il riconoscimento visivo, possono raggiungere prestazioni
comparabili o superiori a quelle degli specialisti nell’identificazione di
alcune patologie, come tumori cutanei o lesioni radiologiche complesse,
contribuendo a migliorare l’accuratezza diagnostica e la stratificazione del
rischio nei pazienti. In questi contesti, l’intelligenza artificiale (IA) non
sostituisce il medico, ma amplia la sua capacità di osservazione, rendendo
disponibili informazioni che difficilmente emergerebbero dall’esperienza
individuale. La decisione resta nelle mani del clinico, ma viene indirizzata
verso opzioni considerate ragionevoli, efficienti e più facilmente
giustificabili, che orientano il percorso di cura.
La scena raccontata a inizio articolo ha radici lontane. Già nel Novecento i
primi sistemi di supporto alle decisioni cliniche aiutavano il medico a ridurre
la variabilità e l’errore, affiancando il giudizio umano con strumenti
oggettivi. Tra questi primi sistemi c’era ad esempio MYCIN, sviluppato negli
anni Settanta all’Università di Stanford, che aiutava a diagnosticare infezioni
batteriche e suggeriva dosaggi di antibiotici basandosi su un insieme di regole
codificate dagli esperti. Sempre in quegli anni, altri sistemi, come
Internist-1, fornivano supporto nella diagnosi di malattie complesse, chiedendo
al medico di inserire sintomi e segni clinici per ottenere un elenco di
possibili diagnosi ordinate per probabilità. All’epoca si trattava di strumenti
relativamente semplici, costruiti su poche variabili e su schemi decisionali
predefiniti; oggi parliamo, invece, di modelli complessi, addestrati su milioni
di dati, in grado di cogliere pattern invisibili all’esperienza individuale. Ma
il nodo concettuale resta sorprendentemente simile: come cambia una decisione
quando non nasce più soltanto dal sapere di una persona, ma da un’infrastruttura
che combina l’intelligenza di esseri umani e macchine, come già avveniva nei
primi sistemi esperti medici sviluppati negli anni Settanta.
> L’intelligenza artificiale non decide al posto del medico, piuttosto
> costruisce l’orizzonte entro cui la decisione prende forma. Il risultato è una
> forma di delega parziale, che non elimina la responsabilità individuale ma la
> riorganizza.
Un episodio spesso citato nella storia della medicina computazionale riguarda
l’introduzione dei primi sistemi di triage algoritmico nei pronto soccorso
statunitensi. Nati per gestire l’aumento dei flussi e ridurre i tempi di attesa,
questi strumenti promettevano di assegnare le priorità in modo più equo e
razionale. Il personale restava libero di intervenire, di modificare l’ordine
suggerito. Tuttavia, col tempo, la deviazione dalla raccomandazione algoritmica
iniziò a essere percepita come un’eccezione da giustificare, non come una delle
alternative legittime. Il criterio implicito non era più soltanto “che cosa è
meglio per questo paziente”, ma anche “che cosa è difendibile rispetto a ciò che
il sistema indica”, una dinamica che diventa particolarmente visibile quando gli
algoritmi incidono sulla distribuzione delle risorse sanitarie.
Un caso emblematico riguarda un algoritmo ampiamente utilizzato negli Stati
Uniti per identificare i pazienti che necessitavano di programmi di assistenza
sanitaria intensiva. Studi successivi hanno mostrato che il sistema sottostimava
sistematicamente i bisogni dei pazienti neri rispetto a quelli bianchi con
condizioni cliniche simili, perché utilizzava i costi sanitari sostenuti in
passato come proxy dello stato di salute. Poiché storicamente i pazienti neri
avevano avuto minore accesso alle cure, il modello interpretava questa minore
spesa come indicatore di minore gravità clinica, riproducendo e amplificando una
disuguaglianza preesistente. L’errore non nasceva da una decisione
discriminatoria esplicita, ma dalla logica statistica incorporata nel sistema.
Qui emerge il nodo centrale della questione. La decisione resta, sulla carta, un
atto umano: qualcuno clicca, firma, approva. Ma il contesto in cui quella
decisione viene presa è radicalmente trasformato. L’IA non decide al posto del
clinico; piuttosto, costruisce l’orizzonte entro cui la decisione prende forma,
stabilendo ciò che appare normale, probabile, raccomandabile. Il risultato è una
forma di delega parziale, spesso impercettibile, che non elimina la
responsabilità individuale ma la riorganizza.
Riflettere su questo passaggio non significa denunciare una perdita di umanità
né invocare un ritorno a un passato idealizzato. Significa piuttosto rendere
visibile un passaggio spesso dato per scontato: quello in cui la decisione, pur
restando formalmente umana, viene progressivamente trasformata in un atto di
ratifica di suggerimenti prodotti altrove. È da questo punto che occorre partire
per interrogarsi sul ruolo dell’intelligenza artificiale in sanità, non come
semplice strumento tecnico, ma come dispositivo culturale che ridefinisce il
modo in cui decidiamo, giudichiamo e assumiamo responsabilità.
Decidere, giudicare, approvare: una breve genealogia culturale
Decidere non è mai stato un gesto semplice. Nella tradizione occidentale, la
decisione è stata a lungo pensata come un atto puntuale, un momento in cui il
giudizio si cristallizza, assumendo la forma di una scelta che impegna chi la
compie. Ma questo atto è sempre stato sostenuto da un processo più ampio, fatto
di valutazioni, confronti, mediazioni e, soprattutto, da un’assunzione di
responsabilità che non si esaurisce nell’istante della scelta.
Nel contesto clinico, questa stratificazione è particolarmente evidente. Il
medico non decide soltanto, ma giudica sulla base della propria esperienza,
interpreta segni e sintomi, assume su di sé il rischio dell’errore. La decisione
non coincide con la procedura, ma con la capacità di rispondere delle
conseguenze di ciò che si è scelto di fare o di non fare.
A partire dal Novecento, questo equilibrio comincia lentamente a spostarsi. Con
l’espansione delle organizzazioni complesse e della burocrazia moderna, il
giudizio individuale viene progressivamente affiancato da procedure
standardizzate. Max Weber descriveva questo passaggio come una razionalizzazione
necessaria: regole formali, criteri impersonali, processi replicabili servono a
garantire equità, prevedibilità, controllo. La decisione, in questo schema, non
scompare, ma viene incastonata in una sequenza di passaggi che ne delimitano il
perimetro.
> Il medico non decide soltanto, ma giudica sulla base della propria esperienza
> e si assume il rischio dell’errore. La decisione non coincide con la
> procedura, ma con la capacità di rispondere delle conseguenze di ciò che si è
> scelto di fare. O di non fare.
In altre parole, il giudizio si trasforma progressivamente in procedura: l’atto
decisionale diventa il punto finale di un percorso già in gran parte tracciato.
Questo spostamento non modifica solo il modo di decidere, ma ridefinisce il
significato stesso della responsabilità: se la decisione è l’esito “corretto” di
una procedura correttamente seguita, la responsabilità tende a spostarsi
dall’atto al processo. Non si tratta più di dire “ho deciso questo”, ma di poter
affermare “ho seguito ciò che era indicato”. È su questa trasformazione, spesso
silenziosa, che opera oggi l’intelligenza artificiale.
Che cosa fa oggi l’IA generativa in sanità
Quando si parla di intelligenza artificiale in sanità, l’immaginario oscilla tra
due estremi: da un lato la promessa di macchine che decidono al posto dei
medici, dall’altro l’idea rassicurante di strumenti neutrali che si limitano a
“supportare” il lavoro umano. La realtà è più sfumata e più interessante. Oggi
l’IA generativa e predittiva opera principalmente come infrastruttura
decisionale. Non prende decisioni cliniche autonome, ma organizza informazioni,
suggerisce interpretazioni, propone priorità. Nei sistemi di supporto
diagnostico, analizza immagini, testi clinici, dati di laboratorio per
individuare pattern compatibili con determinate condizioni. Nei modelli
predittivi, stima rischi futuri: progressione di malattia, probabilità di eventi
avversi, risposta a un trattamento.
Nel triage e nella stratificazione del rischio, questi sistemi contribuiscono a
ordinare i pazienti secondo criteri di urgenza o complessità, allocando risorse
scarse ‒ tempo, posti letto, interventi ‒ in modo ritenuto più efficiente. Nelle
raccomandazioni cliniche, integrano linee guida e dati individuali per suggerire
opzioni terapeutiche personalizzate.
È importante notare che, nella maggior parte dei casi, non si tratta di
automazione della scelta, ma di automazione del contesto decisionale. L’IA non
dice “fai questo”, ma costruisce un ambiente in cui alcune opzioni emergono come
naturali, altre come marginali. Rende alcune decisioni più rapide, più
giustificabili, più difendibili. E, così facendo, ridefinisce ciò che appare
ragionevole.
> Quando qualcosa va storto, l’errore non è più attribuibile a un singolo
> individuo, ma al sistema nel suo complesso: non c’è colpa, ma
> malfunzionamento; non responsabilità, ma errore tecnico.
Questa infrastruttura è spesso invisibile. Il clinico vede il risultato, un
punteggio, una raccomandazione, ma non il lavoro di selezione, pesatura e
normalizzazione che lo ha prodotto. L’intelligenza artificiale non si presenta
come un nuovo decisore, ma come uno sfondo operativo che accompagna ogni gesto.
Il clic che decide
Non è solo la sanità a sperimentare la frammentazione delle decisioni. Accade
ogni volta che ci affidiamo a sistemi che guidano le nostre scelte: per esempio,
lasciamo che algoritmi filtrino i candidati per una posizione lavorativa prima
ancora che qualcuno li valuti personalmente; utilizziamo valutazioni di rischio
prodotte da sistemi finanziari o assicurativi per orientare decisioni economiche
e contrattuali; accettiamo i suggerimenti delle piattaforme digitali, cosa
guardare, cosa comprare, cosa leggere, senza conoscere i criteri con cui quelle
raccomandazioni sono state prodotte. In tutti questi casi, la decisione viene
scomposta in microdeleghe: nessuno decide tutto, ma ciascuno approva un
passaggio. Quando qualcosa va storto, l’errore non è più attribuibile a un
singolo individuo, ma al sistema nel suo complesso: non c’è colpa, ma
malfunzionamento; non responsabilità, ma errore tecnico. Gli studi sul bias di
automazione spiegano come gli operatori tendano a fidarsi dei suggerimenti delle
macchine anche quando sono errati, perché seguire la raccomandazione riduce il
carico cognitivo.
In sanità, questo crea un paradosso: il medico resta formalmente responsabile,
ma il margine effettivo di intervento si riduce, e la responsabilità si sposta
dal gesto decisionale al clic finale: non “che cosa hai deciso”, ma “perché non
hai seguito ciò che era indicato”. La letteratura sulle responsabilità mediche
nell’era dell’IA sottolinea come la supervisione umana rimanga obbligatoria e
non possa essere semplicemente delegata alla tecnologia. Sistemi di supporto
decisionale come quelli utilizzati nella prescrizione elettronica di farmaci
possono ridurre alcuni errori, ma introducono nuove vulnerabilità quando il
medico si affida senza verificarne le indicazioni. Studi sull’uso di sistemi di
allerta clinica hanno mostrato che i professionisti tendono talvolta ad
accettare le raccomandazioni algoritmiche senza verificarle criticamente,
soprattutto in condizioni di carico cognitivo elevato, mentre in altri casi
sviluppano una forma di assuefazione agli avvisi ripetitivi, ignorando segnali
potenzialmente rilevanti. Questo fenomeno, noto come automation bias, cioè la
tendenza a fidarsi eccessivamente delle indicazioni dei sistemi automatizzati,
non elimina il ruolo umano, ma lo trasforma: il rischio non è più soltanto
l’errore individuale, ma l’interazione imperfetta tra operatore e sistema.
> In alcuni casi gli operatori tendono a fidarsi dei suggerimenti delle macchine
> anche quando sono errati, sia perché seguire la raccomandazione riduce il
> carico cognitivo, sia perché una scelta alternativa potrebbe comportare
> responsabilità legali.
È qui che emerge lo slittamento cruciale: quando un suggerimento è ragionevole,
tempestivo e probabilistico, diventa difficile ignorarlo. Non perché sia
obbligatorio seguirlo, ma perché offre la via di minor resistenza. La decisione
non viene sottratta, ma alleggerita e trasformata. Il clinico resta libero di
fare diversamente, ma questa libertà è asimmetrica: seguire la raccomandazione
richiede poco (un clic, una firma, un’approvazione) mentre deviare comporta
lavoro cognitivo e morale extra, spiegazioni, documentazioni, assunzione di
rischi clinici, organizzativi e legali. Questioni etiche come trasparenza,
responsabilità e bias nei sistemi di IA sono tra i nodi critici nel dibattito
sull’integrazione dell’IA nei processi clinici.
Nei casi di terapia intensiva, ad esempio, scegliere un trattamento diverso da
quello suggerito dai modelli predittivi può comportare responsabilità legali e
giustificazioni agli audit clinici, anche quando la deviazione è clinicamente
motivata. La decisione tende così a diventare ratifica: non per rinuncia
consapevole, ma come esito naturale di un processo che ha già selezionato
l’opzione “migliore”. La velocità del suggerimento e l’aura di oggettività che
lo accompagna ‒ numeri, percentuali, modelli ‒ funzionano come criteri morali
impliciti: ciò che è rapido e calcolato appare anche giusto. La responsabilità
resta sempre del medico, ma cambia forma: non riguarda tanto la scelta in sé,
quanto il seguire, o non seguire, i suggerimenti del sistema. La libertà di
decidere esiste ancora, ma è più difficile da esercitare e spesso poco visibile.
Agentività residuale e libertà formale
L’effetto di questi meccanismi non è tanto l’eliminazione della libertà
decisionale, quanto la sua progressiva rarefazione. La possibilità di scegliere
diversamente rimane formalmente intatta, ma perde centralità nella pratica
quotidiana. La decisione autonoma non scompare, ma viene spostata ai margini,
trasformata in evento eccezionale, da attivare solo quando qualcosa interrompe
il flusso ordinario del lavoro clinico.
L’agentività che resta, cioè il margine reale di decisione e di azione autonoma
del clinico, la sua capacità effettiva di agire intenzionalmente e assumersi la
responsabilità delle proprie scelte, è residuale. Non perché sia stata abolita,
ma perché è stata resa onerosa. La libertà decisionale sopravvive come
eccezione, non come norma. In molti settori tecnologici, dall’aviazione alla
finanza algoritmica, si osserva un fenomeno simile: gli operatori formalmente
possono intervenire, ma ogni deviazione dai protocolli automatizzati richiede
una documentazione aggiuntiva e aumenta il rischio di responsabilità. Anche la
storia della medicina offre paralleli. L’introduzione dei protocolli di
sicurezza chirurgica o dei sistemi di prescrizione elettronica ha ridotto gli
errori, ma ha trasformato la libertà decisionale individuale in un esercizio
oneroso e spesso invisibile.
> La questione non è scegliere tra autonomia umana e automazione, ma riconoscere
> ciò che accade nello spazio intermedio tra suggerimento e scelta. È lì che il
> giudizio clinico rischia di ridursi a conferma di opzioni già selezionate
> altrove.
In questo contesto, la frase “si poteva fare diversamente” perde il suo
significato morale. Non indica più una possibilità reale, ma una clausola
formale che tutela il sistema, non chi decide. È una libertà che esiste sulla
carta, ma nella pratica diventa spesso solo una scelta teorica, costosa in
termini di tempo, responsabilità e stress cognitivo. Il margine di decisione
personale non scompare, ma si nasconde, e chi la esercita deve confrontarsi con
un doppio vincolo: quello della ragione clinica e quello della difendibilità
organizzativa.
Abitare lo spazio intermedio
La medicina non è mai stata un atto solitario: il giudizio medico si è sempre
formato all’interno di apparati tecnici, protocolli e strumenti che ne hanno
orientato l’esercizio. Ciò che cambia oggi non è la presenza della tecnologia,
ma la sua capacità di strutturare in anticipo ciò che appare come una decisione
ragionevole. La questione, allora, non è scegliere tra autonomia umana e
automazione, ma riconoscere ciò che accade nello spazio intermedio tra
suggerimento e scelta. È lì che la raccomandazione algoritmica diventa norma
implicita, è lì che il giudizio clinico rischia di ridursi a conferma di opzioni
già selezionate altrove. L’agentività che sopravvive non scompare, ma si
restringe: non viene negata, viene resa costosa, eccezionale, giustificabile
solo a posteriori. In questo contesto, lo scostamento dal suggerimento non è più
un gesto ordinario del ragionamento clinico, ma un atto che deve essere difeso.
La responsabilità non riguarda più tanto ciò che si decide, quanto il motivo per
cui non si è aderito a ciò che era indicato.
L’intelligenza artificiale può rendere le decisioni più rapide, più coerenti,
più difendibili, ma proprio per questo rischia di rendere meno visibile il
momento in cui qualcuno decide davvero. In alcuni casi, gli strumenti predittivi
hanno migliorato sensibilmente diagnosi e allocazione delle risorse: ad esempio,
modelli predittivi in oncologia hanno aumentato la precisione nella
classificazione dei pazienti e nella personalizzazione dei trattamenti,
migliorando gli esiti clinici rispetto ai metodi tradizionali. Allo stesso
tempo, alcuni studi documentano come algoritmi di supporto decisionale possano
riprodurre e amplificare bias preesistenti, generando disparità nei risultati
tra gruppi etnici o razziali, specialmente quando i dati di addestramento non
sono rappresentativi della popolazione reale; in ambito diagnostico, sono state
osservate anche prestazioni peggiori dell’IA su immagini di pazienti con
caratteristiche meno rappresentate nei dataset, come alcune condizioni
dermatologiche o popolazioni con fenotipi cutanei diversi.
Questi esempi illustrano due facce della stessa medaglia: l’IA può ampliare la
capacità diagnostica e decisionale, eppure può anche riprodurre disuguaglianze
sanitarie e introdurre errori sistematici se non adeguatamente progettata,
validata e monitorata. In ultima analisi, la diffusione dell’intelligenza
artificiale non elimina la responsabilità individuale, la riorganizza. Non siamo
più davanti a un medico che decide “da solo”, ma a un professionista che decide
entro un contesto tecnologico e culturale in continua evoluzione, che richiede
non solo competenza tecnica, ma anche consapevolezza delle implicazioni etiche e
sociali associate all’uso dell’IA in sanità.
> L’IA può ampliare la capacità diagnostica e decisionale, ma può anche
> riprodurre disuguaglianze sanitarie e introdurre errori sistematici, se non
> adeguatamente progettata, validata e monitorata.
È proprio in questa riorganizzazione che emerge il cambiamento più rilevante:
una medicina in cui la firma continua ad apparire, e il consenso viene
formalmente ottenuto, può assumere un valore sempre più simbolico o ridursi a
una percezione di controllo, mentre le scelte realmente operative vengono
guidate, in parte, da algoritmi e infrastrutture complesse. La responsabilità
non scompare, ma si sposta e si distribuisce lungo una catena decisionale più
ampia, nella quale diventa meno immediato riconoscere chi abbia davvero deciso.
Abitare consapevolmente questo spazio intermedio, tra suggerimento e scelta, tra
supporto e delega, non è allora un limite della medicina contemporanea, ma la
condizione necessaria per preservarne la libertà e il senso di responsabilità
nell’epoca dell’intelligenza artificiale.
L'articolo Doctor ex machina proviene da Il Tascabile.
I l primo aprile 2006 il British Medical Journal (BMJ) pubblicava un articolo
che annunciava la scoperta di una nuova malattia chiamata MoDeD (Motivational
Deficiency Disorder), o disturbo da carenza motivazionale. Secondo l’articolo,
redatto dal fittizio Dr. Leth Argos dell’Università di Newcastle, il disturbo si
manifestava con una pigrizia estrema, arrivando nei casi più gravi a ridurre la
motivazione a respirare. La cura proposta? Un farmaco immaginario chiamato
Indolebant, che avrebbe trasformato un giovane incapace di alzarsi dal divano in
un consulente finanziario attivo a Sydney. L’articolo, pur essendo chiaramente
una parodia, fu preso sul serio da numerosi media, che lo diffusero come una
scoperta scientifica reale. La situazione prese una piega tale che il BMJ fu
costretto a svelare lo scherzo poche ore dopo la pubblicazione.
Il caso del MoDeD divenne un esempio emblematico di come la definizione di
malattia possa essere facilmente ampliata o manipolata, trasformando aspetti
della vita quotidiana in condizioni cliniche da diagnosticare e trattare, e
anticipava molte delle discussioni successive sulla costruzione mediatica e
sociale della malattia. Possiamo spiegare il successo della notizia con la
tendenza, consolidatasi negli ultimi decenni, a interpretare come problemi di
salute ciò che prima consideravamo semplici varianti naturali della
configurazione corporea. Questo processo è noto come medicalizzazione, ed è
particolarmente evidente nell’ambito della medicina estetica.
La patologizzazione della bruttezza
Una piega palpebrale assente, un naso prominente, denti non perfettamente
allineati, una pelle dalla texture irregolare. Nella medicina contemporanea
molte caratteristiche fisiche hanno subito una trasformazione silenziosa ma
radicale: da semplici variazioni non desiderabili, da accettare passivamente,
sono diventate oggetto di attenzione medica. Siamo nel campo della medicina non
solo perché si applicano competenze e strumenti propri di questa disciplina, ma
anche perché spesso c’è una diagnosi di patologia. Se in alcuni casi la
patologia è rappresentata da compromissioni funzionali, in altri casi essa
coincide con il disagio psicologico e sociale che, anche in assenza di
disfunzioni, può scaturire dal senso di inadeguatezza rispetto ai canoni
estetici dominanti. In queste circostanze si interviene dunque sul corpo per
guarire una “malattia dell’anima”.
> Per medicalizzazione si intende la tendenza a trattare come problemi medici
> alcuni aspetti della vita ‒ fisici, psicologici o sociali ‒ un tempo ritenuti
> normali.
Questa metamorfosi culturale, che il filosofo della medicina Yves Saint James
Aquino identifica come patologizzazione della bruttezza, si nutre di un
meccanismo duplice. Da un lato, la medicina si è appropriata di una
sovrapposizione antica, quella tra bello, buono e sano. Un volto con pelle
uniforme, privo di segni visibili di malattia o invecchiamento, tende a essere
percepito simultaneamente come in salute, virtuoso, giovane e attraente; al
contrario, caratteristiche che deviano dagli standard vengono lette come
limitazioni funzionali o segnali di una salute precaria. Dall’altro, agiscono
strategie attive per inquadrare la chirurgia estetica non come pratica
migliorativa, ma come intervento terapeutico.
In particolare, Aquino identifica tre possibili concettualizzazioni tramite cui
la bruttezza viene patologizzata, che fanno riferimento a tre diverse concezioni
della malattia.
Malattia come danno, disfunzione e deviazione
La prima si basa sul concetto di danno. Negli anni Trenta i chirurghi plastici
giustificavano le correzioni dei tratti corporei che causavano disagio
psicologico chiamando in causa il complesso di inferiorità; oggi la retorica si
è spostata sul modello della disabilità, considerando la bruttezza come uno
svantaggio invalidante che può limitare le opportunità socioeconomiche. In
entrambi i casi emerge una concezione normativista della malattia, che fonda il
concetto di salute sul vissuto personale e su valori socialmente condivisi.
Questa visione si intreccia con i meccanismi sociali di riconoscimento e
valorizzazione della bellezza: il benessere soggettivo e le traiettorie di vita
vengono influenzate da bias cognitivi come l’effetto alone, che attribuisce
qualità positive agli individui fisicamente attraenti. In virtù di questi
pregiudizi, essere di bell’aspetto si traduce in un beauty premium (traducibile
in italiano come “premio alla bellezza”) che apporta vantaggi economici, sociali
e professionali tangibili, tra cui migliori risultati scolastici, lavori di
status più elevato e maggiori probabilità di successo nelle relazioni.
> Diversi studi mostrano come un bell’aspetto spesso si traduca in vantaggi
> economici, sociali e professionali tangibili, tra cui migliori risultati
> scolastici, lavori di status più elevato e maggiori probabilità di successo
> nelle relazioni.
La seconda accezione si basa sul concetto di disfunzione: la bruttezza
ostacolerebbe l’attrazione di partner sessuali e l’integrazione sociale,
entrambe necessarie alla riproduzione. Ci troviamo all’interno di un paradigma
naturalista, che concepisce la malattia come una disfunzione oggettiva rispetto
ai normali processi biologici di un organismo, indipendentemente da percezioni
soggettive o valori culturali.
La terza accezione si basa sul concetto di deviazione: la caratterizzazione
patologica della bruttezza dipenderebbe da uno scostamento misurabile rispetto a
una norma statistica o un canone numerico. Un esempio è il rapporto aureo,
utilizzato in medicina estetica per valutare le proporzioni del viso. Quando una
caratteristica si colloca oltre i limiti di questa norma, si parla di
“deviazione” anche se non c’è un danno soggettivo percepito, né una disfunzione
biologica identificabile. In realtà, osserva Aquino, il ricorso alla norma
statistica è spesso uno strumento per naturalizzare standard culturali,
mascherandoli da criteri biologici universali.
La crescente patologizzazione della bruttezza mette in crisi la distinzione
tradizionale tra chirurgia ricostruttiva e chirurgia cosmetica e ridefinisce i
criteri di legittimità dell’intervento chirurgico: ciò che un tempo era
giustificato solo dal ripristino di una funzione corporea mancante o danneggiata
oggi può essere autorizzato anche dalla richiesta di colmare un presunto
svantaggio biologico o sociale.
Quello che sta accadendo con la medicina estetica è considerato da molti un
esempio evidente di disease mongering, concetto spesso reso in italiano come
“mercificazione della malattia”: si espande il dominio del patologico e quindi
il raggio d’azione della medicina, spesso con l’obiettivo di allargare il
mercato di farmaci e trattamenti. Più il concetto di malattia diventa fluido e
ambiguo, infatti, più diventa facile creare a tavolino nuove patologie. Ciò
induce nel pubblico una certa percezione di rischio e deficit, aumentando le
possibilità del mercato di identificare target di pazienti-clienti a cui
proporre prodotti sanitari come integratori, test diagnostici, programmi di
benessere e trattamenti.
> Siamo di fronte a un esempio evidente di disease mongering, o mercificazione
> della malattia. Più il concetto di malattia diventa fluido e ambiguo, infatti,
> più diventa facile creare a tavolino nuove patologie.
La ridefinizione concettuale dei confini tra salute e malattia non è però
esclusiva dell’ambito estetico. Si tratta di un processo che ha investito la
medicina in maniera trasversale, rendendo la salute nel suo insieme qualcosa di
incerto, malleabile e negoziabile. Questa evoluzione si è tradotta nella
crescente espansione dei codici ICD (International Classification of Diseases),
la Classificazione internazionale delle malattie dell’OMS (Organizzazione
Mondiale della Sanità) che oggi supera le 68.000 voci, contro le 13.000 degli
anni Settanta.
L’osteoporosi e altre zone grigie
Un caso particolarmente dibattuto nella letteratura scientifica è quello
relativo all’osteoporosi. Inizialmente considerata una condizione fisiologica
legata all’invecchiamento, l’osteoporosi è stata riconosciuta come patologia con
l’introduzione di criteri diagnostici basati su soglie di densità minerale
ossea, fissate a partire dai valori medi di giovani donne sane. Ciò ha
comportato la classificazione di milioni di donne in menopausa come malate o a
rischio, dal momento che i loro valori si discostavano dalla “norma statistica”,
nonostante il rischio concreto di frattura fosse molto basso nella maggior parte
dei casi. Questa medicalizzazione della fragilità ossea, sostenuta anche dalla
necessità di ridurre l’impatto economico-sociale delle fratture sul sistema
sanitario, ha alimentato la commercializzazione di nuovi farmaci.
Da qui l’ipotesi di un ruolo attivo delle industrie farmaceutiche nella
promozione di campagne mediatiche per la prevenzione dell’osteoporosi, che
insistono sul carattere diffuso e subdolo della malattia, spesso rinforzato da
metafore come “la ladra di ossa”, che traduce la fisiologia dell’invecchiamento
in una narrazione di pericolo e perdita. Queste campagne invitano all’acquisto
di soluzioni farmacologiche anziché all’adozione di strategie preventive più
semplici ed efficaci (come mantenere un’alimentazione equilibrata, fare
esercizio fisico e non fumare), nonostante i benefici reali delle soluzioni
proposte risultino limitati, se rapportati ai rischi e ai costi. La sindrome
dell’intestino irritabile, la calvizie, la disfunzione erettile, la sindrome
metabolica e l’ipercolesterolemia sono state oggetto di riflessioni critiche
analoghe, per citare solo qualche esempio.
> Nel caso dell’osteoporosi, la medicalizzazione della fragilità ossea ha aperto
> la strada a campagne pubblicitarie che promuovono l’acquisto di soluzioni
> farmacologiche anziché l’adozione di strategie preventive più semplici ed
> efficaci.
Alcuni teorici ritengono che al disease mongering abbiano contribuito i
progressi nel campo della biochimica, in particolare la scoperta di indicatori
biologici (geni, molecole, cellule, parametri come la pressione o la frequenza
cardiaca) in grado di segnalare la predisposizione al rischio di sviluppare
determinate patologie. In un recente contributo pubblicato su Frontiers in
Sociology, il neurologo Naveen K. Reddy segnala come l’industria farmaceutica
stia sempre più influenzando le definizioni di malattia, proponendo di
diagnosticare condizioni come l’Alzheimer o il Parkinson in individui
completamente asintomatici, solo sulla base della presenza di biomarcatori nel
sangue. Questo fenomeno rischia di aumentare le sovradiagnosi, i trattamenti
poco efficaci e le spese per sostenerli, alimentando lo squilibrio di potere tra
bisogni reali dei pazienti e interessi commerciali.
La riflessione di Reddy non riguarda solo le malattie neurologiche: in
oncologia, con la tecnica delle biopsie liquide, che rilevano DNA tumorale
circolante, si rischia di inglobare nelle definizioni di cancro stadi preclinici
che potrebbero non progredire mai verso una malattia sintomatica. In
psichiatria, test ematici per marker infiammatori legati alla depressione
potrebbero patologizzare risposte emotive normali. Nel caso del diabete,
biomarcatori avanzati per la resistenza insulinica potrebbero classificare
individui senza sintomi come prediabetici, spingendoli verso l’uso di costosi
farmaci.
L’era della subsalute
L’espansione del perimetro della medicina ha profondamente trasformato il
rapporto degli individui con il proprio corpo e la propria salute. Sempre più
spesso, la prevenzione non si limita a promuovere comportamenti sani o a
monitorare situazioni ad alto rischio, ma diventa una strategia di
ipersorveglianza costante e capillare su ogni aspetto dell’esperienza corporea.
Questo orientamento trasforma quasi ogni cittadino in un “paziente potenziale”
impegnato in screening, check-up, test genetici, autovalutazioni e consulti per
scoprire e correggere il più piccolo scostamento dalla normalità.
La promozione della salute, così, non si configura più solo come tutela dal
rischio, ma come dovere di perseguire un ideale di benessere ottimale e
durevole, da certificare e monitorare costantemente attraverso dispositivi,
tecnologie, esami strumentali e consulenze mediche. Il risultato è che
l’attenzione si sposta dalla cura della patologia alla gestione ansiosa di ogni
segnale di inefficienza, vulnerabilità o affaticamento.
> Sempre più spesso, la prevenzione diventa una strategia di ipersorveglianza su
> ogni aspetto dell’esperienza corporea, trasformando ogni cittadino in un
> “paziente potenziale” impegnato in check-up, test e consulti per scoprire e
> correggere il più piccolo scostamento dalla normalità.
È all’interno di questo scenario che ha preso corpo il costrutto di salute
subottimale, concepito come un vero e proprio spazio liminale tra salute piena e
malattia diagnosticabile. Essa si manifesta attraverso sintomi poco specifici ma
persistenti, come affaticamento, sonnolenza, mal di testa, insonnia, difficoltà
di concentrazione e cali di memoria. Il termine nasce in Cina per descrivere le
percezioni di disagio psicofisico di una crescente fetta della popolazione,
soprattutto giovani adulti urbanizzati, che pur non risultando malati secondo i
criteri clinici, riportano un generale senso di salute incompleta o precaria,
accompagnata da insoddisfazione e preoccupazione. Nel 2025 Lijiaozi Cheng,
studiosa di sociologia della salute all’Università di Sheffield, ha esplorato
l’utilizzo del concetto di subhealth tra i giovani cinesi, raccogliendo
sensazioni che vanno dall’“essere in cammino verso la malattia” a una sorta di
“sospensione biografica” all’interno delle routine della vita quotidiana.
La subsalute risulta particolarmente appetibile dal punto di vista commerciale,
poiché non si basa su parametri oggettivi e misurabili ma su un vissuto
soggettivo che, in quanto tale, può esprimersi in forme e intensità differenti,
tutte potenzialmente degne di prevenzione. La salute subottimale, infatti, è
generalmente concepita come una fase reversibile, a patto di intervenire sullo
stile di vita e sulla riduzione dei fattori di rischio. In tal senso, essa
rappresenta una vera e propria “zona di transizione”, dove l’individuo si
configura come un “paziente in attesa” o un protopaziente, chiamato a correre ai
ripari e rivedere le proprie abitudini prima che possano evolvere in malattie
conclamate.
Se nelle patologie diagnosticabili tramite biomarcatori si è “malati senza
sintomi” perché lo dice un test, nella subsalute si è “sintomatici senza
malattia” perché lo afferma il vissuto individuale. Eppure entrambe partecipano
allo stesso processo: la produzione di una zona grigia in cui medicalizzazione e
incertezza diagnostica si intrecciano, lasciando spazio a una molteplicità di
risposte sociali, cliniche e commerciali.
Il potere del discorso
Questo progressivo ampliamento dei confini diagnostici non sarebbe possibile
senza l’intervento di strategie discorsive precise, che sfruttano l’ambiguità
dei concetti di salute e malattia per costruire legittimità e consenso attorno a
nuove categorie patologiche. La letteratura sociologica mostra che le narrazioni
veicolate dai media, dalla comunicazione pubblicitaria e dai discorsi
istituzionali sono in grado di conferire consistenza scientifica apparente a
concetti privi di un sostegno empirico robusto.
> Le malattie non vengono soltanto “scoperte” dalla scienza e poi comunicate al
> pubblico, a volte vengono costruite, negoziate e legittimate attraverso
> pratiche linguistiche, narrative e mediatiche che possono prescindere dalla
> solidità delle evidenze.
Uno studio del 2025 dei linguisti Dermot Heaney e Giorgia Riboni ha confrontato
lo Sluggish cognitive tempo (SCT), una condizione documentata in letteratura ma
non universalmente riconosciuta come disturbo autonomo e spesso descritta come
variante dell’ADHD, con il MoDeD, il disturbo inventato dal fantomatico Dr. Leth
Argos. L’analisi di Heaney e Riboni evidenzia un repertorio condiviso di modelli
lessicali, fraseologici e retorici che ha reso il MoDeD credibile. Lo studio,
basato su articoli e contenuti online, mostra come l’uso di termini tecnici,
sigle, casi-studio concreti, dati numerici e citazioni di esperti dia
l’impressione di autorevolezza e scientificità. Molti dei contenuti esaminati,
ad esempio, riferiscono la stima secondo cui “uno su cinque” sarebbe affetto da
MoDeD, fornendo così un dato quantitativo che rende la portata della malattia
più fondata e tangibile.
Le narrazioni seguono schemi ricorrenti: la condizione è presentata come diffusa
ma poco riconosciuta (“molti non lo sanno”), come un progresso rispetto alla
comprensione precedente (“per tutta la vita hai creduto di essere pigro; in
realtà sei malato”), come un insieme di sintomi da prendere sul serio (“essere
sottodiagnosticati è pericoloso”). Così, gli autori mostrano che la
medicalizzazione non è un fenomeno puramente medico, ma un processo sociale e
discorsivo. Le malattie non vengono solo “scoperte” dalla scienza e poi
comunicate al pubblico: vengono costruite, negoziate e legittimate attraverso
pratiche linguistiche, narrative, mediatiche e retoriche che possono prescindere
dalla solidità delle evidenze.
Se persino una malattia inventata può risultare verosimile, quali strumenti
abbiamo per distinguere ciò che è fondato scientificamente da una patologia
costruita ad arte per interessi di mercato? Forse non ci resta che abbracciare
la consapevolezza che salute e malattia sono sempre, anche, categorie
discorsive, sociali, politiche e commerciali. Riconoscere questa
multidimensionalità significa smettere di cercare confini immutabili e oggettivi
e interrogarsi invece su chi ha il potere di tracciare quei confini, e a
vantaggio di chi.
L'articolo Il malato immaginato proviene da Il Tascabile.
I l primo aprile 2006 il British Medical Journal (BMJ) pubblicava un articolo
che annunciava la scoperta di una nuova malattia chiamata MoDeD (Motivational
Deficiency Disorder), o disturbo da carenza motivazionale. Secondo l’articolo,
redatto dal fittizio Dr. Leth Argos dell’Università di Newcastle, il disturbo si
manifestava con una pigrizia estrema, arrivando nei casi più gravi a ridurre la
motivazione a respirare. La cura proposta? Un farmaco immaginario chiamato
Indolebant, che avrebbe trasformato un giovane incapace di alzarsi dal divano in
un consulente finanziario attivo a Sydney. L’articolo, pur essendo chiaramente
una parodia, fu preso sul serio da numerosi media, che lo diffusero come una
scoperta scientifica reale. La situazione prese una piega tale che il BMJ fu
costretto a svelare lo scherzo poche ore dopo la pubblicazione.
Il caso del MoDeD divenne un esempio emblematico di come la definizione di
malattia possa essere facilmente ampliata o manipolata, trasformando aspetti
della vita quotidiana in condizioni cliniche da diagnosticare e trattare, e
anticipava molte delle discussioni successive sulla costruzione mediatica e
sociale della malattia. Possiamo spiegare il successo della notizia con la
tendenza, consolidatasi negli ultimi decenni, a interpretare come problemi di
salute ciò che prima consideravamo semplici varianti naturali della
configurazione corporea. Questo processo è noto come medicalizzazione, ed è
particolarmente evidente nell’ambito della medicina estetica.
La patologizzazione della bruttezza
Una piega palpebrale assente, un naso prominente, denti non perfettamente
allineati, una pelle dalla texture irregolare. Nella medicina contemporanea
molte caratteristiche fisiche hanno subito una trasformazione silenziosa ma
radicale: da semplici variazioni non desiderabili, da accettare passivamente,
sono diventate oggetto di attenzione medica. Siamo nel campo della medicina non
solo perché si applicano competenze e strumenti propri di questa disciplina, ma
anche perché spesso c’è una diagnosi di patologia. Se in alcuni casi la
patologia è rappresentata da compromissioni funzionali, in altri casi essa
coincide con il disagio psicologico e sociale che, anche in assenza di
disfunzioni, può scaturire dal senso di inadeguatezza rispetto ai canoni
estetici dominanti. In queste circostanze si interviene dunque sul corpo per
guarire una “malattia dell’anima”.
> Per medicalizzazione si intende la tendenza a trattare come problemi medici
> alcuni aspetti della vita ‒ fisici, psicologici o sociali ‒ un tempo ritenuti
> normali.
Questa metamorfosi culturale, che il filosofo della medicina Yves Saint James
Aquino identifica come patologizzazione della bruttezza, si nutre di un
meccanismo duplice. Da un lato, la medicina si è appropriata di una
sovrapposizione antica, quella tra bello, buono e sano. Un volto con pelle
uniforme, privo di segni visibili di malattia o invecchiamento, tende a essere
percepito simultaneamente come in salute, virtuoso, giovane e attraente; al
contrario, caratteristiche che deviano dagli standard vengono lette come
limitazioni funzionali o segnali di una salute precaria. Dall’altro, agiscono
strategie attive per inquadrare la chirurgia estetica non come pratica
migliorativa, ma come intervento terapeutico.
In particolare, Aquino identifica tre possibili concettualizzazioni tramite cui
la bruttezza viene patologizzata, che fanno riferimento a tre diverse concezioni
della malattia.
Malattia come danno, disfunzione e deviazione
La prima si basa sul concetto di danno. Negli anni Trenta i chirurghi plastici
giustificavano le correzioni dei tratti corporei che causavano disagio
psicologico chiamando in causa il complesso di inferiorità; oggi la retorica si
è spostata sul modello della disabilità, considerando la bruttezza come uno
svantaggio invalidante che può limitare le opportunità socioeconomiche. In
entrambi i casi emerge una concezione normativista della malattia, che fonda il
concetto di salute sul vissuto personale e su valori socialmente condivisi.
Questa visione si intreccia con i meccanismi sociali di riconoscimento e
valorizzazione della bellezza: il benessere soggettivo e le traiettorie di vita
vengono influenzate da bias cognitivi come l’effetto alone, che attribuisce
qualità positive agli individui fisicamente attraenti. In virtù di questi
pregiudizi, essere di bell’aspetto si traduce in un beauty premium (traducibile
in italiano come “premio alla bellezza”) che apporta vantaggi economici, sociali
e professionali tangibili, tra cui migliori risultati scolastici, lavori di
status più elevato e maggiori probabilità di successo nelle relazioni.
> Diversi studi mostrano come un bell’aspetto spesso si traduca in vantaggi
> economici, sociali e professionali tangibili, tra cui migliori risultati
> scolastici, lavori di status più elevato e maggiori probabilità di successo
> nelle relazioni.
La seconda accezione si basa sul concetto di disfunzione: la bruttezza
ostacolerebbe l’attrazione di partner sessuali e l’integrazione sociale,
entrambe necessarie alla riproduzione. Ci troviamo all’interno di un paradigma
naturalista, che concepisce la malattia come una disfunzione oggettiva rispetto
ai normali processi biologici di un organismo, indipendentemente da percezioni
soggettive o valori culturali.
La terza accezione si basa sul concetto di deviazione: la caratterizzazione
patologica della bruttezza dipenderebbe da uno scostamento misurabile rispetto a
una norma statistica o un canone numerico. Un esempio è il rapporto aureo,
utilizzato in medicina estetica per valutare le proporzioni del viso. Quando una
caratteristica si colloca oltre i limiti di questa norma, si parla di
“deviazione” anche se non c’è un danno soggettivo percepito, né una disfunzione
biologica identificabile. In realtà, osserva Aquino, il ricorso alla norma
statistica è spesso uno strumento per naturalizzare standard culturali,
mascherandoli da criteri biologici universali.
La crescente patologizzazione della bruttezza mette in crisi la distinzione
tradizionale tra chirurgia ricostruttiva e chirurgia cosmetica e ridefinisce i
criteri di legittimità dell’intervento chirurgico: ciò che un tempo era
giustificato solo dal ripristino di una funzione corporea mancante o danneggiata
oggi può essere autorizzato anche dalla richiesta di colmare un presunto
svantaggio biologico o sociale.
Quello che sta accadendo con la medicina estetica è considerato da molti un
esempio evidente di disease mongering, concetto spesso reso in italiano come
“mercificazione della malattia”: si espande il dominio del patologico e quindi
il raggio d’azione della medicina, spesso con l’obiettivo di allargare il
mercato di farmaci e trattamenti. Più il concetto di malattia diventa fluido e
ambiguo, infatti, più diventa facile creare a tavolino nuove patologie. Ciò
induce nel pubblico una certa percezione di rischio e deficit, aumentando le
possibilità del mercato di identificare target di pazienti-clienti a cui
proporre prodotti sanitari come integratori, test diagnostici, programmi di
benessere e trattamenti.
> Siamo di fronte a un esempio evidente di disease mongering, o mercificazione
> della malattia. Più il concetto di malattia diventa fluido e ambiguo, infatti,
> più diventa facile creare a tavolino nuove patologie.
La ridefinizione concettuale dei confini tra salute e malattia non è però
esclusiva dell’ambito estetico. Si tratta di un processo che ha investito la
medicina in maniera trasversale, rendendo la salute nel suo insieme qualcosa di
incerto, malleabile e negoziabile. Questa evoluzione si è tradotta nella
crescente espansione dei codici ICD (International Classification of Diseases),
la Classificazione internazionale delle malattie dell’OMS (Organizzazione
Mondiale della Sanità) che oggi supera le 68.000 voci, contro le 13.000 degli
anni Settanta.
L’osteoporosi e altre zone grigie
Un caso particolarmente dibattuto nella letteratura scientifica è quello
relativo all’osteoporosi. Inizialmente considerata una condizione fisiologica
legata all’invecchiamento, l’osteoporosi è stata riconosciuta come patologia con
l’introduzione di criteri diagnostici basati su soglie di densità minerale
ossea, fissate a partire dai valori medi di giovani donne sane. Ciò ha
comportato la classificazione di milioni di donne in menopausa come malate o a
rischio, dal momento che i loro valori si discostavano dalla “norma statistica”,
nonostante il rischio concreto di frattura fosse molto basso nella maggior parte
dei casi. Questa medicalizzazione della fragilità ossea, sostenuta anche dalla
necessità di ridurre l’impatto economico-sociale delle fratture sul sistema
sanitario, ha alimentato la commercializzazione di nuovi farmaci.
Da qui l’ipotesi di un ruolo attivo delle industrie farmaceutiche nella
promozione di campagne mediatiche per la prevenzione dell’osteoporosi, che
insistono sul carattere diffuso e subdolo della malattia, spesso rinforzato da
metafore come “la ladra di ossa”, che traduce la fisiologia dell’invecchiamento
in una narrazione di pericolo e perdita. Queste campagne invitano all’acquisto
di soluzioni farmacologiche anziché all’adozione di strategie preventive più
semplici ed efficaci (come mantenere un’alimentazione equilibrata, fare
esercizio fisico e non fumare), nonostante i benefici reali delle soluzioni
proposte risultino limitati, se rapportati ai rischi e ai costi. La sindrome
dell’intestino irritabile, la calvizie, la disfunzione erettile, la sindrome
metabolica e l’ipercolesterolemia sono state oggetto di riflessioni critiche
analoghe, per citare solo qualche esempio.
> Nel caso dell’osteoporosi, la medicalizzazione della fragilità ossea ha aperto
> la strada a campagne pubblicitarie che promuovono l’acquisto di soluzioni
> farmacologiche anziché l’adozione di strategie preventive più semplici ed
> efficaci.
Alcuni teorici ritengono che al disease mongering abbiano contribuito i
progressi nel campo della biochimica, in particolare la scoperta di indicatori
biologici (geni, molecole, cellule, parametri come la pressione o la frequenza
cardiaca) in grado di segnalare la predisposizione al rischio di sviluppare
determinate patologie. In un recente contributo pubblicato su Frontiers in
Sociology, il neurologo Naveen K. Reddy segnala come l’industria farmaceutica
stia sempre più influenzando le definizioni di malattia, proponendo di
diagnosticare condizioni come l’Alzheimer o il Parkinson in individui
completamente asintomatici, solo sulla base della presenza di biomarcatori nel
sangue. Questo fenomeno rischia di aumentare le sovradiagnosi, i trattamenti
poco efficaci e le spese per sostenerli, alimentando lo squilibrio di potere tra
bisogni reali dei pazienti e interessi commerciali.
La riflessione di Reddy non riguarda solo le malattie neurologiche: in
oncologia, con la tecnica delle biopsie liquide, che rilevano DNA tumorale
circolante, si rischia di inglobare nelle definizioni di cancro stadi preclinici
che potrebbero non progredire mai verso una malattia sintomatica. In
psichiatria, test ematici per marker infiammatori legati alla depressione
potrebbero patologizzare risposte emotive normali. Nel caso del diabete,
biomarcatori avanzati per la resistenza insulinica potrebbero classificare
individui senza sintomi come prediabetici, spingendoli verso l’uso di costosi
farmaci.
L’era della subsalute
L’espansione del perimetro della medicina ha profondamente trasformato il
rapporto degli individui con il proprio corpo e la propria salute. Sempre più
spesso, la prevenzione non si limita a promuovere comportamenti sani o a
monitorare situazioni ad alto rischio, ma diventa una strategia di
ipersorveglianza costante e capillare su ogni aspetto dell’esperienza corporea.
Questo orientamento trasforma quasi ogni cittadino in un “paziente potenziale”
impegnato in screening, check-up, test genetici, autovalutazioni e consulti per
scoprire e correggere il più piccolo scostamento dalla normalità.
La promozione della salute, così, non si configura più solo come tutela dal
rischio, ma come dovere di perseguire un ideale di benessere ottimale e
durevole, da certificare e monitorare costantemente attraverso dispositivi,
tecnologie, esami strumentali e consulenze mediche. Il risultato è che
l’attenzione si sposta dalla cura della patologia alla gestione ansiosa di ogni
segnale di inefficienza, vulnerabilità o affaticamento.
> Sempre più spesso, la prevenzione diventa una strategia di ipersorveglianza su
> ogni aspetto dell’esperienza corporea, trasformando ogni cittadino in un
> “paziente potenziale” impegnato in check-up, test e consulti per scoprire e
> correggere il più piccolo scostamento dalla normalità.
È all’interno di questo scenario che ha preso corpo il costrutto di salute
subottimale, concepito come un vero e proprio spazio liminale tra salute piena e
malattia diagnosticabile. Essa si manifesta attraverso sintomi poco specifici ma
persistenti, come affaticamento, sonnolenza, mal di testa, insonnia, difficoltà
di concentrazione e cali di memoria. Il termine nasce in Cina per descrivere le
percezioni di disagio psicofisico di una crescente fetta della popolazione,
soprattutto giovani adulti urbanizzati, che pur non risultando malati secondo i
criteri clinici, riportano un generale senso di salute incompleta o precaria,
accompagnata da insoddisfazione e preoccupazione. Nel 2025 Lijiaozi Cheng,
studiosa di sociologia della salute all’Università di Sheffield, ha esplorato
l’utilizzo del concetto di subhealth tra i giovani cinesi, raccogliendo
sensazioni che vanno dall’“essere in cammino verso la malattia” a una sorta di
“sospensione biografica” all’interno delle routine della vita quotidiana.
La subsalute risulta particolarmente appetibile dal punto di vista commerciale,
poiché non si basa su parametri oggettivi e misurabili ma su un vissuto
soggettivo che, in quanto tale, può esprimersi in forme e intensità differenti,
tutte potenzialmente degne di prevenzione. La salute subottimale, infatti, è
generalmente concepita come una fase reversibile, a patto di intervenire sullo
stile di vita e sulla riduzione dei fattori di rischio. In tal senso, essa
rappresenta una vera e propria “zona di transizione”, dove l’individuo si
configura come un “paziente in attesa” o un protopaziente, chiamato a correre ai
ripari e rivedere le proprie abitudini prima che possano evolvere in malattie
conclamate.
Se nelle patologie diagnosticabili tramite biomarcatori si è “malati senza
sintomi” perché lo dice un test, nella subsalute si è “sintomatici senza
malattia” perché lo afferma il vissuto individuale. Eppure entrambe partecipano
allo stesso processo: la produzione di una zona grigia in cui medicalizzazione e
incertezza diagnostica si intrecciano, lasciando spazio a una molteplicità di
risposte sociali, cliniche e commerciali.
Il potere del discorso
Questo progressivo ampliamento dei confini diagnostici non sarebbe possibile
senza l’intervento di strategie discorsive precise, che sfruttano l’ambiguità
dei concetti di salute e malattia per costruire legittimità e consenso attorno a
nuove categorie patologiche. La letteratura sociologica mostra che le narrazioni
veicolate dai media, dalla comunicazione pubblicitaria e dai discorsi
istituzionali sono in grado di conferire consistenza scientifica apparente a
concetti privi di un sostegno empirico robusto.
> Le malattie non vengono soltanto “scoperte” dalla scienza e poi comunicate al
> pubblico, a volte vengono costruite, negoziate e legittimate attraverso
> pratiche linguistiche, narrative e mediatiche che possono prescindere dalla
> solidità delle evidenze.
Uno studio del 2025 dei linguisti Dermot Heaney e Giorgia Riboni ha confrontato
lo Sluggish cognitive tempo (SCT), una condizione documentata in letteratura ma
non universalmente riconosciuta come disturbo autonomo e spesso descritta come
variante dell’ADHD, con il MoDeD, il disturbo inventato dal fantomatico Dr. Leth
Argos. L’analisi di Heaney e Riboni evidenzia un repertorio condiviso di modelli
lessicali, fraseologici e retorici che ha reso il MoDeD credibile. Lo studio,
basato su articoli e contenuti online, mostra come l’uso di termini tecnici,
sigle, casi-studio concreti, dati numerici e citazioni di esperti dia
l’impressione di autorevolezza e scientificità. Molti dei contenuti esaminati,
ad esempio, riferiscono la stima secondo cui “uno su cinque” sarebbe affetto da
MoDeD, fornendo così un dato quantitativo che rende la portata della malattia
più fondata e tangibile.
Le narrazioni seguono schemi ricorrenti: la condizione è presentata come diffusa
ma poco riconosciuta (“molti non lo sanno”), come un progresso rispetto alla
comprensione precedente (“per tutta la vita hai creduto di essere pigro; in
realtà sei malato”), come un insieme di sintomi da prendere sul serio (“essere
sottodiagnosticati è pericoloso”). Così, gli autori mostrano che la
medicalizzazione non è un fenomeno puramente medico, ma un processo sociale e
discorsivo. Le malattie non vengono solo “scoperte” dalla scienza e poi
comunicate al pubblico: vengono costruite, negoziate e legittimate attraverso
pratiche linguistiche, narrative, mediatiche e retoriche che possono prescindere
dalla solidità delle evidenze.
Se persino una malattia inventata può risultare verosimile, quali strumenti
abbiamo per distinguere ciò che è fondato scientificamente da una patologia
costruita ad arte per interessi di mercato? Forse non ci resta che abbracciare
la consapevolezza che salute e malattia sono sempre, anche, categorie
discorsive, sociali, politiche e commerciali. Riconoscere questa
multidimensionalità significa smettere di cercare confini immutabili e oggettivi
e interrogarsi invece su chi ha il potere di tracciare quei confini, e a
vantaggio di chi.
L'articolo Il malato immaginato proviene da Il Tascabile.