Q uando parla della sua chimica, Primo Levi lo fa con gli occhi affascinati
dello studente universitario che è stato. In Il sistema periodico, la concepisce
come “una nuvola indefinita di potenze future”, capace di prescrivere una legge,
“l’ordine in me, attorno a me e nel mondo”. È il 1975, nel mezzo ci sono state
la guerra, il campo di concentramento, la vita adulta. Guardare al mondo con gli
occhi del chimico, per Levi, vuol dire provare a stabilire l’ordine del suo
funzionamento, esplorare l’oscura natura e scandagliarne il funzionamento. La
chimica, scrive, ha consentito all’uomo di “farsi signore della materia”. Lungi
dall’essere una mera branca scientifica, la chimica diventa l’alfabeto del
mondo. Le sue leggi ne descrivono la grammatica. La sua lingua è l’intero
universo.
La tavola periodica diventa così “l’anello mancante fra il mondo delle carte e
il mondo delle cose”. E la chimica stessa assume un altro peculiare significato:
è la capacità di conoscere la verità sperimentandola, analizzandone gli
elementi. Non ci sono assiomi, non ci sono dogmi: c’è solo l’intelligenza e la
sua abilità di dominare la materia con un dominio che però non è violento o
estrattivo, è padronanza, comprensione intellettuale. In questo senso, e alla
luce delle sue esperienze di vita, la chimica e la fisica assumono per Levi un
valore politico, sono l’antidoto al fascismo, perché sono “chiare e distinte e
ad ogni passo verificabili, e non tessuti di menzogne e di vanità, come la radio
e i giornali”
Come vedremo, la concezione leviana della conoscenza come fonte di
responsabilità, del sapere come condizione minima di qualunque azione, verrà
sistematicamente disattesa dall’evoluzione dell’industria chimica italiana,
aprendo la strada ad alcuni dei disastri sanitari più gravi e persistenti della
storia del nostro Paese.
La chimica come mestiere di uomini
L’esperienza individuale del chimico Levi si sovrappone a quella dell’Italia
degli inizi del secolo scorso. La chimica, in quegli anni, divenne mestiere di
massa. Nel giro di pochi decenni fiorirono ovunque stabilimenti, capannoni,
grandi fabbriche che, nel corso del secolo breve, hanno più volte cambiato
vocazione ma mai l’oggetto del proprio lavoro: manipolare gli atomi, creare la
materia, stressare la natura. Ed è da quegli stabilimenti, da quei capannoni, da
quelle fabbriche che un piccolo Paese agricolo a forma di stivale seppe farsi
potenza economica. In questo senso, Il sistema periodico è il manifesto di una
trasformazione ontologica del genere umano che ha portato con sé una
trasformazione profonda, radicale, della società. E che ha scritto la mappa
dello sviluppo industriale del Novecento, dagli stabilimenti di produzione
bellica, chimica e del carbone di inizio secolo, a quelli legati alla
lavorazione del petrolio, esplosa a cavallo delle due guerre, fino ad arrivare
alle produzioni di massa del secondo dopoguerra: automobili, elettrodomestici,
plastiche.
> Guardare al mondo con gli occhi del chimico, per Levi, vuol dire provare a
> stabilire l’ordine del suo funzionamento, esplorare l’oscura natura e
> scandagliarne il funzionamento.
Il cambiamento ontologico che consentì all’essere umano di dominare la natura si
tradusse in quello antropologico che spogliò i contadini di stracci e zappe e li
vestì di tute, che tolse loro i tempi della semina e del raccolto per consegnare
quelli del turno, della sirena. Nella chimica si condensarono innumerevoli
promesse. Quella del dominio della natura che spettava ai tecnici, agli uomini
col camice che restavano affascinati dalla danza degli atomi. Quella
dell’emancipazione, per la massa sterminata di contadini affamati, tornati dalla
guerra smagriti e che adesso erano impoveriti. Quella della crescita economica,
che traghettò il nostro Paese attraverso due guerre ed esplose nella seconda
metà del secolo scorso, regalandoci l’illusione di un benessere che potesse
durare per sempre.
Accontentava tutti, la chimica. Giocando con le molecole si poteva debellare la
fame, garantendo un’agricoltura più produttiva grazie ai fertilizzanti. Si
poteva mangiare, riscaldare, si potevano alimentare motori. La chimica ha
inventato il materiale che ha rivoluzionato il ventesimo secolo, quello a
partire dal quale tutto è diventato accessibile: la plastica. Nel giro di pochi
decenni divenne la lingua della democrazia materiale, il volano delle infinite
possibilità che si spalancavano a ogni donna e ogni uomo dopo anni di buio e
fame.
C’era una categoria che, più di tutte, si godeva le promesse della chimica: gli
industriali. Consci del potenziale del gioco delle molecole, seppero
approfittarne grazie ai propri mezzi economici. Da quel momento, la chimica di
cui ci parlava Primo Levi smise di essere tale. A un certo punto gli uomini col
camice non erano più interessati a interrogare la natura per comprenderne la
dignità, ma cominciarono a stressarla, a manipolarla con una finalità
decisamente più materiale: garantire profitti alle famiglie proprietarie degli
stabilimenti. È per la loro azione che si è determinato quel salto che ha
portato la chimica a superare una serie di limiti. Ce ne parla sempre Levi,
quando descrive il polietilene come “leggero e splendidamente impermeabile: ma è
anche un po’ troppo incorruttibile, e non per niente il Padre Eterno medesimo,
che pure è maestro in polimerizzazioni, si è astenuto dal brevettarlo: a Lui le
cose incorruttibili non piacciono”.
> C’era una categoria che più di tutte ha sfruttato le promesse della chimica:
> gli industriali. È per via del loro operato che la chimica di cui ci parlava
> Primo Levi smise di essere tale.
Prenderebbe troppo spazio, adesso, ragionare di plastica come manifestazione
materiale della hybris della chimica. Quello che invece è utile sottolineare è
che, da un certo punto in poi, di questa hybris abbiamo pagato tutte le
conseguenze. E quasi mai le ha pagate chi ne è stato il mandante.
La mappa di un’eredità inattesa
Non a caso, alla mappa dello sviluppo industriale è possibile sovrapporre quella
delle contaminazioni, delle eredità tossiche che gran parte di queste attività
hanno lasciato nei luoghi che le ospitavano e nel sangue di chi ci ha lavorato.
Non si tratta solo di una metafora: esiste materialmente una mappa che
stabilisce quali territori sono stati contaminati dalle attività industriali e
necessitano di una bonifica urgente, perché mettono in pericolo la salute delle
persone che ci vivono e dell’ecosistema.
Sono i 42 Siti contaminati di interesse nazionale per le bonifiche (SIN), più
gli altri circa 39.000 Siti di interesse regionale (SIR). Tra le due sigle
cambia poco, solo chi dovrebbe finanziare gli interventi per bonificarli, ma è
più facile attenerci qui a parlare dei SIN, su cui ci sono dati più chiari e
utili a inquadrare il fenomeno. Si tratta di aree in cui lo Stato ha
riconosciuto la presenza di una contaminazione tale da renderne necessaria
l’interdizione, per tutelare la salute pubblica dei residenti. Levi scriveva:
“La nostra è un’arte che rende ricchi, ma fa morire giovani”, e infatti molti
dei SIN di oggi, ieri erano sedi di industrie chimiche o petrolchimiche
(Bagnoli, Porto Torres, Porto Marghera, Gela, Brescia, Trissino…).
Sei milioni di persone, in Italia, vivono in un SIN: il 10% della popolazione
ogni giorno è esposto a un inquinamento che determina percentuali più elevate
della media di malattie, tumori e morti inattese. I numeri di questa
correlazione sono riportati da uno studio prodotto dall’Istituto Superiore di
Sanità. Si chiama SENTIERI (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e
degli Insediamenti Esposti a Rischio di Inquinamento). I territori analizzati
hanno ospitato e talvolta ancora ospitano produzioni pericolose, che coinvolgono
sostanze poi diventate illegali, o sostanze assolutamente legali, la cui
gestione è stata irresponsabile. Mancata osservanza delle più banali norme di
sicurezza, scarichi e smaltimento illecito di rifiuti pericolosi, esposizione
incauta di lavoratori inconsapevoli. Sono tanti i fili della trama della
contaminazione del nostro Paese, ma hanno tutti un denominatore comune: chi
governava quelle produzioni non era quasi mai all’oscuro delle conseguenze.
> Sei milioni di persone, in Italia, vivono in un Sito di Interesse Nazionale
> per le bonifiche. Significa che il 10% della popolazione è esposto a un
> inquinamento che determina percentuali più elevate della media di malattie,
> tumori e morti inattese.
L’ultima edizione del Rapporto, la sesta, è uscita a febbraio 2023 e riporta i
dati relativi al periodo 2013-2017. L’aggiornamento di fatto conferma quanto
affermato nelle edizioni passate: nei SIN si muore di più che negli altri
territori (la media è del 2,6% in più) e c’è un eccesso di ospedalizzazioni (3%
in media). SENTIERI è uno strumento utilissimo per tante comunità colpite dalle
conseguenze sanitarie della contaminazione, che a lungo si sono scontrate con il
negazionismo istituzionale.
La chimica alla sbarra: il processo IPCA
Le conseguenze delle produzioni inquinanti, però, sono arrivate molto prima del
rapporto SENTIERI. C’è uno schema ricorrente in ognuna delle storie legate ai
SIN. Per un periodo più o meno lungo, le persone che lavorano o vivono nei
pressi di determinate produzioni si ammalano. Spesso muoiono. In una prima fase
si fa finta di niente, per fatalismo o convenienza. O perché, di fronte alla
certezza della fame, anche la possibilità della morte viene assimilata come un
rischio possibile, accettabile. In gran parte dei casi la proprietà della
fabbrica sa cosa sta accadendo, ma lo tiene nascosto perché dovrebbe
interrompere la produzione o spendere davvero tanti soldi per adeguarla a
standard sicuri e risarcire chi si è ammalato, o i parenti di chi è morto. A un
certo punto qualcuno decide di ribellarsi, alza un polverone, arrivano le
indagini, quando va bene i processi.
Il primo caso in assoluto è quello di Ciriè, vicino Torino, che ha coinvolto la
produzione di una fabbrica di colori, l’IPCA (Industria Piemontese Colori
Anilina). Questa storia comincia poco dopo la Prima guerra mondiale, quando una
facoltosa famiglia arrivata da Milano, i Ghisotti, decide di rilevare una
piccola fabbrica di pigmenti. Nella nuova produzione trovano un porto centinaia
di uomini tornati dalla guerra, che non hanno alcuna intenzione di riprendere le
fatiche dei campi e si consegnano con entusiasmo alle fauci di una fabbrica che,
svelano le carte del processo, si rivelerà un inferno. Paolo Randi, che in quei
capannoni ha lavorato, ricorda che il primo giorno gli fecero l’impressione di
Mauthausen, dove era stato in gita due anni prima.
Quella produzione dura mezzo secolo: i prodotti dell’IPCA sono richiesti in
tutta Italia e all’estero e, a partire dagli anni Cinquanta, i capannoni
ospitano fino a 700 operai. I verbali del processo sono un catalogo di
testimonianze di ex lavoratori e vedove che raccontano di sostanze chimiche
maneggiate a mani nude, di svenimenti, di incidenti continui. Di nebbia e di
acidi che corrodevano le scarpe. Di totale mancanza di dispositivi di
protezione. Il tutto a contatto con una serie di molecole, le ammine aromatiche,
direttamente connesse all’insorgenza del cancro alla vescica. All’apertura del
processo, la comunità scientifica lo sapeva da 80 anni. Aveva perfino dato un
nome a quella malattia: carcinoma vescicale da ammine aromatiche. Gli operai, ex
contadini semianalfabeti, non ne avevano idea. Lo sapeva già, invece, la
proprietà della fabbrica.
> Il processo all’IPCA di Ciriè, a cui testimoniò lo stesso Levi, è un momento
> spartiacque nella storia della tutela del lavoro in Italia. Per la prima volta
> una dirigenza era imputata non perché qualcuno era accidentalmente morto sul
> lavoro, ma perché la fabbrica stessa era stata letale per almeno 168 persone.
Lo avevano chiaro anche Benito (ma non gli piaceva, si faceva chiamare Gino)
Franza e Albino Stella, due ex operai. Gino aveva lavorato all’IPCA appena sei
anni e aveva smesso da dodici quando, nel 1969, a 36 anni, gli arrivò la
diagnosi infausta. Volle capirci di più: conosceva le storie dei suoi ex
colleghi, i lutti conservati nella discrezione di giovani vedove. Divenne punto
di riferimento di quella comunità di moribondi e donne sole, e vi incontrò
Albino Stella, anche lui scopertosi malato. Condussero una vera e propria
campagna di epidemiologia dal basso. Esplorarono i cimiteri nei dintorni della
cittadina, si appuntarono i nomi di tutti quelli che erano stati loro colleghi,
contattarono le famiglie e appurarono la causa della morte, quasi sempre un
tumore alla vescica.
Il loro lavoro fu indispensabile a ricostruire la catena di morti legate
all’IPCA e a portare alle condanne, esemplari per l’epoca, per la famiglia
Ghisotti. A quel processo testimoniò anche Primo Levi, per mettere in chiaro che
sul banco degli imputati non c’era la chimica ma l’utilizzo che qualcuno aveva
deciso di farne.
> Lavoravo in una fabbrica dove si usavano prodotti dell’IPCA, e sono qui per
> solidarietà e testimonianza per le vittime e i loro cari. Come tecnico posso
> dire che ci troviamo di fronte a un caso estremo di incuria. Questo mestiere
> non è come gli altri: chimico non vuol dire solo laureato, ma persona
> deontologicamente a posto. Se la scuola non ti ha dato certe nozioni è il tuo
> dovere cercarle, approfondirle. Altrimenti sei in colpa più verso te stesso
> che verso gli altri.
C’è un prima e un dopo IPCA nella storia delle tutele sul lavoro in Italia. Il
dibattimento dimostrò una lunga catena di omissioni, inefficienze, sabotaggi e
insabbiamenti, complici morali di quelle morti. Era la prima volta che, in
Italia, il sindacato si costituiva parte civile. Quel processo è stato il primo
in cui una dirigenza era imputata non perché qualcuno era accidentalmente morto
mentre lavorava, ma perché la fabbrica in quanto tale era stata letale per
almeno 168 (questi i casi che era stato possibile conteggiare) operai.
Quanto verde sarà la riconversione
L’ex IPCA di Ciriè non è un SIN ma un sito orfano, un territorio contaminato in
cui la proprietà degli stabilimenti si è dileguata: l’azienda è fallita, o la
sua sigla si è sciolta in mille rivoli di cambi di nome o destinazione, e
nessuno più è rimasto a pagare il conto del disastro. Il problema principale,
con le contaminazioni, è che la responsabilità delle bonifiche è continuamente
rimpallata tra nuove e vecchie proprietà degli stessi stabilimenti e, per
determinare chi debba pagare, si passa di tribunale in tribunale, spesso girando
a vuoto e, in ogni caso, perdendo anni in cui le persone continuano ad
ammalarsi, a morire.
Uno dei casi più emblematici è il SIN di Porto Torres. Il petrolchimico nacque
nel 1962, in piena stagione dell’industrializzazione sarda, quando la Sir di
Nino Rovelli scelse Porto Torres come avamposto della chimica italiana, portando
sviluppo e occupazione in un territorio che ne aveva una gran fame. Dopo il
crollo finanziario del gruppo, nel 1980 subentrò Enichem, controllata di Eni.
Nel 1981 Enrico Berlinguer, allora segretario del Partito comunista italiano,
ispezionò gli stabilimenti e volle pranzare con gli operai, chiedendo
specificamente: “Com’è la situazione ambientale per la salute dei lavoratori e
verso il territorio?”. Era già noto che, quando si trasformava il petrolio, si
lavorava a contatto con sostanze pericolose per la salute e l’ambiente. Chi non
lo sapeva, ancora una volta, erano i lavoratori che, ignari, lasciavano in
fresco le birre nelle vasche di raffreddamento del cloruro di vinile monomero,
un gas riconosciuto come potente agente cancerogeno, utilizzato per la
produzione di una delle plastiche più diffuse al mondo, il PVC. Esattamente come
i loro colleghi a Porto Marghera, d’estate, ci mettevano le angurie perché non
si scaldassero nell’afa della laguna.
Non sapevano che si sarebbero ammalati, gli operai di Porto Torres, ma potevano
vedere i fumi giallastri, le acque oleose scaricate direttamente in mare, le
colline artificiali di scarti e fanghi. Su questo, però, erano clementi: negli
anni Settanta il polo dava lavoro, tra interni e indotto, a 10.000 persone. Le
conseguenze sono arrivate dopo. Con i tassi di mortalità e incidenza tumorale
superiori alla media. E con il processo “Darsena veleni”, che nel 2023 si è
chiuso in Cassazione con la condanna definitiva di tre ex dirigenti Syndial, per
disastro ambientale colposo; anche se la bonifica non è ancora arrivata e il
comune di Porto Torres sta ancora attendendo il risarcimento.
> L’eredità della chimica non deve necessariamente tradursi in un presente di
> danno sanitario ed ecosistemico. Ci sono casi in cui le priorità sono state
> gli interessi del territorio e della comunità, come è successo in Germania,
> nella regione della Ruhr.
Nel 2011 Porto Torres è stata individuata come polo per la transizione ecologica
attraverso la “chimica verde” della joint-venture Matrìca (Versalis e Novamont).
Il progetto prevedeva, tra le altre cose, la riconversione degli impianti per la
produzione di bioplastiche alimentata da coltivazioni locali di cardo. Un
rilancio che avrebbe dovuto rispondere a un territorio in cui la
deindustrializzazione aveva aggiunto alla contaminazione e alle malattie anche
il carico di disoccupazione e deserto sociale. Durante i tredici anni trascorsi
dall’accordo, tuttavia, l’attuazione della terza e ultima fase del progetto ha
dovuto confrontarsi con sostanziali limiti politici e operativi: la
disponibilità di terreni agricoli per il cardo si è attestata intorno ai 500
ettari rispetto alle decine di migliaia previsti. Le difficoltà nella resa della
coltura locale hanno impedito di sostituire l’olio di girasole utilizzato fin
dall’inaugurazione del primo impianto, nel 2014, e importato via nave da
cooperative francesi, complicando il mantenimento del modello a “chilometro
zero” inizialmente auspicato.
Il disastro ambientale, in ogni caso, non è un debito impossibile da estinguere.
L’eredità della chimica non deve, necessariamente, tradursi in un presente di
danno sanitario ed ecosistemico. Ci sono altre strade. Quando Primo Levi parlava
della sua chimica, raccontava di uno strumento utile all’umanità per conoscere
la materia. La disciplina che difendeva, anche nei banchi del processo di Ciriè,
era al servizio dell’essere umano. Studiarla serviva a migliorare la vita, a
difendere gli interessi di tutti. Il punto, sembra dirci Levi, non è la chimica,
ma la centralità dell’interesse pubblico.
Ci sono casi in cui le priorità sono state gli interessi del territorio e della
comunità. È successo in Germania, nella regione della Ruhr, cuore dell’industria
pesante del Novecento e della contaminazione in Europa. Qui il risanamento non è
stato gestito come un’emergenza ma come un grande progetto collettivo, affidato
a una società di scopo a partecipazione pubblica. In trent’anni i siti
contaminati sono diventati laboratori a cielo aperto che hanno creato
occupazione; i brevetti per il lavaggio del suolo e la fitodepurazione nati in
quelle aree sono oggi competenze che la Germania esporta nel mondo. La bonifica
è diventata una voce attiva del PIL.
La bonifica come cura del territorio e della comunità
Quarant’anni dopo il processo, l’area dell’ex IPCA oggi è patrimonio del comune
di Ciriè. Nel mezzo ci sono stati un deposito di scarti chimici, diversi cambi
di sigla, esorbitanti preventivi di bonifica che nessuno ha voluto pagare. Chi
ha inquinato non c’è più. L’IPCA è oggi un sito orfano, uno dei 484 censiti dal
ministero dell’Ambiente. Si tratta di scheletri industriali ripudiati dai propri
padri, cancellati dalla storia o resi irreperibili dal bailamme dei cambi di
sigla. La loro messa in sicurezza, adesso, ricade sullo Stato. Per effettuarla
sono stati stanziati 500 milioni di euro del PNRR. Proprio grazie a questo
finanziamento, l’area dell’ex IPCA diventerà un parco cittadino con un ecomuseo
dedicato alla storia di Albino Stella e Benito Franza.
> A Ciriè, a Porto Torres, a Porto Marghera, la scienza sapeva. Il problema non
> è mai stato l’assenza di conoscenza ma la scelta sistematica di non assumerla
> come guida dell’azione.
La bonifica dei siti orfani intanto procede. L’obiettivo era riqualificare
almeno il 70% della superficie entro il primo trimestre del 2026. I numeri
dicono che quella scadenza è già superata. Dei 484 siti censiti, solo 225 sono
stati finanziati e solo 55 hanno concluso il procedimento. Il rischio concreto è
perdere parte di quei fondi o vederli andare altrove.
E non va meglio per i SIN. ISPRA stessa segnala una serie di lacune sui dati. I
più aggiornati e completi a nostra disposizione sono di giugno 2024 e ci dicono
che la caratterizzazione (cioè l’analisi delle matrici della contaminazione) è
stata completata nel 59% dei suoli e nel 55% delle acque sotterranee.
Solo il 13% dei suoli e il 17% delle acque, però, hanno ricevuto l’approvazione
dei procedimenti di bonifica. Anzi, tra il 2016 e il 2024, sempre secondo
l’Istituto, non ci sono stati sostanziali avanzamenti. Un aggiornamento
significativo è che sono in corso le riperimetrazioni di alcuni SIN (finora 10,
tra cui Taranto, Priolo, Brindisi e Napoli Orientale). Il processo in teoria
dovrebbe ridefinire i confini delle aree contaminate. In pratica però si traduce
nella prospettiva inquietante di una riduzione dell’estensione, e quindi degli
obblighi di bonifica su alcune aree. Sulle quali, però, nessuno ha mai fatto
alcun intervento.
C’è un dato che accomuna le storie raccontate fin qui. A Ciriè, a Porto Torres,
a Porto Marghera, la scienza sapeva. Il problema non è mai stato l’assenza di
conoscenza ma la scelta sistematica di non assumerla come guida dell’azione. È
quello che Levi contesta al processo di Ciriè, la deontologia che chiede ai
chimici: il sapere come fonte di responsabilità. La conoscenza scientifica come
condizione minima per qualunque decisione.
Quella condizione oggi vale anche per la politica. Sappiamo quali molecole fanno
male; dove sono; in quali corpi sono entrate. Eppure i SIN restano fermi, i
fondi del PNRR rischiano di andare altrove e, ancor più grave, molte produzioni
inquinanti sono ancora attive. Partire da questi assunti vuol dire ripensare
anche la transizione ecologica come processo, partendo da una verità di base:
non basta cambiare le fonti energetiche con cui alimentiamo le nostre società o
inventare soluzioni tecnologiche per rimangiarci le emissioni inquinanti. Serve
far pace con i territori che il secolo scorso ha avvelenato. Non si costruisce
un nuovo patto con l’ecosistema su un suolo contaminato. Guarire i territori è
la precondizione della transizione.
La chimica che Levi amava non prometteva nulla che non potesse dimostrare. Era
l’antidoto ai dogmi, alle affermazioni non dimostrate, agli imperativi che
chiedevano di credere senza pensare. Quella stessa esigenza è l’unica base su
cui si può costruire una politica all’altezza del disastro che abbiamo
ereditato.
L'articolo La promessa tradita della chimica proviene da Il Tascabile.
Tag - salute
O zempic è il nome commerciale di un farmaco capace di intervenire sui
meccanismi della fame e della sazietà. Rallenta lo svuotamento dello stomaco e
attenua l’appetito, inducendo a mangiare meno e portando, nel tempo, alla
perdita di peso. Nato per il trattamento del diabete di tipo 2, è diventato in
pochi anni l’esempio più noto di una nuova classe di farmaci dimagranti, che
spostano il controllo del peso dal piano della volontà individuale a quello
della regolazione farmacologica. A prima vista questo spostamento alleggerisce
la pressione sul singolo, poiché non gli si chiede più di “mangiare meno e
muoversi di più”. E tuttavia, sotto questa trasformazione rimane inalterato il
modo in cui guardiamo i corpi grandi: corpi sbagliati, sgradevoli, da correggere
e da riportare a una norma. Il corpo grasso viene letto ancora una volta come
una responsabilità individuale e, prima ancora, come una colpa.
Se è vero che l’obesità è stata accertata come fattore di rischio per molte
patologie, è anche vero che nel discorso pubblico si tende spesso a trasformare
questa correlazione in un giudizio, non solo estetico ma anche morale, sul corpo
e sulla persona. La grassofobia agisce su tre dimensioni: il pregiudizio, ovvero
l’idea che i corpi grandi valgano meno, lo stigma, ovvero l’attribuzione di
qualità negative alle persone grasse (ingorde, pigre, trasandate), e infine la
discriminazione, cioè l’insieme delle barriere e dei comportamenti che tendono a
tagliare fuori le persone grasse dalla vita sociale e lavorativa.
Questa dinamica non si distribuisce però in modo uniforme. Negli ultimi anni,
soprattutto nei contesti di attivismo anglofono legati al movimento fat
acceptance, si sono diffuse categorie informali come mid-size, small fat, mid
fat, super fat e infinifat, utilizzate per descrivere differenze interne a ciò
che viene spesso trattato come un gruppo omogeneo. Si tratta di etichette non
scientifiche, nate per rendere visibile un dato empirico: la grassofobia tende a
intensificarsi con l’aumentare della taglia. Chi occupa posizioni più vicine ai
modelli corporei socialmente accettati può ancora abitare e attraversare, con
qualche attrito, spazi e pratiche pensati per corpi standard; man mano che ci si
allontana da questi parametri lo stigma si fa più esplicito e le barriere più
escludenti.
> Chi è vittima di atteggiamenti grassofobici ha maggiori probabilità di
> rimandare visite e controlli, di ricevere diagnosi tardive o trattamenti meno
> adeguati, e più in generale di sviluppare un rapporto problematico con il
> sistema sanitario.
Anche senza passare in rassegna i dati che documentano ostacoli e trattamenti
peggiori nell’accesso a lavoro, scuola e cure, basta guardare agli oggetti più
ordinari per vedere come questa logica si traduca nella pratica: sedili di aerei
e lettini di ospedale troppo stretti per ospitare certi corpi, brand di
abbigliamento che prevedono solo alcune taglie, bilance non tarate su corpi più
pesanti. Qui la grassofobia non passa da un giudizio esplicito ma è inscritta in
un progetto che decide silenziosamente quali corpi sono previsti e quali no.
Un’analisi pubblicata sull’International Journal of Obesity nel 2025, basata su
oltre un milione di risposte raccolte nel tempo, mostra che atteggiamenti
negativi verso le persone obese sono diffusi anche tra i medici e gli operatori
sanitari, e in alcuni casi risultano persino più marcati tra chi ha un ruolo
diretto nella diagnosi e nel trattamento. Questi atteggiamenti non si presentano
necessariamente come ostilità aperta; più spesso prendono la forma di
associazioni automatiche legate all’idea che il peso sia una questione di
volontà, che il corpo grasso indichi scarso controllo o scarsa adesione alle
raccomandazioni mediche.
È un tipo di sguardo che tende a semplificare e che può influenzare il modo in
cui si interpreta un sintomo o si costruisce un percorso di cura. Le persone che
ne sono vittima hanno maggiori probabilità di rimandare visite e controlli, di
ricevere diagnosi tardive o trattamenti meno adeguati, e più in generale di
sviluppare un rapporto problematico con il sistema sanitario. Secondo alcune
ricostruzioni teoriche l’obesità si sarebbe affermata come categoria clinica
all’interno di una cornice grassofobica, che a sua volta affonda le sue radici
in una storia ben più lunga, legata al colonialismo e alla morale protestante.
Ma per comprenderlo occorre fare un passo indietro.
L’epidemia di obesità
Alla fine degli anni Novanta, un articolo sul Journal of the American Medical
Association (JAMA) segnò un punto di svolta nel modo in cui parliamo di corpi
grassi. Mettendo in fila i dati raccolti tra il 1991 e il 1998, un gruppo di
ricercatori dei Centers for Disease Control aveva registrato un aumento
significativo della quota di adulti obesi negli Stati Uniti, dal 12 al 17,9% in
soli sette anni, con una crescita in tutti gli Stati, in entrambi i sessi e in
quasi tutti i gruppi di età. Il fenomeno non era descritto come una semplice
tendenza, ma come un’“epidemia di obesità”.
> Nello stigma nei confronti dell’obesità delle narrazioni patologizzanti, la
> responsabilità veniva scaricata sui singoli e sulle famiglie, secondo una
> logica che ignorava i determinanti sociali, economici e ambientali delle
> scelte individuali.
Questa connotazione di allarme e urgenza diventò centrale nella campagna
mediatica successiva, anche attraverso la diffusione di grafici che mostravano
la progressione del fenomeno anno per anno, come se si stesse seguendo
l’evoluzione di un contagio. “Epidemia di obesità” divenne una formula sempre
più accreditata, utilizzata come base scientifica per la “guerra all’obesità”
che ne conseguì: a partire dagli anni Duemila si diffusero linee guida che
fissavano soglie numeriche di “peso sano”, interventi sulle mense e sui
programmi di attività fisica nelle scuole, normative più stringenti sulla
produzione di bevande zuccherate e sulle pubblicità di junk food.
In diversi Paesi anglofoni circolavano spot che facevano leva sulla paura del
futuro e su una struttura narrativa del tipo “what if”: in un video della
campagna Strong4Life, per esempio, si ripercorre a ritroso la vita di un uomo
colpito da infarto, risalendo fino all’infanzia. Man mano che il racconto
procede, ogni passaggio viene associato a gesti come il consumo di bevande
zuccherate o la visione prolungata di programmi televisivi, suggerendo che la
condizione finale sia il risultato diretto e cumulativo delle scelte fatte nel
corso della vita, spesso dentro lo spazio domestico e familiare. In questo
genere di narrazioni la responsabilità veniva scaricata sui singoli e sulle
famiglie, secondo una logica che ignorava i determinanti sociali, economici e
ambientali delle scelte individuali, ovvero tutto ciò che rende difficile
cambiare abitudini: lavoro precario, marginalità sociale, costo elevato del cibo
più sano, città progettate per le auto, stress cronico.
Al di là dell’intenzione comunicativa, questi spot veicolavano un’equazione che
oggi ci sembra quasi ovvia, quella tra il corpo magro e il corpo sano, ma che un
tempo era impensabile. Per buona parte del Novecento le principali
preoccupazioni sanitarie erano state la malnutrizione, le carenze vitaminiche,
le malattie infettive che attecchivano su corpi troppo gracili. All’epoca si
riteneva che qualche chilo in più potesse fornire un piccolo margine di
protezione e la magrezza era considerata un segnale di malattia e decadenza
sociale.
Col passare dei decenni, polmoniti e tubercolosi arretrarono progressivamente
grazie al miglioramento delle condizioni igieniche e abitative e allo sviluppo
di vaccini e antibiotici. Nello stesso tempo, l’aumento della popolazione
anziana e i cambiamenti nello stile di vita (primi fra tutti l’alimentazione
industriale e la crescente sedentarietà) spostarono l’attenzione verso le
patologie non trasmissibili come l’infarto, l’ictus e il diabete di tipo 2, con
lo studio dei relativi fattori di rischio. I medici cominciarono a monitorare le
persone per anni, a confrontare nel tempo parametri come il peso, la pressione e
la glicemia, a notare che chi pesa di più, in media, si ammala prima di certe
malattie croniche. Tra gli anni Settanta e Ottanta il grasso diventò a tutti gli
effetti un campanello d’allarme e un problema di salute pubblica, soprattutto
nei Paesi anglofoni.
> Chi ha un corpo più vicino ai modelli socialmente accettati può ancora abitare
> e attraversare, con qualche attrito, spazi e pratiche pensati per corpi
> standard; man mano che ci si allontana da questi parametri lo stigma si fa più
> esplicito e le barriere più escludenti.
All’inizio degli anni Novanta l’Organizzazione mondiale della sanità si trovò
davanti a un problema molto pratico: in ogni Paese si usavano soglie diverse per
decidere chi è in sovrappeso e chi no, con risultati difficili da confrontare.
Si scelse allora di eleggere a criterio ufficiale l’indice di massa corporea
(BMI, Body Mass Index), un indicatore dato dal rapporto tra peso e altezza al
quadrato. Sulla base di questo criterio, si suddivideva la popolazione in
quattro fasce principali: sotto una certa soglia numerica si parla di sottopeso,
in un intervallo intermedio di normopeso, oltre di sovrappeso e ancora oltre di
obesità.
Nel 1998 gli Stati Uniti si allinearono a queste soglie e abbassarono il limite
tra normopeso e sovrappeso. Così, dall’oggi al domani, milioni di persone che il
giorno prima erano considerate nella norma diventarono, per definizione, in
sovrappeso. Quando, l’anno dopo, l’articolo del JAMA parlerà di “diffusione
dell’epidemia di obesità”, troverà quindi un vocabolario, degli strumenti di
misura e un immaginario già pronti ad accogliere quella metafora.
Il BMI: che cosa misura davvero
In origine il BMI non nasce nel campo della medicina e non serve a stabilire se
una persona sia sana o malata. Il criterio era stato introdotto nell’Ottocento
dal matematico e statistico belga Adolphe Quetelet e poi preso in prestito dalle
compagnie assicurative, che lo usavano per calcolare, su grandi numeri, la
probabilità di morte associata a determinate caratteristiche fisiche, come il
rapporto tra peso e altezza, così da fissare il prezzo delle polizze. Chi si
discostava da certi intervalli di peso veniva considerato più costoso da
assicurare. Il BMI aveva quindi una finalità statistica e descrittiva, non una
finalità clinica. È solo in un secondo momento che questo parametro è stato
ripreso dalla medicina per fissare “soglie di normalità”, trasformando una
correlazione statistica in un criterio di salute individuale.
Questo slittamento rappresenta un punto decisivo, perché cambia completamente il
senso dello strumento: una probabilità statistica più alta in un ampio gruppo di
popolazione non significa che qualsiasi persona con un BMI alto morirà prima o
sia destinata a una cattiva salute. Il BMI, da solo, non distingue tra muscolo e
adipe e non dice nulla su pressione sanguigna, glicemia, livelli di
infiammazione, capacità cardiorespiratoria o presenza di malattie. Una persona
classificata come “sovrappeso” può avere esami del sangue perfettamente nella
norma, fare attività fisica regolare e non avere alcun segnale clinico di
malattia. Allo stesso tempo, una persona con un BMI “normale” può avere il
diabete o altri problemi di salute. Questo perché l’indicatore non considera il
funzionamento dell’organismo, ma esprime solo un rapporto matematico. È proprio
in questo passaggio, da criterio statistico a misura di normalità, che il BMI
smette di essere solo uno strumento tecnico e diventa parte di un più ampio
sistema di valori e significati culturali sul corpo.
> L’indice di massa corporea (BMI) in origine aveva una finalità statistica e
> descrittiva, non clinica. Solo in un secondo momento è stato ripreso per
> fissare delle “soglie di normalità”, trasformando una correlazione statistica
> in un criterio di salute individuale.
Oggi la valutazione dell’obesità non si basa più esclusivamente sul BMI, che
resta uno strumento di primo screening ma viene considerato insufficiente da
solo. Uno dei suoi limiti principali è il fatto di essere tarato su popolazioni
molto specifiche, prevalentemente europee. Già nel 2004 un gruppo di esperti
convocato dall’Organizzazione mondiale della sanità ha mostrato che, in molti
Paesi asiatici, il rischio di diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari
aumenta a valori di BMI più bassi rispetto alle popolazioni europee, portando
alla luce la necessità di proporre soglie differenziate. Nella pratica clinica
attuale si adotta (o si dovrebbe adottare) un approccio multifattoriale
all’obesità che integra altri indicatori, ad esempio la distribuzione del grasso
corporeo e una serie di parametri (fisiologici, come la pressione arteriosa, e
metabolici, come la glicemia e il profilo lipidico) che servono a stimare
l’impatto reale sulla salute.
La letteratura scientifica recente, inoltre, distingue sempre più chiaramente
tra obesità come condizione clinica, quando comporta già un danno funzionale o
metabolico, e obesità come fattore di rischio, cioè una condizione che aumenta
la probabilità di sviluppare determinate patologie nel tempo senza implicare
necessariamente la presenza di malattia in atto. Questa doppia lettura rende il
concetto molto più elastico e meno lineare di quanto suggerisca l’uso quotidiano
del termine.
La costruzione culturale del sapere medico
Il fatto che la medicina, all’inizio, abbia incorporato il BMI in maniera
piuttosto frettolosa e acritica può essere letto come l’esito di un contesto
storico-culturale in cui il corpo grasso era già caricato di significati
negativi, e in cui queste valutazioni hanno progressivamente colonizzato anche i
saperi scientifici. Nel libro Fat Phobia (2022), la sociologa Sabrina Strings
presenta l’adozione del BMI da parte della medicina come l’effetto di una
genealogia in cui si intrecciano razzismo, religione e gerarchie sociali. Il suo
lavoro è spesso citato nei dibattiti contemporanei su body positivity,
grassofobia e medicalizzazione del peso, perché mette in discussione l’idea che
il discorso medico sul corpo sia neutrale o puramente tecnico.
> Nello sguardo coloniale il corpo nero, in particolare quello femminile, viene
> progressivamente associato all’idea di ingordigia e sensualità incontrollata,
> mentre per contrasto il corpo bianco viene associato all’idea di misura,
> controllo e sobrietà.
Un primo elemento di questa storia è la tratta transatlantica degli schiavi, che
tra il Sedicesimo e il Diciannovesimo secolo ha visto la deportazione coatta
dall’Africa verso le Americhe, di milioni di persone, impiegate poi nelle
piantagioni di zucchero, tabacco e cotone e in altre tipologie di lavoro
forzato. Per rendere moralmente e politicamente accettabile la tratta degli
schiavi era necessario costruire una differenza oggettiva radicale tra chi
schiavizzava e chi veniva schiavizzato, in modo da presentare gli schiavi come
persone naturalmente inadatte alla libertà e già predisposte, per loro stessa
indole, a essere governate. Nasce così il razzismo scientifico: nello sguardo
coloniale il corpo nero, e in particolare quello femminile nero, viene
progressivamente associato all’idea di ingordigia e sensualità incontrollata,
mentre il corpo bianco viene associato per contrasto all’idea di misura,
controllo e sobrietà.
Parallelamente, questa contrapposizione viene sostenuta anche dalla diffusione,
tra Europa settentrionale e Nord America, della cultura protestante e di una
morale religiosa sempre più attenta al controllo del corpo. Nella morale
protestante la frugalità e il dominio sugli appetiti diventano una forma di
disciplina quotidiana e insieme un segno visibile di virtù e vicinanza allo
stato di grazia, mentre il grasso tradisce un’anima dominata dall’eccesso
(“gluttony” nella letteratura storica e teologica anglofona), spiritualmente
povera, lontana da Dio. È dall’incrocio di queste due linee che emerge l’idea
che il corpo magro e bianco sia l’unico corpo legittimo, moralmente superiore e
“adatto” a rappresentare la nazione. Un’idea che attraversa anche la cultura
iconografica e visuale, come testimoniano le raffigurazioni realizzate tra
Ottocento e Novecento, che propongono un’immagine esuberante e ipersessualizzata
della fisicità femminile nera.
Secondo Strings, dunque, la scelta del BMI come indice dello stato di salute è
figlia di secoli di rappresentazioni non neutrali del corpo. Figure citate nel
libro, come quella del medico George Cheyne, che racconta la propria
“conversione” a una dieta quasi ascetica a base di latte, semi, pane e frutta,
ci permettono di riconoscere una certa “parentela”, seppur lontana, con la
moderna diet culture: dimagrire non è solo una questione di salute, ma molto più
spesso è una questione di status.
> Oggi impera una cultura per cui il corpo “riuscito” è quello che elimina o
> nasconde ogni traccia di sforzo e di fatica: deve comunicare uno stile di vita
> e una posizione sociale più che raccontare una storia e un processo.
Dentro uno scenario che trasforma il peso corporeo in un segnale di status e
valore personale si inserisce, probabilmente, anche il successo di farmaci come
Ozempic. Il controllo del peso, oggi, non passa più soltanto dalla disciplina
individuale, ma da una scorciatoia che agisce direttamente sui meccanismi
biologici, garantendo una gratificazione rapida. Questo spostamento si colloca
in una cultura in cui il corpo “riuscito” è quello che elimina o nasconde ogni
traccia di sforzo e di fatica: il corpo deve comunicare uno stile di vita e una
posizione sociale più che raccontare una storia e un processo. Anche quando la
fatica viene rappresentata (basti pensare ai tanti gym content che popolano
Instagram e TikTok) non compare quasi mai nella sua forma “grezza” (con tutto
ciò che comporta: disordine, sudore, affanno, scompostezza), ma in una forma
estetizzata, levigata e controllata.
Il passaggio dal primato della volontà alla regolazione farmacologica del corpo,
comunque, non rompe la struttura precedente ma la riorganizza. Intanto perché
agisce sul corpo così come si presenta, lasciando intatte le condizioni
socioeconomiche che possono averlo plasmato: i ritmi di lavoro che rendono
difficile una gestione regolare dei pasti, la struttura dei prezzi che penalizza
il cibo fresco a favore di quello industriale, le città disegnate intorno alla
mobilità automobilistica, la riduzione progressiva del tempo non assorbito da
lavoro e spostamenti, contesti di vita iperstimolanti che favoriscono una
relazione impulsiva con il cibo.
E poi perché il corpo magro, adesso più tecnicamente raggiungibile, resta
l’orizzonte desiderabile. La differenza principale si sposta sul piano
dell’accesso, con nuove forme di esclusione (chi può permettersi il “corpo
Ozempic” e chi no) e una rinnovata ossessione per la magrezza come capitale
estetico e sociale.
L'articolo Il corpo calcolato proviene da Il Tascabile.
I l primo aprile 2006 il British Medical Journal (BMJ) pubblicava un articolo
che annunciava la scoperta di una nuova malattia chiamata MoDeD (Motivational
Deficiency Disorder), o disturbo da carenza motivazionale. Secondo l’articolo,
redatto dal fittizio Dr. Leth Argos dell’Università di Newcastle, il disturbo si
manifestava con una pigrizia estrema, arrivando nei casi più gravi a ridurre la
motivazione a respirare. La cura proposta? Un farmaco immaginario chiamato
Indolebant, che avrebbe trasformato un giovane incapace di alzarsi dal divano in
un consulente finanziario attivo a Sydney. L’articolo, pur essendo chiaramente
una parodia, fu preso sul serio da numerosi media, che lo diffusero come una
scoperta scientifica reale. La situazione prese una piega tale che il BMJ fu
costretto a svelare lo scherzo poche ore dopo la pubblicazione.
Il caso del MoDeD divenne un esempio emblematico di come la definizione di
malattia possa essere facilmente ampliata o manipolata, trasformando aspetti
della vita quotidiana in condizioni cliniche da diagnosticare e trattare, e
anticipava molte delle discussioni successive sulla costruzione mediatica e
sociale della malattia. Possiamo spiegare il successo della notizia con la
tendenza, consolidatasi negli ultimi decenni, a interpretare come problemi di
salute ciò che prima consideravamo semplici varianti naturali della
configurazione corporea. Questo processo è noto come medicalizzazione, ed è
particolarmente evidente nell’ambito della medicina estetica.
La patologizzazione della bruttezza
Una piega palpebrale assente, un naso prominente, denti non perfettamente
allineati, una pelle dalla texture irregolare. Nella medicina contemporanea
molte caratteristiche fisiche hanno subito una trasformazione silenziosa ma
radicale: da semplici variazioni non desiderabili, da accettare passivamente,
sono diventate oggetto di attenzione medica. Siamo nel campo della medicina non
solo perché si applicano competenze e strumenti propri di questa disciplina, ma
anche perché spesso c’è una diagnosi di patologia. Se in alcuni casi la
patologia è rappresentata da compromissioni funzionali, in altri casi essa
coincide con il disagio psicologico e sociale che, anche in assenza di
disfunzioni, può scaturire dal senso di inadeguatezza rispetto ai canoni
estetici dominanti. In queste circostanze si interviene dunque sul corpo per
guarire una “malattia dell’anima”.
> Per medicalizzazione si intende la tendenza a trattare come problemi medici
> alcuni aspetti della vita ‒ fisici, psicologici o sociali ‒ un tempo ritenuti
> normali.
Questa metamorfosi culturale, che il filosofo della medicina Yves Saint James
Aquino identifica come patologizzazione della bruttezza, si nutre di un
meccanismo duplice. Da un lato, la medicina si è appropriata di una
sovrapposizione antica, quella tra bello, buono e sano. Un volto con pelle
uniforme, privo di segni visibili di malattia o invecchiamento, tende a essere
percepito simultaneamente come in salute, virtuoso, giovane e attraente; al
contrario, caratteristiche che deviano dagli standard vengono lette come
limitazioni funzionali o segnali di una salute precaria. Dall’altro, agiscono
strategie attive per inquadrare la chirurgia estetica non come pratica
migliorativa, ma come intervento terapeutico.
In particolare, Aquino identifica tre possibili concettualizzazioni tramite cui
la bruttezza viene patologizzata, che fanno riferimento a tre diverse concezioni
della malattia.
Malattia come danno, disfunzione e deviazione
La prima si basa sul concetto di danno. Negli anni Trenta i chirurghi plastici
giustificavano le correzioni dei tratti corporei che causavano disagio
psicologico chiamando in causa il complesso di inferiorità; oggi la retorica si
è spostata sul modello della disabilità, considerando la bruttezza come uno
svantaggio invalidante che può limitare le opportunità socioeconomiche. In
entrambi i casi emerge una concezione normativista della malattia, che fonda il
concetto di salute sul vissuto personale e su valori socialmente condivisi.
Questa visione si intreccia con i meccanismi sociali di riconoscimento e
valorizzazione della bellezza: il benessere soggettivo e le traiettorie di vita
vengono influenzate da bias cognitivi come l’effetto alone, che attribuisce
qualità positive agli individui fisicamente attraenti. In virtù di questi
pregiudizi, essere di bell’aspetto si traduce in un beauty premium (traducibile
in italiano come “premio alla bellezza”) che apporta vantaggi economici, sociali
e professionali tangibili, tra cui migliori risultati scolastici, lavori di
status più elevato e maggiori probabilità di successo nelle relazioni.
> Diversi studi mostrano come un bell’aspetto spesso si traduca in vantaggi
> economici, sociali e professionali tangibili, tra cui migliori risultati
> scolastici, lavori di status più elevato e maggiori probabilità di successo
> nelle relazioni.
La seconda accezione si basa sul concetto di disfunzione: la bruttezza
ostacolerebbe l’attrazione di partner sessuali e l’integrazione sociale,
entrambe necessarie alla riproduzione. Ci troviamo all’interno di un paradigma
naturalista, che concepisce la malattia come una disfunzione oggettiva rispetto
ai normali processi biologici di un organismo, indipendentemente da percezioni
soggettive o valori culturali.
La terza accezione si basa sul concetto di deviazione: la caratterizzazione
patologica della bruttezza dipenderebbe da uno scostamento misurabile rispetto a
una norma statistica o un canone numerico. Un esempio è il rapporto aureo,
utilizzato in medicina estetica per valutare le proporzioni del viso. Quando una
caratteristica si colloca oltre i limiti di questa norma, si parla di
“deviazione” anche se non c’è un danno soggettivo percepito, né una disfunzione
biologica identificabile. In realtà, osserva Aquino, il ricorso alla norma
statistica è spesso uno strumento per naturalizzare standard culturali,
mascherandoli da criteri biologici universali.
La crescente patologizzazione della bruttezza mette in crisi la distinzione
tradizionale tra chirurgia ricostruttiva e chirurgia cosmetica e ridefinisce i
criteri di legittimità dell’intervento chirurgico: ciò che un tempo era
giustificato solo dal ripristino di una funzione corporea mancante o danneggiata
oggi può essere autorizzato anche dalla richiesta di colmare un presunto
svantaggio biologico o sociale.
Quello che sta accadendo con la medicina estetica è considerato da molti un
esempio evidente di disease mongering, concetto spesso reso in italiano come
“mercificazione della malattia”: si espande il dominio del patologico e quindi
il raggio d’azione della medicina, spesso con l’obiettivo di allargare il
mercato di farmaci e trattamenti. Più il concetto di malattia diventa fluido e
ambiguo, infatti, più diventa facile creare a tavolino nuove patologie. Ciò
induce nel pubblico una certa percezione di rischio e deficit, aumentando le
possibilità del mercato di identificare target di pazienti-clienti a cui
proporre prodotti sanitari come integratori, test diagnostici, programmi di
benessere e trattamenti.
> Siamo di fronte a un esempio evidente di disease mongering, o mercificazione
> della malattia. Più il concetto di malattia diventa fluido e ambiguo, infatti,
> più diventa facile creare a tavolino nuove patologie.
La ridefinizione concettuale dei confini tra salute e malattia non è però
esclusiva dell’ambito estetico. Si tratta di un processo che ha investito la
medicina in maniera trasversale, rendendo la salute nel suo insieme qualcosa di
incerto, malleabile e negoziabile. Questa evoluzione si è tradotta nella
crescente espansione dei codici ICD (International Classification of Diseases),
la Classificazione internazionale delle malattie dell’OMS (Organizzazione
Mondiale della Sanità) che oggi supera le 68.000 voci, contro le 13.000 degli
anni Settanta.
L’osteoporosi e altre zone grigie
Un caso particolarmente dibattuto nella letteratura scientifica è quello
relativo all’osteoporosi. Inizialmente considerata una condizione fisiologica
legata all’invecchiamento, l’osteoporosi è stata riconosciuta come patologia con
l’introduzione di criteri diagnostici basati su soglie di densità minerale
ossea, fissate a partire dai valori medi di giovani donne sane. Ciò ha
comportato la classificazione di milioni di donne in menopausa come malate o a
rischio, dal momento che i loro valori si discostavano dalla “norma statistica”,
nonostante il rischio concreto di frattura fosse molto basso nella maggior parte
dei casi. Questa medicalizzazione della fragilità ossea, sostenuta anche dalla
necessità di ridurre l’impatto economico-sociale delle fratture sul sistema
sanitario, ha alimentato la commercializzazione di nuovi farmaci.
Da qui l’ipotesi di un ruolo attivo delle industrie farmaceutiche nella
promozione di campagne mediatiche per la prevenzione dell’osteoporosi, che
insistono sul carattere diffuso e subdolo della malattia, spesso rinforzato da
metafore come “la ladra di ossa”, che traduce la fisiologia dell’invecchiamento
in una narrazione di pericolo e perdita. Queste campagne invitano all’acquisto
di soluzioni farmacologiche anziché all’adozione di strategie preventive più
semplici ed efficaci (come mantenere un’alimentazione equilibrata, fare
esercizio fisico e non fumare), nonostante i benefici reali delle soluzioni
proposte risultino limitati, se rapportati ai rischi e ai costi. La sindrome
dell’intestino irritabile, la calvizie, la disfunzione erettile, la sindrome
metabolica e l’ipercolesterolemia sono state oggetto di riflessioni critiche
analoghe, per citare solo qualche esempio.
> Nel caso dell’osteoporosi, la medicalizzazione della fragilità ossea ha aperto
> la strada a campagne pubblicitarie che promuovono l’acquisto di soluzioni
> farmacologiche anziché l’adozione di strategie preventive più semplici ed
> efficaci.
Alcuni teorici ritengono che al disease mongering abbiano contribuito i
progressi nel campo della biochimica, in particolare la scoperta di indicatori
biologici (geni, molecole, cellule, parametri come la pressione o la frequenza
cardiaca) in grado di segnalare la predisposizione al rischio di sviluppare
determinate patologie. In un recente contributo pubblicato su Frontiers in
Sociology, il neurologo Naveen K. Reddy segnala come l’industria farmaceutica
stia sempre più influenzando le definizioni di malattia, proponendo di
diagnosticare condizioni come l’Alzheimer o il Parkinson in individui
completamente asintomatici, solo sulla base della presenza di biomarcatori nel
sangue. Questo fenomeno rischia di aumentare le sovradiagnosi, i trattamenti
poco efficaci e le spese per sostenerli, alimentando lo squilibrio di potere tra
bisogni reali dei pazienti e interessi commerciali.
La riflessione di Reddy non riguarda solo le malattie neurologiche: in
oncologia, con la tecnica delle biopsie liquide, che rilevano DNA tumorale
circolante, si rischia di inglobare nelle definizioni di cancro stadi preclinici
che potrebbero non progredire mai verso una malattia sintomatica. In
psichiatria, test ematici per marker infiammatori legati alla depressione
potrebbero patologizzare risposte emotive normali. Nel caso del diabete,
biomarcatori avanzati per la resistenza insulinica potrebbero classificare
individui senza sintomi come prediabetici, spingendoli verso l’uso di costosi
farmaci.
L’era della subsalute
L’espansione del perimetro della medicina ha profondamente trasformato il
rapporto degli individui con il proprio corpo e la propria salute. Sempre più
spesso, la prevenzione non si limita a promuovere comportamenti sani o a
monitorare situazioni ad alto rischio, ma diventa una strategia di
ipersorveglianza costante e capillare su ogni aspetto dell’esperienza corporea.
Questo orientamento trasforma quasi ogni cittadino in un “paziente potenziale”
impegnato in screening, check-up, test genetici, autovalutazioni e consulti per
scoprire e correggere il più piccolo scostamento dalla normalità.
La promozione della salute, così, non si configura più solo come tutela dal
rischio, ma come dovere di perseguire un ideale di benessere ottimale e
durevole, da certificare e monitorare costantemente attraverso dispositivi,
tecnologie, esami strumentali e consulenze mediche. Il risultato è che
l’attenzione si sposta dalla cura della patologia alla gestione ansiosa di ogni
segnale di inefficienza, vulnerabilità o affaticamento.
> Sempre più spesso, la prevenzione diventa una strategia di ipersorveglianza su
> ogni aspetto dell’esperienza corporea, trasformando ogni cittadino in un
> “paziente potenziale” impegnato in check-up, test e consulti per scoprire e
> correggere il più piccolo scostamento dalla normalità.
È all’interno di questo scenario che ha preso corpo il costrutto di salute
subottimale, concepito come un vero e proprio spazio liminale tra salute piena e
malattia diagnosticabile. Essa si manifesta attraverso sintomi poco specifici ma
persistenti, come affaticamento, sonnolenza, mal di testa, insonnia, difficoltà
di concentrazione e cali di memoria. Il termine nasce in Cina per descrivere le
percezioni di disagio psicofisico di una crescente fetta della popolazione,
soprattutto giovani adulti urbanizzati, che pur non risultando malati secondo i
criteri clinici, riportano un generale senso di salute incompleta o precaria,
accompagnata da insoddisfazione e preoccupazione. Nel 2025 Lijiaozi Cheng,
studiosa di sociologia della salute all’Università di Sheffield, ha esplorato
l’utilizzo del concetto di subhealth tra i giovani cinesi, raccogliendo
sensazioni che vanno dall’“essere in cammino verso la malattia” a una sorta di
“sospensione biografica” all’interno delle routine della vita quotidiana.
La subsalute risulta particolarmente appetibile dal punto di vista commerciale,
poiché non si basa su parametri oggettivi e misurabili ma su un vissuto
soggettivo che, in quanto tale, può esprimersi in forme e intensità differenti,
tutte potenzialmente degne di prevenzione. La salute subottimale, infatti, è
generalmente concepita come una fase reversibile, a patto di intervenire sullo
stile di vita e sulla riduzione dei fattori di rischio. In tal senso, essa
rappresenta una vera e propria “zona di transizione”, dove l’individuo si
configura come un “paziente in attesa” o un protopaziente, chiamato a correre ai
ripari e rivedere le proprie abitudini prima che possano evolvere in malattie
conclamate.
Se nelle patologie diagnosticabili tramite biomarcatori si è “malati senza
sintomi” perché lo dice un test, nella subsalute si è “sintomatici senza
malattia” perché lo afferma il vissuto individuale. Eppure entrambe partecipano
allo stesso processo: la produzione di una zona grigia in cui medicalizzazione e
incertezza diagnostica si intrecciano, lasciando spazio a una molteplicità di
risposte sociali, cliniche e commerciali.
Il potere del discorso
Questo progressivo ampliamento dei confini diagnostici non sarebbe possibile
senza l’intervento di strategie discorsive precise, che sfruttano l’ambiguità
dei concetti di salute e malattia per costruire legittimità e consenso attorno a
nuove categorie patologiche. La letteratura sociologica mostra che le narrazioni
veicolate dai media, dalla comunicazione pubblicitaria e dai discorsi
istituzionali sono in grado di conferire consistenza scientifica apparente a
concetti privi di un sostegno empirico robusto.
> Le malattie non vengono soltanto “scoperte” dalla scienza e poi comunicate al
> pubblico, a volte vengono costruite, negoziate e legittimate attraverso
> pratiche linguistiche, narrative e mediatiche che possono prescindere dalla
> solidità delle evidenze.
Uno studio del 2025 dei linguisti Dermot Heaney e Giorgia Riboni ha confrontato
lo Sluggish cognitive tempo (SCT), una condizione documentata in letteratura ma
non universalmente riconosciuta come disturbo autonomo e spesso descritta come
variante dell’ADHD, con il MoDeD, il disturbo inventato dal fantomatico Dr. Leth
Argos. L’analisi di Heaney e Riboni evidenzia un repertorio condiviso di modelli
lessicali, fraseologici e retorici che ha reso il MoDeD credibile. Lo studio,
basato su articoli e contenuti online, mostra come l’uso di termini tecnici,
sigle, casi-studio concreti, dati numerici e citazioni di esperti dia
l’impressione di autorevolezza e scientificità. Molti dei contenuti esaminati,
ad esempio, riferiscono la stima secondo cui “uno su cinque” sarebbe affetto da
MoDeD, fornendo così un dato quantitativo che rende la portata della malattia
più fondata e tangibile.
Le narrazioni seguono schemi ricorrenti: la condizione è presentata come diffusa
ma poco riconosciuta (“molti non lo sanno”), come un progresso rispetto alla
comprensione precedente (“per tutta la vita hai creduto di essere pigro; in
realtà sei malato”), come un insieme di sintomi da prendere sul serio (“essere
sottodiagnosticati è pericoloso”). Così, gli autori mostrano che la
medicalizzazione non è un fenomeno puramente medico, ma un processo sociale e
discorsivo. Le malattie non vengono solo “scoperte” dalla scienza e poi
comunicate al pubblico: vengono costruite, negoziate e legittimate attraverso
pratiche linguistiche, narrative, mediatiche e retoriche che possono prescindere
dalla solidità delle evidenze.
Se persino una malattia inventata può risultare verosimile, quali strumenti
abbiamo per distinguere ciò che è fondato scientificamente da una patologia
costruita ad arte per interessi di mercato? Forse non ci resta che abbracciare
la consapevolezza che salute e malattia sono sempre, anche, categorie
discorsive, sociali, politiche e commerciali. Riconoscere questa
multidimensionalità significa smettere di cercare confini immutabili e oggettivi
e interrogarsi invece su chi ha il potere di tracciare quei confini, e a
vantaggio di chi.
L'articolo Il malato immaginato proviene da Il Tascabile.
I l primo aprile 2006 il British Medical Journal (BMJ) pubblicava un articolo
che annunciava la scoperta di una nuova malattia chiamata MoDeD (Motivational
Deficiency Disorder), o disturbo da carenza motivazionale. Secondo l’articolo,
redatto dal fittizio Dr. Leth Argos dell’Università di Newcastle, il disturbo si
manifestava con una pigrizia estrema, arrivando nei casi più gravi a ridurre la
motivazione a respirare. La cura proposta? Un farmaco immaginario chiamato
Indolebant, che avrebbe trasformato un giovane incapace di alzarsi dal divano in
un consulente finanziario attivo a Sydney. L’articolo, pur essendo chiaramente
una parodia, fu preso sul serio da numerosi media, che lo diffusero come una
scoperta scientifica reale. La situazione prese una piega tale che il BMJ fu
costretto a svelare lo scherzo poche ore dopo la pubblicazione.
Il caso del MoDeD divenne un esempio emblematico di come la definizione di
malattia possa essere facilmente ampliata o manipolata, trasformando aspetti
della vita quotidiana in condizioni cliniche da diagnosticare e trattare, e
anticipava molte delle discussioni successive sulla costruzione mediatica e
sociale della malattia. Possiamo spiegare il successo della notizia con la
tendenza, consolidatasi negli ultimi decenni, a interpretare come problemi di
salute ciò che prima consideravamo semplici varianti naturali della
configurazione corporea. Questo processo è noto come medicalizzazione, ed è
particolarmente evidente nell’ambito della medicina estetica.
La patologizzazione della bruttezza
Una piega palpebrale assente, un naso prominente, denti non perfettamente
allineati, una pelle dalla texture irregolare. Nella medicina contemporanea
molte caratteristiche fisiche hanno subito una trasformazione silenziosa ma
radicale: da semplici variazioni non desiderabili, da accettare passivamente,
sono diventate oggetto di attenzione medica. Siamo nel campo della medicina non
solo perché si applicano competenze e strumenti propri di questa disciplina, ma
anche perché spesso c’è una diagnosi di patologia. Se in alcuni casi la
patologia è rappresentata da compromissioni funzionali, in altri casi essa
coincide con il disagio psicologico e sociale che, anche in assenza di
disfunzioni, può scaturire dal senso di inadeguatezza rispetto ai canoni
estetici dominanti. In queste circostanze si interviene dunque sul corpo per
guarire una “malattia dell’anima”.
> Per medicalizzazione si intende la tendenza a trattare come problemi medici
> alcuni aspetti della vita ‒ fisici, psicologici o sociali ‒ un tempo ritenuti
> normali.
Questa metamorfosi culturale, che il filosofo della medicina Yves Saint James
Aquino identifica come patologizzazione della bruttezza, si nutre di un
meccanismo duplice. Da un lato, la medicina si è appropriata di una
sovrapposizione antica, quella tra bello, buono e sano. Un volto con pelle
uniforme, privo di segni visibili di malattia o invecchiamento, tende a essere
percepito simultaneamente come in salute, virtuoso, giovane e attraente; al
contrario, caratteristiche che deviano dagli standard vengono lette come
limitazioni funzionali o segnali di una salute precaria. Dall’altro, agiscono
strategie attive per inquadrare la chirurgia estetica non come pratica
migliorativa, ma come intervento terapeutico.
In particolare, Aquino identifica tre possibili concettualizzazioni tramite cui
la bruttezza viene patologizzata, che fanno riferimento a tre diverse concezioni
della malattia.
Malattia come danno, disfunzione e deviazione
La prima si basa sul concetto di danno. Negli anni Trenta i chirurghi plastici
giustificavano le correzioni dei tratti corporei che causavano disagio
psicologico chiamando in causa il complesso di inferiorità; oggi la retorica si
è spostata sul modello della disabilità, considerando la bruttezza come uno
svantaggio invalidante che può limitare le opportunità socioeconomiche. In
entrambi i casi emerge una concezione normativista della malattia, che fonda il
concetto di salute sul vissuto personale e su valori socialmente condivisi.
Questa visione si intreccia con i meccanismi sociali di riconoscimento e
valorizzazione della bellezza: il benessere soggettivo e le traiettorie di vita
vengono influenzate da bias cognitivi come l’effetto alone, che attribuisce
qualità positive agli individui fisicamente attraenti. In virtù di questi
pregiudizi, essere di bell’aspetto si traduce in un beauty premium (traducibile
in italiano come “premio alla bellezza”) che apporta vantaggi economici, sociali
e professionali tangibili, tra cui migliori risultati scolastici, lavori di
status più elevato e maggiori probabilità di successo nelle relazioni.
> Diversi studi mostrano come un bell’aspetto spesso si traduca in vantaggi
> economici, sociali e professionali tangibili, tra cui migliori risultati
> scolastici, lavori di status più elevato e maggiori probabilità di successo
> nelle relazioni.
La seconda accezione si basa sul concetto di disfunzione: la bruttezza
ostacolerebbe l’attrazione di partner sessuali e l’integrazione sociale,
entrambe necessarie alla riproduzione. Ci troviamo all’interno di un paradigma
naturalista, che concepisce la malattia come una disfunzione oggettiva rispetto
ai normali processi biologici di un organismo, indipendentemente da percezioni
soggettive o valori culturali.
La terza accezione si basa sul concetto di deviazione: la caratterizzazione
patologica della bruttezza dipenderebbe da uno scostamento misurabile rispetto a
una norma statistica o un canone numerico. Un esempio è il rapporto aureo,
utilizzato in medicina estetica per valutare le proporzioni del viso. Quando una
caratteristica si colloca oltre i limiti di questa norma, si parla di
“deviazione” anche se non c’è un danno soggettivo percepito, né una disfunzione
biologica identificabile. In realtà, osserva Aquino, il ricorso alla norma
statistica è spesso uno strumento per naturalizzare standard culturali,
mascherandoli da criteri biologici universali.
La crescente patologizzazione della bruttezza mette in crisi la distinzione
tradizionale tra chirurgia ricostruttiva e chirurgia cosmetica e ridefinisce i
criteri di legittimità dell’intervento chirurgico: ciò che un tempo era
giustificato solo dal ripristino di una funzione corporea mancante o danneggiata
oggi può essere autorizzato anche dalla richiesta di colmare un presunto
svantaggio biologico o sociale.
Quello che sta accadendo con la medicina estetica è considerato da molti un
esempio evidente di disease mongering, concetto spesso reso in italiano come
“mercificazione della malattia”: si espande il dominio del patologico e quindi
il raggio d’azione della medicina, spesso con l’obiettivo di allargare il
mercato di farmaci e trattamenti. Più il concetto di malattia diventa fluido e
ambiguo, infatti, più diventa facile creare a tavolino nuove patologie. Ciò
induce nel pubblico una certa percezione di rischio e deficit, aumentando le
possibilità del mercato di identificare target di pazienti-clienti a cui
proporre prodotti sanitari come integratori, test diagnostici, programmi di
benessere e trattamenti.
> Siamo di fronte a un esempio evidente di disease mongering, o mercificazione
> della malattia. Più il concetto di malattia diventa fluido e ambiguo, infatti,
> più diventa facile creare a tavolino nuove patologie.
La ridefinizione concettuale dei confini tra salute e malattia non è però
esclusiva dell’ambito estetico. Si tratta di un processo che ha investito la
medicina in maniera trasversale, rendendo la salute nel suo insieme qualcosa di
incerto, malleabile e negoziabile. Questa evoluzione si è tradotta nella
crescente espansione dei codici ICD (International Classification of Diseases),
la Classificazione internazionale delle malattie dell’OMS (Organizzazione
Mondiale della Sanità) che oggi supera le 68.000 voci, contro le 13.000 degli
anni Settanta.
L’osteoporosi e altre zone grigie
Un caso particolarmente dibattuto nella letteratura scientifica è quello
relativo all’osteoporosi. Inizialmente considerata una condizione fisiologica
legata all’invecchiamento, l’osteoporosi è stata riconosciuta come patologia con
l’introduzione di criteri diagnostici basati su soglie di densità minerale
ossea, fissate a partire dai valori medi di giovani donne sane. Ciò ha
comportato la classificazione di milioni di donne in menopausa come malate o a
rischio, dal momento che i loro valori si discostavano dalla “norma statistica”,
nonostante il rischio concreto di frattura fosse molto basso nella maggior parte
dei casi. Questa medicalizzazione della fragilità ossea, sostenuta anche dalla
necessità di ridurre l’impatto economico-sociale delle fratture sul sistema
sanitario, ha alimentato la commercializzazione di nuovi farmaci.
Da qui l’ipotesi di un ruolo attivo delle industrie farmaceutiche nella
promozione di campagne mediatiche per la prevenzione dell’osteoporosi, che
insistono sul carattere diffuso e subdolo della malattia, spesso rinforzato da
metafore come “la ladra di ossa”, che traduce la fisiologia dell’invecchiamento
in una narrazione di pericolo e perdita. Queste campagne invitano all’acquisto
di soluzioni farmacologiche anziché all’adozione di strategie preventive più
semplici ed efficaci (come mantenere un’alimentazione equilibrata, fare
esercizio fisico e non fumare), nonostante i benefici reali delle soluzioni
proposte risultino limitati, se rapportati ai rischi e ai costi. La sindrome
dell’intestino irritabile, la calvizie, la disfunzione erettile, la sindrome
metabolica e l’ipercolesterolemia sono state oggetto di riflessioni critiche
analoghe, per citare solo qualche esempio.
> Nel caso dell’osteoporosi, la medicalizzazione della fragilità ossea ha aperto
> la strada a campagne pubblicitarie che promuovono l’acquisto di soluzioni
> farmacologiche anziché l’adozione di strategie preventive più semplici ed
> efficaci.
Alcuni teorici ritengono che al disease mongering abbiano contribuito i
progressi nel campo della biochimica, in particolare la scoperta di indicatori
biologici (geni, molecole, cellule, parametri come la pressione o la frequenza
cardiaca) in grado di segnalare la predisposizione al rischio di sviluppare
determinate patologie. In un recente contributo pubblicato su Frontiers in
Sociology, il neurologo Naveen K. Reddy segnala come l’industria farmaceutica
stia sempre più influenzando le definizioni di malattia, proponendo di
diagnosticare condizioni come l’Alzheimer o il Parkinson in individui
completamente asintomatici, solo sulla base della presenza di biomarcatori nel
sangue. Questo fenomeno rischia di aumentare le sovradiagnosi, i trattamenti
poco efficaci e le spese per sostenerli, alimentando lo squilibrio di potere tra
bisogni reali dei pazienti e interessi commerciali.
La riflessione di Reddy non riguarda solo le malattie neurologiche: in
oncologia, con la tecnica delle biopsie liquide, che rilevano DNA tumorale
circolante, si rischia di inglobare nelle definizioni di cancro stadi preclinici
che potrebbero non progredire mai verso una malattia sintomatica. In
psichiatria, test ematici per marker infiammatori legati alla depressione
potrebbero patologizzare risposte emotive normali. Nel caso del diabete,
biomarcatori avanzati per la resistenza insulinica potrebbero classificare
individui senza sintomi come prediabetici, spingendoli verso l’uso di costosi
farmaci.
L’era della subsalute
L’espansione del perimetro della medicina ha profondamente trasformato il
rapporto degli individui con il proprio corpo e la propria salute. Sempre più
spesso, la prevenzione non si limita a promuovere comportamenti sani o a
monitorare situazioni ad alto rischio, ma diventa una strategia di
ipersorveglianza costante e capillare su ogni aspetto dell’esperienza corporea.
Questo orientamento trasforma quasi ogni cittadino in un “paziente potenziale”
impegnato in screening, check-up, test genetici, autovalutazioni e consulti per
scoprire e correggere il più piccolo scostamento dalla normalità.
La promozione della salute, così, non si configura più solo come tutela dal
rischio, ma come dovere di perseguire un ideale di benessere ottimale e
durevole, da certificare e monitorare costantemente attraverso dispositivi,
tecnologie, esami strumentali e consulenze mediche. Il risultato è che
l’attenzione si sposta dalla cura della patologia alla gestione ansiosa di ogni
segnale di inefficienza, vulnerabilità o affaticamento.
> Sempre più spesso, la prevenzione diventa una strategia di ipersorveglianza su
> ogni aspetto dell’esperienza corporea, trasformando ogni cittadino in un
> “paziente potenziale” impegnato in check-up, test e consulti per scoprire e
> correggere il più piccolo scostamento dalla normalità.
È all’interno di questo scenario che ha preso corpo il costrutto di salute
subottimale, concepito come un vero e proprio spazio liminale tra salute piena e
malattia diagnosticabile. Essa si manifesta attraverso sintomi poco specifici ma
persistenti, come affaticamento, sonnolenza, mal di testa, insonnia, difficoltà
di concentrazione e cali di memoria. Il termine nasce in Cina per descrivere le
percezioni di disagio psicofisico di una crescente fetta della popolazione,
soprattutto giovani adulti urbanizzati, che pur non risultando malati secondo i
criteri clinici, riportano un generale senso di salute incompleta o precaria,
accompagnata da insoddisfazione e preoccupazione. Nel 2025 Lijiaozi Cheng,
studiosa di sociologia della salute all’Università di Sheffield, ha esplorato
l’utilizzo del concetto di subhealth tra i giovani cinesi, raccogliendo
sensazioni che vanno dall’“essere in cammino verso la malattia” a una sorta di
“sospensione biografica” all’interno delle routine della vita quotidiana.
La subsalute risulta particolarmente appetibile dal punto di vista commerciale,
poiché non si basa su parametri oggettivi e misurabili ma su un vissuto
soggettivo che, in quanto tale, può esprimersi in forme e intensità differenti,
tutte potenzialmente degne di prevenzione. La salute subottimale, infatti, è
generalmente concepita come una fase reversibile, a patto di intervenire sullo
stile di vita e sulla riduzione dei fattori di rischio. In tal senso, essa
rappresenta una vera e propria “zona di transizione”, dove l’individuo si
configura come un “paziente in attesa” o un protopaziente, chiamato a correre ai
ripari e rivedere le proprie abitudini prima che possano evolvere in malattie
conclamate.
Se nelle patologie diagnosticabili tramite biomarcatori si è “malati senza
sintomi” perché lo dice un test, nella subsalute si è “sintomatici senza
malattia” perché lo afferma il vissuto individuale. Eppure entrambe partecipano
allo stesso processo: la produzione di una zona grigia in cui medicalizzazione e
incertezza diagnostica si intrecciano, lasciando spazio a una molteplicità di
risposte sociali, cliniche e commerciali.
Il potere del discorso
Questo progressivo ampliamento dei confini diagnostici non sarebbe possibile
senza l’intervento di strategie discorsive precise, che sfruttano l’ambiguità
dei concetti di salute e malattia per costruire legittimità e consenso attorno a
nuove categorie patologiche. La letteratura sociologica mostra che le narrazioni
veicolate dai media, dalla comunicazione pubblicitaria e dai discorsi
istituzionali sono in grado di conferire consistenza scientifica apparente a
concetti privi di un sostegno empirico robusto.
> Le malattie non vengono soltanto “scoperte” dalla scienza e poi comunicate al
> pubblico, a volte vengono costruite, negoziate e legittimate attraverso
> pratiche linguistiche, narrative e mediatiche che possono prescindere dalla
> solidità delle evidenze.
Uno studio del 2025 dei linguisti Dermot Heaney e Giorgia Riboni ha confrontato
lo Sluggish cognitive tempo (SCT), una condizione documentata in letteratura ma
non universalmente riconosciuta come disturbo autonomo e spesso descritta come
variante dell’ADHD, con il MoDeD, il disturbo inventato dal fantomatico Dr. Leth
Argos. L’analisi di Heaney e Riboni evidenzia un repertorio condiviso di modelli
lessicali, fraseologici e retorici che ha reso il MoDeD credibile. Lo studio,
basato su articoli e contenuti online, mostra come l’uso di termini tecnici,
sigle, casi-studio concreti, dati numerici e citazioni di esperti dia
l’impressione di autorevolezza e scientificità. Molti dei contenuti esaminati,
ad esempio, riferiscono la stima secondo cui “uno su cinque” sarebbe affetto da
MoDeD, fornendo così un dato quantitativo che rende la portata della malattia
più fondata e tangibile.
Le narrazioni seguono schemi ricorrenti: la condizione è presentata come diffusa
ma poco riconosciuta (“molti non lo sanno”), come un progresso rispetto alla
comprensione precedente (“per tutta la vita hai creduto di essere pigro; in
realtà sei malato”), come un insieme di sintomi da prendere sul serio (“essere
sottodiagnosticati è pericoloso”). Così, gli autori mostrano che la
medicalizzazione non è un fenomeno puramente medico, ma un processo sociale e
discorsivo. Le malattie non vengono solo “scoperte” dalla scienza e poi
comunicate al pubblico: vengono costruite, negoziate e legittimate attraverso
pratiche linguistiche, narrative, mediatiche e retoriche che possono prescindere
dalla solidità delle evidenze.
Se persino una malattia inventata può risultare verosimile, quali strumenti
abbiamo per distinguere ciò che è fondato scientificamente da una patologia
costruita ad arte per interessi di mercato? Forse non ci resta che abbracciare
la consapevolezza che salute e malattia sono sempre, anche, categorie
discorsive, sociali, politiche e commerciali. Riconoscere questa
multidimensionalità significa smettere di cercare confini immutabili e oggettivi
e interrogarsi invece su chi ha il potere di tracciare quei confini, e a
vantaggio di chi.
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