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“Chi l’ha inventata vuole il male dell’umanità perché ci priva dell’avventura, dell’imprevisto e della fatica. Quello che è gratis è orrendo”: così Paolo Crepet sull’AI
“A me sembra molto banale quello che fa un robot. Siamo diventati un po’ idioti: ci sono ragazzi che interrogano i chatbot anche solo per decidere se prendere un caffè”: parola di Paolo Crepet che è stato protagonista del Festival Filosofico del Sannio, organizzato dall’Associazione “Stregati da Sophia”. Ntr24 ha seguito la lectio magistralis dello psichiatra al Teatro San Marco di Benevento: “Le tecnologie sono in mano a pochi che vi hanno imposto modelli ridicoli ma siamo abbastanza intelligenti per pensare a noi stessi”, le parole di Crepet, in riferimento all’Intelligenza Artificiale. Anche perché, secondo lui, rinunciare a prendere decisioni facendosi aiutare dai vari chatbot impedisce, soprattutto ai ragazzi, di uscire da quella comfort zone che rappresenta un ostacolo per crescere e imparare: “Chi l’ha inventata vuole il male dell’umanità, perché ci priva dell’avventura, dell’imprevisto e della fatica. Tutto quello che vi danno gratis è orrendo e non vale niente”. Secondo quanto riporta L’Identità, Crepet ha raccontato anche diversi aneddoti, tra questi uno su David Bowie. “Un giornalista gli chiedeva come avesse fatto lui, da un sobborgo di Londr, a a riempire tutti gli stadi del mondo e lui, sdraiato su un divano viola sorrideva. Poi rispose: ‘non ho mai suonato per la gente'”. Secondo Crepet questo tipo di risposta significa “avere un coraggio immenso”. Ancora, sul tema della bellezza e della differenza tra ciò che l’essere umano crea e quello che invece è ‘creato’ dall’AI: “Tutto quello che è comodo è stupido“. L'articolo “Chi l’ha inventata vuole il male dell’umanità perché ci priva dell’avventura, dell’imprevisto e della fatica. Quello che è gratis è orrendo”: così Paolo Crepet sull’AI proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“La buona famiglia gioca a Shangai. Invece i padri vanno a padel per essere ancora più giovani dei figli adolescenti”: la riflessione di Paolo Crepet
Paolo Crepet sbarca questa sera al Teatro degli Arcimboldi di Milano con “Il reato di pensare”. Un invito a riflettere sulla necessità del pensiero libero dalla pressione del “politicamente corretto”. Crepet affronta in questo spettacolo il tema della libertà di pensiero che, come si legge nelle note dello spettacolo, “oggi sempre più limitata da schemi ideologici, autocensure e nuove forme di controllo invisibili. Un monito a difendere il valore dell’originalità e della disobbedienza intellettuale, contro chi vorrebbe imporre dogmi ideologici e controllare la mente umana”. Il professore si è raccontato a Il Corriere della Sera: “Non mi sembra che Milano abbia voglia di pensare. Io ho conosciuto le Milano della musica, della moda, del design… Ma, ultimamente, mi annoio: mancano i graffi, le scoperte, come quando apparì Elio Fiorucci o il Capolinea sui Navigli coi primi grandi del jazz negli Anni 70 (…) La capitale? È confusa. Non sa bene dove andare. Io l’ho frequentata tanto con Oliviero Toscani, nelle trattoriacce dove parlavamo sempre di progetti, cosa impossibile nei locali assordanti di oggi“. E ancora: “Ricordo tante serate con Fiorucci che ci raccontava delle bellezze della New York anni 60 -70: ero giovane e imparavo tantissimo, perché c’era il tempo per imparare. Il miracolo che farò agli Arcimboldi saranno le persone che stanno un’ora e mezza ad ascoltare me che sto seduto, non giro neanche sul palco. La gente paga il biglietto per fare una cosa che nessuno fa mai, perché nessuno sta un’ora e mezza ad ascoltare sua moglie”. Poi il discorso si sposta sull’altra Milano quella delle dipendenze: “Le droghe hanno successo perché i giovani che non pensano fanno comodo al potere e persino ai genitori che danno la paghetta. Ci stupiamo che questi siano ‘figli di buona famiglia’, ma che significa ‘di buona famiglia’ se non che diamo valore solo ai soldi?”. Il professore ha spiegato: “Oggi, la buona famiglia è quella dove papà, coi jeans strappati a 48 anni, va a giocare a padel. Questa è una buona famiglia? La buona famiglia gioca a Shangai (…) A 48 anni giocano per essere ancora più giovani dei figli adolescenti. Ci piace vivere a velocità ipersonica senza sapere dove andiamo (…) non puoi fare Shanghai e mandare i messaggini. Lo Shanghai è un tempo senza fretta, in cui non corro dall’altra parte della città per bere sette drink”. L'articolo “La buona famiglia gioca a Shangai. Invece i padri vanno a padel per essere ancora più giovani dei figli adolescenti”: la riflessione di Paolo Crepet proviene da Il Fatto Quotidiano.
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