Portare a teatro il tema del dismorfismo digitale non è affatto facile. Il tema
è “caldo” e sentito soprattutto dalle nuove generazioni che si ritrovano in mano
tutti i pregi nel maneggiare i cellulari e il mondo digitale, ma incapaci (loro
malgrado) di avere gli strumenti per frapporre un muro tra ciò che è
rappresentato nello schermo dalla lucina blu e la propria vita. Succede proprio
questo al protagonista dello spettacolo teatrale dal titolo emblematico, “I
corpi che non avremo” di
Francesco Toscani
con alla regia Andrea Piazza
e in
scena con Fabrizio Calfapietra e Simone Tudda. In scena al Teatro Franco Parenti
di Milano
fino al 14 febbraio.
Al centro della storia c’è Mattia (un bravissimo Fabrizio Calfapietra che si
impone nella scena sia con la voce che col fisico) che festeggia 33 anni. Ma il
suo è un compleanno atipico, si fa gli auguri da solo e al posto di una torta
con le candeline, ha davanti a una semplice ciotola di latte e cereali. I
messaggi di auguri scorrono velocemente sul telefonino e in molti si lamentano
di non vederlo da troppo tempo. Ma Mattia vive in completa solitudine barricato
dentro la realtà virtuale. Ed ecco che, come nella migliore tradizione greca,
appare l’Altro (Simone Tudda), la coscienza ma al contempo l’incoscienza di
Mattia. Un coro greco targato 2026.
L’Altro sbatte in faccia la realtà a Mattia e, come uno psicanalista, lo
costringe ad andare a ritroso nel tempo quando in un campetto di provincia, il
protagonista a soli nove anni, ha scoperto per la prima volta lo sguardo degli
altri. E non si è piaciuto, si è sentito giudicato, fuori posto e contesto. Come
recita lo spettacolo “l’individuo si annulla per ritrovare un senso di
perfezione che la realtà biologica gli nega, marciando finalmente nella luce e
nel sempre”.
Il regista Andrea Piazza riesce sulla scena ad evocare i vari livelli narrativi
del flusso di coscienza di Mattia con espedienti davvero interessanti, seppur
semplici ma innovativi tra giochi di ombre cinesi e proiettori su un grande telo
bianco, che altro non sono che le coperte del letto dove ormai Mattia vive.
Ma sarà possibile mai quel giorno in cui ognuno di noi potrà riappropriarsi del
proprio corpo, della propria coscienza e della propria vita?
L'articolo Bombardati da corpi perfetti, pornografia e vite a prova di
“marketing”, combattiamo giorno per giorno per “I corpi che non avremo”. Ma
riusciremo a salvarci? proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Teatro
“La morte di Hamnet e la scrittura di Hamlet si alternano nei registri tra fine
del sedicesimo secolo e inizio diciassettesimo” spiega una didascalia in esergo
su sfondo nero in apertura di Hamnet. Essere o non essere? O ancora meglio:
esserci stato o non esserci stato? Se c’è un fatto storico nebuloso, riscritto,
disaggregato e riaggregato è la vita e il lavoro, di William Shakespeare.
Figuriamoci su cosa ha detto, fatto e brigato il suo unico figliolo morto (per
la peste?), tal Hamnet. Faceva prove di fioretto con la spadina di legno in
giardino con papà Bardo? Aveva questo rapporto simbiotico con la sorella gemella
Judith tanto da autoinsufflarsi il morbo mortifero e morire al posto suo?
Vivaddio, il romanzo scritto da Maggie O’Farrell, da cui Chloé Zhao ha tratto
pedissequamente il suo quinto film (otto le candidature agli Oscar, compreso
miglior sceneggiatura non originale, regia, film e attrice principale – Jessie
Buckley), più che un documento storico rivelatore è un’invenzione finzionale
tragica su un lutto familiare devastante che forse, chissà, potrebbe aver
sconvolto la famiglia Shakespeare fin quasi alla rottura e, soprattutto,
ispirato l’autore inglese nientemeno che per la stesura dell’Amleto come
elaborazione del lutto. Hamnet non ha nulla di lezioso (Shakespeare in Love), ma
vive di un realismo estremo e crudo, plasmato su una cupa luminosità, una vivida
sporcizia e su un’ancestrale animalità da tardo Cinquecento rurale nei dintorni
campagnoli di Stratford-upon-Avon (Avon che esonda, peraltro).
Il film si apre con un’oggettiva dall’alto che riprende Agnes Hathaway (Buckley)
rannicchiata, assopita e sporca di terra, tra le enormi radici di un albero
secolare. In una pausa dalle lezioni private date ai figli dei vicini per
ripianare i debiti del babbo guantaio, Will (Paul Mescal, davvero a suo agio tra
dita inzaccherate, umori e strazi) incontra Agnes in mezzo al bosco. Come
animali si annusano e si amano in mezzo a piante e arbusti giganteschi, fango e
acque limacciose, tavolate di cipolle e patate a essiccare. Avendo ricevuto in
dono la sapienza erborista da parte della madre, e usandola come medicamento,
Agnes è considerata una mezza strega. Minimo, anche se intenso, è lo scandalo,
mentre Will prova a seguire nel tormento e tra fioche, sghembe candele l’istinto
di scrittore e Agnes, incinta, partorisce la prima figlia nel bosco senza aiuto
alcuno.
Saranno i gemelli, Hamnet e Judith, a nascere rocambolescamente con i segni
della morte e della sopravvivenza addosso. Così, se papà Will inizia a ingranare
e passa numerosi e lunghi periodi nella perigliosa e lurida Londra reale a
mettersi su compagnia e a mettere in scena i suoi testi, a casa Agnes vede
ammalarsi di peste i figlioli e perirne uno. Per tre quarti di film Hamnet pulsa
di questa condensazione inesausta e primitiva di urla e lacrime, di pozioni e
cenni esoterici come circolare difesa da mali e maligno, di inquadrature
incombenti angolari dall’alto nelle stanze come soggettive spiritate.
Poi il film prorompe in un’ultima parte con la riproduzione altrettanto
realistica del Globe Theatre londinese e della prima ultrapopolare dell’Amleto,
con Agnes in piedi e in prima fila, e Will pieno di biacca in viso, spettro
vagante sul palco in un bosco di cartapesta. Impossibile rimanere passivi di
fronte a questa duplice versione esasperata della fine della vita, appesa ogni
secondo a un imperscrutabile destino, di una gioia familiare tanto intensa
quanto fragile e sottile. La regia di Zhao è ieraticamente spiazzante,
sinistramente anticonvenzionale, per certi versi anche un filino
sentimentalmente ricattatoria. Anche se Hamnet è un film che lascia
drasticamente il segno in quel suo vertiginoso specchio tra sporco verismo
naturalistico e finzione armonica del teatro, tra semplicità emotiva e
sofisticazione da letterati, tra femmina madre concreta e dominante e maschio
padre etereo e subalterno. Definirla una riscrittura dei ruoli di genere è forse
troppo, ma non si cade tanto lontani dalla verità. Buckley antidiva assoluta,
con bava e capelli stropicciati da applausi. In sala dal 5 febbraio.
L'articolo Hamnet, così un figlio perduto segnò il destino di Shakespeare e
ispirò un capolavoro del teatro proviene da Il Fatto Quotidiano.
Chiunque voglia tentare un approccio complessivo e necessariamente sintetico al
lavoro artistico di Carlo Cecchi, attore e regista di teatro straordinario ma
pure originale interprete cinematografico e televisivo, si trova di fronte a
un’impresa non agevole.
Anche limitandosi al contributo teatrale, si tratta di confrontarsi con un
repertorio di spettacoli non solo vastissimo ma estremamente diversificato, che
va da Shakespeare alla farsa napoletana, da Molière a Büchner, da Majakovski a
Brecht, da Pirandello a Eduardo De Filippo e ad alcuni dei massimi autori
contemporanei: Beckett, Pinter, Bernhard. E si tratta di un elenco largamente
incompleto. In ogni caso non si può che partire da un dato di fondo: la radicale
estraneità di Cecchi rispetto alla realtà della nostra scena. Un’estraneità che
egli ha sempre rivendicato, come testimonia Claudio Meldolesi nell’ormai
classico Fondamenti del teatro italiano (1984): “Cecchi mi ha detto ‘io non
faccio parte del teatro italiano’”.
Questa disappartenenza riguarda sostanzialmente il teatro di regia, che agli
inizi degli anni Sessanta, quando Cecchi avvia la sua carriera, è al potere alla
guida degli Stabili. Egli lo rifiuta in radice, considerandolo un teatro “che
nega in fondo se stesso, perché se neghi, impedisci agli attori di essere
attori, neghi la possibilità stessa del teatro”. Per questa precoce presa di
coscienza risultano decisivi due apprendistati di quel decennio: con il Living
Theatre e con Eduardo. E’ soprattutto grazie al secondo che egli ha modo di
rafforzare nella sua visione teatrale il riconoscimento dell’assoluta preminenza
dell’attore e di scoprire le potenzialità del dialetto.
In realtà il dialetto faceva già capolino nella primissima edizione del Woyzeck
(1969), ma è solo dopo la full immersion nella realtà teatrale eduardiana e
napoletana che esso diventa una precisa scelta espressiva, uno strumento
consapevolmente adottato per arrivare a forgiarsi una propria lingua scenica.
E’ così che Cecchi inizia negli anni Settanta un viaggio all’indietro nel tempo
che lo porta, ben oltre Eduardo, a risalire fino ai prototipi della farsa
partenopea, cioè a Scarpetta e soprattutto a Petito, il capostipite, di cui
mette in scena due testi, rivisitandoli criticamente. Ma anche gli altri
spettacoli di questo periodo (i due Majakovskij, ad esempio) risuonano di
diverse inflessioni dialettali, oltre a quelle napoletane.
E tuttavia non sono i dialetti in quanto tali il centro della questione che gli
sta a cuore in quegli anni. Esso risiede – giova ribadirlo – nell’esigenza di
forgiarsi strumenti e modi recitativi alternativi alla pseudotradizione
dell’attore italiano del teatro di regia e alla sua “antilingua”. Torna anche in
lui il tema dell’italiano come lingua più adatta al melodramma che al teatro di
parola, chiamato “teatro senza canto”. Insomma, Cecchi non può in alcun modo
essere definito un attore dialettale. La sua recitazione anomala,
inconfondibile, va piuttosto messa sotto le insegne del “grottesco”
novecentesco.
Mi riferisco, in prima battuta, all’alternanza comico/tragico nel repertorio (da
lui definita, una volta, tecnica del “contrappeso”) che spesso si traduce in un
mescolamento se non in una fusione, dove l’uno diventa il rovescio dell’altro.
Non siamo troppo lontani, in fondo, dal grottesco di Pirandello o, meglio
ancora, del Petrolini maturo. O da quello di Mejerchol’d, consistente nella
sfasatura tra gesto e parola e, più ampiamente, tra forma e contenuto.
Ma quando parlo di grottesco per Cecchi mi riferisco soprattutto al suo modo
particolarissimo di stare in scena, che in molti hanno cercato di descrivere. Ad
esempio, Armando Petrini ha parlato, con precisione, di “una recitazione tutta
‘in levare’, con bruschi mutamenti di ritmo – rapide accelerazioni e arresti
improvvisi, battute buttate via e silenzi meravigliosamente scanditi – fatta di
spezzature, sprezzature, dissonanze”.
Ma è a Cesare Garboli (il quale collaborò a lungo con lui, soprattutto per
Molière) che dobbiamo una straordinaria descrizione dell’attore in scena: “la
recitazione (la vocazione) cambia di segno: non si è più attori perché si ama il
teatro; si è attori, grandi attori, perché lo si odia. […] Cecchi tende a
nascondersi, a mettersi in ombra, a sparire negli angoli; a rattrappirsi; e là,
nei suoi angoli, lascia che ondate sadomasochiste si scatenino rovesciandosi con
una violenza che si esercita e si abbatte contro di lui”.
Pur nel modo defilato, schivo e addirittura scontroso che gli era proprio,
Cecchi ha esercitato un importante magistero nei sessant’anni di ininterrotta
presenza sulle nostre scene, fra l’altro formando varie leve di attori e
contribuendo a scovare talenti.
Nello stesso tempo è stato un testimone, cioè una coscienza critica del teatro
italiano, una delle più rigorose, nella sua inflessibilità e severità,
esercitate innanzitutto verso sé stesso. Basterebbe ricordare le sue dure e
reiterate considerazioni sulla recitazione teatrale nel nostro Paese. Ma se oggi
disponiamo di almeno due generazioni di attori/attrici di grande valore, questo
lo dobbiamo anche, e forse soprattutto, allo sforzo pedagogico profuso da
maestri come Carlo Cecchi e non solo.
L'articolo Il teatro di Carlo Cecchi non può essere definito dialettale: la sua
era ‘estraneità’ alla scena proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Senza figli, non sposata ma tutti i figli d’Inghilterra la ricorderanno come
l’unica donna non sposata che ha governato nel Regno Unito e lo ha fatto con
successo per 44 anni e fu lei stessa la sua tutela”. Con queste poche frasi si
chiude lo spettacolo teatrale “I corpi di Elizabeth” (in originale Swive
[Elizabeth]), in scena al Teatro Elfo Puccini fino al 15 febbraio con la regia
Cristina Crippa e Elio De Capitani con Elena Russo Arman, Maria Caggianelli
Villani, Enzo Curcurù e Cristian Giammarini. Un gradito ritorno dopo il successo
nella stagione 2023/24.
La narrazione mostra non solo i diversi “corpi” della regina, ma anche le
sfaccettatura di una personalità che si è piegata, consapevolmente, ai sudditi e
al suo regno, dandosi quasi in pasto per un disegno politico alto. La
consapevolezza di farsi spazio in un mondo prettamente maschilista. Quindi la
figura di una donna forte all’esterno, ma anche con le sue fragilità nel
privato. Una storia che, in gran parte, ricorda la figura di Elisabetta II che,
invece, ha creato una famiglia, ma nel contento è riuscita a tenere il polso
fermo sul Regno Unito.
Lo spettacolo che dura quasi due ore, senza pause, ha un ottimo ritmo sostenuto
dalla bravura di tutti gli attori: Elena Russo Arman è la regina Elizabeth,
(oltre che Catherine Seymour e Mary Tudor), la principessa Elizabeth è Maria
Caggianelli Villani, che interpreta anche la giovane Katherine Grey, Cecil è
Cristian Giammarini, Enzo Curcurù interpreta sia Thomas Seymour che Robert
Dudley. Un gruppo coeso che riesce a rendere al meglio la resa finale.
INFORMAZIONI – Teatro Elfo Puccini, sala Shakespeare, corso Buenos Aires 33,
Milano Prezzi: intero € 38/34 | <25 anni € 15 | >65 anni € 23 | online da €
16,50 Biglietteria: tel. 02.0066.0606 – biglietteria@elfo.org – whatsapp
333.20.49021 Orari: martedì e venerdì ore 19.30 | mercoledì, giovedì e sabato
ore 20.30 | domenica ore 16.30.
Lo spettacolo prosegue il tour a 17 / 20 febbraio, Teatro Duse, Genova 26
febbraio / 1 marzo, Teatro delle Muse, Ancona 7 / 8 marzo Teatro Pirandello,
Agrigento 19 / 22 marzo, Teatro Del Monaco, Treviso
L'articolo I corpi della regina Elisabetta in pasto ai sudditi: la figura di una
donna autoritaria e moderna al Teatro Elfo Puccini di Milano proviene da Il
Fatto Quotidiano.
È morto a pochi giorni dal suo 87° compleanno Carlo Cecchi, uno dei più grandi e
innovativi uomini di teatro italiani. L’attore e regista si è spento nella sua
casa di Campagnano di Roma. Nato a Firenze nel 1939 e diplomato all’Accademia
nazionale d’arte drammatica “Silvio D’Amico”, Cecchi ha attraversato oltre mezzo
secolo di vita culturale italiana come interprete, regista e maestro, lasciando
un segno profondo soprattutto sulla scena teatrale.
Definito da critici e studiosi un vero “funambolo della scena”, Cecchi ha saputo
muoversi con equilibrio tra tradizione e sperimentazione. Dopo le prime
esperienze negli anni Sessanta con il Living Theatre e con Eduardo De Filippo,
nel 1971 fondò a Firenze la cooperativa Granteatro, con cui mise in scena autori
come Shakespeare, Majakovskij, Brecht, Čechov e Molière, sviluppando una
recitazione antinaturalistica capace di fondere il teatro popolare italiano con
le avanguardie europee.
Tra i suoi spettacoli più celebri figurano “Ivanov” di Čechov e “Finale di
partita” di Samuel Beckett, lavori che ne hanno consolidato la fama di
interprete di straordinaria profondità intellettuale. Dal 1980 al 1995 diresse
il Teatro Niccolini di Firenze, trasformandolo in un laboratorio permanente di
formazione, punto di riferimento per intere generazioni di attori.
Pur restando sempre legato al palcoscenico, Cecchi ha lasciato un segno
importante anche nel cinema. Indimenticabile la sua interpretazione ne “Il
matematico napoletano” di Mario Martone (1992), ruolo che gli valse il David di
Donatello come miglior attore non protagonista. Nel corso della sua carriera ha
ricevuto numerosi Premi Ubu, riconoscimenti che ne hanno sancito il ruolo di
maestro assoluto del teatro italiano contemporaneo.
Negli ultimi anni aveva continuato a frequentare la scena con dedizione,
portando in teatro lavori come “La leggenda del santo bevitore” di Joseph Roth e
apparendo sporadicamente in televisione in produzioni di qualità. Con la sua
scomparsa se ne va non solo un grande attore, ma un intellettuale della scena,
capace di trasformare ogni spettacolo in un atto di pensiero, rigore e libertà
artistica.
L'articolo Addio a Carlo Cecchi, maestro del teatro italiano e funambolo della
scena: l’attore e regista morto a 87 anni proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Totalmente Incompatibili”. Ironia o realtà? Sta di fatto che Corrado Nuzzo e
Maria Di Biase hanno deciso di mettere in piazza, anzi sul palco dei teatri
italiani il tema del rapporto e dei sentimenti in una coppia. Lo show prende il
via il 16 gennaio dal Teatro dell’Aquila di Fermo. Lo spettacolo arriva dopo
“Delirio a due” di Eugène Ionesco, per la regia di Giorgio Gallione, che in due
anni di tournée e in oltre 100 repliche ha registrato tutti sold out.
Consapevoli che non si può ridere di tutto e di tutti, rimangono comunque
convinti a provarci fino in fondo. In questo spettacolo troveranno un punto di
accordo o resteranno totalmente incompatibili?
Com’è nata l’idea di questo spettacolo e quali sono stati gli spunti che vi
hanno ispirato a scriverlo?
L’idea nasce dalla considerazione che tutti i nostri colleghi, tutti i nostri
amici si stanno lasciando e solo noi continuiamo a rimanere insieme. Quindi, o è
sfiga, oppure quello di stare insieme è un privilegio che ancora però non
abbiamo capito appieno. Oltretutto anche i dati dell’Istat ci remano contro
perché pare che nel 2050 oltre il 41 per cento dei nuclei familiari sarà
composto da single. Lo stare in coppia quindi sembrerebbe al momento un
investimento sbagliato e l’amore potrebbe assomigliare molto al trading online
ad alto rischio.
Ma è veramente così?
In questo mondo dove l’individualismo sfrenato la fa da padrona lo stare insieme
inizia a risultare un gesto rivoluzionario. Forse un giorno come i panda saremo
considerati una specie in via d’estinzione e ci porteranno a vivere in uno zoo,
ma saremo comunque felici di sentire qualcuno che passando di lì dirà: non ci
crederete, ma quei due si amano ancora.
In cosa siete totalmente incompatibili?
In tutto. Non abbiamo nessun punto in comune. Nel nostro caso l’amore non è
stato solo cieco, ma anche sordo. Non abbiamo attenuanti, ci siamo scelti
fregandocene dell’affinità di coppia, dell’anima gemella, degli astri, dei
pianeti e delle congiunzioni astrali. Noi siamo come i calzini spaiati, li
indossi perché non puoi fare altrimenti e poi diventano il tuo segno distintivo.
In cosa invece siete totamente compatibili?
Negli ideali, nell’ironia e nell’ attrazione. Queste sono sicuramente le tre
cose che ci fanno restare insieme.
La Generazione Z fa meno sesso ma mette in discussione tutto: il corpo, le
relazioni, il consenso, perfino l’idea stessa di intimità. Secondo voi come mai?
Perché ogni nuova generazione si trova ad affrontare nuove sfide. Cambiano i
sogni, cambiano le aspettative, le speranze, le chimere. Ogni generazione è un
cubo di Rubik che nessuno della generazione prima può aiutare a risolvere. Può
solo fare il tifo e incitare dagli spalti.
Per rendere solido e stabile un rapporto sentimentale dopo tanti anni, come il
vostro, quali sono le sfide quotidiane da affrontare?
In una relazione a lungo termine non ci sono sfide, ci sono solo opportunità
L'articolo “I nostri amici si stanno lasciando e solo noi continuiamo a rimanere
insieme. Quindi o è sfiga o stare insieme è un privilegio”: Nuzzo e Di Biase a
teatro proviene da Il Fatto Quotidiano.
Una bella monografia di Lorenzo Mango mi dà l’occasione per intervenire su una
delle personalità più autorevoli della scena teatrale italiana, con ormai oltre
mezzo secolo di lavoro alle spalle. Si tratta di Federico Tiezzi. Storia di un
regista, Carocci, 2025.
Mango definisce Tiezzi “un autore a tutto tondo”. In effetti, in un’epoca in cui
la regia viene declinata prevalentemente secondo modalità deboli, plurali,
collettive, l’artista toscano rappresenta l’eccezione (rara) di un regista
regista, un regista autore appunto, anche se sempre capace di accogliere
l’apporto creativo degli attori e degli altri collaboratori.
Per lui la messa in scena non è mai soltanto interpretazione di un testo ma
neppure mera creazione di un evento performativo. Egli stesso la definisce come
“la traduzione in termini teatrali di un pensiero”, cioè – commenta Mango –
“luogo in cui si condensa e si esprime una personale visione del teatro”.
Questa concezione forte della messa in scena inserisce oggettivamente il lavoro
di Tiezzi nell’alveo originario, primonovecentesco, delle teoriche registiche,
in primo luogo di quelle fondative, e insuperate, di Adolphe Appia e Gordon
Craig. In particolare, per quanto riguarda l’artista inglese, egli ebbe a
dichiarare nel 1988: “gli sono debitore di tutti i miei sogni teatrali”.
Tuttavia, questa filiazione dai “padri fondatori” Tiezzi la scoprirà solo strada
facendo. In principio furono comprensibilmente altri i suoi riferimenti
teatrali: con il Living Theatre e Artaud in testa. Del resto si tratta di
influenze quasi obbligate all’inizio degli anni Settanta, quando egli comincia
ad operare come regista insieme ai compagni de Il Carrozzone, in primo luogo
l’attore autore Sandro Lombardi che conosce da ragazzo e con il quale costruirà
nel tempo un sodalizio formidabile durato fino ad oggi.
Ma ancor prima dei riferimenti teatrali, l’imprinting decisivo è quello che gli
viene dalla storia dell’arte, di cui è appassionato sin da giovanissimo e che
studierà all’università di Firenze. Non a caso, anni dopo si troverà a
confessare (in un appunto inedito): “La nascita della mia vocazione teatrale
devo farla risalire alla pittura”. Soprattutto la pittura italiana
quattro-cinquecentesca, filtrata dalla lezione di Roberto Longhi, maestro di
Pasolini e Testori, per citare due autori che saranno importanti per lui, in
particolare il secondo.
Ancora Tiezzi, ricordando gli inizi: “Per me e Sandro fare spettacoli
significava allora soprattutto riversare nel teatro l’amore e lo studio per le
arti visive”. Commenta puntualmente Mango: in origine (ma per più versi, anche
in seguito) “la scena è pensata da Tiezzi come un quadro in movimento, come
scrittura di scena”. Quindi, il teatro come arte della visione e lo spazio come
matrice generativa dello spettacolo.
Naturalmente la sensibilità visiva di Tiezzi e compagni non si nutre soltanto
dei tesori del passato ma anche delle sperimentazioni artistiche di quegli anni,
fra arte concettuale e performance art: da Hermann Nitsch a Gina Pane, da Bob
Wilson a Joseph Beuys, eletto a “maestro” molto tempo dopo, in un intervento del
2016 (sulla rivista “Culture Teatrali”, n. 25), nel quale rivela di dovergli la
scoperta di una dimensione fondamentale del fare artistico, che è interiore
(spirituale) e politica nello stesso tempo.
Nello stesso intervento il regista toscano, un po’ a sorpresa, mette al primo
posto fra i suoi maestri l’inventore del teatro Nō, l’autore-attore giapponese
Zeami Motokiyo, vissuto fra XIV e XV secolo. Ma la cosa può stupire soltanto chi
non ha sentito o letto Tiezzi citare spesso il maestro nipponico, conosciuto
molto presto grazie al classico volume curato da René Sieffert, Il segreto del
teatro Nō, Adelphi, 1966. Per altro – spiega bene Mango – Tiezzi non ha mai
avuto in mente “di importare elementi del Nō nell’idea di teatro che sta
mettendo a punto”. Ciò che lo affascina è “la possibilità di vedere nel più
assoluto rigore non tanto un fattore esteriore quanto un elemento compositivo
che si esprime nella riduzione dei segni al minimo e nella considerazione degli
aspetti visivi della recitazione”.
Quelli succintamente riportati rappresentano i presupposti, o meglio i
fondamenti, della imponente teatrografia messa insieme da Tiezzi (quasi sempre
con la complicità di Lombardi) in oltre cinquant’anni e magistralmente indagata
da Mango in tutti i suoi snodi e svolte. Snodi e svolte che lo portano dagli
“studi” analitici degli anni Settanta (suggellati con uno dei suoi lavori più
acclamati, Crollo nervoso, 1980) al successivo recupero del testo, della musica
e dell’attore interprete con il “teatro di poesia”, fino al confronto con un
ventaglio amplissimo di autori contemporanei e del passato, compresi molti
classici (da Sofocle, Euripide e Aristofane a Racine, Shakespeare, Goethe,
Cechov, Brecht). Intanto Il Carrozzone diventava Magazzini Criminali, poi
soltanto Magazzini e infine Compagnia Lombardi-Tiezzi.
Le sue regie (da ultimo una Fedra raciniana) presidiano, nel teatro italiano del
dopoguerra, un crocevia nevralgico, nel quale il lascito delle avanguardie
interseca le istanze del nuovo teatro e la tradizione del teatro di regia,
com’era accaduto – sia pure con modalità ed esiti differenti – nel lavoro dei
nostri registi più grandi: da Giorgio Strehler a Luca Ronconi, a Leo de
Berardinis.
L'articolo Federico Tiezzi. Storia di un regista: un crocevia nevralgico nel
teatro italiano del dopoguerra proviene da Il Fatto Quotidiano.
La presentazione alla stampa era stata fatta e c’era attesa per il gran debutto
il 14 marzo al Teatro Nazionale di Milano, dove sarebbe dovuto andare in scena
fino al 22 marzo, ma il musical rock “Immensamente Giulia”, prodotto da Heart, è
stato cancellato. A dare la notizia del progetto ispirato alla storia vera de Le
Vibrazioni e della hit “Dedicato a te” poi naufragato, è stato Francesco Sarcina
stesso in una intervista a Il Giorno.
Il cantautore è amareggiato: “Un lavoro scritto con estremo amore che non si
farà perché mi hanno comunicato i produttori, a venti giorni dalla conferenza
stampa di presentazione non ha venduto abbastanza biglietti. E così a me resta
solo il dispiacere di non fare questo spettacolo meraviglioso… Non s’è iniziato
neppure a fare la promozione“.
Poi ha aggiunto: “Questo lascia intendere che oggi bastano tre settimane per
decretare la fine di un progetto costato un anno e mezzo di lavoro, uccidendo
l’impegno di oltre venti persone, per lo più giovani provenienti da tutta Italia
che si sono trovati in questa storia e in queste canzoni con un’energia
incredibile”.
“Non vendere abbastanza biglietti – ha aggiunto con una nota amara l’artista –
significa che qualcosa lo spettacolo avrà pur venduto, ma esattamente quanto non
è concesso di saperlo”.
Per il personaggio di Francesco Sarcina era stato scelto Isacco Venturini. Il
co-protagonista sarebbe dovuto essere Anselmo Luisi, batterista,
polistrumentista, performer e attore. Per il ruolo di Giulia era stata scelta
Anna Volpato. Co-protagonista Rebecca Ingrassia e Giuditta Cosentino. Sul palco
era prevista una band che avrebbe suonato dal vivo ventotto brani originali
composti dallo stesso Sarcina.
L'articolo “Cancellato il mio musical, ucciso l’impegno di venti persone. Non ha
venduto, zero promozione e buttato via un anno di lavoro”: Francesco Sarcina si
sfoga proviene da Il Fatto Quotidiano.
Spesso si parla di crisi del teatro, tra tagli ai fondi e “spettatori
addormentati” di flaianea memoria ed effettivamente guardando i cartelloni dei
principali teatri si avverte una mancanza di entusiasmo e originalità: soliti
nomi, perenni riproposizioni o, in alternativa, goffe sperimentazioni già
stantìe alla prima in scena.
Come in ogni ambito italiano (dallo sport al cinema alla ricerca scientifica)
non mancherebbero i talenti, manca una visione, un programma coerente a lungo
periodo in grado di ridonare linfa e risorse al mondo culturale.
Sembra un ritornello qualunquista da anziano sull’autobus, ma è effettivamente
una beffa paradossale che il Paese col più alto patrimonio artistico del mondo
sia così indifferente e sprezzante nei confronti della produzione culturale.
Una famosa scena della serie Boris (forse l’analisi più accurata sull’industria
culturale italiana degli ultimi venti anni) spiega molto bene la dinamica:
quando una giovane attrice presenta i propri progetti teatrali a un rinomato
maestro, spiegando la difficoltà per i giovani di emergere, la risposta che
ottiene è che l’unica possibilità per farlo è andare all’estero, poiché il
teatro istituzionale è in mano a una cerchia chiusa di poche persone che si
conoscono da sempre.
Non c’è alcuna possibilità. Eppure, talvolta siamo costretti a interrompere
questa geremiade per celebrare i pochissimi autori che portano in alto il nome
del teatro italiano.
In primo luogo, vorrei congratularmi con Davide Enia per il doppio Premio Ubu
ricevuto a fine anno, come “migliore attore/performer” e “migliore nuovo testo
italiano“.
Premi meritatissimi per il suo splendido spettacolo Autoritratto, di cui esiste
anche il corrispettivo letterario Autoritratto. Istruzioni per sopravvivere a
Palermo (edito da Sellerio come il precedente Appunti per un naufragio era la
versione scritta del suo spettacolo più noto, dedicato alla tragedia dei
migranti nel Mediterraneo): da anni su queste colonne insisto sul valore
dell’opera di Enia, non solo per il ruolo testimoniale e per la potente
scrittura di scena, ma come notevole interprete, in grado di unire nella resa
teatrale la precisione del reporter, la denuncia politica, la poesia della
rievocazione adolescenziale e la tradizione orale e misterica del cunto.
C’è una profonda spiritualità, laica ed eretica, sottesa al teatro visceralmente
corporeo di Enia, non vediamo l’ora che emerga in tutta la sua antica sapienza.
E poi non possiamo che continuare a essere grati per il privilegio di essere
contemporanei del “più grande performer vivente” (definizione
autointestatasi…fino a smentita ancora non avvenuta), ovvero Antonio Rezza, che
assieme a Flavia Mastrella ormai da quasi quarant’anni è faro della ricerca
teatrale, non solo italiana.
Il nuovo spettacolo di Rezzamastrella, Metadietro, in scena al Teatro Vascello
in Roma fino all’11 gennaio 2026, prosegue la sua distorsione del corpo e del
linguaggio, moltiplicando i cortocircuiti comici in una spettacolare parodia
dell’”Odissea” interiore.
Accanto a Rezza, stavolta in scena c’è Daniele Cavaioli, la cui presenza sarebbe
riduttivo definire come “spalla comica”, vista il ruolo quasi maieutico che il
suo controcanto svagato opera nei confronti del vulcanico genio comico di Rezza.
Rispetto alle precedenti prove, il rapporto di contrapposizione dialettica col
pubblico (da sempre provocato con furia sprezzante) è in questo caso
disciplinato da una collaborazione più concertata, anche se rimangono gli
irresistibili momenti di rottura della quarta parete: guai a guardare il
cellulare o ad alzarsi per andare al bagno durante la rappresentazione, si
rischia di diventare protagonisti di divertentissime umiliazioni pubbliche da
parte di Rezza, che vi addita al pubblico ludibrio come colpevoli di sacrilegio
nei confronti del rito teatrale collettivo.
Due approcci per molti versi antitetici, quelli di Enia e di Rezzamastrella: il
primo ispirato a una vibrante denuncia e traboccante di poetica umanità, il
secondo incentrato sulla frammentazione del linguaggio e la decostruzione del
senso, fieramente antiumanistico; eppure, non solo per talento, ma per la comune
ricerca sul corpo e sulla voce (e in qualche modo di un recupero antidogmatico
del valore sacro del Teatro), rappresentano, gli unici autori contemporanei che
vado a vedere come un appuntamento imperdibile, con entusiasmo e promessa di
meraviglia, certo di non rimanere deluso.
L'articolo I due nomi del teatro italiano, pilastri di ricerca: Davide Enia e
Rezzamastrella proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sarà una giornata di mobilitazione quella di domenica 21 dicembre, con tanto di
fiaccolata in strada per dire che “la cultura non si spegne”, ma anche “la
cultura non si sfratta”, l’iniziativa della Fabbrica dell’Esperienza, teatro
indipendente milanese che, se non ci saranno novità, a giugno dovrà lasciare i
locali dove risiede dal 2012, in via Francesco Brioschi 60, in zona Navigli.
Teatro che raccoglie l’eredità della Comuna Baires, istituzione culturale
milanese e argentina fondata da Renzo Casali, che nel 2009 è stata insignita con
l’Ambrogino d’Oro dal Comune di Milano.
Dopo la scomparsa del fondatore nel 2010, la Comuna ha creato insieme ad altri
soggetti (Fare Anima, Salti Teatrali, Circolo Pickwick, Editori della Peste) La
Fabbrica dell’Esperienza, portata avanti da Irina Casali (figlia di Renzo),
Alessandro Zatta e Dora Dorizzi. Che non è solo un luogo dove si mettono in
scena spettacoli, ma è un’officina di teatro, un’accademia di recitazione, una
scuola di cinema, un luogo di filosofia (l’altra passione di Irina dopo il
teatro) e un laboratorio per bambini e ragazzi. Insomma, una vera fucina di
cultura, studio e creatività. Che ora però dovrà chiudere i battenti e aprire
altrove, perché da tempo dai proprietari dell’immobile è arrivata la richiesta
di sgombero a scadenza di contratto, nel giugno 2026, poiché lo spazio è assai
ambito e, a quanto si apprende, è già stato venduto.
La sede di 350 mq – un ex capannone dove venivano vendute auto usate poi
trasformato in teatro con un investimento di 70 mila euro – s’inserisce in una
proprietà di 1.500 mq tra via Brioschi e via Pomponazzi che, come ha raccontato
Milano Today, varrebbe almeno 4 milioni di euro e fa gola alla Green Buildings,
società che sta acquistando interi lotti nell’area e che ha già perso una causa
col teatro per un passo carraio conteso. Lo sfratto della Fabbrica
dell’Esperienza s’inserisce dunque all’interno di una delle tante speculazioni
immobiliari che a Milano nell’ultima decina d’anni sono diventate sistema. A
quanto si apprende, qui si vorrebbe costruire una palazzina dei sei piani con
appartamenti da vendere a peso d’oro.
“È il modello Milano, che vuole palazzi tirati su nei cortili e case vendute a
carissimo prezzo. Un modello cui non importa niente delle esigenze e dei bisogni
cittadini, della comunità e tanto meno della cultura”, sostiene Irina Casali.
“Nonostante il pagamento puntuale dell’affitto siamo stati raggiunti da un
avviso di sfratto per l’intenzione della proprietà di vendere l’area a una
società già finita sotto inchiesta dalla Procura di Milano per altri abusi
edilizi. Dopo aver spazzato via la possibilità abitativa di singoli cittadini,
la speculazione ha spinto alla chiusura di molte realtà culturali. Per questo
chiediamo di mobilitarvi con noi”, si legge nel comunicato di presentazione
dell’iniziativa. “Non ci diamo per vinti, puntiamo almeno a una proroga, perché
trovare un altro luogo dove realizzare un teatro, con tutto quello che comporta
a livello di infrastrutture e norme di sicurezza, non è semplice”, sottolinea
Casali.
Domenica, dunque, tutti in Fabbrica per scambiarsi gli auguri di Natale, ma
soprattutto per manifestare solidarietà a uno dei luoghi simbolo della cultura
della città. Alle 18 verrà trasmesso il film “The Muppet Christmas Carroll”, a
seguire ci sarà un concerto della Banda degli ottoni a scoppio, poi la Cena di
Natale dove ognuno è invitato a portare qualcosa, poi l’estrazione di una
lotteria di autofinanziamento e un’azione poetica collettiva: i partecipanti
illumineranno la strada con candele bianche per protestare contro lo sfratto.
Poi, in tarda serata, una sorpresa in onore del solstizio d’inverno. Su
change.org si può sottoscrivere una petizione già arrivata a circa 2 mila firme.
Tra i partecipanti, ci saranno il presidente e i consiglieri del municipio 5 di
Milano, il presidente di Non una di meno Giansandro Barzaghi, i registi Renzo
Martinelli e Laura Tanzi, Tiziana Pesce (figlia di Giovanni Pesce, partigiano),
i filosofi Annarosa Buttarelli e Pierpaolo Casarin, l’artista visivo Antonio
Sixty, l’attore e regista teatrale Gianfelice Facchetti, figlio del calciatore
Giacinto Facchetti.
La Comuna Baires è stata fondata nel 1969 nella capitale argentina da Renzo
Casali, Liliana Duca e Antonio Llopis. Abbandonato il Paese a causa della
dittatura militare, Casali viene in Italia e approda a Milano, dove nasce la
sede italiana della Comuna, in via della Commenda. Nel corso degli anni questo
piccolo teatro indipendente diventa una dei luoghi più vivaci della scena
culturale milanese, dando ospitalità anche molte compagnie sudamericane e
argentine che non possono esibirsi in patria. E dalla Comuna passano personaggi
di gran rilievo come lo scrittore cileno Luis Sepulveda, lo scrittore uruguayano
Eduardo Galeano, Roberto Vecchioni, Fausto Bertinotti e molti altri. La Fabbrica
nasce nel 2012 e da qui sono passati più volte Michele Serra, Raul Montanari,
Enrico Bertolino e Giuseppe Cederna. Un rapporto speciale, inoltre, ha sempre
legato la Comuna all’Inter e a Massimo Moratti, anche per la passione calcistica
di Renzo Casali, tanto che qui erano di casa calciatori come Javier Zanetti,
Alvaro Recoba, Giacinto Facchetti, ma pure Roberto Baggio. Il primo febbraio ci
sarà un’altra giornata di lotta dal titolo “Il modello Milano, quale città per
quale cultura” con l’obiettivo di costruire una rete di cittadini, associazioni
e soggetti culturali che si oppongono a una città il cui unico valore sembra
essere il profitto.
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“Palazzi nei cortili e nessuno pensa ai cittadini e alla cultura” proviene da Il
Fatto Quotidiano.