Un breve video di Licia Colò con sua figlia Liala ha raggiunto in poche ore il
milione di visualizzazioni sui social. Non si tratta di annunci clamorosi né di
polemiche: semplicemente madre e figlia in attesa di un treno, in un momento
quotidiano catturato senza filtri. Il filmato, pubblicato sul profilo ufficiale
di Instagram di Licia Colò mostra Liala con lineamenti che ricordano quelli
della madre da giovane. La somiglianza e la naturalezza della scena hanno
catturato immediatamente l’attenzione di tantissimi utenti e hanno portato il
video ad avere un milione di visualizzazioni in poche ore.
Nella didascalia del post, la conduttrice ha scritto: “Condividere anche i
momenti più semplici per essere felici. Buona domenica”. Il successo del
contenuto non nasce, infatti, da effetti speciali o strategie elaborate, ma
dalla semplice autenticità della scena. Nel video si vede la storica conduttrice
di Rai 3 accompagnare la ragazza sul set: “Accompagno Liala sul set, dato che
deve lavorare e io faccio la sua assistente”. La figlia, divertita e con tono
scherzoso, risponde: “Mi potresti passare la cipria, per favore?”. Nei commenti,
molti hanno sottolineato la somiglianza tra madre e figlia e la naturalezza dei
gesti, apparsa molto lontana dai contenuti costruiti dei social.
CHI È LIALA ANTONINO, LA FIGLIA DI LICIA COLÒ E ALESSANDRO ANTONINO
Liala Antonino è nata il 15 ottobre 2005 da Licia Colò e il pittore Alessandro
Antonino. Cresciuta lontana dai riflettori, ha iniziato a esplorare le proprie
inclinazioni creative dopo il diploma, tra shooting fotografici, esperienze come
modella e un interesse per il mondo della televisione e del cinema, cercando
sempre di esprimersi in modo autentico.
Nonostante la discrezione della madre, volto noto della televisione italiana da
Eden a Alle falde del Kilimangiaro, Liala ha subito catturato l’attenzione del
pubblico. Gli occhi chiari e i lineamenti che ricordano quelli di Licia da
giovane hanno reso la sua apparizione sui social una piccola scoperta
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Colò con la figlia Liala è virale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Non devono essere bolliti vivi tra sofferenze atroci”. È con questa presa di
posizione netta che Licia Colò interviene nel dibattito sul trattamento dei
crostacei, rilanciando in pieno periodo natalizio la campagna “Dalla parte dei
crostacei”, promossa da una coalizione di associazioni animaliste guidata da
Animal Law Italia. Il contesto è quello delle festività, quando riviste e
programmi di cucina moltiplicano ricette a base di aragoste, astici, granchi,
scampi e gamberi, soprattutto per la cena della vigilia. Nelle pescherie, però,
questi animali vengono spesso esposti ancora vivi, con le chele legate e
adagiati su letti di ghiaccio granulato. Una pratica che, secondo le
associazioni, provoca dolore, stress e paura a esseri viventi senzienti.
La campagna chiede tre punti chiari: vietare la vendita di crostacei vivi,
proibire la loro conservazione su ghiaccio o in acqua ghiacciata e bandire la
bollitura da vivi, compresa la tecnica del lento innalzamento della temperatura
dell’acqua. Una pratica che, sottolineano gli esperti, comporta sofferenze
prolungate. Licia Colò ha scelto di esporsi con un video appello rivolto al suo
pubblico: “Magari siamo più sensibili nei confronti dei mammiferi, ma ci sono
altre specie che subiscono delle torture inenarrabili”. La conduttrice invita a
informarsi: “Vi chiedo di informarvi sulla vita dei crostacei, ancora in parte
sconosciuta. E soprattutto sul modo terribile con il quale li uccidiamo.
Aragoste, granchi, astici che vengono uccisi buttati direttamente nell’acqua
bollente”.
Colò richiama esplicitamente la ricerca scientifica: “Ricerche scientifiche
sostengono che siano esseri senzienti e provino infinito dolore. Quindi
pensiamoci”. Il suo appello non è contro il consumo in sé, ma contro modalità
che infliggono sofferenze evitabili. La petizione online lanciata dalla
coalizione ha già raccolto circa 10 mila firme. Ne fanno parte, oltre ad Animal
Law Italia, anche Animal Equality, Ciwf, Enpa, Essere Animali, Lav, Leal, Lndc e
Oipa. L’obiettivo è ottenere un riconoscimento formale dei crostacei decapodi
come esseri senzienti e una normativa che ne disciplini cattura, trasporto,
stoccaggio e uccisione.
“Serve una modifica legislativa che chiuda per sempre la possibilità di
infliggere inutili sofferenze ai crostacei decapodi”, spiega Alessandrio
Ricciuti, presidente di Animal Law Italia. “Chiediamo che sia permessa solo la
vendita delle loro carni, per evitare lunghi giorni di maltrattamento che spesso
finiscono con il supplizio della bollitura. Sarebbe un passo avanti di civiltà
che è ormai ineludibile”. La coalizione, lanciata ufficialmente lo scorso
luglio, attende un segnale dal ministero della Salute, ma chiama in causa anche
la grande distribuzione: secondo Ricciuti, le catene potrebbero adottare fin da
subito queste buone pratiche senza attendere un obbligo di legge. “Nessuno si
sognerebbe di vendere un pollo o un agnello vivi ai consumatori finali, né
un’orata o un branzino. Non si capisce perché lo si debba fare con i crostacei”.
Le basi scientifiche non mancano. Nel 2021 un report della London School of
Economics and Political Science ha analizzato oltre 300 studi, concludendo che i
crostacei decapodi sono capaci di provare sentimenti, inclusi dolore e
sofferenza. Dal 2022, nel Regno Unito, sono riconosciuti ufficialmente come
esseri senzienti e l’associazione nazionale dei veterinari ha chiesto per loro
metodi di uccisione definiti “umani”. In Europa, norme specifiche esistono già
in Austria, Norvegia e Svizzera. “Se l’Italia adottasse per legge parametri
sull’adeguata cattura, maneggiamento, trasporto, stoccaggio e uccisione di
questi animali – scrive la coalizione – potrebbe innescare un cambiamento più
ampio anche a livello europeo”.
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L'articolo “Bolliti vivi tra sofferenze atroci, li uccidiamo in un modo
terribile”: la rabbia di Licia Colò e l’appello per salvare aragoste e crostacei
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