Noi abbiamo meno infamia sulle spalle di quanta non ne abbiate voi in cuore,
membra flaccide di una società bacata
(Honoré de Balzac, Papà Goriot, 1835)
I n una delle scene finali di Resistere non serve a niente (2012) di Walter
Siti, il protagonista Tommaso, un abile e milionario speculatore che investe
capitali mafiosi sui mercati mondiali, porta il narratore Walter/Siti a
incontrare Morgan, capo riconosciuto della mafia di nuova generazione. Morgan è
un uomo elegante, raffinato, poliglotta, che scherza volentieri sui vecchi
mafiosi appostati con la lupara tra i fichi d’India ed è consapevole di avere
realizzato il sogno dei padri ignoranti che finivano in galera per omicidio. È
ricco, colto, rispettato, al di sopra di ogni sospetto. È un dominatore tra i
dominatori, e anzi i dominatori del passato (la vecchia borghesia liberale e la
classe politica) sono spesso debitori o clienti della sua Miracle Field con sede
a Cuba. Nel corso di un lungo colloquio Morgan rivela a Walter/Siti che la nuova
Rete, salvo eccezioni dovute a cause di forza maggiore, ha preso le distanze
dall’uso della violenza e si dedica quasi esclusivamente alla finanza criminale:
“bisogna tradire i padri per realizzare i loro obiettivi”.
La stessa cosa, quanto ai padri e agli obiettivi, potrebbe essere detta per il
romanzo: Resistere non serve a niente è il Petrolio di Walter/Siti, che dichiara
in apertura di voler “investigare i segreti della società” e nel corso della
narrazione rivela l’intreccio criminale tra economia e politica, la speculazione
visibile e quella in ombra, il gioco di scatole con cui il potere occulta dietro
la facciata democratica un nuovo progetto di dominio sociale e “Si delinea un
potere a doppio fondo, in cui chi comanda davvero si occulta dietro le chiassate
dei media”. Pasolini indagò, o cercò di indagare, l’ENI di Eugenio Cefis e la
nuova élite borghese trasnazionale, l’omicidio Mattei, la P2 e l’architettura
fantasma di “soci internazionali, in altri luoghi […] come il Liechtenstein, il
Lussemburgo o il Principato di Monaco: si trattava di soci in funzione di
accomandanti, quali la ‘Pentavalor Trust Reg.’ di Eschen (?), la ‘Universoil
Investment Trust’ di Coira, la ‘Abat Finance Établissement’ di Triesen […]:
tutte società entrate appunto come accomandanti per le fideiussioni e le
obbligazioni a terzi” (Petrolio, “Lampi sull’ENI”, il capitolo che Pasolini
scrisse usando il pamphlet di Giorgio Steimetz). Walter/Siti si fa raccontare da
Tommaso il capitalismo finanziario d’assalto sui mercati globali, il nodo che
stringe legalità e criminalità, la ragnatela delle transazioni anonime e dei
camuffamenti.
> La risposta del nuovo secolo: non più corazzate e blocchi ma strutture agili,
> nodi collegati da ragnatele. Il rimedio alla crisi erano i SIV, veicoli di
> investimento strutturato, e poi le dark pool, piattaforme da cui i soldi
> passano senza lasciare traccia del passaggio; lì la titolarità dei fondi sfuma
> in un polverio di sigle, di società inscatolate, di azzardi da far sparire e
> di denaro che si autogenera mediante successive operazioni in leva.
Ma nel realizzare e aggiornare gli obiettivi del padre, Siti lo tradisce per due
motivi. Intanto perché della borghesia Tommaso non è un esponente, ma un
antagonista: viene dalla borgata, ha un padre mafioso (un basso manovale del
crimine in prigione per omicidio) e ha dovuto lottare per emanciparsi dalle tare
sociali e personali (“il salto che mio padre avrebbe sempre sognato”). Si trova
a disagio nel mondo dei padroni, conduce con loro una sorda lotta di posizione e
il suo unico amico è il compagno d’infanzia Nando. Inoltre, nell’orizzonte
pasoliniano, la borghesia padrona profanava cinicamente la sacralità del mondo:
per Siti l’élite del passato ha un ruolo secondario nella nuova oligarchia
digitale, accetta la propria subalternità, e a muoversi dalle parti del sacro
sono proprio i nuovi dominatori del capitalismo digitale globale.
> Resistere non serve a niente è il Petrolio di Walter/Siti, che dichiara in
> apertura di voler “investigare i segreti della società” e nel corso della
> narrazione rivela l’intreccio tra economia e politica, la speculazione
> visibile e quella in ombra, il gioco di scatole con cui il potere occulta un
> nuovo progetto di dominio sociale.
Non che Siti ripeta con questo l’orizzonte dei libri precedenti, il possesso
come sogno di sovranità dello schiavo: la consapevolezza acquisita in Autopsia
dell’ossessione (2010) non viene meno perché Tommaso non è un piccolo-borghese
dotato di “potere d’acquisto” che gode delle merci alla portata della sua classe
sociale. È invece il burattinaio del potere d’acquisto, è uno di quelli che da
dietro le quinte fanno cadere i governi, provocano le rivolte dei cereali in
Mozambico e, a scapito degli schiavi sognanti, influenzano il costo della
forza-lavoro: “in realtà il bello dei soldi è non usarli… o considerarli come
quelli del monopoli”. Per questo, in Resistere, il denaro-onnipotenza della
finanza digitale, “denaro senza padrone, pura nominalità senza origine”, ha
qualità divina: è astrazione, simultaneità, flusso, potenza che plasma la
materia.
> consultando grafici e cartine, calcolando percentuali, è come se percorressero
> un sentiero da catecumeni, il loro cammino delle stelle – lungo l’ascetica via
> lattea del dominio disincarnato […]
> Ventimila marchi elargiti in un giorno di pioggia a un portiere d’albergo per
> non essere registrato; un poema la faccia di quello, la bocca aperta come i
> pastorelli di Fatima: più una predella devozionale che una scena di corruzione
> […]
> in millesimi di secondo, nell’etere, si spostano capitali e si invertono
> fortune; un clic del mouse e sorgono palazzi di vetro in periferie desolate –
> palazzi che resteranno vuoti perché la loro unica funzione è riciclare
> l’immaginario. Neonate metropoli cinesi condizionano lo squallore di antichi
> centri siderurgici; non più centro né periferia, segni urbani disarticolati si
> fanno beffe di patria e territorio.
Il narratore è insieme intimidito e affascinato dalla figura che, pagina dopo
pagina, vede emergere dai racconti di Tommaso e ammira la grandiosità metafisica
della finanza digitale corsara: al punto che se Pasolini aveva attaccato il
“fascismo in guanti bianchi” della Democrazia cristiana nei suoi gangli anche
criminali, Walter/Siti riconosce alla mafia una qualità mistica e sembra
schierarsi con chi, in guanti altrettanto bianchi, persegue un ideale di
gerarchia sociale definito dallo stesso narratore “piuttosto fascista”. Mano a
mano che apprende la verità dai racconti di Tommaso, Walter contempla quasi
devotamente la potenza dei nuovi superuomini che si fanno demiurghi dei destini
globali e piegano le democrazie al proprio volere, in ogni senso, privo di
confini. Gioisce vicariamente, lui piccolo-borghese e stipendiato, della loro
risolutezza guerriera (il vecchio “un maschio non chiede permesso”), inscena
compiaciuto un mondo in cui le donne sono naturalmente inferiori (“gli occhi
supplicosi che fanno le donne col cazzo in bocca”; “ci sono donne che sembrano
nate segretarie, glielo leggi dalla contentezza che provano a occuparsi di
stronzate”). Potere, maschio, possesso, misoginia è uno dei nodi profondi della
personalità del Siti/Occidente: le femministe hanno “la mania di proclamarsi
libere, come se qualcuno ci tenesse a occuparle”. La donna di potere viene
degradata per via sessuale: “Naomi sta in menopausa… vecchia per vecchia allora
mi faccio fare un bocchino dalla Merkel” (la stessa donna fu degradata in quegli
anni da Berlusconi, inscenato più di una volta nel romanzo come capo carismatico
e sessualmente instancabile).
> Per raccontare un mondo in cui tutto entra in relazione con tutto e i flussi
> di denaro digitale alitano incorporei dietro il divenire come una nuova
> trascendenza, la sintassi trascura le gerarchie ipotattiche, i salti
> spazio-temporali sostituiscono alla linearità diegetica una narrazione per
> quadri.
Il repertorio stilistico mira alla rappresentazione della finanza divina:
mobilità, rapidità, “non più centro né periferia”. Per raccontare un mondo in
cui tutto entra in relazione con tutto e i flussi di denaro digitale alitano
incorporei dietro il divenire come una nuova trascendenza, la sintassi trascura
le gerarchie ipotattiche, i salti spazio-temporali sostituiscono alla linearità
diegetica una narrazione per quadri. Tornano la “chiacchiera ambientale” resa
per accumulo di battute, il flusso di coscienza, la sintassi da parlato, la
battuta assoluta, il discorso indiretto libero. La narrazione in terza persona
sviluppa moduli già parzialmente sperimentati in Autopsia dell’ossessione: il
continuo e vertiginoso passaggio dall’io del flusso di coscienza del
protagonista al lui del narratore, la rapida alternanza tra presente narrativo,
passato e futuro, la sovrapposizione di considerazioni irrelate che non sappiamo
se attribuire al narratore o al personaggio.
> Solo Nando può parlargli così, qualunque cosa succeda Tommaso sa che non si
> separeranno mai.
> Invece la separazione era in agguato, sotto forma di un blocco degli sfratti
> rifiutato dal TAR; mamma Irene ha cercato di nasconderglielo finché poteva,
> aveva paura che la notizia lo destabilizzasse ancora di più – e non sarà
> facile trovare un tugurio qualsiasi dentro Roma, con gli affitti di adesso […]
> Per lui a dir la verità una casa valeva l’altra […]
> È tipico delle mantenute adeguare i propri orizzonti al profilo di chi le
> mantiene. Tutto sembra facile e impossibile allo stesso tempo, dovremmo essere
> la gioventù dorata ma chissà perché stiamo a boccheggiare in questo schifo.
> Beati i poveracci che gli basta uno scooter e il Lido di Ostia.
L’“effetto di realtà” è perseguito come nei libri precedenti da un racconto
pieno di cose, fatti, episodi: l’incipit delle frasi risponde a domande non
formulate (“La gavetta c’è stata eccome”, “Il primo anno benissimo”) oppure
abolisce articolo e copula (“Equazione terribile”, “Energia dei vent’anni”) per
evitare le inutili eleganze della “letteratura”. Negli ultimi capitoli, quelli
che rivelano la rete finanziaria globale, lo stile assume cadenze da inchiesta
(“Grazie all’intuizione di Giuseppe Portello, sostituto procuratore di Rho, fu
attenzionato nell’ottobre 1999 un summit di quella che veniva sbrigativamente
definita come ‘ndrangheta del Nord’ – a esso parteciparono esponenti del clan
Guttaduro”). Viene inoltre tentata un’autofiction che potremmo definire di
secondo grado: Walter/Siti, ormai accettato dal proprio pubblico come autore
anagraficamente esistente, annuncia in apertura il proprio ritiro dalla scena e
dichiara che indosserà nel seguito i panni di un onnisciente classico. Poi però,
con frequenti incursioni nel testo e note a fondo pagina, si fa garante della
veridicità della narrazione. Conosce Tommaso a una festa alla quale viene
portato da Sergio di Troppi paradisi (2006), va a parlare con Edith su richiesta
di Tommaso e nel finale (quello del lungo colloquio con Morgan) torna pienamente
personaggio e coprotagonista. Nell’autofiction di secondo grado Walter/Siti non
parla più esplicitamente di sé; all’altezza di Resistere (lo vedremo più avanti)
Siti ha cominciato a “morire alla vita” per dare la propria vita ai personaggi.
> Più importante dei temi ricorrenti e dello stile è però, nella prospettiva di
> questa indagine, la spina nel fianco. Siti non ha mai trovato una via d’uscita
> dalla convinzione gnostica secondo cui il vero Essere è perduto, altrove,
> irraggiungibile se non per mezzo di un Mediatore divino.
Tornano anche i temi dei libri precedenti: come già nel Contagio (2008), ma
alzando il tiro, il crimine si presenta come ultima possibilità di salvezza,
affermazione della libertà dell’individuo in un sistema crescentemente
totalitario e massificante; l’eroe proletario Tommaso che si fa strada
appoggiandosi alla mafia è erede narrativo di Mauro. Di nuovo l’intellettuale
progressista viene raccontata come una scema e ipocrita, che si nasconde dietro
le frasi fatte del suo ambiente di intellettuali di sinistra, di nuovo
l’amore-eros tra Tommaso e Gabriella (la escort che insegue il lusso e i provini
in televisione) viene contrapposto all’amore-agape, il “sesso a bassa intensità
e senza fantasmi” offerto dalla inutile e noiosa Edith. Il sesso mercenario è di
nuovo surrogato d’onnipotenza (“voglio trombarmi il cielo”) e la classe media
suscita in Tommaso come nel narratore solo ripugnanza (“non come i farlocchi
topi di fogna che saranno anche onesti ma ti fanno venire sonno solo a
guardarli, lo stipendiuccio la mogliettina il capufficio”).
Più importante dei temi ricorrenti e dello stile è però, nella prospettiva di
questa indagine, la spina nel fianco. Siti non ha mai trovato una via d’uscita
dalla convinzione gnostica secondo cui il vero Essere è perduto, altrove,
irraggiungibile se non per mezzo di un Mediatore divino; non a caso è un termine
tecnico delle dottrine gnostiche quello che usa quando scrive che per Tommaso il
calcolo probabilistico è un veicolo spaziale capace di trasportarlo in un’orbita
“pneumatica” (spirituale). Il percorso letterario e personale di Siti sembra
ripercorrere quello metafisico d’Occidente: perduta la comunione con l’essere
della metafisica platonica, rifiutata a partire dalla modernità la mediazione di
Cristo, si tenta la via tutta umana del Consumo e del paradiso in terra, poi
quella del Denaro divinizzato perché universale, anarchico e onnipotente.
Questa nuova metafisica, moderna e borghese, nega la realtà dello spirito ma
trova una porzione residua di essere nella cieca volontà di potenza che soggioga
il mondo incarnandosi in un nuovo tipo umano, dai tratti titanici. È un uomo che
disprezza la morale comune ed è destinato a spazzare via le vecchie e decadenti
istituzioni borghesi. Come già in Scuola di nudo (1994, dove Walter aveva
riconosciuto la propria religione dei Nudi come strategia consolatoria, dettata
da una rancorosa inferiorità nello scontro per il potere), anche in Resistere si
percepisce la presenza di Nietzsche che nella “trasvalutazione di tutti i
valori” cercò una via d’uscita dal nichilismo: “si sta arrampicando su vette
innevate dove arrivano a stento gli echi dei mortali”, “l’onnipotenza è lo
scherzo di un bambino”, “costruire su intercapedini di vuoto”.
> Il percorso letterario e personale di Siti sembra ripercorrere quello
> metafisico d’Occidente: perduta la comunione con l’essere della metafisica
> platonica, rifiutata a partire dalla modernità la mediazione di Cristo, si
> tenta la via tutta umana del Consumo e del paradiso in terra.
Tommaso è un superuomo che balla sul nulla e vola alto sopra il gregge
appoggiandosi a una morale da dominatore: “a Milano ho imparato che opprimere è
un piacere, essere primi un imperativo, e che il possesso è l’unica misura del
valore”; nell’ultimo capitolo, praticando l’infamia come sfida prometeica e
indifferenza alla morale comune, ottiene da un debitore la figlia dodicenne.
“Forse la grandiosità è possibile solo nell’infamia […],” gli fa sponda il
narratore, “sento fraterno chi si mette fuori dall’umano, come se fuori
dall’umano ci fosse qualcosa”. In Resistere, riconoscendo gnosticamente al Male
lo stesso rango ontologico del Bene, Siti percepisce il primo come una forma
d’essere in ogni caso più affidabile e meno elusiva: la sola trascendenza ancora
presente, percepibile, indagabile. È anche di sé che il narratore parla quando
commenta che “senza distinzione di ceto o di classe, la pura esistenza del male
e dell’inganno sembra ormai l’ultimo disperato tentativo del mondo per apparire
reale. […] Come se tutti peccando gridassero ‘ci siamo!’”.
Ma Siti conserva di Nietzsche anche l’ambiguità: nemico della borghesia che
calcola e investe, adepto della volontà di potenza che si magnifica nel
superuomo come prototipo di una nuova arcaizzante aristocrazia, il filosofo non
si avvide che la sua critica della modernità era alla radice profondamente
moderna. Fu Benjamin il primo ad accorgersene nel frammento Capitalismo come
religione (1921):
> La trascendenza di Dio è caduta. Ma Dio non è morto, è incluso nel destino
> degli uomini. Questo passaggio del pianeta uomo attraverso la casa della
> disperazione nella solitudine assoluta della sua traiettoria è l’ethos che
> definisce Nietzsche. Quest’uomo è il superuomo, il primo che riconoscendo la
> religione capitalista comincia ad adempirla.
Nietzsche abbozzò con il superuomo una metafisica dell’homo oeconomicus, la
figura che nasceva in quegli stessi anni a opera di John Stuart Mill; tanto che
nella Genealogia della morale (1887), rendendo universali e primordiali tratti
borghesi emersi nella modernità, poté scrivere: “stabilire prezzi, misurare
valori, escogitare equivalenti, scambiare – ciò ha preoccupato il primissimo
pensiero dell’uomo in una tale misura, che in un certo senso è il pensare […]
l’uomo si caratterizzava come l’essere che misura valori, stima e misura, come
l’animale valutante in sé”.
È vero, più di una volta, contro l’odiata borghesia, il narratore Walter/Siti
dichiara la propria solidarietà di classe all’eroe proletario (“sembra che siano
onesti e puliti solo loro, i vecchi borghesi liberali con le eredità
stratificate e il culo al caldo”): ma Tommaso è eroe di virtù borghesi come lo
erano i protagonisti del “realismo formale” settecentesco. “Al tempo
dell’high-frequency trade e della globalizzazione istantanea nessuna
aristocrazia di sangue è più possibile, ma solo quella dell’acume e
dell’audacia”. Calcolo, intraprendenza, compravendita, affermazione di sé,
desiderio di ascesa e di comando. Il possesso come “unica misura del valore”.
Nel 2017, nel corso di un colloquio con Christian Raimo (“Dal problema del male
alla questione della punteggiatura”), Siti ha dichiarato: “la cosa che ho
provato intensamente anche in modo passionale è stato l’odio per i ricchi. Nel
senso che li avrei proprio volentieri spazzati via dalla faccia della terra”: il
suo odio però è l’altra faccia dell’amore. Siti ammira da sempre le qualità
intellettuali e morali dei capitalisti, tanto da non poter nascondere il suo
rapito compiacimento nell’inscenare in Resistere la nuova oligarchia borghese
del capitalismo globale come una classe vincitrice, sfrenata e dai tratti sempre
più esplicitamente fascisti.
Icona mediatica di questa nuova oligarchia è oggi Elon Musk che, di fronte alla
folla giubilante, alza il braccio nel saluto nazista, e solo grazie alla sua
impressionante ambiguità Siti poté dichiarare in un intervento pubblico del 2012
(anno di pubblicazione di Resistere) “intere generazioni occidentali si sono
educate nel mito del piacere e del sesso obbligatorio […] ora dovrebbero
riconvertirsi al senso del limite, regredire dall’orgia del consumo ma senza
diventare fascisti”. Come intellettuale e critico di sé stesso Siti è
illuminista, come scrittore è un anarchico reazionario. Al punto che nel dare
rilievo metafisico al superhomo oeconomicus – come se gli speculatori finanziari
di oggi fossero tutti eroi proletari anziché figli dei capitalisti di ieri –
calca la mano e arriva a raccontare il capo mafioso Morgan come un
filosofo-mistico che “intuisce con Dio” un rapporto e si sente investito da una
missione: “la prosecuzione del destino di crescita e di conoscenza del genere
umano, di fronte alle minacce di recessione intellettuale”.
> Siti ammira da sempre le qualità intellettuali e morali dei capitalisti, tanto
> da non poter nascondere il suo rapito compiacimento nell’inscenare in
> Resistere la nuova oligarchia borghese del capitalismo globale come una classe
> vincitrice, sfrenata e dai tratti sempre più esplicitamente fascisti.
Ma a causa della medesima, feconda ambiguità, Resistere è anche un grande
romanzo che ci offre, come già Troppi paradisi, una pacata contemplazione della
rovina. È di nuovo la spina nel fianco, di nuovo la scissione. All’esaltazione
del denaro-onnipotenza e del superuomo si affianca la nostalgia del sacro, la
consapevolezza che il Denaro è un ben misero surrogato dell’Assoluto: il corpo
di Gabriella “si iscrive senza volere negli spazi dettati da una mente eterna”,
nella raffaellesca Liberazione di San Pietro dal carcere:
> le grandi ali e l’abito vaporoso sono imbevuti di rosa perché il rosa proviene
> da una sfera superiore che condanna al grigio sia i custodi che il
> prigioniero; i colori sono soltanto due perché l’opposizione è elementare,
> tutto è già stato detto. […] Senza angeli il mondo sarebbe un carcere oscuro;
> […] I carcerieri dormono non tanto perché è notte e sono stanchi quanto perché
> la vita di quaggiù, considerata dal punto di vista del rosa, non è che
> ignoranza e sonno.
Lo stesso Tommaso, del resto, è quanto Auerbach chiamò un “eroe di tanta
debolezza”. Il superuomo è al tempo stesso troppo umano. “Gli si allarga il
cuore” quando vede pieno di clienti il bar dei due ragazzi aiutati con un
prestito, è timido con le donne che gli piacciono, si imbarazza se sua madre
flirta con i vicini di casa. Ha crisi di panico, soffre di disturbi affettivi,
va in cura da uno psicoanalista. Innamorato non corrisposto che vuole nonostante
tutto la fiaba (“metà del mio regno a chi mi farà battere il cuore”), Tommaso è
il sogno impossibile di Siti: è borghese e antiborghese, è il nichilismo che
riduce l’essere a “quadro” matematico (“Amore e amicizia non contengono più
intimità di quanta ne contenga un diagramma di volatilità storicizzate”), ma
anche personaggio di inquietudine mistica. È un “feroce bankster” che sogna
l’Assoluto: è colui che distrugge ciò che ama, colui che anela a quanto nega.
Per questo motivo il romanzo accentua un tratto che si era già affacciato nei
libri precedenti e che ricorre peraltro con frequenza nella stessa speculazione
gnostica: un cupio dissolvi come desiderio di vedere annientato il mondo perché
ormai soggiogato e dissacrato senza residui da una volontà di potenza che pure
il narratore non può fare a meno di ammirare.
> Il romanzo accentua un tratto che si era già affacciato nei libri precedenti:
> un cupio dissolvi come desiderio di vedere annientato il mondo perché ormai
> soggiogato e dissacrato senza residui da una volontà di potenza che pure il
> narratore non può fare a meno di ammirare.
L’ex mistico che non è giunto alla contemplazione della Bellezza in sé diventa
una specie di teologo incanaglito, con rigurgiti di rancore. Walter/Siti spera
che la catastrofe arrivi presto, ne studia i sintomi con impazienza ed è
contento quando può appurare che la rovina è ubiqua e totale. Nel Contagio la
presunta brava ragazza del quartiere ha tracce di metadone nel sangue, la
cultura vive una “progressiva impotenza”, la letteratura mondiale “finisce in
sborra” (il professore vende i propri libri per pagare l’amante). In Autopsia
dell’ossessione il politico dell’Italia dei Valori frequenta i locali sadomaso
di Bruxelles, in Exit strategy (2014) “i comici sono i nuovi maîtres à penser
perché l’idea stessa del pensare è diventata comica”. Se in Scuola di nudo
poteva ancora immaginare di dover presto “combattere per le libertà più
elementari”, in Resistere – fin dallo stesso titolo – Walter/Siti dichiara che
tutto è perduto e che lui, in ogni caso, sta dalla parte della rovina. È come
una speranza di vendetta cosmica contro la società che ha sfolgorantemente
conquistato e distrutto il mondo. Una piccola antologia da Resistere:
> Molte ragazze scherzano autoironiche su come si vestono quando si recano negli
> hotel per un “cena e dopocena” – nella vita di tutti i giorni, quella che
> conta, stanno in jeans e maglietta. Sono madri affettuose, figlie che hanno un
> buon dialogo coi genitori […]
> prova un piacere che confina con la preghiera a verificare ogni volta che il
> crollo previsto è inevitabile […] si sente come un profeta […]
> non ho mai capito perché, ma quando posso constatare che un panorama è senza
> vie d’uscita ne provo un piacere quasi sessuale… come in occasione delle
> calamità naturali, terremoti e tsunami… le navi mercantili buttate a riva come
> fuscelli […]
> Se c’è qualcosa che ancora li accomuna è il divertimento per tutto ciò che
> esorbita e che incoraggia il mondo a finire […]
> forse sei il mio stunt-man, quello che esegue per me le scene pericolose… un
> prototipo della mutazione… o forse, più in profondità, sei il mio vendicatore
> […]
> il sogno di un governo popolare sfuma come una generosa illusione di
> irraggiungibile maturità; anzi come una digressione, un inciso.
Nel finale del romanzo il narratore annuncia la prossima fine della finanza
trascendentale come estremo titanico tentativo di paradiso artificiale: “prima
della modestia concentrazionaria e obbligatoria. Dio sta morendo anche nei suoi
surrogati”. Ed è proprio il fallimento del paradiso artificiale a far emergere –
in consonanza con il finale di Exit strategy – la possibilità di un riscatto
nella pietà e nella solidarietà tra compagni di pena. “Forse invece è proprio
nella palude mediana che Tommaso e Gabriella troverebbero un po’ di silenzio e
di pietà per se stessi; quel respiro di rassegnazione che serve a tendersi la
mano”, aveva anticipato il narratore nel corso del romanzo; nel finale i due si
rivedono dopo la trucida separazione e fanno progetti di una nuova vita in
comune (“l’inferno l’abbiamo escluso, mi pare… non ci resta che tentare l’altra
direzione”).
> La redazione di Resistere è apparentemente coeva a quella di Exit strategy:
> nel 2012-2014 l’opera di Siti sembra voler passare dal nichilismo senza scampo
> all’intravista possibilità di una salvezza accessibile, presente, evangelica.
> Senza bisogno di mediazioni.
La redazione di Resistere è apparentemente coeva a quella di Exit strategy: nel
2012-2014 l’opera di Siti sembra voler passare dal nichilismo senza scampo
all’intravista possibilità di una salvezza accessibile, presente, evangelica.
Senza bisogno di mediazioni. Siti lo ha dichiarato anche esplicitamente nella
menzionata conversazione con Christian Raimo: “la cosa che manca in tutto il
filone dello gnosticismo – e io lo seguo proprio alla ricerca di qualcosa di
assoluto, di perfetto, etc… – quello che manca completamente è la pietà. La
miseria, che è anche l’unica cosa che noi possediamo e che ci rende fratelli”.
Proprio questa fratellanza nella comune miseria verrà esplorata da Siti nei due
romanzi successivi, ed è nel senso della solidarietà tra reietti e compagni di
pena che va inteso “l’infinito umano” menzionato nel finale di Exit strategy. Il
dio ignoto (“senza sapere Chi”) ricorda invece quello di cui parlò Dietrich
Bonhoeffer, il teologo tedesco assassinato dai nazisti e citato da Siti in
epigrafe a Bruciare tutto (2017):
> Einen Gott, den es gibt, gibt es nicht. Un Dio che c’è non c’è.
La membrana
Il mostro eroico e disadattato diventa microbo tra i microbi. Il grande,
opprimente, umiliante Poeta diventa antagonista ad armi pari. Borgata, dialetto,
omologazione culturale, contagio delle classi sociali. Pasolini glissa sulla
questione del denaro e del sesso mercenario, in Scuola di nudo Walter proclama
“è finita la stagione in cui mi vergognavo di guardare il denaro dritto negli
occhi” (“non vergognarsi / di guardare il denaro” aveva scritto Pasolini nel
“Pianto della scavatrice”). Un romanzo-verità indaga i segreti della nuova
oligarchia, e va bene. Si può anche fare il conto delle citazioni implicite,
delle derivazioni stilistiche, delle posture esistenziali: il già visto
“maledetta cretina ti vuoi muovere?” (Scuola di nudo) echeggia il “maledetta
cretina” indirizzato da Pasolini a una giornalista (Poesia in forma di rosa,
1964, “Una disperata vitalità”); Walter/Siti si sente inferiore ai borghesi che
pure ammira e invidia, aspira a una normalità da classe media e al tempo stesso
la rifugge, si sforza di amare i sottoproletari ma presto se ne stanca: “lo
sforzo intero della sua vita (e del suo stile) è per tirarsi fuori da questo
infame stato intermedio, verso l’alto o verso il basso”, scrive Siti a proposito
di Pier Paolo Pasolini in un saggio del 1998 su cui torneremo tra poco.
> Walter/Siti si sente inferiore ai borghesi che pure ammira e invidia, aspira a
> una normalità da classe media e al tempo stesso la rifugge, si sforza di amare
> i sottoproletari ma presto se ne stanca.
Nell’opera di Pasolini c’è però un altro elemento, costante e tanto sotterraneo
da essere rimasto ignoto a Pasolini stesso, che ci permette di vedere le
strutture formali e psicologiche sitiane in modo più decisivo delle citazioni e
dei calchi. Questo elemento venne evidenziato da Siti, già nel 1972, nel saggio
“L’endecasillabo di Pasolini”: esaminando le Ceneri di Gramsci, il saggio mostra
come Pasolini guardi con amore alla metrica pascoliana, ma al tempo stesso provi
il bisogno di disturbarne la regolarità. Per esempio parte da un endecasillabo
classico e poi lo deforma foneticamente, in eccesso o in difetto, perché la
ricerca della quiete classica è preliminare a un’azione di disturbo. Il poeta ha
bisogno di conservare una presenza nella latenza: la regola sillabica è ancora
riconoscibile, il verso però segnala una manchevolezza. Era un endecasillabo.
> Atteggiamento che si può riassumere in breve come un desiderio di violazione,
> il che evidentemente non esclude un’attrazione costante e non eliminabile
> verso l’oggetto da violare; così come è necessaria una presenza continua della
> norma perché possa prendere forma un desiderio di trasgressione.
> L’endecasillabo puro, nelle Ceneri, è una misura accettata con convinzione e
> affetto, ma la più profonda ragione del suo essere consiste nell’essere
> turbata.
Alla fine dell’indagine, ricalcando l’impostazione di un saggio pasoliniano del
1955 sullo stesso Pascoli, Siti avanza l’ipotesi che il fenomeno stilistico
muova da un profondo elemento psichico di Pasolini, “un desiderio figlio-madre
non risolto e continuamente rinnovantesi in un circolo aggressivo”. Sul tema
dell’elemento psichico centrale Siti tornerà nel 1989 (“Sull’espressionismo di
Pasolini”) per scrivere che la poesia del Pasolini espressionista, in quanto
tentativo di afferrare il reale aggredendolo verbalmente (“ricerca di possesso
continuamente frustrata e quindi rinnovata continuamente: che è poi la modalità
del suo erotismo”), è sintomo stilistico di un doppio sentimento di esclusione:
una “membrana” separa Pasolini dal mondo (“reietto di un raduno / di altri:
tutti gli uomini, senza distinzione, / tutti i normali, di cui è questa vita”,
Poesia in forma di rosa, 1964) ma anche dai “Padri”, i borghesi che dominano la
società e sono con questo i padroni della lingua anche letteraria: “e quindi
l’io violando il codice si esilia da loro”.
> una doppia dicotomia. La prima è quella tra espressione e realtà: la realtà
> sta davanti al poeta che vuole esprimerla, il quale quindi non appartiene a
> quella realtà, ne è stato esiliato – e immagina di potervi rientrare forzando
> (al limite, annullando) l’espressione. […] La seconda dicotomia è quella tra
> “io” e “loro”; loro sono i padroni del codice linguistico […]
> Nella rete profonda che sottostà alla poesia di Pasolini c’è un punto in cui
> l’amore è semplicemente l’altro nome della paura. […] paura di che? Paura di
> non esistere, di essere quello che Penna ha pur accettato di essere, un mostro
> da niente. […] Il senso, il significato del mondo, è in loro potere.
Per dirla altrimenti, Pasolini restò preso per tutta la vita in quello che
Giorgio Agamben ha descritto in Homo sacer (1995) come un meccanismo di
esclusione includente. Era partecipe in quanto escluso e mandava da fuori
segnali di disturbo. L’esclusione includente si risolverebbe solo se l’escluso
si allontanasse dalle mura della città per non tornare mai più: questo però, per
Pasolini che voleva essere il poeta di quella città, sarebbe equivalso al
silenzio e alla morte spirituale. Dall’esterno delle mura Pasolini continuò
dunque a gridare a chi lo aveva escluso in quanto diverso; negli scritti come
negli scandali non smise mai di parlare, letteralmente provocandoli, ai
borghesi, ai Padri Farisei. Eterno figlio, perché mai osò odiare la madre che
l’aveva castrato né sfidare apertamente il padre violento (proprio la viltà nei
confronti dei produttori cinematografici ebbe a rimproverargli Elsa Morante),
poteva vedersi solo con gli occhi della società degli adulti che lo condannava:
“La modalità non è quella della rottura definitiva col padre, diventando per il
padre un Altro incomprensibile, ma piuttosto quella di far pagare al padre il
dolore di una rottura che continua a consumarsi” (“Sull’espressionismo di
Pasolini”, 1989).
> Pasolini restò preso per tutta la vita in quello che Giorgio Agamben ha
> descritto in Homo sacer (1995) come un meccanismo di esclusione includente.
> Era partecipe in quanto escluso e mandava da fuori segnali di disturbo.
Percependosi come diverso perché così lo volevano loro, Pasolini sottolineò per
tutta la vita l’anormalità della propria condizione (si vedano il suo
disinteresse per i movimenti gay, la dichiarata e paradossale percezione degli
omosessuali come uomini inferiori) e nel corso degli anni imparò a dare scandalo
con quell’amore fauve che era in realtà amore per chi lo aveva marchiato, e con
tale marchio continuava a decidere cosa dovesse essere. Per questo, con una
strategia di autoinganno che Siti chiama “fumo negli occhi”, Pasolini elaborò
una propria angosciosa mitologia omosessuale freudiana (grande amore per la
madre vista come fonte di vita e mai come agente della castrazione, odio le
parole del padre-rivale, situazione edipica) e rifiutò in ogni modo di pensarsi
normale proprio negli anni in cui Alberto Arbasino metteva in scena
un’omosessualità ironica, emancipata e senza complessi. La volontà di scandalo
si gioca all’interno di una medesima classe sociale: per mezzo dell’offesa lo
scandaloso escluso ribadisce la propria essenziale intimità a chi lo esclude,
che a sua volta, scandalizzandosi, la riconosce. I figli possono scandalizzare
solo i padri.
Nel corso degli anni, nel suo lungo confronto con l’opera di Pasolini, Siti ha
ampliato la prospettiva sopra esposta indicando il trauma originale che ha fatto
sorgere la “membrana” separativa: un desiderio (ma Siti usa anche il termine
“delirio”) di onnipotenza-possesso del reale che, sempre frustrato dal ritrarsi
della realtà renitente, alterna l’assalto euforico e la devastante sconfitta
(nichilismo e senso di vuoto). Pasolini si muove lungo un asse bipolare,
maniaco-depressivo: se per essere devo impossessarmi del reale, il mancato
possesso mette in dubbio la mia stessa esistenza.
> la spudoratezza infantile, l’arroganza adolescente, la sicurezza dell’amore
> materno non sono in realtà che pallidi eufemismi per alludere a una certezza
> ben più abbagliante e segreta – quella di essere onnipotente. Nell’intimo lago
> dell’anima, dove le contraddizioni non arrivano, Pasolini è convinto di poter
> fare tutto, di poter piegare tutti alla propria volontà, di poter essere il
> salvatore del mondo […]. Tutte le oscillazioni intorno alla parola “mistico”
> (che è la parola-amuleto dei suoi vent’anni) non fanno che giocherellare col
> concetto di onnipotenza e col suo immediato, inevitabile rovesciamento, lo
> spossessamento assoluto, il percepirsi come vuoto e puro nulla. […]
> La realtà, investita dalla furia d’onnipotenza d’un unico individuo, si ritrae
> per legittima difesa, per non rischiare d’essere inghiottita e fagocitata. Di
> fronte a chi pretende d’esaurirla completamente in sé, la realtà ribadisce la
> propria esistenza ed espelle l’individuo colpevole di quel sogno sconsiderato
> […]. Direi che nella dinamica psichica pasoliniana, contro la logica
> superficiale e contro ciò che lui stesso ha sempre creduto, l’esclusione
> precede la diversità: Pasolini non è escluso in quanto diverso, ma non può che
> sentirsi diverso perché si sente escluso – escluso dalla realtà che si sottrae
> a un’esagerata libido. Più e più volte, nei versi, Pasolini si confessa
> colpevole di troppo amore. La pulsione erotica originaria […] sta proprio in
> un’indistinzione mistica in cui il soggetto desiderante non si distingue
> dall’oggetto desiderato. […] Quando l’illusione d’onnipotenza crolla e il
> mondo si rivela inassimilabile, il sesso viene percepito come sproporzionato e
> grottesco annaspare, surrogato meccanico, movimento compulsivo che cerca di
> supplire all’avvenuto distacco.
> (W. Siti, “Tracce scritte di un’opera vivente”, 1998)
Siti è stato severamente criticato per la sua opera di curatore critico
dell’opera omnia di Pasolini: è stato accusato di parzialità, malignità, è stato
detto che il suo è uno sguardo da epigono-emulo-sfidante. Uno sguardo invidioso.
Discutano pure gli specialisti di Pasolini il valore delle sue ipotesi critiche:
qui esse sono importanti perché ci permettono di capire meglio Siti stesso. In
particolare l’ipotesi sul desiderio di onnipotenza che si getta famelico sul
reale, lo costringe a ritrarsi “per legittima difesa” e fa sorgere con ciò la
“membrana” che separa Pasolini dalla “vita” e dalla società borghese dei padri.
Lo stesso cinema, secondo Siti, viene compreso da Pasolini come un mezzo diretto
– più efficace dunque della poesia che può solo evocare tramite segni verbali –
per afferrare l’elusiva realtà del mondo (“il sacro”) stanandola dal suo
nascondimento. Il “sacro” è secondo Siti un nuovo depistaggio rispetto a quel
nodo originario (il delirio di possesso/onnipotenza) sul quale Pasolini non farà
mai chiarezza; la fissità e la lentezza delle inquadrature pasoliniane sono un
tentativo di immobilizzare il mondo, fermare il tempo (ignorare la Storia per
arrivare all’Essere), e raggiungere l’irraggiungibile: un tentativo di prendere
possesso della realtà forando la membrana. Con il cinema, come in precedenza con
la poesia espressionista, Pasolini cerca di ricostituire l’unità originaria
bramata dal suo desiderio d’onnipotenza, l’“indistinzione mistica in cui il
soggetto desiderante non si distingue dall’oggetto desiderato”.
> Lo stesso cinema, secondo Siti, viene compreso da Pasolini come un mezzo
> diretto – più efficace dunque della poesia che può solo evocare tramite segni
> verbali – per afferrare l’elusiva realtà del mondo (“il sacro”) stanandola dal
> suo nascondimento.
Tenendo d’occhio l’opera di Siti, un soggetto poetante-desiderante che vuole
fagocitare la realtà fino a non distinguersi più può significare solo una cosa.
La presenza massiccia dell’autore Pier Paolo Pasolini nello spazio mediatico
dell’epoca, l’intenzione di corredare Petrolio con foto personali scattate
apparentemente a sua insaputa e di inserire nel testo pezzi di realtà (appunti
di lavoro non svolti, testi in giapponese senza traduzione, articoli di
giornale, discorsi di politici, lettere private); il Pasolini-attore che si fa
proiettare sul corpo Il vangelo secondo Matteo, la costante autocritica abiura
in pubblico che lo rivelava protagonista implicito di ogni sua opera, l’uso
“contaminante” del paratesto (“la persona a cui mi rivolgo nei primi versi della
seconda parte è Giorgio Bassani”, dice una nota in coda alla Religione del mio
tempo, 1961) furono un caso ante litteram di letteratura che scavalca la soglia,
irrompe nella realtà “annullando l’espressione”: letteratura che abolisce sé
stessa contaminando vita e rappresentazione fino a renderle indistinguibili. Un
caso di autofiction. Lo stesso cinema di Pasolini contaminava di realtà la
copia: nell’Edipo re non è l’attore Franco Citti che viene reso somigliante al
personaggio, è Edipo che deve somigliare a un sottoproletario; nel Decamerone
Giotto ha la faccia di Pasolini e il pubblico sa che si tratta di Pasolini. Come
accadrà più tardi con la sofisticata autofiction di Siti, quella “artigianale” e
istintiva di Pasolini – estranea a quella tradizione del realismo formale che
abbiamo visto in precedenza – fu invasione e appropriazione del reale da parte
di chi, per un originario delirio di possesso/onnipotenza, se ne sentiva
escluso.
Pasolini offendeva i padri e volle fino alla fine offendere proprio loro, non
altri. Per mancanza di chiarezza con sé stesso continuò a rovesciare
l’onnipotenza euforizzante in impotenza angosciante. Quando però la salvifica
divisione del mondo in vittime e padroni non resse più, quando finì la
solidarietà tra il Poeta e gli umili (ormai corrotti e borghesi), il suo sistema
immaginario e cognitivo si disfece. Non poteva più oscillare, restava solo il
polo della perdita e del non essere niente. Ossessione e autofiction presero in
lui la via della “scissione schizofrenica”, dell’“esibizionismo distruttivo”,
della “perdita dell’io”: “il vuoto dentro di sé a cui si può rispondere soltanto
con la santità o l’autoderisione”. Un vicolo cieco nichilista. Per tutti questi
motivi quella di Pasolini è un’opera “con la bocca aperta, malata di ansia e di
insoddisfazione”; Petrolio è un magma irrisolto anche perché Pasolini stesso,
quando morì, non sapeva più come procedere nella letteratura e nella vita.
> o carnefice o vittima – o possedere (il mondo) o esserne posseduto, tertium
> non datur. […] O servo o superuomo; escludeva dal proprio sistema immaginario
> che si potesse essere padroni e perdenti, padroni limitati. L’odio dichiarato
> per la borghesia era in realtà una rimozione dell’uomo: dell’uomo che tira la
> carretta, possidente rassegnato, condomino compromissorio. […] ovvio che
> quell’insieme autocontraddittorio che è l’opera-vita pasoliniana oscilli
> continuamente tra l’onnipotenza e l’impotenza, tra la pienezza e il vuoto, tra
> l’euforia e la disperazione nichilista. (W. Siti, “L’opera rimasta sola”,
> 2003).
Siti invece, che cova nei primi libri il rancore dell’escluso, e in Troppi
paradisi aveva scritto al proprio pubblico “questo volevo che sapeste” a
proposito dell’amore con Marcello, arriva a vedere con quella “buona dose di
cinismo” che mancò a Pasolini “le coincidenze formali tra il proprio (intimo,
struggente) eros e l’odiata società dei consumi” (“La seconda vittoria di
Pasolini”, 1982). Tra Scuola di nudo e Troppi paradisi Walter/Siti riconosce
dietro al proprio odio un amore non corrisposto e decide di appartenere alla
borghesia che compra e possiede; tra Autopsia dell’ossessione e Exit strategy
smette di credere che essere sia avere e “si ritira” dal possesso, dal mercato,
dal consumo dei corpi. Inventa compromissoriamente il tertium che a Pasolini non
era dato ed evade dal meccanismo psicologico e letterario che portò Pasolini
alla rovina, perché demistificandolo gli mette fine. Basta orge con i
culturisti, basta con i corpi-merce prodotti dai padroni per via di
ottimizzazioni farmacologiche e come fantasmi mediatici iperreali. Basta con la
venerazione pasoliniana della madre castratrice, via libera all’odio e al sogno
del matricidio.
> Come accadrà più tardi con la sofisticata autofiction di Siti, quella
> “artigianale” e istintiva di Pasolini fu invasione e appropriazione del reale
> da parte di chi, per un originario delirio di possesso/onnipotenza, se ne
> sentiva escluso.
Ma soprattutto, basta con l’autofiction che in quanto tentativo di fagocitare il
reale occupandolo è sintomo di un desiderio di possesso/onnipotenza non
smascherato, meccanismo mimetico nel senso di René Girard (menzionato spesso da
Siti nei saggi su Pasolini ma anche in relazione alla propria opera): il
desiderio non è “autentico” come volevano i romantici, perché non ha nulla di
originario. Non nasce autonomamente nel soggetto. A partire dalla modernità, che
abolendo la volontà divina ha dato a ogni individuo la facoltà di scegliersi
autonomamente e di desiderare, lo sgomento di fronte alla nuova libertà è così
grande che ciascuno desidera quanto vede desiderare all’altro, al “mediatore”.
Caratteristiche principali del romanzo moderno sono secondo Girard proprio la
scoperta e la descrizione del “triangolo del desiderio” (soggetto, oggetto,
mediatore); caso riuscito di demistificazione, analizzato da Girard e più volte
menzionato da Siti, è per esempio Marcel Proust: “Pasolini non assimila da
Proust proprio la cosa fondamentale, ovvero l’analisi dell’inautenticità del
desiderio; mentre Proust la fa finita col desiderio e muore alla vita per dare
vita all’opera, Pasolini continua disperatamente a desiderare” (“Descrivere,
narrare, esporsi”, 1998).
In questo senso le opere da Scuola di nudo a Exit strategy sembrano lo
svolgimento quasi premeditato di un percorso “girardiano”: “la venerazione più
sottomessa e il rancore più intenso. È il sentimento che chiamiamo odio” (è
Walter in Scuola di nudo); “il romanziere supera solo lentamente, duramente il
romantico che è stato in precedenza e che si rifiuta di finirla col desiderio
per morire alla vita e dare vita all’opera. Questo superamento si compie
nell’opera romanzesca e solo in essa. È dunque sempre possibile che il
vocabolario astratto del romanziere, e perfino le sue ‘idee’, non lo rispecchino
esattamente” (citazione da Girard, Menzogna romantica e verità romanzesca,
1981). Abbiamo visto come il vocabolario e le idee di Siti pieghino inizialmente
verso una nozione neoavanguardistica di letteratura come impegno formale sulla
realtà (“Del modo di formare come impegno sulla realtà” si chiamava un saggio di
Umberto Eco che valse in qualche modo come manifesto del Gruppo 63); abbiamo
visto gli andirivieni di Walter/Siti che a fatica e solo in corso d’opera si
libera dall’illusione “romantica” di autonomia desiderante del soggetto.
L’io-Occidente è duro a morire: i finali replicati perché sempre
insoddisfacenti, le smentite al “se avrò qualcosa da raccontare, non sarà su di
me”, il fatto stesso che il primo tentativo di romanzo non autofittivo,
Resistere non serve a niente, riesce solo parzialmente perché pagina dopo pagina
Walter/Siti diventa personaggio tra gli altri e non riesce a tacere la propria
vertigine del denaro.
Due conclusioni. Per quanto riguarda la genealogia delle forme letterarie,
l’autofiction di Siti è solo in parte sofisticata operazione d’avanguardia (la
menzogna perfetta) ispirata dal dibattito teorico francese. Nella zona profonda
della mente, nel buio e rognoso “corpo a corpo” con Pasolini, essa è invece sul
serio verità ultima: autobiografia totale come irruzione oltre la membrana,
esigenza di invadere il separato Reale per afferrarlo, prenderne possesso,
desiderio di onnipotenza che prepotentemente (in questo caso sessualmente)
inscena l’ego in pubblico come fece Pasolini a suo tempo e come faceva
Berlusconi negli anni dell’autofiction sitiana. Siti – l’abbiamo visto – non ha
mai nascosto la propria ammirazione-desiderio di emulazione nei confronti di
Berlusconi che comprava tutto, aumentò la propria potenza sessuale con
un’operazione chirurgica e da capo politico dello Stato divenne anche maschio
alfa e icona mediatica del priapismo (il nome stesso di Silvio Berlusconi,
lascia cadere in una parentesi l’io narrante di Exit strategy, è “anagramma di
‘l’unico boss virile’”).
> Mai, nei propri saggi su Pasolini, Siti usa la parola “autofiction”: ma ne è
> in qualche modo consapevole, perché ad essa fa riferimento ovunque.
È questa convergenza di due autofiction, sofisticata e “barbara”, accademica e
profonda, a rendere così complessa quella di Siti, e certo anche a questa
convergenza si riferiva Siti quando scrisse nel 1994 “non ero disposto ad
ammettere che il mio autobiografismo fosse indifeso e letterale, ci costruivo
sopra un po’ troppe teorie”. Mai, nei propri saggi su Pasolini, Siti usa la
parola “autofiction”: ma ne è in qualche modo consapevole, perché ad essa fa
riferimento ovunque. “Credo davvero che il personaggio più potente che la
letteratura di Pasolini abbia mai creato sia Pasolini stesso”, “aveva
l’ambizione di far finire la letteratura”, “la vera opera di Pasolini è
l’insieme delle sue opere, dai cui interstizi figurali traspare il volto stesso
dell’autore”; “un nuovo tipo di espressione […] in cui la persona dell’autore
sia una componente del significante”, “la vita stessa dell’autore diventerebbe
allora […] parte integrante del segno”; “Pasolini è sempre sulla scena”, “il
‘personaggio Pier Paolo’ non riesce a essere un altro, staccato dalla vita del
signor Pasolini”.
Per quanto riguarda invece i percorsi letterari dei due autori, le loro basi
psichiche profonde e la valenza politica della forma, l’interpretazione sitiana
di Pasolini inserisce anche quest’ultimo in quel paradigma occidentale che fu
incipiente negli anni Sessanta, accelerò nei Novanta per poi dispiegarsi – tolti
i freni di sicurezza agli investimenti, aperti i mercati globali – all’inizio
del nuovo millennio: vertigine mistico-metafisica del possesso, immagine
mediatica iperreale, confusione tra il mondo e la copia. Una linea sottile, a
detta di Siti, unisce non solo Siti stesso a Berlusconi, ma Pasolini alle
multinazionali: sotto sotto – nel senso letterale dell’abisso più profondo,
sconosciuto allo stesso poeta – Pasolini era un nichilista omologo al regime.
Per lui essere si identificava con avere, doveva possedere per avere la certezza
di essere. Se il desiderio è girardianamente mimetico, nel possedere i corpi dei
ragazzi il poeta desiderante imitava ieri il padre borghese capitalista e imita
oggi “l’investitore”.
> Il nuovo potere consumistico basa il proprio appeal su una inestricabile
> commistione di messaggi finzionali e di empiria, di vita e di forma: il nuovo
> potere consumistico, dunque, “funziona come il Poeta”. […] come il Poeta ha
> per estremo obiettivo il vuoto, l’anestesia. L’immaginata onnipotenza
> dell’Occidente non è che il delirio poetico d’onnipotenza, proiettato e
> diventato nemico. Che deve dunque fare il Poeta, se si accorge di questa
> agghiacciante parentela? (W. Siti, “L’opera rimasta sola”, 2003)
> “Usava” la cultura, rubacchiava qua e là. A causa della propria ossessione
> erotica, non ha preso sul serio la cultura facendola diventare carne della sua
> carne, sangue del suo sangue. […] per lui la cultura era una pellicola che si
> poteva staccare dalla vita a piacimento. Esattamente come sta facendo il
> desiderio consumistico; in questo senso, Pasolini non era un avversario del
> consumismo, ne era un seguace omologo se non addirittura un modello (W. Siti,
> “Il mito Pasolini”, 2006)
Conviene ripeterlo: le tesi di Siti sono controverse, anche perché – a torto o a
ragione – disturbano l’immagine di Pasolini per come si è delineata nel mezzo
secolo successivo alla morte: Pasolini simbolo dell’autenticità e del coraggio,
poeta evangelico della lotta inesausta contro il sistema corrotto. È certamente
un bene che Pasolini venga sottratto alla dimensione mitica e riportato a quella
stilistico-psicologica con un gesto contestualizzante; le tesi sitiane però non
sono esenti da punti deboli e dal sospetto di forzature intese alla vittoria
sull’Antagonista. Per dirne una: quella sorta di “imperialismo girardiano” per
cui un romanzo non è riuscito se non inscena la demistificazione del desiderio.
Per dirne un’altra: Pasolini ama i ragazzi per desiderio mimetico e “invece di
identificare nei padri borghesi i ‘mediatori’ (direbbe Girard) del suo
desiderio, preferisce proiettarli davanti a sé come nemici” (“Pasolini e
Proust”, 1996). Ma i “padri borghesi”, in quanto tali, non desiderano
sessualmente i corpi dei ragazzi. È vero che il loro desiderio è volontà di
potenza come quello di Pasolini, ma il desiderio mimetico di Girard non è nulla
di così generico: Don Chisciotte persegue il desiderio cavalleresco di Amadigi,
Emma Bovary quello romanzesco delle eroine romantiche, Julien Sorel “apprende
dalle Confessioni di Rousseau il desiderio di mangiare alla tavola dei padroni”.
> Le tesi di Siti sono controverse, anche perché – a torto o a ragione –
> disturbano l’immagine di Pasolini per come si è delineata nel mezzo secolo
> successivo alla morte: Pasolini simbolo dell’autenticità e del coraggio, poeta
> evangelico della lotta inesausta contro il sistema corrotto.
Ciononostante il Pasolini letto da Siti, proprio perché nasce dal corpo a corpo
tra due autori e dal corpo a corpo di entrambi con la propria epoca (che è anche
la nostra, di ieri e di oggi), apre prospettive preziose. Il cupio dissolvi di
Pasolini l’escluso precedette di mezzo secolo quello dei “padri borghesi”: se la
sua autofiction finì allora – oltre che nel sangue – nell’affanno convulso dello
stile e in uno stato di crisi permanente, oggi la società occidentale diventata
reality-show affonda nell’afasia, nella violenza e nello stato di emergenza.
Siti invece, dopo avere percorso in proprio la parabola metafisica d’Occidente
dalla ricerca dell’Essere al nichilismo, si è fermato a un passo dal precipizio.
In Resistere e nei libri successivi Il cupio dissolvi non scavalca nel reale,
non brucia la carne. È, appunto, “divertimento per tutto ciò che esorbita e che
incoraggia il mondo a finire”. È come se Siti avesse capito che la letteratura
per essere vera non ha bisogno di essere vera. Il successo dell’operazione
terapeutica, la demistificazione del desiderio e l’accettazione della “membrana”
separante lo hanno salvato facendolo diventare romanziere che “muore alla vita”
per dare vita eventualmente anche ai propri fantasmi, attraverso i personaggi
però. I fantasmi peraltro sono cambiati. A un passo dal precipizio ci sono il
depotenziamento dell’ego e la ricerca di una solidarietà tra umani. Lo scrivere
torna a essere, come era stato in Scuola di nudo prima dell’avvento del
capitalismo iperreale, anche ricerca di quanto d’ora in poi Siti chiamerà il
Reale.
Leggi qui la Prima parte e la Seconda parte
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N ei suoi Razzi, brevi note sparse pubblicate postume, Charles Baudelaire aveva
appuntato una definizione di “bello” particolarmente interessante: “è qualcosa
di ardente e di triste, qualcosa di un po’ vago, che lascia spazio alla
congettura”. Questa fusione “di ardente e di triste” ha in effetti un aspetto
molto affascinante perché sembra riuscire a unire il racconto delle tragedie
dell’esistenza con il sorriso beffardo di chi le sovrasta, non perché
inconsapevole di cosa sta vivendo, ma perché saggiamente, accetta il valore di
questa lotta tra opposti. Il primo libro che ho letto di Fleur Jaeggy è stato I
beati anni del castigo (1989) e in quelle pagine, nell’inseguimento senza fine
tra due ragazze che si conoscono in un collegio e le cui esistenze paiono
fondersi in un unico sberleffo alla realtà, e nei suoi aspetti narrativi e
stilistici – l’idea che il sentimento amoroso possa prendere le più diverse
forme tra l’amicizia e l’attrazione o la concezione della letteratura come di un
esercizio di sottrazione continuo – quel miscuglio di “ardente e di triste”
esplode in tutta la sua potenza. Leggendo poi gli altri suoi libri mi sono fatto
l’idea che Fleur Jaeggy abbia scritto, in fondo, un unico grande libro. E questo
non solo perché tra le sue pagine tornano personaggi, luoghi e temi che
assecondano esplicitamente questa idea, ma perché ciò che contraddistingue ogni
riga di Jaeggy è una postura comune davanti al reale, ovvero il tentativo di
cogliere le cose un istante prima del loro deperimento, nel momento assoluto in
cui è più difficile raggiungerne il senso profondo, costruendo così
un’interrogazione che va naturalmente a toccare le questioni più radicali dello
stare al mondo.
C’è un racconto, che si trova nell’ultima raccolta pubblicata dalla scrittrice,
Sono il fratello di XX (2014), che sembra riassumere questo tipo di sguardo sul
reale: si intitola Gatto ed è costituito da appena due pagine in cui però la
scrittrice concede al lettore uno spiraglio per penetrare il suo segreto. Il
racconto descrive il momento in cui l’animale punta la sua preda pronto ad
attaccarla ma, raggiunto il bersaglio, improvvisamente si distrae: “Gli etologi
chiamano questo movimento Übersprung. Avviene poco prima del colpo mortale.
Vediamo il gatto muovere e spostare la preda come se fosse una piuma. Le ultime
mosse. La farfalla danza la sua agonia. Vibra impercettibilmente, tanto da
destare ancora interesse nel gatto. E lui si distrae. Si allontana. Con calma
muta la rotta. È come un momento morto. Sembra che nulla lo interessi”. In
questo atteggiamento del gatto di fronte alla sua preda, Jaeggy tira in ballo sé
stessa, dicendo che l’Übersprung riguarda anche lei ed è “il volgersi altrove,
passare ad altro, manifestare il gesto del distacco, come un addio. La
divagazione dal tema, l’evasione da una parola, e insieme la caccia alle parole,
il disfarsene: sono altrettanti modi mentali dello scrivere”. Tra l’Übersprung e
l’osservazione della realtà, e quindi tra la mossa del gatto e la posizione di
Jaeggy, esiste un parallelo che ogni sua opera replica proprio attraverso la
“divagazione” e “la caccia alle parole”: Jaeggy infatti sta, guardinga, al
confine delle cose, pronta ad afferrarle un istante prima della loro scomparsa,
nel momento in cui è più arduo e soddisfacente scoprirne il segreto.
> Ciò che contraddistingue ogni riga di Jaeggy è una postura comune davanti al
> reale, ovvero il tentativo di cogliere le cose un istante prima del loro
> deperimento, nel momento assoluto in cui è più difficile raggiungerne il senso
> profondo.
Questo paradigma della scrittura di Jaeggy vale tanto per il rapporto tra le due
protagoniste di I beati anni del castigo, colte nel mistero più assoluto di un
rapporto che per una delle due finisce per oltrepassare le possibilità umane,
quanto per la traversata in nave da Venezia a Istanbul raccontata in Proleterka
(2001), dove il rapporto tra genitori e figli si trasforma in un’interrogazione
sul viaggio dell’uomo nel mondo, ma se dovessimo cercare l’origine di questa
peculiare postura dovremmo risalire al primo libro di Jaeggy, Il dito in bocca,
adesso ripubblicato da Adelphi dopo decenni di indisponibilità. Il libro è
uscito per la prima volta nel 1968 ed è legato indissolubilmente a un’amicizia
che avrà un’importanza fondamentale per Jaeggy, quella con la scrittrice
austriaca Ingeborg Bachmann. Non solo perché è Bachmann a caldeggiare la
pubblicazione per Adelphi di questo minuto libro d’esordio, ma anche per un
riconoscimento reciproco che, nonostante i pochi anni di frequentazione
(Bachmann morirà nel 1973), continuerà ad accompagnare sempre Jaeggy segnando la
sua vita, come ha detto in un’intervista alla fine degli anni Ottanta: “Devo a
Ingeborg se sono diventata una scrittrice. Le feci leggere il dattiloscritto de
Il dito in bocca quasi per scherzo. Lei, con un’abnegazione rara, arrivò persino
a correggermi le bozze. Era una donna bellissima, generosa, intelligente. Con
lei ho conosciuto la vera amicizia, quella che illumina la vita. Profonda,
complice, senza inganni. Non mi sono ancora abituata alla sua assenza”.
Sarà proprio Bachmann a scrivere la quarta di copertina del libro e le sue
parole rendono alla perfezione il clima che si respira tra queste pagine:
“l’autrice ha l’invidiabile primo sguardo per le persone e le cose, c’è in lei
un insieme di distratta leggerezza e di saggezza autoritaria: da queste capacità
contraddittorie nascono dialoghi di una diabolica intelligenza e descrizioni di
una semplicità disarmante”. Gli aggettivi utilizzati da Bachmann catturano il
senso più profondo del libro di Fleur Jaeggy che ruota attorno a Lung (“Mi
chiamo Lung L. e non ho più di vent’anni”), una ragazza che ha l’inguaribile
abitudine di stare sempre con un dito in bocca, riflesso di una consuetudine
infantile che si tinge però di un carattere all’apparenza tragico, lo
sprofondare nel silenzio, la mancanza di dialogo, il continuo ripiegamento in sé
stessa. Stare con il dito in bocca consente di non parlare.
Difficile riassumere di cosa parli questo libro che nella sua forma particolare,
cinque movimenti che costeggiano il monologo, la rappresentazione teatrale o la
meditazione metafisica, sceglie consapevolmente di non imbastire alcuna trama ma
solo delle scene in cui Lung incontra misteriosi personaggi (Peter e Klauss che
giocano pazientemente con i fiammiferi, la signorina Hortensia che finirà in un
lago, il signor Walter che, assalito dal dubbio, non riesce più a condurre una
vita regolare o una donna olandese che accarezza e alleva una scimmia albina),
che offrono alla scrittrice l’occasione di continue digressioni, in una catena
di storie incastonate l’una nell’altra senza un’apparente continuità. La scelta
di questo andamento è confermata anche dall’oscillazione dei punti di vista,
perché nel corso del libro sono frequenti i passaggi da un narratore esterno
alla prima persona di Lung rendendo per certi versi complesso, e forse inutile,
riuscire a capire il rapporto che c’è tra materia narrata, personaggi e autrice
e quindi tra autobiografia, esperienza e immaginazione.
> Secondo Ingeborg Bachmann “l’autrice ha l’invidiabile primo sguardo per le
> persone e le cose, c’è in lei un insieme di distratta leggerezza e di saggezza
> autoritaria: da queste capacità contraddittorie nascono dialoghi di una
> diabolica intelligenza e descrizioni di una semplicità disarmante”.
Dopo le prime pagine che raccontano di un viaggio in treno di Lung, con le
immagini che scorrono dal finestrino che animano la fantasia e i ricordi della
protagonista, che quindi intesse una rete di scene e personaggi che appaiono e
scompaiono, l’ambientazione si sposta all’interno di una clinica dove è trattata
come una “bestiola” da medici e infermieri e in cui non sappiamo bene cosa stia
a fare, se sia effettivamente affetta da qualche patologia o il suo gioco
mimetico la porti a fingere di aver bisogno di cure. Sta di fatto che proprio un
medico della clinica la raggiungerà su un treno quando Lung vuole allontanarsi e
dalla loro conversazione germogliano altri tasselli del mosaico che compone Il
dito in bocca, come per esempio i frammenti del passato da cui affiora la
misteriosa signorina Armance, la tragedia dei genitori morti, di un padre
omicida e una madre complicata, o immagini di Zurigo, ma soprattutto emerge una
domanda nel lettore: qual è lo statuto di realtà di quello che viene raccontato?
Si tratta di un’impasse da cui è possibile uscire solo a patto di assecondare
questo procedere di Jaeggy, perché solo in questo modo, come accade in tutti i
suoi libri (per I beati anni del castigo per esempio Cesare Garboli sottolineò
proprio l’inafferrabilità della materia: “Che cosa è I beati anni del castigo?
Più leggo queste cento pagine di Fleur Jaeggy meno ne vengo a capo. Un’operetta
morale? Un album di ricordi perversi? Un’allegoria della vita figurata in tanti
luoghi di transito di cui il reclusorio, il collegio, è la variante suprema? O
una metafora chiusa dentro un paesaggio di neve? O un viaggio al centro della
terra, dove abita l’angelo della morte, il dolce Lucifero che si cela in ogni
pagina?”), sarà possibile riconoscere le questioni esistenziali che animano la
protagonista e la sua storia (qual è il confine tra sanità e follia? Qual è il
valore della solitudine? Che senso hanno le relazioni?).
Il dito in bocca, aggiunge sempre Bachmann nella sua nota, “è un libro
stravagante e insolito, fra l’altro per la superba trascuranza delle correnti
letterarie” ed è questo forse il metro attraverso cui avvicinarvisi oggi,
domandosi cioè se, con quarant’anni di sperimentazioni letterarie alle spalle,
un libro come questo risulti ancora così estraneo alle forme narrative. La
risposta è affermativa, ma questo non è solo un aspetto stilistico che isola
l’opera di Fleur Jaeggy dalla maggior parte della letteratura contemporanea, è
cifra caratteristica di un’opera intera che nella sua inattualità, per usare un
termine caro alla casa editrice Adelphi e al suo editore Roberto Calasso, si
staglia come una delle esperienze più riconoscibili nel mondo contemporaneo.
Certamente libri come I beati anni del castigo, Proleterka o i racconti di Sono
il fratello di XX o La paura del cielo (1994) non hanno la carica sperimentale
del Dito in bocca, L’angelo custode (1971) e Le statue d’acqua (1980), i primi
tre libri della scrittrice, ma è indubbio che Jaeggy riesce a rendere ogni sua
opera sua e soltanto sua e non solo per le frasi lapidarie e fredde con cui
punteggia il suo discorso, ma per quella “postura” generale di cui si parlava
che la rende, appunto, unica, fatta di descrizioni meticolose, di realtà
ordinate, di una normalità piatta in cui però improvvisamente interviene
qualcosa, un elemento minimo, che porta a un lento e inesorabile deragliamento
di cui, però, nessuno nella storia sembra rendersi conto.
Molte storie di Fleur Jaeggy sembrano allora nascondere il loro segreto in bella
vista e ricordano così il celebre racconto di Edgar Allan Poe La lettera rubata,
dove l’investigatore Auguste Dupin viene chiamato a risolvere un mistero
relativo a una pericolosa lettera scomparsa che viene trovata da Dupin proprio
dov’era sin dall’inizio, maltenuta sì, ma, appunto, sempre in bella vista. Anche
in Il dito in bocca il lettore viene chiamato a muoversi con circospezione in
questo continuo processo di sottrazione, perché accade che ciò che è davvero
importante si rivela sì essere, paradossalmente, molto più visibile di quanto si
potrebbe pensare, ma è riconoscibile solo a patto di decidere di abitare ciò che
all’apparenza non sembra importante, quelle “spie e indizi”, come li ha
definiti Carlo Ginzburg, che permettono di decifrare la realtà, dimenticanze
che fanno poi la natura delle cose (“Potevo passare così delle giornate
incantevoli perdendo sempre un po’ la memoria, cioè non ricordandomi più” scrive
Jaeggy). Nel libro d’esordio di Jaeggy si susseguono per esempio immagini e
riferimenti che troveranno altra forma nelle opere successive della scrittrice
(i paesaggi della Svizzera, la lenta discesa nel silenzio, la coppia di
personaggi come prediletto morfema narrativo), come se nella sua mente tutto
fosse già stato scritto e questo accade proprio perché, a cambiare sono solo i
nomi e i luoghi, mentre resta sempre uguale il tentativo di conoscere
l’insondabile attraverso gli strumenti del racconto e della parola.
> Ciò che è davvero importante è riconoscibile solo a patto di decidere di
> abitare ciò che all’apparenza non sembra importante, quelle “spie e indizi”
> che permettono di decifrare la realtà, dimenticanze che fanno poi la natura
> delle cose.
C’è un passaggio in particolare in cui Jaeggy sembra recuperare la lezione,
spesso equivocata, di Wittgenstein sul tacere, quando Lung dice: “Se è opportuno
tacere quello che non si può dire, allora lo si può anche dimenticare”. Questo
graduale scivolamento nel silenzio si ritrova in molte narrazioni di Jaeggy,
come nella tremenda storia di Hans e Ruedi narrata in I gemelli (in La paura del
cielo), dove un “silenzio che impregna la fronte” finisce per essere l’unico
paradossale mezzo di comunicazione, o nelle pagine finali di I beati anni del
castigo, quando Frédérique, assunta nel ruolo di mistica, fa a meno della parola
fino a un’insana afasia, ed è proprio questa lotta per raccontare il reale, per
riempire il terrore del vuoto, che Jaeggy affronta nelle sue opere.
Quando Ingeborg Bachmann, a cui tra l’altro Jaeggy dedica il romanzo Le statue
d’acqua, parlò di Wittgenstein per un programma radiofonico, del Tractatus
logico-philosophicus e della proposizione finale dell’opera (“Su ciò di cui non
si può parlare si deve tacere”), la scrittrice spiega come Wittgenstein sia
riuscito a rendere comunicabile questo limite riconoscendolo nelle possibilità
del linguaggio e affermando come sia necessario tacere riguardo a tutto ciò che
supera questo limite. Bachmann definisce il carattere di questo silenzio
spiegando che “tacere su qualcosa non significa semplicemente tacere” e che “il
tacere negativo sarebbe agnosticismo”, mentre “il tacere positivo è mistica”.
Ecco che il silenzio di Jaeggy assomiglia molto a questo tentativo mistico, a
una ricerca relativa ai misteri del linguaggio e del nostro rapporto con il
mondo attraverso la sua mediazione, che non può fermarsi a una sorta di
agnosticismo della forma ma deve invece avvicinarsi – senza mai riuscirci
totalmente, pena l’annichilimento che coinvolge molti dei suoi personaggi – a
scardinare questa essenza indicibile.
A questo processo di consunzione della parola rispondono le opere di Jaeggy, che
nell’astrattezza della vicenda (come Il dito in bocca, ma anche nella coppia di
bambine amanti della dotta conversazione in L’angelo custode o nella galleria
sotterranea di Beeklam nelle Statue d’acqua) o nella più classica forma
narrativa (quella di I beati anni del castigo e del rapporto tra la protagonista
senza nome e Frédérique o quella del romanzo pseudo-famigliare di Proleterka),
nei risvolti più direttamente autobiografici e nelle pagine che invece sembrano
fuggire dalla realtà, replicano una simile postura davanti al reale basata su un
controllo stringente che congela la “prossima distruzione” trasformandola in
arte.
L'articolo Caccia alle parole proviene da Il Tascabile.
P rigione e vie di fuga
La critica letteraria si domanda in che misura e in che modo, dopo Troppi
paradisi (2006), Siti abbia continuato a raccontare sé stesso nella forma
dell’autofiction. Il cognome non appare più, riappare però un Walter nel quale
riconosciamo l’autore: a volte in prima persona, a volte in terza nei panni del
“professore” o di un personaggio secondario. Realtà e finzione continuano a
confondersi in quella che è stata chiamata “un’altra forma di scrittura
dell’io”. Più importanti delle varianti, delle classificazioni e delle
nomenclature sono però il persistere della forma e l’abbandono del proposito di
non raccontare più nulla di sé. In questo senso i finali di Scuola di nudo
(1994) e Troppi paradisi, così simili, sembrano indicare in Siti la percezione
di una mancanza e un conseguente bisogno di rettificare. Come se in Scuola di
nudo avesse cantato vittoria troppo presto (“ho cantato come la gallina che ha
fatto l’uovo”, appunto).
Il finale di Troppi paradisi appare certo più autentico e completo: Walter
accetta il capitalismo trionfante e il proprio ruolo da piccolo-borghese
all’interno della società tecno-mediatica. Si è liberato, è diventato anche
soggetto modernamente sovrano. È un accademico in carriera, disinibito
consumatore di sesso mercificato; del Principe non è più succube ma antagonista,
letterario nel caso di Pasolini ed erotico nel caso del milionario amante di
Marcello. Il bisogno di salvezza e di autofiction resta però anche dopo questo
finale, ed è di nuovo per disertare da un’esistenza socialmente approvata e
priva di sussulti che Siti si mette in scena nelle borgate di Roma. Se dopo
Scuola di nudo era stato l’Angelo caduto a salvarlo da un’ipocrisia di coppia
piccolo-borghese e dall’abbraccio disumanizzante del capitale, stavolta – à la
Pasolini – lo salvano la microcriminalità dei reietti, l’abuso di cocaina, la
vitalità violenta e scomposta dei sottoproletari che sognano carriere in
televisione. La letteratura di Siti appare in questo senso come il prodotto di
una personalità bipolare: da un lato il suo protagonista si sente socialmente
inferiore e aspira a una normale vita borghese, dall’altro disprezza la
borghesia e ama gli inferiori, suoi compagni di pena.
> La letteratura di Siti appare come il prodotto di una personalità bipolare: da
> un lato il suo protagonista si sente socialmente inferiore e aspira a una
> normale vita borghese, dall’altro disprezza la borghesia e ama gli inferiori,
> suoi compagni di pena.
Il contagio (2008) è formalmente dramma satiresco: segue e completa Troppi
paradisi con una commistione di comico e tragico. L’io narrrante segue nelle
borgate l’amato Marcello, attempato body-builder che si lascia umiliare
sessualmente dai ricchi clienti, è mentalmente devastato dalla cocaina e
attraversa le giornate senza poter dare una direzione alla propria vita (“si
isola coi telefonini spenti e le finestre sbarrate fino alle tre o alle quattro
del pomeriggio, poi si trascina in cucina […] si rimbecillisce davanti ai film
di Sky Primafila per un paio d’ore ed esce soltanto per procurarsi la dose della
sera”). Accanto al suo dramma si svolge quello della borgata, inscenata come
coro di satiri grazie a digressioni che accompagnano il tema principale
approfondendo le storie individuali: è in un’atmosfera da τραγωδία παίζούσα (la
“tragedia giocosa” degli antichi) che vediamo la rovina morale e sentimentale
dei vicini di Marcello. Gli spacciatori, magnaccia, usurai, rapinatori,
hooligans fascisti e prostitute della borgata si muovono in un orizzonte di
cinismo, violenza sadica, tradimento delle persone amate; l’assenza di
prospettive, prima ancora che violenza strutturale da parte del sistema, è qui
incapacità progettuale, atavica mancanza di fiducia, coazione a godere tutto
oggi perché domani non si sa. I progressi “devono accadere così, per miracolo,
non vogliono sapere la strada per arrivarci”.
> c’è un poliziotto, tenuto in una certa considerazione perché ogni tanto
> ricicla la cocaina dei sequestri; a lui più che agli altri si rivolge
> Gianfranco, prima discutono di un Porsche sottocosto poi ridono sulle puttane
> che ti vogliono fare per forza una pompa se non le schedi, è troppo facile, “a
> ’sto punto ciavrei ’o sfizio de ’na vergine”; “seh, a trovalle… ormai c’è solo
> via dell’Acqua Vergine ma è peggio che andà de notte, perché lì ce stazionano
> ’e nigeriane… co’ quelle te becchi l’aids in un nanosecondo”.
>
>
>
> Prende una sigaretta, la umidifica con le labbra, la impana nella cocaina e
> intanto ordina a Marcello di spogliarsi nudo e di assumere pose ridicole. Gli
> introduce due, tre dita, Marcello stringe i denti. Poi cominciano le botte
> pesanti, gli schiaffi, i pugni; la miscela ha fatto effetto e Gianfranco si
> scatena come una bestia. Le vecchie posizioni, che permettevano a Marcello di
> riceverlo senza dolore, sembrano non attirarlo più: lo incastra con la testa
> sotto il divano, lo calcia sulle costole
Tutto questo però non evolve mai in tragedia. Alle scene di sadismo e
autodistruzione si alternano le battute divertenti della disincantata saggezza
sottoproletaria, la borgata sembra a tratti redenta da atti di generosità
disinteressata; Eugenio “er Trottola”, che nelle statistiche della polizia è un
mezzano e uno sfruttatore, diventa nello sguardo di Siti un uomo generoso e di
buon cuore. Ma soprattutto, sulla borgata aleggia la forza invisibile e
invincibile di Dioniso che avvince le singole e anonime vite in un potente
organismo collettivo. È la comunità a parlare per bocca dell’individuo durante
le cene fastose e caotiche cui viene invitata tutta la strada; un vibratore di
gomma passa di appartamento in appartamento e finisce per girare tutta la
palazzina, le esistenze promiscue della borgata formano “un unico, gigantesco
oggetto sessuale” cui i sottoproletari si abbarbicano come “i coralli nei banchi
sottomarini; a capire il perché ci pensa la colonia, non l’individuo”.
> Il contagio (2008) è formalmente dramma satiresco: segue e completa Troppi
> paradisi con una commistione di comico e tragico.
Per questi borgatari violenti e vitali, sadici e puerili, ebbri e lascivi come i
sileni dionisiaci del teatro greco, Walter non ha mai parole di condanna: sta
con loro nel doppio senso del verbo. La cocaina, la sopraffazione sessuale e il
crimine di strada sono per lui vie di fuga dal paradiso totalitario dei consumi:
l’illecito diventa l’ultima libertà residua, l’ultima zona possibile di
manifestazione del divino nell’epoca dell’iperrealtà mediatica. Si percepisce
quel che in Troppi paradisi era stato chiamato “il bisogno di sfidare le zone
inviolate, il deserto”, alla ricerca di quelle che già secondo Ernst Jünger
erano le residue oasi di libertà nella crescente rovina nichilista: l’eros,
l’amicizia, l’arte, la morte.
Si precisa intanto e si articola, di pari passo con la frequentazione dei
sottoproletari, il polo della ripugnanza per la classe media. Se Scuola di nudo
aveva raccontato l’intelligenza inutile e malevola degli accademici di Pisa, se
Troppi paradisi aveva mostrato gli autori televisivi come una spensierata e
spregevole manovalanza intellettuale al servizio del capitale mediatico, Il
contagio oppone alla progressista e benpensante Lucia, al suo giro radical-chic
di giornalisti colti e figlie di alti dirigenti statali, la brutale sincerità di
Mauro che cerca di uscire dalla borgata facendo il palazzinaro per conto della
camorra. Alla ginnastica intellettuale di Lucia, alle sue sterili introspezioni,
Mauro risponde con la disperazione di un ragazzo di strada che con crescente
malessere si trova a lavorare per degli assassini (“Sai c-come diceva mi’ nonna?
Chi la croce n-nun ce l’ha, pija du’ zeppi e s-se la fa…”, le dice balbettando
per la cocaina).
Siti non ha mai nascosto il proprio disprezzo per la piccola borghesia
benestante che – pur prosperando come lui nella radiazione del Capitale
mediatico – si rifiuta di comporre in una visione sistemica i singoli frammenti
di conoscenza offerti dal regime iperreale: voler sapere troppo metterebbe a
rischio una posizione acquisita, farebbe aprire gli occhi sui padroni e sui
servi del “paradiso concentrazionario”. È proprio in questo senso di candida
malafede che in Troppi paradisi gli addetti televisivi erano stati paragonati ai
quadri medi del nazionalsocialismo:
> Tutti in fila, a passarsi forchette di plastica e bustine di dolcificante, in
> quello che chiamano “il nostro garden” perché è una zona del refettorio
> separata con una stuoia verde; vi si consumano sorde guerriglie […]; il
> confronto irresistibile è con le mense naziste, Stamattina m’hanno detto di
> cercare un gas che costi poco, ho trovato una ditta che per grandi
> quantitativi ci fa uno sconto del trenta per cento; che gas? boh, si chiama
> Zyklon B; e a che serve? non lo so e non è mia mansione saperlo. Poi via col
> vassoio ad accaparrarsi la porzione di patate con la più invitante crosticina
> sopra.
A questa piccola borghesia corrotta, servile e interessata si aggiunge nel
Contagio quella dei politici e degli intellettuali progressisti, che fanno di
solito la figura degli stupidi perché promuovono ideali di vita e progetti di
riforma sociale senza conoscere intimamente la borgata e le sue regole (istigata
da una femminista, Giusy si mostra in giro con il suo amante e viene ammazzata
dal marito che avrebbe continuato a far finta di niente se l’adulterio fosse
rimasto nell’ombra). Tutti – accademici e televisionari, giornalisti e figli
eccellenti, politici e attivisti – sono travolti e involgariti dal “contagio”
sociale, simbolizzato nella breve relazione tra Lucia e Mauro: assumono
inconsapevolmente e irresistibilmente l’orizzonte mentale dei sottoproletari,
fanno propri il sotterfugio, il cinismo, la doppia morale, l’incapacità
progettuale. Alla luce delle borgate “annegate nella promiscuità sociologica e
nell’onirismo” Siti rappresenta qui la rovina di un intero sistema sociale.
> Siti non ha mai nascosto il proprio disprezzo per la piccola borghesia
> benestante che – pur prosperando come lui nella radiazione del Capitale
> mediatico – si rifiuta di comporre in una visione sistemica i singoli
> frammenti di conoscenza offerti dal regime iperreale.
Se Pasolini aveva chiamato “genocidio” la scomparsa del popolo lavoratore e
ingenuo nell’epoca del capitalismo industriale, se in Salò aveva inscenato il
capitalismo in abito nazifascista, Siti ha intuito che nell’epoca del regime
mediatico iperreale le classi sociali diventano indistinte e scompaiono come
accadde nei sistemi totalitari del passato, nei quali il singolo – lo vide per
prima Hannah Arendt – restò isolato davanti a un Potere delirante, che aveva
smesso di rapportarsi alla realtà. In questo stesso senso il “contagio” era già
stato raccontato da Goffredo Parise: anche L’odore del sangue (scritto nel 1979)
mette in scena una relazione erotica socialmente asimmetrica. In Parise però è
tutto tragico, fosco, novecentesco. Il sadomasochismo non trova riscatto, il
gioco pornografico sacrificale si risolve in brutalità omicida. Niente dramma
satiresco, appunto, niente depotenziamento delle emozioni.
Il fatto è che Siti non è capace di sdegno morale, e anche in ciò sta la forza
narrativa del Contagio. Contagiato piccolo-borghese è lui stesso,
consapevolmente, e in questo senso il libro è un episodio della lotta di Walter
contro il sé stesso-Occidente. Da un lato paga e possiede, cerca nel sesso
mercenario un “surrogato d’onnipotenza” e ricorre alla lingua aziendale finanche
nelle introspezioni (“cercando di alleviare la sofferenza, svaluto il mio
capitale”); dall’altro – come in Troppi paradisi – ama l’anti-Occidente in
Marcello che è privo di ego, è troppo puro per calcolare e da un mondo che lo
spaventa si allontana tramite la cocaina, essa stessa figura della scissione
sitiana. Da un lato demistificata come Merce perfetta, droga d’Occidente,
simbolo dei media e “interprete della visione occidentale del mondo”:
> se i cartelli internazionali della droga potessero quotarsi in Borsa,
> sarebbero tra i leader della finanza mondiale, nessun manufatto e nessuna
> materia assicurano così alti margini di profitto. Un prodotto di cui il
> cliente non può fare a meno è il sogno di qualunque pubblicitario. Come un
> circuito così coerente possa chiamarsi semplicemente un vizio, solo il dio dei
> conformisti lo sa.
>
>
>
> La coca agisce sui recettori della dopamina, quel neurotrasmettitore che
> comunica al cervello le sensazioni di benessere; normalmente, i suoi recettori
> rimangono “aperti” per qualche frazione di secondo, mentre la cocaina li
> costringe a ritardare l’orario di chiusura, dunque ad amplificare e prolungare
> la beatitudine. Ma, costretti a questo superlavoro, molti recettori finiscono
> per atrofizzarsi e cadere, sicché i pochi che restano non riescono più a
> captare i piacere di minore intensità […]. Ogni piacere, da quel momento in
> poi, dev’essere speziato, sensazionale, clamoroso (come diceva ogni cinque
> minuti Mentana nel suo telegiornale). Escalation, insomma. […] il muscoloso
> sta diventando enorme, il magro anoressico; qualunque piazza da paese si
> trucca da Times Square. Tutti stiamo aspettando che un reality abbia
> finalmente il coraggio di offrirci una morte in diretta: la società dello
> spettacolo è una cocaina a lento rilascio.
Dall’altro consumata da Walter stesso ed elogiata come possibile alternativa al
potere capillare e profondo del Capitale:
> dobbiamo dire grazie alla cocaina se molti nostri giovani non diventano degli
> insulsi e consenzienti esecutori di un potere decerebrante, e se dimissionano
> dal gregge per strade più tormentose. Mi chiedo se la cocaina non debba essere
> concepita come una forma disperata di resistenza.
Occidentale, in Siti, è del resto lo stesso uso della droga: eccitazione, sesso,
possesso, accrescimento della prestazione. Nei suoi libri, nonostante l’anelito
alla patria metafisica “dove non c’è né prima né poi, né tempo né spazio, né
effetto né causa, né io né non-io”, la droga non è mai finalizzata – come nei
riti misterici di ogni tempo – al superamento dell’ego e all’esplorazione del
divino. Nel suo orizzonte costitutivamente scisso (moderno e antimoderno,
occidentale e antioccidentale) Walter non spera di arrivare alla patria
metafisica nemmeno negli stati alterati di coscienza; la insegue in questo mondo
nelle forme di un uomo del quale elogia la purezza e al tempo stesso asseconda
la rovina. Gonasi, Rivotril, Xanax; Cialis, Luan, Lexotan: tra le pagine del
Contagio, come in una litania, vengono elencati i diversi nomi commerciali del
pharmakon che è da un lato ottimizzazione del corpo scultoreo di Marcello,
dall’altro agente della soppressione – presto compianta – del divino:
> pur amandolo, ho voluto il suo male invece che il suo bene. L’ho spinto a
> esagerare con gli anabolizzanti, i testosteronici e l’ormone della crescita,
> perché solo ipermuscoloso colmava le mie fregole […]. Gli facevo trovare io
> stesso la droga a casa mia (“c’è l’allegato in omaggio”) perché così il suo
> desiderio di raggiungermi era più spontaneo
>
>
>
> Tu mi hai insegnato a guardare oltre le cose, perché era là che vivevi
> davvero. Ho perso (e tu sai come!) il contatto con la natura, coi suoi
> opposti: orizzontale e verticale, caldo e freddo, vivo e morto; ma non ho
> perso il respiro che sta dietro la natura, la bolla che rinasce dopo ogni
> distruzione, anche quella che pare più definitiva. Non saranno le alchimie
> sociali, le tecniche sopraffine, a salvare questo pianeta condannato; anche se
> queste parole ti sembrano da matto (“ma che stai a dì?”), fidati, e non
> credere a nessuno se ti urla che non vali niente; oltre i pianeti che crollano
> qualcosa si rinnoverà sempre, ed è la tua allegria. […] non è da tutti,
> credimi, testimoniare la bellezza e la grazia
Walter, l’uomo che ha perso la metafisica patria dei Nudi perché ha voluto
comprarla e possederla, impersona la nostra modernità che rimpiange di avere
abolito il divino e vorrebbe recuperarlo, ma non può più perché esso è diventato
irraggiungibile. Suo dio sostitutivo è il denaro. Lo spirito sempre angosciante
che abita gli scritti di Siti – anche quando esalta i corpi angelici, anche
quando ci fa ridere alle battute dei borgatari o ci fa partecipare commossi
all’infantile e smarrita leggerezza delle loro vite – è lo spirito del
nichilismo. Già in Scuola di nudo, nonostante si sforzasse di attuare il
programma erotico-conoscitivo platonico (di amante in amante verso la Bellezza
eterna), l’io narrante aveva dichiarato la propria vicinanza alla teologia
nichilista della Gnosi: il Dio biblico è un dio falso e cattivo che tiene
rinchiusi gli uomini nella prigione dell’universo.
> Siti non è capace di sdegno morale, e anche in ciò sta la forza narrativa del
> Contagio. Contagiato piccolo-borghese è lui stesso, consapevolmente, e in
> questo senso il libro è un episodio della lotta di Walter contro il sé
> stesso-Occidente.
Il vero essere è altrove e a differenza di quello platonico è inconoscibile,
inaccessibile: la “vera patria” si è radicalmente separata dal cosmo ed è dunque
negata in principio (è il “respiro che sta dietro la natura”, nel passo sopra
citato). Il mondo non è niente, non è vero essere. Solo per intervento attivo
del vero irraggiungibile dio – come nel caso della grazia cristiana – l’uomo può
lasciare il cosmo straniero del dolore e dell’inganno per raggiungere il vero
essere, da cui proviene. Walter, gnostico e nichilista, dispera di poter
raggiungere la trascendenza eterna ma non può smettere di desiderarla e di
perseguirla contraddittoriamente con riti di possesso che rafforzano il suo io
anziché farlo recedere. Lo stesso libertinismo di Walter, la sua empietà di
figlio che lascia seppellire la madre a spese del comune perché con i propri
soldi vuole fare regali a Marcello, sembrano seguire l’invito alla sfrenatezza e
all’empietà di certe dottrine gnostiche secondo le quali nella prigione orrida
di questo falso mondo naturale nessuna azione può corrompere la scintilla
oltremondana annidata nell’uomo. Dal Contagio:
> tutto è lecito perché ci si sente creditori di un’ingiustizia infinita, perché
> il detentore della legge è lontano e merita di essere ingannato, perché in
> questo labirinto siamo talmente peccatori che non ci rimane che peccare di più
>
>
>
> Questo era, è, il mio amore: rancore e inimicizia verso la natura,
> l’innaturale e quasi il mostruoso assunto come segno d’elezione e di
> privilegio
Non fosse che Siti, da moderno, non spera più nell’intervento della divinità.
Aspira a vuoto perché vede nella religione il consolatorio e mistificatorio
“altro mondo”. È questo nichilismo, perdita irrevocabile della trascendenza e
desiderio negato, la ragione della scissione e dell’angoscia in tutti gli
scritti di Siti. Ed è vivendo il nichilismo anzitutto in sé che Siti racconta
l’Occidente della beatitudine artificiale e del possesso, la distruzione del
mondo da parte del capitalismo mediatico iperreale, la rovina morale e
sentimentale di una società che crede la salvezza (l’essere eterno) preclusa.
“Benvenuta devastazione”. Mauro finisce in prigione, Walter perde l’amato,
Marcello continua la sua vita di stratagemmi e umiliazioni.
> A contare sul serio non sono l’incendio o la rissa, ma quel che tutti noi
> stiamo diventando. Non le esercitazioni paramilitari, ma il vuoto nell’anima
>
>
>
> Ho creduto che il possesso fosse la sola misura dell’amore e che dunque, se il
> possesso era garantito, l’amore diventasse un otpional. Se l’amore è
> possedere, tutto diventa comprabile. Il capitale si afferma come unico
> vincitore, non ha più niente che gli si opponga – trasformare l’amore in
> ossessione è stato il suo colpo di genio strategico, per ricondurre anche i
> sentimenti all’economia. Ormai davvero, nelle nostre strutture profonde e non
> per modo di dire, conta solo il denaro
Il finale della storia è di sconfitta, ma il dramma resta satiresco: il libro si
chiude con un nuovo coro comico, con altri destini di sottoproletari italiani e
stranieri. Il rumeno Anghel simpatizza per Alleanza nazionale, il bidello
Sandrino millanta passate gesta sessuali con una nota pornostar; Marcello
incontra per caso il vicino violento che l’aveva minacciato, si spaventa ma
Obelix è cambiato, si è innamorato (“qua me so’ realizzato ner mondo dello
spettacolo, devo recita’ la parte di un incubo”). Il tragico si depotenzia per
commistione di elementi quotidiani, il contagio non riguarda solo le classi
sociali: è anche indistinzione dei generi, indistinzione tra realtà e finzione,
pendant letterario dell’iperrealtà mediatica. Il contagio è ontologico, un mondo
vero non esiste più.
Bisogna dire la verità
Nel 1999, nello scritto “Il romanzo come autobiografia di fatti non accaduti”,
Siti ha dichiarato che la tradizione del romanzo realista moderno, iniziata con
Defoe e Richardson, è stata molto importante per la sua formazione di scrittore.
Il tipo di realismo perseguito da tale tradizione è stato chiamato “realismo
formale” a partire da uno studio di Ian Watt, Le origini del romanzo borghese
(1957). Watt notò che nell’epoca in cui la borghesia, assumendo il potere,
creava il soggetto giuridico e l’homo oeconomicus, nell’epoca in cui la
metafisica spostava il centro sull’ego cogito e il sapere abbandonava l’Essere
per indagare sperimentalmente il mondo del divenire, emerse una forma letteraria
che abbandonava le regole del dramma classico, intese alla rappresentazione
dell’Uomo, e creava una tecnica finalizzata a catturare il nuovo “mondo reale”.
Il Medioevo, per cui a contare era la Verità eterna dietro il corso mutevole del
mondo, aveva prodotto storie di magie, cavalieri erranti e viaggi oltremondani
senza troppo curarsi dell’effettiva esperienza; con la modernità invece la
verità diventò corrispondenza della lingua agli stati del mondo che essa
descrive.
> Con la modernità irruppe nella letteratura “il mondo”: gli oggetti e i
> mestieri quotidiani, gli interni spesso anonimi, gli antagonismi di classe, le
> determinazioni socioeconomiche. Il romanzo narrava la vita di persone comuni,
> senza privilegi di denaro o di classe.
A questo fine era necessaria una lingua che a differenza di quella tragica non
si curava del decoro stilistico: chi raccontava mirava anzitutto alle cose, come
se il lettore fosse un giurato cui il testimone doveva esporre tutto e con
chiarezza, riferendo per questo anche quegli aspetti che la tradizione classica
considerava inaccettabili perché agli occhi di ogni classicismo la curiosità
verso il quotidiano ci impedisce di accedere al vero essere delle cose. Con la
modernità irruppe nella letteratura “il mondo”: gli oggetti e i mestieri
quotidiani, gli interni spesso anonimi, gli antagonismi di classe, le
determinazioni socioeconomiche. Il romanzo narrava la vita di persone comuni,
senza privilegi di denaro o di classe, in un racconto che le inseriva nel
movimento storico del loro tempo e otteneva un superiore effetto di realtà
grazie alla scelta dei nomi, alle descrizioni dettagliate, alla specificazione
dei diversi momenti della giornata. I protagonisti erano mossi da desideri nuovi
e già diffusi nella nascente civiltà capitalista: fare strada grazie alla
propria intraprendenza, diventare possidenti, ascendere socialmente, sposare il
ricco datore di lavoro.
Se però il soggetto giuridico era garantito dalla giurisprudenza, se l’io penso
era garantito dalla metafisica, nel corso dei secoli l’“io narrante” della
letteratura si trovò sempre di nuovo nella necessità di dare da sé al pubblico
la garanzia della veridicità delle storie raccontate. Cosa che comportava a sua
volta una garanzia della propria effettiva esistenza mondana: per produrre un
resoconto autentico il testimone doveva essere vero in senso moderno, doveva
esistere nel mondo dell’esperienza. Il nome della persona narrante doveva essere
comune, ordinario, l’autore doveva spiegare in quali circostanze e da chi aveva
sentito il racconto. Di secolo in secolo, per dare autenticità alla voce
narrante, vennero ideati stratagemmi che innovavano la tecnica letteraria ma
diventavano a loro volta stereotipici, perdevano efficacia e dovevano essere
innovati.
A Defoe bastò scrivere una premessa in cui sosteneva di avere pubblicato i
racconti autentici di Robinson Crusoe e Moll Flanders (“il più grande bugiardo
di tutti i tempi”, lo definì un critico per questo escamotage narrativo che oggi
sembra un’ingenuità); il narratore di Papà Goriot dichiarerà “all ist true”,
Proust suggerirà, en passant e tra le righe, che l’io narrante della Récherche
si chiama proprio Marcel. È come se il movimento storico del romanzo moderno, al
pari del movimento del sapere e dell’economia, andasse sempre più verso l’io:
verso l’autofiction. Quando il romanzo autobiografico diventò “un genere”
pubblicato in versione standard dall’editoria, emerse in Francia una nuova
garanzia di autenticità (Fils di Doubrovsky, Lejeune, il dibattito teorico,
ecc.) che presto venne adottata in tutto l’Occidente.
> La critica ha individuato da tempo le caratteristiche della scrittura di Sti
> intese a dare densità di persona all’io narrante e ai protagonisti:
> frammentazione narrativa, tempo psicologico anziché cronologico, accumulo di
> scene, discorso diretto nei suoi diversi registri e dialetti, flashback e
> anticipazioni.
Siti ha adottato in parte le convenzioni letterarie messe in luce dal dibattito
di critici e narratologi, i “meccanismi dell’autobiografia […], i suoi trucchi
anche formali (l’esitazione a fare i nomi, il modificarsi della scrittura a
causa di eventi che sopravvengono…)”‒ così in “Il romanzo come autobiografia di
fatti non accaduti” ‒, in parte il repertorio della neoavanguardia italiana di
cui fu da giovane uno specialista. La critica ha individuato da tempo le
caratteristiche della sua scrittura, intese a dare densità di persona all’io
narrante e ai protagonisti mostrando l’apertura del loro “essere-gettati”
nell’esistenza e nella storia: frammentazione narrativa, tempo psicologico
anziché cronologico, accumulo di scene, discorso diretto nei suoi diversi
registri e dialetti, flashback e anticipazioni. I finali sono ambivalenti o
privi di vero scioglimento, gli stati psichici sono nevrotici, nei momenti di
solitudine la mente dell’io è attraversata da pensieri incongrui. A volte si
tratta di elementi che nei testi di Siti hanno assunto rilievo testuale
sistemico, altre volte di innovazioni sue: la parentesi che interrompe la
narrazione o la completa rapidamente con l’a parte di una reazione emotiva, la
singola battuta diretta usata descrittivamente come “battuta assoluta” per
caratterizzare un personaggio; lo scrivere male (in modo spesso esibito) perché
più importante del “fare letteratura” è essere sinceri e restare aderenti alla
realtà:
> un abbraccio, ma non per me. Non a me. Insomma non era me che abbracciava. La
> mia sintassi incespica, scusate.
>
>
>
> Questo non sarà un libro ben scritto […] sarà un diario banale, pane al pane e
> vino al vino.
Anche la neoavanguardia perseguì questi e altri effetti di realtà al fine di
rappresentare fedelmente nell’“opera aperta” i mutamenti sociali, esistenziali e
percettivi dell’Italia del dopoguerra e del boom economico (consumismo,
alienazione, fabbrica, mass media), spiegando che le eleganze “letterarie” della
lingua e la linearità della drammaturgia tradizionale non erano in grado di
rendere quel “mondo reale”, rapido, confuso, complesso: la tradizione era
oscurantista in senso sia estetico sia politico. Era la consapevole messa in
scena di un soggetto schizoide – quasi una profezia della società mediatica del
Ventunesimo secolo – e con piena ragione Sanguineti poté rispondere “bisogna
sapere bene come scrivere male” a chi criticava la lingua solo apparentemente
rozza dei suoi romanzi.
La neoavanguardia però si concentrò sugli aspetti tecnico-formali e rifiutò quel
tipo di verosimiglianza che attiva il meccanismo dell’identificazione:
bisognava, alla Brecht, accendere le luci in sala per impedire che gli
spettatori, immedesimandosi, dimenticassero il teatro e la letteratura come
macchine sociali rappresentanti. Sanguineti, Giuliani, Manganelli, Arbasino
evitarono sempre di coinvolgere chi legge in un mondo sentimentale di esperienza
e di sfide, di speranze e sconfitte. Siti invece ha aggiunto alle severe
strategie estetico-formali una voce sentimentale che si rivolge a chi legge in
toni spesso complici e sornioni (“che ve lo dico a fa’”) e che per rappresentare
veridicamente le sofferenze amorose non sdegna il ricorso al melodramma e allo
stereotipo:
> Quanto mi manca, quanto mi manca, quanto mi manca. […] Voi non potete
> immaginare, miei sconosciuti lettori, quanto mi manca – scusatemi, ma ora non
> riesco a dirvi nient’altro che questo.
Il suo capolavoro illusionistico però, preso e adattato dal dibattito francese,
è stato l’adozione della propria faccia come maschera. “Mi chiamo Walter Siti”
non è verità ultima ma menzogna perfetta: non è l’autore che sta dicendo tutta
la verità, è l’io narrante (congegno narrativo e creazione spirituale) che sta
dicendo una menzogna efficace. In essa la finzione ci persuade perché invade la
realtà, si amplia fino a diventare coestensiva e a coincidere con essa.
L’illusione è così forte da indurci a credere di sentire la voce di una persona
anagrafica che racconta di sé. Il panno è il quadro:
> Il mito che rivela la potenza dell’arte, per me, è quello della gara tra Zeusi
> e Parrasio, raccontata da Plinio: Zeusi si crede vincitore, perché gli uccelli
> sono scesi a beccare l’uva che lui ha dipinto, e invita ridendo Parrasio a
> sollevare il panno che ricopre il suo quadro, ma è costretto a confessarsi
> sconfitto, perché il panno era il quadro. («Il romanzo come autobiografia di
> fatti non accaduti», 1999)
In questo senso, al pari di Defoe, Siti è “the greatest liar”. Ma come le
innovazioni di Defoe e Richardson emersero nell’epoca in cui una nuova
metafisica si rivolgeva alle cose del mondo, nasceva la figura dell’imprenditore
e un nuovo pubblico piccolo-borghese leggeva trame amorose per soddisfare
vicariamente le proprie aspirazioni di ascesa sociale, così la potente tecnica
illusionistica dell’autofiction è emersa nell’epoca dell’iperrealtà mediatica e
della confusione ontologica tra il reale e la sua copia. Nel regime mediatico
come nella letteratura il meccanismo è lo stesso: costruita con immagini “vere”,
la menzogna è indimostrabile. Vero e falso hanno smesso di distinguersi, il
falso non esiste più.
> Come le innovazioni di Defoe e Richardson emersero nell’epoca in cui una nuova
> metafisica si rivolgeva alle cose del mondo, così la potente tecnica
> illusionistica dell’autofiction è emersa nell’epoca dell’iperrealtà mediatica
> e della confusione ontologica tra il reale e la sua copia.
Per questo motivo, e con grande lucidità, a partire da un certo momento Siti ha
espresso remore e incertezze rispetto all’effettiva valenza politica della sua
autofiction e dei suoi stratagemmi dell’immedesimazione. Nello scritto del 1999
cercò di vedere in quella tecnica narrativa un intervento demistificatorio sul
reale, nello spirito della neoavanguardia:
> Anche nei miei romanzi è impossibile, come nella ‘estetica del flusso’
> dell’infotainment, distinguere tra realtà e fiction. Insomma, sono coinvolti
> nell’errore ma per costringere l’attenzione a fissarsi sull’origine
> dell’errore: che tipo di conoscenza è la nostra quando annulliamo la
> distinzione tra vero e finto?
Presto però riconobbe la capziosità di questa ricostruzione (“ci tenevo ancora a
fare bella figura e non ero disposto ad ammettere che il mio autobiografismo
fosse indifeso e letterale, ci costruivo sopra un po’ troppe teorie”) e in più
occasioni si è domandato se l’autofiction non potrebbe essere il versante
letterario dell’iperrealtà digitale (“Non sto facendo esattamente quello che
rimpovero ai media di fare?”). Al pari di Robinson Crusoe e Moll Flanders, al
pari dei protagonisti di un reality show, Walter e Marcello sono rappresentati
in modo da confondere “le differenze tra realtà e sogno più insidiosamente di
ogni precedente finzione” (Watt). L’insidia adombrata da Watt è che la
letteratura possa paradossalmente perdere la propria capacità di dire cose
importanti e vere sul mondo perché una distinzione tra il vero e il falso non
c’è più: il mondo intero diventa narrazione mediatica (reality show), la
letteratura diventa tutta vera.
È quanto succede nel finale del Contagio quando apprendiamo che Marcello è morto
di infarto durante una partita di calcio con gli amici, poi invece il narratore
ci rivela che in realtà non è morto: restiamo incerti su entrambe le versioni e
alla fine non ci importa nemmeno più sapere se Marcello è morto oppure no, alla
fine è uguale. Il romanzo ha suscitato in noi una partecipazione emotiva a bassa
tensione, diffusa come quella suscitata dal Grande fratello. Siti è l’Occidente
anche in questo senso: il vero mondo diventa immagine, l’immagine diventa vera,
la distinzione qualificante viene meno. Il reale coincide con la
rappresentazione iperreale, il mondo e la stessa politica assumono la
consistenza dei fantasmi mediatici.
Voodoo e ritiro delle truppe d’occupazione
Danilo è un antiquario di antica nobiltà modenese. Ha avuto una madre
possessiva, manipolatrice, castrante; un padre debole la cui morte prematura lo
ha lasciato indifferente: “scompare come una guaina che si secca e cade,
esaurito il proprio compito, senza lasciare rimpianti né rancori” (“senza
rancore”, aveva detto al padre morto l’io narrante di Troppi paradisi). Da
giovane Danilo ha provato a fare lo scrittore, ma non era bravo; ha studiato
storia dell’arte, ha fatto qualche viaggio, ha imparato le lingue e per
sottrarsi a sua madre che ancora oggi lo domina è andato via da Modena e ha
aperto (con i soldi di lei) una galleria a Roma. Danilo Pulvirenti in Autopsia
dell’ossessione (2010) non è “come tutti”, né vuole esserlo; non manca mai di
segnare le distanze sociali e culturali. Soffre di un’ulcera psicosomatica, ha
difficoltà di relazione e la parola amore lo mette a disagio perché non sa bene
cosa significhi. Anche lui è l’Occidente, può solo comprare. È il consapevole
sacerdote di un culto che adora e degrada i Corpi Divini torturando costosi e
consenzienti prostituti in un ricorrente bisogno di crudeltà (“umiliare Dio nei
suoi messaggeri”).
> Anche il Danilo di Autopsia dell’ossessione è l’Occidente, può solo comprare.
> È il consapevole sacerdote di un culto che adora e degrada i Corpi Divini
> torturando costosi e consenzienti prostituti in un ricorrente bisogno di
> crudeltà.
Lo eccitano il sangue che scorre, i glutei arrossati dalle percosse; per lui,
come in certi riti estatici, “il martirio è la soglia di interferenza tra
aldiquà e aldilà”. Nel privato è arrogante e altezzoso, compiaciuto del proprio
privilegio (è un “diritto di proprietà” quello che esercita sui corpi
torturati); nella vita pubblica è democratico, illuminista, vota per il PD
perché “il laicismo radicale è il presupposto minimo di una corretta
amministrazione, o economia”. Danilo è un uomo scisso: la ragione è a Est, dalle
parti del socialismo, il piacere è tutto a Ovest. Dalla parte del possesso. È
“un uomo né… né…”. Da un lato è “sempre più convinto che esista un’ultrarealtà
dove regnano l’esattezza e l’armonia” e persegue l’Assoluto in “una ricerca
privata e fuori dal tempo”, dall’altro ama la gerarchia sociale e il possesso.
Sempre e comunque, il suo orizzonte resta la madre: Danilo è per lei, si vede
come lo vede lei, è figlio eternamente perché castrato. La rabbia, i dispetti,
il sottrarsi, lo stesso disprezzo verso Candida sono la peripezia di un amore
che non riesce a lasciare la presa.
Di nuovo, come in Troppi paradisi, appare a metà libro l’Angelo incarnato,
body-builder sottoproletario che porta a Danilo – recalcitrante – non solo
l’amore tanto temuto e deriso, ma anche una possibilità di fuga dalla madre e
dal proprio ambiente di intellettuali cinici e benestanti, delusi e annoiati:
> Angelo è la testimonianza vivente che l’opera di castrazione è fallita, o che
> almeno non è riuscita fino in fondo
>
>
>
> Il trofeo Vigor, la crema Ursus, le sostanze proibite da iniettare in vena; in
> queste lande sarà il mio pellegrinaggio – la pergamena difesa dal drago, il
> guizzo nel pneuma oltremondano non si rivelano che all’insegna vergognosa
> della sottocultura
Danilo cerca di sfuggire tramite Angelo al sé-Occidente: menziona di sfuggita la
rinuncia al possesso, sogna che il loro sia “un vincolo travestito da scambio
mercenario”, il tentativo “di afferrare ciò che per eccellenza è inafferrabile”.
Ma non ci riesce, non sa rinunciare al possesso schiavizzante per fare spazio
all’altro in un confronto tra uomini liberi. I suoi pochi soldi se ne vanno per
Angelo, il patrimonio in dissesto e la galleria in perdita non lo inducono a
moderare le spese. Si limita a chiedere soldi alla madre, che glieli nega.
Vertigine del possesso, droga, Occidente capitalista, la storia di Danilo ripete
apparentemente i precedenti romanzi ma c’è una svolta importante. Incapace di
amare senza possesso, Danilo perde Angelo e decide che “l’incarnazione è
scaduta”, che “senza metafisica l’ossessione diventa stupido collezionismo”; è
invece il suo Rivale, dietro il quale vediamo sporgersi Walter/Siti, ad amare e
conquistare un Angelo ormai solo umano per volgersi con lui all’amore coniugale
(“sulla terra non c’è che la terra. In cielo, una porta misteriosa si chiude”).
Fine della metafisica dei Corpi Celesti. Chiosa a proposito di Danilo e Angelo
una delle ventiquattro “preposizioni” anonime che intervallano la narrazione:
> L’ossessione vive all’ombra dei vincitori: un cedimento originario l’ha
> causata e perciò l’ossessionante perfetto è quello incapace anche solo di
> concepire un rapporto tra uomini liberi. Per l’ossessionato la bellezza è
> questione di possesso e non di relazione. È il sogno di sovranità dello
> schiavo: il suo movimento segue la via più facile, domina per dimenticare
> d’esser dominato. Chi non vi si uniforma non capirà fino a che punto sia
> ossessivo il modello economico del consumo
Walter/Siti ha capito che avere “potere di acquisto” significa essere liberi di
fare ciò che incatena. Nella sua ossessione, per decenni, ogni nuovo atto di
possesso e consumo garantiva il suo stato di schiavo. La presa di coscienza
dell’affinità tra il figlio castrato e il suddito del capitale mediatico,
entrambi ossessionati da un possesso che è riproduzione della propria
schiavizzazione originaria, si accompagna alla tematizzazione esplicita del
conflitto con la madre possessiva e castrante, in precedenza soltanto accennato.
“Non ce l’ha fatta a castrarmi”, aveva detto fuggevolmente Walter in Troppi
paradisi, ma abbiamo visto che la guarigione era vera solo a metà; nel Contagio
la madre veniva sepolta a spese del comune perché i soldi di Walter se ne
andavano in regali a Marcello. In Autopsia invece l’evento della liberazione
viene inscenato senza simboli: è un matricidio.
> Walter/Siti ha capito che avere “potere di acquisto” significa essere liberi
> di fare ciò che incatena. Nella sua ossessione, per decenni, ogni nuovo atto
> di possesso e consumo garantiva il suo stato di schiavo.
Dopo avere cercato di ingannarla e derubarla, Danilo – unico erede del
patrimonio – soffoca con un cuscino Candida resa demente dall’Alzheimer. Certo,
il matricidio è liberazione di ripiego, provvisoria: se fosse davvero
emancipato, Danilo percepirebbe sua madre come un’anziana innocua signora e non
avrebbe bisogno di ucciderla (la vecchia regola “hop, cambiare il gioco”
stavolta non soccorre il protagonista): ma a partire da Autopsia dell’ossessione
l’opera di Siti conoscerà alcuni cambiamenti essenziali. Per il momento una
faticosa, forzosa liberazione dalla madre si accompagna al superamento della
metafisica dell’“altro mondo” e al tema della rinuncia al sé per amare l’altro;
il nesso tra castrazione e possesso, che accomuna il figlio libertino e il
suddito edonista del capitalismo, emerge come sogno di sovranità dello schiavo.
Quanto invece all’operazione terapeutica, in Autopsia Walter/Siti si è sdoppiato
come con la creazione di una bambola voodoo. È al tempo stesso il possessore
pagante e il rivale squattrinato ma capace di amare. L’Occidente del possesso
viene trasferito in Danilo e perde, il Rivale e picaresco piccolo-borghese vince
perché ama senza voler possedere. Il Rivale è la prima occorrenza – ancora in
sordina – di quanto diventerà nel secondo Siti un tratto essenziale: l’umiliarsi
per evitare l’ipertrofia dell’ego, il mettersi in margine alla scena. È come se
in Autopsia Siti stesse facendo le prove generali di un possibile sviluppo della
personalità del suo protagonista. Sono prove ancora insoddisfacenti, tanto che
il capitolo del lieto fine coniugale si chiama “Uscita troppo facile”. Come in
Scuola di nudo, come in Troppi paradisi, il tentato lieto fine avrà bisogno di
correzione.
La difficile uscita dall’ossessione e dall’operazione letteraria (fine del
possesso e della sottomissione alla madre, fine dell’autofiction, ritiro dell’io
narrante da quella realtà che aveva invaso) verranno completate solo in Exit
strategy (2014), il diario in cui gli eventi pubblici – la grottesca caduta di
Berlusconi e del suo governo nell’autunno del 2011, la fine dell’epoca del
Denaro-Sogno e del voyeurismo collettivo – si rispecchiano in quelli privati e
Walter/Siti, al termine della propria ricerca libertina, è “definitivamente
invecchiato; arricchito ma anche stremato da esperienze fatte in altri libri”.
In Exit strategy è agli occhi dello stesso Walter che il culturista un tempo
divino appare come “incarnazione sempre più irrancidita”, “non più all’altezza
del proprio mandato metafisico”. Gli incontri sessuali con i body-builder
diventano “esercizi”, stanchi “turni di paradiso”. Se Autopsia è l’annuncio,
Exit strategy è la messa in scena della fine della metafisica. Walter riconosce
da un lato di avere tentato per venti anni una “fuga nell’insussistente”,
dall’altro di non avere più nemmeno le risorse spirituali per tale fuga (“la mia
capacità di trasfigurazione è andata in tilt”). Ma a perfezionarsi è anche la
fine della detestata madre castratrice. Il tema del matricidio viene messo in
scena stavolta come tentazione non attuata ma vissuta in prima persona, non più
attraverso il congegno vodoo: Walter medita di uccidere con un’overdose di
sonniferi la madre demente, “immondo coleottero rosa”; rinuncia per timore
dell’autopsia e aspetta con impazienza che la malattia faccia il suo corso.
> La difficile uscita dall’ossessione e dall’operazione letteraria verranno
> completate solo in Exit strategy (2014), il diario in cui gli eventi pubblici
> si rispecchiano in quelli privati e Walter/Siti è giunto al termine della
> propria ricerca libertina.
La morte della madre è liberatoria per Walter in Exit strategy come lo era stata
per Danilo in Autopsia: stavolta però si accompagna a una vittoria. Rientrato a
Modena perché sua madre è in agonia, Walter conosce un disegnatore industriale,
un uomo strabico, intelligente, sincero, gerontofilo. Non promette estasi divine
ma è determinato, libero, affettuoso e – per la prima volta nella vita di Walter
– attratto dal suo corpo che è peraltro avviato al declino della vecchiaia.
Gerardo si presenta a Modena al funerale della madre, segue Walter quando da
Roma – per riuscire a separarsi da Marcello – si trasferisce a Milano; la loro
relazione matrimoniale, contrariamente a quanto era accaduto in Scuola di nudo e
Troppi paradisi, è autentica, la liberazione dall’ego è riuscita. Walter
riconosce che “il possesso è l’amore dei vili” e interrompe a
quattrocentonovantasei il conteggio in progress degli incontri sessuali con
Marcello.
Per la prima volta nella vita si fa possedere (da Gerardo) e sceglie un amore
terreno senza metafisica, non più fuga dal mondo ma permanenza (“Il Tempo che
taglia le ali di Eros non significa, come credevo, che il tempo uccide l’amore;
significa che quando non si può più volare bisogna amare diversamente”).
L’operazione terapeutica ha funzionato, quella letteraria potrà essere dismessa:
qui scrive “non voglio più parlare di me”, in Resistere non serve a niente
(2012) parlerà di “ritiro” delle truppe d’occupazione. Tanto che nel finale del
libro può apparire il solo ricordo bello della madre (“vai, che se gridano
coglione non dovrai essere tu a girarti”). Walter non è più l’Occidente
nichilista, si volge all’altro e scopre un nuovo tipo di svalutazione del sé:
non più la sprezzante riscossa dell’ego che si gloriava della propria deformità
ma il depotenziamento dell’ego stesso.
> faccio come quegli asini restii che capiscono solo il bastone
>
>
>
> Nel letto ci provo a spremere qualche singhiozzo […] ma mi escono solo sbuffi
> di tosse, striscie di bava
>
> Nato proletario e con un metabolismo geneticamente pigro, eredo-familiare di
> contadini obesi trangugiatori di patate e polenta; ossessionato dalla quantità
> più che dalla qualità in ogni settore dell’esperienza. Nessuna tradizione di
> sobrietà o di stile a cui fare riferimento, anzi l’atavica fame di
> carboidrati, zuccheri e approvazione; servo nel cuore (ma avendo perso dei
> servi ogni solidarietà collettivistica), grasso scudiero che mai ha trovato il
> proprio comandante – anche perché i comandanti sono sempre andato a pescarli
> tra i peggiori, così da poterli ben presto liquidare con disprezzo
Walter ha portato a termine il programma: “voglio inocularmi il presente, capire
in me la malattia del mondo”, aveva dichiarato all’inizio del suo percorso.
Capita la malattia occidentale, arrivato a scoprire l’arcano del regime
mediatico nichilista, non vuole più entrare in possesso di un essere separato e
lontano: il possesso è il surrogato vorace della trascendenza perduta. Walter
sembra qui intuire che l’essere capace di redimerci è – evangelicamente – già
qui, nel cosmo e non fuori. Non è necessario appropriarcene perché è sempre
presente, per ritrovarlo però è necessario depotenziare l’ego ed esplorare
quanto in Exit strategy chiama il “senso perturbante della carità”. Il lieto
fine è comunque negato, l’esito del percorso resta aperto: dal momento che
l’idea dei Nudi Divini è una “costruzione estetizzante e vigliacca per sfuggire
all’impegno di un infinito più prossimo”, Walter non può fare a meno di
domandarsi “dove trovarlo un infinito meno illusorio, un infinito umano?”. A
questo divino forse meno illusorio ma ancora sconosciuto è rivolto il finale del
libro, quando al Cimitero monumentale di Milano Walter si imbatte in una tomba
anonima, la numero quattrocentonovantasei.
> Cado in ginocchio e prego senza sapere Chi.
Leggi qui la Prima parte
L'articolo Da Platone al Vangelo proviene da Il Tascabile.
Il mio destino non era di contemplare
la perfezione ma di possederla carnalmente
Autopsia dell’ossessione (2014)
E rcole contro i samurai
Prima della sua discesa nella digitalizzazione nichilista del mondo, quando non
sapeva ancora di apprestarsi a tale discesa, Walter Siti percorse le strade
della metafisica e della mistica. Nel suo primo romanzo Scuola di nudo (1994) si
mise in scena come io narrante che cerca nel desiderio erotico l’accesso alla
trascendenza, e racconta la sacralità del nudo maschile con una lingua che
ricorda quella dei profeti: “Nel mondo tutto si ammala e muore ma io sono venuto
a testimoniarti che c’è un luogo in cui la materia genera ciò che la supera”. Il
protagonista Walter venera i nudi dei culturisti come incarnazioni dell’Essere
sottratto alla corruzione e alla morte, li ammira con un’attenzione rapita che è
una forma di preghiera. I rapporti geometrici tra le masse muscolari, i giochi
di luce e ombra, le curve sovrumane, l’equilibrio di energia e materia sono per
lui i messaggeri di una perfezione “irreale”, che “appartiene a un altro
ordine”. Il culturista è un angelo, la zona più profonda del desiderio aspira a
un’esperienza mistica di abolizione dell’io.
> Il desiderio nel suo livello più profondo ha sempre ha che fare con grandezze
> infinite; la struttura dell’essere si divide e si complica progressivamente,
> ma c’è una zona del nostro cervello che reagisce a questa complicazione
> immaginando un mondo dove non c’è né prima né poi, né tempo né spazio, né
> effetto né causa, né io né non-io.
>
>
>
> I nudi non bisognerebbe nemmeno sapere chi sono né dove abitano, solo così ci
> si avvicina al massimo dell’intimità. Solo ciò che è sconosciuto può diventare
> (per un istante) ciò che è noto da sempre. Impensabile è avere con loro “una
> storia”.
“Ciò che è noto da sempre”: il primo orizzonte di senso del romanzo, ciò che
spinge il protagonista alla ricerca e alla contemplazione – prima che al
godimento sessuale – degli anonimi “nudi”, è la dottrina platonica della
reminiscenza. Se non sapessimo già cosa siano il vero essere delle singole cose
e lo stesso Essere, se non li avessimo conosciuti puri e immortali e poi
dimenticati cadendo nel corpo, non saremmo in grado di conoscere gli enti del
mondo in quanto enti: essenti. Non li riconosceremmo né nomineremmo, non saremmo
l’animale parlante. In Scuola di nudo l’io narrante arriva alla parola, scrive
un romanzo, diventa poeta perché rintraccia l’eco dell’armonia divina nel nudo
di volta in volta ammirato. “Tra ventre e pettorali c’è una vaschetta dove le
antilopi vanno a bere. Il corpo, lucido sotto il getto dell’acqua, è
prevalentemente composto di masse sferiche tra cui sole e ombra passano come
nubi. Quando si gira, il tracciato dei glutei è astratto, assoluto, appena
impastato di armoniche lievi”.
> In Scuola di nudo l’io narrante arriva alla parola, scrive un romanzo, diventa
> poeta perché rintraccia l’eco dell’armonia divina nel nudo di volta in volta
> ammirato.
Il nesso ontologico tra bellezza mortale, bellezza divina ed Essere viene
illustrato da Platone nel Simposio. Ai suoi commensali Socrate dice che Amore –
demone incaricato di mediare tra il dio e il mortale – ci spinge a cercare
quella bellezza che è “una e la stessa” anche se nei corpi si manifesta
variabilmente; passando di corpo in corpo, di amato in amato, l’amante giunge a
capire che è la Bellezza ciò a cui mira. Al grado supremo dell’iniziazione
amorosa essa gli si rivelerà all’improvviso: “bellezza eterna, che non nasce e
non muore, non s’accresce né diminuisce, che non è bella per un verso e brutta
per l’altro, né ora sì e ora no”. Non è un caso – e ci torneremo più avanti –
che nell’esporre la religione del suo desiderio il protagonista si richiami allo
gnosticismo, alla discesa della luce nella materia e alla divinità che
introdusse nell’uomo una scintilla: “i nudi maschili sono simili a quella luce”;
ciò che Walter cerca nei culturisti è “questo squarcio, questo irrompere
improvviso di un’altra dimensione”. È la speranza dello squarcio, è il desiderio
di colmare la distanza a guidarlo nei luoghi dell’agonismo culturista, le gare
in cui bellezza e gloria entrano in risonanza con il divino.
Come scrisse Jean-Pierre Vernant nel suo Mito e pensiero presso i Greci (1965,
trad. it. 1978), “in quella forma di scenario rituale che è il concorso, il
trionfo dell’atleta […] evoca e prolunga l’exploit compiuto dagli eroi e dagli
dèi: eleva l’uomo al piano del divino. E le qualità fisiche – giovinezza, forza,
rapidità, destrezza, agilità, bellezza – di cui l’atleta fa prova nel corso
dell’agone, e che agli occhi del pubblico si incarnano nel suo corpo nudo, sono
valori eminentemente religiosi”. A patto, sembra dire Walter, di non confondere
modernamente la trascendenza greca ed ellenistica con l’aldilà cristiano. Come a
evitare che il suo esigente orizzonte metafisico possa essere frainteso quale
aprioristico, ipocrita e banalizzato amore parrocchiale, Walter elabora fantasie
sadiche e si abbandona a rabbiosi, bestemmianti turpiloqui contro la divinità
cristiana:
> Cani abbaiano sadici, pùm, vedergli schizzare il cervello e che stramazzano al
> suolo finalmente silenziosi […] potrei preparare delle polpette con dentro
> aghi ma agonizzando farebbero ancora più rumore; se li attirassi in macchina,
> ma sono troppi e poi i cani ritornano. Vedi Lassie. […] Guidando incazzato
> verso la stazione bercio a una bionda “schifosa puttana, non vedi che c’è
> verde, maledetta cretina ti vuoi muovere?” […] Dio maiale, Madonna buca
> inculata da Gesù Cristo in croce.»
>
>
>
> mentecatta cretina, che ti si schiantino le ovaie, crepassi te e la tua
> stupidità, porca maiala sudicia analfabeta miserabile
Walter è un asceta dalle tendenze misogine che nell’esaltazione del sesso trova
la via d’uscita dal mondo; se l’omosessualità è per lui garanzia di distacco (“I
nudi mi proteggono contro le donne, perché le donne ‘tirano dentro’”), le sue
ermetiche descrizioni di paesaggio – seconda guida verso la trascendenza –
cercano di tenere aperta la porta dicendo l’indicibile, stanando il vero Essere
dal suo nascondimento: “Fruscii latenti nella tensione intramolecolare alla
periferia dell’azzurro, un impercettibile scampanellìo sottopelle piove dal
profondo zenit, pecore siderali vaporizzate dal calore; ogni amore terrestre
risulta meschino al confronto e allora tanto vale accettare un’offerta che
deludente lo sia fin dal principio”. Mettendo la terra (nel caso appena citato
un corpo ordinario e non cultuale in un’ordinaria dark room) al confronto di
quanto terrestre e deludente non è, il linguaggio figurato diventa risorsa della
fuga, aria, sopravvivenza dalla volgarità di “due sceme” casualmente incontrate:
> Spalanco la finestra: i fulmini di calore oltre le colline sembrano le zampe
> staccate dal corpo di un ragno cosmico; nel buio rosso friabile le spighe
> tengono i chicchi come le madri portano al seno i figli per allattarli
Perché Walter non è soltanto il chierico della religione dei Nudi: è un uomo
frustrato e deluso, fuggiasco da un mondo che in pari misura teme e disprezza. È
stato lasciato nove mesi prima dall’amato Bruno Portinai, cui pensa tuttora con
pesante dispendio di psicologia amorosa; è un promettente ricercatore
dell’Università di Pisa ed è legato ai colleghi e al preside da un sentimento
ambiguo. Da un lato li ammira, hanno tutto ciò che a lui manca: sono maschi
eterosessuali privi di complessi, amati, intraprendenti, intelligenti e a
proprio agio nel mondo (“un maschio non chiede permesso”). Dall’altro li odia
sordamente perché – castrato dalla madre e incerto della propria virilità – non
è capace di scontro aperto.
> Passando di corpo in corpo, di amato in amato, l’amante giunge a capire che è
> la Bellezza ciò a cui mira. Al grado supremo dell’iniziazione amorosa essa gli
> si rivelerà all’improvviso.
Talentuoso figlio di contadini, Walter è afflitto da un paralizzante senso di
inferiorità in seno all’élite accademica; aspira come gli altri alla cattedra ma
mostra di disprezzarla, è amico della segretaria anziché degli altri
ricercatori, rivolge l’odio contro sé stesso e si infligge punizioni corporee.
Dei colleghi riporta la chiacchiera brillante e ipocrita, cinica e appagata; si
indigna alla bassezza dei loro intrighi e li presenta come animali: “le
scimmie”, “il Cane” (ma al tempo stesso “qualunque indipendenza lontano da loro
non è che esilio”). Lui è autentico, loro ipocriti, lui è generoso e poetico,
loro indifferenti e calcolatori:
> la loro digestione non è mai rovinata dalla frase di uno scrittore, solo
> semmai dall’accusa di non aver interpretato bene quella frase: se vuoi un
> argomento che non ti ferisca, diventane un esperto.
Walter però è troppo intelligente per inscenarsi come eroe senza macchia. Pagina
dopo pagina si racconta soprattutto come nevrotico, il nevrotico si confessa
mostro: in una progressione di autodenigrazioni grottesche e caricaturali
leggiamo che ruba in dipartimento, spia i colleghi nell’intimità, gioisce dei
loro lutti, uccide i gatti, cucina i topi, accosta il proprio sesso al viso dei
neonati e in passato ha indirettamente, malignamente ucciso una donna. Walter è
ignobile. Si paragona a un servo, a un insetto, a un maggiordomo, a un verme. Da
un lato piange la propria indegnità, dall’altro la rivendica perché in un mondo
a sua volta indegno essa diventa paradossale segno di elezione come quella di
Leopardi, interpretato da Walter quale controfigura della propria tormentosa
esistenza: infecondo perché castrato dalla madre ma orgoglioso della propria
impotenza, subalterno a un padre possidente ma spiritualmente superiore alla
meschinità dei padroni, alieno poetante che “si aggrappa alla propria
inferiorità come a un bene”. È la strategia di Walter: esibire la propria
inferiorità e su quella dichiararsi superiore. Da un lato si disprezza per
essere rimasto bambino in una società di adulti; dall’altro, arrivato al fondo
dell’autodisprezzo, può analizzare con lucidità (e come nessun altro in
dipartimento) la realtà politica del proprio tempo, il dominio globale
dell’Occidente capitalista:
> stabilire un potere così schiacciante che qualunque oppositore appaia uno
> squilibrato, poi travestire l’uso della forza da legittima difesa e
> giustificare l’escalation repressiva con le superiori esigenze della
> sicurezza. Le vittime diventano il vero pericolo per la pace […]. Chiunque
> voglia ridiscutere i postulati iniziali dimostra di essere insopportabilmente
> immaturo e nessun dialogo è possibile con lui fin che non ha imparato a
> comportarsi da adulto
A mettere in moto l’azione del romanzo, a promuovere in Walter la volontà di
riscatto è la caduta della patria metafisica dei Nudi: mutuando da Nietzsche la
prospettiva critica che riduce la metafisica platonica ad annuncio della
dottrina cristiana, Walter riconosce presto che la sua religione è strategia
consolatoria, dettata dalla propria rancorosa inferiorità nella lotta per il
potere: “Non posso più nascondermelo: i miei nudi, così monumentali e
indeformabili, sono composti interamente di odio e di paura. Io non desidero i
nudi maschili per ciò che sono in se stessi ma per ciò da cui mi distraggono
[…]. Il rischio mortale al quale mi sono sottratto è il grugno a grugno coi miei
nemici; non ho mai messo in discussione la loro palese superiorità”.
Interpretando ora la propria debolezza come sintomo di un ego fallito, incapace
di porsi quale soggetto modernamente sovrano (borghese) che a proprio vantaggio
mette a frutto il mondo in competizione con altri soggetti, Walter lancia ai
colleghi una sfida intesa come percorso al tempo stesso artistico e terapeutico:
“Sputtanarli. Voglio vederli annichiliti domandare pietà”, “e non è di
perversione che parlo […], ma proprio di opere e di gloria. Capacità di lasciare
dopo di sé una traccia che duri”. Alla luce di questa nuova consapevolezza, gli
stessi culturisti appaiono ora a Walter – appagato consumatore di riviste e film
pornografici – come fantasmi del capitalismo iperreale:
> Se l’oggetto stesso della mia devozione è il sottoprodotto di una catena
> controllata dai miei nemici, che senso ha combattere? In vista di quale
> premio? Come sileni all’incontrario i culturisti nei loro scomparti nascondono
> i miei peggiori sì. Che fare? Una freccia si pianta sibilando nel legno della
> diligenza, il girotondo degli indiani è interrotto dai tanks dell’esercito
> federale, si sgranano raffiche di mitra, cadono le bombe dai Mig 62, cavalieri
> medievali caricano armati di stocco i pigmei con la cerbottana appollaiati tra
> le sbarre fluorescenti dell’astronave aliena, un raggio laser colpisce i
> samurai…
È a quest’altezza, quando la trascendenza dischiusa dai Nudi viene percepita da
Walter non solo come consolatoria e strategica, ma addirittura come
tecnologicamente prodotta, che la merce capitalista in forma di immagine
comincia a frequentare le pagine del romanzo. In sordina, perché l’invasione
dell’iperrealtà mediatica – questione per Siti così essenziale che solo con essa
diventerà al tempo stesso adulto e scrittore – si farà sguardo esplicito e
mirato soltanto in seguito, a partire da La magnifica merce (2004) e Troppi
paradisi (2006). In Scuola di nudo essa si annuncia come propensione formale
alla frammentazione, elaborazione stilistica che eredita le tecniche delle
avanguardie novecentesche e le converte a finalità nuove. Contaminazione di
registri alti e bassi, invasione del parlato, accumulo incongruo di pezzi di
realtà che rifiutando la linearità narrativa (ingannevole e ideologica) ricrea
la densità di eventi e “l’apertura” dell’esistenza; flusso di coscienza, elenchi
di battute estratte a caso dai discorsi della giornata, mescolanza dei generi
(prosimetro, cronaca in presa diretta come “encefalogramma” dell’io narrante,
psicologia amorosa, detective story con appalti, tangenti e lettere misteriose).
> L’invasione dell’iperrealtà mediatica – questione per Siti così essenziale che
> solo con essa diventerà al tempo stesso adulto e scrittore – si farà sguardo
> esplicito e mirato a partire da La magnifica merce (2004) e Troppi paradisi
> (2006).
È vero, la storia continua a svolgersi in parte come una trama classica:
nonostante i propositi Walter non si ribella, ha troppa paura dello scontro
diretto; cerca allora di incastrare i colleghi per una vicenda di corruzione
amministrativa e comincia a fare indagini (innesto di una detective-story su un
tessuto narrativo ad essa estraneo), si lascia tentare dal sogno di una vita
normale e va a vivere in campagna con un contadino che lo ama. Ma nonostante
questa sua lotta ancora novecentesca e pasoliniana, da intellettuale eroico
nella propria diversità e nell’opposizione frontale al sistema corrotto, l’io
narrante sta già diventando quel Walter Siti “come tutti” che anni dopo si
presenterà ai lettori nell’incipit di Troppi paradisi: “la tivù è la mia sola
famiglia, i Jefferson, i Brady, Casa Keaton: i miei problemi sono i loro, le mie
tensioni si sciolgono in baruffe di protettiva comicità”. L’avvento sommesso
dell’iperrealtà mediatica comincia a sommuovere la scrittura, infiltra ex
abrupto la cronaca dell’atletica leggera come un corpo estraneo tra le battute
di un dialogo tra accademici, alterna il reale e la copia televisiva senza più
gerarchie né segnalazioni di eterogeneità. Accosta documentari scientifici e
descrizioni di paesaggio, pornografia e introspezione, guerra e mondiali di sci:
> Faccio un gioco: alterno le cassette Colt ai programmi normali azionando il
> telecomando ogni minuto o due… preferibili i documentari sulla natura, ma
> vanno bene anche i reportages dal Brasile, un film turco sulle carceri e le
> situation-comedies americane. Meglio di tutti il telegiornale: una piscina a
> Beirut o un corteo contro Mitterand – la base dove vengono costruiti i veicoli
> spaziali, in Florida, confina con una laguna del Wwf: lamantini, fenicotteri
> dal ciuffo, “ecco come un falco pescatore vedrebbe lo Shuttle in posizione di
> lancio”.
La stessa vicenda di corruzione amministrativa, la trama apparentemente portante
del racconto, si sgretola per infiltrazione di elementi estranei, l’incertezza
della sintassi rivela accessorio e dispensabile quanto sembrava essenziale:
> Ora il caso si è riaperto perché la società concessionaria che ha condotto in
> modo tanto dubbio la gara d’appalto (la finale del lungo è arrivata all’ultimo
> turno di salti: il culo di Larry Myricks) tanto dubbio la gara è una società
> del gruppo Iri-Italstat legata, pare, alla Benefir.
Non è un caso che le indagini sui colleghi corrotti si perdano per strada e non
portino a nulla, né che il romanzo finisca in modo apparentemente ambiguo (dopo
qualche teatrale baruffa con i suoi nemici Walter mostra di riconciliarsi e
torna alla doppiezza di sempre): la vera conclusione è altrove. È quando Walter,
a tre quarti del romanzo, lascia il contadino Ruggero e la terra, sceglie
l’illusione iperreale e “invidiato da tutti” va in vacanza con Steve, prostituto
e aspirante manager della propria immagine. Ruggero tenta il suicidio, poi si
ammala e muore; deposte le ambizioni da intellettuale ribelle, finalmente
sincero con se stesso, Walter può abbandonare le inconcludenti psicologie
amorose e le sfide al sistema, dimentica lo stesso Steve e si concede con il
frivolo Hochy una passeggera, banale e ingannevole felicità.
> Scuola di nudo è un viaggio iniziatico capovolto, paradossale: dalla sacralità
> dei nudi astrali alla blasfemia tecnologica che profana il mistero del mondo,
> dalla difficile libertà dell’eroe solitario al compromesso conformista, dallo
> scontro frontale con il sistema all’accettazione del denaro e dell’eros
> mercificato.
A vincere non è il mostro disadattato e implacabile, ma il piccolo-borghese che
sceglie di non cambiare, di accettarsi. In questo senso Scuola di nudo è un
viaggio iniziatico capovolto, paradossale: dalla sacralità dei nudi astrali alla
blasfemia tecnologica che profana il mistero del mondo, dalla difficile libertà
dell’eroe solitario al compromesso conformista, dallo scontro frontale con il
sistema all’accettazione del denaro e dell’eros mercificato come gratificazione
consumista e sostitutiva trascendenza profana ma anche potenziamento di uno
sguardo finalmente sincero perché insieme lucido e paziente, capace di
raccontare un viaggio in Guatemala in pagine che sono tra le più belle del
romanzo:
> Che cosa meglio del denaro può soddisfare il desiderio d’assoluto? […] Se il
> corpo muscoloso è merce, il denaro è ciò in cui tutte le merci si dissolvono
> […] il denaro è la forma universale in cui tutte le passioni possono essere
> scambiate […] È finita la stagione in cui mi vergognavo di guardare il denaro
> dritto negli occhi
Assoluto non è più l’Essere ma il denaro. L’incarnazione non sfugge al suo
destino di merce. Walter fa ammenda, il mostro si adatta. Ha vinto perdendo la
patria metafisica: è diventato un soggetto occidentale moderno, un homo
oeconomicus. Sceglie il consumismo e il possesso per farsene travolgere e
raccontarli da dentro. Ma ci vorrà ancora tempo, l’incubazione durerà dieci
anni. Il secondo romanzo di Siti, Un dolore normale (1999), si tiene ancora sul
sentiero che verrà abbandonato: tanta psicologia amorosa, rancorosa meschinità
del narratore, senso di inferiorità; un intreccio tradizionale ci rivela pagina
dopo pagina che l’io narrante autobiografico fa traffici di organi umani per
conto della camorra. “Ho cantato come la gallina che ha fatto l’uovo”, riconosce
nelle pagine iniziali lo stesso io narrante: produco romanzi in serie e ne sono
stupidamente contento.
Solo a partire da Troppi paradisi (2006), con un parziale anticipo nei racconti
della Magnifica merce (2004), Siti racconterà miratamente quanto in Scuola di
nudo, non più che presentito, dà al romanzo un carattere allucinatorio, come
vedere la realtà a un passo dal dissolversi. In un mondo senza internet e
smart-phone, di cui Walter racconta le beghe degli amministratori socialisti, le
morti da HIV, le tecniche di agricoltura nella campagna toscana e i compagni
d’infanzia diventati brigatisti, vediamo apparire fuggevolmente e
insistentemente, in modo vago ma già corrosivo, l’incipiente epoca
dell’iperrealtà digitale, la guerra permanente della democrazia totalitaria, il
regime postdemocratico delle registrazioni e del controllo.
> Immagini notturne dal Kuwait: un neon semiesaurito lampeggia sulla saracinesca
> di un negozio, un soldato offre una sigaretta a un civile e la brace brucia in
> diretta, un’auto che ha un faro spento solleva un pezzo di lamiera con la
> ruota anteriore sinistra. Là, adesso. La tecnologia mi consente di partecipare
> a qualcosa di emozionante mentre sta accadendo, meglio che un peep-show
> attenzione, vi avvertiamo che la presente comunicazione verrà registrata
> Ho paura che fra poco dovremo combattere per le libertà più elementari
Il paradiso e il suo doppio
Walter Siti è un grande scrittore dell’epoca dell’iperrealtà digitale
nichilista, della confusione tra la realtà e la copia, perché il suo tratto più
impressionante è l’ambiguità. È doppio in tutto: il suo protagonista scherza
volentieri con i colleghi e sordamente li odia, disprezza e degrada gli uomini
che cerca di amare (“puzzo di loffe sotto il lenzuolo, odor di carogna”); fugge
il mondo indegno, cerca il vero Essere e si lascia sedurre dal capitale
tecnologico. Dalla teologia dell’angelo incarnato scende sulle sue storie una
luce di redenzione, quasi la consapevolezza di un’originaria, reciproca inerenza
tra il divino e l’umano. Dal disprezzo degli uomini amati e dall’amore-odio
verso il capitalismo della guerra globale si leva un’aria di morte, una
disperazione che è però capace di pazienza perché si fa consolare dalle lusinghe
iperreali della pornografia, della pubblicità e delle sit-com. È questo senso di
schizofrenia consapevole a rendere i suoi libri al tempo stesso liberatori e
opprimenti. Se già nel 1994, a ridosso di Scuola di nudo, Siti parlò del proprio
lavoro come di un’ipotesi sperimentale – “confessione impudica e incontrollabile
(memorie di un malato di nervi)” –, l’esperimento fu anzitutto sentimentale:
l’esigenza di una personalità scissa e paradossale, la necessità di evadere da
sé per essere non un altro ma gli altri, la massa: “Mi chiamo Walter Siti, come
tutti. Campione di mediocrità. Le mie reazioni sono standard, la mia diversità è
di massa. Più intelligente della media ma di un’intelligenza che serve per
evadere” (Troppi paradisi).
> Walter Siti è un grande scrittore dell’epoca dell’iperrealtà digitale
> nichilista, della confusione tra la realtà e la copia, perché il suo tratto
> più impressionante è l’ambiguità. È doppio in tutto.
Il protagonista ci racconta ora la sua gioia davanti ai programmi televisivi che
lo intrattengono, consolano e rallegrano, la sua eccitazione davanti ai film
pornografici. È diventato titolare di una cattedra di letteratura all’università
dell’Aquila e ha una relazione di coppia con un giovane e ambizioso autore
televisivo della Rai che cerca di farsi strada; per i genitori poveri, che
vivono a Modena, prova solo compassione e disprezzo. La sua è una vita normale,
priva di sussulti; come se al sorgere dell’interesse esplicito per l’iperrealtà
mediatica, per il sogno della merce e del denaro, fosse venuta meno l’esigenza
di emulare l’eroismo mostruoso e ingombrante di Pasolini, apparso brevemente – e
menzionato con fastidio come “il Poeta” – fin da Scuola di nudo.
Veniamo ora a sapere che in passato Walter conobbe personalmente Pasolini in un
rapporto tanto umiliante da suscitare in lui complessi di inferiorità letteraria
e sessuale; che l’attrice Laura Betti, amica del Poeta e custode della sua
memoria, nominata nel romanzo come “la Catastrofe”, non perde occasione di
ribadire a Walter la sua inferiorità (“Tu lo odii, Pier Paolo, perché era un
frocio che ha goduto molto, e se permetti ha avuto un successo che durerà eterno
[…] da vero uomo, anzi da vero maschio…”). Verso questo Pasolini insieme amato e
detestato l’io narrante compie ora la stessa mossa attribuita al Poeta nel
racconto “Il colpo di pollice” (La magnifica merce): “S’era ricordato in tempo
di una vecchia regola: quando si rischia di perdere, hop, cambiare il gioco”.
> Ogni giorno sul filo della spada; donne in casa che lo trattavano come un
> principe. E io a servirlo per anni, donna anch’io, anzi invidioso maggiordomo.
> Se tesso l’elogio del tirare la carretta è per oppormi a lui. È lui il mio
> Antagonista: per una confusa intuizione che potrei essere migliore di lui, se
> riuscissi ad afferrare i connotati tutt’altro che ignobili della decadenza
> occidentale (forse anche italiana in particolare) raccontandola da dentro, da
> microbo tra i microbi (Troppi paradisi)
Basta con le lunghe e dolenti introspezioni amorose, con la confessione delle
proprie mostruose indegnità, con le indagini sugli accademici corrotti;
l’intreccio viene dichiarato “modesto” e presentato esplicitamente come
artificio narrativo, al modo di Brecht che lasciava accese le luci per evitare
che il pubblico, rapito dalla rappresentazione, dimenticasse il teatro come
macchina sociale rappresentante. Dalle trasmissioni televisive, dalle
conversazioni degli addetti Rai, dalla loro vicinanza vera o millantata alla
classe politica, dal responso del pubblico arruolato nelle trasmissioni sorge
l’ubiquo e bisbigliante noi della società di massa nell’epoca del capitalismo
mediatico globale, il brusìo dei microbi esposti alla radiazione dell’immagine
come merce sessualizzata e disponibile desiderio sostitutivo. Il capitalismo
come religione atea e promessa del paradiso in terra, la pulsione di morte
annidata sotto l’edonismo consumista occidentale, il totalitarismo della
democrazia globale vengono da un lato inscenati nel mondo delle produzioni
televisive, dall’altro teorizzati in digressioni saggistiche che riprendono le
tesi di Baudrillard sul nichilismo dell’iperrealtà mediatica:
> questa abnorme opera d’arte planetaria, mimetica come nessuna ha potuto essere
> prima, restituisce ai suoi consumatori il sapore di una realtà più vera del
> vero, da cui mani esperte hanno abolito le sorprese incoerenti, stonate. Così
> succede nei mondi romanzeschi. Solo che qui il demiurgo non è il singolo
> romanziere, ma è l’anonimo meccanismo produttivo
> un unico mondo, che non è più né questo né quell’altro. Quel che il consumismo
> sta ottenendo è una realtà sempre più finta e una finzione sempre più reale,
> in un trionfo del trompe-l’oeil; la nostra vita è una “mezza cosa” di cui non
> siamo più padroni, perché è comandata dai padroni dell’immagine. Ed è quello
> che in fondo vogliamo, perché inconsciamente ci è chiaro che questa nostra
> realtà (qui, nel castello assediato d’Occidente) è una disperata finzione
> niente è veramente reale perché niente è veramente fittizio
Walter non si ribella più, ha ucciso il padre Pasolini. La percezione della
macchina del dominio capitalista mondiale non esclude in lui il piacere di
vivere tra i dominatori, o quanto meno come loro domestico piccolo-borghese
(meglio maggiordomo loro che di Pasolini, sembra dire Walter): ha un discreto e
garantito stipendio, un piccolo riconoscimento sociale; segue appagato i
programmi televisivi e frequenta le feste degli addetti Rai come uno “spettatore
da casa” arrivato fortuitamente tra loro. Li descrive come persone narcisiste,
avide e ciniche, patologicamente scisse tra il sé e l’immagine mediatica del sé.
Gli autori dei programmi, intellettuali che vengono dall’università, si
disprezzano inconsciamente per ciò che fanno (“rassegnati a trasformare la
frustrazione in superiorità”): sono i creatori della reality-TV come menzogna
sistemica e impero mediatico del denaro, gli stipendiati del “paradiso
concentrazionario” come carezza edonista, afasia collettiva, propaganda politica
e pubblicitaria (“la pubblicità è una droga, non per metafora, e gli spacciatori
sono i media”, scriverà Siti anni dopo).
> Dalle trasmissioni televisive, dalle conversazioni degli addetti Rai, dalla
> loro vicinanza vera o millantata alla classe politica, dal responso del
> pubblico arruolato nelle trasmissioni sorge l’ubiquo e bisbigliante noi della
> società di massa nell’epoca del capitalismo mediatico globale.
Però la “disperata finzione” occidentale viene raccontata da Walter anche con
amore, perché ha smesso di disprezzare sé stesso e si è accettato come microbo
tra i microbi. Vede la menzogna, il nichilismo, lo sfacelo, ma “un polline di
felicità mi avvolge invece alla presenza ubiqua dei vip”. È questa pacificata
contemplazione della rovina, sempre oscillante tra la seduzione e l’orrore, a
rendere Troppi paradisi un romanzo straordinario. “Io sono l’Occidente”,
dichiara Walter: rallegrandosi delle serie televisive e del proprio potere
d’acquisto, del benessere e delle vacanze all’estero, non sa condannare i
responsabili della catastrofe alla quale assiste. Vuole bene al suo ambizioso
compagno e lo aiuta a fare carriera.
Presto però la felicità del microbo si rivela insufficiente: l’amore con Sergio
diventa banale e ipocrita vita di coppia, la frequentazione dei gretti e feroci
televisionari umiliante dovere sociale; i colleghi universitari sono
meschinamente chini su mansioni e lotte intestine da intellettuali stipendiati.
La redenzione, di nuovo, arriva dall’Angelo. Ora che la mediocrità è la sua
forza, ora che la critica alla metafisica come consolazione dei vinti non ha più
senso (Walter non ha più bisogno di consolazione), può tornare il messaggero
dell’Assoluto. Dalla normalità della coppia benestante e bene introdotta il
protagonista ritorna al desiderio socialmente proibito per i Corpi celesti e
mercenari dei culturisti; dall’ambiente accademico di cui è rispettato membro si
mescola al “sottoproletariato delle palestre”, alla plebe ipnotizzata dal sogno
televisivo, agli escort di lusso che creano e gestiscono la propria immagine
come una merce lucrativa, sperano di entrare nel mondo dello spettacolo e vivono
nel frattempo di imbrogli e piccoli furti. Walter paga le prestazioni, gode dei
corpi e cerca le anime; forzando i limiti del suo stipendio da universitario
vive capitalisticamente il denaro come emozione e vertigine:
> Un’anima ce l’hanno tutti, anche le persone più spregevoli, perfino Mario
> Lucchi o gli interni Rai; negli escort è più difficile snidarla, tanto sono
> abituati a separare gli orgasmi dai sentimenti. I più maturi e manageriali
> semplicemente l’hanno depositata altrove, non la vogliono mischiare col
> mestiere. Nei più infantili e nevrotici s’è rattrappita in fondo al guscio,
> bisogna estrarla con uno stecchino come si fa con le lumache. Il segno che ci
> sei riuscito è quando arrivano con un leggero anticipo e ti baciano sulla
> bocca
> Questi ragazzi sono alienati dal proprio corpo, che spesso vedono come un
> involucro estraneo (dicono “lui” quando ne parlano): esigente, che può
> mandarti in rovina se si ammala, o può portarti al successo se gira bene
> La sola vera emozione… no, sono ingiusto, le emozioni sono state due: la sua
> resa incondizionata (testimoniata dalla posa allo specchio) e la cifra assurda
> mentre la scrivevo sull’assegno
Gli amici di Walter sono imbarazzati, gli omosessuali dell’élite televisiva si
sentono socialmente offesi dalla sua perversa frequentazione dei culturisti a
noleggio. Restano tutti interdetti quando Walter si innamora di Marcello, un
tempo premiato body-builder ma ormai soltanto prostituto e cocainomane, vicino
ai quaranta, sull’orlo della dissociazione mentale. Lo descrive come un uomo
dolce e spaesato, amorevole e puro, ignaro di tutto; fermatosi – o regredito a
causa dell’abuso di droga – allo stadio emotivo e cognitivo di un dodicenne
(“una grazia, da qualunque parte provenga; qualcosa di raro e prezioso di cui
certo non è consapevole”).
Le borgate e il sesso a pagamento, il dialetto e l’ossessione fallica (“il
cazzo”): Walter torna sulle tracce di Pasolini, senza complessi di inferiorità
stavolta perché il suo sguardo si è liberato. Marcello è un angelo caduto;
esposto alla radiazione dell’iperreale, sogna anche lui provini e carriere
attoriali ma è incapace di farsi manager di sé stesso. Gli mancano
determinazione e cinismo. Perde tempo, è inguaribilmente passivo, cerca la
droga, ride per mascherare l’imbarazzo quando racconta le umiliazioni cui lo
sottopongono i clienti. Un masochismo prepotente e inconsapevole lo porta a dire
sempre di sì. “Da ogni rapporto, per quanto turpe e umiliante, cerca di trarre
solidarietà, amicizia, compassione (‘ognuno è fatto com’è fatto’)”. Marcello non
vuole, non progetta, non oppone resistenza; si abbandona alla corrente e alla
fortuna. Quasi non ha ego: è l’anti-Occidente angelico:
> ma davvero credete di essere meglio di lui, che campa dando via il culo e si
> fa pagare per questo? credete di essere meglio perché i vostri soldi derivano
> dai pensieri, e la sera andate a cena con Ezio Mauro? o perché siete di
> sinistra? lui ha una purezza che voi non potete neanche immaginare di
> immaginare…
Marcello è nella sua purezza ciò che Walter – nonostante la chiamata del divino,
nonostante le dichiarazioni di uguaglianza (“siamo uguali come due gocce
d’acqua”) – non sa essere fino in fondo: il suo ego occidentale, virale,
infestante e infantile come quello della massa (“Datemeli insieme, tutti
innamorati di me, e vi firmo qualunque massacro anche su milioni di inermi”) non
può smettere di volere e progettare, comprare e godere. Sacrificando a Marcello
il proprio denaro come a una divinità – inizialmente per le prestazioni
sessuali, poi per soddisfarne i bisogni da escort di lusso e cocainomane –
Walter cerca di redimersi dalla colpa di essere l’Occidente, ma la redenzione è
ambigua: il rito ribadisce la colpa, è possesso di un corpo mercificato in
oggetto di lusso, plasmato e tecnologizzato dagli anabolizzanti industriali. La
religione capitalista, scrisse Benjamin, è la prima religione della storia che
anziché redimere colpevolizza: i debiti che essa chiede ai suoi adepti di
contrarre e rinnovare senza posa nel ciclo del consumo creano una condizione di
costante manchevolezza, l’essere-in-debito con un Ente imperscrutabile,
onnipotente ed esigente quanto il Dio cristiano.
> Sacrificando a Marcello il proprio denaro come a una divinità, Walter cerca di
> redimersi dalla colpa di essere l’Occidente, ma la redenzione è ambigua: il
> rito ribadisce la colpa, è possesso di un corpo mercificato in oggetto di
> lusso, plasmato e tecnologizzato dagli anabolizzanti industriali.
È vero, per la prima volta Walter si è innamorato di un culturista rinunciando
all’anonimità così importante in Scuola di nudo, quando preferiva ignorare nome
e indirizzo dei Corpi celesti: “ho ricucito due lembi lontani, due modalità che
un tempo mi parevano avversarie: eros e agape, compassione ed estasi”. Il
neoplatonismo stilnovista che Scuola di nudo aveva tematizzato clandestinamente
e di sfuggita – la persona amata come epifania e guida, Bruno Portinai (B. P.)
di Firenze – diventa ora esplicito: “la mia è una forma distorta di amor cortese
[…] è vero che l’aria trema intorno a lui”. Amore ed epifania sono però
profanati in partenza dal desiderio di emulazione e ascesa sociale del
piccolo-borghese Walter che decide di dissipare in prostituti di lusso il
proprio stipendio da accademico per “provare come vive un ricco”, sentirsi
“proprio un padrone”. L’antico complesso di inferiorità non è davvero scomparso,
ha solo cambiato direzione. Walter è diventato homo felicemente oeconomicus per
scoprire che soltanto nella subalternità ai veri dominatori è consentito
esserlo: tanto che l’amore per Marcello diventa competizione di potenza sessuale
con un milionario chiamato “il Principe” (“donne in casa che lo trattavano come
un principe”, aveva già detto nella sfida artistico-sessuale lanciata al Poeta e
Antagonista).
La punizione di Walter per avere profanato il divino è infatti l’impotenza. A
differenza del Principe non riesce a penetrare Marcello che invece lo
desidererebbe: “sono colui che non riesce a possedere ciò che ama”. Se Walter
non fosse l’Occidente potrebbe mirare alla causa anziché al sintomo, all’essere
anziché alla tecnica; sceglie invece la soluzione oggettiva, tecnologica,
invasiva. Emulando esplicitamente Silvio Berlusconi (archetipo della menzogna
mediatica e del potere d’acquisto), si sottopone a un intervento chirurgico che
gli impianta un sistema idraulico nei corpi cavernosi del pene. Ora può avere
erezioni a comando: la prestazione è ristabilita senza intervento in profondità,
il corpo-protesi recupera l’efficienza operativa senza che l’anima – come faceva
al tempo di Scuola di nudo – debba affrontare i propri grumi. Walter è troppo
lucido per ignorare i fantasmi: li lascia però volentieri nelle retrovie.
> In contraddizione con tutto quello che ho detto prima, sulla criminalità del
> possesso eccetera: ma che pretendete da me, al tempo delle idee e dei
> sentimenti dimezzati?
> Lo so, il vero happy end non sarebbe il possesso ma la liberazione
Esattamente come accade con lo statuto ontologico delle immagini mediatiche
iperreali, che non sono vere senza per questo essere false, quello di Troppi
paradisi è un lieto fine ambiguo e indecidibile. Grazie alla scorciatoia
tecnologica Walter si riscatta (“sono nato”), è diventato adulto, possiede tra i
possidenti in senso sia economico che sessuale. Di nuovo, come nel finale di
Scuola di nudo, è stato iniziato con successo al capitalismo. Può dire della
vecchia madre “non ce l’ha fatta a castrarmi”, al padre morto “non sono meno
maschio di te” (ma sappiamo che sta parlando anche a Pasolini, “vero maschio” a
detta della Catastrofe). Di nuovo, come in Scuola di nudo, il complesso di
inferiorità è finito, anche rispetto a Pasolini stavolta; con una nuova
“operazione” insieme letteraria e chirurgica (l’autofiction del microbo tra i
microbi e l’erezione a comando che gli permette di godere quanto – a detta di
Laura Betti – godette Pasolini) l’io narrante ha messo fine alla subalternità e
progetta di dismettere l’omonimia tra autore e protagonista: “se avrò qualcosa
da raccontare, non sarà su di me”.
> Esattamente come accade con lo statuto ontologico delle immagini mediatiche
> iperreali, che non sono vere senza per questo essere false, quello di Troppi
> paradisi è un lieto fine ambiguo e indecidibile.
Il lieto fine però non è autentico: Walter vuole possedere, non ha ottenuto
quella liberazione dall’ego che ogni metafisica d’Occidente e d’Oriente ha
indicato quale la strada verso la trascendenza, verso l’Angelo. Sottoposto al
trattamento dell’autofiction, l’amore di Walter per Marcello diventa iperreale:
non è falso e non è vero. È una vera finzione. Walter spia il suo amato, annota
le sue battute, descrive la sua devastazione mentale; rende pubbliche le
umiliazioni sessuali dell’Angelo caduto. Lo compra e lo ama per sé ma anche per
il pubblico, lo ostenta per suscitare invidia, approfondisce in Marcello la
perdita dell’intimità anziché medicarla. La vittoria è così ambigua che nei
romanzi successivi, nonostante la dichiarazione di intenti, Walter/Siti non
riuscirà a dismettere l’autofiction e dovrà tentare di nuovo la strada
dell’“operazione”.
La seconda parte sarà pubblicata martedì 23 dicembre 2025
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