N el romanzo autobiografico Ritorno a Reims (2009), il sociologo Didier Eribon
cita Jean-Paul Sartre: “L’importante non è ciò che hanno fatto di noi, ma, una
volta presa consapevolezza, ciò che facciamo noi stessi di ciò che hanno fatto
di noi” e proprio questa frase del padre dell’esistenzialismo francese sembra
contenere un’idea di letteratura che oggi appare sempre più predominante. Una
scrittura che non si limita all’autofiction o all’autobiografia, ma che esplora
i confini del proprio sé superando le categorie del romanzo di formazione e
ancora di più la lettura a posteriori di quello che fu il simbolo dell’artista
da cucciolo. Da Annie Ernaux a Édouard Louis, da Virginie Despentes allo stesso
‒ e celebratissimo ‒ Emmanuel Carrère quello che viene messo in gioco non è più
o non soltanto più il mondo attorno a noi, la sua violenza spesso irridente e
imprevedibile nei confronti del singolo e della sua individualità, ma la
capacità che ognuno, in ogni condizione sociale e culturale può rivelare
lavorando su di sé.
> L’ultima volta che sono stata lei è un testo che esprime fin dall’inizio una
> forma di scollamento dal sé, un romanzo che lavora più che su una maturità
> impossibile, ingabbiante e opprimente, sulla liberazione della propria felice
> immaturità.
Una forma di risveglio del sé più che di reazione, un movimento che non rifiuta
la società e che non pretende di agire una rivalsa, ma di ottenere una scoperta.
Un nuovo modo di relazionarsi e di migliorare la società stessa, seppur da
stranieri, ma di certo non più o non più totalmente da stranieri a sé stessi.
Testo feticcio è sempre più, per la generazione dei nuovi narratori, Nessuno sa
il mio nome e in particolare per Silvia Pelizzari che lo indica in bibliografia
al suo romanzo, Questo mondo non è più bianco, sempre di James Baldwin. Autrice
del fortunato podcast, Tiresia e condirettrice della rivista online Finzioni,
Silvia Pelizzari esordisce con un romanzo denso, ricco ed esplicitamente
autobiografico dal titolo L’ultima volta che sono stata lei (2025). Un testo che
esprime fin dall’inizio una forma di scollamento dal sé, un romanzo che lavora
più che su una maturità impossibile, ingabbiante e opprimente, sulla liberazione
della propria felice immaturità.
In un tempo lasco e fluido in cui il tutto si muove a una velocità difficile da
cogliere nella sua essenza e specificità ecco che la distinzione del sé deve
ancora sottostare a regole tanto opprimenti quanto insensate. Una burocrazia
sociale e sentimentale che obbliga a darsi un nome che però mai corrisponde al
proprio sentire. Ed è così che un insulto rivolto durante l’adolescenza diviene
un argine e un confine per Silvia. Una prigione dalla quale è possibile sfuggire
solo ignorando un tempo, una giovinezza e una bellezza che vengono così negate e
represse: “La memoria ha cancellato molte cose”. Non si tratta infatti di
dimenticare, di sciogliere nel proprio passato una diversità dentro alla quale
non ci si riconosce più perché si è cambiati e perché si è diventati altro. Qui
si tratta di un trauma che incide e lascia un ostacolo fino ad ora considerato
invalicabile, o almeno fino a quando il telefono di Silvia non s’illumina con un
messaggio whatsapp: l’avviso di una cena di classe, il ritorno quasi
“hitchcockiano” su quella che fu la scena del delitto. Tuttavia una differenza
sostanziale s’impone: in L’ultima volta che sono stata lei si passa con forza,
dignità e non poca eleganza da Io ti salverò a Io mi salverò.
> Superando il tema che è al cuore del romanzo, va detto che la scrittura di
> Pelizzari ha una forza dinamica non scontata, capace di una tensione che piano
> piano si scioglie pagina dopo pagina, come un noir in cui la stessa voce
> narrante diviene parte in gioco.
E superando il tema che è al cuore del romanzo, va detto che la scrittura di
Pelizzari ha una forza dinamica non scontata, capace di una tensione che piano
piano si scioglie pagina dopo pagina, come un noir in cui la stessa voce
narrante diviene parte in gioco. L’autrice compie così un doppio movimento, da
un lato la storia pubblica, l’autobiografia di un luogo dell’infanzia carico di
dolore e sempre più estraneo a lei: il paese di Salò, una provincia lombarda
ricca e ordinata, con i suoi riti quotidiani abbandonati però anni prima, appena
fu possibile a Silvia andare fuori, sostanzialmente scappare da quello spazio
sempre più opprimente. E poi c’è un movimento invece interno, invisibile agli
altri e difficile da esplorare anche a lei stessa. Una forma del sé che Silvia
può solo liberare, ma la cui destinazione non è programmabile: un viaggio
dell’immaturità obbligato. Una reazione ‒ forse l’unica possibile ‒ a un
Novecento che ha lasciato annichiliti e impoveriti, sguarniti sia rispetto al
futuro, sia rispetto alla nostra stessa memoria così poco somigliante alle sfide
quotidiane e a un sé che sta scegliendo nuove strade.
Ora dopo un lungo viaggio che l’ha portata lontano, viaggiando dentro e fuori sé
stessa, Silvia deve ‒ tornando nei luoghi dell’adolescenza ‒ mettere alla prova
la propria memoria ritrovando una possibile sintonia tra ciò che ricorda e ciò
che sente. Perché non sempre la memoria corrisponde a quella verità a cui ogni
essere umano tende ad aggrapparsi e ad appellarsi. La memoria spesso è infatti
il racconto di una storia dentro alla quale non si ha più alcun ruolo, una
vecchia giacca fuori moda e dalla taglia sbagliata. Si affastellano odori e
luci, i ricordi diventano plasmabili e si ritrovano nuove aderenze; Silvia si
muove come un’etnologa in un campo di studio, ritrova i suoi passi, i volti
antichi ritornano ora vividi e una nuova consapevolezza sembra rianimarla, tra
paura e coraggio in un alternarsi sempre obbligato: “Sono agitata. Controllo la
chat di gruppo, nessuno scrive nulla, continuo a girare in tondo. Faccio pipì
tre volte anche se non ne ho bisogno. Tiro l’acqua, torno in camera, controllo
di avere tutto in borsa”.
> Nulla fa più paura che tornare adolescenti in mezzo a quella cosa informe che
> fu l’esistenza messa in gioco per la prima volta, senza armi certe e nessun
> addestramento alle spalle.
Nulla fa più paura che tornare adolescenti in mezzo a quella cosa informe che fu
l’esistenza messa in gioco per la prima volta, senza armi certe e nessun
addestramento alle spalle. L’ultima volta che sono stata lei è infine forse il
primo vero romanzo contemporaneo sulla provincia italiana che va oltre una
ricerca letteraria degli spazi, ma che pretende, riuscendoci, di incidere sul
carattere di chi la abita, su quello specifico disagio e su quella particolare
fatica, ma senza aderire con la solita consumata ostinazione ai vecchi stilemi
della commedia ‒ maschile e un po’ maschilista ‒ alla Piero Chiara. Un romanzo
consapevole, delicato, ma potentemente fragile, una voce che ricorda in parte il
Pier Vittorio Tondelli della maturità, ma che non perde mai la propria originale
intonazione.
L'articolo L’ultima volta che sono stata lei di Silvia Pelizzari proviene da Il
Tascabile.
Tag - narrativa italiana
A driatica è una cittadina affacciata sul mare, un luogo estremo, posto là dove
le cose sono sempre sul punto di esaurirsi, perdersi e lasciarsi andare. In
questa immaginaria cittadina dell’ultraprovincia italiana Massimo Gezzi, critico
e poeta, decide di ambientare la storia del suo primo romanzo, un dialogo tra
una giovane donna, una ragazzina di nome Emilie e un uomo, non ancora vecchio,
ma già destinato alla periferia della vita. Tullio è infatti ormai mal ridotto
da sfortuna e inettitudine ‒ come spesso capita ai più maldestri più che ai più
colpevoli ‒ a una vita di stenti in via di rapido esaurimento.
Adriatica (2025) è un romanzo invernale, gelato da una forma di asprezza
inesauribile che attrae e respinge allo stesso tempo i suoi personaggi. Il loro
legame vive fragilissimo su consuetudini e sguardi, incroci casuali eppure
ripetuti. Gezzi sembra riprendere un discorso aperto dalla letteratura italiana
a fine anni Ottanta e più compiutamente negli anni Novanta, quando ancora
l’influsso delle mode e del conseguente hype tutto illusorio e utile solo a
generare testi più figli di una sorta di traduttese (se così si può definire)
che di un linguaggio originale, non si era ancora così diffuso, imponendosi
nella letteratura italiana contemporanea.
Si stacca dunque Massimo Gezzi ‒ con una consapevolezza tipica di chi frequenta
la poesia ‒ da una subalternità provinciale che impone anche alla narrativa di
vivere all’interno di una bolla fatta di romanzi e romanzetti in cui il luogo
comune viene continuamente confuso con un ipotetico centro del discorso. Sfugge
dunque dal patetismo della narrativa milanese, berlinese, londinese, newyorchese
per ritrovare una forma di onestà anche linguistica proprio ad Adriatica, città
che potrebbe essere Riccione come Rimini come San Benedetto del Tronto. Un
centro Italia liminale dove la tragedia ridicola di una quotidianità spiccia e
dolorante coglie al meglio la tipicità di un territorio al punto da farne non
solo uno sfondo, ma il vero protagonista, là dove l’immaginario dell’immaginaria
Adriatica si impone nettamente agli occhi del lettore: “Sono le nove, il sole è
tramontato da mezz’ora. Il faro ha appena cominciato a lampeggiare e continuerà
a farlo per tutta la notte”. Sembra di ritrovare le pagine di Luisa e il
silenzio (1997) di Claudio Piersanti. In quel caso una solitudine intransigente
si mischiava a una fragilità disperata eppure sempre silenziosa. Là il nord
Italia qui invece un centro Italia, entrambi però sempre con pochissima luce e
con un notturno obbligato alle ombre delle lampade elettriche e dei neon di
centri città semiabbandonati dalle otto di sera in poi.
> L’immaginaria Adriatica si trova in un centro Italia liminale dove la tragedia
> ridicola di una quotidianità spiccia e dolorante coglie al meglio la tipicità
> di un territorio al punto da farne non solo uno sfondo, ma il vero
> protagonista.
Sembra che non sia mai passato il tempo. La forza di anni malinconici e poveri
sembra infatti imporsi oltre la percezione di una realtà che pretende sempre
ricchezza e ambizione. E dentro a questa lotta si trovano dalla stessa parte,
seppur con prospettive opposte, la giovane Emilie e il vecchio Tullio. Il
romanzo si muove a due voci, quella di Emilie diretta, in prima persona,
sboccata e giovane, aggressiva eppure ancora tanto ingenua e poi quella che
descrive l’esistenza monotona eppure sempre più vicina all’abisso di Tullio. I
gesti lenti, consueti, le stanchezze sempre più imperanti. Un esaurimento
sentimentale che arriva a svuotare l’uomo anche di ogni sua residua nostalgia.
Adriatica offre certamente la storia di due solitudini difficili da ribaltare,
ma anche una consapevolezza sana, reattiva e credibile. Una lotta che diviene
subito resistenza e che sa andare più a fondo di ogni vacuo appello alla
felicità:
> La faccio ridere ancora, mentre mi sistemo e abbraccio il suo torace sotto il
> seno, che mi trema sulle dita a ogni movimento che fa. Dalle colline è
> spuntata anche la luna. E così la sera sembra ancora più bella, ancora più.
> Nostra. Perché quel pezzo di roccia che fluttua nell’aria è capace di darti
> l’impressione che stia guardando proprio te, qualche volta.
La quotidianità richiede misura e pazienza dentro alla quale anche la giovinezza
vivace di Emilie si deve adattare, trovando uno spazio utile dentro cui
crescere. Emilie sembra uscita da La guerra degli Antò (1992) di Silvia
Ballestra, ma con un’inedita impronta sentimentale, con una delicatezza
fragilissima che richiede una cura e un’attenzione nuova. È fatta di piccoli
slittamenti la lingua di Emilie, che capitolo dopo capitolo si arricchisce di
sfumature che vanno oltre la rabbia arrivando a comprendere il dannato dolore
altrui: “Sono stanca, distrutta. Mi passano davanti tutte le scene di questa
sera: le urla di mamma che si strofina il naso con un fazzoletto fradicio,
l’abbraccio di Giada sulla spiaggia, le sue parole, poi le grida”. Il dolore non
viene più amplificato dalle urla, dalle parole gridate perché il dolore le
precede come le immagini che prima suggestionano Emilie e poi diventano il
documento freddo di un passato da cui non si può al momento sfuggire, ma anche a
cui non si può restare legati a vita.
> Il romanzo si muove a due voci, quella di Emilie diretta, in prima persona,
> sboccata e giovane, aggressiva eppure ancora tanto ingenua e poi quella che
> descrive l’esistenza monotona eppure sempre più vicina all’abisso di Tullio.
Il mare attorno è un buco nero che attende la stagione nuova per restituire
quella luce assoluta tipica dell’estate. Intanto Adriatica si protegge e nel
farlo offre spigoli e tragedie dentro alle quali il disincanto supera il cinismo
perché è necessario restare vivi e sentire e provare e insistere ancora.
In un tempo di crollo demografico e di crisi delle nascite, con una popolazione
sempre più vecchia e in difficoltà, sembrano ribaltarsi i ruoli tipici
dell’immaginario letterario italiano. Ora sono i giovani che si prendono cura
del passato e non più i vecchi che provano a dare una mano al futuro. Il futuro
è infatti privo di reale concretezza, non esiste. Si sta immersi in un presente
perenne, faticoso e rumoroso, obbligato ed estremamente incerto. Si fa presto a
diventare passato pensando al futuro e così più che gli echi zurlianiani de La
prima notte di quiete (1972) qui sembra di sentire il riverbero di un sentimento
comune e contemporaneo che porta dritto dritto a Paternal leave (2025) di Alissa
Jung. I ruoli sono saltati, i genitori non sono più genitori: non proteggono,
non salvano, ma spesso ostacolano anche attraverso un’assenza priva di reali
scelte, più o meno consapevoli che siano. L’espressione perenne è quella della
bocca spalancata, uno stupore che è rivolto il più delle volte prima che agli
altri a sé stessi, sempre così impreparati, sempre così in ritardo.
> I ruoli sono saltati, i genitori non sono più genitori: non proteggono, non
> salvano, ma spesso ostacolano anche attraverso un’assenza priva di reali
> scelte, più o meno consapevoli che siano.
Adriatica è un romanzo rapido eppure meditato, da compulsare pagina dopo pagina
con pazienza e restando sugli scricchioli mossi in ogni sua frase. Adriatica
offre dell’esistenza il suo lembo più estremo, quello che resiste quando attorno
tutto imporrebbe di farla finita per sempre: “E poi urla, vetri che tremano
forte, mentre dall’alto le macerie della notte, venuta giù di schianto,
precipitano rumorosamente sulla strada, sugli uomini che si azzuffano sul
marciapiede, su quella che una volta, quando io ero felice, si chiamava
primavera”. Massimo Gezzi dà corpo alla liturgia di un’estinzione in corso
d’opera, ne riporta i rumori e i sentimenti, l’abbandono e la paura, ma offre
anche la possibilità di un giorno nuovo e della sua irriducibile unicità, se non
migliore, quantomeno ancora possibile. Adriatica evita ogni esibizione di forza
e ogni numero di prestigio offrendo anzi della letteratura non il gioco, ma la
necessità. Gezzi restituisce così un’umanità contraddittoria e confusa che abita
una cittadina sì totalmente immaginaria eppure realistica, anzi realissima.
L'articolo Adriatica di Massimo Gezzi proviene da Il Tascabile.
P rigione e vie di fuga
La critica letteraria si domanda in che misura e in che modo, dopo Troppi
paradisi (2006), Siti abbia continuato a raccontare sé stesso nella forma
dell’autofiction. Il cognome non appare più, riappare però un Walter nel quale
riconosciamo l’autore: a volte in prima persona, a volte in terza nei panni del
“professore” o di un personaggio secondario. Realtà e finzione continuano a
confondersi in quella che è stata chiamata “un’altra forma di scrittura
dell’io”. Più importanti delle varianti, delle classificazioni e delle
nomenclature sono però il persistere della forma e l’abbandono del proposito di
non raccontare più nulla di sé. In questo senso i finali di Scuola di nudo
(1994) e Troppi paradisi, così simili, sembrano indicare in Siti la percezione
di una mancanza e un conseguente bisogno di rettificare. Come se in Scuola di
nudo avesse cantato vittoria troppo presto (“ho cantato come la gallina che ha
fatto l’uovo”, appunto).
Il finale di Troppi paradisi appare certo più autentico e completo: Walter
accetta il capitalismo trionfante e il proprio ruolo da piccolo-borghese
all’interno della società tecno-mediatica. Si è liberato, è diventato anche
soggetto modernamente sovrano. È un accademico in carriera, disinibito
consumatore di sesso mercificato; del Principe non è più succube ma antagonista,
letterario nel caso di Pasolini ed erotico nel caso del milionario amante di
Marcello. Il bisogno di salvezza e di autofiction resta però anche dopo questo
finale, ed è di nuovo per disertare da un’esistenza socialmente approvata e
priva di sussulti che Siti si mette in scena nelle borgate di Roma. Se dopo
Scuola di nudo era stato l’Angelo caduto a salvarlo da un’ipocrisia di coppia
piccolo-borghese e dall’abbraccio disumanizzante del capitale, stavolta – à la
Pasolini – lo salvano la microcriminalità dei reietti, l’abuso di cocaina, la
vitalità violenta e scomposta dei sottoproletari che sognano carriere in
televisione. La letteratura di Siti appare in questo senso come il prodotto di
una personalità bipolare: da un lato il suo protagonista si sente socialmente
inferiore e aspira a una normale vita borghese, dall’altro disprezza la
borghesia e ama gli inferiori, suoi compagni di pena.
> La letteratura di Siti appare come il prodotto di una personalità bipolare: da
> un lato il suo protagonista si sente socialmente inferiore e aspira a una
> normale vita borghese, dall’altro disprezza la borghesia e ama gli inferiori,
> suoi compagni di pena.
Il contagio (2008) è formalmente dramma satiresco: segue e completa Troppi
paradisi con una commistione di comico e tragico. L’io narrrante segue nelle
borgate l’amato Marcello, attempato body-builder che si lascia umiliare
sessualmente dai ricchi clienti, è mentalmente devastato dalla cocaina e
attraversa le giornate senza poter dare una direzione alla propria vita (“si
isola coi telefonini spenti e le finestre sbarrate fino alle tre o alle quattro
del pomeriggio, poi si trascina in cucina […] si rimbecillisce davanti ai film
di Sky Primafila per un paio d’ore ed esce soltanto per procurarsi la dose della
sera”). Accanto al suo dramma si svolge quello della borgata, inscenata come
coro di satiri grazie a digressioni che accompagnano il tema principale
approfondendo le storie individuali: è in un’atmosfera da τραγωδία παίζούσα (la
“tragedia giocosa” degli antichi) che vediamo la rovina morale e sentimentale
dei vicini di Marcello. Gli spacciatori, magnaccia, usurai, rapinatori,
hooligans fascisti e prostitute della borgata si muovono in un orizzonte di
cinismo, violenza sadica, tradimento delle persone amate; l’assenza di
prospettive, prima ancora che violenza strutturale da parte del sistema, è qui
incapacità progettuale, atavica mancanza di fiducia, coazione a godere tutto
oggi perché domani non si sa. I progressi “devono accadere così, per miracolo,
non vogliono sapere la strada per arrivarci”.
> c’è un poliziotto, tenuto in una certa considerazione perché ogni tanto
> ricicla la cocaina dei sequestri; a lui più che agli altri si rivolge
> Gianfranco, prima discutono di un Porsche sottocosto poi ridono sulle puttane
> che ti vogliono fare per forza una pompa se non le schedi, è troppo facile, “a
> ’sto punto ciavrei ’o sfizio de ’na vergine”; “seh, a trovalle… ormai c’è solo
> via dell’Acqua Vergine ma è peggio che andà de notte, perché lì ce stazionano
> ’e nigeriane… co’ quelle te becchi l’aids in un nanosecondo”.
>
>
>
> Prende una sigaretta, la umidifica con le labbra, la impana nella cocaina e
> intanto ordina a Marcello di spogliarsi nudo e di assumere pose ridicole. Gli
> introduce due, tre dita, Marcello stringe i denti. Poi cominciano le botte
> pesanti, gli schiaffi, i pugni; la miscela ha fatto effetto e Gianfranco si
> scatena come una bestia. Le vecchie posizioni, che permettevano a Marcello di
> riceverlo senza dolore, sembrano non attirarlo più: lo incastra con la testa
> sotto il divano, lo calcia sulle costole
Tutto questo però non evolve mai in tragedia. Alle scene di sadismo e
autodistruzione si alternano le battute divertenti della disincantata saggezza
sottoproletaria, la borgata sembra a tratti redenta da atti di generosità
disinteressata; Eugenio “er Trottola”, che nelle statistiche della polizia è un
mezzano e uno sfruttatore, diventa nello sguardo di Siti un uomo generoso e di
buon cuore. Ma soprattutto, sulla borgata aleggia la forza invisibile e
invincibile di Dioniso che avvince le singole e anonime vite in un potente
organismo collettivo. È la comunità a parlare per bocca dell’individuo durante
le cene fastose e caotiche cui viene invitata tutta la strada; un vibratore di
gomma passa di appartamento in appartamento e finisce per girare tutta la
palazzina, le esistenze promiscue della borgata formano “un unico, gigantesco
oggetto sessuale” cui i sottoproletari si abbarbicano come “i coralli nei banchi
sottomarini; a capire il perché ci pensa la colonia, non l’individuo”.
> Il contagio (2008) è formalmente dramma satiresco: segue e completa Troppi
> paradisi con una commistione di comico e tragico.
Per questi borgatari violenti e vitali, sadici e puerili, ebbri e lascivi come i
sileni dionisiaci del teatro greco, Walter non ha mai parole di condanna: sta
con loro nel doppio senso del verbo. La cocaina, la sopraffazione sessuale e il
crimine di strada sono per lui vie di fuga dal paradiso totalitario dei consumi:
l’illecito diventa l’ultima libertà residua, l’ultima zona possibile di
manifestazione del divino nell’epoca dell’iperrealtà mediatica. Si percepisce
quel che in Troppi paradisi era stato chiamato “il bisogno di sfidare le zone
inviolate, il deserto”, alla ricerca di quelle che già secondo Ernst Jünger
erano le residue oasi di libertà nella crescente rovina nichilista: l’eros,
l’amicizia, l’arte, la morte.
Si precisa intanto e si articola, di pari passo con la frequentazione dei
sottoproletari, il polo della ripugnanza per la classe media. Se Scuola di nudo
aveva raccontato l’intelligenza inutile e malevola degli accademici di Pisa, se
Troppi paradisi aveva mostrato gli autori televisivi come una spensierata e
spregevole manovalanza intellettuale al servizio del capitale mediatico, Il
contagio oppone alla progressista e benpensante Lucia, al suo giro radical-chic
di giornalisti colti e figlie di alti dirigenti statali, la brutale sincerità di
Mauro che cerca di uscire dalla borgata facendo il palazzinaro per conto della
camorra. Alla ginnastica intellettuale di Lucia, alle sue sterili introspezioni,
Mauro risponde con la disperazione di un ragazzo di strada che con crescente
malessere si trova a lavorare per degli assassini (“Sai c-come diceva mi’ nonna?
Chi la croce n-nun ce l’ha, pija du’ zeppi e s-se la fa…”, le dice balbettando
per la cocaina).
Siti non ha mai nascosto il proprio disprezzo per la piccola borghesia
benestante che – pur prosperando come lui nella radiazione del Capitale
mediatico – si rifiuta di comporre in una visione sistemica i singoli frammenti
di conoscenza offerti dal regime iperreale: voler sapere troppo metterebbe a
rischio una posizione acquisita, farebbe aprire gli occhi sui padroni e sui
servi del “paradiso concentrazionario”. È proprio in questo senso di candida
malafede che in Troppi paradisi gli addetti televisivi erano stati paragonati ai
quadri medi del nazionalsocialismo:
> Tutti in fila, a passarsi forchette di plastica e bustine di dolcificante, in
> quello che chiamano “il nostro garden” perché è una zona del refettorio
> separata con una stuoia verde; vi si consumano sorde guerriglie […]; il
> confronto irresistibile è con le mense naziste, Stamattina m’hanno detto di
> cercare un gas che costi poco, ho trovato una ditta che per grandi
> quantitativi ci fa uno sconto del trenta per cento; che gas? boh, si chiama
> Zyklon B; e a che serve? non lo so e non è mia mansione saperlo. Poi via col
> vassoio ad accaparrarsi la porzione di patate con la più invitante crosticina
> sopra.
A questa piccola borghesia corrotta, servile e interessata si aggiunge nel
Contagio quella dei politici e degli intellettuali progressisti, che fanno di
solito la figura degli stupidi perché promuovono ideali di vita e progetti di
riforma sociale senza conoscere intimamente la borgata e le sue regole (istigata
da una femminista, Giusy si mostra in giro con il suo amante e viene ammazzata
dal marito che avrebbe continuato a far finta di niente se l’adulterio fosse
rimasto nell’ombra). Tutti – accademici e televisionari, giornalisti e figli
eccellenti, politici e attivisti – sono travolti e involgariti dal “contagio”
sociale, simbolizzato nella breve relazione tra Lucia e Mauro: assumono
inconsapevolmente e irresistibilmente l’orizzonte mentale dei sottoproletari,
fanno propri il sotterfugio, il cinismo, la doppia morale, l’incapacità
progettuale. Alla luce delle borgate “annegate nella promiscuità sociologica e
nell’onirismo” Siti rappresenta qui la rovina di un intero sistema sociale.
> Siti non ha mai nascosto il proprio disprezzo per la piccola borghesia
> benestante che – pur prosperando come lui nella radiazione del Capitale
> mediatico – si rifiuta di comporre in una visione sistemica i singoli
> frammenti di conoscenza offerti dal regime iperreale.
Se Pasolini aveva chiamato “genocidio” la scomparsa del popolo lavoratore e
ingenuo nell’epoca del capitalismo industriale, se in Salò aveva inscenato il
capitalismo in abito nazifascista, Siti ha intuito che nell’epoca del regime
mediatico iperreale le classi sociali diventano indistinte e scompaiono come
accadde nei sistemi totalitari del passato, nei quali il singolo – lo vide per
prima Hannah Arendt – restò isolato davanti a un Potere delirante, che aveva
smesso di rapportarsi alla realtà. In questo stesso senso il “contagio” era già
stato raccontato da Goffredo Parise: anche L’odore del sangue (scritto nel 1979)
mette in scena una relazione erotica socialmente asimmetrica. In Parise però è
tutto tragico, fosco, novecentesco. Il sadomasochismo non trova riscatto, il
gioco pornografico sacrificale si risolve in brutalità omicida. Niente dramma
satiresco, appunto, niente depotenziamento delle emozioni.
Il fatto è che Siti non è capace di sdegno morale, e anche in ciò sta la forza
narrativa del Contagio. Contagiato piccolo-borghese è lui stesso,
consapevolmente, e in questo senso il libro è un episodio della lotta di Walter
contro il sé stesso-Occidente. Da un lato paga e possiede, cerca nel sesso
mercenario un “surrogato d’onnipotenza” e ricorre alla lingua aziendale finanche
nelle introspezioni (“cercando di alleviare la sofferenza, svaluto il mio
capitale”); dall’altro – come in Troppi paradisi – ama l’anti-Occidente in
Marcello che è privo di ego, è troppo puro per calcolare e da un mondo che lo
spaventa si allontana tramite la cocaina, essa stessa figura della scissione
sitiana. Da un lato demistificata come Merce perfetta, droga d’Occidente,
simbolo dei media e “interprete della visione occidentale del mondo”:
> se i cartelli internazionali della droga potessero quotarsi in Borsa,
> sarebbero tra i leader della finanza mondiale, nessun manufatto e nessuna
> materia assicurano così alti margini di profitto. Un prodotto di cui il
> cliente non può fare a meno è il sogno di qualunque pubblicitario. Come un
> circuito così coerente possa chiamarsi semplicemente un vizio, solo il dio dei
> conformisti lo sa.
>
>
>
> La coca agisce sui recettori della dopamina, quel neurotrasmettitore che
> comunica al cervello le sensazioni di benessere; normalmente, i suoi recettori
> rimangono “aperti” per qualche frazione di secondo, mentre la cocaina li
> costringe a ritardare l’orario di chiusura, dunque ad amplificare e prolungare
> la beatitudine. Ma, costretti a questo superlavoro, molti recettori finiscono
> per atrofizzarsi e cadere, sicché i pochi che restano non riescono più a
> captare i piacere di minore intensità […]. Ogni piacere, da quel momento in
> poi, dev’essere speziato, sensazionale, clamoroso (come diceva ogni cinque
> minuti Mentana nel suo telegiornale). Escalation, insomma. […] il muscoloso
> sta diventando enorme, il magro anoressico; qualunque piazza da paese si
> trucca da Times Square. Tutti stiamo aspettando che un reality abbia
> finalmente il coraggio di offrirci una morte in diretta: la società dello
> spettacolo è una cocaina a lento rilascio.
Dall’altro consumata da Walter stesso ed elogiata come possibile alternativa al
potere capillare e profondo del Capitale:
> dobbiamo dire grazie alla cocaina se molti nostri giovani non diventano degli
> insulsi e consenzienti esecutori di un potere decerebrante, e se dimissionano
> dal gregge per strade più tormentose. Mi chiedo se la cocaina non debba essere
> concepita come una forma disperata di resistenza.
Occidentale, in Siti, è del resto lo stesso uso della droga: eccitazione, sesso,
possesso, accrescimento della prestazione. Nei suoi libri, nonostante l’anelito
alla patria metafisica “dove non c’è né prima né poi, né tempo né spazio, né
effetto né causa, né io né non-io”, la droga non è mai finalizzata – come nei
riti misterici di ogni tempo – al superamento dell’ego e all’esplorazione del
divino. Nel suo orizzonte costitutivamente scisso (moderno e antimoderno,
occidentale e antioccidentale) Walter non spera di arrivare alla patria
metafisica nemmeno negli stati alterati di coscienza; la insegue in questo mondo
nelle forme di un uomo del quale elogia la purezza e al tempo stesso asseconda
la rovina. Gonasi, Rivotril, Xanax; Cialis, Luan, Lexotan: tra le pagine del
Contagio, come in una litania, vengono elencati i diversi nomi commerciali del
pharmakon che è da un lato ottimizzazione del corpo scultoreo di Marcello,
dall’altro agente della soppressione – presto compianta – del divino:
> pur amandolo, ho voluto il suo male invece che il suo bene. L’ho spinto a
> esagerare con gli anabolizzanti, i testosteronici e l’ormone della crescita,
> perché solo ipermuscoloso colmava le mie fregole […]. Gli facevo trovare io
> stesso la droga a casa mia (“c’è l’allegato in omaggio”) perché così il suo
> desiderio di raggiungermi era più spontaneo
>
>
>
> Tu mi hai insegnato a guardare oltre le cose, perché era là che vivevi
> davvero. Ho perso (e tu sai come!) il contatto con la natura, coi suoi
> opposti: orizzontale e verticale, caldo e freddo, vivo e morto; ma non ho
> perso il respiro che sta dietro la natura, la bolla che rinasce dopo ogni
> distruzione, anche quella che pare più definitiva. Non saranno le alchimie
> sociali, le tecniche sopraffine, a salvare questo pianeta condannato; anche se
> queste parole ti sembrano da matto (“ma che stai a dì?”), fidati, e non
> credere a nessuno se ti urla che non vali niente; oltre i pianeti che crollano
> qualcosa si rinnoverà sempre, ed è la tua allegria. […] non è da tutti,
> credimi, testimoniare la bellezza e la grazia
Walter, l’uomo che ha perso la metafisica patria dei Nudi perché ha voluto
comprarla e possederla, impersona la nostra modernità che rimpiange di avere
abolito il divino e vorrebbe recuperarlo, ma non può più perché esso è diventato
irraggiungibile. Suo dio sostitutivo è il denaro. Lo spirito sempre angosciante
che abita gli scritti di Siti – anche quando esalta i corpi angelici, anche
quando ci fa ridere alle battute dei borgatari o ci fa partecipare commossi
all’infantile e smarrita leggerezza delle loro vite – è lo spirito del
nichilismo. Già in Scuola di nudo, nonostante si sforzasse di attuare il
programma erotico-conoscitivo platonico (di amante in amante verso la Bellezza
eterna), l’io narrante aveva dichiarato la propria vicinanza alla teologia
nichilista della Gnosi: il Dio biblico è un dio falso e cattivo che tiene
rinchiusi gli uomini nella prigione dell’universo.
> Siti non è capace di sdegno morale, e anche in ciò sta la forza narrativa del
> Contagio. Contagiato piccolo-borghese è lui stesso, consapevolmente, e in
> questo senso il libro è un episodio della lotta di Walter contro il sé
> stesso-Occidente.
Il vero essere è altrove e a differenza di quello platonico è inconoscibile,
inaccessibile: la “vera patria” si è radicalmente separata dal cosmo ed è dunque
negata in principio (è il “respiro che sta dietro la natura”, nel passo sopra
citato). Il mondo non è niente, non è vero essere. Solo per intervento attivo
del vero irraggiungibile dio – come nel caso della grazia cristiana – l’uomo può
lasciare il cosmo straniero del dolore e dell’inganno per raggiungere il vero
essere, da cui proviene. Walter, gnostico e nichilista, dispera di poter
raggiungere la trascendenza eterna ma non può smettere di desiderarla e di
perseguirla contraddittoriamente con riti di possesso che rafforzano il suo io
anziché farlo recedere. Lo stesso libertinismo di Walter, la sua empietà di
figlio che lascia seppellire la madre a spese del comune perché con i propri
soldi vuole fare regali a Marcello, sembrano seguire l’invito alla sfrenatezza e
all’empietà di certe dottrine gnostiche secondo le quali nella prigione orrida
di questo falso mondo naturale nessuna azione può corrompere la scintilla
oltremondana annidata nell’uomo. Dal Contagio:
> tutto è lecito perché ci si sente creditori di un’ingiustizia infinita, perché
> il detentore della legge è lontano e merita di essere ingannato, perché in
> questo labirinto siamo talmente peccatori che non ci rimane che peccare di più
>
>
>
> Questo era, è, il mio amore: rancore e inimicizia verso la natura,
> l’innaturale e quasi il mostruoso assunto come segno d’elezione e di
> privilegio
Non fosse che Siti, da moderno, non spera più nell’intervento della divinità.
Aspira a vuoto perché vede nella religione il consolatorio e mistificatorio
“altro mondo”. È questo nichilismo, perdita irrevocabile della trascendenza e
desiderio negato, la ragione della scissione e dell’angoscia in tutti gli
scritti di Siti. Ed è vivendo il nichilismo anzitutto in sé che Siti racconta
l’Occidente della beatitudine artificiale e del possesso, la distruzione del
mondo da parte del capitalismo mediatico iperreale, la rovina morale e
sentimentale di una società che crede la salvezza (l’essere eterno) preclusa.
“Benvenuta devastazione”. Mauro finisce in prigione, Walter perde l’amato,
Marcello continua la sua vita di stratagemmi e umiliazioni.
> A contare sul serio non sono l’incendio o la rissa, ma quel che tutti noi
> stiamo diventando. Non le esercitazioni paramilitari, ma il vuoto nell’anima
>
>
>
> Ho creduto che il possesso fosse la sola misura dell’amore e che dunque, se il
> possesso era garantito, l’amore diventasse un otpional. Se l’amore è
> possedere, tutto diventa comprabile. Il capitale si afferma come unico
> vincitore, non ha più niente che gli si opponga – trasformare l’amore in
> ossessione è stato il suo colpo di genio strategico, per ricondurre anche i
> sentimenti all’economia. Ormai davvero, nelle nostre strutture profonde e non
> per modo di dire, conta solo il denaro
Il finale della storia è di sconfitta, ma il dramma resta satiresco: il libro si
chiude con un nuovo coro comico, con altri destini di sottoproletari italiani e
stranieri. Il rumeno Anghel simpatizza per Alleanza nazionale, il bidello
Sandrino millanta passate gesta sessuali con una nota pornostar; Marcello
incontra per caso il vicino violento che l’aveva minacciato, si spaventa ma
Obelix è cambiato, si è innamorato (“qua me so’ realizzato ner mondo dello
spettacolo, devo recita’ la parte di un incubo”). Il tragico si depotenzia per
commistione di elementi quotidiani, il contagio non riguarda solo le classi
sociali: è anche indistinzione dei generi, indistinzione tra realtà e finzione,
pendant letterario dell’iperrealtà mediatica. Il contagio è ontologico, un mondo
vero non esiste più.
Bisogna dire la verità
Nel 1999, nello scritto “Il romanzo come autobiografia di fatti non accaduti”,
Siti ha dichiarato che la tradizione del romanzo realista moderno, iniziata con
Defoe e Richardson, è stata molto importante per la sua formazione di scrittore.
Il tipo di realismo perseguito da tale tradizione è stato chiamato “realismo
formale” a partire da uno studio di Ian Watt, Le origini del romanzo borghese
(1957). Watt notò che nell’epoca in cui la borghesia, assumendo il potere,
creava il soggetto giuridico e l’homo oeconomicus, nell’epoca in cui la
metafisica spostava il centro sull’ego cogito e il sapere abbandonava l’Essere
per indagare sperimentalmente il mondo del divenire, emerse una forma letteraria
che abbandonava le regole del dramma classico, intese alla rappresentazione
dell’Uomo, e creava una tecnica finalizzata a catturare il nuovo “mondo reale”.
Il Medioevo, per cui a contare era la Verità eterna dietro il corso mutevole del
mondo, aveva prodotto storie di magie, cavalieri erranti e viaggi oltremondani
senza troppo curarsi dell’effettiva esperienza; con la modernità invece la
verità diventò corrispondenza della lingua agli stati del mondo che essa
descrive.
> Con la modernità irruppe nella letteratura “il mondo”: gli oggetti e i
> mestieri quotidiani, gli interni spesso anonimi, gli antagonismi di classe, le
> determinazioni socioeconomiche. Il romanzo narrava la vita di persone comuni,
> senza privilegi di denaro o di classe.
A questo fine era necessaria una lingua che a differenza di quella tragica non
si curava del decoro stilistico: chi raccontava mirava anzitutto alle cose, come
se il lettore fosse un giurato cui il testimone doveva esporre tutto e con
chiarezza, riferendo per questo anche quegli aspetti che la tradizione classica
considerava inaccettabili perché agli occhi di ogni classicismo la curiosità
verso il quotidiano ci impedisce di accedere al vero essere delle cose. Con la
modernità irruppe nella letteratura “il mondo”: gli oggetti e i mestieri
quotidiani, gli interni spesso anonimi, gli antagonismi di classe, le
determinazioni socioeconomiche. Il romanzo narrava la vita di persone comuni,
senza privilegi di denaro o di classe, in un racconto che le inseriva nel
movimento storico del loro tempo e otteneva un superiore effetto di realtà
grazie alla scelta dei nomi, alle descrizioni dettagliate, alla specificazione
dei diversi momenti della giornata. I protagonisti erano mossi da desideri nuovi
e già diffusi nella nascente civiltà capitalista: fare strada grazie alla
propria intraprendenza, diventare possidenti, ascendere socialmente, sposare il
ricco datore di lavoro.
Se però il soggetto giuridico era garantito dalla giurisprudenza, se l’io penso
era garantito dalla metafisica, nel corso dei secoli l’“io narrante” della
letteratura si trovò sempre di nuovo nella necessità di dare da sé al pubblico
la garanzia della veridicità delle storie raccontate. Cosa che comportava a sua
volta una garanzia della propria effettiva esistenza mondana: per produrre un
resoconto autentico il testimone doveva essere vero in senso moderno, doveva
esistere nel mondo dell’esperienza. Il nome della persona narrante doveva essere
comune, ordinario, l’autore doveva spiegare in quali circostanze e da chi aveva
sentito il racconto. Di secolo in secolo, per dare autenticità alla voce
narrante, vennero ideati stratagemmi che innovavano la tecnica letteraria ma
diventavano a loro volta stereotipici, perdevano efficacia e dovevano essere
innovati.
A Defoe bastò scrivere una premessa in cui sosteneva di avere pubblicato i
racconti autentici di Robinson Crusoe e Moll Flanders (“il più grande bugiardo
di tutti i tempi”, lo definì un critico per questo escamotage narrativo che oggi
sembra un’ingenuità); il narratore di Papà Goriot dichiarerà “all ist true”,
Proust suggerirà, en passant e tra le righe, che l’io narrante della Récherche
si chiama proprio Marcel. È come se il movimento storico del romanzo moderno, al
pari del movimento del sapere e dell’economia, andasse sempre più verso l’io:
verso l’autofiction. Quando il romanzo autobiografico diventò “un genere”
pubblicato in versione standard dall’editoria, emerse in Francia una nuova
garanzia di autenticità (Fils di Doubrovsky, Lejeune, il dibattito teorico,
ecc.) che presto venne adottata in tutto l’Occidente.
> La critica ha individuato da tempo le caratteristiche della scrittura di Sti
> intese a dare densità di persona all’io narrante e ai protagonisti:
> frammentazione narrativa, tempo psicologico anziché cronologico, accumulo di
> scene, discorso diretto nei suoi diversi registri e dialetti, flashback e
> anticipazioni.
Siti ha adottato in parte le convenzioni letterarie messe in luce dal dibattito
di critici e narratologi, i “meccanismi dell’autobiografia […], i suoi trucchi
anche formali (l’esitazione a fare i nomi, il modificarsi della scrittura a
causa di eventi che sopravvengono…)”‒ così in “Il romanzo come autobiografia di
fatti non accaduti” ‒, in parte il repertorio della neoavanguardia italiana di
cui fu da giovane uno specialista. La critica ha individuato da tempo le
caratteristiche della sua scrittura, intese a dare densità di persona all’io
narrante e ai protagonisti mostrando l’apertura del loro “essere-gettati”
nell’esistenza e nella storia: frammentazione narrativa, tempo psicologico
anziché cronologico, accumulo di scene, discorso diretto nei suoi diversi
registri e dialetti, flashback e anticipazioni. I finali sono ambivalenti o
privi di vero scioglimento, gli stati psichici sono nevrotici, nei momenti di
solitudine la mente dell’io è attraversata da pensieri incongrui. A volte si
tratta di elementi che nei testi di Siti hanno assunto rilievo testuale
sistemico, altre volte di innovazioni sue: la parentesi che interrompe la
narrazione o la completa rapidamente con l’a parte di una reazione emotiva, la
singola battuta diretta usata descrittivamente come “battuta assoluta” per
caratterizzare un personaggio; lo scrivere male (in modo spesso esibito) perché
più importante del “fare letteratura” è essere sinceri e restare aderenti alla
realtà:
> un abbraccio, ma non per me. Non a me. Insomma non era me che abbracciava. La
> mia sintassi incespica, scusate.
>
>
>
> Questo non sarà un libro ben scritto […] sarà un diario banale, pane al pane e
> vino al vino.
Anche la neoavanguardia perseguì questi e altri effetti di realtà al fine di
rappresentare fedelmente nell’“opera aperta” i mutamenti sociali, esistenziali e
percettivi dell’Italia del dopoguerra e del boom economico (consumismo,
alienazione, fabbrica, mass media), spiegando che le eleganze “letterarie” della
lingua e la linearità della drammaturgia tradizionale non erano in grado di
rendere quel “mondo reale”, rapido, confuso, complesso: la tradizione era
oscurantista in senso sia estetico sia politico. Era la consapevole messa in
scena di un soggetto schizoide – quasi una profezia della società mediatica del
Ventunesimo secolo – e con piena ragione Sanguineti poté rispondere “bisogna
sapere bene come scrivere male” a chi criticava la lingua solo apparentemente
rozza dei suoi romanzi.
La neoavanguardia però si concentrò sugli aspetti tecnico-formali e rifiutò quel
tipo di verosimiglianza che attiva il meccanismo dell’identificazione:
bisognava, alla Brecht, accendere le luci in sala per impedire che gli
spettatori, immedesimandosi, dimenticassero il teatro e la letteratura come
macchine sociali rappresentanti. Sanguineti, Giuliani, Manganelli, Arbasino
evitarono sempre di coinvolgere chi legge in un mondo sentimentale di esperienza
e di sfide, di speranze e sconfitte. Siti invece ha aggiunto alle severe
strategie estetico-formali una voce sentimentale che si rivolge a chi legge in
toni spesso complici e sornioni (“che ve lo dico a fa’”) e che per rappresentare
veridicamente le sofferenze amorose non sdegna il ricorso al melodramma e allo
stereotipo:
> Quanto mi manca, quanto mi manca, quanto mi manca. […] Voi non potete
> immaginare, miei sconosciuti lettori, quanto mi manca – scusatemi, ma ora non
> riesco a dirvi nient’altro che questo.
Il suo capolavoro illusionistico però, preso e adattato dal dibattito francese,
è stato l’adozione della propria faccia come maschera. “Mi chiamo Walter Siti”
non è verità ultima ma menzogna perfetta: non è l’autore che sta dicendo tutta
la verità, è l’io narrante (congegno narrativo e creazione spirituale) che sta
dicendo una menzogna efficace. In essa la finzione ci persuade perché invade la
realtà, si amplia fino a diventare coestensiva e a coincidere con essa.
L’illusione è così forte da indurci a credere di sentire la voce di una persona
anagrafica che racconta di sé. Il panno è il quadro:
> Il mito che rivela la potenza dell’arte, per me, è quello della gara tra Zeusi
> e Parrasio, raccontata da Plinio: Zeusi si crede vincitore, perché gli uccelli
> sono scesi a beccare l’uva che lui ha dipinto, e invita ridendo Parrasio a
> sollevare il panno che ricopre il suo quadro, ma è costretto a confessarsi
> sconfitto, perché il panno era il quadro. («Il romanzo come autobiografia di
> fatti non accaduti», 1999)
In questo senso, al pari di Defoe, Siti è “the greatest liar”. Ma come le
innovazioni di Defoe e Richardson emersero nell’epoca in cui una nuova
metafisica si rivolgeva alle cose del mondo, nasceva la figura dell’imprenditore
e un nuovo pubblico piccolo-borghese leggeva trame amorose per soddisfare
vicariamente le proprie aspirazioni di ascesa sociale, così la potente tecnica
illusionistica dell’autofiction è emersa nell’epoca dell’iperrealtà mediatica e
della confusione ontologica tra il reale e la sua copia. Nel regime mediatico
come nella letteratura il meccanismo è lo stesso: costruita con immagini “vere”,
la menzogna è indimostrabile. Vero e falso hanno smesso di distinguersi, il
falso non esiste più.
> Come le innovazioni di Defoe e Richardson emersero nell’epoca in cui una nuova
> metafisica si rivolgeva alle cose del mondo, così la potente tecnica
> illusionistica dell’autofiction è emersa nell’epoca dell’iperrealtà mediatica
> e della confusione ontologica tra il reale e la sua copia.
Per questo motivo, e con grande lucidità, a partire da un certo momento Siti ha
espresso remore e incertezze rispetto all’effettiva valenza politica della sua
autofiction e dei suoi stratagemmi dell’immedesimazione. Nello scritto del 1999
cercò di vedere in quella tecnica narrativa un intervento demistificatorio sul
reale, nello spirito della neoavanguardia:
> Anche nei miei romanzi è impossibile, come nella ‘estetica del flusso’
> dell’infotainment, distinguere tra realtà e fiction. Insomma, sono coinvolti
> nell’errore ma per costringere l’attenzione a fissarsi sull’origine
> dell’errore: che tipo di conoscenza è la nostra quando annulliamo la
> distinzione tra vero e finto?
Presto però riconobbe la capziosità di questa ricostruzione (“ci tenevo ancora a
fare bella figura e non ero disposto ad ammettere che il mio autobiografismo
fosse indifeso e letterale, ci costruivo sopra un po’ troppe teorie”) e in più
occasioni si è domandato se l’autofiction non potrebbe essere il versante
letterario dell’iperrealtà digitale (“Non sto facendo esattamente quello che
rimpovero ai media di fare?”). Al pari di Robinson Crusoe e Moll Flanders, al
pari dei protagonisti di un reality show, Walter e Marcello sono rappresentati
in modo da confondere “le differenze tra realtà e sogno più insidiosamente di
ogni precedente finzione” (Watt). L’insidia adombrata da Watt è che la
letteratura possa paradossalmente perdere la propria capacità di dire cose
importanti e vere sul mondo perché una distinzione tra il vero e il falso non
c’è più: il mondo intero diventa narrazione mediatica (reality show), la
letteratura diventa tutta vera.
È quanto succede nel finale del Contagio quando apprendiamo che Marcello è morto
di infarto durante una partita di calcio con gli amici, poi invece il narratore
ci rivela che in realtà non è morto: restiamo incerti su entrambe le versioni e
alla fine non ci importa nemmeno più sapere se Marcello è morto oppure no, alla
fine è uguale. Il romanzo ha suscitato in noi una partecipazione emotiva a bassa
tensione, diffusa come quella suscitata dal Grande fratello. Siti è l’Occidente
anche in questo senso: il vero mondo diventa immagine, l’immagine diventa vera,
la distinzione qualificante viene meno. Il reale coincide con la
rappresentazione iperreale, il mondo e la stessa politica assumono la
consistenza dei fantasmi mediatici.
Voodoo e ritiro delle truppe d’occupazione
Danilo è un antiquario di antica nobiltà modenese. Ha avuto una madre
possessiva, manipolatrice, castrante; un padre debole la cui morte prematura lo
ha lasciato indifferente: “scompare come una guaina che si secca e cade,
esaurito il proprio compito, senza lasciare rimpianti né rancori” (“senza
rancore”, aveva detto al padre morto l’io narrante di Troppi paradisi). Da
giovane Danilo ha provato a fare lo scrittore, ma non era bravo; ha studiato
storia dell’arte, ha fatto qualche viaggio, ha imparato le lingue e per
sottrarsi a sua madre che ancora oggi lo domina è andato via da Modena e ha
aperto (con i soldi di lei) una galleria a Roma. Danilo Pulvirenti in Autopsia
dell’ossessione (2010) non è “come tutti”, né vuole esserlo; non manca mai di
segnare le distanze sociali e culturali. Soffre di un’ulcera psicosomatica, ha
difficoltà di relazione e la parola amore lo mette a disagio perché non sa bene
cosa significhi. Anche lui è l’Occidente, può solo comprare. È il consapevole
sacerdote di un culto che adora e degrada i Corpi Divini torturando costosi e
consenzienti prostituti in un ricorrente bisogno di crudeltà (“umiliare Dio nei
suoi messaggeri”).
> Anche il Danilo di Autopsia dell’ossessione è l’Occidente, può solo comprare.
> È il consapevole sacerdote di un culto che adora e degrada i Corpi Divini
> torturando costosi e consenzienti prostituti in un ricorrente bisogno di
> crudeltà.
Lo eccitano il sangue che scorre, i glutei arrossati dalle percosse; per lui,
come in certi riti estatici, “il martirio è la soglia di interferenza tra
aldiquà e aldilà”. Nel privato è arrogante e altezzoso, compiaciuto del proprio
privilegio (è un “diritto di proprietà” quello che esercita sui corpi
torturati); nella vita pubblica è democratico, illuminista, vota per il PD
perché “il laicismo radicale è il presupposto minimo di una corretta
amministrazione, o economia”. Danilo è un uomo scisso: la ragione è a Est, dalle
parti del socialismo, il piacere è tutto a Ovest. Dalla parte del possesso. È
“un uomo né… né…”. Da un lato è “sempre più convinto che esista un’ultrarealtà
dove regnano l’esattezza e l’armonia” e persegue l’Assoluto in “una ricerca
privata e fuori dal tempo”, dall’altro ama la gerarchia sociale e il possesso.
Sempre e comunque, il suo orizzonte resta la madre: Danilo è per lei, si vede
come lo vede lei, è figlio eternamente perché castrato. La rabbia, i dispetti,
il sottrarsi, lo stesso disprezzo verso Candida sono la peripezia di un amore
che non riesce a lasciare la presa.
Di nuovo, come in Troppi paradisi, appare a metà libro l’Angelo incarnato,
body-builder sottoproletario che porta a Danilo – recalcitrante – non solo
l’amore tanto temuto e deriso, ma anche una possibilità di fuga dalla madre e
dal proprio ambiente di intellettuali cinici e benestanti, delusi e annoiati:
> Angelo è la testimonianza vivente che l’opera di castrazione è fallita, o che
> almeno non è riuscita fino in fondo
>
>
>
> Il trofeo Vigor, la crema Ursus, le sostanze proibite da iniettare in vena; in
> queste lande sarà il mio pellegrinaggio – la pergamena difesa dal drago, il
> guizzo nel pneuma oltremondano non si rivelano che all’insegna vergognosa
> della sottocultura
Danilo cerca di sfuggire tramite Angelo al sé-Occidente: menziona di sfuggita la
rinuncia al possesso, sogna che il loro sia “un vincolo travestito da scambio
mercenario”, il tentativo “di afferrare ciò che per eccellenza è inafferrabile”.
Ma non ci riesce, non sa rinunciare al possesso schiavizzante per fare spazio
all’altro in un confronto tra uomini liberi. I suoi pochi soldi se ne vanno per
Angelo, il patrimonio in dissesto e la galleria in perdita non lo inducono a
moderare le spese. Si limita a chiedere soldi alla madre, che glieli nega.
Vertigine del possesso, droga, Occidente capitalista, la storia di Danilo ripete
apparentemente i precedenti romanzi ma c’è una svolta importante. Incapace di
amare senza possesso, Danilo perde Angelo e decide che “l’incarnazione è
scaduta”, che “senza metafisica l’ossessione diventa stupido collezionismo”; è
invece il suo Rivale, dietro il quale vediamo sporgersi Walter/Siti, ad amare e
conquistare un Angelo ormai solo umano per volgersi con lui all’amore coniugale
(“sulla terra non c’è che la terra. In cielo, una porta misteriosa si chiude”).
Fine della metafisica dei Corpi Celesti. Chiosa a proposito di Danilo e Angelo
una delle ventiquattro “preposizioni” anonime che intervallano la narrazione:
> L’ossessione vive all’ombra dei vincitori: un cedimento originario l’ha
> causata e perciò l’ossessionante perfetto è quello incapace anche solo di
> concepire un rapporto tra uomini liberi. Per l’ossessionato la bellezza è
> questione di possesso e non di relazione. È il sogno di sovranità dello
> schiavo: il suo movimento segue la via più facile, domina per dimenticare
> d’esser dominato. Chi non vi si uniforma non capirà fino a che punto sia
> ossessivo il modello economico del consumo
Walter/Siti ha capito che avere “potere di acquisto” significa essere liberi di
fare ciò che incatena. Nella sua ossessione, per decenni, ogni nuovo atto di
possesso e consumo garantiva il suo stato di schiavo. La presa di coscienza
dell’affinità tra il figlio castrato e il suddito del capitale mediatico,
entrambi ossessionati da un possesso che è riproduzione della propria
schiavizzazione originaria, si accompagna alla tematizzazione esplicita del
conflitto con la madre possessiva e castrante, in precedenza soltanto accennato.
“Non ce l’ha fatta a castrarmi”, aveva detto fuggevolmente Walter in Troppi
paradisi, ma abbiamo visto che la guarigione era vera solo a metà; nel Contagio
la madre veniva sepolta a spese del comune perché i soldi di Walter se ne
andavano in regali a Marcello. In Autopsia invece l’evento della liberazione
viene inscenato senza simboli: è un matricidio.
> Walter/Siti ha capito che avere “potere di acquisto” significa essere liberi
> di fare ciò che incatena. Nella sua ossessione, per decenni, ogni nuovo atto
> di possesso e consumo garantiva il suo stato di schiavo.
Dopo avere cercato di ingannarla e derubarla, Danilo – unico erede del
patrimonio – soffoca con un cuscino Candida resa demente dall’Alzheimer. Certo,
il matricidio è liberazione di ripiego, provvisoria: se fosse davvero
emancipato, Danilo percepirebbe sua madre come un’anziana innocua signora e non
avrebbe bisogno di ucciderla (la vecchia regola “hop, cambiare il gioco”
stavolta non soccorre il protagonista): ma a partire da Autopsia dell’ossessione
l’opera di Siti conoscerà alcuni cambiamenti essenziali. Per il momento una
faticosa, forzosa liberazione dalla madre si accompagna al superamento della
metafisica dell’“altro mondo” e al tema della rinuncia al sé per amare l’altro;
il nesso tra castrazione e possesso, che accomuna il figlio libertino e il
suddito edonista del capitalismo, emerge come sogno di sovranità dello schiavo.
Quanto invece all’operazione terapeutica, in Autopsia Walter/Siti si è sdoppiato
come con la creazione di una bambola voodoo. È al tempo stesso il possessore
pagante e il rivale squattrinato ma capace di amare. L’Occidente del possesso
viene trasferito in Danilo e perde, il Rivale e picaresco piccolo-borghese vince
perché ama senza voler possedere. Il Rivale è la prima occorrenza – ancora in
sordina – di quanto diventerà nel secondo Siti un tratto essenziale: l’umiliarsi
per evitare l’ipertrofia dell’ego, il mettersi in margine alla scena. È come se
in Autopsia Siti stesse facendo le prove generali di un possibile sviluppo della
personalità del suo protagonista. Sono prove ancora insoddisfacenti, tanto che
il capitolo del lieto fine coniugale si chiama “Uscita troppo facile”. Come in
Scuola di nudo, come in Troppi paradisi, il tentato lieto fine avrà bisogno di
correzione.
La difficile uscita dall’ossessione e dall’operazione letteraria (fine del
possesso e della sottomissione alla madre, fine dell’autofiction, ritiro dell’io
narrante da quella realtà che aveva invaso) verranno completate solo in Exit
strategy (2014), il diario in cui gli eventi pubblici – la grottesca caduta di
Berlusconi e del suo governo nell’autunno del 2011, la fine dell’epoca del
Denaro-Sogno e del voyeurismo collettivo – si rispecchiano in quelli privati e
Walter/Siti, al termine della propria ricerca libertina, è “definitivamente
invecchiato; arricchito ma anche stremato da esperienze fatte in altri libri”.
In Exit strategy è agli occhi dello stesso Walter che il culturista un tempo
divino appare come “incarnazione sempre più irrancidita”, “non più all’altezza
del proprio mandato metafisico”. Gli incontri sessuali con i body-builder
diventano “esercizi”, stanchi “turni di paradiso”. Se Autopsia è l’annuncio,
Exit strategy è la messa in scena della fine della metafisica. Walter riconosce
da un lato di avere tentato per venti anni una “fuga nell’insussistente”,
dall’altro di non avere più nemmeno le risorse spirituali per tale fuga (“la mia
capacità di trasfigurazione è andata in tilt”). Ma a perfezionarsi è anche la
fine della detestata madre castratrice. Il tema del matricidio viene messo in
scena stavolta come tentazione non attuata ma vissuta in prima persona, non più
attraverso il congegno vodoo: Walter medita di uccidere con un’overdose di
sonniferi la madre demente, “immondo coleottero rosa”; rinuncia per timore
dell’autopsia e aspetta con impazienza che la malattia faccia il suo corso.
> La difficile uscita dall’ossessione e dall’operazione letteraria verranno
> completate solo in Exit strategy (2014), il diario in cui gli eventi pubblici
> si rispecchiano in quelli privati e Walter/Siti è giunto al termine della
> propria ricerca libertina.
La morte della madre è liberatoria per Walter in Exit strategy come lo era stata
per Danilo in Autopsia: stavolta però si accompagna a una vittoria. Rientrato a
Modena perché sua madre è in agonia, Walter conosce un disegnatore industriale,
un uomo strabico, intelligente, sincero, gerontofilo. Non promette estasi divine
ma è determinato, libero, affettuoso e – per la prima volta nella vita di Walter
– attratto dal suo corpo che è peraltro avviato al declino della vecchiaia.
Gerardo si presenta a Modena al funerale della madre, segue Walter quando da
Roma – per riuscire a separarsi da Marcello – si trasferisce a Milano; la loro
relazione matrimoniale, contrariamente a quanto era accaduto in Scuola di nudo e
Troppi paradisi, è autentica, la liberazione dall’ego è riuscita. Walter
riconosce che “il possesso è l’amore dei vili” e interrompe a
quattrocentonovantasei il conteggio in progress degli incontri sessuali con
Marcello.
Per la prima volta nella vita si fa possedere (da Gerardo) e sceglie un amore
terreno senza metafisica, non più fuga dal mondo ma permanenza (“Il Tempo che
taglia le ali di Eros non significa, come credevo, che il tempo uccide l’amore;
significa che quando non si può più volare bisogna amare diversamente”).
L’operazione terapeutica ha funzionato, quella letteraria potrà essere dismessa:
qui scrive “non voglio più parlare di me”, in Resistere non serve a niente
(2012) parlerà di “ritiro” delle truppe d’occupazione. Tanto che nel finale del
libro può apparire il solo ricordo bello della madre (“vai, che se gridano
coglione non dovrai essere tu a girarti”). Walter non è più l’Occidente
nichilista, si volge all’altro e scopre un nuovo tipo di svalutazione del sé:
non più la sprezzante riscossa dell’ego che si gloriava della propria deformità
ma il depotenziamento dell’ego stesso.
> faccio come quegli asini restii che capiscono solo il bastone
>
>
>
> Nel letto ci provo a spremere qualche singhiozzo […] ma mi escono solo sbuffi
> di tosse, striscie di bava
>
> Nato proletario e con un metabolismo geneticamente pigro, eredo-familiare di
> contadini obesi trangugiatori di patate e polenta; ossessionato dalla quantità
> più che dalla qualità in ogni settore dell’esperienza. Nessuna tradizione di
> sobrietà o di stile a cui fare riferimento, anzi l’atavica fame di
> carboidrati, zuccheri e approvazione; servo nel cuore (ma avendo perso dei
> servi ogni solidarietà collettivistica), grasso scudiero che mai ha trovato il
> proprio comandante – anche perché i comandanti sono sempre andato a pescarli
> tra i peggiori, così da poterli ben presto liquidare con disprezzo
Walter ha portato a termine il programma: “voglio inocularmi il presente, capire
in me la malattia del mondo”, aveva dichiarato all’inizio del suo percorso.
Capita la malattia occidentale, arrivato a scoprire l’arcano del regime
mediatico nichilista, non vuole più entrare in possesso di un essere separato e
lontano: il possesso è il surrogato vorace della trascendenza perduta. Walter
sembra qui intuire che l’essere capace di redimerci è – evangelicamente – già
qui, nel cosmo e non fuori. Non è necessario appropriarcene perché è sempre
presente, per ritrovarlo però è necessario depotenziare l’ego ed esplorare
quanto in Exit strategy chiama il “senso perturbante della carità”. Il lieto
fine è comunque negato, l’esito del percorso resta aperto: dal momento che
l’idea dei Nudi Divini è una “costruzione estetizzante e vigliacca per sfuggire
all’impegno di un infinito più prossimo”, Walter non può fare a meno di
domandarsi “dove trovarlo un infinito meno illusorio, un infinito umano?”. A
questo divino forse meno illusorio ma ancora sconosciuto è rivolto il finale del
libro, quando al Cimitero monumentale di Milano Walter si imbatte in una tomba
anonima, la numero quattrocentonovantasei.
> Cado in ginocchio e prego senza sapere Chi.
Leggi qui la Prima parte
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Il mio destino non era di contemplare
la perfezione ma di possederla carnalmente
Autopsia dell’ossessione (2014)
E rcole contro i samurai
Prima della sua discesa nella digitalizzazione nichilista del mondo, quando non
sapeva ancora di apprestarsi a tale discesa, Walter Siti percorse le strade
della metafisica e della mistica. Nel suo primo romanzo Scuola di nudo (1994) si
mise in scena come io narrante che cerca nel desiderio erotico l’accesso alla
trascendenza, e racconta la sacralità del nudo maschile con una lingua che
ricorda quella dei profeti: “Nel mondo tutto si ammala e muore ma io sono venuto
a testimoniarti che c’è un luogo in cui la materia genera ciò che la supera”. Il
protagonista Walter venera i nudi dei culturisti come incarnazioni dell’Essere
sottratto alla corruzione e alla morte, li ammira con un’attenzione rapita che è
una forma di preghiera. I rapporti geometrici tra le masse muscolari, i giochi
di luce e ombra, le curve sovrumane, l’equilibrio di energia e materia sono per
lui i messaggeri di una perfezione “irreale”, che “appartiene a un altro
ordine”. Il culturista è un angelo, la zona più profonda del desiderio aspira a
un’esperienza mistica di abolizione dell’io.
> Il desiderio nel suo livello più profondo ha sempre ha che fare con grandezze
> infinite; la struttura dell’essere si divide e si complica progressivamente,
> ma c’è una zona del nostro cervello che reagisce a questa complicazione
> immaginando un mondo dove non c’è né prima né poi, né tempo né spazio, né
> effetto né causa, né io né non-io.
>
>
>
> I nudi non bisognerebbe nemmeno sapere chi sono né dove abitano, solo così ci
> si avvicina al massimo dell’intimità. Solo ciò che è sconosciuto può diventare
> (per un istante) ciò che è noto da sempre. Impensabile è avere con loro “una
> storia”.
“Ciò che è noto da sempre”: il primo orizzonte di senso del romanzo, ciò che
spinge il protagonista alla ricerca e alla contemplazione – prima che al
godimento sessuale – degli anonimi “nudi”, è la dottrina platonica della
reminiscenza. Se non sapessimo già cosa siano il vero essere delle singole cose
e lo stesso Essere, se non li avessimo conosciuti puri e immortali e poi
dimenticati cadendo nel corpo, non saremmo in grado di conoscere gli enti del
mondo in quanto enti: essenti. Non li riconosceremmo né nomineremmo, non saremmo
l’animale parlante. In Scuola di nudo l’io narrante arriva alla parola, scrive
un romanzo, diventa poeta perché rintraccia l’eco dell’armonia divina nel nudo
di volta in volta ammirato. “Tra ventre e pettorali c’è una vaschetta dove le
antilopi vanno a bere. Il corpo, lucido sotto il getto dell’acqua, è
prevalentemente composto di masse sferiche tra cui sole e ombra passano come
nubi. Quando si gira, il tracciato dei glutei è astratto, assoluto, appena
impastato di armoniche lievi”.
> In Scuola di nudo l’io narrante arriva alla parola, scrive un romanzo, diventa
> poeta perché rintraccia l’eco dell’armonia divina nel nudo di volta in volta
> ammirato.
Il nesso ontologico tra bellezza mortale, bellezza divina ed Essere viene
illustrato da Platone nel Simposio. Ai suoi commensali Socrate dice che Amore –
demone incaricato di mediare tra il dio e il mortale – ci spinge a cercare
quella bellezza che è “una e la stessa” anche se nei corpi si manifesta
variabilmente; passando di corpo in corpo, di amato in amato, l’amante giunge a
capire che è la Bellezza ciò a cui mira. Al grado supremo dell’iniziazione
amorosa essa gli si rivelerà all’improvviso: “bellezza eterna, che non nasce e
non muore, non s’accresce né diminuisce, che non è bella per un verso e brutta
per l’altro, né ora sì e ora no”. Non è un caso – e ci torneremo più avanti –
che nell’esporre la religione del suo desiderio il protagonista si richiami allo
gnosticismo, alla discesa della luce nella materia e alla divinità che
introdusse nell’uomo una scintilla: “i nudi maschili sono simili a quella luce”;
ciò che Walter cerca nei culturisti è “questo squarcio, questo irrompere
improvviso di un’altra dimensione”. È la speranza dello squarcio, è il desiderio
di colmare la distanza a guidarlo nei luoghi dell’agonismo culturista, le gare
in cui bellezza e gloria entrano in risonanza con il divino.
Come scrisse Jean-Pierre Vernant nel suo Mito e pensiero presso i Greci (1965,
trad. it. 1978), “in quella forma di scenario rituale che è il concorso, il
trionfo dell’atleta […] evoca e prolunga l’exploit compiuto dagli eroi e dagli
dèi: eleva l’uomo al piano del divino. E le qualità fisiche – giovinezza, forza,
rapidità, destrezza, agilità, bellezza – di cui l’atleta fa prova nel corso
dell’agone, e che agli occhi del pubblico si incarnano nel suo corpo nudo, sono
valori eminentemente religiosi”. A patto, sembra dire Walter, di non confondere
modernamente la trascendenza greca ed ellenistica con l’aldilà cristiano. Come a
evitare che il suo esigente orizzonte metafisico possa essere frainteso quale
aprioristico, ipocrita e banalizzato amore parrocchiale, Walter elabora fantasie
sadiche e si abbandona a rabbiosi, bestemmianti turpiloqui contro la divinità
cristiana:
> Cani abbaiano sadici, pùm, vedergli schizzare il cervello e che stramazzano al
> suolo finalmente silenziosi […] potrei preparare delle polpette con dentro
> aghi ma agonizzando farebbero ancora più rumore; se li attirassi in macchina,
> ma sono troppi e poi i cani ritornano. Vedi Lassie. […] Guidando incazzato
> verso la stazione bercio a una bionda “schifosa puttana, non vedi che c’è
> verde, maledetta cretina ti vuoi muovere?” […] Dio maiale, Madonna buca
> inculata da Gesù Cristo in croce.»
>
>
>
> mentecatta cretina, che ti si schiantino le ovaie, crepassi te e la tua
> stupidità, porca maiala sudicia analfabeta miserabile
Walter è un asceta dalle tendenze misogine che nell’esaltazione del sesso trova
la via d’uscita dal mondo; se l’omosessualità è per lui garanzia di distacco (“I
nudi mi proteggono contro le donne, perché le donne ‘tirano dentro’”), le sue
ermetiche descrizioni di paesaggio – seconda guida verso la trascendenza –
cercano di tenere aperta la porta dicendo l’indicibile, stanando il vero Essere
dal suo nascondimento: “Fruscii latenti nella tensione intramolecolare alla
periferia dell’azzurro, un impercettibile scampanellìo sottopelle piove dal
profondo zenit, pecore siderali vaporizzate dal calore; ogni amore terrestre
risulta meschino al confronto e allora tanto vale accettare un’offerta che
deludente lo sia fin dal principio”. Mettendo la terra (nel caso appena citato
un corpo ordinario e non cultuale in un’ordinaria dark room) al confronto di
quanto terrestre e deludente non è, il linguaggio figurato diventa risorsa della
fuga, aria, sopravvivenza dalla volgarità di “due sceme” casualmente incontrate:
> Spalanco la finestra: i fulmini di calore oltre le colline sembrano le zampe
> staccate dal corpo di un ragno cosmico; nel buio rosso friabile le spighe
> tengono i chicchi come le madri portano al seno i figli per allattarli
Perché Walter non è soltanto il chierico della religione dei Nudi: è un uomo
frustrato e deluso, fuggiasco da un mondo che in pari misura teme e disprezza. È
stato lasciato nove mesi prima dall’amato Bruno Portinai, cui pensa tuttora con
pesante dispendio di psicologia amorosa; è un promettente ricercatore
dell’Università di Pisa ed è legato ai colleghi e al preside da un sentimento
ambiguo. Da un lato li ammira, hanno tutto ciò che a lui manca: sono maschi
eterosessuali privi di complessi, amati, intraprendenti, intelligenti e a
proprio agio nel mondo (“un maschio non chiede permesso”). Dall’altro li odia
sordamente perché – castrato dalla madre e incerto della propria virilità – non
è capace di scontro aperto.
> Passando di corpo in corpo, di amato in amato, l’amante giunge a capire che è
> la Bellezza ciò a cui mira. Al grado supremo dell’iniziazione amorosa essa gli
> si rivelerà all’improvviso.
Talentuoso figlio di contadini, Walter è afflitto da un paralizzante senso di
inferiorità in seno all’élite accademica; aspira come gli altri alla cattedra ma
mostra di disprezzarla, è amico della segretaria anziché degli altri
ricercatori, rivolge l’odio contro sé stesso e si infligge punizioni corporee.
Dei colleghi riporta la chiacchiera brillante e ipocrita, cinica e appagata; si
indigna alla bassezza dei loro intrighi e li presenta come animali: “le
scimmie”, “il Cane” (ma al tempo stesso “qualunque indipendenza lontano da loro
non è che esilio”). Lui è autentico, loro ipocriti, lui è generoso e poetico,
loro indifferenti e calcolatori:
> la loro digestione non è mai rovinata dalla frase di uno scrittore, solo
> semmai dall’accusa di non aver interpretato bene quella frase: se vuoi un
> argomento che non ti ferisca, diventane un esperto.
Walter però è troppo intelligente per inscenarsi come eroe senza macchia. Pagina
dopo pagina si racconta soprattutto come nevrotico, il nevrotico si confessa
mostro: in una progressione di autodenigrazioni grottesche e caricaturali
leggiamo che ruba in dipartimento, spia i colleghi nell’intimità, gioisce dei
loro lutti, uccide i gatti, cucina i topi, accosta il proprio sesso al viso dei
neonati e in passato ha indirettamente, malignamente ucciso una donna. Walter è
ignobile. Si paragona a un servo, a un insetto, a un maggiordomo, a un verme. Da
un lato piange la propria indegnità, dall’altro la rivendica perché in un mondo
a sua volta indegno essa diventa paradossale segno di elezione come quella di
Leopardi, interpretato da Walter quale controfigura della propria tormentosa
esistenza: infecondo perché castrato dalla madre ma orgoglioso della propria
impotenza, subalterno a un padre possidente ma spiritualmente superiore alla
meschinità dei padroni, alieno poetante che “si aggrappa alla propria
inferiorità come a un bene”. È la strategia di Walter: esibire la propria
inferiorità e su quella dichiararsi superiore. Da un lato si disprezza per
essere rimasto bambino in una società di adulti; dall’altro, arrivato al fondo
dell’autodisprezzo, può analizzare con lucidità (e come nessun altro in
dipartimento) la realtà politica del proprio tempo, il dominio globale
dell’Occidente capitalista:
> stabilire un potere così schiacciante che qualunque oppositore appaia uno
> squilibrato, poi travestire l’uso della forza da legittima difesa e
> giustificare l’escalation repressiva con le superiori esigenze della
> sicurezza. Le vittime diventano il vero pericolo per la pace […]. Chiunque
> voglia ridiscutere i postulati iniziali dimostra di essere insopportabilmente
> immaturo e nessun dialogo è possibile con lui fin che non ha imparato a
> comportarsi da adulto
A mettere in moto l’azione del romanzo, a promuovere in Walter la volontà di
riscatto è la caduta della patria metafisica dei Nudi: mutuando da Nietzsche la
prospettiva critica che riduce la metafisica platonica ad annuncio della
dottrina cristiana, Walter riconosce presto che la sua religione è strategia
consolatoria, dettata dalla propria rancorosa inferiorità nella lotta per il
potere: “Non posso più nascondermelo: i miei nudi, così monumentali e
indeformabili, sono composti interamente di odio e di paura. Io non desidero i
nudi maschili per ciò che sono in se stessi ma per ciò da cui mi distraggono
[…]. Il rischio mortale al quale mi sono sottratto è il grugno a grugno coi miei
nemici; non ho mai messo in discussione la loro palese superiorità”.
Interpretando ora la propria debolezza come sintomo di un ego fallito, incapace
di porsi quale soggetto modernamente sovrano (borghese) che a proprio vantaggio
mette a frutto il mondo in competizione con altri soggetti, Walter lancia ai
colleghi una sfida intesa come percorso al tempo stesso artistico e terapeutico:
“Sputtanarli. Voglio vederli annichiliti domandare pietà”, “e non è di
perversione che parlo […], ma proprio di opere e di gloria. Capacità di lasciare
dopo di sé una traccia che duri”. Alla luce di questa nuova consapevolezza, gli
stessi culturisti appaiono ora a Walter – appagato consumatore di riviste e film
pornografici – come fantasmi del capitalismo iperreale:
> Se l’oggetto stesso della mia devozione è il sottoprodotto di una catena
> controllata dai miei nemici, che senso ha combattere? In vista di quale
> premio? Come sileni all’incontrario i culturisti nei loro scomparti nascondono
> i miei peggiori sì. Che fare? Una freccia si pianta sibilando nel legno della
> diligenza, il girotondo degli indiani è interrotto dai tanks dell’esercito
> federale, si sgranano raffiche di mitra, cadono le bombe dai Mig 62, cavalieri
> medievali caricano armati di stocco i pigmei con la cerbottana appollaiati tra
> le sbarre fluorescenti dell’astronave aliena, un raggio laser colpisce i
> samurai…
È a quest’altezza, quando la trascendenza dischiusa dai Nudi viene percepita da
Walter non solo come consolatoria e strategica, ma addirittura come
tecnologicamente prodotta, che la merce capitalista in forma di immagine
comincia a frequentare le pagine del romanzo. In sordina, perché l’invasione
dell’iperrealtà mediatica – questione per Siti così essenziale che solo con essa
diventerà al tempo stesso adulto e scrittore – si farà sguardo esplicito e
mirato soltanto in seguito, a partire da La magnifica merce (2004) e Troppi
paradisi (2006). In Scuola di nudo essa si annuncia come propensione formale
alla frammentazione, elaborazione stilistica che eredita le tecniche delle
avanguardie novecentesche e le converte a finalità nuove. Contaminazione di
registri alti e bassi, invasione del parlato, accumulo incongruo di pezzi di
realtà che rifiutando la linearità narrativa (ingannevole e ideologica) ricrea
la densità di eventi e “l’apertura” dell’esistenza; flusso di coscienza, elenchi
di battute estratte a caso dai discorsi della giornata, mescolanza dei generi
(prosimetro, cronaca in presa diretta come “encefalogramma” dell’io narrante,
psicologia amorosa, detective story con appalti, tangenti e lettere misteriose).
> L’invasione dell’iperrealtà mediatica – questione per Siti così essenziale che
> solo con essa diventerà al tempo stesso adulto e scrittore – si farà sguardo
> esplicito e mirato a partire da La magnifica merce (2004) e Troppi paradisi
> (2006).
È vero, la storia continua a svolgersi in parte come una trama classica:
nonostante i propositi Walter non si ribella, ha troppa paura dello scontro
diretto; cerca allora di incastrare i colleghi per una vicenda di corruzione
amministrativa e comincia a fare indagini (innesto di una detective-story su un
tessuto narrativo ad essa estraneo), si lascia tentare dal sogno di una vita
normale e va a vivere in campagna con un contadino che lo ama. Ma nonostante
questa sua lotta ancora novecentesca e pasoliniana, da intellettuale eroico
nella propria diversità e nell’opposizione frontale al sistema corrotto, l’io
narrante sta già diventando quel Walter Siti “come tutti” che anni dopo si
presenterà ai lettori nell’incipit di Troppi paradisi: “la tivù è la mia sola
famiglia, i Jefferson, i Brady, Casa Keaton: i miei problemi sono i loro, le mie
tensioni si sciolgono in baruffe di protettiva comicità”. L’avvento sommesso
dell’iperrealtà mediatica comincia a sommuovere la scrittura, infiltra ex
abrupto la cronaca dell’atletica leggera come un corpo estraneo tra le battute
di un dialogo tra accademici, alterna il reale e la copia televisiva senza più
gerarchie né segnalazioni di eterogeneità. Accosta documentari scientifici e
descrizioni di paesaggio, pornografia e introspezione, guerra e mondiali di sci:
> Faccio un gioco: alterno le cassette Colt ai programmi normali azionando il
> telecomando ogni minuto o due… preferibili i documentari sulla natura, ma
> vanno bene anche i reportages dal Brasile, un film turco sulle carceri e le
> situation-comedies americane. Meglio di tutti il telegiornale: una piscina a
> Beirut o un corteo contro Mitterand – la base dove vengono costruiti i veicoli
> spaziali, in Florida, confina con una laguna del Wwf: lamantini, fenicotteri
> dal ciuffo, “ecco come un falco pescatore vedrebbe lo Shuttle in posizione di
> lancio”.
La stessa vicenda di corruzione amministrativa, la trama apparentemente portante
del racconto, si sgretola per infiltrazione di elementi estranei, l’incertezza
della sintassi rivela accessorio e dispensabile quanto sembrava essenziale:
> Ora il caso si è riaperto perché la società concessionaria che ha condotto in
> modo tanto dubbio la gara d’appalto (la finale del lungo è arrivata all’ultimo
> turno di salti: il culo di Larry Myricks) tanto dubbio la gara è una società
> del gruppo Iri-Italstat legata, pare, alla Benefir.
Non è un caso che le indagini sui colleghi corrotti si perdano per strada e non
portino a nulla, né che il romanzo finisca in modo apparentemente ambiguo (dopo
qualche teatrale baruffa con i suoi nemici Walter mostra di riconciliarsi e
torna alla doppiezza di sempre): la vera conclusione è altrove. È quando Walter,
a tre quarti del romanzo, lascia il contadino Ruggero e la terra, sceglie
l’illusione iperreale e “invidiato da tutti” va in vacanza con Steve, prostituto
e aspirante manager della propria immagine. Ruggero tenta il suicidio, poi si
ammala e muore; deposte le ambizioni da intellettuale ribelle, finalmente
sincero con se stesso, Walter può abbandonare le inconcludenti psicologie
amorose e le sfide al sistema, dimentica lo stesso Steve e si concede con il
frivolo Hochy una passeggera, banale e ingannevole felicità.
> Scuola di nudo è un viaggio iniziatico capovolto, paradossale: dalla sacralità
> dei nudi astrali alla blasfemia tecnologica che profana il mistero del mondo,
> dalla difficile libertà dell’eroe solitario al compromesso conformista, dallo
> scontro frontale con il sistema all’accettazione del denaro e dell’eros
> mercificato.
A vincere non è il mostro disadattato e implacabile, ma il piccolo-borghese che
sceglie di non cambiare, di accettarsi. In questo senso Scuola di nudo è un
viaggio iniziatico capovolto, paradossale: dalla sacralità dei nudi astrali alla
blasfemia tecnologica che profana il mistero del mondo, dalla difficile libertà
dell’eroe solitario al compromesso conformista, dallo scontro frontale con il
sistema all’accettazione del denaro e dell’eros mercificato come gratificazione
consumista e sostitutiva trascendenza profana ma anche potenziamento di uno
sguardo finalmente sincero perché insieme lucido e paziente, capace di
raccontare un viaggio in Guatemala in pagine che sono tra le più belle del
romanzo:
> Che cosa meglio del denaro può soddisfare il desiderio d’assoluto? […] Se il
> corpo muscoloso è merce, il denaro è ciò in cui tutte le merci si dissolvono
> […] il denaro è la forma universale in cui tutte le passioni possono essere
> scambiate […] È finita la stagione in cui mi vergognavo di guardare il denaro
> dritto negli occhi
Assoluto non è più l’Essere ma il denaro. L’incarnazione non sfugge al suo
destino di merce. Walter fa ammenda, il mostro si adatta. Ha vinto perdendo la
patria metafisica: è diventato un soggetto occidentale moderno, un homo
oeconomicus. Sceglie il consumismo e il possesso per farsene travolgere e
raccontarli da dentro. Ma ci vorrà ancora tempo, l’incubazione durerà dieci
anni. Il secondo romanzo di Siti, Un dolore normale (1999), si tiene ancora sul
sentiero che verrà abbandonato: tanta psicologia amorosa, rancorosa meschinità
del narratore, senso di inferiorità; un intreccio tradizionale ci rivela pagina
dopo pagina che l’io narrante autobiografico fa traffici di organi umani per
conto della camorra. “Ho cantato come la gallina che ha fatto l’uovo”, riconosce
nelle pagine iniziali lo stesso io narrante: produco romanzi in serie e ne sono
stupidamente contento.
Solo a partire da Troppi paradisi (2006), con un parziale anticipo nei racconti
della Magnifica merce (2004), Siti racconterà miratamente quanto in Scuola di
nudo, non più che presentito, dà al romanzo un carattere allucinatorio, come
vedere la realtà a un passo dal dissolversi. In un mondo senza internet e
smart-phone, di cui Walter racconta le beghe degli amministratori socialisti, le
morti da HIV, le tecniche di agricoltura nella campagna toscana e i compagni
d’infanzia diventati brigatisti, vediamo apparire fuggevolmente e
insistentemente, in modo vago ma già corrosivo, l’incipiente epoca
dell’iperrealtà digitale, la guerra permanente della democrazia totalitaria, il
regime postdemocratico delle registrazioni e del controllo.
> Immagini notturne dal Kuwait: un neon semiesaurito lampeggia sulla saracinesca
> di un negozio, un soldato offre una sigaretta a un civile e la brace brucia in
> diretta, un’auto che ha un faro spento solleva un pezzo di lamiera con la
> ruota anteriore sinistra. Là, adesso. La tecnologia mi consente di partecipare
> a qualcosa di emozionante mentre sta accadendo, meglio che un peep-show
> attenzione, vi avvertiamo che la presente comunicazione verrà registrata
> Ho paura che fra poco dovremo combattere per le libertà più elementari
Il paradiso e il suo doppio
Walter Siti è un grande scrittore dell’epoca dell’iperrealtà digitale
nichilista, della confusione tra la realtà e la copia, perché il suo tratto più
impressionante è l’ambiguità. È doppio in tutto: il suo protagonista scherza
volentieri con i colleghi e sordamente li odia, disprezza e degrada gli uomini
che cerca di amare (“puzzo di loffe sotto il lenzuolo, odor di carogna”); fugge
il mondo indegno, cerca il vero Essere e si lascia sedurre dal capitale
tecnologico. Dalla teologia dell’angelo incarnato scende sulle sue storie una
luce di redenzione, quasi la consapevolezza di un’originaria, reciproca inerenza
tra il divino e l’umano. Dal disprezzo degli uomini amati e dall’amore-odio
verso il capitalismo della guerra globale si leva un’aria di morte, una
disperazione che è però capace di pazienza perché si fa consolare dalle lusinghe
iperreali della pornografia, della pubblicità e delle sit-com. È questo senso di
schizofrenia consapevole a rendere i suoi libri al tempo stesso liberatori e
opprimenti. Se già nel 1994, a ridosso di Scuola di nudo, Siti parlò del proprio
lavoro come di un’ipotesi sperimentale – “confessione impudica e incontrollabile
(memorie di un malato di nervi)” –, l’esperimento fu anzitutto sentimentale:
l’esigenza di una personalità scissa e paradossale, la necessità di evadere da
sé per essere non un altro ma gli altri, la massa: “Mi chiamo Walter Siti, come
tutti. Campione di mediocrità. Le mie reazioni sono standard, la mia diversità è
di massa. Più intelligente della media ma di un’intelligenza che serve per
evadere” (Troppi paradisi).
> Walter Siti è un grande scrittore dell’epoca dell’iperrealtà digitale
> nichilista, della confusione tra la realtà e la copia, perché il suo tratto
> più impressionante è l’ambiguità. È doppio in tutto.
Il protagonista ci racconta ora la sua gioia davanti ai programmi televisivi che
lo intrattengono, consolano e rallegrano, la sua eccitazione davanti ai film
pornografici. È diventato titolare di una cattedra di letteratura all’università
dell’Aquila e ha una relazione di coppia con un giovane e ambizioso autore
televisivo della Rai che cerca di farsi strada; per i genitori poveri, che
vivono a Modena, prova solo compassione e disprezzo. La sua è una vita normale,
priva di sussulti; come se al sorgere dell’interesse esplicito per l’iperrealtà
mediatica, per il sogno della merce e del denaro, fosse venuta meno l’esigenza
di emulare l’eroismo mostruoso e ingombrante di Pasolini, apparso brevemente – e
menzionato con fastidio come “il Poeta” – fin da Scuola di nudo.
Veniamo ora a sapere che in passato Walter conobbe personalmente Pasolini in un
rapporto tanto umiliante da suscitare in lui complessi di inferiorità letteraria
e sessuale; che l’attrice Laura Betti, amica del Poeta e custode della sua
memoria, nominata nel romanzo come “la Catastrofe”, non perde occasione di
ribadire a Walter la sua inferiorità (“Tu lo odii, Pier Paolo, perché era un
frocio che ha goduto molto, e se permetti ha avuto un successo che durerà eterno
[…] da vero uomo, anzi da vero maschio…”). Verso questo Pasolini insieme amato e
detestato l’io narrante compie ora la stessa mossa attribuita al Poeta nel
racconto “Il colpo di pollice” (La magnifica merce): “S’era ricordato in tempo
di una vecchia regola: quando si rischia di perdere, hop, cambiare il gioco”.
> Ogni giorno sul filo della spada; donne in casa che lo trattavano come un
> principe. E io a servirlo per anni, donna anch’io, anzi invidioso maggiordomo.
> Se tesso l’elogio del tirare la carretta è per oppormi a lui. È lui il mio
> Antagonista: per una confusa intuizione che potrei essere migliore di lui, se
> riuscissi ad afferrare i connotati tutt’altro che ignobili della decadenza
> occidentale (forse anche italiana in particolare) raccontandola da dentro, da
> microbo tra i microbi (Troppi paradisi)
Basta con le lunghe e dolenti introspezioni amorose, con la confessione delle
proprie mostruose indegnità, con le indagini sugli accademici corrotti;
l’intreccio viene dichiarato “modesto” e presentato esplicitamente come
artificio narrativo, al modo di Brecht che lasciava accese le luci per evitare
che il pubblico, rapito dalla rappresentazione, dimenticasse il teatro come
macchina sociale rappresentante. Dalle trasmissioni televisive, dalle
conversazioni degli addetti Rai, dalla loro vicinanza vera o millantata alla
classe politica, dal responso del pubblico arruolato nelle trasmissioni sorge
l’ubiquo e bisbigliante noi della società di massa nell’epoca del capitalismo
mediatico globale, il brusìo dei microbi esposti alla radiazione dell’immagine
come merce sessualizzata e disponibile desiderio sostitutivo. Il capitalismo
come religione atea e promessa del paradiso in terra, la pulsione di morte
annidata sotto l’edonismo consumista occidentale, il totalitarismo della
democrazia globale vengono da un lato inscenati nel mondo delle produzioni
televisive, dall’altro teorizzati in digressioni saggistiche che riprendono le
tesi di Baudrillard sul nichilismo dell’iperrealtà mediatica:
> questa abnorme opera d’arte planetaria, mimetica come nessuna ha potuto essere
> prima, restituisce ai suoi consumatori il sapore di una realtà più vera del
> vero, da cui mani esperte hanno abolito le sorprese incoerenti, stonate. Così
> succede nei mondi romanzeschi. Solo che qui il demiurgo non è il singolo
> romanziere, ma è l’anonimo meccanismo produttivo
> un unico mondo, che non è più né questo né quell’altro. Quel che il consumismo
> sta ottenendo è una realtà sempre più finta e una finzione sempre più reale,
> in un trionfo del trompe-l’oeil; la nostra vita è una “mezza cosa” di cui non
> siamo più padroni, perché è comandata dai padroni dell’immagine. Ed è quello
> che in fondo vogliamo, perché inconsciamente ci è chiaro che questa nostra
> realtà (qui, nel castello assediato d’Occidente) è una disperata finzione
> niente è veramente reale perché niente è veramente fittizio
Walter non si ribella più, ha ucciso il padre Pasolini. La percezione della
macchina del dominio capitalista mondiale non esclude in lui il piacere di
vivere tra i dominatori, o quanto meno come loro domestico piccolo-borghese
(meglio maggiordomo loro che di Pasolini, sembra dire Walter): ha un discreto e
garantito stipendio, un piccolo riconoscimento sociale; segue appagato i
programmi televisivi e frequenta le feste degli addetti Rai come uno “spettatore
da casa” arrivato fortuitamente tra loro. Li descrive come persone narcisiste,
avide e ciniche, patologicamente scisse tra il sé e l’immagine mediatica del sé.
Gli autori dei programmi, intellettuali che vengono dall’università, si
disprezzano inconsciamente per ciò che fanno (“rassegnati a trasformare la
frustrazione in superiorità”): sono i creatori della reality-TV come menzogna
sistemica e impero mediatico del denaro, gli stipendiati del “paradiso
concentrazionario” come carezza edonista, afasia collettiva, propaganda politica
e pubblicitaria (“la pubblicità è una droga, non per metafora, e gli spacciatori
sono i media”, scriverà Siti anni dopo).
> Dalle trasmissioni televisive, dalle conversazioni degli addetti Rai, dalla
> loro vicinanza vera o millantata alla classe politica, dal responso del
> pubblico arruolato nelle trasmissioni sorge l’ubiquo e bisbigliante noi della
> società di massa nell’epoca del capitalismo mediatico globale.
Però la “disperata finzione” occidentale viene raccontata da Walter anche con
amore, perché ha smesso di disprezzare sé stesso e si è accettato come microbo
tra i microbi. Vede la menzogna, il nichilismo, lo sfacelo, ma “un polline di
felicità mi avvolge invece alla presenza ubiqua dei vip”. È questa pacificata
contemplazione della rovina, sempre oscillante tra la seduzione e l’orrore, a
rendere Troppi paradisi un romanzo straordinario. “Io sono l’Occidente”,
dichiara Walter: rallegrandosi delle serie televisive e del proprio potere
d’acquisto, del benessere e delle vacanze all’estero, non sa condannare i
responsabili della catastrofe alla quale assiste. Vuole bene al suo ambizioso
compagno e lo aiuta a fare carriera.
Presto però la felicità del microbo si rivela insufficiente: l’amore con Sergio
diventa banale e ipocrita vita di coppia, la frequentazione dei gretti e feroci
televisionari umiliante dovere sociale; i colleghi universitari sono
meschinamente chini su mansioni e lotte intestine da intellettuali stipendiati.
La redenzione, di nuovo, arriva dall’Angelo. Ora che la mediocrità è la sua
forza, ora che la critica alla metafisica come consolazione dei vinti non ha più
senso (Walter non ha più bisogno di consolazione), può tornare il messaggero
dell’Assoluto. Dalla normalità della coppia benestante e bene introdotta il
protagonista ritorna al desiderio socialmente proibito per i Corpi celesti e
mercenari dei culturisti; dall’ambiente accademico di cui è rispettato membro si
mescola al “sottoproletariato delle palestre”, alla plebe ipnotizzata dal sogno
televisivo, agli escort di lusso che creano e gestiscono la propria immagine
come una merce lucrativa, sperano di entrare nel mondo dello spettacolo e vivono
nel frattempo di imbrogli e piccoli furti. Walter paga le prestazioni, gode dei
corpi e cerca le anime; forzando i limiti del suo stipendio da universitario
vive capitalisticamente il denaro come emozione e vertigine:
> Un’anima ce l’hanno tutti, anche le persone più spregevoli, perfino Mario
> Lucchi o gli interni Rai; negli escort è più difficile snidarla, tanto sono
> abituati a separare gli orgasmi dai sentimenti. I più maturi e manageriali
> semplicemente l’hanno depositata altrove, non la vogliono mischiare col
> mestiere. Nei più infantili e nevrotici s’è rattrappita in fondo al guscio,
> bisogna estrarla con uno stecchino come si fa con le lumache. Il segno che ci
> sei riuscito è quando arrivano con un leggero anticipo e ti baciano sulla
> bocca
> Questi ragazzi sono alienati dal proprio corpo, che spesso vedono come un
> involucro estraneo (dicono “lui” quando ne parlano): esigente, che può
> mandarti in rovina se si ammala, o può portarti al successo se gira bene
> La sola vera emozione… no, sono ingiusto, le emozioni sono state due: la sua
> resa incondizionata (testimoniata dalla posa allo specchio) e la cifra assurda
> mentre la scrivevo sull’assegno
Gli amici di Walter sono imbarazzati, gli omosessuali dell’élite televisiva si
sentono socialmente offesi dalla sua perversa frequentazione dei culturisti a
noleggio. Restano tutti interdetti quando Walter si innamora di Marcello, un
tempo premiato body-builder ma ormai soltanto prostituto e cocainomane, vicino
ai quaranta, sull’orlo della dissociazione mentale. Lo descrive come un uomo
dolce e spaesato, amorevole e puro, ignaro di tutto; fermatosi – o regredito a
causa dell’abuso di droga – allo stadio emotivo e cognitivo di un dodicenne
(“una grazia, da qualunque parte provenga; qualcosa di raro e prezioso di cui
certo non è consapevole”).
Le borgate e il sesso a pagamento, il dialetto e l’ossessione fallica (“il
cazzo”): Walter torna sulle tracce di Pasolini, senza complessi di inferiorità
stavolta perché il suo sguardo si è liberato. Marcello è un angelo caduto;
esposto alla radiazione dell’iperreale, sogna anche lui provini e carriere
attoriali ma è incapace di farsi manager di sé stesso. Gli mancano
determinazione e cinismo. Perde tempo, è inguaribilmente passivo, cerca la
droga, ride per mascherare l’imbarazzo quando racconta le umiliazioni cui lo
sottopongono i clienti. Un masochismo prepotente e inconsapevole lo porta a dire
sempre di sì. “Da ogni rapporto, per quanto turpe e umiliante, cerca di trarre
solidarietà, amicizia, compassione (‘ognuno è fatto com’è fatto’)”. Marcello non
vuole, non progetta, non oppone resistenza; si abbandona alla corrente e alla
fortuna. Quasi non ha ego: è l’anti-Occidente angelico:
> ma davvero credete di essere meglio di lui, che campa dando via il culo e si
> fa pagare per questo? credete di essere meglio perché i vostri soldi derivano
> dai pensieri, e la sera andate a cena con Ezio Mauro? o perché siete di
> sinistra? lui ha una purezza che voi non potete neanche immaginare di
> immaginare…
Marcello è nella sua purezza ciò che Walter – nonostante la chiamata del divino,
nonostante le dichiarazioni di uguaglianza (“siamo uguali come due gocce
d’acqua”) – non sa essere fino in fondo: il suo ego occidentale, virale,
infestante e infantile come quello della massa (“Datemeli insieme, tutti
innamorati di me, e vi firmo qualunque massacro anche su milioni di inermi”) non
può smettere di volere e progettare, comprare e godere. Sacrificando a Marcello
il proprio denaro come a una divinità – inizialmente per le prestazioni
sessuali, poi per soddisfarne i bisogni da escort di lusso e cocainomane –
Walter cerca di redimersi dalla colpa di essere l’Occidente, ma la redenzione è
ambigua: il rito ribadisce la colpa, è possesso di un corpo mercificato in
oggetto di lusso, plasmato e tecnologizzato dagli anabolizzanti industriali. La
religione capitalista, scrisse Benjamin, è la prima religione della storia che
anziché redimere colpevolizza: i debiti che essa chiede ai suoi adepti di
contrarre e rinnovare senza posa nel ciclo del consumo creano una condizione di
costante manchevolezza, l’essere-in-debito con un Ente imperscrutabile,
onnipotente ed esigente quanto il Dio cristiano.
> Sacrificando a Marcello il proprio denaro come a una divinità, Walter cerca di
> redimersi dalla colpa di essere l’Occidente, ma la redenzione è ambigua: il
> rito ribadisce la colpa, è possesso di un corpo mercificato in oggetto di
> lusso, plasmato e tecnologizzato dagli anabolizzanti industriali.
È vero, per la prima volta Walter si è innamorato di un culturista rinunciando
all’anonimità così importante in Scuola di nudo, quando preferiva ignorare nome
e indirizzo dei Corpi celesti: “ho ricucito due lembi lontani, due modalità che
un tempo mi parevano avversarie: eros e agape, compassione ed estasi”. Il
neoplatonismo stilnovista che Scuola di nudo aveva tematizzato clandestinamente
e di sfuggita – la persona amata come epifania e guida, Bruno Portinai (B. P.)
di Firenze – diventa ora esplicito: “la mia è una forma distorta di amor cortese
[…] è vero che l’aria trema intorno a lui”. Amore ed epifania sono però
profanati in partenza dal desiderio di emulazione e ascesa sociale del
piccolo-borghese Walter che decide di dissipare in prostituti di lusso il
proprio stipendio da accademico per “provare come vive un ricco”, sentirsi
“proprio un padrone”. L’antico complesso di inferiorità non è davvero scomparso,
ha solo cambiato direzione. Walter è diventato homo felicemente oeconomicus per
scoprire che soltanto nella subalternità ai veri dominatori è consentito
esserlo: tanto che l’amore per Marcello diventa competizione di potenza sessuale
con un milionario chiamato “il Principe” (“donne in casa che lo trattavano come
un principe”, aveva già detto nella sfida artistico-sessuale lanciata al Poeta e
Antagonista).
La punizione di Walter per avere profanato il divino è infatti l’impotenza. A
differenza del Principe non riesce a penetrare Marcello che invece lo
desidererebbe: “sono colui che non riesce a possedere ciò che ama”. Se Walter
non fosse l’Occidente potrebbe mirare alla causa anziché al sintomo, all’essere
anziché alla tecnica; sceglie invece la soluzione oggettiva, tecnologica,
invasiva. Emulando esplicitamente Silvio Berlusconi (archetipo della menzogna
mediatica e del potere d’acquisto), si sottopone a un intervento chirurgico che
gli impianta un sistema idraulico nei corpi cavernosi del pene. Ora può avere
erezioni a comando: la prestazione è ristabilita senza intervento in profondità,
il corpo-protesi recupera l’efficienza operativa senza che l’anima – come faceva
al tempo di Scuola di nudo – debba affrontare i propri grumi. Walter è troppo
lucido per ignorare i fantasmi: li lascia però volentieri nelle retrovie.
> In contraddizione con tutto quello che ho detto prima, sulla criminalità del
> possesso eccetera: ma che pretendete da me, al tempo delle idee e dei
> sentimenti dimezzati?
> Lo so, il vero happy end non sarebbe il possesso ma la liberazione
Esattamente come accade con lo statuto ontologico delle immagini mediatiche
iperreali, che non sono vere senza per questo essere false, quello di Troppi
paradisi è un lieto fine ambiguo e indecidibile. Grazie alla scorciatoia
tecnologica Walter si riscatta (“sono nato”), è diventato adulto, possiede tra i
possidenti in senso sia economico che sessuale. Di nuovo, come nel finale di
Scuola di nudo, è stato iniziato con successo al capitalismo. Può dire della
vecchia madre “non ce l’ha fatta a castrarmi”, al padre morto “non sono meno
maschio di te” (ma sappiamo che sta parlando anche a Pasolini, “vero maschio” a
detta della Catastrofe). Di nuovo, come in Scuola di nudo, il complesso di
inferiorità è finito, anche rispetto a Pasolini stavolta; con una nuova
“operazione” insieme letteraria e chirurgica (l’autofiction del microbo tra i
microbi e l’erezione a comando che gli permette di godere quanto – a detta di
Laura Betti – godette Pasolini) l’io narrante ha messo fine alla subalternità e
progetta di dismettere l’omonimia tra autore e protagonista: “se avrò qualcosa
da raccontare, non sarà su di me”.
> Esattamente come accade con lo statuto ontologico delle immagini mediatiche
> iperreali, che non sono vere senza per questo essere false, quello di Troppi
> paradisi è un lieto fine ambiguo e indecidibile.
Il lieto fine però non è autentico: Walter vuole possedere, non ha ottenuto
quella liberazione dall’ego che ogni metafisica d’Occidente e d’Oriente ha
indicato quale la strada verso la trascendenza, verso l’Angelo. Sottoposto al
trattamento dell’autofiction, l’amore di Walter per Marcello diventa iperreale:
non è falso e non è vero. È una vera finzione. Walter spia il suo amato, annota
le sue battute, descrive la sua devastazione mentale; rende pubbliche le
umiliazioni sessuali dell’Angelo caduto. Lo compra e lo ama per sé ma anche per
il pubblico, lo ostenta per suscitare invidia, approfondisce in Marcello la
perdita dell’intimità anziché medicarla. La vittoria è così ambigua che nei
romanzi successivi, nonostante la dichiarazione di intenti, Walter/Siti non
riuscirà a dismettere l’autofiction e dovrà tentare di nuovo la strada
dell’“operazione”.
La seconda parte sarà pubblicata martedì 23 dicembre 2025
L'articolo Da Platone al Vangelo proviene da Il Tascabile.
A trocemente comico e felicemente tragico: sembra muoversi all’interno di questi
confini l’ultimo romanzo di Michele Mari, I convitati di pietra (2025). Il
racconto di un patto e di un gruppo di compagni di liceo. Un accordo feroce che
gioca sul futuro e sulla morte di ognuno di loro, una vittoria destinata solo
agli ultimi che resteranno in vita, dei sopravvissuti. Sotto la tessitura di una
scrittura a tratti volutamente piana e potentemente perfida, Michele Mari offre
ai suoi lettori una densissima stratificazione di elementi che in questo breve
romanzo vanno anche oltre l’ambito del letterario offrendo un disegno e un’idea
del mondo per come è, e per come sarà, tanto efficace quanto inquietante.
I convitati di pietra sembra dialogare direttamente con quello che è l’esordio
di Mari nel 1989, Di bestia in bestia, ma in una forma ancora (se possibile) più
estrema e formalmente rarefatta. Il mistero orrorifico non si dichiara mai se
non nella forma iniziale di uno scherzo, di un gioco che solo successivamente,
pagina dopo pagina, rivela pienamente la propria forza mefistofelica. Il gioco
infatti contiene sempre un inganno, una perforazione tragica che da banale
dubbio/prurito si trasforma in un dolore assurdo e innominabile. Quello che
nasce come un accordo fra vecchi compagni di classe, un gioco di società, ecco
che assume i toni e forse la volontà inconscia di divenire un’indagine su sé
stessi, ma anche sulla presenza del male nella vita di ognuno. Un male che si
palesa nelle più indistinte forme, dal sacrificio alla truffa, dall’azzardo alla
violenza fisica, e sempre apparentemente in forme prive di ogni ragione o
motivazione:
> nulla legava le loro vite al di là del fatto casuale e ormai superatissimo di
> aver fatto parte della stessa classe per un pugno di anni scolastici: certo,
> c’era la riffa della morte, che però, una volta impostata, poteva prescindere
> dallo stanco rituale dei simposi, anzi lo doveva, se non altro per una
> questione di eleganza.
Già perché la tragedia non può avere spazio e sbocco se non è preceduta e
sostenuta da un rito sociale fortemente costituito, in questo caso
dichiaratamente borghese, che ne certifichi l’eccezionalità e al tempo stesso
sollevi il consesso e i suoi astanti da ogni insinuazione di difformità sociale.
L’ambito scolastico non è altro che la culla di quella classe dirigente
mostruosa e sterminatrice, e al tempo stesso discreta, che Luis Buñuel ha così
ben definito e a cui in parte Michele Mari sembra ispirarsi, portando però nei
nomi (e soprattutto nei cognomi) dei suoi protagonisti una traccia padana la cui
origine è giocosamente letteraria, e restituendo ai lettori una presenza
intestinale da tinello gaddiano così come da sofà arbasiniano: “in un salone
tappezzato di arazzi e di specchi oltre che di quadri, Rivadeneyra era seduto su
un divano rivestito di raso giallo brodé; su due grandi poltrone di forno e alti
sedevano la Bathory e Semprini”.
> Il mistero orrorifico non si dichiara mai se non nella forma iniziale di uno
> scherzo, di un gioco che solo successivamente, pagina dopo pagina, rivela
> pienamente la propria forza mefistofelica.
Se ne intravedono le grandi stanze degli appartamenti in centro, ma anche le
finestre piccole dei palazzi d’inizio Novecento, le tradizioni cattoliche e i
rimpianti fascisti, la vacuità da rivoluzionari distratti e la polvere di
velluti consunti e di stoffe fuori moda. Dunque un po’ Il fascino discreto della
borghesia e un po’ Venga a prendere il caffè… da noi: “Questo, in ordine
alfabetico, il quadro risultante: Bathory: mastectomia. Brancigalievore:
diabete; prostatite. Brodo: Parkinson. Coppo: epilessia. De Cruce: artrite
reumatoide; isterectomia. Gaudillo: disfunzione epatica; flebite; safenectomia.
Mascolo: gastrointerite cronica; asportazione di un linfonodo. Mercandalli: due
stent coronarici e un by-pass. Migliavacca: ovaio politeistico; acufene…”.
Michele Mari immerge i suoi personaggi ultracontemporanei eppure già millenari,
in una vicenda che li vede protagonisti fino al 2050. Classe dirigente in
disarmo, ma soprattutto classe sopravvissuta a un tempo mai compreso per
davvero, così come lo stesso gioco, una tragica riffa che sembra avvilupparsi
anno dopo anno come un fenomeno autonomo dentro cui è impossibile cogliere una
singola ‒ così come una collettiva ‒ responsabilità. Tutto si muove all’interno
di un andazzo casuale, con i protagonisti che si vivono sempre colti di
sorpresa, sempre in ritardo, sempre stupiti. Un precipitare indefesso degli
eventi che sembra in qualche modo giustificare lo scomposto atteggiamento di
questa classe di sconvolti perenni sempre ostinatamente avulsi dal proprio
tempo.
E proprio la riffa e il suo stesso meccanismo sembrano porsi come una
dichiarazione di totale impotenza rispetto agli anni in cui si vive. Un tempo
ormai ridotto a sfondo dei narcisismi e dei personalismi sterili di ognuno di
loro. I convitati di pietra assume il tono così anche di una critica esatta e
puntuale a una società che nemmeno più sembra in grado di mettere in scena uno
spettacolo, un circo Barnum fatto di fenomeni da baraccone in strenuo tentativo
di mascheramento. Ognuno ricerca una dignità e insegue un’identità che possano
essere riconosciute e validate, accettate e ritenute autorevoli e distinte.
Mascheramenti ancor più alienanti della stessa “mostrizzazione” in atto. Un
vezzo e un trucco finale che apre inevitabilmente la porta all’orrore e a una
violenza che, anche quando non appare conclamata, attraversa le persone, le loro
coscienze e i loro corpi, fino a far tremare il sangue nelle vene. Un’estesa
provincia urbana priva di discontinuità dentro alla quale ogni relazione
sottende una violenza più o meno apparente, un gioco tragico la cui uscita vede
solo la possibilità della morte.
> Proprio la riffa e il suo stesso meccanismo sembrano porsi come una
> dichiarazione di totale impotenza rispetto agli anni in cui si vive. Un tempo
> ormai ridotto a sfondo dei narcisismi e dei personalismi sterili di ognuno di
> loro.
Il mondo non si distingue da una scuola, con le sue regole e le sue campanelle a
conclusione di ogni ora, così come i suoi giovani studenti non sembrano esaurire
la loro carica di ambizione e presunzione, ma solo adagiarsi in corpi sempre più
invecchiati, flosci e indeboliti. Il microcosmo, la quotidianità, il minimo
esistere è ormai totalmente aderente al cosmo intero, alla mondanità e
all’eccezionalità. Tutto appare naturale, ma in realtà quel tutto nasconde e
ottunde ‒ non riuscendo più a opporsi ‒ proprio quell’essere naturale che
diviene nella sua ferocia sempre più estraneo a una vitalità di maniera e a una
posa e a un’ipocrisia ritenuta quale l’ultima spiaggia di una civiltà più che
possibile, quanto meno accettabile.
La tragedia, in I convitati di pietra, non ha bisogno infatti di compiersi o di
palesarsi nel divenire della trama romanzesca, ma si mostra da subito
icasticamente, pur restando discosta oltre i tendaggi sfarzosi e boriosi di un
gioco da privilegiati: “salutato inizialmente come una trovata tanto geniale
quanto divertente (oltre che, andava da sé, come prova di un’intelligenza
superiore), era destinato, anno dopo anno, a rivelare la propria disumana
spietatezza”. La condanna appare così subito nella prima pagina, quello che
viene dopo riguarda un gusto obbligato per l’orrore che diviene necessità.
L’ultimo strumento pienamente umano è infatti l’orrore stesso, utile a
restituire una sostanza fisica a un’esistenza immaginaria dentro alla quale si è
creduti intelligenti e furbi, colti e atletici e in cui ci si ritrova sempre e
solo in stato di abbandono. Si resta attoniti e senza fiato nell’attraversamento
di queste centosessanta pagine dentro cui la vita è perenne gioco, ovvero
perenne stato d’angoscia.
L'articolo I convitati di pietra di Michele Mari proviene da Il Tascabile.
N el 1993 esce Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura. Rovine,
reliquie, rarità, robaccia, luoghi inabitati e tesori nascosti, il saggio di
Francesco Orlando che hanno definito un’opera-mondo. Supportato da un elenco di
esempi letterari, Orlando crea una categorizzazione del valore che hanno gli
oggetti quando diventano letteratura. Realizza un albero con dodici categorie di
ruoli e significati che gli oggetti fisici, nel loro rapporto con il tempo,
hanno all’interno di un testo scritto. Una delle prerogative degli oggetti
studiati da Orlando è che essi abbiano una “corporeità”; l’altra che siano
legati in qualche modo al passato. Tra le dodici categorie esiste quella che il
critico chiama del “memore-affettivo”, che si ha quando l’oggetto contiene un
ricordo “sentito soggettivamente e presentato con compiacenza”.
A livello storico Orlando rileva che il “memore-affettivo” subentra, come
modello, al “monitorio-solenne” e nasce insieme al senso moderno della memoria,
che si sviluppa dall’individualismo preromantico e dall’indebolimento delle
concezioni religiose del passato e dei morti. Gli oggetti in letteratura hanno
l’attributo di “memore-affettivo” quando mantengono una sopravvivenza oltre lo
spazio della memoria stessa e quando la loro elencazione crea – con la
definizione di Orlando – un “pellegrinaggio sentimentale”. Si contrappone al
ricordo a occhi chiusi, che invece cerca di far rivivere il passato senza
guardare qualcosa di specifico, e questo pellegrinaggio poche righe più avanti
viene definito “tesorizzazione di reliquie”: cioè una modalità letteraria di
ricordare il passato tramite l’accumulazione di oggetti e immagini.
> Gli oggetti in letteratura hanno l’attributo di “memore-affettivo” quando
> mantengono una sopravvivenza oltre lo spazio della memoria stessa e quando la
> loro elencazione crea – con la definizione di Orlando – un “pellegrinaggio
> sentimentale”.
Nel libro Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia di Michele
Ruol, uscito per TerraRossa nel 2024 e nella cinquina di finalisti allo Strega
2025, ritrovo gli stessi elementi che mi hanno colpito della teoria di Orlando:
il senso del tempo e la percezione dell’affetto a partire da un “assortimento di
merci”. La parola “inventario” nel titolo lega subito il romanzo di Ruol al
saggio del 1993 che Orlando, in epigrafe, dedicava proprio “Alla memoria dei
miei genitori e della loro casa”. Inventario di quel che resta è infatti un
libro sulla memoria di due genitori – che nel libro si chiamano Padre e Madre –
dei figli Maggiore e Minore morti in un incidente.
La casa che fu della loro famiglia unita viene scandagliata nei suoi più piccoli
oggetti e ognuno di essi, dando il titolo ai capitoli, contiene archiviato un
frammento di vita del passato o del presente dei protagonisti. Alla fine il
libro è un vero e proprio elenco, e il romanzo ci fa percepire quella che
Umberto Eco chiama Vertigine della lista in un saggio del 2009. Se la teoria di
Orlando torna in Inventario di quel che resta per la funzione degli oggetti e
del loro legame con il tempo in letteratura, Eco è utile per approfondire la
forma-elenco che Ruol utilizza nel suo romanzo. Proprio Ruol, infatti, dirà in
un podcast di TerraRossa: “Mi appoggio alle immagini, per questo stile e
struttura vanno nella stessa direzione”. La forma-elenco, quindi, non è soltanto
la struttura di Inventario ma anche il tratto più caratteristico dello stile di
Ruol, che fa coincidere l’organizzazione del libro con l’originalità della sua
voce.
Umberto Eco ‒ che come Orlando realizza un elenco di esempi letterari nel saggio
in cui parla di liste e oggetti ‒ parte dallo scudo di Achille, perché la
descrizione che ne fa Omero gli sembra “l’epifania della Forma, del modo in cui
l’arte riesce a costruire rappresentazioni armoniche in cui viene istituito un
ordine”. Dare una forma armonica, gerarchica e strutturata all’espressione,
permette – secondo Eco – di concentrare l’attenzione solo su quello che viene
rappresentato: la forma “limita l’universo del ‘detto’”. Sul piano opposto si
trovano le liste: a differenza delle forme limitate che danno confini alla
materia, Eco spiega che l’elenco o la lista espandono la possibilità di
oggettivare qualcosa di potenzialmente infinito. La forma dà uno spazio finito
alla materia, l’elenco invece approssima continuamente la finitezza dell’oggetto
di cui si parla e restituisce un’idea di infinito inesauribile.
> A differenza delle forme limitate che danno confini alla materia, Eco spiega
> che l’elenco o la lista espandono la possibilità di oggettivare qualcosa di
> potenzialmente infinito.
In questo senso il romanzo-inventario di Ruol permette al lettore di percepire
oggettivamente il passato vivo e umano di Padre, Madre, Maggiore e Minore e il
dolore che riconfigura il presente dei due genitori; allo stesso tempo di
sentire che c’è dell’altro di indicibile, impercettibile e sfuggevole alla
narrazione, cioè la forza dei loro sentimenti e la presenza infinita e
incontenibile dell’umano. Non a caso Ruol ha dichiarato di voler esplorare,
attraverso questo libro, le dinamiche umane che investono soprattutto i due
adulti, prima e dopo il dolore capace di rivoluzionare le loro vite. Insistendo
su Omero, Eco si serve dell’esempio del II canto dell’Iliade dove l’elenco dei
generali greci serve a dare l’idea della grandezza immensa dell’esercito:
“apparentemente l’elenco è finito, ma siccome non si può dire quanti uomini ci
siano per ogni duce, il numero a cui si allude è comunque indefinito”. Poi Eco
spiega in quali casi la completezza della Forma è così poco adattabile alla
composizione da dover ricorrere all’elenco:
> Esiste un altro modo di rappresentazione artistica, quando di ciò che si vuole
> rappresentare non si conoscono i confini, quando non si sa quante siano le
> cose di cui si parla e se ne presuppone un numero, se non infinito,
> astronomicamente grande; o quando ancora di qualcosa non si riesce a dare una
> definizione per essenza e quindi, per parlarne, per renderlo comprensibile, in
> qualche modo percepibile, se ne elencano le proprietà.
Il caso di Ruol mi pare che sia l’ultimo presentato da Eco: il ricorso alla
lista quando l’argomento di cui si vuole parlare è impalpabile, sfuggente, a
volte incomprensibile come – appunto – la perdita in un incidente di entrambi i
figli adolescenti per due genitori. Se tentare un elenco di qualcosa, anche
parziale, è un modo per rendere oggettivo un infinito, allora ricercare i tratti
del dolore di Padre e Madre in un elenco numerato di cose dei loro luoghi
familiari è un modo per oggettivare l’infinità indicibile del dolore che hanno
vissuto. La prima pagina dell’indice di Inventario di quel che resta appare
proprio così e resta uguale per tutte le altre, dalla cucina all’automobile:
Parte prima
Casa
ingresso
1. cornice in argento, 15×22 cm
2. telefono fisso, marca Sirio, color avorio
3. mensola stile rococò
4. fermaporta in vetro di Murano
5. bomboniera di matrimonio in cristallo
cucina
6. televisore a tubo catodico 14 pollici
7. cesto di vimini
8. tagliacarte
9. raccolta di calamite su frigo
10. pentolino da latte
11. lavastoviglie da incasso
12. cavatappi a leva
13, noci, n. 7
salotto
14. motoscafo in legno Riva Aquarama, modellino 1:10
15. tappeto Yalameh rosso e blu
16. tavolo 8 posti in castagno, primi del ‘900
17. penna stilografica Pelikan MK10
18. Lindor rossi, incarti
Se aprissimo soltanto questa pagina del libro sarebbe veramente difficile
credere che quelle precedenti contengano un romanzo. E invece ogni oggetto
puntualmente registrato come in un vero e proprio inventario – anche con le
specifiche tecniche – contiene dentro di sé una storia di vita della famiglia
protagonista e spostandoci negli angoli della casa, poi dell’automobile,
ricostruiamo tutte le loro esistenze. La stessa incredulità davanti a un libro
fatto di liste si prova davanti all’ultima uscita della casa editrice Quodlibet,
intitolata Guida all’installazione di un futuro me (2025) e scritta da Ugo
Coppari. I primi 14 capitoli del libro si intitolano La vita come quantità e il
protagonista, prima di consegnarci le sue liste di cose quotidiane, si presenta
in questo modo:
> Soprattutto è questa la mia ossessione: fare un elenco di quello che ho, di
> quello che ho fatto, di quello che ho mangiato, di quello che ho prodotto in
> una giornata, in linea con la tendenza generale alla quantificazione di sé
> stessi. […] Magari se uno mi vede camminare pensieroso lungo la strada
> potrebbe credere che sto riflettendo sui massimi sistemi, sul cambiamento
> climatico o cose simili, ma in realtà non faccio altro che elaborare liste che
> mi diano la misura della mia presenza nel mondo.
Gli elenchi di Coppari, proprio come dice Eco, servono al personaggio per darsi
(e poi darci) contezza della sua esistenza del mondo. Limitano e rendono
visibile qualcosa di potenzialmente impercettibile e sconfinato. Se un giorno,
nel futuro, un gemello digitale dovesse essere installato in una nuova persona,
il personaggio del libro di Coppari è sicuro che, per replicare sé stesso,
l’alias dovrà conoscere tutte le sue liste. L’elenco delle cose del
protagonista, alle prese con il tentativo di salvare la sua esistenza
dall’erosione del tempo, diventa un esempio di letteratura lirica, autentica,
proprio perché la forma-elenco di cui parla Eco si riempie di tutto ciò che di
infinito e impercettibile sfugge a un libro scritto per esteso.
> Si ricorre alla lista quando l’argomento di cui si vuole parlare è
> impalpabile, sfuggente, a volte incomprensibile come – appunto – la perdita in
> un incidente di entrambi i figli adolescenti per due genitori.
Tornando a Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia, un esempio
dal capitolo 40, “letto singolo con doghe”, ci fa comprendere di cosa si
riempiono le liste di oggetti di Ruol. Nella serata finale dello Strega ha
motivato il suo ricorso alle cose dicendo che, concentrandosi sulla loro
oggettività, voleva non lasciarsi andare a eccessi, sensazionalismi e
spettacolarizzazioni del suo dolore. Una sorta di scudo dalle derive della
narrazione cui è avvezza la letteratura contemporanea, e che proteggendo Ruol ha
permesso agli oggetti di farsi animati, vitali, fantasmatici proprio come le
parole nelle storie. In questo inizio di capitolo conosciamo il nonno, la
nostalgia di Padre per la casa dov’è nato, Maggiore diventare grande e avere
bisogno di un letto più spazioso:
> Quando il nonno paterno era stato ricoverato in una casa di riposo, Padre
> aveva disdetto l’affitto e incaricato una ditta per lo sgombero
> dell’appartamento. Aveva gestito tutto al telefono, raccomandando alla
> residenza di avere un occhio di riguardo per quell’uomo silenzioso, e
> all’impresa di conservare e spedire il suo letto di ragazzo – unico arredo che
> avrebbe tenuto. Era ampio, in legno massiccio, e a parte le doghe che
> scricchiolavano un po’ era ancora in ottime condizioni: sarebbe stato perfetto
> per Maggiore.
Ritroviamo quella filosofia della “cosa-personaggio” di cui più volte ha parlato
Michele Mari a proposito del suo libro Locus desperatus (2024) e che Maria
Giardina ha anche analizzato su Il Tascabile mettendola in dialogo con una “new
wave ‘marie-kondiana’” che ha origine da Il magico potere del riordino. Mentre
nel libro di Mari, però, gli oggetti recuperati contengono il sé di chi li
possiede e permettono al narratore di non allontanarsi dalla propria storia,
come le liste di Coppari, gli oggetti di Ruol invece raccontano la storia di
qualcun altro a chi non la conosce. Per Mari gli oggetti sono una memoria
autoconservativa, che garantisce in un certo senso l’autodeterminazione di chi
li accumula e conserva; Inventario di quel che resta invece racconta ad altri –
i lettori – la storia di qualcuno che, forse, neanche ricorda tutto quello che
il narratore onnisciente ha archiviato nella lista di oggetti.
Ogni cosa è illuminata potremmo dire prendendo in prestito un titolo di Jonathan
Safran Foer che con Inventario di quel che resta ha in comune la ricostruzione
di una storia familiare e il valore di amuleto-raccontastorie delle cose. Lo
studente americano omonimo a Foer intraprende un viaggio in Ucraina alla ricerca
della donna che ha salvato suo nonno, ebreo, dai nazisti durante la Seconda
guerra mondiale. Per ricostruire la storia della sua famiglia si fa aiutare da
Alexander, un ucraino del posto, e suo nonno. Nel libro, in una lettera di Alex
a Jonathan, leggiamo queste righe:
> Caro Jonathan,
> […] Ho imprigionato nella busta gli oggetti che richiedevi, non escludendo le
> cartoline di Lutsk, i registri del censimento dei sei villaggi prima della
> Guerra e le fotografie che tu mi scongiuravi di tenere per cauti propositi.
Qualche pagina più avanti, sempre in una lettera di Alex: “ho imprigionato una
foto della bicicletta in questa busta”. Le buste di cui parla Alex sono ancora
più d’impatto se pensiamo all’omonimo film tratto dal libro di Foer, diretto da
Liev Schreiber nel 2005. Jonathan ha un’intera parete di bustine trasparenti che
racchiudono (in)finiti oggetti contenenti un pezzo della storia di suo nonno e
della sua famiglia. Perché lo fai? – gli chiederà Alex – “ho paura di
dimenticare”, risponde Jonathan. Le cose vanno illuminate, nella loro fisicità,
catalogate, archiviate, inventariate – per tornare a Ruol – perché di esse non
vada persa la storia che contengono, “imprigionata” come ripete Alex nel libro
di Foer.
Una catalogazione, però, può essere di tanti tipi e – riprendendo il titolo di
un capitolo di Eco – “C’è lista e lista”. Dal suo punto di vista semiotico Eco
differenzia la lista pratica (della spesa, di numeri di telefono, di invitati a
una festa) dalla lista “poetica”, cioè che esprime una finalità artistica. Se le
liste pratiche assomigliano quasi a una forma, perché devono corrispondere
rigidamente al contesto che si propongono di servire; le liste poetiche si fanno
“perché non si riesce a enumerare qualcosa che sfugge alle nostre capacità di
controllo e denominazione”. Quella di Ruol, seguendo il ragionamento di Eco,
sarebbe allora un ibrido. È sia una lista pratica, perché è un inventario
strettamente legato alla vera esistenza degli oggetti che popolano la casa dei
protagonisti, sia una lista poetica perché risponde alla mancanza di riferimenti
fattuali con cui poter immaginare la rivoluzione esistenziale del lutto. Da
questo punto di vista l’operazione di Ruol con Inventario rispecchia quella di
Barthes con Frammenti di un discorso amoroso: in quel caso Barthes si chiede
cosa sia l’amore e, per spiegarlo, sceglie di ricostruirne la forma e le
caratteristiche dando le definizioni delle parole che ci si direbbe tra
innamorati. Da una parte una lista finita di situazioni (per Barthes) o di
oggetti (per Ruol), dall’altra l’esplorazione poetica – nel senso di artistica e
psicologica – di quello che è contenuto oltre lo strato fittizio delle parole
(Barthes) e degli oggetti (Ruol). Ecco, infatti, il capitolo 26 “borraccia Gio’
Style Safari 1000”:
> Dimenticata tra le mensole della libreria c’è una borraccia di plastica color
> senape, con la tracolla grigia e il coperchio bianco, che una volta svitato
> diventa un bicchiere. Fino a quando erano andati in vacanza tutti insieme, la
> borraccia li aveva seguiti. I viaggi erano prevedibili nella tempistica e
> nella direzione: primi giorni di gennaio, montagna, e settimane centrali di
> agosto, Puglia, nonno paterno. Viaggiavano sempre di notte, tranne un’estate
> in cui Padre si era fatto convincere dalle proteste congiunte di Madre e figli
> contro la levataccia.
Oltre la borraccia Gio’ Style Safari c’è la storia di un viaggio prima di
quell’incendio nella foresta cui allude il titolo. Oltre la “sedia ergonomica
con rotelle” del capitolo 45 c’è una riflessione sul modo in cui Padre prova a
sviare il dolore attraverso il lavoro. Al di là dell’innaffiatoio – capitolo 52
– il corbezzolo di Madre, fondamentale per il senso filosofico del libro, che
infatti tornerà nel capitolo 99. L’ultimo, corbezzoli.
> Quella di Ruol è sia una lista pratica, perché è un inventario strettamente
> legato alla vera esistenza degli oggetti che popolano la casa dei
> protagonisti, sia una lista poetica perché risponde alla mancanza di
> riferimenti fattuali con cui poter immaginare la rivoluzione esistenziale del
> lutto.
Dalla scelta di Ruol di fermarsi a novantanove oggetti ‒ tanti quanti i voti per
lui alla finale dello Strega ‒ ritorna il concetto di Eco secondo cui la lista è
qualcosa di finito che, però, contiene dentro di sé una tensione perenne
all’infinito e all’impossibilità di contenerlo. La famiglia di Inventario sembra
avere una vita che non finisce più e una storia che continuamente aggiunge
qualcosa al suo svolgimento. È una percezione che, lo dice anche Eco, scaturisce
dall’accumulazione propria delle liste. Accumulare e fermarsi a novantanove
però, senza arrivare alla cifra tonda di cento, dà l’idea di un elenco
incompiuto, imperfetto, che proprio per questo prende vita e si permette di
diventare una storia. L’accumulazione restituisce, quindi, la densità del
concetto, e la scelta della lista è un compromesso con cui dire tutto senza la
pretesa che sia tutto davvero. Perché tutto non si può dire, e allora Ruol si
ferma a 99.
Questo senso di incompleto, di mancata totalità del racconto, è ciò che Eco
riassume con l’indicibilità. In un certo senso sapere di non riuscire a dir
tutto della storia è un modo per rilanciare l’immaginazione del lettore e
lasciare a lui la possibilità di contribuire al racconto – magari attingendo
agli oggetti della propria vita, guardando alla propria esperienza del dolore.
> Di fronte a qualcosa di immensamente grande, o sconosciuto, di cui non si sa
> ancora abbastanza o di cui non si saprà mai, l’autore ci dice di non essere
> capace di dire, e pertanto propone un elenco molto spesso come specimen,
> esempio, accenno, lasciando al lettore immaginare il resto.
Nel caso di una narrazione romanzesca come quella di Inventario di quel che
resta dopo che la foresta brucia di Ruol, accennare e dare un elenco come
esempio è anche, però, un modo per ammettere che quella storia ha una natura
immaginifica – e quindi relativa. L’elenco di oggetti, completo nella sua
incompletezza, è un mezzo con cui svelare le altre infinite possibilità di
storie a partire dalla moltitudine di oggetti alternativi che potevano essere
inclusi nell’elenco. Eco lega il ricorso alle liste al “timore di non poter dire
tutto”: nel caso dei romanzi non solo l’autore teme di non poter dire tutto, ma
forse neanche conosce quel “tutto” della storia immaginata, sapendo che quel
“tutto” non corrisponde mai necessariamente al “reale”. Proprio per questo la
lista è, dalla penna di Ruol, quella che troviamo in Inventario ma potrebbe
essere qualsiasi altra. Questa riflessione quasi ricorda gli esperimenti di
letteratura combinatoria cari, ad esempio, a Queneau o al Calvino di Le città
invisibili o Il castello dei destini incrociati. Una lista è una specie di
combinazione, un tavolo di tarocchi che – se disposti in maniera diversa –
offrono la possibilità di una varietà innumerevole di storie diverse fra loro.
La forma-elenco nel libro di Ruol evidenzia la fantasia combinatoria della
letteratura, capace di scandagliare l’essere umano con la stessa dose di
precisione e imprevedibilità del ragioniere che, nonostante la pazienza con cui
annota gli oggetti nelle stanze, sicuramente ne trascurerà casualmente qualcuno.
> Una lista è una specie di combinazione, un tavolo di tarocchi che – se
> disposti in maniera diversa – offrono la possibilità di una varietà
> innumerevole di storie diverse fra loro.
Se la “copertina di lana rosa” del capitolo 33 fosse verde, che storia
racconterebbe? Se il “dispenser di sapone liquido” fosse una saponetta, e se il
“pallone da football” in cucina fosse invece da pallavolo? La struttura a elenco
di Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia permette di avvertire
l’aleatorietà combinatoria della letteratura che è presente in ogni romanzo
d’invenzione, meglio nascosta quando la forma è più scorrevole e meno
inventariale. L’elenco scoperchia il vaso della “letteratura come menzogna”
direbbe Manganelli e in questo gioco che è l’invenzione ogni registrazione
puntuale si fa beffa di sé stessa e rende consapevole il lettore dell’infinita
quantità di storie alternative – ma altrettanto vere – che potrebbe essere
narrate attraverso altri oggetti concreti. Oltre all’infinita densità della
materia della narrazione, in questo caso l’elaborazione di un lutto, la lista di
Michele Ruol cerca di sfuggire alla delimitazione di un altro infinito: quello
delle storie e della fantasia. “Segno che – dice Eco – alla vertigine
dell’elenco si soggiace per molte e svariate ragioni”.
L'articolo Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia: cosa può
raccontare una lista? proviene da Il Tascabile.
C ome spesso accade nei suoi libri, i ricordi per Emanuele Trevi assumono la
forma del sogno e le memorie divengono un corpo vivo da scoprire e riconoscere
pagina dopo pagina. Un corpo pienamente e solidamente letterario che abbandona
rapidamente i confini ristretti dell’autobiografia e del reale per incamminarsi
in uno spazio aperto al tempo stesso intimo e universale. Un luogo in cui reale
e fantastico s’intrecciano senza alcun obbligo reciproco, dando forma a
personaggi assoluti, mai stereotipati o semplificati e che si distaccano però
inevitabilmente dalle figure reali divenendo potentemente personaggi letterari e
quindi più veri del vero, in quanto portatori di segni indistinguibili, ossia
quelli di un tempo finito e chiuso che offre però ancora un aggancio possibile.
Un’universalità riconoscibile utile a liberare dall’angosciosa solitudine
contemporanea.
Emanuele Trevi da sempre fa letteratura partendo dal proprio sé, da
un’elaborazione comune della propria memoria percepita, che diviene così un
campo del possibile totalmente rinnovato e sempre rinnovabile. Uno spazio
letterariamente aperto e un luogo di condivisione e relazione che si muove tra
gli elementi del ricordo. Dall’estate romana con Senza verso. Un’estate a Roma
(2004), a Pier Paolo Pasolini e Laura Betti con Qualcosa di scritto (2012). E
poi Cesare Garboli con Sogni e favole (2018) e infine Pia Pera e Rocco Carbone
con Due vite (2020) solo per citare quelli che sono considerati i suoi libri più
importanti, anche se probabilmente il testo che più contiene ‒ quasi fosse un
manuale ‒ la poetica di Trevi è Viaggi iniziatici (2013-2021), un vero e proprio
compendio dei riti di passaggio dello scrittore contemporaneo, tra scoperte,
ingenuità e grande letteratura.
> Emanuele Trevi da sempre fa letteratura partendo dal proprio sé, da
> un’elaborazione comune della propria memoria percepita, che diviene così un
> campo del possibile totalmente rinnovato e sempre rinnovabile.
Un agire che appare però ancora più potente ed efficace quando Trevi concentra
la propria letteratura partendo da figure non pubbliche, ma strettamente legate
alla sua memoria familiare, dal padre protagonista di La casa del mago (2023) al
suo ultimo lavoro, Mia nonna e il Conte (2025) che riporta in vita tra le sue
pagine la nonna e la figura di un conte da lei amato negli ultimi anni della sua
vita.
Mia nonna e il Conte è un romanzo rapido, poco più di un centinaio di pagine, il
racconto è quello di un autunno della vita lungo e luminoso, gratuito e
splendido. Al centro spicca un giardino, protagonista della casa della nonna,
collocata in un paesino calabrese poco lontano da Capo Palinuro. Il giardino è
un luogo magico e di passaggio, lì Trevi trascorre gran parte delle sue giornate
all’ombra di una nonna che appare millenaria, come una Grande Madre da cui tutto
proviene. Una personalità totale e capace di ammaliare come una figura sacra o
un oracolo. Dal giardino provengono gli odori e una vista sul mare che appare
improvvisa e anch’essa vergata da magia. Come in un trucco perfettamente
riuscito Trevi riporta ai lettori la sensazione di cosa è un giardino,
rendendolo rappresentativo di un modo di vivere, di vedere e di percepire la
realtà estremamente originale e al tempo stresso riconoscibile negli oggetti e
nei luoghi che chiunque porta con sé nella propria personale memoria. Più figlio
che nipote, Trevi ritrae con brevi tratti la figura della nonna dando corpo a
una corte di parenti e compaesani degna di Vitaliano Brancati: “Come tutte le
dee, troneggiava in compagnia di un suo fedelissimo seguito femminile, nel quale
spiccavano due figure praticamente inseparabili da lei: zia Delia e Carmelina”.
> Il giardino è un luogo magico e di passaggio, lì Trevi trascorre gran parte
> delle sue giornate all’ombra di una nonna che appare millenaria, come una
> Grande Madre da cui tutto proviene. Una personalità totale e capace di
> ammaliare come una figura sacra o un oracolo.
La forma è teatrale, un cerimoniale perfettamente scritto nel quale ogni
personaggio ha il suo preciso ruolo in commedia, un’ironia che attraversa tutto
il testo, utile anche a tenere a bada una nostalgia e una malinconia che
alternativamente sembrano salire a galla, senza mai imporsi però con la
pesantezza di una retorica che potrebbe ostacolare la leggerezza necessaria per
quello che è, a tutti gli effetti, un racconto amoroso. Il Conte è una figura
che assume subito i toni di una nobile (evidentemente) leggendaria tenerezza.
Pur ottuagenario il conte, ovviamente monarchico e sensibilissimo alla memoria
dei Borbone, ha i tratti di un ragazzo. Segni sentimentali di una purezza che
subito non può che venire colta dalla nonna, donna regina estremamente sensibile
al portamento e all’eleganza, soprattutto quella interiore di un uomo che
proprio perché d’altri tempi rivela una rara capacità di sostenere una dotta
ingenuità.
Le giornate passano così lentamente fino a quando il giardino diviene il luogo
di un amore tanto esplicito quanto delicato; a coglierlo è Trevi in quella
presenza ‒ che diviene quotidiana ‒ del Conte sotto il segno di una solarità che
rifrange atmosfere proustiane, ma che in parte riporta alla memoria anche Peter
Pan nei Giardini di Kensington di J.M. Barrie, là dove proprio il Conte appare
proprio un Peter Pan ideale. Quello che corrisponde tra i due anziani, la nonna
e il Conte, è infatti un amore pienamente e totalmente giovane, una lezione di
volo non fuori tempo massimo, ma in un tempo nuovo e come tale carico di
ardimento e meraviglia: “a loro non mancava nulla: come solo può accadere a chi
sa essere reciprocamente gratuito, com’è gratuito, mettiamo, un bel pomeriggio
tiepido e lucente d’autunno”.
Settembre è il tempo del loro incontro ed è anche il tempo della formazione di
un autore, Emanuele Trevi che come racconta nel libro, allora quasi ventenne
provava ancora a distanziarsi dagli altri ricercando un peso e una profondità
diversa e solitaria. Un’originalità che fosse densa di un sapere urgente e
necessario, una pretesa che franò però di fronte all’evidenza di una bellezza
naturale e spontanea che gli farà comprendere ‒ anche grazie alla nonna e alla
sua leggiadra corte di amiche e parenti ‒ il valore del tempo perso così come
della chiacchiera priva di peso e valore apparente.
> Quello tra i due anziani, la nonna e il Conte, è un amore pienamente e
> totalmente giovane, una lezione di volo non fuori tempo massimo, ma in un
> tempo nuovo e come tale carico di ardimento e meraviglia.
Uno stare con gli altri là dove gli altri divengono potenzialmente il terreno di
una sincera originalità. È questione di sguardo e di umiltà, di attenzione e
insieme anche di libera distrazione. Un modo di essere dunque che invece di
opprimere alimentando tediosi pensieri solitari, spesso insostenibili e non di
rado assurdamente tragici, libera una percezione fortemente capace di cogliere
il tempo e la sua totale gratuità attraverso tutti i possibili elementi che ne
determinano una complessità altrimenti difficile da cogliere. Il clima che come
spesso accade a settembre raggiunge vette di struggente bellezza, proprio perché
improvvisa e fragile. La luce verso sera tiene duro quando il giorno si sta
chiudendo in una notte che seppur dal sapore ancora estivo, già predice un
futuro lungo inverno. Stare in quella luce, accettare la sua fragilità e la sua
gratuita è darsi una possibilità là dove sembrerebbe impossibile poterla avere.
Ed è quello che fanno la nonna e il Conte: trovarsi in un tempo che già mostra i
segni inevitabili di una fine vicina, ma tenersi in quell’attimo che poi diviene
un rito e una magia dal valore infinito. E questo fa Emanuele Trevi con Mia
nonna e il conte, raccontando di una Grande Madre, di una
divinità femminile primordiale come solo una nonna può essere, dandosi la
possibilità di recuperare tutto quel tempo perso, che perso non è mai stato, e
farne così letteratura restituendo alla memoria di ogni lettore una possibilità
nuova.
L'articolo Mia nonna e il Conte di Emanuele Trevi proviene da Il Tascabile.
È un’esperienza strana: leggere un romanzo ambientato in Sicilia e avere
l’impressione che la Sicilia sia altrove. Non in un altrove immaginario, ma
proprio in un altro libro, uscito quasi in contemporanea. Mi è successo con
L’isola e il tempo, esordio di Claudia Lanteri nella collana Unici di Einaudi,
in libreria da poco più di un anno, e con Mare aperto, reportage narrativo di
Luca Misculin uscito di recente nella collana Maverick della stessa casa
editrice. Entrambi raccontano, a modo loro, l’arcipelago siciliano: il primo è
un romanzo letterario e introspettivo, l’altro un saggio narrativo attraversato
da storie di scienza, politica, migrazioni e mito. A sorprendere non è solo il
confronto tra i generi ‒ già di per sé interessante ‒ ma il fatto che sia Mare
aperto, firmato da un giornalista milanese, a offrire la visione più ampia, più
precisa, a tratti più lirica di un Sud spesso ridotto a cartolina.
Lanteri e Misculin scrivono libri molto diversi, ma si trovano a interrogare lo
stesso spazio: un Mediterraneo ambivalente, pieno di storia e di dolori, di luce
e di fantasmi. Uno spazio che, come la berta maggiore ‒ l’uccello raro che
ancora nidifica a Linosa ‒ si lascia osservare solo a distanza, e solo con
pazienza. Per motivi e con esiti diversi, entrambi i libri ne inseguono il
canto.
La berta maggiore (Calonectris diomedea, secondo i tecnici) è un uccello marino
della famiglia delle Procellariidae. Alto circa 50 centimetri, ha un’apertura
alare che sfiora il metro. Ha piume grigie sulla testa, dorso bruno, ventre e
collo bianchi; becco giallo e zampe rosate. È conosciuto per la sua voce che,
come quella di Nonò, il protagonista della storia di Lanteri (vagamente ispirato
all’Arturo morantiano), può essere facilmente scambiata per quella di un
bambino. Secondo alcuni studiosi potrebbe essere proprio il canto della berta ad
aver ispirato il mito delle sirene. In Italia la berta nidifica soprattutto
sulle isole, anche se alcune piccole colonie si trovano lungo le coste. La
colonia più numerosa d’Europa è a Linosa, dove si stima vivano circa 10.000
coppie. Come le berte, anche il tipo di romanzo scritto da Lanteri (che a Linosa
è ambientato) si presenta come una specie marginale, difficile da avvistare. Per
la sua scrittura complessa, nutrita di sicilianismi rari, e per il lavoro
sperimentale sulla struttura del giallo e sul punto di vista inattendibile, ha
molti tratti di quella che Gianluigi Simonetti ha chiamato, con un misto di
nostalgia e ironia, “la letteratura di una volta”. Lo dimostra bene quel piccolo
capolavoro di virtuosismo che è, verso l’inizio della storia, la descrizione
ironica e macabra del cadavere di Daisy, la moglie dello skipper Bruno Surico:
> La morta non è più abbigliata come prima, come per una gita al mare. Le
> spalle, denudate delle capricciose bretelline, ora sono coperte da una casacca
> di mussola dove sono di piú i bottoni che mancano di quelli presenti
> all’appello. Nell’ombra non si nota neppure la stoffa consumata sotto le
> ascelle né i gomiti bucati. L’orlo della gonna sì, quello è tutto
> sbrindellato. I fili spenzolano a centinaia verso il piano del tavolo, sui
> piedi un poco discosti, ricadono in su, si radunano in piccole pozzanghere. È
> una pupidda imbiancata, odorosa del talco prestato da qualche vicina; ha i
> capelli ordinati, solo qualche peluzzo scappa dalle crocchie che le hanno
> intrecciato, e le dà un’aria allegra, impertinente. Non so dire quanti anni
> ha: da come la linea del collo scivola verso le piccole ossa potrebbe essere
> una ragazzina, scattosa come una stampella, ma la faccia è tonda, di pesca
> matura da mordere. L’abitino modesto glielo ha imprestato per l’ultimo sonno
> mia madre Angelina: non lo metteva piú da quando io, l’ultima infornata, le
> avevo fatto crescere il culo come una mezza patata lessa fa con l’impasto del
> pane, come ripete ogni volta mio padre prima di pizzicarglielo. Dalle ciglia
> lunghe e distese potrebbe arrivare un fremito di minuto in minuto, quasi
> stesse sognando. La fronte pare affollata di pensieri, la bocca è piena, una
> festa di rose e di fiori.
Questo lavoro sulla lingua è il principale pregio del romanzo, ma rischia di
essere anche il suo difetto, perché leggendolo si avverte a tratti una patina di
letterarietà convenzionale, novecentesca, in definitiva manierista: complice,
anche, dell’idea, di fatto conservatrice, che il Sud possa essere raccontato
solo come un’eccezione, come un’“isola”, appunto, al di fuori della portata
della razionalità (e invece ha ragione Mario Fillioley quando sostiene che la
Sicilia è “un’isola per modo di dire”). Del resto, molte narrazioni
contemporanee, non solo letterarie ma anche audiovisive, scelgono questa strada.
Citare la serie tratta dal Gattopardo sarebbe in questo senso fin troppo facile.
> Il lavoro sulla lingua è il principale pregio del romanzo, ma rischia di
> essere anche il suo difetto, perché leggendolo si avverte a tratti una patina
> di letterarietà convenzionale, novecentesca, in definitiva manierista.
Di questa estetizzazione senza redenzione, dove la bellezza non salva ma vela,
un caso esemplare è anche un prodotto per molti versi di alto livello come la
seconda stagione di The White Lotus, ambientata in un resort di lusso sulla
costa siciliana. Tutto, lì, è pensato per produrre piacere: il mare, i mosaici,
i limoni, i corpi. Ma dietro la cartolina, la serie mostra un Mediterraneo
finto-autentico, addomesticato per lo sguardo del turista globale, che consuma
l’ambiente e le persone come esperienze da collezionare, metonimie per un safari
nel Nulla da sperimentare in infradito. I corpi delle ragazze siciliane
diventano così dispositivi di accesso a un paesaggio assai più ampio: vendono
sesso, ma offrono anche un’idea di “sicilianità” esotica, permeabile, in cui il
godimento mai pieno, mai innocente, è parte del pacchetto. Anche qui la bellezza
è porosa, ma la porosità è un sintomo, non una virtù: è il segno di una
vulnerabilità strutturale, di un Sud che si offre come incanto ma anche come
ostaggio; una superficie desiderabile, sì, ma non raccontabile.
Dal canto suo, L’isola e il tempo riattiva alcuni tratti di una tradizione
letteraria che in Sicilia ha una storia lunga, non meno nobile nella forma e non
meno ambigua nei suoi esiti; né è un caso, quindi, che tra le parole chiave per
comprendere il romanzo ci sia la memoria: “L’invenzione dà forma al disordine”,
scrive Lanteri, “oppure s’impazzisce, ci si perde a inseguire i fili spersi
nella memoria: nel raccomodare la trama, quello che è stato nel passato non è
tanto diverso da quello che non è stato”. La memoria, insieme a ciò che essa
conserva e a ciò che invece non riesce (o non vuole) conservare, è uno dei temi
ricorrenti nella poetica di molti scrittori siciliani. Già Luigi Pirandello
metteva in scena nella pièce Enrico IV un personaggio che preferisce abitare
un’identità fittizia piuttosto che affrontare la realtà dolorosa della propria
vita. L’incapacità di fare i conti col passato e il rischio di restarne
intrappolati è anche uno dei motivi cardine di quel che Leonardo Sciascia ha
definito col termine “sicilitudine” (una parola che, fondendo Sicilia e
solitudine con un tocco di ironia, mira a descrivere una presunta condizione
esistenziale isolana). Nel romanzo di Lanteri, come in Pirandello, il corpo a
corpo col passato si svolge in un senso perlopiù individuale e psicologico, ma
anche nella forma di un recupero in chiave preziosa del dialetto, seguendo una
tradizione abbastanza diffusa tra gli autori siciliani (“– Le berte, vedi? / È
così che in lingua italiana lui nomina quelle che noi diciamo le turriàche, e io
lo lascio nella sua ignoranza perché non è bello star sempre lì a correggere
tutti per ogni minima cosa”, dice nelle pagine iniziali il narratore, prendendo
in giro l’italiano pulito del professor Dalmasso).
Negli ultimi decenni sono stati i gialli di Andrea Camilleri a rendere popolare
questo particolare tipo di espressionismo stilistico, sfruttandolo a fini
comici, ma esso esisteva già in opere sperimentali come Il sorriso dell’ignoto
marinaio (1976) di Vincenzo Consolo e Horcynus Orca (1975) di Stefano D’Arrigo
(quest’ultimo è stato da poco ripubblicato da Rizzoli in un’edizione elegante,
con una bella prefazione di Giorgio Vasta). Secondo Margherita Ganeri, l’opera
di Consolo “affronta la rievocazione del passato alla luce di una notevole
tensione attualizzante che investe il rapporto tra la memoria e il linguaggio,
con la sua sedimentazione e stratificazione”, e questa memoria è anche e
innanzitutto un resoconto di conflitti, incroci e migrazioni dovuti alla
peculiare posizione dell’isola al centro del Mediterraneo (“Questo luogo
d’incrocio d’ogni vento e assalto”. Vincenzo Consolo e la cultura del
Mediterraneo, fra conflitto e integrazione è il significativo titolo di una
ricca raccolta di saggi curata nel 2021 da Gianni Turchetta). Mentre,
interpretando Horcynus Orca come un’epopea della memoria, Marco Trainito
intitolava una sua monografia del 2004 su D’Arrigo Il mare immane del male.
> Nel romanzo di Lanteri, come in Pirandello, il corpo a corpo col passato si
> svolge in un senso perlopiù individuale e psicologico, ma anche nella forma di
> un recupero in chiave preziosa del dialetto, seguendo una tradizione
> abbastanza diffusa tra gli autori siciliani.
La memoria, secondo questa tradizione, può essere anche memoria dei luoghi e dei
popoli, ma non necessariamente, viene da dire, per raccoglierne le tracce
bisogna appiattirsi sulle parole di chi i posti li vive. Racconta Consolo in
un’intervista alla Rai che, presentando a Palermo la prima edizione de Il
sorriso dell’ignoto marinaio, Sciascia parlò del suo romanzo come di un
“parricidio”. Consolo ha infatti ricordato più volte che negli anni della sua
formazione si sentiva indeciso tra due modelli di intellettuale molto diversi,
se non opposti, ma che conosceva entrambi di persona. Uno era proprio Sciascia,
fautore dell’impegno e di una lingua comunicativa e cristallina, discendente
della grande tradizione dell’Illuminismo; l’altro il poeta barocco Lucio
Piccolo, coltissimo bibliomane, appassionato di cultura esoterica, che amava
soprattutto i versi di W.B. Yeats. Secondo Sciascia (che pure non è esente dal
rischio di derive mistiche, specie in alcuni degli ultimi libri), adottando una
lingua espressionista carica di un ricco bagaglio dialettale Consolo aveva
intrapreso una volta per tutte la via della bella pagina e del manierismo.
Del resto, la tensione tra uno stile razionale e comunicativo e uno invece più
stratificato e virtuosistico, tra l’italiano standard e quello influenzato da
tratti regionali, coinvolge gli scrittori del Sud in generale (in realtà
l’affermazione è vera, con intensità variabile, per gli scrittori italiani tout
court). Si tratta di una querelle tutt’altro che chiusa, che continua a offrire
modelli alternativi e vitali. Basti pensare al modo differente con cui
fronteggiano la questione i due più famosi cicli narrativi della letteratura
italiana degli ultimi decenni: il già citato Camilleri, da una parte, e,
dall’altra, L’amica geniale di Elena Ferrante, il cui successo (almeno se ci
fermiamo al campo letterario) si deve senz’altro anche alla scelta di evitare un
impianto linguistico marcato da esotismi, in favore di una vocazione alla
narratività pura. Tra questi due estremi, lo spettro delle possibilità
stilistiche è naturalmente ampio e variegato e, pur compiendo molti prelievi dal
dialetto, il libro di Lanteri non rinuncia affatto a un’impressione complessiva
di chiarezza e fluidità, che lo rende se non altro assai godibile.
> Reportage, memoir, inchieste narrative sanno talvolta essere più ariosi, più
> porosi, più attenti al mondo di quanto lo siano in media i romanzi. Guai agli
> scrittori che leggono solo narrativa. E viva quelli che nutrono la propria
> invenzione con il liquido di contrasto di altri generi.
E tuttavia, che si possano scrivere pagine importanti su un luogo anche senza
imitare la lingua di chi ci abita (in fondo, un’ovvietà) è testimoniato ancora
una volta dal fatto che uno dei libri più belli sulla Sicilia usciti quest’anno
è stato da scritto da un milanese: Luca Misculin, appunto. In realtà, Mare
aperto parla anche della Sicilia, ma lo fa con così tanta passione documentaria
che non si può non restare ammirati. Del resto, non bisogna nemmeno sorprendersi
troppo. In una tradizione letteraria vitale, narrativa e saggistica non
dovrebbero marcare le distanze, ma cooperare ‒ come due lenti diverse puntate
sullo stesso paesaggio ‒ alla costruzione, magari sfumata e plurale, ma
condivisa, di un’idea di verità; illuminare, anche solo per qualche istante,
invece di aggiungere buio al buio.
Eppure capita che la narrativa più colta, facendo Arcadia di modelli
novecenteschi ormai quasi del tutto svuotati della loro originaria carica
polemica, si attardi in una retorica del mistero, dell’opacità, della noluntas
sciendi, nella quale il trauma, da impasse produttrice, rischia di divenire
alibi per sospendere il desiderio di conoscere. A questo cedimento talvolta
risponde, in controtendenza, una certa saggistica: più libera, forse, dai canoni
e dalle richieste implicite del mercato letterario; più audace nell’osservare,
nel domandare, nel tracciare nessi imprevedibili. Reportage, memoir, inchieste
narrative sanno talvolta essere più ariosi, più porosi, più attenti al mondo di
quanto lo siano in media i romanzi. Guai, insomma, agli scrittori che leggono
solo narrativa. E viva quelli che nutrono la propria invenzione con il liquido
di contrasto di altri generi.
> Mare aperto esplora il canale di Sicilia non come un semplice sfondo, ma un
> come crocevia di storie, tensioni e memorie, sospeso tra meraviglia e
> tragedia.
Nel panorama affollato della saggistica narrativa italiana, il libro di Misculin
si distingue per l’equilibrio tra la precisione e l’accessibilità. Mare aperto
esplora il canale di Sicilia non come un semplice sfondo, ma un come crocevia di
storie, tensioni e memorie, sospeso tra meraviglia e tragedia. Misculin,
giornalista del Post già autore di podcast piuttosto seguiti (per esempio sulla
nave Geo Barents e sull’indoeuropeo), guida il lettore tra isole e relitti,
pescatori tunisini e miti antichi, alternando con maestria le fonti accademiche
più disparate (dalla paleontologia alla biologia marina, dalla glottologia alla
storia dei pirati) con le interviste agli abitanti condotte sul posto. È anche
questo un libro a suo modo turistico, con una singolare struttura ad arcipelago.
La penna dell’autore scorre con gusto e brillantezza da una curiosità alla
successiva, ottenendo un effetto che i latini avrebbero chiamato di satura lanx.
Cito, tra i tanti, due esempi diversissimi, ma egualmente rappresentativi di una
ricerca metodica della storia poco raccontata. Il primo, sulla logistica del
calcio di provincia: “In teoria il Lampedusa dovrebbe giocare nel girone A,
quello della provincia di Agrigento: in realtà viene sempre assegnato al girone
B, cioè quello di Palermo, perché ad Agrigento non c’è un aeroporto e le
trasferte sarebbero di fatto impossibili”. Il secondo, sull’harissa, una pasta
di peperoncini tipica delle coste della Tunisia: “In Italia è ormai nota fra i
vegetariani come la ‘nduja-senza-carne, ed esistono chat sotterranee su Telegram
in cui ci si scambia ricette e consigli su dove acquistarla online”. C’è,
insomma, una quota di intrattenimento colto, insieme a una passione genuina per
la ricerca del dettaglio inaspettato, della prospettiva inedita su fatti e
questioni (una su tutte la tragedia dei migranti) che sembrano ormai saturati da
un ingorgo di narrazioni. Mare aperto è però anche un libro etico, che eredita
dallo stile del Post la programmatica, quasi polemica rinuncia all’io, e un’idea
della scrittura come lavoro innanzitutto di servizio, nel senso alto e nobile
del termine, nei confronti di chi vuole capire di più.
C’è qualcosa di lucreziano nel modo in cui Misculin struttura il suo racconto.
Come il poeta latino mescolava il miele alla medicina amara della sua filosofia,
così qui l’autore dissemina il testo di episodi singolari, aneddoti storici,
squarci di bellezza quasi cinematografica. Eppure, dietro l’apparente levità
della scrittura, il libro ha un sottotesto che si fa via via più cupo. Un
esempio emblematico è il racconto della “deportazione” in Libia di decine di
migliaia di italiani ai tempi del fascismo. Il capitolo si apre con una serie di
testimonianze che sembrano tratte da un documentario sui migranti che arrivano
oggi in Italia. Questo crea uno straniamento che ribalta le nostre percezioni
ossificate:
> “Quando arrivammo al porto c’era tutto un formicolio di persone, chi con la
> valigia, chi con sacchetti stracolmi di indumenti, bimbi che piangevano, molto
> probabilmente avevano dormito poco e male. Certamente molti di noi vedevano il
> mare per la prima volta”, scrisse E. nel suo diario.
> La traversata, aggiunse E., durò diversi giorni, a bordo di un’imbarcazione
> stracarica di persone: “La mamma e I. soffrivano il mal di mare e molto spesso
> erano costretti a rimanere in coperta per non stare male”.
> All’arrivo, raccontò invece N., “ci misero in fila e ad ogni capofamiglia
> diedero una sporta piena di viveri”. Laggiù “c’erano ad aspettarci cento
> camion, me li ricordo bene, pronti a portarci a destinazione. Su ogni camion
> erano stipate due famiglie. […] Siamo stati i primi a partire; ricordo che la
> mamma disse: ‘Vuoi vedere che siamo i primi a partire e saremo gli ultimi ad
> arrivare?’ Infatti così è stato: ricordo i suoi pianti”.
> G., che vide sbarcare questa enorme “colonna” di persone, la descrisse così:
> “donne incinte, bambini lattanti, ragazzi; tutti hanno qualche necessità e a
> tutto occorre pensare e provvedere”.
Misculin costruisce senso anche attraverso una serie di rimandi interni,
impliciti o espliciti, ed è interessante e paradossale che le affermazioni più
rilevanti sul piano politico e ideologico non compaiano nei capitoli, al
contrario molto sobri, dedicati ai temi scottanti dell’attualità. Quando scrive
“[c]i piaccia o no, siamo tutti figli e discendenti di stranieri, genitori di
persone che saranno considerate straniere da qualcun altro, o stranieri noi
stessi, nel posto in cui viviamo”, non sta parlando dei morti in mare o di un
referendum sulla cittadinanza, ma di archeogenetica e dei rapporti tra i sardi e
i cartaginesi. È un espediente narrativo efficace, che dimostra come il libro
non sia solo una raccolta di storie, ma anche un esercizio di sguardo che ci fa
capire che le cose, spesso, si vedono meglio allontanandole, collocandole su uno
sfondo più ampio e articolato.
> C’è qualcosa di lucreziano nel modo in cui Misculin struttura il suo racconto.
> Come il poeta latino mescolava il miele alla medicina amara della sua
> filosofia, così qui l’autore dissemina il testo di episodi singolari, aneddoti
> storici, squarci di bellezza quasi cinematografica.
“Fino al 1846 a Linosa c’erano solo le berte”, racconta il ricercatore Giacomo
Dell’Omo in uno dei capitoli più belli. Leggendolo, scopriamo che sull’isola ci
sono più gatti che persone e che questo è un pericolo per la sopravvivenza di
molte specie endemiche, che si sono abituate a prosperare in un ambiente privo
di predatori. Tra queste specie ci sono, appunto, le berte. Per salvarle,
Dell’Omo promuove da tre anni una campagna di sterilizzazione dei gatti
linosani: è solo uno dei tanti episodi, tra quelli citati nel libro, che
dimostrano che la realtà è sempre più complessa delle opposizioni binarie con
cui siamo soliti schematizzarla, e che “stare dalla parte degli animali” è
un’espressione che presa a sé rischia di risultare priva di significato. Le
berte, come i libri belli, sono in pericolo, ma ancora per un po’ possiamo
tirare un sospiro di sollievo.
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