Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Cell apre prospettive terapeutiche per
la Sindrome di Leigh, una grave malattia genetica pediatrica finora priva di
cure efficaci. La ricerca è stata coordinata da Alessandro Prigione
dell’Università di Düsseldorf e ha coinvolto ricercatori italiani
dell’Università degli Studi di Milano, dell’Istituto Neurologico Carlo Besta e
dell’Università di Verona, tra cui Dario Brunetti ed Emanuela Bottani. Il lavoro
è stato sviluppato nell’ambito del consorzio europeo CureMILS, finanziato dal
programma European Joint Programme on Rare Diseases con circa 2,4 milioni di
euro, coinvolgendo numerosi centri di ricerca in Europa e negli Stati Uniti.
UNA MALATTIA RARA E DEVASTANTE
La sindrome di Leigh è una patologia genetica progressiva che colpisce il
sistema nervoso centrale e compromette la produzione di energia nelle cellule a
causa di difetti nei mitocondri. I sintomi compaiono spesso nei primi anni di
vita e includono ritardo nello sviluppo psicomotorio, debolezza muscolare, crisi
metaboliche e difficoltà respiratorie. Nei casi più gravi la malattia
progredisce rapidamente e può portare alla morte nei primi anni di vita. Fino ad
oggi non esistevano terapie capaci di modificarne il decorso.
DALLE CELLULE DEI PAZIENTI ALLA SCOPERTA DI UN POSSIBILE TRATTAMENTO
Lo studio ha utilizzato un approccio di medicina traslazionale. I ricercatori
hanno ottenuto cellule staminali pluripotenti indotte (iPSC) a partire da
cellule cutanee dei pazienti e le hanno trasformate in cellule nervose affette
dalla malattia, ricreando così il modello della patologia in laboratorio. Su
queste cellule è stato effettuato uno screening ad alta capacità di oltre 5.600
farmaci già esistenti, con l’obiettivo di individuare molecole riutilizzabili.
Tra i candidati più promettenti sono emersi gli inibitori della fosfodiesterasi
di tipo 5, in particolare il Sildenafil, noto commercialmente come Viagra, viene
quindi già utilizzato in ambito clinico per altre indicazioni. Il farmaco ha
dimostrato di migliorare il metabolismo energetico e la funzione delle cellule
affette dalla malattia, correggendo difetti della funzione mitocondriale e
ripristinando programmi di sviluppo del sistema nervoso nei modelli cellulari e
negli organoidi cerebrali.
DALLA SPERIMENTAZIONE AI PRIMI PAZIENTI
I risultati sono stati successivamente confermati in modelli animali, inclusi
modelli murini e suini sviluppati con il contributo dell’azienda biotech
Avantea. Nei modelli sperimentali il trattamento ha migliorato i segni della
malattia e prolungato significativamente la sopravvivenza. Sulla base di questi
dati, il farmaco è stato somministrato anche a un piccolo gruppo di pazienti con
sindrome di Leigh nell’ambito di un uso compassionevole. Nei pazienti trattati è
stata osservata una buona tollerabilità del farmaco e segnali preliminari di
beneficio clinico, tra cui miglioramenti delle funzioni motorie e una maggiore
resistenza alle crisi metaboliche.
VERSO I TRIAL CLINICI
Secondo i ricercatori, lo studio rappresenta la prima evidenza concreta di un
potenziale trattamento per la sindrome di Leigh e dimostra come l’integrazione
tra modelli cellulari umani, modelli animali avanzati e osservazioni cliniche
possa accelerare lo sviluppo di terapie per malattie rare. L’Agenzia Europea per
i Medicinali ha già riconosciuto al sildenafil la Orphan Drug Designation per
questa patologia, un passo che facilita lo sviluppo clinico di nuovi trattamenti
per malattie rare. Sono ora in corso studi clinici per valutarne sicurezza ed
efficacia su un numero più ampio di pazienti. La ricerca è stata sostenuta da
diversi enti e fondazioni, tra cui Fondazione Telethon, Fondazione Regionale per
la Ricerca Biomedica, Fondazione Mariani e dall’associazione di pazienti
Mitocon.
Lo studio
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terapia. Lo studio su Cell: tra i candidati la molecola del Viagra proviene da
Il Fatto Quotidiano.
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Quando un progetto scientifico riesce a superare di quasi dieci volte i propri
obiettivi iniziali, non si tratta soltanto di efficienza operativa. È il segnale
che una visione ha trovato terreno fertile. A Mosul, città irachena ancora
impegnata a rimarginare le ferite di anni di conflitto, si è ufficialmente
concluso il progetto di start-up del primo centro trapianto di cellule staminali
ematopoietiche presso l’Al Hadbaa Hospital, segnando un passaggio storico per la
sanità locale e per centinaia di famiglie colpite da gravi patologie del sangue.
Avviato nel 2023, il progetto è stato coordinato dalla dottoressa Marta Verna,
pediatra della Fondazione IRCCS San Gerardo dei Tintori di Monza, e gestito
dalla Fondazione AVSI, con il sostegno finanziario del governo iracheno.
L’accordo iniziale prevedeva la realizzazione di quattro trapianti; al termine
del percorso ne sono stati eseguiti trentotto, in pazienti adulti e pediatrici.
Un risultato che non rappresenta soltanto un dato numerico, ma la dimostrazione
concreta della solidità del modello costruito insieme ai professionisti sanitari
iracheni.
In Iraq, e in particolare a Mosul, la talassemia resta una delle malattie
genetiche più diffuse. Per molti pazienti la prospettiva di una vita dipendente
da trasfusioni regolari è l’unica possibilità di sopravvivenza. Il trapianto di
midollo osseo, oggi unico trattamento definitivo, era fino a poco tempo fa
accessibile esclusivamente all’estero, con costi insostenibili per la maggior
parte delle famiglie. Lo stesso vale per molte malattie ematologiche, come le
leucemie, per le quali il trapianto rappresenta spesso l’unico trattamento
salvavita. La possibilità di eseguire queste procedure in loco ha cambiato
radicalmente lo scenario, trasformando un viaggio impossibile in una cura
finalmente raggiungibile.
Dal punto di vista scientifico e organizzativo, il progetto ha seguito una
metodologia precisa: il capacity building. Non un intervento episodico, ma un
percorso strutturato di formazione, trasferimento di competenze e costruzione
dell’autonomia locale. I professionisti iracheni hanno inizialmente svolto
training in Italia, per poi lavorare fianco a fianco con gli esperti durante
numerose missioni a Mosul. Un modello che ha permesso di garantire standard
clinici elevati e, soprattutto, sostenibilità nel tempo.
“Con questa missione si chiude formalmente il progetto di start-up del centro
trapianti, che possiamo finalmente dichiarare un successo – ha dichiarato la
dottoressa Verna al rientro dall’ultima missione – È stato certamente il più
impegnativo tra i miei progetti, ma i risultati ottenuti superano di gran lunga
gli obiettivi iniziali”. Parole che restituiscono il senso di un lavoro
complesso, fatto di rigore scientifico ma anche di relazioni umane costruite
giorno dopo giorno.
Il valore dell’iniziativa risiede anche nel suo approccio multistakeholder. Come
ha sottolineato Giampaolo Silvestri, segretario generale della Fondazione AVSI,
il successo del progetto è il risultato di una cooperazione internazionale in
cui organizzazioni, istituzioni sanitarie e governi hanno collaborato mettendo
in comune risorse e competenze. I trentotto trapianti realizzati diventano così
la prova tangibile di un sistema integrato capace di produrre un impatto reale.
Un riconoscimento condiviso anche dalla Fondazione IRCCS San Gerardo dei
Tintori. Il presidente Claudio Cogliati ha evidenziato come l’esperienza di
Mosul rappresenti non solo un traguardo sanitario, ma anche un risultato umano:
la dimostrazione che competenza, dedizione e visione condivisa possono generare
cambiamenti duraturi anche nei contesti più complessi. Un impegno che si
inserisce nella lunga tradizione di cooperazione internazionale della Pediatria
del San Gerardo di Monza, sostenuta dalla Fondazione Maria Letizia Verga.
Non a caso, la dottoressa Verna coordina il progetto Children Global Medicine,
attivo dal 1986, che unisce ricerca, pratica clinica e formazione con
l’obiettivo di migliorare l’accesso alle cure pediatriche a livello globale
secondo il principio di equità. Progetti pensati per modificare in modo stabile
la storia sanitaria dei Paesi coinvolti, rendendo i centri locali
progressivamente autonomi.
La collaborazione con le autorità irachene non si conclude qui. È già previsto
un accordo di long-term follow-up che includerà attività di supervisione da
remoto e una futura missione finale, a garanzia della continuità clinica e
scientifica del centro.
Parallelamente, il percorso professionale e umano della dottoressa Verna ha
ricevuto un riconoscimento simbolico anche in Italia: l’invito alla Camera dei
Deputati per l’inaugurazione della mostra fotografica “Marianne d’Italia”,
dedicata a ottanta donne che si sono distinte per impegno civico e sociale. Un
riconoscimento che, al di là dell’aspetto celebrativo, riflette il senso
profondo di questo progetto: la scienza come strumento di cura, ma anche come
atto di responsabilità verso le persone e le comunità più fragili.
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Mosul 38 trapianti grazie a un progetto italiano proviene da Il Fatto
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