Panni umidi e bagnati stesi sul termosifone possono sembrare una soluzione
rapida e geniale nei mesi freddi, un po’ come avvolgere la casa in una nuvola
calda che promette vestiti asciutti e aria più umida per respirare meglio. Ma
ciò che accade davvero è molto meno poetico e decisamente meno innocuo:
quell’umidità aggiunta nell’aria domestica può diventare un nemico silenzioso
per la salute, soprattutto se si accumula e ristagna dove respiri, dormi e vivi
ogni giorno.
Negli ultimi anni, la ricerca scientifica ha evidenziato quanto la qualità degli
ambienti interni influenzi il nostro benessere e quello dei più piccoli. Lo
studio sistematico del 2024 di Cai et al., pubblicato sulla rivista Building and
Environment, analizza i dati di 33 anni di ricerca, mettendo in relazione
l’umidità negli ambienti interni con l’insorgenza di patologie respiratorie. Gli
autori confermano che l’esposizione all’umidità domestica è un fattore di
rischio significativo per asma, sibili respiratori, rinite ed eczema
nell’infanzia. In altre parole, case umide e poco ventilate non sono solo
scomode, ma possono favorire disturbi respiratori e allergici nei bambini.
COME ASCIUGARE I PANNI SENZA RISCHI PER LA SALUTE
Cosa succede quando appendiamo panni molto umidi sul termosifone? Il vapore
acqueo evapora, ma non sparisce: in ambienti poco ventilati resta intrappolato,
facendo salire facilmente l’umidità relativa oltre il 60%, soglia che favorisce
la comparsa di muffe e la proliferazione di acari e microrganismi. Tradotto:
l’umidità diventa un buffet per funghi e allergeni, e spesso ce ne accorgiamo
solo quando l’odore di chiuso è già persistente.
L’aerazione è fondamentale. Aprire le finestre, anche in inverno, permette
all’aria umida di uscire e a quella secca di entrare, riducendo il rischio di
condensa. Le macchie scure o verdi sui muri, soprattutto dove si stende il
bucato, possono indicare problemi di muffa da affrontare subito. Quando asciughi
in casa, evita spazi chiusi come bagni ciechi o corridoi senza finestre e non
appoggiare mai gli abiti bagnati ai muri. Una piccola ventola o un
deumidificatore ben dimensionato può mantenere l’umidità relativa tra il 40% e
il 60%.
Altri accorgimenti semplici ma efficaci includono controllare le previsioni del
tempo e stendere il bucato all’aperto quando possibile, sfruttare grate di
metallo vicino alle finestre per un’asciugatura più rapida e aprire brevemente
le finestre più volte al giorno per favorire il ricambio d’aria. In sostanza, il
gesto quotidiano di adagiare i panni sul termosifone può sembrare innocuo, ma
mette in moto un processo che compromette la qualità dell’aria e la salute
respiratoria di chi vive in casa. Un piccolo cambio di abitudine può fare una
grande differenza, soprattutto per i polmoni più giovani.
L'articolo “Asciugare i panni sul termosifone fa male alla salute, aumentano
muffe e problemi respiratori”: l’allarme degli scienziati proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Salute
La corsa ai farmaci dimagranti di nuova generazione non si ferma. Dopo il
successo globale della semaglutide, una nuova molecola potrebbe presto entrare
in scena: orforglipron, un agonista del recettore GLP-1 che, a differenza dei
farmaci più noti della stessa famiglia, si assume in compressa e non per
iniezione. I risultati di uno studio clinico internazionale di fase 3 pubblicato
su The Lancet, condotto in 131 centri tra Stati Uniti, Asia e America Latina su
1.698 adulti con diabete di tipo 2, indicano che la nuova pillola – sviluppata
dalla multinazionale farmaceutica Eli Lilly e coordinata dal diabetologo Julio
Rosenstock – potrebbe offrire un controllo più efficace della glicemia e una
perdita di peso superiore rispetto alla semaglutide orale. Dopo 52 settimane di
trattamento, i partecipanti hanno registrato una riduzione del peso corporeo
mediamente compresa tra circa il 6% e l’8%, accompagnata da un miglioramento
significativo dell’emoglobina glicata, uno dei principali indicatori del
controllo metabolico nel diabete. Un risultato che riaccende il dibattito su
quanto la nuova generazione di farmaci antiobesità possa cambiare davvero la
gestione clinica del peso, e su quanto debba restare centrale il ruolo dello
stile di vita.
UNA NUOVA PILLOLA NELLA FAMIGLIA DEI FARMACI ANTIOBESITÀ
“Il nuovo farmaco rappresenta soprattutto un’evoluzione della stessa strategia
terapeutica più che una rivoluzione – spiega al FattoQuotidiano.it Anna Maria
Colao, già Presidente Sie (Società italiana di endocrinologia) e professore
ordinario di Endocrinologia e malattie del metabolismo, cattedra Unesco di
Educazione alla salute e allo sviluppo sostenibile, università Federico II di
Napoli. “Il mondo degli agonisti del recettore GLP-1 – spiega – che abbiamo
imparato a conoscere come strumenti molto utili nel trattamento dell’obesità,
continua ad ampliarsi. L’orforglipron è un analogo sintetico diverso dalla
semaglutide e appartiene alla stessa classe di molecole che agiscono sul
recettore GLP-1, un bersaglio già ampiamente utilizzato nella terapia del
diabete e dell’obesità”. La novità principale riguarda la modalità di
somministrazione. A differenza della semaglutide, spesso somministrata per via
sottocutanea o in forma orale con condizioni di assorbimento molto precise,
l’orforglipron è una compressa che non richiede l’assunzione a stomaco
completamente vuoto. “È una piccola ma importante differenza pratica – osserva
Colao – perché la semaglutide orale deve essere assunta a digiuno per essere
assorbita correttamente, mentre l’orforglipron sembra avere una maggiore
flessibilità. In entrambi i casi parliamo comunque di una somministrazione
quotidiana”.
IL CONFRONTO CON LA SEMAGLUTIDE
Lo studio citato su The Lancet rappresenta uno dei primi confronti diretti tra
terapie della stessa famiglia. In precedenza un trial chiamato ACHIEVE-1 aveva
già dimostrato la superiorità dell’orforglipron rispetto al placebo. Nel nuovo
lavoro, invece, il farmaco viene confrontato testa a testa con la semaglutide
orale a diversi dosaggi. “Il risultato principale riguarda il controllo della
glicemia – spiega l’endocrinologa – con un miglioramento significativo
dell’emoglobina glicata e della tolleranza ai carboidrati. In questo confronto
l’orforglipron mostra un vantaggio, anche se bisogna ricordare che gli effetti
collaterali risultano leggermente più frequenti rispetto alla semaglutide”. Per
questo, secondo Colao, è prematuro parlare di un vero salto di qualità
terapeutico. “Il target farmacologico resta lo stesso: il recettore GLP-1. Il
vero elemento distintivo è la formulazione orale, che rende il trattamento più
semplice rispetto alle iniezioni sottocutanee”.
I POSSIBILI EFFETTI COLLATERALI
Proprio la comodità della pillola potrebbe però avere conseguenze rilevanti
sull’aderenza alle terapie. “Un farmaco orale è certamente più facile da gestire
nella vita quotidiana: non richiede aghi, non deve essere conservato in
frigorifero e può essere portato con sé senza particolari precauzioni –
sottolinea l’endocrinologa -. Questo potrebbe favorire la diffusione dei
trattamenti, anche se bisogna ricordare che l’assunzione è giornaliera, mentre
alcune formulazioni sottocutanee vengono somministrate solo una volta alla
settimana”. Nel dibattito scientifico resta aperta anche un’altra questione: la
perdita di massa muscolare associata al dimagrimento indotto da questi farmaci.
“È un tema reale – osserva Colao – perché tutti gli agonisti del GLP-1, almeno
quelli attualmente disponibili, possono comportare una riduzione della massa
magra insieme al calo di peso. Per questo raccomandiamo sempre ai pazienti di
associare attività fisica regolare e un corretto regime nutrizionale. È
importante ricordare che questi farmaci non sostituiscono lo stile di vita. Il
farmaco deve essere uno strumento integrato, non la scorciatoia”.
IL NODO DEI COSTI E DELLA SOSTENIBILITÀ SANITARIA
Infine c’è il nodo economico. Le nuove terapie sono efficaci ma anche costose, e
la loro eventuale diffusione su larga scala pone il problema della sostenibilità
dei sistemi sanitari. “Il tema è all’attenzione delle istituzioni – spiega
l’esperta – e anche il Consiglio superiore di sanità sta valutando gli scenari
possibili. L’ipotesi è quella di una rimborsabilità selettiva da parte del
Servizio sanitario nazionale per alcune categorie di pazienti, per esempio chi
presenta obesità grave o comorbidità importanti”. L’argomento non riguarda solo
il costo dei farmaci, ma anche il potenziale risparmio futuro. “Se trattiamo
efficacemente l’obesità – conclude Colao – possiamo prevenire complicanze molto
costose come infarti, ictus o malattie respiratorie. In questo senso queste
terapie potrebbero diventare non solo un investimento clinico ma anche economico
per la sanità pubblica”.
L'articolo Basta iniezioni per dimagrire, arriva una nuova pillola che fa
perdere fino all’8% del peso: rischi e benefici dell’orforglipron nel nuovo
studio proviene da Il Fatto Quotidiano.
È sabato 14 marzo 2026. Sono sul treno per Porto San Giorgio. Ho preso un
impegno da mesi e grazie alla splendida collaborazione di Valeria, domani dalle
9 alle 17 misurerò la pressione oculare a tutti quelli che verranno e vorranno
fare una piccola donazione volontaria alla associazione sereniesempreuniti di
cui io e Valeria siamo consiglieri. Un modo per sensibilizzare i cittadini ad
una patologia invalidante come il glaucoma. Non una diagnosi, che si può fare
solo con una visita oculistica associata ad eventuali esami specifici quali la
perimetria computerizzata e l’OCT del nervo, e tanto meno una terapia, ma un
modo reale per avere uno spunto per parlarne. Propongo da anni di inserire
questa misurazione nel rinnovo periodico della patente, inascoltato. Quello
screening di massa ridurrebbe drasticamente l’incidenza del glaucoma in Italia
che si attesta sull’11% della popolazione.
Sono fermamente convinto che solo iniziative reali senza interessi personali
servono per il bene comune. Sono fermamente convinto che tutte le associazioni,
ed anche i movimenti politici, non dovrebbero essere contro qualcosa o qualcuno
né continuare a crogiolarsi sul passato, positivo o negativo che possa essere
stato. Tutti i cittadini, associati o meno, politici o meno, debbono essere solo
propositivi a favore delle prossime generazioni. Spesso invece si soggettivizza
e si pensa magari di più alle prossime elezioni (cfr. Alcide De Gasperi). Per
quello ci mancano statisti lungimiranti.
Sono sul treno di ritorno. È il 15 marzo 2026. Una giornata impegnativa ma in
fondo la mia vita, come quella di tutti i colleghi onesti, è stata piena di
giornate così. Per dare qualche numero, in senso figurato, fra otto giorni
compio 45 anni di laurea. A 71 anni non manca ancora la voglia di sviluppare e
mettere in pratica idee.
Ho misurato la pressione oculare a cento persone con una incidenza di circa il
60% donne e 40% uomini con età fra i 40 e gli 85. I valori medi nella norma si
attestano sui 14-17 mmhg con uno spessore medio di 540 micron. Ho trovato 6
persone con pressioni sopra ai 21 mmhg, non compensate dallo spessore corneale a
cui ho consigliato una visita oculistica completa con esecuzione di esami
aggiuntivi. A 2 di queste ho fatto sicuro diagnosi di glaucoma dopo aver visto
l’escavazione del nervo ottico e la rima nettamente ridotta a cui ho caldamente
consigliato di farsi vedere con relativa urgenza. Circa 20 persone sono
risultate già in terapia per glaucoma. Circa 20 persone si sono sottoposte al
controllo perché consapevoli della importanza della loro eredità glaucomatosa.
Di tutte le persone mi piace citarne una che, già in terapia antiglaucomatosa da
anni con prostaglandine, e con conseguenti occhi molto arrossati, è tornata per
ringraziarmi dopo molte ore perché io ho consigliato un vecchio trucco, di
bagnare spesso gli occhi con acqua fredda e lui era, così facendo, parecchio
migliorato in poco tempo!
Non ho interesse a citare quante persone e quanto hanno deciso di donare alla
associazione, gesto ovviamente ben accolto, perché, come ho detto il mio intento
era solo quello di prendermi cura dei cittadini di una ridente località
adriatica e provare a fare quello una legge dello Stato dovrebbe porre nel
rinnovo del permesso di guida, che peraltro paga il cittadino. Ringrazio ancora
una volta Valeria per il supporto, per l’ottima guida culinaria e stradale.
Ringrazio i miei piccoli oculisti honoris causa Luca e Lorenzo, figli di
Valeria, e tutti gli altri che hanno voluto darci direttamente o indirettamente
un aiuto.
Ho dimostrato che si può fare, che si dovrebbe fare, anche se con tutte le
limitazioni che, aumentando i numeri, ovviamente si verrebbero a trovare.
Ma è meglio così piuttosto che niente e sono certo che, almeno quelle due
persone che verosimilmente dovranno sottoporsi a terapia, prima o poi, in questa
o in altre vite mi ringrazieranno che abbiamo tenuto a bada “il ladro silenzioso
della vista”.
Ringrazio il gruppo Luxottica che mi ha supportato mettendo a disposizione una
struttura mobile con gli strumenti gestiti dal bravissimo Gabriele della CSO.
L'articolo Ho misurato la pressione oculare a cento persone: la dimostrazione
che prevenzione si può fare proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sfiorare con una linea sottilissima lo sguardo davanti allo specchio, far
brillare gli occhi prima di uscire o rafforzare l’espressione con un tratto nero
deciso: quel gesto di coccola quotidiana può, inaspettatamente, nascondere un
pericolo invisibile e subdolo. Una recente inchiesta condotta da Pure Earth,
un’organizzazione internazionale impegnata nella salute pubblica e nel contrasto
all’avvelenamento da piombo, ha acceso un faro inquietante su questo atto di
bellezza tanto diffuso.
Su 56 eyeliner tradizionali, noti come kohl, kajal o surma, spesso acquistati
online tramite piattaforme come Amazon, Etsy, eBay e TikTok Shop, più della metà
presenta livelli di piombo ben superiori a quelli considerati accettabili dalle
autorità sanitarie statunitensi. Dei campioni analizzati, ben 29 superano il
limite di 10 parti per milione (ppm) indicato dalla Food and Drug
Administration, mentre nove prodotti raggiungono o superano i 100.000 ppm e tre
superano addirittura i 350.000 ppm. Una concentrazione decisamente inappropriata
per un cosmetico applicato vicino a una mucosa delicata come quella oculare.
PIOMBO NEI COSMETICI E RISCHI PER LA SALUTE
Particolarmente allarmante è il fatto che tre prodotti etichettati come “baby
kajal” contengano livelli di piombo superiori al valore raccomandato, sollevando
ulteriori preoccupazioni per la sicurezza dei bambini. Inoltre, molti cosmetici
testati riportavano indicazioni come “senza piombo” o “lead-free”, etichette
che, secondo Pure Earth, si sono rivelate inaffidabili in moltissimi casi. Il
piombo non è un ingrediente qualsiasi: si tratta di una neurotossina ben nota
che interferisce con processi biologici fondamentali, può danneggiare lo
sviluppo neurologico, ridurre l’intelligenza, causare disturbi comportamentali e
compromettere la funzione cardiaca e renale.
I bambini sono particolarmente vulnerabili, mentre l’Istituto Superiore di
Sanità sottolinea che in gravidanza l’esposizione a livelli elevati aumenta il
rischio di aborto, parto prematuro e basso peso alla nascita. L’Organizzazione
Mondiale della Sanità ricorda inoltre che l’esposizione al piombo rappresenta un
rilevante carico di malattia globale: secondo l’Institute for Health Metrics and
Evaluation, nel 2021 oltre 1,5 milioni di decessi sono stati attribuiti agli
effetti del piombo, in gran parte legati a patologie cardiovascolari.
TRADIZIONE ANTICA E MERCATO GLOBALE
Il trucco degli occhi ha radici antiche: kohl e kajal sono stati usati per
millenni in Medio Oriente, Asia meridionale, Nord Africa e Africa subsahariana,
non solo come cosmetici ma anche con valenze culturali e, in passato, persino
terapeutiche. Oggi, grazie al commercio digitale, questi prodotti sono
facilmente reperibili online, ma spesso sfuggono ai controlli previsti nei Paesi
di destinazione e alle normative più severe. L’inchiesta non demonizza il
mercato dei cosmetici, ma mette in luce una falla critica nei sistemi di
controllo.
MAKE-UP: COME PROTEGGERSI E FARE SCELTE CONSAPEVOLI
Chi ama il make-up dovrebbe informarsi, preferire marchi europei con sede
nell’UE e indicazioni chiare di produttore e lotto, diffidare di prodotti con
prezzi eccessivamente bassi o informazioni vaghe, e acquistare da rivenditori
ufficiali. Per chi vuole sperimentare, è possibile realizzare eyeliner fai-da-te
con ingredienti certificati come carbone vegetale cosmetico e oli vegetali
stabili, ma anche in questo caso è fondamentale rigore, igiene e consapevolezza
dei rischi.
L’inchiesta di Pure Earth ci ricorda che la bellezza non è solo estetica: è un
atto che riguarda la salute, la trasparenza delle filiere e la responsabilità
collettiva. In un’era in cui l’acquisto online è immediato, la vera rivoluzione
è fermarsi un attimo prima di cliccare su “compra ora” e chiedersi: so davvero
cosa sto mettendo sulla mia pelle? Solo con informazione, spirito critico e
scelte consapevoli si può conciliare creatività e sicurezza, facendo della
bellezza un piacere e non un rischio nascosto.
L'articolo “Attenzione al piombo nascosto nell’eyeliner: su 56 prodotti venduti
online, più della metà supera il limite di sicurezza”: l’allarme nel nuovo
studio proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Campania sta affrontando un picco preoccupante di casi di epatite A, saliti a
quota 133. A Napoli, dove i dati dell’Asl 1 Centro segnalano una diffusione del
virus dieci volte superiore alla media dell’ultimo decennio (passando da 3 casi
a gennaio a 43 nei primi diciannove giorni di marzo), il sindaco Gaetano
Manfredi ha firmato un’ordinanza urgente e perentoria: è fatto divieto assoluto
di somministrare e consumare frutti di mare crudi in tutti gli esercizi
pubblici.L’impennata, che gli esperti ritengono legata al consumo di frutti di
mare crudi tipico del periodo natalizio, ha spinto le autorità regionali a
intensificare i controlli sull’intera filiera ittica. Ma di cosa si tratta
esattamente e come possiamo difenderci nella vita di tutti i giorni? Ecco una
scheda pratica e dettagliata con tutte le informazioni e le raccomandazioni
sanitarie per prevenire il contagio.
COS’È L’EPATITE A E COME SI TRASMETTE
L’epatite A è un’infezione acuta che colpisce il fegato, causata dal virus HAV.
La sua diffusione avviene per via oro-fecale. Nello specifico, il contagio si
verifica tramite:
* Ingestione di acqua o cibo contaminati.
* Contatto stretto con una persona già infetta.
* Attenzione ai tempi: il virus è particolarmente insidioso perché è presente
nelle feci già 7-10 giorni prima che compaiano i sintomi. Una persona,
dunque, può trasmettere la malattia prima ancora di sapere di essere malata.
Il periodo di incubazione varia in genere dai 15 ai 50 giorni.
I SINTOMI DA NON SOTTOVALUTARE
L’invito delle autorità sanitarie è di rivolgersi immediatamente al medico in
presenza dei seguenti campanelli d’allarme (che nei bambini, tuttavia, possono
anche non manifestarsi in modo evidente):
* Nausea persistente e vomito.
* Forte stanchezza e malessere generale.
* Febbre.
* Dolori addominali.
* Urine molto scure e feci chiare.
* Ittero: colorazione giallastra della pelle e della sclera (la parte bianca)
degli occhi.
Nota clinica: Nella maggior parte dei casi la guarigione è completa, ma il
decorso può farsi più severo negli anziani o in pazienti con patologie epatiche
pregresse.
I CIBI A RISCHIO E LE REGOLE PER IL CONSUMO
Nella trasmissione alimentare, il pericolo maggiore si nasconde nei cibi
consumati crudi o non sufficientemente cotti.
1. Molluschi bivalvi (cozze, vongole, ostriche)
Filtrando l’acqua in cui vivono, questi molluschi possono accumulare al loro
interno un’alta concentrazione di particelle virali.
Cosa NON fare: evitare assolutamente il consumo a crudo, appena scottato o
tiepido. La credenza che la sola apertura delle valve durante la cottura sia
garanzia di sicurezza è falsa.
Cosa fare: La cottura deve essere uniforme e prolungata fino a quando il
prodotto risulta ben cotto. Acquistare i frutti di mare solo da rivenditori
autorizzati, verificando etichettatura e provenienza.
2. Frutti di bosco
Freschi: vanno lavati in modo scrupoloso sotto acqua corrente potabile subito
prima di mangiarli.
Surgelati/Congelati: secondo l’Istituto Superiore di Sanità, devono essere
consumati solo dopo la cottura, portandoli a ebollizione a 100°C per almeno 2
minuti. Non vanno mai usati a crudo per guarnire yogurt, semifreddi o macedonie.
3. Acqua, frutta e verdura
Bere e utilizzare solo acqua di provenienza certa e controllata (anche per
preparare il ghiaccio).
Lavare sempre benissimo frutta e verdura destinate al consumo a crudo.
IGIENE QUOTIDIANA: LE REGOLE D’ORO
Per bloccare la diffusione del virus, la Regione Campania raccomanda
comportamenti preventivi decisivi, da applicare ogni giorno in casa e in cucina:
* Lavaggio mani: usare acqua e sapone per almeno 20 secondi prima di cucinare,
prima di mangiare, dopo l’uso del bagno, dopo il cambio di un pannolino e
dopo aver assistito una persona malata.
* Niente contaminazioni: separare sempre gli alimenti crudi da quelli cotti.
Usare utensili e taglieri diversi o lavarli accuratamente tra un utilizzo e
l’altro.
* Sanificazione: pulire a fondo piani di lavoro, lavelli e coltelli dopo aver
maneggiato alimenti crudi.
* Stop alla cucina: non preparare cibo per altre persone se si accusano
disturbi gastrointestinali o sintomi compatibili con l’epatite, in attesa del
parere medico.
VACCINAZIONE E PROFILASSI
La vaccinazione rimane lo strumento di prevenzione più potente, raccomandata in
particolar modo ai contatti stretti dei casi confermati e alle categorie a
rischio. In caso di recente esposizione al virus, la tempestività è tutto: la
vaccinazione post-esposizione (ed eventualmente la somministrazione di
immunoglobuline in casi selezionati) risulta tanto più efficace quanto più
precocemente viene somministrata. Chiunque sia stato a stretto contatto con un
malato accertato deve contattare immediatamente il proprio medico curante o i
Servizi di Prevenzione dell’ASL.
L'articolo Boom di casi di Epatite A in Campania: “Diffusione del virus dieci
volte superiore alla media degli ultimi 10 anni”. Sintomi, cibi a rischio e cosa
fare per evitare il contagio proviene da Il Fatto Quotidiano.
«Mai vista una cosa del genere prima di oggi. Mai visto un focolaio così
esplosivo per la rapidità di diffusione». A lanciare l’allarme direttamente da
Bruxelles è Matteo Bassetti, docente di Malattie Infettive presso la Clinica di
Malattie Infettive e Tropicali dell’Ospedale Policlinico San Martino di Genova.
Un allarme lanciato via Facebook per il focolaio di meningite da meningococco
(MenB) che ha colpito il Kent, nel Regno Unito, comprovato dai numeri. Due
ragazzi morti, un’altra ventina colpita, tenuta sotto stretta osservazione. Uno
di questi in Francia. E circa 30mila persone sottoposta a profilassi. Insomma,
non c’è nulla da scherzare. Si parla, secondo l’Agenzia britannica per la
sicurezza sanitaria del Regno Unito (UKHSA), di “una malattia grave ma rara
causata dal batterio meningococco”. Poi ancora: “L’esordio può essere
improvviso, motivo per cui è fondamentale conoscere i segni e i sintomi e agire
tempestivamente”, spiega l’UKHSA che non nasconde che se non diagnosticata e
curata rapidamente può portare anche alla morte.
Il professor Bassetti con un video di nemmeno un minuto ha cercato di spiegare
che «abbiamo due strumenti per fermare questo contagio che colpisce soprattutto
i giovani: da una parta la profilassi antibiotica dei contagi diretti.
Dall’altra parte la vaccinazione. Vedere questi ragazzi in fila che chiedono di
essere vaccinati è un bel messaggio per il futuro. Grazie alla scienza anche
questo focolaio sarà limitato. Quindi basta parlare male dei vaccini, basta con
i No Vax, hanno stufato!». Poi insiste: «Bisogna fare di più dal punto di vista
della prevenzione, anche in Italia. La meningite B è un’infezione batterica
grave e fulminante causata da Neisseria meningitidis sierogruppo B, che colpisce
le membrane del cervello (meningi) e il sangue (sepsi). Particolarmente
pericolosa per neonati e adolescenti, può causare danni permanenti o il decesso
in poche ore».
Al momento sono coinvolte cinque scuole e due università tra casi sospetti e
confermati. In un nota Fabrizio Pregliasco, direttore della scuola di
specializzazione in igiene e medicina preventiva Università degli Studi di
Milano La Statale ha però cercato di non creare agitazione spiegando che «quello
che osserviamo in questi casi nel Regno Unito non è tanto un’’epidemià nel senso
classico, ma piuttosto un cluster di casi che può verificarsi in contesti
comunitari chiusi o semi-chiusi, come università, dormitori o luoghi di
aggregazione giovanile, dove la trasmissione del batterio è facilitata dal
contatto stretto. È importante ricordare che il meningococco si trasmette per
via respiratoria, ma non è altamente contagioso come virus respiratori quali
influenza o Covid-19. Tuttavia, la sua pericolosità risiede nella rapidità di
progressione della malattia». Ma su una cosa concorda pienamente con Bassetti:
«La vera arma di prevenzione resta la vaccinazione, oggi disponibile per diversi
sierogruppi (A, B, C, W, Y), che ha già dimostrato di ridurre significativamente
i casi nei Paesi dove è stata ampiamente utilizzata». Poi avverte: «E’
fondamentale aumentare la consapevolezza sui sintomi precoci – febbre alta,
rigidità nucale, alterazioni dello stato di coscienza, petecchie – perché una
diagnosi tempestiva può fare la differenza tra la vita e la morte». Che rischi
corre l’Europa? Per il momento «molto basso, data la bassissima probabilità di
esposizione e infezione», almeno secondo il Centro europeo per la prevenzione e
il controllo delle malattie (Ecdc) in una nota. Una certa positività confermata
dai numeri in possesso. Secondo gli ultimi dati dell’Ecdc, nell’Unione Europea e
nello Spazio Economico Europeo, nel 2024 si sono verificati 2.263 casi di
malattia meningococcica invasiva, di cui 202 fatali. Il sierogruppo B ha
rappresentato il 55% dei casi.
L'articolo “Mai visto un focolaio così esplosivo. I No Vax hanno stufato”.
Matteo Bassetti lancia l’allarme per i casi di meningite da meningococco nel
Kent proviene da Il Fatto Quotidiano.
Può l’attività fisica compensare i danni dell’alcol? È la domanda che ha
riacceso il dibattito dopo la diffusione di una ricerca norvegese basata su uno
dei più grandi studi di popolazione europei. L’analisi ha seguito per quasi
vent’anni circa 25mila adulti, valutando nel tempo tre variabili chiave: consumo
di alcol, livello di attività fisica e mortalità per tutte le cause. Il
risultato centrale è meno rassicurante di quanto suggeriscano alcuni titoli:
l’aumento del consumo di alcol nel tempo è associato a un aumento del rischio di
morte, indipendentemente dal fatto che una persona sia fisicamente attiva oppure
no. Tuttavia, a parità di consumo di alcol, chi mantiene uno stile di vita
attivo presenta un rischio di mortalità più basso rispetto ai sedentari.
In parole chiare, l’attività fisica agisce come fattore attenuante, non come
fattore neutralizzante.
È qui che nasce l’equivoco. Lo studio non dice che “allenarsi permette di bere
di più”, ma che tra due persone che bevono la stessa quantità, quella che si
muove di più sta mediamente meglio di quella che resta sedentaria. Il gruppo più
vulnerabile, infatti, è quello che combina sedentarietà e consumo alcolico
crescente: una doppia esposizione che amplifica il rischio.
Un punto importante dello studio è l’analisi delle variazioni nel tempo: non
conta solo quanto si beve in un dato momento, ma se il consumo aumenta con gli
anni. Chi incrementa l’assunzione alcolica mostra un peggioramento del profilo
di rischio anche se resta fisicamente attivo, segno che l’alcol continua a
esercitare effetti negativi cumulativi.
L’ESPERTO: “NON FATEVI CONFONDERE LE IDEE”
“Il dato non è nuovo. Già studi epidemiologici pubblicati anni fa su The Lancet
avevano mostrato che, a parità di fattori di rischio come fumo, diabete o alcol,
l’attività fisica è la variabile che più di tutte riduce la mortalità”, spiega
al FattoQuotidiano.it il professor Giovanni Addolorato, professore ordinario di
Medicina Interna, Fondazione Policlinico Gemelli, Università Cattolica del Sacro
Cuore di Roma. Ma proprio per questo, avverte il professore, il messaggio può
diventare fuorviante. “Dire che l’attività fisica attenua i danni dell’alcol non
significa che l’alcol diventi meno pericoloso. È una distinzione fondamentale.
Altrimenti si passa dal dato scientifico all’autoassoluzione”.
Uno dei nodi centrali riguarda il concetto, ancora molto diffuso, di “dose
raccomandata”. “In realtà non esiste una dose di alcol a rischio zero”,
chiarisce Addolorato. “Negli anni Settanta e Ottanta si parlava dei due
bicchieri di vino rosso come fattore protettivo per il cuore, ma oggi sappiamo
che quella narrazione è falsa. Se si considerano tutti gli organi e apparati, la
mortalità complessiva è più bassa negli astemi”.
“MENO È MEGLIO”
Negli ultimi vent’anni, spiega, la letteratura scientifica ha progressivamente
smontato l’idea dell’alcol come alleato della salute. Le evidenze più solide
arrivano da grandi studi internazionali che valutano il peso dei fattori di
rischio sulla popolazione globale. “Il messaggio oggi condiviso è semplice: less
is better. Meno bevo, meno rischio corro. Se voglio davvero rischio zero, devo
bere zero”.
E l’elenco dei danni legati all’alcol va ben oltre il fegato, spesso considerato
l’unico bersaglio. “L’alcol ha effetti documentati sul sistema cardiovascolare,
sul cervello, sul metabolismo, sul rischio oncologico e sul sistema immunitario.
Anche piccole quantità, assunte regolarmente, contribuiscono a un carico di
rischio che nel tempo si somma”, sottolinea l’esperto.
Quando poi si parla di attività fisica, il quadro non cambia. “Che l’alcol sia
controindicato quando si fa sport è noto da decenni. Riduce la capacità di
recupero, interferisce con la sintesi proteica e peggiora la qualità
dell’allenamento. Non a caso, nello sport agonistico bere è semplicemente
vietato”.
L’INSEGNAMENTO DELLE BLUE ZONES
Alla domanda su quale sia allora la combinazione più realistica per proteggere
la salute nel lungo periodo, Addolorato risponde senza esitazioni: “Primo: non
bere. Secondo: fare attività fisica, in qualunque forma. Non serve essere
atleti: anche camminare, distribuendo il movimento nell’arco della giornata, ha
un effetto protettivo significativo”.
Il terzo pilastro è lo stile di vita nel suo complesso, a partire
dall’alimentazione. Qui entrano in gioco le cosiddette Blue Zones, le aree del
mondo con la più alta concentrazione di ultracentenari. “In questi luoghi
ritroviamo sempre gli stessi elementi: movimento quotidiano non strutturato in
paesini piccoli con stradine che ‘costringono’ a camminare senza prendere
l’auto, forte vita di comunità e quindi bassa solitudine e un’alimentazione
semplice, prevalentemente vegetale. La carne si mangia mediamente solo nelle
feste. A parità di consumo di alcol – che in realtà è molto basso – chi non è
sedentario vive più a lungo”.
QUELLO CHE CONTA: MUOVERSI, VARIARE LA DIETA E…
Un altro aspetto interessante è la varietà alimentare. “Nelle Blue Zones
orientali non esiste una dieta rigida, ma una grande varietà di cibi. Questo
riduce l’esposizione cronica a singoli fattori dannosi e abbassa il rischio
complessivo”.
Il messaggio finale è quindi meno consolatorio di quanto piaccia raccontare:
l’attività fisica è uno dei più potenti strumenti di prevenzione, ma non è una
polizza assicurativa contro l’alcol. Muoversi di più fa bene. Non bere fa
meglio. E confondere le due cose rischia di trasformare una buona evidenza
scientifica in un alibi culturale.
L'articolo Fare attività fisica annulla gli effetti dell’alcol? Ecco cosa c’è di
vero secondo uno studio che ha seguito 25mila persone per 20 anni proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Di Leonardo Grimaldi
Nel mondo della skincare, i principi attivi sono il cuore di ogni prodotto
cosmetico: li ritroviamo nei sieri, nelle creme, ma ultimamente anche nei
prodotti a risciacquo di nuova generazione come i detergenti viso o gli
struccanti. Presenti in concentrazioni più o meno alte, questi ingredienti
lavorano sinergicamente per trattare condizioni quali macchie superficiali,
mancanza di idratazione o la perdita di tono e compattezza. Tuttavia, per
costruire una routine di cura della pelle che sia performante ma al tempo stesso
rispettosa del benessere cutaneo, è fondamentale selezionarli con estrema
attenzione, onde evitare il rischio di irritazioni o conseguenze dermatologiche
spiacevoli. La chiave per assicurarsi una pelle luminosa e in salute, infatti,
non è usare tutto ciò che sappiamo essere di tendenza sui social, ma combinare
le diverse formule attive con consapevolezza e strategia.
CONOSCERE IL PROPRIO TIPO DI PELLE PER RISULTATI VISIBILI
Prima di scoprire come utilizzare al meglio i principi attivi nella skincare
routine, è doverosa una precisazione: nella scelta e combinazione di due o più
trattamenti differenti, è fondamentale tenere conto della propria tipologia di
pelle. Come spiega a ilfattoquotidiano.it il dottor Nicolò Rivetti, dermatologo
di Doctolib.it, “conoscere il proprio tipo di pelle è fondamentale quando si
decide di combinare più principi attivi nella skincare routine, perché la
tolleranza cutanea, la funzione di barriera e la produzione di sebo variano
molto da persona a persona”. Inoltre, “dal punto di vista dermatologico, la
pelle non è un substrato uniforme: pelle secca, grassa, mista o sensibile
presentano differenze nella produzione sebacea, nell’idratazione dello strato
corneo e nell’integrità della barriera cutanea” precisa il dottor Rivetti. Per
questo motivo, “quando si decide di combinare più principi attivi nella propria
routine di skincare, è importante farlo con attenzione, perché l’associazione
non corretta di alcune molecole può ridurre l’efficacia dei trattamenti o
aumentare il rischio di irritazione cumulativa, soprattutto quando si utilizzano
molecole che agiscono sul rinnovamento epidermico.” Un buon metodo per
comprendere effettivamente quale sia il proprio tipo di pelle, secondo quanto
suggerisce lo specialista, consiste nel “lavare il viso con un detergente
delicato, senza applicare successivamente creme o cosmetici e attendere circa
una o due ore. Trascorso questo tempo, si può appoggiare sulla pelle un foglio
di carta assorbente o una blotting paper, premendo delicatamente su fronte,
naso, guance e mento. La quantità di sebo che rimane sulla carta permette di
avere un’indicazione orientativa della pelle”. Tuttavia, “è importante ricordare
che la percezione soggettiva del proprio tipo di pelle non è sempre precisa: una
valutazione dermatologica completa può fugare ogni dubbio” sottolinea il dottor
Rivetti.
ACIDO IALURONICO E CERAMIDI: EFFETTO BOOSTER PER L’IDRATAZIONE
Gli sbalzi termici, l’aria secca dell’ufficio o una poca idratazione quotidiana
hanno delle conseguenze anche sulla salute della pelle. Per prevenire e trattare
efficacemente la cosiddetta perdita di idratazione transepidermica (TEWL)
l’acido ialuronico può diventare un valido alleato della skincare routine
quotidiana. Il modo migliore per integrarlo può essere mediante un siero viso,
da applicare al mattino e alla sera dopo la detersione.
Una valida soluzione è il Multirepair HA Siero di Rilastil, studiato
appositamente con 3 tipi di acido ialuronico e un complesso di pre/post biotici
per supportare il microbiota cutaneo e rimpolpare le rughe provocate dalla
disidratazione. In alternativa, per una pelle rimpolpata effetto specchio, il
nuovo Fluido Idratante Revitalift Filler Glass Skin di L’Oréal Paris combina
l’acido ialuronico macro alla vitamina B3 e al pantenolo, per levigare la
texture cutanea ma senza rinunciare all’idratazione. Estratto fermentato di
genziana certificata Ecocert e un duo di acidi ialuronici ad alto e basso peso
molecolare sono invece gli ingredienti che compongono l’Hydra3 Booster di
Valmont, un siero leggero che aiuta a idratare ogni strato dell’epidermide e a
uniformare al contempo la grana della pelle.
Se soffrite di sensibilità e rossori diffusi, potete abbinare all’acido
ialuronico un trattamento a base di ceramidi, ossia dei lipidi costituenti la
barriera cutanea che agiscono da collante per trattenere l’acqua nella pelle e
proteggerla da aggressioni esterne. Come ultimo step della beauty routine, la
nuova Advanced RGN-6 di Skin Ceuticals è una crema viso formulata con
Bioceramide 603, ectoina e Acetil tetrapetide-9, una combinazione di ingredienti
altamente performanti in caso di discomfort, comparsa di arrossamenti o di
sensibilità post-laser.
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COLLAGENE E RETINOLO: IL SEGRETO PER UNA PELLE UNIFORME E RIMPOLPATA
La maggior parte degli studi dermatologici confermano che, a partire dai 25
anni, la pelle perde tono e compattezza a causa di una minor produzione di
collagene. Se per contrastare gli effetti del cosiddetto photoaging è importante
applicare con costanza una protezione solare ad ampio spettro, esistono prodotti
cosmetici a base di questa proteina che permettono di mantenere elastica la
pelle giorno dopo giorno. Lo sa bene Lancôme, che di recente ha messo a punto
Rénergie Collagen Lift-Xtend Cream, un innovativo trattamento viso ispirato alla
procedura estetica del thread-lifting. Secondo test strumentali, questo soin
mira a ricostruire 10 anni di perdita di collagene con l’utilizzo costante. Per
potenziare l’effetto anti-age della routine, il collagene può essere combinato
con il retinolo, una forma di vitamina A rinomata per essere la più efficace nel
ridurre segni di invecchiamento, perdita di tono e la presenza di irregolarità
nella texture cutanea. Sviluppata per assicurare una pelle distesa e
ringiovanita è la nuova Retinol Correxion Deep Wrinkle Rich Cream di ROC, che
aiuta a ridurre 3 segni visibili dell’invecchiamento grazie alla combinazione di
retinolo ROC brevettato, ceramidi riparatrici e calcio rivitalizzante.
ACIDO TRANEXAMICO E VITAMINA C PER IL TRATTAMENTO DELLE MACCHIE
Non si dovrebbero avere se si facesse una corretta prevenzione quotidiana, ma
nel caso in cui la pelle sia segnata da macchie superficiali è importante
ricorrere a soluzioni specifiche come, ad esempio, l’acido tranexamico. Nello
specifico, si tratta di un principio attivo che agisce inibendo la produzione di
melanina per schiarire gradualmente le macchie da melasma o i comuni segni
post-acne. Lo si può ritrovare in differenti soluzioni cosmetiche, come ad
esempio il nuovo peeling Daily Peel Anti-Dark Spot di Filorga, che unisce al
complesso signature NCF del brand un pool di acidi esfolianti quali lattico e
tranexamico, con la promessa di minimizzare le macchie scure dopo 7 giorni di
utilizzo. In concentrazione minore ma ugualmente performante, l’acido
tranexamico diventa l’ingrediente chiave del nuovo Trattamento Notte The
Technologist di Veralab. In formula, questo principio attivo viene bilanciato
con fitosqualano e ceramide NP incapsulata, per rafforzare la barriera cutanea e
proteggere la pelle dalle irritazioni. Qualora vogliate potenziare l’azione
schiarente dell’acido tranexamico, potete abbinarlo alla vitamina C, optando per
una concentrazione più o meno alta in base al vostro grado di sensibilità
cutanea. Se non avete una pelle particolarmente reattiva, il siero Ampoule
Anti-OX di SVR è studiato con il 20% di vitamina C stabilizzata e glicerina per
favorire un incarnato luminoso, compatto e omogeneo giorno dopo giorno.
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L'articolo Retinolo, vitamina C e acido ialuronico: combinare questi principi
attivi nel modo sbagliato può irritare la pelle. Le regole dei dermatologi
proviene da Il Fatto Quotidiano.
E’ l’amico che ci chiama solo per lamentarsi o anche quella zia che, puntuale a
ogni festa di famiglia, ci fa salire la pressione con un commento fuori luogo.
Sono proprio loro che, oltre a farci sentire “svuotati” a ogni incontro, possono
farci letteralmente invecchiare più velocemente. A dimostrarlo è uno studio
della New York University, pubblicato sulla rivista Pnas. I ricercatori si sono
chiesti cosa succede quando lo stress nella nostra vita proviene dalle persone
che ci circondano. In particolare, gli studiosi si sono concentrati sui legami
difficili all’interno delle reti sociali delle persone, individui che hanno
definito “molestatori”, per capire se avessero in qualche modo un’influenza
sull’invecchiamento allo stesso modo di altri fattori di stress cronico. Ai
partecipanti è stato chiesto di nominare le persone con cui trascorrevano del
tempo, con cui parlavano di questioni personali o di salute, o che influenzavano
le loro abitudini in materia di salute. Aspetto cruciale, è stato anche chiesto
loro se nella rete di contatti ci fossero persone che spesso causavano loro
stress o rendevano la vita difficile, i cosiddetti “disturbatori”.
Sono state classificate come moleste solo le persone che, secondo quanto
riportato, causavano spesso stress. È importante sottolineare che la stessa
persona poteva essere nominata in più categorie, il che significa che una
singola relazione può svolgere diversi ruoli sociali. I partecipanti hanno anche
fornito campioni di saliva in modo che gli scienziati potessero misurare due
parametri complementari dell’invecchiamento biologico. Il primo misura l’età
biologica rispetto all’età anagrafica. Il secondo misura la velocità con cui si
sta invecchiando in questo momento. Ebbene, dai risultati è emerso che quasi il
30% dei partecipanti aveva almeno una persona molesta nella propria rete
sociale, e circa il 10% ne ha segnalate almeno due, a conferma del fatto che le
persone moleste sono piuttosto comuni e che i legami “negativi” fanno parte del
nostro mondo sociale. La presenza di un solo individuo molesto nel proprio
network sociale è stata associata a un’età biologica superiore di circa 9 mesi
rispetto a quella cronologica. In pratica, è come se il “contachilometri”
biologico corresse più veloce del calendario. Per ogni “persona difficile”
(definita nello studio come hassler, ovvero qualcuno che crea problemi o
complicazioni costanti) presente nella propria cerchia ristretta, il ritmo
dell’invecchiamento biologico accelera dell’1,5%. I ricercatori hanno calcolato
che l’effetto di una relazione tossica o stressante corrisponde a circa il
13-17% dell’impatto negativo che il fumo ha sui medesimi marcatori
dell’invecchiamento. Non è letale come una sigaretta, ma la direzione biologica
è la stessa. L’accelerazione dell’invecchiamento è risultata particolarmente
marcata quando la persona difficile è un membro della famiglia. Questo perché, a
differenza di un conoscente o un collega, i legami familiari sono più difficili
da recidere o evitare (la cosiddetta “inevitabilità” del legame), rendendo lo
stress cronico e quotidiano. Tuttavia, è interessante notare che le relazioni
negative con coniugi e partner non hanno mostrato la stessa correlazione con
l’invecchiamento accelerato. Una possibile spiegazione è che i conflitti o lo
stress occasionali all’interno di queste relazioni si verificano parallelamente
a un sostanziale supporto, il che potrebbe attenuare le conseguenze fisiologiche
di queste interazioni negative.
Inoltre, è possibile proteggersi dall’effetto delle “relazioni tossiche”. Ad
esempio, si possono imporre dei confini: imparare a dire di no o a limitare il
tempo trascorso con chi ci logora può essere di grande aiuta. Poi c’è la
cosiddetta tecnica del “distacco emotivo”: se non potete evitare la cena con il
parente critico, provate a osservare la situazione come un antropologo esterno.
Disinnescare la reazione emotiva significa bloccare la produzione di ormoni
dello stress. Infine, la scienza raccomanda di investire nel “buono”: bilanciate
le relazioni difficili coltivando attivamente i legami che vi nutrono. Gli amici
che vi fanno ridere sono, a tutti gli effetti, un potente antiossidante.
LINK ALLO STUDIO: https://www.pnas.org/doi/10.1073/pnas.2515331123
L'articolo Amici e parenti “molesti” ci fanno invecchiare. Lo dice anche la
Scienza proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il vino fa bene al cuore? Dipende da come si leggono gli studi. E soprattutto da
come vengono tradotti nei titoli dei giornali. In queste ore diversi siti hanno
rilanciato la notizia di una ricerca pubblicata sull’European Heart Journal come
se arrivasse una sorta di riabilitazione scientifica del bicchiere quotidiano.
In realtà lo studio, condotto nell’ambito del progetto spagnolo PREDIMED da un
gruppo di ricercatori guidato dal cardiologo e internista Ramon Estruch
dell’Università di Barcellona, racconta una storia un po’ diversa.
I ricercatori hanno analizzato oltre 1.200 persone anziane ad alto rischio
cardiovascolare e, invece dei tradizionali questionari alimentari, hanno
misurato nelle urine l’acido tartarico, biomarcatore del consumo di vino.
Incrociando questi dati con gli eventi cardiovascolari nel tempo, è emersa
un’associazione tra livelli compatibili con un consumo leggero-moderato e una
minore incidenza di infarto o ictus rispetto ai quasi astemi. Gli stessi autori
però invitano alla cautela: si tratta di uno studio osservazionale, condotto su
una popolazione specifica che seguiva una dieta mediterranea, e quindi non
dimostra che il vino “protegga” il cuore. Da qui il paradosso: la ricerca
suggerisce prudenza, mentre alcuni titoli sembrano già stappare la bottiglia.
IL BIOMARCATORE DELL’UVA NELLE URINE
“Non lo definirei un salto di qualità, ma ovviamente poter avere a disposizione
un marcatore biologico da associare ai questionari alimentari, cioè al diario
alimentare, può aiutarci soprattutto nei protocolli di ricerca”, spiega al
FattoQuotidiano.it Giovanni Addolorato, professore ordinario di Medicina Interna
al Policlinico Gemelli di Roma e Presidente della Società Italiana di Alcologia
-. L’uso di un biomarcatore come l’acido tartarico, infatti, consente di
affiancare ai questionari alimentari una misura più oggettiva del consumo di
vino, riducendo almeno in parte il rischio di errori legati all’autovalutazione
dei partecipanti”.
IL POSSIBILE BENEFICIO PER IL CUORE
L’idea che piccole quantità di alcol possano avere un effetto protettivo
sull’apparato cardiovascolare non è nuova nella letteratura scientifica.
“L’effetto dell’alcol a basse dosi come possibile protettore sull’apparato
cardiovascolare è già noto e questo può dipendere sia da effetti diretti
dell’alcol sia dal contesto della dieta mediterranea – osserva l’esperto -. Nei
Paesi mediterranei, il vino viene consumato quasi sempre durante i pasti. I
pasti mediterranei sono ricchi di antiossidanti – basti pensare all’olio di
oliva, alla frutta e alla verdura – e l’alcol, essendo una molecola lipofila,
può aumentare il trasporto delle sostanze contenute negli alimenti e quindi la
biodisponibilità di composti antiossidanti”.
DIRE CHE IL VINO “PROTEGGE IL CUORE” È FUORVIANTE
Questo però non significa che il vino sia un fattore di protezione
cardiovascolare. “Gli stessi autori dello studio sono stati prudenti: questo non
vuol dire che l’alcol protegge il cuore – sottolinea Addolorato. Uno dei
problemi metodologici più discussi riguarda il confronto tra chi beve poco e chi
non beve. “Molti studi hanno comparato i bevitori moderati con gli astemi, ma
questo è scorretto perché tra gli astemi ci sono persone astinenti per ragioni
di salute. È chiaro che in questi gruppi le curve di sopravvivenza risultano
peggiori proprio per la presenza di altre malattie”. Inoltre, aggiunge lo
specialista, la maggior parte delle ricerche si concentra su un solo tipo di
esito. “Questi studi guardano quasi sempre alle malattie cardiovascolari, ma non
considerano l’impatto complessivo dell’alcol su tutti gli organi e apparati”.
MENO BEVO E MEGLIO STO
Se si osserva la mortalità generale, il quadro cambia. “I dati più attendibili
arrivano dagli studi del Global Burden of Disease, che hanno valutato l’impatto
delle bevande alcoliche sulla mortalità e sulla morbilità complessiva nella
popolazione mondiale – spiega Addolorato, che partecipa al progetto
internazionale -. “Il risultato è chiaro: anche a basse dosi l’alcol aumenta il
carico complessivo di malattia e riduce l’aspettativa di vita”. Per questo
motivo, sottolinea l’esperto, nella comunità scientifica si è affermato uno
slogan diventato ormai un riferimento nelle politiche di salute pubblica. “Il
messaggio è ‘less is better’: meno bevo, meno rischi corro. Non esiste una
soglia protettiva e non esiste una soglia di rischio zero. Se voglio rischio
zero sulla salute devo bere zero”.
LINEE GUIDA E RISCHIO ONCOLOGICO
Alla luce di queste evidenze, studi come quello pubblicato sull’European Heart
Journal non sono destinati a cambiare le raccomandazioni sanitarie.
“Assolutamente no” – afferma infatti Addolorato -. “Si tratta di studi
osservazionali di coorte e non possono modificare le linee guida”. Un altro
elemento centrale è il rapporto tra alcol e tumori. “Negli ultimi anni l’Agenzia
internazionale per la ricerca sul cancro ha classificato l’alcol come sostanza
cancerogena per l’uomo. Questo significa che bisogna essere molto prudenti nel
veicolare messaggi semplificati”. Per l’alcologo, quindi, il punto non è negare
i risultati della ricerca ma interpretarli nel contesto corretto. “Questo studio
rappresenta un’ulteriore osservazione sul rapporto tra alcol e malattie
cardiovascolari, ma non riguarda la tossicità d’organo, né la mortalità
complessiva, né la morbilità generale. Per questo i dati devono essere letti con
attenzione e non devono essere usati per promuovere l’idea che il vino sia una
sostanza benefica o addirittura uno strumento di prevenzione”.
L'articolo “Un calice di vino riduce davvero il rischio di infarto o ictus?”:
l’esperto spiega la verità dietro il nuovo studio proviene da Il Fatto
Quotidiano.