Coloro che hanno sempre guardato con sospetto all’acqua frizzante, temendo che
le sue bollicine potessero causare gonfiori e far ingrassare, faranno bene a
rivedere le proprie convinzioni. L’acqua gassata, infatti, potrebbe in realtà
essere la migliore amica nella lotta ai chili di troppo. A spiegarne i benefici
è stato Matteo Bassetti, direttore della Clinica Malattie Infettive
dell’Ospedale Policlinico San Martino di Genova, sul Corriere. L’infettivologo
ha citato uno studio giapponese, pubblicato sul British Medical Journal
Nutrition, che ribalta completamente la prospettiva.
Il lavoro ipotizza una correlazione tra la CO2 e il miglioramento del
metabolismo del glucosio. Bassetti, pur invitando alla cautela, non esclude che
queste dinamiche possano offrire piccoli vantaggi fisiologici. In particolare,
l’esperto elenca 3 possibili “superpoteri” dell’acqua frizzante. Il primo è
l’effetto “sazietà express”: la CO2 presente nell’acqua gassata crea una leggera
pressione sulle pareti dello stomaco, inviando al cervello un messaggio chiaro:
“Ehi, siamo pieni!”. Risultato? Si mangia di meno senza quasi accorgersene. “Se
bevo acqua frizzante prima di un pasto – sottolinea Bassetti – potrei sentirmi
sazio prima e mangiare meno. Non vale per tutti, ma può aiutare”. L’altro
superpotere dell’acqua gassata è che aiuta a migliorare il metabolismo del
glucosio. In parole povere, il corpo diventa più efficiente nel gestire gli
zuccheri, evitando quei picchi che ci portano dritti verso la dispensa in cerca
di snack.
Infine, le bollicine favoriscono la digestione. Non è un segreto che le
bollicine aiutino a smuovere le acque (letteralmente) dopo un pasto abbondante,
favorendo una digestione più rapida e meno faticosa. Bassetti non si limita a
promuovere il piacere del frizzante, ma lancia anche un appello “green”: meglio
quella del rubinetto! Se avete un gasatore domestico, ancora meglio: risparmiate
sulla plastica, aiutate il pianeta e bevete un’acqua fresca e controllata.
Ovviamente, non bisogna aspettarsi miracoli. “Partiamo da un punto chiaro”,
spiega Bassetti. “Non stiamo parlando di una bacchetta magica. L’acqua frizzante
non fa dimagrire da sola. Però può essere un piccolo supporto dentro uno stile
di vita sano”, conclude.
L'articolo L’acqua frizzante aiuta davvero a dimagrire? Matteo Bassetti: “Non
stiamo parlando di una bacchetta magica, ma ci sono 3 superpoteri” proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Tag - Salute
Dimenticate le ore estenuanti in palestra o le maratone della domenica mattina.
La nuova frontiera della longevità passa per un concetto tanto semplice quanto
potente: la Vilpa. Per esteso: l’”Attività Fisica Intermittente Vigorosa”, come
salire le scale o camminare velocemente per andare a lavorare. A lanciare la
provocazione — supportata da dati scientifici sorprendenti — è Valter Longo,
luminare della ricerca sull’invecchiamento e direttore dell’Istituto di
Longevità dell’Università della California del Sud, in un articolo pubblicato
sul Corriere. Secondo lo scienziato, il segreto per ridurre il rischio di
mortalità fino al 44% potrebbe nascondersi in soli cinque minuti al giorno. Ma
attenzione: devono essere minuti “intensi”.
La Vilpa non è infatti uno sport organizzato, ma “guizzi” di energia che
inseriamo nella routine: dal salire le scale di corsa al camminare velocemente
per non perdere l’autobus fino al trasportare le buste della spesa con passo
sostenuto. Uno studio dell’Università di Sydney, citato da Longo, ha monitorato
per 7 anni oltre 3.000 persone dotate di accelerometri. I risultati sembrano
quasi troppo belli per essere veri: “Le persone che non praticavano regolare
esercizio fisico, ma che per 5 volte al giorno svolgevano queste Vilpa per solo
un minuto circa avevano un rischio di morire ridotto del 44%”, sottolinea lo
scienziato. “Chi ne faceva 8 al giorno presentava una riduzione del 54%”,
aggiunge. In pratica, meno di dieci minuti totali di sforzo frazionato
garantiscono benefici paragonabili a sessioni di allenamento molto più lunghe.
Un altro studio su 25.000 persone nel Regno Unito ha confermato il trend,
rilevando un dimezzamento del rischio di morte per malattie cardiovascolari.
Longo, celebre in tutto il mondo per i suoi studi sulla nutrizione, vede una
correlazione diretta tra il movimento “intermittente” e le sue scoperte
alimentari. Come la Dieta Mima-Digiuno (pochi giorni di restrizione calorica
estrema) resetta l’organismo, così la Vilpa agisce come uno shock positivo per
il sistema metabolico. “Brevi periodi di attività fisica vigorosa, così come di
restrizione calorica più estrema, sembrano dare grandi risultati per quanto
riguarda la salute e probabilmente la longevità”, conclude Longo.
L'articolo Cos’è la Vilpa e perché perché basta farla 5 volte al giorno per
ridurre il rischio di morire del 44%. Valter Longo: “Questi guizzi di energia
sono uno choc per il sistema metabolico” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Potrà mai questa bevanda a base di avena, che impazza nei video di Tiktok e
Instagram come un’alternativa naturale all’Ozempic, eguagliare mai il grande
modello? Certamente no, come evidenzia un recente articolo di The Conversation.
Pensavate di contribuire ad alleggerire il peso degli aerei – come farebbe
l’Ozempic secondo un nuovo studio – sostituendo una seria terapia farmacologica
a base di semaglutide con una bevanda all’avena? Sarà piuttosto dura! Per
cominciare, dell’Oatzempic non esiste nemmeno una ricetta standardizzata, ma per
lo più si tratta di frullare mezza tazza di fiocchi di avena con una tazza di
acqua e un po’ di succo di lime o di limone, ed eventualmente aromi come
cannella. Tanto basterebbe perché questa semplice bevanda si fregi del nome di
Oatzempic, un mix tra oat (avena in inglese) e Ozempic, il farmaco a base di
semaglutide, nato per combattere il diabete di tipo 2 e rivelatosi poi anche un
grande alleato nella lotta all’obesità. Secondo gli influencer, la bevanda va
assunta preferibilmente la mattina, per colazione, ma è ottima anche come snack
pomeridiano per non mangiare troppo a cena. Perché infatti questo mix
favorirebbe la pienezza e quindi il calo dell’appetito, con conseguente
dimagrimento. Ma la scienza, per bocca delle due nutrizioniste autrici del pezzo
su The Conversation (le australiane Lauren Ball della University of Queensland
ed Emily Burch della Southern Cross University), toglie ogni illusione. E
rincara la dose pure il dottor Andrea Coco, specialista in nutrizione clinica:
“All’Oatzempic non è dedicata nessuna pubblicazione scientifica”.
PERCHÉ NON PUÒ FUNZIONARE
Per cominciare, osservano le due esperte, il nome può essere fuorviante: “Invita
al confronto con un farmaco da prescrizione, il che può dare l’impressione che
la bevanda abbia effetti simili a quelli del medicinale”. Ma le loro azioni sono
completamente diverse: l’Oatzempic si limita a fornire un po’ di fibra solubile,
per la scienza capace sì di ridurre l’appetito, ma non certo di favorire un
dimagrimento significativo e rapido. Cosa che invece il farmaco può fare grazie
al suo principio attivo, la semaglutide. Questa, mimando l’azione dell’ormone
Glp-1 naturale, impatta significativamente sul senso di sazietà e sul calo
dell’appetito, con risultati concreti e dimostrati: un calo del 10-15% del peso
corporeo in pochi mesi. “L’Ozempic è un vero e proprio farmaco, con una potente
azione cinetica sull’intestino”, osserva il dottor Coco. “All’interno di una
dieta bilanciata, l’avena può favorire la produzione dell’ormone Glp-1, ma
blandamente, nulla di paragonabile con il marcato effetto metabolico del
medicinale”.
E poi, come anticipato da Coco, nessuno studio scientifico ha testato
l’Oatzempic, di cui per altro non esistono nemmeno dosaggi rigorosi. Ma se anche
qualcuno dimagrisse un po’ assumendolo, sottolineano le due nutrizioniste,
sarebbe impossibile dire se ciò dipenda dalla bevanda in sé o piuttosto da una
dieta complessiva, o ancora dall’inserimento dell’attività fisica nella
quotidianità. Qualche piccolo risultato non giustificherebbe comunque il ricorso
all’Oatzempic, una bevanda certamente ipocalorica (circa 150 calorie), ma
squilibrata dal punto di vista nutrizionale. “La presenza di un ingrediente sano
non basta a comporre un pasto equilibrato. L’avena è un carboidrato utilissimo
per l’organismo, ma va assunto con gli altri macronutrienti e con i
micronutrienti”, avverte lo specialista.
Insomma, servono anche proteine e grassi sani, vitamine, minerali e
antiossidanti. Senza contare che l’avena non è tutta uguale; se i fiocchi hanno
un indice glicemico medio-basso, quella precotta e raffinata può averlo invece
più alto, e non favorisce dunque il dimagrimento.
Last but not least, le esperte avvertono che affidarsi unicamente alla bevanda
potrebbe ritardare un consulto medico, qualora questo fosse davvero necessario.
Inutile dunque farsi illusioni: se si deve dimagrire, bisogna affidarsi a una
dieta equilibrata e non a un blando rimedio da assumere una o due volte al
giorno, e per il resto puntare magari su cibi processati e sulle lunghe soste
sul divano. Ciò detto, l’avena e i cibi ricchi di fibre in genere restano un
must per chiunque voglia perdere chili o mantenere il peso corporeo e il
benessere.
PREZIOSA AVENA
Uno studio del 2024 si è concentrato proprio sui betaglucani, la principale
fibra solubile contenuta in avena e orzo, ritenuta dagli autori la più efficace
per il dimagrimento e per la tolleranza al glucosio. Alla fine, gli influencer
non sbagliano a puntare sull’avena: sbagliano a mangiarla da sola (anche il
sapore della bevanda non deve essere il massimo, perché non gustarsi allora un
bell’overnight porridge?) e a usare solo quella. Pure orzo, mele, legumi,
broccoli, legumi, semi oleosi, verdure a foglia e tanti altri vegetali sono
ricchi di preziose fibre, indispensabili per una miriade di funzioni organiche.
E insieme a buone fonti proteiche e lipidiche aiutano a comporre pasti sani,
sazianti e bilanciati, alleati del peso corporeo. E c’è da chiedersi se davvero
sazia l’Oatzempic, con il suo basso apporto calorico. Non farà invece venire più
fame?
> @abbyxacuna @TheChorroKing???????? trying his viral oat-zempic to lose my
> stubborn belly fat! If I don’t see results I’m gonna cryyyy ????
> #oatmealrecipe #quickmeal #healthybrealfast @Quaker Oats 1/2c oats 1c water
> 1/2 lime #creatorsearchinsights ♬ original sound – nicolette_fanelli
L'articolo Avena, acqua e un po’ di succo di limone: sui social spopola
l’Oatzempic, l’alternativa fai da te all’Ozempic. L’esperto: “Funziona, ma gli
effetti non sono paragonabili” proviene da Il Fatto Quotidiano.
All’Hospital Universitario Vall d’Hebron di Barcellona è stato realizzato il
primo trapianto parziale di volto al mondo da una donatrice che aveva chiesto
l’eutanasia. L’intervento è stato compiuto da un’équipe medica multidisciplinare
composta da circa un centinaio di professionisti e ha utilizzato tessuti
facciali della donatrice.
La ricevente, identificata con il nome di Carme, era affetta da una grave
infezione che le aveva provocato un’estesa necrosi dei tessuti facciali.
L’operazione ha riguardato un trapianto di tipo I, cioè della parte centrale
della faccia. Per questo tipo di intervento donatore e ricevente devono avere lo
stesso sesso, lo stesso gruppo sanguigno e misure antropometriche – rilevazioni
di vari parametri corporei – simili della testa.
La donatrice, prima di sottoporsi all’eutanasia, aveva deciso di donare i suoi
organi, i suoi tessuti e anche il volto. I medici dell’ospedale catalano hanno
eseguito esami diagnostici su entrambi — donatrice e ricevente — e una Tac
preliminare, quindi l’Unità di Tecnologie 3D ha elaborato un modello
tridimensionale digitale utile per la pianificazione chirurgica.
Durante la preparazione sono state anche progettate guide per il taglio osseo
adattate alla donatrice e alla paziente, in modo da ottenere un incastro
millimetrico dei tessuti. L’intervento, eseguito con tecniche di microchirurgia
vascolare e nervosa, può durare fino a 24 ore. Dopo il trapianto la paziente è
stata ricoverata per circa un mese, inizialmente nell’unità di terapia
intensiva, poi nel reparto di traumatologia, riabilitazione e ustionati.
L’ospedale ha sottolineato che per questo tipo di trapianto è fondamentale che
il ricevente sia considerato psicologicamente idoneo ad affrontare le
conseguenze dell’operazione, poiché il volto è strettamente legato all’identità
personale. Secondo i dati riportati, nel mondo sono stati effettuati 54
trapianti di faccia, e di questi sei in Spagna, con tre interventi eseguiti dal
team del Vall d’Hebron.
L'articolo Spagna, primo trapianto parziale di volto da una donatrice che aveva
scelto l’eutanasia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Gli operatori dell’ospedale Ranguiel di Tolosa, in Francia, hanno vissuto un
momento insolito nella notte tra sabato 31 gennaio e domenica 1 febbraio. Una
squadra di artificieri della polizia e i vigili del fuoco si sono recati in
pronto soccorso su segnalazione degli operatori per un paziente che si è
presentato in ospedale con una granata della Prima guerra mondiale nel retto.
Secondo quanto riportato da Ladepeche, il caso è emerso dopo una normale visita
del ragazzo, un 24enne franese, che si era presentato in ospedale lamentando un
dolore alla pancia. Dopo gli esami, i medici hanno scoperto la presenza
dell’oggetto. L’uomo ha ammesso di aver raccolto in un campo il reperto
risalente al 1918, lungo 16 centimetri e largo 4, come riferito dalla polizia a
Le Figaro.
La presenza della bomba ha creato agitazione e ha fatto immediatamente scattare
l’allarme nel pronto soccorso. Polizia e vigili del fuoco sono arrivati nel
cuore della notte per mettere in sicurezza il personale e il paziente.
Il 24enne è stato sottoposto a un intervento chirurgico per l’estrazione della
bomba, che è perfettamente riuscito. L’ordino è stato affidato agli artificieri
e disinnescato senza conseguenze. Il giovane ha trascorso qualche giorno di
ricovero ed è stato successivamente dimesso. Ora rischia un procedimento penale
per aver violato la legislazione sulle armi e per il possesso di armi da guerra.
L'articolo Ha nel retto una bomba della Prima Guerra Mondiale, un uomo va al
Pronto Soccorso e viene operato d’urgenza. Il paziente rischia anche una
condanna proviene da Il Fatto Quotidiano.
Super batteri che resistono agli antibiotici. Sono stati trovati nei campioni
prelevati da quattro hamburger dei 12 acquistati al banco frigo dei supermercati
e fatti analizzare da Il Salvagente per il nuovo numero della rivista
specializzata proprio nei test in laboratorio. Obiettivo: valutare igiene e
qualità della materia prima in base al rapporto tra collagene e proteine. A
preoccupare, però, non è lo stato complessivo di igiene della carne, ma “la
possibile presenza – riscontrata in effetti nel 30 per cento dei casi – di
microrganismi capaci di bucare lo scudo farmacologico di medicinali usati per
curare le infezioni causate da questi stessi batteri”. Eppure tutti gli
hamburger analizzati sono risultati conformi alla legge. Questo perché i
produttori, al contrario di ciò che dovrebbe avvenire in allevamenti e macelli,
non hanno l’obbligo di sottoporre i batteri presenti negli hamburger
all’antibiogramma, ossia l’esame microbiologico in vitro che determina la
sensibilità o la resistenza di un batterio specifico a vari antibiotici. Lungo
la filiera, quindi, questo tipo di controllo viene a mancare, rendendo
impossibile una valutazione su quali antibiotici siano stati resi inefficaci e
quali no. Di fatto, resistenze agli antibiotici sono state riscontrare
nell’hamburger Terre d’Italia di Carrefour, in quello di Chianina di Lidl, nel
Gramburger di scottona di Gram e nel maxihamburger di scottona ‘La collina delle
bontà’ di Eurospin. “Le resistenze più gravi rilevate dal Salvagente sono legate
alla presenza, in alcuni hamburger, di Escherichia coli beta-glucuronidasi
positiva e agli stafilococchi in grado di sopravvivere a medicinali moderni e
molto usati in questi casi, come le cefalosporine, una classe di antibiotici
beta-fattamici” scrive Enrico Cinotti, vicedirettore e autore dell’inchiesta.
Quali sono le conseguenze per il consumatore? Piaccia o meno l’hamburger al
sangue, per uccidere i batteri resistenti agli antibiotici presenti in questo
tipo di carne, l’unica soluzione è cuocerla bene. Come, tra l’altro, viene
ricordato su molte confezioni.
L’ALLARME MONDIALE E I 12MILA MORTI ALL’ANNO IN ITALIA
Ed è un problema dato che, come spiega l’Organizzazione mondiale della sanità
nel Global Antibiotic Resistance Surveillance Report 2025 “la resistenza
antimicrobica (Amr) sta erodendo le basi della medicina moderna”, con batteri
comuni che diventano sempre più difficili da curare (Leggi l’approfondimento).
Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Aifa, l’Agenzia italiana per il farmaco, in
Italia si contano ormai 12mila morti all’anno. Una resistenza causata da un
sempre più massiccio uso degli antibiotici, soprattutto in età pediatrica e in
ambito ospedaliero (rispetto a quanto non avvenisse in passato) e al loro
ricorso negli allevamenti, dove viene somministrato anche agli animali sani come
profilassi preventiva.
LA QUALITÀ PROTEICA DELLA CARNE
Tutto questo rende proprio questo aspetto la nota dolente dei risultati delle
analisi, rispetto agli altri criteri presi in considerazione. Lo stato di igiene
degli hamburger, in gran parte confezionati sottovuoto, ha pesato per il 50% sul
voto finale, la percentuale di carne impiegata per il 20% e la qualità della
carne per il 30%. Quest’ultimo aspetto è stato valutato in base al rapporto tra
collagene e proteine, perché più è presente il primo e minore sarà la qualità
proteica della carne. Da un punto di vista nutrizionale, il rapporto tra
collagene e proteine non supera mai il 15%, soglia oltre la quale la qualità
proteica della carne sarebbe risultata scarsa. Il punteggio peggiore (mediocre,
con 14,93) lo ha totalizzato il Jubatti Barbecue Burgers di scottona, gusto
delicato. Mediocri, da questo punto di vista, anche l’Hamburger bovino di razza,
Chianina di Lidl.
LO STATO DELL’IGIENE DEGLI HAMBURGER
La rivista diretta da Riccardo Quintili ha ricercato la presenza di diversi
microrganismi per valutare, poi, il livello igienico della carne. Considerando i
limiti di legge, che impongono l’assenza di Salmonella e Listeria monocytogenes
(di fatto assenti in tutti i campioni), sono stati ricercati i batteri anaerobi,
gli stafilococchi, l’E.coli, le enterobatteriacee, i coliformi e il bacillus
cereus. Le linee guida utilizzare come riferimento sono quelle del Centro
interdipartimentale di ricerca e documentazione sulla sicurezza alimentare della
Regione Piemonte: il limite di 100 Unità formanti colonie per grammo (Ufc/g) per
i batteri anaerobi solfito riduttori e per i stafilococchi coagulasi positivi e
di 500 Ufc/g per l’Escherichia coli beta-glucuronidasi positiva. “Dal punto di
vista igienico – scrive Enrico Cinotti – a parte in tre casi in cui le linee
guida sono state leggermente superate, lo standard di sicurezza alimentare è
risultato mediamente buono”. Nell’hamburger di Carrefour è stato registrato uno
sforamento (270 Ufc/g) per gli stafilococchi, mentre in quelli di Jubatti e
Coop, una concentrazione media di batteri anaerobi leggermente superiore alla
soglia, rispettivamente di 110 e 120 Ufc/g.
QUANTI (E QUALI) ANTIBIOTICI MESSI FUORI GIOCO DAI BATTERI
Il vero problema, però, è proprio il tipo di batterio e la capacità di resistere
agli antibiotici. Ed è per questo che, in caso di presenza accertata di
microrganismi, la rivista ha commissionato un esame specifico, l’antibiogramma,
“per valutare la loro resistenza a un classe di 23 antibiotici comunemente
prescritti dai medici per infezioni provocate dai batteri rilevati”. Le
resistenze più gravi rilevate sono legate alla presenza di Escherichia coli
beta-glucuronidasi positiva e agli stafilococchi ma, nella valutazione, si è
anche tenuto conto del fatto che alcuni degli antibiotici indicati “sono
notoriamente non adatti a curare questo tipo di infezioni”. Anche escludendo,
dunque, i casi di “resistenza nota” e prendendo in considerazione solo quella
“agli antibiotici utili”, sono quattro gli hamburger nei quali è stata
riscontrata anche quest’ultima. Nell’Hamburger Bovino di Razza Chianina di Lidl,
gli stafilococchi rintracciati sono resistenti a quattro tipi di antibiotici,
mentre l’Escherichia coli individuata può superare le difese di due medicinali.
Totale: 6 farmaci messi fuori gioco. Sono cinque gli antibiotici a cui sono
resistenti gli stafilococchi rintracciati nell’Hamburger con Marchigiana, Terre
d’Italia, di Carrefour. Resistono rispettivamente a tre e un medicinale gli
stafilococchi trovati, infine, nel Gram Gramburger di Scottona e nel
Maxihamburger di Scottona la Collina delle bontà di Eurospin. Il Salvagente ha
contattato i produttori in questione che, non negando la presenza di batteri con
profili di antibiotico-resistenza, sottolineano che non compete a loro questo
tipo di controllo. E c’è chi promette approfondimenti con i propri fornitori.
L'articolo Hamburger nel carrello: nel 30% dei campioni, i batteri trovati sono
resistenti agli antibiotici proviene da Il Fatto Quotidiano.
Lo smartwatch potrebbe intercettare un arresto cardiaco prima che si avvertano i
suoi sintomi, anticipando in questo modo le cure e aumentando così le chance di
sopravvivenza. È quello che promette Time-care, l’ambizioso progetto di ricerca
che vede alleati l’Irccs Ospedale San Raffaele e il Politecnico di Milano.
L’obiettivo è ambiziosissimo: trasformare i comuni smartwatch in sentinelle
capaci di prevedere un arresto cardiaco prima che accada, ribaltando
completamente il concetto di soccorso.
In cardiologia esiste una regola ferrea: il tempo è vita. In caso di arresto
cardiaco, ogni minuto che passa senza un intervento riduce drasticamente le
possibilità di sopravvivenza. Time-care punta ad agire prima del “minuto zero”.
L’intuizione dei ricercatori, guidati da Tommaso Scquizzato, è che il cuore non
si fermi quasi mai senza preavviso. Semplicemente, finora non avevamo gli
strumenti per ascoltare i suoi sussurri. “Il corpo cambia prima che il paziente
se ne accorga davvero”, spiega Scquizzato a Il Corriere. “Quello che cerchiamo è
la traiettoria del dato: modifiche sottili e progressive nei pattern elettronici
nei trenta giorni precedenti all’evento”, aggiunge.
Il progetto, finanziato dai fondi Pnrr, non mira a creare nuovi ingombranti
macchinari. L’idea è geniale nella sua semplicità: sfruttare ciò che già
portiamo al polso. Quindi si utilizzano i cosiddetti “Big Data”, cioè l’analisi
massiva di dati provenienti da utenti sani e pazienti cardiopatici. Poi
l’Intelligenza artificiale: algoritmi avanzati capaci di scovare l’anomalia
statistica nel rumore della quotidianità. E piattaforme che supportano i
soccorritori nel riconoscimento dell’evento e nella guida alla rianimazione
cardio polmonare (Rcp). Per capire cosa succede esattamente durante un collasso,
i ricercatori hanno analizzato 127 video di arresti cardiaci reali (dal 1984 al
2025) registrati da telecamere a circuito chiuso o smartphone. I risultati sono
rivelatori: nel 98% dei casi esistono segni prodromici — come rallentamenti
dell’attività o movimenti anomali del capo — che durano pochissimi secondi prima
della caduta. Intercettare questi segnali tramite i sensori di movimento e di
frequenza cardiaca dello smartwatch potrebbe fare la differenza tra la vita e la
morte.
L’impatto sociale potrebbe essere enorme. In Italia, l’arresto cardiaco colpisce
circa 57.000 persone ogni anno, rappresentando il 10% dei decessi totali. La
sfida di Time-care è ora quella di affinare gli algoritmi per evitare i “falsi
positivi” (l’inutile allarmismo) e garantire un monitoraggio discreto ma
costante. “Il nostro obiettivo non è trasformare tutti in pazienti, ma dare una
possibilità in più a chi è davvero a rischio”, dichiara Scquizzato. “Se
riusciamo ad anticipare anche solo una parte degli arresti cardiaci
extra-ospedalieri, l’impatto sulla salute pubblica sarebbe enorme”, conclude.
L'articolo L’Apple Watch può prevedere in anticipo un arresto cardiaco prima che
si abbiano i sintomi: come funziona il nuovo progetto del San Raffaele e del
Politecnico di Milano proviene da Il Fatto Quotidiano.
A 97 anni Silvio Garattini continua a lavorare, ragionare e intervenire nel
dibattito pubblico con una lucidità che colpisce. Fondatore e presidente
dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, oncologo e farmacologo di
fama internazionale, Garattini racconta in un’intervista al Corriere della Sera
perché, a suo giudizio, una lunga vita in salute non è un dono del caso né della
genetica, ma il risultato di scelte precise e costanti. “Direi di no”, risponde
quando gli viene chiesto se il suo stato di salute sia merito dei geni: “Ho
conosciuto solo una dei quattro nonni e i miei genitori sono morti relativamente
presto. La probabilità di arrivare a questa età in buone condizioni è dovuta
alle abitudini di vita”.
LE REGOLE QUOTIDIANE
Garattini le elenca con precisione: “Non ho mai fumato, ho sempre bevuto poco –
e da un paio d’anni non bevo più alcol – ho sempre svolto attività motoria,
cammino circa 5 chilometri al giorno. Non ho mai consumato droghe o giocato
d’azzardo”. A questi fattori aggiunge l’impegno intellettuale: “Un altro
elemento importante è stato il mio interesse per la medicina e la ricerca”. E
poi una regola chiave: “Mangio poco”. Alla domanda su cosa significhi
concretamente, risponde entrando nel dettaglio: “Al mattino una spremuta
d’arancia, qualche volta la frutta cotta; a pranzo un po’ di pasta, non più di
50 grammi, oppure un pezzetto di pizza o una tazzina di riso, una banana; la
sera spesso un primo e assumo proteine soprattutto sotto forma di legumi e di
pesce. Mangio poca carne”.
PESO, FARMACI E DIETA
Sul tema dei farmaci per dimagrire, Garattini è netto: “Non è la stessa cosa,
perché quei farmaci sono studiati per l’obesità dei diabetici. La via migliore è
abituarsi a mangiare poco, altrimenti il peso perso si riprenderà quando si
smetterà il farmaco”. Per lui il controllo del peso passa dall’educazione
alimentare, non da soluzioni rapide. E avverte: “Non basta mangiare poco,
bisogna anche mangiare bene”. Nel suo libro, spiega, individua tre pilastri
fondamentali: “Il quanto, il cosa – e noi abbiamo la dieta mediterranea che
tutela la salute – e il quando”. Sul digiuno intermittente, molto discusso,
chiarisce: “Può essere un facilitatore per diminuire il consumo di cibo, ma
ritengo più importante adattare i tempi alle situazioni personali. Si può
mangiare anche cinque volte al giorno”.
ORARI, PIACERI E PICCOLI SGARRI
Anche sugli orari Garattini è pragmatico: “Si può cenare anche alle 22, ma
dipende dall’ora in cui ci si corica: ci deve essere tempo per digerire”. Gli
sgarri sono rari, spiega, perché “lo stomaco alla fine non prende di più”. Una
concessione, però, non manca: “La sera mangio sempre un dolce, perché il
cervello ha bisogno di zucchero, basta non esagerare”. Il suo piatto preferito?
“Cous cous di verdure”. E racconta anche una passione giovanile: “Da giovane
facevo gare di cucina, mi piaceva improvvisare. In fondo sono nato come perito
chimico”.
RELAZIONI, AMBIENTE E VOLONTÀ
Accanto all’alimentazione, Garattini sottolinea il ruolo della vita sociale: “Ho
cinque figli, sette nipoti, tre pronipoti… mi tengono attivo”. E invita a
guardare soprattutto ai giovani: “La longevità si costruisce fin da piccoli. Da
adulti si può invertire la rotta, non si azzerano i danni, ma si possono
attenuare”. Riconosce però che l’ambiente non aiuta: “Viviamo in un contesto
obesogeno, la tendenza è spingerci a mangiare di più”. Qui entra in gioco la
volontà, una qualità che attribuisce all’educazione ricevuta: “Sono molto grato
a mio padre perché mi ha insegnato a esercitarla”.
LA “RICETTA” DELLA LONGEVITÀ
Alla richiesta di sintetizzare una ricetta per vivere a lungo in salute,
Garattini elenca una serie di punti chiari: “Non fumare, non bere alcol, non
usare droghe, non giocare d’azzardo, fare movimento, mantenersi normopeso con
una dieta varia e moderata, avere relazioni sociali continue, dormire almeno
sette ore a notte, fare vaccinazioni e screening”. Spiega anche perché il tema
della longevità affascini così tanto: “È il sogno assurdo dell’immortalità. Si
sente parlare di vivere fino a 150 anni, ma siamo lontani: in Italia i centenari
sono circa 22 mila su 60 milioni”. E aggiunge un’osservazione empirica: “Ho
cenato a Trieste con 50 centenari e non ce n’era uno obeso”. Alla fine, una
riflessione personale sul tempo che resta: “Ho raggiunto un equilibrio. Alla mia
età so che il domani può non esserci, ma se c’è devo fare tutto quello che
posso”.
L'articolo “Mangio non più di 50 grammi di pasta e cammino 5 km al giorno.
Viviamo in un contesto obesogeno, ci spingono a mangiare di più”: parla il prof
Garattini proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il tema dei tatuaggi entra ufficialmente nel campo della sanità pubblica. È
infatti allo studio un decreto che, all’interno delle misure per la prevenzione
del melanoma e dei tumori della pelle, introduce regole più stringenti per il
mondo dei tatuaggi, fino a equipararli, sotto il profilo sanitario, a veri e
propri trattamenti estetici invasivi. L’obiettivo dichiarato è rafforzare la
tutela della salute, aumentare la consapevolezza dei cittadini e ridurre i
rischi legati sia ai pigmenti utilizzati sia alla possibile difficoltà di
individuare precocemente lesioni sospette sulla pelle tatuata.
Tra le novità più discusse c’è l’ipotesi di rendere obbligatorio il consenso
informato prima dell’esecuzione di un tatuaggio, con informazioni chiare sui
potenziali rischi dermatologici, sulle controindicazioni e sulla necessità di
controlli nel tempo. Una scelta che solleva interrogativi non banali: quanto
questa stretta normativa potrà incidere davvero sulla prevenzione del melanoma?
E quanto il dibattito sui tatuaggi riflette una crescente attenzione – ma anche
una certa confusione – nel rapporto tra pratiche estetiche, salute della pelle e
diagnosi precoce dei tumori cutanei? Ne abbiamo parlato con la professoressa
Pucci Romano, Dermatologa e Presidente di Skineco, Associazione scientifica
internazionale di ecodermocompatibili, per capire cosa c’è di scientificamente
fondato e cosa invece rischia di restare solo sulla carta.
LA DERMATOLOGA: “C’È ANCHE UNA RESPONSABILITÀ DELL’OPERATORE”
Professoressa Romano, il decreto introduce l’obbligo del consenso informato per
i tatuaggi. Dal punto di vista dermatologico è una misura davvero utile o c’è il
rischio che resti solo un passaggio burocratico?
“Il rischio che il consenso informato sia soltanto un adempimento burocratico
esiste, inutile negarlo. Molto dipende però da chi lo somministra. Se
l’operatore spiega davvero, in modo dettagliato e comprensibile, a chi vuole
tatuarsi quali sono i possibili rischi e gli eventuali effetti collaterali,
allora il consenso informato può avere un valore reale. In questo senso diventa
anche un compito e una responsabilità dell’operatore, che dovrebbe essere
adeguatamente qualificato”.
Uno dei punti centrali del decreto è il legame tra tatuaggi e melanoma. Esistono
evidenze scientifiche che dimostrino un aumento del rischio di melanoma nei
tatuati?
“Ad oggi non esistono dati che dimostrino una relazione di causalità tra
tatuaggio e insorgenza di melanoma. Il problema vero non è tanto che il
tatuaggio provochi il melanoma, quanto il fatto che possa coprire un neo a
rischio. Un neo displastico, o addirittura una lesione già in evoluzione verso
un melanoma, può essere mascherato dal tatuaggio e quindi non essere notato”.
L'articolo Tatuaggi, in arrivo regole più stringenti per equipararli a
trattamenti estetici invasivi. Ecco cosa cambierà proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Per la prima volta nella storia, tutti i sindacati dei medici francesi – dai
chirurghi, agli anestesisti, dai ginecologi, ai medici di famiglia – hanno
indetto uno sciopero nazionale dal 5 al 15 gennaio 2026. L’obiettivo era di
bloccare il progetto di legge di finanziamento della Sécurité Sociale (PLFSS)
2026, che, secondo i professionisti, minacciava di smantellare 80 anni di
medicina convenzionale e di rendere inaccessibili le cure per le fasce più
deboli della popolazione.
Al centro della vertenza, una serie di provvedimenti governativi che i medici
accusavano di essere “calati dall’alto”, senza un reale confronto, trasformando
la sanità in una “medicina amministrata” dove la burocrazia prevale sulla
relazione con il paziente. Il punto, poi, il più emblematico, è la possibilità
concessa allo Stato di intervenire direttamente su tariffe e rimborsi senza
passare dalla contrattazione con le parti sociali, svuotando di fatto il ruolo
sindacale. Il governo francese, a seguito dello sciopero, ha fatto marcia
indietro. Ma, a detta di chi in Francia vive, è consuetudine del governo in
carica far calmare gli animi e poi procedere con l’approvazione di riforme anche
importanti appena cade il silenzio mediatico e senza passare dal Parlamento.
In tutta Europa ci sono chiaramente tensioni tra le necessità reali delle
persone ed i vincoli di bilancio; del resto non poteva essere che così
considerando i miliardi di spesa approvati per il piano di riarmo europeo che
viene realizzato anche a costo di fare macelleria sociale.
Le vicende francesi non si discostano molto da quelle italiane. Le politiche
pubbliche, da molti anni, puntano a ridurre la spesa in sanità, bloccando
investimenti, assunzioni di nuovo personale medico e sanitario e stabilendo dei
tetti di spesa per le prescrizioni farmaceutiche. Emblematico l’esempio della
Regione Lazio che sta multando i medici di famiglia, con importi pesantissimi,
anche 20.000/30.000 euro a testa se considerati iperprescrittori. Peccato che
l’iperprescrizione sia riferita semplicemente ad una media matematica che non
tiene conto delle esigenze cliniche del paziente. Va da sé che quanti più medici
si avvicinano alla media, tanto più l’asticella si abbassa, e diventa sempre più
difficile ottemperare al diktat economico facendo salva la risposta,
appropriata, alle condizioni cliniche del paziente e viceversa.
Altro argomento scottante di sanità negata: le liste d’attesa per
l’effettuazione di esami diagnostici e visite specialistiche. Ci sarebbe da
scrivere un libro per parlare dei vari escamotage contabili ed informatici
escogitati dalle amministrazioni regionali per certificare che sono
perfettamente in linea con quanto previsto dal Piano Nazionale. La verità è
tutt’altra, testimoniata da chi, come me, vede sempre più pazienti pagare di
tasca propria accertamenti diagnostici importanti, lì dove prenotare una
risonanza magnetica cerebrale o una tac al cuore diventa un miraggio. Certo,
parliamo sempre di chi ha la disponibilità economica per farlo: gli altri che si
arrangino!
La cosa triste è che anche i malati oncologici non fanno eccezione. In questo
paese ormai c’è una disparità certificata di accesso alle cure, a causa di un
riparto iniquo delle risorse per la sanità a livello regionale, circostanza
aggravata dalla riforma del titolo V della Costituzione che targhettizza una
popolazione di serie A e una di serie B, a volte anche C, di fronte al diritto
alla salute.
Il personale sanitario, sempre in carenza di organico, impiegato nel Servizio
Sanitario Nazionale è costretto a turni massacranti, è retribuito poco, fa
straordinari non pagati: sono circa 20 milioni le ore di straordinario non
retribuito che i medici dirigenti hanno regalato allo Stato. I medici di
famiglia addirittura ci rimettono di tasca loro per aver risposto prima di tutto
alla propria coscienza, poi al codice deontologico e in subordine al criterio
economico che mai e poi mai può essere preminente rispetto ad diritto
incomprimibile come quello alla salute. E non lo dico io ma una sentenza della
Corte Costituzionale. Ma questo per i nostri politici e burocrati non basta:
allora non ci meravigliamo se sempre meno giovani scelgono di diventare medici
di famiglia e ci sono ad oggi 2 milioni di cittadini senza medico che potrebbero
diventare 5 nei prossimi due anni.
Basterebbero tutte queste considerazioni per scendere in piazza e scioperare con
i cittadini al nostro fianco. Perché difendere il Servizio Pubblico significa
anche difendere chi vi lavora. E che dire dei sindacati in Italia? Il panorama
sindacale è molto frammentato perché c’è un’incapacità di fondo a valorizzare
l’obbiettivo comune che dovrebbe essere la difesa e la dignità del lavoro,
piuttosto che dare peso alle divergenze e ai singoli interessi, come
testimoniano i vari tentativi, fallimentari, di mettere in piedi
un’intersindacale degna di questo nome. I sindacati medici in Italia sono
refrattari allo sciopero. L’unico sindacato che ha proclamato sciopero dopo 30
anni è stato quello dei Medici Italiani nel 2022 per protestare sulle condizioni
lavorative dopo la pandemia. E comunque mai sarebbe permesso come in Francia
scioperare 10 giorni di seguito. In Italia abbiamo un codice di regolamentazione
dello sciopero medico molto rigido.
Del resto si sa, il popolo francese è quello della Rivoluzione e della presa
della Bastiglia, noi siamo un popolo di Gattopardi. Ma siamo anche il popolo
della “Liberazione”. Ebbene, è giunta l’ora di liberarci dalle politiche
neoliberiste e dai partiti che le sostengono. Politiche che minano il benessere
dei popoli, che mettono in discussione i diritti sociali e civili acquisiti al
costo di due guerre mondiali e milioni di morti. Vogliamo riportare le lancette
dell’orologio indietro nel tempo e nella storia?
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voleva smantellare la sanità proviene da Il Fatto Quotidiano.