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L’acqua frizzante aiuta davvero a dimagrire? Matteo Bassetti: “Non stiamo parlando di una bacchetta magica, ma ci sono 3 superpoteri”
Coloro che hanno sempre guardato con sospetto all’acqua frizzante, temendo che le sue bollicine potessero causare gonfiori e far ingrassare, faranno bene a rivedere le proprie convinzioni. L’acqua gassata, infatti, potrebbe in realtà essere la migliore amica nella lotta ai chili di troppo. A spiegarne i benefici è stato Matteo Bassetti, direttore della Clinica Malattie Infettive dell’Ospedale Policlinico San Martino di Genova, sul Corriere. L’infettivologo ha citato uno studio giapponese, pubblicato sul British Medical Journal Nutrition, che ribalta completamente la prospettiva. Il lavoro ipotizza una correlazione tra la CO2 e il miglioramento del metabolismo del glucosio. Bassetti, pur invitando alla cautela, non esclude che queste dinamiche possano offrire piccoli vantaggi fisiologici. In particolare, l’esperto elenca 3 possibili “superpoteri” dell’acqua frizzante. Il primo è l’effetto “sazietà express”: la CO2 presente nell’acqua gassata crea una leggera pressione sulle pareti dello stomaco, inviando al cervello un messaggio chiaro: “Ehi, siamo pieni!”. Risultato? Si mangia di meno senza quasi accorgersene. “Se bevo acqua frizzante prima di un pasto – sottolinea Bassetti – potrei sentirmi sazio prima e mangiare meno. Non vale per tutti, ma può aiutare”. L’altro superpotere dell’acqua gassata è che aiuta a migliorare il metabolismo del glucosio. In parole povere, il corpo diventa più efficiente nel gestire gli zuccheri, evitando quei picchi che ci portano dritti verso la dispensa in cerca di snack. Infine, le bollicine favoriscono la digestione. Non è un segreto che le bollicine aiutino a smuovere le acque (letteralmente) dopo un pasto abbondante, favorendo una digestione più rapida e meno faticosa. Bassetti non si limita a promuovere il piacere del frizzante, ma lancia anche un appello “green”: meglio quella del rubinetto! Se avete un gasatore domestico, ancora meglio: risparmiate sulla plastica, aiutate il pianeta e bevete un’acqua fresca e controllata. Ovviamente, non bisogna aspettarsi miracoli. “Partiamo da un punto chiaro”, spiega Bassetti. “Non stiamo parlando di una bacchetta magica. L’acqua frizzante non fa dimagrire da sola. Però può essere un piccolo supporto dentro uno stile di vita sano”, conclude. L'articolo L’acqua frizzante aiuta davvero a dimagrire? Matteo Bassetti: “Non stiamo parlando di una bacchetta magica, ma ci sono 3 superpoteri” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Matteo Bassetti
Cos’è la Vilpa e perché perché basta farla 5 volte al giorno per ridurre il rischio di morire del 44%. Valter Longo: “Questi guizzi di energia sono uno choc per il sistema metabolico”
Dimenticate le ore estenuanti in palestra o le maratone della domenica mattina. La nuova frontiera della longevità passa per un concetto tanto semplice quanto potente: la Vilpa. Per esteso: l’”Attività Fisica Intermittente Vigorosa”, come salire le scale o camminare velocemente per andare a lavorare. A lanciare la provocazione — supportata da dati scientifici sorprendenti — è Valter Longo, luminare della ricerca sull’invecchiamento e direttore dell’Istituto di Longevità dell’Università della California del Sud, in un articolo pubblicato sul Corriere. Secondo lo scienziato, il segreto per ridurre il rischio di mortalità fino al 44% potrebbe nascondersi in soli cinque minuti al giorno. Ma attenzione: devono essere minuti “intensi”. La Vilpa non è infatti uno sport organizzato, ma “guizzi” di energia che inseriamo nella routine: dal salire le scale di corsa al camminare velocemente per non perdere l’autobus fino al trasportare le buste della spesa con passo sostenuto. Uno studio dell’Università di Sydney, citato da Longo, ha monitorato per 7 anni oltre 3.000 persone dotate di accelerometri. I risultati sembrano quasi troppo belli per essere veri: “Le persone che non praticavano regolare esercizio fisico, ma che per 5 volte al giorno svolgevano queste Vilpa per solo un minuto circa avevano un rischio di morire ridotto del 44%”, sottolinea lo scienziato. “Chi ne faceva 8 al giorno presentava una riduzione del 54%”, aggiunge. In pratica, meno di dieci minuti totali di sforzo frazionato garantiscono benefici paragonabili a sessioni di allenamento molto più lunghe. Un altro studio su 25.000 persone nel Regno Unito ha confermato il trend, rilevando un dimezzamento del rischio di morte per malattie cardiovascolari. Longo, celebre in tutto il mondo per i suoi studi sulla nutrizione, vede una correlazione diretta tra il movimento “intermittente” e le sue scoperte alimentari. Come la Dieta Mima-Digiuno (pochi giorni di restrizione calorica estrema) resetta l’organismo, così la Vilpa agisce come uno shock positivo per il sistema metabolico. “Brevi periodi di attività fisica vigorosa, così come di restrizione calorica più estrema, sembrano dare grandi risultati per quanto riguarda la salute e probabilmente la longevità”, conclude Longo. L'articolo Cos’è la Vilpa e perché perché basta farla 5 volte al giorno per ridurre il rischio di morire del 44%. Valter Longo: “Questi guizzi di energia sono uno choc per il sistema metabolico” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Avena, acqua e un po’ di succo di limone: sui social spopola l’Oatzempic, l’alternativa fai da te all’Ozempic. L’esperto: “Funziona, ma gli effetti non sono paragonabili”
Potrà mai questa bevanda a base di avena, che impazza nei video di Tiktok e Instagram come un’alternativa naturale all’Ozempic, eguagliare mai il grande modello? Certamente no, come evidenzia un recente articolo di The Conversation. Pensavate di contribuire ad alleggerire il peso degli aerei – come farebbe l’Ozempic secondo un nuovo studio – sostituendo una seria terapia farmacologica a base di semaglutide con una bevanda all’avena? Sarà piuttosto dura! Per cominciare, dell’Oatzempic non esiste nemmeno una ricetta standardizzata, ma per lo più si tratta di frullare mezza tazza di fiocchi di avena con una tazza di acqua e un po’ di succo di lime o di limone, ed eventualmente aromi come cannella. Tanto basterebbe perché questa semplice bevanda si fregi del nome di Oatzempic, un mix tra oat (avena in inglese) e Ozempic, il farmaco a base di semaglutide, nato per combattere il diabete di tipo 2 e rivelatosi poi anche un grande alleato nella lotta all’obesità. Secondo gli influencer, la bevanda va assunta preferibilmente la mattina, per colazione, ma è ottima anche come snack pomeridiano per non mangiare troppo a cena. Perché infatti questo mix favorirebbe la pienezza e quindi il calo dell’appetito, con conseguente dimagrimento. Ma la scienza, per bocca delle due nutrizioniste autrici del pezzo su The Conversation (le australiane Lauren Ball della University of Queensland ed Emily Burch della Southern Cross University), toglie ogni illusione. E rincara la dose pure il dottor Andrea Coco, specialista in nutrizione clinica: “All’Oatzempic non è dedicata nessuna pubblicazione scientifica”. PERCHÉ NON PUÒ FUNZIONARE Per cominciare, osservano le due esperte, il nome può essere fuorviante: “Invita al confronto con un farmaco da prescrizione, il che può dare l’impressione che la bevanda abbia effetti simili a quelli del medicinale”. Ma le loro azioni sono completamente diverse: l’Oatzempic si limita a fornire un po’ di fibra solubile, per la scienza capace sì di ridurre l’appetito, ma non certo di favorire un dimagrimento significativo e rapido. Cosa che invece il farmaco può fare grazie al suo principio attivo, la semaglutide. Questa, mimando l’azione dell’ormone Glp-1 naturale, impatta significativamente sul senso di sazietà e sul calo dell’appetito, con risultati concreti e dimostrati: un calo del 10-15% del peso corporeo in pochi mesi. “L’Ozempic è un vero e proprio farmaco, con una potente azione cinetica sull’intestino”, osserva il dottor Coco. “All’interno di una dieta bilanciata, l’avena può favorire la produzione dell’ormone Glp-1, ma blandamente, nulla di paragonabile con il marcato effetto metabolico del medicinale”. E poi, come anticipato da Coco, nessuno studio scientifico ha testato l’Oatzempic, di cui per altro non esistono nemmeno dosaggi rigorosi. Ma se anche qualcuno dimagrisse un po’ assumendolo, sottolineano le due nutrizioniste, sarebbe impossibile dire se ciò dipenda dalla bevanda in sé o piuttosto da una dieta complessiva, o ancora dall’inserimento dell’attività fisica nella quotidianità. Qualche piccolo risultato non giustificherebbe comunque il ricorso all’Oatzempic, una bevanda certamente ipocalorica (circa 150 calorie), ma squilibrata dal punto di vista nutrizionale. “La presenza di un ingrediente sano non basta a comporre un pasto equilibrato. L’avena è un carboidrato utilissimo per l’organismo, ma va assunto con gli altri macronutrienti e con i micronutrienti”, avverte lo specialista. Insomma, servono anche proteine e grassi sani, vitamine, minerali e antiossidanti. Senza contare che l’avena non è tutta uguale; se i fiocchi hanno un indice glicemico medio-basso, quella precotta e raffinata può averlo invece più alto, e non favorisce dunque il dimagrimento. Last but not least, le esperte avvertono che affidarsi unicamente alla bevanda potrebbe ritardare un consulto medico, qualora questo fosse davvero necessario. Inutile dunque farsi illusioni: se si deve dimagrire, bisogna affidarsi a una dieta equilibrata e non a un blando rimedio da assumere una o due volte al giorno, e per il resto puntare magari su cibi processati e sulle lunghe soste sul divano. Ciò detto, l’avena e i cibi ricchi di fibre in genere restano un must per chiunque voglia perdere chili o mantenere il peso corporeo e il benessere. PREZIOSA AVENA Uno studio del 2024 si è concentrato proprio sui betaglucani, la principale fibra solubile contenuta in avena e orzo, ritenuta dagli autori la più efficace per il dimagrimento e per la tolleranza al glucosio. Alla fine, gli influencer non sbagliano a puntare sull’avena: sbagliano a mangiarla da sola (anche il sapore della bevanda non deve essere il massimo, perché non gustarsi allora un bell’overnight porridge?) e a usare solo quella. Pure orzo, mele, legumi, broccoli, legumi, semi oleosi, verdure a foglia e tanti altri vegetali sono ricchi di preziose fibre, indispensabili per una miriade di funzioni organiche. E insieme a buone fonti proteiche e lipidiche aiutano a comporre pasti sani, sazianti e bilanciati, alleati del peso corporeo. E c’è da chiedersi se davvero sazia l’Oatzempic, con il suo basso apporto calorico. Non farà invece venire più fame? > @abbyxacuna @TheChorroKing???????? trying his viral oat-zempic to lose my > stubborn belly fat! If I don’t see results I’m gonna cryyyy ???? > #oatmealrecipe #quickmeal #healthybrealfast @Quaker Oats 1/2c oats 1c water > 1/2 lime #creatorsearchinsights ♬ original sound – nicolette_fanelli L'articolo Avena, acqua e un po’ di succo di limone: sui social spopola l’Oatzempic, l’alternativa fai da te all’Ozempic. L’esperto: “Funziona, ma gli effetti non sono paragonabili” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Spagna, primo trapianto parziale di volto da una donatrice che aveva scelto l’eutanasia
All’Hospital Universitario Vall d’Hebron di Barcellona è stato realizzato il primo trapianto parziale di volto al mondo da una donatrice che aveva chiesto l’eutanasia. L’intervento è stato compiuto da un’équipe medica multidisciplinare composta da circa un centinaio di professionisti e ha utilizzato tessuti facciali della donatrice. La ricevente, identificata con il nome di Carme, era affetta da una grave infezione che le aveva provocato un’estesa necrosi dei tessuti facciali. L’operazione ha riguardato un trapianto di tipo I, cioè della parte centrale della faccia. Per questo tipo di intervento donatore e ricevente devono avere lo stesso sesso, lo stesso gruppo sanguigno e misure antropometriche – rilevazioni di vari parametri corporei – simili della testa. La donatrice, prima di sottoporsi all’eutanasia, aveva deciso di donare i suoi organi, i suoi tessuti e anche il volto. I medici dell’ospedale catalano hanno eseguito esami diagnostici su entrambi — donatrice e ricevente — e una Tac preliminare, quindi l’Unità di Tecnologie 3D ha elaborato un modello tridimensionale digitale utile per la pianificazione chirurgica. Durante la preparazione sono state anche progettate guide per il taglio osseo adattate alla donatrice e alla paziente, in modo da ottenere un incastro millimetrico dei tessuti. L’intervento, eseguito con tecniche di microchirurgia vascolare e nervosa, può durare fino a 24 ore. Dopo il trapianto la paziente è stata ricoverata per circa un mese, inizialmente nell’unità di terapia intensiva, poi nel reparto di traumatologia, riabilitazione e ustionati. L’ospedale ha sottolineato che per questo tipo di trapianto è fondamentale che il ricevente sia considerato psicologicamente idoneo ad affrontare le conseguenze dell’operazione, poiché il volto è strettamente legato all’identità personale. Secondo i dati riportati, nel mondo sono stati effettuati 54 trapianti di faccia, e di questi sei in Spagna, con tre interventi eseguiti dal team del Vall d’Hebron. L'articolo Spagna, primo trapianto parziale di volto da una donatrice che aveva scelto l’eutanasia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ha nel retto una bomba della Prima Guerra Mondiale, un uomo va al Pronto Soccorso e viene operato d’urgenza. Il paziente rischia anche una condanna
Gli operatori dell’ospedale Ranguiel di Tolosa, in Francia, hanno vissuto un momento insolito nella notte tra sabato 31 gennaio e domenica 1 febbraio. Una squadra di artificieri della polizia e i vigili del fuoco si sono recati in pronto soccorso su segnalazione degli operatori per un paziente che si è presentato in ospedale con una granata della Prima guerra mondiale nel retto. Secondo quanto riportato da Ladepeche, il caso è emerso dopo una normale visita del ragazzo, un 24enne franese, che si era presentato in ospedale lamentando un dolore alla pancia. Dopo gli esami, i medici hanno scoperto la presenza dell’oggetto. L’uomo ha ammesso di aver raccolto in un campo il reperto risalente al 1918, lungo 16 centimetri e largo 4, come riferito dalla polizia a Le Figaro. La presenza della bomba ha creato agitazione e ha fatto immediatamente scattare l’allarme nel pronto soccorso. Polizia e vigili del fuoco sono arrivati nel cuore della notte per mettere in sicurezza il personale e il paziente. Il 24enne è stato sottoposto a un intervento chirurgico per l’estrazione della bomba, che è perfettamente riuscito. L’ordino è stato affidato agli artificieri e disinnescato senza conseguenze. Il giovane ha trascorso qualche giorno di ricovero ed è stato successivamente dimesso. Ora rischia un procedimento penale per aver violato la legislazione sulle armi e per il possesso di armi da guerra. L'articolo Ha nel retto una bomba della Prima Guerra Mondiale, un uomo va al Pronto Soccorso e viene operato d’urgenza. Il paziente rischia anche una condanna proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Hamburger nel carrello: nel 30% dei campioni, i batteri trovati sono resistenti agli antibiotici
Super batteri che resistono agli antibiotici. Sono stati trovati nei campioni prelevati da quattro hamburger dei 12 acquistati al banco frigo dei supermercati e fatti analizzare da Il Salvagente per il nuovo numero della rivista specializzata proprio nei test in laboratorio. Obiettivo: valutare igiene e qualità della materia prima in base al rapporto tra collagene e proteine. A preoccupare, però, non è lo stato complessivo di igiene della carne, ma “la possibile presenza – riscontrata in effetti nel 30 per cento dei casi – di microrganismi capaci di bucare lo scudo farmacologico di medicinali usati per curare le infezioni causate da questi stessi batteri”. Eppure tutti gli hamburger analizzati sono risultati conformi alla legge. Questo perché i produttori, al contrario di ciò che dovrebbe avvenire in allevamenti e macelli, non hanno l’obbligo di sottoporre i batteri presenti negli hamburger all’antibiogramma, ossia l’esame microbiologico in vitro che determina la sensibilità o la resistenza di un batterio specifico a vari antibiotici. Lungo la filiera, quindi, questo tipo di controllo viene a mancare, rendendo impossibile una valutazione su quali antibiotici siano stati resi inefficaci e quali no. Di fatto, resistenze agli antibiotici sono state riscontrare nell’hamburger Terre d’Italia di Carrefour, in quello di Chianina di Lidl, nel Gramburger di scottona di Gram e nel maxihamburger di scottona ‘La collina delle bontà’ di Eurospin. “Le resistenze più gravi rilevate dal Salvagente sono legate alla presenza, in alcuni hamburger, di Escherichia coli beta-glucuronidasi positiva e agli stafilococchi in grado di sopravvivere a medicinali moderni e molto usati in questi casi, come le cefalosporine, una classe di antibiotici beta-fattamici” scrive Enrico Cinotti, vicedirettore e autore dell’inchiesta. Quali sono le conseguenze per il consumatore? Piaccia o meno l’hamburger al sangue, per uccidere i batteri resistenti agli antibiotici presenti in questo tipo di carne, l’unica soluzione è cuocerla bene. Come, tra l’altro, viene ricordato su molte confezioni. L’ALLARME MONDIALE E I 12MILA MORTI ALL’ANNO IN ITALIA Ed è un problema dato che, come spiega l’Organizzazione mondiale della sanità nel Global Antibiotic Resistance Surveillance Report 2025 “la resistenza antimicrobica (Amr) sta erodendo le basi della medicina moderna”, con batteri comuni che diventano sempre più difficili da curare (Leggi l’approfondimento). Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Aifa, l’Agenzia italiana per il farmaco, in Italia si contano ormai 12mila morti all’anno. Una resistenza causata da un sempre più massiccio uso degli antibiotici, soprattutto in età pediatrica e in ambito ospedaliero (rispetto a quanto non avvenisse in passato) e al loro ricorso negli allevamenti, dove viene somministrato anche agli animali sani come profilassi preventiva. LA QUALITÀ PROTEICA DELLA CARNE Tutto questo rende proprio questo aspetto la nota dolente dei risultati delle analisi, rispetto agli altri criteri presi in considerazione. Lo stato di igiene degli hamburger, in gran parte confezionati sottovuoto, ha pesato per il 50% sul voto finale, la percentuale di carne impiegata per il 20% e la qualità della carne per il 30%. Quest’ultimo aspetto è stato valutato in base al rapporto tra collagene e proteine, perché più è presente il primo e minore sarà la qualità proteica della carne. Da un punto di vista nutrizionale, il rapporto tra collagene e proteine non supera mai il 15%, soglia oltre la quale la qualità proteica della carne sarebbe risultata scarsa. Il punteggio peggiore (mediocre, con 14,93) lo ha totalizzato il Jubatti Barbecue Burgers di scottona, gusto delicato. Mediocri, da questo punto di vista, anche l’Hamburger bovino di razza, Chianina di Lidl. LO STATO DELL’IGIENE DEGLI HAMBURGER La rivista diretta da Riccardo Quintili ha ricercato la presenza di diversi microrganismi per valutare, poi, il livello igienico della carne. Considerando i limiti di legge, che impongono l’assenza di Salmonella e Listeria monocytogenes (di fatto assenti in tutti i campioni), sono stati ricercati i batteri anaerobi, gli stafilococchi, l’E.coli, le enterobatteriacee, i coliformi e il bacillus cereus. Le linee guida utilizzare come riferimento sono quelle del Centro interdipartimentale di ricerca e documentazione sulla sicurezza alimentare della Regione Piemonte: il limite di 100 Unità formanti colonie per grammo (Ufc/g) per i batteri anaerobi solfito riduttori e per i stafilococchi coagulasi positivi e di 500 Ufc/g per l’Escherichia coli beta-glucuronidasi positiva. “Dal punto di vista igienico – scrive Enrico Cinotti – a parte in tre casi in cui le linee guida sono state leggermente superate, lo standard di sicurezza alimentare è risultato mediamente buono”. Nell’hamburger di Carrefour è stato registrato uno sforamento (270 Ufc/g) per gli stafilococchi, mentre in quelli di Jubatti e Coop, una concentrazione media di batteri anaerobi leggermente superiore alla soglia, rispettivamente di 110 e 120 Ufc/g. QUANTI (E QUALI) ANTIBIOTICI MESSI FUORI GIOCO DAI BATTERI Il vero problema, però, è proprio il tipo di batterio e la capacità di resistere agli antibiotici. Ed è per questo che, in caso di presenza accertata di microrganismi, la rivista ha commissionato un esame specifico, l’antibiogramma, “per valutare la loro resistenza a un classe di 23 antibiotici comunemente prescritti dai medici per infezioni provocate dai batteri rilevati”. Le resistenze più gravi rilevate sono legate alla presenza di Escherichia coli beta-glucuronidasi positiva e agli stafilococchi ma, nella valutazione, si è anche tenuto conto del fatto che alcuni degli antibiotici indicati “sono notoriamente non adatti a curare questo tipo di infezioni”. Anche escludendo, dunque, i casi di “resistenza nota” e prendendo in considerazione solo quella “agli antibiotici utili”, sono quattro gli hamburger nei quali è stata riscontrata anche quest’ultima. Nell’Hamburger Bovino di Razza Chianina di Lidl, gli stafilococchi rintracciati sono resistenti a quattro tipi di antibiotici, mentre l’Escherichia coli individuata può superare le difese di due medicinali. Totale: 6 farmaci messi fuori gioco. Sono cinque gli antibiotici a cui sono resistenti gli stafilococchi rintracciati nell’Hamburger con Marchigiana, Terre d’Italia, di Carrefour. Resistono rispettivamente a tre e un medicinale gli stafilococchi trovati, infine, nel Gram Gramburger di Scottona e nel Maxihamburger di Scottona la Collina delle bontà di Eurospin. Il Salvagente ha contattato i produttori in questione che, non negando la presenza di batteri con profili di antibiotico-resistenza, sottolineano che non compete a loro questo tipo di controllo. E c’è chi promette approfondimenti con i propri fornitori. L'articolo Hamburger nel carrello: nel 30% dei campioni, i batteri trovati sono resistenti agli antibiotici proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’Apple Watch può prevedere in anticipo un arresto cardiaco prima che si abbiano i sintomi: come funziona il nuovo progetto del San Raffaele e del Politecnico di Milano
Lo smartwatch potrebbe intercettare un arresto cardiaco prima che si avvertano i suoi sintomi, anticipando in questo modo le cure e aumentando così le chance di sopravvivenza. È quello che promette Time-care, l’ambizioso progetto di ricerca che vede alleati l’Irccs Ospedale San Raffaele e il Politecnico di Milano. L’obiettivo è ambiziosissimo: trasformare i comuni smartwatch in sentinelle capaci di prevedere un arresto cardiaco prima che accada, ribaltando completamente il concetto di soccorso. In cardiologia esiste una regola ferrea: il tempo è vita. In caso di arresto cardiaco, ogni minuto che passa senza un intervento riduce drasticamente le possibilità di sopravvivenza. Time-care punta ad agire prima del “minuto zero”. L’intuizione dei ricercatori, guidati da Tommaso Scquizzato, è che il cuore non si fermi quasi mai senza preavviso. Semplicemente, finora non avevamo gli strumenti per ascoltare i suoi sussurri. “Il corpo cambia prima che il paziente se ne accorga davvero”, spiega Scquizzato a Il Corriere. “Quello che cerchiamo è la traiettoria del dato: modifiche sottili e progressive nei pattern elettronici nei trenta giorni precedenti all’evento”, aggiunge. Il progetto, finanziato dai fondi Pnrr, non mira a creare nuovi ingombranti macchinari. L’idea è geniale nella sua semplicità: sfruttare ciò che già portiamo al polso. Quindi si utilizzano i cosiddetti “Big Data”, cioè l’analisi massiva di dati provenienti da utenti sani e pazienti cardiopatici. Poi l’Intelligenza artificiale: algoritmi avanzati capaci di scovare l’anomalia statistica nel rumore della quotidianità. E piattaforme che supportano i soccorritori nel riconoscimento dell’evento e nella guida alla rianimazione cardio polmonare (Rcp). Per capire cosa succede esattamente durante un collasso, i ricercatori hanno analizzato 127 video di arresti cardiaci reali (dal 1984 al 2025) registrati da telecamere a circuito chiuso o smartphone. I risultati sono rivelatori: nel 98% dei casi esistono segni prodromici — come rallentamenti dell’attività o movimenti anomali del capo — che durano pochissimi secondi prima della caduta. Intercettare questi segnali tramite i sensori di movimento e di frequenza cardiaca dello smartwatch potrebbe fare la differenza tra la vita e la morte. L’impatto sociale potrebbe essere enorme. In Italia, l’arresto cardiaco colpisce circa 57.000 persone ogni anno, rappresentando il 10% dei decessi totali. La sfida di Time-care è ora quella di affinare gli algoritmi per evitare i “falsi positivi” (l’inutile allarmismo) e garantire un monitoraggio discreto ma costante. “Il nostro obiettivo non è trasformare tutti in pazienti, ma dare una possibilità in più a chi è davvero a rischio”, dichiara Scquizzato. “Se riusciamo ad anticipare anche solo una parte degli arresti cardiaci extra-ospedalieri, l’impatto sulla salute pubblica sarebbe enorme”, conclude. L'articolo L’Apple Watch può prevedere in anticipo un arresto cardiaco prima che si abbiano i sintomi: come funziona il nuovo progetto del San Raffaele e del Politecnico di Milano proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Mangio non più di 50 grammi di pasta e cammino 5 km al giorno. Viviamo in un contesto obesogeno, ci spingono a mangiare di più”: parla il prof Garattini
A 97 anni Silvio Garattini continua a lavorare, ragionare e intervenire nel dibattito pubblico con una lucidità che colpisce. Fondatore e presidente dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, oncologo e farmacologo di fama internazionale, Garattini racconta in un’intervista al Corriere della Sera perché, a suo giudizio, una lunga vita in salute non è un dono del caso né della genetica, ma il risultato di scelte precise e costanti. “Direi di no”, risponde quando gli viene chiesto se il suo stato di salute sia merito dei geni: “Ho conosciuto solo una dei quattro nonni e i miei genitori sono morti relativamente presto. La probabilità di arrivare a questa età in buone condizioni è dovuta alle abitudini di vita”. LE REGOLE QUOTIDIANE Garattini le elenca con precisione: “Non ho mai fumato, ho sempre bevuto poco – e da un paio d’anni non bevo più alcol – ho sempre svolto attività motoria, cammino circa 5 chilometri al giorno. Non ho mai consumato droghe o giocato d’azzardo”. A questi fattori aggiunge l’impegno intellettuale: “Un altro elemento importante è stato il mio interesse per la medicina e la ricerca”. E poi una regola chiave: “Mangio poco”. Alla domanda su cosa significhi concretamente, risponde entrando nel dettaglio: “Al mattino una spremuta d’arancia, qualche volta la frutta cotta; a pranzo un po’ di pasta, non più di 50 grammi, oppure un pezzetto di pizza o una tazzina di riso, una banana; la sera spesso un primo e assumo proteine soprattutto sotto forma di legumi e di pesce. Mangio poca carne”. PESO, FARMACI E DIETA Sul tema dei farmaci per dimagrire, Garattini è netto: “Non è la stessa cosa, perché quei farmaci sono studiati per l’obesità dei diabetici. La via migliore è abituarsi a mangiare poco, altrimenti il peso perso si riprenderà quando si smetterà il farmaco”. Per lui il controllo del peso passa dall’educazione alimentare, non da soluzioni rapide. E avverte: “Non basta mangiare poco, bisogna anche mangiare bene”. Nel suo libro, spiega, individua tre pilastri fondamentali: “Il quanto, il cosa – e noi abbiamo la dieta mediterranea che tutela la salute – e il quando”. Sul digiuno intermittente, molto discusso, chiarisce: “Può essere un facilitatore per diminuire il consumo di cibo, ma ritengo più importante adattare i tempi alle situazioni personali. Si può mangiare anche cinque volte al giorno”. ORARI, PIACERI E PICCOLI SGARRI Anche sugli orari Garattini è pragmatico: “Si può cenare anche alle 22, ma dipende dall’ora in cui ci si corica: ci deve essere tempo per digerire”. Gli sgarri sono rari, spiega, perché “lo stomaco alla fine non prende di più”. Una concessione, però, non manca: “La sera mangio sempre un dolce, perché il cervello ha bisogno di zucchero, basta non esagerare”. Il suo piatto preferito? “Cous cous di verdure”. E racconta anche una passione giovanile: “Da giovane facevo gare di cucina, mi piaceva improvvisare. In fondo sono nato come perito chimico”. RELAZIONI, AMBIENTE E VOLONTÀ Accanto all’alimentazione, Garattini sottolinea il ruolo della vita sociale: “Ho cinque figli, sette nipoti, tre pronipoti… mi tengono attivo”. E invita a guardare soprattutto ai giovani: “La longevità si costruisce fin da piccoli. Da adulti si può invertire la rotta, non si azzerano i danni, ma si possono attenuare”. Riconosce però che l’ambiente non aiuta: “Viviamo in un contesto obesogeno, la tendenza è spingerci a mangiare di più”. Qui entra in gioco la volontà, una qualità che attribuisce all’educazione ricevuta: “Sono molto grato a mio padre perché mi ha insegnato a esercitarla”. LA “RICETTA” DELLA LONGEVITÀ Alla richiesta di sintetizzare una ricetta per vivere a lungo in salute, Garattini elenca una serie di punti chiari: “Non fumare, non bere alcol, non usare droghe, non giocare d’azzardo, fare movimento, mantenersi normopeso con una dieta varia e moderata, avere relazioni sociali continue, dormire almeno sette ore a notte, fare vaccinazioni e screening”. Spiega anche perché il tema della longevità affascini così tanto: “È il sogno assurdo dell’immortalità. Si sente parlare di vivere fino a 150 anni, ma siamo lontani: in Italia i centenari sono circa 22 mila su 60 milioni”. E aggiunge un’osservazione empirica: “Ho cenato a Trieste con 50 centenari e non ce n’era uno obeso”. Alla fine, una riflessione personale sul tempo che resta: “Ho raggiunto un equilibrio. Alla mia età so che il domani può non esserci, ma se c’è devo fare tutto quello che posso”. L'articolo “Mangio non più di 50 grammi di pasta e cammino 5 km al giorno. Viviamo in un contesto obesogeno, ci spingono a mangiare di più”: parla il prof Garattini proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Tatuaggi, in arrivo regole più stringenti per equipararli a trattamenti estetici invasivi. Ecco cosa cambierà
Il tema dei tatuaggi entra ufficialmente nel campo della sanità pubblica. È infatti allo studio un decreto che, all’interno delle misure per la prevenzione del melanoma e dei tumori della pelle, introduce regole più stringenti per il mondo dei tatuaggi, fino a equipararli, sotto il profilo sanitario, a veri e propri trattamenti estetici invasivi. L’obiettivo dichiarato è rafforzare la tutela della salute, aumentare la consapevolezza dei cittadini e ridurre i rischi legati sia ai pigmenti utilizzati sia alla possibile difficoltà di individuare precocemente lesioni sospette sulla pelle tatuata. Tra le novità più discusse c’è l’ipotesi di rendere obbligatorio il consenso informato prima dell’esecuzione di un tatuaggio, con informazioni chiare sui potenziali rischi dermatologici, sulle controindicazioni e sulla necessità di controlli nel tempo. Una scelta che solleva interrogativi non banali: quanto questa stretta normativa potrà incidere davvero sulla prevenzione del melanoma? E quanto il dibattito sui tatuaggi riflette una crescente attenzione – ma anche una certa confusione – nel rapporto tra pratiche estetiche, salute della pelle e diagnosi precoce dei tumori cutanei? Ne abbiamo parlato con la professoressa Pucci Romano, Dermatologa e Presidente di Skineco, Associazione scientifica internazionale di ecodermocompatibili, per capire cosa c’è di scientificamente fondato e cosa invece rischia di restare solo sulla carta. LA DERMATOLOGA: “C’È ANCHE UNA RESPONSABILITÀ DELL’OPERATORE” Professoressa Romano, il decreto introduce l’obbligo del consenso informato per i tatuaggi. Dal punto di vista dermatologico è una misura davvero utile o c’è il rischio che resti solo un passaggio burocratico? “Il rischio che il consenso informato sia soltanto un adempimento burocratico esiste, inutile negarlo. Molto dipende però da chi lo somministra. Se l’operatore spiega davvero, in modo dettagliato e comprensibile, a chi vuole tatuarsi quali sono i possibili rischi e gli eventuali effetti collaterali, allora il consenso informato può avere un valore reale. In questo senso diventa anche un compito e una responsabilità dell’operatore, che dovrebbe essere adeguatamente qualificato”. Uno dei punti centrali del decreto è il legame tra tatuaggi e melanoma. Esistono evidenze scientifiche che dimostrino un aumento del rischio di melanoma nei tatuati? “Ad oggi non esistono dati che dimostrino una relazione di causalità tra tatuaggio e insorgenza di melanoma. Il problema vero non è tanto che il tatuaggio provochi il melanoma, quanto il fatto che possa coprire un neo a rischio. Un neo displastico, o addirittura una lesione già in evoluzione verso un melanoma, può essere mascherato dal tatuaggio e quindi non essere notato”. L'articolo Tatuaggi, in arrivo regole più stringenti per equipararli a trattamenti estetici invasivi. Ecco cosa cambierà proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Cosa imparare dallo sciopero dei medici francesi che ha fermato chi voleva smantellare la sanità
Per la prima volta nella storia, tutti i sindacati dei medici francesi – dai chirurghi, agli anestesisti, dai ginecologi, ai medici di famiglia – hanno indetto uno sciopero nazionale dal 5 al 15 gennaio 2026. L’obiettivo era di bloccare il progetto di legge di finanziamento della Sécurité Sociale (PLFSS) 2026, che, secondo i professionisti, minacciava di smantellare 80 anni di medicina convenzionale e di rendere inaccessibili le cure per le fasce più deboli della popolazione. Al centro della vertenza, una serie di provvedimenti governativi che i medici accusavano di essere “calati dall’alto”, senza un reale confronto, trasformando la sanità in una “medicina amministrata” dove la burocrazia prevale sulla relazione con il paziente. Il punto, poi, il più emblematico, è la possibilità concessa allo Stato di intervenire direttamente su tariffe e rimborsi senza passare dalla contrattazione con le parti sociali, svuotando di fatto il ruolo sindacale. Il governo francese, a seguito dello sciopero, ha fatto marcia indietro. Ma, a detta di chi in Francia vive, è consuetudine del governo in carica far calmare gli animi e poi procedere con l’approvazione di riforme anche importanti appena cade il silenzio mediatico e senza passare dal Parlamento. In tutta Europa ci sono chiaramente tensioni tra le necessità reali delle persone ed i vincoli di bilancio; del resto non poteva essere che così considerando i miliardi di spesa approvati per il piano di riarmo europeo che viene realizzato anche a costo di fare macelleria sociale. Le vicende francesi non si discostano molto da quelle italiane. Le politiche pubbliche, da molti anni, puntano a ridurre la spesa in sanità, bloccando investimenti, assunzioni di nuovo personale medico e sanitario e stabilendo dei tetti di spesa per le prescrizioni farmaceutiche. Emblematico l’esempio della Regione Lazio che sta multando i medici di famiglia, con importi pesantissimi, anche 20.000/30.000 euro a testa se considerati iperprescrittori. Peccato che l’iperprescrizione sia riferita semplicemente ad una media matematica che non tiene conto delle esigenze cliniche del paziente. Va da sé che quanti più medici si avvicinano alla media, tanto più l’asticella si abbassa, e diventa sempre più difficile ottemperare al diktat economico facendo salva la risposta, appropriata, alle condizioni cliniche del paziente e viceversa. Altro argomento scottante di sanità negata: le liste d’attesa per l’effettuazione di esami diagnostici e visite specialistiche. Ci sarebbe da scrivere un libro per parlare dei vari escamotage contabili ed informatici escogitati dalle amministrazioni regionali per certificare che sono perfettamente in linea con quanto previsto dal Piano Nazionale. La verità è tutt’altra, testimoniata da chi, come me, vede sempre più pazienti pagare di tasca propria accertamenti diagnostici importanti, lì dove prenotare una risonanza magnetica cerebrale o una tac al cuore diventa un miraggio. Certo, parliamo sempre di chi ha la disponibilità economica per farlo: gli altri che si arrangino! La cosa triste è che anche i malati oncologici non fanno eccezione. In questo paese ormai c’è una disparità certificata di accesso alle cure, a causa di un riparto iniquo delle risorse per la sanità a livello regionale, circostanza aggravata dalla riforma del titolo V della Costituzione che targhettizza una popolazione di serie A e una di serie B, a volte anche C, di fronte al diritto alla salute. Il personale sanitario, sempre in carenza di organico, impiegato nel Servizio Sanitario Nazionale è costretto a turni massacranti, è retribuito poco, fa straordinari non pagati: sono circa 20 milioni le ore di straordinario non retribuito che i medici dirigenti hanno regalato allo Stato. I medici di famiglia addirittura ci rimettono di tasca loro per aver risposto prima di tutto alla propria coscienza, poi al codice deontologico e in subordine al criterio economico che mai e poi mai può essere preminente rispetto ad diritto incomprimibile come quello alla salute. E non lo dico io ma una sentenza della Corte Costituzionale. Ma questo per i nostri politici e burocrati non basta: allora non ci meravigliamo se sempre meno giovani scelgono di diventare medici di famiglia e ci sono ad oggi 2 milioni di cittadini senza medico che potrebbero diventare 5 nei prossimi due anni. Basterebbero tutte queste considerazioni per scendere in piazza e scioperare con i cittadini al nostro fianco. Perché difendere il Servizio Pubblico significa anche difendere chi vi lavora. E che dire dei sindacati in Italia? Il panorama sindacale è molto frammentato perché c’è un’incapacità di fondo a valorizzare l’obbiettivo comune che dovrebbe essere la difesa e la dignità del lavoro, piuttosto che dare peso alle divergenze e ai singoli interessi, come testimoniano i vari tentativi, fallimentari, di mettere in piedi un’intersindacale degna di questo nome. I sindacati medici in Italia sono refrattari allo sciopero. L’unico sindacato che ha proclamato sciopero dopo 30 anni è stato quello dei Medici Italiani nel 2022 per protestare sulle condizioni lavorative dopo la pandemia. E comunque mai sarebbe permesso come in Francia scioperare 10 giorni di seguito. In Italia abbiamo un codice di regolamentazione dello sciopero medico molto rigido. Del resto si sa, il popolo francese è quello della Rivoluzione e della presa della Bastiglia, noi siamo un popolo di Gattopardi. Ma siamo anche il popolo della “Liberazione”. Ebbene, è giunta l’ora di liberarci dalle politiche neoliberiste e dai partiti che le sostengono. Politiche che minano il benessere dei popoli, che mettono in discussione i diritti sociali e civili acquisiti al costo di due guerre mondiali e milioni di morti. Vogliamo riportare le lancette dell’orologio indietro nel tempo e nella storia? L'articolo Cosa imparare dallo sciopero dei medici francesi che ha fermato chi voleva smantellare la sanità proviene da Il Fatto Quotidiano.
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