L’inchiesta sulla morte di Domenico Caliendo – il bimbo di 2 anni e 4 mesi morto
il 21 febbraio dopo il trapianto di un cuore danneggiato – si sta
progressivamente concentrando sulla fase successiva a quanto avvenuto nella sala
operatoria dell’ospedale Monaldi la mattina del 23 dicembre 2025 quando il cuore
prelevato a Bolzano arrivò a Napoli “inglobato in un blocco di ghiaccio”. In
attesa del secondo round dell’autopsia – con esami specifici previsti
all’Istituto di Medicina legale di Bari il prossimo 28 aprile – gli inquirenti
si sono posti l’obiettivo di verificare se esistessero alternative terapeutiche
in grado di modificare l’evoluzione clinica del paziente. In particolare,
l’attenzione si è spostata .come riportano Il Mattino e La Repubblica –
sull’eventuale utilizzo del Berlin Heart, un dispositivo di assistenza
ventricolare impiegato nei pazienti pediatrici con insufficienza cardiaca grave.
Del dispositivo se ne era parlato quando le condizioni bimbo – tenuto in vita
dall’Ecmo – erano diventate disperate ma ancora veniva fatto credere alla
famiglia che fosse nuovamente trapiantabile. Speranza definitivamente tramontata
dopo un consulto di più esperti, il 18 febbraio.
LE DOMANDE DEL GIP
Il giudice per le indagini preliminari Mariano Sorrentino, nell’ambito
dell’incidente probatorio in corso, ha chiesto al collegio di esperti di
accertare se, dopo l’intervento del 23 dicembre, “eventuali condotte
alternative” avrebbero potuto determinare, con un elevato grado di probabilità
logica, una diversa evoluzione clinica. Il quesito introduce formalmente nel
procedimento il tema delle scelte effettuate dopo il trapianto, e in particolare
delle strategie adottate di fronte a un organo risultato non funzionante perché
danneggiato.
Secondo la ricostruzione investigativa, il cuore arrivato da Bolzano al Monaldi
si presentava privo di segni vitali, a causa del deterioramento legato alle
modalità di trasporto ovvero un contenitore fuori dalle linee guida e ghiaccio
secco per la conservazione che aveva di fatto bruciato i tessuti. Nonostante
ciò, l’intervento era stato avviato: il torace del bambino era già stato aperto
prima di scoprire che l’organo era inutilizzabile. Il cuore malato del bimbo era
stato già espiantato. In questa fase si colloca uno dei passaggi centrali
dell’indagine: la gestione immediata della situazione intraoperatoria e le
decisioni successive. Dopo l’impianto dell’organo compromesso, il piccolo
paziente fu inserito in lista per un nuovo trapianto e collegato all’Ecmo,
sistema di ossigenazione extracorporea che ha garantito il supporto vitale fino
al decesso, avvenuto il 21 febbraio dopo circa sessanta giorni. L’uso prolungato
di questa tecnologia è noto per poter comportare complicazioni significative,
elemento che rafforza la necessità di verificare se fossero disponibili opzioni
alternative.
LE INDAGINI
In questo contesto si inserisce il nuovo filone d’indagine aperto dalla Procura
di Napoli, coordinata dal pm Giuseppe Tittaferrante e dal procuratore aggiunto
Antonio Ricci, che ha delegato i carabinieri del Nas ad acquisire elementi sul
mancato utilizzo del Berlin Heart. Il dispositivo, già impiegato in ambito
pediatrico come supporto meccanico temporaneo, consente una circolazione
sanguigna assistita attraverso un sistema esterno di pompaggio collegato al
cuore del paziente. Uno degli aspetti centrali riguarda la disponibilità
effettiva del Berlin Heart presso il Monaldi. Gli inquirenti intendono acquisire
documentazione su eventuali precedenti utilizzi, sulla presenza del dispositivo
nella struttura e sui protocolli clinici che ne regolano l’impiego.
Parallelamente, si punta a chiarire se, nel caso specifico, sussistessero le
condizioni cliniche per un suo utilizzo e se tale opzione sia stata valutata.
Tra le ipotesi al vaglio vi è anche quella di un possibile passaggio dall’Ecmo
al Berlin Heart nei giorni successivi all’intervento. Indicazioni cliniche
richiamate nel corso dell’indagine suggeriscono che, in assenza di segnali di
ripresa cardiaca entro un arco temporale limitato, il ricorso a un sistema di
assistenza ventricolare possa rappresentare una strategia alternativa, previa
verifica dei requisiti del paziente. Anche questo aspetto rientra tra le
verifiche richieste al collegio peritale.
IL BERLIN HEART
Il filone sul Berlin Heart si affianca ad altri ambiti già oggetto di
approfondimento. Il primo riguarda eventuali danni subito dal cuore durante il
prelievo, poi le modalità di trasporto dell’organo da Bolzano, ritenuto
compromesso anche per l’impiego di ghiaccio secco e per l’utilizzo di un
contenitore non conforme ai protocolli più aggiornati, nonostante la
disponibilità di sistemi più avanzati. Il secondo riguarda la sequenza delle
operazioni tra l’arrivo del cuore e l’inizio dell’intervento, con particolare
riferimento alla tempistica dell’espianto del cuore nativo, avvenuto alcuni
minuti prima di verificare che il muovo organo fosse utilizzabile.
Su quest’ultimo punto sono in corso ulteriori accertamenti tecnici, anche
attraverso l’analisi di materiale video e fotografico acquisito dagli
investigatori, che potrebbe consentire di ricostruire con maggiore precisione la
cronologia degli eventi in sala operatoria. L’obiettivo è verificare la coerenza
tra quanto documentato e quanto riportato negli atti clinici. Nel procedimento
rientra anche la posizione dei medici coinvolti, per i quali la Procura ha
ipotizzato il reato di falso ideologico in relazione all’indicazione degli orari
dell’intervento. Tra i due indagati anche il cardiochirurgo Guido Oppido, in
sala operatoria a Napoli, che fino all’ultimo aveva sostenuto con la madre del
bimbo che avrebbe potuto trapiantare un altro cuore al figlio.
L'articolo Domenico Caliendo, perché non fu usato il Berlin Heart? Le indagini
dei pm per verificare alternative all’Ecmo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Trapianti
Un gesto di generosità che supera anche i limiti dell’età e anche le frontiere
della medicina. Negli Stati Uniti un ex veterano della Seconda guerra mondiale è
diventato il più anziano donatore di organi della storia del Paese: aveva
superato i cento anni. Protagonista della vicenda è Dale Steele, originario del
Nebraska. Secondo quanto riportato dai media americani, il suo fegato è stato
espiantato dopo la morte avvenuta il mese scorso, quando l’uomo aveva già
oltrepassato il secolo di vita. Nonostante l’età avanzata, Steele era in
condizioni di salute complessivamente buone. Il ricovero in ospedale era
avvenuto dopo una ferita alla testa che lo aveva costretto a essere collegato a
un respiratore.
Il figlio Roger ha raccontato che, quando è diventato chiaro che non c’era più
nulla da fare per salvare il padre, i medici hanno sollevato la possibilità
della donazione degli organi. Una proposta che inizialmente lo ha sorpreso. “Ha
più di cento anni”, avrebbe risposto quando l’associazione per la donazione di
organi Live On Nebraska ha avanzato la richiesta. Eppure proprio l’età non
rappresenta necessariamente un ostacolo.
Come ha spiegato Lee Morrow, medico dell’organizzazione, il fegato possiede una
straordinaria capacità di rigenerazione. Le cellule epatiche si rinnovano
continuamente e questo significa che, anche nel corpo di una persona
ultracentenaria, l’organo può avere cellule relativamente “giovani”, in grado di
funzionare efficacemente dopo il trapianto. Il caso di Steele stabilisce così un
nuovo primato negli Stati Uniti. Prima di lui, il record di donatore più anziano
apparteneva a Orville Allen, morto a 98 anni nel Missouri.
L'articolo Il fegato che sfida il tempo: ha oltre 100 anni il donatore di organi
più anziano proviene da Il Fatto Quotidiano.
Le donazioni di organi in Italia risultano in aumento nei primi mesi del 2026
rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. È quanto emerge dagli ultimi
dati diffusi dal Centro nazionale trapianti, che evidenziano un andamento
positivo sia per le donazioni sia per il numero di trapianti effettuati. Nel
periodo compreso tra il 1° gennaio e l’8 marzo 2026 sono state registrate 340
donazioni, contro le 316 dello stesso intervallo del 2025.
Un incremento che, secondo gli esperti, smentisce almeno per ora il timore di
possibili ripercussioni negative legate alla vicenda del piccolo Domenico
Caliendo, che nelle scorse settimane aveva acceso il dibattito pubblico sul tema
della donazione di organi. Il piccolo di due anni e 4 mesi è morto il 21
febbraio scorso dopo due mesi di coma: il 23 dicembre gli era stato trapiantato
un cuore “bruciato” dal ghiaccio secco. A diminuire leggermente è anche il tasso
di opposizione alle donazioni nelle rianimazioni, che passa dal 27,7% registrato
nello stesso periodo del 2025 al 26,9% attuale. In crescita anche il numero dei
trapianti eseguiti: sempre tra il 1° gennaio e l’8 marzo, gli interventi sono
stati 837, rispetto ai 764 dello scorso anno.
“Gli ultimi dati aggiornati mostrano che dal 1° gennaio all’8 marzo abbiamo
avuto 340 donazioni, mentre nello stesso periodo del 2025 erano state 316. Il
tasso di opposizione nelle rianimazioni attualmente scende dal 27,7% al 26,9%.
Anche i trapianti, sempre nel periodo 1/1-8/3, sono saliti dai 764 del 2025 agli
837 di oggi”, ha dichiarato all’Ansa il direttore del Centro nazionale
trapianti, Giuseppe Feltrin. Il caso, che ha avuto grande risonanza mediatica,
aveva fatto temere un possibile calo della fiducia nel sistema delle donazioni.
Al momento, tuttavia, i dati indicano una tenuta del sistema trapiantologico
nazionale.
LE INDAGINI SULLA MORTE DEL BAMBINO
Sul piano giudiziario proseguono intanto le indagini della Procura di Napoli e
dei carabinieri del Nas di Napoli e Trento sulla morte del piccolo, avvenuta
all’Ospedale Monaldi. Gli investigatori continuano ad ascoltare persone
informate sui fatti nell’ambito dell’inchiesta per omicidio colposo in concorso.
Sono sette i medici iscritti nel registro degli indagati, tra cui l’équipe che a
Bolzano ha eseguito il prelievo dell’organo e quella che a Napoli ha poi
effettuato il trapianto.
Secondo quanto finora emerso, il cuore prelevato a Bolzano sarebbe stato
conservato per il trasporto in un contenitore frigorifero di vecchia
generazione, ormai fuori dalle linee guida. All’interno sarebbe stato utilizzato
ghiaccio secco, capace di raggiungere temperature di circa -80 gradi, invece del
ghiaccio tradizionale, con il rischio di danneggiare l’organo.
Al momento, secondo quanto trapela, le versioni fornite finora da chi il 23
dicembre 2025, giorno dell’espianto a Bolzano e del trapianto a Napoli, era
presente in sala operatoria risultano sostanzialmente coincidenti. A differenza
di quanto ipotizzato dalla difesa della dottoressa Gabriella Farina,
cardiochirurga prima operatrice durante il prelievo a Bolzano. L’incidente
probatorio, che dovrebbe concludersi l’11 settembre, prevede una tappa cruciale
il 28 aprile all’Istituto di medicina legale di Bari, dove i periti del
tribunale e i consulenti delle parti effettueranno una serie di accertamenti sul
cuore espiantato e su quello del bambino, entrambi sotto sequestro.
L'articolo Donazioni di organi in aumento nel 2026, nessun calo dopo il caso del
piccolo Domenico. Il 28 aprile gli esami su i due cuori proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il caso della morte del piccolo Domenico Caliendo, il bimbo di 2 anni e 4 mesi
morto il 21 febbraio scorso dopo due mesi di coma, continua ad alimentare
polemiche e interrogativi sul prelievo avvenuto a Bolzano e trapianto a Napoli.
Le indagini proseguono, anche se uno snodo cruciale è l’incidente probatorio
deciso dal gip sull’autopsia del piccolo. C’è un’intervista dell’ex direttore
della cardiochirurgia pediatrica del Monaldi, Giuseppe Caianiello, intervenuto
nella trasmissione Lo stato delle cose condotta da Massimo Giletti su Rai 3, che
esprime dubbi sulle competenze della cardiochirurga Gabriella Farina, prima
operatrice a Bolzano e una dei sette indagati.
Come è ormai noto e anticipato dal FattoQuotidiano: nella sala operatoria del
San Maurizio ci furono momenti di grande tensione tanto che il chirurgo
austriaco, primo operatore dell’equipe di Innsbruck che doveva prelevare fegato
e reni, dovette intervenire nel campo operatorio della collega. Collega che
apparve come sopraffatta.
Secondo l’ex primario non avrebbe avuto l’esperienza necessaria per eseguire il
prelievo dell’organo e avrebbe agito su indicazione del chirurgo Guido Oppido,
primo operatore a Napoli e anche lui indagato. “La Farina ha lavorato con me e
non ha mai fatto un espianto – ha dichiarato Caianiello – Non ha queste capacità
di dire o di rispondere con queste parole: ‘Senti Oppido non sono esperta,
perché mi mandi a fare questa operazione?”. Invece l’ha fatta perché è stata
costretta da Oppido”. Una ricostruzione personale del medico e su cui, allo
stato, non c’è nessun riscontro nelle indagini della procura di Napoli. Non
esistono infatti indicazioni o testimonianze sul punto. Quello che è certo è che
a partire – senza la necessaria attrezzatura per Bolzano – erano stati i
cardiochirurghi di turno e reperibili. Senza il perfusionista.
LE VERIFICHE CHIESTE DALLA DIFESA
Parallelamente, la difesa della dottoressa Farina ha chiesto alla Procura di
Napoli nuove verifiche su quanto accaduto all’ospedale San Maurizio di Bolzano.
Gli avvocati Dario Gagliano e Anna Ziccardi hanno presentato un’istanza in cui
segnalano possibili anomalie nella ricostruzione dei fatti e nelle testimonianze
raccolte. Secondo i legali, alcuni medici e infermieri altoatesini avrebbero
fornito versioni contraddittorie, non pienamente attendibili, anche perché
ascoltati quando il caso mediatico era già esploso e l’attenzione nazionale era
concentrata sia sul San Maurizio sia sull’ospedale Monaldi.
Nel mirino della difesa c’è in particolare la gestione del frigorifero che
conteneva il ghiaccio secco utilizzato per conservare l’organo destinato al
piccolo Domenico. Nella trasmissione televisiva del 2 marzo è emerso che
l’indicazione pericolo sarebbe comparsa sulla parete accanto frigorifero solo
dopo lo scoppio del caso legato al deterioramento del cuore. Mentre
l’indicazione ghiaccio secco era presente. Un elemento che ha spinto i difensori
a parlare di “possibile alterazione dello stato dei luoghi”. Anche se a prendere
il ghiaccio era stato un operatore sanitario e comunque la gestione e la
custodia del cuore era in capo all’equipe di Napoli. La troupe del programma
televisivo avrebbe anche rilevato che il frigorifero utilizzato per il ghiaccio
secco sarebbe stato completamente spostato e rimosso dall’area in cui si trovava
in precedenza.
L’INCHIESTA DELLA PROCURA
Al momento risultano indagati sette medici dell’ospedale Monaldi di Napoli,
mentre nessun sanitario di Bolzano è stato finora coinvolto formalmente negli
accertamenti. Il fascicolo è coordinato dal procuratore aggiunto Antonio Ricci e
affidato al pm Giuseppe Tittaferrante. Tra i punti ancora da chiarire ci sono
diversi aspetti organizzativi e clinici: il corredo sanitario della squadra
napoletana partita per Bolzano, gli orari del rientro a Napoli e le fasi
dell’intervento chirurgico al Monaldi. Gli accertamenti sono affidati ai
carabinieri del Nas di Napoli e Trento.
Secondo la ricostruzione finora emersa, il chirurgo Guido Oppido avrebbe
espiantato il cuore malato del piccolo Domenico per procedere al trapianto,
trovandosi però davanti a un organo congelato e quindi inutilizzabile. Ma la
cardiectomia sarebbe avvenuta prima dell’apertura del contenitore dove c’era
l’organo “inglobato in un blocco di ghiaccio”. Oppido, difeso dagli avvocati
Vittorio Manes e Alfredo Sorge, si dice pronto a far valere le proprie ragioni.
Dagli atti emerge inoltre che durante l’espianto a Bolzano, oltre alla
dottoressa Farina, era presente anche un altro chirurgo napoletano, Vincenzo
Pagano, il cui nome compare tra i sette indagati.
IL CASO ARRIVA IN CONSIGLIO REGIONALE
La vicenda ha ormai assunto anche una dimensione politica. Il caso Domenico
Caliendo sarà infatti discusso formalmente in Consiglio regionale della
Campania. È stata convocata per l’8 aprile una seduta monotematica dedicata alla
vicenda del Monaldi. La richiesta era stata avanzata lo scorso 19 febbraio dalla
V Commissione consiliare, su iniziativa dei capigruppo del centrodestra, che
avevano chiesto al presidente della Regione Roberto Fico di riferire sugli esiti
delle verifiche ispettive regionali e ministeriali. La seduta straordinaria è
stata fissata dal presidente del Consiglio regionale Massimiliano Manfredi dopo
la sospensione delle attività ordinarie dell’assemblea durante la sessione di
bilancio.
L'articolo “La Farina ha lavorato con me e non ha mai fatto un espianto”, l’ex
primario di Cardiochirurgia del Monaldi ipotizza sia stata stata “costretta”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è un nuovo tassello che si aggiunge al mosaico di elementi che serviranno alla
procura di Napoli per ricostruire minuto dopo minuto il caso del cuore
“bruciato” dal ghiaccio e impiantato nel petto di un bimbo cardiopatico perché
il suo era stato già espiantato. In questo quadro, già delicatissimo e
complesso, si inserisce l’ipotesi di un errore nella somministrazione di un
farmaco durante l’operazione avvenuta nella sala operatoria di Bolzano e sul cui
tavolo operatorio c’era un bimbo di 4 anni finito in coma per annegamento.
L’ipotesi emerge dalla relazione degli ispettori del ministero della Salute e
del Centro nazionale trapianti, redatta dopo i sopralluoghi all’ospedale in Alto
Adige. Al centro delle verifiche ci sarebbe l’operato di un’anestesista
dell’ospedale di Bolzano che potrebbe aver somministrato un dosaggio non
corretto di un farmaco nelle fasi precedenti al prelievo. Ma al momento non ci
saranno nuove iscrizioni nel registro degli indagati.
L’IPOTESI
L’organo, dunque, potrebbe essere stato compromesso già prima della fase di
trasferimento verso Napoli, quando il cuore arrivò “inglobato in un blocco di
ghiaccio”. Dai primi dati emersi dall’autopsia eseguita sul corpo del bimbo era
stato esclusa una lesione traumatica dell’organo, ma ai periti – nominati dal
giudice per le indagini preliminari – sono stati concessi 120 giorni e comunque
un secondo appuntamento per l’analisi di dati ed esami è stato già fissato il 28
aprile. In particolare sarà determinante l’esame dei tessuti.
Il giudice per le indagini preliminari, Mariano Sorrentino, ha sottoposto una
amplissima serie di quesiti ai tre medici incaricati della perizia e quindi
anche questa ultima ipotesi è contemplata. Il termine fissato per tornare in
aula è il 10 settembre e i consulenti di parte avranno la possibilità di
depositare memorie o documenti. Solo all’esito delle conclusioni dei periti gli
inquirenti – anche Bolzano ha aperto un fascicolo in seguito a un esposto –
potranno eventualmente procedere con nuove iscrizioni.
L’organo era stato trasferito all’interno di un box paragonabile a un frigo da
spiaggia e conservato con ghiaccio secco, modalità che lo avrebbe reso
inutilizzabile. La ricostruzione definitiva dei fatti è affidata alla procura di
Napoli, con il pm Giuseppe Tittaferrante e l’aggiunto Antonio Ricci. Nel
registro degli indagati sono state iscritte sette persone: le due equipe di
Napoli che si sono occupate del prelievo e dell’impianto e la direttrice della
Cardiochirurgia per la mancata formazione relativa all’utilizzo dei contenitori
per il trasporto di organi che il Monaldi aveva a disposizione.
SENZA PERFUSIONISTA
Sul nuovo elemento del farmaco l’avvocato della famiglia del bimbo, Francesco
Petruzzi, ha dichiarato: “Questo verrà accertato dall’autopsia, con l’esame sui
tessuti comunque ciò non muta il quadro delle responsabilità dell’equipe del
Monaldi”. Dalla ricostruzione delle testimonianze è emerso che l’espianto del
cuore malato del bimbo è avvenuto alcuni minuti – tra i 4 e i 14 minuti prima
dell’apertura del contenitore con il cuore arrivato da Bolzano e completamente
congelato. Il personale di sala aveva cercato in quei momenti drammatici di
scongelarlo, ma era un cuore che non era in grado più di battere. Tra l’altro è
emerso che il team del Monaldi partì per Bolzano senza un perfusionista, figura
considerata fondamentale per la corretta conservazione degli organi.
“Dalle prime indagini – aggiunge Petruzzi – è emerso che il team di Napoli era
partito senza un perfusionista e che la dottoressa Farina (Gabriella,
cardiochirurga prima operatrice indagata) abbia chiesto che l’infusione del
liquido venisse effettuata da un’altra persona. Ma emerge anche che sarebbe
stata la stessa dottoressa del Monaldi a indicare quanto liquido infondere e in
quanto tempo”. Durante le operazioni, inoltre, l’infusione non sarebbe stata
completata perché un chirurgo di Innsbruck – come anticipato dal FattoQuotidiano
– avrebbe richiamato l’attenzione dei presenti per un rigonfiamento anomalo del
fegato e del cuore del donatore. Sarebbe stato poi lo stesso medico a
intervenire per cercare di risolvere la situazione. Per la morte del piccolo
Domenico risultano al momento indagate sette persone. Le conclusioni
dell’autopsia e gli accertamenti in corso dovranno chiarire se il danneggiamento
dell’organo sia avvenuto prima dell’espianto, durante le procedure di
conservazione o nel corso delle operazioni successive. Oppure se in ogni fase ci
sia stato un errore che ha portato Domenico Caliendo a morire il 21 febbraio
dopo due mesi di coma.
L'articolo Cuore bruciato, ipotesi danneggiamento da farmaco durante il prelievo
a Bolzano. Attesa per l’esame dei tessuti dopo l’autopsia proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Un doppio trapianto, eseguito per “la prima volta in Italia” unicamente grazie a
un robot chirurgico, ha liberato definitivamente un paziente 50enne da diabete e
dialisi. Il paziente era in attesa da due anni per un trapianto di pancreas e si
era poi aggiunta, a seguito di una insufficienza renale, la richiesta di un
trapianto di rene. L’intervento da record è stato eseguito all’ospedale Niguarda
di Milano.
I vantaggi dell’intervento, sostenuto seguendo un nuovo approccio sempre più
accurato, sono i seguenti: cicatrici di pochi millimetri, degenza più rapida,
effetti avversi ridotti al minimo come spiegato dalla nota condivisa dalla
struttura milanese. L’intervento è stato portato a termine dal neo direttore
della Chirurgia epatica e dei Trapianti di fegato e rene del Niguarda, Stefano
Di Sandro, con il supporto della sua équipe. Il chirurgo è intervenuto
spiegando: “I trapianti di organi solidi – spiega Di Sandro – sono interventi di
alta complessità per diversi motivi: le condizioni di malattia dei riceventi, la
complessità di manovre chirurgiche invasive e demolitive, e l’estrema difficoltà
delle fasi di impianto e ricostruzione dei nuovi organi, tutte fasi cruciali per
il successo del trapianto e per l’efficacia a breve e lungo termine della cura
del paziente”.
Proprio il trapianto di pancreas, ad esempio, ha un tasso di complicanze
vascolari solitamente più alto rispetto a quello di altri organi: “Per questo
abbiamo pensato e deciso di adottare una tecnica robotica in tutte le fasi del
trapianto combinato. Anni fa era stato eseguito un intervento simile a Pisa –
specifica il medico – con un approccio chirurgico ibrido, in cui il robot era
stato usato alternandolo a tecniche più tradizionali per alcune fasi
dell’intervento, considerate ugualmente efficaci, ma maggiormente invasive.
Sulla scorta delle informazioni disponibili il nostro intervento, compiuto il 10
dicembre 2025, sarebbe il primo caso in Italia di un approccio puramente
robotico”.
La struttura ha dichiarato che il paziente, già dimesso, potrà tornare ad avere
una vita attiva, senza più la necessità di insulina e libero dalla dialisi.
Questo grande successo è merito della sinergia venutasi a creare tra decine di
professionisti del Niguarda, guidati in particolare da Enrico Minetti, direttore
della Nefrologia, Federico Bertuzzi, direttore della Diabetologia, e Gianpaola
Monti, direttrice dell’Anestesia e rianimazione 2. A supporto della squadra è da
segnalare la costante presenza dello staff tecnico e infermieristico, che ha
seguito anche ogni passaggio dell’intervento e della convalescenza. Di Sandro ha
commentato: “Uno straordinario lavoro di squadra, che è stato fondamentale per
raggiungere un importante successo della chirurgia dei trapianti, e che
rappresenta un passo avanti tecnico e tecnologico capace di fare da apripista:
la prospettiva futura è proprio quella di realizzare quanti più trapianti
possibile con questa nuova modalità, portando interventi ad altissima
complessità a diventare sempre più mininvasivi, precisi e accurati”.
Il resoconto dei trapianti portati a termine dall’équipe di Di Sandro è
impressionante: il chirurgo è entrato in servizio all’ospedale Niguarda l’1
dicembre 2025. Oltre a questo intervento, Di Sandro, assieme alla sua équipe, ha
eseguito in un mese 31 trapianti, di cui 16 di fegato e 14 di rene: un
intervento al giorno per tutti i giorni, festività comprese. Diversi tra questi
interventi sono stati eseguiti con un approccio totalmente robotico, grazie
anche al supporto di una piattaforma dedicata 24 ore su 24, 7 giorni su 7 a
questa chirurgia. Numeri che, sottolineano dall’ospedale, collocano il Niguarda
ai primi posti per quantità e qualità dei trapianti in Italia e che sono in
linea con le classifiche internazionali: in particolare quella dei ‘World Best
Hospitals 2026’ di Newsweek-Statista, che ha confermato l’ospedale milanese come
prima struttura pubblica d’Italia e tra le prime 50 nel mondo.
FOTO DI ARCHIVIO
L'articolo Primo doppio trapianto completamente robotico in Italia: pancreas e
rene salvano un paziente da diabete e dialisi proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Devono pagare solo quelli che hanno sbagliato, non tutti i medici del Monaldi”.
Sono le parole di Patrizia Mercolino, la mamma di Domenico Caliendo, nel giorno
dei funerali nel Duomo di Nola (Napoli). Nella cattedrale, dove è stata
allestita la camera ardente, centinaia di persone si sono strette attorno alla
famiglia per l’ultimo saluto al bimbo di 2 anni e 4 mesi morto il 21 febbraio
dopo l’impianto di un cuore danneggiato che non poteva più battere. Tra i fiori
bianchi, davanti alla bara sormontata dalla foto del bambino, è stata adagiata
una lettera scritta da un coetaneo. “Ciao Domenico – si legge – sono Andrea.
Volevo dirti che ti voglio bene e che ora sei tra gli angeli. Volevo chiederti
di salutare i miei nonni, anche loro tra gli angeli. Ora troverai tanti angeli
che giocheranno con te. Ti voglio bene. Andrea”.
LA PRESENZA DELLE ISTITUZIONI
Nel Duomo è arrivata anche la direttrice generale dell’Azienda ospedaliera dei
Colli, Anna Iervolino, che ha voluto porgere le condoglianze ai genitori. La
manager ha stretto la mano al padre del bambino e ha abbracciato a lungo la
madre, Patrizia Mercolino. Iervolino in una lettera al Mattino aveva scritto che
le prime indagini sul trapianto fallito sono state quelle interne all’azienda
ospedaliera. E risalgono al 30 dicembre scorso, un giorno dopo le dimissioni di
un altro primario. Ma solo un mese e mezzo dopo la famiglia, grazie a un
articolo del quotidiano napoletano, ha appreso cosa fosse successo davvero.
Alla cerimonia ha partecipato anche don Maurizio Patriciello, parroco del Parco
Verde di Caivano, che ha abbracciato la madre del piccolo. “Il dolore quando è
condiviso è sopportabile perché è un dovere di tutti noi essere qui”, ha detto
il sacerdote. “Non ho detto nulla. In queste occasioni non ci sono parole”, ha
aggiunto, auspicando che venga fatta piena chiarezza sulla vicenda.
L’ESPOSTO AI CONSIGLI DELL’ORDINE
All’esterno della cattedrale, il legale della famiglia, Francesco Petruzzi, ha
annunciato l’invio di un esposto alle segreterie dei Consigli dell’Ordine dei
medici di Cosenza e Benevento “solo per il dottor Oppido e per la dottoressa
Farina che verte sulla mancata comunicazione dell’esito negativo del trapianto
ai pazienti”. “Ci aspettiamo che i consigli dell’ordine e anche il Consiglio
nazionale con il presidente Anelli prendano posizione, perché al di là di quello
che sarà l’esito delle indagini il fatto che non sia stata data comunicazione
dell’esito ai genitori credo sia un fatto abbastanza certo ad oggi e che vada
sanzionato disciplinarmente”, ha aggiunto.
I RISULTATI DELL’AUTOPSIA
Il legale ha fatto riferimento anche ai primi esiti dell’autopsia eseguita sul
corpo del bambino. “Siamo contenti che non sia stata riscontrata una lesione in
fase di espianto perché sarebbe stato un ulteriore scempio al corpo di
Domenico”, ha spiegato. Resta ora da valutare, attraverso esami microscopici,
l’eventuale presenza di lesioni da congelamento o di danni legati alla
congestione verificatasi durante la fase di espianto. “Quello che ora dovrà
essere valutato a livello microscopico sono le lesioni da congelamento ed
eventuali lesioni riportate dall’organo in seguito alla congestione che ha avuto
durante la fase dell’espianto, il famoso ingrossamento del cuore che avrebbe
potuto ledere le camere interne ma questo lo diranno gli anatomopatologi”, ha
detto Petruzzi.
Gli accertamenti tecnici, nell’ambito dell’incidente probatorio, proseguiranno
con il contributo degli anatomopatologi nominati nel collegio peritale. I
risultati saranno determinanti per chiarire eventuali responsabilità. Nel Duomo
di Nola, intanto, il silenzio e la commozione hanno accompagnato l’ultimo saluto
al piccolo Domenico, mentre la famiglia attende che l’inchiesta faccia piena
luce su quanto accaduto.
L'articolo L’addio a Domenico Caliendo nel Duomo di Nola, la madre: “Devono
pagare solo quelli che hanno sbagliato” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dai primi accertamenti effettuati durante l’autopsia non sarebbero emerse
lesioni al cuore impiantato a Domenico Caliendo nella fase del prelievo a
Bolzano. È quanto riferito dal medico legale Luca Scognamiglio, consulente della
famiglia del bimbo di 2 anni e 4 mesi, morto il 21 febbraio scorso, a quasi due
mesi dall’intervento al Monaldi. Al piccolo fu impiantato un cuore “bruciato”
dal contatto con il ghiaccio secco, impropriamente utilizzato per la
conservazione e il trasporto.
“Da un primo esame non sono ‘emerse lesioni al cuore nella fase dell’espianto,
in particolare non sembra esserci il taglio sul ventricolo di cui qualche fonte
ha parlato’”, ha dichiarato il professionista, facendo il punto sugli
accertamenti eseguiti finora. L’ipotesi di un danno era emerso perché nella sala
operatoria dell’ospedale San Maurizio – il 23 dicembre – c’erano stati momenti
di grande tensione durante l’intervento, eseguito dalla cardiochirurga Gabriella
Farina, tanto che il chirurgo di Innsbruck presente al tavolo con una collega e
un perfusionista dovette intervenire nel campo operatorio della Farina perché
gli organi si stavano gonfiando.
L’AUTOPSIA
L’esame sul corpicino del piccolo, morto dopo il trapianto di cuore, è durato
circa tre ore. Alle operazioni hanno preso parte complessivamente 25 tra periti
e consulenti di parte, riuniti per chiarire le cause del decesso e verificare
eventuali criticità nelle fasi precedenti all’intervento. Il collegio tornerà a
riunirsi il 28 aprile per un secondo accesso. In quella sede saranno effettuate
anche le valutazioni sui campioni anatomopatologici, passaggio ritenuto
fondamentale per completare il quadro medico-legale. Ai periti, Biagio Solarino
dell’Università di Bari (medico legale), Ugolino Livi dell’ospedale di Udine
(cardiochirurgo) e Luca Lorini del Papa Giovanni XXIII di Bergamo (anestesista),
sono stati concessi 120 giorni per sviluppare la loro relazione. L’udienza è
stata quindi rinviata all’11 settembre 2026.
LA RICOSTRUZIONE SUL GHIACCIO
L’utilizzo del ghiaccio secco resta l’ipotesi principale, in questo momento, del
danno all’organo che fu impiantato al bimbo perché il suo cuore era stato già
espiantato dal cardiochirurgo Guido Oppido. Tra i passaggi al vaglio degli
inquirenti – il pm Giuseppe Tittaferrante e il procuratore aggiunto Antonio
Ricci – c’è la modalità con cui è stato reperito il ghiaccio. Secondo quanto
ricostruito, sarebbe stato fornito da un’operatrice socio-sanitaria (OSS) della
struttura ospitante. L’équipe napoletana avrebbe chiesto un’integrazione del
ghiaccio e il personale locale avrebbe domandato se fosse necessario ghiaccio
sterile o non sterile. La risposta riferita dal Monaldi è che tale distinzione
sarebbe stata considerata non rilevante ai fini della conservazione. Resta il
fatto che nella seconda relazione altoatesina parla di ghiaccio insufficiente,
anche se nella prima non c’era nessun riferimento.
A versare il ghiaccio un operatore che a verbale ha dichiarato: “Sono stato io a
versare il ghiaccio nel box dove era contenuto il cuore, ma abbiamo solo
eseguito le direttive dell’equipe di Napoli”. Dopo l’espianto la chirurga “si è
rivolta a me chiedendomi: ‘Mi serve un contenitore di plastica’, intendeva un
contenitore per il cuore. Io le ho risposto che non ne avevamo. Poi le ho fatto
vedere i barattoli di istologia, dove mettiamo i pezzi anatomici”. Si tratta di
contenitori in plastica non sterili. “Ha detto che andava bene, così gliel’ho
dato”, ha affermato l’operatore. Poi sarebbe arrivata la richiesta del ghiaccio.
“Ad un certo punto – dice l’oss – sono stato avvisato in sala che il ghiaccio
era pronto. Sono uscito in presala operatoria, ho preso la scatola di
polistirolo col ghiaccio, sono rientrato, l’ho mostrato alla chirurga di Napoli,
e le ho detto ‘questo abbiamo’. Le ho chiesto se andasse bene e lei ha detto di
sì”, riporta ancora il giornale Alto Adige. L’equipe di Napoli – sempre secondo
l’oss – aveva un contenitore per il trasporto dell’organo “come quelli per il
campeggio“. Dentro il ghiaccio al suo interno era semi sciolto. “Nella mia
esperienza ci sono stati casi – ha detto agli inquirenti – in cui l’intervento
chirurgico veniva fermato o si posticipava se non si ha tutta l’attrezzatura
pronta o le condizioni ottimali, anche per interventi programmati”.
L'articolo Cuore “bruciato”, il medico legale della famiglia: “Nessuna lesione
al cuore nella fase dell’espianto” a Bolzano proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Ho operato bene, ho fatto bene il mio mestiere, io sono una vittima”. Il
cardiochirurgo Guido Oppido, accusato di omicidio colposo e sospeso
dall’Ospedale Monaldi, è il medico che era in sala operatoria il 23 dicembre
quando da Bolzano arrivò un cuore inglobato in un blocco di ghiaccio. Organo che
fu scongelato e poi impiantato nel petto di Domenico Caliendo, il bimbo di due
anni e 4 mesi morto il 21 febbraio, perché il suo era stato già espiantato.
Oppido, intercettato da una troupe della trasmissione Lo Stato delle Cose su Rai
3, ha detto: “Ho buttato 11 anni della mia vita per operare i bambini qua in
Campania. Undici anni, tremila bambini, tremila ne ho operati io. Tutto questo
lo sto passando perché ho provato ad aiutare i figli degli altri, ok?”. Dalle
indagini e dalle dichiarazioni del personale sanitario emerge che il chirurgo
non aveva atteso l’assenso che arrivasse l’organo, mentre lui ha detto di essere
convinto di averlo ricevuto. Certo è che all’apertura del box di vecchia
generazione e senza termometro l’organo prelevato a Bolzano era inutilizzabile.
“Non merito di essere trattato così. Ho fatto tutto quello che dovevo fare e
l’ho fatto anche bene, parli con tutti quelli che ho operato e che mi stanno
vicini”.
Il chirurgo, visibilmente provato dalla situazione, ha ribadito con fermezza di
non essere responsabile dell’esito del trapianto, ma piuttosto di essere “una
vittima” di una narrazione distorta. Tuttavia, non ha risposto direttamente alla
domanda cruciale riguardo al messaggio “ok cuore” ricevuto da Bolzano, che
secondo alcuni avrebbe spinto ad accelerare l’espianto dell’organo malato.
“Tutte queste belle cose ne parleremo con i giudici. Io so solamente che le cose
io le ho fatte bene, le ho fatte bene, quindi io sono la vittima”. Un’altra
certezza è che nella sala operatoria dell’ospedale San Maurizio c’erano stati
momenti di grande tensione durante l’intervento, eseguito dalla cardiochirurga
Gabriella Farina, tanto che il chirurgo di Innsbruck presente al tavolo con una
collega e un perfusionista dovette intervenire nel campo operatorio della Farina
perché gli organi si stavano gonfiando. L’equipe del Monaldi, formata dalla
prima operatrice e dal chirurgo Vincenzo Pagano, avvertì Napoli che c’erano
stati delle “criticità”? Il prelievo doveva durare tra i 30 e i 60 minuti e
invece ne passarono 102, rubando tempo a un countdown spietato come è quello
dell’autonomia del cuore.
I forti dubbi sulla tempistica e sulle modalità dell’espianto emergono anche
dalla cartella clinica riporta che sono stati necessari ben 20 minuti per
estrarre il cuore dal sistema di trasporto, un tempo che avrebbe potuto
compromettere ulteriormente la funzionalità dell’organo, già bruciato dal
ghiaccio secco utilizzato per il trasporto e forse danneggiato già durante il
prelievo (un punto che verrà stabilito dall’autopsia). Questo gap di 20 minuti
tra l’espianto del cuore malato e l’arrivo di quello donato è stato oggetto di
accertamenti incrociati, sollevando la possibilità che Oppido abbia appunto
anticipato l’espianto senza valutare adeguatamente l’organo appena arrivato.
“Abbiamo ricevuto un cuore integro, è stata un’operazione ben fatta” avrebbe
affermato Oppido il 30 dicembre, in una riunione con la dirigenza dell’ospedale.
Il giorno prima il professor Giuseppe Limongelli, che aveva seguito fino a un
mese prima il caso di Domenico, si era dimesso perché tenuto all’oscuro della
disponibilità del cuore e del trapianto.
Nel frattempo, continuano le indagini, condotte dal pm Giuseppe Tittaferrante e
dall’aggiunto Antonio Ricci, che stanno esaminando vari documenti e le
testimonianze. Questi potrebbero rivelare ulteriori contraddizioni, in
particolare in merito alla gestione del trasporto dell’organo e alla formazione
del personale. Un punto critico riguarda la mancanza di formazione sul sistema
Paragonix, un dispositivo avanzato per il monitoraggio della temperatura degli
organi, che l’ospedale Monaldi aveva in dotazione ma che non è stato utilizzato,
poiché il personale non era stato adeguatamente istruito.
Oggi, 3 marzo, è prevista una nuova fase nell’inchiesta, con il conferimento
dell’incarico ai pertiti per l’incidente probatorio finalizzata all’autopsia sul
corpo del piccolo Domenico. “Ci aspettiamo che emergerà che si sarebbe potuta
percorrere un’altra strada terapeutica in favore del piccolo Domenico,
rendendolo trapiantabile quando poi è arrivato un secondo cuore. Vorremmo
inoltre un approfondimento sull’eventuale lesione al ventricolo sinistro (come
riportato dal FattoQuotidiano, ndr), evento riportato dai giornali, e
sull’esatto orario del clampaggio aortico. Vogliamo con forza sapere dalla
procura – chiarisce l’avvocato – se c’è la cartella anestesiologica, che a noi
non è stata mandata dal Monaldi”.
Rompe il silenzio, intanto, la direttrice generale dell’Azienda ospedaliera dei
Colli, Anna Iervolino. In una lettera inviata al quotidiano Il Mattino
sottolinea come le prime indagini sulla morte del piccolo al Monaldi siano state
quelle interne all’azienda. E risalgono al 30 dicembre scorso. “Queste indagini
– spiega la manager – sono cominciate subito; non appena sussurri interni hanno
fatto dubitare. Il 30 dicembre la direzione ha proceduto all’audizione del
chirurgo e del responsabile del programma trapianti. Quella è la data di formale
inizio delle indagini interne, che si sono sviluppate in veri e propri
interrogatori, durante i quali, via via, sono stati approfonditi gli eventi fino
a comprendere come gli stessi siano avvenuti, ipotizzandone le cause e facendone
emergere la enorme gravità. Questi atti interni, redatti dall’Azienda – prosegue
nella sua ricostruzione – sono stati messi a disposizione dell’autorità
giudiziaria che indaga già dall’11 gennaio e consegnati alla Regione Campania e
al Ministero della Sanità. Da questi atti – conclude Iervolino – emerge
chiaramente che è iniziata prima l’indagine interna; poi è intervenuta la
collaborazione con l’autorità giudiziaria e l’interlocuzione con gli uffici
regionali. Chi parla di occultamento dei fatti manifesta la sua cultura e la
ricerca di facile consenso”.
Fatto sta che Patrizia Mercolino, la mamma del bimbo, ha saputo solo da un
articolo del quotidiano Il Mattino il 7 febbraio che l’organo impiantato al
figlio era danneggiato. Nessun dal 23 dicembre, né successivamente al 30
dicembre e alla prima riunione, ha mai comunicato alla famiglia il vero motivo
perché un bimbo cardiopatico, ma che conduceva una vita quasi normale, avrebbe
passato i successivi due mesi attaccato a macchina salvavita che gli ha
progressivamente danneggiato tutti gli organi fino alla morte.
L'articolo “Ho operato bene, io sono una vittima”, il cardiochirurgo che operò
Domenico si autoassolve. Oggi l’incarico per l’autopsia proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il cuore di Domenico fu espiantato prima ancora che l’équipe medica verificasse
le condizioni dell’organo destinato al trapianto. Con il passare dei giorni si
rafforza questa ipotesi come emerge dalla deposizione resa il 24 febbraio
davanti al pubblico ministero da un’infermiera specializzata presente in sala
operatoria il 23 dicembre scorso, giorno dell’intervento eseguito all’Ospedale
Monaldi di Napoli, sul piccolo Domenico Caliendo, morto il 21 febbraio scorso.
“Nella mia esperienza di trapianti era la prima volta che vedevo un torace
vuoto”, ha dichiarato la teste, tecnico perfusionista, ricostruendo le fasi
successive all’arrivo del nuovo cuore, proveniente da Bolzano.
LA TESTIMONIANZA CHOC
Secondo la sua testimonianza, il contenitore con l’organo sarebbe giunto in sala
operatoria poco prima delle 14.30. “Dopo circa 5-6 minuti la dottoressa Farina
(Gabriella, indagata e prima operatrice a Bolzano per il prelievo, ndr) entrò in
sala, il coperchio del contenitore venne aperto e si accorsero che qualcosa non
andava e che il cuore vecchio di Domenico era già sul tavolo”. La perfusionista
ha aggiunto di poter “affermare che il dottor Oppido (Guido, indagato) stava
ultimando la cardiectomia quando il contenitore non era ancora aperto”. Un
passaggio ritenuto particolarmente delicato riguarda proprio la tempistica: in
un precedente trapianto, ha spiegato, il clampaggio e l’inizio della
cardiectomia erano stati avviati solo dopo che il nuovo cuore era stato
esaminato, per verificarne l’integrità ed eventuali danni da trasporto o
prelievo.
La situazione si sarebbe ulteriormente complicata al momento dell’apertura del
contenitore. L’infermiera ha riferito di non aver assistito direttamente, ma di
aver appreso da una collega che “era tutto congelato”. “Io risposi: ‘Allora è
meglio che si tiene il suo’, e lei: ‘Ma l’ha già tolto’”, ha raccontato,
precisando che il cuore del bambino era già stato rimosso e si trovava sul
tavolo dello strumentista. A quel punto, l’équipe avrebbe tentato di estrarre il
secchiello dal contenitore e di scongelare l’organo, operazione che avrebbe
richiesto circa venti minuti. Il chirurgo avrebbe quindi provato a rianimare il
cuore utilizzando una grande siringa per irrorarlo con acqua. “Prese il cuore in
mano e disse: ‘Questo non farà neanche un battito’”. Dopo l’impianto e la
constatazione dell’assenza di attività elettrica, il piccolo paziente fu
collegato all’Ecmo.
LA DIFESA DI FARINA
Sulla vicenda è intervenuta anche la difesa della dottoressa Gabriella Farina,
responsabile dell’équipe del Monaldi che ha eseguito l’espianto a Bolzano. Gli
avvocati Anna Maria Ziccardi e Dario Gagliano hanno invitato a evitare
“ricostruzioni parziali” e “letture distorte” che contrappongano l’équipe
napoletana a quella austriaca, alimentando stereotipi territoriali. Secondo i
legali, i medici di Innsbruck avrebbero riferito che l’espianto si svolse “in un
clima tranquillo nel rispetto dei protocolli”, salvo iniziali incomprensioni. Il
contenitore utilizzato per il trasporto sarebbe stato conforme alle norme
vigenti e i sanitari non sarebbero stati informati dell’esistenza di dispositivi
alternativi più moderni. In realtà i chirurghi austriaci hanno descritto momenti
di tensione e imbarazzo – come anticipato nei giorni scorsi dal FattoQuotidiano
— e il primo operatore austriaco dovette intervenire nel campo operatorio di
Farina che appariva “sopraffatta”.
Quanto alle immagini circolate online di un frigorifero con etichetta “ghiaccio
secco”, la difesa sostiene che siano fuorvianti: il materiale refrigerante
sarebbe stato prelevato in officina e consegnato in sala operatoria in una
scatola di polistirolo da personale locale, mentre la dottoressa Farina era
impegnata nel confezionamento dell’organo. I legali evidenziano inoltre che, a
fronte della richiesta di ghiaccio per il trasporto, sarebbe stata fornita
anidride carbonica allo stato solido — indistinguibile a occhio nudo dal
ghiaccio comune — senza che ne fossero segnalati gli effetti potenzialmente
lesivi. Nel test effettuato dai carabinieri del Nas di Trento invece il “fumo”
sarebbe apparso visibile. Inoltre gli operatori di Bolzano – una operatrice
sanitaria e un infermiere – hanno dichiarato che chiesero conferma sul ghiaccio.
Di tutt’altro tenore la replica dell’avvocato Francesco Petruzzi, legale della
famiglia di Domenico Caliendo. Il legale chiede “silenzio e decoro” e definisce
“difese arraffazzonate e goffe” le dichiarazioni della controparte. Petruzzi
richiama quanto emergerebbe dagli atti della Procura, contestando la condotta
della dottoressa Farina in diverse fasi della vicenda e sottolineando che, a suo
dire, ai genitori del piccolo non sarebbe stato riferito tutto per oltre
quaranta giorni. Solo un articolo del quotidiano Il Mattino avrebbe permesso di
far emergere la verità su quanto accaduto il 23 dicembre. A Patrizia Mercolino,
la mamma del piccolo, fu detto che il trapianto pera fallito perché il cuore non
funzionava proprio dalla Farina. Nessuno nei giorni successivi informò la
famiglia dei problemi sorti a Bolzano e conclusisi tragicamente a Napoli.
L'articolo “Era la prima volta che vedevo un torace vuoto”, la testimonianza
dell’infermiera presente durante il trapianto a Domenico Caliendo proviene da Il
Fatto Quotidiano.