All’Hospital Universitario Vall d’Hebron di Barcellona è stato realizzato il
primo trapianto parziale di volto al mondo da una donatrice che aveva chiesto
l’eutanasia. L’intervento è stato compiuto da un’équipe medica multidisciplinare
composta da circa un centinaio di professionisti e ha utilizzato tessuti
facciali della donatrice.
La ricevente, identificata con il nome di Carme, era affetta da una grave
infezione che le aveva provocato un’estesa necrosi dei tessuti facciali.
L’operazione ha riguardato un trapianto di tipo I, cioè della parte centrale
della faccia. Per questo tipo di intervento donatore e ricevente devono avere lo
stesso sesso, lo stesso gruppo sanguigno e misure antropometriche – rilevazioni
di vari parametri corporei – simili della testa.
La donatrice, prima di sottoporsi all’eutanasia, aveva deciso di donare i suoi
organi, i suoi tessuti e anche il volto. I medici dell’ospedale catalano hanno
eseguito esami diagnostici su entrambi — donatrice e ricevente — e una Tac
preliminare, quindi l’Unità di Tecnologie 3D ha elaborato un modello
tridimensionale digitale utile per la pianificazione chirurgica.
Durante la preparazione sono state anche progettate guide per il taglio osseo
adattate alla donatrice e alla paziente, in modo da ottenere un incastro
millimetrico dei tessuti. L’intervento, eseguito con tecniche di microchirurgia
vascolare e nervosa, può durare fino a 24 ore. Dopo il trapianto la paziente è
stata ricoverata per circa un mese, inizialmente nell’unità di terapia
intensiva, poi nel reparto di traumatologia, riabilitazione e ustionati.
L’ospedale ha sottolineato che per questo tipo di trapianto è fondamentale che
il ricevente sia considerato psicologicamente idoneo ad affrontare le
conseguenze dell’operazione, poiché il volto è strettamente legato all’identità
personale. Secondo i dati riportati, nel mondo sono stati effettuati 54
trapianti di faccia, e di questi sei in Spagna, con tre interventi eseguiti dal
team del Vall d’Hebron.
L'articolo Spagna, primo trapianto parziale di volto da una donatrice che aveva
scelto l’eutanasia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Quello dei trapianti di organo è un settore della medicina che spesso è
protagonista di operazioni di frontiera. Ed è un intervento straordinario ha
permesso a una bambina di sette anni di ricevere un rene e una porzione di
fegato dal papà, il primo cittadino serbo di 37 anni in Italia a donare
simultaneamente due organi in vita. La piccola, che soffriva di una rara
malattia genetica che colpisce fegato e reni, aveva bisogno di un trapianto
urgente a causa della dialisi quotidiana a cui era costretta da quando aveva
solo 4 anni. Oggi, grazie all’intervento riuscito, la piccola paziente sta bene
e potrà finalmente condurre una vita normale, senza più i disagi della dialisi e
con la possibilità di iniziare la scuola come ogni bambino della sua età.
Il trapianto combinato è stato effettuato all’ospedale Papa Giovanni XXIII di
Bergamo dal team di Chirurgia 3, specializzato in trapianti addominali, sotto la
direzione del dottor Domenico Pinelli. La decisione di donare gli organi era
stata presa dai genitori della bimba più di due anni fa, quando i medici avevano
confermato che la bambina avrebbe dovuto iniziare la dialisi. Dopo una lunga
preparazione e una valutazione approfondita dei rischi e benefici
dell’intervento, la famiglia si è rivolta all’ospedale di Bergamo, che ha già
trattato pazienti anche dall’estero. L’Italia del resto è tra i paesi al mondo
con più trapianti di organi e donatori.
L’intervento è iniziato alle 9:30 del 18 dicembre 2025 e si è concluso 18 ore
dopo, alle 3:37 del giorno successivo, con la partecipazione di sei chirurghi,
sette anestesisti e venti infermieri. La complessità dell’operazione ha
richiesto l’uso di due sale chirurgiche contigue per eseguire i trapianti in
simultanea e con successo. “È una gioia vedere nostra figlia così, finalmente
come tutti gli altri bambini: vivace, giocosa e senza i cateteri per la
dialisi,” ha dichiarato il papà. “Prima si stancava facilmente, ora può correre,
giocare e iniziare la scuola spensierata come i suoi coetanei.”
La piccola, che inizialmente arrivò a Bergamo con la sua famiglia su richiesta
del ministero della Salute serbo, è ora monitorata e seguirà controlli regolari
nei prossimi mesi. La scelta del padre, che ha rischiato per la vita della
figlia, ha portato un cambiamento radicale per la bambina e per la sua famiglia.
“Abbiamo pregato Dio e chiesto aiuto – ha detto l’uomo – ma è grazie ai medici
che siamo riusciti a ottenere questo miracolo. Abbiamo fatto solo ciò che
qualsiasi genitore farebbe per il proprio figlio.” A Padova proprio negli stessi
giorni in cui a Bergamo si preparava l’intervento alla piccola, un donatore
samaritano ha dato uno dei suoi reni a uno sconosciuto.
L'articolo Primo trapianto combinato di rene e fegato da vivente, il padre ha
donato per la figlia di 7 anni proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Senza più pelle, né capelli, quei ragazzi erano ancora vivi ma sembravano
scheletri”. Una delle testimonianze più impressionanti di Crans-Montana fa
comprendere con una sola frase, quale possa essere oggi, la condizione di molti
feriti dopo lo spaventoso rogo del Constellation. E accanto alle cure primarie e
salvavita – che come ha detto al FattoQuotidiano.it il chirurgo Benedetto Longo
devono essere anche “ricostruttive” – c’è la necessità di restituire con il
tempo ai volti e ai corpi di chi è sopravvissuto dignità e riconoscibilità. E
così suscita tenerezza e attenzione l’iniziativa – partita dalla Francia – di
alcuni parrucchieri che raccolgono i capelli da donare a un’associazione
svizzera, Rolph Ag, che si occupa di realizzare parrucche per le persone
coinvolte nell’incendio.
Tra i coiffeur che hanno accolto l’appello c’è Sabrina Yueqiong Pan che nel suo
salone SP Hair Studio di Busto Arsizio ha già raccolto diverse trecce. In un
video su Instagram il cuore dell’iniziativa: “Questo è un piccolo gesto per te,
ma un enorme aiuto per loro. Unisciti a noi, insieme potremo ridare un’immagine,
un sorriso, una speranza”. Tra i primi ad aderire all’iniziativa il negozio
Beauty Corner di Occhieppo Inferiore (Biella) di Erika Schiapparelli che ha
intercettato sui social i post di una collega francese L’atelier Capillaire
d’Aurélie.
“L’iniziativa non è partita da me e lo vorrei specificare – dice Sabrina
Yueqiong Pan – ed è tutto a titolo gratuito. Chi dona 30 centimetri di treccia
di capelli non trattati, avrà taglio e piega gratis. È una giusta causa e in
passato l’ho fatto per i malati oncologici. Ho scritto all’associazione svizzera
che raccoglie i capelli per chiedere tutte le informazioni e nel giro di due ore
mi hanno risposto”. L’iniziativa è importante perché i capelli, se non
danneggiati fino al cuoio capelluto, ricrescono normalmente; altrimenti, la
ricrescita potrebbe essere compromessa o persa definitivamente.
“Io ho una nipote della stessa età dei ragazzi di Crans-Montana e quando ho
visto la storia ho pensato che poteva essere uno dei miei nipoti. E fino a 10
anni fa anche io andavo in discoteca – prosegue – . La cosa bella di questa
iniziativa che è che mi hanno scritto persone anche da Milano o ragazze a cui
non tagliavo i capelli da un anno; quella meno bella sono i post di quelli che
scrivono che ‘tanto quelli sono benestanti’. Io non lo capisco e faccio quello
mi sembra che sia giusto. L’importante è la divulgazione e avere la possibilità
spedire direttamente tramite il loro parrucchiere. Un gesto che può sembrare
semplice, ma che ha un impatto enorme sulle persone che stanno affrontando una
realtà così dura”.
L’associazione, interpellata dagli stessi parrucchieri, ha spiegato che, che una
volta ricevute, le trecce vengono controllate, pulite e selezionate in base alla
struttura e al colore dei capelli. “La lavorazione richiede diversi mesi, a
seconda della quantità. Per una protesi capillare sono necessarie diverse
trecce; il numero esatto dipende dalla lunghezza e dal volume, ma nella maggior
parte dei casi sono necessarie 5-6 trecce. I capelli donati sono destinati
principalmente alle persone colpite dall’incendio di Crans-Montana”.
L'articolo Le trecce della solidarietà per i ragazzi di Crans-Montana,
parrucchieri offrono gratis taglio e piega a chi donerà i capelli proviene da Il
Fatto Quotidiano.
È stabile ma resta grave il quadro clinico degli undici pazienti coinvolti
nell’incendio di Crans-Montana e trasferiti all’ospedale Niguarda di Milano.
Nell’ultimo aggiornamento diffuso oggi, i medici spiegano che tutti i feriti
sono sedati e in prognosi riservata: alcuni versano in condizioni critiche a
causa delle ustioni estese e dei gravi danni polmonari provocati dall’inalazione
dei fumi, che rendono necessaria l’assistenza meccanica alla respirazione.
Regione Lombardia ha ribadito la piena disponibilità ad accogliere eventuali
altri feriti, oggi considerati non trasportabili, non appena le condizioni
cliniche lo consentiranno. L’intero sistema sanitario regionale, con il supporto
di Areu e delle strutture specialistiche come Niguarda, resta in stato di
allerta per garantire assistenza immediata.
Tra i primi a essere trasferiti dalla Svizzera a Milano c’è stato un 16enne,
figlio di un avvocato milanese. Il ragazzo si trovava nel bar del centro di
Crans-Montana quando, nella notte di Capodanno, è scoppiato l’incendio che ha
causato sei vittime italiane. “In una località di fama internazionale ci
aspettavamo standard di sicurezza molto più alti – ha detto il legale all’Ansa–.
Ora ci aspettiamo una punizione esemplare per chi ha sbagliato, altrimenti
Crans-Montana perderebbe anche quel poco di credibilità che le è rimasta”.
La famiglia del 16enne possiede una casa nella località svizzera da anni e
quella sera, racconta il padre, c’era la convinzione che i ragazzi fossero al
sicuro. Il figlio conosceva tutte le vittime italiane, tra cui Achille Barosi, i
cui funerali si sono svolti nei giorni scorsi, e una ragazza, anche lei
ricoverata al Niguarda insieme ad altri compagni del liceo Virgilio. Il giovane
ha appreso solo recentemente della morte degli amici. “È una notizia difficile
da elaborare, ma è un ragazzo forte e ce la farà”, ha aggiunto il padre.
La tragedia di Crans-Montana ha riportato al centro dell’attenzione anche il
tema della risposta sanitaria alle grandi emergenze. Proprio in questi giorni la
Regione Lombardia ha presentato le linee della programmazione sanitaria 2026,
che puntano a trasformare il territorio in un hub europeo per la gestione di
organi, cellule e tessuti. Un modello che integra sangue, tessuti e cellule in
un unico sistema digitale, garantendo la tracciabilità completa e una risposta
rapidissima in caso di catastrofi.
Un ruolo chiave è svolto dall’ospedale Niguarda, sede di un Centro ustioni
considerato un’eccellenza a livello europeo e dotato di una Banca dei tessuti.
La disponibilità di una riserva di cute congelata ha permesso di intervenire in
tempo reale sui grandi ustionati provenienti dalla Svizzera, grazie alle
donazioni raccolte negli ultimi cinque anni. “La programmazione non è solo
burocrazia – ha spiegato l’assessore regionale al Welfare Guido Bertolaso – ma
una risposta concreta a ciò che la cronaca ci impone di non dimenticare”. Nel
2025 in Lombardia sono aumentate le donazioni di organi e di cornee, mentre
resta in calo quella dei tessuti, fondamentali per il recupero dei grandi
traumatizzati. Da qui l’appello della Regione a rafforzare ulteriormente la
cultura della donazione, trasformando ogni gesto di solidarietà in una
possibilità concreta di cura e di futuro per i pazienti più gravi.
L'articolo “Sedati e in prognosi riservata” gli 11 feriti di Crans Montana
all’ospedale Niguarda, il padre di un paziente: “Punizione sia esemplare”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Il più bel regalo di Natale? Mangiare la pizza!”. A Padova, il desiderio
natalizio di Alex (nome di fantasia) è stato esaudito. Il bambino di 9 anni è
sopravvissuto a una malformazione congenita delle vie biliari grazie alla mamma,
che gli ha donato una porzione del fegato. L’equipe di Chirurgia epatobiliare
del Centro Trapianti di fegato di Padova ha compiuto il miracolo. Lo riporta Il
Corriere della Sera Padova.
Il professor Umberto Cillo, direttore del reparto, ha raccontato la storia
clinica di Alex: “Il piccolo era già stato operato per cercare di contrastare
l’esito della malattia, ma non aveva funzionato”. Come dichiarato dal medico,
l’unica soluzione era il trapianto: “lo abbiamo messo in lista, ma i tempi
d’attesa non erano compatibili con il quadro clinico e allora abbiamo
prospettato alla famiglia la donazione da vivente”. Poi la sorpresa: “Si è
offerta subito la mamma, nonostante abbia altri quattro figli piccoli si è resa
disponibile a donare il lobo sinistro del fegato”.
L’operazione è durata nove ore. La donna, 40enne russa, ha un gruppo sanguigno
compatibile con quello del figlio. Il doppio intervento mamma-bambino è stato
organizzato in tempi rapidi, in due sale operatorie parallele. In una sala il
robot chirurgico ha prelevato il pezzo di fegato alla madre, che è stato portato
subito al figlio per essere impiantato. “Il trapianto da vivente garantisce
migliori condizioni” ha svelato il dottor Cillo, che ha aggiunto: “L’intervento
è andato molto bene. Il recupero del bambino è stato breve, così come quello
della mamma”.
IL RITORNO ALLA NORMALITÀ
Dopo l’operazione Alex è rimasto in terapia intensiva come da prassi e, insieme
alla mamma, è stato poi trasferito in Pediatria. “La famiglia ci ha messo un po’
a realizzare che il piccolo sarebbe potuto tornare a una vita normale”, ha
rivelato il primario. Alex potrà andare a scuola, frequentare gli altri bambini
e mangiare, finalmente, ciò che vuole. Il bambino assumerà farmaci
immunosoppressori a vita, per evitare il rigetto del fegato nuovo. Alex aveva
espresso un desiderio per Natale: mangiare una pizza. Grazie al dono della mamma
e al lavoro dell’equipe medica il bimbo potrà gustarsi la pizza insieme alla sua
famiglia.
UN ALTRO MIRACOLO A PADOVA
Il Centro Trapianti di Padova si conferma tra i migliori d’Italia. A fine
novembre, un uomo di 33 anni si è recato in ospedale dopo aver improvvisamente
vomitato sangue. Il ragazzo è stato trasportato d’urgenza in un ospedale di
provincia e stabilizzato con una trasfusione. Successivamente è arrivato in
emergenza a Padova, perché giudicato inoperabile. Lì il miracolo.
Il professor Cillo ha dichiarato: “All’inizio concordavamo con il primo
responso. Aveva un tumore di 10 centimetri tra fegato e pancreas”. Il dottore ha
proseguito raccontando il lunghissimo intervento: “Abbiamo tentato con i
radiologi di fermare il sanguinamento, invano. E allora siamo entrati in sala
operatoria, per un intervento disperato durato dodici ore“. A sorpresa, il
tumore del ragazzo non era maligno e il protagonista della vicenda è guarito
prima di Natale. “Mai arrendersi” ha ricordato il primario.
L'articolo Una madre salva il figlio donandogli un pezzo di fegato. I medici:
“Un gesto speciale, ora il bambino può vivere una vita normale” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Espansione cutanea, chirurgia rigenerativa, trapianto di pelle. Sono in
particolare tre le strade possibili su cui si potrebbe basare il percorso di
guarigione dei 14 italiani ricoverati (11 a Milano e 3 a Zurigo) coinvolti nel
rogo del bar Costellation di Crans Montan in Svizzera. A descrivere all’Ansa le
tecniche a disposizione dei medici per curare le ustioni più gravi è Alessio
Caggiati, già primario Chirurgia plastica Idi Irccs e docente alla Scuola di
specializzazione in Chirurgia Plastica dell’Università Cattolica di Roma. Nel
corso degli anni sono stati fatti grandi passi avanti nel trattamento della
lesioni dei tessuti.
“Se per chi è in pericolo di vita la priorità sono le cure di terapia intensiva
– sottolinea – per gli altri, ovviamente, le terapie dipendono dal grado delle
ustioni. Se quelle di primo grado o di secondo superficiali – peraltro più
dolorose di quelle profonde che danneggiano le terminazioni nervose – guariscono
facilmente, per quelle di secondo grado profonde e di terzo e quarto grado, la
situazione è complessa”. Come è stato spiegato dagli specialisti del Niguarda ci
potrebbero volere diverse settimane per trattare i giovanissimi pazienti.
Una prima strada per trattarle è la cosiddetta espansione cutanea, un intervento
necessario per contrastare la riduzione della mobilità degli arti e delle dita
conseguenti alle ustioni. “Consiste – spiega Caggiati – nell’inserire palloncini
di silicone sotto la pelle sana, accanto alle zone ustionate, con la pelle
prodotta in più che viene utilizzata per sostituire quella danneggiata. C’è poi
la chirurgia rigenerativa, che si basa sul prelievo di cellule staminali dal
tessuto adiposo del paziente, che vengono trapiantate sul tessuto cicatriziale
per riconferirgli elasticità. Questa tecnica, anche per il suo rapporto
favorevole tra costi e benefici, si sta diffondendo sempre di più. Nei casi più
drammatici – aggiunge – può essere utile anche l’impiego di guaine che
comprimono la pelle per restituirgli elasticità”. La terza strada e il
tradizionale trapianto di pelle dallo stesso paziente.
“Nel caso dei pazienti in terapia intensiva – continua Caggiati – si utilizza il
trapianto di pelle artificiale o da cadavere, per ridurre temporaneamente la
superficie ustionata: nel frattempo, quando il paziente sarà stabilizzato, si
può valutare con calma il trapianto di pelle dal paziente stesso”.
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L'articolo Espansione cutanea, chirurgia rigenerativa, trapianto di pelle: le
tecniche per curare i pazienti ustionati di Crans Montana proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Tu mi hai ridato la vita facendomi diventare nonno di Maria Vittoria e adesso è
giusto che io faccia lo stesso con te”. Con questa premessa un uomo di 71 anni
ha deciso di donare un rene (espressione che per una volta può essere usata in
senso letterale e non metaforico, ndr) alla nuora che ne aveva bisogno in quanto
“affetta da una malattia genetica”. Una storia di amore, riconoscenza e
solidarietà che viene riportata dal Gazzettino. Protagonista è Luciano Tredese,
che ha teso una mano alla 35enne Camilla Camporese.
“Le barelle si incrociano, lei entra in sala operatoria con il cuore gonfio di
emozione proprio mentre lui esce, sorridente e felice, convinto di avere appena
fatto a 71 anni il gesto migliore della sua esistenza” scrive la testata. Nella
sezione chirurgica, Luciano Tredese ha lasciato un rene per donarlo a sua nuora.
La donna inizialmente non era d’accordo con la generosa volontà del suocero, che
in un secondo momento è riuscito a convincerla spiegandole la più profonda
motivazione dietro il proprio gesto: “Tu mi hai ridato la vita facendomi
diventare nonno di Maria Vittoria e adesso è giusto che io faccia lo stesso con
te”. Operazioni sempre delicate, quelle del trapianto e dell’espianto, ma il
giornale veneto fa sapere che entrambi stanno bene, e che se lei prova ancora
una volta a ringraziarlo, l’uomo ribatte: “Basta, per me è una gioia immensa
vederti guarita. E poi da quando ho un rene solo sto meglio, non ho più la
pressione alta…”.
A proposito della malattia che l’ha portata al trapianto, Camilla fa sapere:
“Vengo da una famiglia sfortunata per quanto riguarda le malattie genetiche
renali, con mio nonno che è stato uno dei primi nel Veneto a sottoporsi a
dialisi. Dei suoi 4 figli 2 avevano la stessa patologia, entrambi trapiantati:
per lo zio l’intervento è stato risolutivo, per mia mamma un po’ meno. Nel 2020
ho partorito, però all’ottavo mese ho accusato un’importante insufficienza
renale e mi hanno seguito i medici che avevano curato la mamma e che avevo
conosciuto da piccola […] All’inizio ho avuto un rifiuto e non volevo andare a
fondo temendo di avere la malattia della mamma che odiavo. Alla fine guardando
Maria Vittoria che aveva pochissimi giorni ho deciso di reagire e di sottopormi
ad analisi approfondite e da lì si è aperto un nuovo capitolo della mia vita”.
Fino al 2022 si è sottoposta ad accertamenti; poi gli specialisti l’hanno
informata che l’unica soluzione per lei era il trapianto. Da lì la ricerca di un
donatore, trovato proprio tra le mura di casa. “Non volevo che lui facesse
questo per me, ma non c’è stato verso” racconta ancora a proposito della
generosità del suocero. “Lui era accanto al mio letto e quando l’ho visto ho
pianto tanto. Mi ripeteva che era felice e ripeteva di stare benissimo”.
Il lieto fine di questa storia è stato scritto grazie all’eccellenza dell’Unità
Operativa Complessa Chirurgia di Trapianti di Rene e Pancreas dell’Azienda
Ospedale Università di Padova, diretta dalla professoressa Lucrezia Furian.
Furian in persona, definita uno dei migliori specialisti al mondo, ha effettuato
l’intervento, mantenendo così la promessa fatta a Camilla Camporese che glielo
aveva espressamente chiesto.
L'articolo “Mi hai ridato la vita facendomi diventare nonno, ora tocca a me e ti
dono il mio rene”: la commovente storia di Luciano Tredese e sua nuora Camilla
Camporese proviene da Il Fatto Quotidiano.
Quando un progetto scientifico riesce a superare di quasi dieci volte i propri
obiettivi iniziali, non si tratta soltanto di efficienza operativa. È il segnale
che una visione ha trovato terreno fertile. A Mosul, città irachena ancora
impegnata a rimarginare le ferite di anni di conflitto, si è ufficialmente
concluso il progetto di start-up del primo centro trapianto di cellule staminali
ematopoietiche presso l’Al Hadbaa Hospital, segnando un passaggio storico per la
sanità locale e per centinaia di famiglie colpite da gravi patologie del sangue.
Avviato nel 2023, il progetto è stato coordinato dalla dottoressa Marta Verna,
pediatra della Fondazione IRCCS San Gerardo dei Tintori di Monza, e gestito
dalla Fondazione AVSI, con il sostegno finanziario del governo iracheno.
L’accordo iniziale prevedeva la realizzazione di quattro trapianti; al termine
del percorso ne sono stati eseguiti trentotto, in pazienti adulti e pediatrici.
Un risultato che non rappresenta soltanto un dato numerico, ma la dimostrazione
concreta della solidità del modello costruito insieme ai professionisti sanitari
iracheni.
In Iraq, e in particolare a Mosul, la talassemia resta una delle malattie
genetiche più diffuse. Per molti pazienti la prospettiva di una vita dipendente
da trasfusioni regolari è l’unica possibilità di sopravvivenza. Il trapianto di
midollo osseo, oggi unico trattamento definitivo, era fino a poco tempo fa
accessibile esclusivamente all’estero, con costi insostenibili per la maggior
parte delle famiglie. Lo stesso vale per molte malattie ematologiche, come le
leucemie, per le quali il trapianto rappresenta spesso l’unico trattamento
salvavita. La possibilità di eseguire queste procedure in loco ha cambiato
radicalmente lo scenario, trasformando un viaggio impossibile in una cura
finalmente raggiungibile.
Dal punto di vista scientifico e organizzativo, il progetto ha seguito una
metodologia precisa: il capacity building. Non un intervento episodico, ma un
percorso strutturato di formazione, trasferimento di competenze e costruzione
dell’autonomia locale. I professionisti iracheni hanno inizialmente svolto
training in Italia, per poi lavorare fianco a fianco con gli esperti durante
numerose missioni a Mosul. Un modello che ha permesso di garantire standard
clinici elevati e, soprattutto, sostenibilità nel tempo.
“Con questa missione si chiude formalmente il progetto di start-up del centro
trapianti, che possiamo finalmente dichiarare un successo – ha dichiarato la
dottoressa Verna al rientro dall’ultima missione – È stato certamente il più
impegnativo tra i miei progetti, ma i risultati ottenuti superano di gran lunga
gli obiettivi iniziali”. Parole che restituiscono il senso di un lavoro
complesso, fatto di rigore scientifico ma anche di relazioni umane costruite
giorno dopo giorno.
Il valore dell’iniziativa risiede anche nel suo approccio multistakeholder. Come
ha sottolineato Giampaolo Silvestri, segretario generale della Fondazione AVSI,
il successo del progetto è il risultato di una cooperazione internazionale in
cui organizzazioni, istituzioni sanitarie e governi hanno collaborato mettendo
in comune risorse e competenze. I trentotto trapianti realizzati diventano così
la prova tangibile di un sistema integrato capace di produrre un impatto reale.
Un riconoscimento condiviso anche dalla Fondazione IRCCS San Gerardo dei
Tintori. Il presidente Claudio Cogliati ha evidenziato come l’esperienza di
Mosul rappresenti non solo un traguardo sanitario, ma anche un risultato umano:
la dimostrazione che competenza, dedizione e visione condivisa possono generare
cambiamenti duraturi anche nei contesti più complessi. Un impegno che si
inserisce nella lunga tradizione di cooperazione internazionale della Pediatria
del San Gerardo di Monza, sostenuta dalla Fondazione Maria Letizia Verga.
Non a caso, la dottoressa Verna coordina il progetto Children Global Medicine,
attivo dal 1986, che unisce ricerca, pratica clinica e formazione con
l’obiettivo di migliorare l’accesso alle cure pediatriche a livello globale
secondo il principio di equità. Progetti pensati per modificare in modo stabile
la storia sanitaria dei Paesi coinvolti, rendendo i centri locali
progressivamente autonomi.
La collaborazione con le autorità irachene non si conclude qui. È già previsto
un accordo di long-term follow-up che includerà attività di supervisione da
remoto e una futura missione finale, a garanzia della continuità clinica e
scientifica del centro.
Parallelamente, il percorso professionale e umano della dottoressa Verna ha
ricevuto un riconoscimento simbolico anche in Italia: l’invito alla Camera dei
Deputati per l’inaugurazione della mostra fotografica “Marianne d’Italia”,
dedicata a ottanta donne che si sono distinte per impegno civico e sociale. Un
riconoscimento che, al di là dell’aspetto celebrativo, riflette il senso
profondo di questo progetto: la scienza come strumento di cura, ma anche come
atto di responsabilità verso le persone e le comunità più fragili.
L'articolo Iraq, la scienza ricostruisce il futuro dei talassemici: eseguiti a
Mosul 38 trapianti grazie a un progetto italiano proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il dottor Giuseppe Feltrin, il direttore generale del Centro nazionale
trapianti, l’ha definita una scelta “generosa e inconsueta”. Il riferimento è
all’ultimo caso italiano di donazione samaritana, una donazione di organi in cui
una persona sceglie di sottoporsi a un intervento di prelievo del rene per
offrirlo in dono a una persona sconosciuta. All’Azienda ospedale-università di
Padova (AOUP), una donna in lista d’attesa è riuscita a recuperare una piena
qualità di vita grazie al rete di uno sconosciuto.
Il trapianto è stato eseguito lo scorso ottobre. In precedenza, il donatore
samaritano era già stato sottoposto a un percorso clinico, immunologico e
psicologico necessario per essere ammesso al programma della Rete nazionale
trapianti. Dopo l’autorizzazione del magistrato, il Centro nazionale trapianti,
guidato da Feltrin, ha accettato la donazione del rene da parte del donatore
samaritano, poiché non era stato possibile avviare la procedura ordinaria di
trapianti incrociati.
Nell’arco di una sola giornata, l’equipe medica guidata dalla direttrice del
Centro trapianti rene e pancreas di Padova, la professoressa Lucrezia Furian, ha
effettuato le procedure di donazione e trapianto del rene. Nel giro di pochi
giorni dopo l’intervento, sia l’uomo che la donna sono stati dimessi: sono in
ottime condizioni di salute.
Cosa ha spinto l’uomo a donare il proprio rene a una persona sconosciuta? Lo ha
spiegato lui stesso durante la conferenza stampa che ha raccontato l’intervento:
“Il percorso è iniziato quando ho fatto l’ultima donazione di sangue, che poi
non ho più potuto fare per raggiunti limiti di età. Vivendo l’esperienza di mio
cognato che è morto prima che arrivasse un fegato utile a farlo sopravvivere, ho
maturato l’idea di diventare donatore samaritano”. Oltre alle motivazioni
biografiche, c’entra anche la sua fede religiosa: “Ascoltando il Vangelo in
chiesa, in uno dei passaggi su San Giovanni Battista, ho avuto una sorta di
illuminazione, e ho pensato: se le tuniche di cui parla il Battista fossero nel
mio caso i reni?”.
Fa notare il dottor Feltrin: “Le donazioni samaritane sono sicuramente
inconsuete, ma la donazione dopo la morte è una scelta alla portata di tutti:
oggi, con 8mila persone in attesa di trapianti, dare il proprio consenso alla
donazione è più che mai fondamentale”. In Italia ci sono circa 8mila persone in
attesa di un trapianto di organo.
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L'articolo “Mio cognato è morto prima che arrivasse un fegato, per questo ho
donato il mio rene a una sconosciuta” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Non è la prima volta che i medici delle Molinette di Torino stupiscono con i
loro traguardi nel campo dei trapianti. E nei giorni in cui ricorre il 40°
anniversario del primo trapianto di cuore eseguito in Italia, una nuova
frontiera è stata superata: il cuore da trapiantare viene tenuto battente non
solo nella fase del trasporto, ma anche mentre viene impiantato nel ricevente. È
avvenuto pochi giorni fa al Centro Trapianti di Cuore e di Polmone dell’ospedale
Molinette della Città della Salute e della Scienza di Torino.
Il cuore – dettaglia una nota dell’ospedale – che poi sarebbe stato trapiantato
nelle sale operatorie della Cardiochirurgia ha ripreso a battere a 1600 km di
distanza (tanto è la distanza da Torino di Atene, dove si trovava la donatrice)
e non è più stato fermato neanche durante il suo impianto nel torace del
ricevente, per un totale di 8 ore. Una vera rivoluzione che permette di superare
la barriera del tempo perché il cuore è artificialmente perfuso durante tutte le
fasi del trapianto (trasporto ed impianto) senza soffrire per l’ischemia legata
alla mancanza di sangue (di solito l’organo ha un tempo massimo di ischemia di 4
ore per essere trapiantato).
Una donatrice greca in un ospedale di Atene viene segnalata dal Centro Nazionale
Trapianti (diretto da Giuseppe Feltrin) e dal Centro Regionale Trapianti del
Piemonte (diretto da Federico Genzano Besso) al Centro di Trapianto di Cuore
della Città della Salute e della Scienza di Torino (diretto da Mauro Rinaldi).
Un’équipe prelievo delle Molinette, formata da Erika Simonato, Matteo Marro,
Andrea Costamagna Domitilla Di Lorenzo, partita da Torino nel tardo pomeriggio
raggiunge la Grecia con un jet privato. A mezzanotte inizia il prelievo. Il
cuore viene prelevato e, dopo essere stato alloggiato in una macchina che
permette di ripristinare la sua perfusione durante il trasporto (OCS Heart,
Transmedics) viene fatto ripartire. Il cuore ricomincia a battere nella macchina
di perfusione ad Atene e trasportato in questo stato (battente) a Torino.
Nel frattempo un paziente di 65 anni, affetto da una grave cardiomiopatia
dilatativa post-infartuale in attesa del trapianto da circa un anno, viene
portato nella sala operatoria della cardiochirurgia e preparato a ricevere il
trapianto. Il cuore arriva in sala operatoria battendo nella macchina di
perfusione per circa sei ore. Il ricevente è in circolazione extracorporea e il
suo vecchio cuore malandato è già stato espiantato. A differenza della pratica
abituale, il cuore da trapiantare non viene fermato, ma viene collegato alla
circolazione extracorporea che sta mantenendo in vita il paziente. In questo
modo il cuore nuovo può essere staccato dalla macchina di perfusione usata per
il trasporto mantenendo la perfusione stessa e il battito cardiaco.
Il trapianto eseguito con successo da Massimo Boffini, Antonino Loforte e
Barbara Parrella, coadiuvati dall’anestesista Rosetta Lobreglio, viene quindi
condotto con il cuore che batte naturalmente, prima sorretto dalle mani dei
chirurghi ed infine nella sua posizione naturale, ovvero nel cavo pericardico
del paziente. Il decorso post-trapianto si è svolto in maniera regolare ed il
paziente è stato trasferito dalla Terapia Intensiva (coordinata da Anna Trompeo)
al reparto di degenza ordinaria della Cardiochirurgia dopo pochi giorni.
Questo trapianto rappresenta un ulteriore importante traguardo abbattendo la
sofferenza dell’organo prima del suo impianto ed aprendo nuovi scenari prima
impensabili alla trapiantologia moderna. “La bravura dei nostri professionisti
ha reso possibile questo intervento che apre una nuova frontiera nei trapianti
di cuore. Una storia a lieto fine che ancora una volta diventa esempio delle
eccellenze della nostra Città della Salute e della Scienza a livello europeo e
del valore dei nostri operatori” dichiara il Direttore generale Cdss Livio
Tranchida.
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L'articolo Il cuore che non si ferma: da Atene a Torino il trapianto diventa
“rivoluzione” e apre una frontiera proviene da Il Fatto Quotidiano.