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Cinque anni fa la sentenza che salvò Lula. Ora la democrazia in Brasile non lotta per vincere, ma per sopravvivere
“Manda esse lixo janela abaixo, aí”. Già che ci sei, tira quell’immondizia dal finestrino… Esattamente cinque anni fa, l’8 marzo 2021, il Supremo Tribunal Federal brasiliano – ultima istanza di giudizio – avviò, con una prima sentenza, un processo di revisione che, in un paio di tappe, avrebbe rapidamente portato alla cancellazione di tutti i processi contro l’allora ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva, popolarmente noto come “o Lula”, a suo tempo condannato, in primo e secondo grado, a 12 anni di carcere per il molto aleatorio delitto di “corruzione passiva” e per un altrettanto vago reato di “riciclaggio di denaro”. Il STF, in realtà, non assolse “o Lula”. Semplicemente annullò – per “incompeténcia” e per “suspeicião”, ovvero perché affidate ad un tribunale non competente e perché condotti da giudici non imparziali – tutti e tre i processi che lo avevano fin lì condannato. Escluso dalla corsa presidenziale dell’ottobre 2018 (poi vinta dall’ultrareazionario “nostalgico” Jair Bolsonaro), Luiz Inácio Lula da Silva poteva ora, finalmente, tornare a correre. E le cronache ci raccontano come, correndo, nell’ottobre del 2022, abbia poi di stretta misura battuto proprio Jair Bolsonaro, per la terza volta tornando al Palacio do Planalto. E dove – dovesse tra sei mesi rivincere le elezioni – potrebbe rimanere per altri quattro anni, uscendone infine, ormai 85enne, con il manto del più longevo dei presidenti della Storia brasiliana. Molti – a partire ovviamente dal medesimo Lula – qualificarono cinque anni fa quella sentenza del STF come un trionfo della verità e della giustizia. Tutto giusto, tutto vero. Vale però egualmente la pena – per adeguatamente ricostruire la storia di questa “risurrezione” e per coglierne a fondo il chiaroscuro, la vera natura, i limiti e le contraddizioni – partire proprio dalle tenebre. Vale a dire: proprio dalla frase che, come una sentenza senza ritorno, apre il post. “Manda esse lixo janela abaixo, aí”. Già che ci sei, tira quell’immondizia dal finestrino… Era il 7 aprile 2018. “Esse lixo”, quell’immondizia, era proprio lui, Il “criminale” Luiz Inácio da Silva. E il finestrino in questione era quello dell’aereo che trasportava l’ex presidente da São Paulo, dove aveva appena terminato un comizio d’addio nello storico quartiere industriale di São Bernardo do Campo, al carcere speciale di Curitiba. Pronunciata da un mai identificato controllore di volo e captata, pare, da un radioamatore, quella frase aveva fatto in un lampo il giro dei social e, regolarmente seguita dallo slogan “o Lula na cadeia”, Lula in gattabuia, era immediatamente diventata la colonna sonora di quella che, dalla destra brasiliana, veniva allora vissuta come la definitiva caduta nella proverbiale “pattumiera della Storia” d’un personaggio – l’operaio metallurgico “nordestino”, il “comunista” – che per quella destra proprio dalla pattumiera era venuto. Che cos’era accaduto? In che modo “o Lula” – che solo sette anni prima, quando nel 2012 aveva terminato il suo secondo mandato, vantava indici di gradimento superiori all’80% – era finito o stava per finire in quella pattumiera? Raccontato in estrema sintesi, questo è quel che è successo. Nel 2003, Luiz Inacio Lula da Silva, il proletario che negli anni ’70 aveva guidato nella periferia di São Paulo i primi scioperi contro la dittatura – aveva vinto (al suo terzo tentativo) la corsa presidenziale alla testa del suo Partido dos Trabalhadores (PT). Lo aveva fatto sulla base d’una politica di molto moderato riformismo che per otto anni, nel pieno d’un prolungato “boom” delle materie prime, avrebbe poi garantito al Brasile molti e tangibilissimi benefici: tassi di crescita “cinesi”, uno stato di esuberante salute economica, inediti traguardi di progresso sociale sociale (36 milioni di brasiliani usciti da un fino ad allora cronico stato di povertà) e, grazie al carisma di Lula, molto visibile protagonismo politico su scala globale. Lula, in quegli anni, piaceva apparentemente a tutti. Alla super élite “globalista” di Davos e agli “alternativi” del Foro Sociale Mondiale (del quale Lula era stato, nel 2005 a Porto Alegre, tra i più applauditi protagonisti). Lula era amato, senza distinzioni, da socialdemocratici e da “rivoluzionari”. Poi, il vento era cambiato. Già nel 2013 il “vento di coda” delle materie prime era cessato, e il Brasile, ora sotto la guida Dilma Rousseff, era caduto in una crisi profonda. Marcata da grandi proteste sociali, questa crisi era poi stata esasperata da un’inchiesta giudiziaria che, poi passata alla storia come il “Lava Jato”, aveva impietosamente rivelato il lato oscuro della ritrovata democrazia brasiliana. Era silenziosamente cominciata, quell’inchiesta, in quel di Curitiba, agli albori del 2014. E inizialmente non aveva, come oggetto, che alcune irregolarità amministrative registrate nei centri di lavaggio auto legati alle stazioni di servizio di Petrobras, l’azienda petrolifera dello Stato. Quella che era inizialmente una piccola e molto locale, mareggiata era però rapidamente diventata uno tsunami grande non solo come il Brasile, ma come l’intera America Latina. C’erano dentro tutti, in quell’inchiesta. In Brasile e non solo in Brasile. Quello che andava di ora in ora spettacolarmente scoperchiando Sergio Moro, il molto visibile, loquace e – come poi è apparso chiaro – molto politicamente motivato giudice che la guidava, era un gigantesco e strutturale, “organico”, sistema di tangenti legato, dentro e fuori dal Brasile, agli appalti per i lavori di Petrobras. Ovvia domanda: come e perché – conquistata la presidenza in base ad un programma che sia pur con moderati accenti, prevedeva un rinnovamento e una “ripulitura” anticorruzione dello Stato – il PT era finito poi nel calderone? La risposta è molto semplice e, al tempo stesso, terribilmente complessa. Tanto complessa da essere, probabilmente, irrisolvibile. Popolarissimo, ma privo d’una maggioranza parlamentare, Lula poteva – come ogni altro presidente brasiliano – governare il Paese solo attraverso una coalizione. E in Brasile “coalizzarsi” sostanzialmente significava allora – e tuttora significa – venire a patti con la vischiosa realtà dei poteri locali e clientelari storicamente rappresentati da un partito che, non per caso, viene popolarmente chiamato “o partido pega-tudo”, il partito attacca-tutto”. Vale a dire: il Pmdb (Partido do Movimento Democrático Brasileiro), che pur non avendo mai eletto con voto diretto un suo presidente della Repubblica, della Repubblica è sempre stato, in tempi di democrazia, “l’ago della bilancia”. E questa, ancor oggi, a cinque anni dalla “assoluzione” di Lula, resta la domanda: in che misura Lula è “personalmente” entrato nel sistema? Quali personali vantaggi ha tratto nel vortice delle bustarelle rivelato dal “Lava Jato”? Lula era, in realtà, finito in carcere per una marginalissima e, nella sua banalità, molto oscura vicenda legata alla ristrutturazione d’un appartamento triplex – mai diventato di sua proprietà – in quel di Guarujá, la non particolarmente lussuosa spiaggia di São Paulo. Poca, pochissima roba, molto meno d’una briciola se valutata nel calderone del “Lava Jato”. Poca e, nelle sue più essenziali parti, anche molto vagamente provata. Questi erano i fatti. E questi sono i fatti che la sentenza emessa 5 anni fa dal STF ha ristabilito. Il primo: che i reati commessi da Lula – se davvero di reati si trattava – nulla avevano a che fare con il “Lava Jato”. Il secondo: che quel legame era stato creato ad arte da giudici “non imparziali”. Ovvero che, come fin dall’inizio era apparso evidente a chiunque avesse con obbiettività esaminato il caso – e come lo stesso Sergio Moro avrebbe poco più tardi provveduto a implicitamente confessare, diventando ministro della Giustizia nel governo di Jair Bolsonaro – “o Lula” era stato oggetto o, meglio, la preda d’una vera e propria caccia all’uomo. Insomma: tutto sbagliato, tutto da rifare. E, nel rifarsi, tutti i processi contro Lula sono poi finiti nel nulla, per prescrizione o per l’inconsistenza dei capi d’accusa. Lula ha potuto partecipare alle presidenziali dell’ottobre 2021. Le ha vinte. E a finire in carcere – condannato a 27 anni per tentato colpo di Stato dopo la sua sconfitta nelle urne – è stato invece, dopo l’assalto a Planalto dell’8 gennaio 2022, proprio Jair Bolsonaro. Si trattasse d’una favola, si potrebbe chiudere qui il racconto, osservando come, in un classico lieto fine, “o lixo” l’immondizia da gettare “janela abaixo”, fuori dal finestrino in direzione della pattumiera della Storia (con “S” maiuscola”), sia quello che della storia (con “s” minuscola) è l’uomo cattivo, il nemico della democrazia. Quella che vive il Brasile non è però una favola. Il prossimo ottobre l’ormai ottantunenne Luiz Inácio Lula da Silva tornerà – in un’ennesima e sempre più stanca replica – a confrontarsi con un Bolsonaro. Non con Jair Messiah che si trova meritatamente “na cadeia”, ma con suo figlio Flavio (un classico e molto sinistro caso di “talis pater”). E i sondaggi prevedono un incertissimo testa a testa. “O Lula” è risorto. Ma molte delle speranze che, 23 anni fa, avevano accompagnato la sua vittoria e poi i lunghi anni della sua auge sono rimaste sottoterra. La democrazia brasiliana è ancora viva (anche se non troppo vegeta). E come “o Lula” piega di rughe, cicatrici e ancor sanguinati ferite, lotta per sopravvivere in una America Latina che, quasi ovunque – in Argentina, in Cile, in Ecuador, in Bolivia – va, con ovvie nostalgie dittatoriali, scivolando verso destra. Lotta per resistere, non per vincere. L'articolo Cinque anni fa la sentenza che salvò Lula. Ora la democrazia in Brasile non lotta per vincere, ma per sopravvivere proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il Brasile approva la legge pro golpisti: Bolsonaro ai domiciliari già tra due anni. Ma Lula: “Userò il potere di veto”
Con una maggioranza di 48 voti a 25, il Senato brasiliano ha approvato la proposta di legge per abbassare le pene inflitte ai partecipanti al golpe dell’8 gennaio 2023. Il giorno in cui circa un migliaio di manifestanti bolsonaristi invasero il palazzo presidenziale per impedire l’insediamento dell’attuale Presidente Lula, vincitore delle elezioni dell’ottobre 2022. Un episodio che la stessa Corte Suprema ha definito un “vero tentativo di colpo di Stato” orchestrato per mantenere in carica l’allora Presidente Jair Bolsonaro. Proprio l’ex Capo di Stato, condannato a 27 anni di carcere per questi fatti e attualmente detenuto nella caserma della Polícia Federal di Brasilia, è il principale beneficiario di questa nuova legge fortemente voluta dai partiti di centrodestra che controllano i due rami del Congresso brasiliano. In base alla condanna emessa lo scorso settembre dal giudice Alexandre de Moraes, Bolsonaro potrà iniziare a scontare la pena fuori dal carcere soltanto a partire dal 23 aprile 2033. Con la modifica introdotta dal Senato, questo periodo sarà ridotto ad appena due anni nonostante l’ex Presidente abbia sulle spalle una condanna definitiva per reati che spaziano dall’associazione a delinquere all’abolizione violenta dello Stato democratico di diritto. Tra ventiquattro mesi, Bolsonaro potrebbe quindi ottenere gli arresti domiciliari. Questo periodo potrebbe ulteriormente restringersi data la sua precaria condizione di salute. Nelle prossime settimane, infatti, i medici della Polícia Federal valuteranno se l’ex Presidente dovrà sottoporsi ad una nuova operazione chirurgica a causa di due ernie inguinali. Un intervento che, salvo decisione contraria della Corte Suprema, consentirà a Bolsonaro di trascorrere il periodo di convalescenza presso la propria abitazione di Brasilia e non in un carcere federale. Oltre all’ex Presidente, la nuova legge prevede sconti di pena per tutte le persone coinvolte nel tentativo di colpo di Stato. Finora, in base alle sentenze della Corte Suprema, 29 militari e politici sono stati condannati ad un totale di 498 anni di carcere, oltre agli 800 manifestanti arrestati durante l’assalto al Parlamento dell’8 gennaio. Grazie allo sconto di un terzo della pena, l’intera cupola golpista potrebbe lasciare il carcere entro i primi mesi del 2027. Una sorta di amnistia camuffata che salverà anche gli imputati ‘rei confessi’, tra cui l’ex segretario particolare di Bolsonaro Mario Fernandes. Proprio Fernandes, condannato la scorsa settimana a 27 anni di carcere nell’ambito di quest’inchiesta, ha confermato ai giudici di avere scritto di suo pugno il documento ‘Punhal Verde Amarelo’. Il piano dettagliato che prevedeva l’uccisione di Lula e il rapimento del giudice della Corte Suprema Alexandre de Moraes. “Era un mio pensiero che misi nero su bianco data la mia visione militare (…) ma non lo condivisi con nessuno”, ha affermato nel corso della sua deposizione. In realtà, secondo la sentenza di condanna, Fernandes avrebbe stampato quel documento nel palazzo presidenziale e lo avrebbe portato quaranta minuti più tardi al Palácio da Alvorada, residenza del Capo dello Stato, dove incontrò lo stesso Bolsonaro. Un meeting sempre negato dall’ex Presidente, che è stato considerato provato dai giudici della Corte Suprema. Il colpo di spugna approvato dal Senato ha provocato la dura reazione del Presidente Lula, il quale ha già fatto sapere che utilizzerà il veto presidenziale per bloccare l’entrata in vigore di questa legge. “Prenderò questa decisione perché lui (Bolsonaro, ndr) deve pagare per il tentativo di distruggere la nostra democrazia. Non serve a nulla piagnucolare ora”, ha dichiarato Lula nel corso di un’intervista rilasciata alla TV Alterosa. Secondo la Costituzione brasiliana, il veto presidenziale è superabile dal Congresso con una votazione a maggioranza qualificata di almeno 257 parlamentari e 41 senatori. Numeri attualmente a disposizione del centrodestra vicino all’ex Presidente Bolsonaro. L'articolo Il Brasile approva la legge pro golpisti: Bolsonaro ai domiciliari già tra due anni. Ma Lula: “Userò il potere di veto” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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