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Ha una malformazione e non è vendibile: cucciolo di Golden retriever scartato dall’allevamento. Il rifugio che lo ha accolto: “Non è stato trattato da essere vivente”
In Brasile, un cucciolo di Golden retriever è stato scartato da un allevamento perché la sua coda non rispettava gli standard estetici per la vendita. A raccontare la storia è la Ong Novo Lar Pets, che ha accolto il cagnolino giudicato come “sbagliato”. Il cucciolo è entrato a far parte del rifugio quando aveva otto settimane. Secondo quanto spiegato sui social dalla fondatrice Rachel Ramos, il cagnolino è stato subito visitato da un veterinario, il quale ha confermato che la malformazione della coda non compromette la salute del tenero animale. La donna ha raccontato sui social che il Golden retriever è arrivato nel rifugio in condizioni igieniche precarie. La Ong Novo Lar Pets ha pubblicato su Instagram le immagini del cucciolo, con gli utenti che si sono scagliati contro chi lo ha abbandonato. L’ente ha sottolineato: “È un cucciolo sano. L’unico problema è che qualcuno ha deciso di guardarlo come un prodotto, non come un essere vivente”. Oggi il cagnolino è al sicuro e sta ricevendo cure e coccole dallo staff del rifugio brasiliano. La Ong ha aperto all’adozione del tenero cane e l’ente è in attesa di una famiglia che si faccia avanti per accogliere nella propria casa il cucciolo ritenuto “sbagliato”. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Rachel Ramos (@novo.lar.pets) L'articolo Ha una malformazione e non è vendibile: cucciolo di Golden retriever scartato dall’allevamento. Il rifugio che lo ha accolto: “Non è stato trattato da essere vivente” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Uno sciame di api aggredisce il cane in giardino: una donna si lancia in mezzo agli insetti per salvare la sua cucciola. Il video è virale
In Brasile una donna si è lanciata in mezzo a uno sciame di api per salvare la sua cagnolina. La signora, Juliana Litran, ha sentito Maria, il suo cucciolo, abbaiare e piangere in giardino. L’animale era ricoperto di api africanizzate che lo stavano pungendo. Gli insetti si sono accaniti contro il cane che ha urtato un alveare non lontano da casa. La signora ha assistito alla scena e, avvolta in una coperta, si è lanciata contro le api per mettere in salvo la cagnolina. Lo sciame si è immediatamente accanito su Juliana, che è riuscita a telefonare al marito Salomao che in quel momento si trovava al lavoro. Una volta rincasato, l’uomo ha provato a scacciare le api che stavano pungendo il cane e la coniuge, subendo le punture degli insetti. Le due persone e l’animale sono stati trasportati d’urgenza in ospedale e in una clinica veterinaria. Il quadro clinico è apparso subito complicatissimo. I tre sono sopravvissuti, ma non senza conseguenze. La cagnolina Maria ha un passato difficile. Juliana e Salomao hanno adottato la cucciola dopo che quest’ultima era stata abbandonata per strada. I coniugi hanno portato a casa l’animale e si sono occupati di cure veterinarie, sterilizzazione e microchip. Juliana ha pubblicato su Tiktok il video dell’aggressione delle api. La donna ha voluto lanciare un messaggio: non ignorate la presenza di alveari vicino alle abitazioni, specie in questo periodo in cui la specie africanizzata sta aggredendo la popolazione in diverse aree del Brasile. > @julianalitran Sofremos um ataque de abelhas, aqui é somente uma parte do > vídeo. Fica um alerta, se tem enxame em casa, procure alguém para remover > #viral #abelha #abelhaafricana #ataquedeabelhas ♬ som original – julianalitran L'articolo Uno sciame di api aggredisce il cane in giardino: una donna si lancia in mezzo agli insetti per salvare la sua cucciola. Il video è virale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Ho rischiato di morire per un aborto in Brasile. Ho avuto un’emorragia, durante l’operazione é andata via la luce ma mio marito Marco mi ha salvato”: il racconto di Veronica Maya
“Ho rischiato di morire per un aborto in Brasile”. È la rivelazione di Veronica Maya, ospite nella puntata di “Storie al bivio” in onda domani, 31 gennaio, su Rai 2. Nel salotto di Monica Setta, la conduttrice ha raccontato un episodio accaduto durante una vacanza in Brasile insieme al marito Marco Moraci, anche lui ospite in studio. Veronica ha spiegato: “Era la prima vacanza con mio marito e non volevo rovinare l’idillio. Ero incinta da pochissimo, ebbi una emorragia in un piccolo villaggio brasiliano. Marco operò insieme al ginecologo e mi salvai”. La showgirl ha aggiunto: “Durante l’operazione andò anche via la luce ma Marco riuscì a portare a termine l’intervento insieme al ginecologo brasiliano”. Come raccontato dalla conduttrice, la mattina successiva le sue condizioni di salute erano già migliorate. Maya ha dichiarato: “Tornata in Italia scoprimmo che l’embrione non si era formato, facemmo altre analisi, stavo bene e dopo poco aspettavo già il mio primogenito“. Nel corso dell’intervista, Marco Moraci ha raccontato il suo amore per Veronica: “Ci amiamo come il primo giorno. Sono l’unico uomo che ha sposato tre volte la stessa donna. La risposerei domani”. I due, genitori di tre bambini, hanno svelato di aver pensato a un quarto figlio. Maya ha detto: “Abbiamo pensato anche al quarto ma i tempi non coincidevano. O lo voleva lui e io no oppure il contrario. Ma va bene così, siamo felici e uniti“. L'articolo “Ho rischiato di morire per un aborto in Brasile. Ho avuto un’emorragia, durante l’operazione é andata via la luce ma mio marito Marco mi ha salvato”: il racconto di Veronica Maya proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Crudeltà senza fine”: torturano e uccidono l’anziano cane randagio Orelha, quattro adolescenti accusati di maltrattamenti. Il caso diventa virale sui social
Era un cane randagio amatissimo dall’intera comunità di Praia Brava, a Florianopolis, in Brasile. Ma l’anziano Orelha, questo il suo nome, purtroppo non ce l’ha fatta. Secondo le ricostruzioni della polizia brasiliana, il povero animale sarebbe stato torturato da quattro adolescenti, descritti come appartenenti a famiglie benestanti. A causa delle condizioni disperate in cui riversava dopo l’aggressione, Orelha è stato sottoposto ad eutanasia. Il caso ha suscitato l’indignazione non solo della città capitale di Santa Catarina, ma di tutta la Nazione. Anche la politica, con un inedito consenso tra esponenti di destra e di sinistra, si è stretta attorno al dolore degli abitanti di Praia Brava, che accudivano affettuosamente il randagio da circa dieci anni, riporta CNN Brazil. Ora, la polizia civile di Santa Catarina sta indagando sul gruppo di adolescenti, che secondo gli investigatori avrebbero maltrattato l’animale, causandone così la morte. La presunta violenza ai danni del cane sarebbe avvenuta agli inizi di gennaio, più precisamente il 5, quando sarebbe stato trovato ferito a Praia Brava. Solo dieci giorni più tardi, il 16 gennaio, la Polizia Civil comincia a sospettare il coinvolgimento di ignoti e annuncia quindi l’inizio delle indagini, riporta CBN Total. Dopo due giornate di proteste da parte dei residenti di Praia Brava, che chiedevano giustizia per Orelha, gli investigatori sequestrano i telefoni dei sospettati e il 27 gennaio li indicano formalmente come responsabili. Gli esami condotti sul cane avrebbero rivelato gravi lesioni alla testa, con le orbite degli occhi strappate, insieme a un copioso sanguinamento da bocca e naso. L’inchiesta, inoltre, ipotizzerebbe anche un tentativo di annegamento ai danni di un altro cane, chiamato Caramelo, che però sarebbe riuscito a fuggire. Oltre al maltrattamento sugli animali, gli inquirenti starebbero indagando anche su atti assimilabili al danneggiamento di beni e su reati contro l’onore. Secondo la Policia Civil, i quattro adolescenti avrebbero un’età compresa tra i 12 e i 17 anni, e per questo motivo non saranno giudicati dal Codice Penale ordinario, bensì dallo Statuto del Bambino e dell’Adolscente (ECA). I ragazzi, dunque, sarebbero i principali sospettati per l’ipotizzata aggressione ai danni del povero quadrupede. Secondo quanto scrive CNN Brazil, però, quello che vede coinvolti i giovani sarebbe solo il primo di due filoni di indagine. Il secondo, invece, vedrebbe tre adulti, presumibilmente parenti degli indagati, accusati “di aver usato violenza o gravi minacce per favorire gli interessi dei giovani durante l’inchiesta”, scrivono i media locali. Al momento, due dei quattro adolescenti sospettati si troverebbero negli Stati Uniti per un viaggio già programmato a Disneyland e dovrebbero rientrare in Brasile la prossima settimana. La legislazione brasiliana, scrive ancora CNN Brazil, prevede l’internamento di tre anni in una struttura socio-educativa per reati di questo tipo. #JUSTICIAPORORELHA, IL CASO DIVENTA VIRALE SUI SOCIAL: “CRUDELTÀ SENZA PARI” Nel frattempo, la morte dell’amatissimo amico a quattro zampe ha scatenato proteste in numerose città brasiliane, dove i residenti hanno chiesto a gran voce che i responsabili vengano puniti. Ed è proprio dalle piazze dello Stato sudamericano che il caso ha superato i confini nazionali, diventando virale sui social con l’hashtag #JusticiaPorOrelha. Sono migliaia i post che hanno riempito i feed di X e affini negli ultimi giorni, con cittadini e cittadine di tutte le età che hanno voluto commemorare l’animale dopo la sua morte. Persino la first lady Janja Luis da Silva si è espressa sull’argomento con un lungo post pubblicato sui suoi canali social. “Non ho mai capito cosa passi nella testa e nel cuore di chi ha il coraggio di maltrattare un altro essere vivente. Soprattutto un essere indifeso, come un cane”, ha scritto la moglie del presidente brasiliano in carica. Poi ha aggiunto: “Quando la brutalità diventa una sfida, quando l’altro essere smette di essere visto come qualcuno che sente, allora c’è qualcosa che non va! La perversità non nasce dal nulla: viene coltivata nell’omissione, nella mancanza di limiti, di cura, di presenza, e anche nell’impunità”. Sul caso è intervenuto anche il senatore e candidato presidenziale Flavio Bolsonare, figlio dell’ex premier Jair, che ha reagito pubblicamente alla notizia con un post pubblicato su X: “La mia solidarietà alle persone che, per tanti anni, hanno accudito con affetto il cagnolino conosciuto a Santa Catarina come Orelha. Quello che gli hanno fatto è stata una crudeltà senza pari. Nulla giustifica un gesto del genere”. L'articolo “Crudeltà senza fine”: torturano e uccidono l’anziano cane randagio Orelha, quattro adolescenti accusati di maltrattamenti. Il caso diventa virale sui social proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’agente segreto – Un thriller mozzafiato che intreccia politica e tensione e quattro nomination agli Oscar 2026
Se non andate a vedere L’agente segreto, il film brasiliano diretto da Kleber Mendonça Filho, candidato a quattro premi Oscar, le sale devono chiudere e di cinema non se ne parli più. Impossibile non amare questo thriller d’atmosfera, magmatico e crudo, elegantemente e ironicamente cinefilo, volutamente costruito attorno a una sotterranea violenza politica e a un’umanità ostinatamente diffusa. Siamo nel 1977, in un’epoca, come dice la didascalia, “piena di bizzarrie”. Già, perché L’agente segreto inizia come un western, in una stazione di benzina in mezzo al nulla brasiliano del nord-est, con un cadavere decomposto sotto un cartone a pochi metri dalle pompe e dove sopraggiunge il protagonista Marcelo (Wagner Moura) su un maggiolone giallo. Tutto sembra avvolto in un senso di sinistra inquietudine fin da subito: il paffuto, sudato e pavido proprietario della stazione di servizio; l’arrivo di due corrotti poliziotti; il cadavere che rimane lì senza che nessuno intervenga da giorni, con i cani randagi che saltellano attorno impazziti; l’evocazione del Carnevale che ha già fatto 90 morti; un samba insinuante e malato nelle orecchie; un enorme, terrorizzante mascherone di gallo a bordo strada. L’agente segreto è già tutto spiegato in questi dieci minuti iniziali di rara perfezione visiva e percettiva. Marcelo non è affatto un agente segreto (e nel film non ce ne sono agenti segreti), ma un uomo comune, vedovo, laureato ed esperto in tecniche industriali, sicuramente non vicino al regime dittatoriale dell’epoca, in fuga verso Recife per incontrare il figlio di nove anni, accudito dagli anziani nonni materni (il nonno fa il proiezionista!). Verrà accolto in una nascosta comunità/condominio di “rifugiati” coordinato dall’anziana combattiva Dona Sebastiana, lavorerà sotto copertura in un istituto pubblico dove si rilasciano carte d’identità, ma soprattutto avrà, dopo circa mezz’ora di film, due, anzi tre, killer alle calcagna, perché uno squallido vecchio industriale di San Paolo vuole vendicarsi di un torto subito da un “comunista”. La narrazione procede svelando gradualmente la grossa ossatura del presente (i settanta), chiazze di passato, poi pure di futuro – l’oggi – in chiusura, cucendole con il filo evocativo di una ricostruzione d’ambiente impeccabile, giradischi e musicassette per una playlist musicale vagamente tarantiniana da brividi, abiti e automobili tirati a lucido, facce e corpi peculiari dell’epoca che non fanno mai sbandare occhio e racconto. L’agente segreto si sviluppa gradualmente senza mai accelerare nel ritmo, si stratifica in microsottotrame per mostrare la ferocia avvolgente di una persecuzione totalizzante, tenendo sempre al centro l’incredibile presenza in pericolo di Moura, oscillante nella dialettica tra autentici cattivi e quasi anonimi buoni. Mendonça Filho, che è stato critico cinematografico per parecchio tempo, al suo quarto lungometraggio abbandona la cinefilia dura e pura e costruisce un omaggio alle proprie suggestioni di sala (Lo squalo di Spielberg è ovunque; lo split screen cade gentile e curioso) per prorompere in un cinema più popolare, commestibile, a suo modo hollywoodiano, di quanto vorrebbe sembrare, scegliendo una strada formale comunque personale, anticonvenzionale, inevitabilmente spiazzante. Insomma, chi entra in sala per vedere un thriller, rimarrà soddisfatto. Per chi entra in sala per vedere come si realizza un’opera d’arte cinematografica, pure. Ora capiamo perché Moura ha vinto il Golden Globe e la Palma d’oro a Cannes, ed è candidato agli Oscar come miglior attore. Anche se è l’intero cast del film, fin nella più insignificante comparsata di un poliziotto, a luccicare come un gioiello di una luminosa e variopinta vetrina. Distribuito da Minerva Pictures. L'articolo L’agente segreto – Un thriller mozzafiato che intreccia politica e tensione e quattro nomination agli Oscar 2026 proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Verrò a cercarti, con la famiglia non si scherza. Ti do 24 ore”: la rabbia di Adriano dopo la truffa subita dalla mamma
“È meglio che restituisci i soldi, perché verrò a cercarti. Con la mamma, la nonna e la famiglia non si scherza”. A parlare è Adriano, ex stella del calcio brasiliano e dell’Inter, dopo una truffa subita dalla madre, raggirata da un impostore che si è finto proprio l’Imperatore. Una truffa fatta con l’intelligenza artificiale e un numero di telefono fittizio. A lanciare l’allarme è stato proprio l’ex attaccante dell’Inter, che sui social – tramite un video e uno screenshot di una chat – ha raccontato la vicenda. Un impostore, fingendo di essere proprio Adriano, è riuscito a convincere la madre dell’ex calciatore a effettuare un bonifico di oltre 15mila reais, circa 2.400 euro, su un conto falso. “Mia madre ha appena depositato più di 15mila reais su un conto che si spacciava per me”. L’ex giocatore ha poi sottolineato di non aver cambiato numero di telefono e ha chiesto ai followers di fare attenzione e diffidare da richieste sospette: “Non fatelo, il mio numero è sempre lo stesso“. Poi una vera e propria minaccia all’impostore, con Adriano che non ha usato giri di parole: “È meglio che restituisci i soldi, perché verrò a cercarti. Con la mamma, la nonna e la famiglia non si scherza“. E poi ha anche fissato l’ultimatum: “Vi do 24 ore per restituire il denaro”. L’ex attaccante ha infine invitato follower, amici e familiari a prestare particolare attenzione alle truffe: “State attenti, ci sono molti truffatori in giro ma, quando si tocca la famiglia, è diverso”. L'articolo “Verrò a cercarti, con la famiglia non si scherza. Ti do 24 ore”: la rabbia di Adriano dopo la truffa subita dalla mamma proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Lo steward ha bussato alla porta gridando ‘fuoco, fuoco’, poi l’acqua ha iniziato a entrare nella cabina e abbiamo pensato che la nave stesse affondando”: panico durante la crociera
L’acqua che entra nelle cabine, i corridoi allagati e passeggeri in preda al panico costretti a spostarsi in fretta con i bagagli in mano. Non è una delle scene del Titanic, ma quanto accaduto lunedì 12 gennaio a bordo della MSC Seaview, nave da crociera della compagnia MSC Cruises, durante una traversata al largo della costa orientale del Brasile. Secondo i dati di CruiseMapper, la nave stava navigando nelle acque del Sudamerica quando un guasto a una condotta idrica ha provocato allagamenti in diverse cabine e in un corridoio pubblico, come confermato anche dalla compagnia a Usa Today. I video diffusi dal portale brasiliano UOL mostrano la scena: passeggeri che cercano di salvare effetti personali mentre l’acqua lambisce tutto il pavimento, altri che attraversano i corridoi scalzi o in sandali, e membri dell’equipaggio impegnati a rimuovere l’acqua con aspiratori industriali. Secondo quanto ricostruito, l’allarme è scattato intorno alle 7:30 del mattino, quando a bordo è stato diffuso un annuncio che parlava di “incendio”: “Eravamo già in mare, al decimo piano, quando lo steward ha bussato alla porta gridando ‘fuoco, fuoco’”, ha raccontato a UOL uno dei passeggeri presenti a bordo, Marcelo Andrade Bezerra Barros, 50 anni. “Subito dopo l’acqua ha iniziato a entrare nella cabina e abbiamo pensato che la nave stesse affondando”. I passeggeri delle cabine interessate sono stati accompagnati nelle aree comuni della nave mentre i tecnici intervenivano per risolvere il problema. In una dichiarazione rilasciata a People, MSC Cruises ha spiegato che “è stato individuato un guasto a una condotta dell’acqua che, purtroppo, ha causato allagamenti in alcune cabine e nel corridoio”. La compagnia ha precisato che il problema è stato rapidamente isolato e risolto e che tutte le cabine coinvolte sono state sanificate e pulite a fondo. Quindi ha sottolineato anche che, durante l’intera gestione dell’emergenza, “non vi è mai stato alcun rischio per la sicurezza degli ospiti” e che i passeggeri sono stati costantemente informati sull’evoluzione della situazione. Per i viaggiatori coinvolti, la compagnia ha previsto diverse forme di compensazione, calibrate in base all’entità del disagio subito: upgrade di cabina, rimborsi completi e crediti di bordo fino a 150 dollari. La MSC Seaview, entrata in servizio nel 2018, dispone di 2.026 cabine e può ospitare fino a 5.079 passeggeri. Episodi di questo tipo, seppur rari, non sono inediti nel settore delle crociere: nel 2018, ad esempio, una rottura del sistema antincendio provocò l’allagamento di circa 50 cabine sulla Carnival Dream, come riportato allora da ABC News. L'articolo “Lo steward ha bussato alla porta gridando ‘fuoco, fuoco’, poi l’acqua ha iniziato a entrare nella cabina e abbiamo pensato che la nave stesse affondando”: panico durante la crociera proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Hanno ritrovato mio papà, sono devastata. Questo è il viaggio più difficile che abbia mai fatto”: Helena Prestes vola dal papà disperso dopo un incidente in Brasile
Helena Prestes ha ritrovato il padre, dato per disperso dopo un incidente in Brasile. L’ex concorrente del Grande Fratello ha raccontato la storia su Instagram. L’uomo ha avuto un incidente ed è stato trasportato in ospedale. Tuttavia, non avendo i documenti con sé, lo staff medico e le autorità brasiliane non hanno avuto modo di identificarlo. La svolta è arrivata grazie a un cugino di Helena, che ha visto su un giornale locale, il Jornal Butantã, la foto dello zio in barella e con un collare cervicale. Il signor Prestes è caduto davanti a una macelleria di San Carlos e ha perso i sensi. Il cugino di Helena si è recato in ospedale dove ha confermato l’identità dello zio. Non appena ricevuta la notizia, la 36enne ha fatto la valigia e ha acquistato un biglietto aereo per San Paolo, in Brasile. L’ex gieffina ha postato una foto su Instagram dall’aeroporto, accompagnata dalla scritta: “Io amo viaggiare, ma questo viaggio è in assoluto il più difficile che abbia mai fatto”. La donna ha ringraziato i followers per il sostegno durante i giorni difficili. Helena ha scritto: “Ringrazio tantissimo tutti. Il vostro aiuto è stato importante“. La showgirl è tornata in Brasile per assistere il padre, le cui condizioni sono ancora sconosciute. Sempre su Instagram, Prestes aveva dichiarato: “Sono devastata, abbiamo la speranza che sia in chirurgia perché è stato l’unico entrato senza documenti nell’ospedale”. La ragazza si è finalmente ricongiunta col padre. Nell’ultima foto postata tra le Stories di Instagram, si vede Helena che stringe la mano dell’uomo. L'articolo “Hanno ritrovato mio papà, sono devastata. Questo è il viaggio più difficile che abbia mai fatto”: Helena Prestes vola dal papà disperso dopo un incidente in Brasile proviene da Il Fatto Quotidiano.
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È morto a 55 anni Arlindo de Souza, il bodybuilder dai bicipiti “giganteschi”: “Ucciso dalle iniezioni di Synthol”
Il bodybuilder Arlindo de Souza è morto in Brasile lo scorso martedì 13 gennaio. La famiglia ha dato la notizia della scomparsa, causata da un’insufficienza renale e dai polmoni pieni di liquidi. Arlindo era diventato noto sui social per i suoi bicipiti giganteschi, dalla circonferenza di 73 centimetri. Le dimensioni impressionanti delle braccia di “Anomalia” (soprannome di Arlindo) erano frutto delle iniezioni di Synthol. Si tratta di un olio utilizzato per aumentare artificialmente il volume muscolare. De Souza non aveva mai nascosto di aver fatto uso di sostanze chimiche e di altre pratiche vietate nel mondo del bodybuilding. Successivamente, però, il 55enne si era pentito, lanciando anche un appello ai giovani per invitarli a evitare sostanze per aumentare in maniera artificiale la massa muscolare. In Brasile, la storia di “Anomalia” era citata come esempio della cosiddetta “Battaglia dei muscoli”, ossia una competizione di bodybuilding non ufficiale. Il caso di Arlindo non è isolato. Nel 2022, il bodybuilder brasiliano Vadir Segato è morto a seguito di alcune iniezioni nei bicipiti di una miscela di lidocaina e alcol benzilico. L’uomo era diventato famoso su Tiktok, dove girava brevi video in cui mostrava i muscoli. Nel 2025, invece, il 28enne Kirill Tereshin (soprannominato “Il Braccio di ferro russo”) era stato ricoverato in ospedale dopo essersi iniettato olio nei bicipiti. L'articolo È morto a 55 anni Arlindo de Souza, il bodybuilder dai bicipiti “giganteschi”: “Ucciso dalle iniezioni di Synthol” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il procuratore brasiliano Gakiya in Italia loda le misure antimafia: non sa che qui tanti sperano nella loro revoca
Arriva dal Brasile il “fantasma del Natale futuro” e in Commissione Antimafia, grazie al procuratore Lincoln Gakiya – decano dell’Ufficio del Pubblico Ministero dello Stato di San Paolo – l’Italia si specchia nel suo migliore “made-in”: politiche sociali, carceri degne, 41 bis, indagini finanziarie, misure di prevenzione patrimoniali, lotta alla corruzione politica e dei colletti bianchi. Un “film” noto in Italia, che qualcuno però vorrebbe cancellare dalle teche. L’audizione che si è svolta a Palazzo San Macuto si colloca nella serie dedicata meritoriamente ai rapporti con il Sud America volti soprattutto ad aumentare la capacità italiana si interferenza nel narcotraffico, principale motore di accumulazione illecita di capitali per le organizzazioni criminali transnazionali. Il procuratore Gakiya ha sulle spalle 35 anni di servizio nel Pubblico Ministero, sempre a San Paolo, quasi tutti spesi contro l’organizzazione criminale più vicina alla mafia italiana che è il PCC, il Primo Comando della Capitale. Ha cominciato a lavorare nel 1991 e racconta con commozione di aver assistito in tv ai servizi sulle stragi di Capaci e di Via D’Amelio, riconoscendo in Falcone e Borsellino dei modelli universali. Il Brasile e in particolare il porto di Santos nello Stato di San Paolo sono diventati una specie di gigantesco imbuto che raccoglie la cocaina prodotta tutta attorno per spedirla via mare sul ghiotto mercato europeo, dove un chilo di cocaina acquistato a mille dollari può essere rivenduto anche a 80mila dollari. Il grande broker del mercato sudamericano è da anni in maniera indiscussa il PCC, che ha a sua volta un partner inossidabile per capacità e capillarità: la ‘ndrangheta italiana. L’ultimo carico intercettato da una operazione di polizia internazionale al largo delle coste europee pesava oltre dieci tonnellate. Chissà quanti altri sono arrivati a destinazione!? Il Procuratore è da anni sulla lista dei condannati a morte, quando si muove (poco e soltanto tra ufficio e casa) lo fa con un dispositivo di settanta uomini a protezione, senza farsi troppe illusioni: gli omicidi “eccellenti” purtroppo in Brasile ad opera del PCC si consumano con macabra efficienza. Ma oltre all’analisi del fenomeno, ciò che davvero colpisce della testimonianza del procuratore sono alcune precise riflessioni che alle nostre orecchie suonano (o dovrebbero suonare!) come una sveglia. Quali? Eccone alcune. Come nasce il PCC? Nasce in carcere come reazioni da parte di alcuni detenuti a condizioni ritenute inumane e degradanti, una sorta di “mutua criminale” in anni nei quali lo Stato ci andava con la mano pesante e i morti nella repressione delle rivolte che scoppiavano si contavano a decine. Come a dire: a chi conviene lasciare le carceri italiane sovraffollate e mortificanti? Era proprio necessario criminalizzare penalmente la disubbidienza passiva, come hanno fatto Nordio e Meloni? Perché il PCC si diffonde in tutto il Brasile diventando, come le mafie nostrane, una sorta di Stato parallelo capace addirittura di generare una sorta di “simpatia” tra la gente più povera? Perché in assenza di risposte concrete da parte dello Stato sul piano delle politiche sociali, in tanti hanno trovato conforto nei “favori” della malavita. Come a dire: a chi conviene la programmata devoluzione di sovranità che il governo Meloni ha messo nero su bianco rispetto al destino delle aree interne del nostro Paese? Perché lasciare milioni di italiani senza accesso a cure mediche essenziali, senza scuole adeguate, senza case popolari, senza infrastrutture essenziali alla mobilità quotidiana e in alcuni casi senza acqua potabile, senza sicurezza alimentare, senza opportunità di lavoro, senza una giustizia prossima ai più vulnerabili? Cosa bisogna fare per contrastare il PCC? Ispirarsi agli strumenti che l’Italia ha creato in quella stagione tragica ma tenace tra il 1982 e il 1993: il 416 bis. Il Brasile sta faticosamente discutendo l’inserimento di un reato “associativo” sulla scorta del nostro, ma non ci è ancora riuscito; intensificare le indagini finanziarie (cfr. Falcone e Pio La Torre), illuminare soprattutto il passaggio tra il denaro contante con il quale sempre si compra la “dose” in strada e la sua trasformazione in criptovaluta funzionale al riciclaggio; introdurre misure di prevenzione patrimoniali cioè sequestri e confische basate sulla inversione dell’onere della prova. Sì, lo ha proprio detto, in portoghese, certo, ma la traduttrice non ha avuto esitazione: è il sospettato che deve dimostrare la provenienza lecita delle ricchezze sproporzionate di cui dispone e non viceversa. Questo è la battaglia “politica” più importante per il Procuratore, perché il Brasile questo strumento non ce l’ha. Fortunatamente nessun parlamentare italiano si è preso la briga di spiegare al Procuratore che qui da noi in tanti si augurano l’annientamento di queste misure. Al limite qualcuno, in vena di affari, avrà pensato di rivendergliele: usate poco e tenute bene. L'articolo Il procuratore brasiliano Gakiya in Italia loda le misure antimafia: non sa che qui tanti sperano nella loro revoca proviene da Il Fatto Quotidiano.
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