Prima l’emergenza pista allagata a pochi giorni dal via, poi il clamoroso
cratere in pista prima della sprint, adesso anche i lividi e le ferite dei
piloti a causa dell’asfalto che si è staccato dalla pista. Il ritorno in Brasile
a distanza di 20 anni (e a Goiania a distanza di 40 anni) non è stato un
successo. E infatti più che della vittoria di Marco Bezzecchi, si parla della
questione sicurezza. A fine gara infatti i piloti hanno mostrato i segni delle
ferite e i lividi sul corpo.
Il motivo è l’asfalto, che ha iniziato a sgretolarsi in alcuni punti chiave del
circuito e i piloti si sono ritrovati addosso pezzi di pietre “sparati” dalle
moto davanti, in una situazione più che al limite per i piloti della top class.
Alex Rins si è presentato in TV con il dito ferito dopo essere stato colpito da
una pietra già al primo giro. Poi a spiegare bene tutto è stato Alex Marquez,
che ha mostrato lividi e ferite sul braccio, spiegando chiaramente i motivi:
“Tra le curve 10 e 11, tutto l’asfalto si stava staccando, con tutte le pietre,
tutto questo”. E tra i colpiti c’era anche Enea Bastianini, anche lui vittima
dell’asfalto che continuava a rompersi giro dopo giro.
Ma non è stata solo sfortuna o comunque un episodio isolato, perché i primi
problemi erano già emersi dopo le gare delle classi minori, al punto che la
Direzione Gara ha deciso di ridurre la corsa della MotoGp da 31 a 23 giri pochi
minuti prima del via. Anche Michelin, infatti, negli attimi immediatamente
successivi alla gara, ha chiarito che il problema era il degrado della pista,
non le gomme come inizialmente si era ipotizzato.
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volano pezzi di pietre. I piloti mostrano le ferite in tv proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Brasile
Clamoroso quel che è accaduto prima della gara Sprint del Gp del Brasile,
secondo appuntamento del Mondiale 2026 di MotoGp: sulla pista di Goiania si è
aperto un buco in pista. Il cratere nell’asfalto, proprio sul rettilineo
d’arrivo, ha costretto gli organizzatori a una riparazione in extremis.
La buca è stata riempita, ma la gara Sprint è stata rinviata di 20 minuti: il
via ufficiale, previsto alle ore 19 italiane, è stato posticipato alle 19.20.
Sono invece saltate le qualifiche della Moto3 e della Moto2: verranno disputate
forse dopo la Sprint.
Secondo quanto riferito dalla direzione gara, il grosso buco in pista è dovuto
alle forte piogge che sono cadute in questi giorni sul circuito di Goiania,
provocando allagamenti. Il terreno sottostante, colmo di acqua, avrebbe quindi
ceduto all’improvviso.
L'articolo MotoGp, c’è un buco in pista: clamoroso in Brasile, rinviata la gara
Sprint proviene da Il Fatto Quotidiano.
Quella tra Carlos Alcaraz e Joao Fonseca è senza dubbio la sfida più
interessante del secondo turno del Masters 1000 di Miami. Il numero uno al mondo
contro chi aspira ad arrivare ai vertici: i due si affronteranno nella notte tra
venerdì e sabato, non prima di mezzanotte. Uno scontro che lo stesso Joao
Fonseca ha reso ancora più incandescente già alla vigilia. Il motivo? Una maglia
del Brasile indossata da Carlos Alcaraz durante la conferenza stampa pre partita
a Miami.
Un gesto che non è passato inosservato, tanto che lo stesso Joao Fonseca ha
raccontato i retroscena nel backstage: “Prima della partita ho visto Carlos
nello spogliatoio e mi ha detto: ‘Guarda, oggi vado col Brasile’. E io gli ho
risposto: ‘Ti stai preparando così il pubblico non ti va contro domani’”, ha
spiegato il giovane brasiliano sorridendo e scherzando, ma non troppo.
Dietro il clima scherzoso e l’ironia c’è infatti un fondo di verità: il fatto
che il pubblico di Miami sia per larga parte composto da latinoamericani può
fare tutta la differenza del mondo e Alcaraz lo sa. Ma lo sa anche Fonseca, che
in conferenza stampa è poi tornato sulla questione: “Spero che il pubblico stia
dalla mia parte”, ha concluso il giovanissimo tennista 20enne.
Per Fonseca è un 2026 fin qui “sfortunato” per quanto riguarda i sorteggi: dopo
aver affrontato Jannik Sinner agli ottavi di finale di Indian Wells, infatti
adesso affronterà Carlos Alcaraz già al secondo turno del secondo Masters 1000
sul cemento americano. Servirà un’altra prova perfetta da parte del brasiliano.
E anche quella potrebbe non bastare: contro Sinner aveva già fatto vedere buone
cose, ma perdendo in due set (due tie-break).
L'articolo Alcaraz con la maglia del Brasile, Fonseca lo stuzzica: “La fa solo
per il pubblico”. Oggi lo scontro anche in campo proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Dopo 37 anni di assenza, Goiania si prepara ad accogliere già questo weekend il
ritorno di una gara di MotoGp, ma il maltempo rischia di rovinare tutto. Il
circuito di Goiania infatti è allagato dopo le incessanti piogge cominciate
lunedì notte in Brasile e che ancora oggi continuano senza sosta. Motivo per cui
il gran premio previsto nel weekend è a forte rischio. La situazione è critica:
il tunnel che porta al paddock è totalmente sommerso e in gran parte della pista
ci sono diversi centimetri d’acqua che rendono impraticabile la pista.
Nel tunnel d’accesso al paddock c’erano addirittura 25 centimetri d’acqua e
alcune parti della pista erano sommerse dalla pioggia, soprattutto la prima
curva. La protezione civile ha aveva emesso già lunedì un’allerta meteo per le
abbondanti precipitazioni e le previsioni del weekend non sono per niente
assicuranti. Intanto sono iniziati già ieri sera i lavori per ripristinare il
tracciato, con gli impianti di drenaggio in azione e i macchinari per la pulizia
del fango in azione. Operazioni che continueranno per tutto il weekend.
Il circuito intitolato ad Ayrton Senna – dove l’ultima volta si è corso nel
1989, quando vinse Kewin Schwantz – oggi sembra impercorribile tra curve
impraticabili, specchi d’acqua, fango e paddock sommerso. A rendere il tutto
ancora più complicato è il meteo. Controllando le previsioni nel weekend, la
pioggia proseguirà senza sosta, compreso venerdì, quando piloti e team
scenderanno in pista per le prime prove libere. E mancano meno di 48 ore. Tra
gli addetti ai lavori c’è grande preoccupazione e infatti anche Livio Suppo,
oggi consulente in Moto2 dopo una lunga carriera in MotoGP, ha repostato sui
social le immagini del circuito allagato, a conferma dell’apprensione anche
nell’ambiente. Come riportato da Sky Sport, però, al momento la situazione
critica sembra esser rientrata, ma tanto dipenderà dalle prossime ore.
Non è sicuramente un periodo fortunato per la MotoGp: dopo il rinvio da aprile a
novembre del Gp del Qatar, a Lusail, a causa del conflitto in Medio Oriente,
adesso anche il gp del Brasile a Goiania è a forte rischio. Le prossime ore
saranno decisive: se la situazione dovesse rimanere la stessa, un cancellamento
della gara non è un’ipotesi da escludere.
L'articolo MotoGp, circuito allagato e paddock sommerso: le incognite sul nuovo
Gp del Brasile. Pioggia senza tregua proviene da Il Fatto Quotidiano.
La forma è sostanza. Ci piaceva molto partire come non si dovrebbe partire mai:
con una frase fatta. Attribuita ad Aristotele, per giunta, laddove l’eroe ideale
è al massimo Aristoteles. La forma però nelle domeniche bestiali diventa
sostanza quando assume le dimensioni, piuttosto voluminose, di una panza di
centravanti, che non se ne fa un cruccio, ma un vanto. Perché l’immagine nelle
domeniche bestiali non è tutto, anzi, conta poco, un cliché che viene a cadere
con leggiadria elefantiaca e che conta come “la forma dell’acqua”.
LA FORMA DELL’ACQUA
Già, se si lotta contro la forma in generale, e nelle domeniche bestiali lo si
fa, si lotta anche contro la forma dell’acqua, a costo di beccare multe salate
come il Little Club James, squadra di Promozione Liguria sanzionata per 150 euro
perché: “Per aver un tesserato della società, dopo il fischio finale,
danneggiato e divelto il meccanismo del rubinetto del bagno degli spogliatoi”.
Non c’è goccia che tenga dunque.
VAR AL BUIO
Eh sì, è accaduto in Germania: in seconda divisione si giocava Preussen
Munster-Herta Berlino e ad un certo punto sull’assegnazione di un calcio di
rigore si è resa necessaria la revisione al var. Nel contempo però un tifoso
incappucciato per protesta ha staccato la spina al monitor, proprio mentre sugli
spalti veniva esposto lo striscione “Staccare la spina al Var”. L’arbitro non ha
potuto vedere nulla se non lo schermo nero, con la decisione finale che è
toccata alla collega varista, che ovviamente a circa duecento chilometri di
distanza aveva le immagini a disposizione e ha concesso il calcio di rigore.
CADO DALLE NUBI
Interessante immaginare la scena della gara di Promozione Liguria in cui Edoardo
Parmigiani della Follo Football Club ha rimediato quattro gare di squalifica:
“Perché al 39^ del 2^T dopo aver commesso un fallo cadeva sopra il giocatore
avversario afferrandolo per il collo”. La frase di Erin Hanson diceva “E se
cado?” “Oh cara mia, e se voli?”. Ecco, lui non volava.
IO SONO UN EROE
Sì, un vero eroe simbolo delle domeniche bestiali Caio, attaccante del Palmas,
squadra minore brasiliana. Il centravanti ventunenne rientrava dopo un
infortunio grave che lo ha tenuto lontano dai campi per diversi mesi,
appesantendolo parecchio. È rientrato nella gara contro il Bela Vista, con i
tifosi avversari che lo hanno apostrofato per tutta la gara per la sua pancia.
Tra un coro offensivo e l’altro Caio ci ha messo una rovesciata meravigliosa su
calcio d’angolo, trovando il gol. L’attaccante dopo il gol capolavoro è andato
verso i tifosi avversari, esultando sollevando la maglietta e mostrando la
pancia.
L'articolo Preso in giro per la pancia: segna un super gol e la mostra ai tifosi
| Domeniche Bestiali proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mentre sono in fila, alcuni turisti danno un ultimo ritocco al trucco prima di
sfilare sul tetto di una piccola casa nella favela più grande di Rio de Janeiro,
posando per un drone che si allontana e mostra la vista aerea della comunità
collinare. Con una base musicale accattivante, il video della favela di Rocinha
è diventato virale sui social media proprio mentre Rio registra un numero record
di turisti. Il successo dell’attrazione, si legge sui media locali, è tale che
alcuni visitatori aspettano fino a due ore per filmarsi, al costo di almeno 150
reais (30 dollari). Di recente, c’è stata persino una proposta di matrimonio. La
situazione ha anche generato critiche, con decine di commenti che accusano i
visitatori di idealizzare la povertà e la criminalità in una comunità a basso
reddito dove operano i narcotrafficanti.
L’IDEA DI NA FAVELA TURISMO
“Non stiamo idealizzando la povertà. Vogliamo cambiare il pregiudizio che esiste
nella mente delle persone”, ha affermato Renan Monteiro, fondatore di Na Favela
Turismo, come si legge su TicoTimes. Il video è il risultato degli sforzi per
mostrare ai turisti “il lato positivo della favela“, sostiene. Monteiro spiega
che i turisti possono raggiungere il tetto per filmare solo tramite un tour,
durante il quale si muovono in un labirinto di vicoli, incontrano artisti locali
o assistono a uno spettacolo di capoeira, mentre i residenti svolgono le loro
attività quotidiane. Rocinha “ha questa immagine di qualcosa di brutto,
pericoloso… Ho trovato davvero affascinante vedere l’atmosfera”, dice Gabriel
Pai, un costaricano di 38 anni, dopo aver posato per il suo scatto con il drone.
Anche Ingrid Ohara, influencer brasiliana con 12 milioni di follower su
Instagram e 20 milioni su TikTok, non ha voluto perdere l’occasione. Attraversa
il tetto con cuffia e accappatoio prima di toglierli per rivelare un vestitino,
volteggiando mentre il drone si allontana. “Questi video che realizzo ottengono
molte visualizzazioni, ed è per questo che ho voluto farne uno a Rocinha, perché
sta diventando virale in tutto il mondo”, ha detto. Le immagini “mostrano il
nostro Paese, la nostra Rio de Janeiro, questo fa parte della nostra cultura”,
aggiunge.
UNA NUOVA RINASCITA PER IL TURISMO
Monteiro, cresciuto a Rocinha, ricorda i primi tempi del turismo “in stile
safari” nella favela, quando gli stranieri arrivavano a bordo di jeep scoperte.
Nel 2017, un turista spagnolo fu ucciso da un colpo di arma da fuoco durante una
sparatoria tra polizia e narcotrafficanti, e il turismo subì una battuta
d’arresto. Quando riprese anni dopo, Monteiro cercò un modo sicuro per
promuovere la favela, che ospitava oltre 70.000 persone. Insieme ai leader della
comunità, ha ‘mappato’ i percorsi turistici e creato un’app per tracciare la
posizione delle guide. In caso di un’operazione di polizia contro i
narcotrafficanti, le guide comunicano di annullare le visite in corso. La sua
azienda ha formato 300 guide locali e dieci piloti di droni. Il pilota Pedro
Lucas, 19 anni, ha affermato di avere poche prospettive prima che questo lavoro
gli “cambiasse” la vita. “Guadagno bene e sarebbe bello se più persone della
favela avessero la stessa opportunità”. Anche i proprietari delle case i cui
tetti e terrazze vengono usati per le visite si fanno pagare.
Il turismo a Rio ha recentemente subìto un’impennata. L’agenzia governativa per
il turismo Embratur ha dichiarato che solo a gennaio ci sono stati quasi 290.000
visitatori internazionali, una cifra record. A febbraio, Na Favela Turismo ha
registrato 41.000 visitatori a Rocinha e Vidigal. Claudiane Pereira dos Santos,
una collaboratrice domestica cinquantenne, celebra la “febbre” del turismo. “La
gente associa immediatamente (Rocinha) alla criminalità. E non è così. Ci sono
molte persone laboriose, persone meravigliose.” “Riconosco che alcuni residenti
la considerino una legittima fonte di reddito”, afferma Cecilia Olliveira,
direttrice esecutiva dell’Instituto Fogo Cruzado, che monitora la violenza
armata nelle comunità a basso reddito. “Il problema sorge quando la favela
smette di essere un quartiere vivace e complesso, attraversato da
disuguaglianze, e diventa semplicemente un contrasto esotico o lo sfondo di
contenuti di impatto” chiosa.
L'articolo “La povertà e la criminalità vengono idealizzate”: i video degli
influencer nella favelas sono virali ma sommersi dalle critiche proviene da Il
Fatto Quotidiano.
“Manda esse lixo janela abaixo, aí”. Già che ci sei, tira quell’immondizia dal
finestrino…
Esattamente cinque anni fa, l’8 marzo 2021, il Supremo Tribunal Federal
brasiliano – ultima istanza di giudizio – avviò, con una prima sentenza, un
processo di revisione che, in un paio di tappe, avrebbe rapidamente portato alla
cancellazione di tutti i processi contro l’allora ex presidente Luiz Inácio Lula
da Silva, popolarmente noto come “o Lula”, a suo tempo condannato, in primo e
secondo grado, a 12 anni di carcere per il molto aleatorio delitto di
“corruzione passiva” e per un altrettanto vago reato di “riciclaggio di denaro”.
Il STF, in realtà, non assolse “o Lula”. Semplicemente annullò – per
“incompeténcia” e per “suspeicião”, ovvero perché affidate ad un tribunale non
competente e perché condotti da giudici non imparziali – tutti e tre i processi
che lo avevano fin lì condannato. Escluso dalla corsa presidenziale dell’ottobre
2018 (poi vinta dall’ultrareazionario “nostalgico” Jair Bolsonaro), Luiz Inácio
Lula da Silva poteva ora, finalmente, tornare a correre. E le cronache ci
raccontano come, correndo, nell’ottobre del 2022, abbia poi di stretta misura
battuto proprio Jair Bolsonaro, per la terza volta tornando al Palacio do
Planalto. E dove – dovesse tra sei mesi rivincere le elezioni – potrebbe
rimanere per altri quattro anni, uscendone infine, ormai 85enne, con il manto
del più longevo dei presidenti della Storia brasiliana.
Molti – a partire ovviamente dal medesimo Lula – qualificarono cinque anni fa
quella sentenza del STF come un trionfo della verità e della giustizia. Tutto
giusto, tutto vero. Vale però egualmente la pena – per adeguatamente ricostruire
la storia di questa “risurrezione” e per coglierne a fondo il chiaroscuro, la
vera natura, i limiti e le contraddizioni – partire proprio dalle tenebre. Vale
a dire: proprio dalla frase che, come una sentenza senza ritorno, apre il post.
“Manda esse lixo janela abaixo, aí”. Già che ci sei, tira quell’immondizia dal
finestrino…
Era il 7 aprile 2018. “Esse lixo”, quell’immondizia, era proprio lui, Il
“criminale” Luiz Inácio da Silva. E il finestrino in questione era quello
dell’aereo che trasportava l’ex presidente da São Paulo, dove aveva appena
terminato un comizio d’addio nello storico quartiere industriale di São Bernardo
do Campo, al carcere speciale di Curitiba.
Pronunciata da un mai identificato controllore di volo e captata, pare, da un
radioamatore, quella frase aveva fatto in un lampo il giro dei social e,
regolarmente seguita dallo slogan “o Lula na cadeia”, Lula in gattabuia, era
immediatamente diventata la colonna sonora di quella che, dalla destra
brasiliana, veniva allora vissuta come la definitiva caduta nella proverbiale
“pattumiera della Storia” d’un personaggio – l’operaio metallurgico
“nordestino”, il “comunista” – che per quella destra proprio dalla pattumiera
era venuto.
Che cos’era accaduto? In che modo “o Lula” – che solo sette anni prima, quando
nel 2012 aveva terminato il suo secondo mandato, vantava indici di gradimento
superiori all’80% – era finito o stava per finire in quella pattumiera?
Raccontato in estrema sintesi, questo è quel che è successo. Nel 2003, Luiz
Inacio Lula da Silva, il proletario che negli anni ’70 aveva guidato nella
periferia di São Paulo i primi scioperi contro la dittatura – aveva vinto (al
suo terzo tentativo) la corsa presidenziale alla testa del suo Partido dos
Trabalhadores (PT). Lo aveva fatto sulla base d’una politica di molto moderato
riformismo che per otto anni, nel pieno d’un prolungato “boom” delle materie
prime, avrebbe poi garantito al Brasile molti e tangibilissimi benefici: tassi
di crescita “cinesi”, uno stato di esuberante salute economica, inediti
traguardi di progresso sociale sociale (36 milioni di brasiliani usciti da un
fino ad allora cronico stato di povertà) e, grazie al carisma di Lula, molto
visibile protagonismo politico su scala globale.
Lula, in quegli anni, piaceva apparentemente a tutti. Alla super élite
“globalista” di Davos e agli “alternativi” del Foro Sociale Mondiale (del quale
Lula era stato, nel 2005 a Porto Alegre, tra i più applauditi protagonisti).
Lula era amato, senza distinzioni, da socialdemocratici e da “rivoluzionari”.
Poi, il vento era cambiato. Già nel 2013 il “vento di coda” delle materie prime
era cessato, e il Brasile, ora sotto la guida Dilma Rousseff, era caduto in una
crisi profonda. Marcata da grandi proteste sociali, questa crisi era poi stata
esasperata da un’inchiesta giudiziaria che, poi passata alla storia come il
“Lava Jato”, aveva impietosamente rivelato il lato oscuro della ritrovata
democrazia brasiliana. Era silenziosamente cominciata, quell’inchiesta, in quel
di Curitiba, agli albori del 2014. E inizialmente non aveva, come oggetto, che
alcune irregolarità amministrative registrate nei centri di lavaggio auto legati
alle stazioni di servizio di Petrobras, l’azienda petrolifera dello Stato.
Quella che era inizialmente una piccola e molto locale, mareggiata era però
rapidamente diventata uno tsunami grande non solo come il Brasile, ma come
l’intera America Latina.
C’erano dentro tutti, in quell’inchiesta. In Brasile e non solo in Brasile.
Quello che andava di ora in ora spettacolarmente scoperchiando Sergio Moro, il
molto visibile, loquace e – come poi è apparso chiaro – molto politicamente
motivato giudice che la guidava, era un gigantesco e strutturale, “organico”,
sistema di tangenti legato, dentro e fuori dal Brasile, agli appalti per i
lavori di Petrobras.
Ovvia domanda: come e perché – conquistata la presidenza in base ad un programma
che sia pur con moderati accenti, prevedeva un rinnovamento e una “ripulitura”
anticorruzione dello Stato – il PT era finito poi nel calderone?
La risposta è molto semplice e, al tempo stesso, terribilmente complessa. Tanto
complessa da essere, probabilmente, irrisolvibile. Popolarissimo, ma privo d’una
maggioranza parlamentare, Lula poteva – come ogni altro presidente brasiliano –
governare il Paese solo attraverso una coalizione. E in Brasile “coalizzarsi”
sostanzialmente significava allora – e tuttora significa – venire a patti con la
vischiosa realtà dei poteri locali e clientelari storicamente rappresentati da
un partito che, non per caso, viene popolarmente chiamato “o partido pega-tudo”,
il partito attacca-tutto”. Vale a dire: il Pmdb (Partido do Movimento
Democrático Brasileiro), che pur non avendo mai eletto con voto diretto un suo
presidente della Repubblica, della Repubblica è sempre stato, in tempi di
democrazia, “l’ago della bilancia”. E questa, ancor oggi, a cinque anni dalla
“assoluzione” di Lula, resta la domanda: in che misura Lula è “personalmente”
entrato nel sistema? Quali personali vantaggi ha tratto nel vortice delle
bustarelle rivelato dal “Lava Jato”?
Lula era, in realtà, finito in carcere per una marginalissima e, nella sua
banalità, molto oscura vicenda legata alla ristrutturazione d’un appartamento
triplex – mai diventato di sua proprietà – in quel di Guarujá, la non
particolarmente lussuosa spiaggia di São Paulo. Poca, pochissima roba, molto
meno d’una briciola se valutata nel calderone del “Lava Jato”. Poca e, nelle sue
più essenziali parti, anche molto vagamente provata.
Questi erano i fatti. E questi sono i fatti che la sentenza emessa 5 anni fa dal
STF ha ristabilito. Il primo: che i reati commessi da Lula – se davvero di reati
si trattava – nulla avevano a che fare con il “Lava Jato”. Il secondo: che quel
legame era stato creato ad arte da giudici “non imparziali”. Ovvero che, come
fin dall’inizio era apparso evidente a chiunque avesse con obbiettività
esaminato il caso – e come lo stesso Sergio Moro avrebbe poco più tardi
provveduto a implicitamente confessare, diventando ministro della Giustizia nel
governo di Jair Bolsonaro – “o Lula” era stato oggetto o, meglio, la preda d’una
vera e propria caccia all’uomo.
Insomma: tutto sbagliato, tutto da rifare. E, nel rifarsi, tutti i processi
contro Lula sono poi finiti nel nulla, per prescrizione o per l’inconsistenza
dei capi d’accusa. Lula ha potuto partecipare alle presidenziali dell’ottobre
2021. Le ha vinte. E a finire in carcere – condannato a 27 anni per tentato
colpo di Stato dopo la sua sconfitta nelle urne – è stato invece, dopo l’assalto
a Planalto dell’8 gennaio 2022, proprio Jair Bolsonaro.
Si trattasse d’una favola, si potrebbe chiudere qui il racconto, osservando
come, in un classico lieto fine, “o lixo” l’immondizia da gettare “janela
abaixo”, fuori dal finestrino in direzione della pattumiera della Storia (con
“S” maiuscola”), sia quello che della storia (con “s” minuscola) è l’uomo
cattivo, il nemico della democrazia. Quella che vive il Brasile non è però una
favola. Il prossimo ottobre l’ormai ottantunenne Luiz Inácio Lula da Silva
tornerà – in un’ennesima e sempre più stanca replica – a confrontarsi con un
Bolsonaro. Non con Jair Messiah che si trova meritatamente “na cadeia”, ma con
suo figlio Flavio (un classico e molto sinistro caso di “talis pater”). E i
sondaggi prevedono un incertissimo testa a testa.
“O Lula” è risorto. Ma molte delle speranze che, 23 anni fa, avevano
accompagnato la sua vittoria e poi i lunghi anni della sua auge sono rimaste
sottoterra. La democrazia brasiliana è ancora viva (anche se non troppo vegeta).
E come “o Lula” piega di rughe, cicatrici e ancor sanguinati ferite, lotta per
sopravvivere in una America Latina che, quasi ovunque – in Argentina, in Cile,
in Ecuador, in Bolivia – va, con ovvie nostalgie dittatoriali, scivolando verso
destra. Lotta per resistere, non per vincere.
L'articolo Cinque anni fa la sentenza che salvò Lula. Ora la democrazia in
Brasile non lotta per vincere, ma per sopravvivere proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Karla Thaynnara aveva 25 anni e migliaia di follower sui social. Lo scorso 3
marzo è morta in seguito a un incidente stradale e il padre, non riuscendo a
sopportare il dolore, si è tolto la vita. Una doppia tragedia che viene
raccontata dal Correio Braziliense.
LA DINAMICA DELL’INCIDENTE
La moto sui viaggiava Karla si è scontrata con un’auto su un’autostrada vicino a
Brasília. Una volta caduta sull’asfalto, la ragazza è stata travolta da un
camion che non è riuscito ad evitare l’impatto. Suo padre, l’ufficiale di
polizia militare in pensione José Carlos Andrade Nogueira, giunto sul luogo
dell’incidente, dopo aver appreso della morte della figlia, si è tolto la vita
malgrado gli agenti intervenuti sul posto abbiano tentato invano di intervenire.
Poco dopo l’incidente, la famiglia ha rilasciato una dichiarazione sul profilo
Instagram di Karla: “Cari amici e familiari. È con grande tristezza che
annunciamo la scomparsa di Karla Thaynnara. È rimasta coinvolta in un incidente
in moto e non è sopravvissuta. Ringraziamo tutti per il sostegno e chiediamo
preghiere”. Karla lascia una figlia piccola. Sui social era solita condividere
scatti non solo con lei e con i genitori, ma anche foto che evidenziavano la sua
passione per le moto e per il fitness.
L'articolo Influencer muore in un incidente stradale, poco dopo il padre si
suicida per il dolore proviene da Il Fatto Quotidiano.
I fratelli Domingos e Chiquinho Brazão, ex consigliere della Corte dei Conti di
Rio de Janeiro ed ex consigliere comunale, poi deputato federale, sono stati
condannati per essere stati i mandanti dell’omicidio di Marielle Franco, la
consigliera comunale della megalopoli brasiliana e attivista per i diritti umani
assassinata nel marzo 2018 dopo aver partecipato a un incontro sul problema
della violenza contro le donne afroamericane nelle favelas, e del suo autista
Anderson Gomes. Ad accogliere la richiesta di condanna del procuratore sono
stati tre giudici su cinque.
La sentenza arriva a quasi due anni dall’arresto dei fratelli Brazão e a uno
dalla condanna dei due agenti della polizia militare Ronnie Lessa ed Élcio
Queiroz, rispettivamente a 78 anni e 59 anni di carcere, perché autori materiali
dell’omicidio. L’accusa ha stabilito che i due politici hanno commissionato
l’esecuzione della consigliera perché si opponeva alla regolarizzazione di
condomini abusivi costruiti in aree controllate dalle milizie, potenti
organizzazioni criminali paramilitari a loro legate. “L’impunità storica dei
gruppi di miliziani ha alimentato l’escalation di violenza culminata
nell’assassinio di una parlamentare eletta – ha dichiarato il giudice Cristiano
Zanin nel corso del voto – Per le milizie e i gruppi collegati, uccidere
significa solo togliere una pietra dal proprio cammino”.
Anche l’ex capo della polizia locale, Rivaldo Barbosa, è stato dichiarato
colpevole di ostruzione alla giustizia e corruzione dopo essere stato accusato
di aver partecipato alla pianificazione dell’agguato. Gli altri condannati sono
Ronald Paulo Alves Pereira maggiore della Polizia militare, per omicidio, e
Robson Calixto Fonseca, poliziotto militare ed ex collaboratore di Domingos
Brazão, per associazione a delinquere.
L'articolo Brasile, condannati i due mandanti dell’omicidio dell’attivista
Marielle Franco proviene da Il Fatto Quotidiano.
Si è avvicinato al bordo di una cascata alta circa 40 metri con l’obiettivo di
fare una foto ed è precipitato. È morto così Caio Libero Batistela, un turista
di 36 anni. Siamo sul fiume São Jorge, a Ponta Grossa, in Brasile. Secondo la
Cnn Brasil, Batistela ha perso l’equilibrio: “La persona che era con lui ha
raccontato che si è avvicinato molto alla cascata per scattare una foto. Ha
persino cercato di afferrargli i vestiti, ma purtroppo non è riuscita a
trattenerlo e ha rischiato a sua volta di cadere”, le parole del vigile del
fuoco Gustavo Sabatoski.
IL TERRENO RIPIDO E SCIVOLOSO
Le squadre di emergenza sono arrivate sul posto intorno alle 14:50 del 21
febbraio, secondo quanto riportato dai media. I soccorritori avrebbero avuto
difficoltà a raggiungere l’area a causa del terreno ripido e pericoloso. Dopo
l’incidente, il corpo di Batistela è stato trasportato all’Istituto di Medicina
Legale di Ponta Grossa prima di essere restituito alla famiglia. Batistela era
originario di Curitiba, in Brasile, a circa 114 chilometri da Ponta Grossa.
L'articolo “Si è avvicinato al bordo della cascata per fare una foto. La persona
che era con lui ha cercato di trattenerlo per i vestiti ma non ce la
fatta”:36enne cade da 40 metri e muore proviene da Il Fatto Quotidiano.