Un boato, fumo e sangue. A terra 8 morti e 21 feriti. Sono queste le vittime
provocate dall’attacco terroristico che in Siria ha colpito la moschea Imam Ali
Bin Abi Talib a Homs, nel quartiere a maggioranza alawita di Wadi al-Dahab. Per
il ministro degli esteri siriano, Asaad Al Shibani, è l’ennesimo “tentativo
disperato” di destabilizzare il Paese. E ha promesso che i responsabili saranno
puniti. Ma è in atto una strategia della tensione, con nuovi e vecchi attori in
corsa per il potere.
Dopo ore di silenzio, su telegram il gruppo Saraya Ansar al Sunnah ha
rivendicato la paternità dell’attentato che ha colpito il luogo di culto
Alawita. Negli ultimi mesi questo gruppo terrorista siriano, fondato da Abu
Aisha al Shami, ha rivendicato anche altri attentati. Il primo è del giugno
scorso. Ad essere colpita fu la chiesa di Mar Elias, in centro a Damasco: 30
morti e 50 feriti.
Nel maggio scorso, il giornale libanese An Nahar era riuscito ad entrare in
contatto con al Shami. “Il gruppo è nato, a Idlib, prima della caduta del regime
siriano”, aveva dichiarato il leader della milizia fondamentalista. Aggiungendo
di aver fatto parte di “Hayath Tahrir al Sham” milizia radicale fondata da Abu
Mohamad al Jolani, nome di battaglia del presidente siriano Ahmad al Sharaa. Ma
che ora “al Jolani è un infedele”, concludendo di non avere “nessun legame con
lo Stato Islamico in Siria”.
Ma la galassia jihadista nel paese è un buco nero, come ci hanno insegnato gli
ultimi quattordici anni di guerra civile. Un esempio: nell’ottobre scorso, una
indagine della Cnn ha fatto luce sulla sorte del giornalsita Austin Tice, dal
2012 dato nelle mani di un gruppo fondamentalista. Era stato invece incarcerato
dagli uomini del servizio segreto siriano che avevano poi inscenato il sequestro
ad opera dei fondamentalisti. Tice venne infine giustiziano dai servizi siriani,
secondo quanto rivelato a Clarissa Ward, corrispondente della Cnn, da Bassam al
Hassan, vicino all’ex presidente siriano Bashar al Assad.
Proprio gli ex uomini fedeli a Assad, secondo quanto riportano diverse
inchieste, starebbero provando a finanziare una insurrezione sulla costa
siriana. Non più per riportare Bashar al Assad al potere, ma per cercare una
alternativa. A versare milioni di dollari, in stipendi e finanziamenti per
l’acquisto di armi, ci starebbe pensando Rami Makhlouf, cugino di Assad, e per
decenni considerato il Tycoon siriano, con interessi miliardari fra Damasco,
Dubai e capitali europee. Fuggito dal paese nel dicembre scorso, secondo chi gli
è vicino – scrive il New York Times – oggi crede di essere il messia degli
alawiti e di essere in possesso di un testo mistico che gi farebbe presagire gli
eventi. Sta di fatto che sul campo, a coordinare la riorganizzazione del fronte
armato, volando da Mosca a Beirut – conducendo incontri in luoghi sicuri nella
costa siriana -, sarebbero Suheil Hassan, soprannominato “il tigre” per la sua
ferocia in battaglia, un tempo a capo delle forze speciali, e Ghiath Dalla, ex
membro della guardia repubblicana.
Proprio la costa è diventata il nodo cardine per la costruzione della Siria di
domani. A cominciare dall’indagine per far luce sulle responsabilità della morte
di oltre 1500 civili alawiti uccisi nel marzo scorso in una operazione
governativa per – formalmente – reprimere e arrestare membri del regime deposto.
D’allora le imboscate contro gli uomini fedeli al nuovo governo di Damasco sono
continue, mentre si tenta di lavorare nell’opera di riconciliazione fra sunniti
e alawiti, questi ultimi visti come collusi con il vecchio regime. Solo due
giorni fa, tre ufficiali vicini ad Assad sono stati uccisi a Jable, sulla costa,
durante uno scontro a fuoco con le forze fedeli al governo di Damasco.
Mentre nell’ultima settimana le milizie curde delle Forze Democratiche Siriane,
braccio armato del PKK in Siria, un tempo finanziate da Washighton, composte
anche da combattenti stranieri – italiani inclusi -, hanno bomabardato i
sobborghi di Aleppo. Scaricati da Trump, ora interessato a Sharaa, hanno
aumentato la pressione contro l’esercito siriano alla ricerca di un nuovo
accordo più vantaggioso, mentre a fine anno scadrà l’intesa firmata nel marzo
scorso proprio fra Damasco e i curdi volta a una integrazione di questi ultimi
nell’esercito del Paese. Nella Siria di oggi, dietro ogni esplosione, attentato
o imboscata c’è qualcuno che cerca un posto al sole a Damasco.
L'articolo Siria, 8 morti nell’attentato alla moschea di Homs. Bombe e
imboscate: la strategia della tensione degli uomini di Assad proviene da Il
Fatto Quotidiano.