Le forze militari del presidente siriano ad interim, Ahmad al-Sharaa, stanno
entrando da ieri nelle città del Rojava nella Siria nord-orientale. La prima a
essere invasa dai mezzi corazzati di Damasco è Hasakah – capitale del Rojava- in
base a un nuovo accordo firmato venerdì scorso tra il governo centrale siriano e
le Syrian Democratic Forces (Sdf) a guida curda. Le unità del Ministero
dell’Interno di Damasco hanno inoltre iniziato a dispiegarsi nei principali
centri urbani dell’ex regione autonoma, come Qamishli.
Questo accordo, raggiunto subito dopo l’estensione del cessate il fuoco, segna
un passo fondamentale verso il pieno controllo governativo su aree a lungo
amministrate autonomamente dal PYD. È il partito che aderendo alle teorie di
autonomia confederalista- democratica – socialista di Abdullah Ocalan, nel 2013
ha gettato le fondamenta di questo inedito esperimento sociale in Medio Oriente
difeso finora dalle Sdf.
Con questo patto sembrano terminati, almeno per ora, i giorni di intensi
combattimenti tra le truppe di al-Sharaa e le Sdf, fino a qualche mese fa ancora
sostenute dagli Stati Uniti. Gli scontri erano scoppiati il mese scorso dopo il
fallimento dei colloqui, durati per tutto il 2025, circa un piano per integrare
le unità curde nelle forze di sicurezza siriane del dopoguerra, in seguito al
rovesciamento del governo di Bashar Assad nel dicembre 2024. In base
all’accordo, i combattenti curdi saranno gradualmente assorbiti nell’apparato di
sicurezza ufficiale siriano ma non a livello individuale. Mazloum Abdi, il
comandante curdo a capo delle Sdf è riuscito almeno a ottenere che questa sua
richiesta venisse soddisfatta da Damasco.
Nel dettaglio l’accordo prevede la creazione di una nuova divisione militare
composta da tre brigate provenienti dalle unità delle Sdf e da una quarta
brigata composta da combattenti curdi di stanza a Kobane, città curda nella
provincia di Aleppo ( che non fa parte del Rojava ma che è diventata il simbolo
della strenua resilienza dei curdi contro l’Isis nel 2014). Anche la governance
civile sarà rimodellata, con l’integrazione di istituzioni curde autonome nelle
strutture statali siriane, la salvaguardia dei diritti civili e di istruzione
dei curdi e il ritorno dei residenti sfollati a causa dei combattimenti.
Di fatto è la fine del Rojava senza ulteriore spargimento di sangue. Ma di certo
ne sono contente solo le tribù arabe che mal sopportavano di essere governate
dai curdi dopo che le Sdf si erano espanse conquistando anche zone a maggioranza
araba come Raqqa, Deir Erzor, Taqba, ovvero l’area dove ci sono i giacimenti di
gas e petrolio, questo di ottima qualità che non necessita di essere raffinato.
Ora sarà Damasco a gestire pozzi e giacimenti e a incassare i proventi delle
vendite. Intanto il problema dei membri dell’Isis che erano sotto custodia delle
Sdf non è stato di fatto risolto visto che molti sono fuggiti e solo poche
migliaia sono state trasferite nelle carceri irachene. Una situazione che
continuerà a mettere in pericolo la vita dei civili curdi.
L'articolo La fine del Rojava. Le città passano nelle mani della Siria e le
unità curde saranno integrate nell’esercito di Damasco proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Siria
Entra oggi in vigore l’accordo annunciato venerdì tra Damasco e le autorità
curdo-siriane che prevede l’integrazione progressiva delle forze e
dell’amministrazione curde in quelle agli ordini del leader Ahmad Sharaa. E
questo dopo mesi di stallo e a seguito dei recenti combattimenti nel nord e nel
nord-est del paese. La nuova intesa, raggiunta dopo forti pressioni
statunitensi, stabilisce il completamento del dispiegamento delle forze di
Damasco nelle aree controllate dai curdi, e segna un arretramento delle
aspirazioni di autonomia maturate durante la guerra civile tra il 2012 e il
2024, mentre il potere di Damasco punta a stabilire la propria autorità nella
ricca regione nord-orientale siriana. Nelle prossime ore è previsto l’ingresso a
Kobane.
L'articolo Truppe di Damasco ad Hassaké dopo l’accordo con le autorità curde:
atteso l’ingresso a Kobane – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
Quanto accaduto nell’ultimo mese nella regione dell’Amministrazione autonoma
della Siria del Nord e dell’Est, diretta dalle Forze democratiche siriane (Fds)
a guida curda, può essere letto in due modi opposti, a seconda del soggetto con
cui inizia la frase: i curdi, per realizzare la loro strategia, cercano alleanze
tattiche che si rivelano perdenti; oppure, Stati guidati da leadership ciniche
usano alleanze tattiche con i curdi per realizzare le loro strategie e vincono.
Nell’uno e nell’altro caso, il proverbio “gli unici amici dei curdi sono le
montagne” si conferma vero e attuale.
Gennaio ha visto grandi stravolgimenti in Siria. Dapprima gli scontri tra
l’esercito e le Fds nella città di Aleppo, che hanno causato la morte e il
ferimento di almeno 20 civili. A seguire, la conquista delle città di Raqqa,
l’ex “capitale” dello Stato islamico, e di Deir Ezzor. Poi, alla metà del mese,
il presidente siriano Ahmed al-Sharaa ha emanato il decreto n. 13 del 2026 sui
diritti dei curdi in Siria e ha annunciato un accordo con il comandante delle
Fds, Mazloum Abdi, su amministrazione civile, valichi di frontiera, integrazione
in materia di sicurezza e controllo statale dei siti di detenzione legati allo
Stato islamico.
L’accordo è venuto meno il 19 gennaio, portando a una breve ripresa delle
ostilità: breve, ma secondo le Nazioni Unite circa 11.000 persone sono state
costrette a fuggire verso Qamishli, nella provincia di al-Hasake, a causa dei
combattimenti o per timore di un’ulteriore escalation. Il 20 gennaio è stato
annunciato un cessate il fuoco di quattro giorni entro i quali, secondo le
autorità di Damasco, le Fds avrebbero dovuto concordare un piano di
“integrazione pacifica” di quella regione. Da lì la definitiva capitolazione, a
cui Usa, Turchia e Israele hanno guardato come spettatori nient’affatto
disinteressati.
Le autorità siriane hanno dunque assunto il controllo di alcune strutture di
detenzione in cui erano trattenute persone a causa della loro presunta
affiliazione allo Stato islamico: al-Aqtan, Roj e soprattutto al-Hol, dove si
trovano quasi 25.000 detenute e detenuti: siriani ma anche di più di 40 diverse
nazionalità. È un girone infernale che abbiamo già descritto in questo blog che
vede, fianco a fianco, oltre che un enorme numero di minorenni, anche aguzzini e
vittime: militanti arabi dello Stato islamico e donne yazide vittime del
genocidio del 2014.
Nel frattempo, il 21 gennaio, il Comando centrale Usa ha reso noto di aver
trasferito in Iraq 150 detenuti sospettati di avere legami con lo Stato
islamico. Sono stati annunciati ulteriori trasferimenti, che riguarderebbero un
totale di 7000 detenuti di varie nazionalità (siriane e irachene ma non solo),
un settimo dei quali minorenni.
Non è però del tutto una buona notizia: in Iraq chi è sospettato di aver fatto
parte dello Stato islamico rischia maltrattamenti e torture e anche la pena di
morte. Questo genere di trasferimenti viola il principio inderogabile del non
respingimento, in base al quale non si può inviare una persona in uno stato dove
rischi di subire gravi violazioni dei diritti umani.
Nel 2022, centinaia di detenuti di nazionalità irachena erano già stati
trasferiti in Iraq dai centri di detenzione del nord est della Siria. Due anni
dopo, Amnesty International denunciò che sei di loro erano stati torturati nelle
prigioni natie, mediante pestaggi, scariche elettriche e violenza sessuale.
Amnesty International ha sollecitato i nuovi supervisori dei campi di detenzione
a individuare le persone che dovrebbero essere indagate e processate per crimini
di diritto internazionale, quelle da rimpatriare negli stati di origine e,
infine, quelle che dovrebbero essere scarcerate.
Sarà fondamentale, inoltre, mettere in sicurezza e preservare le prove dei
crimini di diritto internazionale commessi dallo Stato islamico, inclusi i
luoghi delle atrocità e le fosse comuni, così come le prove documentali presenti
nelle strutture di detenzione.
Le prove dei crimini lasciate sul campo saranno fondamentali per chiarire il
destino e il luogo in cui si trovano le persone siriane fatte sparire dallo
Stato islamico, nonché per indagare e processare i responsabili di crimini di
diritto internazionale, compresi i crimini di guerra e i crimini contro
l’umanità.
Per chiudere, torniamo alle considerazioni iniziali. Quel sistema basato sulla
convivenza pacifica di più etnie, sulla democrazia dal basso, sul femminismo e
sull’ecologia che conosciamo come Rojava, per il quale neanche dieci anni fa si
organizzavano manifestazioni di massa e che si andava a difendere solidalmente,
oggi gode di scarse simpatie. È bastato vedere, in una manifestazione a Berlino
di una decina di giorni fa, bandiere curde insieme a quelle israeliane per far
entrare quell’esperienza – così come del resto le proteste iraniane – tra le
cause da abbandonare al loro destino.
L'articolo Siria, così è scomparsa l’autonomia regionale curda proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Quella dell’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord e dell’Est – che tutti
conosciamo come Rojava – è stata una delle esperienze più straordinarie del
nostro tempo. Oggi è fra le più minacciate.
In un Medio Oriente devastato da guerre, autoritarismi e fondamentalismi, lì era
nata una proposta radicalmente diversa: una società fondata sull’autogoverno,
sull’uguaglianza di genere, sulla convivenza tra popoli e religioni, sulla
giustizia sociale e ambientale. Un esperimento di democrazia dal basso che ha
saputo resistere all’Isis. Lo ha fatto combattendo, ma anche costruendo scuole,
assemblee popolari, cooperative agricole e un sistema giudiziario partecipato.
Oggi quella rivoluzione è sotto attacco. Le forze del regime siriano, sostenute
da diverse milizie jihadiste e dalla Turchia, stanno cercando di smantellare
l’autonomia conquistata con anni di lotta.
Dal 6 gennaio sono stati condotti attacchi su larga scala contro le comunità
curde in Siria da parte delle forze del Governo di Transizione Siriano, in
collaborazione con gruppi jihadisti e milizie sostenute dalla Turchia. Iniziati
ad Aleppo, questi attacchi sono divenuti veri tentativi di pulizia etnica, con
massacri di civili curdi e sfollamento forzato di migliaia di persone.
Il Governo di Damasco, dominato da membri dell’ex affiliata di al-Qaida Hay’at
Tahrir alSham (HTS), sta infatti ricorrendo alla violenza per consolidare il
controllo su tutta la Siria. A sostenere questa campagna, il governo turco
tramite il Ministro della Difesa Yaşar Güler e il Ministro degli Esteri Hakan
Fidan. Caccia, droni e velivoli da ricognizione turchi combattono al fianco
delle forze jihadiste.
Le città simbolo della resistenza, come Kobane, sono di nuovo sotto assedio. I
combattenti curdi, che hanno pagato il prezzo più alto nella guerra contro il
terrorismo, vengono trattati come un ostacolo da eliminare.
Eppure, i curdi non hanno mai cercato la secessione dalla Siria, ma l’inclusione
all’interno di uno Stato siriano decentralizzato. E gli attacchi sono cominciati
proprio quando cominciava quel processo, il giorno stesso dell’accordo raggiunto
a Parigi in presenza di Stati Uniti, Siria e Israele. Ora, ciò che vediamo
all’orizzonte è l’annientamento del Rojava e la consegna della Siria a una nuova
dittatura.
Eppure, nei giorni scorsi migliaia di curdi hanno risposto all’appello alla
mobilitazione generale, affluendo in Rojava e in altre città della regione per
unirsi alla resistenza.
Il 19 gennaio, i combattimenti si sono estesi in gran parte del Nord e dell’Est
della Siria. Le forze siriane e le milizie jihadiste hanno attaccato la prigione
di Al-Shadadi, liberando migliaia di detenuti dell’Isis.
Mentre tutto questo accade, l’Europa e l’Italia tacciono. Addirittura, la
Commissione Europea promette 620 milioni di euro al governo siriano in due anni.
Un paradosso che grida vendetta. E benché il Segretario Generale dell’Onu,
António Guterres, abbia chiesto un cessate il fuoco immediato, la Coalizione
Internazionale contro l’Isis è rimasta in silenzio.
Non possiamo permetterci l’indifferenza. Perché ciò che accade laggiù riguarda
anche noi: riguarda la possibilità concreta di un altro modello di convivenza,
di un’altra idea di giustizia. Riguarda la nostra stessa sicurezza, perché la
caduta del Rojava significherebbe anche la liberazione di migliaia di jihadisti
detenuti, pronti a riorganizzarsi. Ecco perché la lotta del popolo curdo non è
un affare interno siriano, ma una battaglia per la libertà che ci riguarda tutti
e tutte.
Servono sanzioni immediate sul Governo di Transizione Siriano e condanna da
parte della comunità internazionale; servono sanzioni immediate sulla Turchia e
medesima condanna. E la Commissione Europea deve trattenere quei 620 milioni di
euro di aiuti fino a quando il governo di al-Sharaa non soddisferà standard
chiari di de-escalation, democrazia e pace. Una Siria democratica potrebbe
portare stabilità nella regione, e il primo passo dovrebbe essere il
riconoscimento legale e politico della Daanes.
Nesrin Abdallah, comandante delle Unità di Difesa delle Donne (Ypg), ha detto al
Manifesto: “Di fronte ai massacri, al silenzio internazionale, all’incitamento
alla guerra da parte della Turchia e all’abbandono di ex alleati nella lotta
contro il terrorismo, non ci è rimasta altra scelta che l’autodifesa. Detto
questo, restiamo aperti al negoziato. Crediamo che anche la pace più sporca sia
migliore della guerra. La nostra è una rivoluzione che vuole la pace. Ma tutto
questo potrà essere ottenuto solo con la resistenza”.
Quella resistenza è una premessa di pace per il mondo intero. Difendiamola.
L'articolo L’esperienza democratica del Rojava è minacciata da Siria e Turchia:
basta con l’indifferenza proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nel sud-est della Turchia, a Nusaybin, questa settimana ci sono stati scontri
tra la polizia e centinaia di curdi che avrebbero voluto superare il confine con
la Siria per andare a combattere con i compagni a Qamislo, nel Rojava, sotto
attacco dell’esercito nazionale siriano composto anche da milizie jihadiste.
La Turchia è di fatto il mandante principale dell’offensiva in corso da parte
delle truppe del presidente siriano Ahmed al-Sharaa per distruggere l’autonomia
de facto del Rojava curdo. Perchè Ankara (che peraltro già occupa il nord ovest
siriano) non puó tollerare che di fronte al proprio confine, peraltro nella zona
a maggioranza curda, ci sia una entità curda democratica che si è ispirata alla
visione di Abdullah Ocalan, il fondatore del Pkk. L’Amministrazione Autonoma del
Nord ed Est Siria ( DAANES o Rojava) da dieci anni sta portando avanti un
esperimento di gestione democratica radicale mai sperimentata in Medio Oriente
ed è protetta dalle Syrian Democratic Forces a guida curda. Che la Turchia vuole
che confluiscano nell’esercito siriano dell’ex jihadista al -Jolani, oggi
presidente ad interim siriano Ahmed al-Sharaa.
Il governatore della provincia curda turca di Diyarbakır ha vietato la
manifestazione “Speranza e Libertà” che il Partito filo curdo per l’Uguaglianza
dei Popoli e la Democrazia (DEM), la terza forza nel parlamento turco, aveva
programmato per chiedere la liberazione del Öcalan, attualmente all’ergastolo.
In risposta al divieto, il Partito DEM ha affermato che la misura è stata in
realtà imposta a causa della recente offensiva delle forze del governo
provvisorio siriano contro le Forze Democratiche Siriane (SDF) a guida curda in
Siria.
Il co-sindaco del distretto di Sur, Gulan Fatma Önkol, ha dichiarato che mentre
si parla di pace e democrazia, i divieti imposti, all’opposto, mostrano un
chiaro doppio standard: “Da un lato, in Turchia è in corso un processo con i
curdi in nome della convivenza; dall’altra parte, c’è una guerra in corso nella
Siria settentrionale e orientale, una guerra di genocidio contro i curdi. In
questo momento, tutti nella nostra regione sono concentrati sulla guerra in
Rojava, e c’era anche un programma incentrato sulla manifestazione in onore di
Öcalan. L’annullamento della manifestazione non sembra sincero. L’hanno
annullata perché sapevano che ci sarebbe stata anche una condanna delle azioni
in Rojava dal palco”.
A seguito dell’offensiva lanciata all’inizio di questo mese dal governo siriano
ad interim, le SDF hanno perso il controllo di alcune aree nella provincia di
Hasakah, ad eccezione di alcune zone e della città di Kobanê. Ankara ha
annunciato il pieno sostegno all’offensiva del governo ad interim siriano.
Intanto le donne curde nel mondo hanno lanciato una campagna sui social media in
seguito alla diffusione di un video che mostra un membro delle forze del governo
ad interim siriano profanare il corpo di una combattente delle Unità di
Protezione delle Donne (YPJ) in Siria. Il video mostra un uomo, identificato
come Rami El Dehesh, che tiene in mano una treccia di capelli tagliata che, a
suo dire, apparteneva a una donna uccisa negli scontri tra il governo ad interim
e i gruppi curdi a Raqqa, che fino alla scorsa settimana era sotto il controllo
delle SDF.
Alla domanda sul perché le avesse tagliato la treccia, El Dehesh risponde:
“Tanto è morta, cosa ne farebbe?”, secondo una traduzione fornita da Channel 8,
un’emittente con sede nel nord della Siria. In risposta, donne curde anche di
religione yazida hanno condiviso video di loro stesse mentre si intrecciano i
capelli usando gli hashtag #kezî (treccia) e #KeziyênMeTirsaWe. I deputati del
Partito filo-curdo DEM si sono uniti alla protesta. La portavoce del partito,
Ayşegül Doğan, si è intrecciata i capelli durante una seduta parlamentare.
“Questa persona è un membro dell’esercito siriano. Questa persona porta con sé
la mentalità dell’Isis ed è stato precedentemente rivelato che era un membro
dell’Isis”, ha detto Doğan durante una trasmissione su İlke TV. “Quando dà la
treccia al suo amico, dice che era la sua unica parte intatta”.
Anche i deputati del DEM Pervin Buldan e Meral Danış-Beştaş si sono uniti alla
protesta e in un video hanno lanciato lo slogan: “Ogni ciocca dei nostri capelli
rafforza la nostra resistenza”. La campagna ha ottenuto anche il sostegno del
mondo dell’arte e della società civile. La soprana curda Pervin Chakar e
l’artista Dashni Murad hanno condiviso messaggi di solidarietà. “Quando tagli
una treccia, ne intrecciamo milioni”, ha detto Murad nel suo video. L’avvocata
per i diritti umani Eren Keskin e la piattaforma We Will Stop Femicide hanno
partecipato alla protesta. Presentatrici di diversi canali televisivi sono
apparse in diretta con i capelli intrecciati per mostrare solidarietà.
L'articolo La Turchia vieta ai curdi di andare in Siria per sostenere i loro
fratelli contro l’esercito dell’ex jihadista Jolani proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Non solo i coraggiosi combattenti kurdi delle Forze democratiche siriane hanno
sconfitto l’Isis, eliminando una grave minaccia terroristica che incombeva sul
Medio Oriente e sul mondo, ma le organizzazioni kurde hanno dato vita in Rojava,
nel Nord-Est della Siria, a istituzioni autenticamente democratiche basate
sull’autogoverno, la tutela ambientale e i diritti delle donne, in netta
contrapposizione alle tendenze del capitalismo e del patriarcato dominanti.
Oggi questa esperienza autenticamente rivoluzionaria è in grave pericolo e sotto
l’assedio delle bande tribali inquadrate nelle cosiddette Forze Armate siriane,
comandate da Al Jolani che da nemico terrorista numero uno è passato in breve
tempo a fidato mandatario di Trump e interlocutore più che gradito di Netanyahu.
Ovviamente Stati Uniti ed Israele hanno tutto da perdere dal consolidamento
autentico della democrazia in Medio Oriente. La finta democrazia israeliana,
basata in realtà sull’esclusione della popolazione palestinese e sul genocidio
tuttora in corso a Gaza, ha infatti sempre finanziato e promosso, prima che
scappassero loro dalle mani, forze religiose fondamentaliste come Hamas,
osteggiando e tenendo recluso un leader come Marwan Barghouti, che potrebbe
unificare tutto il popolo palestinese su di una piattaforma laica e democratica.
Né migliori sono i vari soggetti europei, radicali e simili, che per motivi di
interesse geopolitico agitano strumentalmente i sacrosanti diritti delle donne
iraniane, ma si guardano bene dal riprendere lo slogan “donna, vita e libertà”
quando a lanciarlo sono le donne kurde oggi massacrate dai tagliagole di Al
Jolani col beneplacito di Trump e dei suoi imbelli, pusillanimi e microcefali
servi europei.
Sotto la lungimirante guida di Abdullah Ocalan, i Kurdi hanno da tempo
abbandonato le sterili bandiere del separatismo per imboccare la via della
rifondazione democratica degli Stati nei quali vivono. Il dialogo in Turchia è
ancora in fase iniziale. In Siria qualche passo era stato fatto, ma oggi la
criminale offensiva delle forze tribali mette in discussione la stessa esistenza
del popolo kurdo. Quella che viene chiesta è sostanzialmente una resa, con lo
smantellamento delle organizzazioni armate e la confluenza dei combattenti a
titolo individuale nelle Forze armate siriane.
Ció è inaccettabile e occorre quindi sostenere oggi, come anni or sono, la
resistenza di Kobane e delle altre città kurde della Siria nord-orientale che
stanno oggi difendendo la propria autonomia e la loro stessa vita, contro un
nuovo genocidio che già si delinea ad opera degli stessi che,
coll’autorizzazione dell’Occidente, hanno già compiuto massacri tra gli Alawiti
e tra i Drusi.
Si conferma che il clima di ripudio del diritto internazionale alimentato dallo
psicopatico narcisista dai capelli arancione, appoggiato, si parva licet, dai
suoi oscuri camerieri come “fino a un certo punto” Tajani, alimenta ovunque
guerre, massacri e genocidi.
Si tratta di quella che Luigi Ferrajoli, nell’importante convegno che abbiamo
tenuto il 20 gennaio alla Fondazione Di Vittorio con la partecipazione dei
giuristi e diplomatici cinesi, ha definito la “sovranità selvaggia” che produce
imperialismo e aggressioni sul piano internazionale (vedi l’aggressione al
Venezuela il rapimento di Nicolas Maduro e Cilia Flores) e un nuovo
pericolosissimo fascismo su quello interno (vedi il crimine di Minneapolis e le
criminali imprese razziste dell’ICE).
Come dimostrato proprio dal piratesco assalto al Venezuela per rubare al popolo
venezolano le risorse cui ha diritto, questo modus operandi è sempre più simile
a quello della mafia e del terrorismo internazionale, anche se ridicolmente i
semianalfabeti componenti dell’amministrazione Trump accusano proprio di
“narcoterrorismo” tutti coloro, da Maduro al presidente colombiano Petro a
chissà quanti e quali altri, non si inginocchino melonicamente di fronte a loro.
Al Jolani, terrorista e tagliagole redento dall’imposizione delle mani di Trump,
emula a sua volta questo modello di “sovranità selvaggia” già brillantemente
implementato dal genocida Netanyahu facendo oltre settantamila morti a Gaza,
buona parte bambini, con le armi generosamente fornite dai suoi complici Stati
Uniti, Germania, Italia ecc.
La Turchia di Erdogan insegue purtroppo la sua ossessione di eliminazione dei
Kurdi tralasciando di cogliere l’occasione storica di pace, riconciliazione e
rifondazione democratica offerta dai Kurdi, mentre dovrebbe capire le enormi
potenzialità inerenti ad abbracciare senza riserve e senza indugi la prospettiva
della pace e della democrazia.
Occorre sperare che il modello Trump non faccia altri proseliti fra gli Stati
del Sud globale, altrimenti la prospettiva dell’estinzione del genere umano, per
guerre o catastrofi ambientali, sarà sempre più realistica.
Anche per questo è importante oggi tenere alta la bandiera del Rojava, esempio
vivente di democrazia e risultato del diritto di autodeterminazione dei popoli,
che lorsignori, Trump e Netanyahu in testa, vorrebbero oggi sopprimere per far
trionfare la micidiale combinazione tra imperialismo e poteri privati di cui
sono gli alfieri e i portavoce.
L'articolo Il popolo curdo è ancora una volta tradito: il modello Trump fa altri
proseliti proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nei giorni scorsi il governo siriano ha attaccato l’Amministrazione autonoma del
nord-est (Daa) che controllava dal 2019 tutta la Siria a est dell’Eufrate (buona
parte del territorio, con risorse agricole, idriche ed energetiche fondamentali
per il paese). La Daa è nata da un partito curdo di orientamento socialista
democratico, il Partito di unione democratica, e dalla sua iniziativa di
coinvolgimento di organizzazioni, partiti e tribù arabi, assiri ed ezidi. Da
questa intesa sono nate le Forze siriane democratiche o Fsd, che hanno riunito
una minoranza di curdi (le Ypg) con una maggioranza di combattenti arabi. Le Fsd
sono state l’esercito popolare e non statale più numeroso e politicamente
originale della regione in questi anni, includendo le Ypj interamente femminili
e autonome e organizzando persone musulmane, cristiane, ezide e atee nella
repressione di Daesh e nella protezione della Daa.
Le istituzioni civili della Daa sono state organizzate attorno a un sistema
idealmente decentrato, che ha tuttavia subito momenti di significativo
accentramento a partire dall’emergenza rappresentata dalle invasioni turche tra
il 2018 e il 2019, volte a reprimere non soltanto il protagonismo curdo ma anche
una pericolosa rivoluzione siriana alternativa a quella animata dal suprematismo
religioso sunnita che Ankara sostiene in Siria insieme a Doha, Washington,
Bruxelles e Riyad. Poiché le Fsd sono state l’unica forza indigena in grado di
resistere a Daesh in questi anni, hanno beneficiato a loro volta di un sostegno
selettivo e mirato delle amministrazioni Usa. Queste ultime, tuttavia, non hanno
mai riconosciuto la Daa, che non ha ottenuto riconoscimento da parte di nessuno
stato o organizzazione internazionale al mondo.
Anche la Russia ha visto per anni nelle Fsd, e soprattutto nelle Ypg, una forza
potenzialmente utile a pacificare il paese, fungendo da contrappeso militare nei
confronti della Turchia e dei suoi alleati siriani; ma anche Putin, come Trump,
ha permesso l’invasione turca della Siria nel 2018, e in particolare della Daa,
per ottenere un vantaggioso riavvicinamento con Ankara. Israele ha tentato in
tutti i modi di ottenere una richiesta di aiuto da parte delle Fsd in questi
mesi, utile a ripulire la propria immagine durante le politiche genocidarie a
Gaza, che però non è mai arrivata (contrariamente alla destra curda, le forze
curde che sostengono la Daa cercano di restare coerenti con un’impostazione
decoloniale che va oltre il Kurdistan).
Per anni una narrazione patetica, fondata sul razzismo o sull’impotenza
politica, ha descritto le Ypg come ingenui che non si rendevano conto di quel
che facevano. La verità è l’esatto opposto: grazie a capacità politiche,
militari e diplomatiche fuori dal comune, la Daa e le Fsd hanno mantenuto il
controllo di gran parte del paese per oltre un decennio, nonostante le loro
politiche e la loro presenza fossero in contrasto con gli auspici e i disegni di
tutti stati della regione e con la mentalità stessa della comunità
internazionale. La crisi di questa architettura diplomatica prima o poi sarebbe
arrivata, ma nei miei rapporti con questi militanti non ho quasi mai percepito
illusioni o ingenuità a questo riguardo, semmai una lucidità e una capacità
nella distinzione dei piani introvabile in altri contesti e ad altre latitudini.
Ora, a prescindere dalla durata e dai risultati della resistenza, il movimento
confederale dovrà utilizzare canali legali o illegali diversi dal passato per
portare avanti i suoi progetti in Siria.
Mentre le Forze di difesa essenziale (Hpc) delle comuni popolari del Rojava e le
Ypj-Ypg annunciano una resistenza all’avanzata del governo a Kobane e Hasakah,
il silenzio dei media italiani è tombale. Un’amica giornalista, che lavora per
una delle testate più influenti nel nostro paese, mi ha confessato che l’idea
dominante nelle redazioni è che la Siria sia troppo complicata per essere
attrattiva. In questo giornalismo fatto di soldi, clic e pubblicità online la
notizia è una merce e le persone non valgono nulla. Non valgono nulla neanche i
valori politici: mentre chi confeziona le notizie si sente un’eroe quando
sostiene la resistenza ucraina, non esita a condannare la resistenza palestinese
accusata di terrorismo islamista. Se forze altrettanto islamiste spargono il
terrore non contro l’occupazione israeliana, ma contro comunità indigene del
Levante, popolazioni povere e sfollate, e movimenti decoloniali, l’indifferenza
è totale.
Sarà perché molte imprese italiane traggono profitti da investimenti in Siria e
Israele, mentre lo stesso non si può dire della Palestina o del Rojava occupati
e perennemente obbligati alla resistenza? O sarà a causa delle correlate
politiche estere dello stato? L’Italia ha purtroppo riconosciuto le forze
islamiste come opposizione legittima dal 2012; poi con Meloni si è riavvicinata
ad Assad, considerato vincitore della guerra, nel 2022; ha infine instaurato
relazioni proficue con l’ex militante dello Stato islamico in Iraq Ahmad
Al-Shaara una volta che ha vinto la guerra con il supporto turco e saudita, ma
non ha mai avuto un singolo contatto diplomatico ufficiale con l’Amministrazione
del nord-est.
La retorica malsana sulla “lotta al terrorismo” – di cui Berlusconi, Meloni e
Salvini si nutrono da un quarto di secolo – serve di tanto in tanto per
accodarsi ad imprese imperiali statunitensi che provocano danni storici
secolari, o a diffondere insinuazioni islamofobe contro milioni di migranti. Non
ha mai avuto né mai avrà a che fare con la sicurezza dei popoli della regione,
né degli europei.
L'articolo Siria, il governo attacca l’Amministrazione autonoma del nord est: le
forze curde resistono, i media italiani tacciono proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Migliaia di sfollati curdi sti stanno spostando verso Qamishli, principale città
curda nel nord-est della Siria, dopo che l’esercito governativo ha conquistato
vaste aree del nord del Paese. L’avanzata delle forze di Damasco ha portato alla
perdita di territori che per oltre un decennio erano rimasti sotto il controllo
delle forze curde, garantendo di fatto un’ampia autonomia. Nella città si sono
svolte manifestazioni contro l’estensione del controllo dell’esercito siriano.
L'articolo Siria, l’esercito di Damasco avanza nel nord del Paese: migliaia di
sfollati curdi verso la città di Qamishli proviene da Il Fatto Quotidiano.
Svolta storica nel nord-est della Siria, dove le fazioni agli ordini del leader
siriano Ahmad Sharaa, sostenuto da Stati Uniti e Turchia, mettono la parola fine
alla decennale esperienza semi-autonomista curda del cosiddetto “Rojava“,
strappando senza quasi combattere alle forze curdo-siriane il controllo dei
territori a est dell’Eufrate, ricchi di petrolio, acqua e grano e centrali per
l’equilibrio regionale. L’offensiva delle forze di Damasco, avviata nei giorni
scorsi contro le roccaforti curde di Aleppo, si è conclusa con la presa delle
due principali città sull’Eufrate, Raqqa e Deir ez-Zor, nodi chiave per il
controllo dei pozzi petroliferi e delle risorse idriche.
Dopo la sconfitta ad Aleppo nei primi giorni di gennaio, le forze curde non
avevano opposto particolare resistenza all’avanzata verso est. Sotto forti
pressioni statunitensi e dopo aver ottenuto da Damasco il riconoscimento dei
diritti civili dei curdi siriani (non accadeva dal 1962 in questi termini),
l’azione militare si è limitata a fare da cornice alla firma, in serata, di un
accordo da più parti definito storico. Come richiesto da tempo da Washington, il
governo di Sharaa assume così il controllo dell’intero nord-est: risorse
naturali, istituzioni, confini e valichi, oltre alle prigioni dove sono detenuti
circa 20mila sospetti dell’Isis e ai campi che ospitano da anni donne e minori
di decine di nazionalità diverse considerati legati allo Stato islamico. La
“lotta al terrorismo” quindi prosegue secondo la narrativa Usa, ma cambia il
partner locale: non più le forze curdo-siriane che liberarono Raqqa e
resistettero a Kobane dieci anni fa, bensì i nuovi governativi agli ordini di
Sharaa, fino all’estate scorsa considerato un “terrorista” dal Dipartimento di
Stato per i suoi trascorsi qaedisti.
L’accordo è stato siglato a Damasco da Sharaa, dal capo delle forze
curdo-siriane Mazlum Abdi e dal mediatore Usa Thomas Barrack, che ha definito
l’intesa “un punto di svolta cruciale”. Restano da chiarire numerose questioni,
a partire da come avverrà l’annunciata integrazione delle forze curde
nell’esercito governativo: su base individuale, senza “battaglioni curdi”. Il
testo non affronta il destino delle migliaia di combattenti donne curde, che
saranno probabilmente escluse da un esercito dominato dalla componente araba e
culturalmente maschilista. Invariata la divisione amministrativa del nord-est,
ma dopo oltre dieci anni cambiano le bandiere: via i manifesti di Ocalan e
spazio ai vessilli della “Siria liberata” filo-turca. Damasco prende il pieno
controllo di Raqqa e Deir ez-Zor, mentre ai curdi potrebbe restare la gestione
civile del governatorato di Hasake, incastonato tra Turchia e Iraq.
L'articolo Siria, Al Sharaa si prende l’intero nord est: i curdi si arrendono e
firmano l’accordo, finisce l’esperienza del Rojava proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il giornalista Nedim Oruç è stato arrestato ieri mentre seguiva una protesta
nella provincia sud-orientale turca di Şırnak, a maggioranza curda. La
manifestazione era stata organizzata per denunciare i recenti attacchi ai
quartieri curdi di Aleppo, in Siria. Oruç, reporter del notiziario curdo Ajansa
Welat, è stato picchiato dalle forze di sicurezza turche prima di essere portato
via a bordo di un veicolo blindato.
L’arresto è avvenuto nel distretto di Cizre, mentre centinaia di giovani
tenevano una manifestazione con fuochi d’artificio e slogan come “Bijî
Berxwedana Rojava” (Lunga vita al Rojava, il nome in lingua curda della regione
siriana nord -orientale dove i curdi hanno realizzato una enclave basata su un
esperimento sociale peculiare e democratico). Gli scontri tra manifestanti e
polizia sono continuati dopo l’arresto del giornalista.
L’offensiva militare lanciata dal governo ad interim siriano – sostenuto dal
presidente turco Recep Tayyip Erdogan – ha come scopo il sovvertimento del
quadro etnico-demografico di Aleppo, la seconda città della Siria, per renderlo
del tutto arabo. Che tradotto significa far sparire la minoranza curda.
L’assalto dei gruppi jihadisti che fanno parte del nuovo esercito siriano
controllato dal presidente siriano Ahmad al Shaara (ex leader delle milizie
quaediste durante la guerra civile) ha preso il controllo dei quartieri curdi di
Sheikh Maqsoud e Ashrafieh, scatenando la reazione anche dei turchi di etnia
curda, ma non solo. Anche il partito turco repubblicano Chp, il secondo per
numero di deputati, ha espresso la propria contrarietà e preoccupazione.
Le forze governative siriane sono entrate ad Ashrafieh il 9 gennaio e da allora
stanno tentando di conquistare le ultime zone di Sheikh Maqsoud. La maggior
parte degli abitanti curdi dei due quartieri di Aleppo sono ora profughi nel
Rojava.
L’escalation in Siria si verifica mentre i colloqui di integrazione tra le Forze
Democratiche Siriane (SDF) a guida curda, che controllano la Siria
settentrionale e orientale e il governo di Damasco sono in stallo.
Ankara ha espresso sostegno alle azioni del governo di Damasco e sostiene che le
SDF dovrebbero sciogliersi, citando l’apparente processo di pace curdo in corso
in Turchia. Le SDF intanto continuano a chiedere per legge un sistema
amministrativo decentralizzato per il Rojava.
Diversi gruppi curdi anche in altre zone della Turchia hanno organizzato
proteste in risposta al conflitto in corso ad Aleppo.
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all’offensiva miliare. Arrestato e picchiato un giornalista proviene da Il Fatto
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