Il Partito democratico porta in Parlamento il caso del divieto di ingresso negli
Stati Uniti imposto a cinque cittadini europei tra cui l’ex commissario Ue
Thierry Breton. Intanto a Bruxelles prende corpo una riflessione sulle possibili
contromosse europee contro una misura giudicata ostile e lesiva della sovranità
normativa dell’Unione.
In Senato i dem hanno depositato un’interrogazione alla presidente del Consiglio
Giorgia Meloni e al ministro degli Esteri Antonio Tajani per chiedere conto del
silenzio del governo italiano sulla vicenda. Nell’atto, a prima firma dei
senatori Antonio Nicita, Alessandro Alfieri e Filippo Sensi, si richiamano le
accuse mosse dal Segretario di Stato statunitense al Digital Services Act
europeo, definito legge “spinta da Breton” ma in realtà approvata dal trilogo
europeo. I senatori sottolineano come sia paradossale una sanzione che, proprio
in nome della libertà di espressione, finisce per colpire simbolicamente la
libertà di movimento e di espressione di cittadini europei per attività
legislative o di studio. L’interrogazione ricorda inoltre che il Dsa è un
regolamento europeo pienamente vigente e il governo italiano ha designato
l’Agcom come autorità competente per la sua applicazione. Da qui la richiesta
all’esecutivo di chiarire se intenda protestare formalmente contro quella che
viene definita una misura “sproporzionata e ostile” da parte di un Paese alleato
e se voglia farsi promotore di una posizione comune dell’Unione europea a tutela
della propria autonomia normativa. Nei giorni scorsi a intervenire è stata solo
la Lega, che non ha perso l’occasione di schierarsi contro l’Europa e a favore
degli Stati Uniti.
Intanto la partita si sposta a Bruxelles. A Palazzo Berlaymont è in corso una
valutazione politica e giuridica delle possibili risposte al bando deciso da
Washington. La Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen, che
all’inizio del mese ha inflitto a X una multa da 120 milioni di euro per
violazioni nella moderazione dei contenuti, ha diverse opzioni sul tavolo. Non
viene esclusa una risposta “speculare“, pur nella consapevolezza che una simile
mossa potrebbe far salire la tensione diplomatica su dossier sensibili come
commercio, sicurezza e condivisione dei dati. Il presidente francese Emmanuel
Macron ha detto che la decisione Usa equivale a una “coercizione nei confronti
della sovranità digitale europea”, il che potrebbe aprire la strada all’uso del
meccanismo anti coercizione approvato dalle istituzioni europee nel 2023 come
arma di deterrenza nei confronti della Cina e mai attivato. Consentirebbe di
adottare un’ampia gamma di misure: limitazione dell’accesso dei gruppi Usa ai
mercati finanziari europei, esclusione da appalti pubblici, revoca delle licenze
di importazione e persino restrizioni sui diritti di proprietà intellettuale.
Ma l’ipotesi ritenuta più solida resta quella di non arretrare sul principio
della sovranità digitale europea, considerato non negoziabile, sottraendolo alle
pressioni della Casa Bianca. La vicepresidente della Commissione, Teresa Ribera,
ha invitato a evitare una “corsa al ribasso” capace di erodere le regole su
piattaforme digitali e Green deal – come in realtà è già stato fatto – con il
rischio di far perdere all’Europa identità e peso negoziale.
La prima reazione concreta, però, arriva dal fronte industriale. Airbus, simbolo
del made in Europe e storico rivale di Boeing, si prepara a ridurre
drasticamente la dipendenza dalle Big Tech statunitensi nella gestione dei dati
più sensibili. L’obiettivo, illustrato dalla vicepresidente per gli Affari
digitali Catherine Jestin, è migrare produzione, progettazione e dati dei
clienti su un cloud europeo “davvero sovrano”, sottraendoli all’applicazione del
Cloud Act Usa, che consente alle autorità americane di accedere ai dati detenuti
da aziende statunitensi anche se conservati in Europa. A inizio 2026 la gara,
con investimenti fino a 50 milioni di euro in dieci anni.
L'articolo Visto Usa negato a Breton, interrogazione del Pd al governo:
“Protesti formalmente”. L’Ue valuta come rispondere a Trump proviene da Il Fatto
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