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Dazi, al Parlamento Ue riparte l’iter di ratifica dell’accordo con gli Usa. “Ma sarà congelato in caso di minacce alla nostra sicurezza”
La Commissione per il Commercio Internazionale del Parlamento europeo è tornata a sedersi al tavolo per ratificare l’accordo sui dazi tra gli Stati Uniti e l’Unione. A fine gennaio, la ratifica era stata congelata in seguito alle pressioni del presidente Donald Trump sulla questione Groenlandia. Una votazione potrebbe tenersi già nella prossima riunione della commissione, fissata per martedì 24 febbraio. Dopo il passaggio in commissione, il testo dovrebbe poi approdare alla plenaria di marzo per le successive decisioni. La maggioranza dei relatori ombra – responsabili nominati da gruppi politici con il compito di seguire delle proposte legislative – ha deciso di riprendere i lavori sulle due proposte legislative legate agli accordi di Turnberry, l’intesa siglata il 27 luglio 2025 per scongiurare una guerra commerciale. A riferirlo è stato Bernd Lange (S&D), presidente della commissione e relatore permanente del dossier, confermando la ripartenza dell’iter parlamentare. “I membri della Commissione per il Commercio rimangono impegnati a portare avanti rapidamente i lavori sulle due proposte legislative” ha spiegato Lange, ma soltanto “a condizione che gli Stati Uniti rispettino l’integrità territoriale e la sovranità dell’Unione e dei suoi Stati membri e onorino i termini dell’accordo Turnberry”. Nello stesso quadro, la commissione ha concordato di inserire tra i motivi di sospensione anche eventuali minacce alla sicurezza dell’Unione o dei suoi Stati membri, comprese la loro integrità territoriale. “Sebbene oggi riprendiamo la procedura legislativa, il messaggio è chiaro: non si tratta di un assegno in bianco”, ha chiarito Lange. E ha rincarato la dose: “Per questo motivo dobbiamo stabilire limiti chiari ed essere pronti a congelare i negoziati o l’applicazione dell’accordo Ue-Usa in qualsiasi momento, se la situazione lo richiederà”. Sul capitolo acciaio e alluminio ha aggiunto: “Gli Stati Uniti hanno violato l’intesa Turnberry aumentando i dazi al 50% su oltre 400 prodotti in acciaio e alluminio dell’Ue”, una mossa inaccettabile”. E ha continuato: “Finché i dazi statunitensi non saranno abbassati al 15%, non potrà esserci accesso esente da dazi per l’acciaio e l’alluminio statunitensi al mercato europeo”. Hanno invece votato per la ripresa dell’iter di approvazione degli accordi sui dazi con gli Usa il Ppe assieme alle destre dei Patrioti ed Ecr. Il gruppo Socialisti e Democratici ha invece annunciato che “non sosterrà né voterà a favore di alcun accordo con gli Stati Uniti fintanto che il presidente Trump continuerà a minare la sovranità dell’Europa”. Secondo quanto riferito, il gruppo insiste su alcuni punti: una clausola di sospensione “solida, completa ed efficace” che copra tutte le minacce alla sovranità europea, l’equità su acciaio e alluminio, l’attivazione dello strumento anti-coercizione, garanzie sulla sicurezza dell’Artico e una clausola di caducità limitata nel tempo, preferibilmente a 18 mesi. Kathleen Van Brempt, vicepresidente S&D per il commercio internazionale, ha dichiarato: “Non si può continuare come se nulla fosse successo con gli Stati Uniti. Fin dal primo giorno del suo secondo mandato, il presidente Trump ha condotto una guerra tariffaria, minando il commercio basato sulle regole e minacciando l’autonomia strategica dell’Europa. La fiducia è stata tradita”. Per Brando Benifei, eurodeputato del Partito Democratico e coordinatore del gruppo nella commissione Commercio, “la lezione delle ultime settimane è chiara: quando l’Europa è unita e ferma, l’amministrazione statunitense ci prende sul serio”. Per questa ragione “l’UE deve attivare subito lo strumento anti-coercizione, non come ultima risorsa, ma per essere pronta a difendere le nostre industrie, i nostri posti di lavoro e i nostri cittadini con contromisure tempestive e mirate”. L'articolo Dazi, al Parlamento Ue riparte l’iter di ratifica dell’accordo con gli Usa. “Ma sarà congelato in caso di minacce alla nostra sicurezza” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Tocca a due ex banchieri centrali strigliare il mondo dopo le spallate di Trump: chissà se con esiti inattesi
Curiosamente è toccato a due ex banchieri centrali dare la sveglia alla politica internazionale, ancora un po’ rintronata dai colpi ben assestati dal bizzarro quasi ottantenne di Washington. Nel suo discorso di fronte alla fortunata élite mondiale che ogni anno si riunisce a Davos, Mark Carney, ora primo ministro canadese ma già governatore della Banca del Canada e della Banca d’Inghilterra, in un audace intervento ha dichiarato solennemente che l’ordine economico mondiale è morto e che le medie potenze economiche devono trovare nuove strade se non vogliono essere preda dei grandi squali, Usa e Cina. A quest’analisi ha risposto Mario Draghi nel suo recente intervento a Lovanio. I due, amici suppongo, sono perfettamente sulla stessa linea di ragionamento: gli Usa sono diventati, inaspettatamente, da alleati una grande minaccia per l’ordine economico mondiale, e bisogna correre ai ripari con nuove e inedite alleanze non solo di carattere commerciale. L’analisi di Draghi però ha una marcia in più, almeno per noi europei. Nelle due posizioni si possono scorgere alcune differenze. Intanto, il Canada non è la Ue, economicamente parlando. Sembra banale ma occorre ribadirlo. La Ue produce un quarto della ricchezza mondiale, e quindi è una super potenza economica. Non così il Canada che ha un Pil di poco inferiore a quello italiano. Quindi opportunamente Draghi ha invitato le nazioni europee ad abbandonare le posizioni attendiste o rinunciatarie nei confronti dell’aggressore Trump. L’economia dell’Unione è pari a quella degli Usa in termini reali, se non superiore dal punto di vista industriale. Anche la Cina, che ci fa tanta paura, è in fondo un paese ancora in via di sviluppo con un reddito pro capite che è una frazione di quello di molti paesi europei. Di conseguenza, la Ue può esercitare un ruolo economico a livello internazionale che al Canada, nei fatti, non è consentito. Di fronte ad una leadership americana che ha perso la bussola, l’Europa deve essere decisa a sostenere le sue ragioni perché il grande debitore non siamo noi. L’esempio cinese ci può insegnare qualcosa. Non abbiamo le terre rare o non siamo grandi compratori di soia, ma qualcosa possiamo fare per spaventare gli Usa di Trump. Insomma, la Ue deve mostrare i muscoli, anche per Draghi. In secondo luogo, e quasi di sfuggita, Draghi ha citato l’euro come una istituzione europea di grande successo. Qui non ne sarei tanto sicuro. L’euro aveva l’ambizione di essere una moneta globale e non una moneta regionale, come di fatto è. Moneta della seconda zona economica mondiale, avrebbe dovuto essere competitivo nei confronti del dollaro risultando una valida alternativa. E invece questo non è successo. Le ragioni di questo fallimento internazionale della moneta unica andrebbero indagate a fondo. Forse la ragione risiede nel fatto che l’Europa non è il fulcro della finanza internazionale che rimane legata alle borse di Londra e di New York. Abbandonando il campo dell’economia, poi Draghi si è spinto molto in là. Ha invitato gli Stati europei ad abbandonare una visione confederale, per abbracciare una visione federale. Questa piccola variazione linguistica ha un impatto enorme perché significa passare da una coalizione di Stati alla formazione di un singolo Stato. Nel suo discorso Draghi ha introdotto l’idea di un federalismo pragmatico. Diventerà questo binomio un tormentone politico come lo sono stati altri? Nella Prima Repubblica binomi celebri erano il centralismo democratico o le convergenze parallele. Nella seconda, mi viene in mente l’autonomia differenziata. Ora siamo arrivati al federalismo pragmatico di Draghi. Se ho capito bene questo pragmatismo ha due dimensioni. Fare quello che si può, da qui l’intonazione pragmatica ma non rinunciataria. In secondo luogo, creare delle istituzioni europee che abbiano un potere effettivo. Evidentemente per l’ex governatore della Bce quelle attuali non sono all’altezza delle sfide poste dall’ottantenne di Washington, e questo è abbastanza evidente un po’ a tutti. Ma in che direzione andare per creare la nuova Ue? La via indicata da Draghi sarà la strada maestra? Lascio a persone più competenti l’analisi del caso giuridico e istituzionale. Personalmente ho sempre pensato, come molti, che il guaio dell’Europa fosse la carenza di partecipazione democratica. In effetti, abbiamo un’Europa degli Stati, ma non un’Europa dei popoli come spesso si ripete. Questo risulta evidenza considerando il ruolo del tutto secondario del Parlamento europeo. Non so se il federalismo pragmatico di Draghi vada nella direzione, giusta ma un po’ utopica, della costruzione degli Stati Uniti d’Europa, data la conflittualità degli interessi nazionali, o invece non sia una scorciatoia per dare ancora più potere a istituzioni scarsamente democratiche, per usare un eufemismo. Aspettiamo il progetto Draghi completo, ma se la nuova Europa nascerà sul modello dell’euro, come sembra far intendere, non credo che si farà un grande passo avanti. Come insegnava Karl Popper, il grande filosofo viennese, nelle scienze sociali quello che spesso realmente conta non sono gli effetti previsti delle proprie scelte intenzionali, ma le conseguenze del tutto involontarie e per questo imprevedibili. Può darsi che la goffa, anche se tragica, spallata trumpiana abbia degli esiti inattesi come quello di portare a un’idea diversa di Unione europea, come pure a un diverso ordine economico mondiale che sappia curare le ferite della globalizzazione. Intanto il duetto dei due ex governatori ha dato il la e vedremo poi come continuerà la musica, di qua e di là dell’Atlantico. L'articolo Tocca a due ex banchieri centrali strigliare il mondo dopo le spallate di Trump: chissà se con esiti inattesi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Strategia di sicurezza di Trump, la lettura della Bocconi: “Un’occasione per l’Ue per riarmarsi”
Non solo un modo per disgregare gli Stati membri. Ma, anzi, un’opportunità per l’Unione Europea. Da cogliere come? Con una maggiore integrazione politica ed economica che passi da una soluzione precisa: aumentare la protezione degli Stati membri e quindi gli investimenti nel settore della Difesa. Come chiedono anche gli ex premier italiani Enrico Letta e Mario Draghi nei loro rapporti sul futuro dell’Unione Europea voluti da Ursula von der Leyen. È questo il risultato a cui arriva il primo studio italiano sulla nuova National Security Strategy dell’amministrazione americana di Donald Trump che ha creato tanto dibattito perché nel rapporto si parla di poter staccare alcuni Paesi europei – tra cui l’Italia – dall’Unione. Lo studio di 25 pagine è firmato da due professori della Bocconi, Carlo Altomonte e Walter Rauti, che il 18 gennaio hanno inaugurato lo Shield, il primo hub europeo su Difesa, economia e geopolitica. Nel paper sulla strategia di sicurezza degli Stati Uniti per il 2025 e “il riposizionamento strategico dell’Unione Europea”, l’obiettivo è quello di superare le analisi che sono state fatte in Italia sul tentativo americano di disgregare gli Stati membri pur ammettendo le “ingerenze” politiche dell’amministrazione americana sull’Europa che, influenzata dall’approccio Maga, parla di “cancellazione della civiltà” portando avanti una “narrazione civilizzatrice” degli Stati Uniti sul modello del discorso di JD Vance a Monaco. Una dottrina, quella della Casa Bianca, che secondo i due studiosi riporterebbe le lancette della storia a quella di Richard Nixon che chiedeva agli alleati di “assumersi maggiori responsabilità per la propria sicurezza” e di Ronald Reagan che voleva aumentare gli investimenti militari “con pressioni perché rafforzassero la propria posizione difensiva”. Un modo per disinteressarsi dell’Europa per concentrarsi unicamente sulla sfida alla Cina. Ora sta succedendo lo stesso, secondo gli studiosi dell’Università Bocconi. L’approccio è quello del passaggio dal “Burden sharing” al “Burden shifting”: dalla condivisione degli oneri al trasferimento (sull’Europa) degli oneri. E quindi quale può essere l’opportunità per l’Europa? Una maggiore integrazione, che passi soprattutto su un pilastro: gli investimenti sulla Difesa per garantire la sicurezza autonoma del continente. E qui Altomonte e Rauti analizzano quali dovrebbero essere i prossimi passi per far sì che l’Europa aumenti la propria sicurezza. In primo luogo, pensare che la Difesa sia il principale volano per garantire l’integrazione comunitaria fondamentale per “l’identità politica dell’Europa e la sua capacità di agire nel mondo”. In secondo luogo, avere una capacità istituzionale che permetta agli Stati membri di coordinare le spese per la Difesa e “armonizzare” e “integrare” la capacità industriale. Poi la “coesione politica” per far sì che gli Stati membri abbiano gli stessi obiettivi di protezione e non più la Russia o il Mediterraneo a seconda della posizione geografica ma anche l’integrazione industriale della Difesa europea come teorizzata da Draghi e Letta. Un paragrafo a parte riguarda l’opinione pubblica. I due studiosi ritengono che le spese militari sono state storicamente “di scarsa rilevanza” per molti cittadini europei, ma senza l’opinione pubblica le riforme teorizzate potrebbero incontrare “resistenze e tensioni tra la spesa per la Difesa e lo Stato sociale” fornendo un assist per quelli che Rauti e Altomonte chiamano “partiti populisti”. I leader politici, dunque, devono fornire una “narrativa” secondo cui la Difesa è strettamente collegata a “prosperità, sovranità e stabilità”. La strategia, insomma, che sta portando avanti la Commissione Europea. Dunque, la conclusione a cui arrivano è che, in estrema sintesi, la nuova strategia di isolazionismo americano possa diventare una “opportunità” per l’Europa e una prova di maturità. Come? Sempre con la stessa ricetta: l’aumento degli investimenti della Difesa degli Stati membri. L'articolo Strategia di sicurezza di Trump, la lettura della Bocconi: “Un’occasione per l’Ue per riarmarsi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Draghi: “L’ordine globale è defunto, l’Europa si federi o rischia di essere subordinata e deindustrializzata”
Davanti all’Europa c’è un futuro in cui “rischia di diventare, al tempo stesso, subordinata, divisa e deindustrializzata” in un mondo in cui “l’ordine globale è oggi defunto”. Ma questa situazione “non è di per sé la minaccia”, lo è piuttosto “ciò che lo sostituirà”. In questo scenario, quindi, “un’Europa incapace di difendere i propri interessi non potrà preservare a lungo i propri valori”. Parola di Mario Draghi che chiede uno scatto in avanti, verso la “federazione” dei Paesi membri. L’ex capo della Bce ed ex presidente del Consiglio ha scattato la sua fotografia sul futuro dell’Unione ricevendo la laurea honoris causa a Leuven, in Belgio. Uno scenario a tinte fosche, se non si troverà una strada per reagire. Un percorso magari tortuoso, ma possibile a suo avviso: “Tra tutti coloro che oggi si trovano stretti tra Stati Uniti e Cina, solo gli europei hanno l’opzione di diventare essi stessi una vera potenza – ha detto – Dobbiamo decidere: restiamo semplicemente un grande mercato, soggetto alle priorità altrui? Oppure compiamo i passi necessari per diventare una potenza?”. Draghi ha quindi evidenziato che per diventare una potenza “l’Europa deve passare dalla confederazione alla federazione”. Un passo avanti verso gli Stati Uniti d’Europa: “Dove l’Europa si è federata – sul commercio, sulla concorrenza, sul mercato unico, sulla politica monetaria – siamo rispettati come potenza e negoziamo come un soggetto unico. Lo vediamo oggi negli accordi commerciali di successo negoziati con l’India e con l’America Latina”, ha sottolineato. “Agendo insieme, riscopriremo qualcosa che da tempo era sopito: il nostro orgoglio, la nostra fiducia in noi stessi, la nostra fiducia nel nostro futuro. Ed è su queste fondamenta che l’Europa sarà costruita”, ha proseguito Draghi portando ad esempio la postura assunta dall’Ue nei giorni di grande tensione con gli Stati Uniti riguardo alla Groenlandia. “La decisione di resistere anziché accomodare ha richiesto all’Europa di compiere una vera valutazione strategica: mappare le nostre leve, individuare i nostri strumenti e riflettere sulle conseguenze dell’escalation – ha ricordato – La volontà di agire ha imposto chiarezza sulla capacità di agire”. E così, “uniti” di fronte a una “minaccia diretta, ha detto l’ex presidente del Consiglio, “gli europei hanno scoperto una solidarietà che prima sembrava irraggiungibile”. Una “determinazione condivisa” che “ha trovato riscontro nell’opinione pubblica in un modo che nessun comunicato finale di un vertice avrebbe potuto ottenere”. Tra le sfide, ovviamente, la tenuta dell’industria e del commercio: “In questa fase, la strada migliore per l’Europa è quella che sta già percorrendo: concludere accordi con partner affini che offrano diversificazione e rafforzare la nostra posizione nelle catene di approvvigionamento in cui siamo già critici”, ha rimarcato Draghi facendo riferimento alle ultime intese chiuse con il Mercosur e l’India. “È qui che oggi l’Europa esercita il proprio potere. Nel 2023 l’Ue è stata il maggiore esportatore e importatore mondiale di beni e servizi, con importazioni dal resto del mondo pari a 3.600 miliardi di euro. È inoltre il principale partner commerciale di oltre 70 Paesi”, ha rimarcato specificando che l’Unione Europea detiene “posizioni decisive in diverse industrie strategiche”. Tra queste ha menzionato la litografia a ultravioletti estremi, tecnologia necessaria per produrre chip avanzati, che è sostanzialmente un monopolio europeo. Ma non solo: “Produciamo metà degli aerei commerciali del mondo. Progettiamo i motori che alimentano la stragrande maggioranza del trasporto marittimo globale”. In questo contesto, ha concluso, è “sbagliato” pensare agli accordi commerciali principalmente in termini di crescita: “Il loro scopo oggi è strategico: rafforzare la nostra posizione e riallineare le nostre relazioni ora che commercio e sicurezza non coincidono più pienamente. Ma questa è una strategia di contenimento, non un punto di arrivo”. L'articolo Draghi: “L’ordine globale è defunto, l’Europa si federi o rischia di essere subordinata e deindustrializzata” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Perché la nuova Unione dei risparmi e investimenti potrebbe rivelarsi controproducente per famiglie e imprese
di Enrico D’Elia e Mario Tiberi In Europa si sta finalizzando l’“Unione dei risparmi e investimenti” per un migliore utilizzo delle ingenti risorse finanziarie accumulate dalle famiglie. L’approccio europeo prevede, tra l’altro, incentivi agli investimenti diretti delle famiglie nelle imprese, sull’esempio dei “Conti di risparmio e investimento” scandinavi, che peraltro ha soprattutto una valenza fiscale. Il presupposto è che i mercati finanziari funzionino in modo efficiente e che le famiglie siano in grado di gestire i propri risparmi meglio degli intermediari ai quali si affidano abitualmente. Purtroppo entrambi questi argomenti sono fallaci e quindi la nuova Unione potrebbe rivelarsi controproducente sia per le famiglie che per le imprese. Se ne è discusso, tra l’altro, in un recente convegno promosso dal Gruppo Federico Caffè e il Cerste, ospitato dal parlamento europeo. In un mercato efficiente, per definizione, nessuno potrebbe guadagnare da un semplice scambio di beni senza trasformazioni, altrimenti in uno stesso momento coesisterebbero più prezzi per lo stesso bene. Ora, se c’è un mercato in cui abbondano (e fanno profitti) proprio i puri intermediari è proprio quello finanziario. È improbabile che le famiglie riescano a gestire efficacemente il proprio patrimonio su mercati di questo tipo, visto che, secondo l’ultima edizione dell’indagine Eurobarometro, solo il 26% delle famiglie europee ha una cultura finanziaria elevata e quasi altrettante ne hanno una insufficiente. I mercati finanziari (e molti altri) funzionano così male perché le informazioni a disposizione di chi vi opera sono fortemente asimmetriche, proprio come accade nello scambio di auto usate. In mercati di questo tipo si verificano almeno due situazioni molto pericolose: la selezione avversa e l’azzardo morale. Il primo fenomeno consiste nel fatto che, quando le caratteristiche dei beni scambiati non sono completamente osservabili, i prezzi non misurano più la loro qualità. Nel caso degli asset finanziari è difficile valutare rischio, affidabilità dell’emittente, rendimenti futuri, liquidità, ecc. In casi simili potrebbero essere esclusi dal mercato proprio coloro che offrono i prodotti migliori a prezzi più elevati, lasciando sulla piazza i peggiori solo perché propongono prezzi più bassi. A loro volta, i risparmiatori più prudenti rischiano di pagare troppo per prodotti scadenti illudendosi che un prezzo elevato segnali una qualità migliore. L’azzardo morale riguarda invece l’incentivo delle parti ad assumersi rischi maggiori dopo la sottoscrizione del contratto. È il tipico caso di un guidatore che si comporta in modo più imprudente contando sull’indennizzo assicurativo. Non si tratta di truffe, ma di comportamenti del tutto fisiologici e legittimi. Le famiglie meno informate e formate potrebbero incorrere in prodotti finanziari che promettono rendimenti elevati ma nascondono rischi difficilmente percepibili, penalizzando invece gli impieghi più sicuri, ma apparentemente meno redditizi. Il problema è letteralmente esploso con la diffusione delle criptovalute e dei derivati. Questa distorsione può indurre le imprese ad emettere titoli ad alto reddito e alto rischio, inadatte ad operatori non professionali, piuttosto che azioni e obbligazioni meno remunerative ma più sicure e dedicate alle famiglie. Purtroppo questo problema non si può risolvere prevedendo delle garanzie pubbliche contro le perdite, perché simili “assicurazioni”, specialmente se generose, possono rendere troppo imprudenti i risparmiatori, facendo scattare il meccanismo dell’azzardo morale. Le tipiche distorsioni dei mercati finanziari possono dunque compromettere la riuscita del piano europeo. Già all’inizio degli anni Settanta, Federico Caffè ammoniva che il mercato finanziario favoriva “non già il vigore competitivo ma un gioco spregiudicato di tipo predatorio, che opera sistematicamente a danno di categorie innumerevoli e sprovvedute di risparmiatori in un quadro istituzionale che di fatto consente e legittima la ricorrente decurtazione o il pratico spossessamento dei loro peculi”. Tuttavia, ci sono alcuni provvedimenti che possono attenuare gli effetti delle distorsioni dei mercati finanziari. Uno, già previsto dal piano, è lo sviluppo di servizi di formazione finanziaria e di consulenza davvero indipendenti dedicati a famiglie e imprese. Tra questi dovrebbe figurare una solida agenzia di rating pubblica della Ue, dotata di un organico di alto livello, in grado di analizzare in modo davvero indipendente l’andamento dei mercati finanziari mondiali, senza incorrere nei clamorosi conflitti di interesse di quelle private. Essa dovrebbe fornire gratuitamente e sistematicamente informazioni affidabili a risparmiatori e imprese su attività e strumenti finanziari pubblici e privati. Sarebbe opportuno che il piano della Ue prevedesse simili reti di protezione prima di incentivare gli investimenti delle famiglie e il finanziamento delle imprese fuori dal circuito bancario, nonché l’emissione di titoli di debito comune europeo, anche al di là dell’attuale discutibile piano di riarmo. L'articolo Perché la nuova Unione dei risparmi e investimenti potrebbe rivelarsi controproducente per famiglie e imprese proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’Italia ha un’opportunità per ridefinire la propria politica estera
di Giulio Di Donato Guardando al passato, negli anni dell’equilibrio bipolare pre-Ue il nostro Paese ha saputo sviluppare, tra mille contraddizioni e opacità, una politica estera relativamente e realisticamente autonoma. Con l’ordine internazionale liberale post-1989, espressione dell’unipolarismo statunitense, e con l’Europa di Maastricht, i margini si fanno invece molto più stretti, se non inesistenti. Arriviamo poi ai nostri giorni: il conflitto in Ucraina segna l’inizio di una fase nuova, che sancisce ufficialmente la realtà di un mondo nel quale sono emerse potenze in grado di opporsi all’unilateralismo e al paninterventismo atlantista globale e illimitato. Non è che prima non contassero i rapporti di forza, gli interessi nazionali, ecc.: erano piuttosto coperti da un velo di ipocrisia di matrice liberal-globalista, che mascherava il dominio egemonico di un’unica grande potenza, oggi costretta a confrontarsi con altre potenze che le contendono il primato. Quel che è certo è che l’alternativa a una condizione di equilibrio di potenza non è l’integrazione cosmopolitica post-sovrana, bensì il dominio unipolare di un’unica potenza: occorre quindi che una potenza arresti, limiti e contenga l’altra, poiché un potere privo di bilanciamenti tende inevitabilmente a esondare. Quello con cui ci confrontiamo è certamente uno scenario denso di rischi, ma anche di opportunità, se l’obiettivo è restituire nuova vitalità all’iniziativa autonoma dei singoli Paesi europei, anche e soprattutto nel loro rapporto reciproco, in vista di un profondo ripensamento del processo di integrazione europea, da smontare e ricostruire daccapo su basi nuove e più ristrette. Ad esempio, l’Italia, assieme a un nucleo ristretto di Paesi europei (nucleo che ovviamente non comprende i baltici), mentre condanna le ingerenze di Trump nei confronti della Groenlandia (a cui, per varie ragioni, non può essere concessa alcuna legittimazione) dovrebbe adoperarsi più o meno sotterraneamente e in modalità “Prima Repubblica”, in una chiave cioè realistica e consapevole dello stato dei rapporti di forza, per ricostruire i rapporti con la Russia, provando a sfruttare le opportunità del nuovo indirizzo di cui tu scrivi. Ma per fare questo bisognerebbe avere chiaro il senso dei propri interessi strategici e disporre di quella capacità di analisi e di visione che oggi manca alla classe dirigente italiana ed europea. L’Italia, intanto, potrebbe farlo direttamente, senza accontentarsi di essere semplicemente graziata dai dazi di Trump, se l’obiettivo è attribuire al tema dell’interesse nazionale un significato di più ampio respiro e restituire al nostro Paese la capacità di svolgere una propria funzione storica nel mondo, nel nome di una prospettiva autenticamente internazionalistica. La prospettiva a cui guardare è dunque quella della ricerca di un equilibrio valido soprattutto tra gli “Stati sovrani egemoni”, chiamati a misurarsi con la necessità di coesistere pacificamente e di cooperare di fronte ad alcune grandi sfide comuni che, pur incrociandola, trascendono la dimensione ineludibile degli interessi nazionali. Si tratta di un modello di ordine che, pur essendo precario, imperfetto e attraversato da molteplici tensioni, resta comunque quello che meglio riflette e valorizza la complessità e la varietà del mondo, contro ogni tentativo di riduzione del diverso all’uno. In generale, per quanto aspra, carica di insidie e spesso difficile da sostenere, la logica dell’equilibrio (oggi solo competitivo) di potenza appare preferibile al manicheismo della contrapposizione tra democrazie e autocrazie, alla retorica dello “scontro di civiltà”, nonché ai tentativi di reductio ad Hitlerum dei leader delle altre potenze continentali, con i quali, proprio in ragione di tale rappresentazione, non sarebbe possibile avviare alcun vero negoziato dopo una fase di burrasca. Risulta infatti più produttivo operare sul terreno del riequilibrio, per quanto conflittuale, piuttosto che su quello di un unipolarismo ideologicamente suprematista, che restringe gli spazi della mediazione politica e giuridica e rende più concreto il rischio di una guerra di magnitudo estrema. La politica estera statunitense, da sempre oscillante tra isolazionismo imperiale e interventismo globale, ragiona oggi in termini di allineamenti contingenti piuttosto che di alleanze strutturali e sembra assestarsi, pur tra mille contraddizioni e incertezze (anche in ragione di evidenti contrasti interni, come quelli tra l’anima neocon di Marco Rubio e quella MAGA di J.D. Vance) sulla linea “versione aggiornata della Dottrina Monroe/equilibrio competitivo di potenza, politiche di contenimento nei confronti dell’ascesa cinese/tentativi di decoupling tra Cina e Russia”. L’obiettivo resta, insomma, quello di affermare, questa volta senza infingimenti retorici, l’America First, all’interno però di un quadro delle relazioni internazionali riconosciuto come costitutivamente pluralistico e conflittuale, che tuttavia non contempla l’ipotesi di uno scontro aperto e totale tra le grandi potenze. Se questo è lo scenario, l’iniziativa politica italiana ed europea, ristretta a un nucleo di “nazioni apparentate”, dovrebbe svolgere una funzione di dialogo e mediazione tra aree diverse, promuovendo condizioni e ragioni di cooperazione piuttosto che di conflitto. Si tratterebbe, cioè, di lavorare sul terreno dell’equilibrio di potenza, puntellandolo con elementi crescenti di pace, giustizia e progresso, imprimendo dinamicità a questi stessi equilibri con il necessario supporto di nuove e più consistenti dosi di energia politica e spirituale, operanti tanto in basso quanto in alto, per spingere la realtà oltre il ventaglio delle possibilità finora intraviste e introdurre, in un mondo sempre più attraversato dal senso dell’ineluttabile e povero di aperture verso l’alto e in avanti, un principio nuovo di speranza, fiducia e fraternità. L'articolo L’Italia ha un’opportunità per ridefinire la propria politica estera proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il principio dell’Ue per cui “un terrorista va trattato da terrorista” non si applica a Israele
“Se ti comporti da terrorista, devi essere trattato da terrorista”, dice l’Alta Rappresentante per la politica estera Ue Kaja Kallas, argomentando la decisione dell’Ue di designare il Corpo della Guardie della rivoluzione iraniana come terroristi e di comminare sanzioni nei confronti di quindici persone e sei entità responsabili di gravi violazioni dei diritti umani in Iran. Del resto, l’Ue ha già adottato 19 pacchetti di sanzioni nei confronti della Russia in conseguenza dell’invasione dell’Ucraina: “Se ti comporti da terrorista, devi essere trattato da terrorista”. Questa me la segno. Il primo ministro di Israele e il suo ex ministro della Difesa sono accusati di Crimini di Guerra e Crimini contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale, alla quale aderiscono tutti e 27 i paesi dell’Ue. Il Governo di Israele è accusato dall’Onu – alla quale pure aderiscono tutti i paesi Ue – di genocidio: un’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite è arrivata alla conclusione che nella Striscia di Gaza è in corso un “genocidio” dall’ottobre del 2023, accusa mossa anche dalle Ong israeliane B’Tselem e Medici per i diritti umani al termine di lunghe indagini. Al contempo, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani condanna l’apartheid messo in atto da Israele in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est: “L’annessione di nuovi territori in Cisgiordania e a Gerusalemme est rappresenta una violazione del divieto di acquisizione di territori con la forza”. Il rapporto Onu ricostruisce inoltre come, da decenni, ai palestinesi venga applicato un regime giuridico e militare distinto da quello dei coloni israeliani, limitando la libertà di movimento, di lavoro, di studio, di cura, l’accesso alla terra, all’acqua e ai servizi essenziali. Tecnicamente, Israele pratica la segregazione razziale. Infinite inchieste giornalistiche, anche israeliane, documentano le condotte terroristiche di Israele, del resto rivendicate da diversi ministri e esponenti della maggioranza (“Combattiamo contro degli animali umani e agiamo di conseguenza”, diceva il ministro israeliano della difesa Gallant annunciando l’assedio a Gaza). Israele prende deliberatamente di mira i civili (“Non ci sono civili innocenti a Gaza”, spiegava il presidente israeliano Herzog, mentre il vicepresidente della Knesset Nissim Vaturi, proponeva di uccidere tutti i maschi adulti di Gaza). Israele utilizza la fame come arma di guerra per imporre una punizione collettiva a un popolo (“Non faremo entrare nemmeno un chicco di grano a Gaza”, spiegava il ministro Bezalel Smotrich). Allo scopo, Israele ha sottratto all’Onu la distribuzione degli aiuti per affidarla alla Ghf, una società privata ai cui punti di distribuzione del cibo centinaia di palestinesi disarmati, compresi bambini, sono stati uccisi. Nei mesi in cui ha funzionato la Ghf, l’Onu ha denunciato una media di 13 morti ammazzati al giorno ai punti di distribuzione per mano dei militari Israeliana o dei contractors. Israele ha abbordato in acque internazionali le imbarcazioni di civili cariche di aiuti che tentavano di forzare l’embargo illegale. Israele vieta a 37 tra le principali Ong – compresa la Caritas – di operare nella Striscia a soccorso di una popolazione stremata composta in maggioranza di donne e bambini: una persona su due, a Gaza, ha meno di 18 anni. Israele autorizza i militari a usare i bambini palestinesi come scudi umani, come confessato dai soldati che hanno prestato servizio a Gaza nel documentario Breaking Ranks: Inside the Israeli army di Benjamin Zand. Israele impedisce il libero accesso della stampa internazionale a Gaza, dove l’esercito israeliano ha ucciso più giornalisti che in tutte le guerre del secolo scorso messe insieme. A Gaza, l’esercito israeliano ha ucciso oltre 1800 medici e paramedici per impedire loro di prestare soccorso ai feriti. Il caso più celebre è quello denunciato dal film The voice of Hind Rajab, Leone d’argento a Venezia e candidato all’Oscar ma del quale Israele vieta la visione in Cisgiordania, ordinando ai soldati di fare irruzione nella sala dove viene proiettato. Israele ha colpito tutti e 36 gli ospedali della Striscia come tutte le chiese cattoliche e le moschee, ha raso al suolo la stragrande maggioranza degli edifici costringendo oltre il 90 per cento della popolazione a sfollare in tende esposte al freddo e alla pioggia. Tende nelle quali si continua a morire di freddo e di fame anche in questi di giorni, a più di tre mesi dalla “tregua” che l’esercito israeliano ha violato una media di tutti i giorni, continuando a bombardare, uccidere, demolire. Israele ricorre a programmi di riconoscimento facciale come il famigerato “Wher’s daddy?” per seguire gli spostamenti dei presunti terroristi – ricordando che, per la legge israeliana, è imputabile per terrorismo un bimbo di 12 anni che lancia una pietra a un tank – per poi ucciderli con i droni solo quando fanno rientro nelle loro abitazioni, così da uccidere l’intera famiglia. Oltre 2.700 famiglie palestinesi sono state cancellate a Gaza, senza lasciare superstiti. Altre 6.000 famiglie oggi si compongono di una sola persona, riporta il registro civile palestinese. Israele prosegue a Gaza come in Cisgiordania nella demolizione sistematica delle infrastrutture civili e delle case palestinesi, nello sfollamento forzato delle famiglie e pratica sistematicamente la tortura nelle carceri dove vengono detenuti, nel 50 per cento dei casi, persone senza alcun capo di imputazione, comprese donne e bambini. Si stima al momento siano circa 350 i bambini dai 12 anni detenuti delle carceri israeliane. Nel corso della sua vita, un palestinese su 4 è stato arrestato. Una percentuale che non ha pari in nessun regime del mondo e della storia. Israele attacca e bombarda una sfilza di stati sovrani anche colpendo i corpi internazionali delle missioni di pace e i colloqui di pace ma non ha senso proseguire l’elenco di condotte che sarebbero senza ombra di dubbio considerate “terroristiche” se fossero quelle degli Ayatollah o di Putin perché il principio adottato dall’Ue che “un terrorista deve essere trattato da terrorista” non si applica a Israele, nei confronti dei quali l’Ue non ha infatti adottato alcuna sanzione. E chissà come lo spiegano quelli con la bandierina dell’Ue nel profilo ai propri figli: chissà come pensano di convincerli a difenderle in armi questa Unione Europea invece che ad abbatterla o a fuggire via. L'articolo Il principio dell’Ue per cui “un terrorista va trattato da terrorista” non si applica a Israele proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Accordo Ue-Mercosur verso l’applicazione provvisoria. Che cosa prevede per auto, vini, chimica, macchinari e prodotti agricoli
Le proteste degli agricoltori porteranno l’accordo di libero scambio tra l’Unione Europea e il Mercosur alla Corte di Giustizia Europea. Ma un gruppo di capitali – a partire da Berlino e Roma – e la Commissione puntano a rendere operativo fin da subito il trattato, grazie all’applicazione provvisoria prevista con il via libera del Consiglio Ue. Al centro della contesa c’è un accordo che vale circa 80 miliardi di euro e per Bruxelles è un esplicito messaggio al resto del mondo di rifiuto del protezionismo e di apertura al commercio. LE CIFRE IN GIOCO Il Mercosur riunisce in un’area di libero scambio Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay, i quattro Paesi fondatori, a cui negli ultimi anni si è aggiunta anche la Bolivia, per un mercato che supera i 295 milioni di persone. È l’unico partner commerciale in America Latina con cui l’Ue non ha un accordo commerciale preferenziale, pur essendo il secondo partner commerciale del Mercosur per quanto riguarda gli scambi di merci, dopo la Cina e prima degli Stati Uniti, e rappresentando il 16,9% del suo commercio totale. Il Mercosur, invece, è il decimo partner commerciale dell’Ue. Le aziende dell’Ue hanno esportato verso i quattro paesi fondatori 55 miliardi di euro in beni nel 2024 e 29 miliardi di euro in servizi nel 2023. I TERMINI DELL’ACCORDO Le economie del Mercosur sono protette da dazi elevati: automobili, abbigliamento e tessile e calzature hanno una tariffa del 35%, vino e alcolici tra il 35 e il 20%, macchinari e ricambi auto tra il 20 e il 14%, prodotti chimici e farmaceutici possono rispettivamente arrivare fino al 18 e al 14%. L’accordo elimina i dazi all’importazione su oltre il 91% delle merci Ue esportate verso il Mercosur. Tra i settori per i quali si prevedono i maggiori incrementi nelle esportazioni dell’Ue verso il Mercosur ci sono i veicoli a motore (20,7 miliardi di euro o +200%), macchinari (5,4 miliardi di euro o +35%) e prodotti chimici (4,8 miliardi di euro o +50%). Oltre ai dazi, le barriere sono anche non tariffarie, come procedure onerose, regolamentazioni e norme tecniche diverse da quelle internazionali. L’accordo prevede la rimozione di queste barriere, eliminando i trattamenti fiscali discriminatori sulle merci importate, facilitando il commercio di servizi e gli scambi per le piccole e medie imprese, fino all’apertura degli appalti pubblici. GLI EFFETTI SULL’ECONOMIA EUROPEA L’impatto complessivo sull’economia dell’Ue, secondo le stime della Commissione, si avvicinerà a 80 miliardi di euro una volta che l’accordo sarà pienamente attuato: si tratta dello 0,05% del Pil complessivo. La previsione è che il beneficio sarà doppio rispetto a quello del Ceta stipulato con il Canada. Per i vertici europei, l’accordo riveste un’importanza non solo economica ma anche politica. “Invia un segnale forte al mondo – ha dichiarato la Presidente Ursula von der Leyen -. Riflette una scelta chiara e deliberata. Scegliamo il commercio equo anziché i dazi, scegliamo una partnership produttiva e a lungo termine e, soprattutto, intendiamo offrire benefici reali e tangibili ai nostri cittadini e alle nostre aziende”. LA QUESTIONE AGRICOLA L’agricoltura rimane uno degli aspetti più sensibili dell’accordo, soprattutto sul fronte europeo, e le misure di tutela previste non hanno convinto gli operatori del settore, che hanno spinto per lo stop al trattato. L’accordo prevede che diversi prodotti agricoli del Mercosur – come carne bovina e suina, pollame, zucchero, miele ed etanolo – saranno soggetti a quote anziché a una piena liberalizzazione, e include un meccanismo di salvaguardia bilaterale che consentirebbe all’Ue di introdurre misure temporanee qualora le importazioni dal Mercosur causino gravi danni ai produttori nazionali. Nei giorni precedenti all’approvazione la Commissione Europea ha inoltre offerto l’accesso anticipato a 45 miliardi di euro di fondi nell’ambito del prossimo bilancio della Politica Agricola Comune, per placare le voci contrarie. Il gruppo dei Verdi al Parlamento Europeo ha denunciato l’inutilità della misura. “Sarà tanto meno efficace in quanto il Consiglio e la Commissione hanno cancellato l’articolo creato dal Parlamento europeo sulle condizioni di reciprocità. Infine, gli agricoltori non si lasciano ingannare dal pagamento previsto di 45 miliardi di euro nell’ambito della Politica agricola comune, soprattutto perché il bilancio complessivo è stato tagliato del 20 per cento”. LE OPPORTUNITÀ PER L’ITALIA L’interscambio di beni tra Italia e Mercosur ha raggiunto i 13,4 miliardi di euro nel 2024: 7,4 di export e 6 di import. I beni industriali hanno rappresentato oltre l’81% degli scambi e corrispondono al 94% del nostro export. Verso il Mercosur l’Italia è il primo esportatore dell’Unione Europea nell’agroalimentare, il secondo nei veicoli e mezzi di trasporto, e nei macchinari e prodotti elettrici, il terzo nella plastica e gomma, e negli strumenti ottici e medici, e il quarto nei prodotti chimici e farmaceutici. Il commercio di servizi, invece, ha generato un surplus di circa 1 miliardo di euro nel 2023, con 1,9 miliardi di export. Per quanto riguarda gli investimenti diretti esteri, sempre nel 2023, il Mercosur ha rappresentato il terzo mercato extra Ue, con un valore di 15,1 miliardi di euro. L'articolo Accordo Ue-Mercosur verso l’applicazione provvisoria. Che cosa prevede per auto, vini, chimica, macchinari e prodotti agricoli proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’India firma l’accordo di libero scambio con l’Ue: così tenta un modello di sviluppo autonomo rispetto alla Cina
L’Ue e l’India hanno concluso il 27 gennaio 2026 un accordo di libero scambio che vuole rafforzare i legami economici e politici tra la seconda e la quarta economia mondiale e che coinvolge 2 miliardi di persone, in un momento di crescenti tensioni geopolitiche e sfide economiche globali. Von der Leyen e Costa, presidenti della Commissione e del Consiglio europeo, e il premier indiano Narendra Modi, molto amico di Giorgio Meloni, hanno festeggiato la firma dell’accordo a New Delhi al termine del 16esimo vertice Ue-India. L’Ue e l’India hanno già in essere scambi di beni e servizi per un valore di oltre 180 miliardi di euro all’anno e si prevede che l’accordo raddoppierà le esportazioni di beni dell’Ue verso l’India entro il 2032. Dal punto di vista economico, l’India è una delle economie a crescita più rapida del mondo. Con un Pil stimato in 4.18 trilioni di dollari, nel dicembre 2025 l’India ha comunicato al mondo di essere diventata la quarta potenza economica, superando il Giappone, mettendosi all’inseguimento di Germania, Cina e Usa. Gli indiani stanno cercando di creare un modello di sviluppo autonomo rispetto a quello cinese che potrebbe essere considerato per loro come un modello possibile. Troppe le differenze culturali, imprenditoriali e manageriali. Un problema evidente è stato il passaggio rapido dal settore agricolo all’economia dei servizi senza passare attraverso una vera “rivoluzione industriale” basata sulla manifattura che è sicuramente meno sviluppata di quello che dovrebbe essere, e alla cui crescita gli europei e gli italiani stanno già contribuendo fattivamente attraverso aziende che hanno localizzato in India produzioni strategiche. Scambi commerciali Ue-India; Fonte Consiglio d’Europa L’India è il decimo partner commerciale dell’Ue mentre l’Ue è il secondo partner commerciale dell’India. Oltre 6mila imprese europee sono presenti in India creando direttamente 1,7 milioni di posti di lavoro e indirettamente 5 milioni. L’Ue vuole ora entrare nel mercato dell’automotive indiano, il terzo al mondo, di fatto dominato dai locali, dai cinesi e dai coreani, e in cui l’impatto dell’auto elettrica è ancora molto modesto, con tassi di inquinamento nei centri urbani spesso preoccupanti. La classe media indiana sta crescendo e crescono anche i ricchi indiani con stili di vita simi ai pari reddito occidentali. I loro consumi si stanno sempre più orientando verso i gusti europei creando un gigantesco mercato per i prodotti che arrivano dal nostro continente e dall’Italia in particolare, che è sempre molto apprezzata in India. In testa alle esportazioni indiane ci sono ferro e acciaio e il premier Modi punta anche su tessile e farmaceutico, ma soprattutto vuole mantenere alte le quote dell’acciaio bypassando dazi e tasse green. Ma oltre a ciò, l’India sta cercando di incrementare i suoi rapporti nei settori tecnologico e scientifico con l’Europa dopo che Usa e Cina stanno diventando sempre più chiuse e autocratiche negli ambiti che hanno valore strategico e geopolitico prioritario. Settori come tecnologia dell’informazione, farmaceutica, spazio e servizi digitali sono i motori principali dello sviluppo tecnologico e scientifico indiano. Città come Bangalore, Hyderabad e Pune sono veri hub tecnologici globali. L’India è conosciuta in tutto il mondo per le sue aziende dell’informatica e nell’intelligenza artificiale. L’India è la farmacia del mondo, dove si producono i semilavorati chimici e biologici che poi sono utilizzati dalle maggiore aziende farmacologiche mondiali e sta facendo cose importanti nei diversi settori delle biotecnologie. L’agenzia spaziale nazionale dell’India (Isro) ha mandato sulla Luna un rover nel 2023 e punta a uno sviluppo importante di lanciatori e missioni. Le startup indiane hanno prodotto più di 100 unicorni ovvero aziende che hanno ottenuto una quotazione di mercato superiore al miliardo di dollari. Si tratta principalmente di aziende del settore fintech, AI, e-commerce, space-tech e biotech. L'articolo L’India firma l’accordo di libero scambio con l’Ue: così tenta un modello di sviluppo autonomo rispetto alla Cina proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Fatta l’Europa, ora bisogna fare gli europei: l’Ue al bivio si gioca la sua unità
“Purtroppo si è fatta l’Italia, ma non si fanno gli italiani” pare lamentasse Massimo d’Azeglio. Era stato presedente del Consiglio del Regno di Sardegna e, nel 1860, fu il primo governatore della Provincia di Milano dopo l’unificazione. Massone e cattolico, patriota e federalista, morì nel 1866 dopo aver colto con lucidità profetica il divario tra istituzioni e identità collettiva. A oltre sessant’anni dai Trattati di Roma, possiamo applicare la medesima riflessione al progetto europeo. Abbiamo costruito una Europa istituzionale, senza forgiare una coscienza europea condivisa. Una costruzione basata quasi esclusivamente su dogmi economici neoliberisti, sul modello finanzcapitalista dell’America reaganiana e post reaganiana. L’Europa delle istituzioni, soprattutto finanziarie, non dei popoli. L’Unione Europea è un esperimento politico senza precedenti: una unione di Stati sovrani legati da trattati, regolamenti e direttive. Abbiamo una moneta comune, un parlamento eletto, una bandiera e perfino un inno. E l’anomalia di una lingua comune, l’inglese, che non appartiene a nessuno dei 27 stati. Quando i cittadini si interrogano sulla propria identità, rispondono quasi invariabilmente di essere francesi, tedeschi, italiani o polacchi. L’aggettivo “europeo” rimane un’appendice burocratica, privo della carica emotiva che accompagna l’appartenenza nazionale. Le cause di questa mancata costruzione identitaria sono molte. In primis, l’Europa è stata edificata sull’economia: il mercato comune, la libera circolazione, l’unione monetaria, la concorrenza. La dimensione culturale e politica è subalterna, quasi accessoria. Inoltre, c’è un enorme deficit democratico: le istituzioni europee sono distanti, tecniche, incomprensibili ai cittadini. E, soprattutto, le decisioni importanti nascono senza un mandato popolare diretto ed esplicito. Bruxelles è percepita una capitale straniera, non il cuore di una patria condivisa. Strasburgo: una costosa assurdità. Manca del tutto una narrazione comune. Ogni nazione possiede i propri miti fondativi, i propri eroi, le proprie date simboliche. L’Europa fatica a costruire un immaginario collettivo che trascenda le singole storie nazionali. Il 9 maggio, Festa dell’Europa, passa del tutto inosservato, mentre le ricorrenze nazionali mantengono intatta la loro forza evocativa. Questa distanza è aumentata vertiginosamente con la pandemia e, poi, con la guerra ucraina. Durante la pandemia, furono cubani e russi i primi ad aiutarci in modo concreto e umano, non i fratelli dell’Unione. La russofobia non è un sentimento condiviso ma divisivo. Non basta dire al popolo europeo che “sta per essere attaccato e accusare i pacifisti di essere privi di spirito patriottico e di voler esporre il proprio paese al pericolo. Funziona sempre, in qualsiasi paese” (cit. Herman Göring). È velleitario ostinarsi a pensare che possa funzionare con gli europei senza identità. Oggi l’Europa si trova di fronte a un bivio. Può costruire con la guerra ciò che la finanza non è stata in grado di costruire. Può cedere alla tentazione di creare la propria identità sulla logica antica della contrapposizione militare, rinnegando se stessa. Oppure può tentare la via più difficile: dimostrare che un’identità collettiva può nascere dalla pace, dalla cooperazione, dalla condivisione di valori. Sarebbe una rivoluzione antropologica, un superamento della tragica lezione della storia. D’Azeglio sapeva che le nazioni non nascono dai decreti né dalle direttive, ma dalla paziente tessitura di legami simbolici, linguistici ed emotivi. La lunga pace del dopoguerra ha prodotto un barlume di identità italiana, a forza di televisione in lingua italiana, di Festival di Sanremo della canzone italiana, di vittoria della nazionale italiana di calcio, festeggiata da un partigiano come Presidente. Assai più delle guerre coloniali e delle due guerre mondiali. L’Europa, se vorrà sopravvivere come soggetto geopolitico, dovrà finalmente imparare a fare gli europei. Come scrisse Kant nel suo “Progetto per la pace perpetua” (1795) la vera sfida non è vincere le guerre, ma renderle obsolete. L’Europa, se saprà fare gli europei senza bisogno di campi di battaglia, avrà compiuto un miracolo politico senza precedenti. Scegliere il campo di battaglia, invece, potrebbe condurre alla disgregazione della Unione e, se penso ai miei frattali, produrre effetti cascata in parecchi stati nazionali. L'articolo Fatta l’Europa, ora bisogna fare gli europei: l’Ue al bivio si gioca la sua unità proviene da Il Fatto Quotidiano.
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