Viktor Orbán e Robert Fico non mollano e bloccano l’impegno europeo di sostegno
all’Ucraina, almeno fino a quando Kiev non ripristinerà le forniture di petrolio
russo ai due Paesi attraverso l’oleodotto Druzhba danneggiato dai bombardamenti.
A niente sono serviti gli appelli degli altri Stati membri, tantomeno le
richieste delle istituzioni Ue di rispettare la parola data. E nemmeno l’impegno
del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, di ripristinare le forniture entro
un mese e mezzo, ammorbidendo così le sue posizioni intransigenti sui flussi di
petrolio russo verso l’Ue. Così, il Consiglio Ue non ha potuto far altro che
approvare le conclusioni in merito solo col sostegno di 25 Stati membri su 27
l’invio del prestito da 90 miliardi a sostegno dell’Ucraina e l’imposizione del
ventesimo pacchetto di sanzioni alla Russia.
La decisione finale, raccontano fonti di Bruxelles, è arrivata dopo un lungo e
concitato dibattito tra i capi di Stato e di governo, la maggior parte dei quali
era impegnato a cercare di convincere Budapest e Bratislava a rispettare gli
accordi raggiunti lo scorso anno. Orbán, raccontano, ha fatto un breve
intervento sostenendo che la propria posizione è “legalmente solida”. Parole
alle quali ha replicato il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, che ha
definito il suo comportamento “inaccettabile” e “contrario” al principio della
leale cooperazione previsto dai Trattati.
D’altra parte, il leader ungherese, che tra meno di un mese dovrà affrontare le
elezioni parlamentari in patria che lo vedono, almeno stando ai sondaggi, i
netto svantaggio sul suo principale avversario, Peter Magyar, lo aveva
anticipato in mattinata entrando all’incontro: “La posizione ungherese è molto
semplice, siamo pronti a sostenere l’Ucraina quando avremo il nostro petrolio
che è bloccato da loro. Fino ad allora non ci sarà alcuna decisione favorevole
per l’Ucraina”. Inutili le promesse fatte da Kiev nei giorni scorsi, giudicate
dai due Paesi dell’Est Europa “una farsa“: “Noi aspettiamo il petrolio. Tutto il
resto è solo una favola. Crediamo solo ai fatti. Il petrolio deve arrivare in
Ungheria e poi si aprirà un nuovo capitolo. Fino ad allora non possiamo
sostenere alcuna proposta pro-ucraina. Senza quel petrolio tutte le famiglie
ungheresi e le aziende andranno in bancarotta. Non è uno scherzo, non è un gioco
politico, Volodymyr Zelensky dovrebbe capirlo”.
I temi sul tavolo del Consiglio erano tanti, dalla guerra in Iran alla nuova
crisi energetica, ma molti leader hanno deciso di lanciare un appello a Ungheria
e Slovacchia, prima dell’incontro, affinché tornassero sulle loro posizioni. “Se
si dice di impegnarsi su qualcosa, poi quell’impegno deve essere rispettato – ha
dichiarato la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola – Questo è
sempre stato lo spirito del Consiglio europeo, così come lo è lo spirito della
leale cooperazione tra le istituzioni. Il Parlamento ha votato sul prestito e la
decisione è stata formalizzata anche dal Consiglio, ora ci aspettiamo che venga
attuata. Sarà sempre richiesto a tutti coloro che siedono attorno al tavolo”
Che il clima, però, non fosse favorevole al raggiungimento dell’unanimità era
chiaro a tutti. Tanto che l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue,
Kaja Kallas, si era detta “non molto ottimista, ma so che il presidente Costa si
sta davvero impegnando al massimo per trovare una soluzione con Orbán “. Nel
tentativo di sbloccare la situazione, supportando l’Ucraina nel ripristino dei
flussi di petrolio, l’Unione europea aveva inviato dei suoi esperti nel Paese di
Volodymir Zelensky per valutare le reali condizioni delle pipeline. Uno sforzo
inutile, dato che Orbán e Fico hanno deciso di non rinunciare al proprio diritto
di veto.
X: @GianniRosini
L'articolo Orbán e Fico mettono il veto sul prestito da 90 miliardi all’Ucraina:
Ue approva le conclusioni con soli 25 Stati membri proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Unione Europea
L’Unione europea continua a fare passi avanti sulle rinnovabili, eppure il
conflitto in Medio Oriente ha mostrato tutta la vulnerabilità dell’Europa
rispetto agli shock dei prezzi sui mercati internazionali. Una fragilità
direttamente proporzionale alla dipendenza dai combustibili fossili che l’Europa
importa per il 58% del fabbisogno energetico totale (con una dipendenza del 95%
per il petrolio e del 90% per il gas). Il costo dell’energia prodotta da gas
nell’Ue è aumentato di oltre il 50% nei primi dieci giorni del conflitto, a
partire dal 28 febbraio. Secondo un’analisi del think tank Ember, con il balzo
dei prezzi, nello stesso periodo, l’Ue ha pagato 2,5 miliardi di euro aggiuntivi
per le importazioni di combustibili fossili. Ma l’impatto si sente molto di più
nei Paesi più dipendenti dal gas, come l’Italia. Qualcosa del Green deal, piano
strategico per raggiungere la decarbonizzazione, è arrivato a destinazione, ma è
lontano “lo sbarco sulla luna” annunciato dalla presidente della Commissione Ue.
“L’Unione europea era partita bene nel primo mandato Ursula von der Leyen, ma la
reazione alla crisi in Ucraina ha portato a un eccesso di investimenti in
infrastrutture di gas, in particolare di gas naturale liquefatto, che hanno
accelerato la nostra dipendenza dagli Stati Uniti” spiega a ilfattoquotidiano.it
Michele Governatori, docente di economia applicata ed esperto senior energia del
think tank indipendente sulla transizione energetica Ecco. Per ridurre la
dipendenza dal gas russo, l’Ue è entrata in un’altra trappola, quella del gas
acquistato a caro prezzo dagli Usa che, senza colpo ferire, hanno appena dato il
via libera agli acquisti di petrolio dalla Russia, a cui l’Ue continua ad
applicare le sanzioni e un price cap. “Se con la crisi in Ucraina in parte era
inevitabile importare il gas da altri Paesi, almeno nel primo periodo – aggiunge
– dall’altro lato, sono stati costruiti troppi terminali Gnl, che poi peseranno
sul costo dell’energia, mentre si poteva puntare di più sulle rinnovabili,
soprattutto in Paesi come l’Italia”.
IL RUOLO DELLE RINNOVABILI NELLA RIDUZIONE DELLA DIPENDENZA DALLE FONTI FOSSILI
L’Europa, d’altronde, è quella dove per la prima volta, nel 2025, eolico e
solare hanno generato più elettricità delle fossili (il 30%, contro il 29%). Ma
quello sulle rinnovabili è un quadro in chiaroscuro. Lo scorso anno le energie
pulite hanno fornito quasi il 48% dell’energia elettrica e, dal 2021 al 2024, la
capacità installata è cresciuta del 37% (190 gigawatt). Allo stesso tempo, se il
target vincolante per la quota rinnovabile nel consumo finale lordo di energia è
di almeno il 42,5% entro il 2030 (con l’ambizione di raggiungere il 45%), nel
2024 quella quota si è fermata al 25%. Nel frattempo, però, sempre dal 2021 al
2024, la domanda europea di gas calata del 19%. “In questi anni le rinnovabili
hanno avuto un ruolo fondamentale nel calo della dipendenza dalle fonti fossili,
ma soprattutto quella dal carbone in alcuni Paesi, tra cui la Germania.
Immaginiamo come staremmo ora in Europa, se avessimo la stessa dipendenza dalle
fossili di dieci anni fa” spiega Michele Governatori. “La domanda europea di gas
è calata circa di un quinto nel 2022 e nel 2023 – aggiunge – e questo
rappresenta qualcosa che, solo poco tempo prima, sarebbe stato difficile
immaginare, ma il calo è stato soprattutto una risposta ai prezzi alti del gas
dopo l’invasione dell’Ucraina e, solo secondariamente, per le politiche”.
IL MERCATO DEL GAS A MISURA DI STATI UNITI
Oggi, dunque, si consuma meno gas rispetto agli anni che hanno preceduto la
guerra in Ucraina, ma nel frattempo il mercato è molto cambiato e adesso è un
mercato globale, sostanzialmente con un unico prezzo. “Prima c’erano dei prezzi
regionali, perché i tubi collegavano alcune aree del mondo in modo privilegiato
rispetto ad altre – aggiunge – ora che una parte maggiore di gas viaggia via
mare, le navi vanno dove le porta il prezzo. E così gli Stati Uniti, principali
esportatori mondiali di petrolio e gas, sono diventati la determinante del
prezzo del gas”. Un mese fa, a Bruxelles, una portavoce della Commissione Ue ha
smentito gli allarmi sul rischio della dipendenza dell’Europa dal gas importato
a caro prezzo dagli Stati Uniti. A manifestare i timori anche la vice di Ursula
von der Leyen, Teresa Ribera e il commissario europeo all’Energia, Dan
Jorgensen. “Dal punto di vista geopolitica per l’Europa è preoccupante e
pericoloso” commenta Michele Governatori, ricordando le recenti dichiarazioni,
con cui Trump ha replicato alle preoccupazioni negli Usa per l’aumento del
prezzo della benzina. “Gli Stati Uniti sono il più grande produttore di petrolio
al mondo, quindi quando il prezzo del petrolio sale, noi facciamo un sacco di
soldi” ha scritto in un post sui social. “Trump parla del petrolio, ma vale lo
stesso discorso per il gas” aggiunge l’esperto.
LE PRESSIONI USA E LA NUOVA TRAPPOLA DEL GNL
Che cosa avrebbe dovuto fare l’Europa in più per essere oggi meno esposta?
“L’Unione europea in questi anni ha fatto diversi passi importanti e, nel
complesso, su rinnovabili e decarbonizzazione è molto avanti rispetto
all’Italia, ma ha anche commesso degli errori. Avrebbe dovuto – e dovrebbe,
perché siamo ancora in tempo – fare l’Europa. Essere coerente – spiega
Governatori – con le politiche che hanno caratterizzato soprattutto il primo
mandato della Commissione von der Leyen, durante il quale fu approvata la prima
legge sul clima”. Nel secondo mandato, però, è iniziata la retorica della
competitività. E questo ha prodotto diversi effetti, come il dietrofront sullo
stop ai motori termini nel 2035. A dicembre 2024, però, Trump ‘avvisò’ Bruxelles
che le esportazioni sarebbero state colpite dai dazi statunitensi se gli stati
membri non avessero aumentato gli acquisti di petrolio e gas americani. Che, a
dire il vero, erano già saliti parecchio dopo l’inizio della guerra in Ucraina.
Detto, fatto. Con l’accordo commerciale firmato con gli Usa a luglio 2025,
l’Unione europea si è impegnata ad acquistare energia statunitense per un valore
di 750 miliardi di dollari entro il 2028 (250 miliardi l’anno). Nel 2025,
Italia, Germania, Paesi Bassi, Francia e Spagna hanno importato il 75% Gnl Usa
in Unione Europea. E se queste sono quadruplicate dal 2021 al 2025 (passando da
21 miliardi a circa 80 miliardi di metri cubi) portando i paesi dell’Unione ad
acquistare complessivamente il 57% del loro Gnl dagli Stati Uniti, secondo una
recente analisi dell’Institute for Energy Economics and Financial Analysis,
organizzazione indipendente statunitense, nei prossimi anni potrebbe arrivare
dagli Stati Uniti fino al 75–80% del Gnl importato dall’Ue, arrivando a coprire
circa il 40% delle importazioni totali di gas.
L’EUROPA AL BIVIO
A chi è convenuto l’accordo con gli Usa? L’Unione europea ha firmato solo perché
sotto minaccia? “È stato un errore accettare l’accordo con gli Stati Uniti sul
gas in risposta alle minacce tariffarie di Trump, anche se credo si tratti di un
impegno scritto sulla sabbia. Se l’Europa, che ha anche la forza economica per
non stare all’agenda di Trump, non fosse scesa a compromessi, sarebbero stati
gli Usa a violare le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio. Credo
che il presidente degli Stati Uniti, come accaduto altre volte, avrebbe fatto
marcia indietro”. Il risultato è che nel rapporto annuale sullo stato
dell’Unione dell’energia, è la stessa Commissione Ue a dire che “il
raggiungimento degli obiettivi energetici dell’Ue per il 2030 richiederà una
diffusione molto più rapida delle energie rinnovabili” e miglioramenti
dell’efficienza energetica nei prossimi anni. “L’Europa può farlo, se non si
mette a proteggere i comparti meno efficienti dell’ industria dal punto di vista
climatico. Ci sono settori in cui l’Italia ha ancora da dire: dalle turbine
eoliche che ancora si producono qui, alle pompe di calore. Anche le reti
elettriche sappiamo farle in Europa” spiega Governatori. E nel continente c’è
chi ha messo a frutto le sue potenzialità. Dall’analisi di Ember emergono le
differenze particolarmente marcate tra la Spagna, che ha aggiunto 40 GW di
capacità da energie rinnovabili dal 2019 e l’Italia, che rimane fortemente
dipendente dal gas per la produzione di energia elettrica. E in Spagna il gas ha
influenzato il prezzo dell’elettricità solo nel 15% delle ore dall’inizio del
2026, rispetto all’89% in Italia.
L'articolo L’Europa delle rinnovabili paga il conto (salato) delle energie
fossili. E della trappola del gas liquido di Trump proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L’Europa fa finta di non sentire, così Donald Trump fa alzare la voce
all’ambasciatore americano alle Nazioni Unite, Mike Waltz, nel tentativo di
coinvolgere nella protezione delle navi che transitano da Hormuz anche gli
alleati. “Il presidente Trump si rivolge al mondo intero, affermando che
l’intera comunità globale è coinvolta – ha affermato il diplomatico in
un’intervista alla Cnn – L’Iran non può tenere in ostaggio le vostre economie.
Noi, pertanto, accogliamo con favore, incoraggiamo e persino esigiamo la vostra
partecipazione per tutelare le vostre stesse economie”.
Nella nottata tra sabato e domenica, il tycoon aveva infatti chiesto a “numerosi
Paesi colpiti dalle prepotenze dell’Iran” di contribuire alla messa in sicurezza
dello Stretto di Hormuz: “Non solo si sono impegnati, ma ritengono si tratti di
un’ottima iniziativa”, ha detto in un’intervista telefonica alla Nbc, ostentando
pieno controllo della situazione. “Non voglio dire nulla” anche se “è
possibile”, ha replicato alla domanda se la Marina Usa avrebbe cominciato a
scortare le navi.
La realtà, però, è un’altra. Lunedì è convocato il Consiglio Affari Esteri a
Bruxelles dove si discuterà anche della posizione da prendere riguardo alla
situazione nello Stretto di Hormuz. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha
invocato unità per fornire agli Stati Uniti una risposta compatta da parte
dell’Ue. E a domanda diretta su un possibile coinvolgimento dell’Italia nel
supporto militare ai cargo in transito vicino alle coste iraniane ha però
risposto: “Non siamo coinvolti in operazioni militari su Hormuz. Nessun Paese
europeo ha dato disponibilità militare per forzare Hormuz”.
Timide e quasi nulle le adesioni internazionali, al momento. La Corea del Sud
“valuterà con attenzione” la richiesta, precisando di sperare che “la rete
logistica marittima globale torni rapidamente alla normalità”. Simile risposta è
stata fornita dal Giappone, che non esclude l’invio di navi, pur ammettendo “che
la disputa è ancora in corso, si tratta di una questione che dobbiamo valutare
con cautela. Ritengo che l’asticella sia molto alta”, ha detto Takayuki
Kobayashi, esponente di vertice del Partito Liberal Democratico.
Lunedì sarà più chiaro quale posizione assumerà l’Europa, sempre che ne emerga
una unitaria. Di certo c’è da tenere di conto la promessa di rappresaglia già
lanciata da Teheran che ha invitato gli altri Paesi “ad astenersi da qualsiasi
azione che possa portare un’escalation e a un’estensione del conflitto”.
L'articolo Trump spinge gli alleati in guerra: “Esigiamo supporto militare a
Hormuz”. L’Europa prende tempo, Tajani: “Non siamo coinvolti” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
La Procura federale del Belgio scrive un altro capitolo nel cosiddetto scandalo
Huaweigate. E rischia di farlo a pochi giorni dall’audizione
dell’europarlamentare di Forza Italia Fulvio Martusciello davanti alla
Commissione Juri in merito alla richiesta di revoca dell’immunità presentata nei
suoi confronti dall’autorità giudiziaria belga. Quest’ultima sospetta il
coinvolgimento del politico italiano nel presunto giro di mazzette che da Huawei
passavano nelle mani di lobbisti e assistenti parlamentari per poi finire nelle
tasche anche di europarlamentari. Nell’inchiesta, però, c’è un nuovo indagato al
quale, nei giorni scorsi, la polizia ha notificato un invito a essere
interrogato. Si tratta di Andrea Maellare, 30 anni, di Soverato (Catanzaro),
cresciuto tra le fila di Forza Italia Giovani sino a diventare coordinatore
regionale e vice delegato nazionale. Ruoli che, nel tempo, lo hanno messo in
contatto con i big del partito: dal defunto presidente Silvio Berlusconi
all’attuale segretario nazionale e ministro degli Esteri Antonio Tajani,
passando dai vertici calabresi di Forza Italia. Ma anche con l’europarlamentare
campano Fulvio Martusciello del quale, nel 2019, era diventato stagista.
Maellare, insomma, è stato un enfant prodige della politica azzurra e, nel 2020,
dopo uno stage di 7 mesi, a soli 24 anni è diventato il più giovane assistente
parlamentare in Europa. Ovviamente di Martusciello.
Oggi di anni ne ha 30 e ha ricevuto un avviso di garanzia in seguito al quale
martedì “sarà interrogato, – si legge nell’atto – in qualità di sospettato”, per
reati gravissimi e punibili “con la reclusione”. Andrea Maellare, infatti,
rischia il carcere per associazione a delinquere, corruzione pubblica,
falsificazione di atti, utilizzo di documenti falsificati e riciclaggio di
denaro. Oltre all’elenco dei reati contestati, nell’avviso di citazione c’è
scritto che sebbene l’indagato “non sia privato della libertà”, la sua posizione
potrebbe cambiare dopo l’interrogatorio. Testualmente, infatti, si legge:
“Tuttavia tenete presente che il pubblico ministero, a seconda delle
circostanze, può disporre l’arresto nell’ambito delle indagini”. Ed è per questo
motivo che l’autorità giudiziaria belga consiglia a Maellare di presentarsi,
accompagnato da un avvocato, martedì alle 9 negli uffici della polizia federale
dove potrà decidere se “fare una dichiarazione, rispondere alle domande poste
oppure rimanere in silenzio”.
Lo scandalo Huaweigate è diventato di dominio pubblico l’anno scorso dopo i 21
blitz compiuti dagli agenti belgi, portoghesi e francesi su mandato della
Procura federale belga. Il presunto giro di mazzette partite da Huawei per
finire nelle tasche di europarlamentari sarebbe collegato alla corsa dei colossi
delle tlc ad accaparrarsi bandi per lo sviluppo della rete 5G in Europa. Da
parte degli Stati Uniti e di anime della politica europea si chiedeva
l’esclusione delle società cinesi per motivi di sicurezza interna. Cosa che poi
è avvenuta. Per evitarla, è la tesi della Procura, i lobbisti di Huawei
spingevano alcuni europarlamentari, dietro ricompensa, a fare pressione sulle
istituzioni affinché non escludessero le aziende di Pechino, arrivando a parlare
di “razzismo tecnologico”. Tesi, questa della Procura federale, che sarebbe
supportata da una lettera datata gennaio 2021 nella quale il primo firmatario,
Martusciello, e altri eurodeputati si appellavano direttamente alla Commissione.
L’accordo sarebbe consistito in 15mila euro di compenso all’autore delle lettere
e 1.500 euro ai restanti europarlamentari cofirmatari. Agli atti dell’inchiesta
sarebbero finiti anche numerosi messaggi e, soprattutto, i bonifici a riscontro
delle somme di denaro versate da Huawei. Dopo essere transitati sui conti di due
società, una belga e una inglese, questi soldi rappresenterebbero le famose
“mazzette” su cui indaga la Procura federale. Mazzette che, una volta arrivate
sui conti correnti di alcuni assistenti parlamentari, avrebbero così chiuso il
cerchio del presunto “patto corruttivo”.
Ritornando all’interrogatorio di martedì, il calabrese Andrea Maellare non è il
primo assistente parlamentare di Martusciello coinvolto nell’inchiesta. Nel
marzo 2025, infatti, era stato il turno di Lucia Luciana Simeone destinataria di
un mandato di arresto europeo per i reati di associazione per delinquere,
corruzione e riciclaggio. Travolta dallo scandalo Huaweigate, dopo qualche
giorno di carcere a Secondigliano, Simeone era tornata a casa ai domiciliari
concessi dalla Corte di Appello di Napoli. A un mese dall’incarcerazione, il suo
mandato di arresto europeo è stato revocato perché il giudice istruttore belga
ha “preso atto – avevano spiegato i legali della Simeone – della volontà
dell’assistente parlamentare di fornire ogni chiarimento sulla sua posizione”.
Un po’ quello che, adesso, sta succedendo ad Andrea Maellare. Nei cui confronti,
però, ancora c’è solo un avviso di garanzia e quello che, dalle parti di
Bruxelles, chiamano un “invitation a etre entendu”.
L'articolo “Huaweigate”, indagato Andrea Maellare: è un altro assistente
parlamentare del forzista Martusciello. Martedì l’interrogatorio proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Il cordone sanitario intorno all’estrema destra in Ue è ormai ridotto in pezzi.
Dopo gli ammiccamenti, i voti che hanno sancito l’ascesa della nuova
‘maggioranza Giorgia‘ a scapito dell’originaria ‘maggioranza Ursula‘, adesso
un’inchiesta della Dpa ha svelato che nei giorni precedenti all’ennesimo blitz
per inasprire, contro la volontà degli alleati socialisti, la stretta
sull’immigrazione c’è stata una contrattazione e un successivo accordo tra il
Partito Popolare Europeo di quel Manfred Weber che aveva sempre escluso ogni
collaborazione con l’estrema destra, i Conservatori di cui fa parte anche
Fratelli d’Italia, i Patrioti che ospitano, tra gli altri, Fidesz, Rassemblement
National e Lega e anche quello dei Sovranisti di Alternative für Deutschland.
Curioso, quindi, che sia stato proprio il capogruppo tedesco del Ppe a esultare
tra i primi dopo l’approvazione della commissione Libertà civili, giustizia e
affari interni (Libe) del Parlamento europeo al mandato negoziale sul nuovo
regolamento rimpatri. Anche perché, col sostegno dell’estrema destra, i Popolari
sono riusciti ad approvare tutti gli emendamenti redatti dal relatore
François-Xavier Bellamy, bocciando invece quelli di compromesso presentati da
Renew e sostenuti anche da S&D. Un “passo importante” nella direzione giusta,
perché “deve essere chiaro che portiamo i migranti illegali fuori dall’Ue”, ha
esultato Weber prima di aggiungere che “siamo a favore degli hub per i
rimpatri“: “Sulle migrazioni il Ppe e S&D – ha aggiunto – hanno idee diverse su
come risolvere il problema. Ed è un bene che si veda. Fa parte della
democrazia”.
Una lettura che non tiene conto di alcune variabili, la sua. Perché se Weber non
sembra avere alcun problema ad abbattere il cordone sanitario che lui stesso si
era preso l’impegno di dichiarare sulle formazioni del gruppo dei Patrioti e dei
Sovranisti, un altro leader di alto rango della Cdu tedesca, ossia il principale
partito europeo all’interno della più grande famiglia europea, del Paese più
influente dell’Ue che esprime anche la presidente della Commissione, aveva messo
la propria faccia due giorni prima a garanzia dell’impossibilità di creare
un’alleanza tra Cdu e AfD: il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Dopo la
sconfitta alle elezioni in Baden-Württemberg, alla domanda su una possibile
maggioranza alternativa composta dall’Unione Cristiano-Democratica e la
formazione di estrema destra aveva risposto: “Non cercherò un’altra maggioranza
nel Bundestag“, anche se alcuni media mi sollecitano a farlo.
Quel ‘qualcuno’, forse, non sono solo i media e siede invece tra i banchi di
Bruxelles. Secondo quanto riporta Dpa, la collaborazione tra il Ppe e AfD,
partito largamente maggioritario all’interno del gruppo Europa delle Nazioni
Sovrane, che comprende anche Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, è attiva “in
modo più stretto di quanto finora noto”. L’agenzia di stampa scrive che
esponenti dei Popolari hanno discusso il testo poi approvato in una chat
WhatsApp e durante un incontro privato tra eurodeputati di destra. Indiscrezioni
che hanno portato Weber a rispondere con un no comment.
Dall’inchiesta emerge che i contatti tra le parti sono iniziati dopo che le
trattative tra Ppe, Socialisti e liberali su un testo condiviso si erano
insabbiate. Oggetto dello scontro, come prevedibile, gli hub per i rimpatri.
Così l’attenzione dei Popolari si è spostata sulle forze alternative, ben più
aperte a inasprire le regole sull’immigrazione. Tanto che in una chat di gruppo,
dicono, sono stati discussi anche emendamenti proposti da AfD, tra cui un
rafforzamento dei controlli sull’età dei richiedenti asilo. Un confronto online
che il 4 marzo è sfociato in un incontro tra eurodeputati del Ppe e
rappresentanti dell’AfD, dei Conservatori e dei Patrioti nel quale sarebbe stata
definita la proposta legislativa poi approvata in aula. Dopo l’intesa, nella
chat è comparso il messaggio: “Grazie per questa eccellente collaborazione“.
Ma non è la prima volta che il Ppe tradisce la maggioranza Ursula preferendole
l’appoggio dell’estrema destra. L’ultimo episodio di rilievo risale a novembre
quando, con un blitz in Conferenza dei presidenti, proprio Weber ha chiesto e
ottenuto, con l’aiuto dell’estrema destra, il blocco di una missione in Italia
dell’Eurocamera con focus sullo stato di diritto, la libertà di stampa e la
giustizia. Il motivo: non interferire sul processo elettorale in vista del
referendum del 22 e 23 marzo. Anche questa volta, gli esponenti coinvolti
nell’accordo con l’estrema destra sono di primo piano. Il relatore è infatti
François-Xavier Bellamy, vicepresidente del gruppo Ppe e tesoriere del partito.
Segno che, nonostante le smentite di Merz, la fronda interna che punta a
un’alleanza sempre più strutturata con l’estrema destra è molto nutrita.
X: @GianniRosini
L'articolo Ue, tra Ppe ed estrema destra è nata una nuova alleanza: “Messaggi e
incontri tra eurodeputati per votare la stretta sull’immigrazione” proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Farmaci per il sistema nervoso o per le malattie cardiovascolari e oncologiche.
Ma anche antibiotici e insuline. La carenza di medicinali in Europa è diventata
ormai un fenomeno endemico, che contribuisce a mettere a dura prova la fiducia
dei cittadini nei sistemi sanitari. Sono oltre 600 i prodotti introvabili in
molti Paesi del vecchio continente: il 96% degli Stati segnala carenze, e sette
su dieci dichiarano di soffrire di penurie gravi. In Italia, il numero totale di
farmaci segnalati come indisponibili è cresciuto del 4,8% rispetto all’anno
precedente.
Sono i dati che emergono dal Medicine Shortages Report 2025 della Pgeu
(Pharmaceutical Group of the European Union), l’organizzazione che rappresenta i
farmacisti presso le istituzioni dell’Unione Europea. Secondo il rapporto,
presentato a Bruxelles, la scarsità di farmaci non è più considerabile
un’emergenza temporanea, un evento occasionale o eccezionale, come accaduto
durante la crisi Covid. Bensì si tratta di uno squilibrio permanente tra
produzione, distribuzione e domanda. Uno scompenso che rischia di compromettere
la resistenza dei sistemi sanitari europei.
Le conseguenze di questa crisi sono molte, e tutte ricadono sui pazienti,
soprattutto quelli cronici: trattamenti subottimali, aumento della spesa diretta
e, nei casi più gravi, errori terapeutici ed eventi avversi legati alla
necessità di sostituire i farmaci. Quando un medicinale non è disponibile,
infatti, si può cercare di sostituirlo con un equivalente. Ma quando non è
possibile, diventa necessario contattare il medico per modificare la
prescrizione o il piano terapeutico. Secondo il report questi scenari sono
diventati sempre più frequenti negli ultimi anni. Non sempre però si riesce a
trovare una soluzione immediata: alcune terapie non hanno alternative
disponibili oppure richiedono una nuova valutazione clinica, con il rischio di
ritardi nella continuità delle cure. Un danno per i pazienti: l’89% dei Paesi
segnala interruzioni o ritardi nei trattamenti. Nel 44% dei casi, la necessità
di sostituire un farmaco con un altro ha causato errori terapeutici, mentre un
terzo dei Paesi riporta eventi avversi o aumenti della tossicità direttamente
collegati ai cambi di terapia.
Secondo il report, le cause delle carenze sono molteplici e spesso si combinano
tra loro. Una delle principali riguarda i problemi nella produzione e nella
distribuzione dei medicinali. Interruzioni negli stabilimenti, difficoltà
nell’approvvigionamento delle materie prime o ritardi logistici possono bloccare
temporaneamente la disponibilità di un farmaco. Un singolo intoppo può tradursi
in una carenza su scala nazionale o europea. A queste cause si aggiungono
improvvisi aumenti della domanda, ad esempio in occasione di epidemie stagionali
o cambiamenti nelle linee guida terapeutiche, che possono mettere sotto
pressione la capacità produttiva delle aziende.
A complicare la situazione c’è la non armonizzazione dei prezzi nei diversi
Stati. Uno squilibrio che può rendere certi mercati meno appetibili per le
aziende. Alcuni dei farmaci più esposti alle carenze, infatti, sono fuori
brevetto, e dunque venduti a prezzi generalmente più bassi. Ma se i prezzi
scendono troppo, spiega il rapporto, il mercato diventa meno attrattivo per i
produttori. Il risultato è che alcune aziende possono decidere di ridurre le
forniture o scegliere di uscire da quel determinato mercato, lasciando pochi
operatori a garantire la disponibilità del farmaco. A queste condizioni la
catena di approvvigionamento è più fragile, lasciando spazio ad alcune anomalie.
Tra queste, il report cita il commercio parallelo di medicinali: all’interno
dell’Ue, i farmaci possono essere acquistati in un Paese e rivenduti in un
altro, approfittando delle differenze di prezzo tra i vari mercati nazionali.
Una pratica legale, in linea con il principio della libera circolazione delle
merci, che però talvolta può complicare il quadro. Quando il divario di prezzo
tra due Paesi è significativo, infatti, può succedere che una parte delle scorte
venga esportata verso mercati più remunerativi. Una manovra che riduce la
disponibilità nel Paese di origine e contribuisce ad aggravare le carenze,
soprattutto per i medicinali a basso costo.
Inoltre, in Europa non esiste un’unica definizione condivisa di “carenza di
farmaci”. Sebbene l’81% dei Paesi disponga di una definizione ufficiale, queste
variano sensibilmente da uno Stato all’altro. C’è chi considera un farmaco
“carente” dopo poche ore di indisponibilità, chi dopo settimane. Alcuni si
basano sui livelli delle scorte, altri sulla capacità dell’azienda produttrice
di garantire la fornitura. Il risultato è che gli stessi dati, raccolti con
metri di misura diversi, diventano difficilmente comparabili. E senza una base
comune, coordinare la risposta europea diventa molto difficile.
A questi elementi si aggiunge il ritardo nella digitalizzazione dei processi di
monitoraggio. Il 74% dei Paesi dichiara di avere sistemi di segnalazione delle
carenze accessibili ai farmacisti, ma nella pratica questi strumenti sono spesso
arretrati e frammentati. Solo nell’11% dei casi la segnalazione è obbligatoria,
e appena nel 19% è integrata nei software di farmacia. Nella maggior parte dei
Paesi si continua a lavorare con email, telefonate o moduli web compilati a
mano. La raccolta dati finisce così per essere un ulteriore onere burocratico,
invece che un’opportunità per intercettare in tempo reale le criticità. Un terzo
dei Paesi non dispone di alcun sistema di allerta precoce, e un altro 26% ha
sistemi ancora in fase di sviluppo. Un quadro che conferma come in molti Stati
Ue i sistemi di monitoraggio siano ancora incompleti. In pratica, si continua a
gestire le carenze dopo che si sono verificate, invece di prevenirle. Una
risposta emergenziale non coerente con la crisi attuale, ormai strutturale.
L'articolo Carenza di farmaci in Europa: oltre 600 i prodotti introvabili, anche
in Italia aumentano quelli indisponibili proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mentre chiede una de-escalation rapida del nuovo conflitto mediorientale
scatenato dall’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran, l’Unione europea, già
finita sotto accusa per l’appoggio esplicito all’azione di Washington e Tel
Aviv, aumenta la pressione su Teheran. Con un post su X, l’Alta rappresentante
per la Politica estera dell’Ue, Kaja Kallas, ha annunciato che altri 19 soggetti
o entità iraniane verranno colpite dalle sanzioni europee: “L’Ue continua a
chiedere conto all’Iran – ha scritto – Oggi gli ambasciatori degli Stati membri
dell’Ue hanno approvato nuove sanzioni nei confronti di 19 funzionari e entità
del regime responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. Mentre la guerra
in Iran continua, l’Ue proteggerà i propri interessi e perseguirà i responsabili
della repressione interna. Inoltre invia un messaggio a Teheran, il futuro
dell’Iran non può essere costruito sulla repressione“.
Un’azione che mostra nuovamente il doppio standard europeo quando si tratta di
imporre sanzioni. Bruxelles, con Kallas in testa, non ha tentennato, se non per
l’ostruzionismo dell’Ungheria di Viktor Orbán, nel colpire la Russia dopo
l’invasione dell’Ucraina. Per Mosca è in fase di approvazione il ventesimo
pacchetto di sanzioni per la sua aggressione deliberata a un Paese sovrano. Ma
quando ad aggredire senza motivazioni sostenute da prove concrete, come hanno
rivelato sia gli ispettori dell’Agenzia Atomica sia i funzionari del Pentagono,
sono stati Israele e gli Stati Uniti, dai palazzi belgi è arrivato solo un
imbarazzato silenzio, alternato a timidi tentativi di giustificare un’operazione
militare che ha destabilizzato tutto il Medio Oriente.
Le nuove sanzioni imposte a Teheran fanno parte di un processo che va avanti da
anni, per la violenta repressione durante le proteste di piazza nel Paese e per
l’arricchimento dell’uranio oltre i limiti dell’accordo sul nucleare del 2015
stracciato, però, dal presidente americano Donald Trump. Ma la stessa fermezza
non è stata usata, ad esempio, quando evidenze di violazioni dei diritti umani
sono emerse dalle prigioni di Tel Aviv o da parte delle Forze di Difesa
israeliane a Gaza e in Cisgiordania, oppure quando la Corte Penale
Internazionale ha deciso di spiccare un mandato d’arresto nei confronti dei
vertici del governo Netanyahu per crimini di guerra e contro l’umanità nella
Striscia.
Per tutti questi motivi, dall’Iran si sono levate le proteste del governo. Il
portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, ha definito le misure
“assurde“, “immorali” e “totalmente illegali“, mirate a punire l’Iran per aver
esercitato il “diritto all’autodifesa” ai sensi dell’articolo 51 della Carta
delle Nazioni Unite e per la resistenza alla “aggressione” da parte degli Stati
Uniti e di Israele.
L'articolo L’Ue impone nuove sanzioni all’Iran, ma dimentica l’attacco di Usa e
Israele e i crimini a Gaza proviene da Il Fatto Quotidiano.
Schemi matematici messi a punto dall’Università Tecnica di Monaco di Baviera
(TUM) mostrano che, per effetto dell’aumento della temperatura, le foreste come
le conosciamo oggi potrebbero non esistere più. Gli incendi e le infestazioni di
parassiti entro il 2100 potrebbero più che raddoppiare, e se a ciò si
aggiungeranno venti più forti si creerà un cocktail che cambierà radicalmente le
foreste d’Europa.
Allo studio, pubblicato sulla rivista Science e diretto per la TUM da Rupert
Seidl, hanno partecipato accademici di dieci Paesi diversi, che hanno raccolto
dati satellitari per 13.000 aree forestali europee e condotto simulazioni al
computer per diversi scenari climatici. Nel peggiore, con un riscaldamento di
oltre tre gradi Celsius, entro il 2100 la frequenza di incendi e danni causati
da insetti sarà più che raddoppiata e le tempeste aumenteranno del 20%. Questi
fattori si verificheranno in combinazione, quindi l’impatto sulle foreste
sarebbe drammatico: il calore e la scarsità d’acqua indeboliranno gli alberi,
impedendo loro di produrre abbastanza resina per tenere lontani i parassiti. Le
foreste come le conosciamo oggi non esisteranno più.
Vengono allestiti sempre più appezzamenti sperimentali con l’obiettivo di
determinare quali combinazioni di alberi funzioneranno meglio e dove. Già ora,
d’altronde, quattro alberi su cinque in Germania sono malati. Tra qualche
decennio esisteranno ancora ampie aree boschive in Europa, il loro aspetto sarà
però diverso, più aperto e a quote più basse, con alberi più piccoli in grado di
resistere al caldo e alla siccità, con specie arboree differenti, finora tipiche
di altri climi, come l’abete di Douglas del Nord America o il cedro del
Mediterraneo. Ci saranno meno specie di funghi e più rapaci o cinghiali. Gli
studiosi si dicono fiduciosi: la foresta ha già resistito a molti cambiamenti,
animali e piante si adatteranno alle nuove condizioni; chi soffrirà di più
saranno gli esseri umani.
Le foreste sono una riserva idrica vitale. In Germania, circa il 70% dell’acqua
potabile proviene da falde acquifere e sorgenti. Se le foreste montane
scompaiono, scompare anche la protezione contro frane e valanghe. A questo si
aggiunge l’aspetto economico: i danni e la riconversione delle foreste
potrebbero costare all’industria del legno e ai proprietari forestali 250
miliardi di euro. Le foreste coprono il 40% della superficie terrestre dell’UE e
assorbono enormi quantità di carbonio; sono perciò una componente cruciale degli
obiettivi climatici UE. Tuttavia, già oggi le foreste tedesche rilasciano più
CO2 di quanta ne assorbano, e questo fenomeno, per il cambiamento climatico e i
conseguenti danni ambientali, è destinato ad intensificarsi in futuro.
Se riusciremo tuttavia a limitare il riscaldamento globale a due gradi Celsius,
a partire dalla metà del secolo la foresta si riprenderà. Questo è il messaggio
più importante per gli autori dello studio: se riusciamo a mitigare
significativamente i cambiamenti climatici, ridurremo significativamente i danni
alle foreste. In quest’ottica appaiono del tutto contraddittorie le scelte del
ministero tedesco per l’Economia, diretto da Katherina Reiche (CDU). Nei punti
quadro della futura legge sulla modernizzazione negli edifici, che si intende
approvare al Bundestag entro luglio, si riapre alla possibilità di impiegare
caldaie a gas o gasolio, pur imponendo che dal 2029 siano alimentate con almeno
il 10% di biocombustibili.
Circa un terzo delle emissioni totali di CO2 proviene dal settore edilizio, e
Katharina Dröge, capogruppo parlamentare dei Verdi, contesta: “Di fatto, questa
coalizione sta abbandonando completamente gli obiettivi climatici della
Germania”. Sibylle Braungardt dell’Öko-Institut calcola, rispondendo alla ZDF,
la seconda televisione tedesca, che l’obiettivo vigente del 65% di energie
rinnovabili nel settore del riscaldamento potrebbe far risparmiare circa 30
milioni di tonnellate di CO2 tra il 2024 e il 2030; verrà completamente abolito
per sostituirlo con una quota di gas e petrolio “verdi” per il funzionamento di
sistemi di riscaldamento convenzionali. E Kai Niebert, presidente del Deutscher
Naturschutzring, principale e storica rete di associazioni ambientaliste,
evidenzia che tanto biogas nemmeno esiste: occorrerebbe piantumare una
superficie almeno nove volte Berlino.
La ministra Reiche, alla priorità per pompe di calore e rinnovabili, contrappone
per contro “apertura tecnologica”, “flessibilità” e “accessibilità economica” e
indica che anche se i sistemi ad energie fossili non vengono più vietati, sono
comunque progressivamente resi più cari. Nel frattempo, L’UE chiede un parco
immobiliare a impatto climatico zero entro il 2050, e che la transizione
energetica sia imboccata con maggiore decisione. Invece la ministra intende
eliminare anche i sussidi allo sviluppo di pannelli solari sui balconi. Non
solo: forte dell’esperienza come ex responsabile della filiale E.ON Westenergie,
vecchio nome della principale controllata regionale del gruppo energetico
tedesco E.ON, per gestire meglio i rischi di sovraccarico delle reti la ministra
vuole anche intervenire nel sistema di assegnazione delle connessioni di fonti
di energie rinnovabili. Ad oggi gli allacciamenti avvengono in ordine di
richiesta, mentre Reiche vuole che in futuro siano i gestori a poter decidere:
dove ci sono già molti impianti di rinnovabili sarà più difficile ottenere
l’allacciamento.
Inoltre, i gestori dovrebbero poter imporre sussidi per i costi di costruzione.
Un regalo a fronte di ritardi di almeno sette anni nello sviluppo delle reti di
distribuzione. L’effetto per gli sviluppatori di impianti rinnovabili sarà
invece di perdere per anni gli indennizzi pagati dai gestori quando staccano un
parco eolico o solare dalla loro rete per sovraccarico, e quindi un elemento di
sicurezza alla pianificazione di nuovi parchi di collettori. D’altronde, coi
prezzi del carburante oltre i due euro al litro in seguito al conflitto in Medio
Oriente e ai problemi nello Stretto di Hormuz, si stanno già risvegliando le
paure del caro energia che nel 2022 portarono la Germania in recessione. Anche
se il Paese oggi è più preparato, non deve fallire la transizione energetica.
L'articolo Addio ai boschi come li conosciamo: l’allarme dello studio tedesco
sul clima mentre Berlino rilancia le caldaie fossili proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L’accelerazione della crisi in Medio Oriente ha spinto le principali cancellerie
europee a coordinarsi sul fronte diplomatico e militare. Ad parlarsi sono stati
il primo ministro britannico Keir Starmer, il presidente francese Emmanuel
Macron, il cancelliere tedesco Friedrich Merz e la premier italiana Giorgia
Meloni, con l’obiettivo di gestire il rischio del coinvolgimento di diversi
attori nella regione del conflitto. I quattro hanno condiviso la necessità di
sforzi per la de-escalation senza però scivolare in una logica di
co-belligeranza. Punto centrale nel colloquio sarebbe il rafforzamento degli
scambi tra i capi di Stato maggiore, attraverso canali di comunicazione più
fluidi destinati, pare, a evitare sovrapposizioni di mezzi e uomini in un’area,
quella attorno a Cipro, ormai densamente presidiata da assetti occidentali. La
gestione degli incidenti, come quelli che hanno coinvolto la base britannica di
Akrotiri e le basi della missione Unifil in Libano, dovrebbe dunque essere la
priorità, per evitare che singoli episodi possano innescare meccanismi di
alleanze incrociate capaci di trascinare il continente in una guerra su larga
scala.
Sul piano operativo, intanto, i partner si stanno muovendo per mettere in
sicurezza le proprie sedi diplomatiche e i cittadini all’estero. L’Italia
avrebbe già spostato parte del personale da Teheran verso Baku, mentre la
Francia ha annunciato il dispiegamento nel Mediterraneo della nave
porta-elicotteri classe Mistral e della portaerei Charles de Gaulle. Il Regno
Unito ha aggiunto un tassello nel Golfo inviando quattro caccia Typhoon in
Qatar. Manovre presentate ufficialmente come difensive: un difficile equilibrio,
necessario per rispondere alle pressioni degli alleati del Golfo e di
Washington. Resta aperto il nodo dell’utilizzo delle basi militari statunitensi
in territorio europeo. Sebbene al momento si parli solo di supporto logistico e
di difesa, paesi come l’Italia hanno chiarito che un eventuale cambio di
destinazione d’uso richiederebbe passaggi parlamentari, mentre il ministro degli
Esteri Antonio Tajani ha avvertito che il conflitto potrebbe durare diverse
settimane.
Oltre il coordinamento dei quattro, però, l’Unione Europea rimane politicamente
divisa rispetto al conflitto in corso. E le dichiarazioni ufficiali dei leader
sono divergenti sulle stesse cause della crisi. Da una parte la Germania e la
Svezia attribuiscono la responsabilità primaria alla politica iraniana,
denunciando il programma nucleare e il sostegno a milizie regionali come fattori
di instabilità. Per il cancelliere Merz, fermare l’Iran è una priorità, alla
quale affianca quella di evitare il collasso dello Stato iraniano. Opposta la
posizione della Spagna, con il premier Pedro Sánchez che ha espresso un netto
rifiuto verso l’azione militare unilaterale di Stati Uniti e Israele,
considerandola un’escalation che erode il diritto internazionale. Madrid ha
inoltre negato l’uso delle proprie basi per operazioni contro Teheran. Una
posizione simile a quella della Norvegia, che contesta la legittimità
dell’attacco secondo i criteri della difesa preventiva. Ma parlare di blocchi
sarebbe improprio. Più in generale, prevale la condanna delle violenze, la
richiesta di protezione per i civili e di rilancio del dialogo.
Posizioni che si ritrovano in quella istituzionale di Bruxelles, che chiede
moderazione e il rispetto del diritto internazionale: “Garantire la sicurezza
nucleare e prevenire ulteriori escalation è di importanza critica”, le parole
della presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, che con questi
propositi ha convocato colloqui coi leader del Golfo. Ancora troppo presto, o
troppo poco, per delineare una tabella di marcia unitaria, anche solo sul fronte
dei negoziati multilaterali per limitare le ambizioni atomiche iraniane.
Incertezza che si scontra con ricadute economiche già tangibili. Il possibile
blocco delle rotte del gas liquefatto minaccia i prezzi sul mercato europeo, e
dunque famiglie e imprese. L’Europa, che ha quasi azzerato le importazioni dalla
Russia, dipende ora per il quarantacinque per cento del suo fabbisogno dalle
forniture via nave e il grande beneficiario è l’industria statunitense del gas
naturale liquefatto, e la competizione con i mercati asiatici per accaparrarselo
sta spingendo gli extra-costi.
L'articolo Starmer, Macron, Merz e Meloni tentano il coordinamento militare
sull’Iran. Ma l’Ue resta divisa sulle responsabilità della crisi proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Nuovo terreno di confronto fra istituzioni europee e industria dell’automotive,
una filiera che oggi garantisce circa 13 milioni di posti di lavoro in tutto il
continente: ora in discussione c’è l’Industrial Accelerator Act, il nuovo
pacchetto di misure presentato da Bruxelles il 4 marzo scorso, volto a
proteggere e rilanciare la filiera dell’auto continentale, frenando al contempo
l’avanzata dei costruttori asiatici.
L’Industrial Accelerator Act stabilisce che per accedere a incentivi, sussidi e
appalti pubblici, i veicoli (elettrici, ibridi plug-in e a idrogeno) devono
essere obbligatoriamente assemblati all’interno dell’Unione Europea; che,
esclusa la batteria, almeno il 70% del valore dei componenti (calcolato sul
prezzo franco fabbrica) deve essere di origine UE; e che per motori elettrici,
sistemi Lidar, radar, telecamere, centraline e sistemi di infotainment, la
soglia minima di componenti prodotti in UE è fissata al 50%.
La batteria, invece, segue un percorso specifico basato sul numero di componenti
chiave prodotti nell’Unione: la proposta definitiva richiede che almeno 3
componenti principali (tra cui obbligatoriamente le celle) siano di origine UE.
Per le piccole auto a zero emissioni è previsto un bonus nel calcolo delle
emissioni (peso 1,3 anziché 1). Per ottenerlo, oltre all’assemblaggio UE, l’auto
deve rispettare o il limite del 70% di componenti locali o il requisito dei 3
componenti chiave della batteria. Sono considerati di “origine UE” anche i
componenti provenienti da paesi con cui l’Unione ha accordi di libero scambio,
con la Commissione che punta a portare il peso della manifattura sul PIL europeo
dal 14,3% (2024) al 20% entro il 2035.
L’Industrial Accelerator Act ha sollevato forti critiche da parte dell’industria
automobilistica, nonostante l’obiettivo dichiarato di rilanciare la manifattura
europea. Stellantis, pur avendo inizialmente sostenuto la necessità di
rafforzare il “Made in Europe”, boccia l’attuale formulazione definendola
eccessivamente complessa e priva di quella chiarezza necessaria per compensare
l’aumento dei costi produttivi continentali, legati soprattutto al prezzo
dell’energia (che potrebbe impennarsi col proseguire della guerra in Iran). Il
gruppo sottolinea come la proposta manchi di semplicità e rischi di trasformarsi
in una forma di neo-protezionismo che non risolve le dipendenze strategiche
dell’Unione. Anche l’Acea (l’associazione continentale dei costruttori) esprime
dubbi significativi, temendo che i nuovi vincoli possano generare costi
aggiuntivi per i costruttori, provocando un aumento dei prezzi dei veicoli e,
come boomerang, una conseguente contrazione del mercato complessivo.
Le divisioni tra i produttori emergono pure sulla definizione delle soglie di
origine: mentre la Commissione ha fissato al 70% la quota di componenti europei
(escludendo la batteria), le posizioni dei singoli marchi erano divergenti, con
Renault favorevole a una soglia del 60% inclusiva degli accumulatori e
Stellantis orientata verso l’80% esclusa la batteria. Altri costruttori come
Ford e Jaguar Land Rover, insieme alla tedesca VDA, temono che queste misure
inneschino ritorsioni commerciali da parte di partner internazionali,
specialmente dalla Cina. Permangono inoltre incertezze sulle relazioni con paesi
terzi come il Regno Unito e la Turchia, nonostante le parziali aperture di
Bruxelles volte a non escludere i partner legati da accordi commerciali
esistenti.
Sul fronte della filiera, i fornitori rappresentati dal Clepa vedono invece con
favore l’introduzione di soglie minime di contenuto locale per contrastare la
concorrenza sleale, pur chiedendo al Parlamento e al Consiglio UE di blindare le
regole per evitare elusioni. Anche l’Anfia (l’associazione nazionale della
filiera automobilistica) accoglie il provvedimento come un primo passo per
preservare il tessuto industriale, auspicando però che l’applicazione rimanga
circoscritta all’Unione e al massimo al Regno Unito. In generale, il malcontento
si estende oltre il settore auto: BusinessEurope (la Confindustria europea )
avverte che il piano, se non bilanciato, potrebbe creare più problemi di quanti
ne risolva, specialmente riguardo alle autorizzazioni industriali e alle misure
per attrarre investimenti esteri.
L'articolo Auto, l’Accelerator Act di Bruxelles divide i costruttori sul made in
Europe proviene da Il Fatto Quotidiano.