Una città del Texas ha risposto alla richiesta di aiuto di una madre dopo che
nessuno si era presentato alla festa di compleanno della figlia di 9 anni.
Samantha Chamberlain aveva organizzato una festa in una pizzeria, e la figlia
era elettrizzata all’idea, come raccontato a KRIS 6 News. “Era davvero
emozionata”, ha detto Chamberlain, “Pensava solo: ‘Avrete finito di decorare
prima che arrivino gli ospiti?'”. Dopo 30 minuti dall’inizio della festa, però,
non si era presentato ancora nessuno. “Mi sono sentita un po’ come se avessi
fallito, e so che non è giusto, ma in un certo senso mi sono sentita come se
l’avessi delusa”, ha detto Chamberlain.
LA RISPOSTA DEI CONCITTADINI
Piuttosto che vedere sua figlia delusa, però, la donna si è subito rivolta ai
social chiedendo ai concittadini se volessero prendere parte alla festa. La
risposta è stata decisamente positiva. Poco dopo, il locale si è riempito di
persone pronte a fare gli auguri alla bimba. Alcune hanno portato anche dei
regali per la festeggiata. A quel punto la madre ha iniziato a preoccuparsi di
non riuscire a pagare per tutti. Sui social ha voluto comunque ringraziare
quanti sono corsi in suo aiuto: “Quando alla fine ho cercato di ringraziare
tutti quelli che erano rimasti, ho fatto un errore e ho iniziato a piangere, ma
il punto era grazie di cuore, siamo infinitamente grate a tutti coloro che sono
passati, che siano rimasti o meno, che hanno contribuito, che hanno aiutato a
pulire, tutti voi”, ha scritto. “Il mondo è duro, ma le persone sono buone” è
stata la sua conclusione.
L'articolo “Alla festa di compleanno di mia figlia non è venuto nessuno. Sento
di aver fallito”: una madre si sfoga sui social, quello che succede dopo la
lascia senza parole proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Texas
di Serena Poli
Mentre soffiano venti di guerra in Medio Oriente e il mondo affronta una delle
sue ore più buie, oltreoceano i MAGA hanno finalmente trovato il vero pericolo
esistenziale per l’Occidente: le persone che “si credono gatti”. Non è una
barzelletta, ma l’ultima frontiera del surrealismo repubblicano. In Texas, il
movimento che sostiene Trump ha portato in aula il “Furries Act”, una proposta
di legge nata da una bufala: l’idea che nelle scuole pubbliche gli insegnanti
stiano installando lettiere per gatti nei bagni, per assecondare gli studenti
che si “identificano” come animali.
Per meglio comprendere l’assurdità, vediamo chi sono questi Furries: si tratta
di appassionati di animali antropomorfi presenti in videogiochi, fumetti e
cartoni animati. Un hobby che esiste da decenni: la gente crea disegni, scrive
storie o, nei casi più costosi, indossa tute di peluche in occasione di fiere o
manifestazioni varie.
Nessun ‘furry’ crede di essere biologicamente un animale, né tantomeno chiede di
usare una lettiera. Eppure, per la destra americana sono diventati un bersaglio.
Forse perché i MAGA non hanno dimenticato le immagini, circolate qualche
settimana fa in Minnesota, di manifestanti in costumi da volpe e da lupo che
sbeffeggiavano gli agenti dell’ICE. Tale affronto deve aver segnato
profondamente qualche repubblicano, tanto da spingerlo a inventare un
parallelismo surreale con l’identità di genere: “Se permettiamo a un ragazzo di
dire che si sente una ragazza, domani un bambino dirà che si sente un gatto e
dovremo mettergli la sabbietta in classe”.
In un video diventato virale, James Talarico, democratico ed ex insegnante, ha
affrontato il promotore della legge, il repubblicano Stan Gerdes: “Senatore, mi
faccia il nome di un solo distretto scolastico in Texas dove questo stia
accadendo. Uno solo”. Davanti al silenzio di Gerdes, che ha solo balbettato di
averne avuto notizia dai social, Talarico ha proseguito: “Stiamo sprecando il
nostro tempo su una vostra proposta di legge chiamata ‘The Furries Act’ e
onestamente, Gerdes, questa cosa è pazzesca e inquietante”.
Ma la parte più cinica è il trucco dietro la maschera di peluche. “Il
governatore Abbott ha sfruttato questa bufala”, ha aggiunto Talarico, “per
dipingere le nostre scuole nel peggiore dei modi. Ne ha approfittato per portare
avanti la sua agenda sui voucher scolastici, per togliere fondi al pubblico e
innalzare le rette delle sue scuole private”.
In tutto questo, la storia della sabbia a scuola non è di per sé una bufala ma,
nella sua dirompente realtà, è ancora più terrificante: quelle famose
“lettiere”, in alcune scuole, esistono davvero, ma servono come kit di emergenza
per i lockdown. Sono secchi che contengono sabbia e servono ai bambini in caso
debbano restare chiusi in classe per ore mentre qualcuno con un fucile d’assalto
fa strage nei corridoi. Un’autentica tragedia, figlia della mancata
regolamentazione delle armi, trasformata in una lotta al temibile gender,
talmente diabolico da essersi celato, stavolta, dietro un costume da gatto
antropomorfo.
In sintesi: nel pieno di un conflitto, i senatori MAGA fanno le barricate contro
la sabbietta profumata.
Strategia politica: delirio e fuga dalla realtà.
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L'articolo I Maga hanno trovato il loro nemico esistenziale: le persone che “si
credono gatti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“La gente del nostro Stato ha dato a questo Paese un po’ di speranza. E un po’
di speranza è una cosa pericolosa”. Parla alle prime ore del mattino, quando le
urne hanno già decretato il risultato. Il deputato 36enne James Talarico ha
vinto le primarie democratiche in Texas per il Senato, sconfiggendo la deputata
Jasmine Crockett e rispecchiando così la speranza di una parte della leadership
del partito di un’opzione forte in vista del voto di midterm a novembre. I dem
sono infatti convinti di riuscire nell’impresa di conquistare la Camera, ma
permangono i dubbi sul Senato. Talarico, un seminarista progressista di 36 anni
da alcuni considerato un astro nascente nell’area dem, ha adottato un approccio
di ampio respiro nella sua campagna, rivolgendosi agli elettori di entrambi i
partiti e agli indipendenti. Nello Stato, tradizionalmente repubblicano, i
democratici provano da trent’anni ad imporsi a livello statale senza risultati
significativi, la situazione attuale offre tuttavia uno spiraglio per una rara
opportunità di ribaltare il seggio al Senato a novembre, a causa alle crescenti
valutazioni negative verso le politiche sull’immigrazione dell’amministrazione
Trump e sui tentativi di deportazioni di massa in particolare. Pesa sui
repubblicani anche lo scontento per la gestione dell’economia.
Molto diverso lo stile dei due candidati: Talarico ha promosso un messaggio
inclusivo, teso a colmare le divisioni, mentre la sfidante Jasmine Crockett,
anche lei deputata, si è distinta per la sua militanza anti-trumpiana. Che,
però, non ha prevalso nelle preferenze degli elettori: alle 3 del mattino,
Talarico aveva vinto col 53% dei voti, contro il 46% dell’avversaria. Un
risultato che preoccupa anche i repubblicani: il Gop aveva infatti incoraggiato
Crockett a candidarsi, perché considerata una candidata più debole alle elezioni
generali. Tanto che il governatore Greg Abbott l’aveva persino presentata in
alcuni spot televisivi. La vittoria di Talarico anticipa dunque quella che sarà
la sfida col candidato repubblicano, per il quale però si andrà al ballottaggio
il 26 maggio, giorno dopo il Memorial Day. La sfida è tra il senatore John
Cornyn e Ken Paxton, procuratore generale dello Stato. Per guadagnarsi il
secondo turno, Cornyn ha speso più di 71 milioni di dollari in pubblicità: un
costo che è il record assoluto alle primarie con un senatore in carica.
Ma a raccogliere milioni di dollari in campagna elettorale è stato anche
Talarico, che coi suoi 20 milioni di dollari, scrive il Nyt, “ha raccolto più
soldi online nella seconda metà del 2025 della deputata democratica di New York
Alexandria Ocasio-Cortez“. Ex insegnante di scuola pubblica, Talarico si
distingue per la sua ferma critica al potere dei miliardari e alle
disuguaglianze economiche. Viene spesso definito il “predicatore dell’amore” per
il suo stile comunicativo dialogante e ispirato alla fede. Fortemente critico
nei confronti della destra religiosa, sostiene che le politiche progressiste
siano più in linea con gli insegnamenti cristiani. Si è espresso a favore di una
soluzione a due stati per il conflitto israelo-palestinese, criticando duramente
le azioni militari a Gaza e opponendosi all’invio di armi offensive a Israele.
Nella corsa verso le elezioni di midterm dovrà confermare il consenso tra i
latinos, ma soprattutto conquistare l’appoggio degli afroamericani di Dallas, la
città di Crockett.
L'articolo James Talarico vince le primarie dem in Texas per il Senato:
seminarista, è contro il potere dei miliardari proviene da Il Fatto Quotidiano.
Una “stanza della rabbia“. È l’ultima invenzione del Wta di Austin, in Texas.
Un’idea e un concetto di attualità nel tennis dopo lo sfogo di Coco Gauff agli
Australian Open. Una stanza in cui le tenniste possono sfogare le proprie
frustrazioni distanti dalle telecamere. “Vi presentiamo la sala rage dell’ATX
Open, la prima del suo genere, dove i giocatori possono esprimere privatamente
frustrazione o emozioni in un ambiente sicuro e senza telecamere“, ha scritto il
torneo WTA 250 sulle sue piattaforme social.
Nel post c’è anche un cartello con le parole “non sorridere“, “credo in te“,
“puoi farcela” e “conta fino a tre” insieme a una racchetta rotta. Un’idea
“influenzata” sicuramente dal caso Coco Gauff, che ha distrutto la racchetta
durante l’Australian Open il mese scorso, scatenando un dibattito sulla privacy
nei tornei. Dpo la sconfitta nei quarti di finale in 59 minuti contro Elina
Svitolina al Melbourne Park, Gauff era infatti andata in una stanza secondo lei
lontana dalle telecamere e aveva sbattuto la racchetta a terra, ignara del fatto
che anche in quella zona ci fossero delle telecamere. E infatti il video ha
subito fatto il giro del mondo.
Al discorso privacy si sono uniti dopo quell’evento anche Novak Djokovic e Iga
Swiatek, che hanno chiesto maggiore privacy a riguardo. Dopo la sconfitta
infatti Gauff aveva dichiarato di aver “cercato di andare in un posto senza
telecamere” per sfogarsi e distruggere la sua racchetta. Un’idea – quella del
Wta di Austin – che però non mette tutti d’accordo. Alcuni utenti – sotto il
post X dell’account ufficiale del torneo – hanno “recensito” negativamente
l’idea: “Ma che roba è? Stiamo incoraggiando questo tipo di comportamento? Il
tennis è l’unica professione in cui le persone DEVONO assolutamente dare sfogo
alla frustrazione in modo fisico? Non ci sono alternative, vero? Il resto del
mondo può avere modi più sensati e ragionevoli per affrontare la frustrazione,
ma loro no”, scrive qualcuno. Altri scrivono: “Cosa? È una cosa seria?”.
L'articolo Austin lancia la “stanza della rabbia” dopo il caso Gauff: è uno
spazio senza telecamere proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il Texas sta per diventare blu? Se lo chiedono in molti nella politica
americana, dopo la vittoria a inizi febbraio del democratico Taylor Rehmet nelle
elezioni speciali per un seggio al Senato dello Stato. Quel distretto, in
un’area tradizionalmente repubblicana nel nord del Texas, era stato vinto da
Donald Trump con un vantaggio di 17 punti nel 2024. Rehmet ha invece prevalso
sul suo avversario, il repubblicano Leigh Wambsganss, per più di 14 punti
percentuali. Il Texas è comunque solo uno degli Stati dove i repubblicani
potrebbero subire una sconfitta pesante alle prossime elezioni di midterm. In
bilico sono Maine, Ohio, North Carolina, Alaska, Iowa. A preoccupare molti
repubblicani non sono peraltro solo i sondaggi sfavorevoli. A preoccuparli è un
presidente che appare, come hanno detto fonti del G.O.P. al “Washington Post”,
sempre più “distaccato e poco coinvolto”. A preoccuparli è una politica di
incontrollata aggressività, che sta seminando paure, divisioni, facendo
deflagrare la coalizione che ha portato Trump alla Casa Bianca per il secondo
mandato.
Iniziamo dal Texas. Nelle ultime dodici elezioni presidenziali, lo Stato ha
votato ininterrottamente per il candidato repubblicano alla Casa Bianca. Di più:
non ha eletto un democratico al Senato dal 1988. Per questo, quanto sta
succedendo nel “Lone Star State” appare sorprendente. È in particolare il seggio
del senatore repubblicano John Cornyn ad apparire in pericolo – e Trump ne è
ritenuto personalmente responsabile. Il presidente non ha infatti sinora
dichiarato il suo sostegno a nessuno dei candidati G.O.P. in lizza: Cornyn,
l’attuale attorney general dello Stato, Ken Paxton, e il deputato Wesley Hunt.
Senza l’endorsement di Trump, i finanziatori del partito restano in attesa e
fanno mancare ai candidati i fondi necessari a rafforzare con un ampio anticipo
il loro profilo politico. Si dice che Trump preferisca Paxton, più conservatore
di Cornyn, che nel passato è stato invece critico del presidente e disponibile a
discutere di controllo delle armi. Paxton è però discusso, controverso,
inseguito da continue accuse di corruzione e frode. Fatto sta che Trump sinora
se ne è restato fuori, lasciando molti repubblicani, elettori compresi, confusi
e disorientati.
Le difficoltà repubblicane nello Stato sono accentuate dal fatto che i
contendenti democratici per il seggio di Cornyn sono due tra le stelle nascenti
della politica progressista: Jasmine Crockett, avvocata afroamericana di
straordinaria forza retorica; e James Talarico, insegnante con un marcato
background religioso, più centrista di Crockett, capace di raccogliere nelle
prime sei settimane del 2026 7,4 milioni di dollari in finanziamenti elettorali.
Sia Crockett sia Talarico stanno facendo campagna sulla questione della casa e
in generale della accessibilità a beni e servizi, in questo momento uno dei
punti deboli della politica repubblicana. Il prossimo 3 marzo si terranno le
primarie e si deciderà chi, tra Crockett e Talarico, si batterà per il seggio di
Cornyn. Una vittoria dem sembra comunque possibile, sulla base di
quell’intreccio di elementi che ha decretato la vittoria di Rehmet: opposizione
della comunità ispanica alla draconiana politica anti-immigrazione
dell’amministrazione e alla repressione messa in atto dall’ICE; preoccupazione
per il costo della vita da parte di working class e classe media; esasperazione
di indipendenti e repubblicani moderati per lo stato di perenne tensione cui il
governo di Trump sottopone la società americana.
Il Texas – per le sue dimensioni e per il suo significato di baluardo della
politica conservatrice – è in questo momento al centro delle preoccupazioni
repubblicane. Ma, come si diceva, quelle preoccupazioni vanno ben oltre il
Texas. In Maine, la storica senatrice, ed esponente moderata, Susan Collins,
verrà sfidata da chi vincerà le primarie democratiche tra Janet Mills, l’attuale
governatrice dello Stato, sostenuta dai leader di Washington, e Graham Patner,
allevatore di ostriche, appoggiato da Bernie Sanders. In Ohio, per il seggio
lasciato libero dal vice-presidente JD Vance, si è fatto avanti Sharrod Brown,
democratico di grande esperienza e vasta rete di legami, di cui a un certo
punto, alcuni anni fa, si parlò anche come di possibile candidato alla
presidenza. Ancora: Thom Tillis, senatore repubblicano del North Carolina, ha
annunciato il ritiro, e Roy Cooper, per due volte governatore democratico dello
Stato, appare ben posizionato per la conquista del seggio. Le sfide sono incerte
anche in Alaska e Iowa, dove alcuni candidati del G.O.P. non particolarmente
forti se la dovranno vedere con sfidanti democratici di buone possibilità.
In tutto questo, appunto, il presidente appare “distaccato e poco coinvolto”.
Trump non ha per esempio ancora deciso come spendere i 300 milioni di dollari a
sua disposizione per la campagna di midterm. E invece di sostenere i candidati
del partito, li attacca e li minaccia di distruzione quando fanno qualcosa di
non allineato. Quanto è successo dopo il voto della Camera sui dazi imposti
dalla Casa Bianca al Canada è significativo. I sei repubblicani che hanno osato
sfidare la Casa Bianca – Don Bacon, Kevin Kiley, Thomas Massie, Jeff Hurd, Brian
Fitzpatrick e Dan Newhouse – sono stati immediatamente aggrediti su Truth
Social: “Qualsiasi repubblicano della Camera o del Senato che ha votato contro
le TARIFFE ne pagherà le conseguenze nel prossimo periodo elettorale, e ciò
include le primarie”, ha tuonato Trump, lasciando quindi intendere di essere
pronto a montare una costosissima, probabilmente distruttiva, sfida all’interno
dello stesso partito repubblicano. Ci sono poi le infinite questioni – di ordine
pubblico, di diritto, di politica migratoria, di conflitto tra poteri statali e
federali – che tutta la vicenda di Minneapolis ha sollevato. Il dato più grave,
per l’amministrazione, è sicuramente quello legato all’immigrazione. Questo era
il tema su cui Trump e i repubblicani hanno sempre goduto di maggior appoggio da
parte dell’opinione pubblica. Le violenze scatenate dagli agenti federali a
Minneapolis hanno eroso quel consenso. Un sondaggio Associated Press e NORC
Center for Public Affairs Research mostra che gli americani oggi danno ai
repubblicani 4 punti di vantaggio quanto a fiducia sulle politiche migratorie. A
ottobre, il vantaggio era di 13 punti.
Si potrebbe continuare ancora e ancora. I post razzisti contro gli Obama e la
furia anti-ispanica per il Super Bowl di Bad Bunny; l’ossessione sulla
Groenlandia; l’azione militare in Venezuela; il ritiro dei fondi alla ricerca
scientifica; la persecuzione giudiziaria dei nemici, ultimi il presidente della
FED Jerome Powell e sei legislatori democratici che hanno chiesto ai militari di
non obbedire agli ordini illegali; il sostanziale fallimento della politica
tariffaria: c’è tutto questo nel declinante consenso per l’amministrazione. E
c’è, probabilmente più distruttivo di tutto il resto, l’atteggiamento sugli
“Epstein Files”, così ondivago, poco trasparente, chiaramente ispirato alla
volontà di chiudere al più presto il caso, senza far pagare nulla ai
responsabili ricchi e potenti degli abusi. La testimonianza dell’attorney
general Pam Bondi, davanti alla Commissione Giustizia della Camera, è stata con
ogni probabilità l’ultimo e più clamoroso esempio di questa belligerante volontà
di insabbiamento. Bondi si è rifiutata di scusarsi con le vittime di Epstein –
alcune presenti, in piedi, dietro di lei – per non averne tutelato le identità
nel rendere pubblici gli “Epstein Files”. E l’attorney general ha continuato,
per tutta la deposizione, a insultare, rifiutarsi di rispondere, zittire i
deputati. Un commentatore di destra, Erick Erickson, ha parlato di uno
spettacolo non più sostenibile e chiesto a Trump di licenziare Bondi. Ma “non
succederà”, ha concluso Erickson, e “questa è un’altra ragione per cui i
democratici avranno un buon anno elettorale”.
L'articolo Texas, la carica dei Democratici per il midterm: così il fortino
repubblicano rischia di crollare. Ma a Trump non importa proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il filosofo Platone bandito. O almeno amputato. Alla Texas A&M University, una
delle più grandi università pubbliche degli Stati Uniti, alcune parti del
Simposio sono diventate improvvisamente indigeste. Troppo ambigue, troppo
aperte, troppo pericolose. Razza e genere sono le parole sorvegliate speciali di
questi mesi, sotto la pressione dell’amministrazione Trump e dell’universo
conservatore che la sostiene. E così, questa volta, a finire nel mirino non è un
autore contemporaneo, ma il filosofo che ha fondato l’Occidente.
Alcuni passaggi del Simposio — il dialogo che celebra l’amore — “si
presterebbero a interpretazioni non binarie dei generi”. Traduzione: meglio non
leggerli. Martin Peterson, professore di filosofia, è stato invitato a
modificare il programma del corso. In caso contrario, la riassegnazione ad altro
insegnamento. Platone sì, Platone no. Platone, ma depotenziato. Il paradosso è
clamoroso. Il Simposio è innanzitutto una grande opera letteraria: una cena
nella casa del poeta Agatone, vincitore di un concorso tragico, dove si
incontrano alcune delle menti più brillanti dell’Atene del tempo. Un retore, un
medico, un antropologo ante litteram, il commediografo Aristofane e,
naturalmente, Socrate. Ognuno pronuncia un elogio di Eros. Fino a quando parla
Aristofane. Ed è lì che il dialogo esplode.
Platone costruisce uno dei miti più celebri della storia del pensiero: il mito
dell’androgino. All’origine, racconta Aristofane, gli esseri umani non erano
due, ma tre generi. Maschile, femminile e androgino. Avevano quattro braccia,
quattro gambe, due volti e una forza smisurata. Per punirne la tracotanza, gli
dèi li tagliarono in due. Da allora ogni essere umano è una metà che cerca
l’altra: la donna che cerca la donna, l’uomo che cerca l’uomo, la donna e l’uomo
che si cercano. È un racconto di una potenza quasi imbarazzante. Ridurlo a “non
binarismo” è già una forma di censura intellettuale. E censurarlo perché
“pericoloso” appare l’ennesima controversa decisione.
Platone sceglie l’eros come centro della riflessione filosofica perché l’eros è
forza, movimento, desiderio di ciò che manca. E se quella forza viene
convogliata verso l’idea più alta — la giustizia — allora diventa esplosiva. È
questo che il filosofo temeva e sperava insieme: che gli esseri umani, quali che
siano le loro inclinazioni, potessero unirsi nell’amore per la giustizia. Ed è
questo che i tiranni temono da sempre.
Non è la prima volta che dagli Usa e in particolare dagli Stati con governo
conservatore arrivano notizie di censura. Proprio il Texas nel corso degli anni
si è “distinto” per un’incredibile serie di messe al bando di libri. Tra i testi
vietati figurano il Diario di Anna Frank, V per Vendetta di Alan Moore, Il
racconto dell’ancella di Margaret Atwood, Peter Pan di J. M. Barrie, Il
cacciatore di aquiloni di Khaled Hosseini, Lolita di Vladimir Nabokov e anche
Uomini e topi di John Steinbeck.
L'articolo Platone censurato in Texas: il dialogo sull’amore del Simposio si
presta “a interpretazioni non binarie dei generi” proviene da Il Fatto
Quotidiano.