In questi giorni una ministra, Eugenia Roccella, un ex vicepresidente della
Camera, Fabio Rampelli, un giornalista, Nicola Porro, hanno pubblicamente
mentito accusando l’Ordine dei giornalisti di aver finanziato i comitati per il
No attraverso un contributo di ventimila euro concesso ad Articolo21.
Naturalmente si tratta di una menzogna e l’Ordine dovrebbe denunciare costoro.
Articolo21 ha ricevuto, come sempre, un contributo di ventimila euro finalizzato
alla promozione di corsi e iniziative contro i bavagli, sul Media freedom act,
sulle querele bavaglio, sulla tutela delle fonti, tutte materie che segnalano
una distanza crescente tra Europa e Italia in materia di libertà di
informazione. Tale contributo è stati riconosciuto anche ad altre associazioni.
Neppure un euro è destinato, ovviamente, ai comitati per il No.
Forse pensavano di intimidirci, ma con noi non funziona, e non ci faremo
imbavagliare da costoro. Piuttosto vogliamo porre alcune domande: quei giornali
di destra, gli stessi che hanno sostenuto la canea, quanti soldi pubblici
ricevono? Quante copie vendono in edicola? Non sono forse tenuti a garantire la
completezza dell’informazione come prevede la legge istitutiva dell’Ordine?
Perché a costoro viene regolarmente consentito di mentire, boicottare ogni carta
deontologica, a partire dalla carta di Roma, che vieta discriminazioni e
razzismo? Godono di uno statuto speciale? Sino a quando si dovrà chinare la
testa di fronte alla prepotenza?
Nel frattempo loro continuano a oscurare il No al referendum e a minacciare
chiunque lo faccia, a cominciare dai giudici e dai cronisti. Siamo arrivati al
paradosso che la presidente Meloni, in versione Trump, urla, minaccia e strepita
contro la “censura” al comico Pucci. Premesso che siamo passati da Benigni a
Pucci, e questo la dice lunga su questa Rai, ma qualcuno spieghi alla presidente
che la censura si esercita dall’alto verso il basso e non viceversa.
Censura è la decisione di impedire il funzionamento della vigilanza.
Censura è allontanare e scagliare una querela bavaglio contro Roberto Saviano,
il Fatto, Mario Natangelo, Luciano Canfora, Donatella De Cesare, Report,
Fanpage, Domani…
Censura è impedire la lettura della nota Usigrai su Paolo Petrecca e la
telecronaca in occasione della apertura dei giochi olimpici.
Censura è leggere ogni giorno sondaggi che assegnano venti punti in più al Sì, e
negano informazioni sulle altre rilevazioni che ormai sostengono una raggiunta
parità.
Censura è nascondere i fischi a Vance e alla delegazione israeliana.
Invece di chiedere scusa puntano il dito contro chi avrebbe cacciato Pucci, che
invece è stato imposto e deposto sempre da loro. Non cadiamo nella loro
trappola, urlano feroci solo per nascondere la gravità di quanto sta accadendo.
Il signor Pucci c’entra poco, e magari riceverà in premio un bel contratto di
collaborazione; nel loro mirino restano il referendum e la Costituzione
antifascista.
Sanno benissimo che il No, nonostante censure, bugie, oscuramenti, è in costante
rimonta e vogliono arrestarla. Esattamente come Trump inventerà di tutto e di
più pur di bloccare le elezioni di metà mandato. Restiamo vigilanti,
denunciamoli, moltiplichiamo le energie. La possibile vittoria del No poggia
sulle spalle di ciascuno di noi, alla loro censura contrapponiamo la passione
civile in difesa della Costituzione antifascista e diamo vita ad una immensa
emittente umana che non potranno fermare, neppure a colpi di decreti
“insicurezza”.
L'articolo Non è vero che Articolo21 ha sostenuto i comitati per il No coi
20mila euro dell’Odg. A proposito di censura proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Censura
“Il censore è stupido perché ottiene l’effetto contrario”. Parola di Angelo
D’Orsi che ieri sera è riuscito a portare oltre 3500 persone al palasport di
Torino per un dialogo con lo storico Alessandro Barbero sul tema “Democrazia in
tempo di guerra”. Un evento che si sarebbe dovuto tenere un mese fa al teatro
Valdocco di Torino, ma che era stato censurato. E così grazie al circolo Arci La
Poderosa, all’Anpi e alla rivista Historia Magistra, l’incontro si è potuto
tenere, con lo stesso titolo, in uno spazio ancora più grande. “Eppure avevamo
altre seimila persone in lista d’attesa” spiegano i responsabili del circolo
Arci.
L'articolo “Ci vogliono portare in guerra, la censura serve a quello”: ovazione
per Barbero e D’Orsi al palasport di Torino, in 3500 ad ascoltare il loro
dialogo proviene da Il Fatto Quotidiano.
La vicenda di Alessandro Barbero è un piccolo manuale di sociologia della
comunicazione al tempo dei social. Ormai una settimana fa, lo storico pubblica
sugli account social del Comitato un video-appello in cui invita a votare NO al
prossimo referendum sulla giustizia e spiega perché lo fa. Una parte della
stampa, di vario orientamento ma con particolare accanimento a destra, nei
giorni successivi inizia a delegittimarlo attraverso vari editoriali: viene
definito “più influencer che storico”, accusato di fare “prediche politiche” o
“propaganda” e criticato perché non dovrebbe parlare di giustizia ma restare sul
suo terreno (la storia, anzi solo il Medioevo).
Il video diventa virale sui social, raggiungendo milioni di visualizzazioni e
altrettanti utenti. Ma nelle ultime ore, molte pagine che lo avevano condiviso e
ripostato sui propri profili si sono viste apporre da Meta un avviso di
contenuto “Falso”. Il motivo risiede in alcune imprecisioni tecniche: Barbero ha
affermato che con la riforma il “Governo” continuerebbe a scegliere una parte
dei membri del Csm, mentre tecnicamente è il Parlamento a votare gli elenchi da
cui attingere. Come ricostruito dal Fatto Quotidiano nel pezzo di Virginia Della
Sala, il video è stato sottoposto a verifica proprio perché considerato “troppo
virale”.
Un vero corto-circuito che ha poco di democratico. A questo punto meglio fare
come in Iran, chiudiamoli ’sti social, “menamose”, come lessi una volta su un
muro a Roma.
Scherzi a parte: il primo dato rilevante che tutti dovrebbero sapere è il
privilegio dei politici, i quali spesso godono di standard diversi nella
moderazione dei contenuti rispetto ai privati cittadini. Come ha spiegato spesso
Meta: se sei un rappresentante politico, il tuo discorso è spesso considerato
“notiziabile” e spetta al pubblico giudicare; se invece sei un cittadino o un
intellettuale senza investitura istituzionale, rischi di finire sotto la lente
dei fact-checker.
E quindi Barbero, che in questa sede agisce come privato cittadino, si è visto
limitare il suo discorso proprio durante la campagna elettorale. È come se,
durante un comizio, un vigile urbano salisse sul palco, strappasse il microfono
all’oratore e dichiarasse: “Ha fatto un errore, quindi tutto quello che ha detto
è falso”. Su Facebook è accaduto esattamente così, con l’etichetta “Falso”.
Ma Barbero non stava fornendo esclusivamente coordinate tecniche, ma tracciava
un’analogia sul rischio autoritario. Ha ricordato come, sotto il regime
fascista, fosse il ministro della Giustizia (il Governo) a sorvegliare e
sanzionare la magistratura, sostenendo che la riforma potrebbe indebolire
l’indipendenza dei giudici. La verità dello storico cerca la traiettoria del
potere; tuttavia, i fact-checker hanno bollato queste conclusioni come
“valutazioni soggettive” e non supportate dai fatti tecnici del testo
legislativo.
Per fortuna questo tipo di censura incontra resistenze in Europa (anche se
sistemi simili sono stati ridimensionati negli Stati Uniti). Il Digital Services
Act europeo sta imponendo maggiore trasparenza, e Meta stessa collabora con
organizzazioni terze certificate per esaminare la disinformazione virale. Si
sperimenta una transizione verso modelli di contestualizzazione (come è già su X
di Elon Musk) più che di semplice rimozione, sebbene in questo caso sia stata
scelta l’etichetta più punitiva (“Falso”) invece di quella “Privo di contesto”.
Ripeto quanto ho detto in un mio post di giorni fa: Barbero fa paura. È
autorevole ed è apprezzato dai giovani. È un ottimo divulgatore che rende vivo
il racconto e rende comprensibile la complessità. Molti utenti ritengono infatti
che la sua credibilità sia superiore a quella della politica stessa. Sulla
riforma, lo storico suggerisce che la magistratura dovrebbe restare libera e
unita.
Insomma mancano ancora un paio di mesi al voto, ma l’impoverimento del dibattito
per ora è ai minimi storici. Tuttavia spero e ho prove, dalla mia esperienza
(ricordate quel famoso 4 dicembre di Renzi 10 anni fa?), che – nonostante i
sondaggi, se ci sarà una spinta di chi di base non va a votare, come i giovani –
non ci sarà storia nel risultato: questo il potere lo teme. Come abbiamo visto
le piazze riempirsi per altre cause (leggi Gaza), così potremmo vedere le urne
riempirsi di giovani. Davanti alle ingiustizie evidenti non c’è astensione che
tenga.
L'articolo Meta censura Barbero ma per i politici niente fact checking: ecco il
privilegio che tutti dovrebbero sapere proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’Iran si prepara a rendere permanente il blackout di Internet nel Paese. Solo
le persone autorizzate dalle autorità potranno accedere a una versione filtrata
della rete globale, come denuncia l’ong Filterwatch, che tiene sotto controllo
la censura sul web in Iran, citata dal Guardian. L’organizzazione riporta le
testimonianze di diversi attivisti e fonti iraniane. “È in via di definizione un
piano classificato per trasformare l’accesso alla rete globale in un ‘privilegio
governativo”, ha spiegato Amir Rashidi, il direttore dell’ong. “I media di Stato
e portavoce del governo hanno già segnalato che è in corso una trasformazione
permanente, e anticipato che l’accesso senza limiti non sarà possibile neanche
dopo il 2026”. Secondo il piano, gli individui in possesso di autorizzazione di
sicurezza (dopo aver superato i controlli governativi) potranno accedere solo a
una versione filtrata dell’internet globale, ha dichiarato Amir Rashidi. I
cittadini comuni invece potranno accedere solo all’Internet iraniano, una rete
domestica e parallela, isolata dal resto del mondo. A
Il blocco di Internet in corso in Iran è iniziato l’8 gennaio, dopo 12 giorni di
crescenti proteste anti-regime, iniziate il 28 dicembre. Il controllo della rete
già operato dalle autorità con la pratica nota come ‘whitelisting’, che limita
l’accesso solo a una selezione di indirizzi, è stata resa possibile
probabilmente con componenti importate dalla Cina. E’ uno dei più gravi blocchi
di Internet della storia, più a lungo del blocco della rete realizzato in Egitto
nel 2011 durante le proteste di piazza Tahrir. Un portavoce del governo ieri
avrebbe dichiarato ai media iraniani che la rete internazionale rimarrà bloccata
almeno fino al Nowruz, il capodanno persiano, che di solito cade attorno al 20
marzo.
L'articolo L’Iran valuta il blocco permanente di internet: “Accessibili solo
contenuti censurati” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il filosofo Platone bandito. O almeno amputato. Alla Texas A&M University, una
delle più grandi università pubbliche degli Stati Uniti, alcune parti del
Simposio sono diventate improvvisamente indigeste. Troppo ambigue, troppo
aperte, troppo pericolose. Razza e genere sono le parole sorvegliate speciali di
questi mesi, sotto la pressione dell’amministrazione Trump e dell’universo
conservatore che la sostiene. E così, questa volta, a finire nel mirino non è un
autore contemporaneo, ma il filosofo che ha fondato l’Occidente.
Alcuni passaggi del Simposio — il dialogo che celebra l’amore — “si
presterebbero a interpretazioni non binarie dei generi”. Traduzione: meglio non
leggerli. Martin Peterson, professore di filosofia, è stato invitato a
modificare il programma del corso. In caso contrario, la riassegnazione ad altro
insegnamento. Platone sì, Platone no. Platone, ma depotenziato. Il paradosso è
clamoroso. Il Simposio è innanzitutto una grande opera letteraria: una cena
nella casa del poeta Agatone, vincitore di un concorso tragico, dove si
incontrano alcune delle menti più brillanti dell’Atene del tempo. Un retore, un
medico, un antropologo ante litteram, il commediografo Aristofane e,
naturalmente, Socrate. Ognuno pronuncia un elogio di Eros. Fino a quando parla
Aristofane. Ed è lì che il dialogo esplode.
Platone costruisce uno dei miti più celebri della storia del pensiero: il mito
dell’androgino. All’origine, racconta Aristofane, gli esseri umani non erano
due, ma tre generi. Maschile, femminile e androgino. Avevano quattro braccia,
quattro gambe, due volti e una forza smisurata. Per punirne la tracotanza, gli
dèi li tagliarono in due. Da allora ogni essere umano è una metà che cerca
l’altra: la donna che cerca la donna, l’uomo che cerca l’uomo, la donna e l’uomo
che si cercano. È un racconto di una potenza quasi imbarazzante. Ridurlo a “non
binarismo” è già una forma di censura intellettuale. E censurarlo perché
“pericoloso” appare l’ennesima controversa decisione.
Platone sceglie l’eros come centro della riflessione filosofica perché l’eros è
forza, movimento, desiderio di ciò che manca. E se quella forza viene
convogliata verso l’idea più alta — la giustizia — allora diventa esplosiva. È
questo che il filosofo temeva e sperava insieme: che gli esseri umani, quali che
siano le loro inclinazioni, potessero unirsi nell’amore per la giustizia. Ed è
questo che i tiranni temono da sempre.
Non è la prima volta che dagli Usa e in particolare dagli Stati con governo
conservatore arrivano notizie di censura. Proprio il Texas nel corso degli anni
si è “distinto” per un’incredibile serie di messe al bando di libri. Tra i testi
vietati figurano il Diario di Anna Frank, V per Vendetta di Alan Moore, Il
racconto dell’ancella di Margaret Atwood, Peter Pan di J. M. Barrie, Il
cacciatore di aquiloni di Khaled Hosseini, Lolita di Vladimir Nabokov e anche
Uomini e topi di John Steinbeck.
L'articolo Platone censurato in Texas: il dialogo sull’amore del Simposio si
presta “a interpretazioni non binarie dei generi” proviene da Il Fatto
Quotidiano.