Lutz Seiler, vincitore di ogni premio possibile in Germania, non è uno di quelli
che ti serve la solita minestra riscaldata. E con Stella 111 (traduzione di
Silvia Albesano; Utopia Editore), l’autore di Gera, ci sbatte in faccia un
mattone che è un affresco storico, un romanzo di formazione e un trattato sulla
sopravvivenza in un colpo solo. Non un libro, ma una terra di mezzo che si
allarga sotto i piedi mentre leggi.
Siamo alla caduta del Muro di Berlino, quel momento epocale in cui la Storia,
con la S maiuscola, si è fatta beffe di milioni di vite, e le ha lasciate lì,
appese a un filo. Carl, il protagonista, ha ventiquattro anni, è uno
studente-manovale e si ritrova a dover custodire la casa di famiglia a Gera,
nella Germania Est, mentre i genitori, Inge e Walter, si lanciano nella grande
fuga verso l’Ovest, alla rincorsa di una giovinezza rubata che, si sa, non torna
mai indietro.
E qui sta il colpo di genio di Seiler: non la retorica del trionfo o della
liberazione, ma l’odore della maceria e il silenzio assordante di un mondo che
si spegne. Carl è il custode involontario di un fantasma, una memoria che i
genitori vogliono sbrigativamente spedire in soffitta. Ma lui no. Lui non
scappa. O meglio, la sua fuga è in avanti, e si chiama Berlino.
Carl, che è un muratore con l’anima da poeta, piomba in una Berlino post-Muro
che è un caos febbrile e anarchico, un ventre molle dove tutto è possibile e
nulla è certo. Non è la Berlino delle cartoline, ma quella delle cantine, dei
rave improvvisati, delle occupazioni. È la città che, per dirla alla Dos Passos,
si fa puzzle di voci, gerghi, utopie pirata che non hanno più bisogno di un
vessillo, perché il vessillo è caduto con il Muro.
La sua missione, se così si può chiamare, non è trovare lavoro o sistemarsi; è
esistere nella trasformazione. E lo fa attraverso la poesia. Un gesto quasi
assurdo, fuori tempo massimo, che diventa l’unica vera forma di resistenza.
Scrivere versi mentre il mondo crolla è l’ultimo arrembaggio contro la
cancellazione, un modo per dare voce a chi è rimasto, a chi, come la Germania
Est, è finito nel silenzio.
Il romanzo è un triplo movimento (pubblico, privato, poetico) che non dà
risposte consolatorie. Anzi. Mette in discussione il concetto stesso di patria e
di appartenenza. E Seiler lo fa con una scrittura che non teme la mole, che non
lesina dettagli, che sa essere al tempo stesso lirica e brutale. Ti inchioda
alle pagine con una tensione che è politica e sentimentale insieme, come un filo
teso tra l’adolescenza che si disintegra e la libertà adulta, amara e
costruttiva.
Stella 111 è un romanzo che chiede tempo, attenzione, e la volontà di sporcarsi
le mani con le macerie della Storia. Ma è un’opera necessaria, come pochi altri
libri europei degli ultimi anni. Per chi ha amato la lingua salvata di Canetti,
o il lutto della Storia in Transit di Anna Seghers, o semplicemente per chi
crede che la grande letteratura debba mettere in discussione, anziché
rassicurare.
Un libro da circuito internazionale, senza paura di esagerare. Utopia Editore,
ancora una volta, dimostra un coraggio editoriale ammirevole nel portare in
Italia queste opere di grossa mole e di altissima qualità. Leggetelo. E capirete
perché la narrativa, a volte, è l’unico strumento per ricostruire un mondo
finito.
L'articolo “Stella 111”: Berlino Est, le macerie e la narrativa come ultimo
arrembaggio proviene da Il Fatto Quotidiano.