Non c’è pace tra i membri di una delle band più famose al mondo, i Police. Il
chitarrista Andy Summers e il batterista Stewart Copeland hanno citato in
giudizio Sting, sostenendo di non aver ricevuto la loro quota di royalties
generate dallo streaming dei successi della band inglese, stimata in oltre due
milioni di dollari.
La vicenda arriva dopo la vendita del catalogo di Sting alla Universal, stimata
in 250 milioni di dollari, e riapre un capitolo di tensioni finanziarie tra i
tre musicisti, autori di cinque album pubblicati tra il 1978 e il 1983.
La denuncia è stata depositata alla fine del 2024 presso l’Alta Corte di Londra,
che in queste ore lo ha esaminato durante un’udienza preliminare, ma non si
tratta del processo vero e proprio. Nessun membro del gruppo era presente. Al
centro della disputa c’è un accordo storico, risalente al 1977 e formalizzato
nel 1981, che prevede il 15% delle royalties delle composizioni degli altri
membri per ciascun musicista.
La controversia riguarda la qualificazione dei ricavi derivanti da servizi come
Spotify, Deezer o Apple Music ai fini della ripartizione delle royalties.
Sting, autore di tutti i grandi successi dei Police, da “Roxanne” a “Message in
a Bottle”, percepisce la quota più consistente. Summers e Copeland contestano
però che l’accordo del 2016, destinato a chiudere tutte le questioni finanziarie
tra i membri, non includa i ricavi dello streaming, limitandosi ai diritti
“meccanici”.
I due musicisti chiedono quindi di ricevere la loro quota sull’intero fatturato
digitale. Gli avvocati di Sting parlano di “tentativo illegittimo di
reinterpretazione” dell’accordo e ipotizzano che alcune somme già corrisposte
possano rappresentare “importi eventualmente versati in eccesso”.
L'articolo Sting citato in giudizio per oltre 2 milioni di dollari di diritti
per i brani dei Police: gli ex della band Andy Summers e Stewart Copeland sul
piede di guerra proviene da Il Fatto Quotidiano.