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Milano-Cortina 2026, da Mariah Carey a Tom Cruise alle famiglie reali d’Europa: tutti i vip presenti alla cerimonia d’apertura
Star della musica e del cinema, teste coronate e rappresentati politici: venerdì 6 febbraio lo stadio San Siro di Milano si trasformerà nel “place to be”. Sarà infatti il Meazza a ospitare la cerimonia di apertura di Milano-Cortina 2026, e la lista di invitati fa del capoluogo lombardo l’ombelico del mondo almeno per una sera. Una cerimonia che, per la prima volta, sarà diffusa su più località, perché oltre a Milano e Cortina verranno coinvolti Livigno e altri comuni veneti. L’Armonia è il tema al centro del grande show, che il Creative Lead Marco Balich spiega in questi termini: “Armonia significa trasformare i nostri valori in immagini, suoni ed emozioni condivise. È un viaggio dentro i colori dell’Italia – la sua arte, la sua creatività, la sua umanità – ma parla anche al mondo intero, celebrando lo sport e offrendo un momento di inclusione e incontro. Armonia tra città e montagne, tra uomo e natura, tra popoli, arti e culture, tradizione e futuro”. Prima di ammirare le gesta degli atleti, gli occhi di tutti (si parla di oltre 2 miliardi di persone pronte a seguire l’evento in tutto il mondo) saranno puntati sull’apertura. E scorrendo la lista delle celebrities presenti si capisce il perché. GLI OSPITI MUSICALI: DALLA “DIVA” MARIAH CAREY ALLO “SPAURACCHIO” PER L’ESIBIZIONE DI GHALI Si parte con Mariah Carey, prima grande star annunciata nei mesi scorsi. La regina del Natale, malgrado gli oltre 35 anni di carriera, si prepara a esibirsi per la prima volta a un evento olimpico. Vincitrice di 7 Grammy Awards e più di 220 milioni di copie vendute in tutto il mondo, Mimì, come la chiamano i fan, è ancora un punto di riferimento per la scena pop e r&b e lo ha dimostrato con l’ultimo album. “Here For It all”, pubblicato a settembre 2025, è una dichiarazione d’intenti: Mariah è ancora qui, pronta ad abbracciare tutto ciò che la vita offre, luci e ombre comprese. Non è nuovo invece alle cerimonie di apertura olimpiche Andrea Bocelli, già presente a Torino nel 2006. “È un grande onore e un’esperienza profondamente emozionante” ha fatto sapere l’artista orgogliosamente italiano e apprezzato in tutto il mondo. Il pop nostrano capace di conquistare platee internazionali sarà rappresentato pure da Laura Pausini, che il 6 febbraio festeggerà anche l’uscita di “Io Canto 2”, la seconda parte del progetto di cover iniziato con successo nel 2006. Grande attesa per la performance di Ghali – noto per le posizioni politiche e gli appelli alla pace – dopo che nei giorni scorsi sulla sua presenza si è espresso il ministro dello sport Andrea Abodi, il quale ha assicurato che l’artista italo-tunisino non avrà modo di esprimere sul palco il proprio pensiero sul genocidio a Gaza. “Il suo coinvolgimento avverrà in una veste completamente inedita” si legge sul sito dei Giochi Olimpici, “pensata appositamente per il racconto della Cerimonia: una presenza simbolica e trasversale, capace di interpretare l’Armonia come equilibrio tra identità diverse, come spazio di connessione tra tradizione e futuro, tra dimensione individuale e collettiva”. Tra gli altri nomi confermati Lang Lang, pianista cinese tra i più celebri e influenti del nostro tempo, e Cecilia Bartoli, mezzosoprano di fama mondiale e ambasciatrice d’eccellenza della grande tradizione lirica italiana. E se il rapper statunitense Snoop Dogg arriverà alle Olimpiadi invernali come commentatore per NBC Universal, c’è chi spera nella presenza anche di Dua Lipa, già protagonista di un video promozionale ambientato nella Galleria Vittorio Emanuele II. LE STAR DEL CINEMA ITALIANO (E NON SOLO) A MILANO-CORTINA La cerimonia di apertura di Milano-Cortina 2026 sarà impreziosita dal contributo di nomi del cinema italiano noti ben oltre i confini nostrani. È il caso di Sabrina Impacciatore, reduce dal successo della serie “The White Lotus” per la quale è stata nominata ai Primetime Emmy Awards. Volto simbolo di “The Paper”, spin-off di “The Office”, “la sua presenza scenica autentica e carismatica testimonia una versatilità capace di superare confini culturali e linguistici, parlando a pubblici diversi con un linguaggio universale”, fanno sapere dal comitato olimpico. Pierfrancesco Favino si esibirà con il violinista Giovanni Zanon per una performance-omaggio “all’Armonia dei territori e al dialogo tra città e montagna attraverso l’interpretazione di un testo di grande forza evocativa”. Matilda De Angelis sarà invece una delle voci narrative dello show, incarnando il talento creativo italiano che dialoga con il mondo, e si parla dell’arrivo a San Siro della star di Hollywood Tom Cruise in qualità di rappresentante delle Olimpiadi di Los Angeles del 2028. RE, REGINE, PRINCIPE E PRINCIPESSE: TUTTI VOGLIONO ESSERE A MILANO-CORTINA Con 92 nazioni partecipanti, i giochi invernali diventano anche un palcoscenico politico: un’occasione per capi di Stato e di governo e teste coronate di “sfilare” davanti a mezzo mondo. Se l’Italia sarà rappresentata dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella che dichiarerà ufficialmente aperti i Giochi di Milano-Cortina 2026, tra gli altri nomi attesi figurano il segretario dell’Onu Antonio Guterres, il vicepresidente americano J.D. Vance (con tre agenti non operativi dell’Ice) e il segretario di Stato americano Marc Rubio. E ancora i pasdaran con la squadra iraniana, il principe Alberto di Monaco e Charlene con i figli, i gemelli Jacques e Gabriella. Dal Regno Unito giungerà la Principessa Anna, che di Olimpiadi se ne intende, avendo gareggiato nel 1976 a Montreal e oggi a capo della British Olympic Association. A Milano la sorella di Re Carlo III sarà accompagnata dal marito Sir Timothy Laurence e dalla figlia Zara Tindall, medaglia d’argento ai Giochi di Londra del 2012. Presenzieranno alla cerimonia inaugurale anche Re Carlo XVI e la Regina Silvia di Svezia, mentre altre figure di spicco raggiungeranno il Bel Paese per seguire gare specifiche. Re Willem-Alexander e la figlia Principessa Amalia arriveranno dai Paesi Bassi per le gare di pattinaggio; per la Spagna ci saranno Re Felipe VI, la moglie Letizia e le figlie Leonor e Sofia, mentre la Principessa Elisabetta giungerà in rappresentanza del Belgio. Non mancheranno nemmeno i reali norvegesi, malgrado le vicende giudiziarie che toccano la famiglia in prima persona: Re Harald e la Regina Sonjia seguiranno le gare di pattinaggio di velocità, mentre il 14 febbraio arriverà il Principe ereditario Haakon. Chiudono l’elenco l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani e, si dice, Macron e i duchi di Cambridge, William e Kate. Il fuoco del braciere olimpico è pronto ad ardere, sotto gli occhi del mondo e di una platea di re, regine e star. Milano-Cortina può accendere lo spettacolo. L'articolo Milano-Cortina 2026, da Mariah Carey a Tom Cruise alle famiglie reali d’Europa: tutti i vip presenti alla cerimonia d’apertura proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Ho avuto un brutto incidente d’auto. Pioveva e venni coperto con un telo. I soccorritori pensarono che si trattasse di un morto e mi ignorarono”: così Edoardo Vianello
“Abbronzatissima”, “Guarda come dondolo”, “I watussi”, “Il capello” sono solo alcuni dei grandi successi di Edoardo Vianello che taglierà il traguardo degli 88 anni il prossimo 24 giugno. Una vita dedicata al palco e alla musica, tanti gli incontri importanti e anche il matrimonio con la collega Wilma Goich, poi naufragato nel 1978 con il divorzio effettivo nel 1981. Una unione nata nel 1967 e poi consolidata con il progetto artistico de “I Vianella”. Sembra che tra i motivi che hanno portato alla fine della relazione ci fossero i presunti tradimenti da parte del cantante. “Confesso che all’inizio consideravo la musica soprattutto un ottimo mezzo per ‘rimorchiare’: – ha detto l’artista a La Stampa – la prima canzone che scrissi, quella che poi avrebbe preso per sé Teddy Reno, l’avevo pensata per una ragazza che consideravo inavvicinabile. Con la ragazza andò bene. Nel mestiere fu più dura: cantavo ovunque per farmi conoscere. Poi in una matinée dove cantavano anche la Pizzi e Villa strappai un bis a un Tortora molto contrariato dell’ovazione del pubblico per un ragazzino: ma mi valse il provino in Rca”. Poi alcuni aneddoti legati agli incontri come quello con Lucio Dalla: “Lo ritrovai in Sardegna in un’orchestrina dixie. Avrà avuto 16/17 anni: molto riservato e chiuso, ma già un virtuoso del clarinetto. Lo ritrovai ancora nella band I Flipper che mi accompagnò per un po’: lui, Bracardi e Catalano (poi nella banda Arbore), il fratello di Catalano, Zampa (futuro giornalista musicale). Era unico, un po’ folle: nello studio dove registrammo volle suonare nudo dietro un paravento. Al Cantagiro suonava dando le spalle al pubblico che lo copriva di fischi. Aveva una capacità tutta sua: dove lo mettevi si addormentava”. Poi il momento più difficile: “Nel 1966 ebbi un brutto incidente d’auto. Poiché pioveva, venni coperto con un telo. I soccorritori pensarono che si trattasse di un morto e mi ignorarono. Ho avuto davvero paura. 8 costole e varie altre frattura: restai per mesi in ospedale. E poi in tempi recenti ho avuto un dolore enorme: la scomparsa – imprevista e imprevedibile – di mia figlia per un male che la uccise in pochissimo (Vianello ha anche un altro figlio, Alessandro Alberto, ndr). Eravamo in pieno lockdown, non trovai neppure la forza di andarla a trovare: devastato dal senso di colpa di non aver saputo creare una persona sana”. L'articolo “Ho avuto un brutto incidente d’auto. Pioveva e venni coperto con un telo. I soccorritori pensarono che si trattasse di un morto e mi ignorarono”: così Edoardo Vianello proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Performare a tutti i costi? Ammetto di non saper volare. I miei figlioli Masno e Duccio sono il panorama più bello che potessi mai vedere”: parla Enrico Nigiotti
Festival di Sanremo numero quattro. È un bel traguardo quello raggiunto da Enrico Nigiotti che ritorna al Festival per presentare “Ogni volta che non so volare”. La canzone farà parte del suo sesto album in studio, che si intitolerà “Maledetti Innamorati” – prodotto da Juli, Celo ed Enrico Brun – e verrà pubblicato il 13 marzo. Il nuovo disco raccoglie 11 canzoni. All’interno della tracklist “L’amore è / L’amore va”, l’unico pezzo con un ospite del disco: Olly. Prima di salire sul palco dell’Ariston, Enrico Nigiotti porta la sua musica nei teatri italiani con “Maledetti Innamorati”, un tour sold out e prodotto da A1 Concerti, che si concluderà il 5 febbraio. È il tuo quarto Sanremo, quanto è cambiato Nigiotti dall’ultima partecipazione del 2020 con “Baciami Adesso”? Sono cambiato come, come diceva Eraclito, “non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume”. Quindi sono cambiato come l’acqua di un fiume, ma sono sempre lo stesso. Sono felice, sono successe tante cose in questi anni, brutte, ma anche cose bellissime. Quindi sulle mie spalle ho più bagaglio, ho più vita addosso, ho assaggiato più vita e dentro sia il pezzo di Sanremo che al mio album, c’è vita nuova. Qual è il messaggio di “Ogni volta che non so volare”? È un flusso di coscienza che attraversa non solo la mia vita, ma anche la vita un po’ di tutti.Viviamo in un momento dove performare sembra essere l’unica maniera per esistere. Non solo nella musica, ma in tutti gli ambiti sembra quasi che devi avere per forza successo. In realtà ‘io non so volare’, è bello ammetterlo. Ma soprattutto è bello anche cadere e poi riuscire a rialzarsi, anche perché in quei momenti lì riesci a capire chi veramente ti sta accanto. Viviamo in un momento in cui è tutto un ‘fratello, brò’, ma poi alla fine le vere amicizie, gli amori veri, insomma le persone che ti fanno star bene, che ci sono e ci saranno sempre, si contano sulle dita di una mano. Tra le collaborazioni spicca quella con Olly, che ha vinto lo scorso anno. Vi siete sentiti? Cosa ti ha consigliato? C’è stima con Olly, che tra altre cose, è l’unico ospite del mio nuovo disco ‘Maledetti innamorati” nel brano “L’amore è / L’amore va”. Ci siamo conosciuti con Juli a un tavolino con del vino. Così è nata la collaborazione sia nel suo album e adesso nel mio con un mash-up di due canzoni. Lui è sempre stato molto carino con me, mi ha subito videochiamato quando ha saputo che ero nel cast di Sanremo. In un mondo come quello della musica, nello showbusiness, dove tanti rapporti sono più di circostanza, sono felice di aver trovato due amici, due fratelli. Sono persone che ci saranno sempre, come io ci sarò sempre per loro. In questi 4 anni ci sono stati momenti difficili e belli. Vuoi raccontarci un momento difficile che hai dovuto affrontare e il primo momento bello che ti viene in mente? Uno dei momenti più difficili della mia vita si riallaccia alla paura di non riuscire a vivere musica, ma anche quando ho cominciato a intraprendere questo ‘cammino’, ci sono stati tanti periodi in cui avevo paura di non riuscire a continuare. Ci sono stati momenti in cui c’era poca fiducia nei miei confronti da parte di tante persone che avevo attorno. Il momento più bello è il 13 marzo del 2023 quando sono nati Masno e Duccio, i miei figlioli, che sono il panorama più bello che potessi mai vedere Ci racconti la scelta della cover e della collaborazione con Alfa per Sanremo 2026? Ormai diciamo che con i genovesi c’è un bel rapporto (ride, ndr). Alfa l’ho conosciuto un anno e mezzo fa perché mi aveva chiamato il suo produttore per fare una piccola session in studio, insieme. Da lì ci siamo conosciuti e ‘presi bene’, come dicono i giovani. Ho deciso di portare come cover a Sanremo ‘En e Xanax’, che è un pezzo stupendo di Bersani, un gioiello. Mi piaceva l’idea di condividere questa cosa e unire tre generazioni: la mia, quella di Alfa e quella di Bersani. Certe canzoni, soprattutto quelle come questa, dovrebbero essere conosciute da tutti. Chi sono i Maledetti Innamorati per Nigiotti? Sono quelli un po’ come me, innamorati della vita, dei sogni, dell’amore, che comunque vedono il sole anche nelle giornate di pioggia. È importante non solo essere sotto al sole ma anche essere sotto la pioggia per crescere un po’ come accade nei campi in campagna. Quindi parliamo di tutti quelli che non si arrendono, sono quelli che continuano a camminare in salita e non smettono mai. Cosa dobbiamo aspettarci da questo disco? È un disco importantissimo perché segna un po’ il mio ritorno. È un disco che parla della mia vita, ma anche della vita di tutti perché lo ripeterò all’infinito sono una persona come gli altri. Rispetto a 5 anni fa ho fatto più di un bagno nella vita. L'articolo “Performare a tutti i costi? Ammetto di non saper volare. I miei figlioli Masno e Duccio sono il panorama più bello che potessi mai vedere”: parla Enrico Nigiotti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Io e Bianca Atzei abbiamo litigato solo una volta per una collaborazione che mi ha dato molto fastidio”. Lei risponde: “Sono dovuta andare sotto casa sua”
Dopo “La Paura che ho di perderti” e “La Gelosia”, Bianca Atzei e Kekko dei Modà sono tornati a duettare insieme sulle note di “Ti amo ma non posso dirlo”, uscito il 19 dicembre scorso. “Ti amo ma non posso dirlo è una canzone d’amore che al contrario dalle classiche canzoni d’amore, – ha detto il frontman della band – quelle che magari che raccontano storie finite, qui si parla di una storia che non è mai cominciata: la storia di due migliori amici che sono innamorati l’uno dell’altro ma non hanno il coraggio di dirselo perché hanno paura di rovinare il loro rapporto”. E an ora: “Bianca ed io siamo molto amici ed avevamo voglia di tornare a fare qualcosa insieme. Sono più che orgoglioso e felice di averla avuta con noi in questo progetto tanto che non credo ci fermeremo qui perché tra noi c’è una grande alchimia, nella scrittura, nel lavoro, abbiamo gusti musicali simili. Voglio bene a Bianca ed è giusto che la musica torni al centro della sua vita”. “Qualche mese fa Kekko mi ha preso per mano e mi ha portato in studio standomi molto vicino in un momento particolare della mia vita. – ha detto Bianca Atzei – Abbiamo iniziato a scrivere insieme, ad ascoltare provini, melodie. Da lì è nata ‘Ti amo ma non posso dirlo’, una canzone che mi ha toccato il cuore completamente. Era da tantissimo tempo che un brano non mi toccava corde così profonde, intime, in modo così intenso e forse ne avevo bisogno in un momento di blocco personale. Sono grata di questo regalo”. I due cantanti sono stati ospiti a “Verissimo” e hanno svelato un aneddoto legato alla loro amicizia. Il momento più difficile? Lo ha raccontato Kekko stesso: “C’è stata una collaborazione che mi ha dato molto fastidio, però in quel momento…Non sono permaloso e neanche rancoroso“. Pronta la risposta della collega: “Abbiamo litigato una volta sola. Lui è sparito e io sono dovuta andare sotto casa sua”. L'articolo “Io e Bianca Atzei abbiamo litigato solo una volta per una collaborazione che mi ha dato molto fastidio”. Lei risponde: “Sono dovuta andare sotto casa sua” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Prima di ringraziare Dio, dirò una cosa: ICE fuori. Non siamo selvaggi né animali”: Bad Bunny ai Grammy Awards 2026 vince, si commuove e poi attacca Trump
“Voglio dedicare questo premio a tutte le persone che hanno dovuto lasciare la propria patria per inseguire i propri sogni. Prima di ringraziare Dio, dirò una cosa: ICE fuori”. Sono le durissime parole di Bad Bunny che ha vinto il premio come Miglior album dell’anno ai Grammy Awards 2026, considerati gli Oscar della musica mondiale. È la prima volta che un album in lingua spagnola si aggiudica il primo premio. “Porto Rico”, ha esordito Bad Bunny in spagnolo, ringraziando coloro che hanno creduto in lui, che hanno lavorato all’album e sua madre. L’artista ha poi rimarcato: “Non siamo selvaggi, non siamo animali, non siamo alieni. Siamo esseri umani e siamo americani”, in merito la politica dell’amministrazione Trump sull’immigrazione. Harry Styles ha consegnato il premio: il cantante inglese si era già aggiudicato il primo premio nel 2023 con “Harry’s House”. Quell’anno ha battuto proprio Bad Bunny, che era stato nominato per “Un Verano Sin Ti”, il primo album in lingua spagnola a essere in lizza nella categoria. Quando ha sentito il proprio nome pronunciato da Styles, Bad Bunny si è commosso. DONALD TRUMP RISPONDE FURIOSO: “INGUARDABILI” “I Grammy Awards sono il peggio, praticamente inguardabili! La CBS è fortunata a non avere più questa spazzatura a infestare le sue onde radio. Il presentatore, Trevor Noah, chiunque sia, è quasi pessimo quanto Jimmy Kimmel agli Academy Awards per i bassi ascolti. Noah ha detto, sbagliando sul mio conto, che Donald Trump e Bill Clinton hanno trascorso del tempo sull’isola di Epstein. Sbagliato! Non posso parlare per Bill, ma non sono mai stato sull’isola di Epstein, né in nessun posto vicino, e fino alla falsa e diffamatoria dichiarazione di stasera, non sono mai stato accusato di esserci stato, nemmeno dai media che si occupano di fake news”. Con queste parole sul suo social network Truth il presidente americano Donald Trump attacca il conduttore dei Grammy Awards ed è pronto ad azioni legali contro le accuse di essere stato sull’isola del magnate Jeffrey Epstein. Il presidente Usa ha aggiunto: “Noah, un completo perdente, farebbe meglio a chiarire i fatti, e a chiarirli in fretta. Manderò i miei avvocati a fare causa a questo povero, patetico, senza talento, idiota di presentatore, e gli farò causa per un sacco di soldi. Chiedete al piccolo George Slopadopolus e ad altri come è andata a finire. Chiedete anche alla CBS! Preparati Noah, mi divertirò un mondo con te!”. L'articolo “Prima di ringraziare Dio, dirò una cosa: ICE fuori. Non siamo selvaggi né animali”: Bad Bunny ai Grammy Awards 2026 vince, si commuove e poi attacca Trump proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ross Wild condannato per stupro: l’ex cantante degli Spandau Ballet aveva negato tutte le accuse
Mondo della musica sotto choc. Ross Davidson, noto come il nome d’arte Ross Wild ed ex cantante degli Spandau Ballet, è stato riconosciuto colpevole di stupro e tentato stupro. Davidson, 37 anni, è stato giudicato colpevole da una giuria della Wood Green Crown Court dopo oltre 11 ore di camera di consiglio. Lo riporta la BBC. I fatti contestati riguardano lo stupro di una donna avvenuto a Londra nel 2015 e il tentato stupro e un’aggressione sessuale ai danni di un’altra donna in Thailandia nel 2019. Ross Davidson aveva negato tutte le accuse. Secondo quanto emerso in aula, come riporta la BBC, Davidson aveva conosciuto entrambe le vittime tramite l’app di incontri Tinder. Durante il processo ha sostenuto che tutti i rapporti sessuali fossero consensuali, una versione respinta dalla giuria. Una delle vittime ha raccontato di essersi svegliata mentre l’imputato la stava aggredendo nel suo appartamento di Londra. La donna ha dichiarato di essersi sentita “inerme” e “troppo spaventata per reagire”, riferendo inoltre che Davidson le aveva confidato un interesse per rapporti sessuali con persone “inermi o immobili”. Nel procedimento è emerso anche che Davidson aveva già ammesso una precedente accusa di voyeurismo relativa al dicembre 2019, quando aveva filmato di nascosto la seconda donna mentre dormiva in una stanza d’albergo in Thailandia. Il video, rinvenuto sul telefono dell’imputato, mostrava la donna “addormentata, immobile e non reattiva”, parzialmente nuda, mentre veniva toccata. La vittima ha dichiarato di non essere mai stata a conoscenza dell’esistenza del filmato. Ross Davidso era noto al pubblico per aver collaborato con gli Spandau Ballet nel 2018, per aver recitato nel musical del West End “We Will Rock You”, ispirato alle canzoni dei Queen, e nel film “Bruno & Earlene Go to Vegas” (2013). L'articolo Ross Wild condannato per stupro: l’ex cantante degli Spandau Ballet aveva negato tutte le accuse proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“A Sanremo 2026 con una lettera a mia madre che non c’è più. Ci ho messo sei anni per scriverla, ma è una ferita ancora aperta”: così Serena Brancale
Dimenticate la Serena Brancale dello scorso anno di “Anema e Core”. Stavolta la cantante si presenta al Festival di Sanremo 2026 con “Qui con me” un brano intimo, una ballad che parla alla madre scomparsa. Serena Brancale ha deciso di mostrare i muscoli della voce e ci riesce bene, molto bene con questa super ballad. Un dispiegamento di violini e di archi che poggia sulla voce che potrebbe strappare addirittura qualche standing ovation. Sanremese con cognizione di causa. Tra i versi più toccanti della canzone: “E se ti portassi via da quelle stelle per cancellare il tuo addio dalla mia pelle”. “‘Qui con me’ dunque nasce dall’esigenza di dover mettermi a nudo e finalmente raccontare qualcosa che ho tenuto per me per sei anni e questo è il momento giusto per parlarne. – ha raccontato la cantante a FqMagazine – Questa canzone è una lettera che dedico a mia madre, ci ho messo sei anni per arrivare a questo, perché ha avuto bisogno di tempo per trovare le parole giuste. È un brano che ha tanti respiri e ne respiri c’è tanta musica“. E ancora: “Mi auguro che la gente si possa rivedere in me perché può capitare di di perdere una persona molto cara improvvisamente ed è giusto ricordarla e celebrarla sempre, senza la paura di essere pesante, nostalgica, ma con il sorriso è giusto che si festeggi una persona e per me ‘Qui con me’ è una grande celebrazione su quel palco”. “Quest’anno non ho nessuna maschera, non gioco con nessun colore, mi presento qui per quella che sono con quello che ho provato e quello che voglio raccontare. È una scelta voluta perché sento di dover cambiare, è stata un’esigenza voluta, è un’esigenza quella di tornare naturale e voler non portare la festa di ‘Anema e Core’ ma portare una lettera d’amore. Porto una verità che mi farà emozionare tantissimo. L’obbiettivo è quello di raccontare una cosa che ti ferisce e continua a ferirti, però che hai metabolizzato. Ho mio padre, mio fratello, sono loro la forza che mi porta avanti nel fare questo passo”. Per chi tifa Brancale? “Ditonellapiaga, Levante, Arisa e Sayf”. L'articolo “A Sanremo 2026 con una lettera a mia madre che non c’è più. Ci ho messo sei anni per scriverla, ma è una ferita ancora aperta”: così Serena Brancale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Mi metto in una bara per esorcizzare le aspettative nei miei confronti. Ora la gente mi considera un supereroe, ma non sono Gesù Cristo”: parla Kid Yugi
Dostoevskij, l’ultraviolenza (metaforica) e gli ascolti di Guccini sono buona parte dei riferimenti del terzo disco di Kid Yugi, “Anche gli Eroi Muoiono”, in uscita venerdì 30 gennaio. L’artista massafrese, classe 2001, è una delle penne più interessanti della nostra scena urban. Le aspettative attorno al progetto erano alte e, tutto sommato, sono state rispettate. L’album presenta sì sedici tracce, ma anche qualche featuring di troppo. Si inizia con “L’ultimo a Cadere” e l’intro contiene la voce di Giovanni Lindo Ferretti dei CCCP, tratta da una sua canzone, “Occitania”, che parla della persecuzione dei Catari. Le strofe di Yugi sono per lo più crude ed affilate. C’è solamente un brano potenzialmente radiofonico, “Eroina”. Il titolo è nato “da un gioco di parole: il femminile di ‘eroe’ e la sostanza stupefacente”. Per il rapper “gli eroi sono morti”. Probabilmente non sono mai esistiti. La sua visione, realistica, non passa per la glorificazione umana. Anche le persone più “pure” hanno dentro di sé un lato “mostruoso”. I confini sono più sfumati che mai, non esiste il partito dei buoni e quello dei cattivi. L’album, pur non essendo il miglior progetto di Yugi, scorre bene. In “Push It” il rapper si adatta ad Anna, cantando su un sound “Miami-based”. Il brano, pur essendo una delle hit da TikTok più forti del disco (grazie, soprattutto, alle strofe di Anna), risulta essere un po’ slegato rispetto al filo conduttore del disco. “Salgo sul tuo disco baby raddoppio gli streaming”, rappa Anna. E così sarà. Le ultime tre tracce del progetto sono le più intime e complete. “Una canzone dedicata a tutti i ragazzi che si sono persi a causa di scelte sbagliate. Il più delle volte suggeriti in maniera infame dal contesto e dalle persone che li circondavano”, dice il rapper a proposito di “Per il Sangue Versato”. Yugi parla anche del senso d’impotenza che si prova nell’essere artista nei momenti in cui una persona (cara) ha una salute precaria. L’arte e la musica alleviano, ma non guariscono. L’ultima traccia, “Davide e Golia”, “Chiude il disco con un’idea che mi ronza per la testa: non siamo parte del conflitto, siamo il conflitto, siamo sia Davide che Golia. Ogni esistenza deve confrontarsi con l’ineluttabilità della propria condizione”, ha proseguito Kid Yugi che, in occasione dell’uscita di “Anche gli Eroi Muoiono”, ha approfondito la nascita e la genesi del progetto durante un incontro con la stampa. Nella copertina ti vediamo (metaforicamente) nella bara. È per esorcizzare il tema? Esteticamente parlando ho deciso di far morire me stesso, sia per non tirarla ad altri, e soprattutto perché il tema centrale del disco è quanto nella società odierna l’eroe vero sia l’uomo comune. È anche un modo per esorcizzare tutte le aspettative che gli altri (ma anche un po’ io) fanno su di me. Muoio come uomo comune, come tutti gli altri. Non hai addosso una croce, ma tieni in mano un coltello. Perché? Il pugnale è una scelta estetica, una figura ricorrente. Non ha un significato allegorico specifico. Il coltello messo nelle mani, oggi, potrebbe avere anche altri significati… Nelle mani di un morto un coltello non è tanto pericoloso. È la mano che tira la coltellata, non il coltello. Credo anche che un eroe con una croce non sia tanto credibile. Nel disco parlo anche, a livello metaforico, di quanto lottare contro qualcosa sia indispensabile nella nostra condizione di essere umani. Non tanto per vincere qualcosa, ma come catarsi. I tuoi testi sono pieni di citazioni e di giochi di parole: ti influenza, nella scrittura, il pensiero che i fan e gli addetti ai lavori analizzino minuziosamente le tue barre? Penso che nella società odierna l’essere umano sia stato un po’ deumanizzato. Scherzando coi miei amici dicevo che questo è il post-futurismo. I futuristi cercavano, con la loro poesia e con la loro arte, di imbrigliare il rumore che facevano le macchine. Nella società odierna, quello che cerco di fare è cercare di imbrigliare il rumore che riesce a produrre l’uomo attraverso la macchina. Penso sia il modo più contemporaneo di scrivere. “Odiavo i ricchi perché odiavo essere povero. Ora li odio ancora perché sono uno di loro”, dici in “L’Ultimo a Cadere”. Come gestisci il conflitto con te stesso? La traccia in cui lo spiego meglio è “Davide e Golia”. Nel brano provo a spiegare quanto ogni essere umano sia allo stesso tempo Davide e Golia. Nessuno trascende da questa lotta interiore. C’è questa incombenza dell’ineluttabile che ha sempre il fiato sul nostro collo e quella secondo me è un’espressione di micro-violenza interiore. E il conflitto esterno? C’è anche una macro-violenza che è esterna. È sicuramente la violenza delle strade: in altri posti è sfociata addirittura in guerre. Non penso di essere nella posizione di poter insegnare niente a nessuno. Ci sono ragazzi che si perdono per strada dietro dinamiche ideali che molte volte manco gli appartengono, che non hanno veramente senso. Se si parla con un ragazzo di strada, sembra che veramente ci sia solo questo. E poi sono concetti veramente molte volte ipocriti, perché la strada è sicuramente il luogo più ipocrita che abbia mai visto nella mia vita. Quindi volevo dedicare una canzone a tutti i ragazzi che perdono la propria vita in senso fisico o anche in termini di tempo dietro queste stron***e della strada. Nei brani citi Craxi e Andreotti, ma non Meloni, Gaza, l’America e tutto ciò che sta succedendo. È una scelta consapevole, mirata, quella di parlare al passato prossimo? Il tempo fa un grande favore agli gli esseri umani: nel bene o nel male cristallizza le cose. Fotografare il presente e avere la vanagloria di pensare di essere quantomeno autentico e preciso, secondo me è sbagliato. La narrazione delle cose cambia con il tempo. Quando ero piccolo e uccisero Gheddafi si pensava fosse un dittatore orribile. Magari lo era pure, però vedo che ora anche la classe politica sta facendo dei passi indietro sulle opinioni che avevano riguardo a quella fase storica. Il tempo è giudice delle cose, nonostante ci siano manipolazioni di esseri umani cattivi su come debba essere scritta la storia. Sei l’artista che ha venduto più copie fisiche nel 2024. Senti di aver ampliato il bacino dei tuoi ascoltatori? C’è anche gente adulta, degli insospettabili, che mi fermano. Mi hanno scritto addirittura dei monaci esorcisti quando è uscito “Tutti I Nomi Del Diavolo”. I tuoi dischi sono sempre più oscuri? Cos’è cambiato dal primo progetto, “The Globe”? Più che oscuri direi che sono disillusi. Contro cosa combatti? Sicuramente contro me stesso, come tutti gli esseri umani. Quando si spengono le luci e si rimane soli c’è sempre un momento in cui devi fare i conti con sé stessi, con le aspettative che ci siamo creati e con chi si è davvero. Poi, sicuramente il mio temperamento, che è abbastanza timido, si scontra con quello che è il mio ruolo, che invece mi dovrebbe vedere sempre sotto i riflettori. Nel disco ho voluto prendermela un po’ con l’ipocrisia che vedo nella società. Ingoiamo bugie dalla mattina alla sera. Chi è l’artista che ti ha formato ed ispirato di più? Noyz Narcos, perché quando ero piccolo lui parlava alla gente come me, nonostante lui venisse da Roma e io venissi da una delle province più povere d’Italia. Mi ci sono affezionato e, dopo averlo conosciuto e aver collaborato con lui, è come se l’80% dei miei sogni si siano realizzati in questo momento. Ma se prendessi totalmente come punto di riferimento dei rapper sulla scrittura, si rischia che il genere diventi autoreferenziale. Quanto è distante il rap italiano da quello americano? Abbiamo preso in prestito la cultura, però oggi posso dire che ci siamo quasi a farla nostra. Però ovviamente là c’è la barriera linguistica. L’inglese si presta meglio a questa disciplina perché è una lingua tronca, a differenza dell’italiano che è piana. Quindi sicuramente partiamo svantaggiati. Da cosa e da chi hai preso spunto per il disco? Ho ascoltato molto Guccini per fare questo disco, per quanto sembri una cosa totalmente lontana da me. Mi ha emozionato e mi ha in qualche modo aiutato. Potresti prendere in considerazione il Festival di Sanremo? Credo di continuare a fare il rapper. Una persona che stimo molto mi disse una frase bellissima: “L’intelligenza è sapere chi sei”. Quello è il massimo grado di intelligenza. Sarei uno stupido a pensare di poter competere a livello di corde vocali con qualcuno che sa cantare molto meglio di me. Il rap è la mia dimensione. Per ora non mi vedo a Sanremo perché banalmente non ho ancora ben capito in base a cosa si giudicano le canzoni. Se bisogna giudicare il testo, le capacità canore delle persone o il modo in cui una persona esprime sé stessa. Non lo so, non la vedo mia. Poi sono, banalmente, molto geloso della mia musica. Quindi soffro un po’ quando viene giudicata puramente numerico. Se ad una mia canzone venisse dato un voto ci rimarrei malissimo, sia che fosse un 10, che uno 0. Una traccia si intitola “Gilgamesh”, perché? La citazione fa parte del mio minuscolo bagaglio culturale, Gilgamesh era il re di Uruk, e dopo la morte del suo migliore amico, parte alla ricerca del segreto per l’immortalità. La traccia è un insieme di immagini che possono fare parte di una vita. Il ritornello si conclude con “Nasci, cresci, figli, tomba” perché siamo tutti molto attaccati alla vita, ed è una cosa bellissima. Non credo sia un difetto. Non so se Dio esiste, ma facciamo finta che ci possa guardare dall’alto, a quel punto direbbe: “A quali elementi della vita sono attaccati?” Probabilmente a cose che forse non sono manco così importanti. Il riferimento a Chuck Norris, invece? È stato l’emblema dell’uomo indistruttibile ed è stato anche uno dei canoni con cui alcuni ragazzi si sono un po’ costruiti e raccontati, anche se in maniera sicuramente menzognera. Citi anche Dostoevskij: che ruolo ha avuto nella tua formazione? È lo scrittore, il romanziere che più mi ha cambiato la vita. Quando lessi per la prima volta, a 13 anni, “Delitto e il castigo”, pur non capendoci niente, comunque mi arrivò qualcosa della sua sofferenza, e pensai: “Se un russo cresciuto nell’impero zarista quasi 200 anni fa può parlare ad un ragazzo cresciuto in provincia di Taranto altrettanti anni dopo, significa che le parole hanno una forza che supera addirittura chi le utilizza”. Nel tempo ho letto tutto di lui. E ho capito che non aveva degli eroi nei suoi romanzi. O gli eroi che aveva erano umani. Nel disco, inoltre, ho cercato di non lasciarmi andare all’ispirazione facile. Ci sono eroi che possono cambiare il mondo? Chi si perde troppo e solo nei pensieri, secondo me, non cambia il mondo. Se si sta tutto il giorno a pensare non fai la rivoluzione, non cambi le cose. Anzi, finisci per allagare tutti i tuoi stessi pensieri. Citando “Delitto e castigo”, Dostoevskij a un certo punto divide gli esseri umani in tre categorie: chi non fa niente, chi tende all’assoluto e chi è abbastanza intelligente da voler tendere alla propria condizione, senza però capire come arrivarci. Gli ultimi sono quelli che soffrono di più. Nella tracklist è presente anche “Bullet Ballet”, film giapponese di Tsukamoto. Come hai trovato il filo conduttore col testo? Tsukamoto è uno dei miei registri preferiti. Oggi il mondo è opprimente rispetto all’individuo. Siamo una pedina in mano alla società. Il film parla di questa persona che perde tutto e si lascia andare alla violenza. Ovviamente, come “Bullet Ballet”, è metaforico anche nella mia musica. Non sto dicendo alle persone di uscire e fare la notte del giudizio. L’essere umano però arriverà ad un punto in cui sarà così estremato che avrà bisogno di lasciarsi andare alla violenza. Molte volte verso sé stessi, che è ciò che ci distrugge. Quindi mi auguro che questa violenza venga trasformata da tutti in arte o in qualcosa di buono. Temi che il mondo esterno non veda l’ora di smascherare il tuo lato “eroico”? No, perché l’ho mascherato io in primis, li ho sicuramente fregati sul tempo. Il disco nasce per quello, per smascherare tutti noi dalle narrazioni. “Push It”, ha ricevuto giudizi contrastanti. Che rapporto hai con le critiche? Il pezzo con Anna a me piace, mi diverte, ed è quello l’importante. Poi l’ho fatto live e la gente era molto divertita. Esiste musica anche che diverte e basta. Non per forza bisogna cercare di tendere alla ricerca del tempo perduto in ogni canzone che si scrive, perché sennò sarebbe una società molto noiosa. “Per Te che Lotto” è dedicata a tua sorella. Che rapporto avete? Mia sorella è finita in ospedale per un problema di salute, per cui io e la mia famiglia ci spaventammo moltissimo. C’è una frase bellissima in “Novecento” di Alessandro Baricco, in cui c’è uno dei protagonisti che si trova in una nave. L’imbarcazione stava traballando e se ti trovi in quella situazione non puoi fare tanto sei sai solamente suonare la tromba. Ecco io non sono medico, mia sorella stava male, e questa cosa occupava la totalità dei miei pensieri. Però oltre a scrivere canzoni, non potevo fare nient’altro per mia sorella. Ho deciso di dedicarle questo brano, perché mi sentivo veramente impotente rispetto alla gravità della situazione. Ora come sta? Sta bene, si è ripresa alla grande, però sono state due settimane veramente difficili da affrontare. Anche il mese dopo, che era una sorta di riabilitazione, è stato veramente pesante. Era come se vivessi questo magone, la cosa di non essere né un dottore, né una persona che potesse aiutare in qualche modo dal punto di vista pratico. Magari un domani, grazie a quella canzone, ripenserò a quel momento buio ridendo. Prima “The Globe”, poi “I Nomi Del Diavolo” ed ora “Anche gli Eroi Muoiono”. Possiamo ragionarla come una trilogia conclusa? La interpreto più come essere maggiormente esaustivi su quel concetto. “The Globe” l’ho scritto che ero un emerito sconosciuto. Ora la gente mi considera come se fossi un supereroe, molte volte. Queste aspettative distruggono me e tutti coloro che ne ripongono su di me. Non penso di essere un supereroe. Anzi, poi quando l’immagine che molti hanno di me, soprattutto i più piccoli, si scontra con l’immagine mi auto-percepisco, è una continua fustigazione verso sé stessi, di autoflagellazione. Quello è il ruolo più devastante a livello psicologico e umano che mi succede. Perché appunto non è la morte dell’anti-idolo, è proprio un’affermazione totale che nessuno può essere un idolo, perché siamo tutti esseri umani. Se c’è stato un idolo, nella storia, credo sia stato Gesù. Ovvero uno che si uccide per salvare tutti gli altri. Io non sono Gesù. È nei tuoi piani la scrittura di un libro? Sì, ma ho paura di iniziarlo perché temo di rendermi conto di non esserne capace. Però è sempre stato tra i miei sogni nel cassetto. Non l’ho mai iniziato ma, quando non potrò più dare nulla al rap, vorrei cimentarmi anche nella scrittura in prosa. Mi piace tanto anche il teatro, pensiamo ad esempio a Shakespeare. L'articolo “Mi metto in una bara per esorcizzare le aspettative nei miei confronti. Ora la gente mi considera un supereroe, ma non sono Gesù Cristo”: parla Kid Yugi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Giorgia, Annalisa, Emma, Alessandra Amoroso e Ligabue tra le stelle dei due eventi musicali “Taratatà”
Alessandra Amoroso, Annalisa, Biagio Antonacci, Luca Carboni, Gigi D’Alessio, Elisa, Emma, Giorgia, Ligabue, Fiorella Mannoia, Negramaro e Max Pezzali sono i protagonisti di “Taratatà“. Il grande show evento condotto da Paolo Bonolis che si svolgerà domenica 8 e mercoledì 11 febbraio alla ChorusLife Arena di Bergamo e premiate dalla Tv che le trasmetterà prossimamente in prima serata su Canale 5. Il format è “Taratatà” è nato in Francia nel 1993 su idea del conduttore Nagui. Anzitutto non è ammesso il playback. Ogni esibizione è rigorosamente dal vivo, accompagnata da band di altissimo livello. Gli artisti sono invitati a duettare con colleghi emergenti o di generi completamente diversi, spesso su una cover. Tra un brano e l’altro, il conduttore intrattiene conversazioni informali con gli artisti, focalizzandosi sul loro percorso musicale e sulla loro produzione artistica. In Italia “Taratatà” è sbarcato con le prime due edizioni condotte da Enrico Silvestrin, proveniente dal mondo di MTV, nel 1998 e 1999, poi Natasha Stefanenko e Vincenzo Mollica. Fino all’annuncio del ritorno nel 2026 con cambio di Rete e la conduzione di Paolo Bonolis. L'articolo Giorgia, Annalisa, Emma, Alessandra Amoroso e Ligabue tra le stelle dei due eventi musicali “Taratatà” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Le invettive antisemite, le dichiarazioni pro Hitler e l’adozione della svastica? Non sono un nazista. Amo gli ebrei. Ho un disturbo bipolare”: le scuse di Kanye West
Le invettive antisemite, le dichiarazioni pro Hitler e l’adozione della svastica sono solo il frutto di un disturbo bipolare. Lo giura Kanye West che ha tenuto a specificare, con un messaggio condiviso sul Wall Street Journal, ieri lunedì 27 gennaio, di aver “perso il contatto con la realtà. Mi pento e sono profondamente mortificato per le mie azioni in quei momenti e mi impegno a rendermi responsabile, a ricevere cure e a cambiare in modo significativo. Questo, però, non giustifica ciò che ho fatto. Non sono un nazista o un antisemita. Amo il popolo ebraico”. Il rapper e produttore statunitense riconosce le proprie responsabilità e racconta di aver intrapreso un percorso di cura per il disturbo bipolare. Nel testo, l’artista attribuisce le sue azioni a un “episodio maniacale di quattro mesi”, avvenuto all’inizio del 2025, caratterizzato da comportamenti “psicotici, paranoici e impulsivi” che avrebbero “distrutto la sua vita”. “Ci sono stati momenti in cui non volevo più essere qui”, ammette l’artista, parlando di un crollo personale culminato in quello che definisce il “punto più basso” della sua esistenza. Kanye West affronta esplicitamente il tema delle sue esternazioni antisemite, delle dichiarazioni filonaziste e dell’uso della svastica, episodi che avevano portato alla rottura con sponsor, partner commerciali e larga parte dell’opinione pubblica. “Ho perso il contatto con la realtà”, scrive, aggiungendo di essere “profondamente mortificato” per quanto accaduto. “Non sono un nazista né un antisemita. Amo il popolo ebraico”, afferma, sottolineando che la malattia non giustifica le sue azioni, ma spiega il contesto in cui sono maturate. West aveva pubblicato la canzone “Heil Hitler” lo scorso 8 maggio, in occasione dell’80esimo anniversario della sconfitta della Germania nazista durante la Seconda guerra mondiale. Bandito dalle principali piattaforme di streaming – ma facilmente reperibile su internet – il brano è costato al suo autore anche l’annullamento di un visto per l’Australia. Le scuse arrivano alla vigilia dell’uscita del nuovo album “Bully” in uscita il 30 gennaio e rappresentano il tentativo più articolato finora di prendere le distanze dalle provocazioni che avevano segnato la sua recente produzione artistica e mediatica, inclusi brani e merchandising a sfondo nazista. “Non chiedo compassione né scorciatoie”, conclude Ye. “Chiedo solo pazienza e comprensione mentre cerco di ritrovare la strada di casa”. L'articolo “Le invettive antisemite, le dichiarazioni pro Hitler e l’adozione della svastica? Non sono un nazista. Amo gli ebrei. Ho un disturbo bipolare”: le scuse di Kanye West proviene da Il Fatto Quotidiano.
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