Dopo aver interloquito con i suoi colleghi e funzionari del Garante, Guido
Scorza affida a un video sulla sua pagina Facebook il racconto delle motivazioni
per cui la sera del 17 gennaio si è dimesso dal suo incarico dopo cinque anni.
Motivazione che vanno dall’assunzione di responsabilità verso l’istituzione, ma
negando di averne rispetto alle accuse che gli vengono mosse. Pur riconoscendo
l’importanza delle inchieste giornalistiche e del lavoro della magistratura,
chiama in causa non chi fa le inchieste ma “quelli che le raccontano in maniera
critica e sensazionalistica a caccia di lettori e di visualizzazioni, degli
algoritmi dei social network che amplificano i messaggi più radicali e
sacrificano l’audience di quelli più ponderati e di una parte della politica,
quella con la P minuscola, più a caccia di facile visibilità e di consenso che
di riflessioni e idee per migliorare la vita delle persone e le condizioni del
paese”.
Ecco il testo del suo discorso con le ragioni del “passo indietro”.
“Prima la notizia e poi le motivazioni e i commenti. Ho appena trasmesso al
presidente, al segretario generale del garante per la protezione dei dati
personali le mie dimissioni irrevocabili da componente del collegio. Ho deciso
di fare un passo indietro. Credo si tratti di una decisione giusta e necessaria
nell’interesse dell’istituzione. Non ho nessuna remora, né imbarazzo nel
confessare che è stata una delle decisioni più sofferte della mia vita. Lascio,
ne sono convinto, uno dei lavori più belli che a una persona possa capitare.
Lascio un lavoro che ho fatto con più determinazione e passione di qualsiasi
altro fatto sin qui. Lascio un lavoro che non ho mai considerato tale, ma invece
una missione civile prima che professionale e istituzionale.
Un’occasione unica di fare nel mio piccolo la mia parte per promuovere e
difendere un diritto che non è mai stato tanto centrale e irrinunciabile nella
vita delle persone e della società. Una missione alla quale ho dedicato ogni
giorno degli ultimi 5 anni. Lascio un incarico che per me ha sempre
rappresentato anche un modo per restituire almeno parte di ciò che mi ha dato ad
un paese che mi ha dato tantissimo, consentendomi di acquisire competenze ed
esperienze importanti, di realizzarmi nella dimensione personale e professionale
e di credere in un futuro migliore del passato da lasciare alle mie figlie.
Lascio un incarico che avevo sognato da quando 30 anni fa incontrai per la prima
volta Stefano Rodotà e Giovanni Buttarelli che stavano lavorando a quella che
sarebbe diventata la prima legge italiana sulla protezione dei dati personali.
Lascio e vengo alle motivazioni di una scelta così tanto difficile,
principalmente per rispetto di quel sogno, quello di Stefano e quello di
Giovanni, ma anche delle tante donne, dei tanti uomini che con loro hanno dato
vita a quello che sarebbe poi diventato il garante per la protezione dei dati
personali. Un sogno che negli anni, ben prima di essere eletto, è diventato
anche il mio Pendere forte un diritto fragile e garbato come il diritto alla
privacy, un sogno reso possibile anche grazie al lavoro svolto da un’autorità
indipendente e autorevole, capace di garantirne promozione e protezione.
Quell’autorità che all’epoca muoveva i primi passi, poi cresciuta e diventata
una delle più prestigiose e rispettate autorità di protezione dei dati personali
al mondo, sta vivendo oggi uno dei momenti più difficili della sua trentennale
esistenza.
Un giorno che purtroppo non è oggi e non è vicino, ci si renderà conto e si
capirà che questo momento difficile dell’autorità non è dovuto ad errori o
omissioni di chi ci ha lavorato, di chi ci lavora, di chi continuerà a lavorarci
e non è dovuto per quel che mi riguarda a ciò che ho fatto o non ho fatto, fermo
restando naturalmente che fare meglio e fare di più è sempre possibile, ma è
dovuto a fattori estranei all’autorità e a patologie e derive di un sistema che,
dobbiamo dircelo, non ha ancora trovato un punto di equilibrio sostenibile tra
diritti, libertà e poteri tutti egualmente centrali e irrinunciabili nella vita
democratica del nostro paese. Ma proprio perché quel giorno non è oggi ed è
lontano, non lo si può sfortunatamente aspettare oltre.
Il Paese ha bisogno oggi di un garante per la protezione dei dati personali che
prima di avere autorità, abbia autorevolezza non solo effettiva ma anche
percepita. E le persone, a cominciare dal personale del garante hanno bisogno e
diritto a che niente sia lasciato di intentato, perché il garante riconquisti il
prima possibile quella fiducia percepita, senza la quale un diritto già fragile,
perché poco noto, poco noto nel suo valore ai più deboli e invece in viso ai più
forti è pressoché impossibile da promuovere e proteggere. È per questo, è solo
per questo che oggi ho deciso di fare un passo indietro. Lascio nell’assoluta
certezza di non avere, come ho già spiegato ieri in un video al quale mi limito
a rinviare, nessuna responsabilità in relazione alle contestazioni che mi
vengono mosse, anche se non c’è dubbio che restare sarebbe stata la scelta
eisticamente migliore, quella più comoda, forse quella più saggia, sarebbe anche
stata una scelta incompatibile con ciò in cui credo, con la mia storia, con il
mio modo di essere, di rispettare le istituzioni. Sono cresciuto in una famiglia
dove ho imparato che il senso dello Stato non si dichiara solo a parole, ma si
dimostra i fatti e io voglio poter insegnare anche con la forza dell’esempio gli
stessi principi e gli stessi valori alle mie figlie.
Il garante l’istituzione che ho servito negli ultimi 5 anni e mezzo e alla quale
sono visceralmente legato, viene prima di me e dei miei interessi. Benché sino
ieri abbia detto il contrario, la calma che segue anche da vicino, talvolta la
concitazione degli eventi oggi mi ha suggerito questa scelta in maniera
definitiva, ma se queste sono le motivazioni delle mie dimissioni, credo sia
importante condividere con la stessa trasparenza anche quelle che mi hanno dato
la forza di arrivare sin qui, di vederla diversamente qui. Ho detto e ho scritto
decine di volte dall’inizio di questa vicenda che considero giuste, considero
utili, considero democraticamente preziose sia l’inchiesta giornalistica che
quella giudiziaria che hanno interessato ed interessano il Garante e ne resto
convinto e però in tutta sincerità io non credo che in un sistema democratico
sano, solido, maturo, delle legittime inchieste giornalistiche e giudiziarie
debbano poter compromettere fino a questo punto, prima che qualsivoglia
specifica responsabilità sia accertata, il buon funzionamento di un’autorità
indipendente chiamata a promuovere e proteggere un diritto fondamentale, pietra
angolare della nostra democrazia e la responsabilità non credo onestamente sia
né dei giornalisti che fanno le inchieste né tantomeno dei giudici che fanno il
loro lavoro e adempiono ai loro doveri e alla legge, ma è nostra e delle
persone, dell’opinione pubblica, della società, di una parte dei media, non
quelli che fanno le inchieste, ma quelli che le raccontano in maniera critica e
sensazionalistica a caccia di lettori e di visualizzazioni, degli algoritmi dei
social network che amplificano i messaggi più radicali e sacrificano l’audience
di quelli più pagati e ponderati e di una parte della politica, quella con la P
minuscola, più a caccia di facile visibilità e di consenso che di riflessioni e
idee per migliorare la vita delle persone e le condizioni del paese.
Confesso che questo a me pare un enorme elemento di fragilità del nostro sistema
democratico che trascende evidentemente questa vicenda, ma sul quale credo sia
necessario interrogarsi con urgenza. Mi fermo qui, ma non prima di alcuni
necessari ringraziamenti. Il primo va alle donne e agli uomini dell’autorità,
senza i quali nulla del poco che spero di aver fatto sarebbe stato possibile.
Grazie poi alla mia segreteria, una squadra unica che auguro a chiunque di avere
a fianco. Un ringraziamento alla comunità internazionale dei garanti, delle
autorità di protezione dei dati personali, ai colleghi dello European Data
Protection Board, a quelli dello European Data Protection Supervisor, a quelli
della Global Privacy Assembly. Senza questa rete internazionale difendere la
privacy nella società globale nella quale viviamo sarebbe semplicemente
impossibile. Grazie ai colleghi del collegio, quali va il mio in bocca al lupo
per la prosecuzione del lavoro e a tutti i rappresentanti delle istituzioni
della società civile e dell’industria con i quali ho avuto il privilegio di
lavorare.
L’ultimo ringraziamento alla mia famiglia che ha pagato il prezzo più alto prima
della mia scelta di vivere il mio incarico come una missione per le mie essenze
e poi negli ultimi mesi per la sofferenza che le inchieste gi e l’indagine della
magistratura hanno loro inevitabilmente arrecato. Grazie per la pazienza, grazie
per la vicinanza, grazie per l’affetto. Arrivederci dalla stessa parte, quella
dei diritti, quella delle libertà, quella della democrazia, anche se con ruoli e
con responsabilità diversa”.
L'articolo Dimissioni di Guido Scorza, ecco il discorso di addio: “Preziose
l’inchiesta giornalistica e giudiziaria, non il sensazionalismo” proviene da Il
Fatto Quotidiano.