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Audio Sangiuliano su Report, lo schiaffo del tribunale al Garante: annullata la multa da 150mila euro
Report aveva il diritto di pubblicare quegli audio, la multa da 150mila euro è annullata. Il 22 gennaio scorso il Tribunale Ordinario di Roma (Sezione Diritti della Persona) ha emesso una sentenza che segna la svolta sull’intera vicenda e una sconfitta giudiziaria pesantissima per l’Autorità Garante della Privacy. L’oggetto del contendere è il ricorso presentato dalla Rai contro il provvedimento n. 621 del 23 ottobre 2025 con cui il Garante aveva sanzionato la trasmissione per la messa in onda (l’8 dicembre 2024) dell’audio tra l’ex Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano e la moglie Federica Corsini, nei quali si discuteva della revoca della nomina di Maria Rosaria Boccia. Il Tribunale accoglie il ricorso e annulla la sanzione. Le motivazioni del giudice Corrado Bile si basano su due pilastri fondamentali, uno di merito (libertà di stampa) e uno procedurale (tempi scaduti). Il giudice smonta la tesi del Garante secondo cui la diffusione di quei colloqui privati violava la privacy senza aggiungere nulla alla notizia. La sentenza stabilisce che la conversazione, pur essendo privata, aveva una “sostanziale rilevanza pubblica” perché svelava come le decisioni istituzionali (la nomina o meno di una consulente ministeriale) fossero influenzate da “questioni di natura squisitamente personale” e dalle richieste della moglie del Ministro. La diffusione dell’audio originale era necessaria per “veicolare il dato storico nella sua immediatezza” ed evitare il sospetto di ricostruzioni faziose da parte del giornalista. Viene ribadito che il giornalismo d’inchiesta gode di ampia tutela e che la privacy cede il passo quando la notizia è essenziale per la formazione dell’opinione pubblica. Il Tribunale accoglie anche l’eccezione procedurale: il Garante ha impiegato troppo tempo per sanzionare. Viene sancito che il termine di 9 mesi per la conclusione del procedimento (art. 143 Codice Privacy) è perentorio e non ordinatorio. Il giudice afferma che il mancato rispetto dei tempi pone l’Autorità in una “posizione ingiustificatamente privilegiata” e lesiva del diritto di difesa. Poiché il provvedimento è arrivato oltre i termini di legge, la sanzione decade anche per questo motivo formale. In conclusione, la sentenza stabilisce che Report aveva il diritto di pubblicare quegli audio e che l’azione sanzionatoria del Garante è stata sia infondata nel merito che tardiva nella procedura. Il Garante è condannato a pagare le spese legali. L'articolo Audio Sangiuliano su Report, lo schiaffo del tribunale al Garante: annullata la multa da 150mila euro proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Garante privacy, cosa succede ora sul fronte giudiziario? C’è un fatto importante su cui riflettere
La notizia è oramai nota. Il Collegio del Garante Privacy è stato investito da una burrasca mediatica che si è trasformata il 15 gennaio anche in una tempesta giudiziaria, attraverso l’avvio di un procedimento penale con capi di imputazione provvisori, a carico dei componenti del Collegio, di peculato ( per le spese “pazze”) e di corruzione (per presunti favoritismi nell’emissione o, all’opposto, di omissione di provvedimenti). Nel frattempo il membro del Collegio, Guido Scorza, ha rassegnato le proprie dimissioni. Ma ora cosa potrà accadere dal punto di vista giudiziario? Il procedimento ha debuttato con l’adozione di misure cautelari reali di sequestro, conseguenti a perquisizione. La prima – e più ovvia – cosa e che gli indagati avranno presentato una richiesta di riesame della misura cautelare reale (cioè dei dispositivi, pc, telefoni, documenti) reperiti nel corso della perquisizione presso gli Uffici del garante e le abitazioni private, lamentando l’inesistenza dei presupposti per procedere alla misura. E’ una mossa che si adotta sempre in questo caso, anche se non vi sono i presupposti per farlo, perché in questo modo il Pubblico Ministero ha l’obbligo di trasmettere gli atti su cui si fondano le indagini, al Tribunale della libertà (del Riesame), in tempi brevissimi, consentendo agli indagati di poter accedere agli atti che altrimenti sarebbero disponibili dopo molti mesi solo a fine indagine. In proposito si adotta la formula della “richiesta di riesame con riserva di motivi”. Una volta avuto accesso agli atti, si formulerà l’impugnazione vera e propria ed il Tribunale, ed eventualmente la Corte di Cassazione, potranno confermare o revocare il sequestro. Si parla di un periodo temporale di due settimane (tenendo presenti gli impegni del Tribunale di Roma) massimo. Nel caso specifico del Garante c’è un fatto importante su cui però riflettere. Poiché i componenti del Garante, con l’eccezione di Scorza, hanno deciso in blocco di rimanere al loro posto, si verificherà la situazione in cui il Collegio, ovvero l’organo sovraordinato, che intende proseguire le proprie funzioni, verrà a conoscere, e a poter concretamente operare, nel bene e nel male, nei confronti dei dipendenti che sono stati ascoltati dalla Procura di Roma, con i rischi per i lavoratori che non è difficile immaginare. Sono questi i motivi tra gli altri che, in presenza di ipotesi di reati contro le pubbliche amministrazioni, consigliano di solito i vertici nel fare un passo indietro, anche al fine di evitare che maturino, magari inconsapevolmente, i presupposti per l’applicazione di misure più gravi quali le misure coercitive personali della custodia cautelare o, per i reati specifici contestati, la sospensione dall’esercizio delle funzioni del pubblico ufficiale, disposta dal pubblico Ministero in base all’art 289 del codice di procedura penale. In casi come questi la formula di compromesso per non fare un definitivo passo indietro è l’auto-sospensione, seguita dall’assoluta mancanza di contatti con gli altri co-indagati, e, elemento imprescindibile il silenzio degli indagati, inteso come contegno necessario per poter raggiungere poi l’obiettivo di superare questa delicatissima fase processuale. Successivamente, quando il procedimento verrà definitivamente incardinato, ed i capi di imputazione diverranno definitivi, si potrà passare ad una difesa nel merito, che a quanto filtra da alcune ipotesi riportate dalla stampa, si concentrerebbe preliminarmente, sulla natura di spese “autorizzate”, quanto alle accuse di peculato, sulla genericità delle imputazioni quanto all’accusa di corruzione, e sull’acquisizione di documenti e testimonianze (in senso tecnico nel corso dell’inchiesta giornalistica) avvenute al di fuori dei meccanismi di acquisizione delle fonti di prova previste dal codice di procedura penale. Come questo stato di cose, soprattutto dal punto di vista della continuità amministrativa possa adattarsi al lavoro di un organo istituzionale di quel rilievo, ai rapporti che devono intercorrere tra i dipendenti e i componenti del Collegio, alla tutela dei cittadini e come questo possa garantire una qualche forma di “sopravvivenza” dell’organo, prima della naturale scadenza del 2027, è una domanda che dovrebbero porsi tutti coloro che sono coinvolti in questa vicenda, e che sembrano invece in tutt’altro affaccendati. L'articolo Garante privacy, cosa succede ora sul fronte giudiziario? C’è un fatto importante su cui riflettere proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Dimissioni di Guido Scorza, ecco il discorso di addio: “Preziose l’inchiesta giornalistica e giudiziaria, non il sensazionalismo”
Dopo aver interloquito con i suoi colleghi e funzionari del Garante, Guido Scorza affida a un video sulla sua pagina Facebook il racconto delle motivazioni per cui la sera del 17 gennaio si è dimesso dal suo incarico dopo cinque anni. Motivazione che vanno dall’assunzione di responsabilità verso l’istituzione, ma negando di averne rispetto alle accuse che gli vengono mosse. Pur riconoscendo l’importanza delle inchieste giornalistiche e del lavoro della magistratura, chiama in causa non chi fa le inchieste ma “quelli che le raccontano in maniera critica e sensazionalistica a caccia di lettori e di visualizzazioni, degli algoritmi dei social network che amplificano i messaggi più radicali e sacrificano l’audience di quelli più ponderati e di una parte della politica, quella con la P minuscola, più a caccia di facile visibilità e di consenso che di riflessioni e idee per migliorare la vita delle persone e le condizioni del paese”. Ecco il testo del suo discorso con le ragioni del “passo indietro”. “Prima la notizia e poi le motivazioni e i commenti. Ho appena trasmesso al presidente, al segretario generale del garante per la protezione dei dati personali le mie dimissioni irrevocabili da componente del collegio. Ho deciso di fare un passo indietro. Credo si tratti di una decisione giusta e necessaria nell’interesse dell’istituzione. Non ho nessuna remora, né imbarazzo nel confessare che è stata una delle decisioni più sofferte della mia vita. Lascio, ne sono convinto, uno dei lavori più belli che a una persona possa capitare. Lascio un lavoro che ho fatto con più determinazione e passione di qualsiasi altro fatto sin qui. Lascio un lavoro che non ho mai considerato tale, ma invece una missione civile prima che professionale e istituzionale. Un’occasione unica di fare nel mio piccolo la mia parte per promuovere e difendere un diritto che non è mai stato tanto centrale e irrinunciabile nella vita delle persone e della società. Una missione alla quale ho dedicato ogni giorno degli ultimi 5 anni. Lascio un incarico che per me ha sempre rappresentato anche un modo per restituire almeno parte di ciò che mi ha dato ad un paese che mi ha dato tantissimo, consentendomi di acquisire competenze ed esperienze importanti, di realizzarmi nella dimensione personale e professionale e di credere in un futuro migliore del passato da lasciare alle mie figlie. Lascio un incarico che avevo sognato da quando 30 anni fa incontrai per la prima volta Stefano Rodotà e Giovanni Buttarelli che stavano lavorando a quella che sarebbe diventata la prima legge italiana sulla protezione dei dati personali. Lascio e vengo alle motivazioni di una scelta così tanto difficile, principalmente per rispetto di quel sogno, quello di Stefano e quello di Giovanni, ma anche delle tante donne, dei tanti uomini che con loro hanno dato vita a quello che sarebbe poi diventato il garante per la protezione dei dati personali. Un sogno che negli anni, ben prima di essere eletto, è diventato anche il mio Pendere forte un diritto fragile e garbato come il diritto alla privacy, un sogno reso possibile anche grazie al lavoro svolto da un’autorità indipendente e autorevole, capace di garantirne promozione e protezione. Quell’autorità che all’epoca muoveva i primi passi, poi cresciuta e diventata una delle più prestigiose e rispettate autorità di protezione dei dati personali al mondo, sta vivendo oggi uno dei momenti più difficili della sua trentennale esistenza. Un giorno che purtroppo non è oggi e non è vicino, ci si renderà conto e si capirà che questo momento difficile dell’autorità non è dovuto ad errori o omissioni di chi ci ha lavorato, di chi ci lavora, di chi continuerà a lavorarci e non è dovuto per quel che mi riguarda a ciò che ho fatto o non ho fatto, fermo restando naturalmente che fare meglio e fare di più è sempre possibile, ma è dovuto a fattori estranei all’autorità e a patologie e derive di un sistema che, dobbiamo dircelo, non ha ancora trovato un punto di equilibrio sostenibile tra diritti, libertà e poteri tutti egualmente centrali e irrinunciabili nella vita democratica del nostro paese. Ma proprio perché quel giorno non è oggi ed è lontano, non lo si può sfortunatamente aspettare oltre. Il Paese ha bisogno oggi di un garante per la protezione dei dati personali che prima di avere autorità, abbia autorevolezza non solo effettiva ma anche percepita. E le persone, a cominciare dal personale del garante hanno bisogno e diritto a che niente sia lasciato di intentato, perché il garante riconquisti il prima possibile quella fiducia percepita, senza la quale un diritto già fragile, perché poco noto, poco noto nel suo valore ai più deboli e invece in viso ai più forti è pressoché impossibile da promuovere e proteggere. È per questo, è solo per questo che oggi ho deciso di fare un passo indietro. Lascio nell’assoluta certezza di non avere, come ho già spiegato ieri in un video al quale mi limito a rinviare, nessuna responsabilità in relazione alle contestazioni che mi vengono mosse, anche se non c’è dubbio che restare sarebbe stata la scelta eisticamente migliore, quella più comoda, forse quella più saggia, sarebbe anche stata una scelta incompatibile con ciò in cui credo, con la mia storia, con il mio modo di essere, di rispettare le istituzioni. Sono cresciuto in una famiglia dove ho imparato che il senso dello Stato non si dichiara solo a parole, ma si dimostra i fatti e io voglio poter insegnare anche con la forza dell’esempio gli stessi principi e gli stessi valori alle mie figlie. Il garante l’istituzione che ho servito negli ultimi 5 anni e mezzo e alla quale sono visceralmente legato, viene prima di me e dei miei interessi. Benché sino ieri abbia detto il contrario, la calma che segue anche da vicino, talvolta la concitazione degli eventi oggi mi ha suggerito questa scelta in maniera definitiva, ma se queste sono le motivazioni delle mie dimissioni, credo sia importante condividere con la stessa trasparenza anche quelle che mi hanno dato la forza di arrivare sin qui, di vederla diversamente qui. Ho detto e ho scritto decine di volte dall’inizio di questa vicenda che considero giuste, considero utili, considero democraticamente preziose sia l’inchiesta giornalistica che quella giudiziaria che hanno interessato ed interessano il Garante e ne resto convinto e però in tutta sincerità io non credo che in un sistema democratico sano, solido, maturo, delle legittime inchieste giornalistiche e giudiziarie debbano poter compromettere fino a questo punto, prima che qualsivoglia specifica responsabilità sia accertata, il buon funzionamento di un’autorità indipendente chiamata a promuovere e proteggere un diritto fondamentale, pietra angolare della nostra democrazia e la responsabilità non credo onestamente sia né dei giornalisti che fanno le inchieste né tantomeno dei giudici che fanno il loro lavoro e adempiono ai loro doveri e alla legge, ma è nostra e delle persone, dell’opinione pubblica, della società, di una parte dei media, non quelli che fanno le inchieste, ma quelli che le raccontano in maniera critica e sensazionalistica a caccia di lettori e di visualizzazioni, degli algoritmi dei social network che amplificano i messaggi più radicali e sacrificano l’audience di quelli più pagati e ponderati e di una parte della politica, quella con la P minuscola, più a caccia di facile visibilità e di consenso che di riflessioni e idee per migliorare la vita delle persone e le condizioni del paese. Confesso che questo a me pare un enorme elemento di fragilità del nostro sistema democratico che trascende evidentemente questa vicenda, ma sul quale credo sia necessario interrogarsi con urgenza. Mi fermo qui, ma non prima di alcuni necessari ringraziamenti. Il primo va alle donne e agli uomini dell’autorità, senza i quali nulla del poco che spero di aver fatto sarebbe stato possibile. Grazie poi alla mia segreteria, una squadra unica che auguro a chiunque di avere a fianco. Un ringraziamento alla comunità internazionale dei garanti, delle autorità di protezione dei dati personali, ai colleghi dello European Data Protection Board, a quelli dello European Data Protection Supervisor, a quelli della Global Privacy Assembly. Senza questa rete internazionale difendere la privacy nella società globale nella quale viviamo sarebbe semplicemente impossibile. Grazie ai colleghi del collegio, quali va il mio in bocca al lupo per la prosecuzione del lavoro e a tutti i rappresentanti delle istituzioni della società civile e dell’industria con i quali ho avuto il privilegio di lavorare. L’ultimo ringraziamento alla mia famiglia che ha pagato il prezzo più alto prima della mia scelta di vivere il mio incarico come una missione per le mie essenze e poi negli ultimi mesi per la sofferenza che le inchieste gi e l’indagine della magistratura hanno loro inevitabilmente arrecato. Grazie per la pazienza, grazie per la vicinanza, grazie per l’affetto. Arrivederci dalla stessa parte, quella dei diritti, quella delle libertà, quella della democrazia, anche se con ruoli e con responsabilità diversa”. L'articolo Dimissioni di Guido Scorza, ecco il discorso di addio: “Preziose l’inchiesta giornalistica e giudiziaria, non il sensazionalismo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Garante della Privacy
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Stefano Rodotà
Garante, Guido Scorza si è dimesso. E invita gli altri a fare lo stesso
Si è dimesso Guido Scorza, il componente del collegio del Garante della Privacy indagato insieme agli altri tre membri del collegio con l’accusa di peculato e corruzione. Scorza avrebbe comunicato al Presidente, ai colleghi e al segretario generale Luigi Montuori la sua decisione, invitando gli altri componenti a fare lo stesso. Scorza era stato nominato nel 2020 su indicazione dei Cinque Stelle, fu l’unico membro del Collegio a non votare la famosa multa a Report da 150mila euro, da cui è partita la slavina delle inchieste giornalistiche condotte da Rai e Report. E tuttavia è stato travolto lo stesso dall’inchiesta avviata da Report per la sospetta contiguità tra il suo ruolo di Garante e il suo ex studio legale E-Lex, che lui stesso aveva fondato, per via di pratiche e istruttorie da parte di clienti dello studio presso il quale lavora la moglie. “Ho deciso di fare un passo indietro – scrive sulla bacheca Fb – nell’interesse dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali. Sono stati cinque anni e mezzo bellissimi dalla parte giusta del mondo. Per ora grazie a tutte e a tutti ma arrivederci dalla stessa parte, quella dei diritti, delle libertà e della democrazia. In questo video le ragioni di una scelta difficile e sofferta”. L'articolo Garante, Guido Scorza si è dimesso. E invita gli altri a fare lo stesso proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Inchiesta sul Garante, Avs e M5s chiedono le dimissioni del Collegio: “Troppe zone d’ombra per una autorità indipendente”
“Lo diciamo da mesi: l’attuale collegio del Garante va completamente e immediatamente sostituito. La credibilità dell’istituzione è ormai devastata e la decisione dei componenti di voler rimanere al loro posto nonostante tutto è un’offesa ai cittadini che hanno il diritto di potersi fidare del Garante della Privacy”. Così Elisabetta Piccolotti (Avs) commenta le notizie riguardanti il Garante che da stamane riempiono i media. L’esponente di Alleanza, Verdi e Sinistra rilancia “la riforma dell’autorità e la sostituzione immediata del collegio, senza aspettare dimissioni che anche stavolta non arriveranno”. Anche Peppe De Cristofaro, capogruppo di Avs e presidente del gruppo Misto di Palazzo Madama è su questa linea: “Da un’autorità indipendente, chiamata a tutelare i diritti fondamentali dei cittadini, non possono esserci zone d’ombra sull’amministrazione, sulla gestione dei viaggi e sulle spese. C’è un problema enorme di credibilità istituzionale”. Gli esponenti del Movimento 5 Stelle in commissione di vigilanza Rai – Dario Carotenuto, Dolores Bevilacqua, Anna Laura Orrico, Gaetano Amato – entrano nei dettagli dell’inchiesta: “Spese di rappresentanza e la mancata sanzione a Meta per i Ray-Ban Stories sono solo uno degli elementi che da mesi mette in discussione scelte e comportamenti del Collegio”. Anche i 5 Stelle chiedono le dimissioni dell’intero Collegio. Il giornalista Sigfrido Ranucci rivendica il merito di aver acceso i riflettori con le puntate di Report: “Al centro delle inchieste ci sarebbero le spese di rappresentanza del Collegio. le spese per la carne comprata dal presidente Stanzione addebitate al Garante e la mancata sanzione di circa 40 milioni di euro nei confronti di Meta per il primo modello di smart glasses commercializzato dalla società di Mark Zuckerberg: i Ray-Ban Stories”. L'articolo Inchiesta sul Garante, Avs e M5s chiedono le dimissioni del Collegio: “Troppe zone d’ombra per una autorità indipendente” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Garante della Privacy, la Finanza nella sede di piazza Venezia: acquisiti documenti e tabulati
Da quanto apprende il Fatto Quotidiano questa mattina su mandato della Procura della Repubblica di Roma un nucleo ispettivo della Guardia di Finanza si è recato nella sede del Garante della Privacy per acquisire documenti e stando a indiscrezioni anche tabulati telefonici. Oggi scadeva infatti il termine per la consegna di documentazione richiesta dalla Procura per la quale il Garante aveva richiesto una proroga. La natura della documentazione ancora non è chiara nello specifico ma è da ricondurre alle inchieste condotte nei mesi scorsi da Report e dal Fatto oltre che alle vicende che hanno allarmato i dipendenti e le parti sindacali, compresa l’ipotesi di uno spionaggio ai loro danni per trovare le fonti dei giornalisti. Il fascicolo è nelle mani dell’aggiunto Giuseppe De Falco. Sono stati eseguiti sequestri, acquisizioni e si attende conferma sull’iscrizione di eventuali indagati. Articolo in aggiornamento L'articolo Garante della Privacy, la Finanza nella sede di piazza Venezia: acquisiti documenti e tabulati proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La Cassazione dà ragione a Report e torto al Garante della Privacy: “Non può esercitare il suo potere senza limiti di tempo”
Sigfrido Ranucci parla di “sportellata”. Ed è difficile dargli torto. Il conduttore di Report commenta così una sentenza della Corte di Cassazione che non riguarda soltanto la sua trasmissione, ma incide direttamente sui confini dell’azione del Garante della Privacy nell’esercizio del diritto-dovere di cronaca. In questo contesto si inserisce la notizia, di queste ore, dell’apertura di un’istruttoria-lampo sul caso Bellavia–Report. La Cassazione ha però tracciato una linea. E questa volta vale per tutti. Con la sentenza n. 759/2025, pronunciata il 16 dicembre 2025, la Suprema Corte fissa un principio che va ben oltre il singolo caso: l’Autorità non può esercitare il proprio potere punitivo senza limiti di tempo, tenendo per anni sotto schiaffo chi fa giornalismo d’inchiesta. La decisione chiude definitivamente una lunga partita tra Report, la Rai, il Garante per la Protezione dei Dati Personali e Armando Siri. E lo fa senza entrare nel merito dei contenuti giornalistici. La Cassazione sceglie un terreno più sensibile: quello dei limiti giuridici del potere dell’Autorità, in una fase in cui il rapporto tra Garante e informazione è diventato apertamente conflittuale. Il caso Siri–Report e il fattore tempo La vicenda nasce dal reclamo presentato da Armando Siri il 25 novembre 2020, relativo a due servizi andati in onda su Presa Diretta (28 settembre 2020) e Report (26 ottobre 2020). Il Garante apre una fase preistruttoria, chiede osservazioni alla Rai il 1° aprile 2021, riceve le memorie difensive il 21 aprile 2021 e procede con l’audizione del titolare del trattamento il 12 ottobre 2021. Solo il 10 agosto 2021 l’Autorità comunica formalmente alla Rai l’avvio del procedimento sanzionatorio, contestando presunte violazioni della normativa sul trattamento dei dati personali nell’attività giornalistica. È da quel momento – chiarisce la Cassazione – che si apre la fase sanzionatoria in senso stretto, soggetta a un termine perentorio di 120 giorni, fissato dallo stesso regolamento del Garante. Quel termine scade tra novembre e dicembre 2021. Ma il provvedimento finale arriva soltanto il 6 luglio 2023, con il provvedimento n. 297, che vieta l’ulteriore diffusione delle mail mostrate in trasmissione. Quasi due anni dopo. Troppo tardi. La sentenza di Roma e il ricorso in Cassazione La Rai impugna il provvedimento davanti al Tribunale di Roma, che con la sentenza n. 14569/2024, depositata il 22 ottobre 2024, annulla la sanzione del Garante ritenendo perentorio il termine di conclusione del procedimento sanzionatorio e dichiarando consumato il potere dell’Autorità. Contro quella decisione propone ricorso per Cassazione Armando Siri, mentre il Garante presenta ricorso incidentale, sostenendo che i termini previsti dal regolamento non avrebbero natura vincolante ma meramente ordinatoria. La Suprema Corte respinge entrambi i ricorsi. E lo fa con una motivazione che pesa come un macigno. Una linea rossa per l’Autorità Secondo la Cassazione, la certezza del diritto e il diritto di difesa impongono che il potere punitivo della pubblica amministrazione sia esercitato entro confini temporali certi. In caso contrario, l’Autorità finirebbe per occupare una posizione “ingiustificatamente privilegiata”, incompatibile con i principi costituzionali. Il termine di 120 giorni per la fase sanzionatoria – scrive la Corte – ha natura perentoria. Il suo superamento comporta la “consumazione del potere”. Il controllo è legittimo, la vigilanza doverosa, la sanzione possibile. Ma solo entro regole precise e tempi certi. Oltre quel limite, l’azione dell’Autorità perde efficacia e legittimità. Il risultato è netto: la sanzione viene definitivamente annullata. Cade il divieto imposto a Report non perché la Cassazione entri nel merito della trasmissione, ma perché chi ha imposto quel divieto lo ha fatto fuori tempo massimo, oltre un anno e mezzo dopo la scadenza del termine. Una sentenza che pesa sullo scontro in corso È qui che la portata della decisione esce dall’aula di giustizia e incrocia l’attualità. La sentenza arriva mentre tra il Garante e l’informazione – in particolare il giornalismo d’inchiesta – è in atto uno scontro senza precedenti. Dalla multa record inflitta a Report, che ha segnato l’innesco del conflitto, fino alla sequenza di iniziative successive, l’Autorità è diventata un attore centrale di una partita che non riguarda solo la privacy, ma il perimetro stesso del diritto di cronaca. La Cassazione ha però tracciato una linea. E questa volta, si spera, vale per tutti. L'articolo La Cassazione dà ragione a Report e torto al Garante della Privacy: “Non può esercitare il suo potere senza limiti di tempo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Garante Privacy, retromarcia sulla misteriosa intrusione nei suoi sistemi informatici: dal “mai accaduto” all’esposto in Procura
Quattro giorni fa il Garante smentiva tutto e annunciava querele. Oggi comunica di aver presentato un esposto alla Procura di Roma per denunciare proprio ciò che aveva negato: il 1° novembre “persone non identificate avrebbero avuto accesso, o tentato di accedere, senza autorizzazione ai locali e ai sistemi informatici dell’Autorità”, con possibile sottrazione di documenti. Una giravolta che arriva forse perché – come rivelato dal Fatto – la Procura ha già avviato accertamenti sull’episodio. Dal Garante filtra che la scelta sarebbe dettata da “motivi di prudenza”, un atto dovuto insomma: la nota del 29 novembre smentiva la presenza dei quattro membri del Collegio, salvo un breve passaggio di Guido Scorza per recuperare le chiavi. Ma – questo il ragionamento a Palazzo Venezia – se qualcuno fosse davvero entrato clandestinamente, come sostiene la stampa, allora “occorre verificarlo”. Perché, se l’intrusione fosse reale, “ci sarebbe stato il rischio di una grave violazione della sicurezza”. Il tutto accade mentre infuria ancora lo scontro con i dipendenti, esploso nella riunione del 20 novembre e continuato ancora ieri durante l’assemblea del personale. A contribuire è stata una la lettera “spontanea” dei Garanti a cui il personale ha risposto picche, ribandendo che l’unica soluzione è che si dimettano tutti e quattro. LA SOSPETTA INTRUSIONE DELL’1 NOVEMBRE Secondo Report e il Fatto, quel giorno – festa di Ognissanti, uffici chiusi – i quattro membri del Collegio sarebbero entrati nella sede con persone esterne. “I membri del collegio dopo qualche ora sono andati via, le persone esterne sono rimaste dentro tutta la notte, fino all’ora di pranzo del giorno dopo”, riferiva una fonte interna. Lunedì rientrando al lavoro i dipendenti hanno trovato “uffici in disordine, scrivanie spostate, oggetti finiti a terra, prese elettriche o telefoniche non allineate, anomale”, aveva raccontato Alessandro Bartolozzi (Fisac-CGIL). Il sospetto: una bonifica per cercare cimici o accedere ai server, a caccia della “talpa” che passava documenti ai giornalisti. LA SMENTITA CON MINACCE Il 29 novembre il Collegio assicurava che il 1° novembre “i quattro membri” non erano entrati nella sede di Piazza Venezia con soggetti esterni “tutta la notte”. Solo “l’Avv. Guido Scorza” avrebbe fatto un passaggio “tra le 11 e le 11.10”, per poi uscire “pochi minuti dopo”. “Nessun altro membro del Collegio è stato presente né ha autorizzato l’ingresso a soggetti esterni”, ribadiva il comunicato, accompagnato dalla minaccia: “Il Collegio adotterà le tutele previste dalla legge a garanzia della propria onorabilità”. MARCIA INDIETRO DOPO QUATTRO GIORNI Quattro giorni dopo, lo scenario si ribalta. Il Garante “trasmette un esposto alla Procura di Roma”, chiedendo di verificare quanto riportato dalla stampa: il 1° novembre “persone non identificate avrebbero avuto accesso, o tentato di accedere, senza autorizzazione ai locali dell’Autorità”. E aggiunge: “Tali individui avrebbero tentato, o eventualmente effettuato, intrusioni nei sistemi informatici dell’Autorità, con possibile sottrazione di dati e documenti”. Tutto il contrario di ciò che era stato affermato pochi giorni prima. Sul sito, i due comunicati restano uno accanto all’altro. GARANTE, LA LETTERA AI DIPENDENTI È UN BOOMERANG Intanto si è rivelato un boomerang l’ennesimo tentativo del Collegio di ricucire il rapporto con i dipendenti. Il Collegio invia una lettera che riconosce “un malessere che non abbiamo colto con tempestività”, ma i metadati del file rivelano che non è stata scritta da Stanzione: l’autore risulta essere un’assistente di Ghiglia e l’ultima revisione porta il nome della Fondazione Cesifin di Firenze, di cui Ginevra Cerrina Feroni è vicepresidente. L’assemblea del 3 dicembre risponde riaffermando le dimissioni del Collegio. UNA LETTERA POCO “SPONTANEA” La comunicazione, firmata da Stanzione, Feroni, Ghiglia e Scorza, arriva ai dipendenti un quarto d’ora prima dell’assemblea. “Molto molto spontanea e sentita”, ironizza il rappresentante della Fisac-Cgil Alessandro Bartolozzi. L’incipit “inviato da iPhone” insospettisce subito: sembra un inoltro frettoloso. I dipendenti aprono il file Word e verificano le proprietà. Risultato: autore risulta un’assistente di Ghiglia, revisore Cesifin. LA VIOLAZIONE DELL’ARTICOLO 28 La lettera tratta temi organizzativi – codice etico, whistleblowing, comunicazione interna – ma viene inviata direttamente agli uffici, bypassando i sindacati. “I sindacalisti di lungo corso della CGIL hanno gridato all’articolo 28”, spiega Bartolozzi, riferendosi alla condotta antisindacale. “I temi organizzativi dell’ufficio devono essere discussi in sede sindacale, non mandati direttamente ai dipendenti”. Nel testo, il Collegio nega “alcun mandato per attività illecite o invasive” e smentisce di aver “autorizzato né richiesto attività ispettive, investigative o analoghe da parte di soggetti esterni”. Poi propone riforme: aggiornamento del codice etico, rafforzamento delle procedure interne, revisione del whistleblowing, distribuzione più equa dei carichi di lavoro. L’ASSEMBLEA RISPONDE: DIMISSIONI L’assemblea del 3 dicembre boccia la lettera e ribadisce la richiesta di dimissioni. I dipendenti chiedono trasparenza: “Non può esistere un’amministrazione dove si contestano le spese e non si provvede a mostrarle”, dice Bartolozzi. Le richieste principali: disclosure completa dei documenti contabili, istruttoria interna sulla “vicenda Report”, spese del B&B del presidente Stanzione e così via. IL BANDO PER IL PORTAVOCE Nello stesso giorno, il Collegio pubblica un bando per un dirigente comunicazione: non un concorso pubblico, ma una “forma ibrida” con scelta fiduciaria e mandato biennale. “Non un dirigente incardinato nell’ufficio, ma un portavoce agli ordini dei quattro”, è il commento dall’interno. “L’ennesimo disastro”. TIMORE DELL’INCHIESTA? Il clima è teso. Il Collegio forse teme le indagini giudiziarie e che l’ex segretario Angelo Fanizza, dimessosi il 20 novembre “senza neanche salutare”, sia andato in Procura a raccontare che tutti sapevano delle intenzioni di spionaggio interno dei dipendenti. Una piccola apertura arriva dal nuovo segretario generale Luigi Montuori, che si è impegnato a rispondere alle richieste di accesso agli atti, alcune già scadute. Ma il personale resta fermo: “Dovremo lavorare per due anni con questi, sfiduciati all’esterno, scomunicati all’interno.” L'articolo Garante Privacy, retromarcia sulla misteriosa intrusione nei suoi sistemi informatici: dal “mai accaduto” all’esposto in Procura proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cronaca
Garante della Privacy
Procura di Roma
Licenziata perché “pizzicata” al ristorante mentre era in malattia: il Garante multa il Comune per violazione della privacy
Il caso di presunto assenteismo che avrebbe dovuto inchiodare un’impiegata comunale si è trasformato in un boomerang per l’amministrazione che aveva dato il ben servito alla lavoratrice. Il Garante per la protezione dei dati personali ha inflitto una sanzione di 15mila euro a un comune veneto per “trattamento illecito dei dati personali” legato alle modalità con cui sono state raccolte e gestite le immagini utilizzate per il licenziamento della dipendente. La donna era stata licenziata dopo che il sistema di videosorveglianza del municipio aveva documentato comportamenti considerati incompatibili con lo stato di malattia dichiarato. Le immagini, incrociate con i dati di presenza, mostravano l’impiegata entrare e uscire dal palazzo comunale in orario di lavoro senza registrare i movimenti, e trattenersi all’esterno per motivi personali. Ulteriori telecamere pubbliche avevano poi ripreso la lavoratrice mentre camminava davanti al municipio durante il periodo di malattia, sebbene fuori dagli orari di reperibilità previsti dalla normativa. A completare il quadro, un video girato con un telefono personale da un dipendente comunale e inviato tramite WhatsApp al cellulare privato della sindaca ritraeva l’impiegata a pranzo in un ristorante insieme a due colleghe, anch’esse assenti dal lavoro per malattia. Anche questo episodio era avvenuto al di fuori delle fasce di reperibilità. Proprio quel filmato, inviato al telefono personale della prima cittadina perché, come precisato negli atti, l’ente non disponeva delle risorse per fornirle un’utenza intestata al Comune è stato uno degli elementi contestati dal Garante. L’Autorità ha infatti accolto il ricorso della ex dipendente, ritenendo che l’acquisizione delle immagini e la loro gestione da parte dell’amministrazione non rispettassero la normativa sulla privacy, indipendentemente dalle condotte contestate alla lavoratrice. L'articolo Licenziata perché “pizzicata” al ristorante mentre era in malattia: il Garante multa il Comune per violazione della privacy proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Stop alla diffusione degli audio dei genitori di Yara. Erano riservati”: il Garante della privacy sanziona la docuserie Netflix su Bossetti. Multa da 40mila euro
Una multa da 40mila euro. Sarebbe questa la decisione presa dal Garante della privacy contro la docuserie “Il caso Yara – oltre ogni ragionevole dubbio”, realizzata da Quarantadue srl e diffusa su Netflix a partire da luglio 2024. Alla base del provvedimento ci sarebbe una serie di file audio – 46 in totale – contenenti messaggi vocali e telefonate inviate dai coniugi Gambirasio alla figlia Yara nelle ore successive alla drammatica scomparsa della 13enne. La famiglia della giovanissima vittima di Brembate di Sopra (Bergamo) – scomparsa nel novembre 2010 e trovata assassinata nel febbraio 2011 – si è opposta alla pubblicazione di quel materiale con un reclamo presentato il 24 settembre 2024. Secondo i coniugi Gambirasio, infatti, si tratterebbe di messaggi vocali e conversazioni telefoniche “intercettati durante le indagini e mai utilizzati nel corso del processo” e per questo motivo, a loro avviso, non destinati alla diffusione pubblica. E l’Autorità ha accolto le loro posizioni, disponendo il divieto di “ulteriore diffusione dei messaggi e delle conversazioni oggetto di reclamo” e una multa di 40mila euro alla società Quarantadue: “Tra le conversazioni riprodotte e individuate nella loro istanza (nei primi tre episodi della serie, in particolare: 24 files audio nel primo episodio, 19 nel secondo episodio, 3 nel terzo episodio) vi è anche un messaggio vocale che la reclamante aveva lasciato nella segreteria telefonica della figlia quando ancora non si conosceva la drammatica sorte”, si legge nel documento del Garante riportato da “L’Eco di Bergamo”. Tra le motivazioni che hanno portato alla sanzione, il Garante precisa che “detti files audio non hanno alcuna attinenza con le indagini e sono stati inseriti nella trasmissione ‘all’unico, evidente scopo di sollecitare l’attenzione morbosa degli spettatori’, in contrasto con il loro diritto di restare affermazioni riservate”. Per l’Autorità garante, quindi, sarebbero stati violati i principi generali di liceità e correttezza, nonché di minimizzazione dei dati personali. Ed è per questo motivo che la loro pubblicazione sarebbe illecita. Al provvedimento disposto dall’Autorità garante, però, la società produttrice della serie, Quarantadue srl, si è difesa, spiegando che “le conversazioni inserite all’interno del documentario sono un estratto di qualche secondo di alcune intercettazioni telefoniche e/o ambientali autorizzate dall’autorità giudiziaria e confluite, quantomeno, nel fascicolo del pubblico ministero, ovvero semmai audio delle deposizioni rilasciate in tribunale nel corso del processo a carico di Massimo Bossetti acquisite agli atti”, le parole dell’azienda riportate dal “Corriere della Sera Bergamo”. Secondo la società, dunque, la serie sarebbe “una legittima espressione del diritto di cronaca”, in cui l’utilizzo della voce reale dei genitori – invece di quelle interpretate dagli attori – risponderebbe alla “necessità di rappresentare fedelmente e nella piena autenticità il lato umano di quei due personaggi”. Secondo il Garante, invece, “la pubblicazione dei messaggi e delle conversazioni telefoniche comprensive delle intime e sofferte esternazioni della madre, abbia disatteso i principi suindicati, travalicando i confini del lecito e corretto esercizio del diritto di cronaca”. E per questo motivo ha disposto il divieto alla diffusione del materiale oggetto di reclamo e una sanzione economica a Quarantadue srl, che potrà impugnare il provvedimento facendo ricorso. L'articolo “Stop alla diffusione degli audio dei genitori di Yara. Erano riservati”: il Garante della privacy sanziona la docuserie Netflix su Bossetti. Multa da 40mila euro proviene da Il Fatto Quotidiano.
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