Il Garante per la protezione dei dati personali ha inflitto una sanzione da 2
milioni di euro ad Acea Energia per gravi violazioni nel trattamento dei dati
personali di oltre 1.200 clienti legate alla stipula di contratti per la
fornitura di energia elettrica e gas.
L’intervento dell’Autorità è arrivato dopo numerosi reclami presentati da utenti
che denunciavano l’utilizzo di dati inesatti o non aggiornati per l’attivazione
di forniture mai richieste. Molti clienti hanno raccontato di aver scoperto
l’esistenza del contratto soltanto dopo aver ricevuto comunicazioni da parte
della società sull’avvenuta attivazione della fornitura o addirittura solleciti
di pagamento, pur sostenendo di non aver mai avuto alcun contatto con Acea, né
di persona né a distanza. Alcuni reclami riguardavano anche il mancato o tardivo
riscontro della società alle richieste di esercizio dei diritti previsti dalla
normativa sulla privacy.
Le verifiche condotte dal Garante, con ispezioni presso la sede della società,
hanno accertato che i trattamenti contestati avvenivano attraverso società
incaricate di procacciare nuovi clienti. Secondo l’Autorità, però, Acea non
avrebbe esercitato un’adeguata vigilanza sull’operato di questi intermediari.
L’istruttoria ha infatti evidenziato l’assenza di misure tecniche e
organizzative sufficienti a prevenire eventuali utilizzi fraudolenti dei
documenti raccolti dagli agenti porta a porta o dai partner commerciali. In
alcuni casi gli operatori potevano acquisire i dati personali dei cittadini
tramite dispositivi mobili, ad esempio fotografando i documenti di identità, e
successivamente procedere all’attivazione delle forniture a loro insaputa, anche
utilizzando firme apocrife.
Il Garante ha inoltre giudicato inadeguato il sistema di controllo basato sui
cosiddetti recall, le telefonate di verifica pensate per accertare la reale
volontà del cliente di sottoscrivere il contratto. Oltre alla sanzione
economica, l’Autorità ha ordinato ad Acea di adottare diverse misure correttive:
tra queste l’introduzione di sistemi di alert per monitorare il rispetto delle
procedure contrattuali da parte degli agenti, controlli periodici sull’esattezza
dei dati raccolti e la definizione di tempi precisi per la conservazione delle
informazioni dei clienti.
L'articolo Contratti attivati senza consenso, multa da 2 milioni ad Acea Energia
per violazioni della privacy proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Garante della Privacy
Ci sono voluti più di due anni e mezzo di attesa, un’inchiesta giornalistica e,
soprattutto, una denuncia depositata in Procura. Ma alla fine, il “miracolo” si
è compiuto. Il Garante per la Privacy si è improvvisamente risvegliato dal suo
torpore e ha calato una scure da 1,25 milioni di euro complessivi sulle teste di
ITA Airways e Alitalia in Amministrazione Straordinaria. Il motivo? Un travaso
illecito e massivo di dati personali dei dipendenti, avvenuto di nascosto e
senza consenso, nei frenetici giorni del passaggio di consegne tra la vecchia e
la nuova compagnia di bandiera.
DALL’INERZIA AL RISVEGLIO IMPROVVISO
La tempistica di questa decisione è quantomeno singolare e racconta molto dei
palazzi romani. Tutto inizia il 18 luglio 2023, quando Antonio Amoroso,
segretario nazionale della Cub Trasporti ed ex dipendente Alitalia, invia una
segnalazione al Garante. Amoroso denunciava un fatto gravissimo: Alitalia aveva
“consegnato” a ITA i fascicoli personali di tutti i dipendenti del comparto
Aviation, completi di stipendi, carichi familiari e persino dettagli su vecchi
contenziosi e reintegre giudiziarie. Per 853 giorni il reclamo è rimasto a
prendere polvere nei cassetti dell’Authority guidata da Pasquale Stanzione.
Un’inerzia palese, documentata dal Fatto Quotidiano nel novembre 2025, che
faceva notare come il Garante fosse stato capace di sanzionare trasmissioni tv
come Report in tempi record, ignorando invece il destino di migliaia di
lavoratori. Davanti a questo muro di gomma, il 17 novembre 2025 il sindacato ha
deciso di varcare la soglia della Procura della Repubblica di Roma, depositando
un esposto contro le omissioni e i ritardi dell’Authority. Ebbene, a pochi mesi
di distanza dall’articolo e dall’esposto, ecco il provvedimento numero 152
datato 4 marzo 2026: 1 milione di euro di multa a Ita e 250mila euro ad
Alitalia.
IL TRAVASO ILLECITO: CONTINUITÀ MASCHERATA DA DISCONTINUITÀ
Leggendo le 38 pagine dell’ordinanza ingiunzione, emerge chiaramente il
cortocircuito legale in cui si sono infilate le due compagnie. Per assecondare i
diktat della Commissione Europea e aggirare l’articolo 2112 del Codice Civile
(che avrebbe imposto il passaggio automatico di tutti i lavoratori con il
mantenimento dei diritti acquisiti), ITA e Alitalia hanno formalmente sostenuto
la tesi della totale “discontinuità” aziendale. Ma se le due aziende erano
davvero due entità estranee e distinte, a che titolo Alitalia ha aperto i propri
archivi informatici (tramite una cartella SharePoint condivisa) fornendo a ITA
l’accesso ai dati di tutti i suoi dipendenti dell’Aviation, ben prima che questi
si candidassero per un posto? Il Garante ha smontato le difese delle società,
certificando che quel trattamento è avvenuto in totale “assenza di una base
giuridica” e senza aver informato i diretti interessati. Non essendoci
(formalmente) una cessione di ramo d’azienda in continuità, Alitalia non aveva
alcun obbligo di legge per consegnare quei dati, e ITA non aveva alcun diritto
di spulciarli.
LA BEFFA DEL TEMPO PERSO E LA NUOVA BATTAGLIA PER I RISARCIMENTI
La sanzione milionaria inflitta dal Garante è una vittoria per il sindacato, ma
ha un sapore amaro. L’inerzia durata oltre 1000 giorni non è stata neutra.
Mentre il fascicolo giaceva negli uffici dell’Authority, il tempo è scaduto: la
cassa integrazione è finita e sono partite le lettere di licenziamento per i
dipendenti rimasti in Alitalia. Se il Garante fosse intervenuto tempestivamente,
dichiarando subito l’illiceità di quel passaggio di dati, i lavoratori avrebbero
avuto da subito in mano una “pistola fumante”: la prova provata che tra Alitalia
e ITA c’era un travaso diretto e occulto di informazioni gestionali, ovvero una
vera e propria continuità aziendale nei fatti, nonostante la discontinuità
sbandierata sulla carta. Questa prova avrebbe potuto cambiare fin dall’inizio
l’esito delle cause di lavoro, evitando il licenziamento di massa e sarebbero
tornati al loro lavoro.
Ora lo scenario cambia di nuovo. Con l’ordinanza del Garante nero su bianco, che
certifica l’illecito passaggio di dati che ha condizionato le assunzioni, si
valuta un’azione legale mastodontica. Almeno 2.000 ex lavoratori, privati per
oltre due anni di una carta fondamentale per salvare il proprio posto di lavoro
a causa dei ritardi del Garante, ora – in attesa che si pronunci la Cassazione
dove pendono già i loro ricorsi – preparano le cause per chiedere il
risarcimento dei danni subiti. Il “miracolo” romano potrebbe costare molto caro.
La Cub Trasporti ritiene importante questo pronunciamento che è al vaglio dei
legali che patrocinano, per conto della stessa O.S., le cause contro il mancato
trasferimento di tutti i dipendenti del ramo aviation di Alitalia Sai in A.S. in
ITA. Tali contenziosi presto saranno valutati dalla Corte di Cassazione.
“Importante sarà anche il pronunciamento della Corte di Giustizia Europea a cui
è approdato, grazie alla decisione di un Giudice del Tribunale di Roma, il tema
dei mancati trasferimenti. “È altresì evidente che si valuteranno gli estremi
per richiedere un risarcimento del danno prodotto da tale illegittimo passaggio
dei dati del personale AZ e che ha anche condizionato le selezioni effettuate
dalla newCo, all’epoca interamente in mano al MEF”.
L'articolo Il Garante si sveglia, dopo un esposto alla Procura di Roma, e multa
Ita e Alitalia per 1,25 milioni di euro proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Posso registrare la chiamata?”. Riccardo Luciani non si fida, forse teme
l’imboscata. È appena diventato direttore generale della Quadriennale di Roma,
la fondazione che organizza uno dei principali eventi di arte contemporanea in
Italia insieme alla Biennale di Venezia e alla Triennale di Milano. L’incarico
vale circa 125 mila euro l’anno. La famiglia Sbardella fa carriera, ma fa anche
notizia.
La Procura di Roma indaga sul concorso che nel 2025 ha promosso sua sorella
Cristiana Luciani, moglie del deputato di Fratelli d’Italia Luca Sbardella, a
dirigente del Garante della Privacy. Pochi giorni dopo Il Fatto apprende che
anche suo fratello Riccardo, cognato del parlamentare, ha compiuto un deciso
salto di carriera. Una vicenda estranea a qualsiasi inchiesta e dunque senza
legami con le indagini sull’Autorità, ma la coincidenza non è sfuggita a molti.
Tanto che indiscrezioni parlavano di un incarico fiduciario su indicazione del
ministro Giuli, visto che la Fondazione è partecipata dal ministero della
Cultura, dalla Regione Lazio, dal Comune di Roma e dalla Camera di Commercio di
Roma. Lo stesso Luciani – contattato dal Fatto – precisa che non è così: “Ho
partecipato a un bando scaduto lo scorso ottobre. Addirittura, da statuto, la
fondazione potrebbe scegliere il direttore con nomina del Cda. Invece per questa
procedura è stata prevista una doppia commissione: una esterna per lo screening
dei curricula e un colloquio orale, cosa che non era nemmeno prevista dallo
statuto”. Ma forse la strada era obbligata: senza bando sarebbe stata lastricata
di accuse di “amichettismo” a destra.
L’ascesa di Luciani comincia nel 2019 – quando al governo c’era il
centrosinistra – con l’assunzione a tempo indeterminato in Ales, la società di
servizi del ministero della Cultura. Dopo il passaggio nel 2023 al gabinetto
dell’allora ministro Gennaro Sangiuliano, la svolta arriva nel 2024 con l’arrivo
del nuovo presidente di Ales Fabio Tagliaferri – molto vicino ad Arianna Meloni
– di cui il cognato di Sbardella diventa capo segreteria. Nel frattempo Luciani
era già stato nominato dal presidente della Regione Lazio Francesco Rocca
commissario della riserva naturale “Nazzano Tevere Farfa”, incarico che
diventerà presidenza nell’ottobre 2025.
Una militanza antica quella dei Luciani nella destra italiana. Riccardo e
Cristiana sono figli di Antonio Luciani, a lungo primario di cardiologia a
Tivoli e anima locale di Casa Pound. Un’appartenenza politica che, unita alla
parentela acquisita, fa sorgere interrogativi su possibili “spinte”. Ma Luciani
respinge ogni accusa di favoritismo: “La mia militanza nasce pure qualche anno
prima, a Tivoli. Luca Sbardella l’ho conosciuto nel ’98 quando si è fidanzato
con mia sorella. Nella mia vita lavorativa non è stato minimamente influente,
anzi”.
Fatto sta che a soli 23 anni Riccardo aveva già un contratto a tempo determinato
nella segreteria di presidenza della Commissione Ambiente e Territorio della
Camera dei deputati, allora guidata dall’ex missino Pietro Armani. Due anni dopo
lo stage al Parlamento europeo. Tra il 2008 e il 2010 lavora al Consiglio
regionale del Lazio, poi assessore alla Cultura del Comune di Tivoli. Sotto il
profilo culturale parlano le sue pubblicazioni per “Idrovolante edizioni”, tra
cui “L’altro Turati, Storia di Augusto, segretario del PNF”. “Ma ho anche un
master in gestione dei Beni Culturali”, protesta.
A quanto pare Riccardo ha imparato anche a dare una bella “ripulita” al proprio
passato lavorativo. Nella versione più datata del suo cv, aggiornata al 2016,
emerge un percorso eclettico e lontano dalle sfere culturali e istituzionali:
tra il 2008 e il 2013 Luciani è titolare della “Sibilla Clean Service”, una
ditta di lavaggio e noleggio biancheria per ristoranti e alberghi; nel 2008
compare su Raiuno come assistente dello chef Fabio Campoli; nel 2014 lavora come
restaurant manager per un locale e come sales manager per forniture a B&B di
lusso; dal 2015 ha un contratto a tempo indeterminato in un servizio di help
desk tecnico per conto di Sogei.
Nel “nuovo” curriculum, datato 20 ottobre 2025 e aggiornato per il bando alla
Quadriennale, spariscono lavanderie e ristoranti. “Ho solo cercato di
caratterizzare un curriculum amministrativo, dando la priorità a quelle
esperienze”. Resta un profilo istituzionale e accademico che culmina con un
incarico di docenza sulla sicurezza sul lavoro tra il 2021 e il 2022. Campo in
cui amici, figli, cognati e Fratelli d’Italia possono vantare parecchia
esperienza.
L'articolo La carriera dei fratelli Luciani con la benedizione della Destra:
Riccardo direttore della Quadriennale, Cristiana dirigente del Garante della
Privacy proviene da Il Fatto Quotidiano.
La procura di Roma ha aperto un nuovo fronte nell’inchiesta sul Garante della
Privacy e sulle spese sostenute dal collegio che lo dirige. Questa mattina la
Guardia di Finanza ha notificato un ordine di esibizione presso la sede
dell’Authority chiedendo i documenti relativi all’assunzione di Cristina
Luciani, moglie di Luca Sbardella, deputato di Fratelli d’Italia. Luciani
risulta dirigente dell’Authority a partire dal 1º gennaio 2025, così come è
indicato sul sito internet del garante.
Dell’Inchiesta si era avuta notizia il 15 gennaio scorso quando gli uomini del
Nucleo di polizia Economico Finanziaria di Roma avevano compiuto un blitz presso
la sede del Garante della Privacy in piazza Venezia. Su mandato della Procura di
Roma coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe De Falco le Fiamme Gialle
avevano eseguito sequestri di tabulati, telefoni cellulari, computer e
documentazione sui rimborsi e sulle spese. Tutti i membri del collegio sono
ufficialmente indagati: il presidente Pasquale Stanzione, Ginevra Cerrina
Feroni, Agostino Ghiglia e Guido Scorza, che si è poi dimesso dall’incarico. Per
i quattro le accuse sono a vario titolo di peculato, uso privato di beni
pubblici, e corruzione.
L'articolo Garante della privacy, ora s’indaga anche sull’assunzione della
moglie del deputato Sbardella (Fdi) proviene da Il Fatto Quotidiano.
Report aveva il diritto di pubblicare quegli audio, la multa da 150mila euro è
annullata. Il 22 gennaio scorso il Tribunale Ordinario di Roma (Sezione Diritti
della Persona) ha emesso una sentenza che segna la svolta sull’intera vicenda e
una sconfitta giudiziaria pesantissima per l’Autorità Garante della Privacy.
L’oggetto del contendere è il ricorso presentato dalla Rai contro il
provvedimento n. 621 del 23 ottobre 2025 con cui il Garante aveva sanzionato la
trasmissione per la messa in onda (l’8 dicembre 2024) dell’audio tra l’ex
Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano e la moglie Federica Corsini, nei
quali si discuteva della revoca della nomina di Maria Rosaria Boccia.
Il Tribunale accoglie il ricorso e annulla la sanzione. Le motivazioni del
giudice Corrado Bile si basano su due pilastri fondamentali, uno di merito
(libertà di stampa) e uno procedurale (tempi scaduti). Il giudice smonta la tesi
del Garante secondo cui la diffusione di quei colloqui privati violava la
privacy senza aggiungere nulla alla notizia. La sentenza stabilisce che la
conversazione, pur essendo privata, aveva una “sostanziale rilevanza pubblica”
perché svelava come le decisioni istituzionali (la nomina o meno di una
consulente ministeriale) fossero influenzate da “questioni di natura
squisitamente personale” e dalle richieste della moglie del Ministro. La
diffusione dell’audio originale era necessaria per “veicolare il dato storico
nella sua immediatezza” ed evitare il sospetto di ricostruzioni faziose da parte
del giornalista. Viene ribadito che il giornalismo d’inchiesta gode di ampia
tutela e che la privacy cede il passo quando la notizia è essenziale per la
formazione dell’opinione pubblica.
Il Tribunale accoglie anche l’eccezione procedurale: il Garante ha impiegato
troppo tempo per sanzionare. Viene sancito che il termine di 9 mesi per la
conclusione del procedimento (art. 143 Codice Privacy) è perentorio e non
ordinatorio. Il giudice afferma che il mancato rispetto dei tempi pone
l’Autorità in una “posizione ingiustificatamente privilegiata” e lesiva del
diritto di difesa. Poiché il provvedimento è arrivato oltre i termini di legge,
la sanzione decade anche per questo motivo formale. In conclusione, la sentenza
stabilisce che Report aveva il diritto di pubblicare quegli audio e che l’azione
sanzionatoria del Garante è stata sia infondata nel merito che tardiva nella
procedura. Il Garante è condannato a pagare le spese legali.
L'articolo Audio Sangiuliano su Report, lo schiaffo del tribunale al Garante:
annullata la multa da 150mila euro proviene da Il Fatto Quotidiano.
La notizia è oramai nota. Il Collegio del Garante Privacy è stato investito da
una burrasca mediatica che si è trasformata il 15 gennaio anche in una tempesta
giudiziaria, attraverso l’avvio di un procedimento penale con capi di
imputazione provvisori, a carico dei componenti del Collegio, di peculato ( per
le spese “pazze”) e di corruzione (per presunti favoritismi nell’emissione o,
all’opposto, di omissione di provvedimenti).
Nel frattempo il membro del Collegio, Guido Scorza, ha rassegnato le proprie
dimissioni. Ma ora cosa potrà accadere dal punto di vista giudiziario?
Il procedimento ha debuttato con l’adozione di misure cautelari reali di
sequestro, conseguenti a perquisizione. La prima – e più ovvia – cosa e che gli
indagati avranno presentato una richiesta di riesame della misura cautelare
reale (cioè dei dispositivi, pc, telefoni, documenti) reperiti nel corso della
perquisizione presso gli Uffici del garante e le abitazioni private, lamentando
l’inesistenza dei presupposti per procedere alla misura.
E’ una mossa che si adotta sempre in questo caso, anche se non vi sono i
presupposti per farlo, perché in questo modo il Pubblico Ministero ha l’obbligo
di trasmettere gli atti su cui si fondano le indagini, al Tribunale della
libertà (del Riesame), in tempi brevissimi, consentendo agli indagati di poter
accedere agli atti che altrimenti sarebbero disponibili dopo molti mesi solo a
fine indagine. In proposito si adotta la formula della “richiesta di riesame con
riserva di motivi”.
Una volta avuto accesso agli atti, si formulerà l’impugnazione vera e propria ed
il Tribunale, ed eventualmente la Corte di Cassazione, potranno confermare o
revocare il sequestro. Si parla di un periodo temporale di due settimane
(tenendo presenti gli impegni del Tribunale di Roma) massimo.
Nel caso specifico del Garante c’è un fatto importante su cui però riflettere.
Poiché i componenti del Garante, con l’eccezione di Scorza, hanno deciso in
blocco di rimanere al loro posto, si verificherà la situazione in cui il
Collegio, ovvero l’organo sovraordinato, che intende proseguire le proprie
funzioni, verrà a conoscere, e a poter concretamente operare, nel bene e nel
male, nei confronti dei dipendenti che sono stati ascoltati dalla Procura di
Roma, con i rischi per i lavoratori che non è difficile immaginare.
Sono questi i motivi tra gli altri che, in presenza di ipotesi di reati contro
le pubbliche amministrazioni, consigliano di solito i vertici nel fare un passo
indietro, anche al fine di evitare che maturino, magari inconsapevolmente, i
presupposti per l’applicazione di misure più gravi quali le misure coercitive
personali della custodia cautelare o, per i reati specifici contestati, la
sospensione dall’esercizio delle funzioni del pubblico ufficiale, disposta dal
pubblico Ministero in base all’art 289 del codice di procedura penale.
In casi come questi la formula di compromesso per non fare un definitivo passo
indietro è l’auto-sospensione, seguita dall’assoluta mancanza di contatti con
gli altri co-indagati, e, elemento imprescindibile il silenzio degli indagati,
inteso come contegno necessario per poter raggiungere poi l’obiettivo di
superare questa delicatissima fase processuale.
Successivamente, quando il procedimento verrà definitivamente incardinato, ed i
capi di imputazione diverranno definitivi, si potrà passare ad una difesa nel
merito, che a quanto filtra da alcune ipotesi riportate dalla stampa, si
concentrerebbe preliminarmente, sulla natura di spese “autorizzate”, quanto alle
accuse di peculato, sulla genericità delle imputazioni quanto all’accusa di
corruzione, e sull’acquisizione di documenti e testimonianze (in senso tecnico
nel corso dell’inchiesta giornalistica) avvenute al di fuori dei meccanismi di
acquisizione delle fonti di prova previste dal codice di procedura penale.
Come questo stato di cose, soprattutto dal punto di vista della continuità
amministrativa possa adattarsi al lavoro di un organo istituzionale di quel
rilievo, ai rapporti che devono intercorrere tra i dipendenti e i componenti del
Collegio, alla tutela dei cittadini e come questo possa garantire una qualche
forma di “sopravvivenza” dell’organo, prima della naturale scadenza del 2027, è
una domanda che dovrebbero porsi tutti coloro che sono coinvolti in questa
vicenda, e che sembrano invece in tutt’altro affaccendati.
L'articolo Garante privacy, cosa succede ora sul fronte giudiziario? C’è un
fatto importante su cui riflettere proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo aver interloquito con i suoi colleghi e funzionari del Garante, Guido
Scorza affida a un video sulla sua pagina Facebook il racconto delle motivazioni
per cui la sera del 17 gennaio si è dimesso dal suo incarico dopo cinque anni.
Motivazione che vanno dall’assunzione di responsabilità verso l’istituzione, ma
negando di averne rispetto alle accuse che gli vengono mosse. Pur riconoscendo
l’importanza delle inchieste giornalistiche e del lavoro della magistratura,
chiama in causa non chi fa le inchieste ma “quelli che le raccontano in maniera
critica e sensazionalistica a caccia di lettori e di visualizzazioni, degli
algoritmi dei social network che amplificano i messaggi più radicali e
sacrificano l’audience di quelli più ponderati e di una parte della politica,
quella con la P minuscola, più a caccia di facile visibilità e di consenso che
di riflessioni e idee per migliorare la vita delle persone e le condizioni del
paese”.
Ecco il testo del suo discorso con le ragioni del “passo indietro”.
“Prima la notizia e poi le motivazioni e i commenti. Ho appena trasmesso al
presidente, al segretario generale del garante per la protezione dei dati
personali le mie dimissioni irrevocabili da componente del collegio. Ho deciso
di fare un passo indietro. Credo si tratti di una decisione giusta e necessaria
nell’interesse dell’istituzione. Non ho nessuna remora, né imbarazzo nel
confessare che è stata una delle decisioni più sofferte della mia vita. Lascio,
ne sono convinto, uno dei lavori più belli che a una persona possa capitare.
Lascio un lavoro che ho fatto con più determinazione e passione di qualsiasi
altro fatto sin qui. Lascio un lavoro che non ho mai considerato tale, ma invece
una missione civile prima che professionale e istituzionale.
Un’occasione unica di fare nel mio piccolo la mia parte per promuovere e
difendere un diritto che non è mai stato tanto centrale e irrinunciabile nella
vita delle persone e della società. Una missione alla quale ho dedicato ogni
giorno degli ultimi 5 anni. Lascio un incarico che per me ha sempre
rappresentato anche un modo per restituire almeno parte di ciò che mi ha dato ad
un paese che mi ha dato tantissimo, consentendomi di acquisire competenze ed
esperienze importanti, di realizzarmi nella dimensione personale e professionale
e di credere in un futuro migliore del passato da lasciare alle mie figlie.
Lascio un incarico che avevo sognato da quando 30 anni fa incontrai per la prima
volta Stefano Rodotà e Giovanni Buttarelli che stavano lavorando a quella che
sarebbe diventata la prima legge italiana sulla protezione dei dati personali.
Lascio e vengo alle motivazioni di una scelta così tanto difficile,
principalmente per rispetto di quel sogno, quello di Stefano e quello di
Giovanni, ma anche delle tante donne, dei tanti uomini che con loro hanno dato
vita a quello che sarebbe poi diventato il garante per la protezione dei dati
personali. Un sogno che negli anni, ben prima di essere eletto, è diventato
anche il mio Pendere forte un diritto fragile e garbato come il diritto alla
privacy, un sogno reso possibile anche grazie al lavoro svolto da un’autorità
indipendente e autorevole, capace di garantirne promozione e protezione.
Quell’autorità che all’epoca muoveva i primi passi, poi cresciuta e diventata
una delle più prestigiose e rispettate autorità di protezione dei dati personali
al mondo, sta vivendo oggi uno dei momenti più difficili della sua trentennale
esistenza.
Un giorno che purtroppo non è oggi e non è vicino, ci si renderà conto e si
capirà che questo momento difficile dell’autorità non è dovuto ad errori o
omissioni di chi ci ha lavorato, di chi ci lavora, di chi continuerà a lavorarci
e non è dovuto per quel che mi riguarda a ciò che ho fatto o non ho fatto, fermo
restando naturalmente che fare meglio e fare di più è sempre possibile, ma è
dovuto a fattori estranei all’autorità e a patologie e derive di un sistema che,
dobbiamo dircelo, non ha ancora trovato un punto di equilibrio sostenibile tra
diritti, libertà e poteri tutti egualmente centrali e irrinunciabili nella vita
democratica del nostro paese. Ma proprio perché quel giorno non è oggi ed è
lontano, non lo si può sfortunatamente aspettare oltre.
Il Paese ha bisogno oggi di un garante per la protezione dei dati personali che
prima di avere autorità, abbia autorevolezza non solo effettiva ma anche
percepita. E le persone, a cominciare dal personale del garante hanno bisogno e
diritto a che niente sia lasciato di intentato, perché il garante riconquisti il
prima possibile quella fiducia percepita, senza la quale un diritto già fragile,
perché poco noto, poco noto nel suo valore ai più deboli e invece in viso ai più
forti è pressoché impossibile da promuovere e proteggere. È per questo, è solo
per questo che oggi ho deciso di fare un passo indietro. Lascio nell’assoluta
certezza di non avere, come ho già spiegato ieri in un video al quale mi limito
a rinviare, nessuna responsabilità in relazione alle contestazioni che mi
vengono mosse, anche se non c’è dubbio che restare sarebbe stata la scelta
eisticamente migliore, quella più comoda, forse quella più saggia, sarebbe anche
stata una scelta incompatibile con ciò in cui credo, con la mia storia, con il
mio modo di essere, di rispettare le istituzioni. Sono cresciuto in una famiglia
dove ho imparato che il senso dello Stato non si dichiara solo a parole, ma si
dimostra i fatti e io voglio poter insegnare anche con la forza dell’esempio gli
stessi principi e gli stessi valori alle mie figlie.
Il garante l’istituzione che ho servito negli ultimi 5 anni e mezzo e alla quale
sono visceralmente legato, viene prima di me e dei miei interessi. Benché sino
ieri abbia detto il contrario, la calma che segue anche da vicino, talvolta la
concitazione degli eventi oggi mi ha suggerito questa scelta in maniera
definitiva, ma se queste sono le motivazioni delle mie dimissioni, credo sia
importante condividere con la stessa trasparenza anche quelle che mi hanno dato
la forza di arrivare sin qui, di vederla diversamente qui. Ho detto e ho scritto
decine di volte dall’inizio di questa vicenda che considero giuste, considero
utili, considero democraticamente preziose sia l’inchiesta giornalistica che
quella giudiziaria che hanno interessato ed interessano il Garante e ne resto
convinto e però in tutta sincerità io non credo che in un sistema democratico
sano, solido, maturo, delle legittime inchieste giornalistiche e giudiziarie
debbano poter compromettere fino a questo punto, prima che qualsivoglia
specifica responsabilità sia accertata, il buon funzionamento di un’autorità
indipendente chiamata a promuovere e proteggere un diritto fondamentale, pietra
angolare della nostra democrazia e la responsabilità non credo onestamente sia
né dei giornalisti che fanno le inchieste né tantomeno dei giudici che fanno il
loro lavoro e adempiono ai loro doveri e alla legge, ma è nostra e delle
persone, dell’opinione pubblica, della società, di una parte dei media, non
quelli che fanno le inchieste, ma quelli che le raccontano in maniera critica e
sensazionalistica a caccia di lettori e di visualizzazioni, degli algoritmi dei
social network che amplificano i messaggi più radicali e sacrificano l’audience
di quelli più pagati e ponderati e di una parte della politica, quella con la P
minuscola, più a caccia di facile visibilità e di consenso che di riflessioni e
idee per migliorare la vita delle persone e le condizioni del paese.
Confesso che questo a me pare un enorme elemento di fragilità del nostro sistema
democratico che trascende evidentemente questa vicenda, ma sul quale credo sia
necessario interrogarsi con urgenza. Mi fermo qui, ma non prima di alcuni
necessari ringraziamenti. Il primo va alle donne e agli uomini dell’autorità,
senza i quali nulla del poco che spero di aver fatto sarebbe stato possibile.
Grazie poi alla mia segreteria, una squadra unica che auguro a chiunque di avere
a fianco. Un ringraziamento alla comunità internazionale dei garanti, delle
autorità di protezione dei dati personali, ai colleghi dello European Data
Protection Board, a quelli dello European Data Protection Supervisor, a quelli
della Global Privacy Assembly. Senza questa rete internazionale difendere la
privacy nella società globale nella quale viviamo sarebbe semplicemente
impossibile. Grazie ai colleghi del collegio, quali va il mio in bocca al lupo
per la prosecuzione del lavoro e a tutti i rappresentanti delle istituzioni
della società civile e dell’industria con i quali ho avuto il privilegio di
lavorare.
L’ultimo ringraziamento alla mia famiglia che ha pagato il prezzo più alto prima
della mia scelta di vivere il mio incarico come una missione per le mie essenze
e poi negli ultimi mesi per la sofferenza che le inchieste gi e l’indagine della
magistratura hanno loro inevitabilmente arrecato. Grazie per la pazienza, grazie
per la vicinanza, grazie per l’affetto. Arrivederci dalla stessa parte, quella
dei diritti, quella delle libertà, quella della democrazia, anche se con ruoli e
con responsabilità diversa”.
L'articolo Dimissioni di Guido Scorza, ecco il discorso di addio: “Preziose
l’inchiesta giornalistica e giudiziaria, non il sensazionalismo” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Si è dimesso Guido Scorza, il componente del collegio del Garante della Privacy
indagato insieme agli altri tre membri del collegio con l’accusa di peculato e
corruzione. Scorza avrebbe comunicato al Presidente, ai colleghi e al segretario
generale Luigi Montuori la sua decisione, invitando gli altri componenti a fare
lo stesso.
Scorza era stato nominato nel 2020 su indicazione dei Cinque Stelle, fu l’unico
membro del Collegio a non votare la famosa multa a Report da 150mila euro, da
cui è partita la slavina delle inchieste giornalistiche condotte da Rai e
Report.
E tuttavia è stato travolto lo stesso dall’inchiesta avviata da Report per la
sospetta contiguità tra il suo ruolo di Garante e il suo ex studio legale E-Lex,
che lui stesso aveva fondato, per via di pratiche e istruttorie da parte di
clienti dello studio presso il quale lavora la moglie.
“Ho deciso di fare un passo indietro – scrive sulla bacheca Fb – nell’interesse
dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali. Sono stati cinque
anni e mezzo bellissimi dalla parte giusta del mondo. Per ora grazie a tutte e a
tutti ma arrivederci dalla stessa parte, quella dei diritti, delle libertà e
della democrazia. In questo video le ragioni di una scelta difficile e
sofferta”.
L'articolo Garante, Guido Scorza si è dimesso. E invita gli altri a fare lo
stesso proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Lo diciamo da mesi: l’attuale collegio del Garante va completamente e
immediatamente sostituito. La credibilità dell’istituzione è ormai devastata e
la decisione dei componenti di voler rimanere al loro posto nonostante tutto è
un’offesa ai cittadini che hanno il diritto di potersi fidare del Garante della
Privacy”. Così Elisabetta Piccolotti (Avs) commenta le notizie riguardanti il
Garante che da stamane riempiono i media. L’esponente di Alleanza, Verdi e
Sinistra rilancia “la riforma dell’autorità e la sostituzione immediata del
collegio, senza aspettare dimissioni che anche stavolta non arriveranno”. Anche
Peppe De Cristofaro, capogruppo di Avs e presidente del gruppo Misto di Palazzo
Madama è su questa linea: “Da un’autorità indipendente, chiamata a tutelare i
diritti fondamentali dei cittadini, non possono esserci zone d’ombra
sull’amministrazione, sulla gestione dei viaggi e sulle spese. C’è un problema
enorme di credibilità istituzionale”.
Gli esponenti del Movimento 5 Stelle in commissione di vigilanza Rai – Dario
Carotenuto, Dolores Bevilacqua, Anna Laura Orrico, Gaetano Amato – entrano nei
dettagli dell’inchiesta: “Spese di rappresentanza e la mancata sanzione a Meta
per i Ray-Ban Stories sono solo uno degli elementi che da mesi mette in
discussione scelte e comportamenti del Collegio”. Anche i 5 Stelle chiedono le
dimissioni dell’intero Collegio.
Il giornalista Sigfrido Ranucci rivendica il merito di aver acceso i riflettori
con le puntate di Report: “Al centro delle inchieste ci sarebbero le spese di
rappresentanza del Collegio. le spese per la carne comprata dal presidente
Stanzione addebitate al Garante e la mancata sanzione di circa 40 milioni di
euro nei confronti di Meta per il primo modello di smart glasses
commercializzato dalla società di Mark Zuckerberg: i Ray-Ban Stories”.
L'articolo Inchiesta sul Garante, Avs e M5s chiedono le dimissioni del Collegio:
“Troppe zone d’ombra per una autorità indipendente” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Da quanto apprende il Fatto Quotidiano questa mattina su mandato della Procura
della Repubblica di Roma un nucleo ispettivo della Guardia di Finanza si è
recato nella sede del Garante della Privacy per acquisire documenti e stando a
indiscrezioni anche tabulati telefonici. Oggi scadeva infatti il termine per la
consegna di documentazione richiesta dalla Procura per la quale il Garante aveva
richiesto una proroga.
La natura della documentazione ancora non è chiara nello specifico ma è da
ricondurre alle inchieste condotte nei mesi scorsi da Report e dal Fatto oltre
che alle vicende che hanno allarmato i dipendenti e le parti sindacali, compresa
l’ipotesi di uno spionaggio ai loro danni per trovare le fonti dei giornalisti.
Il fascicolo è nelle mani dell’aggiunto Giuseppe De Falco. Sono stati eseguiti
sequestri, acquisizioni e si attende conferma sull’iscrizione di eventuali
indagati.
Articolo in aggiornamento
L'articolo Garante della Privacy, la Finanza nella sede di piazza Venezia:
acquisiti documenti e tabulati proviene da Il Fatto Quotidiano.