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Contratti attivati senza consenso, multa da 2 milioni ad Acea Energia per violazioni della privacy
Il Garante per la protezione dei dati personali ha inflitto una sanzione da 2 milioni di euro ad Acea Energia per gravi violazioni nel trattamento dei dati personali di oltre 1.200 clienti legate alla stipula di contratti per la fornitura di energia elettrica e gas. L’intervento dell’Autorità è arrivato dopo numerosi reclami presentati da utenti che denunciavano l’utilizzo di dati inesatti o non aggiornati per l’attivazione di forniture mai richieste. Molti clienti hanno raccontato di aver scoperto l’esistenza del contratto soltanto dopo aver ricevuto comunicazioni da parte della società sull’avvenuta attivazione della fornitura o addirittura solleciti di pagamento, pur sostenendo di non aver mai avuto alcun contatto con Acea, né di persona né a distanza. Alcuni reclami riguardavano anche il mancato o tardivo riscontro della società alle richieste di esercizio dei diritti previsti dalla normativa sulla privacy. Le verifiche condotte dal Garante, con ispezioni presso la sede della società, hanno accertato che i trattamenti contestati avvenivano attraverso società incaricate di procacciare nuovi clienti. Secondo l’Autorità, però, Acea non avrebbe esercitato un’adeguata vigilanza sull’operato di questi intermediari. L’istruttoria ha infatti evidenziato l’assenza di misure tecniche e organizzative sufficienti a prevenire eventuali utilizzi fraudolenti dei documenti raccolti dagli agenti porta a porta o dai partner commerciali. In alcuni casi gli operatori potevano acquisire i dati personali dei cittadini tramite dispositivi mobili, ad esempio fotografando i documenti di identità, e successivamente procedere all’attivazione delle forniture a loro insaputa, anche utilizzando firme apocrife. Il Garante ha inoltre giudicato inadeguato il sistema di controllo basato sui cosiddetti recall, le telefonate di verifica pensate per accertare la reale volontà del cliente di sottoscrivere il contratto. Oltre alla sanzione economica, l’Autorità ha ordinato ad Acea di adottare diverse misure correttive: tra queste l’introduzione di sistemi di alert per monitorare il rispetto delle procedure contrattuali da parte degli agenti, controlli periodici sull’esattezza dei dati raccolti e la definizione di tempi precisi per la conservazione delle informazioni dei clienti. L'articolo Contratti attivati senza consenso, multa da 2 milioni ad Acea Energia per violazioni della privacy proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il Garante si sveglia, dopo un esposto alla Procura di Roma, e multa Ita e Alitalia per 1,25 milioni di euro
Ci sono voluti più di due anni e mezzo di attesa, un’inchiesta giornalistica e, soprattutto, una denuncia depositata in Procura. Ma alla fine, il “miracolo” si è compiuto. Il Garante per la Privacy si è improvvisamente risvegliato dal suo torpore e ha calato una scure da 1,25 milioni di euro complessivi sulle teste di ITA Airways e Alitalia in Amministrazione Straordinaria. Il motivo? Un travaso illecito e massivo di dati personali dei dipendenti, avvenuto di nascosto e senza consenso, nei frenetici giorni del passaggio di consegne tra la vecchia e la nuova compagnia di bandiera. DALL’INERZIA AL RISVEGLIO IMPROVVISO La tempistica di questa decisione è quantomeno singolare e racconta molto dei palazzi romani. Tutto inizia il 18 luglio 2023, quando Antonio Amoroso, segretario nazionale della Cub Trasporti ed ex dipendente Alitalia, invia una segnalazione al Garante. Amoroso denunciava un fatto gravissimo: Alitalia aveva “consegnato” a ITA i fascicoli personali di tutti i dipendenti del comparto Aviation, completi di stipendi, carichi familiari e persino dettagli su vecchi contenziosi e reintegre giudiziarie. Per 853 giorni il reclamo è rimasto a prendere polvere nei cassetti dell’Authority guidata da Pasquale Stanzione. Un’inerzia palese, documentata dal Fatto Quotidiano nel novembre 2025, che faceva notare come il Garante fosse stato capace di sanzionare trasmissioni tv come Report in tempi record, ignorando invece il destino di migliaia di lavoratori. Davanti a questo muro di gomma, il 17 novembre 2025 il sindacato ha deciso di varcare la soglia della Procura della Repubblica di Roma, depositando un esposto contro le omissioni e i ritardi dell’Authority. Ebbene, a pochi mesi di distanza dall’articolo e dall’esposto, ecco il provvedimento numero 152 datato 4 marzo 2026: 1 milione di euro di multa a Ita e 250mila euro ad Alitalia. IL TRAVASO ILLECITO: CONTINUITÀ MASCHERATA DA DISCONTINUITÀ Leggendo le 38 pagine dell’ordinanza ingiunzione, emerge chiaramente il cortocircuito legale in cui si sono infilate le due compagnie. Per assecondare i diktat della Commissione Europea e aggirare l’articolo 2112 del Codice Civile (che avrebbe imposto il passaggio automatico di tutti i lavoratori con il mantenimento dei diritti acquisiti), ITA e Alitalia hanno formalmente sostenuto la tesi della totale “discontinuità” aziendale. Ma se le due aziende erano davvero due entità estranee e distinte, a che titolo Alitalia ha aperto i propri archivi informatici (tramite una cartella SharePoint condivisa) fornendo a ITA l’accesso ai dati di tutti i suoi dipendenti dell’Aviation, ben prima che questi si candidassero per un posto? Il Garante ha smontato le difese delle società, certificando che quel trattamento è avvenuto in totale “assenza di una base giuridica” e senza aver informato i diretti interessati. Non essendoci (formalmente) una cessione di ramo d’azienda in continuità, Alitalia non aveva alcun obbligo di legge per consegnare quei dati, e ITA non aveva alcun diritto di spulciarli. LA BEFFA DEL TEMPO PERSO E LA NUOVA BATTAGLIA PER I RISARCIMENTI La sanzione milionaria inflitta dal Garante è una vittoria per il sindacato, ma ha un sapore amaro. L’inerzia durata oltre 1000 giorni non è stata neutra. Mentre il fascicolo giaceva negli uffici dell’Authority, il tempo è scaduto: la cassa integrazione è finita e sono partite le lettere di licenziamento per i dipendenti rimasti in Alitalia. Se il Garante fosse intervenuto tempestivamente, dichiarando subito l’illiceità di quel passaggio di dati, i lavoratori avrebbero avuto da subito in mano una “pistola fumante”: la prova provata che tra Alitalia e ITA c’era un travaso diretto e occulto di informazioni gestionali, ovvero una vera e propria continuità aziendale nei fatti, nonostante la discontinuità sbandierata sulla carta. Questa prova avrebbe potuto cambiare fin dall’inizio l’esito delle cause di lavoro, evitando il licenziamento di massa e sarebbero tornati al loro lavoro. Ora lo scenario cambia di nuovo. Con l’ordinanza del Garante nero su bianco, che certifica l’illecito passaggio di dati che ha condizionato le assunzioni, si valuta un’azione legale mastodontica. Almeno 2.000 ex lavoratori, privati per oltre due anni di una carta fondamentale per salvare il proprio posto di lavoro a causa dei ritardi del Garante, ora – in attesa che si pronunci la Cassazione dove pendono già i loro ricorsi – preparano le cause per chiedere il risarcimento dei danni subiti. Il “miracolo” romano potrebbe costare molto caro. La Cub Trasporti ritiene importante questo pronunciamento che è al vaglio dei legali che patrocinano, per conto della stessa O.S., le cause contro il mancato trasferimento di tutti i dipendenti del ramo aviation di Alitalia Sai in A.S. in ITA. Tali contenziosi presto saranno valutati dalla Corte di Cassazione. “Importante sarà anche il pronunciamento della Corte di Giustizia Europea a cui è approdato, grazie alla decisione di un Giudice del Tribunale di Roma, il tema dei mancati trasferimenti. “È altresì evidente che si valuteranno gli estremi per richiedere un risarcimento del danno prodotto da tale illegittimo passaggio dei dati del personale AZ e che ha anche condizionato le selezioni effettuate dalla newCo, all’epoca interamente in mano al MEF”. L'articolo Il Garante si sveglia, dopo un esposto alla Procura di Roma, e multa Ita e Alitalia per 1,25 milioni di euro proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La carriera dei fratelli Luciani con la benedizione della Destra: Riccardo direttore della Quadriennale, Cristiana dirigente del Garante della Privacy
“Posso registrare la chiamata?”. Riccardo Luciani non si fida, forse teme l’imboscata. È appena diventato direttore generale della Quadriennale di Roma, la fondazione che organizza uno dei principali eventi di arte contemporanea in Italia insieme alla Biennale di Venezia e alla Triennale di Milano. L’incarico vale circa 125 mila euro l’anno. La famiglia Sbardella fa carriera, ma fa anche notizia. La Procura di Roma indaga sul concorso che nel 2025 ha promosso sua sorella Cristiana Luciani, moglie del deputato di Fratelli d’Italia Luca Sbardella, a dirigente del Garante della Privacy. Pochi giorni dopo Il Fatto apprende che anche suo fratello Riccardo, cognato del parlamentare, ha compiuto un deciso salto di carriera. Una vicenda estranea a qualsiasi inchiesta e dunque senza legami con le indagini sull’Autorità, ma la coincidenza non è sfuggita a molti. Tanto che indiscrezioni parlavano di un incarico fiduciario su indicazione del ministro Giuli, visto che la Fondazione è partecipata dal ministero della Cultura, dalla Regione Lazio, dal Comune di Roma e dalla Camera di Commercio di Roma. Lo stesso Luciani – contattato dal Fatto – precisa che non è così: “Ho partecipato a un bando scaduto lo scorso ottobre. Addirittura, da statuto, la fondazione potrebbe scegliere il direttore con nomina del Cda. Invece per questa procedura è stata prevista una doppia commissione: una esterna per lo screening dei curricula e un colloquio orale, cosa che non era nemmeno prevista dallo statuto”. Ma forse la strada era obbligata: senza bando sarebbe stata lastricata di accuse di “amichettismo” a destra. L’ascesa di Luciani comincia nel 2019 – quando al governo c’era il centrosinistra – con l’assunzione a tempo indeterminato in Ales, la società di servizi del ministero della Cultura. Dopo il passaggio nel 2023 al gabinetto dell’allora ministro Gennaro Sangiuliano, la svolta arriva nel 2024 con l’arrivo del nuovo presidente di Ales Fabio Tagliaferri – molto vicino ad Arianna Meloni – di cui il cognato di Sbardella diventa capo segreteria. Nel frattempo Luciani era già stato nominato dal presidente della Regione Lazio Francesco Rocca commissario della riserva naturale “Nazzano Tevere Farfa”, incarico che diventerà presidenza nell’ottobre 2025. Una militanza antica quella dei Luciani nella destra italiana. Riccardo e Cristiana sono figli di Antonio Luciani, a lungo primario di cardiologia a Tivoli e anima locale di Casa Pound. Un’appartenenza politica che, unita alla parentela acquisita, fa sorgere interrogativi su possibili “spinte”. Ma Luciani respinge ogni accusa di favoritismo: “La mia militanza nasce pure qualche anno prima, a Tivoli. Luca Sbardella l’ho conosciuto nel ’98 quando si è fidanzato con mia sorella. Nella mia vita lavorativa non è stato minimamente influente, anzi”. Fatto sta che a soli 23 anni Riccardo aveva già un contratto a tempo determinato nella segreteria di presidenza della Commissione Ambiente e Territorio della Camera dei deputati, allora guidata dall’ex missino Pietro Armani. Due anni dopo lo stage al Parlamento europeo. Tra il 2008 e il 2010 lavora al Consiglio regionale del Lazio, poi assessore alla Cultura del Comune di Tivoli. Sotto il profilo culturale parlano le sue pubblicazioni per “Idrovolante edizioni”, tra cui “L’altro Turati, Storia di Augusto, segretario del PNF”. “Ma ho anche un master in gestione dei Beni Culturali”, protesta. A quanto pare Riccardo ha imparato anche a dare una bella “ripulita” al proprio passato lavorativo. Nella versione più datata del suo cv, aggiornata al 2016, emerge un percorso eclettico e lontano dalle sfere culturali e istituzionali: tra il 2008 e il 2013 Luciani è titolare della “Sibilla Clean Service”, una ditta di lavaggio e noleggio biancheria per ristoranti e alberghi; nel 2008 compare su Raiuno come assistente dello chef Fabio Campoli; nel 2014 lavora come restaurant manager per un locale e come sales manager per forniture a B&B di lusso; dal 2015 ha un contratto a tempo indeterminato in un servizio di help desk tecnico per conto di Sogei. Nel “nuovo” curriculum, datato 20 ottobre 2025 e aggiornato per il bando alla Quadriennale, spariscono lavanderie e ristoranti. “Ho solo cercato di caratterizzare un curriculum amministrativo, dando la priorità a quelle esperienze”. Resta un profilo istituzionale e accademico che culmina con un incarico di docenza sulla sicurezza sul lavoro tra il 2021 e il 2022. Campo in cui amici, figli, cognati e Fratelli d’Italia possono vantare parecchia esperienza. L'articolo La carriera dei fratelli Luciani con la benedizione della Destra: Riccardo direttore della Quadriennale, Cristiana dirigente del Garante della Privacy proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cronaca
Fratelli d'Italia
Garante della Privacy
Procura di Roma
Garante della privacy, ora s’indaga anche sull’assunzione della moglie del deputato Sbardella (Fdi)
La procura di Roma ha aperto un nuovo fronte nell’inchiesta sul Garante della Privacy e sulle spese sostenute dal collegio che lo dirige. Questa mattina la Guardia di Finanza ha notificato un ordine di esibizione presso la sede dell’Authority chiedendo i documenti relativi all’assunzione di Cristina Luciani, moglie di Luca Sbardella, deputato di Fratelli d’Italia. Luciani risulta dirigente dell’Authority a partire dal 1º gennaio 2025, così come è indicato sul sito internet del garante. Dell’Inchiesta si era avuta notizia il 15 gennaio scorso quando gli uomini del Nucleo di polizia Economico Finanziaria di Roma avevano compiuto un blitz presso la sede del Garante della Privacy in piazza Venezia. Su mandato della Procura di Roma coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe De Falco le Fiamme Gialle avevano eseguito sequestri di tabulati, telefoni cellulari, computer e documentazione sui rimborsi e sulle spese. Tutti i membri del collegio sono ufficialmente indagati: il presidente Pasquale Stanzione, Ginevra Cerrina Feroni, Agostino Ghiglia e Guido Scorza, che si è poi dimesso dall’incarico. Per i quattro le accuse sono a vario titolo di peculato, uso privato di beni pubblici, e corruzione. L'articolo Garante della privacy, ora s’indaga anche sull’assunzione della moglie del deputato Sbardella (Fdi) proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giustizia
Garante della Privacy
Audio Sangiuliano su Report, lo schiaffo del tribunale al Garante: annullata la multa da 150mila euro
Report aveva il diritto di pubblicare quegli audio, la multa da 150mila euro è annullata. Il 22 gennaio scorso il Tribunale Ordinario di Roma (Sezione Diritti della Persona) ha emesso una sentenza che segna la svolta sull’intera vicenda e una sconfitta giudiziaria pesantissima per l’Autorità Garante della Privacy. L’oggetto del contendere è il ricorso presentato dalla Rai contro il provvedimento n. 621 del 23 ottobre 2025 con cui il Garante aveva sanzionato la trasmissione per la messa in onda (l’8 dicembre 2024) dell’audio tra l’ex Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano e la moglie Federica Corsini, nei quali si discuteva della revoca della nomina di Maria Rosaria Boccia. Il Tribunale accoglie il ricorso e annulla la sanzione. Le motivazioni del giudice Corrado Bile si basano su due pilastri fondamentali, uno di merito (libertà di stampa) e uno procedurale (tempi scaduti). Il giudice smonta la tesi del Garante secondo cui la diffusione di quei colloqui privati violava la privacy senza aggiungere nulla alla notizia. La sentenza stabilisce che la conversazione, pur essendo privata, aveva una “sostanziale rilevanza pubblica” perché svelava come le decisioni istituzionali (la nomina o meno di una consulente ministeriale) fossero influenzate da “questioni di natura squisitamente personale” e dalle richieste della moglie del Ministro. La diffusione dell’audio originale era necessaria per “veicolare il dato storico nella sua immediatezza” ed evitare il sospetto di ricostruzioni faziose da parte del giornalista. Viene ribadito che il giornalismo d’inchiesta gode di ampia tutela e che la privacy cede il passo quando la notizia è essenziale per la formazione dell’opinione pubblica. Il Tribunale accoglie anche l’eccezione procedurale: il Garante ha impiegato troppo tempo per sanzionare. Viene sancito che il termine di 9 mesi per la conclusione del procedimento (art. 143 Codice Privacy) è perentorio e non ordinatorio. Il giudice afferma che il mancato rispetto dei tempi pone l’Autorità in una “posizione ingiustificatamente privilegiata” e lesiva del diritto di difesa. Poiché il provvedimento è arrivato oltre i termini di legge, la sanzione decade anche per questo motivo formale. In conclusione, la sentenza stabilisce che Report aveva il diritto di pubblicare quegli audio e che l’azione sanzionatoria del Garante è stata sia infondata nel merito che tardiva nella procedura. Il Garante è condannato a pagare le spese legali. L'articolo Audio Sangiuliano su Report, lo schiaffo del tribunale al Garante: annullata la multa da 150mila euro proviene da Il Fatto Quotidiano.
Politica
Report
Garante della Privacy
Sigfrido Ranucci
Garante privacy, cosa succede ora sul fronte giudiziario? C’è un fatto importante su cui riflettere
La notizia è oramai nota. Il Collegio del Garante Privacy è stato investito da una burrasca mediatica che si è trasformata il 15 gennaio anche in una tempesta giudiziaria, attraverso l’avvio di un procedimento penale con capi di imputazione provvisori, a carico dei componenti del Collegio, di peculato ( per le spese “pazze”) e di corruzione (per presunti favoritismi nell’emissione o, all’opposto, di omissione di provvedimenti). Nel frattempo il membro del Collegio, Guido Scorza, ha rassegnato le proprie dimissioni. Ma ora cosa potrà accadere dal punto di vista giudiziario? Il procedimento ha debuttato con l’adozione di misure cautelari reali di sequestro, conseguenti a perquisizione. La prima – e più ovvia – cosa e che gli indagati avranno presentato una richiesta di riesame della misura cautelare reale (cioè dei dispositivi, pc, telefoni, documenti) reperiti nel corso della perquisizione presso gli Uffici del garante e le abitazioni private, lamentando l’inesistenza dei presupposti per procedere alla misura. E’ una mossa che si adotta sempre in questo caso, anche se non vi sono i presupposti per farlo, perché in questo modo il Pubblico Ministero ha l’obbligo di trasmettere gli atti su cui si fondano le indagini, al Tribunale della libertà (del Riesame), in tempi brevissimi, consentendo agli indagati di poter accedere agli atti che altrimenti sarebbero disponibili dopo molti mesi solo a fine indagine. In proposito si adotta la formula della “richiesta di riesame con riserva di motivi”. Una volta avuto accesso agli atti, si formulerà l’impugnazione vera e propria ed il Tribunale, ed eventualmente la Corte di Cassazione, potranno confermare o revocare il sequestro. Si parla di un periodo temporale di due settimane (tenendo presenti gli impegni del Tribunale di Roma) massimo. Nel caso specifico del Garante c’è un fatto importante su cui però riflettere. Poiché i componenti del Garante, con l’eccezione di Scorza, hanno deciso in blocco di rimanere al loro posto, si verificherà la situazione in cui il Collegio, ovvero l’organo sovraordinato, che intende proseguire le proprie funzioni, verrà a conoscere, e a poter concretamente operare, nel bene e nel male, nei confronti dei dipendenti che sono stati ascoltati dalla Procura di Roma, con i rischi per i lavoratori che non è difficile immaginare. Sono questi i motivi tra gli altri che, in presenza di ipotesi di reati contro le pubbliche amministrazioni, consigliano di solito i vertici nel fare un passo indietro, anche al fine di evitare che maturino, magari inconsapevolmente, i presupposti per l’applicazione di misure più gravi quali le misure coercitive personali della custodia cautelare o, per i reati specifici contestati, la sospensione dall’esercizio delle funzioni del pubblico ufficiale, disposta dal pubblico Ministero in base all’art 289 del codice di procedura penale. In casi come questi la formula di compromesso per non fare un definitivo passo indietro è l’auto-sospensione, seguita dall’assoluta mancanza di contatti con gli altri co-indagati, e, elemento imprescindibile il silenzio degli indagati, inteso come contegno necessario per poter raggiungere poi l’obiettivo di superare questa delicatissima fase processuale. Successivamente, quando il procedimento verrà definitivamente incardinato, ed i capi di imputazione diverranno definitivi, si potrà passare ad una difesa nel merito, che a quanto filtra da alcune ipotesi riportate dalla stampa, si concentrerebbe preliminarmente, sulla natura di spese “autorizzate”, quanto alle accuse di peculato, sulla genericità delle imputazioni quanto all’accusa di corruzione, e sull’acquisizione di documenti e testimonianze (in senso tecnico nel corso dell’inchiesta giornalistica) avvenute al di fuori dei meccanismi di acquisizione delle fonti di prova previste dal codice di procedura penale. Come questo stato di cose, soprattutto dal punto di vista della continuità amministrativa possa adattarsi al lavoro di un organo istituzionale di quel rilievo, ai rapporti che devono intercorrere tra i dipendenti e i componenti del Collegio, alla tutela dei cittadini e come questo possa garantire una qualche forma di “sopravvivenza” dell’organo, prima della naturale scadenza del 2027, è una domanda che dovrebbero porsi tutti coloro che sono coinvolti in questa vicenda, e che sembrano invece in tutt’altro affaccendati. L'articolo Garante privacy, cosa succede ora sul fronte giudiziario? C’è un fatto importante su cui riflettere proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Dimissioni di Guido Scorza, ecco il discorso di addio: “Preziose l’inchiesta giornalistica e giudiziaria, non il sensazionalismo”
Dopo aver interloquito con i suoi colleghi e funzionari del Garante, Guido Scorza affida a un video sulla sua pagina Facebook il racconto delle motivazioni per cui la sera del 17 gennaio si è dimesso dal suo incarico dopo cinque anni. Motivazione che vanno dall’assunzione di responsabilità verso l’istituzione, ma negando di averne rispetto alle accuse che gli vengono mosse. Pur riconoscendo l’importanza delle inchieste giornalistiche e del lavoro della magistratura, chiama in causa non chi fa le inchieste ma “quelli che le raccontano in maniera critica e sensazionalistica a caccia di lettori e di visualizzazioni, degli algoritmi dei social network che amplificano i messaggi più radicali e sacrificano l’audience di quelli più ponderati e di una parte della politica, quella con la P minuscola, più a caccia di facile visibilità e di consenso che di riflessioni e idee per migliorare la vita delle persone e le condizioni del paese”. Ecco il testo del suo discorso con le ragioni del “passo indietro”. “Prima la notizia e poi le motivazioni e i commenti. Ho appena trasmesso al presidente, al segretario generale del garante per la protezione dei dati personali le mie dimissioni irrevocabili da componente del collegio. Ho deciso di fare un passo indietro. Credo si tratti di una decisione giusta e necessaria nell’interesse dell’istituzione. Non ho nessuna remora, né imbarazzo nel confessare che è stata una delle decisioni più sofferte della mia vita. Lascio, ne sono convinto, uno dei lavori più belli che a una persona possa capitare. Lascio un lavoro che ho fatto con più determinazione e passione di qualsiasi altro fatto sin qui. Lascio un lavoro che non ho mai considerato tale, ma invece una missione civile prima che professionale e istituzionale. Un’occasione unica di fare nel mio piccolo la mia parte per promuovere e difendere un diritto che non è mai stato tanto centrale e irrinunciabile nella vita delle persone e della società. Una missione alla quale ho dedicato ogni giorno degli ultimi 5 anni. Lascio un incarico che per me ha sempre rappresentato anche un modo per restituire almeno parte di ciò che mi ha dato ad un paese che mi ha dato tantissimo, consentendomi di acquisire competenze ed esperienze importanti, di realizzarmi nella dimensione personale e professionale e di credere in un futuro migliore del passato da lasciare alle mie figlie. Lascio un incarico che avevo sognato da quando 30 anni fa incontrai per la prima volta Stefano Rodotà e Giovanni Buttarelli che stavano lavorando a quella che sarebbe diventata la prima legge italiana sulla protezione dei dati personali. Lascio e vengo alle motivazioni di una scelta così tanto difficile, principalmente per rispetto di quel sogno, quello di Stefano e quello di Giovanni, ma anche delle tante donne, dei tanti uomini che con loro hanno dato vita a quello che sarebbe poi diventato il garante per la protezione dei dati personali. Un sogno che negli anni, ben prima di essere eletto, è diventato anche il mio Pendere forte un diritto fragile e garbato come il diritto alla privacy, un sogno reso possibile anche grazie al lavoro svolto da un’autorità indipendente e autorevole, capace di garantirne promozione e protezione. Quell’autorità che all’epoca muoveva i primi passi, poi cresciuta e diventata una delle più prestigiose e rispettate autorità di protezione dei dati personali al mondo, sta vivendo oggi uno dei momenti più difficili della sua trentennale esistenza. Un giorno che purtroppo non è oggi e non è vicino, ci si renderà conto e si capirà che questo momento difficile dell’autorità non è dovuto ad errori o omissioni di chi ci ha lavorato, di chi ci lavora, di chi continuerà a lavorarci e non è dovuto per quel che mi riguarda a ciò che ho fatto o non ho fatto, fermo restando naturalmente che fare meglio e fare di più è sempre possibile, ma è dovuto a fattori estranei all’autorità e a patologie e derive di un sistema che, dobbiamo dircelo, non ha ancora trovato un punto di equilibrio sostenibile tra diritti, libertà e poteri tutti egualmente centrali e irrinunciabili nella vita democratica del nostro paese. Ma proprio perché quel giorno non è oggi ed è lontano, non lo si può sfortunatamente aspettare oltre. Il Paese ha bisogno oggi di un garante per la protezione dei dati personali che prima di avere autorità, abbia autorevolezza non solo effettiva ma anche percepita. E le persone, a cominciare dal personale del garante hanno bisogno e diritto a che niente sia lasciato di intentato, perché il garante riconquisti il prima possibile quella fiducia percepita, senza la quale un diritto già fragile, perché poco noto, poco noto nel suo valore ai più deboli e invece in viso ai più forti è pressoché impossibile da promuovere e proteggere. È per questo, è solo per questo che oggi ho deciso di fare un passo indietro. Lascio nell’assoluta certezza di non avere, come ho già spiegato ieri in un video al quale mi limito a rinviare, nessuna responsabilità in relazione alle contestazioni che mi vengono mosse, anche se non c’è dubbio che restare sarebbe stata la scelta eisticamente migliore, quella più comoda, forse quella più saggia, sarebbe anche stata una scelta incompatibile con ciò in cui credo, con la mia storia, con il mio modo di essere, di rispettare le istituzioni. Sono cresciuto in una famiglia dove ho imparato che il senso dello Stato non si dichiara solo a parole, ma si dimostra i fatti e io voglio poter insegnare anche con la forza dell’esempio gli stessi principi e gli stessi valori alle mie figlie. Il garante l’istituzione che ho servito negli ultimi 5 anni e mezzo e alla quale sono visceralmente legato, viene prima di me e dei miei interessi. Benché sino ieri abbia detto il contrario, la calma che segue anche da vicino, talvolta la concitazione degli eventi oggi mi ha suggerito questa scelta in maniera definitiva, ma se queste sono le motivazioni delle mie dimissioni, credo sia importante condividere con la stessa trasparenza anche quelle che mi hanno dato la forza di arrivare sin qui, di vederla diversamente qui. Ho detto e ho scritto decine di volte dall’inizio di questa vicenda che considero giuste, considero utili, considero democraticamente preziose sia l’inchiesta giornalistica che quella giudiziaria che hanno interessato ed interessano il Garante e ne resto convinto e però in tutta sincerità io non credo che in un sistema democratico sano, solido, maturo, delle legittime inchieste giornalistiche e giudiziarie debbano poter compromettere fino a questo punto, prima che qualsivoglia specifica responsabilità sia accertata, il buon funzionamento di un’autorità indipendente chiamata a promuovere e proteggere un diritto fondamentale, pietra angolare della nostra democrazia e la responsabilità non credo onestamente sia né dei giornalisti che fanno le inchieste né tantomeno dei giudici che fanno il loro lavoro e adempiono ai loro doveri e alla legge, ma è nostra e delle persone, dell’opinione pubblica, della società, di una parte dei media, non quelli che fanno le inchieste, ma quelli che le raccontano in maniera critica e sensazionalistica a caccia di lettori e di visualizzazioni, degli algoritmi dei social network che amplificano i messaggi più radicali e sacrificano l’audience di quelli più pagati e ponderati e di una parte della politica, quella con la P minuscola, più a caccia di facile visibilità e di consenso che di riflessioni e idee per migliorare la vita delle persone e le condizioni del paese. Confesso che questo a me pare un enorme elemento di fragilità del nostro sistema democratico che trascende evidentemente questa vicenda, ma sul quale credo sia necessario interrogarsi con urgenza. Mi fermo qui, ma non prima di alcuni necessari ringraziamenti. Il primo va alle donne e agli uomini dell’autorità, senza i quali nulla del poco che spero di aver fatto sarebbe stato possibile. Grazie poi alla mia segreteria, una squadra unica che auguro a chiunque di avere a fianco. Un ringraziamento alla comunità internazionale dei garanti, delle autorità di protezione dei dati personali, ai colleghi dello European Data Protection Board, a quelli dello European Data Protection Supervisor, a quelli della Global Privacy Assembly. Senza questa rete internazionale difendere la privacy nella società globale nella quale viviamo sarebbe semplicemente impossibile. Grazie ai colleghi del collegio, quali va il mio in bocca al lupo per la prosecuzione del lavoro e a tutti i rappresentanti delle istituzioni della società civile e dell’industria con i quali ho avuto il privilegio di lavorare. L’ultimo ringraziamento alla mia famiglia che ha pagato il prezzo più alto prima della mia scelta di vivere il mio incarico come una missione per le mie essenze e poi negli ultimi mesi per la sofferenza che le inchieste gi e l’indagine della magistratura hanno loro inevitabilmente arrecato. Grazie per la pazienza, grazie per la vicinanza, grazie per l’affetto. Arrivederci dalla stessa parte, quella dei diritti, quella delle libertà, quella della democrazia, anche se con ruoli e con responsabilità diversa”. L'articolo Dimissioni di Guido Scorza, ecco il discorso di addio: “Preziose l’inchiesta giornalistica e giudiziaria, non il sensazionalismo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Politica
Garante della Privacy
Guido Scorza
Stefano Rodotà
Garante, Guido Scorza si è dimesso. E invita gli altri a fare lo stesso
Si è dimesso Guido Scorza, il componente del collegio del Garante della Privacy indagato insieme agli altri tre membri del collegio con l’accusa di peculato e corruzione. Scorza avrebbe comunicato al Presidente, ai colleghi e al segretario generale Luigi Montuori la sua decisione, invitando gli altri componenti a fare lo stesso. Scorza era stato nominato nel 2020 su indicazione dei Cinque Stelle, fu l’unico membro del Collegio a non votare la famosa multa a Report da 150mila euro, da cui è partita la slavina delle inchieste giornalistiche condotte da Rai e Report. E tuttavia è stato travolto lo stesso dall’inchiesta avviata da Report per la sospetta contiguità tra il suo ruolo di Garante e il suo ex studio legale E-Lex, che lui stesso aveva fondato, per via di pratiche e istruttorie da parte di clienti dello studio presso il quale lavora la moglie. “Ho deciso di fare un passo indietro – scrive sulla bacheca Fb – nell’interesse dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali. Sono stati cinque anni e mezzo bellissimi dalla parte giusta del mondo. Per ora grazie a tutte e a tutti ma arrivederci dalla stessa parte, quella dei diritti, delle libertà e della democrazia. In questo video le ragioni di una scelta difficile e sofferta”. L'articolo Garante, Guido Scorza si è dimesso. E invita gli altri a fare lo stesso proviene da Il Fatto Quotidiano.
Politica
Garante della Privacy
Inchiesta sul Garante, Avs e M5s chiedono le dimissioni del Collegio: “Troppe zone d’ombra per una autorità indipendente”
“Lo diciamo da mesi: l’attuale collegio del Garante va completamente e immediatamente sostituito. La credibilità dell’istituzione è ormai devastata e la decisione dei componenti di voler rimanere al loro posto nonostante tutto è un’offesa ai cittadini che hanno il diritto di potersi fidare del Garante della Privacy”. Così Elisabetta Piccolotti (Avs) commenta le notizie riguardanti il Garante che da stamane riempiono i media. L’esponente di Alleanza, Verdi e Sinistra rilancia “la riforma dell’autorità e la sostituzione immediata del collegio, senza aspettare dimissioni che anche stavolta non arriveranno”. Anche Peppe De Cristofaro, capogruppo di Avs e presidente del gruppo Misto di Palazzo Madama è su questa linea: “Da un’autorità indipendente, chiamata a tutelare i diritti fondamentali dei cittadini, non possono esserci zone d’ombra sull’amministrazione, sulla gestione dei viaggi e sulle spese. C’è un problema enorme di credibilità istituzionale”. Gli esponenti del Movimento 5 Stelle in commissione di vigilanza Rai – Dario Carotenuto, Dolores Bevilacqua, Anna Laura Orrico, Gaetano Amato – entrano nei dettagli dell’inchiesta: “Spese di rappresentanza e la mancata sanzione a Meta per i Ray-Ban Stories sono solo uno degli elementi che da mesi mette in discussione scelte e comportamenti del Collegio”. Anche i 5 Stelle chiedono le dimissioni dell’intero Collegio. Il giornalista Sigfrido Ranucci rivendica il merito di aver acceso i riflettori con le puntate di Report: “Al centro delle inchieste ci sarebbero le spese di rappresentanza del Collegio. le spese per la carne comprata dal presidente Stanzione addebitate al Garante e la mancata sanzione di circa 40 milioni di euro nei confronti di Meta per il primo modello di smart glasses commercializzato dalla società di Mark Zuckerberg: i Ray-Ban Stories”. L'articolo Inchiesta sul Garante, Avs e M5s chiedono le dimissioni del Collegio: “Troppe zone d’ombra per una autorità indipendente” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Garante della Privacy, la Finanza nella sede di piazza Venezia: acquisiti documenti e tabulati
Da quanto apprende il Fatto Quotidiano questa mattina su mandato della Procura della Repubblica di Roma un nucleo ispettivo della Guardia di Finanza si è recato nella sede del Garante della Privacy per acquisire documenti e stando a indiscrezioni anche tabulati telefonici. Oggi scadeva infatti il termine per la consegna di documentazione richiesta dalla Procura per la quale il Garante aveva richiesto una proroga. La natura della documentazione ancora non è chiara nello specifico ma è da ricondurre alle inchieste condotte nei mesi scorsi da Report e dal Fatto oltre che alle vicende che hanno allarmato i dipendenti e le parti sindacali, compresa l’ipotesi di uno spionaggio ai loro danni per trovare le fonti dei giornalisti. Il fascicolo è nelle mani dell’aggiunto Giuseppe De Falco. Sono stati eseguiti sequestri, acquisizioni e si attende conferma sull’iscrizione di eventuali indagati. Articolo in aggiornamento L'articolo Garante della Privacy, la Finanza nella sede di piazza Venezia: acquisiti documenti e tabulati proviene da Il Fatto Quotidiano.
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