Negli ultimi anni la parola deglobalizzazione è diventata una scorciatoia
narrativa tanto comoda quanto pericolosa: l’idea che il mondo stia tornando
indietro verso economie chiuse e catene produttive domestiche. Ma, a guardare
bene, questa lettura è fuorviante: non stiamo assistendo alla fine della
globalizzazione, bensì a una sua ricomposizione, ossia un riassetto delle
interdipendenze, guidato soprattutto dalla distribuzione globalizzata delle
catene del valore (Global Value Chains, GVC) e dall’impossibilità economica,
tecnica e politica di riportarle principalmente dentro i confini nazionali.
Se la deglobalizzazione fosse un processo reale e strutturale, vedremmo almeno
tre segnali robusti e persistenti: contrazione durevole del commercio
internazionale, non solo rallentamenti ciclici; ritiro stabile degli
investimenti transfrontalieri in attività produttive (non solo riallocazioni);
accorciamento generalizzato delle filiere, con sostituzione domestica degli
input e riduzione delle reti fornitrici.
Certo, è ancora presto per questo, ma intanto i dati e le analisi convenzionali
più recenti raccontano altro: il commercio globale mostra capacità di resistenza
e di adattamento rispetto ai terremoti politici in atto. Questo non significa
che le multinazionali e i relativi investimenti non stiano subendo conseguenze,
ma la reazione non è la “chiusura”, ovvero il “ritiro”, bensì una
riorganizzazione e diversificazione delle filiere su larga scala.
L’Unctad descrive il 2024 come un anno di espansione record del commercio
mondiale, trainato dai servizi. Riguardo agli Investimenti Diretti Esteri,
sebbene l’Unctad sempre nello stesso anno ne segnali un calo, questo non indica
un “ritorno all’autarchia” quanto una riorganizzazione e ricomposizione per aree
e settori, con divergenze regionali.
In altri termini, le imprese e gli Stati non stanno abbandonando le filiere
internazionali ma cercano di ridurre rischi (concentrazione, dipendenze
critiche, vulnerabilità geopolitiche) reindirizzando flussi e investimenti verso
paesi “affini” o più vicini.
Basti pensare che le catene produttive moderne sono il frutto di decenni di
specializzazione, standardizzazione, logistica avanzata e divisione
internazionale del lavoro. In moltissimi settori gli input critici sono prodotti
in pochi paesi, la manifattura è modulare e distribuita, la progettazione, il
software e la proprietà intellettuale viaggiano separati dall’assemblaggio, il
valore è “scomposto” tra più giurisdizioni e società (con effetti anche fiscali
e regolatori). Ragione per cui dati ancor più recenti, in particolare quelli
relativi al primo semestre del 2025, mostrano non solo diversi segni negativi
sugli Investimenti Diretti Esteri ma anche andamenti contrastanti che non
consentono di trarre delle conclusioni più o meno significative per un fenomeno
nel pieno della sua manifestazione, spinto anche dalle trasformazioni indotte
dalla nuova industria tecnologica dell’IA.
Ciascuna potenza mondiale sta giocando le proprie carte, mosse e contromosse
sono in corso di evoluzione e la riallocazione del capitale privato dipende e
dipenderà principalmente da questo.
Ciò che deve preoccupare è che tanto maggiore è l’eterogeneità degli interventi
dei governi, tanto maggiore è il rischio che un riassetto delle catene di
produzione globale produca crisi sistemiche, paradossalmente non soltanto nei
paesi meno “accomodanti”.
Le scelte dei governi saranno probabilmente, o meglio necessariamente, sempre
più polarizzate. Da un lato verso un maggiore controllo pubblico dell’economia e
un ridimensionamento del potere del capitale straniero come sta accadendo in
Cina, basti pensare alla riforma del 2020 sul controllo delle holding nei
settori strategici pur mantenendo l’apertura agli investimenti esteri. Il
governo Usa sta invece seguendo la direzione di un allentamento dei vincoli
regolatori sull’economia interna, mentre riguardo al commercio estero tenta di
favorire gli interessi statunitensi non interferendo direttamente sulla
proprietà privata ma con leve strategiche “esterne” come i dazi.
Questa polarizzazione sta mettendo a dura prova la governance politica europea.
Negli ultimi anni i burocrati di Bruxelles hanno lavorato – si potrebbe dire
ossessivamente – per portare a regime un sistema di regole molto dettagliato sul
funzionamento e sul controllo delle grandi aziende, con la previsione di sistemi
di monitoraggio dall’enorme valore politico. A ciò si aggiungano le regole
sull’IA, che non piacciono per nulla agli Usa, oppure quelle sul lavoro nelle
piattaforme tecnologiche, stavolta in un’ottica di maggiore tutela per i
lavoratori.
In pratica, rispetto alle polarizzazioni in atto, l’Ue si trova a dovere fare i
conti con un faticoso equilibrismo, che ancor prima di essere regolatorio è
ideologico: se si vuol istituire un sistema di controllo pubblico sui movimenti
di capitale e una maggiore difesa del lavoro, significa ammettere che
l’approccio neoliberista seguito sino a ora sia stato fallimentare.
Ci sono tutti i presupposti per una tempesta perfetta, insomma.
Senza uno studio rigoroso sul reale funzionamento delle catene di produzione
globale, ovvero delle multinazionali, il riassetto in corso della
globalizzazione rischia di tradursi in una crisi sociale e politica profonda,
perché i nuovi equilibri verranno decisi dalle filiere e dalle strategie
societarie orientate a difendere i propri profitti, non dalle istituzioni.
Credo che il mio studio sulle multinazionali possa essere decisivo per leggere
questo riassetto: gli indicatori oggi utilizzati—produttività, valore aggiunto,
profitti, flussi commerciali—non colgono il funzionamento reale delle catene
infragruppo e delle filiere globali, e senza nuovi indicatori capaci di misurare
dove si formano davvero ricchezza e rischio, continueremo a scambiare per
“crescita” ciò che può invece portare a una crisi.
L'articolo Deglobalizzazione? No, è solo una riorganizzazione: ecco come
cambiano le catene produttive proviene da Il Fatto Quotidiano.