Ormai da anni Harry Styles viene accusato di “queerbaiting”, ossia alludere
all’identità LGBTQIA+ per attirare il pubblico queer, senza mai confermarle
esplicitamente. Il cantante ha scelto di rispondere a questa e ad altre critiche
durante l’ultimo monologo – sempre sul filo dell’ironia – al “Saturday Night
Live”
Nel monologo di apertura della puntata, il cantante britannico ha ricordato la
sua precedente conduzione del 2019 e la fine del tour nel 2023, citando le
critiche legate al suo stile e al modo di vestire. “All’epoca la gente sembrava
prestare molta attenzione ai vestiti che indossavo, qualcosa chiamato
queerbaiting – ha detto -. Alcuni mi hanno accusato di questo, ma vi è mai
venuto in mente che forse non sapete tutto di me, papà?“.
Styles ha poi scherzato anche introducendo il suo nuovo album, “Kiss All the
Time. Disco, Occasionally”. “Alcuni mi hanno chiesto da dove ho preso quel
titolo”, ha detto scherzando, aggiungendo di aver chiesto a ChatGPT di dargli
“la frase più italiana che sia mai esistita”, pronunciando fanaticamente il nome
dell’album con un accento italiano volutamente esagerato.
“A volte baciare può essere fantastico”, ha aggiunto, respingendo le avances di
alcune colleghe del cast del programma come Chloe Fineman e Sarah Squirm. Mentre
quando ad avvicinarsi è stato l’attore Ben Marshall, Styles ha detto
maliziosamente: “Hai un bel sederino sodo!” e si è lanciato in un bacio
appassionato. “Questo sì che è queerbaiting!”, ha concluso.
> #SNL | “Ecco, questo si che è QUEERBAITING!”
>
> Harry manda una frecciatina baciando in diretta mondiale Ben Marshall durante
> il suo monologo. ????↕️ OH HARRY STYLES THE MAN YOU ARE.
> pic.twitter.com/PegS9pYCnB
>
> — Harry Styles ITA News ???????? (@harryitanews) March 15, 2026
L'articolo Harry Styles bacia in bocca in uomo: “Ecco questo sì che è
queerbaiting!”. Ma c’è un motivo dietro il gesto a sorpresa: ecco quale – IL
VIDEO proviene da Il Fatto Quotidiano.
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A Dakar, nelle ultime settimane, l’aria è cambiata. In Senegal è in corso una
campagna politica contro le persone Lgbtq+, e il progetto di legge approvato dal
governo e trasmesso al Parlamento che inasprisce le pene per gli atti
omosessuali non è una semplice modifica tecnica del codice penale. È lo
strumento centrale di una strategia.
Fino a oggi l’articolo 319 del codice penale puniva gli “atti innaturali con
persone dello stesso sesso” con pene da uno a cinque anni di carcere, con il
massimo applicato quando una delle persone coinvolte aveva meno di ventuno anni.
Il governo ha approvato un progetto di legge che porta la pena massima a dieci
anni.
La stretta non si ferma qui. Il testo introduce pene da tre a sette anni per
chiunque “promuova” o “faciliti” relazioni tra persone dello stesso sesso — una
formulazione abbastanza ampia da inglobare Ong, associazioni, media, contenuti
culturali, post sui social. Allo stesso tempo, prevede sanzioni per chi accusa
qualcuno di essere omosessuale “senza prove”: una risposta formale alla
proliferazione di campagne di outing e delazione che negli ultimi mesi hanno
invaso Facebook, WhatsApp e X.
Non è la prima volta. Nel 2022, sotto il governo di Macky Sall, un primo
tentativo di inasprimento — con pene fino a 10-15 anni — era stato bloccato in
Parlamento. Ma la mobilitazione religiosa non si è mai fermata.
Oggi il Senegal, considerato una delle democrazie più solide dell’Africa
occidentale, passa da una criminalizzazione già esistente a un inasprimento su
tutta la linea. La legge arriva al culmine di una pressione che non nasce oggi.
Da anni il collettivo And Samm Djikko Yi — “Insieme per proteggere i valori” —
che raggruppa oltre cento associazioni religiose, spinge per pene più dure e per
la criminalizzazione della “promozione dell’omosessualità”, soprattutto sui
media e sulle piattaforme digitali.
Perché allora il primo ministro Ousmane Sonko decide di accelerare proprio
adesso? La risposta è semplice: non c’è nessuna accelerazione. Siamo noi che
eravamo distratti. La scelta è politica e viene da lontano. Sonko ha costruito
la sua immagine su un nazionalismo sociale radicale, anti-neocoloniale e
anti-élite, presentandosi come difensore dei valori religiosi e culturali
senegalesi contro l'”ingerenza occidentale”. Già in passato il suo partito, il
Pastef, aveva fatto della campagna anti-gay uno dei suoi punti di forza.
Oggi ha esplicitamente collegato la pressione per il riconoscimento dei diritti
Lgbtq+ alle influenze straniere che “dividono” il Paese, chiamando tutte le
forze politiche a schierarsi in nome della sovranità e della morale.
Irrigidire la legge, in questo quadro, non è solo una concessione ai movimenti
religiosi conservatori. È un modo per occupare l’intero campo del
conservatorismo morale, togliendo spazio a oppositori che spesso si sono
legittimati sulla stessa agenda.
La stretta sui diritti delle minoranze sessuali diventa così una potente risorsa
simbolica. In un contesto di forte pressione sociale — disoccupazione giovanile,
costo della vita, attese altissime verso il nuovo corso politico — il governo
offre all’opinione pubblica un bersaglio immediato, capace di polarizzare e
ricompattare. Il corpo gay come luogo su cui scrivere l’identità nazionale.
Questo disegno di legge diventa la prova che chi governa “ascolta il popolo” e
difende la tradizione. Per chi critica Sonko da posizioni più radicali sul piano
islamista, è il segnale che il governo non ha paura di misurarsi sul terreno dei
costumi.
La scelta del governo è il manifesto di una stagione politica in cui la
vulnerabilità delle minoranze diventa materia per costruire consenso, definire
il nemico e riscrivere il patto tra potere, religione e società. Sotto processo
non c’è solo l’amore tra persone dello stesso sesso. C’è il principio che nessun
parlamento possa decidere chi meriti dignità e chi no.
L'articolo Stretta anti Lgbt in Senegal: il consenso politico si gioca sulla
vulnerabilità delle minoranze proviene da Il Fatto Quotidiano.
Per anni Amber Glenn ha inseguito un sogno che sembrava sempre sul punto di
sfuggirle, senza immaginare di poter entrare nella storia del pattinaggio
artistico statunitense con tre titoli nazionali consecutivi. Oggi è la prima
americana a riuscirci dai tempi di Michelle Kwan, nel 2000. Un traguardo che la
inserisce in una tradizione prestigiosa, ma che racconta soprattutto una
trasformazione personale: quella di un’atleta capace di convertire fragilità,
pressione e paura in forza consapevole.
Sul ghiaccio, Glenn incarna un equilibrio raro tra potenza e precisione. I suoi
salti sono netti e sicuri, e il triplo axel – una delle figure più complesse del
pattinaggio femminile – è diventato il suo marchio di fabbrica: tre rotazioni e
mezzo sospese in aria, concluse da un atterraggio pulito e silenzioso. Chiuse
questo trick per la prima volta durante la pandemia. Osservando le giapponesi e
le russe dominarlo, Glenn decise di osare. Studiò video, perfezionò tecnica e
preparazione fisica. Quando lo completò per la prima volta rimase incredula,
chiedendo subito di riprovarci per essere certa che non fosse un caso.
Dietro questa solidità, però, si nasconde una storia di inquietudine e lotta
interiore. Ha iniziato a pattinare a cinque anni, in Texas, dopo aver
abbandonato il calcio perché “il caldo era insopportabile”, ha raccontato alla
rivista Time. La pista di ghiaccio divenne il suo rifugio: le lezioni per
principianti, i coni arancioni che dividevano le atlete per livelli, la musica
che riempiva l’aria. Fu subito amore. A otto anni gareggiava già ai campionati
nazionali juniores. Il suo talento cresceva rapidamente, sostenuto dai sacrifici
familiari: il padre, sergente di polizia, faceva turni extra per finanziare
allenamenti e lezioni. La madre trascorreva intere giornate in pista aiutando
altri bambini e supportando la figlia. Ogni progresso era il frutto di un
impegno collettivo. Con la pubertà arrivarono però le difficoltà.
Il corpo che cambiava, l’equilibrio che si alterava, e soprattutto un’ansia
crescente alimentata da uno sport che giudica ogni dettaglio: fisico, costume,
sorriso, grazia. L’ideale della “principessa del ghiaccio”, pesava sulle giovani
atlete. Glenn sentiva di non corrispondere a quell’immagine e la pressione
aumentava, anche per i sacrifici della famiglia. In un ambiente competitivo e
spesso tossico, con confronti continui tra compagne, le gare locali diventavano
“questioni di vita o di morte”. L’ansia si trasformò in disturbo alimentare, poi
in depressione. A sedici anni toccò il fondo: non mangiava, non dormiva, non
vedeva futuro. Si sentiva fuori posto sia tra le atlete d’élite sia nella vita
delle coetanee.
Un’amica intuì la gravità della situazione e ne parlò ai suoi genitori.
Compresero che non si trattava solo di stress sportivo. Glenn accettò di
fermarsi e trascorse una settimana in una struttura di degenza, lontana dal
ghiaccio e con la paura di non tornarci più. Quella pausa fu invece decisiva. In
terapia imparò tecniche di respirazione per gestire la sensazione di “lotta o
rinuncia” che la travolgeva in gara. Con la psicologia sportiva ricostruì la
fiducia. In seguito si affidò anche al neurofeedback, allenando il cervello a
riconoscere e regolare i propri stati mentali per entrare in una condizione di
flusso. “Credici e respira” divenne il suo mantra.
Nel 2022 si trasferì a Colorado Springs per allenarsi all’US Olympic and
Paralympic Training Center, cercando un nuovo inizio alle proprie condizioni. E
con l’allenatore Damon Allen prese il controllo della propria carriera. I
risultati arrivarono presto: una stagione da imbattuta, poi il secondo e il
terzo titolo nazionale consecutivo, oltre a medaglie nel circuito del Grand
Prix. Ma oggi Glenn non è solo un’atleta, è anche un simbolo. È la prima
campionessa statunitense apertamente LGBTQ+ e la prima pattinatrice queer a
rappresentare gli Stati Uniti ai Giochi. Da adolescente, in Texas, si sentiva
diversa; fece coming out con la sorella e poi pubblicamente, scegliendo di usare
la propria voce nonostante chi le suggeriva di “limitarsi a pattinare”. Per lei,
lo sport non è separato dalle questioni sociali.
L’8 febbraio ha esordito ai Giochi di Milano-Cortina 2026 contribuendo all’oro
degli Stati Uniti nella gara a squadre. Oggi, 17 febbraio, torna nel singolo
femminile. Accanto a sé avrà la famiglia e il suo team di supporto, ma
soprattutto porterà con sé quel promemoria invisibile che l’ha salvata:
“respirare”. Nel suo mondo non esiste più l’ideale irraggiungibile della
principessa perfetta, ma l’obiettivo concreto di essere un’atleta migliore e una
persona autentica.
L'articolo “Credici e respira”: la tecnica con cui Amber Glenn ha sconfitto
l’ansia da “principessa del ghiaccio”. È la prima pattinatrice queer degli Usa
ai Giochi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Arriva anche in Italia su HBO Max la serie tv canadese Heated Rivalry che ha
avuto un successo immediato oltre che imprevisto sotto Natale, oltre che
imprevisto, in Usa e Canada e da qualche mese sta letteralmente invadendo le
bacheche e le timeline social di milioni di utenti.
La storia, basata sui primi due volumi della serie di libri scritti da Rachel
Reid Game Changers, è abbastanza semplice: due ragazzi uno russo bisessuale,
Ilya Rozanov, e uno gay canadese di madre asiatica (e con caratteristiche dello
spettro autistico), Shane Hollander, sono i talentuosi giovani capitani di due
squadre di hockey, acerrimi rivali, che si innamorano nel lungo giro di 9 anni
passando da una relazione di tipo quasi solo sessuale, fatta di furtivi incontri
occasionati dalle partite disputate dalle loro squadre, a una vera e propria
storia d’amore dichiarata ed esclusiva.
La serie che è stata girata con un basso budget si è fatta strada nel cuore del
pubblico per la sua autenticità e per la forte connotazione sessuale: scene
molto esplicite, corpi magnifici e una grande credibilità proprio nelle scene
più ‘hot, simbolo dell’ottima chimica tra i due bravissimi attori protagonisti,
Connor Storrie (Ilya) e Hudson Williams (Shane) e poi la crescente emotività
sempre più connotata via via fino all’amore vissuto senza più infingimenti: una
resa affettiva. Vi è poi una vicenda di contorno, quella di un’altra coppia: Kip
e Scott Hunter, un giovane studioso di storia dell’arte che fa il cameriere in
una gelateria il primo e un giocatore della squadra di newyorkese di hockey,
coppia che funge alla fine da catalizzatore per la coppia principale.
Il dibattito nella comunità queer su questa storia d’amore tra due ragazzi è
stato abbastanza vivace ed essenzialmente ha diviso il pubblico in due fazioni
che enfatizzano caratteristiche opposte della ricezione e delle conseguenze di
una così grande visibilità per una serie a tematica queer, cosa che per esempio
non era successo per Heartstopper, altra serie queer culto che aveva raccolto
consensi unanimi. I motivi di questa divaricazione essenzialmente stanno nel
fatto che nella serie si parla solo di due ragazzi cis, non ci sono praticamente
altre presenze queer, che la loro storia è nascosta fino alla fine della prima
stagione e che l’unico coming out plateale riguarda un’altra coppia.
Chi critica la serie teme una perdita di visibilità della comunità, un
incoraggiamento a rimanere nascosti e a non esprimere sé e la propria
affettività. Oltre al fatto che i protagonisti sono belli, giovani con corpi
assolutamente conformi.
Chi invece ha apprezzato maggiormente lo show ne ha sottolineato alcune
caratteristiche che non si ritrovano spesso in serie di argomento queer e cioè:
una sessualità esplicita, un lieto fine non scontato, una presa di coscienza che
cresce nel tempo. A guardar bene infatti non è usuale vedere in una serie
mainstream una dose così abbondante di sesso tra due uomini adulti, esplicito,
senza mezze misure, senza troppi velami. Le scene più scopertamente sessuali,
infatti, sono abbondanti ma vi si trova sempre un’attenzione all’altro e al
consenso: per esempio le tante, financo troppe volte in cui Ilya si assicura che
Shane sia a suo agio in tutto ciò che stanno facendo.
Altra cosa fondamentale sottolineata da chi ha apprezzato lo show è proprio la
visibilità queer presso un vasto pubblico e il fatto che anche se la relazione
tra i due protagonisti è tenuta segreta in realtà è la storia di una reciproca
scoperta e della rivelazione soprattutto dell’affettività, oltre che della
scoperta di sé, al di là del sesso che pure rappresenta una tappa fondamentale e
conoscitiva.
Molti hanno sottolineato anche la visione della maschilità che passa da
stereotipi decisamente problematici delle prime puntate a una progressiva
crescita che porta i due protagonisti ad affrontare la loro parte emotiva ed a
riuscire alla fine a parlare in maniera compiuta dei loro sentimenti e farci i
conti, anche a costo di qualche benedetta lacrima.
Ciò detto potrebbe essere ingenuo ritenere che una serie, che è stata creata
perché fosse un buon investimento, che fosse una buona storia, possa essere
investita di qualche responsabilità sulle conseguenze e sugli esiti di ciò che
riguarda la comunità queer. È infatti una serie tutto sommato mainstream,
orientata ad un pubblico generalista, che non ha e a cui non si può chiedere di
avere, una connotazione di militanza, sarebbe oltremodo naïf crederlo. Tuttavia
in un periodo di arretramento di diritti e libertà, di minacce alla comunità
queer da parte di regimi e di stati che stanno retrocedendo a grande velocità
sui diritti civili, il fatto che una serie tv di argomento queer possa avere una
tale risonanza credo sia (da persona queer) una risorsa e se non risponde a
tutte le esigenze che la comunità richiederebbe rimane comunque uno spaccato e
un utile momento di inclusione nel dibattito generale e anche un amo gettato
fuori dalla nostra bolla.
L'articolo Heated Rivalry ha diviso la comunità queer. Ma è raro vedere così
tante scene tra uomini in una serie mainstream proviene da Il Fatto Quotidiano.
Lo svedese Elis Lundholm è il primo atleta apertamente transgender a gareggiare
alle Olimpiadi invernali: lo sciatore freestyle si identifica come uomo, ma ha
partecipato alle qualificazioni del moguls (le gobbe) femminili, classificandosi
ultimo a causa di un errore. Per questo motivo dovrà disputare oggi un secondo
turno di qualificazione, essendo passate solo le prime 10 direttamente alla
finale.
Un uomo transgender è una persona con identità di genere maschile, assegnata
femminile alla nascita. A rendere possibile la partecipazione dell’atleta
svedese, seppur nella sezione femminile, sono state le norme attuali del
Comitato Olimpico Internazionale: Lundholm, infatti, non si è sottoposto a un
intervento chirurgico di riaffermazione del genere e non ha apportato alcuna
modifica legale alla sua identità; il ventitreenne è stato quindi candidato per
la squadra femminile dal Comitato Olimpico Svedese.
La questione è spesso al centro di dibattiti pubblici e i Giochi di quest’anno
hanno riportato l’attenzione sul tema. Non è il primo caso in cui questioni di
genere suscitano polemiche alle Olimpiadi. Noto era stato il caso delle pugili
Imane Khelif, algerina, e Lin Yu-ting, taiwanese. In entrambi i casi, però, le
due atlete erano nate e registrate come donne, ma erano state accusate di non
aver superato presunti “test di genere” ai Mondiali 2023, ipotesi mai confermata
ufficialmente.
L'articolo Il primo atleta transgender a gareggiare alle Olimpiadi invernali:
chi è lo svedese Elis Lundholm proviene da Il Fatto Quotidiano.
Quarantuno atleti dichiaratamente LGBTQIA+ alle Olimpiadi e Paralimpiadi
invernali di Milano–Cortina 2026: un dato che non ha precedenti recenti nello
sport olimpico. Tra loro Filippo Ambrosini, Lara Wolf, Paul Poirier e Erin
Ambrose. La visibilità resta però un’eccezione in un ambiente in cui dichiararsi
liberamente resta difficile. “Per molti atleti il doversi nascondere è ancora un
peso enorme”, spiega a ilfattoquotidiano.it Roberto Muzzetta, vicepresidente del
CIG Arcigay Milano. “Sono sottoposti a pressioni disumane e spesso temono che la
loro identità possa diventare un problema”.
È anche per questo che durante i Giochi, Milano ospiterà una Pride House, uno
spazio dedicato al rapporto tra sport, diritti e discriminazioni. Dal 6 al 22
febbraio, negli spazi del MEET Digital Culture Center di Porta Venezia , CIG
Arcigay Milano aprirà un luogo pubblico di incontri, spettacoli e dibattiti
dedicati all’inclusione delle persone LGBTQIA+ nello sport, per poi spostarsi
durante le Paralimpiadi. “Le Pride House nascono come evoluzione delle house
nazionali”, spiega Muzzetta. “All’inizio c’erano le Italy House, le Canada
House: luoghi dove seguire i Giochi e tifare per i propri atleti. Poi quel
modello si è esteso ed è diventato tematico, non più nazionale ma trasversale”.
Guardare insieme le gare in uno spazio sicuro era l’idea di partenza. Ma presto
il contesto internazionale ha imposto un significato più politico.
“Le Pride House erano pensate anche per atleti, familiari e persone LGBTQIA+ che
arrivavano da Paesi dove vivere apertamente il proprio orientamento sessuale o
la propria identità di genere non era possibile. In alcuni casi è ancora oggi
perseguitato per legge”. Il riferimento corre alle Olimpiadi in Russia, quando
le leggi contro le persone queer resero evidente il rischio per attivisti e
persone LGBTQIA+. “In quell’occasione Vladimir Luxuria venne arrestata”, ricorda
Muzzetta. “Fu poi rilasciata, ma quell’episodio chiarì quanto fosse necessario
avere spazi di protezione e visibilità durante grandi eventi sportivi. Le
Olimpiadi si svolgono anche in Paesi dove i diritti non sono garantiti, e questo
non può essere ignorato”. Da Vancouver 2010 a Parigi 2024, fino a
Milano–Cortina, le Pride House sono diventate una rete internazionale. Il
concept viene concesso gratuitamente alle associazioni LGBTQIA+ del Paese
ospitante, non solo per le Olimpiadi ma anche per altri grandi eventi sportivi.
“Negli anni il modello è cresciuto molto: da semplice bar sportivo è diventato
uno spazio culturale e politico. Oggi una Pride House è un luogo che produce
relazioni, contenuti, consapevolezza”.
A Milano la Pride House è organizzata da Arcigay nazionale e CIG Arcigay Milano,
in collaborazione con Pride Sport Milano e con partner internazionali come ILGA
World, Compete Proud e Fier–Play. È inserita nell’Olimpiade Culturale di
Milano-Cortina 2026 e ha il patrocinio del Comune di Milano, dell’Ambasciata del
Canada e il sostegno del Consiglio d’Europa. Ogni giorno l’Area Lounge del MEET
ospiterà talk e momenti di approfondimento, con la possibilità di seguire le
gare in diretta. Nei fine settimana il teatro accoglierà spettacoli, cinema e
conferenze internazionali, con la presenza di atleti olimpici e paralimpici
dichiaratamente LGBTQIA+.
Il nodo centrale resta però la visibilità nello sport. “Questo timore è uno
stress aggiuntivo”, sottolinea Muzzetta. “La Pride House serve a creare una
cultura dell’empowerment: non a spingere qualcuno a fare coming out, ma a
raccontare storie positive e dimostrare che si può vivere apertamente senza che
tutto finisca male”. Secondo Muzzetta, lo sport è ancora uno degli ambienti più
ostili alle differenze. “In alcuni casi è persino peggiore del resto della
società. Oggi viviamo una fase storica involutiva: una parte della politica
costruisce consenso attaccando le minoranze, comprese le persone LGBTQIA+. Nel
mondo sportivo questo si riflette in modo amplificato”. Il tema dell’inclusione
delle persone transgender rende il quadro ancora più complesso. “È una questione
delicata, che tocca anche le regole e l’equità nelle competizioni”, spiega. “Ma
spesso viene strumentalizzata per alimentare paura e ostilità, invece di
affrontarla seriamente”.
Nel dibattito sulle Olimpiadi di Milano–Cortina, tra disuguaglianze sociali,
denunce di gentrificazione e accuse di ‘washing’, la Pride House si colloca in
una posizione non neutra. “Oggi sostenere apertamente iniziative LGBTQIA+ ha un
costo politico”, osserva Muzzetta. “Non è più vero che per le aziende sia sempre
conveniente. Esporsi significa spesso pagare un prezzo. Per questo la Pride
House va letta dentro il lavoro quotidiano dell’associazione che fa sul
territorio”. Un lavoro che prosegue tutto l’anno: servizi legali e psicologici,
supporto alle persone trans, attività nelle scuole e sportelli di ascolto. “I
momenti di visibilità servono anche a questo: usare un grande evento come volano
per parlare di temi che altrimenti resterebbero ai margini”.
Il messaggio che Arcigay Milano vuole far arrivare, soprattutto a chi vive lo
sport come un ambiente ostile o finisce per abbandonarlo, è diretto: “Non siete
soli. Siamo una comunità internazionale e intersezionale”. E lo sguardo va già
oltre Milano–Cortina, con l’EuroPride di Torino 2027 e le prossime Pride House
internazionali. “Speriamo che tra dieci anni si possa dire che questa esperienza
non è stata solo un appuntamento”, conclude Muzzetta, “ma il primo passo verso
una connessione più strutturata tra sport professionistico, diritti e inclusione
anche in Italia”.
Una visione che alla Pride House di Milano-Cortina si traduce anche in una
programmazione articolata. Nei fine settimana il teatro del MEET diventerà il
cuore degli appuntamenti serali, tra spettacoli, cinema e conferenze. Dal format
performativo Sempre Liberз (7 febbraio) alle serate con atleti olimpici e
paralimpici dichiaratamente LGBTQIA+, fino agli incontri dedicati al rapporto
tra sport, genere e disabilità. Tra gli ospiti attesi figurano Alex Di Giorgio,
Eric Radford, Paul Poirier e Valentina Petrillo. Il 21 febbraio sarà invece
dedicato al tema dell’eredità, con un confronto internazionale sul futuro delle
Pride House, da Milano a Los Angeles, passando per l’EuroPride di Torino 2027.
Nella stessa serata verrà presentato anche un teaser del documentario che
Arcigay sta realizzando sullo sport come strumento di inclusione.
L'articolo A Milano-Cortina nascono le Pride House: “Per molti atleti doversi
nascondere è ancora un peso enorme” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Bruno Gagliano, 40 anni, in arte Kastadiva, storica drag queen del locale romano
Muccassassina, è stato trovato morto sul balcone di un’abitazione nel quartiere
Colle Salario. Secondo quanto ricostruito dalle forze dell’ordine, intervenute
dopo la segnalazione di una donna, la morte sarebbe riconducibile a un gesto
volontario. Dagli accertamenti dei carabinieri è emerso che Gagliano abitava
nello stesso stabile in cui è stato trovato il corpo: al momento non risultano
elementi che facciano pensare a responsabilità di terzi.
Originario di Alcamo, in provincia di Trapani, Gagliano era una figura molto
conosciuta e amata nel panorama drag italiano, in particolare a Roma, dove da
anni si esibiva come performer, artista del lipsync e makeup artist. La notizia
della sua scomparsa si è diffusa rapidamente, accompagnata da una lunga serie di
messaggi di cordoglio e ricordi affidati ai social.
Tra i primi, quello degli organizzatori del Muccassassina, la più celebre e
longeva serata queer della capitale: “Muccassassina e tutta la comunità LGBTQIA+
hanno perso un pezzo della propria storia. Sei stata una delle migliori drag
queen del panorama italiano, tu la regina del lipsync. Siamo profondamente
addolorati, così come lo sono tutte le persone che ti hanno conosciuto. Questo è
il nostro tributo a te, al tuo splendore e alla tua arte: vogliamo ricordarti
così, con questa bellissima esibizione. Addio Kastadiva, brilla come hai sempre
fatto, ma più in alto”. Un pensiero è arrivato anche da Vladimir Luxuria, che si
è limitata a scrivere: “Che brutta notizia”.
Molto sentito il ricordo della collega La Diamond, che su Instagram ha salutato
sia l’uomo che il personaggio: “Ciao Bruno e ciao KastaDiva. Ti ricorderò per
sempre. Sei stato una parte fondamentale della mia vita, grazie per le infinite
ispirazioni, per gli anni passati ad ascoltare Mina e a dipingere, ridere,
mangiare e piangere sui tessuti e sui nostri sogni. Grazie per averci donato
sempre te stesso in ogni spettacolo ed in ogni battaglia, per l’arte che hai
creato e mi hai trasmesso. Ti vorrò per sempre bene”. Parole di cordoglio anche
dal Partito Gay LGBT+, Solidale, Ambientalista e Liberale. Il portavoce Fabrizio
Marrazzo ha dichiarato: “È una notizia che colpisce dritto al cuore della
comunità LGBT+, soprattutto romana. Kastadiva non era solo un’artista, era una
forza della natura, un pezzo di storia e di eleganza che lascia un vuoto
immenso. Ciao Kastadiva”.
A ricordarlo è stata anche l’attivista Imma Battaglia: “Ricordo di lui la
giovinezza, l’allegria che sapeva portare a tutti con i suoi personaggi
fantastici. Una drag attenta, preparata, con make up incredibili. Bruno non è
riuscito a sopravvivere alla pesantezza di una vita dolorosa che in qualche modo
lo ha sempre accompagnato. Dietro quell’allegria c’era sempre uno sguardo
triste, ma io ti ricorderò a colori, come tutti i personaggi che interpretavi”.
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Muccassassina di Roma: ipotesi suicidio. Vladimir Luxuria: “Che brutta notizia”
proviene da Il Fatto Quotidiano.