La Procura di Roma sta indagando sul servizio di elisoccorso a Roma e nel Lazio.
Si tratta di uno dei settori più delicati in capo all’Ares 118, l’unità
operativa della Regione Lazio a cui si affidano quasi 6 milioni di persone. Nel
Lazio il servizio è gestito, dalla fine del 2024, dalla società Elifriulia spa,
subentrata a Elitaliana. Quest’ultima società, dopo quasi 20 anni – tra continue
proroghe e decine di ricorsi a Tar e Consiglio di Stato – ha dovuto
definitivamente lasciare il campo all’azienda vincitrice del bando. Che però,
secondo i pm, potrebbe aver commesso un errore. Il fascicolo è ancora
esplorativo, non ci sono indagati, l’ipotesi è inadempimento in pubbliche
forniture. In pratica, a quanto risulta al Fatto, Elifriulia da luglio 2025
avrebbe messo a disposizione del servizio nel Lazio soltanto tre elicotteri,
contro i quattro previsti negli accordi con Ares 118. Di norma, infatti, gli
elicotteri vanno spesso in manutenzione, dunque bisogna sempre tenerne uno di
“riserva” in officina per far sì che, al rientro di una delle macchine
“titolari” possa essere utilizzato il muletto e tenerne sempre operative tre.
Questo finché Elifriulia non ha deciso di partecipare a un bando simile in
Regione Basilicata, mettendo però a disposizione non un ulteriore elicottero,
bensì quello che nel Lazio era considerato di riserva.
Nelle scorse settimane la Guardia di Finanza ha acquisito gli atti relativi al
contratto tra Ares 118 e Elifriulia. Presto sarà consegnata un’informativa in
Procura. Nel frattempo il contratto con Elifriulia è stato mantenuto in essere,
anche se la Regione Lazio ha deciso di applicare penali molto severe, così da
non lasciare scoperto il servizio. In base anche all’evoluzione dell’inchiesta
saranno presi ulteriori provvedimenti. L’indagine nasce da una segnalazione
della stessa Ares 118, che ha anche inviato la documentazione all’Autorità
Anticorruzione.
Nella foto: immagine di repertorio
L'articolo La Procura di Roma indaga sull’appalto dell’elisoccorso: “Meno mezzi
di quelli previsti dal bando” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Per fortuna la vita offline prosegue regolarmente, all’Università La Sapienza di
Roma, dopo l’attacco informatico denunciato dall’ateneo il 2 febbraio 2026. La
certezza è la matrice filo-russa: il grande dubbio è sulla quantità e qualità
dei dati rubati. Per le risposte servirà tempo. Intanto gli esami in aula si
svolgono senza intoppi, mentre i sistemi informatici sono ancora fuori uso, con
gli esperti dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale al lavoro per
ripristinarli. Ci vorrà qualche giorno. Intanto la procura di Roma ha aperto
un’indagine: l’ipotesi di reato potrebbe essere l’accesso abusivo ai sistemi
informatici, ma neppure l’estorsione si può escludere. Perché l’attacco
informatico è giunto con un ransomware: un virus con lo scopo di bloccare
l’accesso ai dati dal computer, oscurandoli con una codifica crittografica.
L’unico modo per riavere i dati è pagare un riscatto: il ransomware è
l’evoluzione dell’estorsione nel nuovo mondo digitale.
L’ESPERTO: “NEL DARK WEB NESSUNA RIVENDICAZIONE E NESSUN DATO DELL’UNIVERSITÀ”
La richiesta di riscatto generalmente approda sul dark web, ma non nel caso
dell’università capitolina. “Scandagliandolo non vi è traccia, manca la
rivendicazione e neppure un dato dell’università sembra essere stato ancora
pubblicato”, dice a ilfattoquotidiano.it Marco Lucchina, esperto di sicurezza
informatica della società Cynet. “O la rivendicazione non è mai stata
pubblicata, oppure solo per poco tempo e ripresa da pochissimi utenti”, prosegue
l’addetto ai lavori. In casi analoghi le ipotesi sono due: “Il riscatto in
denaro è stato pagato subito, oppure qualcosa è andato storto ai criminali e il
furto dei dati è stato solo parziale”. Lucchina tende a dubita della prima
opzione: “onestamente tenderei ad escludere la seconda opzione, trattandosi di
un ente pubblico”. Dunque i criminali potrebbero non essere riusciti a mettere
le mani su tutti i dati dell’Università.
Le sicurezza sono nelle peculiarità dell’attacco informatico. L’autore è il
gruppo Femwar02, una gang poco nota. Ha colpito in Francia e Germania, mai la
Russia e i Paesi russofoni: ecco perché, secondo gli inquirenti, i criminali
sono amici del Cremlino. Anche il software malevolo è diverso: ad infettare i
sistemi universitari è stato il ransomware Bablock. Chi lo utilizza non
rivendica i suoi crimini sui “Data leak site” del dark web, ovvero i siti con
l’annuncio di informazioni rubate. Al contrario, i criminali di Bablock
prediligono inviare una mail alla vittima, sostiene un rapporto firmato Group-Ib
nel 2023.
IL RANSOMWARE NOTICE: “CIAO, SE STAI LEGGENDO SEI STATO HACKERATO”
Su internet è reperibile il cosiddetto “ransomware notice” destinato alla
Sapienza: cioè la richiesta del riscatto che appare sul pc infettato dopo aver
crittografato i dati. Di solito rimanda ad un file con le istruzione per il
pagamento: ma cliccando sul documento parte il countdown per avere i soldi con
la minaccia di pubblicare tutti i dati; generalmente, una parte delle
informazioni viene pubblicata all’istante nel darkweb. Ma alla Sapienza nessuno
ha cliccato, rassicurano fonti con gli occhi sul dossier. In tal caso, il conto
alla rovescia sarebbe stato di 72 ore. Ecco l’incipit del “ransomware notice”:
“Ciao, se stai leggendo questo messaggio significa che sei stato hackerato.
Oltre a crittografare tutti i tuoi sistemi ed eliminare i backup, abbiamo anche
scaricato le tue informazioni riservate”. Il messaggio prosegue intimando alla
vittima cosa non fare: “Contattare la polizia, l’FBI o altre autorità”. Infine
la minaccia: “Se non paghi il riscatto, attaccheremo di nuovo in futuro”.
IL VIRUS BABLOCK, CHE NON COLPISCE IN RUSSIA
Il virus BabLock è stato scoperto per la prima volta dai ricercatori di Group-IB
nel gennaio 2023. I criminali che lo utilizzano, oltre ad evitare comunicazioni
sul ark web, di solito avanzano richieste modeste per il settore, da 50 mila
doallari fino a 1 milione, per consentire al “gruppo di operare in modo furtivo
e di rimanere al di fuori del radar dei ricercatori di sicurezza informatica”.
Il virus malevolo è stato utilizzato almeno da giugno 2022, secondo Group-Ib.
Oltre all’Europa avrebbe colpito Asia e Medio Oriente. Salvi invece la Russia e
i Paesi satelliti.
L'articolo Attacco hacker alla Sapienza, rischio dati pubblicati nel dark web.
L’esperto: “Per ora non si trova nulla, neppure la richiesta di riscatto”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
La procura di Roma aprirà un fascicolo per accesso abusivo ai sistemi
informatici dopo l’attacco informatico contro i sistemi e gli archivi digitali
dell’università La Sapienza di Roma. Gli inquirenti attendono un’informativa
degli investigatori, mentre la Polizia postale è a caccia di indizi per
ricostruire il colpo. Intanto, il sito pubblico dell’università è inaccessibile
e i sistemi informatici interni sono bloccati (per garantire l’integrità e la
sicurezza dei dati) paralizzando il lavoro amministrativo. Fonti qualificate
attribuiscono l’intrusione a gruppi filo russi, senza specificare il nome del
collettivo di cyber criminali. L’Italia è stata già nel mirino di pirati
informatici riuniti sotto la sigla NoName, come ritorsione per la posizione a
sostegno dell’Ucraina.
L’attacco (denunciato ieri) è andato in porto grazie ad un ransomware, un
programma malevolo in grado di rendere inaccessibili i dati sui computer,
oscurandoli con una chiave crittografica. Se il proprietario vuole riavere i
dati, deve pagare un riscatto, generalmente in criptovalute. Un’estorsione in
formato digitale: così funziona il ransomware. A quanto ammonta la richiesta di
denaro inoltrata alla Sapienza non si sa. La buona notizia è che l’ateneo romano
aveva dei backup, copie di dati del sistema scollegate da internet: quelle sono
salve e consentono ai tecnici di “bonificare” i sistemi. Tecnicamente, per
riavere i dati, l’università dovrebbe aprire un link inviato dai criminali:
giungerebbero ad una pagina nel dark web con la richiesta del riscatto. Da quel
momento, partirebbe il conto alla rovescia di 72 ore. Alla scadenza, senza il
pagamento, i dati universitari criptati dai criminali andrebbero distrutti.
Intanto, gli esperti dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale sono al lavoro
con i tecnici dell’università per rimettere in funzione i servizi fuori uso e
implementare nuove misure di sicurezza. Secondo Gianluca Galasso, capo del
servizio operazioni e gestione delle crisi cyber, servono ancora “alcuni giorni
di lavoro, poi riprenderanno regolarmente tutti i servizi universitari”. Già
ieri, in via precauzionale, è stato disposto l’immediato blocco dei sistemi di
rete per impedire che il virus rischiasse di infettare anche le aree sane.
L’attività didattica nelle aule prosegue senza intoppi, ma i disagi ci sono:
impossibile prenotare gli esami, scaricare i bollettini per il pagamento delle
tasse o anche solo consultare il proprio libretto universitario e verbalizzare i
voti. A pagarne il prezzo potrebbero essere gli studenti con scadenze o esami
imminenti.
L'articolo Attacco informatico dei filo-russi all’Università La Sapienza. Il
ricatto: “72 ore per pagare o addio ai dati” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Hanno provato a rubarmi le collane e gli ho spezzato i denti”. Così Artem
Tkachuk, diventato famoso grazie alla serie “Mare Fuori” per il ruolo di Pino,
finito nuovamente al centro delle cronache. Come riporta La Repubblica, l’attore
a Roma con gli amici per passare qualche ora di divertimento, avrebbe avuto una
discussione con un altro gruppo di persone. In particolare l’attore sarebbe
arrivato alle mani con un ragazzo di Roma. Il tutto sarebbe accaduto nella notte
tra il 31 gennaio e il primo febbraio. Sul posto sono intervenuti gli agenti di
polizia e i sanitari del 118.
Dopo le prime visite si sarebbe accertato che i due erano in visibile stato di
alterazione, probabilmente per l’alcol. Nessuna denuncia. Dalle prime
ricostruzioni l’attore avrebbe trascorso qualche ora in discoteca, dove
all’improvviso sarebbe degenerata una discussione con altre persone poi
degenerata fino alla hall dell’hotel dove soggiornava Tkachuk. Non si sanno i
motivi della rissa. “Artem ora è tornato a Napoli, ma la sua vita desta sempre
più preoccupazione”, ha scritto sul suo profilo Instagram Alessandro Rosica.
Nel settembre 2025, Tkachuk è giunto in codice rosso presso il pronto soccorso
dell’ospedale dei Pellegrini di Napoli. Il paziente, in evidente stato di
agitazione, ha danneggiato apparecchiature mediche e proferito minacce nei
confronti del personale sanitario e degli addetti alla sicurezza presenti nella
struttura. “Avevo stracciato la flebo dalle vene per fumare una sigaretta per
calmarmi. Mi hanno abbattuto come un elefante e 13 giorni nel TSO”, così si era
difeso.
Già a gennaio Artem Tkachuk ha minacciato di morte con insulti omofobi rivolti a
un follower che sui social gli ha commentato una storia dicendo: “Ma è perz a
cap” (“Hai perso la testa”, ndr). Tanto è bastato per far esplodere l’attore di
“Mare fuori” che ha verbalmente aggredito il proprio interlocutore. “Figlio del
maccarone, ti taglio la gola come un maialino” gli ha scritto taggandolo.
“Figlio di buona donna, tuo padre è un cocainomane, è pure ludopatico. Quel
figlio di buona donna” – ha proseguito Artem, come riporta il sito Biccy.it
pubblicando gli screen della chat tra i due.
L'articolo “Hanno provato a rubarmi le collane e gli ho spezzato i denti”:
l’attore di Mare Fuori Artem Tkachuck di nuovo nei guai per una rissa proviene
da Il Fatto Quotidiano.
“Ho la chiesa piena di persone che vogliono vedere se l’angelo ha il volto della
presidente del Consiglio e per me è solo un bene. A tutti chiedo di recitare
insieme un’Ave Maria. E’ una situazione insolita ma se l’effetto è di aver
avvicinato persone che non entravano in basilica e farle pregare ne sono
contento. Zero polemiche”. A pronunciare queste parole blasfeme nei confronti
del Cristianesimo è stato monsignor Daniele Micheletti, il rettore di San
Lorenzo in Lucina dove è comparso un cherubino restaurato con il volto della
premier.
La frase, riportata in un’intervista di Giacomo Galeazzi al prete su La Stampa
di domenica 1 febbraio, è a dir poco offensiva non solo per chi crede in Dio ma
anche per chi come me crede di essere ateo. Di là di tutte le valutazioni
sull’azione di restauro (le Sovrintendenze non permettono di toccare una
piastrella antica ma nessuno pare si sia accorto di questa variazione in corso
d’opera) che non mi competono non avendo competenze architettoniche, resta
l’indignazione per il valore che monsignor Micheletti dà della preghiera, della
spiritualità. Se dovessimo seguire il ragionamento del prelato sarebbe il caso
di far apparire nelle nostre chiese anche il volto di Chiara Ferragni magari in
qualche affresco della crocifissione al posto della madre di Gesù ai piedi della
croce. Oppure, per avvicinare i più giovani al cristianesimo, si potrebbe
mettere Fedez in cappella Sistina e Belen Rodriguez tra i mosaici del duomo di
Monreale al posto di Eva nel giardino della creazione. Il rettore di San
Lorenzo, esulta per le Ave Maria recitate insieme ai curiosi un po’ come i
fanatici di Međugorje festeggiavano la conversione di Poalo Brosio.
Siamo di fronte a parole che dovrebbero far vergognare il Vaticano che senza
indugio avrebbe dovuto chiedere le dimissioni del monsignore sospendendolo –
come si fa a scuola con chi è indisciplinato – e chiedendogli di ripassare, in
primis, il Vangelo. Di là dell’ironia credo che per rispetto del cristianesimo,
il cardinale Baldassare Reina, vicario generale di Sua Santità per la diocesi di
Roma, dovrebbe intervenire sostituendo immediatamente monsignor Micheletti.
L'articolo L’angelo Meloni: perché le parole del prete dovrebbero far vergognare
il Vaticano proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Sia ben chiaro: il problema non sono i 2 euro in sé, anzi 2 euro sono nulla per
chi programma un soggiorno a Roma, avrebbero potuto anche essere 5. Il problema
fondamentale del ticket introdotto per la Fontana di Trevi è che si tratta di un
luogo pubblico e aperto. Per questo non è affatto vero che il biglietto gioverà
ai romani (che non pagano), al contrario sono i romani che stanno rinunciando a
una piazza che sarà completamente deturpata e snaturata. È un precedente
pericolosissimo, si chiude uno spazio pubblico in funzione dei turisti, cioè si
ragiona sugli spazi pubblici in funzione dei turisti e non dei romani. Ce ne
rendiamo conto?”. Isabella Ruggiero è presidente di AGTA, Associazione Guide
Turistiche Abilitate, il più grande sindacato di guide turistiche a Roma e
critica aspramente la decisione del Comune di Roma. “Inoltre”, aggiunge, “quella
è un’opera barocca, che si regge sulla compenetrazione tra la piazza e la
fontana, se tu le dividi uccidi l’opera stessa. La magia del barocco sta proprio
in questo, nel fatto che tu cammini e quasi entri dentro la fontana, è questa la
meraviglia, l’assenza del confine tra realtà e opera d’arte, il rapporto tra
natura e artificio. Di questo passo allora potranno chiudere la scalinata di
piazza di Spagna o Piazza Navona e chissà se poi rimarranno sempre gratuite per
i romani”.
Anzitutto: ci sono aspetto positivi in questa scelta?
Se avessimo un zoom e potessimo vedere solamente la parte vicina alla fontana e
l’invaso, escludendo tutto il resto, vedremmo meno persone di quando la fontana
era completamente aperta al pubblico. Ma – al di là del fatto che la limitazione
non è necessariamente sinonimo di vera tutela – questo “fermo immagine” non
rispecchia la realtà del luogo. Da quando esiste il contingentamento per
l’accesso all’invaso, introdotto già da un anno, la situazione è peggiorata: gli
spazi si sono ulteriormente ristretti ed è diventato estremamente complicato
anche solo attraversare la piazza. E si sono create file lunghissime per
accedere alla fontana, file che non erano mai esistite.
E l’aspetto economico?
Ovviamente, che il Comune abbia più soldi è un fatto positivo. Non è quello però
il modo e il luogo da cui ricavarli. E poi bisogna vedere a cosa serviranno. A
mio avviso vengono date dal Comune informazioni fuorvianti su cosa questi
milioni andranno a finanziare. Innanzitutto, l’apertura gratuita di alcuni musei
per i romani, hanno detto. Invece già prima tutti i musei comunali erano
gratuiti per i residenti di Roma e dell’area metropolitana e per gli studenti
universitari grazie a una tessera, la Mic card, che costa solo 5 euro l’anno. In
sostanza, al di là delle parole, non cambia quasi nulla. E poi vorrei ricordare
un’altra cosa.
Quale?
Quando fu introdotta e poi aumentata la tassa di soggiorno, il Comune assicurò
che i soldi sarebbero stati usati per migliorare i servizi per il turismo. In
realtà, l’impiego delle risorse è rimasto sempre un’incognita e da tante parti
si lamenta la mancanza di informazioni precise. Il Comune dice che si useranno
gli incassi dalla Fontana di Trevi per la tutela e la manutenzione del nostro
patrimonio. Ci auguriamo che per tali entrate il Comune renda poi nota la
destinazione con totale trasparenza.
Cosa pensa invece della tassa introdotta per il Pantheon, 5 euro?
Su quella anche all’interno della nostra categoria c’erano opinioni diverse. In
quel caso il museo è statale, i soldi finiscono al ministero della Cultura,
quindi si suppone li usino per finanziare il restauro e la gestione dei
monumenti; e se pure li usassero per assumere storici dell’arte o custodi per
lavorare nelle soprintendenze andrebbe benissimo, vista la cronica mancanza di
personale. Comunque il Pantheon era già un sito con orari di apertura e
chiusura, con una entrata e uscita: un luogo quindi che non è stato stravolto
dall’obbligo del biglietto. Ben più grave è sdoganare l’idea che una piazza
diventi un sito a bigliettazione.
Sui social network le persone sostengono che all’estero i siti si paghino e di
più che in Italia.
Mi faccia rispondere a questa obiezione perché non ne posso più di sentirla. A
parte il fatto che non è sempre vero – il British Museum per esempio è gratuito
– ma comunque all’estero si paga per entrare dentro chiese, case storiche,
luoghi ben delimitati già di per sé. Non mi viene in mente una situazione
analoga a Trevi che sia a pagamento. Se le amministrazioni vogliono trarre
maggiori introiti dal patrimonio culturale, ci sono vari strumenti di cui si può
discutere, ma studiando una programmazione e una strategia su vari fronti, cosa
per la quale abbiamo offerto ampia disponibilità da tempo e mai raccolta. C’è
poi un altro aspetto preoccupante e aberrante. Il fenomeno del “secondary
ticketing”.
Di che si tratta?
Del proliferare immediato di tutti quei soggetti, tour operator, agenzie etc,
che guadagnano su questi fenomeni. Infatti già da qualche giorno sul web si
vendono i biglietti per Trevi a 10 euro. Un prezzo che magari include il
servizio di accoglienza di una persona che ti aspetta lì, ma comunque il
biglietto è sempre lo stesso, quello da 2 euro. Si creeranno poi fenomeni di
“skip the line” ovviamente non regolari e contro le norme, che già abbiamo in
piazza del Pantheon e al Colosseo. E ancora un altro problema: il biglietto è
‘open’.
In che senso è un problema?
Se avessero davvero voluto contrastare gli assembramenti non avrebbero dovuto
mettere un biglietto aperto, che vuol dire che si può andare in qualunque giorno
e qualunque orario. Per limitare i numeri serve la bigliettazione a numero
chiuso, altrimenti non sai quante persone arriveranno. E siccome lo staff dovrà
limitare comunque i numeri, in alta stagione si creeranno file terribili anche
per i possessori di biglietto. Su altri elementi sospendo il giudizio e aspetto
di vedere come andrà.
Quali?
Nell’ultimo anno, durante la sperimentazione, le transenne venivano tolte la
sera e così la Fontana era completamente libera. Nelle comunicazioni è stato
detto che la sera l’accesso sarà libero. Speriamo che la sera vengano lasciati
aperti i varchi e che ci si possa riavvicinare naturalmente alla Fontana come
era una volta. Anche sulla “estetica” e sull’impatto della recinzione non posso
esprimermi perché quella che vediamo ora non è quella definitiva, che sarà
fissa. Però si tratta in ogni caso di una delimitazione fisica all’interno di un
bene Unesco.
Insomma, a suo parere questa misura limita o no il cosiddetto overtourism?
No. Anzitutto, se si limita l’invaso nella parte bassa, vuol dire che si avrà un
caos maggiore nella parte di sopra, potrebbe essere un inferno peggio di adesso.
Ma soprattutto se si vuole fronteggiare quello che viene definito eccesso di
turismo – che secondo me non esiste: esistono solo le città ben governate e
quelle mal governate – allora serve una politica più complessa. Siamo nel 2026 e
ancora ci sono i tavolini in mezzo alle strade autorizzati dall’emergenza Covid,
inoltre non si fanno politiche di limitazione degli affitti brevi e tanto altro.
Perché? Forse per non fare fastidio a tante categorie di romani che votano?
Molto più facile, allora, fare cassa sulle spalle dei turisti. Il prezzo da
pagare però mi sembra troppo alto: stanno “vendendo” una parte di città per
legittimarne la trasformazione in uno sfondo per foto ad uso e consumo dei
turisti.
L'articolo Ticket per la Fontana di Trevi, la presidente delle guide turistiche:
“Stanno vendendo ai turisti un bene patrimonio Unesco” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
La Fontana di Trevi diventa ufficialmente a pagamento. Ieri, 2 febbraio, è
entrato in vigore il biglietto d’ingresso al costo di 2 euro. Come reso noto
dalla Sovrintendenza della Capitale, le prevendite sono state aperte alle ore 11
ed è subito stato boom di acquisti: ben 3 mila i tagliandi venduti. A questi si
aggiungono 2300 biglietti acquistati a gennaio con le prevendite e 600 ticket
cartacei venduti nella biglietteria di via della Stamperia. Il comune di Roma ha
introdotto il tagliando per contingentare gli ingressi e tenere sotto controllo
un luogo simbolo della Capitale.
È bene sottolineare che non tutti dovranno pagare per vedere da vicino la
Fontana di Trevi. Come dichiarato dal Campidoglio, il biglietto resterà gratuito
per i residenti della Capitale e della Città metropolitana di Roma. Inoltre,
sono esenti dall’acquisto del ticket le persone con disabilità e il relativo
accompagnatore, i minori con età inferiore ai 6 anni e le guide turistiche. Sarà
obbligatorio munirsi di biglietto per visitare la fontana dal lunedì al venerdì
dalle ore 11.30 alle 22 e nel weekend, dalle 9.00 alle 22.
L'articolo La Fontana di Trevi diventa ufficialmente a pagamento: boom di
biglietti nel giorno dell’inaugurazione. Quanto costa il ticket e dove
acquistarlo – IL VIDEO proviene da Il Fatto Quotidiano.
La prima udienza del processo per il duplice omicidio di Villa Pamphili si apre
con un colpo di scena. La difesa di Francis Ford Kaufmann, cittadino americano
di 47 anni accusato di aver ucciso la compagna Anastasia Trofimova e la figlia
di 14 mesi e di aver occultato il cadavere, ha chiesto alla Corte d’Assise di
Roma di disporre una perizia psichiatrica, sostenendo che l’imputato non sarebbe
in grado di affrontare il processo. Kaufmann è comparso in aula con i capelli
rasati, una felpa blu e si è presentato dichiarando di chiamarsi Rexal Ford.
Seduto accanto al suo avvocato, ha seguito l’udienza parlando a bassa voce, in
un lungo monologo interrotto dal pianto, ripetendo più volte di essere innocente
e accusando i testimoni di essere “tutti mafiosi”.
A sollecitare l’accertamento sulle condizioni mentali è stato il difensore Paolo
Foti, che ha parlato di un progressivo deterioramento psichico del suo
assistito. Secondo l’avvocato, la situazione sarebbe peggiorata da ottobre, dopo
un violento alterco in carcere. Da allora, ha riferito in aula, Kaufmann sarebbe
apparso sedato, disordinato, incapace di sostenere un dialogo coerente, con
discorsi confusi e deliranti. Per la difesa, le sue condizioni “non sono
compatibili con lo stare in giudizio”.
Alla richiesta si è opposta la Procura di Roma. Per il pm Antonio Verdi non ci
sarebbero elementi sufficienti per disporre una perizia, anche alla luce del
fatto che Kaufmann è detenuto da sette mesi in regime di isolamento. I giudici
della I Corte d’Assise si sono riservati di decidere, subordinando ogni
valutazione all’acquisizione del diario clinico dell’imputato.
Nel frattempo, la Corte ha ammesso le costituzioni di parte civile dei genitori
di Anastasia e di numerose associazioni impegnate contro la violenza sulle
donne, tra cui Differenza Donna, Telefono Rosa, Per Marta e per Tutte, Insieme a
Marianna e l’Associazione italiana vittime vulnerabili di reato.
Nel ricostruire il quadro accusatorio, il pm ha ricordato che, se l’uccisione di
Anastasia fosse avvenuta dopo il 17 dicembre, con l’entrata in vigore della
nuova normativa, sarebbe stato contestato il reato di femminicidio. L’accusa ha
depositato una lista testi molto ampia: oltre agli investigatori, saranno
ascoltate le persone che tra aprile e giugno dello scorso anno hanno incrociato
Kaufmann, la compagna e la figlia Andromeda per le strade di Roma. Un
comportamento, ha sottolineato il pm, “talmente esuberante” da attirare
l’attenzione di numerosi cittadini, alcuni dei quali lo hanno anche fotografato.
Agli atti finiranno episodi di violenza pubblica, come la rissa del 30 maggio in
strada e quella del 3 giugno in un bar del centro, conclusa con un pugno al
volto per Kaufmann. Tra i video acquisiti c’è anche quello girato il 5 giugno da
un passante: l’uomo appare visibilmente ubriaco, mentre la bambina di 14 mesi è
appoggiata a un motorino. Di Anastasia, in quelle immagini, non c’è traccia: era
stata strangolata la notte precedente.
Dalle indagini è emerso anche un dettaglio che pesa sul profilo dell’imputato:
pochi giorni dopo l’omicidio della compagna, Kaufmann avrebbe contattato alcune
agenzie di baby modelling, proponendo la figlia per servizi pubblicitari.
Messaggi ricostruiti attraverso l’analisi del cellulare, inviati mentre l’uomo
cercava denaro da amici e familiari e pianificava la fuga da Roma. Il processo
entra ora in una fase delicata: prima ancora del dibattimento, la Corte dovrà
stabilire se l’imputato sia in grado di affrontarlo. La decisione sulla perizia
psichiatrica potrebbe segnare l’intero percorso giudiziario.
L'articolo Duplice omicidio di Villa Pamphili, la difesa di Kaufmann chiede la
perizia psichiatrica proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Si vogliono azzerare e sostituire tutti i pini di Roma perché pericolosi? Bene
allora, che si faccia anche un divieto di circolazione per le auto, che con la
libertà di spostamento ci regalano anche un numero elevatissimo di morti e gravi
danni alla salute, oltre che economici, basti pensare a quanto pagato dalle
assicurazioni”. Mario Bencivenni – docente a contratto alla Scuola di
specializzazione in restauro dei giardini storici e del paesaggio della Facoltà
di Architettura alla Sapienza di Roma e referente verde urbano di Italia Nostra
Firenze – definisce “assurda” l’ipotesi ventilata dall’assessora al Comune di
Roma Sabrina Alfonsi e dopo l’altro crollo di ieri, in via dei Fori Imperiali,
che ha causato il ferimento di tre persone. “Il problema”, continua, “non sono
tanto i cambiamenti climatici, ma quelli culturali, l’abdicazione che stiamo
facendo alla cura, alla manutenzione e alla conservazione delle cose che ci
circondano, in primis degli alberi, cioè dell’elemento primario di un bene
comune come il verde urbano”.
Professore, perché sostituire i pini non ha senso?
Quello che mi sorprende è che negli articoli usciti sul tema non ci si preoccupi
di collegare minimamente i dati quantitativi delle cose che si dicono. Di fronte
al dato totale di 51.000 pini a Roma, una cifra alta, gli interventi sulle
alberature a causa del forte maltempo dei giorni passati assommano a 71. Anche
ammesso che riguardino tutti i pini rispetto al numero totale di 51.000 la cifra
costituisce una percentuale ridicola in termini statistici e non giustifica
nessun abbattimento generalizzato e di proporzioni che configurerebbero una vera
strage o meglio “specicido”. Come dicevo, allora bisognerebbe abbattere le
macchine.
Si farà un tavolo tecnico con tutte le parti, ha detto l’assessora.
Mi sembra una proposta sensata e buona, ma che sia un vero tavolo tecnico, cioè
dove si valuti prima di procedere a un progetto di sostituzione di questo tipo
con nuove specie. E si faccia dunque una stima basata su modelli descritti ormai
in tanta letteratura di arboricoltura del valore ornamentale, ecosistemico e
climatico di una pianta giovane e di una pianta matura.
Cosa significa, in particolare?
Devono fornire stime su cosa vuol dire sostituire 51.000 piante adulte con
51.000 o più piante giovani, e che siano stime verificabili. Invece parlano solo
vagamente di pericolo o di rischio, il che conferma che il problema è culturale,
e di una informazione “tossica” che genera paura e il timore di danni verso chi
ci dà la vita. Si sta infatti progressivamente distruggendo una cultura antica
di rispetto e di venerazione del mondo vegetale, che ci dà la vita sulla Terra.
Ancor più grave è che questa deriva che ormai tende a criminalizzare il pino
domestico, che purtroppo dilaga in tutta la nostra penisola, abbia come focolai
principali città come Ravenna e Roma. Le faccio un esempio.
Prego.
Il 9 ottobre scorso ho partecipato al simposio “Declinare Roma 2025” nell’ambito
di un importante progetto promosso dalla facoltà di Architettura e
dall’Amministrazione capitolina. Ebbene, alla tavola rotonda sul verde urbano di
Roma a cui ho partecipato come relatore, mi sono ritrovato in grande solitudine
a sostenere che il verde urbano non è un’infrastruttura urbanistica e basta, ma
è un bene culturale sotto il profilo storico, artistico, ambientale e
paesaggistico, che non si tratta di opera di forestazione, ma di giardinaggio. E
che la figura essenziale per la realizzazione, conservazione e incremento del
verde urbano sono i tecnici giardinieri/orticultori. Allora sarebbe bene che il
sindaco di Roma e l’assessora all’Ambiente dicessero quanti tecnici giardinieri
interni del Comune assistono e curano quotidianamente questi 51.000 pini: credo
che la cifra si stia riducendo e che si ricorra soprattutto
all’esternalizzazione e alla cura mordi e fuggi. La cura continua nel tempo e
nello spazio del verde urbano è l’unica strada per avere oltre ai benefici
vitali anche sicurezza dalle nostre alberature.
Una strada sciagurata, dunque, quella della possibile sostituzione in massa,
seppure progressiva?
Sì, ci stiamo letteralmente suicidando. Coloro che presentano le alberature come
un pericolo invece che una risorsa sono persone nocive ai beni comuni. Ripeto,
in conclusione, che è assurdo e inaccettabile che, per esempio a Firenze, nei
nostri contro progetti per contrastare abbattimenti e nuove piantagioni la
nostra associazione ambientalista – assieme a tanti comitati di cittadinanza
attiva – quantifica, senza mai essere smentita, il danno in termini di valori
ornamentali, ecosistemici e di aumento delle temperature. Gli amministratori
pubblici invece non danno mai una stima ma solo autocertificazioni sulla
necessità, e positività dei loro interventi. Ma senza una valutazione concreta
basata sui numeri si rischiano interventi con risultati catastrofici. Occorre
fermare subito questa deriva.
L'articolo Sostituire i pini di Roma? “Un suicidio. Bisogna fare manutenzione,
ma il Comune taglia il numero dei giardinieri” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Si apre oggi a Roma il procedimento giudiziario per il duplice omicidio avvenuto
nel parco di Villa Pamphili. Alla sbarra il 47enne californiano Francis
Kaufmann, accusato di aver ucciso la compagna Anastasia Trofimova e la figlia di
14 mesi, i cui corpi erano stati ritrovati lo scorso 7 giugno nell’area verde
della Capitale.
Adesso c’è l’ipotesi che l’uomo, nei giorni successivi alla morte della 28enne,
avesse tentato di contattare diverse agenzie di ‘baby modelling’ con l’obiettivo
di inserire la piccola Andromeda in set pubblicitari. Un dettaglio che è emerso
dall’analisi del traffico telefonico del suo cellulare e che ha aggiunto un
elemento inquietante alla ricostruzione dei fatti.
Mentre cercava denaro e pianificava di lasciare l’Italia, Kaufmann scriveva a
intermediari del settore promozionale per proporre la bimba: “È stata notata da
diversi talent scout (che dicono che è bellissima). È divertente e ha una bella
personalità. Al momento stiamo valutando diverse agenzie che vogliono metterla
sotto contratto, non siamo ancora stati a Milano”.
Secondo quanto riferito dai quotidiani Il Messaggero e la Repubblica, queste
comunicazioni risalgono a un periodo immediatamente successivo all’omicidio
della compagna. Parallelamente, l’uomo aveva continuato a chiedere aiuti
economici ad amici e parenti, senza successo, mentre preparava la fuga dalla
città.
L'articolo “Kaufmann cercò un casting per la figlia dopo il delitto”. Al via il
processo al killer di villa Pamphili proviene da Il Fatto Quotidiano.